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Claudia Salvatori

SSuubblliimmee AAnniimmaa DDii DDoonnnnaa * (2000)

EmmeBooks 164 *

Mariarita Fortis vive con due gatte e lavora per un uomo politico: legge tutto quello che lui non pu leggere, ma deve fingere di aver letto. Ama fare un po' di autoironia sul suo "nome da prefazione". Stella del Fante, separata da un fotografo di personaggi pubblici smutandati, si definisce "genitore della domenica": pu vedere il figlio soltanto in quel giorno della settimana. un'investigatrice privata; dirige l'agenzia Black Jack e ha un debole per i maniaci, per gli assassini psicopatici. In una libreria antiquaria, Mariarita ha trovato il racconto inedito di un anonimo autore della Scapigliatura, dal titolo Sublime anima di donna. II manoscritto narra di un Frankenstein milanese che uccide fanciulle giovani e belle, a ciascuna delle quali asporta una determinata parte del corpo: riunendo le loro membra riuscir a raggiungere il suo ideale femminile assoluto, un'anima perfetta in una carne perfetta, la sublime anima di donna. Ma a Milano si uccide davvero: qualcuno imita le gesta dell'assassino del racconto. Mariarita e Stella, coinvolte nel caso, si incontrano e cominciano a indagare. Ritrovano cos l'anonimo autore; vedono rivivere e scrivere, insieme a lui, i protagonisti degli anni pi furibondi della Scapigliatura: Emilio Praga, Igino Tarchetti, Camillo e Arrigo Boito. Assistono a successi e fallimenti, sbronze di vino e assenzio, e alla loro visita al laboratorio di anatomia di uno strano scienziato, Stefan Blank, dove, fra gli altri reperti, era conservata una gamba mummifcata di meravigliosa bellezza appartenente a una misteriosa sconosciuta. Quell'antica vicenda iniziata nel 1885, da una gamba di donna che ha acceso le fantasie pi strane scaturiscono gli indizi per arrivare alla verit. Viaggiando avanti e indietro dal mondo decadente di fine Ottocento a un universo contemporaneo popolato dai "pirati della costa", una trib di marginali senza un lavoro fisso, un reddito, una casa, e forse senza nemmeno un'identit, le due indagatrici dell'immaginario s'imbatteranno nel fantasma di Carlotta, la donna vagheggiata dagli scapigliati, in un chirurgo plastico che cerca di ricostruirla nei corpi delle sue pazienti e in uno scrittore pulp di successo...

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Sommario

Sublime anima di donna ......................................................... ............. 6 Un nome da prefazioni .......................................................... ............ 26 Leggende metropolitane ......................................................... ......... 55 Stella e il gioco dell'uomo nero ............................................... ....... 84 L'altro ramo del Lago di Como .................................................. ... 112 L'amico siciliano .............................................................. .................. 140 Il topo bianco di Igino Tarchetti .............................................. .... 169 L'antro dello stregone ......................................................... ............ 203 Indagatrici dell'immaginario ................................................... ..... 226 I pirati della costa ........................................................... .................. 251 Il dono divino dell'insicurezza ................................................ ..... 279 Segreti, ma non bugie .......................................................... ............ 305 Chirurgia dell'anima ........................................................... ............. 334 La seduta spiritica............................................................. ................ 358 Morte di un ideale ............................................................. ................ 398 Anche Garibaldi diceva cazzo ................................................... .... 426 Tutti gli uomini (pochi) di Mariarita ......................................... 455 Un palazzo a Brera ............................................................. ............... 481 Cristiano ...................................................................... ......................... 511 L'ultima lettera dello scapigliato ............................................. ... 538

A mio marito Massimo Caviglione:

per gli anni passati insieme e quelli ancora da passare, per la pazienza, il sostegno, la complicit, la dolcezza e l'amore. E per aver reso possibile tutto, non solo questo libro.

Io era nato per amare, e ho amato; se nato per uccidere, avrei forse ucciso. La responsabilit sarebbe stata uguale. IGINO TARCHETTI, Fosca

Sublime anima di donna La mia amante aveva un volto di un ovale dolce e purissimo che pareva dipinto da Raffaello, un incarnato di fresca rosa bianca che si accendeva sulle gote, per pudore o nel culmine del piacere, di un fugace rossore, un naso diritto e sottile di statua greca, e occhi di un nero profondo, un nero mai veduto, lucente come la perla e morbido come il velluto. La sua bocca carnosa, dalle turgide labbra scarlatte, si schiudeva spesso a mostrare il candore abbagliante dei denti, talora nel riso, quando teneramente si burlava di me, talora in un soave sorriso che stendeva sui suoi tratti un dolce velo di melanconia. E che dire, del corpo di Carlotta? Come descrivere la perfezione, la suprema bellezza di quelle forme? Membra snelle e flessuose, che dalle sottili caviglie alla graziosa testolina di ninfa si incurvavano con l'armonia di un vaso antico, un seno di vergine adolescente, dalla linea squisita, tale quelli delle dame del Rinascimento, e le movenze vigorose e trionfanti di una Amazzone, di una Diana cacciatrice. S... se il suo viso aveva i mille incanti della fanciullezza, il suo corpo era da dea. Io ero allora studente di disegno all'Accademia, e Carlotta posava per me. Io la chiamavo la mia Venere bambina e la ritraevo nella posa immortalata da Botticelli, vestita soltanto di lino leggero, dalle pieghe che ne esaltavano le belle sembianze. No, no diceva arrossendo, quando cercavo di abbassarle la veste sul petto, e scuoteva il capo ostinata. Poi, mutan-

do umore e fattasi all'improvviso audace, scioglieva le treccie bionde e lasciava ricadere la massa copiosa dei suoi capelli biondi sulle spalle, sulle braccia, fino alle reni e sui fianchi. Ecco gridava, tutta coperta dall'onda della sua chioma. Dipingi un capolavoro, tu che se' tanto bravo! e mi sorrideva con adorabile ironia, quasi volesse sfidarmi a intraprendere un'opera che avrebbe sgomentato un artista ben pi grande di me. Io restavo allora scoraggiato e muto, il pennello nella mano, a contemplare quel capolavoro di carne cos mirabilmente costruito nell'intrico di ossa, muscoli, epidermide, ne' suoi colori tolti ai fiori e al piumaggio degli uccelli, il rosa dell'epidermide, l'azzurrognolo delle vene, l'oro dei capelli, il nero notturno dello sguardo. I raggi della luna, riversandosi dalla finestrella dell'abbaino, accendevano il corpo divino di un lume di tenebra, e io cadevo in ginocchio, commosso e vinto davanti a tanto mistero. Ma, sopra ogni cosa, di Carlotta io amavo le mani, che erano la perfezione delle sue perfezioni, mani bianche, delicate, quasi trasparenti, dalle lunghe dita sensibili, simili a steli che negli stagni vengono agitati dalla corrente. Sembravano vibrare di vita propria, quelle dita, e quando sfioravano agili e precise i tasti del pianoforte, non riuscivo a staccare i miei occhi da esse, quasi fossero fili che tenevano stretto e prigioniero il mio cuore. Ella traeva dallo strumento suoni cos commoventi e arcani, che il cardellino nella sua gabbietta subito si azzittiva, e restava timido in ascolto, non osando rivaleggiare con quella melodia ineffabile. Pi volte ho disegnato le mani di Carlotta che suonava. Era il segreto potere di quelle dita fatate che io intendevo mostrare, il meccanismo di ossa, muscoli e nervi che creava la musica, e avrei voluto che dalla fissit della posa scaturisse un'illusione di movimento, che si potessero udire le note da lei strappate al pianoforte.

Carlotta, vedendomi cos concentrato nel mio lavoro, si arrestava di suonare e mi guardava intenta. Il suo viso esprimeva uno stato d'animo tra il sereno e il mesto, quando la tristezza ci inonda il cuore di un sentimento che quasi volutt. Con uno stanco sospiro, si alzava e veniva a darmi un bacio. Suona ancora per me le chiedevo, desideroso di continuare, instancabile nella mia ricerca del bello; ed ella tornava al suo strumento, piena di rinnovata forza, ansiosa di compiacermi. E, ancora, l'aria risuonava della sua musica.

Carlotta aveva diciott'anni. Orfana appena nata, dotata di tutte le abilit e le risorse di un'educazione raffinata, era poi caduta per rovesci di fortuna in misera condizione. Senza tuttavia perdersi d'animo, s'era ingegnata a guadagnarsi il suo pane lavorando onestamente con la sua arte del ricamo, fino a quando non l'avevo incontrata e non era divampata fra noi la passione, ed ella aveva accettato di diventare la mia compagna. Io non ero ricco, e di rado trovavo di che vendere i miei quadri. Avevamo appena di che sostentarci, e spesso anche il necessario ci mancava. Carlotta allora si metteva sollecita all'opera, coraggiosa e infaticabile. Fra le sue dita, la seta e le altre stoffe pregiate si coprivano di meravigliosi paesaggi, di esotiche infiorescenze, leggendari animali, stelle e pianeti, alberi e piante di mondi sconosciuti. Non v'era cosa che ella non potesse fare, con le sue mani. Tutto ci che mio tuo diceva, consegnandomi i pochi centesimi che guadagnava vendendo i suoi ricami alle signore dell'alta societ. Poich ella, pi ancora che la bellezza del corpo, possedeva un cuore buono, affettuoso e fedele. Io abbassavo il capo, e le baciavo le dita piangendo. Abitavamo in una modesta soffitta, in un quartiere di o-

perai e artigiani di faccia al Duomo, in un appartamentino che consisteva in una piccola cucina, una cameretta con un letto ad alcova, una toeletta, una brocca e un catino per lavarsi; vi era poi una sala con un tavolo grande di legno di quercia, alcune sedie, un sofa di stoffa color cremisi, un pendolo a muro, il tavolino da lavoro di Carlotta con il suo cestello, il piano, e il mio cavalletto con tavolozza e pennelli. Alle finestrelle v'erano vasi in cui la mia amica coltivava fiori d'ogni stagione: primule e viole del pensiero in primavera, rose al principio dell'estate, crisantemi d'autunno. Quelle tre stanzette sotto il tetto del caseggiato, di fronte alle guglie del Duomo, erano tutto il nostro Cielo. Malgrado le privazioni, malgrado le asperit della nostra esistenza perigliosa, incerta del domani, avevamo tutto quanto due creature semplici e innamorate possono desiderare al mondo. La notte, abbracciati, ascoltavamo il tubare dei colombi sulle gronde, e dicevamo: In Paradiso non si potrebbe essere pi felici!. Oh, que' bei giorni del nostro amore, quelle notti quiete, stellate, in cui, giacendo insieme, ascoltavamo il tumulto dei nostri cuori, colmi di allegrezza e speranza dell'avvenire! Non ne avremo mai pi di uguali!

La nostra soffitta era il Paradiso, ci nonostante la mia amica, come il suo cardellino che se n'era fuggito dalla gabbia, l'abbandonava talvolta, desiderosa di volare. Carlotta amava la natura, gli animali, le ridenti campagne co' i meli e i ciliegi in fiore. Andavamo talvolta a passeggiare appena fuori dalle porte di Milano, lungo i dolci declivi dei prati e i canali che scorrono tranquilli fra i campi. L, lungo il sentiero disseminato di ranuncoli, Carlotta lasciava il mio braccio e correva avanti, gioiosa e piena di vita come una giovane puledra che appena ha principiato a scoprire il mondo. Mi incitava a seguirla, ma ella mi sfuggiva con agili

balzi, saltando di qua e di l attorno a un tronco di quercia, i piccoli piedi scalzi da pastorella. Poi mi abbracciava, ansante, e insieme cadevamo sull'erba odorosa del profumo della menta. Talvolta, invece, ella si faceva pensosa, e la vedevo intenta a fissare con occhi umidi e stupiti una fronda agitata dal vento, una farfalla aleggiante intorno a un fiore, o una stilla di rugiada tremolante su una foglia, e volgeva intorno lo sguardo, come a cercare il senso di questa vasta vita dell'Infinito. Un giorno dei primi di maggio, noi si stava seduti su un argine erboso, a guardare le acque del canale che scorrevano limpide e pure, e i riflessi del sole che, come scherzi di folletto, danzavano sulla superficie, quand'ecco che udimmo un grido terribile, e vedemmo una giovane donna cadere svenuta, e il suo innamorato tentare di rianimarla, mentre un altro giovane, pallido di una sorta di mortale sgomento, indicava verso l'acqua: Laggi!... Guardate!... Aiuto, per amor del cielo, aiuto!. Subito accorremmo al richiamo; molte altre persone si stavano affollando sull'argine, agitando le braccia, urlando, imprecando, pregando, in preda a un sentimento che parea di vivo raccapriccio. Ci trovavamo in un luogo in cui il canale si allargava a formare un piccolo golfo circondato da salici che piegavano le loro fronde sull'acqua. E l, nel punto in cui i rami piangenti degli alberi si congiungevano alle erbe di palude, vedemmo ondeggiare ciocche inanellate di una capigliatura bionda, e affiorare un volto... Oh! Come esprimere colle parole la piet, il ribrezzo, la commozione che provammo? La morte non aveva iniziato ancora la sua opera distruttrice su quei lineamenti, e pure... il volto di un cadavere un sommo poema, in cui le anime elette leggono il presagio del loro destino. Quel corpo, fatto per parlare il linguaggio dell'amore, gi principiava a disfarsi e a rivelare

lo scheletro, e gi da quegli occhi che un tempo lampeggiavano soavi promesse e inviti, si indovinava l'affacciarsi del verme... Nuda e straziata, la giovane donna galleggiava nello stagno come Ofelia, un braccio ripiegato verso il capo e ancorato a un ramo abbattuto. La corrente, sbattendo quei poveri resti, ci rivel tosto il supremo orrore... ella aveva avuto i piedi mozzati! Un pallore d'agonia si diffuse sul volto di Carlotta. Ella retrocesse, si cacci le mani fra i capelli; ma l'urlo non volle uscire dalle sue labbra, ed ella parea quasi soffocare. Mi volse le spalle, e fugg via. Pi tardi, in una trattoria di campagna in cui avevo condotto Carlotta per riconfortarla, un oste, co' modi franchi e onesti della gente del popolo, ci narr dei tristi casi verificatisi di recente in quei luoghi. Era accaduto, cio, che altre giovani e avvenenti fanciulle erano sparite, talune da Milano, altre dalla campagna; ed erano state poi ritrovate nei corsi d'acqua che attraversano e circondano la citt. Le sventurate vittime avevano subto atroci mutilazioni in svariate parti del corpo; chi aveva avuto la testa spiccata dal collo, chi le braccia, le gambe, l'addome o il busto. Erano sia semplici ragazze delle pi umili classi sociali, operaie e prostitute, sia, disse l'oste, "gran signorone, figlie di conti e duchi, con servi e carrozza". Io ero ammutolito dallo stupore, la storia pareami quanto di pi incredibile avessi mai udito. Non leggete dunque i giornali? intervenne un avventore, un tale distinto, dal ventre prominente, col monocolo e una certa aria da professore, o da notaio di provincia. Ahim, signore risposi. Temo che, ne' tre mesi da che mi sono innamorato, ho vissuto troppo contemplando la luna, e assai poco questa terra. Ebbene, sappiate che v' a Milano un assassino quale l'umana immaginazione non pu contemplare di pi crude-

le, un folle sanguinario... Egli sottopone le sue vittime a quelle orribili sevizie mentre vivono ancora... Le seziona, le mutila, le taglia... fino a che non muoiono. Non posso credere che esista sulla terra un simile mostro.... un demonio, vi dico, un incubo partorito dall'Inferno per affliggerci durante la veglia! Io cercavo di rifocillare Carlotta, avvicinandole un bicchier di vino alle labbra, ma ella rifiutava di assumere alcunch. Se ne stava seduta, inerte, come apatica, e pareva non udire nulla, non curarsi di nulla. Le strinsi le mani per darle conforto. Esse erano fredde e molli, abbandonate in grembo, come prive di vita.

Da quel giorno la mia amica, solitamente lieta e avvezza a folleggiare, non fu pi la stessa. Ella aveva sempre vissuto spensierata, ignara di tutto ci che vi ha di sozzo, abietto e brutale nella natura umana e della societ. Ora che aveva conosciuto finalmente le brutture del reale, parea che quel santo oblio del dolore, che proprio della giovent, l'avesse lasciata per sempre. Noi andavamo talvolta, a cena, in un ritrovo nei pressi del Teatro della Scala, dove si mangiava con pochi soldi e ci si riuniva, tutti noi scapigliati e le nostre amanti, a bere e a discorrere di arte, di politica, di romanzi, d'amore e altre amenit. Era una cantina gelida, percorsa da spifferi in ognuno dei quattro angoli, ma la riscaldavamo col calore dell'amicizia, l'entusiasmo dei vent'anni, e il fuoco degli ideali. Noi parlavamo il medesimo linguaggio, i nostri cuori battevano come uno solo; gli stessi versi ci esaltavano, le stesse reminiscenze ci commuovevano, le stesse infamie ci facevano fremere di sdegno. Quando, travolti da improvvisa ricchezza, ci davamo a orgie scatenate e bevevamo vino francese, punch, grappa, e grandi bicchieri di certo amarone

che ci inebriavano, allora il riso saliva alle nostre labbra come la schiuma dello spumante, le nostre anime pervase dall'ubriachezza si libravano al di sopra della trista realt, e breve diventava la distanza dai nostri sogni pi pazzi e pi cari, al punto che quasi potevano afferrarli, trattenerli... Una sera, dunque, Carlotta mi disse che, sentendosi un poco stanca e desiderando rimanere sola, andassi io pure a incontrare gli amici, e al ritorno a casa l'avrei trovata riposata, e pronta a rispondere alle mie carezze con pi appassionate carezze. Cos, andai... Oh, perch nessun presentimento, nessun avvertimento dal Cielo, mi trattenne quella notte sull'uscio di casa, costringendomi a far ritorno sui miei passi? Fra i nostri amici, ricordo, v'era Pietro, un giovane tarchiato, dalla gran barba a ventaglio, di buon carattere, con occhi cerulei in cui perennemente ardeva una luce giocosa. Egli era pi vecchio di me, non faceva parte della nostra confraternita di artisti; un tempo era stato pittore, e aveva poi abbandonato tele e pennelli, per dedicarsi alla via pi breve per mandare la gente al cimitero: professava medicina. Gli era rimasta tuttavia una viva passione e attrazione per le belle arti. I nostri studi si toccavano in un solo punto, l'anatomia, e spesso io gli avevo chiesto aiuto e consiglio circa il funzionamento delle articolazioni delle ossa e dei muscoli, per dipingere la figura umana nella stasi e in movimento. Quando entrai, i miei compagni erano seduti in gruppo intorno alla piccola stufa a legna, perch faceva ancora freddo bench fossimo in primavera inoltrata, e Pietro era intento a discorrere animatamente con un signore che non conoscevo. Mi avvicinai; egli mi scorse e grid: un gran pezzo davvero che non ti vediamo, cos che dimentichi gli amici di sbronza e di bolletta?.

Ti porgo le mie pi umili scuse dissi, scompigliandogli i capelli gi irti e scomposti. Gli che sono stato molto occupato. S, occupato a tubare con la tua colomba replic Pietro, ammiccando con quei suoi occhi pieni di bont, e sorridendo scherzoso. Ti perdono. Siedi, e bevi con noi un po' di birra! Poi, passandomi il suo boccale, accenn al signore che gli stava accanto, mi indic, e ci present reciprocamente. Al solo sentire le sillabe che componevano il suo nome, ebbi un sussulto di sorpresa e d'emozione. Quell'uomo era Gherardo B***! Da tempo desideravo incontrarvi esclamai con sincera ammirazione. La vostra Anatomia estetica una magnifica opera. Sono onorato di potervi stringere la mano! Posso affermare senza tema di esagerare, signore, che al vostro lavoro devo non poco di quel modesto progresso che compii nella mia arte! Io avevo in fatti letto con grande interesse quel suo eccelso trattato sul corpo umano, in cui avevo ravvisato pi lo slancio visionario del poeta che l'arida teoria dello scienziato, e un culto appassionato del bello, quella stessa possessione quasi mistica che mi aveva costretto a vegliare per notti e notti a lume di candela davanti a una tela. Oltre a ci, la sua fama di bizzarro e di lunatico s'era diffusa nel nostro piccolo gruppo come un vento gravido di mille cupe e fantastiche dicerie, degne della fantasia di un Hoffmann o di un Poe. Quel libro cosa assai fiacca e ormai superata rispose calmo Gherardo B***. Da qualche tempo mi sto dedicando a una nuova opera, e se la fortuna mi assiste e non verranno a mancarmi le forze, quand'essa giunger a compimento sar in grado di mostrare al mondo un autentico prodigio. Le sue parole causarono in me un grande stupore. Sapevo

che egli aveva lavorato al suo libro per nove lunghi anni, eppure non ne dimostrava pi di me, che ne avevo allora venticinque. Ancora ragazzo, perci, doveva aver intrapreso il suo eccezionale studio di indagine anatomica. Quell'uomo aveva trascorso gli anni migliori della sua giovinezza in un cupo laboratorio dell'ospedale Fatebenefratelli, curvo su una tavola di marmo bianco, a sezionare i resti mortali dei derelitti che la societ fa morire di fame e di stenti, a frugare in quei cadaveri per carpirne i meccanismi riposti, per svelarne i segreti. E prima ancora, appena fanciullo, aveva sezionato dal vivo topi e lucertole, galline, gatti e conigli e persino, si mormorava, un grosso cane che aveva guaito e patito fino a esalare l'ultimo respiro, mentr'egli, senza tradire la minima compassione, lo lacerava e dilaniava, e intanto osservava e disegnava. Di quale mai prodigio aveva egli inteso parlare, fino a dove intendeva dunque spingersi? Bastava questo pensiero a far rabbrividire l'animo pi audace; ma a incutere timore era soprattutto l'aspetto dell'anatomista. Lungo e pallido, imberbe, smilzo e affatto privo, all'apparenza, di forza fisica, era animato per da una sorta di energia nervosa e spirituale; i lunghi capelli, pi gialli che biondi, del colore delle stoppie bruciate, gli cadevano in disordine sulle magre spalle. I suoi occhi, piccoli e chiari sotto un'alta fronte prominente, sprizzavano fredde scintille; sotto il naso aquilino, le labbra sottili si arcuavano talvolta in un sorriso allusivo, inquietante. Egli aveva sembianze di fantasma, pi che d'uomo; nelle sue movenze, nei gesti, nell'espressione, v'era un'aura, un'emanazione, un qualche cosa di immateriale e di astratto. V'era insomma, nella fisionomia di Gherardo B***, un non so che di sinistro e insieme di affascinante, tale da gettarmi in una sorta di oscuro turbamento; al punto che, se egli m'avesse detto Seguimi! avrei forse obbedito, per arrestarmi poi tremante e pieno di paura sull'orlo di un abisso.

Ma, prima che potessi domandargli a quale progetto s'era votato, egli mi precedette: Avete detto che siete artista. Mostratemi dunque un saggio del vostro talento. Io avevo portato con me la mia cartella di disegni; di buon grado l'aprii. Subito, la sua attenzione fu rapita dal mio miglior lavoro: uno schizzo che rappresentava le mani di Carlotta. un lavoro degno di nota. Mai ho potuto contemplare un tratto pi sinuoso e incisivo, una tale maestria nell'uso della matita disse, con voce stranamente dolce, in cui mi parve di sentire come una nota strozzata. Ma chi il modello? E chi potrebbe mai essere? grid Pietro. II suo angelo, la divina Carlotta! lo non credo agli angeli n ai diavoli disse Gherardo B***. Tuttavia, se esistessero gli angeli, non potrebbero avere mani pi belle.

Trascorremmo una settimana intenti alle nostre consuete occupazioni. Grazie all'interessamento e alle conoscenze di un amico letterato, io stavo per partecipare alla mia prima mostra. Un giorno che ero stato a portare i miei quadri all'Esposizione, rincasai tardi, e non trovai Carlotta. Il suo tavolino da lavoro era rovesciato, e a terra erano sparsi aghi, ditali, gomitoli di filo, pezzuole colorate. Mancavano dal guardaroba il suo mantello, e il cappello nuovo che le avevo comprato l'altr'ieri. In preda all'ansia, mi precipitai dabbasso, a interrogare la portinaia: Avete voi veduto uscire la signora?. La vidi rispose quella buona donna salire in tutta fretta su una carrozza scura, che part a spron battuto. Mio Dio! E non vi disse nulla? Vedendola cos tutta trafelata, le domandai se potevo servirla in qualche modo. Ella mi rispose che aveva ricevuto

un messaggio da un vostro amico, che vi era occorso un infortunio, e correva a raggiungervi. Ma vedo che state bene, signore... Che storia mai questa? Signore! Io gi pi non udivo la portiera, m'ero slanciato fuori dal portone. Ahim! La mia dolce sorella, la mia amica, la mia amante, colei di cui avrei fatto la mia sposa! Qualcuno le aveva mandato a dire che io avevo avuto un incidente, che la chiamavo, ed ella, nella sua innocenza, senza indugio era accorsa, non sospettando il tranello! Chi mai aveva voluto trarla in inganno, e perch? mi domandavo, vagando come un insensato per le vie. E poi dicevo fra me: no, Carlotta non ha un nemico al mondo, non pu esservi creatura, per quanto abietta e viziosa, da voler far male alla mia piccola amica! Certamente, v' stato un malinteso, e Carlotta ora all'Esposizione in cerca di me; fra poco la ritrover, e rideremo insieme di questa gran paura. Molto rumore per nulla, diremo gettandoci l'uno nelle braccia dell'altra. Ma, all'Esposizione, non l'avevano vista. Uscendone, con il cuore che batteva tanto forte che mi pareo volersi spezzare, fermai una carrozza di piazza e mi feci condurre all'ospedale Fatebenefratelli. La sera era scesa sulla citt come il nero manto di un malfattore; negre e minacciose ombre divoravano i deboli fuochi dei lumi, e una pioggia lenta e malinconica cominciava allora a cadere sulle strade deserte. Non descriver qui le ore d'angoscia trascorse tra i corridoi in cui giacevano creature umane afflitte dalle pi gravi e pietose infermit, tra le sale chirurgiche e le stanze degli obitori. Io ero in preda a fosche visioni che mi dilaniavano la mente: la mia Carlotta era forse nelle mani di quell'essere innominabile, quell'aguzzino, quell'aborto della natura e della civilt che aveva gi tolto la vita a tante giovani donne! No! Mille volte avrei preferito vederla ammalata o addirittura morta, pur che la morte le fosse giunta sen-

za dolore! Ma dove, come mai aveva potuto quel mostro assassino vederla, concupirla, scoprire dove abitava, e infine ingannarla? A mezzanotte, affranto, uscendo dall'ospedale, feci pochi passi e mi abbattei sulla soglia di una bettola. Le goccie di pioggia, pungendomi sul viso come aghi, si mischiavano alle lacrime. Carlotta! invocai, e mi rispose solo il silenzio della notte. Il vetturino mi aveva atteso e, dal suo posto a cassetta, mi guardava impietosito. Non angustiatevi, signore mi disse. Se la ragazza che cercate salita su una carrozza di piazza, forse qualcuno pu rammentare dove l'ha condotta. Mi aggrappai a questa pur esile speranza, che doveva infatti rivelarsi giusta. In piazza del Duomo descrissi a tutti i vetturini le fattezze di Carlotta, il mantello che portava, la foggia del cappellino nuovo, di paglia, con veletta, adorno di fiori di panno. Uno di coloro la riconobbe. Ella era salita sulla sua carrozza, disse, dove l'attendeva un signore vestito di nero, che portava un alto cilindro, e aveva il volto coperto da una sciarpa. E mi diede l'indirizzo a cui li aveva condotti, e si dichiar disposto a portarmi laggi. Dio ve ne render merito, e oltre a ci avrete anche la mia eterna riconoscenza! Andiamo dunque, per carit! gli dissi. Dopo una breve corsa, mi ritrovai nel quartiere di Brera, davanti a un palazzo di tre piani dall'aspetto severo, che parea un tutt'uno con la pioggia e l'oscurit incombente. Un lampo, che venne a squarciare le tenebre, illumin un portone di massiccio legno d'abete, contornato da un curioso ornamento: un rilievo fatto di tralci di vite, grappoli e cirri intrecciati. Spinsi il portone, entrai in un androne rischiarato appe-

na da un lume a petrolio, dai soffitti a volta, e l, in un angolo, vidi il cappellino di Carlotta! Giaceva davanti ai tre scalini che conducevano alla porta di un locale seminterrato, sotto la cui fessura ardeva e si spegneva, a tratti, un bagliore biancoazzurro. Senza riflettere oltre, mi scagliai con tutte le mie forze contro la porta, e l'abbattei.

La mia mano trema nel tracciare queste righe, la mia scrittura si fa disordinata e concitata; sulla carta le tracce delle mie lacrime si mischiano alle macchie d'inchiostro. E purtroppo, devo parlare di ci che mi accadde in quel luogo, narrare la visione che da quel momento ho avuto perennemente davanti agli occhi ad avvelenare ogni istante della mia vita, e mai ho potuto scacciare neppure chiudendo le palpebre, l'incubo che la notte ha abitato i miei sogni, popolandoli di immagini da gironi infernali... Mi trovavo dunque in una grande stanza quadrata, circondata da ogni lato da scaffali che ospitavano vasi di preparati anatomici, ampolle e fiale, vetrinette che contenevano corpi umani, o parti di corpi, alcuni imbalsamati con tanta arte da conservare le parvenze della vita, altri mummificati e rinsecchiti; e ancora ossa e feti di cani e di gatti e neonati, fra i quali due gemelli deformi uniti per le anche, sculture di gesso rappresentanti gli organi interni e disegni di membra sezionate, teste decomposte fino a mostrare il teschio e maschere mortuarie simili a quelle statue di cera che si vedono talvolta nei musei. Al centro della sala, in mezzo a tutto quel carnevale di immagini funeree, collegato a strani apparecchi che ronzavano e crepitavano, stava un grande vaso trasparente e, nella luce azzurra che si accendeva e si spegneva a intermittenza, mi parve di distinguere una figura, una sagoma spettrale immersa in un liquido rosa pallido. Era una donna... No,

non poteva essere veramente una fanciulla, ma qualche demoniaco inganno architettato per stravolgere i sensi e far perdere la ragione. Ella, o qualunque cosa fosse, era come un'alga di carne, le nude membra che ondeggiavano mollemente come anemoni di mare. Quella sirena, o mostro degli abissi, era bellissima, e pure in quella leggiadria v'era qualcosa di morto, un sentore di sudario, di larva appena levata dalla tomba. Mi avvicinai, come stregato; il cranio scoperchiato era privo di cervello, e... era un'illusione, o si era mossa? No, sicuramente l'elettricit prodotta da quelle macchine, la luce azzurra mi aveva tratto in errore... non poteva essere viva! E pure... quel corpo ebbe un fremito, le palpebre si sollevarono a mostrare le orbite vuote degli occhi, la sua bocca si apri senza emettere suono... Il petto si sollev... Si, quella creatura respirava! Ella viveva! Nello stesso istante in cui me ne rendevo conto, udii un riso sommesso, e da dietro il vaso, quasi fosse il riflesso dell'essere galleggiante, vidi apparire Gherardo B***, l'anatomista! Se ne stava orgogliosamente eretto, i riflessi rosa e azzurri che danzavano sul suo volto che parea scavato dal digiuno e dalle notti insonni, gli occhi bianchi in cui ardeva una luce scura. L'espressione era di sfida e ilarit insieme, simile a quella di un fanciullo che ha ideato una qualche marachella; e, quando parl, scopr i denti in uno strano sorriso maniacale, che mi fece agghiacciare il sangue nelle vene. Siete sorpreso? Pure ve lo dissi, che mi ero votato a una nuova impresa, tale da far scomparire ogni altra mai tentata fino ad oggi nella storia della scienza! E questo, dunque, sarebbe il prodigio che avevate annunciato? gridai, indicando la cosa nel vaso. S. Un'anima disse egli, con quel suo ghigno da lunatico. Un anima in costruzione. Voi vedete qui quello che a nessun occhio umano mai stato concesso di guardare:

un'anima nel suo formarsi. Un'anima di donna. Un'anima? urlai, tremando convulsamente. Avete il coraggio di affermare che possiede un'anima? Osate chiamarla donna? Caro signore, vedo che, come molti altri che pure credono nella scienza e nel progresso, siete vittima dei consueti pregiudizi. Cosa credete sia l'anima, dunque? Un soffio di vento soprannaturale? Una scintilla di luce celeste? L'umana vanit ha creato l'idea di un'anima divina disgiunta dal corpo. Le piante hanno un'anima forse? E gli animali? Non vivono essi, come viviamo noi? E cos' che li fa vivere? Certe particolari attivit della materia che li compone. E cos' che li fa morire? L'inerzia di tale materia, ecco tutto. Ci che usate chiamare anima, forma una sola cosa con ci che dite materia. Guardai la creatura nel vaso, il frutto abnorme di innumerevoli assassinii, sofferenze e spargimento di sangue. Ella seguitava a muovere le labbra, come se pregasse; mi sforzai di leggere quelle parole, ma mi parvero sillabe vane, senza suono e senza senso. Le lacrime mi salirono agli occhi. L'uomo stato dotato di esistenza intelligente dissi. Non potrete mai spiegare con codeste vostre teorie il genio del poeta, la passione dell'amante, lo slancio mistico del santo.... Ecco che ricadete nel solito errore! II pensiero materia, null'altro che materia! Noi abbiamo scoperto il mistero dell'esistenza vegetativa e bestiale; ora stiamo per svelare quello dell'esistenza intelligente. L'arte abbraccia la scienza; fisiologia e psicologia sono un'unica disciplina di studio! Il ciclo vitale di una foglia e la mente dell'Alighieri partecipano della medesima sostanza; differiscono solamente nei gradi e nei modi della loro composizione. S... l'anima una combinazione di molecole, e i pensieri e i sentimenti non sono che infinite aggregazioni di atomi! nel cervello, per

l'energia sprigionata dal comporsi e scomporsi degli atomi, che si formano l'intelligenza, i sogni, la memoria, la razionalit, l'immaginazione! E pi ancora... Io cerco l'anima in tutta la macchina umana nella sua interezza... nei tessuti... nelle ossa... nel sangue... nei visceri.... Nel dir questo, Gherardo B*** saltellava girando tutto attorno al vaso e agitando le braccia e ridendo, con un curioso moto da automa che mi parve insopportabilmente osceno e maligno. Basta! urlai. Smettete, tacete! Voi avete suppliziato e smembrato fanciulle innocenti, strappato figlie e spose alle loro famiglie! Chi, cosa mai vi dava il diritto di prendere quelle vite, quale follia vi ha indotto a separare quelle anime vere dal corpo? Anime vere? Avete detto anime vere? disse l'anatomista, con disprezzo. E chi mai, in coscienza, potr rimpiangere l'esistenza di quelle donne? Chi avvertir la loro mancanza? Sciocche, vanitose, civette e sgualdrine, ecco cos'erano! Mentitrici, infingarde e infedeli, ipocrite, bigotte, teste vuote! Esseri incompleti e difettosi, colmi di tutti quei vizi, di quei bassi istinti, che dalla pi remota antichit hanno spezzato l'animo e la risoluzione degli uomini! No, non erano nulla, a paragone di... di colei che verr per mezzo della mia opera! Nel pronunciare le ultime parole, la voce di Gherardo B*** s'era fatta pi bassa, quasi un sussurro, e vibrava di desiderio... come la dichiarazione d'un amante. Ascoltate prosegu, guardandomi fisso. Vi dir quello che non ho mai confessato a nessun amico... non avendo avuto un amico a cui confessare alcunch. Io nacqui diverso dagli altri uomini... S, nacqui malato, se amare l'ideale una malattia; e nacqui colpevole, se il bisogno di essere amato una colpa. Da bambino, fui sempre solo. La mia vita fu tanto povera di amicizia, che non mi fu mai possibile pene-

trare nel cuore di un'altra creatura, n aprire il mio. La scienza soltanto, i miei esperimenti, erano tutta la mia consolazione, tutta la mia volutt... Giunto ai venti anni, fui colto da passione violenta, estrema per la donna, non gi una donna, ma la donna ideale; e fu presso a poco nello stesso tempo che mi accorsi che non potevo ispirare nell'animo femminile la bench minima affezione. Le donne si ritraevano da me, mi sfuggivano: mai avrei ispirato amore. E, conoscendole meglio, mi convinsi che erano esse stesse, sciocche triviali con le quali dovevo simulare di non possedere ingegno, se volevo a mala pena essere sopportato, a non meritare affetto, n rispetto, n considerazione alcuna, e riflettei che se non esisteva amore ricambiato, ci era perch nessuna donna, nei pensieri e nei sentimenti, pari all'uomo. Nel dire questo, Gherardo B*** aveva assunto una posa solenne, gli occhi che non guardavano me, n alcuna altra cosa nella stanza, ma qualcosa di lontano e irraggiungibile; sembrava abbracciare un mistero terribile, e la sua espressione era quella di un innamorato che dica alla morte: "T'amo". Era in preda a un'esaltazione che aveva qualcosa di superiore, sembrava irradiare una nostalgia d'inesprimibile, un sogno di vita eroica, un divino desiderio d'infinito, e d'un tratto egli mi apparve come cresciuto di statura, lontano dal mondo e quasi intangibile. Eppure quell'aureola che gli vedevo intorno era incendio di fuoco dell'Inferno, luce del Demonio. Com'era possibile che quel vile, abietto assassino avesse qualche cosa del mistico, del santo? Mi dedicai interamente al mio lavoro seguit nel suo monologo delirante. Vissi con il mio ideale di fanciulla, nel quale trovavo dolcezze che mai avrei tratto da un reale matrimonio. E poi riflettei... Perch un ideale, essendo prodotto dal cervello, cio dalla materia, non potrebbe diventare esso stesso materiale? Cos' che distingue una realt in natura da una realt immaginata, creata? Per anni, investigando

l'interno del corpo umano con passione di scienziato, avevo inseguito con passione di poeta la visione di una bellezza ideale. Avevo scoperto un metodo per mantenere in vita, per mezzo della corrente elettrica, singole parti staccate dai corpi... Si, mi sarei impadronito delle parti pi squisite e perfette di pi corpi, e con esse avrei composto il corpo ideale, l'anima ideale. Voi vedete che la mia compagna non finita... due sole cose sto ancora cercando: gli occhi di una veggente, e il cervello di un genio, e poi l'opera sar compiuta. E allora sar riuscito a creare quello che neppure Dio, se esiste, ha mai creato: un'anima nuova, priva di difetti, un'anima di donna pura come il diamante, dotata di onest, forza e fedelt, di intelligenza pari a quella dell'uomo, la bellezza assoluta di un corpo che anima e di un'anima che corpo, la vera... sublime... anima di donna! Gherardo B*** congiunse le mani sul petto, e chiuse gli occhi. Io ero rimasto paralizzato dall'orrore, dalla repugnanza, e, oser confessarlo? anche dimentico di tutto, rapito dallo strano fascino che emanava da lui, quasi lo sentissi in qualche modo fratello, compagno delle mie pi segrete e folli illusioni. Guardai la forma immersa in quell'acquario, la sublime anima di donna: era mai possibile che l'anima dunque fosse nella materia e che Gherardo B***, come un coltivatore che innesta una pianta su un'altra per ottenere un frutto mai visto, avesse trovato il modo di produrla? In quell'istante, vidi le mani della creatura, e subito mi riscossi. Mi sovvenni allora dell'ammirazione che Gherardo B*** aveva manifestato per le mani di Carlotta; avevo visto le sue pupille accendersi di uno strano bagliore, lo avevo udito lodare quelle mani da angelo. Carlotta! Dov' Carlotta? L'amate dunque ancora? disse l'anatomista, in tono di scherno. Se volete ostinarvi ad amare una femmina imper-

fetta, andate dunque! Ella di sopra, che vi aspetta! Mi slanciai fuori dal laboratorio, corsi su per le scale, sfondai un uscio, mi precipitai in una camera, contro le cortine d un letto a baldacchino... Carlotta era l, e giaceva allungata, composta, gi rigida. La si sarebbe detta morta serenamente; ma gli occhi sbarrati, stravolti, lasciavano intendere lo stupore d'esser tradita, e l'angoscia dell'agonia. Mia amata! gridai. Sollevai con un sol gesto il bianco sudario che la copriva. Sotto, le coltri e le lenzuola erano zuppe di sangue, ed ella aveva due moncherini in vece delle mani! Caddi su di lei, squassato da un riso di idiota.

L'infelice che verg queste righe, rinvenuto pazzo presso un canale accanto al corpo mutilato di una delle sue vittime e giudicato colpevole di turpi assassinii di giovani donne, mor suicida nel manicomio di Milano, nel 1868.

Un nome da prefazioni Q

uel mattino di fine marzo, appena sveglia, Mariarita Fortis aveva in mente una poesia di Emilio Praga. Le ultime visioni prima del risveglio erano state vivide e folgoranti come un videoclip musicale: immagini scollegate e crepuscolari che non ricordava pi al momento di aprire gli occhi. Ma nella testa, ancora perduta nel sogno recente, tra estasi e incubo, una voce lontana, cadenzata, recitava i versi di Preludio:

Noi siamo i figli dei padri ammalati: aquile al tempo di mutar le piume, svolazziam muti, attoniti, affamati sull'agonia di un nume.

L'aveva ascoltata fin dalla sera prima, quella poesia, come una di quelle canzoni che si ripetono ossessivamente non si sa perch, fino a quando le parole, frammentandosi e sdoppiandosi in un'eco infinita, non l'avevano accompagnata nel sonno. Poltrendo nel letto, Mariarita si divert a ricostruire mentalmente un videoclip di Preludio: inquadrature sghembe a perdifiato, scenario metropolitano in un'alba grigia d fumi industriali, treno tatuato di graffiti che sfreccia lungo una ferrovia sopraelevata, e poi...? Ragazzi e ragazze che corrono verso la cinepresa, in anfibi e tute di pelle da motociclisti, come una mandria di giovani animali selvaggi, maleducati, un po' sudici, ma pur sempre vulnerabili, teneri; mostrano la lingua avvici-

nando il viso al grandangolo, dipingono l'obiettivo di vernice spray: buio, dissolvenza in chiusura. E subito si riapre un'immagine onirica... sicuramente qualcosa che rappresenti l'Ideale, ma cosa? Una ragazza nuda su un prato, sotto la pioggia, con il corpo coperto di terra e fili d'erba? Una statua che rappresenta una ragazza nuda, in un parco sotto la pioggia, che si anima e tende le braccia? Un ragazzo che innaffia una piantina finch non sboccia una rosa, un ragazzo che suona una chitarra elettrica su un palco, lo stesso ragazzo che si stringe un laccio emostatico al braccio, e si inietta una dose di ero, con una goccia di sangue che si spande nel liquido della siringa? Una ragazza nuda e morta, risuscitata dalle lacrime e dai baci, che rimuore poi, come muoiono i sogni, fra le macerie di un cantiere di costruzioni, a pochi passi da una discarica di rifiuti? Mariarita volt la testa verso la finestra. Attraverso le fessure delle persiane, la luce le fer gli occhi: lame color ghiaccio cupo, che si accendevano a tratti di oro pallido, un oro a poco prezzo: l'illuminazione di Milano in un'indecisa giornata di mezza stagione, l'ultimo marzo, l'ultima primavera del millennio, con il sole velato dalla foschia e dallo smog. Tolti i tappi di cera dalle orecchie, Mariarita ritrov il rumore familiare della casa: suoni attutiti, porte sbattute, tacchi affrettati sul pianerottolo, urto metallico dell'ascensore che si ferma al piano, esplosioni improvvise di voci umane, strillo di un bambino, e fuori, attraverso lo sbarramento dei doppi vetri delle finestre, il frastuono della citt: il rombo continuo del traffico, cui facevano da controcanto gli scoppi dei motori truccati, le sirene delle ambulanze e della polizia. La musica di Milano, insomma: entrava nelle orecchie e nella testa, fino a far parte della composizione delle cellule, forse. Ci si abitua a vivere insieme al rumore di Milano, a pensare e lavorare nel suono della citt, come fosse un enorme cuore che spinge in circolo il sangue delle idee, dei progetti, dei desideri. Sotto le lenzuola di cotone rosso, con indosso soltanto una maglietta e un paio di slip, Mariarita si stir e inarc la schiena,

mentre una delle sue due gatte, nera con la macchia bianca, le camminava sul corpo, dai piedi lungo l'addome, fino al petto. Il solletico e la pressione delle zampe dell'animale le procurarono una sensazione di compagnia e conforto. La gatta le si accucci sul seno con piccoli movimenti di assestamento, allung il collo, le annus la faccia, e subito si ritrasse. Mariarita avvert sulle labbra il tocco del nasetto umido e freddo. L'altra gatta, bianca con la macchia nera, stava sulla poltrona di fronte al letto, ritta sulle zampe posteriori, intenta a mulinare quelle anteriori, giocando con il cordone per aprire le tende. Mariarita rimase immobile per non disturbare la gatta nera, respir piano e profondamente, godendosi il soffice peso dell'animale. Chiuse gli occhi, per un attimo scivol nuovamente nel torpore che precede il sonno. Accarezz il dorso della gatta, che cambi posizione; non trovandosi pi a proprio agio, l'animale si lasci ricadere morbidamente sul materasso. Mariarita, allora, si alz, si infil una tuta da ginnastica grigia imitazione Robe di Kappa. Seduta sul tappeto, a tentoni nella penombra, si allacci le stringhe delle scarpe da basket, si rialz, agganci alla vita un borsello con le chiavi di casa, usc, e ritrov la sua Milano.

Mariarita abitava vicino alla fermata della metropolitana Porto di Mare, quanto di pi lontano dal mare si possa immaginare: una porzione di tessuto metropolitano periferico che avrebbe procurato una crisi depressiva acuta (forse accompagnata da tendenze suicide) a chiunque non fosse stato Mariarita. A lei, Porto di Mare ispirava sentimenti quasi materni: simpatia, affetto, e una certa sensazione di "home sweet home". Ami lo schifo? le aveva chiesto un giorno un amico. E lei, annuendo lentamente, aveva risposto: S, amo lo schifo. Lo schifo vicino, nostro, comprensibile: umano. Per amare lo schifo occorre essere umani: tolleranti, equilibrati, comprensivi, come i preti e i poliziotti degli sceneggiati televisivi. La de-

solazione le metteva allegria, ci si trovava perversamente a suo agio, ci si crogiolava dentro, come in una vecchia vestaglia impregnata del suo odore, come in un paio di pantofole rotte. E questo, a pensarci bene, era abbastanza scapigliato. S, a Mariarita piaceva cos. Le piacevano i piloni della strada sopraelevata, i capannoni e i megaparcheggi, l'asfalto crepato e gli edifici affumicati, e la tabaccheria dove si raccoglievano le giocate del totocalcio e del superenalotto, i maxicartelloni pubblicitari e le insegne al neon, la stazione ferroviaria di Rogoredo con il suo traffico di pendolari, quelle zone di spazio aperto che non sanno se appartenere alla citt o all'hinterland, dove si costruiscono nuove villette a schiera e si scavano fossati di lavori in corso, la vetrina pretenziosa dell'estetista e la pizzeria con i camerieri stronzi, le tovaglie macchiate, e quella pizza scadente, dalla pasta collosa, che faceva veramente schifo. Mariarita inspir una boccata d'aria, a pieni polmoni. L'atmosfera della citt non le sembrava tanto tossica, sapeva appena di gas di scappamento, a quell'ora del mattino, e di fresca umidit. L'odore d'insieme non era sgradevole; il vento portava fantasmi di profumi lontani, fritto da ristorante cinese, benzina, aroma di caff dalle macchine per fare il cappuccino dei bar, lozioni e creme per corpi femminili, lubrificanti di macchine, e altro ancora di mixato e squisitamente indecifrabile. La foschia si era diradata, il cielo adesso era sereno, di un celeste opalino, e il sole cominciava a riscaldare. Mariarita si sent felice. Cominci a correre, schivando i pensionati, i ciclisti, le mamme che si trascinavano dietro bambini infagottati, cagnolini al guinzaglio. And a correre oltre Rogoredo, verso i campi da golf circondati dai residence e dalle ultime case rustiche, sui prati dove l'erba inaridita dalle gelate notturne cominciava a far spazio all'erba nuova appena spuntata. Fra ciuffi di verde tenero s'impigliavano brandelli di carta da giornale, kleenex usati ingialliti dalla pioggia sporca, lattine di Pepsi e di birra,

preservativi usati, sacchetti di cellophane, bicchieri di plastica dei fast food con la cannuccia, e... per un attimo, temette di aver calpestato una siringa. Per fortuna si trattava soltanto di una penna biro scarica, frantumata e scricchiolante. Mentre correva, Mariarita canticchi sottovoce la poesia di Emilio Praga, con una cadenza da rap, mescolando arie di diversi brani musicali in un cocktail di sua invenzione. Il ritmo della respirazione e del passo di corsa l'aiutavano a spezzare le frasi, e le parole spezzate l'aiutavano a mantenere il ritmo.

Canto le ebbrezze dei bagni d'azzurro, e l'Ideale che annega nel fango... Non irrider, fratello, al mio sussurro, se qualche volta piango:

giacch pi del mio pallido demone, odio il minio e la maschera al pensiero, giacch canto una misera canzone, ma canto il vero!

La poesia reca la data del novembre 1864. S, va bene, ci sono alcune differenze. Ai tempi degli scapigliati, Dio non era proprio crepato del tutto, cominciava appena ad accusare i primi malesseri; oggi assente da decenni sui nostri schermi. Nell'Ottocento si drogavano di bevande alcoliche e di assenzio, e oggi ci si fa di eroina, coca ed ecstasy. Che altro? Ah, gi, i mezzi di trasporto. Loro usavano cavalli e carrozze, e non sapevano cosa fosse l'inquinamento ambientale. E Milano non era ancora rumorosa. Non come oggi, almeno. Com'era la musica di Milano, un secolo e mezzo fa? Un silenzio rotto da zoccoli e fragore di ruote sul selciato, voci umane, grida di venditori ambulanti. Per il resto, pi o meno tutto uguale: anche le chiome che scendono in lunghe ciocche lussureggianti oltre le spalle, e quegli alti cappelli a cilindro che oggi portano i cantanti, i deejay e gli arbitri dell'eleganza.

S, insomma, il dramma lo stesso, oggi come centocinquant'anni fa: Dio morto, anche i poeti laureati sono morti, e non ne vedevamo l'ora; noi siamo malati, figli di madri tossiche che ci hanno avvelenati nell'utero, tossici della terza generazione. Non sappiamo pi chi siamo e che cazzo vogliamo, ma non dite che non abbiamo valori e ideali, questo non giusto, una vigliaccata, noi siamo veri: odiamo noi stessi ma ancora di pi l'ipocrisia. Se non abbiamo molto da dare, perch voi non ci avete dato nulla. I nostri "No" sono tutto quanto ci resta, tutto quanto sappiamo e siamo, perci, se vi va, okay, altrimenti fottetevi. Molte pagine scapigliate, ripulite da una certa antichit linguistica, sembrerebbero scritte l'anno scorso. Se Praga, Boito, Tarchetti e gli altri erano attuali allora, come sarebbero oggi? Su Internet, Mariarita ha trovato i loro nomi accostati a quelli dei gruppi musicali "death metal". S, forse gli scrittori della Scapigliatura lombarda parteciperebbero a quel tipo di cultura giovanile, suonerebbero e canterebbero in band con nomi come Sepultura, Autopsy, Black Sabbath, Suicidal Tendencies eccetera. E avrebbero copertine di dischi con teschi scarnificati e tombe, e videoclip pieni di visioni di funerali con bare di bambini, spettri bianchi come gigli, cimiteri di campagna sotto la luna, autopsie profanatrici su splendidi corpi di morti apparenti. Sarebbero superstar dell'ironia, degli amori trasgressivi e del suicidio. Oppure no: anticonformisti fino alle estreme conseguenze, oggi volterebbero le spalle alla pubblicit facile, al macabro di successo, alla trasgressione da grandi magazzini, e cercherebbero vie pi impervie, sentieri poco battuti, modi sofisticati per non essere uguali, per dire ancora, estremamente, di no. Forse, si rifugerebbero in quel "convento ideale" in riva al mare, tra i fiori e il silenzio, in cui Praga sognava di andare a invecchiare in compagnia dei sette peccati capitali. E, in quel convento, riprenderebbero a sognare nuovi sogni, a inventare nuove storie. E saprebbero, forse, lavorare sull'impossibile: meravigliarci.

Scapigliati, belli e dannati. Sesso, droga e rock'n roll. Irriverenti, funerei, buffoni, sconvolti, infiammati, isterici, estatici, persi nel perenne trip della "grande illusione". E italiani. Wonderful, wonderful scapigliati.

L'appartamento di Mariarita, che in gergo immobiliare verrebbe classificato come bilocale con servizi, ristrutturato, in piccola corte, si trova al terzo e ultimo piano di una vecchia casa di ringhiera rimessa a nuovo. Si entra direttamente in un soggiorno con angolo cottura arredato con brutti accessori in stile tirolese, che Mariarita, per comodit, ha acquistato in blocco dal precedente inquilino; si passa poi, attraverso un breve corridoio su cui si affacciano il bagno e il ripostiglio, in una camera da letto di pianta quadrata arredata con mobili Ikea: un letto, un divano con due poltrone, armadio, libreria con scaffale per il televisore e il videoregistratore, e scrivania portacomputer. Spazio minimo, spazio necessario, per girare intorno ai mobili, scivolare fra il divano e il televisore, schiacciarsi fra una sedia e lo schermo del computer, cuocere gli spaghetti, lavarsi, sdraiarsi per dormire. Una delle frasi autoironiche che Mariarita ama dire agli amici che vengono a visitarla : Una stanza tutta per me ce l'ho: ora me ne occorrerebbe un'altra. Il territorio, insomma, permette soltanto di sgusciare intorno, mentre le due gatte sgusciano intorno alla padrona di casa. In questo momento, invece, dormono tranquille sul letto sfatto, l'una con la testa sulla coda dell'altra. Per fortuna, vanno molto d'accordo; dormono insieme, passano lunghe ore a contemplare non si sa che, qualcosa di imponderabile, invisibile per gli umani. Altra frase autoironica che riscuote molto successo: Sono gatte lesbiche e buddiste. Ci sono soltanto due finestre: una, protetta da un'inferriata (la citt violenta, bisogna tenere i briganti fuori dal fortino), d sul pianerottolo esterno; l'altra, quella della camera da letto, si affaccia sul retro, su una strada stretta, con tre alberelli che

arrivano fino al primo piano dell'edificio e sembrano formare, visti dall'alto, un cuscino verde. Oltre gli alberi cuccioli, dal fusto ancora sottile e flessibile, sempre potati in forma tonda, c' un muretto sbrecciato e, al di l del muro, il parcheggio dei tir di una ditta corriere espresso. "Viaggiamo alla velocit del pensiero", dice lo slogan sulla fiancata degli automezzi. Mariarita lo interpreta come una frase augurale (tipo in bocca al lupo o in culo alla balena); spera di essere veloce come i pacchi che viaggiano su quei tir, veloce nella vita, nella carriera, nell'amore... o, almeno, non tanto lenta da essere lasciata indietro, a morire per strada. Ma, ecco, la chiave gira nella serratura, i cardini cigolano, e si sente lo schianto secco della porta sbattuta. Mariarita rientr a passo di corsa, smorz lo slancio, si ferm contro la parete della camera da letto appoggiandovi le mani, apr la finestra, spalanc le persiane, e lasci che il respiro tornasse regolare, guardando distrattamente di sotto. Un piccione camminava sul marciapiede; ondeggiava svagato, descrivendo una traiettoria a curve come un ubriaco. Mariarita si tolse le scarpe da basket, e le spinse sotto la scrivania. Rifece il letto, pass l'aspirapolvere sui tappeti e sulle tende, lav i piatti rimasti nell'acquaio dalla sera prima. Vaffanculo! grid alla gatta bianca, che infilandosi fra le sue gambe la fece quasi cadere. In bagno, si sfil la tuta da ginnastica. Merda, imprec fra i denti. Aveva battuto il gomito contro le piastrelle, bianche con disegni di casette naf. Si tolse la maglietta e le mutande, e gett gli indumenti nel cesto della biancheria sporca; nel rialzarsi, rischi di battere la testa contro il lavabo. Il bagno era proprio minuscolo.

Ecco Mariarita riflessa nello specchio del bagno, come pu vedersi lei stessa. Sembra composta di due diverse personalit, e anche il suo corpo presenta elementi contrastanti. Sottile,

svelta e nervosa come il suo nome, a volte lenta, linfatica, pesante come il suo fantasticare. Di statura media, slanciata e magra, dalla pelle naturalmente dorata, ha l'aria ottimista e astuta di un animale che si scalda al sole. Somiglia a una lucertola immobile e torpida che in un attimo, con un guizzo rapido e sinuoso, sparisce alla vista. una donna che trascorre la maggior parte delle sue giornate a leggere, pensare, immaginare, e deve poi sfogare la sua energia vitale in improvvise esplosioni di attivit, in gesti e scatti di subitanea accelerazione. Ha i fianchi stretti, ma un seno abbondante, leggermente sproporzionato rispetto alla statura e alla corporatura. Il corpo da trentacinquenne che dimostra sette anni di meno, palestrata, in ottima forma fisica. Porta i capelli color castano scuro tagliati all'altezza delle spalle, scalati, con un ciuffo sulla fronte convessa che talvolta tinge di rosso, di azzurro o d'oro. Ha il tipo di faccia che lei stessa definisce da spot di una caramella: lineamenti da bambina, delicati, quasi leziosi, naso corto e all'ins, bocca piena, da bacio. Lineamenti in contrasto con gli occhi: grandi, neri, seri e intelligenti, simili a specchi affacciati sui desideri di un altro mondo. Sono occhi da strega: per fortuna, oggi la caccia alle streghe non si fa pi. Mentre si lavava, si insaponava, si sciacquava via lo shampoo dagli occhi, riprese a balbettare, in una specie di recitativo, i due versi di Praga che amava di pi. Can-to una mi-sera canzone / ma can-to il ve-ro! Can-to una mi-sera can-zone, ma canto il ve-rooo! cant, gorgogliando con la bocca piena di dentifricio; si strofin i denti, e poi riprese mentre si asciugava i capelli con il phon, quasi gridando: Can-to una mi-sera canzo-ne / ma can-to il ve-rooo, can-to il ve-rooooo! . Belli, belli. A quindici anni, se li avesse conosciuti, li avrebbe trascritti sul suo diario di scuola. Li avrebbe letti a voce alta all'amica del cuore. Li avrebbe commentati in un tema d'italiano. Invece, aveva cominciato a scoprire le opere e la poetica della Scapigliatura solo diversi anni dopo l'universit, assistendo alla proiezione in seconda serata televisiva del film di Ettore Scola Pas-

sione d'amore, tratto da Fosca di Tarchetti. Poi, erano venute le letture dei romanzi, dei racconti neri e fantastici, degli horror, delle ghost story. Ed era nato uno di quegli amori che non precipitano mai nel fango della quotidiana fesseria e pesantezza, perch la morte e la lontananza li conservano. Mariarita non ignorava che il fenomeno aveva origini nella sua sessualit: una specie di erotismo sadomaso, alimentato dall'alcolismo, dalle morti premature, dai suicidi degli scapigliati. Ogni volta che ci pensava, Mariarita si sentiva invadere da una sensazione di voluttuosa gratitudine: in quella zona della coscienza femminile, e lo sapeva bene, che ha portato milioni di donne, nel corso dei secoli, a emozionarsi per Cristi crocifissi, fragili eroi stroncati, e rockstar strangolate nel proprio vomito. Era lo stesso cordoglio divertente e morboso che pu condurre a fare sesso a Parigi, sulla tomba di Jim Morrison. S, era una specie di piet erotica. Passava attraverso la testa, e si scaricava in qualche zona profonda della sua libidine, in una specie di orgasmo che si manteneva teso e costante in quanto non appagato. Mariarita si era innamorata follemente della Scapigliatura e degli scapigliati, ma soprattutto di uno di loro. Le era capitato fin dall'adolescenza di essere presa da questo genere di passioni. I suoi miti non erano cantanti e attori, ma scrittori e poeti, con l'unica eccezione di un ballerino, Vaslav Nijinsky. Veniva travolta da innamoramenti che erano, contemporaneamente, immedesimazioni: voglia di fare l'amore con il suo mito, e anche di assumerne l'identit. Le era capitato a diciassette anni con Arthur Rimbaud, a diciannove con Oscar Wilde, e poi con Jack London, Robert Erwin Howard, Cornell Woolrich. Uomini fatali, inaccessibili, destinati a diventare icone di un'epoca, di una civilt, di un modo di creare. Inventori capaci di lasciare un marchio di fuoco nell'immaginario collettivo. Destinati, come in una tragedia greca, a suicidarsi o farsi suicidare, in una sorta di autocombustione spontanea. Il suo amore del momento era Igino Tarchetti. Igino Pietro Teodoro, detto anche erroneamente Iginio, come lui stesso

molte volte, cadendo in errore sul proprio nome, si firmava; detto anche Ugo, dal nome d'arte che si era scelto, in quanto ammiratore di Ugo Foscolo. Igino Ugo Tarchetti: un ragazzo con molti nomi, ma comunque sempre lui, Iggy Tarchetti, un piemontese che, in un brevissimo momento della sua breve vita, aveva sognato di scrivere come Edgar Allan Poe.

Mariarita indoss un paio di jeans e una delle sue magliette preferite, quella nera con la scritta bianca: BORN TO BE A WINNER. Mentre prendeva il primo caff della giornata, scorse i quotidiani e la posta: pubblicit, una fattura, la lettera di un'amica polacca ("Il papa sta per visitare la Polonia, se viene proprio qui a Lodz, me ne vado io"), altra pubblicit, una cartolina dei suoi genitori in gita in Toscana ("Baci da mamma e pap"), un'altra lettera, di un'altra amica che le rinfacciava il suo comportamento negli ultimi quindici anni ("Sei sempre stata troppo egocentrica, troppo dura, non hai mai accettato di metterti in discussione"), una terza lettera, di una terza amica che le rinfacciava il comportamento attuale ("Tu non ascolti gli altri"), ancora pubblicit, un invito alla presentazione di un libro, in una libreria di cui era cliente. "Mariarita Fortis", era scritto sulla busta. Le piaceva quel "Fortis", anche se non lo avrebbe mai confessato a nessuno. E non lo confessava, infatti; ma lo sottintendeva, con una delle sue frasi autoironiche meglio riuscite: "Ho un nome da prefazioni". Si, Mariarita Fortis era un nome che stava bene in calce a una prefazione, una prefazione importante, magari di una raccolta antologica di avanguardia letteraria, o di una traduzione dell'unico romanzo neozelandese pubblicato nel corso dell'anno in Italia. Lei, purtroppo, non ha mai (ancora, nei momenti di maggiore ottimismo) firmato una prefazione in uno di quei volumi che leggono solo in quattro, ma contano moltissimo. Il suo conseguimento massimo, a tutt'oggi, consiste in due paginette d'introduzione in uno di quei libri che leggono in molti, ma non

contano un cazzo: Cento modi di meditare, un manuale per cultori dilettanti della New age, pubblicato da una casa editrice che sarebbe fallita da l a poco. Per una vera prefazione, in corsa insieme a un fantastilione di altre femmine milanesi da redazione, tutte toste, bellicose, ben truccate fuori e dentro. All'universit, Mariarita si era resa conto ben presto di essere tagliata fuori dalla carriera accademica: le cattedre erano gi anche troppo assediate da folle di brillanti concorrenti, non sarebbe mai riuscita ad arrampicarsi fino a un posto di assistente o di ricercatore. Aveva per passato anni a studiare materie umanistiche che non servono a nessuno, se non a chi destinato a essere pagato per insegnarle. Faceva parte di quella casta che fra s aveva segretamente denominato "i laureati in pi". Aveva provato, per qualche tempo, a insegnare nelle scuole medie superiori; aveva accettato alcune brevi supplenze: pochi giorni, una o due settimane. La pi lunga era durata circa sei mesi, tutto il tempo della maternit dell'insegnante di ruolo incinta, in un liceo classico fuori Milano, in provincia, decisamente in provincia. Era costretta ad alzarsi alle quattro: si faceva mezz'ora di tram fino alla stazione Centrale, quasi un'ora di treno, mezz'ora di pullman, e un'altra mezz'ora a piedi. Era stato un periodo molto divertente: i ragazzi dicevano "cazzo" ogni dieci parole, "vaffanculo" ogni venti, e facevano allusioni oscene ogni volta che potevano, e anche quando non potevano. Mariarita aveva cominciato a esprimersi come loro, e si era impegnata a fondo per superarli, dimezzando i tempi di frequenza dei "cazzo" e dei "vaffanculo", svelando apertamente tutti i doppi sensi osceni (Vuoi forse dire con quel gesto che ti fai le seghe?). E leggeva a voce alta in classe Pietro Aretino e tutti i poeti e scrittori erotici censurati dai programmi scolastici (Credevate di essere originali, scrivendo "viva la fica" nei cessi? L'hanno gi detto, e meglio di voi!). Era finita con un'insurrezione di genitori; una madre le aveva quasi cavato un occhio, e un padre l'aveva mandata affanculo, ma molto educatamente, dandole del lei. Con il preside di sessant'anni, una faccia da

gentiluomo d'altri tempi con il fucile da caccia a tracolla, ricciuta barba color ferro e sopracciglia aggrottate (l'avrebbero scelto per uno spot dei tortellini) si erano quasi scannati (Non avevo mai sentito una donna usare un simile linguaggio!). I ragazzi, per, erano stati tutti dalla sua parte. Quando se n'era andata, l'avevano portata in trionfo come fanno gli americani con i loro campioni di baseball: Mariarita the best, l'asso degli assi. Uno dei suoi ragazzi, rimasto suo amico, era diventato autore di testi per riviste porno, e a lei piaceva credere di averlo aiutato a trovare la sua strada. Quello che l'aveva indotta a desistere dall'insegnamento non era stata la distanza da casa, e neppure i presidi tromboni, mala prospettiva di diventare come tanti suoi amici: supplenti a vita. Se il suo lavoro doveva essere precario, avventuroso, mutevole e affidato all'iniziativa personale, voleva che fosse almeno senza orari, senza programmi e senza superiori diretti. Doveva trovare di che impiegare la sua inutile cultura. Come spesso si legge nei risvolti di copertina biografici a proposito di autori di bestseller americani, aveva fatto di tutto: la collaboratrice free-lance di giornali e riviste, la traduttrice, la manager di compagnia teatrale (la compagnia era fallita), la conduttrice di programmi radiofonici (la radio era fallita), la funzionaria editoriale (la casa editrice era fallita). Attualmente, era lettrice per conto di un uomo politico cattocomunista appartenente a un partito di centro. Aveva ereditato questo lavoro da un suo ex fidanzato che, lasciando l'Italia per andare ad aprire un chiosco di bibite in Thailandia (ci si laurea in Scienze politiche al solo scopo di aprire un chiosco di bibite in Thailandia, pare) le aveva lasciato, oltre a una sorprendente assenza di ricordi, il bilocale a Porto di Mare, le due gatte ancora cucciole, e l'uomo politico. Aveva lasciato la sua precedente abitazione, un monolocale pi vicino al centro, ma pi scomodo in quanto lontano dalla metropolitana, e preso le due stanze al prezzo di una: l'affitto era bloccato. Certo, avrebbe preferito tre stanze al prezzo di due, ma il

mercato immobiliare, a Milano, non funzionava come un discount. Nei limiti della sua disponibilit ad accontentarsi, la casa le era piaciuta. Anche le gatte, belle come gatti da spot dei cibi per gatti, le erano piaciute: le ricordavano lo yin e lo yang, il principio maschile che contiene un punto di principio femminile, e viceversa. In quanto all'uomo politico, le era piaciuto un po' meno, ma pazienza, bisogna pur guadagnarsi da vivere, in un modo o nell'altro. Un'altra famosa frase autoironica era: Bisogna pur guadagnarsi da vivere, in un modo o nell'altro. Nel caso mio, il modo sempre l'altro. Mariarita mise da parte le lettere. Avrebbe risposto quella sera, e solo all'amica polacca, non alle altre due, che le avevano rotto i coglioni. Era ora che si mettesse a lavorare per il suo uomo politico.

Lo chiamava sempre cos, "il mio uomo politico": nei suoi pensieri, e nelle conversazioni private. Quando pensava all'onorevole Gianfrancesco Malenotti, Mariarita vedeva uno scenario da film di fantascienza colta, tipo Blade Runner, un uomo mutante provvisto di interfacce e cavi in cui scorrono linfe verdognole, collegato a un immenso cervello artificiale pensante. Lei era una cellula, o un agglomerato di cellule, di questo cervello. Nessuno le aveva chiesto di tesserarsi al partito; di tessere, non se n'era mai parlato: lei non contava abbastanza perch si ponesse il problema del tesseramento. Mariarita si era semplicemente inserita, come il tassello di un puzzle, in una struttura gerarchica preordinata, e vi era scivolata dentro senza turbare n se stessa, n gli equilibri esistenti. Non era la sola a leggere per l'uomo politico; erano in molti a leggere, selezionare, sintetizzare per lui, a occuparsi dei diversi settori della cultura e dell'attualit: economia e finanza, societ e sociologia, amori e pettegolezzi, psicologia e antropologia, inciuci e tresche, teologia e morale, cinema, spettacolo, letteratura, musica leggera,

sport, e chi pi ne ha pi ne metta. Lei era insomma soltanto una dei molti operai addetti alla catena di montaggio dell'informazione dell'enorme fabbrica che era un personaggio pubblico, troppo occupato nell'immane fatica di apparire, per fermarsi a imparare. In definitiva, la sua inutile cultura tornava, in un certo senso, a esserle utile: si trattava di leggere libri, romanzi e saggi, tutti i libri che contano e forniscono materia di conversazione nei salotti, tutti quelli che occorre citare per fare bella figura, che li si abbia letti o no. Mariarita leggeva, pensava, estrapolava la citazione, e la forniva fresca, come un uovo di gallina. Tutto l. La parte manuale del suo lavoro consisteva nella stesura di una scheda riassuntiva del libro, contenente una breve sinossi e un giudizio critico (non eccessivamente critico), che elaborava al computer e poi spediva via Internet al seguente indirizzo email: malenot@tin.it. Era la casella di posta elettronica dell'agenzia romana che raccoglieva e convogliava tutti gli impulsi, i pensieri, i dati utili all'intelligenza artificiale dell'onorevole. Mariarita storpiava ironicamente l'indirizzo e-mail in: ilmale@hell.it. Attraverso i cervelli di Mariarita e degli altri collaboratori, Malenotti doveva essere in grado di immagazzinare e controllare tutto. La cosa faceva "Grande Fratello" telematico. E aveva del mostruoso. "Com' noto" considerava distrattamente Mariarita "abbiamo una tale abitudine al mostruoso da non pensarci pi." Il libro che Mariarita doveva iniziare a leggere quella mattina era Ristrutturazione, un romanzo breve dello scrittore pulp Raimondo Bianco, milanese, venticinque anni, pubblicato da una prestigiosa casa editrice della sinistra storica, gi da alcuni anni scalata da un megagruppo imprenditoriale. Il romanzo era stato definito uno dei casi letterari dell'anno, e l'onorevole doveva essere in grado di fingere di averlo letto. Mariarita ricordava di aver visto una foto di Raimondo Blanco sull'Espresso: un ragazzo in pantaloni di pelle e anfibi,

maglietta e giacca a vento senza maniche, un collare da cane, bracciali di cuoio, e un tatuaggio su uno dei bicipiti. Un'aquila, un ippogrifo, non si distingueva bene. Era ritratto sullo sfondo di un muro graffitato, mani in tasca, viso glabro finto vulnerabile, occhi infossati, capelli chiari rasati quasi a zero, l'aria di uno che spaventato a morte come se temesse di essere richiamato in guerra. La carriera di Raimondo Bianco era stata simile a quella di molti altri scrittori della sua generazione: opera prima presso un editore piccolo che fa libri che contano (evitare accuratamente gli editori grandi che fanno libri che non contano), opera seconda presso un prestigioso editore della sinistra storica scalato da un megagruppo imprenditoriale. Mariarita scorse brevemente la quarta di copertina: due yuppie pedofili sui trenta, un uomo e una donna, sono fidanzati e complici. La vicenda si svolge nell'arco dei dieci giorni che precedono il loro matrimonio, e il titolo si riferisce alla recente legge sugli sgravi fiscali per le ristrutturazioni di interni. Mentre progettano impianti e rifiniture di lusso e scelgono le piastrelle per il bagno, tengono sequestrati tre bambini nella loro futura casa, li torturano e li violentano. Dopo la cerimonia in chiesa con organo e abito bianco, partono per il viaggio di nozze, dimenticandoli a morire di fame e di sete. Gli operai addetti alla ristrutturazione non si accorgono di nulla, non vedono i corpi martoriati, non sentono le grida disperate. Alla fine, Batman interviene per salvare i bambini e catturare i due criminali, al ritorno dal viaggio di nozze in Sri Lanka, dove hanno fatto turismo sessuale con i minorenni del posto. Perfetto. Seduta alla scrivania, Mariarita accese il computer, entr nel programma di scrittura, impost un file, lo denomin Blanco.doc, e attacc a scrivere una versione modificata del riassunto appena letto in quarta di copertina: "Il libro colpisce al cuore" aggiunse "per l'assoluta sincerit sessuale, al limite della brutalit, e per lo stile rabbioso, sincopato, che riproduce i ritmi delle band metallare" (non aveva ancora letto una riga,

ma si poteva andare tranquilli, quei libri erano tutti sessualmente sinceri, e scritti con rabbia musicale). "Di particolare interesse" prosegu "la caratterizzazione dell'ambiente manageriale, arido e disumanizzante." Fin qui, tutto sul generico, niente di compromettente. Per, bisognava leggerlo sul serio, il libro. Lasciando il computer acceso, a ronzare lievemente con il cursore lampeggiante, Mariarita prese il volumetto e si distese sul divano, raccogliendosi la gatta nera in grembo. Apr a pagina 6, lesse le prime dieci righe, perse il filo; le rilesse, incapace di concentrarsi. Non ne aveva assimilato neppure il senso. Un interrogativo le passava e ripassava per la testa: Tarchetti scriverebbe un libro cos, oggi? E cosa penserebbe di chi lo scrive? Un secolo e mezzo di storia, di avvenimenti politici e culturali, e l'immaginario scapigliato sembra riallacciarsi a quello contemporaneo, senza soluzione di continuit. Da Igino Tarchetti a Raimondo Bianco, passando attraverso l'americanismo e il culto dei generi. Ma c' una differenza. Raimondo Bianco scompone le strutture narrative del passato, e le ricompone sotto nuove ottiche, o fornite di soluzioni inedite, a uso e consumo di un pubblico snob che non sa pi infiammarsi. Igino Tarchetti, invece, secondo Benedetto Croce, non aveva altro merito se non di aver saputo "infiammare gli animi". "Ogni libro che non diverte, fallisce al suo scopo" fa dire Tarchetti alla sua Fosca "Io non leggo n per imparare, n per pensare, leggo per dimenticare". Tarchetti voleva scrivere "allettando", che era come dire: sedurre. Scrivere come accarezzare, baciare, eccitare, masturbare. E i suoi libri raggiungono ancora quei lettori che leggono per evadere, per il gusto di leggere, senza sapere perch leggono, come leggono, e chi leggono. Mariarita avrebbe voluto scrivere un saggio per spiegare tutto questo. Purtroppo, fino a quel momento, era rimasta un'ambizione astratta, che non aveva opportunit concrete di realizzarsi. Perch mai, cazzo, una deve avere un nome da prefazioni, se

non pu fare la prefazione a niente? Basta, basta, lavoriamo per l'uomo politico. Mariarita lesse una trentina di pagine di Ristrutturazione. Poi, squill il telefono.

Era Sonia, una delle ultime amiche che le restavano; le altre erano quasi finite: le aveva esaurite nel corso degli anni, per esserne stata esaurita. Volevo raccontarti com' andata ieri sera. Sonia telefonava a tutte le ore del giorno (e spesso anche della notte) per raccontare com'era andata la mattinata, il pomeriggio, la sera. Era come una soap opera, con una continuity di disgrazie sentimentali intervallate da fulminee estasi da intrippata, di cui Mariarita doveva essere la spettatrice attenta e puntuale. Durava da almeno sette anni: l'amicizia. La soap opera da molto di pi, possiamo dire da sempre, forse dall'era giurassica. Dunque, sono venute Fabiola, Egizia e Astrea, una pittrice che anche sensitiva... Me l'ha presentata Alex (Mariarita non sapeva chi fosse Alex)... Bene, sono state tutt'e tre d'accordo... Lui torner. Torna a casa, Lassie. Vuoi dire che hai organizzato un consulto di maghe? La faccenda delle maghe era iniziata due anni prima, e precisamente da quando Sonia, divorziata da un sindacalista pi vecchio di lei, si era messa con un salumiere pi giovane di lei. Era stata una storia sotto i] segno della magia bianca, scandita da rituali, giri di carte, letture della mano. Il tipo, che lavorava in una Coop, somigliava a Tom Cruise, e aveva una certa presa sul pubblico femminile, specialmente quello che acquistava prosciutto (secondo Mariarita, dipendeva da come lui manovrava l'affettatrice). Andava a letto regolarmente con le clienti, e Sonia era quasi impazzita a furia di sospettarlo, controllarlo, piombargli davanti al banco dei salumi e formaggi per fargli scenate.

Fabiola, cartomante e chiromante, si era offerta per una modica cifra di garantirle una vita affettiva a prova di tradimento, per mezzo di una fattura di legamento amoroso. Sonia si era precipitata a portarle quanto richiesto, oggetti appartenenti all'amato: alcuni capelli, una foto, e un po' di sperma avvolto in una salvietta Fresh and Clean. Lo sperma era secco, ma Fabiola le aveva comunque assicurato la riuscita del rito; e, quando Sonia alla fine era riuscita a portarsi all'altare il salumiere, aveva attribuito tutto il merito di questo successo alla maga. Mariarita aveva conosciuto Fabiola: una bionda tinta sui cinquanta, abbronzatissima, corpulenta, con la faccia rincagnata, unghie dipinte di azzurro lunghe come pugnali e dita coperte di anelli, un'aria da centralinista che sta per andare in pensione. Riceveva la clientela al bar del sottopassaggio della stazione Centrale, come se fosse il suo ufficio, a un tavolo ingombro di tazze di cappuccino vuote sporche di schiuma rappresa, e kleenex appallottolati e stropicciati, che contenevano probabilmente lo sperma degli uomini sui quali doveva operare la sua fattura amorosa. A meno che non fossero tovagliolini che lei usava per pulirsi le labbra. Chiss se li confondeva, durante le pratiche magiche. Nel caso di Sonia, il rito di legamento doveva aver avuto una data di scadenza come un prodotto alimentare, o forse era costato troppo poco, perch, dopo pochi mesi, il salumiere le aveva annunciato che intendeva separarsi, e se n'era andato di casa. A Fabiola era succeduta Egizia, notevolmente pi cara, sensitiva, lettrice del futuro e pranoterapista. Leggeva il futuro a Sonia lavorando con un pendolino. Per uno sproposito di cifra, le aveva tolto il malocchio, e stava dando fondo senza risparmio ai suoi superpoteri per renderle la perduta felicit. Una volta che Mariarita era andata a trovare Sonia, l'aveva trovata seduta in cucina, intenta a fissare una foto del salumiere immersa in una bacinella riempita d'acqua fino all'orlo. Sonia teneva i gomiti sul tavolo, un pendolino fra le mani giunte all'altezza della fronte. Il pendolino oscillava lievemente, pun-

tato sulla foto, descrivendo piccoli cerchi nell'aria, e Sonia lo guardava fisso, con un'espressione da fachiro. Se fosse riuscita a magnetizzare l'immagine per tutta la notte, aveva spiegato senza interrompere la sua fanatica concentrazione, lui sarebbe tornato. Mariarita se n'era andata senza disturbarla. In seguito, aveva saputo che Sonia era crollata verso le due del mattino. Fabiola era diventata per Sonia una specie di parente acquisita; si vedevano quasi ogni giorno, ma Sonia da qualche tempo non si fidava pi della maga: non per sfiducia nell'efficacia dei riti, ma perch, secondo lei, Fabiola intascava il denaro, e poi non lavorava con sufficiente professionalit. Oltre a Fabiola ed Egizia, Sonia frequentava una costellazione di altri stregoni e streghe, e seguiva ogni notte un programma televisivo in diretta di oroscopi e responsi delle carte. Quando riusciva a prendere la linea, i maghi le facevano un preventivo sui lavori da eseguire per allontanare da lei la negativit; dopodich, Sonia riceveva a casa il materiale rituale (ceri per purificazione, salmi per invocare le entit angeliche eccetera) e pagava contrassegno. Adesso c'era pure Astrea, che Mariarita conosceva solo come pittrice esoterica. Aveva visto un servizio televisivo sui suoi quadri, che rappresentavano perlopi figure femminili che strisciavano fuori da ruderi, donne allo specchio, e strani soli impastati con lune. ... Torner, e Pi maturo, pi me serio. Anche Molta pazienza, dicono. mi hanno assicurato che sar un altro uomo. responsabile, pronto a impegnarsi in un legase dovr avere ancora molta pazienza, dicono. e poi Torna a casa, Lassie. Torner a dicembre,

Un regalo di Babbo Natale non pot fare a meno di commentare Mariarita. Credi che sia stupida? No.... Lo so che cosa pensi: "Questa caduta nelle grinfie delle fattucchiere e s' completamente bevuto il cervello. una povera donna ignorante e oppressa? No, un'insegnante di lati-

no, laureata con centodieci e lode, assolutamente libera e indipendente. Roba da non credersi!". questo che pensi, vero? No! No, no, no.... Invece s, confessalo! Invece no. Non penso affatto che sei stupida. Io leggo l'oroscopo della guida ai programmi televisivi, e ci credo. Il bello che so che falso. Conosco la tipa che lo scrive; mi ha detto tranquillamente che s'inventa tutto. Ma io ci credo lo stesso. .... Sonia, ci sei ancora? Un ansito profondo, dall'altra parte della linea. S, ci sono. Insomma, ho dei dubbi. A volte ho l'impressione che le maghe mi raccontino un mucchio di stronzate. Mi stanno spolpando il conto in banca. Non ho nemmeno pi i soldi per fare la spesa. E tu? Non mi dici niente? Canto una misera canzone, ma canto il vero. Cosa? Sono versi di Emilio Praga. Li ho in niente da stamattina. Belli, vero? S, sono belli, ma che c'entrano? Niente, Te li recitavo solo per distrarti dal tuo problema. Ah, il mio problema! Perch me lo hai ricordato? Tu cosa ne pensi? Torner? Secondo te mi ama? Ecco. Era quello il problema con le altre donne: esigono ascolto, comprensione, dedizione, ascolto, analisi partecipata e appassionata delle loro minime intermittenze del cuore, e ancora ascolto: ma a senso unico. Non sono disposte a ricambiare. Non che Mariarita le trovi indifferenti o poco affezionate, tutt'altro: ma il solo argomento su cui pu trovarsi a discutere con loro su un terreno comune sono gli uomini, e da quando non ha un fidanzato fisso (l'ultimo stato quello della Thailandia), anche quel terreno franato. Mariarita ha un aspetto sufficientemente femminile e, in alcuni momenti, sufficientemente dolce perch le altre donne facciano su di lei la proiezione dell'amica del cuore-compagna

di campeggio-quasi sorella. Non appena si rende conto che le amiche la stanno usando e abusando come ascoltatrice, Mariarita si irrigidisce, comincia a lanciare segnali di stress, a chiedere in modo subliminale che la smettano di trattarla da cugina o, peggio, da cognata; fugge per un po' e infine, messa con le spalle al muro, sfodera un'ironia un po' pi sferzante, diventa quasi cattiva. Allora, le amiche passano alla controffensiva, e l'accusano di essere fredda, dura, di non ascoltare gli altri. Fino all'estremo insulto: Sei egoista come un uomo. A Mariarita piacerebbe avere un'amica che ascolti le sue cose, che ascolti del suo trip psichedelico con gli scapigliati, dei giochi delle sue gatte, del platano che ha visto dal suo banco attraverso la finestra per tutti gli anni delle elementari, del cavallo a dondolo che le ha regalato il suo zio preferito il Natale del '67, della prefazione che scriverebbe, se potesse, di cose cos. Interessi, passioni, idee, ricordi, progetti, depressioni e follie. Il peggio che le sue amiche l'hanno sempre ascoltata, s, ma con l'aria di volerla accontentare, per pochi minuti soltanto, ribattendo con frasi talmente fatte da dare il mal di pancia, e con certi sorrisetti da persone cresciute e indulgenti. I problemi pi urgenti, alla fine, erano sempre rappresentati dagli affettatori di prosciutto, se tornavano o non tornavano, se amavano o non amavano. Ormai, restavano solo Sonia, Dorota (la polacca che vedeva la visita del papa come una calamit), e Consuelo. Quest'ultima era come se fosse perduta: da quando aveva deciso di dedicarsi al mestiere di mamma parlava come un adulto che imiti un bambino. Passava tutto il giorno con il televisore acceso; a forza di cantare al figlio le sigle dei cartoni animati, aveva quasi del tutto smarrito la ragione. Quando Mariarita, per esempio, le chiedeva: Sei felice? rispondeva: Adesso non saprei, devo pensarci su. Richiama fra due o tre giorni. E quando Consuelo raccontava la trama di un film, e Mariarita le domandava chi fosse il regista, la risposta era: Non lo so, non ci bado mai. Veramente, cazzo, ricord Mariarita con sgomento, questo lo diceva an-

che prima di fare un figlio. Mariarita era spaventata dalla prospettiva di restare completamente senza amiche. No, no, bisognava tenersi strette almeno quelle tre, sforzarsi di ascoltare, dal momento che non poteva essere quella che si lagna di non essere ascoltata. Si dispose, perci, con tutta la (poca) gratificazione che traeva dal sacrificarsi, ad ascoltare Sonia. L'ascolt per oltre un'ora.

Quando ebbe finito di ascoltarla, la mattinata era gi finita. Le due gatte, affamate, si stavano scatenando: graffiando l'imbottitura del divano, rovesciando i soprammobili, arrampicandosi sulle tende. Mariarita prepar il loro primo pasto della giornata, croccantini misti per gatti con problemi di peso, e lo serv in un'unica ciotola rosa. Lei non aveva fame. Si accontent di un'insalata preparata la sera prima e un toast al prosciutto e formaggio. Mentre mangiava, accese il televisore e si sintonizz su RAI 2. Si era ricordata che gli uomini politici venivano in quei giorni intervistati circa una possibile caduta del governo, e voleva vedere il suo (di uomo politico, non di governo): probabilmente, se lo avevano intervistato, sarebbe apparso al TG dell'una. E infatti. Eccolo qua, l'onorevole Gianfrancesco Malenotti, in completo blu e cravatta rossa con piccoli disegni di martelli, in mezzo alla calca dei giornalisti, con otto microfoni davanti alla bocca, perfettamente a suo agio: sorride, scuote la testa con aria indulgente, fa cenni come a dire: buoni, state buoni!, e intanto fende la folla piano piano, ma con fermezza, come un maestro di scuola che rimette in riga la scolaresca. Mariarita si chiedeva sempre quanta parte del suo lavoro sarebbe finita in bocca all'onorevole. Si era augurata che durante l'intervista ne fosse emersa almeno una piccola parte; e invece niente, ecco, parlano solo gli altri, di lui soltanto una ri-

presa di sfuggita, mentre muove le labbra senza suono. Bisogna dire, per, che le muove bene. Chiss cosa star dicendo? Certamente, un politico non potr mai dire qualcosa come: "Canto una misera canzone / ma canto il vero". L'onorevole Malenotti alto, bello, con un'aria tra il caposcout che tiene sveglio con i suoi giochi di societ tutto il fal, e il giovin signore inglese che rivela al cameriere confidente i suoi affari di donne. Gli si attribuisce un'et indefinibile fra i trentadue e i quarantasette, pi vicina ai trentadue (ne ha quarantacinque); i capelli precocemente ingrigiti lo ringiovaniscono. Ha lineamenti classici alterati da una tensione interiore che li rende piacevolmente inquietanti, come quelli di certi attori, occhi verdi che piacciono all'elettorato femminile, e un elenco di premi vinti ai tornei di scherma che piace a quello maschile. Figlio di imprenditori, emerso dagli ambienti di Comunione e Liberazione, la sua carriera stata fulminea, senza una sbavatura, apparentemente regalata. Come tutti quelli che si chiamano Gianqualcosa o Pierqualcosa, parla con una spettacolare evve moscia, come un finocchio da commedia anni cinquanta o un aristocratico blas. Mariarita lo definisce "spot di un whisky". Non che abbia una faccia da spot di un whisky: piuttosto , ontologicamente, nella sua essenza stessa, lo spot di un whisky. Sembra dire: sono disinvolto, ironico, talvolta caustico, ma disponibile e attento ai problemi della gente; terribilmente in gamba, s, ma anch'io commetto errori; attenti per, non sottovalutatemi, perch sono generoso, ma anche implacabile. In effetti, possiede tutte queste qualit. Ed casto. Vergine, a quanto ha confessato lui stesso, senza il minimo imbarazzo. A chiunque altro arrivi vergine alla sua et, viene consigliata una terapia presso un centro di igiene mentale. Nel caso dell'onorevole Malenotti, nessuno trova niente da ridire. il ritratto dell'energia, della sicurezza di s, della soddisfazione e del benessere; irradia quell'autorevolezza che pu esibire solo chi ha avuto dal mondo tutto ci che si pu volere, e anche di pi. Malgrado e forse a causa della castit, suscita sentimenti di ri-

spetto, ammirazione, timore. Gli italiani dovevano chiedersi, come Mariarita: "Se quest'uomo non scopa, cosa fa?" e hanno paura di trovare una risposta. Mariarita lo aveva incontrato di persona una sola volta; glielo avevano presentato a una festa di partito, concesso, se cos si pu dire, per pochi istanti: e subito lui era andato a stringere altre mani, a distribuire altrove i suoi sorrisi da squalo e le sue pacchette da mafioso, inghiottito da correnti misteriose, risucchiato in mulinelli di convenienza politica. Era stato un incontro cos informale, oh, s, e lui era stato cos informale: portava un K-way verde oliva e giallo vomito, su un maglione marrone con tre file di cavalli bianchi, o forse non erano cavalli, somigliavano di pi a lama peruviani. Cos, lei una pavte della mia mente pensante! le aveva detto, mentre le scuoteva la mano, e se n'era andato senza ascoltare replica. Non c'era risposta, come si diceva una volta ai lacch che portavano un messaggio. Mariarita si era chiesta quale parte della mente pensante: la memoria? I centri del moto, della parola? A lei piaceva pensare che fosse la ghiandola pineale: la sede dell'immaginazione. Ma, se lui fosse rimasto ad ascoltarla, lei gli avrebbe perversamente raccontato una storiella che le era venuta in mente, e che aveva letto non sapeva pi dove: un giovanotto scemo, sposato con una ragazza sveglia, si reca da una strega per domandarle un grammo di cervello. E la strega, dopo essersi presa gioco di lui, gli dice: Vattene, il tuo grammo di cervello ce l'hai gi, nella testa di tua moglie!. Mariarita spense la televisione, lav i piatti, e si rimise sul divano, a leggere Ristrutturazione. Le due gatte facevano le fusa ai suoi piedi, acciambellate a formare lo yin e lo yang.

Verso la mezzanotte di quello stesso giorno, chi si fosse avventurato lungo l'Alzaia Naviglio Pavese, all'estrema periferia

di Milano sud, avrebbe con ogni probabilit incontrato una donna con un'aria che Mariarita avrebbe definito, e in seguito definir, "da spot di un'automobile": beninteso, che l'auto sia da corsa, e la donna non sia la pupona a fianco del guidatore, ma la guidatrice stessa. La donna, effettivamente, era appena scesa da una BMW blu metallizzata. Chi avesse incrociato questa donna, avrebbe notato che era piuttosto alta, non come una top model ma di statura superiore alla media, che aveva lunghi capelli rossi divisi da una scriminatura centrale, un viso un po' anni settanta, severo e imbronciato, che indossava stivali e un soprabito di vernice. Si sarebbe domandato che cosa mai stesse facendo tutta sola in quel luogo e a quell'ora: e gli sarebbe toccato tornarsene a casa con tutte le sue curiosit insoddisfatte, perch, se interpellata in proposito, la donna lo avrebbe mandato tranquillamente a farsi i cazzi suoi. Era una notte non molto fredda, ma pervasa da un'atmosfera umida e molle, traditrice; e c'era silenzio intorno, a parte il wroaamm a intervalli irregolari delle auto di passaggio. Non era una zona dei navigli particolarmente suggestiva, da scampagnate domenicali: soltanto un lungo nastro d'asfalto, con un distributore di benzina chiuso sulla destra e, a sinistra, fra macchie di arbusti polverosi, un deposito recintato di materiali da costruzione. In lontananza, un quartiere dormitorio che sembrava morto da millenni, come un animale preistorico. Dal canale esalava un sottile odore d'acqua, o piuttosto di terriccio e altre sostanze, pi o meno sane, rilasciate dalla citt, macerate e trasportate in circolo, per poi tornare e tornare di nuovo, sempre. C'erano anche dei retro odori, di nafta, di muffa, di cibi bruciati, di marcio. La donna era diretta verso un barcone ormeggiato lungo il naviglio, una di quelle case galleggianti che si suppone esistano solo nei thriller italiani per far crescere il disagio e lo straniamento nello spettatore, e siano abitate nella vita reale solo da artisti, vagabondi filosofi, nonni saggi, ricconi eccentrici, e altra

gente di quella che normalmente non si incontra quasi mai. Il barcone era grande, piatto, simile a un edificio bombardato e fatiscente, o a una di quelle navi scuola che giacciono da decenni dimenticate nei porti, da cui si pu immaginare di veder scendere fantasmi di marinai coperti di alghe incrostate. Era dipinto con una vernice di un pallido verde pisello, crepata in pi punti a mostrare il legname sfasciato, roso dalla pioggia e dal freddo. E pareva disabitato: nessuna luce dall'interno. La donna rimase per alcuni istanti presso l'imboccatura della stretta passerella di tavole che collegava il barcone con l'argine del naviglio, in atteggiamento dubbioso. A circa duecento metri dal barcone, pi indietro, c'era una cabina telefonica. La donna scroll impercettibilmente le spalle: aveva preso la sua decisione. Torn sui propri passi, entr nella cabina, compose un numero. Parl brevemente e poco, come una che non ha tempo da perdere, accompagnandosi con gesti secchi e risoluti della mano libera. Poi riagganci, usc e si diresse nuovamente verso il barcone, sal sulla passerella, cammin cauta sulle tavole che si incurvavano sotto il suo peso, fino al ponte. Percorse il barcone da poppa a prua, cercando la via per scendere sottocoperta. Scese tre gradini, trov una porta priva di serrature: probabilmente sprangata dall'interno. Senza arrendersi, gir sul retro. C'era una finestra schermata da un foglio di cellophane trasparente fissato con nastro adesivo, dalla quale proveniva una luce di un giallo denso, malato, di urina torbida. La donna estrasse dalla tasca un temperino, tagli il cellophane, e scivol attraverso l'apertura. Si ritrov in un ampio locale di quelli che poi vengono filmati e trasmessi nei telegiornali: pareti tappezzate di simboli satanisti, teste di caprone e svastiche, altari con teste umane decomposte e altri trofei che parevano strappati a qualche cimitero. E candele, decine di candele nere, che ardevano come in una chiesa. Un raggio pi bianco, forse di un faro, sciabolava a tratti, spostandosi lungo la parete di fondo, riflettendosi sulle bottiglie al centro della tavola, per poi sparire, e ritornare an-

cora. Un'altra luce proveniente da fuori, rosso fuoco e lampeggiante, creava suggestioni d'incendio e d'inferno. Queste luci intermittenti facevano danzare le immagini sataniche, i teschi, le candele e tutta la stanza in una specie di frenetico sabba da sogno. In fondo al locale c'era una brandina con un materasso. L sopra, giaceva qualcosa che somigliava a due grossi fagotti avvolti in stracci annodati, e coperti da un piumino nero. La donna si avvicin alla branda. Sotto le coperte, qualcuno si mosse, emise un suono, una specie di guaito infantile. La donna si avvicin ancora. Le assi del barcone scricchiolarono sotto i suoi piedi. Si trovava accanto a uno degli altari, sul quale c'era un grande vaso di cristallo che conteneva collane, bracciali, orecchini, anelli, fra cui uno, d'oro con un grosso rubino, ancora infilato a un dito semiputrefatto color grigio cenere. La persona sulla branda si gir a mostrare il volto, illuminato dal raggio del faro. Era la faccia di uno che non si vedr mai in uno spot: fronte rugosa, guance scavate, mento aguzzo, naso prominente, occhi piccoli, bocca larga, capelli biondicci e stopposi. Il ragazzo (che non dimostrava pi di diciassette o forse diciotto anni) si lament, e ricacci la testa sotto il piumino. La donna fece ancora un passo. Lentamente, si inginocchi e si chin su di lui, come una madre sul letto del figlio. Rimase a guardarlo, a fissarlo intensamente. Sul viso aveva un'espressione indefinibile, pensosa e appassionata, con un retrosorriso che non voleva affiorare. La presenza di lei, la sua attenzione cos invadente e volitiva, dovette farsi strada a poco a poco nella coscienza addormentata del ragazzino (se aveva diciassette anni, ne dimostrava quattordici). Lui sollev la testa, apr gli occhi velati, che non potevano ancora vedere. Scalci via il piumino, come se avesse caldo. Indossava una felpa blu con cappuccio e un paio di mutande bianche che probabilmente portava da un paio di settimane,

e che esalavano un odore dolciastro di sperma; stringeva fra le braccia un orsacchiotto di pelouche, beige, con una curiosa espressione incazzata dovuta agli occhi di plastica, bianchi e storti. Lei lo tocc, con la mano dalle unghie smaltate di nero: non per scuoterlo, ma come per accarezzare qualcosa di prezioso, un oggetto a lungo desiderato, un oggetto che si credeva perduto. O il talismano che deve fornire la spiegazione suprema di tutti i misteri. Lui si sforz di mettere a fuoco l'immagine di lei: capelli rossi nella luce rossa, un viso come una macchia troppo chiara. Si sollev su un gomito, apr la bocca per dire qualcosa. Chi... cominci. Voleva dire "Chi cazzo sei", ma la voce gli si spezz, rauca. Si pass una mano fra i capelli, completamente sveglio. I due rimasero cos, a guardarsi, a lungo. Nessuno dei due sembrava aver paura dell'altro.

Leggende metropolitane Q

uando Mariarita ricevette la visita dei due poliziotti, era lontana anni luce dall'immaginare che stava per conoscere l'unica donna della sua vita in grado di apparirle interessante come un'idea, avvincente come un romanzo, mitica come un uomo. La polizia comparve sul vano della porta di Mariarita un pomeriggio, n presto n tardi, intorno alle tre e mezzo. I poliziotti non erano uno alto e uno basso, n uno buono e uno cattivo, come si immagina siano le coppie di poliziotti. Erano tutti e due pi o meno uguali, stessa altezza, stessa corporatura, stessi capelli scuri, stesse facce normali, infantili, pulite, dagli occhi neri e lucidi come bottoni. Stessa et, fra i ventisette e i trenta, pi probabilmente ventotto. E stessi modi morbidi, distaccati e insieme preoccupati di tutti i giovani sotto i trenta, abbiano o no vinto il concorso in polizia. Lei la signora Mariarita Fortis? Certo, pens Mariarita, potrei anche essere un'altra. E subito dopo pens: come hanno fatto a trovarmi? La risposta era ovvia: il suo nome e indirizzo si trovavano sulla guida della Telecom. Avrebbe piuttosto dovuto chiedersi, e chiedere loro, cosa volevano da lei. Con una certa educazione. S, sono Mariarita Fortis. In cosa posso esservi utile? L'ispettore Trotta ha bisogno di parlarle. Dovrebbe gentilmente seguirci in questura. Subito? Il poliziotto, l'unico che aveva parlato, esit un po'. Sembra-

va perplesso. No... non c' particolare urgenza. Pu venire in Questura anche domattina, o domani pomeriggio, se preferisce. Mariarita riflett, turbata. Perch questo Trotta aveva bisogno di parlare con lei? Una multa non pagata? No, l'ultima multa per divieto di sosta l'aveva regolata a mezzo versamento con bollettino di conto corrente postale; e da quasi un anno, da quando lavorava per l'uomo politico, comunicava via Internet e non doveva correre da un capo all'altro della citt, non usava l'auto. La teneva nel garage condominiale, era felicissima di poterne fare a meno, e stava pensando di venderla. E poi, cosa le veniva in mente? Gli ispettori di polizia non ti convocano per una multa non pagata. Lo scippo di quattro anni prima? Forse i suoi documenti erano stati riciclati da una banda di terroristi? Eppure aveva sporto regolare denuncia: ma, si sa, la burocrazia ignora quello che combinano i terroristi. Temette di essere stata coinvolta, a sua insaputa, in qualche infernale intrigo di Malenotti. Spesso cadeva in una leggera forma di paranoia fantapolitica. pericoloso legarsi a gente come loro le aveva detto sua madre se succede qualcosa ci va di mezzo la gente come noi. Dove gente come noi sta per quelli che lo prendono nel culo, e gente come loro sta per quelli che lo mettono. La polizia aveva il potere di farla sentire colpevole: non di quello che aveva commesso, naturalmente, ma di quello che non aveva commesso. Preferisco subito disse. In questo caso, l'accompagniamo. Abbiamo la macchina. Datemi dieci minuti. L'aspettiamo di sotto. Mariarita and ad aprire il frigo, prese una lattina di birra, la stapp, ne bevve una buona met. Le sue mani tremavano leggermente, mentre si ravviava i capelli, si infilava la prima cosa che le capitava sottomano, una vecchia giacca a vento viola che possedeva da quando aveva quindici anni (nei momenti pi tesi, chiss perch, si indossa sempre l'indumento che valorizza

di meno il corpo). Provava un'oscura ansia da colpevolezza, e insieme una forte curiosit per la novit che doveva affrontare. La casa era stranamente vuota: quando un estraneo si affacciava sulla soglia, le due gatte, timidissime, correvano a rintanarsi in qualche nascondiglio, per riemergerne solo a scampato pericolo. Mariarita si stupiva sempre di quante tane riuscissero a crearsi in un appartamento cos piccolo. Mariarita prese la borsa e le chiavi, scese, e usc dal portoncino. Fuori era una giornata freddina, con grandi nuvole plumbee che passavano nel cielo come pecore ingrugnate. Mariarita attravers la strada, sal sull'auto della polizia mentre il gestore della tabaccheria, dalla soglia del negozio, la guardava con il collo e la testa (cos le parve) protesi verso di lei, in atteggiamento di spudorata inquisizione. L'auto si inser morbidamente nel traffico, lungo la grande arteria che da sudest portava macchine e vite umane verso il cuore di Milano. Non trattandosi di un'ora di punta, il percorso fino alla questura di via Fatebenefratelli fu comodo e relativamente breve. Mariarita era seduta al centro del sedile posteriore, e guardava le nuche dei due poliziotti. Durante tutto il tragitto i tre non si scambiarono una parola. Una volta a destinazione, fu accompagnata all'interno dell'edificio dal poliziotto che fino a quel momento era rimasto completamente muto. Prego le disse, indicandole una porta, e fu tutto. L'aveva fatta accomodare in una grande stanza arredata con una lunga tavola e molte sedie, che pareva la sala riunioni di un consiglio di amministrazione. E il tipo che entr dopo un paio di minuti non sembrava un poliziotto, ma un manager d'assalto, uno di quelli che nei film americani fanno il gioco pulito ma, se un collega tenta di sgambettarli, sanno anche azzannare alla gola. Tipico modello da spot di un'automobile, pens Mariarita: macchina sportiva da citt, modello decappottabile, prototipo di guidatore ganzo con strafiga al fianco, coppia giovane e bril-

lante senza figli. Poteva avere la sua et, forse un anno o due di pi. Alto, biondo, elegante. Completo gessato grigio, presumibilmente firmato, camicia bianca, cravatta sgargiante e spaccona a disegni di penne di pavone. Occhiali da sole: ovalini neri da fighetto. Mi scusi se l'ho fatta aspettare disse, tendendole la mano. Non mi ha fatta aspettare. Lei l'ispettore Trotta? Sono io. Si chieder perch l'ho mandata a cercare. S, me lo chiedo. Vuole seguirmi nel mio ufficio? Staremo pi comodi. A proposito, grazie per essere venuta cos presto. Non c' di che. L'ufficio di Trotta non era molto grande: pareti tinteggiate di un bianco sporco, con larghe chiazze prive d'intonaco, tabellone di polistirolo zeppo di fotografie, cartine topografiche, mappe, foglietti autoadesivi scarabocchiati di messaggi, date, nomi, numeri. Una scrivania di legno consunto, macchiato da inchiostri di stilografiche e caff versati, sfregiato da temperini, bruciato da sigarette, e zeppa di fascicoli, agende, libri, quaderni, fogli sparsi. Una lampada da lavoro, spenta. Un cestino per la carta stracolmo, con altre carte appallottolate a terra, sul pavimento lercio. Un'altra scrivania che ospitava un computer collegato con due stampanti. Su tutto, una patina di usato, di liso, di cose toccate milioni di volte, da un'unica e dilagante impronta unta. Attraverso i vetri incrostati di smog rappreso di un alto finestrone entrava una luce abbacinante, che non veniva schermata da tende o imposte (forse per questo Trotta portava gli occhiali da sole). Quel che si dice un luogo vissuto, pens Mariarita. Pi che un ufficio, sembrava il salotto di un uomo che vive solo e passa le giornate a guardare partite di calcio. Si sieda. Trotta indic a Mariarita una poltrona a rotelle dallo schienale regolabile, foderata di rosso, e and a sedersi dall'altra parte della scrivania. Posso offrirle qualcosa? Un caff? No, grazie. Forse pi tardi.

Trotta si appoggi all'indietro, sullo schienale della poltrona, una caviglia sul ginocchio opposto e, da quella posizione, contempl per un istante Mariarita. Ah, gi, il motivo per cui l'ho chiamata! sbott come se lo ricordasse solo in quel momento. L'ispettore rimise entrambi i piedi a terra; senza alzarsi, fece un balzo trascinando la poltrona a rotelle fino all'altra scrivania, davanti al computer acceso sul cui schermo campeggiavano le icone dei programmi. Venga, si avvicini. Cos vede meglio. Mariarita Io imit, con meno esibizionismo, muovendo la sua poltrona a piccoli scatti in avanti. L'ispettore lanci il programma Trumpet Winsock e si colleg a Internet. Mariarita aveva del tutto dimenticato le sue paranoie da senso di colpa: ormai provava solo curiosit, e un senso di piacevole aspettativa, come quando, da bambini, si aprono i sacchetti delle patatine per vedere la sorpresa che contengono. Trotta selezion il motore di ricerca Yahoo, digit nella casella le parole chiave "Milano + assassino + acqua + mutilazioni", e clicc su "Search". La ricerca automatica dur poco, non pi di una ventina di secondi; sul monitor apparvero una serie di indirizzi web. Il motore di ricerca aveva trovato e fornito i siti in cui erano contenuti tutti gli elementi indicati nella casella delle parole chiave. Con suo enorme stupore, Mariarita lesse il primo indirizzo della lista:

SUBLIME ANIMA DI DONNA. La drammatica vicenda di un pittore e della donna da lui amata, un Frankenstein italiano che insegue il mito della bellezza assoluta, una serie di crimini efferati e sanguinosi, nella Milano fantastica e visionaria degli scapigliati. http://www.fortis.it/scapigliatura/scoperta/html

Quella la mia pagina web! grid.

S. Immagino di s disse Trotta, pensieroso. Clicc sull'indirizzo, e dopo un tempo di attesa leggermente pi lungo, apparve una schermata di fitte parole bianche su fondo nero:

SUBLIME ANIMA DI DONNA

Como, 2 novembre 1868 La mia amante aveva un volto di un ovale dolce e purissimo che pareva dipinto da Raffaello, un incarnato di fresca rosa bianca che si accendeva sulle gote, per pudore o nel culmine del piacere, di un fugace rossore, un naso diritto e sottile di statua greca, e occhi di un nero profondo, un nero mai veduto, lucente come la perla e morbido come il velluto; la sua bocca carnosa, dalle turgide labbra scarlatte, si schiudeva spesso a mostrare il candore abbagliante dei denti, talora nel riso, quando teneramente si burlava di me, talora in un soave sorriso che stendeva sui suoi tratti un dolce velo di melanconia. E che dire, del corpo di Carlotta? Come descrivere la perfezione, la suprema bellezza di quelle forme? Membra snelle e flessuose, che dalle sottili caviglie alla graziosa testolina di ninfa si incurvavano con l'armonia di un vaso antico, un seno di vergine adolescente, dalla linea squisita, tale quelli delle dame del Rinascimento, e le movenze vigorose e trionfanti di una Amazzone, di una Diana cacciatrice. S... se il suo viso aveva i mille incanti della fanciullezza, il suo corpo era da dea. Io ero allora studente di disegno all'Accademia, e Carlotta posava per me. Io la chiamavo la mia Venere bambina e la ritraevo nella posa immortalata da Botticelli, vestita soltanto di un lino leggero, dalle pieghe che ne esaltavano le belle sembianze. No, no diceva arrossendo, quando cercavo di abbassarle la veste sul petto, e scuoteva il capo ostinata. Poi, mutando umore e fattasi all'improvviso audace, scioglieva le trecce bionde e lasciava ricadere la massa copiosa dei suoi capelli biondi sulle spalle, sulle braccia, fino alle reni e sui fianchi. (segue)

Trotta non fece alcun commento, si volt a guardare Mariarita. Non capisco disse lei, confusa. Lo ha scritto lei rispose l'ispettore, in tono ovvio. No, no. Io ho creato la pagina web. Il racconto non mio! E di chi , allora? Non lo so. Come, non lo sa? La conversazione era stata cos concitata e incalzante che Mariarita non aveva ancora avuto il tempo di riflettere. E poi, non le era nemmeno passato per la testa che, fra tutte le ragioni possibili di quella convocazione, saltasse fuori la pagina che aveva pubblicato su Internet, il racconto scapigliato. Deglut, si pass una mano fra i capelli. Non lo so..., riprese. anonimo. L'ho trovato in una libreria antiquaria. Reca soltanto il titolo, e la data e aggiunse, per dare pi forza alle sue dichiarazioni Non so chi l'abbia scritto. Non sa chi l'abbia scritto ripet Trotta, lentamente, scuotendo la testa come se ne dubitasse. Non sa chi l'abbia scritto. E perch lo ha diffuso in rete? un reato? stava per chiedere Mariarita, ma si trattenne in tempo. Dopotutto, doveva collaborare con quel poliziotto, s, ma non aveva nulla di cui giustificarsi con lui, no? Intanto, continuavano a girarle per la testa le parole chiave che lui ave-va digitato: "Milano + assassino + acqua + mutilazioni". Da qualche tempo mi interesso alla Scapigliatura lombarda cominci. Mi piacerebbe curare un volume... scrivere un saggio, con scelta di brani antologici... Insomma, non ho un'idea precisa del tipo di lavoro che sarebbe, e.... perse il filo, si ravvi nuovamente i capelli ("Milano + assassino + acqua + mutilazioni"), ricominci Non ho ancora trovato un editore per il mio progetto, cos ho pensato di... Ero stanca di telefonare, di inviare lettere, fax eccetera. La rete Internet arriva ovunque, in tutto il mondo, e chiunque faccia ricerche sulla Scapigliatura

non pu fare a meno di imbattersi nella mia pagina... Vede, quel racconto una rarit, un inedito di un autore rimasto anonimo, legato agli ambienti della Scapigliatura milanese nel suo periodo di maggior furore, gli anni sessanta, fino al sessantotto... il milleottocentosessantotto, non il nostro sessantotto.... Mariarita ridacchi, si confuse: Ho conosciuto personalmente i maggiori esponenti del movimento, soprattutto Emilio Praga, i fratelli Boito e Igino Tarchetti... No! Non io, evidentemente, ma l'autore del racconto, o almeno ho motivo di crederlo... Cio, ho motivo di credere che l'autore del racconto abbia conosciuto personalmente eccetera. Per quanto... mi sarebbe piaciuto conoscere gli scapigliati, magari viaggiando a ritroso con la macchina del tempo..., Mariarita ridacchi ancora, annaspando sempre di pi. Si tratta di una scoperta piuttosto stimolante, per amatori.... Ho capito. Ha cercato di farsi pubblicit attraverso Internet, disse stancamente Trotta. S sospir Mariarita, sollevata. Trotta digit sulla tastiera del computer. Sul monitor, apparve l'ultima pagina del documento:

Pi tardi, in una trattoria di campagna in cui avevo condotto Carlotta per riconfortarla, un oste, co' modi franchi e onesti della gente del popolo, ci narr dei tristi casi verificatisi di recente in quei luoghi. Era accaduto, cio, che altre giovani e avvenenti fanciulle erano sparite, talune da Milano, altre dalla campagna; ed erano state poi ritrovate nei corsi d'acqua che attraversano e circondano la citt. Le sventurate vittime avevano subto atroci mutilazioni in svariate parti del corpo; chi aveva avuto la testa spiccata dal collo, chi le braccia, le gambe, l'addome o il busto. Erano sia semplici ragazze delle pi umili classi sociali, operaie e prostitute, sia, disse l'oste, gran signorone, figlie di conti e duchi, con servi e carrozza. lo ero ammutolito dallo stupore, la storia pareami quanto di pi incredibile avessi mai udito. Non leggete dunque i giornali? intervenne un avven-

tore, un tale distinto, dal ventre prominente, col monocolo e una certa aria da professore, o da notaio di provincia. Ahim, signore risposi. Temo che, ne' tre mesi da che mi sono innamorato, ho vissuto troppo contemplando la luna, e assai poco questa terra. Ebbene, sappiate che v' a Milano un assassino quale l'umana immaginazione non pu contemplare di pi crudele, un folle sanguinario... Egli sottopone le sue vittime a quelle orribili sevizie mentre vivono ancora... Le seziona, le mutila, le taglia... fino a che non muoiono. (segue)

CHI FOSSE INTERESSATO A QUESTA STRAORDINARIA SCOPERTA, PUO' CONTATTARE MARIARITA FORTIS AL SEGUENTE INDIRIZZO E-MAIL: mr.fortis@libero.it

Cos disse Trotta un eventuale editore interessato alla Scapigliatura si accorgerebbe che lei ha scoperto questo testo inedito, e che stata molto brava a scoprirlo. Immagino che il racconto si interrompa l, dove si parla della serie di delitti, e ci sia un seguito, giusto? Certamente. Non potevo diffonderlo per intero, sarebbe stato come bruciarlo. Se si potesse leggere comodamente su Internet come va a finire, non lo pubblicherebbe pi nessuno. L'ispettore annu. Una pubblicit a puntate, come negli spot della privatizzazione della Banca di Roma disse. E come va a finire? Mariarita si agit sulla poltrona, a disagio (Milano + assassino + acqua + mutilazioni. Perch?). Avrebbe preferito non rivelargli come andava a finire, ma temeva di non poterne fare a meno. Oh... muore anche Carlotta. Questo s'era capito dal principio. Chi l'assassino? Uno scienziato, un anatomista imbalsamatore di cadaveri... uno svitato affetto da una forma di follia quasi mistica... Lui...

lui convinto che l'anima risieda nella materia, nei tessuti, nei muscoli e organi del corpo. Viviseziona le sue vittime per impadronirsi di quelle parti che gli occorrono per comporre la donna dei suoi sogni, le mantiene in vita mediante un procedimento di sua invenzione... Riunendo membra vive in un corpo ideale otterr cos anche l'anima ideale... un'anima femminile che, secondo lui, Dio non ha mai creato... che non esiste in natura. Un po' misogino, l'amico. I peggiori misogini sono anche i pi fanatici adoratori delle donne. "La donna un capolavoro abortito. Tutti i mali della societ dipendono da ci: che si amano le donne o troppo o troppo poco." Chi lo dice? L'assassino del racconto? No. Igino Tarchetti. Ma, scusi, ispettore... posso farle una domanda? Perch ha eseguito una ricerca in Internet proprio con quelle parole chiave, Milano eccetera?

Trotta annu, come per segnalarle che s, aveva diritto a una spiegazione, e le sarebbe stata fornita convenientemente. Con un nuovo slancio delle gambe da ciclista che parte in salita, scivol alla sua scrivania, estrasse da sotto una montagna di carte un fascicolo color azzurro polvere, ne tolse due, tre fotografie, gliele pass, rovesciate con il dorso rivolto verso l'alto, con un gesto ampio, decisamente teatrale. Mariarita si chiese se per caso non avesse studiato recitazione. Dia un'occhiata qua. Nel frattempo, vado a prenderle quel caff. Adesso lo vuole, vero? S, lo voglio. Come? Lungo, ristretto? Con latte, senza? Ristretto. Senza latte. Trotta si alz di scatto, mandando a sbattere la poltrona contro il muro, usc spalancando la porta. Questa si chiama un'uscita, pens Mariarita.

Rimasta sola, Mariarita prese le foto come si fa con le carte quando si gioca a poker, decisa a scoprirle una alla volta. La prima era il ritratto, eseguito probabilmente dalla polizia scientifica, di una ragazza morta, in primissimo piano. Poggiava la testa su una pavimentazione di tegoline e ciuffi d'erba fradicia, e le avevano asportato interamente il cuoio capelluto, con un'incisione dritta, precisa, che attraversava la fronte e passava dietro le orecchie. Sembrava giovanissima, sui quindici o sedici anni, ma la morte le aveva indurito il viso, rendendolo pi pesante, simile a una pietra. E veramente quella faccia, chiusa in se stessa e chiusa per sempre a ogni espressione, con i lineamenti erosi dall'acqua (era stata ripescata dai navigli?), il cranio scorticato, aveva qualcosa pi del minerale che dell'umano. Mariarita pass alla seconda foto. Era un piano medio, ripreso come se il fotografo si fosse trovato inginocchiato di fronte al soggetto. La ragazza morta aveva la testa rovesciata all'indietro, e del viso si vedevano soltanto il mento, le larghe narici, e parte delle guance. I capelli erano appiccicati al collo, scuri e viscidi come serpenti di stagno (s, c'era un assassino che gettava le sue vittime nei navigli, ne avevano parlato nei notiziari televisivi; e queste dovevano essere le foto delle vittime dopo il ritrovamento, quelle non pubblicate sui giornali). Il petto era nudo e dilaniato, solcato da un'incisione a rettangolo che aveva permesso l'asportazione di entrambi i seni. Mariarita fece riposare lo sguardo sulle superfici dei mobili, sulle pareti, sul pavimento, prima di continuare. Dal corridoio le giungevano i rumori ovattati delle attivit che si svolgevano nelle altre stanze: tastiere di vecchie macchine da scrivere meccaniche, squilli di telefono, tonfi, parlottare indistinto, richiami urlati, e anche qualche bestemmia. L'ultima foto era la peggiore. Si trattava di una figura intera ripresa un po' dall'alto, come se il fotografo, in piedi, si fosse chinato leggermente per ritrar-

la. Il corpo, nudo, doveva essere stato immerso nell'acqua pi a lungo degli altri. Una sagoma bianca, come uno di quei raccapriccianti pupazzi di cera male abbozzati che impastano gli stregoni per le fatture di malocchio, contorni imprecisi, i tratti del volto quasi cancellati, capelli corti, quasi bianchi, incollati alla testa. S, aveva l'aria di una di quelle bambole dei poveri che si ritrovano a volte negli appartamenti sfitti, o fra le macerie delle case crollate. Aveva una vasta zona scura al posto del sesso, come un'ombra che le si fosse allargata in quel punto, come un altro sesso, o una censura di sesso. Quella brutta macchia, pi di tutto, procurava un senso di disagio, di angoscia. Trotta rientr, con perfetto tempismo, lasciando la porta aperta e portando due bicchieri di plastica. Stia attenta, scotta disse a Mariarita, porgendole il suo caff. Lei prese il bicchiere impugnandolo all'orlo con due dita, e si lasci cadere le foto in grembo. L'ispettore torn a sedersi di fronte a lei, risistem la caviglia sul ginocchio fino a mostrarle un calzino grigio perla e un mocassino nero con due nappine, probabilmente molto costoso, e cominci a bere il liquido bollente come fosse una bibita fresca. Mariarita ebbe modo di osservarlo meglio, almeno quanto lui sembrava fare con lei. Angelo Trotta somigliava a Kevin Costner, ma pi magro, pi scavato, e con qualcosa di convulso e nervoso tradito dall'andatura e dal gestire, da certi scatti, da certi piccoli tic, come passarsi un dito lungo il naso e intorno al lobo dell'orecchio, o muovere ritmicamente su e gi il piede sollevato in aria. Aveva qualcosa del ragazzo di buona famiglia molto viziato e un pochino tarato, che viaggia portandosi a spasso nel bagagliaio della BMW il cadavere della cameriera (tanto per restare in tema di cadaveri). A giudicare dalla sua pagina web devo dire che l'avevo immaginata diversa. Diversa come?

La credevo pi... meno giovane, forse. Un altro tipo di persona. Il che, comunque, non spiegava come se la fosse immaginata. Mariarita non era nemmeno certa di volerlo sapere: la cosa non prometteva di rivelarsi molto lusinghiera. Chiunque non ottenga voce e presenza altrimenti, pu crearsi una pagina web e pubblicarla in rete. Su Internet si trova di tutto: puttane, poeti falliti, fan di Winona Ryder, esibizionisti, coppie sadomaso, professoresse che ce l'hanno con gli appassionati di splatter, appassionati di splatter che ce l'hanno con le professoresse, fumettomani, collezionisti di tutto, esperti di musica leggera, uomini e donne che cercano moglie e/o marito, barzellettieri, erotomani, tifosi di calcio, agenti matrimoniali, agenti immobiliari, feticisti, femministi, ecologisti, e altro ancora ai confini della realt. Trotta aveva forse inteso dire che lei non apparteneva a nessuna di queste categorie, ma era un complimento, o no? Mariarita si agit sulla sedia: nel movimento, le foto rischiarono di scivolare dalle sue ginocchia fino a terra. L'ispettore le afferr, con un'altra delle sue mosse da giocoliere, gliele rimise in grembo. Lei sussult. Cosa ne pensa? chiese Trotta. Mariarita non sapeva cosa pensarne; se ne accorse mentre parlava. Si tratta di quelle ragazze ripescate dai navigli, no? Sapevo soltanto delle prime due, non della terza, deve essermi sfuggito... A volte, scendo in sciopero... come utente televisiva, e non guardo pi nemmeno i tigg. E non rimasta colpita dalla somiglianza con il suo racconto? Dalla... somiglianza con il mio racconto? Prima di tutto non mio, e poi.... ,.. e poi, ci sono le mutilazioni, e il ritrovamento dei corpi nei corsi d'acqua che circondano Milano. Nel suo racconto, che lei dice risalire al secolo scorso, e nei tre delitti avvenuti nell'arco degli ultimi cinque mesi. Mariarita rest a fissare l'ispettore, a bocca aperta.

Abbiamo fondati motivi di ritenere che siano opera della stessa persona continu Trotta. Le vittime erano ragazze molto giovani, la prima di sedici anni, la seconda di diciotto, l'ultima di diciassette. Sono state rimorchiate in qualche modo, uccise in qualche posto, e gettate nei canali. Nude. L'assassino dimostra di possedere approfondite conoscenze mediche, lavora come un chirurgo esperto; l'esame delle ferite ha permesso di appurare che, probabilmente, usa un bisturi. Alla prima ha asportato il seno, alla seconda il cuoio capelluto, alla terza la zona intorno all'inguine, la clitoride, le grandi e le piccole labbra. Mariarita aveva guardato le foto nell'ordine sbagliato. Le risistem nella successione enunciata da Trotta: seno, capelli, genitali esterni. Come un tris d'assi. L'ispettore si alz, con un sospiro disgustato. Mariarita si diede alcune piccole spinte con i talloni per spostare all'indietro la sua poltrona, e continuare a guardarlo. Aveva ancora il bicchiere in mano, intatto. All'inizio ho cercato nei nostri archivi... nell'archivio computerizzato della polizia, cio... quanti e quali casi potevano presentare analogie con questi. la prassi, lo facciamo abitualmente. Non si era mai verificato niente di simile, n a Milano n in Italia. Poi, ho pensato di estendere la ricerca a tutta la rete Internet, in generale. Ho scelto come parole chiave il nome del luogo, Milano, e una combinazione di altri elementi. Con "Milano + assassinio + Navigli" il motore di ricerca mi ha fornito gli indirizzi di una serie di siti che non c'entravano per niente, perlopi pubblicit di enti pubblici e privati, associazioni di scrittori di gialli, itinerari turistici. Con la combinazione che ha visto, saltato fuori il suo Sublime anima di donna. Ma funziona pi semplicemente anche con "Milano + mutilazioni". Il suo caff si sta raffreddando. Mariarita era sbalordita. Incastrata dal motore di ricerca Yahoo, pens. I motori di ricerca sono intelligenze artificiali di una logica spietata che finisce per diventare illogica. Date loro una parola, per esempio "Milano", e vi sciorinano tutto quanto

disponibile in rete su Milano. Se poi scrivete "Milano + nonno", vi arriver la pubblicit del ristorante Nonno Nanni a Milano, anche se non state affatto cercando un ristorante. Funzionava proprio in questo modo. E cos, ora si ritrovava inquisita a causa di un racconto che non aveva scritto, ma conteneva quattro parole essenziali: Milano, assassino, acqua, mutilazioni.

Mariarita guard di lato. Oltre il vetro rotto della finestra, un piccione si era posato sul davanzale, o meglio, stava cercando di posarsi. Il pennuto (sinonimo per non dire "uccello") artigli l'orlo della lastra con le zampe, sbattendo le ali e sforzandosi di mantenere la presa, come un equilibrista che rischia di cadere dal filo. Poi sembr desistere, ma torn sul suo obiettivo, esegu un violetto a semicerchio, e al secondo tentativo riusc nella manovra. Bravo! Mariarita mantenne lo sguardo ostinatamente concentrato sul piccione. Per lo sforzo di volont, cominciarono a dolerle i muscoli del collo. Il piccione sembr trovare che quella postazione non valeva la fatica spesa, perch se ne vol via. Mariarita si volse a guardare l'ispettore, che stava in piedi e la fissava con aria annoiata. Cominci a bere il suo caff. Non si era raffreddato, le bruci un po' il palato. Chi ? chiese. Il vostro assassino, intendo, non il mio. Avete qualche idea? State seguendo qualche pista? L'ispettore gett il suo bicchiere nel cestino per la carta, alzando il braccio sopra la testa ed eseguendo un lancio da giocatore di basket. Il bicchiere descrisse una traiettoria arcuata, passando sopra la testa di Mariarita. Diverse piste, poche idee. Quello molto abile. Elusivo. Non violenta le vittime, estremamente attento a lasciare in giro meno indizi possibile. Ma non avete impronte digitali, fibre, capelli, o roba del genere?

Trotta non si cur di rispondere. Chiese invece: Sul serio le sono sfuggite le analogie con il suo racconto?. Mariarita cominciava a sentirsi veramente stressata. Le tornavano sempre in mente le parole di sua madre: Se succede qualcosa, ad andarci di mezzo sempre la gente come noi. Dove gente come noi sta per quelli che lo prendono sempre nel culo. Il racconto non l'ho scritto io. Come le dicevo prima, ho saputo di questa storia soltanto dai telegiornali, senza vedere i corpi. Nei tigg mostrano soltanto i morti delle guerre nei paesi stranieri, non i cadaveri dei delitti privati. Si limitavano a dire che le vittime erano state sfigurate. Ho pensato a sfregi, abrasioni, roba del genere, non ad asportazioni della pelle e di parti del corpo. E non ho pensato neppure che potesse essere opera della stessa persona; una gran quantit di donne scompare, o viene ammazzata... Non so come spiegarglielo, ma... Non ho collegato quelle due ragazze morte... perch credevo che fossero solo due, non tre... al racconto. Non mi neppure venuto in mente. Sono due faccende completamente diverse. Nel primo caso, sono le fantasie, i fantasmi di un autore vissuto nel secolo scorso; nel secondo caso, ... la realt. Gi. La realt. Trotta sedette, a gambe larghe, si pieg in avanti, giunse le mani all'altezza del naso, polpastrello contro polpastrello, in una posa che Mariarita ricordava di aver visto fare al presidente di commissione del suo esame di maturit, poco prima che le chiedesse la poetica delle tragedie manzoniane ("Non resta che far torto o patirlo", vedi anche la mamma di Mariarita: o lo prendi nel culo, o lo metti). sicura domand che il racconto non sia suo? (Se succede qualcosa, ad andarci di mezzo sempre la gente come noi. Dove la gente come noi sta per eccetera.) Stavolta fu Mariarita a rimanere ostentatamente muta, scrollando le spalle. D'accordo... Ha detto di averlo trovato in una libreria anti-

quaria? S. Come si chiama la libreria? Non ha un nome. un piccolo negozio in via Melzo. Al numero... Non ricordo neppure il numero. A met circa della strada, sul marciapiede di sinistra, andando verso corso Buenos Aires. Mariarita era ansiosa di fornire ogni possibile dettaglio: dopotutto, se quel poliziotto sospettava che fosse l'autrice del racconto, lei poteva dimostrargli di non esserlo. Comunque, vicino alla boutique per travestiti Beautiful Transex: non pu sbagliarsi, quella ben visibile. Un seminterrato pieno di scaffali con libri per collezionisti, sa, quelli rilegati in marocchino, con caratteri d'oro... ma ci sono anche libri meno antichi o semplicemente vecchi, stampe di Milano nel secolo scorso, incisioni.... Ma, forse, la libreria non esisteva pi, era scomparsa durante la notte, come in certi thriller paranormali, e lei non poteva dimostrare di aver comprato il manoscritto. E il racconto? Era in uno di questi volumi antichi, meno antichi, o vecchi? Le ho gi detto che un inedito. Stava, s, in un volume, ma sotto forma di fogli autografi, non stampato... Era in una vecchia edizione di Re Orso di Arrigo Boito, insieme ad altre carte di minore importanza. Che genere di carte? Fatture, conti di una sarta, roba cos. Ho acquistato in blocco libro e carte. Non potrebbe essere un apocrifo, il racconto? Oh, no! Il manoscritto risale indubbiamente alla seconda met del secolo scorso. L'ho fatto esaminare da un esperto della sezione conservazione manoscritti antichi, alla biblioteca Sormani. Mariarita si sent salva. Dopotutto, c'erano esperti in grado di datare quei maledetti fogli con un sufficiente margine di esattezza.

Io stessa continu un po' rinfrancata anche senza intendermene molto, leggendo le prime righe, avrei scommesso sulla sua autenticit.... Se questo manoscritto tanto prezioso, allora, le sar costato caro. Mariarita arross. Doveva raccontare che... S, insomma, era andata cos: il libraio sapeva che il manoscritto era presumibilmente autentico, ma ignorava che potesse rappresentare uno scoop letterario. Mariarita glielo aveva portato via insieme all'edizione di Re Orso, per una cifra indubbiamente inferiore al suo valore. Un bel po' disse. Trotta le lanci un'occhiata che a Mariarita parve penetrante, da sotto le lenti scure. Se almeno si togliesse quei cazzi di occhiali. Come lo aveva avuto, il libraio? Mi ha detto che libro e carte erano stati comprati una cinquantina d'anni fa da suo nonno, in un negozio di rigattiere. E da allora, si suppone, sono sempre stati di propriet della famiglia del libraio. Immagino di s. Mariarita si sentiva stanca: stanca di rispondere, di essere stressata, di sentirsi sotto processo e in colpa. Accartocci stringendo la mano a pugno il suo bicchiere di plastica, che riprese la forma originale non appena lo lasci, sfuggendole quasi di mano. Con un gesto rabbioso, lo lanci verso il cestino, e non fece centro. Si chin a raccogliere il bicchiere, lo infil nel cestino. Che tipo il libraio? chiese Trotta. Perch non va a guardarselo per conto suo? L'aggressivit di lei ebbe un effetto sorprendente: l'aplomb del poliziotto sembr incrinarsi, e poi sfaldarsi. Quando riprese a interrogarla, il tono era quasi umile. Probabilmente andr a guardarmelo per conto mio. Cercavo solo di conoscere le sue impressioni. Pu essermi utile, l'o-

pinione di una persona come lei. Che persona sono, io? ... lei una donna intelligente. Non crede di.... Trotta venne interrotto nella sua domanda, e Mariarita nel suo compiacimento per essere stata definita una donna intelligente. ... non rompere i coglioni, Stella! Vaffanculo! Sai benissimo che.... Attraverso la porta aperta, da qualche punto del corridoio, o da una stanza che si affacciava sul corridoio, emergevano dai rumori di fondo parole e frasi brevi, senza nesso, senza senso, ma gridate e irose. ... lo avremmo preso anche se tu non ti fossi messa di mezzo! ... nel duemilaottantatr! Nel duemilaottantatr, lo avreste preso! Una delle voci era maschile, aspra, dura; l'altra femminile, pi bassa, sarcastica. In ogni caso non era di tua competenza... Devi piantarla con queste continue ingerenze.... Come se non sapessimo benissimo tutti e due che hai bisogno di me, e.... Trotta e Mariarita restarono a guardarsi con quello sguardo interrogativo che hanno le persone costrette ad ascoltare i litigi altrui e rimanere faccia a faccia in silenzio. Non ho bisogno delle tue cazzate! La prossima volta che ti trovo... Hai capito... stronza? Si ud uno schianto, un rumore di passi affrettati, e pochi istanti dopo Mariarita vide sfrecciare nel vano della porta una donna: una rapida immagine di jeans elasticizzati neri, chiodo con borchie, capelli rossi. Subito dopo, si affacci un uomo calvo, sui cinquanta, lievemente sovrappeso, il viso rosso, accaldato. Non ne posso pi di quella pazza! grid a Trotta, e spar anche lui.

Chi ? chiese Mariarita. Il commissario Sandrelli. No, la donna che passata prima. Stella del Fante. Una poliziotta? No, lei non niente.... Non niente? Volevo dire che non ha un ruolo definito... un'investigatrice privata, ma pi di ogni altra cosa ... una leggenda. Una leggenda? Cos'ha di leggendario? Trotta fece un gesto nell'aria con la mano, come a mimare le pale di un elicottero che girano. Oh... si diverte in un modo molto strano.... disse, vago. Mariarita non riusciva a realizzare come divertirsi in modo strano possa far nascere una leggenda. Quasi tutti si divertono in modo strano. Intanto la discussione fra il commissario e l'investigatrice stava proseguendo fuori scena, pi smorzata, pi stanca. ... perci da ora in poi sei pregata di startene fuori da quello che non ti riguarda.... ... Senza di me non sapete neppure tirarvelo fuori per pisciare! Si sent una risata: stridula, acuta, come quella degli scienziati pazzi nelle spy story degli anni sessanta. Il commissario Sandrelli torn ad affacciarsi sulla soglia. Falle una pera di Valium, sequestrala, rinchiudila, fa' quello che ti pare, ma toglimela dalle palle! Le proteste del commissario andarono a spegnersi in qualche altro luogo lontano: un brontolio cupo, sommesso. Stella del Fante entr nell'ufficio di Trotta, sollev le sopracciglia, fece un sorrisetto sarcastico. Ha una crisi di nervi disse. Trotta fece una smorfia, scosse la testa, portandosi le dita al lobo dell'orecchio.

Non dovevi salire su quel barcone disse calmo. Prima di salirci ti ho telefonato. Dovevi aspettare me, prima di salirci. Poteva essere il mostro di Opera. Se lo fosse stato, non avrei voluto perdermelo per niente al mondo! Cristo, Stella, non ti bastato il camionista? Quello ti ha quasi ammazzata! Quei due parlavano come se Mariarita fosse stata assente, e lei si sentiva come una che, il primo giorno di lavoro, non conosce ancora il linguaggio, il lessico e il sistema di segnali degli altri. Come una che ascolta pettegolezzi su gente che non conosce. Come una che sente parlare di un programma televisivo che non ha visto. Non ho saputo resistere. Un barcone. Ma ci pensi? Andrew Cunanan, l'assassino di Versace, stato preso a bordo di un barcone. Capisco che eri eccitata... Ma non dovevi salirci, e lo sai. E perch avrei dovuto fare tanta fatica per scoprirlo, se no? Vi ho telefonato, prima di salire su quel cazzo di barcone. Ma l'avevo scoperto io, era mio. Volevo essere io la prima a.... ... la prima a fartelo? Stella rise ancora, con quella sua risatina sgradevole, e intanto le stava lanciando rapide occhiate di perlustrazione. Fece alcuni passi avanti, si curv sulla poltrona di Trotta, come se volesse porsi a sedere sulle ginocchia di lui, sbirci oltre, verso il monitor del computer, si risollev raddrizzando la schiena. lei Mariarita Fortis? domand all'ispettore, indicandola. S, sono io Mariarita Fortis. Mi conosce? Anche lei naviga in Internet? chiese Mariarita, polemica. Stella non rispose: non per deliberata intenzione di offenderla ma, cos parve, per la stessa reazione che aveva gi avuto Trotta: spiazzata, interdetta, ammansita. Le due restarono un po' a studiarsi, come fanno sempre le donne quando si incontrano per la prima volta. Mariarita not che l'altra era pi alta

di lei, aveva le gambe pi lunghe, ma il seno meno sviluppato. Dimostrava uno o due anni pi di lei, a giudicare dal corpo, e uno o due di meno, a giudicare dal viso. Not che indossava un maglione bianco sotto il chiodo, calzava anfibi infangati, e non portava gioielli; not che, probabilmente, andava in palestra. Mariarita la immagin ad assumere ridicole pose da concorso per culturisti davanti a uno specchio, magari in canotta e tanga con il filo che passa fra le natiche lasciando il culo nudo. Capelli rossi da strega (per fortuna, oggi la caccia alle streghe non si fa pi), folti e lunghi fino a met della schiena. Pelle molto chiara, di un biancore latteo quasi fastidioso. Occhi di un blu elettrico limpido e fanatico. Aveva un'aria da spot di una moto: l'avresti vista cavalcare una moto ruggente, e poi smontare e liberare la chioma selvaggia dalla costrizione del casco. Se fosse stata in tailleur o in abito da sera, per, avrebbe avuto un'aria da spot di un'automobile; pareva una di quelle tipe che mollano il fidanzato, o marito, per scappare con la belva a quattro ruote, o magari si rotolano sul cofano e ci strofinano sopra il clitoride, in preda a un accesso di... Come si chiama, la passione che spinge a scoparsi le automobili? La faccia, i lineamenti, ricordavano a Mariarita qualcosa di Gianfrancesco Malenotti: non che lei somigliasse all'onorevole; piuttosto, i due sembravano appartenere alla medesima razza, o casta, o clan, o setta segreta. Malenotti aveva stampato in viso qualcosa di malato, di distorto che in ogni modo piaceva, o piuttosto respingeva per poi attrarre subito dopo con pi forza. Lo stesso era per Stella del Fante: i suoi lineamenti erano regolari, ma avevano qualcosa di spiacevole che inquietava fino a risultare tormentosamente fascinoso. Un tipo di repulsione, di quelle che poi si sognano la notte con desiderio. Mariarita sent di provare per lei un groviglio di sentimenti contrastanti: curiosit, imbarazzo, un presagio di amoreodio, irritazione e antipatia, ma quell'antipatia che scocca come una scintilla fra due personaggi da commedia americana anni cinquanta, un lui e una lei, che poi finiranno sposati. S, era piutto-

sto quel genere di indispettita attrazione che avrebbe provato per un uomo, e che raramente le veniva scatenata da un'altra donna. Lo stesso tipo di vibrazioni. Eccitazione, senso di lontananza, promessa di un mistero da svelare, intrigo, sfida. E poi, Stella del Fante era una leggenda. Si divertiva in un modo molto strano. Significava che, se non scopava le moto o le automobili, doveva avere perlomeno gusti insoliti. Forse non insoliti in un uomo, ma insoliti in una donna. Cosa mai poteva avere di leggendario? Forse, la sua era una leggenda ridicola. Una leggenda da feuilleton moderno, come i coccodrilli che vivono nelle fogne e i serpenti che sbucano dagli scarichi delle vasche da bagno. Come i topi resi giganteschi dagli esperimenti atomici. Come il fantomatico pilota d'aereo bisessuale che, viaggiando sulla linea Parigi-New York, avrebbe importato l'aids in Europa. Una delle tante leggende metropolitane.

All'investigatrice privata Mariarita parve piacevole e maliziosa, di una specie affine alla sua. Le sembr bizzarra, delicata, da maneggiare con cura per non romperla. E, nello stesso tempo, seppe che in certe circostanze, in certi momenti, avrebbe provato il desiderio impellente di prenderla a calci. Chi il mostro di Opera? chiese Mariarita. Il tipo che ha fatto quello disse Trotta battendo l'indice sulle foto delle tre ragazze morte, e poi indicando Stella. Lei lo chiama cos. Non significa che lui sia di Opera. A volte invento nomi per loro precis Stella. Li chiamo come le zone di Milano... se lavorano a Milano. Mi piacciono i nomi delle stazioni del metr. Io sto a Porto di Mare disse Mariarita, in tono frivolo. Come suona "L'assassino di Porto di Mare"? Non male disse Stella, sorridendo. Ma adesso, per l'assassino delle tre ragazze, preferisco la definizione contenuta nella sua pagina web: Frankenstein. Si confonde spesso Frankenstein con il mostro....

... in questo caso, Frankenstein il mostro annu Mariarita. Affermativo. Per alcuni istanti, Stella continu a fissare l'altra, in piedi, con le gambe leggermente divaricate e le braccia incrociate, con lo stesso sguardo che aveva la psicologa della scuola di Mariarita quando le domandava: Hai problemi di inserimento nella tua nuova classe?. Mariarita si sbagliava: lo sguardo voleva essere un approccio e un incoraggiamento. Spiegale la storia del barcone disse Stella, rivolta a Trotta. Senza spreco di parole, e con un tono da cronaca giornalistica, l'ispettore forn a Mariarita tutte le spiegazioni del caso. Di recente, in svariati cimiteri di Milano, si erano verificate profanazioni di tombe, e i morti erano stati spogliati degli oggetti di valore che portavano addosso; in alcuni casi erano persino stati asportati i denti d'oro. Svariati indizi lasciavano credere che i responsabili delle profanazioni fossero affiliati a una setta di adoratori del diavolo. I cadaveri erano inoltre stati smembrati, e i resti utilizzati, presumibilmente, per l'esecuzione di riti satanici. Una delle piste che la polizia seguiva a proposito del mostro (ora ribattezzato Frankenstein), era appunto quella della setta satanica: si pensava che gli omicidi e i riti nei cimiteri fossero in qualche modo collegati fra loro. Attraverso certi suoi metodi d'indagine top secret, Stella era venuta a sapere che la setta aveva il suo quartier generale a bordo del famoso barcone. Si era precipitata sul posto e aveva chiamato Trotta al telefono. Lui le aveva intimato di restare in attesa lungo l'Alzaia: sarebbe arrivato subito. Ma Stella non gli aveva dato ascolto, ed era andata sola ad affrontare il presunto Frankenstein. E cos' accaduto, sul barcone? chiese Mariarita. Niente disse Stella con un'alzata di spalle, e sembr delusa dallo stesso suono di quel "niente". Niente? ripet Mariarita. Non era lui.

Il tipo sul barcone, aggiunse Trotta, era il capo di una banda di balordi di quartiere che avevano deciso, per ammazzare la noia del sabato sera, di celebrare messe nere nei cimiteri. Facendo parlare lui, la polizia era presto arrivata anche agli altri. Gli otto satanisti, perch erano in otto come i cavalieri della tavola rotonda (quando mancava Lancillotto, non erano in otto), tutti minorenni, figli di artigiani e commercianti, a parte uno, che era figlio di un commercialista, non c'entravano per niente con i delitti di Frankenstein. Cos Stella, che aveva creduto di aver preso un mostro, si era ritrovata con un comunissimo satanista dilettante. Ho capito subito che non era lui disse Stella. Era andata alla finestra, e stava cercando di ripulire con il dito uno dei vetri, per guardare fuori. L'ho sentito. Intuito femminile comment Trotta sottovoce, con una certa ironia. Lei voleva incontrare Frankenstein? chiese Mariarita a Stella, che si volt con una specie di mezza piroetta da ballerina, sorrise a labbra chiuse, e scosse la testa in segno di assenso. Affermativo. Ed rimasta delusa di non averlo incontrato? Affermativo. E il camionista di cui parlavate, che l'ha quasi ammazzata? Aveva strangolato cinque donne. Quello non l'ha... delusa? Stella scoppi a ridere. Mariarita cominciava a fare l'abitudine a quella risata, e non la trov pi tanto strana. Anche Trotta rise, a piccoli sbuffi intervallati da un suono chioccio. Si fatta dare un passaggio da lui, questa matta disse. Quando ci siamo trovati su un'area di sosta della strada Rivoltana disse Stella ha spento il motore, si voltato verso di me, come uno che dice: "Dunque..." e sta per cominciare un discorso. Ho capito subito che stava per aggredirmi. Un attimo sospeso, una sensazione unica. Ha mai provato a immaginare cosa si prova in una situazione simile? Le donne che vengono

uccise da un maniaco non tornano indietro a raccontarlo, perci come fare l'esperienza della morte, un salto nel buio, qualcosa che non pu essere comunicato... Significa vivere in prima persona quello che si legge sui giornali, che si pensa debba capitare sempre alle altre... E... insomma, avevo la pistola, ho tentato di spianargliela in faccia, ma mi ero incantata a guardarlo un secondo di troppo... Mi ha fatto volare via la pistola di mano... Ho sentito le sue mani sul collo... A quel punto, ho veramente rischiato di morire... Poi andata come nei film... annaspando con la mano, ho trovato un oggetto, una bomboletta spray, l'ho colpito con quella, alla testa... Gli ho tirato un calcio... Abbiamo lottato, poi diventato tutto confuso... Non so come, sono riuscita a scendere dal camion. Lui mi ha inseguita. C'era molta nebbia, e stava sorgendo il sole. Ho cominciato a correre lungo la statale, e lui mi inseguiva, mi inseguiva... proprio come negli incubi.... Mentre parlava, o meglio, evocava, Stella aveva sempre quel suo risolino matto, e un'espressione ipnotizzata... quell'espressione quasi spirituale dei maniaci quando danno sfogo ai loro impulsi bestiali. Stava voltata di profilo, e strofinava macchinalmente il vetro della finestra con un lato della mano, di taglio, sempre ostinata nel voler guardare fuori. Cos, questo che le piace? pens Mariarita. Dare la caccia ai mostri, attirarli fuori dalla tana, sfidarli, e farsi inseguire da loro? E poi? chiese Mariarita. Sono arrivati i nostri? No, arrivato un automobilista che l'ha raccolta disse Trotta. In seguito lei ci ha permesso di incastrare il camionista. Nome, indirizzo, telefono, numero di targa del camion. Bisogna renderle giustizia: una collaboratrice preziosa. Ci ha dato spesso una mano, in quei casi in cui c'era modo di impiegare al meglio il suo penchant. L'ispettore aveva usato proprio questa parola, "penchant": una parola moderna, da rivista patinata. Un penchant per... gli assassini? domand Mariarita, dan-

do un'intonazione fortemente interrogativa alle sillabe che componevano la parola "assassini". Stella ora sembrava disgustata da quello che era riuscita a vedere oltre il vetro. Con imbarazzo, si accorse di avere la mano sporca di fuliggine. Se la strofin con il palmo dell'altra mano. Registr in ritardo la domanda di Mariarita, sollev appena gli angoli delle labbra in un sorrisetto triste, e allarg le braccia come a dire: non dipende da me. Ma come ha fatto le chiese Mariarita ad arrivare al camionista, e anche a quell'altro... sul barcone? Ah... un giorno, forse, le racconter tutto.... disse Stella, improvvisamente poco loquace. Scusatemi e se ne and. Mariarita e l'ispettore rimasero a guardarsi per un po' in silenzio. Lui, facendo perno su un piede, si dondolava da un lato e dall'altro sul sedile girevole, come un pendolo, e intanto si passava l'indice sul naso. Tornando al racconto... Lei dice che rimasto durante gli ultimi cinquant'anni sepolto in una libreria antiquaria. S. Lo dico. Uh uhm annu Trotta, pensieroso. Dove si trova adesso, il manoscritto originale? Lo conservo in banca, in una cassetta di sicurezza. Quando lo ha acquistato dal libraio? Lo scorso autunno... sei, sette mesi fa. E quando lo ha diffuso in rete? Da circa... cinque mesi. L'assassino ha cominciato a uccidere cinque mesi fa. Sa, per tutto questo tempo ho continuato a domandarmi se non poteva esserci una qualche forma di relazione fra il racconto e i delitti. Che tipo di relazione? Oh... un pazzo naviga in Internet, si imbatte in una storia che parla di donne fatte a pezzi, e ne viene in qualche modo ispirato... I tempi, a quanto mi dice, collimano. Mariarita reag con una certa veemenza: quel genere di di-

scorsi la mandavano su tutte le furie. No, no, no! Se la mette su questo piano, non ci sto. Le storie non ispirano nessuno, caso mai vengono ispirate. Le realt virtuali, i libri, i film non producono gli assassini! L'ispettore alz le braccia in segno di resa, stirandole e tendendo le punte delle dita pi in alto possibile. Non si arrabbi, era solo un'ipotesi disse ostentando un'esagerata paura, poi si alz e le tese la mano. Se le viene in mente qualcosa di utile, mi telefoni. Il colloquio era terminato. Mentre percorreva il corridoio diretta verso l'uscita, Mariarita ripass davanti alla stanza in cui aveva aspettato prima, e vide nuovamente Stella del Fante, in compagnia di due uomini che avevano l'aria di conoscerla molto bene. Non afferr i loro discorsi, ma riconobbe il tono: di mellifluo antagonismo e scherzosa provocazione, quale si crea spesso fra colleghi di lavoro di sessi diversi. I poliziotti le stavano facendo una ramanzina: oscure allusioni, in bilico fra lo sfottente e lo scandalizzato, sul penchant di lei. Stella sembrava prendere gusto alla lotta verbale, come una che sa di essere la pi forte. Quasi avesse un paio d'occhi dietro la nuca, intercett il passaggio di Mariarita, e la raggiunse. Aspetti le disse, mettendole una mano sulla spalla. Non se la prenda, per Angelo. Chi Angelo? L'ispettore Trotta. Ha la psicosi di Internet da quando i pedofili hanno cominciato ad adescare bambini attraverso la rete. Vede la lunga mano del mostro e mim l'atto della mano che esce dallo schermo del computer che rapisce i bambini nella realt virtuale. Stella si frug nelle tasche del giubbotto, poi in una tasca interna. Ne pesc un biglietto da visita, che le porse. Mi chiami disse, anzi ordin. L'avverto per che non sono un'assassina non pot trattenersi dal dire Mariarita.

Stella rise, come fosse stata la cosa pi divertente del mondo. Mi chiami lo stesso. Mariarita guard Stella tornare dai due uomini, con l'aria di andare a chiudere una partita. Ripose il biglietto da visita in borsa, senza guardarlo. Non aveva nessuna intenzione di chiamarla. Lo desiderava, ma c'era il solito blocco di letargia emotiva, pudore e pregiudizio che si metteva di mezzo, a ogni inizio di un nuovo rapporto umano. Sarebbe dunque pi esatto dire che credeva di non avere nessuna intenzione di chiamarla. Pensava anzi che non l'avrebbe pi rivista.

Stella e il gioco dell'uomo nero D

a bambina, Stella giocava con il padre Ruggero (detto Roger) del Fante, appassionato giocatore, lunghe e accanite partite a carte: briscola, ramino, poker, rubamazzo. Aveva imparato a eseguire semplici giochi di prestigio, e a mescolare quasi come i giocatori dei film, quasi come i croupier dei casino. Nei pomeriggi dopo la scuola, si dedicava a eterni solitari, quasi in trance, come al volante: mentre le carte andavano da sole a collocarsi al loro posto, lei si abbandonava ai suoi sogni. Le piacevano le carte: la disposizione dei semi, i colori, le forme, le figure. Amava l'essenzialit geometrica dei quadri, la rotondit carnale dei cuori, la grazia stilizzata dei fiori, le punte delle picche acuminate, pronte a ferire. Comprendeva il valore dell'asso, unico e isolato. E amava i tre personaggi, il fante la donna e il re, tre per ogni seme di carte, perch venivano da un mondo feudale ormai tramontato e perch le evocavano l'idea di un oscuro e implacabile conflitto nascosto tra valori, immagini, mondi e significati. Quando arrivavano gli amici del padre per giocare a poker, facevano tutti insieme una partita con la bambina, per intrattenerla e divertirla prima di mandarla a letto, e il gioco era quasi sempre quello dell'uomo nero: fra tutti i giochi di carte, quello l'aveva sempre turbata di pi, le avrebbe lasciato il segno, avrebbe acquistato nella sua esistenza un forte significato di psicodramma simbolico. Il gioco dell'uomo nero fa paura, perch somiglia alla vita stessa: il caso sembra essere l'unica

regola, e non ci sono vincitori, n vincenti, ma soltanto nonvincenti che riescono a evitare la sfortuna, e un perdente non colpevole di esserlo. Si scartano dal mazzo tutti i fanti tranne quello di picche, che appunto l'uomo nero. Si distribuiscono le carte fra tutti i giocatori e ciascuno, a turno e a rotazione, pesca una carta dal mazzetto del vicino. Chi ha l'uomo nero pu sperare di liberarsene facendolo pescare a chi gli siede accanto; chi lo pesca pu solo cercare di liberarsene a sua volta. I giocatori eliminano di volta in volta le carte uguali dello stesso colore; solo dell'uomo nero impossibile disfarsi. Perde il giocatore che rimane, eliminate tutte le altre carte, con l'ultima e unica carta dell'uomo nero in mano, e paga pegno. L'uomo nero perci l'imprevisto letale, la sventura che ci si augura tocchi sempre ad altri e non a noi: passa di mano in mano e infine, capricciosamente, si ferma: la malasorte, la disgrazia che colpisce l'innocente, tutto ci che non vogliamo, che scongiuriamo, che preghiamo ci venga risparmiato. Ma, per Stella, la carta dell'uomo nero aveva anche un significato erotico, inscritto nel sistema della trinit delle figure. Il re era un'autorit distante, vagamente benevola, a volte punitiva: suo padre. La donna, era lei stessa. E il fante, o Jack (come Jack lo squartatore), era... s, era l'amante: l'amante criminale, se il segno era picche. Quando perdeva una partita all'uomo nero, Stella restava per ore in preda a una cupa sensazione di minaccia che era quasi desiderio; si sentiva accompagnata, seguita dall'uomo nero, lo indovinava nei rumori lontani di casa, negli angoli creati dalle pieghe dei tendaggi e dalle forme dei mobili, nel buio e nel silenzio che le crescevano intorno, dopo che avevano spento la luce; lo avvertiva con una tale potenza, una tale ineluttabilit, che lo avrebbe invocato solo per farla finita. Quando vinceva, se si poteva dire vincere, l'euforia dello scampato pericolo era intrisa da una specie di sottile dispiacere, come se l'uomo nero le mancasse: avrebbe preferito forse una notte con lui, a una notte vuota d'ogni paura.

Nella sua alchimia di superstizioni infantili, Stella era convinta che esistesse un solo talismano contro l'uomo nero, e questo talismano era la donna nera, la donna di picche. Il giorno dopo aver perso una partita all'uomo nero, Stella portava con s per tutto il giorno la carta della donna di picche, per tener lontano il male. Quando stava per compiere ventidue anni, e suo padre era ricoverato in clinica per problemi di cuore, aveva giocato con lui un'ultima partita all'uomo nero, e aveva perso. Il giorno dopo, suo padre era morto. A Stella non era sembrato per nulla paradossale che suo padre, pur avendo vinto, fosse morto: lui se n'era andato, e lei era rimasta in compagnia dell'uomo nero. Ormai era cresciuta, e un innocuo (ma era davvero innocuo?) gioco di carte non la sconvolgeva pi. Ma l'uomo nero non si separ mai dal significato che aveva avuto in origine per lei, per quanto, con il tempo, avesse imparato a mantenere quel turbamento sotto controllo, addomesticarlo con l'ironia, conviverci. L'uomo nero era l'erotismo e il pericolo. Era l'incognita rappresentata dall'uomo cattivo, l'uomo che uccide le donne. Era l'attrazione dell'ignoto e del diverso, il dolore che sconfina nel piacere, il languore e la passione, il serpente che chiude il cerchio riunendo tutto e il suo contrario. Era la sua sessualit, e il mistero della sessualit maschile. Stella lo temeva e lo desiderava, e avrebbe voluto penetrare l'abisso di quel mistero. L'uomo nero viene di notte, si confonde con il colore della notte, e ha una lama acuminata con cui pu lacerare, distruggere, togliere la vita. Per affrontarlo, occorre essere la donna del suo stesso segno. Nera come lui. A quindici anni, l'et in cui le altre sbavano per i leader delle band musicali, Stella si era innamorata del capo carismatico di una setta di maniaci religiosi assassini. Tutto, nella carriera di Satana Manson, sembrava fatto per affascinare Stella, dall'infanzia infelice di figlio indesiderato di

una puttana, al sogno di riscatto attraverso la musica rock e al periodo come suonatore e compositore on the road sulle strade della California culminato nell'incontro con Dennis Wilson, il fratello pi pazzo dei tre pazzi Beach Boys. E poi le orge a base di sesso e droghe psichedeliche, il fallimento della carriera di musicista (viene da pensare al fiasco di Hitler come pittore) e, infine, il 9 agosto 1969, il massacro in cui perde la vita Sharon Tate. Certe carriere di assassini hanno tutta la fatalit, la perfezione, l'impatto mitico e il valore emblematico di una grande tragedia umana. La storia di Satana Manson era bella, come pu essere bella la canzone della giovent di una vita. E certi delitti, come certi libri, quadri, o film, sono in grado di parlare all'umanit. L'infatuazione per Charlie Manson era durata a lungo, fino all'esame di maturit e oltre. Stella conservava nel suo diario, insieme alla carta dell'uomo nero, una foto di lui che aveva ritagliato da un rotocalco illustrato (i giornali scandalistici, negli anni settanta, continuavano a occuparsi di Roman Polanski e dell'assassinio di sua moglie). Nell'ultimo anno di liceo Stella aveva cambiato tre compagne di banco: il motivo di tanti trasferimenti e rotture di amicizie era dovuto al fatto che tutte le sue colleghe stavano perdendo la verginit, come fosse un'epidemia o il tempo in cui cadono i cachi dai rami, e lei, ancora vergine, non sapeva pi come giustificarsi. Le compagne di scuola le narravano dettagliatamente accidenti e circostanze dei loro primi rapporti sessuali, e lei non aveva nulla da raccontare. Loro avevano da esibire regali, lettere e biglietti ricevuti dai fidanzati, e lei non aveva niente. Loro avevano le foto degli sverginatori, e lei aveva la foto di Satana Manson. Una volta l'aveva mostrata, quella foto, a tre amiche, durante l'ora di ricreazione, nei cessi, sotto una scritta che diceva: "Mirco lo prende nel culo" (Stella la ricorda ancora dopo oltre quindici anni, chiss perch). carino aveva detto la prima ragazza, masticando la sua

merendina di pandispagna farcita alla marmellata d'arancia. Charlie aveva un viso da hippy indemoniato, con una folta capigliatura lunga e scura divisa da una scriminatura centrale, baffi e barbetta, sopracciglia nere ben delineate. Naso dritto, guance scavate e pallide, occhi neri, sgranati, intenti a contemplare una qualche visione paurosamente meravigliosa, accessibile a lui soltanto. Una figura di santo del male, un Cristo di segno negativo. Ehi, Stella, ma qui dietro c' un pezzo della faccia di Celentano! aveva aggiunto la seconda ragazza, che si stava accendendo una Camel usando la brace della sigaretta della terza. L'hai presa da una rivista, questa fotografia? S aveva detto Stella. Cio no. Quando gli ho chiesto una foto sua, lui non ne aveva, e allora mi ha dato la rivista.... Allora uno famoso! S, ecco, ha... ha inciso un disco.... La terza ragazza articol silenziosamente con le labbra le parole: Un disco, caaazzooo! Un ellep? Come si intitola? Soltanto una canzone. Cease to exist. Strano titolo aveva commentato la prima ragazza, che non sembrava veramente interessata all'aspetto artistico della personalit di lui. Neppure le altre due lo erano, del resto. Lo hanno cambiato in Cease to resist. Lui straniero? Americano. Intanto la foto passava di mano in mano, sgualcendosi, ungendosi di crema di merendina. Come lo hai conosciuto? Stella, racconta! A casa di una mia amica americana. Avete scopato? No... tornato in America.... Perch non avete scopato prima che tornasse in America? La campanella della ripresa delle lezioni aveva salvato Stella da ulteriori spiegazioni e precisazioni. L'onta di non aver sco-

pato era compensata dal fatto che lui fosse americano e famoso, e per qualche tempo Stella si era portata dietro un'aura di arcano e strambo prestigio. Stella non si era mai masturbata fantasticando di scopare Charlie Manson; non aveva l'abitudine di masturbarsi spesso e, quando lo faceva, lo faceva come un esercizio ginnico, un puro espediente per scaricare le sue tensioni (ma quali?), senza pensare a nulla. Passava delle mezz'ore, per, a volte pi di un'ora, perduta in sogni a occhi aperti che ripercorrevano le carriere criminali dei suoi assassini preferiti, immaginando di volta in volta di essere il carnefice, le vittime, o le persone della loro cerchia pi intima, o i detective e i giudici che li avevano presi e condannati. Era un film mentale in cui lei si immedesimava in tutti i personaggi, e interpretava tutti i ruoli: alla fine, un'altra tecnica di autoerotismo. Stella non ignorava che questa colata lavica di fantasie aveva origine da un vulcano che si alimentava della sua sessualit, e per qualche tempo aveva temuto di far parte della casta dei condannati a non poter condurre una vita sessuale alla luce del sole. Una mattina, svegliandosi, Stella era stata attraversata dalla consapevolezza di essere una pervertita, e si era rifiutata di alzarsi per andare a scuola. Una pervertita non va a scuola, e nemmeno al cinema, a ballare; non ha amici, n famiglia... non esiste neppure. Perci, doveva rendere evidente la propria non esistenza; voleva restare per sempre sotto le lenzuola, e che non la cercassero, si dimenticassero di lei. A suo padre aveva detto di sentirsi depressa (una figlia non pu dire a un padre di essere una pervertita). Era cominciata cos una stupida, estenuante serie di visite a neurologi, psicologi, specialisti assortiti. Con loro, a porte chiuse, si era sforzata di confessare ed esporre minuziosamente la sua devianza. Di questo periodo dei suoi diciassette anni, Stella conserva il ricordo dei nomi di alcuni psicofarmaci, e di alcuni lapidari e acuti commenti dei medici, che sintetizzano tutta la sua espe-

rienza della perversione: Non possibile che una ragazza giovane e sana abbia simili pensieri per la testa (neurologo sui sessanta, capelli grigio ferro e una brutta faccia da prete senza vocazione). Lei non pu dire di essere una pervertita sessuale, solo io, eventualmente, formuler una diagnosi in questo senso! (giovane professionista, occhi scialbi e malvagi e mani esangui quasi femminili). Non ho conoscenze specifiche in questo campo, la mando da un collega (medico grasso e gioviale, occhiali dalla montatura metallica). quasi Natale, ne riparliamo dopo le vacanze (il collega da cui l'aveva mandata il precedente). Se sei un po' nervosa, leggi Topolino! (infermiera nell'anticamera di uno dei tanti, che l'aveva vista molto tesa). Quando incontrerai l'uomo giusto, farai l'amore, e tutto andr a posto (casalinga con laurea in nonsisacosa, che esercitava come psicologa).

Stella aveva finito per seguire il consiglio dell'ultima, pi che per mettere le cose a posto (le cose non si fanno mai mettere a posto con una scopata), per verificare se il suo indecente penchant per gli assassini interferiva o no con le altre e pi tradizionali forme di attivit sessuale. Si era sbarazzata della verginit a vent'anni, con un compagno di studi attualmente avvocato, sposato e padre di due bambini. Lo aveva fatto in campagna (ambiente naturale, molto adatto ai perversi), su un fuoristrada, e non aveva goduto granch. Ma, proprio per quello, si era rassicurata, accorgendosi con sollievo che il suo non godere era la normale frigidit di una donna eccitata alle prese con un uomo goffo, frettoloso e mezzo incapace. Dopo, Stella aveva pianto. Era sempre una pervertita, ma una pervertita che pu vivere come gli altri. Ma il momento in cui veramente uscita dal tunnel, stato

qualche anno fa, in palestra, mentre stava allenandosi alla macchina per i pettorali. Due culturisti, un maschio e una femmina, chiacchieravano durante una sosta fra un esercizio e l'altro, e lei aveva chiesto a lui: Qual la tua perversione?. Per Stella era stata un'illuminazione. Allora le perversioni esistono! Potevano essere addirittura comunicate. Stella era libera. Aveva continuato a frequentare psicologi e analisti, sempre in aperta polemica con loro: non per guarire, ma perch voleva capire l'origine e le cause della sua mania. Alla passione per Charlie Manson ne erano succedute altre, nel corso degli anni, a mano a mano che le societ occidentali erano state in grado di produrre modelli di mostri sempre pi sofisticati e dotati di funzioni multiple, come i telefoni e i computer.

L'ultimo, in ordine di tempo, era stato Jeffrey Dahmer, il mostro di Milwaukee, della serie: Nessuno pu vivere senza un mostro nascosto in qualche buio sottosuolo dell'anima. Jeffrey aveva ucciso e divorato diciassette uomini, in un condominio di cinquanta appartamenti, senza che nessuno si accorgesse di nulla. Giovane, biondo, delicato, e tanto dolce: lavorava in una fabbrica di cioccolata. Per niente pazzo (usava sempre il preservativo per violentare i morti, in tempi di aids non si sa mai). Stella se lo godeva perch era talmente estremo da sembrare non vero, sfumato nella fiction pi sfrenata, fasullo come la violenza nei film di kung fu degli anni settanta. Ne ricavava un'emozione colpevole, che tuttavia sentiva in un certo modo necessaria. Quando lui era morto, il 28 novembre 1994, ucciso in carcere dai criminali comuni che lo avevano condannato a morte, come una quindicenne infoiata aveva composto una poesia su di lui:

In morte di Jeffrey Dahmer

Eri innocente quando mangiavi il cuore del tuo amante. Angelo delle tenebre in quale cielo sei adesso in quale cielo il tuo assassino? Truffare stuprare rapinare ammazzare (se non si troppo morbosi!) va bene non va bene inculare i cadaveri dipingere crani con la vernice d'argento. Piccoli cattivi uccidono Grandi Mostri.

Erano versi cos tremendi, cos paurosamente scadenti, che per una volta Stella era tornata alla sua antica convinzione: la mania che glieli ispirava necessitava di massicce e ininterrotte cure psichiatriche. Con "angelo delle tenebre in quale cielo sei adesso" aveva veramente toccato il fondo. In seguito, era diventata pi indulgente con se stessa: everybody needs somebody, tutti devono avere qualcuno, qualcosa di cui fantasticare, un mito, un rito, un film mentale, un trippaccio, un viaggio nella favola. Almeno due generazioni di uomini italiani hanno avuto Tex Willer, Toro Seduto, Pat Garret e Billy the Kid. Gli intellettuali di sinistra Che Guevara. Le femministe Virginia Woolf e Vita Sackville-West. I tifosi di calcio Diego Armando Maradona. Lei avr pur potuto permettersi Jeffrey Dahmer! Quando si era ritrovata erede dell'agenzia investigativa del padre (che allora si chiamava Spy), e provvista di sufficiente denaro per poter avere la sensazione che il denaro non fosse

importante, Stella si era completamente abbandonata alla scelta che le sue oscure pulsioni e propensioni avevano fatto per lei. Non avendo bisogno di lavorare per vivere, non si sarebbe mai occupata degli affari in cui l'agenzia era specializzata: prevenzione dello spionaggio industriale, indagini immobiliari, recupero crediti. Dopo la morte di Roger del Fante, la Spy era stata mandata avanti da Alberto, il dipendente pi anziano, mentre Stella era ancora all'universit e si dedicava ai suoi studi in criminologia. Dopo la laurea in legge, Stella era stata a capo dell'agenzia per alcuni anni, per impratichirsi del mestiere; in seguito aveva liquidato gli affari in corso, mandato in pensione Alberto e un paio di dipendenti anziani e collocato vantaggiosamente presso altre agenzie i pi giovani. Rimasta unica investigatrice titolare, aveva trattenuto soltanto, nel ruolo di segretaria personale, Patrizia, chiamata in famiglia e dal resto del mondo Pa', come i padri negli anni sessanta (la madre era Ma'), quando i genitori e quelli in generale sopra i quaranta erano i "matusa". Pa' aveva quasi quarantacinque anni, e un'aria che Mariarita avrebbe definito "da spot di un detersivo": cio di una che non sopporta di avere una macchia sulla giacca, e se ce l'ha si precipita a smacchiarla con lo spray, o a lavarla a mano o in lavatrice, e poi fa un bel sorriso disteso e radioso quando la macchia andata via: l'ordine ristabilito, la terra ha ripreso a girare intorno al sole, e James Bond ha salvato il pianeta. Nell'immagine che dava di s, sembrava che Pa' badasse a neutralizzare ogni eccesso e ogni modello. Il viso era non bello e non brutto, con capelli ricci e bruni permanentati tagliati all'altezza delle orecchie, occhi castani e un po' sporgenti dietro gli occhiali da astigmatica, labbra troppo sottili rispetto al naso che vi cadeva sopra a strapiombo; il corpo, non magro e non grasso, era celato sotto abiti che parevano studiati appositamente per non rivelarlo. Pa' vestiva come un'insegnante racchia di media inferiore: portava pantaloni larghi e cardigan, vestitoni premaman, foulard al collo annodati come se soffrisse

di raucedine, oppure gonne al ginocchio, tacchi bassi e calze collant a brutti colori, come il granata, il blu spento o il verde bottiglia. Era schizzinosa; non amava, oltre alle macchie, i resoconti di fatti di sangue, i film adrenalinici, gli effetti speciali di smembramenti: cosa che rendeva alquanto misterioso il fatto che fosse comunque finita a lavorare con una come Stella. Aveva una voce flautata, e modi garbati da geisha stesi come una fragile pellicola su un temperamento nervoso, irritabile, un po' stizzoso. Piaceva a Stella il contrasto formato fra l'aspetto iperfemminile di Pa' e il suo nome da maschio: Pa' era un daddy da commedia americana, o un rude cowboy che insegna a sparare e lanciare il lazo ai pivelli, e ascolta canzoni folk intorno al fuoco, con la mandria che muggisce sparsa per la prateria. Pa' aveva una relazione con un uomo sposato che durava da pi di dieci anni, forse dodici. Pa', che tipo da ricordare tutti gli anniversari, anche quelli dei cani e dei gatti, saprebbe dire al lettore pignolo l'ora, il giorno, il mese e l'anno in cui si innamorata, ma Stella, che invece il tipo che scorda tutti gli anniversari, compreso il suo, non lo sa. Questo legame era costante nel tempo, consolidato, abitudinario, appiccicoso come un vero matrimonio. Aveva orari, regole, canzoni del cuore, lessico di un vero matrimonio. Segretamente, Stella aveva soprannominato Pa' (quest'ultima sarebbe andata su tutte le furie, se lo avesse saputo) la Seconda moglie. La prima moglie ignorava l'esistenza di Pa', cosa che non mancava mai di riempire Stella di un enorme stupore, considerando la durata della relazione adulterina, e gli ampi spazi e obblighi che la Seconda moglie imponeva al suo lui: Pa' esigeva due notti alla settimana, un weekend su tre, e l'accompagnamento in un viaggio di lavoro su quattro. Tutto questo doveva richiedere all'uomo sposato, se non altro, una montagna di bugie, scuse, raggiri e balle da raccontare. Com'era possibile che la prima moglie, per dieci o dodici anni, non avesse mai avuto il minimo sospetto?

Pa', invece, da parte sua, era sospettosissima. Era gelosa non solo della prima moglie, ma anche della segretaria di lui, delle due cognate, della cugina, e di tutte le altre donne: non solo quelle che l'uomo sposato conosceva, ma anche quelle che avrebbe potuto conoscere. Pa' aveva comunque sempre mantenuto sotto sorveglianza il suo lui per mezzo dell'agenzia (a tutt'oggi Stella deve, per amicizia, farle un rapporto quindicinale sui movimenti e incontri dell'uomo sposato). Pa' si serviva anche dei collaboratori esterni, soprattutto quelli di sesso maschile, per effettuare controlli estemporanei a sorpresa: occorreva verificare se l'uomo sposato era a casa quando dichiarava che vi sarebbe stato; in quel caso, la prima moglie non si sarebbe allarmata se lo avesse cercato un uomo. Finora tutto bene. Di recente, per, era scoppiato il dramma: l'uomo sposato si stava facendo una terza moglie. Era successo in seguito a un suo considerevole avanzamento di carriera all'interno della grossa azienda dolciaria in cui lavorava. Quando, dieci o dodici anni prima, aveva conosciuto Pa', era rappresentante di commercio e girava l'Italia vendendo cioccolata; dopo essere diventato dirigente interno si era messo con lei. Ora che era stato nominato direttore delle vendite, aveva cominciato una storia con una ventiduenne disoccupata di buona famiglia, levigata come una top model e fresca come un fiore. Sembrava che fosse in trattative per l'acquisto di un nuovo appartamento, come del resto aveva fatto per Pa' dieci o dodici anni prima: a ogni promozione, a ogni aumento di reddito, una nuova casa, con dentro una nuova donna. Stella ne era dispiaciuta, irritata e anche affascinata: le pareva di vivere in uno di quei romanzi cinesi che trattano di intrighi e veleni negli harem dei gran signori, fra mogli principali, mogli secondarie, concubine, ancelle, schiave e vecchie balie. Pa' soffriva; era doppiamente frustrata, nei suoi sentimenti calpestati e nella maternit: il suo lui, dopo aver fatto due figli nella prima famiglia, sembrava non desiderarne altri nelle famiglie aggiunte. Lei gli aveva dato i suoi anni migliori, e

quell'uomo le aveva tolto la possibilit di diventare madre, un po' come se le avesse bloccato un meccanismo interno a orologeria, o l'avesse rinchiusa in una sala d'attesa, a languire per tutto il tempo della fertilit senza possibilit di uscita. Unica consolazione a tanta amarezza, la cioccolata che l'uomo sposato le elargiva (quella s!) con smodata generosit. Negli uffici dell'agenzia non mancavano mai i cioccolatini assortiti a tutti i gusti, le tavolette di fondente e al latte, le uova di Pasqua, e persino le scarpette della Befana. Stella pensava a Jeffrey Dahmer, che miscelava la cioccolata di giorno e la carne umana di notte. Avendo i gusti di Stella sempre interferito con le relazioni femminili (le donne non si fidano di una donna che attratta dagli assassini), possiamo affermare con sicurezza che Pa' era una delle sole tre amiche che avesse al mondo. Pa' prendeva i gusti eccentrici di Stella e il suo strano modo di divertirsi con una specie di materna indulgenza, un po' sconcertata ma non superiore, non perfida, e Stella gliene era veramente grata. Sei pazza, sei pazza, te lo dico io diceva sempre Pa', ma il suo tono non era di commiserazione, quanto piuttosto di ammirazione, quel tipo di ammirazione che si prova per i tipi che sfidano ogni sorta di pericoli per battere un primato, violare un tab o esplorare l'altra faccia della luna. Il lettore di buon senso pu credere che non li imiterebbe mai: ma chi, per una volta, e a patto di non riportare troppi danni, non vorrebbe entrare nella loro pelle? Forse, l'attrazione che Pa' provava per la sua principale era l'altra faccia del suo carattere inibito e perbene: come se Stella fosse stata lo spirito incarnato di tutti i resoconti dei fatti di sangue, film adrenalinici ed effetti speciali di smembramenti, che, cacciato dalla porta, rientrava dalla finestra per alleggerire di un po' di noia la sua vita. E Stella, cresciuta senza madre dal vedovo Roger del Fante, in un ambiente di investigatori e giocatori di poker, trovava in Pa' il calore, la tranquillit domestica, e quella dolcezza insidiosa che tipica delle sostitute

mamme. Pa' era affidabile, efficiente, fedele. Aveva lavorato insieme a Stella per quasi due anni sul caso del camionista violentatore e strangolatore (Sei pazza, sei pazza, te lo dico io), le era rimasta vicina, malgrado tutta la storia le ispirasse un sacro terrore (Devo essere pazza anch'io a lasciartelo fare, devo essere pazza anch'io a darti retta), quasi fino alla fine. Stella non avrebbe pi saputo fare a meno di quel suo "Sei pazza, sei pazza, te lo dico io".

Le tre stanze dell'agenzia si trovavano all'ultimo piano di un grande stabile d'epoca in via Moscova; Stella aveva affittato i rimanenti uffici uso abitazione, e riservato per s l'appartamento di fronte. Stella e Pa' trascorrevano tutti i pomeriggi dei giorni lavorativi insieme (Pa' lavorava soltanto part time), in due uffici adiacenti, uniti da un breve corridoio a una sala d'attesa. Quest'ultima era gradevole, tinteggiata di un verde pallido con decorazioni a fili d'erba che inducevano una pace bucolica, e profonde poltrone in pelle che sembravano invitare a un amoroso abbraccio, priva di tutti quei depliant inutili e riviste vecchie di un anno che ingombrano ogni sala d'aspetto. L'ufficio di Pa' rifletteva la personalit di lei: aveva un che di casalingo, di donna precisa, ordinata, che smacchia, lucida e passa le serate in pantofole, mangiando solo uno yogurt per mantenere la linea; era un bazar di quelle che Stella chiamava "le cose di Pa"": piccole piante grasse, piante ad alto fusto, lavori a maglia appena cominciati o quasi finiti, lavori all'uncinetto, romanzi Harmony, bomboniere dei matrimoni di parenti e amiche, cestini pieni di cianfrusaglie, composizioni di fiori secchi, tazzine da caff, scarpe di ricambio, una collezione di penne (fra le quali una ripiena di un liquido dentro il quale scorreva su e gi un minuscolo palombaro), un riccio spaccato con castagne e un soprammobile a forma di oca che guarda in basso, oltre l'orlo della scrivania.

L'ufficio di Stella era l'ex ufficio di Roger del Fante, pieno di memorie di lui, dei suoi diplomi e attestati e trofei, delle foto sue e dei suoi amici e dei poliziotti e magistrati con cui aveva lavorato, dei ritagli di giornale incorniciati che attestavano le imprese portate a termine con successo, o riportavano le sue interviste. Stella aveva lasciato tutto com'era: i mobili di noce, la scrivania con il ripiano di cristallo, il portamatite, il calendario, il fermacarte di granito a forma di falco, la stilografica con il pennino d'oro, il tagliacarte con l'impugnatura a elsa di spada, persino la scatola dei sigari, che di tanto in tanto fumava anche lei. In un cassetto, avvolto in un foglio di carta velina, Stella conservava l'ultimo sigaro fumato a met da Roger, prima del suo ultimo ricovero in ospedale. Davanti a una grande finestra c'era una cicogna impagliata a cui gli occhi di vetro davano un'espressione tra il terrorizzato e l'aggressivo: da bambina, quand'era alta quanto la cicogna, era rimasta lunghe ore a fissarla credendola magica, e aspettandosi di vederla prendere vita e alzarsi in volo. A una parete, c'era un'enorme foto del padre detective che pareva sciogliersi in ombre e chiaroscuri, come un ritratto a olio di un maestro fiammingo del XVII secolo: vi si indovinava l'uomo che era stato in vita, corpulento, equilibrato, gaudente con una venatura di malinconia. Roger del Fante in carne e ossa occupava massicciamente lo spazio, ma con una specie di aerea grazia e, nella pacata lentezza dei suoi movimenti, c'era qualcosa di leggero. I suoi occhi, blu come quelli della figlia, riuscivano a essere intensi fino a sembrare scuri. I folti capelli e baffi neri (che sarebbero poi diventati di un bianco argenteo) e i tratti del volto lo facevano somigliare a uno scrittore latinoamericano, di quelli per cui le donne fanno la fila in libreria con i libri da autografare. Un'immagine ipervirile, da contadino che ha studiato, da saggio ruspante: per Stella bambina, l'uomo bianco che combatteva gli uomini neri. Piaceva a Stella, da piccola, vederlo come un personaggio dei film polizieschi americani anni cinquanta, con il cappello (anche se non lo portava

mai) e l'impermeabile (che portava solo raramente) dal bavero rialzato: rigorosamente in bianco e nero. Le piaceva immaginarlo in lunghe e inverosimili avventure da fumetto mentre, la notte, usciva a lottare contro l'uomo nero (che porta via i bambini). Ma c'erano anche altre fantasie, pi torbidamente inquietanti, in cui la figura del padre e quella dell'uomo nero trascoloravano l'una nell'altra, in una confusione di tonalit. Un padre in bianco e nero, in cui il bianco e il nero si sciolgono e si mescolano, come nei chiaroscuri e nelle ombre di quella sua foto appesa al muro. Roger del Fante aveva molto amato la buona cucina, i vini, le pistole, i romanzi polizieschi classici, e le aspiranti attrici. Dopo che era rimasto vedovo, aveva avuto un certo numero di donne, aspiranti attrici di teatro, di cinema, di televisione, ciascuna delle quali Stella aveva chiamato non mamma, ma zia: tutte insieme, "le zie". Stella, per cui il padre era il centro del mondo affettivo, era stata solo moderatamente gelosa delle zie: nessuna durava a lungo. Stella supponeva che suo padre se ne stancasse perch, immancabilmente, non diventavano mai attrici, e si limitavano a rimanere aspiranti. A Roger piacevano i discorsi compiuti, i fatti compiuti: presumibilmente, anche le persone compiute. A causa dell'insolita educazione ricevuta, l'investigatrice privata non ha avuto modelli femminili (a parte le zie effimere) a cui conformarsi. Malgrado le sia mancata un'istruzione adeguata, si arrangia come pu per "realizzarsi nel mondo del lavoro senza perdere la propria femminilit". In questo momento, seduta alla sua scrivania: ha sfilato le scarpe, regolato all'indietro il sedile della poltrona, e alzato i piedi sulla scrivania. Le piace molto starsene cos con i piedi all'aria, una caviglia sopra l'altra, in quella posa insolente, da dura. Sta per cominciare a leggere un dossier che riguarda Mariarita Fortis, frutto delle ricerche accurate e metodiche di Pa'. La segretaria di Stella molto abile, quando si tratta di indagare sulle donne; sa raccogliere dati e informazioni dalle fonti pi

disparate con la massima discrezione, con un aplomb da spia da film inglese, mentre, se deve indagare su uomini, pensa al suo rappresentante di cioccolata, si coinvolge emotivamente, e perde in obiettivit e autocontrollo. Allora, cos'ha scoperto Pa' su Mariarita? Che svolge uno di quei lavori di cui non si sa nulla, e che quando te ne parlano, a una cena al ristorante o a un evento culturale o mondano, puoi solo dire, con un sorriso vuoto e un tono vago, che deve essere interessante. interessante essere una specie di banca dati di un uomo politico cattocomunista? Stella se ne frega abbastanza dei partiti, e la vita politica italiana le appare pi o meno come lo spettacolo del circo Orfei che ha visto a cinque anni (ha voluto una foto con il leone); quanto all'onorevole Malenotti, sembrerebbe uno dei pochi politici professionisti italiani a non essere un freak, a non presentare deformit fisiche, a esprimersi senza difetti di pronuncia (a parte quella evve che trascende il difetto stesso), o cadenze dialettali, o errori di sintassi. Pa' stata brava: ha scoperto quello che fa Mariarita da una manicure di un centro estetico a Porto di Mare, che l'ha saputo dalla stessa Mariarita; in seguito, lavorando al computer (per mezzo dei programmi di ricerca degli indirizzi di posta elettronica), Pa' arrivata all'agenzia romana di Mariarita e, spacciandosi per una neolaureata aspirante a un posto analogo, ha accumulato ulteriori dettagli. S, Pa' proprio un fulmine, quando vuole. Nella settimana in cui Pa' l'ha tenuta sotto stretta sorveglianza, Mariarita ha incontrato solo due persone: una certa Consuelo Garzone, casalinga, sposata con un ingegnere, madre di un bambino di sette anni, e... (questo decisamente pi interessante) don Pio Mariani, sacerdote e teologo, negli anni settanta militante tra le file dei cristiani del dissenso, apertamente favorevole al divorzio, alle pratiche contraccettive e all'aborto, scomunicato e poi riammesso nella Chiesa, a tempo perso anche esorcista. Pure lui fa parte dello staff di Malenotti; si dice anzi che gli scriva i discorsi per gli interventi pubblici, le confe-

0042.jpg renze stampa e le campagne elettorali. Mariarita Fortis e Pio Mariani sono, pare, molto amici. Un'amicizia sofisticata, lunare. E il sesso? Quanto a quello, niente da segnalare. Non c'erano uomini, e neppure donne.

Intanto, a casa sua, mentre cercava nella borsa l'agenda elettronica, Mariarita ripesc il biglietto da visita di Stella. Subito non ricord chi le avesse lasciato un biglietto da visita, poi lesse:

Stella del Fante AGENZIA BLACK JACK

Seguivano l'indirizzo, i numeri di telefono e fax. Ah, la detective. Mariarita volt oziosamente il biglietto. Il retro, era interamente occupato dall'immagine di una carta da gioco, il fante di picche:

Nitido, lucido, nero, in rilievo su fondo bianco, un uomo giovane dal profilo ferino e romantico, armi affusolate simili ad alabarde. "Molto suggestivo, ma che cazzo significa?" si domand Mariarita.

In tutti quegli anni, Stella non aveva mai avuto un vero cliente, perci possiamo immaginare quale fu il suo stato d'animo quando, mentre Mariarita riponeva il biglietto da visita in un cassetto (insieme a quello di una ditta che analizzava i fumi delle caldaie a gas), Pa' entr nel suo ufficio per annunciarne uno. Era un uomo con un'aria che Mariarita avrebbe definito "da spot di un olio di semi": sui cinquanta, brizzolato, un volto sotto le cui linee si indovinavano quelle pi antiche del ragazzo di un tempo, maturato fino a indurirsi in alcuni punti e a cedere in altri. Fisico asciutto, denti candidi, una fitta rete di rughe intorno agli occhi. Poteva essere un professionista o un piccolo imprenditore, che si mantiene in forma con i soggiorni nelle beauty farm, grazie a uno stretto regime alimentare, e condendosi l'insalata con l'olio di semi. I suoi modi erano come lui: cordialmente sbrigativi, un po' secchi, da tipo che non ha mai sprecato un'ora, un minuto, un secondo del proprio tempo. Ho conosciuto suo padre esord, serrandole la mano in una stretta ferrea. Dal modo in cui l'aveva detto, calcando sulla parola "padre" come se avesse un significato chiave, sembrava che si trattasse di una faccenda di padri e figlie. E infatti, lo svolgersi del colloquio successivo avrebbe confermato la sensazione di Stella. Si accomodi. L'uomo sedette su una delle tre poltroncine di fronte alla scrivania. Le dir solo un nome: Amanda Giovannetti. Amanda Giovannetti era una delle vittime del Frankenstein, la seconda. Quindici anni, unica discendente di una famiglia di piccoli ma vitali imprenditori del varesino, seconda ginnasio in un istituto privato gestito da religiosi, lezioni di piano, lezioni di equitazione, niente discoteca, niente droga, niente sesso (forse). Una vita di una limpidezza abbagliante, da ragazza perbene di mezzo secolo fa. Era sparita un pomeriggio, mentre tornava a casa dopo essere stata a studiare da un'amica, nel

breve tragitto fra le due case. Capisco. Lei .... ... Sandro Giovannetti. Cos, Stella aveva visto giusto: l'uomo che aveva davanti era anche lui un padre, e il padre di una figlia assassinata. Stella lo consider con pi attenzione: portava bene il dolore, come si portano bene gli anni. Non lo lasciava trasparire, se non forse da un certo cedimento delle guance, dal tono a scatti della voce, dalla durezza delle pupille, come prosciugate dall'interno. Doveva aver amato molto la sua Amanda, sia pure con il suo stile possessivo, bonariamente autoritario. Ci fu una pausa di imbarazzato silenzio. Perch ha pensato di rivolgersi a me? chiese Stella. Come le dicevo, ho conosciuto il suo pap. Abbiamo fatto parte della stessa sezione dei Lyons, per qualche tempo. A dire la verit, non ci siamo mai frequentati in privato, ma... ho sempre sentito parlare molto bene di lui. Cos, quando mi sono messo a cercare un'agenzia privata di investigazioni, mi sono ricordato di lui... cio, della sua figlia ed erede. Figlia ed erede: suonava bene. Aveva qualcosa di faraonico, e anche del tipo dinastia di imprenditori lombardi. E che tenerezza, in quel "pap": aveva cercato di intenerire Stella, se stesso, o tutti e due? Ho letto di lei sui giornali continu l'uomo. A proposito della cattura di quel maniaco, quel tale che andava in giro con il camion a uccidere prostitute... stato merito suo, non vero? Non avrei mai voluto che il mio nome finisse sui giornali. Non intendevo farmi pubblicit. Ma quel che conta che stato tutto merito suo. Me lo ha detto il questore, che mio buon amico. La polizia non sapeva neppure da dove cominciare, e lei invece ha fatto le mosse giuste... Ascolti, io non mi fido della polizia... Non scommetterei un centesimo, sulla polizia. I poliziotti sono funzionari statali pigri, assenteisti e non sufficientemente motivati. Mentre una giovane investigatrice d'assalto, determinata, svelta, capace....

Fra poco mi dir che qualche volta le donne sanno svolgere lavori da uomini anche meglio degli uomini, pens Stella. Fa parte del suo copione. ... e poi, c' il fatto che lei una donna. Io credo nelle donne. Sono convinto che qualche volta sappiano svolgere lavori da uomini persino meglio di loro. Voi donne avete, non so, qualcosa in pi, una maggiore intuizione, una maggiore finezza e sensibilit.... Stella sper che non la tirasse ancora in lungo con il discorso della sensibilit femminile. Le donne, a quanto ne sapeva, non sono particolarmente sensibili, ma piuttosto coriacee, costruite con una sostanza fatta per sopportare ogni genere di fatiche, privazioni e disgusti, ben diversa dalla sostanza maschile che, quella s, eccezionalmente sensibile, fragile, umbratile. Insomma, per farla breve, voglio che sia lei a trovarmi l'assassino di mia figlia. Ecco: e adesso, cosa avrebbe dovuto rispondergli? Che lei non era veramente una professionista, ma una... s, una dilettante, magari brillante, magari di genio, ma pur sempre una dilettante, come tutti gli italiani quando si mettono a fare qualsiasi cosa. Che lei lavorava per appagare una mania, un malvagio prurito interno scaturito non si sa come e non si sa perch da qualche parte della sua chimica organica. Che, tutto considerato, le sembrava fuori luogo accettare un normale incarico, con una normale retribuzione. Cosa dire a quell'uomo che non era suo padre, ma era pur sempre un padre? Mia figlia, capisce, aveva tutta la vita davanti. E quell'uomo gliel'ha tolta, e ha tolto tutto anche a noi... Ha distrutto la nostra famiglia, ucciso il nostro futuro, la speranza.... Un momento. C' una cosa che deve sapere. L'agenzia Black Jack non si mai occupata di casi come questo... La storia del camionista... Ci sono capitata sopra per puro caso, stavo solo dando una mano a un amico della polizia. E non darebbe una mano anche a me, come se fossi un vecchio amico del suo pap?

L'ispettore Trotta, che si sta occupando del caso, le avr spiegato quali sono le difficolt quando si d la caccia a individui di questo tipo. Lei sa bene che le indagini fra le amicizie di sua figlia si sono rivelate infruttuose. Probabilmente, sua figlia non conosceva l'assassino... Lui deve averla abbordata per strada, e lei lo ha seguito, non ha diffidato di lui. Lo stesso accaduto alle altre due ragazze. L'uomo con cui abbiamo a che fare spia le sue vittime nell'ombra prima di colpire... un predatore. Deve essere nello stesso tempo seduttivo, affascinante, e anche simpatico, capace di ispirare fiducia. Un tipo di killer particolarmente temibile, e difficile da prendere. Ma, per quanto furbo sia, lei lo prender. Non cerchi di schermirsi, Stella. Io so quanto in gamba. Io veramente non avevo pi.... Tutte queste esitazioni: per rilanciare il suo compenso, che peraltro non abbiamo ancora discusso? Non una questione di soldi. Allora, cosa? Gi, cosa? Che dire a quel padre infelice, che voleva da lei l'assassino? Rifiutare? Perch esitare, ora che si trattava di ufficializzare un ruolo, un mestiere per il quale, del resto, era altamente qualificata? Aveva lavorato gratis per quasi due anni, sul camionista. Se guardava bene dentro se stessa, Stella doveva ammettere che non aveva bisogno di un incarico ufficiale, n di un cliente, per occuparsi di Frankenstein. In cuor suo, aveva gi deciso di farlo. Lo stava gi facendo. E allora, perch tanta resistenza? Forse perch Sandro Giovannetti la turbava, ricattandola sentimentalmente con le sue storie sul "pap", perch le dava la sensazione di una gran confusione di ruoli, in quel continuo parallelo Roger del Fante-Stella del Fante, Sandro Giovannetti-Amanda Giovannetti? Ha scotennato mia figlia. Non solo l'ha uccisa, ma le ha tolto il cuoio capelluto e i capelli... questo che trovo intollerabile. Le ha strappato i capelli. Gli piacevano i suoi capelli, e li ha presi. Si fa cos con le cose, non con le persone. Me lo trovi, Stella.

Lo prenda. Sono certo di aver fatto la scelta giusta. Voglio lei! ripet l'uomo battendo il palmo della mano aperta sulla scrivania, in un tono che non ammetteva repliche.

Nello stesso momento in cui Stella scopriva di non aver nulla da replicare al suo primo vero cliente, Mariarita stava uscendo di casa, con l'intenzione di andare a comprare un regalo per il compleanno della sua amica Dorota. Se lo avesse impacchettato quella sera stessa e spedito l'indomani, sarebbe arrivato in Polonia sicuramente in tempo, forse proprio il giorno stesso dell'anniversario. Il progetto di andare a scegliere un regalo per Dorota era anche, in realt, una strategia diversiva per tenere a bada quello stato di lieve paranoia in cui l'aveva gettata l'incontro con l'ispettore Angelo Trotta, l'inquisitore del World Wide Web. Sarebbe esagerato dire che, da quel giorno, Mariarita non mangiava e non dormiva pi, ma insomma: mangiava e dormiva male. Nelle sue fantasie pi romanzesche da dramma giudiziario si vedeva accusata ingiustamente dei delitti, trascinata in tribunale e stritolata negli ingranaggi spietati della legge (tanto uguale per tutti da rendersi disuguale); nei momenti pi lucidi e realistici, temeva di essersi attirata addosso una valanga di noie: se veramente quel Trotta aveva ragione, e l'assassino si era ispirato alla sua pagina web pubblicata in Internet, si sarebbe forse trovata costretta a dimostrare la sua estraneit alla cosa, assumere un avvocato, avere a che fare con giornalisti tendenziosi e intriganti... No, no, meglio pensare a Dorota. Mariarita percorse a piedi il tratto di strada che la separava da piazza Corvetto. Tralasciando il grande magazzino Upim, e anche le bancarelle del mercato ambulante, entr in un piccolo negozio di articoli da regalo. Dorota amava l'Italia, che era il suo Altrove ideale, il luogo dove si vorrebbe vivere semplicemente perch non ci si vive davvero. Mariarita sapeva che a-

vrebbe gradito un oggetto tipicamente italiano, che poteva cio essere fabbricato solo in Italia, qualcosa che fosse, mah, per esempio, un orologio a cuc in Svizzera o uno zoccolo in Olanda, senza per cadere nel kitsch pi svaccato: la qual cosa escludeva decisamente sia l'orologio a cuc che lo zoccolo. La scelta, perci, non era per niente facile. Dopo qualche minuto passato a curiosare nel negozio, Mariarita aveva gi escluso i portaritratti con la cornice decorata a frutta in rilievo, le scatole con pupazzo a sorpresa, e le tazze da prima colazione con i seni. Non c'era nulla di autenticamente italiano, e nulla che non fosse fatto in serie. Erano seriali anche le magliette di cotone bianche o nere con citazioni di romanzi o poesie. Furono proprio quelle magliette a dare a Mariarita l'idea giusta: compr una T-shirt bianca, e colori per dipingere la stoffa. Avrebbe confezionato con le sue mani a Dorota un regalo creativo. Soddisfatta, Mariarita riprese la via di casa, godendosi la camminata in quella che era probabilmente la prima giornata calda dell'anno. S, era un anticipo d'estate, con un'aria tiepida che asciugava le chiazze umide della pioggia caduta la sera prima. La primavera, a Milano, strana, quasi un'idea di primavera, o un'eco di altre primavere, un riverbero di luoghi in cui gli uccelli cantano e gli alberi si riempiono di gemme. Ma, proprio per il suo carattere ideale, la primavera a Milano ha un suo fascino occulto, un incanto speciale. Mariarita amava la primavera a Milano, con i suoi odori artificiali di deodoranti per ambienti sfuggiti dagli interni delle case, e i suoi riflessi di sole su pareti di vetrocemento. La ricerca del dono e l'arrivo della primavera l'avevano effettivamente distratta dalle sue paranoie di innocente perseguitata. Non ci pensava pi, mentre rincasava: ricominci a pensarci quando, appena rientrata nel bilocale, il telefono prese a suonare, e immagin che a chiamare fosse Sonia. L'associazione di idee fra Sonia e la polizia pu sembrare un po' accidentata ma, nel pensiero di Mariarita, la cosa funzion cos: quando sapr che sono sospettata in una serie di omicidi, Sonia

dovr pur smettere di chiedere il mio ascolto, per prestare il suo a me. Ho qualcosa di nuovo da raccontarti, Mariarita. Anch'io. Ho consultato il mago Amenhotep. E io sono stata consultata dalla polizia. Mi ha fatto le carte in diretta. Sai, lui risponde alle telefonate tutte le mattine, dalle nove alle dieci, su Teleshow.... Teleshow era un network privato veneto che trasmetteva perlopi vecchi musical, televendite di gioielli e tappeti, orrendi programmi di karaoke, e dirette con cartomanti e veggenti di numeri del lotto. ... e ha detto che posso stare tranquilla. Lui legato a me, legatissimo... e torner, non subito, ma torner... Per, ha detto, io avr un altro incontro importante, nei prossimi due o tre mesi, con un altro uomo, pi maturo, pi responsabile.... Un certo ispettore Trotta mi ha interrogata per mezza giornata. ... cos, forse, quando torner, sar io a non volermi rimettere con lui, cosa che mi sembra quasi impossibile, astronomica! Sonia, credono che io sia l'istigatrice di un assassino che ha ucciso e fatto a pezzi tre donne. Cosa? Te lo sto dicendo da un'ora. Sono coinvolta in un caso criminale. Ah. Un caso di omicidio multiplo. Be', ma tu non c'entri, no? Naturale che non c'entro. Ma allora, scusa, di cosa ti preoccupi? Ammetterai che non cosa di tutti i giorni. S, ma tu non hai fatto niente. Quell'ispettore lo capir. Basta guardarti per capire che non faresti mai niente. Puoi stare tranquilla, non hai veri problemi, tu. Io, piuttosto, se le cose mi

vanno bene, dovr aspettare fino a Natale per riavere lui. A meno che non abbia ragione il mago Amenhotep, e nel mese di luglio non faccia davvero un incontro da colpo di fulmine. Ma io, in luglio, lavorer ancora, non previsto che vada da nessuna parte. Forse il caso che sfrutti i miei giorni arretrati di ferie e mi prenoti una vacanza, magari in un residence, in un villaggio turistico... Tu che ne dici, lo faccio? Secondo te, quali residence vacanze, o villaggi turistici, possono essere frequentati da uomini maturi, responsabili, e naturalmente anche liberi, ricchi e belli? Sonia le aveva detto di stare tranquilla, ma, dopo la conversazione telefonica con lei, Mariarita avrebbe avuto bisogno di un'intera confezione di Tavor al dosaggio pi elevato. Amiche! Cosa non si farebbe per loro, e senza di loro. Chi trova un'amica trova un tesoro. Le amiche ti stanno vicine nelle avversit e nei momenti di sconforto. La migliore amica della donna il cane. Forse due gatte potevano rappresentare un valido sostituto del cane. Era meglio dimenticare l'amica vicina, e concentrarsi su quella lontana. Mariarita stese la maglietta che aveva acquistato sul tavolo del soggiorno, si mun dei colori, e, dopo aver chiuso in camera da letto le gatte che avrebbero sicuramente camminato sul suo lavoro, si mise all'opera.

... vero pandemonio del secolo; personificazione della follia che sta fuori dei manicomi; serbatoio del disordine, della imprevidenza, dello spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti... essa ha due aspetti, la mia Scapigliatura... da un lato... propagatrice delle brillanti utopie, focolare di tutte le idee generose, anima di tutti gli elementi geniali, artistici, poetici, rivoluzionari del proprio paese; che per ogni cosa bella, grande o folle balza d'entusiasmo; che del riso conosce la sfumatura arguta come lo scroscio franco e prolungato; che ha le lacrime d'un fanciullo sul ciglio, e le memorie feconde nel cuore... Dall'altro lato invece un volto

smunto, solcato, cadaverico, su cui stanno le impronte delle notti passate nello stravizio e nel gioco, su cui si adombra il segreto di un dolore infinito, i sogni tentatori di una felicit inarrivabile, e le lagrime di sangue, e le tremende sfiducie, e la finale disperazione.

Niente male davvero. Stella chiuse il volumetto, un tascabile sul genere dei Bignami dal titolo Comprendere la Scapigliatura, lasciandovi il dito medio intrappolato dentro, in funzione di segnalibro, e si prese una pausa per riflettere meglio su quanto aveva appena letto. La definizione sopra, che ci ha colpiti quanto ha colpito lei, la si deve a un certo Cletto Arrighi, che nel suo feuilleton La Scapigliatura e il 6 febbraio (la storia di sette scapigliati morti sulle barricate dell'insurrezione mazziniana del 6 febbraio 1853), apparso nel 1858 sulla rivista Il Pungolo, inventa il nome del fenomeno, individuando inoltre nella Scapigliatura una casta sociale sui generis distinta da ogni altra, composta da persone fra i venti e i trentacinque anni, di entrambi i sessi, e di tutte le origini sociali. Stella era nuovamente con i piedi all'aria; aveva due libri in grembo, e cinque-sei stavano sparpagliati sulla scrivania; un altro torno, ben pi ponderoso, era caduto sul pavimento: per legge di gravit. Si massaggi una caviglia con l'altra: le piacevano l'attrito e il fruscio del nylon sul nylon. Dall'ufficio adiacente non provenivano i consueti rumori di oggettini spostati, i soliti scricchiolii e tonfetti, ma solo un gran silenzio: segno che Pa' stava lavorando a maglia. Pa' non produceva nessun suono, sferruzzando, sembrava quasi che non respirasse, la si sarebbe detta immobile, non fosse stato per l'attivit delle mani ridotto al minimo, follemente svelto. Forse, quello era il suo modo di meditare. Stella aveva voluto saperne di pi su quel movimento che affascinava tanto Mariarita Fortis. A scuola lo si studia appena, e pi che alla letteratura fa pensare a una scuola di formazione

per parrucchieri: taglio corto e scapigliato sulla fronte, l'ultima tendenza dei coiffeur de Paris. Altro che parrucchieri. Una bella banda di svitati... La Bohme di Giacomo Puccini, con il suo bravo scapigliato che vive d'arte e d'amore in una squallida soffitta, talentato e incompreso. Troppo incompreso. I poeti maledetti francesi, Rimbaud e Verlaine, quella gente l. E poi... quella faccenda della pagina web, quel racconto con un assassino cos simile a Frankenstein, scritto un secolo e mezzo fa... Mariarita Fortis...

Mariarita Fortis, che confezionando il regalo per il compleanno di Dorota non immaginava che i pensieri di Stella erano rivolti a lei.

Intanto, Mariarita aveva terminato il suo lavoro. Sul cotone bianco della T-shirt aveva scritto, in caratteri neri un po' gotici, una frase di Tarchetti: "Io mi sono divorato la vita". Le piaceva, sapeva di giovent bruciata, di esistenza vissuta a perdifiato, di rovina e gloria, e soprattutto ricordava quell'altra, scritta un bel po' dopo: "Voglio vivere in fretta, morire giovane e lasciare un bellissimo cadavere". Se, per Dorota, l'Italia era un sogno americano, allora avrebbe sicuramente amato le parole di un italiano che aveva saputo sognare come si sogna in America.

L'altro ramo del Lago di Como I

gino Tarchetti, che per Sonia "quell'Igino Tarchetti su cui Mariarita tanto fissata" (e nulla pi), era nato il 29 giugno 1839 (segno zodiacale Cancro), nel natio borgo selvaggio di un Piemonte che allora non era neppure Italia, un minuscolo angolo di nulla, San Salvatore Monferrato. Le verdi colline dell'alessandrino, languide come seni al sole, le cascine basse, isolate nelle pianure. Le strade a linea retta, bianche e abbaglianti d'estate, quando le fronde congiunte degli alberi non le trasformano in fresche gallerie d'ombra. I filari di vite che catturano l'occhio in una vaga prospettiva di incubo, le case di pietra, i paesi di campagna in cui regna un silenzio antico e rurale, fuori dal mondo. I suoni animali, le cicale, i grilli, il canto degli uccelli, l'abbaiare dei cani. I contadini che conducono per campi e frutteti vacche che cagano molli ciambelle di letame, buono e gradevole all'olfatto. E, la notte, i sentieri rischiarati da centinaia, migliaia, forse milioni di lucciole, pi lucciole di quante si possano immaginare oggi, crescendo in una moderna metropoli. Questo l'ambiente in cui Igino cresce e trascorre tutta la sua infanzia, un mondo che non manca di bellezza, ma che lui odia profondamente proprio in quanto costretto a viverci, dove si sente rimpicciolire, deperire, sfinire: " l che non ho potuto aver mai n una nobile gioia, n un nobile dolore; l che conobbi gli uomini che mi hanno insegnato ad odiare gli uomini". E il primo odio, come il primo amore, non si scorda mai. Quinto di otto figli (fra i quali, due morti prematuramente),

appartiene a una famiglia di piccoli proprietari terrieri, benestante ma travagliata da lutti e sciagure. Del primo periodo della sua vita non resta nulla, a parte quello che si pu indovinare dai pochi indizi seminati nello sparuto epistolario e nelle sue opere, le riflessioni e i brani di dialogo regalati ad altri personaggi, prestati a esistenze virtuali. Della madre, Giuseppina Monti, che in Fosca fa morire per conferire pi pathos al suo eroe, ma nella realt gli sopravviver, scrive: " una assai buona donna, alquanto capricciosa, alquanto strana e severa ma di ottimo cuore, di mente colta e capace dei pi nobili sacrifizi per la felicit della sua famiglia. Io ebbi sempre la sua affezione pi intima per certa somiglianza di tipo, di indole e di carattere". Del padre, Ferdinando, un accenno nella poesia Nel d dei morti: "O padre mio, una voce mi dice | e mi suona nell'anima commossa | che tu sei morto e non fosti felice!". Sicuramente non felice neppure lui, Igino: solo, senza amici, non comprende le persone e le persone non comprendono lui: "La natura mi aveva reso ribelle alle misure comuni e alle leggi comuni". Si sente a parte. Coltiva la sua misantropia e preferisce la compagnia degli animali, che ama teneramente, francescanamente, fraternamente. Una notte, non potendo dormire, esce di casa e si sdraia sotto un albero, incantandosi ad ascoltare il canto di un usignolo. Il canto si interrompe, e Igino ode un tonfo appena percettibile di qualcosa che cade fra l'erba. l'usignolo agonizzante. Igino lo raccoglie sul palmo della mano e rimane l, a guardar morire l'uccellino, a spiare avidamente il momento del suo trapasso, con un lacerante sentimento tra la gioia e la pena. Mentre si dedica agli studi classici, presso i Padri Somaschi di Casale Monferrato, un suo compagno di scuola, Edoardo, si suicida a sedici anni dopo aver letto un romanzo di Francesco Domenico Guerrazzi. Pare che, come negli anni ottanta la visione di Rambo ha prodotto soldati mercenari, la lettura dei romanzi dell'epoca producesse epidemie di suicidi. Lo stesso

Igino medita di uccidersi: "Il mio cuore ha cessato da lungo tempo di battere". Dopo il liceo classico, il ragazzo che voleva morire si arruola nell'esercito, e finisce in un commissariato militare. Si ignorano i motivi di questa scelta: le lettere alla madre di questo periodo parlano di dissesti finanziari, perdite, debiti, usurai. "A ventidue anni, con tante belle idee nel capo, con tanti affetti nel cuore, dovermi seppellire tra le mura di un ufficio e contemplare il sole di maggio attraverso le gretole di una persiana." Forse spinto dal desiderio di aiutare la famiglia, Igino prigioniero: di una stanza, di una divisa, di un capo che "un vero cannibale", di un destino non suo. Nel 1861 partecipa a una campagna militare di repressione contro il brigantaggio nel Sud, a Foggia, Lecce, poi Taranto e Salerno, della quale non far mai il minimo accenno, n dir mai una parola: probabile che abbia visto pi di quanto avrebbe mai desiderato vedere. Una volta, gli dicono che necessario sparare a Garibaldi: si tratta di un mulo, malato e ridotto allo stremo, soprannominato Garibaldi dalla truppa. Igino redige il rapporto in cui dichiara che "Garibaldi stato abbattuto", e racconta l'aneddoto agli amici, con l'umorismo acidulo che sar sempre suo. Le lettere fanno allusioni oscure (gli anni della sua vita prima dell'inizio della carriera letteraria sono avvolti nella nebbia) a insubordinazioni, violazioni della disciplina, punizioni. La vita militare ha l'effetto di renderlo violentemente antimilitarista. A volte sembra un pazzo agli occhi dei suoi stessi compagni: parla e ride come se fosse solo. Il suo migliore amico nell'esercito Albino Ronco, un pianista, che condivide con lui le ambizioni artistiche, e che morir suicida a Roma nel 1876. Igino, in preda all'angosciosa sensazione di star sprecando la sua vita, gli scrive: "Mi sento tormentato dal rimorso della mia negligenza e penso talora che se dovessi morire senza aver tentato almeno di farmi conoscere, non potrei consolarmi meco del mio destino". Tensioni irrisolte, travolgenti febbri crea-

tive. Igino scrive versi, tenta la via sperimentale del poema in prosa; questi componimenti usciranno solo dopo la sua morte. Nel '63, vive la prima storia importante della sua vita, con Carlotta Ponti, una donnina leggera (oggi si direbbe una squinzia da discoteca) che va a ballare senza di lui, ha svariati altri amanti e lo spedisce spesso a Milano a farle commissioni presso le modiste. Un anno di Lettere a Carlotta (l'epistolario dello scrittore quasi interamente indirizzato a lei) testimonia tutto il decorso dell'amore, con slanci e ricadute, illusioni e disillusioni, momenti up e momenti down, sbronze e disgusti. Igino la mette in guardia, ricordandole che non trover un altro uomo che rispetti le donne quanto lui, e subito dopo arriva al punto di chiederle, con l'ansia strozzata e miserabile dell'innamorato che gode della propria umiliazione, se deve comprarle gli stivaletti con il tacco o senza tacco, o le parure di biancheria gialle o verdi. L'amore trasforma in fattorini. Mentre frequenta le sartorie e porta pacchi per la sua Carlotta, Igino scrive altri versi: "Oggi di negro umor mi son svegliato | esco di casa, e lunghesso la via | due demoni cavalcanmi allato | il mal d'amore e la malinconia". La malinconia, gi contratta a San Salvatore Monferrato nei primi anni come malattia infantile, diventa un'infezione cronica: "Vorrei essere una iena, addentrarmi nei sepolcri e pascermi delle ossa dei morti". Sono parole di un ragazzo che non ha ancora venticinque anni: che cosa ha potuto, in cos poco tempo, renderlo cos arrabbiato, cos estremo? Si perde l'innocenza non con la prima esperienza sessuale, ma con la prima delusione. E Igino ha gi perso tutte le sue illusioni; gli restano ormai solo i suoi paesaggi ideali, i fantasmi come persone vive e le persone vive che diventano fantasmi: la letteratura. "Che cosa il sogno se non un'esistenza piena, calma, smisurata, al cui confronto l'esistenza della veglia non che la vita monca e impotente della pietra?"

Buongiorno. Sono Stella del Fante. Pronto? ancora l? S... l'ascolto. Vorrei parlarle. Sono in un bar, vicino a casa sua. Posso salire? Va bene.... Grazie. Allora... a tra poco. L'aspetto. Mariarita riappese con un senso di leggera vertigine, qualcosa di simile a una deliziosa paura. Che cazzo voleva da lei, la detective? Macchinalmente, cominci a riordinare la casa, come faceva sempre quando attendeva visite; spost oggetti, fece sparire piatti e bicchieri lasciati in giro, nascose mucchi di indumenti lavati o da lavare, pass l'aspirapolvere sui tappeti, sprimacci cuscini. And in bagno a esaminarsi allo specchio e fece su se stessa quello che aveva appena fatto alle stanze: si ravvi i capelli, si stese un po' di fondo tinta sul viso, ritocc il trucco delle labbra. Mi sto comportando come se dovessi ricevere un uomo, si sorprese a pensare: non era assolutamente il caso di essere cos eccitata, non era assolutamente il caso di truccarsi, di usare il rossetto nuovo. Forse c'era ancora il tempo di cambiarsi... ma no, la private eye si sarebbe accorta benissimo che lo aveva fatto in suo onore. Perch darle questa soddisfazione? Mariarita sedette sul divano, eretta, composta, le mani sulle ginocchia, incapace di riprendere le sue consuete occupazioni, incapace di fare altro se non aspettare il suono del campanello. L'attesa dur un paio di lunghissimi, vuoti minuti. Stella era vestita pi o meno come lei, in jeans chiari quasi stinti e maglioncino rosso a girocollo; a Mariarita, che faceva sempre molta attenzione agli abiti delle altre donne, la cosa salt agli occhi con l'evidenza di un segnale, quasi un presagio di affinit estensibile anche ad altri settori. Stella, invece, parve non badare n ai vestiti, n a Mariarita stessa; la sorvol appe-

na con lo sguardo, che and a perlustrare e frugare la casa in tutti i suoi angoli e scorci, e sembr penetrare persino le porte socchiuse. tutto qui disse Mariarita. La stanza tutta per me ce l'ho, ora me ne occorrerebbe un'altra. Era una delle sue famosi frasi autoironiche (il lettore la ricorder), e si sarebbe aspettatala da Stella un sorriso divertito, un inarcarsi delle sopracciglia, un segnale anche minimo che lo spirito era stato capito e apprezzato. Niente di tutto questo nella detective: una faccia atona, perplessa, quasi di pietra, che era il suo modo (Mariarita lo avrebbe imparato con il tempo) di atteggiarsi a interrogazione. Virginia Woolf spieg Mariarita. Una donna ha bisogno di una stanza tutta per s eccetera. Temo di non saperne molto, di letteratura. Mariarita era sul punto di risponderle che, per quanto ne sapesse poco, ne sapeva sempre pi dei letterati, quando l'altra l'aggred, dandole del tu. Non mi hai telefonato. No... Non l'ho fatto. Mariarita aveva parlato con una vocina quasi contrita. Le due erano in piedi, nel piccolo soggiorno con angolo cottura. Rilassati disse Stella. Non mi manda l'ispettore Trotta. Non penso che ti mandi l'ispettore Trotta. Nel caso l'avessi pensato: una mia iniziativa personale. A proposito, ci diamo del tu, no? Direi che possiamo cominciare a darci del tu. Siediti. Vieni di qua, in camera da letto. Stella entr in camera da letto, sedette sul divano, mentre Mariarita restava in piedi, davanti a lei. La gatta nera sbuc da sotto il letto, and ad annusare i piedi di Stella, si alz sulle zampe posteriori e appoggi quelle anteriori sulle ginocchia della detective. Abitualmente timidissime, con alcune persone estranee scelte secondo severissimi criteri selettivi, le gatte avevano questi accessi di invadenza sociale. L'animale comin-

ci ad affilarsi le unghie sui calzoni di Stella. Adorano la stoffa dei jeans disse Mariarita. Micio, micio, micio disse Stella, accarezzando la testa della gatta. una femmina. Ne ho un'altra, nascosta da qualche parte, bianca con una macchia nera, il negativo di lei. Stanno molto bene insieme. Sono gatte lesbiche e buddiste. Questa volta Stella non replic neppure, non diede neppure segno di aver sentito. Che successo, pens Mariarita: due frasi autoironiche, e nessun risultato. Forse non mi sono resa pi simpatica, e neppure pi piacevole. Devo solo esserle sembrata incomprensibile. Qual la tua iniziativa personale? chiese, sedendosi sul letto di fronte a lei. Come? Hai detto che sei venuta per iniziativa personale. Ah. S... Dovresti farmi un grande favore.... Quel tipo di approccio, quel modo di chiedere, era pericoloso, perch si armava in anticipo contro un rifiuto. difficile rispondere a qualcuno: no, non ti faccio un favore, non voglio fartelo. lasciarmi leggere quel racconto.

Mariarita abbass lo sguardo sulle proprie mani intrecciate. La gatta nera si era accomodata sulle ginocchia di Stella, che l'accarezzava senza guardarla, un po' come si giocherella con un oggetto, per esempio facendo scattare ripetutamente il meccanismo a molla di una penna biro. La gatta bianca, che nel frattempo era riapparsa e sedeva sul tappeto con la coda ripiegata sotto di s, osservava la scena con interesse, o forse con gelosia. Mariarita la raccolse in grembo: cos, avevano una gatta per ciascuna. Angelo mi ha detto che vuoi venderlo a un editore disse Stella. Mi ha raccontato pi o meno tutto del vostro colloquio.

Capisco che per te importante. Vorrei soltanto leggerlo. Anzi, se non ti dispiace troppo, averne una fotocopia. Ho gi detto a Trotta come va a finire fu l'unica risposta che Mariarita seppe trovare per tergiversare. Leggerlo un'altra cosa. Non ha voluto leggerlo lui, perch vuoi leggerlo tu? Sono convinta che ci sia un legame fra il racconto e Frankenstein. Per quel paio di coincidenze? Potrebbe esserci di pi che un paio di coincidenze. Gli assassini che asportano come trofei parti anatomiche delle loro vittime non sono poi tanto insoliti, dovresti saperlo. E se si vuole sbarazzarsi di un corpo a Milano, i navigli rappresentano una soluzione fin troppo ovvia. Che altro pu esserci? Sai cosa ho pensato, quando ho visto l'inizio del racconto su Internet? Che fosse una confessione obliqua dell'assassino stesso. Una trasposizione delle sue imprese in un altro mondo, nel passato. Di recente, un gruppo di studenti americani ha compiuto una strage in un liceo ma, prima, l'ha annunciata tramite Internet. Erano attivisti neonazi che si ispiravano alla battaglia di Alamo, si sentivano assediati in un fortino... Voglio dire, anche loro hanno usato simboli e riferimenti di un'altra cultura .... Senti disse Mariarita, a cui il parallelo fra il racconto scapigliato e la battaglia di Alamo suonava stonato, se l'ispettore Trotta mi chieder di dimostrare che il racconto autentico, esibir il manoscritto originale.... ... mentre non sei obbligata a mostrarlo a me. Ho paura che succeda come con i libri prestati, che non tornano pi indietro. Il materiale circola, finisce dove non dovrebbe, e il mio scoop va a farsi fottere. Userei la massima discrezione. Ti prometto che non uscirebbe dalle mie mani. Mariarita oppose alle pressioni dell'altra un ostinato silenzio.

Lo leggerei, e poi lo ingoierei. A Mariarita venne da ridere a quel riferimento che ricordava le spy story pi ingenue, ma era sempre decisa a tener duro. Scosse la testa, mentre la gatta bianca le scivolava gi dalle gambe, dandole quasi la sensazione di lasciarla orfana. Ho un cliente prosegu Stella. Il padre di una delle ragazze uccise. Ma insomma sbott Mariarita. Che relazione pu esserci tra le fantasie di un autore del secolo scorso e le imprese del tuo Frankenstein? Questo quello che mi piacerebbe sapere. Stella, di colpo e inaspettatamente, rise. A Mariarita, la sua risata non sembr pi tanto sconcertante: era strana in un modo attraente, pazza in un modo divertente. Ricordava davvero il ghigno acuto della spia che legge il messaggio, lo memorizza e poi lo ingoia. Se non hai niente da fare stasera, andiamo a cena insieme? Ti invito io disse Stella. un tentativo di corruzione? Affermativo. Mariarita guard il proprio orologio, si alz, finse di consultare l'agenda rilegata in pelle, sulla quale ovviamente non aveva annotato nulla di nulla. Voleva andare a cena con la detective? Tutto sommato, s. Ma perch tante esitazioni? Dipendeva tutto dal Mariaritapensiero: il problema con le altre donne che non ci sono mai, e tu non ci sei mai per loro. Due amiche sono fisicamente presenti l'una di fronte all'altra, ma non esistono: al loro posto c' un tizio, il fidanzato di una delle due che alternativamente viene evocato (lei poi single, perci ce l'ha nel culo: deve stare sempre zitta). In un'amicizia femminile l'interesse dato dalla possibilit di costruire un castello di narrazioni, analisi, critiche e sputtanamenti dell'uomo con cui si sta (mentre ci sono tanti altri argomenti appassio-

nanti... per esempio la personalit affascinante di lei, Mariarita... no?). Stella sembrava diversa da Sonia e Consuelo, la faceva pensare a un prototipo aerodinamico di femmina avveniristica, prodotto da una tecnologia sofisticatissima e sperimentale, che forse non si costruir mai in serie, a causa dei costi elevati e della difficile vendibilit sul mercato. Una donna che andava a cercare quello da cui le altre donne fuggono, quello di cui l'universo femminile spesso vuole ignorare, persino negare, l'esistenza. Decisamente, la serata si prospettava se non altro insolita. Ma, prima, c'era qualcosa di molto importante da appurare. Di che segno sei? Del Leone. Ah. Va bene. I leoni sono teste di cazzo, ma onesti e leali. Io sono della Vergine. I leoni dovrebbero essermi controindicati; invece, di solito, ci vado abbastanza d'accordo. Significa che vieni a cena? Mariarita indoss una giacca quasi identica a quella che portava Stella: di camoscio, sfoderata, dissimile solo nel colletto, che aveva arrotondato. Che carino, pens, siamo vestite uguali, come due amiche del cuore tredicenni che escono a passeggio tenendosi per mano: "Ti ha baciata? Com' stato, racconta!". Dove andiamo? chiese, quasi allegramente. Ristorante da guida gastronomica, spaghetteria, pizzeria, o fast food? Scommetto che sei un tipo senza mezze misure. Ristorante da guida gastronomica, o fast food. Stella scosse la testa, ridendo. Ristorante cinese.

La cena al ristorante cinese fu un successo: forse dipendeva dal fatto che, sempre secondo il Mariaritapensiero, i ristoranti cinesi favoriscono l'intimit fra donne. L'ultima volta c'era stata con Sonia, per festeggiare la cattedra di ruolo di lei (Sonia

vinceva tutti i concorsi e otteneva sempre punteggi elevatissimi), insieme a tre colleghe (tutte di Sonia), due maghe e una vicina di casa settantanovenne e sensitiva. Anche Consuelo, quando aveva "un momento da dedicare a se stessa", andava al ristorante cinese con le mamme del consiglio dei genitori della scuola di suo figlio. Per non parlare delle cene dell'8 marzo celebrate al ristorante cinese: l'atmosfera da consegnate scappate di nascosto dalla caserma, la sciagurata goliardia femminile, le battute di una volgarit pi recitata che scaturita da viva materia organica, e le richieste assurde alle cameriere: Cos' la pentola mongola? Cosa sono i fans? Che differenza c' fra i ravioli di gamberi e i ravioli alla cantonese? Allora, bene, ci porti un po' di tutto, vogliamo provare tutto!. Le donne, secondo Mariarita, vanno al ristorante cinese come un dublinese va al pub. Si ubriacano di riso con gamberi, salsa di ostriche e tau fu. Forse, fu per questo che Mariarita, mentre mangiava i suoi fans stufati, si lasci andare a confessare a Stella che Sublime anima di donna era per lei un feticcio. Come sarebbe, un feticcio? Non ti mai capitato di avere il mito di qualcosa o qualcuno? Oh, s! Bene, l'anonimo autore del racconto riprende molti dei temi e delle immagini ricorrenti degli scrittori della Scapigliatura. In alcuni passi copia lavori gi pubblicati nel 1868, ma in altri ricorre a frasi ed espressioni simili a quelli di opere che a quella data non erano ancora state scritte ... Questo mi porta a credere che il ragazzo, perch ritengo che l'autore fosse un uomo molto giovane, abbia conosciuto da vicino e frequentato Igino Tarchetti e i fratelli Boito. Di pi, che abbia condiviso con loro un'esperienza che in qualche modo stata stimolante, feconda per la loro creativit. Ecco perch ti dico che il racconto un mio feticcio. Insomma, pensa a quelli che hanno il mito di Elvis, a come si sentirebbero se conoscessero il cognato di Elvis o riuscissero a mettere le mani sulla chitarra di Elvis.

O a infilarsi nei pantaloni di Elvis, quelli con le frange. Come comprare una reliquia di un divo all'asta da Sotheby's, insomma. In questi giorni ho letto un po' di roba scapigliata. Mi piaciuta. Sono divertenti, tutte quelle storie di sepolti vivi, killer.... Mariarita corrug la fronte, insospettita: Stella aveva sbagliato per ignoranza, o le stava tendendo un tranello? No, niente killer disse. Sublime anima di donna il solo racconto di tutta la produzione scapigliata in cui compare un killer di quel tipo. Che una specie di scienziato pazzo che taglia pezzi di donna perch vuole farsene una su misura, no? Anche questo te lo ha detto Trotta? Angelo. Angelo. Strano nome, per uno che pare un sanbabilino reduce da un festino a base di sesso pesante in cui c' scappata la morta. Stella scoppi a ridere, con la bocca piena di spaghetti di riso ai frutti di mare. Ah, ah... S, ha proprio quell'aria... ah, ah... lo hai inquadrato benissimo, ah, ah! Sar per questo che ti piace la provoc Mariarita. Siamo molto amici. Ma, in realt, lui innocuo. I veri assassini, vedi, non hanno l'aria da assassini. Tu ne sai qualcosa, eh? Stella alz le spalle e sogghign, non pareva offesa: piuttosto, lusingata. Per, tornando al discorso di prima disse, mentre la cameriera le portava l'anatra all'ananas, di scienziati che sezionano le donne, nella produzione scapigliata, ne ho trovati parecchi... C' quella poesia di Arrigo Boito, Lezione d'anatomia. In una sala anatomica un illustre clinico fa lezione ai suoi studenti aprendo il corpo di una fanciulla giovane, bionda e bella. Il poeta la immagina casta, pura e pia... e mentre lui la venera

come una santa, le trovano dentro un feto di trenta giorni. Mariarita annu: il commento alla poesia, nella sua rozza efficacia, coglieva nel segno. Personaggi di anatomisti si trovano anche in Un osso di morto di Igino Tarchetti, e in Un corpo di Camillo Boito. Gli scapigliati erano anche... come si dice... positivisti? No, no... rifiutavano la scienza, le innovazioni meccaniche, e un certo tipo di progresso... In questo, erano poco moderni allora, e molto pi attuali oggi. Erano affascinati dagli scienziati solo in quanto vedevano in loro stregoni, alchimisti, esseri in grado di penetrare la realt ultrasensibile, dominare le forze occulte dell'universo.... Ho capito. I positivisti sono venuti dopo. Giovanni Verga, giusto? Non proprio. Giovanni Verga, prima di convertirsi al verismo, stato autore di mlo di successo. Quando arrivato a Milano, ha frequentato gli ambienti scapigliati. Ha scritto an-che un racconto scapigliato, I misteri del castello di Trezza. E Manzoni? Ho letto che gli scapigliati lo detestavano, lo giudicavano superato. Cercavano di superarlo, non ne trovavano il modo; si sentivano frustrati, ne avevano l'ossessione. Nei suoi confronti, gli scapigliati nutrivano un amoreodio. I freudiani direbbero che per loro era una figura edipica. Stella rest per un po' pensierosa, a guardare il suo piatto vuoto. Prima hai detto che il racconto di quell'anonimo scrittore contiene frasi che non erano ancora state scritte. Sotto molti aspetti, il lavoro di un ragazzo diligente e zelante che ha letto e masticato le opere di autori che ammira. Per altri, invece, presenta elementi autonomi, originali... Per esempio, prendi la frase "Il volto di un cadavere un sommo poema, in cui le anime elette leggono il presagio del loro destino". L'autore ha copiato, con alcune varianti, Igino Tarchetti. "Il volto di un defunto un immenso poema, in cui le anime sen-

sibili leggono le pagine pi recondite del loro destino". Viene da Paolina, un romanzo uscito tre anni prima. quasi meglio la copia. Capita spesso che possa sembrare meglio la copia. Sono un'ignorante. Non volevo dire questo... Comunque, il racconto somiglia molto, nell'ispirazione di base e nella caratterizzazione della figura dell'anatomista, a un piccolo classico dei racconti neri della Scapigliatura: Un corpo di Camillo Boito. Te l'ho citato prima. Camillo Boito quello che ha scritto Senso, da cui Visconti ha tratto il film. Questo almeno lo sapevo. Non devi dimostrarmi niente, non sei all'esame di maturit. In Un corpo succede che un anatomista incontra una ragazza bellissima, e dice pi o meno: "Giuro che un giorno l'avr sul mio tavolo di marmo, e l'aprir con il mio coltello". La ragazza si chiama Carlotta, come quella di Sublime anima di donna. Si chiamavano tutte Carlotta, come adesso si chiamano Deborah. Da quel momento Carlotta vive in preda a un senso di fatalit, non vuoi pi sentir parlare di medici, di malattie e di morte, finch.... ... finisce sul tavolo dell'anatomista. Finisce sul tavolo dell'anatomista. Bene, Un corpo stato scritto due anni dopo il racconto di Anonimo, ma le somiglianze, anzi le analogie, sono veramente molto strette: il nome della ragazza, la descrizione fisica dell'anatomista, che in Boito si chiama Carlo Gulz. Il nome del trattato scritto dallo scienziato, Anatomia estetica, lo stesso. E c' poi una frase... Anonimo dice del suo anatomista che "la sua espressione era quella di un innamorato che dica alla morte: 'T'amo' ". Boito invece dice che "ha il viso di un morto che dica: t'amo". Quasi la stessa immagine, ma il senso cambia: per Boito, un morto che ama una persona viva, per Anonimo, un vivo che ama la morte. Non possono essere semplici coincidenze, no? Come ti dicevo, me le

spiego soltanto cos: il mio autore ha vissuto con altri scapigliati uno di quei momenti, uno di quegli avvenimenti determinanti, che poi nell'alchimia creativa si trasformano in idee, in spunti per costruire storie. Gli scrittori rielaborano le loro esperienze, le distorcono in sogni, spesso riportano nomi, parole, brani di dialoghi... Un accenno, un'opinione espressa, una frase finiscono nel tessuto narrativo.... E l'assassino come ne uscito fuori? Questo non lo so. Come ti dicevo, insolito. Gli scapigliati non hanno mai scritto storie criminali con assassini seriali. Che fine fa l'assassino del racconto? Non te lo dico. Mi hai gi fatto parlare troppo. Tu devi capire che tutto questo mi interessa davvero un sacco, anzi, mi fa sballare. Un assassino completamente fuori di testa, met Frankenstein e met Jack lo squartatore... troppo bello! il tuo tipo? Stella rise forte, come se l'altra avesse detto qualcosa di veramente molto divertente. Lo so disse. Mi chiederai, come hanno gi fatto in tanti, cosa c' di bello negli assassini, nei delitti. Mariarita annu, pensierosa. relativo disse. Gli assassinati vedono le cose sotto un altro punto di vista. Non c' dubbio! Per, se si contempla un delitto come si contempla un'opera di fiction, si riesce a percepirne la bellezza. "Il Bello sta nell'Orrido, nella Belt l'Onor!" cit a memoria Mariarita. Sono versi dello scapigliato Giulio Pinchetti. Sono d'accordo dichiar Stella seria, alzando il suo boccale di birra cinese. La vita, senza l'orrore, non niente.

Dopo cena, Mariarita accett di passare il resto della serata a casa di Stella, e sal all'ultimo piano dell'edificio di via Mosco-

va. Stella aveva sostituito il vecchio simbolo sulla porta d'ingresso dei tempi della Spy, una manina da cartoon che reggeva una lente d'ingrandimento, con il contorno della stessa carta da gioco del biglietto da visita, le quattro picche agli angoli, e, in risalto sul bianco, il nero corposo della figura del fante di picche. Mariarita chiese a Stella cosa significasse, ed ebbe la sua spiegazione, un po' meno letteraria di quella che abbiamo fornito al lettore, ma ugualmente (per lei) suggestiva. Stella mostr a Mariarita gli uffici dell'agenzia Black Jack, le "cose di Pa"' (l'ultima che si era aggiunta al bazar era un borsello da trucco a forma di cane bassotto che si impugnava per le orecchie), la cicogna impagliata, il ritratto del padre, che Mariarita trov somigliante a uno scrittore latinoamericano, di quelli per cui le donne fanno la fila in libreria con i libri da autografare. L'appartamento di Stella era molto grande: in gergo immobiliare, prestigioso attico di tre locali, con grande terrazza verandata al piano e servizi. Stella mostr a Mariarita tutte le stanze, tranne una, che sembr volutamente evitare (la stanza dei giochi? delle torture? dello zio pazzo?). La camera da letto era arredata con mobili bianchi, dalle geometrie sghembe come inquadrature di Hitchcock, accessori bianchi: un candore inquietante che lasciava in testa come un'impronta del nero che si voleva escludere. Neri, invece, erano i mobili del soggiorno: divani, scaffali, scrivania portacomputer, tavolini, persino il tappeto. Il grande soggiorno si prolungava in una serra, che era la parte pi spettacolare della casa, piena di piante verdi, quasi esclusivamente felci, grandi ficus; le piante assorbivano dai vetri smerigliati una luce filtrata, che sembrava nutrirle e rinvigorirle. Era come se Stella avesse voluto opporre quel miraggio di natura artificiale alla naturalit dei suoi strambi gusti e desideri. Oltre la serra, per mezzo di una porta a vetri, si accedeva a una porzione di terrazza scoperta, dalla quale si vedevano l'in-

segna al neon a caratteri cubitali del Nuovo Banco Ambrosiano, la maxipubblicit di un reggiseno con due enormi tette offerte come su un vassoio, la via sottostante con i tendoni dei caff all'aperto, e poi tetti, terrazze, antenne paraboliche, strade brulicanti delle luci in movimento di un traffico incessante. Stella aveva inoltre una cucina che pareva l'ultimo modello mai prodotto ed esibito in una fiera campionaria da una ditta di cucine all'avanguardia, e un bagno che nel pensiero di Mariarita era il tipo di bagno che pu possedere solo un riccastro narcisista e fanatico: enorme, tappezzato di specchi e lustre piastrelle nere, con vasca rotonda e macchine da body building. Non un po' fascista, la mania dei pesi? Stella rise, senza prendersi il disturbo di rispondere, e la ricondusse in soggiorno. Siediti. Vuoi qualcosa da bere? Ce l'hai una vodka? Ho tutto. Mariarita suppose che fosse proprio una tipica risposta da Stella. Sprofond nella poltrona di pelle, che le sembr morbida e vaporosa come una nuvola. Una nuvola nera. Alle pareti erano appesi due ritratti fotografici ingranditi e incorniciati di nero: listati a lutto, pens Mariarita. Quello di destra rappresentava un biondo dalla faccia tra il carino e il qualunque, con quella tipica espressione rassegnata che si potrebbe definire "di sfiga annunciata". Quello di sinistra era il primo piano di un uomo dai capelli scuri, piuttosto attraente: un bel giovanottone dal fascino televisivo, che a Mariarita ricord Gianfrancesco Malenotti. S, il sorriso era quasi lo stesso dell'onorevole, aperto, un po' spudorato, che gli creava una rete di rughe intorno agli occhi in cui covava un luccichio pericoloso, e sembrava volerti dire: tu e io l'abbiamo fatta grossa, ma non lo diciamo a nessuno. Chi sono? chiese Mariarita. Il biondino Jeffrey Dahmer, killer omosessuale. Il bruno Ted Bundy, killer eterosessuale. Entrambi erano stupratori e

necrofili. Con una differenza: Jeffrey non faceva soffrire i suoi uomini, li addormentava prima di incularli e smembrarli. Ted invece adorava torturare le sue donne. I maschi sono sempre molto pi gentili fra loro che con noi. Assassini. Stella se li era appesi al muro, come altri appendono James Dean, o qualche tizio con una chitarra elettrica. Perch hai scelto proprio questi due? Sono i pi misteriosi. Sfuggono alla tipologia dell'assassino, ai luoghi comuni da tavola rotonda sui traumi infantili, sul disadattamento eccetera. Vengono da realt sociali normali. Ho visto un film tv su Ted Bundy disse Mariarita, prendendo la vodka che l'altra le offriva, in un curioso bicchiere a forma di stivale. L'hanno preso per caso, no? Guidava con le luci di posizione spente, o qualcosa del genere. Somiglia al mio uomo politico. Il tuo uomo politico? chiese Stella, fingendo di non sapere per chi lei lavorasse. S, Gianfrancesco Malenotti. Leggo per suo uso e consumo, soprattutto romanzi. Leggo tutto quello che lui non leggerebbe neppure se avesse il tempo di farlo. Stella pos il suo bicchiere sul tavolino e poi si butt a sedere sul divano, con un salto all'indietro, come farebbe un trapezista quando decide di mollare la presa e rimbalzare in rete. Dev'essere un lavoro comodo disse. Un tantino autistico. S approv Mariarita. Si passa un sacco di tempo in casa, senza vedere nessuno. A volte, passo talmente tanto tempo da sola, che comincio a dubitare di esistere. E anche piuttosto insolito.... Quasi tutti i miei lavori sono stati insoliti. Bisogna pure guadagnarsi da vivere, in un modo o nell'altro. Nel mio caso, sempre l'altro. Stella scoppi a ridere, piegandosi di lato fin quasi a sdraiarsi completamente sul divano. Meno male, pens Mariarita, su tre frasi autoironiche almeno una ha colto nel segno. Stella

smise di ridere gradualmente, con una serie di brevi sogghigni smorzati, prese il suo bicchiere, mand gi una sorsata di vodka, e sbatt i piedi sul tavolino. Anche Ted Bundy, come il tuo Malenotti, era un uomo politico, un esponente di punta del partito repubblicano. Dirigeva una campagna contro il crimine e redigeva depliant per illustrare alle donne i metodi per difendersi dallo stupro. Niente male, per uno che ne ha violentate e ammazzate almeno trentacinque, viaggiando coast to coast per tutti gli States. Chiss che anche Malenotti non abbia trentacinque donne sotto il pavimento della sua casa di montagna. Era avvocato, e al suo processo si difeso da solo. La qual cosa non gli ha evitato di finire ugualmente sulla sedia elettrica. Malenotti non lo prenderanno mai. In macchina molto prudente. E comunque non guida quasi mai. Ha l'autista. Mentre parlava, Mariarita stava facendo scorrere lo sguardo lungo tutta la stanza, sulle foto pi piccole appese ai muri (altri assassini, probabilmente), sugli scaffali pieni di libri, sulla videoteca, sulla raccolta di dischi e CD-ROM. Stai guardando la mia biblioteca? Credo che sia la pi completa in Italia, almeno per quanto riguarda la storia del crimine e gli assassini. Ho un dossier di foto e documenti sui killer di tutti i paesi e di tutti i tempi, pi o meno famosi. Da anni cerco e accumulo questo materiale. E poi, ci sono romanzi, i thriller, le mystery story.... E le videocassette? Film di argomento criminale, sia documentari che opere di fiction. Ho anche una raccolta di brani musicali composti da musicisti legati al satanismo, o che siano stati uccisi, come John Lennon, o abbiano commesso omicidi, o abbiano scritto canzoni ispirate ad assassini celebri. Vuoi un'altra vodka? Volentieri. Stella, con uno slancio da ginnasta, si rimise in piedi, and al mobile bar.

Sul serio ti piacciono gli assassini? chiese Mariarita, come se ne dubitasse e fino a quel momento avesse solo finto di crederci. Affermativo. Ti piacerebbe commettere un omicidio? Negativo. Stella torn, si piant davanti all'altra, con la bottiglia in mano. Se vedessi commettere un omicidio nella vita reale probabilmente starei male. Sono una pacifista, non amo la violenza e i suoi effetti, non amo la guerra e i massacri, non amo la legge del pi forte. Il fatto che... non so spiegarti perch, ma vado pazza per i maniaci, gli psicopatici, gli assassini fuori di testa. Mi appassionano le personalit maschili criminali... Vorrei smontarle, per vedere cosa c' dentro, come i bambini fanno con i giocattoli. Tieni, ti lascio la bottiglia qui. Stella sbatt con un tonfo secco la bottiglia sul tavolino, e torn a gettarsi sul divano, con quel suo tipico salto all'indietro. Stavolta, parve che riuscisse a saltare e contemporaneamente sollevare i piedi, per poterli far atterrare sul ripiano di cristallo. A Mariarita piacque molto, fu tentata di chiederle di ripeterlo ancora una volta. Invece le domand: Com' cominciato tutto questo?.

Stella non sapeva come fosse cominciato. La carta dell'uomo nero, ovviamente, non era un inizio, ma un sintomo di qualcosa gi in corso. E quel qualcosa era misterioso, immotivato come gli omicidi di Ted Bundy, e neppure un decennio di analisi avrebbe saputo spiegarlo. Stella era stata in cura da un analista non per dieci anni, ma per dieci mesi: dal suo punto di vista, una perdita di tempo e denaro. Quello diceva che amavo mio padre, ma mi sentivo rifiutata da lui, e allora ho sviluppato una passione per la sua ombra, il suo contrario. Non potendo avere il buono, insomma, l'ho sostituito con il cattivo. Secondo lui, lo faccio per vendicarmi di

mio padre e farlo ingelosire, anche adesso che morto da tanti anni. Una fesseria del genere, potresti dirmela anche tu, senza inchiodarmi su un lettino due volte la settimana, e senza prosciugarmi il conto in banca, giusto? Oh, s. Io sono bravissima, a dire fesserie. Non intendevo... cio.... Ho capito, ho capito, va bene. Mariarita vers altra vodka, per tutt'e due, ridendo. Non ricordo com' cominciato riprese Stella. Ricordo di essere sempre stata cos. Quando avevo sei anni mi trovavo in un parco, stavo giocando a pallone, quando da dietro un cespuglio sbucato fuori un esibizionista con i calzoni abbassati e il cazzo in mano. Ti ha traumatizzata? No, mi ha eccitata. Eccitata? Vuoi dire che hai provato un'attrazione sessuale? Negativo. Una cosa mentale. Un po' come... non so... scoprire la propria vocazione. Se non fossi gi stata come sono adesso, non mi sarebbe successo, non ti pare? Hai raccontato dell'esibizionista a tuo padre? Affermativo. Lui gli ha fatto la posta al parco, l'ha preso, e l'ha fatto sbattere in galera. Mi dispiaciuto moltissimo. Avrei voluto conoscere quell'uomo. L'ho conosciuto in seguito, dieci anni pi tardi. Mi sono appostata per sorprenderlo, come lui aveva fatto con me. stata una vera delusione. Era un tipo assolutamente insulso, incapace persino di una conversazione da bar. Certo. Per te ci vuole qualcosa di pi forte. Stella reag alla provocazione alzando il suo bicchiere e ghignando, come una che sa apprezzare una buona battuta. Mariarita era felice che Stella non le avesse ancora parlato di un uomo in particolare, ma solo dell'uomo in generale, che si fosse sforzata di interessarsi ai suoi interessi per quasi tutte le due ore trascorse al ristorante. Aveva letto, si era documentata

prima di incontrarla, sembrava quasi che avesse imparato a memoria la lezione per far colpo su di lei. E sembrava anche che provasse un genuino piacere della sua compagnia, o almeno a Mariarita piaceva credere che fosse cos. Forse, perch anche a lei cominciava a piacere la compagnia di Stella. Dunque disse vorresti conoscere un assassino. Entrare in intimit con lui. Scoprire i suoi segreti. Capirlo. E magari.... Magari, scopartelo. Mi hai presa per una di quelle tipe che scrivono lettere d'amore ai killer in carcere? No, non vorrei conoscere un assassino, una volta catturato. Mi toccherebbe sentirlo parlare, ascoltare magari un sacco di stronzate piagnucolose, e so gi che non lo sopporterei. E non vorrei capirlo come persona, cio salvarlo con il mio amore, recuperarlo, come credono di fare le donne che poi li sposano. Io vorrei capirlo mentre libero, e nel momento in cui sta per uccidere. Vuoi dire che ti eccita il pericolo? Che sei come quelli che si lanciano da diecimila metri di altezza, e l'assassino il vuoto in cui ti lasci cadere? No, il pericolo in s non mi attira. Preferirei evitare di correre rischi personali. Quello che mi attrae l'abisso, l'idea di quello che c' dentro di lui. Cio, sei come uno di quegli artisti che vorrebbero cogliere e dipingere un qualche mistero dell'esistenza, come lo scorrere del tempo, la nascita, la morte, il male... La tua, una tensione estetica. Non so se come dici, ma lo dici bene. Mi piace parlare con te. Riesci a trovare le parole giuste per quello che ho sempre pensato, ma non ho mai potuto esprimere. E... non ti sei mai sentita attratta da un uomo normale? Stella alz le spalle, annoiata. Cosa intendi per normale? Gi, cosa si doveva intendere per normale? Il suo ex fidanzato che si era fiondato in Thailandia? L'onorevole Malenotti? I gay cattolici del gruppo di don Mariani? Un suo amico che si

appostava la notte per avvistare gli ufo? O quell'altro che aveva la mania di anagrammare tutto, anche le etichette dei vestiti? Dov'erano, quali erano le frontiere della normalit? Dunque, vediamo, la normalit confina a nord con... con che cosa? Con la Siberia, probabilmente. E a sud, con il deserto del Sahara. Ai lati, con gli X-files. Cos, sei una sperimentatrice. Negli assassini, cerchi la conoscenza del male. Non hai mai paura? Me la cavo piuttosto bene con le varie tecniche di lotta. E sono un'ottima tiratrice. Non parlo di una paura immediata, fisica.... Mariarita non seppe continuare. Voleva chiederle se aveva mai paura di se stessa, di ci che era, di ci che voleva, ma questo si poteva chiedere a tutti, no? Eppure, era innegabile che Stella faceva paura. Un po' pi paura degli altri, e la paura il principio del mito. Mariarita ha sempre trovato estremamente difficile mitizzare una donna. A parte un paio di poetesse, una regista nazista, un'aviatrice e un'amica di sua madre che negli anni settanta aveva lanciato una molotov in una chiesa (la molotov non era esplosa, e il mito era caduto dopo un paio di settimane), non ha mai mitizzato nessuna donna. D'accordo, Mariarita ha una vita emotiva veramente troppo complessa, pessimi rapporti con la propria immagine e con le altre donne, una mentalit capziosa, molto involuta, ed un po' saccente (per il suo ex, una rompicoglioni cosmica). A questo punto, quasi per allontanare da s una vaga sensazione di disagio, Mariarita riport il discorso su Igino Tarchetti, il suo mito. Mi piace Tarchetti disse Stella. Avevo gi letto alcune sue cose anni fa, prima di interessarmene per via di Frankenstein. Fosca, e anche i racconti di fantasmi. Specialmente quello dell'uomo che si rinchiude in un palazzo, dove vive con una donna immaginaria Storia di un ideale. Sono contenta che ti piaccia.

Mariarita era contenta davvero. Se Igino Tarchetti era riuscito ad arrivare a una lettrice intelligente ma disinformata come Stella, voleva dire che la sua personale guerra d'indipendenza per inserirsi in un immaginario collettivo internazionale era riuscita vittoriosa. Stroncato da Maledetto Croce e da gran parte della critica letteraria successiva, era risuscitato a nuova notoriet negli ultimi decenni, grazie all'arte popolare del cinema, e all'interesse per i generi e le letterature d'evasione. Trascinata dall'atteggiamento positivo di Stella, Mariarita le narr tutto quanto sapeva di Igino Tarchetti. Stella ascolt muta e affascinata, seduta con le gambe ripiegate di lato sotto di s, annuendo con la testa come per farsi entrare bene in mente ogni parola, ogni sillaba. Ha un'aria cos ingenua, pens Mariarita, intenerendosi improvvisamente: guardala, la cowboy con il cinturone e le pistole, la cacciatrice di taglie, che sembra una ragazzona troppo cresciuta. C'era un amabile candore, in Stella, e una specie di vulnerabilit. Ascoltava molto bene. Avrebbe potuto, Mariarita, raccontarle le sue cose? Raccontarle dei giochi delle sue gatte, del platano osservato dal suo banco attraverso la finestra per tutti gli anni delle elementari, del cavallo a dondolo che le ha regalato il suo zio preferito il Natale del '67, della prefazione che scriverebbe, se potesse? Fu nell'istante in cui prov a raccontarsi che, anche se ancora non se ne rendeva conto, cominci la sua amicizia con la detective.

Ora capisco perch dici che quel racconto un feticcio disse Stella. A me ha fatto lo stesso effetto l'ellepi uscito nel '70 con tredici canzoni di Charlie Manson, quando sono riuscita a trovarne una delle rare copie. Insomma, tu possiedi un documento originale scritto da una persona che ha probabilmen-

te conosciuto Tarchetti, gli ha parlato, e lo ha toccato. Giusto? Giusto. E dici che hanno vissuto insieme un'esperienza che li ha ispirati? Non posso esserne sicura. Un corpo e Sublime anima di donna sono talmente simili fra loro, nei temi e nello stile, da farmelo quasi credere. Nell'opera di Tarchetti, per, non si trovano somiglianze n con l'uno n con l'altro dei due racconti. Un osso di morto, dove compare l'anatomista, racconta di uno zombi storpio che torna dalla tomba per riprendersi la rotula che gli stata sottratta dallo scienziato. Perci, non posso sapere di che genere di esperienza si sia trattato. Nell'alchimia creativa, un determinato avvenimento pu produrre fantasie molto lontane dalla loro origine, o molto diverse fra loro quanto sono diverse le personalit dei rispettivi autori. Stella rimase un istante pensierosa, mordendosi le labbra. E il contrario? chiese. I libri che ispirano la vita reale, vuoi dire? No, non esiste. Vorrebbe dire che gli scrittori possono cambiare il mondo, e noi sappiamo che non vero... giusto? Eppure, sembra che qualcuno stia realizzando ai giorni nostri quello che l'anonimo scapigliato si soltanto limitato a immaginare. Tu pensi, come il tuo amico Trotta, che Frankenstein si sia collegato a Internet, abbia letto l'inizio di Sublime anima di donna, e gli sia scattato nella testa il trip di uccidere.... L'hai detto tu che nell'Ottocento i libri scatenavano tutte quelle epidemie di suicidi fra i giovani. S, I dolori del giovane Werther, le Ultime lettere di Jacopo Ortis, e i romanzi di Guerrazzi. I libri ispirano atti autodistruttivi.... ... e, allo stesso modo, anche atti distruttivi. Mariarita si vers un'altra vodka. La discussione stava prendendo una piega irritante, e per questo desiderava ubriacarsi.

No, mi dispiace, su questo terreno non ti seguo. C' chi i crimini se li immagina, e chi li esegue; raramente gli assassini immaginano ed eseguono, essendo l'immaginazione creativa, di solito, sufficiente a incanalare e sublimare i fantasmi e le ossessioni. O si scrive, o si vive. Ma, spesso, gli assassini sono artisti mancati che si fanno ispirare dall'arte. Mariarita cominciava ad arrabbiarsi. Stella ragionava come quelle psicologhe da talk show che condannano una fiction diseducativa per giovani gi capaci di uccidere la nonna per i soldi di una partita al videogame. Come dire che se ammazzano un'usuraia la colpa di Dostoevskij perch ha scritto Delitto e castigo sbott. Il reale ispira l'immaginario, che ispira il reale, e cos via insistette Stella, sorridendo, e disegn nell'aria con il dito un grande cerchio. Mariarita non rispose, risentita. Cosa aveva detto Tarchetti? "Dove rintracceremo noi quella linea che separa l'immaginario dal vero? E nel mondo dello spirito, nelle sue vaste concezioni, esiste qualche cosa che noi possiamo chiamare assolutamente reale, od assolutamente fantastico?" Che era come dar ragione a Stella. Era mai possibile che da quella linea che separa l'immaginario dal vero fosse scaturito Frankenstein? Oh... certo! Nel piacevole stordimento da ubriachezza conviviale, si sentiva disposta a fare almeno questa concessione. Se non vuoi farmelo leggere disse Stella potresti per indagare con me. Il manoscritto reca almeno un indizio, un luogo e una data.... Como, 2 novembre 1868. ... potremmo andare a Como. Cercare in qualche museo, o biblioteca. Tu sai dove e come muoverti in questo genere di ricerche, e io ho i miei metodi professionali, la mia esperienza... Se mi aiuti, potresti ricavarne anche tu alcuni vantaggi, e una certa pubblicit.... Gi... io prendo l'anonimo scapigliato, e tu Frankenstein!

Mariarita rise, euforica. Si sentiva come senza peso, amabilmente cullata dalla sbronza, e vedeva Stella come attraverso una lente deformante. E credi che non ci abbia gi provato, a scoprire l'identit dell'autore del racconto? Como la citt di cui originario il poeta scapigliato Giulio Pinchetti. Ho pensato che Anonimo potesse essere lo stesso Pinchetti, o un suo amico, un suo compagno di scuola, un collega di studi dedito agli stessi interessi... Sono stata a Como, nelle biblioteche, nei musei, ma non ho trovato niente. Nihil, nothing, nichts! Ti arrendi cos presto? Mariarita scosse la testa, come chi ha appena sentito un'ingenuit uscita dalla bocca di un bambino. Una ricerca storico letteraria non era un'indagine criminale... oppure s? In ogni modo, scovare un autore che ha voluto rimanere anonimo, o che si voluto restasse anonimo, non come salire sul camion di un assassino. Non riproveresti... con me? S... no.... S o no? Insomma, ti ho gi detto che a Como non ho trovato nulla. Hai provato in qualche libreria antiquaria, come quella dove hai trovato Sublime anima eccetera? Mariarita spalanc la bocca per la sorpresa. Negativo... disse, un po' veramente sbronza, e un po' rifacendo apposta la voce dell'ubriaca. Quattro occhi vedono meglio di due. Lo diceva sempre mio padre. Lo diceva anche il mio. Allora, s? Ma... fai sempre cos, tu, quando vuoi ottenere qualcosa? Sapevi che l'invito a cena non era disinteressato. Mi stai togliendo il respiro! E s. Andiamo su "quel ramo del lago di Como" di cui parla Manzoni, giusto?

Sbagliato. Il ramo di cui parla Manzoni quello di Lecco. Sul serio? Ci puoi giurare. Stella rise come se volesse sfasciarsi e perdere tutti i pezzi per la stanza. Io ho sempre creduto che fosse quello di Como disse poi. Lo vedi che dobbiamo lavorare insieme? Senza di te, sbaglierei persino ramo....

L'amico siciliano M

ariarita era andata a trovare un amico libraio di remainders che esponeva alla Fiera del libro: non poteva, cortesemente, fornirle il catalogo degli altri espositori? Fra questi, c'era anche un libraio di Como, di nome Ghidetti. Al telefono, una tipa dalla voce impostata aveva detto a Mariarita che s, aveva qualcosina sulla Scapigliatura; doveva cercare meglio, ma le pareva di ricordare che qualcosina c'era. Insieme, Stella e Mariarita si recarono alla libreria Ghidetti di Como: non un piccolo e raccolto scantinato d'atmosfera retr, odoroso di vecchia carta, ma uno stanzone al primo piano di un edificio nuovo, con scaffali di plastica e metallo, dispersivo come un punto vendita di provincia. Attraverso un finestrone che dava sul vago di una mattinata di nebbia, Mariarita intravedeva mezza chioma di un albero, il molo che sfumava nel nulla, e acqua, nebbia e profili di promontori confusi in linee da acquerello. Avevano acceso le luci al neon, grandi tubi ricurvi che scorrevano intorno agli angoli del soffitto. A Mariarita la luce al neon in un mattino bigio ricorda gli inverni ai tempi della scuola, i tragitti in autobus con i libri stretti sotto il braccio, che le si incastravano nel fianco ogni volta che un urtone mandava qualcuno a sbatterle addosso, i cappuccini al bar con la schiuma che si leccava via dal labbro superiore, le lezioni ripassate alla luce elettrica, in classe, pochi minuti prima che entrasse il professore. Una ragazza grassa, dal viso affabile e dalle maniere carez-

zevoli, venne loro incontro. Posso fare qualcosa per voi? Sono Fortis. Ho telefonato la settimana scorsa.... Lei cercava un'edizione rilegata del Belli? No... mi interessa la Scapigliatura lombarda. Lei mi ha detto che avevate qualcosina. Ah, s! Tutto quello che abbiamo sugli scaffali, in ordine alfabetico. A sinistra, per soggetti; a destra, per autori. Sullo scaffale per soggetti, sopra la targhetta RU-SE, c'era soltanto il volume di Piero Nardi uscito nel 1968, dal titolo Scapigliatura. Ce l'ho gi. biografie dei vela nulla su abbiamo fatto Un saggio importante, che contiene anche le principali esponenti del movimento, ma non ci riAnonimo disse Mariarita, delusa. Se tutto qui, un viaggio a vuoto.

Hai detto che l'unico scapigliato di Como Giulio Pinchetti, e potrebbe essere il nostro Anonimo. Buona idea. Cerchiamo nello scaffale per autori. Sopra la targhetta PA-Q, un solo volume: Giulio Pinchetti, Versi, Ostinelli, Como, 1868. Nient'altro? chiese Stella. Pinchetti non ha pubblicato nient'altro che questo. A parte l'abbozzo di un romanzo, Cleopatra, che non ha mai scritto. Perch? Perch era un nevrotico disadattato. Cominciava le cose, e poi non riusciva a finirle. Ha cominciato anche la terza guerra d'Indipendenza, senza finirla. Non voglio dire che avesse iniziato a fare la guerra da solo, si era arruolato insieme agli altri. Ah annu brevemente Stella, come se avesse avuto veramente bisogno di quella precisazione. A volte, Mariarita dubitava seriamente del suo senso dell'umorismo. Un tizio, che stava leggendo seduto su un trespolino rosso simile a quelli delle stazioni del metr, si volt a guardarle con disapprovazione. Gli rompiamo le palle disse Mariarita. Stella alz le spalle: non me ne pu fregare di meno.

Ha scritto lui Sublime anima eccetera? chiese. Rispettosamente, Mariarita sfil il libretto dallo scaffale e sfogli. Ho gi consultato una copia dei Versi di Pinchetti, ma non ho trovato nessun indizio che permetta di stabilire che lui e Anonimo fossero la stessa persona. Ma chi era, questo Giulio Pinchetti? nato nel 1845... Ha frequentato la facolt di legge a Pavia, probabilmente insieme a Giovanni Camerana; lui per era un poeta, non un avvocato... A Milano, si dato al giornalismo, curava la pagina culturale della Gazzetta di Milano. Il resto pi o meno te l'ho detto: voleva combattere contro gli austriaci, ma l'hanno riformato... non portava mai a termine quello che cominciava.... E che fine ha fatto? Si suicidato, con due colpi di pistola. Come fa uno a spararsi due colpi di pistola? Me lo sono chiesto anch'io. Sembra che fosse una specie di rituale scapigliato: prima di puntarsi la pistola alla testa tiravano un colpo contro il muro, per verificare il funzionamento dell'arma. La sua vita, almeno, riuscito a terminarla. Vabbe', Stella aveva un senso dell'umorismo tutto suo.

Il tizio che gi le aveva guardate con disapprovazione torn a fissare lo sguardo su di loro. Era un ragazzo vecchio, un uomo sui trentacinque o anche trentasette, barba nera, lunghi e ispidi ciuffi di capelli neri che contornavano una rosea chiazza di calvizie. Indossava un maglione color ruggine e un paio di pantaloni di cui sarebbe stato impossibile indovinare la provenienza: larghi, sformati, a quadretti bianchi e verdognoli. Sicuramente non sono firmati, pens Mariarita. E sta qui a leggere per ore, senza comprare mai nulla. Un tipo decisamente al di fuori di ogni spot.

Scapigliato anche lui disse Stella a voce ancora pi alta. Forse un po' stagionato. A questo punto continu Mariarita, abbassando la sua vicolo cieco. Se hai creduto che fosse cos facile, sei una rinunciataria. Rinunciataria? Cazzo, questo un affronto. Da schiaffeggiarla. Tu che cosa faresti? Sentiamo! come la ricostruzione di un delitto disse Stella, che non si era accorta di aver offeso l'amica. Le tracce non sono state disposte in modo che noi potessimo leggerle immediatamente, no? E allora? Estenderei la ricerca a tutto il panorama della letteratura italiana dell'Ottocento. Mi pare un po' generico. Ma Stella aveva ragione. Anonimo poteva celarsi, mezzo cancellato o sotto metafora, fra le righe d un altro libro. Con buona pace del principio della lettera rubata di Poe, c'erano ancora cose nascoste. Cos, Mariarita riesamin una serie di opere che conosceva gi: La letteratura della nuova Italia di Benedetto Croce (con tutte le sue stroncature), le opere in prosa di Giuseppe Rovani, il saggio di Petrocchi Scrittori piemontesi del secondo Ottocento (Anonimo aveva scritto il racconto a Como, d'accordo: e se fosse stato piemontese?), e un romanzo di Gian Pietro Lucivi che non le era mai piaciuto. Scopr anche il saggio di Gaetano Mariani Storia della Scapigliatura, che avrebbe dovuto trovarsi sullo scaffale per soggetti RU-SE, e invece era finito accanto a un libro dal titolo Il malocchio: come toglierselo e gettarlo su altri. E molti altri volumi di e su gente morta, di cui si parla e si sente parlare solo al liceo. Prova con Manzoni disse Stella. Per gli scapigliati era una figura edipica. Vediamo se dall'Edipo viene fuori qualcosa. Ne venne fuori, fra molta, mooolta carta, un volumetto pic-

colo e smilzo, sottile, quasi invisibile. Leggendo i minuscoli caratteri neri sul dorso, Mariarita ebbe un tuffo al cuore. Una serie di extrasistole, anzi. Caronte, Benito. Contro Manzoni. Saggio inedito di Gherardo Orsi. Graphica, Bellano, 1997. Mariarita fece scorrere il dito lungo il dorso del librino. Era incastrato strettamente fra i libroni: impossibile tirarlo via senza rovinarlo. Mariarita fece scivolare fuori dallo scaffale uno dei torni rilegati, spost gli altri uno a uno, e in breve acchiapp il librino intatto. Era flessibile come un quaderno; la copertina lucida color vino esibiva un disegno della stessa tinta in un riquadro bianco, un intrico astratto di linee che pareva rappresentare un utero in cui fosse stata inserita una spirale contraccettiva (sicuramente, non era stato nelle intenzioni n del curatore, n dell'editore). Evidentemente, una pubblicazione amatoriale. Chi questo Benito Caronte? Lo conosci? domand Stella. Non l'ho mai sentito nominare disse Mariarita. Ma Gherardo il nome dell'assassino nel racconto di Anonimo. Naturalmente potrebbe trattarsi di una semplice coincidenza. Ma non si trattava di una semplice coincidenza, naturalmente. Quando Mariarita ebbe fra le mani il librino e lesse sul frontespizio il titolo completo dell'opera:

Contro Manzoni SAGGIO INEDITO DI GHERARDO ORSI POETA SCAPIGLIATO DI BELLANO

si rese conto di avere quasi certamente in pugno l'anonimo autore di Sublime anima di donna. Che sballo! Ne aveva gi avuti, di momenti cos, e se li ricordava bene: sono quei pochi istanti, fra la noia di un'esistenza quotidiana passata a compilare moduli delle tasse o impostare programmi di lavatrice, per cui senti di colpo che vale la pena vivere. come innamorarsi: il cuore comincia a battere, gli ormoni del

benessere entrano in circolo nel sangue, si vive come su un tappeto magico steso al di sopra delle stronzate. Le era capitato ogni volta che aveva scoperto uno degli scrittori del suo pantheon personale, e quando aveva trovato il manoscritto di Sublime anima di donna, ma questo era di gran lunga il trip letterario pi godurioso che mai avesse osato sperare. Aveva messo le mani su un pezzo di mito. Era totalmente assorta, catturata dalle pagine del libro, che emanavano ancora l'odore amarognolo e fragrante della stampa fresca; era come se fosse sola, in un vortice che la trascinava ed escludeva ogni altra cosa, dimentica della presenza di Stella che, seduta accanto a lei, la guardava con quell'espressione tra il curioso e il preoccupato che si ha verso chi cogliamo in un raptus di passione che non il nostro raptus di passione. Mariarita sfogliava, palpava, rivoltava, esaminava da tutti i lati il librino, elaborava e ne assimilava i contorni, la consistenza della carta, tutti i dati sensibili. Sembrava quasi che lo annusasse, che ne stesse risucchiando l'essenza e i segreti pi riposti attraverso una specie di olfatto spirituale. Il librino (come ogni altro libro) per una studiosa qualcosa fra una preda e un cibo raro e prelibatissimo. A Stella, Mariarita pareva effettivamente un grosso cane che ha fiutato un tartufo. L'incanto venne interrotto dal tipo seduto a leggere, lo scapigliato stagionato, che spinse indietro il suo trespolino con uno scricchiolio di gesso su una lavagna. Mariarita sussult, scambi con il tipo uno sguardo tra il meravigliato e il furibondo. lui? chiese Stella, indicando il librino. Affermativo mormor Mariarita. L'ultima pagina recava solo l'indirizzo della tipografia:

Stampato per conto del Fondo Caronte con il patrocinio della Cariplo da Graphica Editrice Bellano

Delle centosei pagine che contava, soltanto sei erano di Gherardo Orsi (si trattava di frammenti, appunti per un progetto pi ambizioso mai portato, pare, a compimento); le restanti erano del curatore, Benito Caronte, che avvoltolandosi in un bozzolo di inevitabili premesse, citazioni, precisazioni, rimandi e sfoggi assortiti d'erudizione, riusciva a gonfiare il proprio ego fino ad assumere proporzioni smisurate, e a divenire quasi l'autore dell'opera. Mariarita e Stella, insieme, iniziarono a leggere le sei pagine di Gherardo Orsi, che erano datate, come il racconto, 1868:

In un generale panorama di avvilimento e prostrazione della nostra letteratura nazionale, non si pu negare che il libro di Alessandro Manzoni abbia suscitato al suo apparire tanta sensazione, e che giovani e valenti letterati si siano sentiti spinti a emulare il suo autore, e ad avventurarsi per l'irto cammino della carriera di romanziere. Ebbene, se dobbiamo senza indugio attribuire a Manzoni il merito di aver risvegliato dal sepolcro le sepolte vive lettere italiane, non cadremo perci nell'eccesso, da troppi sostenuto, di affermare che I Promessi Sposi sia il miglior romanzo che abbia mai visto la luce nel mondo. Non staremo qui a portare le obiezioni che gi sono state fatte, che cio Manzoni debitore a Walter Scott di gran parte della trama, forma e stile, n a ribadire la sua evidente inferiorit rispetto agli scrittori d'altri paesi d'Europa. Cercheremo invece di mostrare qual la via da seguire per chi voglia cimentare il proprio talento nell'arte del romanzo. S, abbiamo il coraggio di affermarlo: Manzoni insuperato, ma non insuperabile...

A me sembra una cagata disse Stella. Ma, se tu dici che importante, ci credo. Mariarita alz una mano, come per intimarle di aspettare e

darle tempo di continuare la lettura:

Fin dai tempi pi remoti la nostra immaginazione stata vivamente attirata e scossa dai drammi di sangue, le tragedie della passionalit: un marito ammazza la moglie infedele, una moglie resa folle dalla gelosia ammazza il marito, una famiglia sconvolta da un parricidio o un fratricidio si pensi a Caino e Abele! un ricco conte muore in circostanze misteriose, mentre una folla di eredi si accalca intorno al suo testamento... I giornali, moderno strumento d'informazione, diffondono ovunque le cronache di queste vicende; se ne discute in tutte le case, nei ritrovi pubblici, nelle piazze, nelle taverne, la gente se ne appassiona, ne avvinta. Non il caso di appurare qui se sia un interesse da pi parti sentito a spingere i nostri giornalisti a scrivere di delitti, o se i giornali stessi, come sostengono alcuni malpensanti, abbiano contribuito a creare un siffatto gusto. Ci che conta stabilire che di tali fatti, di tali personaggi, di tali storie il pubblico oggi soprattutto avido. Ma, diranno sempre i nostri malpensanti, codesta materia vile, buona per le cameriere, per donnette impressionabili, indegna di assurgere a soggetto di un'opera di alta fattura e linguaggio, e meno ancora di alto sentire. Ch il battito di un grande cuore, e la forza di una grande niente, non si sprecano con cose s meschine! A costoro, noi risponderemo: Non avete voi dunque letto I delitti della rue Morgue del sublime Edgardo Poe?. ... Noi affermiamo, abbiamo il coraggio di affermare, che se un romanziere italiano sapesse fondere lingua, stile, e quel certo gusto per l'orrido e il pauroso, e la scoperta di un mistero da svelare, potrebbe egli degnamente dar vita a una nuova forma d'arte, per gli eletti e anche per ogni genere di lettori...

Incredibile, incredibile, incredibile, incredibile!... disse Mariarita, socchiudendo estaticamente occhi e labbra. Lo scapigliato stagionato, che stava disturbando da un pezzo, cominci a produrre deliberatamente vari rumori per disturbarle: sbatteva i volumi sulla tavola, faceva scricchiolare la sedia, tirava calci. Cosa c' di incredibile? chiese Stella. Tutto. Al principio non dice niente di pi di quanto avesse gi detto quattro anni prima Tarchetti nel suo Idee minime sul romanzo, poi prende un'altra piega.... S. Propone agli scrittori italiani di creare storie a suspense. Come, del resto, ha fatto lui. un punto di vista originalissimo, per l'epoca. Questo Orsi era un protoscrittore di thriller. Mi chiedo se Benito Caronte se ne sia reso conto... ma credo di no. Sfogliando la sua introduzione, si ha l'impressione che tenga soprattutto non a illuminare le opinioni di Orsi, ma a esprimere le proprie. Di, Mariarita, muoviamoci. Cosa vuoi fare? Se ci sbrighiamo e corriamo a prendere un treno per Lecco, arriveremo a Bellano nel primo pomeriggio. Avremo tutto il tempo di cercare questo Caronte. Non quello che vuoi? Sopra ogni cosa al mondo. Almeno oggi. Uscendo, Stella sfior la spalla dello scapigliato stagionato, e gli fece un allegro saluto con la mano. Non lo avrei trovato senza di te. Lo avresti trovato. Prima o poi saresti tornata a Como, e lo avresti trovato. Anch'io faccio spesso cos: una prima indagine di superficie, tanto per riscaldarmi, e poi una seconda a pettine fitto. Allora, non pensi che sia una rinunciataria? L'ho detto solo per darti una mossa. Sai... il fatto che la cosa sia successa con te, mi sembra avere un significato. Mariarita era in preda a quella tensione febbrile, vivificante

ma nello stesso tempo vagamente malsana, che lo stato naturale dell'indagine, e si sentiva sempre pi avvicinata a Stella dal fatto di condividerla con lei. Cominciava a provare per l'altra nuovi sentimenti, oltre a un'ipotesi di mito: una tenue gratitudine, fiducia, sicurezza, e qualcosa di simile al cameratismo. Ha sempre pensato che il ghiaccio dell'estraneit, fra due persone, si rompe veramente nel momento in cui cominciano a chiamarsi per nome di battesimo. Finch ci si chiama formalmente, o non ci si chiama affatto, si pu sempre fare marcia indietro, ma pronunciare un nome compromette, significa riconoscere, collocare in una struttura mentale di immagini, ricordare, quasi accettare. Stella, prima, in biblioteca, l'aveva chiamata Mariarita, e la cosa le aveva procurato piacere, quasi una carezza interiore. Se lei l'avesse chiamata Stella, sarebbe stato un passo irrevocabile. Ora siamo sul ramo giusto del lago di Como! disse. Il treno su cui si trovavano le due donne stava entrando nella stazione di Lecco. Dove sono i monti del famoso Addio ai monti? chiese Stella, affacciandosi al finestrino. Io non vedo niente. Stella.... Vedo solo un paio di colline sfigate. Mi aspettavo qualcosa di pi. Stella, stai guardando dalla parte sbagliata. I monti sono di qua. Che stronza! Il Resegone sembrava stesse uscendo da un anello di nubi, alto, incombente e appena velato da una foschia che lo rendeva fantasmatico, minaccioso e protettivo insieme. Molto gotico. Niente male disse Stella. Affermativo. Ma perch gli scapigliati ce l'avevano tanto con Manzoni? Oh... vedi... Pi che detestarlo, lo invidiavano: i tempi gli erano stati favorevoli... Come posso spiegarti? Rispetto a Manzoni, si sentivano un po' come i giovani d'oggi rispetto ai padri

che hanno fatto il '68.... Cio... traditi? La generazione di Manzoni aveva sognato l'utopia del Risorgimento, ma non era riuscita a farne trionfare gli ideali di libert e giustizia... Manzoni, per, era vissuto in una fase up e di conseguenza era riuscito a realizzarsi compiutamente in senso artistico. Gli scapigliati vivevano nella fase down, il mito della patria era caduto, restava solo un'odiosa borghesia liberal-mercantile al potere. Di conseguenza, sentivano il bisogno di un rinnovamento letterario. In realt, per, ammiravano Manzoni, lo veneravano... pi o meno tutti, tranne Tarchetti. E Gherardo Orsi. Gi... Quest'ultimo, per, sembra aver sviluppato idee sue, pi indipendenti rispetto alla tradizione. Gli scapigliati, nel loro lavoro, non si sono mai veramente liberati dall'influenza manzoniana. Tarchetti, nel suo primo libro, riprende addirittura il soggetto dei Promessi sposi e lo sviluppa come una specie di parodia, cambiando il finale. Mariarita estrasse dalla borsa una copia di Paolina, che stava rileggendo in quei giorni, lo apr, ne mostr a Stella la dedica:

ALLA SANTA MEMORIA DI CELESTINA DOLCI OPERAIA PROSTITUITASI PER FAME E MORTA IN UNA SOFFITTA DELLA VIA DI SANTA CRISTINA L' 11 GENNAIO 1863

Il libro dedicato a una puttana? chiese Stella. S e no. Il nome suona falso, probabilmente inventato. E la data, sul calendario, corrisponde al giorno del suo onomastico, la festa di sant'Igino. Celestina Dolci non mai esistita. La dedica gi fiction, fa parte del corpo del romanzo. Tarchetti la

lancia contro un certo tipo di pubblico perbene, per denunciare una piaga sociale. La prostituzione? La storia quella di Lucia Mondella, come l'avrebbe scritta Manzoni senza l'happy end e se fosse stato un po' meno cattolico. Don Rodrigo vuole Lucia e, dal momento che lei gli resiste, la fa licenziare dal lavoro, le getta il fidanzato in carcere, e infine, durante il Carnevale, la rapisce e la stupra. Lei muore in seguito alle violenze subite. Il finale mostra Don Rodrigo in carrozza con un amico, sempre ricco e impunito, che sta progettando di ricominciare con un'altra ragazza. Nell'Ottocento, una storia cos doveva essere un pugno nello stomaco, giusto? Mariarita e Stella cambiarono treno, e proseguirono per Bellano. Dal finestrino, scorreva davanti ai loro occhi il paesaggio del lago di Como: dritte spiagge di ciottoli, macchie di verde che si ingolfavano in acquitrini paludosi, piccoli porti con piccole imbarcazioni. Al centro del lago, poche barche a vela. bello, qui disse Stella. Non c'ero mai stata. Una vive a Milano da sempre, ma non va mai in certi posti. Ci vuole un assassino, per costringerti ad andarci. Hai mai pensato che per le semplici persone non facciamo pi niente? Io, solo per gli assassini. Tu, per gente che morta da pi di cent'anni. Hai ragione disse Mariarita. Non ci aveva ancora mai pensato veramente: per le semplici persone, ormai, non si fa quasi pi nulla. Stella, tu hai amici? chiese. Oh... affermativo... pi o meno! E non faresti qualcosa per loro? Credo di s, se avessero veramente bisogno di me. S, anch'io. Ci fu un istante di silenzio. Hai amiche? chiese ancora Mariarita. Un paio. Ma sono una tale rottura di coglioni! Anch'io ne ho un paio... e sono una gran rottura di coglio-

ni. Vedi? Un'altra cosa che abbiamo in comune: due amiche rompicoglioni. Forse sono le stesse. Mariarita rise. Quand'era pi giovane, sui ventidueventicinque anni, era solita iniziare un'amicizia femminile con una frase del tipo: "Non facile amarsi fra donne", volendo sottintendere che c'erano di mezzo la mancanza di autostima, di rispecchiamenti positivi, e tutti gli accidenti che sa bene chi ha letto le bibbie del femminismo uscite negli anni settanta. Concordare sulle difficolt in una relazione fra donne, le pareva un modo valido di impostarne una. Era diventata una specie di formula augurale, un rituale scaramantico. Ora, erano anni che non provava la frase magica. Erano anni che non dava inizio a un'amicizia nuova con una persona del suo stesso sesso. Mentre stava per pronunciare la frase (aveva gi attirato l'attenzione di Stella), un cellulare si mise a suonare. Era il telefonino della detective. Scassacazzi! mormor Stella, fra i denti, e rispose alla chiamata. Mentre Mariarita, imbarazzata, faceva vagare lo sguardo oltre il finestrino e sugli altri passeggeri del treno, Stella parl per alcuni minuti, a voce alta, incurante delle orecchie altrui, come sono soliti fare tutti i proprietari di cellulari: S...? Ah, sei tu... Hmm... Hmm... Cosa? S... No, non mi sembra il caso... Dici...? rimasta traumatizzata? Va bene, ma... Scusa, no, non mi sembra proprio il caso... Capisco che vedere Paperino sia un'esperienza sconvolgente, ma... Ti ho gi detto cosa ne penso, secondo me esageri... Va bene... Va bene... Hmm... Boh, fa' co-me ti pare, ma... Va bene... Hmm... Ciao!. Stella spense il telefonino e lo rigett nella borsa, con un gesto seccato. Era una delle due disse. ... amiche? Affermativo. Ha una figlia di appena quattro anni, e non so quante volte l'ha gi portata dalla psicologa. Basta che la cugi-

netta le faccia un dispetto, e via di corsa dalla psicologa. A forza di essere interrogata dalla psicologa, quella bambina crescer con la convinzione di avere qualcosa che non va. Gliel'ho detto. Le ho detto: quando avr quindici anni, te la ritroverai schizofrenica. Ora l'ha portata a Disneyland, e un tipo camuffato da Paperino, alto pi di due metri, l'ha abbracciata e sollevata da terra... La bambina ha preso uno spavento bestiale, si messa a urlare, non la smetteva pi, pare che ci sia voluta mezza giornata per calmarla.... A me, a quattro anni, sarebbe piaciuto, credo. Anche a me. Le due donne risero. I personaggi di Disney sono inquietanti disse Mariarita. Io li collego sempre a Richard Ramirez, detto The Night Stalker, un assassino adoratore del diavolo che svaligiava appartamenti e ne uccideva gli abitanti. Poco dopo la proclamazione della sua condanna a morte, ha riso, e ha detto: "Ci vediamo a Disneyland!". Mentre raccontava di Richard Ramirez, Stella sorrideva in quello stesso modo trasognato e commosso che Mariarita ricordava di aver visto spesso sulla bocca del suo amico Moreno: una specie di ghignetto inconsapevole, appeso agli angoli delle labbra, inalterato malgrado la modulazione delle parole. Moreno non aveva il mito degli assassini, ma lo mandavano in estasi le disgrazie fatali, quelle che stroncavano una vita nel momento della sua apoteosi, come nelle tragedie greche. Lo colpivano le sfortune individuali, come la morte di Richie Valens, ma meglio ancora erano le catastrofi collettive, come quella del Titanic. Probabilmente, l'idea del fato era per Moreno in qualche modo erotica, spaventosamente fascinosa. Aveva bisogno di impietosirsi e godersi la sua piet, e nello stesso tempo provava il brivido delle grandi altezze, una paura di precipitare che contiene in s un nucleo di orribile desiderio. Il massimo, per Moreno, era la sciagura aerea del 4 maggio 1949, che aveva sterminato in un colpo solo il Torino, la miglior squadra di cal-

cio di allora. Erano invincibili diceva Moreno e sono morti tutti! E com' l'altra? L'altra chi? Amica. Oh, la numero due. pi o meno come la numero uno, ma con un altro tipo di ossessione. Sesso orale. Sesso orale? Ha un fidanzato che pretende di ricevere sesso orale, ma non disposto a darne. E lei se ne lamenta di continuo, con me. Non con lui, con me. Cambia fidanzato, le ho detto. Ma niente, se lo tiene ben stretto, anzi ha paura di essere lasciata. sempre cos, con le donne: si lagnano, si lagnano, si lagnano, ma non vogliono mai cambiare niente. A parole, sanno benissimo quello che bisognerebbe fare, per non lo fanno. Io gliel'ho detto: se vuoi restare con quello stronzo, poi non piangere se non ti lecca la fica. Ti telefona per dirti che lui non le lecca la fica? Affermativo. Me lo dice ogni volta che chiama. come il ritornello di una canzone. Non hai notato che sono tutti cos? Ripetono continuamente una o due frasi, uno o due concetti, e basta. Quando li hai sentiti una volta, li hai sentiti per sempre. S, vero. L'effetto canzone. E poi c' Pa', la mia segretaria amica. Se verrai nei miei uffici di giorno, la conoscerai. Io non ho una segretaria. Per ho una corrispondenza epistolare con una polacca della mia et. Avrei molte altre amiche, se avessi mantenuto i contatti con tutte quelle che conoscevo. Ma sai com', quando tu smetti di chiamare, loro non si danno la pena di cercarti, spariscono. S, cos. Per mi capitato, incontrando persone che non vedevo da anni, di scoprire che non avevano mai smesso di pensare a me. Erano disposte a rapportarsi come se ci fossimo lasciati appena ieri. Mi avevano sempre portata dentro, ero ancora importante per loro.

Forse come dici tu. Chiss perch, allora, non ti cercano pi. Gi, chiss perch. La conversazione si interruppe per alcuni istanti. S, pens Mariarita, decisamente i treni favoriscono le confidenze intime. C' qualcosa, nel rumore ritmico delle rotaie, nello sfilare ipnotico dei paesaggi, nel movimento ondulatorio delle carrozze, che stimola il fantasticare, se si soli, e il discorrere, se si in compagnia. Stella era assorta, lo sguardo perso nel vuoto, la mano ripiegata e abbandonata sulla spalla, le dita che giocavano con una ciocca di capelli. I riflessi del sole, attraverso il vetro, sembravano passare sulle sue pupille blu e percorrerle, in un moto ondoso continuo.

Stella? S? Posso farti una domanda? Certo. Come hai fatto a trovare quell'assassino, il camionista, prima della polizia? Ho una mia rete di collaboratori, informatori... Te li far conoscere, prima o poi. gente che non sempre sta dalla parte della legge, perci neppure la polizia ne conosce l'esistenza, capisci... Con Angelo siamo molto amici, ma la nostra piuttosto un'amicizia a senso unico da parte sua... nel senso che io prendo molto pi di quanto ricevo. Lui mi dice tutto... io no. S, ma... pi precisamente, come hai fatto? Il camionista seminava le sue vittime lungo la statale Rivoltana. Io conosco un tale, un mio vecchio collega di universit, che dopo aver lavorato per un po' in uno studio legale ha deciso che far divorziare la gente non era precisamente il sogno della sua vita. Allora si comprato un camion e ha scelto di fare il camionista: libero, sempre in giro, senza padroni, quelle menate l. Va bene: per farla breve, questo mio amico mi dove-

va un favore. Tu devi essere molto brava a fare in modo che gli altri ti debbano favori. Perch io ne faccio alle persone giuste. Quelle che potranno ricambiarteli. A volte mi capitano gli ingrati. Comunque, l'avvocato con il camion stato in gamba. Credo che in fondo si sia divertito anche lui, gli dev'essere sembrata come una spedizione sui fiumi dell'Amazzonia con i coccodrilli intorno alla canoa, qualcosa del genere. Mi ha organizzato una specie di rete spionistica di camionisti. Ma alla fine ci siamo arrivati per un colpo di fortuna. Un camionista che transitava proprio all'ora e sul luogo dell'ultimo omicidio aveva incrociato un camion rosso con una scritta sulla fiancata: FUCK YOU. Sempre attraverso l'intelligence dei camionisti, siamo riusciti a sapere chi viaggiava su quel camion. Abbiamo controllato i suoi movimenti, e pi o meno coincidevano con le date e i luoghi degli omicidi. Cos, gli abbiamo preparato la trappola. L'ho agganciato in una stazione di servizio, gli ho chiesto un passaggio. Pa' mi aveva accompagnata fin l con la macchina, e quando io sono salita sul camion ha chiamato la polizia.... questa la tua strategia abituale? Chiami la polizia, e poi ti butti? Se aspettassi la polizia prima di buttarmi, non sarebbe la stessa cosa. Gi. La stessa differenza che c' fra lanciarsi con o senza paracadute. Ti ho gi detto che non il rischio il motore principale. Fosse cos, sarei piuttosto una patita della roulette russa. Io cerco un'emozione unica, forte, importante. Ma tu non capisci.... Invece s. Credo di capire. Impossibile. Nessuno mi ha mai capita. Mi guardano come un animale raro, oppure hanno paura, mi detestano, mi respingono, o si attaccano a me in modo esagerato, e sempre per le

ragioni sbagliate. Nessuno mi ha mai capita. Io ti capisco pi di quanto non immagini. Tu vuoi l'avventura, l'emozione unica e solo tua, che nessun altro possa ripetere o condividere. Non puoi averla da un viaggio, perch non ci sono pi paesi da scoprire. Non puoi averla da una conquista, perch non c' pi niente da conquistare. E nemmeno da un amore, perch gli amori non sono pi eterni. Cos, sali sul camion con la scritta FUCK YOU. Non so se parli sul serio, o stai solo cazzeggiando. Perch non tutt'e due? Sai, sono un po' suscettibile. Tutti quelli che mi conoscono, quando non scappano via schifati, la buttano sempre sullo scherzo. Credono che sia pazza. Io non credo che tu sia pazza. Solo un po' fascista. Me l'hai gi detto una volta. Ma che cazzo significa? La tua cultura, il tuo immaginario... La macchina da palestra, il tiro al bersaglio, il mito degli assassini.... Questo da fascisti? Di, confessa che sei un tantino fascista! Non ti rispondo. Sto comportandomi con lei come mi comporterei con un uomo, pens Mariarita. Lo stesso atteggiamento di provocazione, le stesse tattiche difensive-aggressive, lo stesso uso accattivante dell'ironia. Quando ci siamo conosciute hai detto una cosa che mi ha colpita. Sarebbe? chiese Stella, scontrosa. Non le era evidentemente andata gi la storia della fascista. Hai detto pi o meno, non ricordo le parole esatte, che ti interessa vivere in prima persona quello che si legge sui giornali e di solito capita alle altre.... Non sono una masochista, se questo che pensi. Lo credo. Hai anche detto che raramente, praticamente mai, una donna sopravvive a un maniaco... Tu vuoi fare l'esperienza di trovarti faccia a faccia con un assassino senza morire,

no? Non ho impulsi autodistruttivi. Questo me l'ha assicurato anche l'analista. Tu vuoi essere la prima donna a fare l'esperienza dell'assassino allo stato selvaggio, e vivere abbastanza per superarla e raccontarla. Per vincere l'assassino, superarlo, farlo tuo. Non ci avevo mai pensalo in questi termini. Pu darsi che sia cos. Lo dici talmente bene, che mi piacerebbe fosse vero. E... com' stata, l'esperienza? Cosa hai provato, su quel camion con la scritta FUCK YOU, in compagnia di un mostro che aveva strangolato cinque donne? Stella assunse un'espressione che a Mariarita sembr enigmatica (e probabilmente lo era), scosse la testa, sorrise, poi disse: Non mi ha rivolto la parola fino a quando non mi ha aggredita, a parte che per dirmi cazzate del tipo: "Ti dispiace se abbasso il finestrino?" e "Cosa fai tutta sola sull'autostrada?" Niente di speciale. Mi pareva di stare con un parente, o uno di quei tipi che ti trattano fra il lubrico e il paterno. E non hai scoperto l'origine del male... la radice del mistero? Negativo. Quando mi saltato addosso, lo ha fatto come uno che deve soddisfare un bisogno... come se fosse sceso un attimo per orinare. Niente luce demoniaca negli occhi, niente fascino da vampiro? Negativo. No, no. E il satanista dei navigli? Oh! Sai che sei proprio curiosa? stato facilissimo scovarlo. Ho un amico che sacerdote di Satana, uno che crede seriamente nel diavolo, e vede quelli che scavano tombe pi o meno come un prete vede i testimoni di Geova, anche peggio. Questo mio amico ha un amico che gestisce un'impresa di pompe funebri e conosce i guardiani di tutti i cimiteri cittadini. Uno di questi guardiani era d'accordo con la banda e spartiva con loro il bottino degli oggetti strappati di dosso ai morti.

Quel ragazzino, comunque, era solo uno svitato. Non mi interessano i delinquenti comuni, i balordi, gli stupratori, i ladri, i ruffiani, gli assassini della suocera. Quelli sono semplicemente umani. A me interessano gli... artisti del crimine. Quelli che lo fanno per niente. Per obbedire a un richiamo, per seguire il loro destino. E perch quello il loro modo di esprimersi. Ma il tipo del camion non lo era. Non era diverso dagli altri. Non lo sembrava. Credi che gli assassini siano una specie di superuomini, e vedi te stessa come una superdonna. Cazzo ne so! L'analista non me l'ha mai detto, ma se lo dici tu.... E questo non un po' fascista? Mariarita: vaffanculo.

In una tavola calda di Bellano, Mariarita e Stella consumarono una veloce colazione a base di toast, birra e caff. Mariarita mangi in silenzio: la foglia d'insalata un po' appassita nel sandwich, il sapore del pane tostato e del caff, il leggero spaesamento del trovarsi in un bar di stazione, in qualche locale dalle geometrie sconosciute, per lei, si sposavano sempre all'idea del viaggio, del movimento, dell'andare lontano dai luoghi di sempre, dalle consuete certezze. Era una sensazione dolceamara, che la sbilanciava emotivamente, rendendola un po' triste e sentimentale. Stella, invece, non mostrava il minimo segno di alterazione, sembrava perfettamente a suo agio, come a casa sua. Aveva appoggiato sul tavolino, fra le briciole e i cerchi d'acqua lasciati dai bicchieri, una guida del telefono che pareva essere stata sfogliata da un milione di mani, dalla copertina accartocciata e le pagine che parevano sbriciolarsi. Stella annot alcuni numeri sulla propria agenda, pesc da un taschino della borsa una scheda telefonica.

Il Fondo Caronte, la sede della tipografia Graphica e l'abitazione privata di Benito Caronte, si trovano allo stesso indirizzo, tre interni dello stesso numero civico. Bingo disse Mariarita, ma senza entusiasmo. Ora che aveva fatto un ulteriore passo avanti nella sua ricerca ed era forse vicina a mettere le mani sull'anonimo scapigliato, le stava prendendo una strana forma di passivit, quasi temesse un fallimento e volesse vaccinarsi contro la frustrazione con un atteggiamento di rinuncia preventiva. Vado a telefonare a questo tizio disse Stella. La detective, con il suo passo elastico e scattante, and all'apparecchio pubblico del bar, mentre Mariarita si sentiva invadere da un senso di vuoto. Stella parl al telefono per alcuni minuti, continuamente, in quello che a Mariarita sembr un lungo discorso ininterrotto, accompagnandosi con piccoli gesti taglienti che forse le servivano per dare maggiore impatto alla voce. Poi, riappese bruscamente. Sembrava che non avesse neppure aspettato una risposta. Caronte accetta di riceverci oggi stesso. Fra un'ora, dice, perch nel frattempo ha alcune cose da fare. Io credo che non abbia da fare un bel nulla, e abbia preso tempo per tenerci sulle corde. Fantastico disse Mariarita. Che cosa c'? Ti vedo un po' mollina. Non lo so. Improvvisamente, ho alcuni dubbi. Che genere di dubbi? A Como hai detto: "S, s, lui".... Gherardo Orsi potrebbe non essere l'anonimo scapigliato. In quei decenni dell'Ottocento, vedi, tutti quelli che scrivevano qualcosa erano scapigliati, si definivano e venivano definiti cos. Era la moda dell'epoca. Perci, Gherardo Orsi potrebbe essere un poeta dilettante di Bellano che ha scritto quel saggetto contro Manzoni, ma non l'anonimo autore di Sublime anima di donna. Potrebbe anche non esistere un Gherardo Orsi, potrebbe essere un'invenzione di Benito Caronte. Allora, perch hai preso un treno per venire fin qui?

.... In ogni caso, non puoi esserne sicura se non verifichi, no? Logica stringente. Mariarita gratt via con l'unghia un pezzetto di prosciutto che era rimasto incollato al dorso della guida telefonica: un gesto casalingo, pens, minimo, assolutamente inutile, bello proprio perch inutile. In realt, tu sei convinta di essere sulla pista giusta, ma per qualche ragione perversa preferiresti tirarti indietro disse Stella. Hai paura di prendere una fregatura, e ti proteggi facendo tutte queste storie. vero, qualcosa mi dice che sono sulla pista giusta. Ma solo una suggestione che mi deriva dall'esperienza e dalle mie personali teorie sulla scrittura.... Cio? Gli scrittori, nel contesto della loro opera narrativa, hanno quasi sempre un personaggio che li rappresenta. L'autore di Sublime anima di donna si sdoppiato: una parte di lui il giovane poeta scapigliato, che anche la voce narrante, e non ha nome. L'altra parte l'assassino. L'identificazione deve essere stata tanto forte, tanto completa, che gli ha dato persino il proprio nome, quello reale. Gherardo, seguito da una B e i tre asterischi che usava anche Tarchetti, per adombrare i nomi dei luoghi e delle persone. Ecco perch, dopotutto, penso che Gherardo Orsi esista e sia il mio uomo. Benissimo. Dunque, non vero che hai alcuni dubbi. Ragioni sempre cos, tu? L'abitazione di Benito Caronte si trovava in una via parallela al lungolago: un edificio a tre piani, in pietra a vista, affacciato su una piccola corte. Il piano terra era interamente occupato dalla tipografia. Mariarita e Stella salirono lungo la scala esterna, raggiunsero una porta blindata sulla quale una targa dorata, decorata con fregi in stile liberty, recava la scritta:

FONDO CARONTE ASSOCIAZIONE CULTURALE

Venne ad aprire un uomo con una faccia "da spot di un liquore digestivo". S, a Mariarita ricord una celebre serie di spot di un amaro alle erbe: ne erano protagonisti tre amici, non giovani e neppure vecchi, dall'aspetto di professionisti benestanti; scappati dalle famiglie per una zingarata fra soli uomini, si dedicano ai loro giochi. In un episodio, fanno volare un vecchio biplano; in un altro, recuperano la campana di una torre finita in fondo al mare, in un altro ancora, salvano un puledro in pericolo sul ciglio di un crepaccio. Caronte aveva gli stessi modi energici, di disponibilit autoritaria, la stessa abbronzatura che vuole richiamare alla mente spazi liberi, esercizio fisico, odore di buon tabacco, la stessa vigorosa stretta di mano (veramente, non sappiamo come stringono la mano quelli dello spot, ma supponiamo vigorosamente). Mariarita se lo era aspettato vicino ai sessanta, ma ne aveva probabilmente meno di cinquanta. Indossava pantaloni di velluto a coste beige e una polo bianca. Capelli folti, da ragazzone, appena ingrigiti alle tempie, occhiali dalla montatura di tartaruga, che portava come uno che pu anche farne a meno. Un naso corto e schiacciato che terminava con una punta tonda, un po' da clown, in contrasto con la regolarit classica degli altri lineamenti. Dopo le presentazioni, fece entrare Mariarita e Stella in un ufficio bianco che odorava di idropittura fresca e di nuovo, non ancora arredato a parte una tavola dal ripiano di plastica bianca, alcune sedie, e un paio di scaffalature metalliche. Esord come se fosse lui a condurre un interrogatorio, rivolgendosi soltanto a Mariarita: Allora, vi interessa Gherardo Orsi?. S. Il fatto che... Insomma.... Come avete fatto ad arrivare fin qui? Attraverso una copia del saggio Contro Manzoni, che abbiamo acquistato in una libreria di Como. Vede, io sono in pos-

sesso di un manoscritto inedito del secolo scorso che reca solo l'indicazione "Como, 1868". Per svariati motivi sono convinta che Gherardo Orsi ne sia l'autore. La sua amica, al telefono, mi ha detto che c' di mezzo anche un caso criminale, tutte quelle ragazze uccise a Milano... Se prendono l'assassino, potrebbe venirne un bel po' di pubblicit gratis per un libro? Mariarita e Stella si guardarono, sorprese. Non si erano aspettate una simile domanda. Ho in preparazione un volume prosegu Caronte in cui intendo raccogliere tutto il materiale di Gherardo Orsi in mio possesso. Per questo, vorrei capire bene la faccenda del manoscritto inedito, e in quale modo collegato a quei delitti. Mariarita, a un cenno di assenso da parte di Stella (Questo non ci dir nulla se non gli diamo qualcosa in cambio), gli spieg diffusamente la faccenda del manoscritto inedito, e in quale modo era collegato con quei delitti.

Adesso tocca a lei disse Stella. Che cosa sa di Gherardo Orsi? Chi era? Chi era cominci Caronte, come se la domanda lo avesse disgustato. Ne ho parlato diffusamente, nella mia prefazione al saggio Contro Manzoni. Era un poeta, uno scrittore, un intellettuale che ha vissuto tutti i fermenti storici, politici, culturali del suo tempo... In che anno nato? Nel 1845. Come Giulio Pinchetti disse Mariarita. Come Giulio Pinchetti, del quale era buon amico. Originario di Como o di Bellano? Nato a Como, in seguito si trasferito a Bellano, dove ha praticato come notaio e trascorso il resto della sua vita. Prima di morire, nel 1925, ha lasciato tutte le sue carte alla Fondazione Caronte, istituita nel 1921 da mio nonno, che era anche lui uomo di lettere, poeta lirico di gusto squisito, storico e archeo-

logo. Allora, lei discende da una famiglia di eruditi. Sono certa che finiremo per intenderci. Mariarita credeva di aver trovato il modo di indurre Caronte a collaborare. L'uomo, malgrado la sua forzata estroversione, era evidentemente intimidito da Stella: pur mantenendo una certa educazione formale e rivolgendosi a entrambe, guardava solo Mariarita. Forse, dipendeva dal fatto che Stella era vestita da fascista, con calzoni di pelle nera aderenti come la guaina di un serpente, giubbotto nero, occhiali neri. Forse, era un tipo di donna pi indipendente, pi sicura di s di quanto lui fosse disposto a sopportare. E Caronte, emotivamente fragile, non riusciva a reggerla: si vedeva. C'era qualcosa, in lui, che denunciava uno stato di contradditoria tensione, forse la volont di essere all'altezza di un suo modello ideale, sempre prossima a spezzarsi. E poi, oltre a una certa debolezza di carattere, c'era l'ambizione feroce dell'intellettuale di provincia, unita a un senso di inferiorit strisciante e alla paura di compiere passi falsi, che lo rendevano in un certo modo aggressivo. Gherardo Orsi era il suo patrimonio personale, lasciatogli in eredit dal nonno, ed evidentemente intendeva gestirselo bene. Blandirlo, rassicurarlo, prospettargli allettanti vantaggi, era la sola cosa da farsi. una fortuna che le carte di Orsi si trovino nelle mani di una persona che in grado di farne l'uso migliore (svaccata adulazione). Nel Fondo sono conservati altri racconti sul genere di Sublime anima di donna? Raccolte di versi? Purtroppo, per quanto nelle sue lettere Orsi accenni a componimenti in versi e in prosa, questa parte della sua opera, composta prevalentemente in giovent, temo sia andata perduta. Ora lei mi parla di un manoscritto inedito, ritrovato in una libreria antiquaria. Naturalmente, non avendolo esaminato, non posso dirle se secondo me Gherardo Orsi pu esserne l'autore.... Capisco. Che cos'ha, oltre al saggio Contro Manzoni? Ha

parlato di lettere.... Possiedo tutta la corrispondenza epistolare di Orsi, quella giovanile, relativa al periodo scapigliato, in cui lui visse a Milano, e quella dal 1880 in poi, che riguarda solo affari inerenti alla professione notarile. Oltre a diverse opere sulla flora e sulla fauna delle zone costiere del lago. Orsi era laureato in legge, come Pinchetti, come me.... ... e come me intervenne Stella, che non riusciva a restarsene in disparte. ... ma era un appassionato naturalista prosegu Caronte, ignorandola. Sarebbe riuscito altrettanto bene come biologo. Orsi aveva interessi scientifici. Dopotutto Gherardo B"**, l'assassino da lui creato, uno scienziato. A noi interessa soprattutto il periodo scapigliato disse. In tal caso, ci sono le lettere indirizzate al "caro amico siciliano". A chi? chiese Stella. Mariarita le pos una mano sul braccio, le lanci un'occhiata di traverso, come a segnalarle: lascia fare a me. Chi l'amico siciliano? Giovanni Verga. Gherardo Orsi scriveva a Giovanni Verga? Mariarita era quasi senza fiato. Ma... ma straordinario... incredibile.... Effettivamente, si tratta di documenti di un certo valore disse Caronte, sussiegoso. Se ha scoperto una corrispondenza fra Giovanni Verga e Gherardo Orsi, perch non l'ha ancora pubblicata? Caronte alz una mano come a dire "Alt": un gesto al limite dell'arroganza. Piano. Non ho detto di aver scoperto una corrispondenza fra Verga e Orsi. Ho le brutte copie di un certo numero di lettere inviate da Orsi a Verga. Non ho le risposte di Verga. Se Verga ha risposto, non posso dimostrarlo. I testi di Orsi non contengono notizie, indizi, allusioni che provino che lo scrittore siciliano lo abbia fatto.

Ma... fra le carte di Verga avrebbero dovuto trovarsi gli originali di Orsi! Non so spiegarle perch non si siano trovati. Questo un mistero. Comunque, se pubblicassi le lettere, non potrei provare che una corrispondenza fra loro sia effettivamente esistita. Metta che io scriva a Salinger, e pubblichi le mie lettere: se non ho quelle di Salinger, non sono un suo corrispondente. Sono un mitomane. Perch Orsi scriveva a Verga? Orsi ammirava Verga come scrittore. Pu darsi, per, e questa una mia interpretazione personale, che abbia scritto al siciliano perch lo sentiva simile a s... un isolano, un isolato. Sia in senso intellettuale, che in senso fisico. Orsi part dalla provincia per recarsi a Milano appena ventenne, verso la fine del 1865, con una lettera di presentazione di Giulio Pinchetti, per unirsi alle anime elette dei circoli scapigliati, diventare scrittore e conquistare la Gloria... come avrebbe fatto Verga pi tardi, venendo da province del Regno molto pi lontane... Un'affinit di ambizioni e di percorso esistenziale.... Incredibile! Quante sono, le lettere? Non molte, circa una dozzina, scritte a intervalli di tempo molto lunghi. Gli avvenimenti narrati coprono un arco di cinque anni, dal 1865 al 1870. Significa, in media, due lettere all'anno? Probabilmente, le lettere venivano scambiate con ritardi e irregolarit, perch Verga allora viveva tra Catania e Firenze, e Orsi, come Giulio Pinchetti, si divideva fra Como e Milano. Inoltre, come le ho gi detto, Gherardo non era tanto interessato ad ascoltare, quanto a parlare. Con la monomania tipica di tutti gli scrittori, amava soprattutto raccontare e raccontarsi. Scriveva di tutto: quello che faceva, quello che pensava, con chi si incontrava. Scriveva anche delle donne, delle sue avventure amorose.... Caronte disse avventure amorose guardando Mariarita, come se l'avesse con lei, un'avventura amorosa, o sperasse di

averla presto. Incredibile.... Oh, ci creda pure. Purtroppo, se pubblicassi questo materiale, mi accuserebbero di aver inventato tutto. Cos, avrei un progetto: farne un'opera di invenzione, un romanzo storico letterario sulla Scapigliatura lombarda. Nelle lettere di Orsi pensano, parlano, scrivono e vivono i grandi protagonisti di quegli anni. Sarebbe possibile dare un'occhiata alle lettere? Caronte si appoggi all'indietro sullo schienale, restando in bilico sulle due gambe posteriori della sedia e appoggiandosi alla tavola con le ginocchia; contempl le due donne cos, come se quella posizione pericolosa potesse aiutarlo a considerare con calma la richiesta e trovare una risposta adeguata. Posso farvene leggere una certa quantit disse dopo attenta riflessione in cambio della visione di una parte del manoscritto di quel racconto. La mia parte accessibile su Internet. Mariarita forn l'indirizzo della sua pagina web. Caronte chiese alle due donne di attendere per qualche minuto, poi spar dietro una porta che comunicava con un ufficio pi piccolo, ingombro di computer, stampanti, e sacche con mazze da golf. Dopo qualche tempo, si sent l'inconfondibile rumore di una stampante ad aghi. La febbre di Mariarita, intanto, cresceva: stava per entrare direttamente nel mito, nel cuore palpitante di quei morti, precipitati dentro un abisso di lontananza e intangibilit. Stava per conoscerli, toccarli, condividere con loro una zona dell'immaginario in cui passato e presente arrivavano a congiungersi, e i loro sogni potevano raggiungere i suoi. Caronte apr la porta. Accomodatevi disse. Le condusse a un computer acceso sul monitor del quale era possibile leggere un file: Lettere 1.doc.

Le due donne lessero una trentina circa di schermate del testo. Per Mariarita un onirico e scatenato flusso di pensieri e visioni, un film mentale di cui Gherardo l'attore protagonista. E in cui gli scapigliati sono vivi. Still alive.

Il topo bianco di Igino Tarchetti N

el testo, Gherardo non si descrive, perci Mariarita deve immaginarlo, condensare la nuvola indistinta che la voce narrante epistolare in un'immagine probabile, frutto delle sue impressioni, propensioni e sensibilit. Questo personaggio di ragazzo scapigliato un po' Gherardo e un po' Mariarita, come se i due fossero un'unica creatura dotata di doppio sesso in grado di autofecondarsi oltre il tempo, i cicli vitali e la morte: ed ecco dunque il loro figlio, fantastico e vero. Gherardo ha soltanto vent'anni, e possiede una bellezza maschile sottile, evanescente, vagamente femminilizzata. Il suo viso puro e chiaro somiglia a quello di un bambino, o di un santo adolescente: la stessa carne intatta, omogenea, priva di difetti. Non una smagliatura, una ruga, una macchia: gli anni, le delusioni, le lacrime non lo hanno ancora toccato. C' qualcosa di ingenuo e di morbido nei lineamenti, negli occhi azzurri che, quando guardano meravigliati, diventano quasi tondi, con lunghe ciglia da bambola, nel naso fine e corto, nelle labbra rosee e carnose. I capelli, color oro scuro, sono lunghi e setosi, e le ciocche spettinate arrivano fino alle spalle. In questo momento, le sue guance sono arrossate per il freddo, e dalla bocca gli escono nuvole di vapore. Attraversa la piazza del Duomo, che vede per la prima volta, stringendosi nel suo pastrano e trascinando una vecchia valigia di cuoio dalle serrature rotte, chiusa con uno spago avvolto in pi giri, come quelle che avranno pi tardi gli emigranti del Sud. La faccia

come uno schermo su cui sfumano e trascolorano le pi disparate emozioni: eccitazione, stupore, rapimento, curiosit, speranza e, in fondo in fondo, una specie di tormentosa paura. Appena arrivato a Milano, nel dicembre del 1865, il giorno dell'ultimo dell'anno, si sente piccolo, provinciale, malvestito, inadeguato, e si vergogna di quella sua maledetta valigia. Il padre, possidente e redditiere di Como, non ha voluto comprargliene una nuova: non essendo (troppo) tirchio, ha forse inteso cos punirlo di tutti i suoi "grilli per la testa", e delle "malinconie da poeta buono a nulla". Anche a casa, lo punzecchiava di continuo, storpiando l'appellativo di "scapigliati" in "scompigliati", con frasette tipo: Quei tuoi scompigliati, che per te sono Vangelo.... e: Va' dai tuoi scompigliati, dunque! (finch Gherardo non gli ha replicato, urlando: Ci vado s, dai miei scompigliati!.) preoccupato e ansioso, il brav'uomo; le guerre e gli investimenti sbagliati hanno eroso le propriet e i redditi di famiglia, non ci mancava che la sciagura di un figlio artista. Gherardo, l'unico erede, non vuole pensare a un futuro solido, a una professione seria, si ostina in quella sua mania di fare lo scrittore, e legge quei libri audaci, che andrebbero proibiti, scritti da scervellati e teste calde. A raffreddare la testa di Gherardo, malgrado il cappello a cilindro, ci pensano il freddo e la nevicata da lupi che ha atteso solo lui per infuriargli addosso, e il padre ne sarebbe forse contento. I fiocchi bianchi turbinano fitti nell'aria, sembrano danzare a lungo senza peso prima di depositarsi a terra. Gherardo vede il Duomo come in una di quelle sfere di cristallo con la neve che si venderanno un secolo pi tardi: con la differenza che c' dentro lui, piccola figura umana con la funzione di sottolineare le proporzioni del paesaggio, soldatino nella battaglia del vivere. Un pezzo della vecchia Milano non esiste pi: il portico dei Figini, che risaliva all'epoca dei Visconti, stato abbattuto, e al suo posto c' un cantiere, dove si sta costruendo la futura Galleria. una citt in trasformazione ad accogliere il ragazzo: una

citt che cambia accoglie una persona che vuole cambiare ogni cosa: se stesso, il mondo, la vita. Gherardo si incammina per via Brera, il quartiere degli artisti, con il cuore che batte forte per l'emozione di entrare a far parte di un luogo di cui ha soltanto sentito parlare, che fino a questo momento stato per lui soltanto righe stampate, o vanterie dell'amico Pinchetti. una leggenda che lo accoglie, un mito di cui lui sta per diventare parte integrante, carne assimilata al corpo dell'ideale. Tutto quello che vede, malgrado il gelo e la stanchezza, gli appare nuovo e bello, pieno di stimoli e occasioni, tensioni e sorprese, e di una favolosa intensit, come se l si trovasse concentrata tutta la bellezza del mondo, che lui vorrebbe bruciare in un attimo, far sua senza perdere tempo: tutto e subito. Questa promessa di felicit inappagata per lui quasi un dolore. Scivola sul terreno ghiacciato, si ritrova la valigia fra le gambe, e per poco non finisce lungo disteso su un lastrone di neve ghiacciata. Rimane in piedi con una goffa contorsione di tutto il corpo, traballa, e rifila un calcio rabbioso alla valigia. Alcuni ragazzini che giocavano a scivolare e pattinare nella strada si voltano dalla sua parte, lo guardano, ridacchiano segnandolo a dito. Una carrozza sta arrivando dal fondo della via, nera e silenziosa, minacciosa come se fosse scesa dalla calotta plumbea che copre le cime degli edifici; non si vede il volto del vetturino e gli zoccoli del cavallo quasi non fanno rumore. Gherardo recupera la valigia e, arrancando, si sposta per non farsi travolgere. Il movimento sembra quasi una fuga, e lui sente le risa dei ragazzi inseguirlo, braccarlo, trafiggergli la schiena. L'incidente appare meschino e inglorioso, a uno come lui che cerca la grandezza e la gloria. Ma subito il ragazzo alza le spalle e ride di se stesso, il futuro conquistatore di Milano e del mondo che inciampa nella propria valigia, e prosegue verso la sua meta, via dei Fiori oscuri, dietro L'Accademia di Belle Arti. Sa che l vicino, in via dei Fiori chiari al numero 8, uno straordinario giovane scrittore di no-

me Tarchetti ha fondato, appena un anno fa, un cenacolo artistico con altri letterati di Milano, di Lombardia e del Piemonte. Tarchetti sta attualmente pubblicando, a puntate sulla Rivista Minima, un romanzo compenetrato di anelito alla giustizia e santamente violento, Paolina (ambientato in quell'edificio smantellato per far posto alla Galleria), che Gherardo legge avidamente e ammira. Trova che Tarchetti sia stato grande a dedicarsi a una prostituta (crede che Celestina Dolci sia esistita veramente), a smascherare il grugno ipocrita della societ perbene, s, perdio, certe verit vanno proclamate alte, tartufi di tutto il mondo tremate, venuta la vostra ora! Gherardo desidera ardentemente conoscerne l'autore e far parte del suo cenacolo. Quello che Gherardo ignora che dallo scorso novembre Tarchetti non pi a Milano; richiamato dagli impegni della carriera militare a Parma, sta vivendo la storia d'amore pi eccentrica che possa capitare a un uomo, e la pi fatale della sua vita. Gherardo intanto arrivato a destinazione, un'arcata sul lato destro della strada che immette in una piccola corte. Il numero il 17, ma Gherardo, che come tutti i ribelli ragiona spesso invertendo le regole e i pregiudizi comuni, pensa che a lui porter fortuna. All'interno della corte due bambine piccole e gracili, di non pi di sei-sette anni, imbacuccate in scialli e mantelle, stanno facendo uno strano gioco: immobili nella tormenta, reggono per le cocche un telo nero disteso, e lo guardano riempirsi di neve, bianco che a poco a poco copre e divora il nero. Gherardo si incanta a guardarle ( sempre stato affascinato dai giochi delle femmine, cos lenti, inutili). Prende nota mentalmente della scenetta infantile; quando scriver il suo romanzo, la inserir a un certo punto della narrazione, e si preoccupa gi dello stile, del ritmo e della scelta delle parole: come far a rendere la grazia amarognola del quadretto?

Ma presto Gherardo non ci pensa pi, perch si trova davanti a un piccolo uscio di legno scuro, e un'altra immagine gli nasce nella mente: quella di un carbonaro che, con il favore delle tenebre e a rischio della vita, fuorilegge per amor di patria, bussa segretamente alla porta di una cantina. cos che, da bambino, si figurato gli eroi e i martiri d'Italia, cos che glieli hanno fatti immaginare. Gherardo bussa, e gli apre non un confratello carbonaro, ma una donna bassa sulla cinquantina, con grandi seni che sembrano precederla di un bel pezzo, lucidi capelli neri striati di grigio raccolti in una crocchia, e un neo peloso sulla guancia destra. madama Caterina, ma la chiamano madama Cate. Affitta camere a studenti, impiegati e giovani poeti di provincia, fra questi ultimi il Pinchetti: ed stato proprio lui, tornato a Como senza un soldo, a rifilare l'indirizzo della pensione a Gherardo. una misera tana gli ha detto ma in mancanza di meglio ti ci puoi accomodare. Se ci vai, per, non dire che ti ho mandato io, perch sono scappato senza pagare l'ultimo mese di pigione. Ti consiglio vivamente di fare lo stesso, amico mio! Siete madama Cate? chiede Gherardo, che ha gi riconosciuto la donna dalla descrizione. Veramente, Giulio l'ha definita una "megera con arie da cantante lirica", ma a lui pare di ravvisare nella donna anche una specie di tenerezza, o piuttosto di bisogno di intenerirsi (secondo Mariarita, una tremula e smancerosa smania erotica mascherata da attitudine materna, sollecitata soprattutto dalla vista dei bei giovani). Gherardo non sa di essere bello, e nel vedere Cate sorridergli con i denti gialli nella larga bocca crede di aver suscitato in lei un elevato sentimento femminile di piet e dedizione, di ricordarle forse un qualche figlio morto, magari caduto per la patria. S, sono Cate, e voi? Mi chiamo Gherardo Orsi, vengo da.... Gherardo si interrompe, esita: non pu dirle da Como, sarebbe come confessare per met la sua complicit con Giulio. Cos, gli viene in mente il nome della citt in cui Giulio ha stu-

diato. ... da Pavia. Sono appena arrivato a Milano, e non ho ancora un ricovero per la notte. Chi vi ha dato il mio indirizzo? Gherardo arrossisce, ancora non sa mentire mostrando lo stesso viso limpido di quando dice il vero. L'ho avuto da un... giovane che frequentava il mio stesso corso all'universit, il cui fratello ha soggiornato da voi per qualche giorno durante una visita a... alla fidanzata. Infine, madama Cate pu benissimo aver ospitato un viaggiatore di passaggio, fratello di un ignoto studente di Pavia, e non ricordarsene. Anche se non si capisce se la fidanzata del viaggiatore o del fratello. Dopotutto, gli ha detto Pinchetti, la pensione un porto di mare, con tanta gente che va e viene. Cate resta a fissarlo con una strana luce golosa negli occhi neri e sporgenti, con le fossette nelle guance burrose e un sorriso da gattona. Va bene, entrate pure. Si vede che siete un giovane bene educato e ammodo. Gherardo segue la madama in un ingresso buio e pretenzioso, dai muri anneriti ai quali sono appesi brutti quadri che rappresentano marine con barche in secca sulla spiaggia. Ho una camera sottotetto, se vi accontentate. Per la pigione, ci metteremo d'accordo. Su per le scale, Gherardo non riesce a staccare gli occhi dal culo di Cate, dalla parte inferiore del suo corpo che, avvolta nella sottana ondeggiante, somiglia a un pallone gonfiato. S, il corpo da soprano, e anche la voce, dal timbro cantante e dalle note acute, e una certa maniera ampia e teatrale di gesticolare. Un ragazzo di oggi, al posto di Gherardo, la chiamerebbe Maria Callas dei poveri. La stanza, molto pulita, ha il soffitto basso che si incurva agli angoli come il coperchio di un baule, e una finestra al livello del pavimento riparata da un vasistas. Arredata con un letto, un armadio, una poltroncina, uno scrittoio dai molti cassetti (ce ne

sono di segreti?), una sedia, un catino con brocca, ornata di tappeti consunti e altri quadri di ambiente marinaro. C' un tenue odore di chiuso, di essenze di fiori e abiti conservati in vecchi com. L'ambiente vecchiotto, decoroso, ziesco. Gherardo sottilmente commosso dai rammendi del copriletto damascato a grandi rose rosse su fondo oro, dal paesaggio (un'ennesima marina) dipinto sullo schienale della poltrona. Gli pare di essere entrato in una scatola di pasticcini, e di avere nuovamente quattro anni, vezzeggiato dalle sue zie. Si guarda intorno, esita a posare sul letto la valigia, inzaccherata di fango. La spinge con una pedata in un angolo. di vostro gradimento? chiede la madama. S... Graziosa... Ha un che di familiare.... mia particolare cura che i miei pensionanti si sentano come a casa loro. Madama Cate deve amare molto il mare, pensa Gherardo mentre ammira un quadro che ripresenta un vascello del XVI secolo in preda a una tempesta, in equilibrio su alti marosi crestati di spuma. Voi dovete amare molto il mare, non vero? La facciona sentimentale di madama Cate si illumina come dall'interno, di una placida soddisfazione. Oh! Lo avete dunque capito? Avete un animo sensibile, signor... Scusate, ho dimenticato il vostro nome.... Orsi. Gherardo Orsi. Orsi. Ebbene, s, signor Orsi, dovete sapere che io, se potessi andare dove mi porta il cuore, vivrei in un'umile, semplice casetta di pescatori in riva al mare, non qui a Milano. Oh! Milano cos grigia e triste, non trovate? Non saprei. A me, veramente.... Gherardo vorrebbe spiegare che per lui, cresciuto in un angolo di provincia troppo piccolo per contenere la sua ambizione e il suo furore, Milano il faro che deve guidarlo nel mondo, ma Cate lo sommerge di chiacchiere. Oh! Poter vedere ogni giorno le albe e i tramonti su

quell'azzurro infinito, e addormentarsi ascoltando il rumore delle onde! Anche voi amate il mare, dunque! Sapete, credo di aver capito fin dal primo momento che avete un cuore di.... Improvvisamente, gli occhi di madama Cate si fanno sospettosi. La blocca nel suo slancio poetico il timore che il bel giovane dall'aria romantica possa essere un poeta, uno di quei mattoidi che combinano guai e sono sempre in ritardo con l'affitto, quando non se la svignano senza pagare. ... Se non sono indiscreta... per quale ragione vi trovate a Milano? Si tratta di un impiego? Di una visita di cortesia presso persone influenti? Siete studente? Avete colto nel segno... Si tratta di tutti e tre i casi... Studio, devo incontrare certe persone, e spero di trovare un impiego. Gherardo dice la verit: ha in tasca una lettera di presentazione di Giulio Pinchetti per Giuseppe Rovani, il decano e padre spirituale di tutti gli scrittori e artisti di Milano; inoltre spera di impiegarsi in un giornale, anche solo come correttore di bozze, e il mestiere di scrittore esige molto studio, per cui pu affermare in piena coscienza di essere studente. Quello che, in un lampo di astuzia, omette di dire, di sentirsi scapigliato nell'anima e artista di vocazione. Anzi, per stornare dalla mente di madama Cate il sospetto che lui possa essere un poeta, mette mano al portafogli e si offre di pagare un mese di pigione anticipata. Quanto chiedete per la camera e i pasti? Cento lire al mese, e mi impegno a farvi lavare la biancheria e tenere in ordine il vestiario. A Gherardo, avvezzo a conoscere il valore del denaro per aver sentito il padre parlare di investimenti, compravendite, interessi e dividendi da quand'era un bambino, e dotato di un cervello (si stupirebbe se glielo dicessero) propenso al senso degli affari, cento lire al mese, sia pure con il vitto e la lavanderia, sembrano un'enormit. Mi pare troppo. Ottanta lire mi sembrerebbe un prezzo pi equo.

Per novantacinque lire, vi porter personalmente la prima colazione, con dolci preparati dalle mie mani. un favore speciale che accordo soltanto a pochi pensionanti scelti. Gherardo s'impunta, le fa capire che, al posto del favore speciale (che lei accorda solo ai bei ragazzi), gradirebbe un ulteriore sconto. Lei ridacchia, sta per cedere, gli fa un gesto con la mano, come a dire: sei un irresistibile furfante, come si fa a dirti di no? Alla fine, si accordano per novanta lire, con la colazione e i dolcetti.

Gherardo solo nella stanza (madama Cate ha incassato il mese di pigione anticipata, facendo sparire il denaro da qualche parte fra le pieghe della sua sottanona, e se n' andata per dargli tempo di mettersi a suo agio), e di colpo, insieme alla sgradevole sensazione che gli sale dai piedi bagnati, gli si insinua in petto la sottile tristezza del nuovo arrivato che si trova in un luogo angusto e sconosciuto, di fronte all'incognita del futuro. Nella stanza fa molto freddo, non c' caminetto n legna: bisogner chiedere a madama Cate il permesso di installare una stufetta, o almeno un piccolo braciere. Gherardo si toglie il pastrano, lo stende ad asciugare sulla sponda del letto. Sotto il pastrano ha un abito di lana marrone, l'unico che possiede, e che detesta, un gilet nero, una camicia non troppo pulita, con un rammendo su una manica, e un liso cravattino annodato alla meglio. Il suo bagaglio contiene l'abito della festa, che gli piace appena poco di pi, tre camicie di ricambio, e la biancheria, gli effetti personali. Siede sul letto, si sfila gli stivali, si cambia le calze, e prende dalla valigia le pantofole di lana che la mamma gli ha confezionato e ricamato appositamente per la spedizione a Milano. Sua madre ha pianto quando lui partito: come tutte le madri di figli artisti, le si spezzato il cuore vedendolo incamminarsi su

quella che lei pensa sia una strada di disordine e stravizio. Gherardo ha visto scendere le lacrime sul bel viso di cammeo appassito: a soli trentotto anni, la mamma ne dimostra gi venti di pi. Nei suoi occhi, Gherardo si visto riflesso come lei lo vede in una prospettiva futura: solo e intossicato in una soffitta, martirizzato dai suoi stessi matti sogni, abbattuto sullo scrittoio, con un fiasco mezzo vuoto e fogli accartocciati sporchi d'inchiostro. Povera, cara mamma. Gherardo calza le pantofole, e subito gli pare gi di riscaldarsi un po'. Batte i piedi a terra, per riattivare la circolazione del sangue e farsi coraggio. Ha davanti a s un paio d'ore buone da trascorrere prima di potersi mettere a dormire, a meno che non decida di uscire nuovamente: ma non saprebbe dove andare, non conoscendo nessuno a Milano. la sera di capodanno, e tutti in citt saranno sicuramente partiti per questa o quella festa, questo o quel ritrovo di amici. Lui arrivato troppo tardi per aggregarsi a una compagnia, e troppo presto per il capodanno dell'anno che verr. Che fare? Andare a letto con le galline? No, no, sarebbe un'indecenza. Occorre trovare un modo degno di passare la sua prima serata a Milano, l'ultima del 1865 e la prima di una nuova vita. S... Ecco... Trovato. C' quello scrittore siciliano, che in quel divertente romanzo d'avventura tra Guerrazzi e Dumas, I carbonari della montagna, praticamente i tre moschettieri in Calabria, ha allietato le giornate d'inverno e le serate di noia a Como. Gherardo ha gi scritto a Verga, al suo editore di Catania, un biglietto di congratulazioni per il suo libro, e il siciliano gli ha risposto con una letterina di ringraziamento, comunicandogli il suo indirizzo privato. Il siciliano ha un talento fiammeggiante, e molte cose in comune con lui: il senso e il gusto dell'intreccio, la passione creativa, gli ideali nobili e la compassione per gli umili e gli oppressi. S, lui l'interlocutore ideale, la persona che meglio di ogni altra pu capirlo. Gherardo estrae dalla valigia la carta da lettere, l'astuccio

che contiene la boccetta dell'inchiostro, la penna con i pennini nuovi che ha intenzione di inaugurare a Milano (una piccola ritualit che rafforza l'idea di un nuovo ciclo dell'esistenza) e siede allo scrittoio. Scrive per un paio d'ore, poi viene interrotto da un bussare discreto. madama Cate, che si cambiata d'abito (per lui?), indossa una gonna ancora pi gonfia, se mai possibile, e un corpetto stringato con pizzi spumeggianti, e regge un vassoio con un calice di cristallo colmo di un liquido denso, color sangue. Mi sono rammentata che l'ultimo dell'anno, e forse vi sentite un po' spaesato lontano dai vostri familiari. Ho portato un po' di vino caldo. veramente un pensiero squisito. Cate appoggia il vassoio sul ripiano dello scrittoio, scostando leggermente le carte, a cui d una sbirciatina discreta. Se desiderate, pi tardi potete scendere dabbasso, a festeggiare il nuovo anno con noi. Cate gli spiega che si tratta di una riunione alla buona, soltanto lei e gli inquilini delle altre camere, c' anche una signorina molto distinta che sa suonare molto bene il pianoforte; gli racconta che lei vedova e senza parenti (dunque, non ha mai avuto figli caduti in guerra), e da quando il marito morto i pensionanti sono tutta la sua famiglia. Se scende potr conoscere gli altri, e dopo il brindisi di mezzanotte lei, accompagnata al piano dalla signorina di cui gli parlava prima, canter il coro del Nabucco (tutto da sola? Dio liberi!). Gherardo, che non particolarmente attratto dalla prospettiva di socializzare con i coinquilini, fosse pure una signorina pianista, e teme di avere le orecchie straziate dal gorgheggio di madama Cate, sfodera le sue migliori maniere per rifiutare, e intanto cerca di addolcirle la pillola (Se le dici che una grande cantante gli ha detto il Pinchetti ti serve meglio a tavola). Vi ringrazio, ma sono un poco stanco, e non desidero altre emozioni, per stasera. Credo che andr a letto subito. Ma vi a-

scolter volentieri, un'altra volta. Sono certo che possedete una grande musicalit, e un notevole talento. Quand'ero una fanciulla, tutti mi dicevano che, con la mia voce, avrei potuto cantare alla Scala. Poi... Ah! Cate sospira profondamente, e fa un gesto con le mani, come di farfalle che prendono il volo. Vuole dare, con quel sospiro e quel gesto, la dimensione di tutto quello che passato, e l'ha trascinata via dal palcoscenico della Scala. Qual il vostro repertorio? Oh, come avrete certamente capito, io amo molto Giuseppe Verdi! Nella sua musica, si sente... si sente qualcosa... una forza... un certo piglio virile... non trovate? Gherardo annuisce, diplomaticamente: a lui, pare che vi si senta soprattutto un gran rumore. Viva Verdi dice, citando lo slogan che si scriveva sui muri d'Italia ai tempi delle lotte per l'unit. Cate lo guarda interrogativa, come se non capisse, e infatti non ha capito. Viva Verdi ripete Gherardo. Viva Vittorio Emanuele Re D'Italia. Ah dice Cate, come se fosse delusa dall'uso fatto del nome del suo compositore preferito. Alla vostra salute dice Gherardo, vuotando il calice di vino. Fate conto che abbia brindato con voi dice Cate. Vi auguro un anno prospero e felice, e che possiate riuscire in ogni vostra impresa. Di nuovo solo, Gherardo va alla finestra. Al di sopra dei tetti, il cielo di un colore rossastro cupo, e la neve non cade pi a fiocchi bianchi e morbidi, diventata un nevischio misto a pioggia, fitto, quasi invisibile, al punto che Gherardo deve strizzare gli occhi per distinguerlo, contro le luci accese nelle altre mansarde e soffitte. Milano l fuori come un immenso animale fatto di molte giovent come la sua, un giardino d'inverno pieno di delizie. Gherardo sente un dolce struggimento che lo invade: l fuori,

poco distante da lui, ci sono i poeti e gli scrittori, le persone meravigliose che saprebbero comprenderlo, coloro che diventeranno suoi compagni di strada, suoi fratelli. A quest'ora, saranno riuniti certamente intorno a un focolare, a passare l'ultima notte dell'anno in allegre bevute e sapide conversazioni. Lui desidera l'amicizia, non la rozza familiarit dei ragazzi con cui giocava da piccolo: la vera amicizia, quella d'elezione. E, ancora, l'amicizia di una donna che alla comunione degli spiriti unisca la mistica attrazione della sensualit... l'amore. L'amore e la gloria, come nella canzone di Casablanca. Gli sfugge quasi un singhiozzo, tanto forte l'anelito a raggiungere quello che lo aspetta fuori da quella finestra, superare d'un balzo tutti gli ostacoli, le lungaggini, le attese, i sacrifici, per lanciarsi senza peso verso un radioso avvenire. Vorrebbe vivere in carne e ossa dentro il suo sogno e, non potendo, torna allo scrittoio, e lo scrive. Sono trascorsi un paio di mesi, venuto il nuovo anno, passato anche il carnevale ambrosiano, e Gherardo non ha ancora incontrato un solo scrittore scapigliato. Dove diamine sono, i poeti? Sono emigrati tutti, o si trovano ancora a Milano, ma inaccessibili per lui? Stanno nascosti sotto i sassi, o formano una costellazione nel cielo? Ha girato a piedi per tutta la citt, ottenendo soltanto di consumare gli stivali e prendersi una bronchite a furia di inghiottire nebbia, ha bussato a casa del Rovani trovando una porta chiusa e una casa disabitata, si recato presso tutti gli editori e i tipografi in cerca di questo e di quello, ottenendo risposte vaghe, facendosi mandar via come un fornitore importuno. Aveva creduto che bastasse arrivare l, presentarsi agli altri artisti e dire: eccomi!, perch tutto andasse da s: trovare amici, lettori critici ed entusiasti delle sue opere, e magari un'offerta d'impiego. Gli sembra che un muro invisibile si erga fra lui e la realizzazione del suo sogno; in preda alla delusione e allo sconforto, si sente stupido e non sa che fare. Legge negli occhi di madama Cate (malgrado le paghi regolarmente la

pigione) un preoccupato interrogativo: "Cosa fa a Milano, questo ragazzo?". N vagabondare per le strade n scrivere chiuso in camera sono attivit troppo rassicuranti. Se Gherardo, fuori, non combina nulla, non per questo in camera conclude qualcosa. Anche la scrittura non va: ha riletto i suoi vecchi componimenti in versi, e li ha trovati infantili, sciocchini, insopportabilmente scolastici, e con i nuovi lavori ancora peggio. Gherardo vorrebbe cimentarsi nel racconto; ne ha cominciati parecchi, senza riuscire ad andare avanti, a trovare la giusta ricetta fra ispirazione, tecnica ed esecuzione. Accortoccia i suoi fogli con rabbia e poi va a gettarli nella latrina perch madama Cate non li trovi, vergognandosene come una ragazza costretta a un aborto clandestino. Intanto, va a incassare ogni mese il vaglia postale da casa, ma il padre gli ha scritto che non intende finanziare ancora la follia "scompigliata" (a Gherardo quella storpiatura spregiativa fa ribollire il sangue dalla collera) e minaccia di tagliare i viveri. Ed ecco che un giorno Gherardo si reca ancora una volta, senza troppa speranza, a casa del Rovani, e inaspettatamente qualcuno gli apre la porta. una donna di un'et indefinibile fra i trenta e i sessanta. Piuttosto magra, anzi con il petto che sembra scavato, ha i modi operosi e svelti della serva da commedia, e due occhi pungenti come spilli in un viso insulso malgrado i lineamenti marcati. Chi cercate? chiede a Gherardo. Il signor Rovani... in casa? Il signore non abita pi qui, da dopo la disgrazia. "Quale disgrazia?" fa per chiedere Gherardo. Ma la donna attacca a raccontargli un mucchio di cose che lo uggiano, che lei venuta a riordinare perch stata assunta dai nuovi inquilini, la sua amica portinaia dello stabile l'ha raccomandata eccetera, cos lui la ferma, con un secco cenno della mano e una domanda concisa. Non sapete dove risiede adesso?

No, ma, se lo desiderate, provate a cercarlo all'Ortaglia. L'Ortaglia? Che cos'? L'osteria di via Vivaio. Ci ha messo radici, ormai. Via Vivaio? Cos, il Rovani frequentava un posto non molto distante da via dei Fiori oscuri, avrebbe potuto incontrarlo gi mille volte, e lui non lo sapeva! Trafelato, Gherardo si rif tutta la strada a piedi, nel pungente venticello marzolino, mentre scende la sera. Il cuore gli batte forte nel petto: all'Ortaglia, se il Rovani non c', sapranno comunque dirgli quando trovarlo, o magari dargli il suo nuovo indirizzo. Ma all'osteria, quando chiede del Rovani, glielo indicano: l, seduto a quel tavolo in fondo. Malgrado sia l'ora dell'aperitivo, completamente solo, assorto, le mani con le dita intrecciate intorno a un bicchiere che contiene un liquido verde chiaro, opalino, che a Gherardo sembra affascinante: del resto, nel suo feticismo di giovane ammiratore, tutto quello che fosse toccato da un celebre scrittore gli sembrerebbe un dono inviato all'umanit da un dio dell'Olimpo. Mentre si avvicina al tavolo, Gherardo ha modo di osservare e studiare bene l'uomo che ha influenzato tutta la sua generazione, il modello e capostipite degli scapigliati. Se lo era immaginato diverso: bello come un giovin signore un po' spendaccione, agile come uno spadaccino, capace di sprigionare autorit, e irradiare una specie di luce interiore. Giuseppe Rovani ha invece un volto bianco e severo, palpebre pesanti che lo fanno sembrare appena uscito da un sonno alcolico, folti baffi e una corta barba a collare. E un'aria tra il vecchio cane bastonato e il funzionario statale ipocondriaco. Di lui, Gherardo ha letto Cento anni, un romanzo storico che inizia intorno alla met del Settecento per arrivare quasi ai suoi (di Rovani) giorni, e che mette in scena, accanto a personaggi inventati, gente vera che ha fatto l'arte di due mezzi secoli, come il Parini, i due fratelli Gozzi, il pittore Canaletto e altri che ora non ricorda. Non indovina che, fra cento anni, quasi tutti gli scrittori mescoleranno abitualmente persone di fanta-

sia e persone reali nelle trame dei loro libri. Gherardo ignora che, non avendo una cattedra all'universit, il Rovani insegna e fa lezione all'osteria, che l'osteria diventata la sua vera casa (come dice il Dossi? "La casa di chi non ne ha"), e che, dalla morte del figlioletto Silvio, morto a sei anni nel '62 (la disgrazia a cui alludeva la domestica) iniziato per lui un lento ma inesorabile declino. Il Rovani alcolista cronico, come testimonia un celebre aneddoto. Un giorno che si era teatralmente lamentato che la patria non d da mangiare, un amico gli ha risposto: Da bere, s. Permettete... Scusate il disturbo..., farfuglia Gherardo. Mi chiamo Gherardo Orsi, ho una lettera.... Il Rovani alza su di lui uno sguardo in cui brilla una specie di feroce arguzia, e gli fa cenno con il dito di sedere.

Gherardo siede, teso, con la schiena rigida. Ho una lettera di presentazione di Giulio Pinchetti..., ricomincia, frugandosi nelle tasche del pastrano, in quelle della giacca, nel taschino del panciotto. Non ce l'ha, la lettera, e per un attimo travolto dall'imbarazzo e dalla vergogna, suda, vorrebbe scomparire. Oh, povero me..., balbetta. Devo averla lasciata a pensione, fra le mie carte! Il Rovani alza le spalle, mentre un sorrisetto saputo gli si dipinge sotto i baffi; si capisce che non gliene frega niente di chi lo manda, fosse pure il re d'Italia, Garibaldi o Ges Cristo in persona: non giudica le persone dalle lettere di presentazione. Cosa bevi? chiede. Di cosa le persone bevono s, gli importa molto di pi. Quello che bevete voi dice Gherardo, tutto d'un fiato. Il Rovani schiocca le dita all'indirizzo dell'oste, mentre Gherardo lo fissa incantato, intimidito. Allora, lo scrittore celebre fa qualcosa che lo spiazza ancora di pi: gli si dedica interamente, come avesse trovato in lui il provvidenziale trastullo di

un'ora di noia. Tempestandolo di domande, gli tira fuori di bocca pi o meno tutto: chi e anche chi non . A strappi e bocconi, rosso e balbettante, Gherardo si ritrova a raccontargli che studi ha fatto, della sua vita a Como, dei suoi genitori, della sua conoscenza con Giulio Pinchetti fin dalla primissima infanzia, del suo primo amore per la figlia di un impiegato di banca, che si presa gioco di lui, lo ha fatto spasimare con vane lusinghe e promesse, lo ha esibito come un trofeo con amiche e parenti, e infine ha sposato un commerciante di sete all'ingrosso. Si vede tirar fuori persino episodi della sua vita che avrebbe preferito dimenticare, come la volta in cui, credendo di essere solo con la figlia del bancario, le ha letto i suoi versi, e questa, tirando di colpo una tenda, ha rivelato la presenza della cugina e del fidanzato di costei, che ridacchiavano e si burlavano di lui. Racconta goffamente, ma anche con improvvise esplosioni di spudoratezza, e una certa smania di confessione. L'atteggiamento del Rovani lo attrae e, nello stesso tempo, lo sconcerta: lo scrittore lo tratta con ovvia familiarit, come un discepolo di lunga data, e contemporaneamente con un'abissale indifferenza, come fosse una macchia sul muro. Intanto l'oste ha portato da bere e Gherardo manda gi per la prima volta nella sua vita l'assenzio, senza sapere che si tratta di assenzio. Esaltato dalla bevanda e dalle confidenze a cui si lasciato andare, mette a parte il Rovani delle sue aspirazioni e gli chiede qualche prezioso consiglio, una raccomandazione per un impiego presso qualche giornale. L'altro annuisce distratto e gli dice: Allora, resti a cena con noi. Ed ecco, due uomini si stanno avvicinando al loro tavolo: Gherardo suppone siano i noi con cui ceneranno. Elegantissimi e strani, in quella bettola frequentata soprattutto da operai (pi qualche malvivente e un paio di puttane), incredibilmente fuori posto eppure incredibilmente a posto, sembrano dotati della disperata disinvoltura di chi non ha un posto. Uno dei due ha uno strepitoso aspetto da dandy che subito

conquista e delizia Gherardo: porta il vestito grigio e l'alto cilindro con uno stile e una raffinatezza che a Como non s' mai vista (e sicuramente in nessun'altra parte del regno!), ha un panciotto color tortora abbagliante per la sua eccentrica semplicit, colletto e polsini candidi, inamidati, una cravatta color penna di pavone, con una spilla d'oro. Di lui, Gherardo nota per prima cosa le mani, sottili e diafane (da milord inglese dedito alla dbauche), e poi risale al viso, tondo e liscio, a parte i baffi e i basettoni che si prolungano in un po' di barba ma la-sciano scoperto il mento, secondo la moda dell'epoca, il naso un po' troppo lungo e occhi dolci e beffardi, spaventati. L'altro altrettanto ben vestito, ma in obbedienza a uno schema pi classico: sparato inamidato, cravattino a farfalla di seta nera e lunga sciarpa bianca. Anche il portamento pi sicuro, il viso pi adulto, incorniciato da una corta barbetta; gli occhi chiari sotto le sopracciglia aggrottate hanno uno sguardo duro, fermo: eppure, si comprende che quella durezza il risultato di lunghi sforzi solitari e un titanico autocontrollo, di un lavorio lento che ha imbrigliato tristezza e follia, come l'azione dell'acqua su un ciottolo di vetro. Il Rovani li presenta: Emilio Praga e Camillo Boito. Di Praga, Gherardo conosce il volume di versi Penombre, uscito appena l'anno prima, che lui ha talmente amato da leggerlo, rileggerlo, consumarlo, stropicciarlo, malmenarlo e quasi distruggerlo. La raccolta contiene anche quel Preludio che tanto piacer a Mariarita: "Canto una misera canzone / ma canto il vero". L'Emilio, a Como come a Milano e altrove, ha fama di satanasso dissoluto, bestemmiatore, ubriacone e frequentatore di orge. II solito Croce dir poi di lui che dava "un senso di smarrimento e di malessere": ma quello smarrimento, quel malessere, per il giovane e spregiudicato Gherardo, sono vitali come il soffio della primavera, l'invito a gettare dalla finestra tutto quello che vecchio, una sfida a cambiare, trasformare, rinnovare. Gherardo incantato nel vedere Emilio di persona, davanti a lui, che emana un miscuglio di ferocia e di delicatez-

za... e un forte odore di zolfo. come se portasse con s un'aura di quella prestigiosa dissolutezza di cui sua madre e le altre dame di Como discutevano con tanto compiacimento senza sapere che cosa fosse, riempiendola di tutte le loro voglie, dei peccati segreti che avrebbero voluto commettere. magica ed elusiva, la parola "dissoluto", evoca divine sregolatezze, sbronze poetiche e congressi carnali che neppure si possono immaginare. Gherardo si sente pronto per tutto quanto appena elencato. Ammiro il vostro lavoro dice, intimidito, e aggiunge: Davvero, credetemi. Emilio non d segno di aver udito il complimento, o forse non gliene frega niente. Quanto a Camillo Boito, Gherardo sa che il fratello maggiore di quell'Arrigo che insieme a Praga stato redattore del Figaro, il giornale manifesto della Scapigliatura, che ha additato agli italiani il genio di Victor Hugo e scatenato lo sdegno dei benpensanti. Immediatamente gli piace, intuendo in lui un animo leale nell'amicizia, una pacata seriet di intenti, una maturit ottenuta senza rinunciare ai sogni di fanciullo. Lo affascina forse meno di Emilio, ma non gli fa paura come Emilio: ha avvertito, stringendogli la mano, quelle che oggi si chiamerebbero vibrazioni positive di una persona che potrebbe capirlo, entrare nel suo cuore, corrispondere ai suoi pi segreti affetti. Tre scrittori in un colpo solo, e quando ormai non ci sperava pi! veramente troppa grazia. Gherardo si sente travolto, estasiato, e anche sopraffatto. Dopodich arriva l'oste, che spiega sulla tavola una tovaglia bianca di bucato e comincia ad apparecchiare. Il Rovani gli indica Gherardo. Un coperto in pi. Abbiamo un nuovo amico e d all'oste una mancia generosa. troppo, signor Rovani dice sorridendo l'uomo, intendendo che lo scrittore non pu permettersi di largheggiare tanto con il denaro, e gliene restituisce la met.

veramente un oste di buon cuore commenta Camillo. Il Rovani ordina per tutti una certa "grappona dei frati alle erbette", che Gherardo manda gi, trovandola un milione di volte pi forte e bruciante dei liquori che ha bevuto in vita sua, e chiedendosi perch mai necessario bere il digestivo prima di cenare; dev'essere un'usanza milanese, si dice. Ma, quando il Rovani ordina caff, biscotti savoiardi e una bottiglia di bordeaux, da servire esattamente in quest'ordine, fa una faccia sbigottita che deve divertire enormemente gli altri convitati, dal momento che scoppiano a ridere e scuotono la testa, godendosi il suo stupore. Emilio viene in suo soccorso, circondandogli le spalle con il braccio, con cordialit un po' aggressiva, e dicendogli: Poich siamo ospiti suoi, non possiamo esimerci dal cenare a rovescio. Gherardo apprende cos che il Rovani celebre per questa sua stravaganza di ordinare colazioni, pranzi e cene al contrario: infatti, dopo il caff, il dolce e il formaggio, Gherardo vede arrivare un piatto di lepre in fricassea, e poi ancora risotto alla milanese. Intanto, per tutto il tempo, i letterati non hanno mai smesso di parlare: di tutto, pare, tranne che di letteratura. Gherardo si era aspettato una conversazione dotta, in grado di spaziare in tutti i campi del sapere, punteggiata da citazioni di versi e profonde riflessioni sull'umano destino e il fine ultimo della creazione. E invece, i suoi ospiti parlano di certi conoscenti seccatori che non riescono a togliersi di torno, di ballerine e cantanti, di accordi economici con i loro editori e direttori di giornali, di incidenti della vita quotidiana, di complicate relazioni con ambienti che a lui sono estranei, e ancora di ballerine e cantanti. Di tanto in tanto, si voltano dalla sua parte ammiccando, per sollecitare una sua risata, per arpionarlo dentro la discussione, per non lasciarlo troppo solo. Gli danno del tu, ma non riesce a fare altrettanto; non gli mai riuscita facile la confidenza, l'abbandono istintivo, la compagnia. alterato dall'assenzio, dalla grappa e dal vino, da tutti

quei cibi che gli sconvolgono lo stomaco accatastandosi in ordine inverso, e anche dalla stranezza di vedere l quei personaggi che finora sono sempre stati mitici giganti sorti dalle pagine di un libro a popolare i suoi entusiasmi di adolescente, improvvisamente in carne e ossa... e pieni di preoccupazioni domestiche, che contano i denari e si perdono dietro alle gambe delle ballerine. Si sente stordito, annaspante come un insetto su una lastra insaponata. A un certo punto tenta di riportare il discorso sulla letteratura, rivolgendosi al Praga. Ma rimane a bocca aperta quando l'altro, con allegria sbruffona, gli risponde: In verit, in questo periodo sto studiandomi di risolvere un problema che mi procura non poca afflizione. Devi sapere che, per mia costituzione, io devo alzarmi frequentemente la notte a orinare. Non tollero il puzzo dell'orinale accanto al letto, e neppure di andar fuori, al freddo, con il rischio di prendere un'infreddatura. Se puoi suggerirmi una soluzione, avrai la mia eterna gratitudine. Gi, un problema serio assai: solo pochi privilegiati hanno un bagno all'interno della casa. Gherardo tace, imbarazzato. Dopo un po' (continua ad avere in mente l'orinale di Emilio), domanda a Camillo: Amerei molto conoscere vostro fratello Arrigo. Posso venire a farvi visita, quando vi aggrada? In quale giorno della settimana ricevete?. Camillo lo informa che Arrigo non si trova a Milano, ma che venga pure a fargli visita quando vuole, anche senza preavviso. Lui riceve tutti i giorni della settimana e, quando non riceve, significa che non in casa. Arrigo aggiunge sta componendo il suo Mefistofele. Se il cielo ci assiste, sar dato alla Scala l'anno venturo. Vostro fratello ha soltanto tre anni pi di me dice Gherardo. Vorrebbe dire: ha soltanto tre anni pi di me, ed gi uno scrittore noto agli ambienti letterari di Milano e della capitale, un fine musicista, un affermato giornalista, e sta scrivendo un'opera. Potr forse io, nei prossimi trent'anni, fare tanto, e

come? Camillo sembra comprendere il pensiero che lo travaglia, e gli stringe una spalla, come per infondergli l'energia necessaria alla sua impresa. E annuisce, disponibile, quando Gherardo torna alla carica con la sua richiesta di consigli e aiuti per pubblicare. Dopo la lepre e il risotto, l'oste porta un brodo caldo. Non essendo uno stupido, Gherardo non trova stupido mangiare cos; con la mente ne comprende anzi il significato. il suo corpo che si ribella. Ha la nausea, ma divora tutto senza discutere. Quanto agli altri, mangiano di gusto, come se avessero l'apparato gastrointestinale allenato a una simile prova. E soprattutto bevono, sono gi alla quarta bottiglia di bordeaux (il Rovani da solo ne consuma una a pasto), e continuano a parlare di persone sconosciute, di donne sconosciute. Emilio, a un certo punto, gli dice: Se hai qualcosa da farci leggere, ors, tirala fuori!. Gherardo allora tira fuori quattro che ha portato con na della giacca) il meglio madama Cate: circa tredici sonetti. (alla lettera, i fogli ripiegati in s escono a fatica dalla tasca interdella sua opera salvato dalla latrina di componimenti in versi e quattro

Non li hai firmati nota Emilio. per poter negare di averli scritti, all'occorrenza? S, forse per lasciarsi aperta la via della ritirata, o forse semplicemente mancanza di coraggio: al momento di cominciare a leggere, Gherardo non ce la fa, si scusa, ripone le carte. Non sei abbastanza sicuro di te dice Camillo dolce, e Gherardo fa segno di s, scioccamente grato. L'oste serve un antipasto a base di salame e prosciutto, un pezzo di anguilla marinata che d a Gherardo il colpo di grazia, e infine l'aperitivo, un vinetto francese frizzante. A un certo punto, si mettono a parlare di Garibaldi che ammirano immensamente, del dovere che impone di arruolarsi con lui per la prossima guerra d'Indipendenza, dell'Italia che stata appena

fatta, per scoprire poi che ancora tutta da farsi. Il discorso prende una piega interessante: la patria era uno specchietto per le allodole, gli spiriti prima accesi dall'ideale risorgimentale si ripiegano nel dubbio, nella perplessit. "Ahim! Oggid sono spariti i confini!" si lamenter ironicamente Carlo Dossi. Era facile, per gli italiani, affratellarsi e volersi bene, quando il nemico era l'oppressore tedesco: e adesso? Adesso, sono cazzi amari, chi diavolo il nemico? Non saremo forse, noi italiani, nemici di noi stessi? La conversazione, dalla patria, si sposta su Milano, e su come la citt sta cambiando. Girando per le strade e spiando una qualsiasi conversazione a un crocicchio, a un tavolo di caff, non si sente parlare che di guadagni, quotazioni delle azioni, crisi economica. Milano piena di gente che vuoi brigare, costruire, commerciare, vendere, e pensa solo a far soldi.

A questo punto, Gherardo non ha pi un'idea chiara e distinta di quello che gli sta succedendo. Si ritrova in strada, fuori dall'Ortaglia: ma non rammenta di esserne uscito con le sue gambe. Ode Emilio dire che non sarebbe una cattiva idea finire la nottata dai Promessi Sposi, e crede che i nuovi amici scapigliati lo vogliano condurre dentro il romanzo del Manzoni (speriamo sia l'edizione di lusso, pensa), dentro le pagine del libro, sul quel ramo del lago di Como opposto alla sua citt natale, a bere con Renzo, Lucia, Don Abbondio e il buon Padre Cristoforo (speriamo di incontrare anche la monaca di Monza, pensa; Don Rodrigo no, non mi mai piaciuto, non abbastanza cattivo). Ricorda che, non si sa come, sono saliti su un fiacre, e ricorda la sensazione di sballottamento mentre la carrozza dondola sui selciati sconnessi della periferia; in preda al voltastomaco ma in qualche modo si sente protetto e a suo agio come in un nido, stretto fra Camillo e il velluto di cui foderato l'abitacolo. Ricorda la sferzata d'aria fredda sul viso alla discesa, nella zona dei navigli, la nebbia che sembra salire dall'acqua

come un pallido ectoplasma, e il fango sotto gli stivali su cui scivola maldestramente. Crollerebbe a sedere nel pantano, se qualcuno non lo sorreggesse. L'osteria Promessi Sposi un'altra delle "cattedre" del Rovani. All'interno non si vedono Renzo e Lucia, e neppure l'Innominato. C' per, come all'Ortaglia, gente della stessa classe sociale di Renzo e Lucia, gente del popolo, e senza dubbio qualche innominato minimo, spogliato di luce tenebrosa. I quattro scapigliati si siedono a un tavolo accanto al fuoco, e Camillo ordina per tutti un altro giro di bevute. Gherardo adesso abbastanza disinibito per rischiare di rendersi ridicolo, e declamerebbe ad alta voce le sue poesie, ma troppo stralunato per pronunciare una sola frase coerente. Intanto i ragionamenti degli scapigliati tornano a girare intorno all'Italia come fosse un chiodo fisso: sul perch la loro generazione, dopo che tanti eroi e martiri hanno bagnato con il loro sangue le zolle della terra natale, si sente improvvisamente cos stanca, ingannata, delusa. Siamo tristi dice Camillo in uno stato simile alla malinconia di una donna che ha appena partorito. Questo nostro figlio gracile e cagionevole la patria. Io non mi sento padre della patria n punto n poco fa il Rovani, sogghignando. Il mio signor padre.... comincia Gherardo, e vorrebbe parlare di suo padre, filotedesco da sempre e nostalgico della vecchia amministrazione, sfoggiare con una battuta azzeccata tutto il suo spirito; ma perde il filo e non riesce a dire nulla, e del resto gli altri non lo hanno neppure udito. Ti sbagli, Camillo dice Emilio di questa nostra patria appena nata, noi siamo piuttosto i disgraziati figli adulti. Camillo sorride, mostrando di apprezzare l'immagine di una neonata Italia con figli di venti, trenta e cinquant'anni, figli addirittura vegliardi. Colui che ha partorito dalla sua mente gli sposi promessi dice quello s ha l'et e la statura per essere un padre della pa-

tria. Vecchio barbagianni! dice Emilio, ridendo. Lo stupore scandalizzato di Gherardo rilancia la sua risata. Questa poi! Nessuno, finora, a memoria umana, si era mai permesso di indirizzare ad Alessandro Manzoni un epiteto come "vecchio barbagianni". Ma non avevano scritto, Praga e Boito, sulle colonne del Figaro, che lo ammiravano "caramente, quasi devotamente"? Che fa, oggi, il Manzoni? chiede, per sormontare l'imbarazzo. Non lo si vede pi tanto spesso in giro risponde Camillo. Conduce vita molto ritirata, riceve pochi amici cari nella sua casa. Non scrive quasi pi. Attende, credo, la sua ora. L'ora di andare a dormire dice Emilio e, alzandosi in piedi e levando il suo bicchiere nell'atto di fare un brindisi alla salute di un'invisibile divinit, declama:

Casto poeta che l'Italia adora, vegliardo in sante visioni assorto, tu puoi morir!... Degli antecristi l'ora!

che sono sempre versi di Preludio. Un applauso fragoroso accoglie la sua esibizione; Emilio ringrazia con un buffonesco inchino e si rimette a sedere, anzi, pi che rimettersi a sedere, casca sulla panca e per poco anche sul pavimento. completamente ubriaco. Voi la mettete in burla dice il Rovani ma io, quand'ero ragazzo, camminavo fino a Brusuglio per sette od otto miglia, nella speranza di vedere quell'uomo. Attendevo per ore di fronte alla sua villa, e mi appagavo solo che il Vate apparisse per alcuni istanti fra gli alberi, o dietro una siepe. Mi pareva allora nobile, lento, lievemente curvo sotto il pensiero. Ah, se mi ricordo!... Sublimi entusiasmi, l'Arte con la A maiuscola... Ma pi ancora, ricordo un gran mal di piedi! Tutti ridono. Anche Gherardo si unisce all'onda dell'ilarit,

con la sua battuta: Il Manzoni, pi che Padre della patria, ne il Nonno!. La risata, che si stava spegnendo, si riaccende forte, quasi isterica, irrefrenabile. Il Rovani, che stava bevendo la grappona del frate, spruzza ridendo tutto il liquido sulla tavola, e rifila a Gherardo una pacca in mezzo alle spalle, una zampata da orso. Gli altri lo spintonano, lo strapazzano, con violenza amichevole. Una grande gioia esplode dentro di lui: gli pare che in quel preciso momento, lo abbiano accolto come uno di loro. E io dico continua euforico, che bisognerebbe abolire i nonni, i padri, gli zii, e tutti gli antenati barbagianni fin dall'et della pietra! Vogliamo un mondo di soli figli! Abbasso i padri! Io, il mio, lo seppellirei, e che continuasse pure a predicare da sottoterra.... Emilio, improvvisamente, diventa livido e smorto, il volto gli si contrae in una rigida smorfia. Senza dire una parola, si alza, prende cappello e pastrano, e se ne va traballando. Su Gherardo, dopo l'esaltazione di prima, ha l'effetto di una doccia gelata. Colpa mia? Ho detto una sciocchezza? chiede Gherardo, quasi piangendo. Se l'ho offeso, me ne dolgo immensamente.... Non potevi sapere dice Camillo, serio. Sapere cosa? Anni fa Emilio am follemente un'attrice, donna piena di fascino e di vita... Ella mor, e fu sepolta... Poco tempo dopo, per traslare i suoi resti, la bara fu riesumata e aperta... La donna aveva i denti digrignati, e le mani fra i capelli, in un gesto di impotente disperazione. Sepolta viva? Un caso di morte apparente. Ancor oggi, al minimo accenno che gli faccia rammentare quel triste episodio, si rattrista talmente da non sopportare pi la compagnia, e scompare per giorni e giorni.

Gherardo si risveglia malato il giorno seguente, a mezzo-

giorno, nella sua camera di pensione dove Camillo l'ha riportato la sera prima. Ha i postumi di una solenne sbronza, si sente come se una carrozza gli fosse passata addosso rompendogli tutte le ossa, rabbrividisce per il freddo e la febbre. Madama Cate, che entra nella stanza senza il vassoio della prima colazione (del resto, la sola vista del cibo basterebbe a disgustarlo), ha uno sguardo di tetra riprovazione. Come andiamo, giovanotto? chiede brusca, i pugni sui fianchi. Male risponde Gherardo, gemendo. quello che capita a chi fa tardi la notte in cattiva compagnia. L'ho detto al vostro amico, quello che mi ha svegliata per farsi aprire la porta, e vi ha portato su per le scale di peso. Ha avuto la faccia tosta di raccomandarmi: "Abbiate cura di lui". Gli ho risposto per le rime, ho detto: "Io ho sempre cura di lui, siete voi che non l'avete, dato che lo riportate in questo stato". A Gherardo sfugge una risata, che si rompe in un accesso di tosse convulsa. Cate lo vede tremare sotto le coperte, gli appoggia una mano sulla fronte, e si addolcisce un po'. Avete un bel febbrone. Dopodich Gherardo cade in delirio. Quando torna in s, vede il volto di sua madre, preoccupato, pallido, con un'espressione del genere "Te lo avevo detto!". La buona madama Cate le ha scritto a Como, e lei si precipitata al capezzale del figlio. Ecco che le ha confermato le sue peggiori previsioni: lei lo sapeva che sarebbe finito cos, un poeta che tossisce in una squallida camera di pensione, dedito all'alcol e a chiss cos'altro, minato dal mal di petto e da chiss quali altre innominabili malattie, che si prendono compiendo turpi atti contro la natura e le leggi divine. Non appena Gherardo in grado di muoversi, sua madre se lo riporta a casa, a rimettersi in salute al pi mite clima del lago. A Como Gherardo ritrova Giulio Pinchetti, che lo distrae e lo consola un po' di aver dovuto lasciare Milano proprio ora che aveva trovato una via d'accesso ai circoli scapigliati. Giulio al-

to come lui, ma ha gli occhi neri ed scuro di carnagione, troppo scuro per quella certa aura amletica che gli piace esibire. Il dubbio, il rincorrere i fantasmi, la contemplazione del teschio si sposano bene solo con il pallore. Comunque, a parte Amleto, Giulio un ragazzo divertente, e nulla in lui lascia indovinare il suicidio che commetter da l a cinque anni. I due amici passeggiano lungo le rive del lago e fanno gite in barca, parlando degli scrittori di Milano, confrontando le rispettive impressioni, e leggendo ad alta voce brani di Goethe, di Shakespeare, di Poe (nella traduzione di Baudelaire), dello stesso Baudelaire, di Gerard de Nerval, di Hugo. A volte, Giulio declama versi suoi sul molo, stendendo con tanta enfasi le braccia verso l'azzurro da somigliare a un bruno gabbiano che sta per spiccare il volo. Gherardo si domanda come mai l'amico, che detesta tanto Manzoni e Leopardi, quando scrive li scopiazzi, rifacendone i modi, i giri di frase, le ariette. Le passeggiate durano poco: con l'avvicinarsi dell'estate e l'imminenza di una terza guerra d'Indipendenza, Giulio parte per arruolarsi insieme a Emilio Praga, Arrigo Boito e altri amici scapigliati. Riprenderemo il Veneto, Venezia sar nostra! grida, come se Venezia ce l'avesse gi in tasca. Per questa faccenda della mania di combattere, per questa specie di arrapamento militare che sta prendendo tutti, lui, Gherardo, non si esalta poi tanto, e rimane tiepido, critico. Non ama la guerra nemmeno se giusta, santa e di liberazione; le guerre d'Indipendenza, poi, non gli sono sembrate un granch. La prima stata un tonfo e ha lasciato le cose come stavano, la seconda ha funzionato solo perch quel volpone di Cavour ha combinato l'alleanza con i francesi. In guerra, Gherardo ci andrebbe soltanto per stare insieme ai suoi amici, e non una grande motivazione. Cos, quando la madre scoppia in lacrime e giura che la far morire se fa quest'altra follia, Gherardo le cede di buon grado. Rimane a Como, ma l'estate lunga e vuota, lui non ha un cane

con cui parlare. Con il padre, non parla pi. accaduto che un bel giorno, dopo pranzo, il brav'uomo, avendo trovato in salotto una copia de Lo Scapigliato (settimanale milanese che reca la stratosferica dicitura: "Fede nell'arte", prezzo dell'abbonamento lire dieci all'anno, chi si associa per un anno ricever in premio un elegante volume di commedie, i manoscritti non accettati si restituiscono dietro richiesta, entro due mesi dall'arrivo, dopo si distruggono), se l' portata al cesso e l'ha usata per pulirsi il culo. Dopodich, Gherardo gli ha dichiarato la sua personale guerra generazionale. Strategia difensiva: porta sprangata, lettere al fermo posta, occultamento di libri e riviste. Armi di offesa: adozione sistematica di comportamenti contro la legge dei padri, perseveranza nel martirio che ne deriva, e soprattutto il silenzio. Gherardo non direbbe neppure a se stesso, comunque, quel che gli brucia di pi: Lo Scapigliato gli ha sicuramente distrutto un manoscritto, da lui inviato e non pi richiesto. In autunno, le cose non migliorano. Anche se la guerra (quella d'Indipendenza, non quella in casa Orsi) finita, e gli amici sono probabilmente tornati a Milano, lui senza soldi e non pu raggiungerli. Il padre ha posto in atto la sua minaccia di tagliargli i viveri. Unica consolazione: uscito Una peccatrice, in cui Giovanni Verga ha raccontato la sua storia, di Gherardo. La storia, cio, di un giovane che aspira a fuggire dagli angusti confini del suo paese natale, e a un destino di monotone abitudini, per fondersi con la fiamma dell'ideale, per bruciare le tappe di una strepitosa carriera letteraria. curioso e meraviglioso come uno scrittore nato dall'altra parte di una nazione appena fatta, nutrito di altri influssi e avendo respirato altra aria, abbia saputo fare il suo ritratto. Il Verga ora approdato a Firenze con lo stesso intendimento, la stessa speranza di Gherardo quando approdato a Milano: lasciare un segno sul mondo. Nelle ore nere, Gherardo gli scrive. Poi, verso la met di ottobre, il miracolo, nelle vesti di sua zia suora. Costei, monacata non proprio per forza, come Ger-

trude, ma quasi, ha sempre avuto un debole per quel nipote bello, raffinato e avventuroso; lo ha sempre appoggiato, e appoggerebbe ogni sua stravaganza, la pi irragionevole, fosse pure andare a piantare fichi d'India in Siberia. Gli fa pervenire segretamente un po' di denaro: Gherardo libero. Dal suo convento, la zia suora lo immagina andar via, entrare nel flusso della vita, delle passioni. Desiderando essere uomo, cio essere lui, lo segue con il pensiero, lo immagina mentre incontra gente, ride, si emoziona, ama, gode, va su tutte le furie, piange, scrive, e le sembra che viva un po' anche per lei.

Nuovamente a Milano, Gherardo si rituffa nella vita scapigliata. Giulio Pinchetti in citt: rifiutato dal Centro di addestramento di Asti, perch matto, ora finge di preparare gli esami per la facolt di Giurisprudenza di Pavia. Insieme a Giulio, Gherardo frequenta tutti i luoghi di ritrovo degli scrittori scapigliati, che sono perlopi caff e bettole. Comincia a trascorrere quasi tutta la sua giornata alle osterie del Polpetta, di Monforte, di Marietta, del Gallo e degli Angioli, della Noce, ai caff Martini e Gnocchi, sedendo, come il Rovani e gli altri, a un tavolo per delle ore, e scrivendo fra i boccali di birra che girano, le sottane delle donne che frusciano, i muratori che giocano a briscola, e il chiasso degli avventori, imparando presto a raggiungervi uno stato di concentrazione ideale, quasi mistica. Scopre di aver bisogno di quell'ambiente per scrivere, come una pianta ha bisogno dell'humus vitale del terreno su cui cresce; comincia a usare il vino e l'assenzio come un programma sistematico di allenamento per procurarsi le condizioni giuste per l'ispirazione. Lo stile di vita scapigliato gli entra nel sangue e ormai fa parte di lui. Si reca spesso a trovare Camillo, che gli mostra una piena e totale disponibilit; parlano intere giornate e anche nottate. Anzi, parla solo Gherardo, confidando, un po' ossessivamente ed egoisticamente, tutti i moti dell'animo suo all'uomo che gli appare come il parente colto e

sensibile che non ha avuto. Un giorno, il Rovani per caso gli dice che in giugno, mentre lui stava al lago a dondolarsi in barca, il "povero Boito" stato colpito dalla stessa sciagura toccata a lui: gli morto l'unico figlio. Buon Dio! grida Gherardo. E io che l'ho assillato con i miei guai, senza recargli una parola di conforto! A rotta di collo, Gherardo si precipita a casa di Camillo, sale i gradini a tre per volta, si attacca al batacchio della porta, picchia come un forsennato, travolge la sbigottita domestica che gli apre, irrompe nel salotto da ricevimento trafelato, ansante. Senza spiccicare una parola, si getta su Camillo e lo abbranca: un abbraccio muto, forte, come se volesse stampare sul corpo e sull'anima dell'altro tutto il suo affetto, e la partecipazione al suo dolore. da quel momento che i due diventano veramente, completamente amici. Gherardo diventa un tantino geloso, quando Giulio si impiega presso la Gazzetta di Milano. Gli hanno affidato l'Appendice letteraria, che sarebbe l'attuale pagina culturale. il lavoro che avrebbe voluto Gherardo: leggere, criticare quanto scrivono gli altri, dire la sua su ogni cosa senza troppa fatica. Pensa che l'amico lo abbia ottenuto pi per faccia tosta e piaggeria che per le sue doti di letterato; poi (bisogna dirlo, a suo onore), riconosce di essere stato un po' meschino. Comunque, Giulio lo introduce al giornale come correttore di bozze e apprendista, e Gherardo, addolcito e commosso, fa ammenda confessando all'amico di averlo invidiato. Ora che guadagna sulle cento lire al mese, Gherardo pu lasciare madama Cate, le cui attenzioni e carezze, al mattino, cominciano a farsi sempre pi ambigue. Con il resto del denaro della zia, affitta una mansarda che si affaccia sulle guglie del Duomo e sui lavori della nascente Galleria, dove conta di dormire e, all'occorrenza, passare ore liete e spensierate con qualche ragazza... appena riuscir a pescarne una. Prender i pasti, scriver e vivr soprattutto fra il giornale e l'osteria. Finalmente, padrone del suo destino.

Una sera, verso la fine di novembre, sta andando a cena in compagnia di Camillo Boito. I due camminano per le strade di Brera, diretti verso la trattoria del Polpetta che si trova all'angolo di via del Conservatorio, e stanno attraversando una piccola piazza quadrata, circondata da edifici bassi. una di quelle serate nebbiose che rendono gli esterni milanesi simili a quinte di teatro, o ambienti ricostruiti in studio. Il silenzio, l'assenza di altri esseri umani, il vago contorno delle case, il tappeto di foglie morte cadute dall'unico platano dai rami spogli e drammatici, la nebbia che, fine e compatta, sembra ferma nell'atmosfera formano un quadro irreale. Ma ecco che i due vedono avanzare una figura che si muove senza far rumore, solennemente. Il nero manto a pipistrello e l'alta tuba la rendono quasi sproporzionata, lunga e fiabesca, simile a un'ombra proiettata su un muro che ha preso corpo. un uomo che fa un cenno di saluto all'indirizzo di Camillo. Gherardo non ha mai visto nessuno cos alto (un metro e ottantaquattro decisamente al di sopra della media, per l'epoca). Ciao, neh dice il nuovo arrivato a Camillo. Quest'ultimo lo presenta a Gherardo: Igino Tarchetti. Gherardo quasi cascherebbe per terra, se il movimento stesso dello stringergli la mano non gli imprimesse abbastanza forza ed equilibrio da mantenersi in piedi. Il Tarchetti, ovunque vada, si trascina dietro un nutrito codazzo di scandali, maldicenze, sussurri, e a volte fantastiche invenzioni. Taluni lo esecrano, altri lo fanno oggetto di un culto esagitato. Di lui, sta uscendo a puntate su Il sole un nuovo sorprendente romanzo, Una nobile follia, la storia di un giovane che, arruolatosi nell'esercito, viene condotto dalla vita militare alla pazzia e alla morte. Si mormora che l'autore sia stato cacciato dall'esercito rischiando la corte marziale (delle due cose, falsa la prima, e vera la seconda). Si sussurra anche che il Tarchetti abbia ispirato una violenta passione amorosa a una cugina del suo diretto superiore a Parma, e che abbia sedotto la donna ( vero il contrario, la donna ha sedotto lui). Gherardo

ha ormai sentito talmente parlare di lui, da cominciare a dubitare della sua esistenza. Igino , in effetti, il tipo di persona della cui esistenza si dubiterebbe, se la natura di tanto in tanto non ne producesse qualcuna. Ha un viso ovale lungo e scavato, una bocca carnosa, dai contorni ben definiti, e grandi occhi scuri, affamati, di una terribile seriet. Vieni a cena con noi dice Camillo, e Igino si incammina al loro fianco, come avessero preso appuntamento in precedenza. Lungo la strada, il Tarchetti narra brevemente che s, ha dato le dimissioni dall'esercito, quel periodo gramo della sua vita concluso per sempre; ora si votato interamente alla carriera di letterato, occupato al Pungolo per centocinquanta lire al mese, un pane assicurato. Gherardo lo ascolta appena: le sorprese, per lui, non sono ancora finite. Dalla tasca della mantella del Tarchetti, infatti, esce fuori una cosa bianca in movimento, un animale... un topo, s, proprio un topo, diamine! Che ci fa un topo addosso al Tarchetti? Forse, gli saltato addosso da qualche parte, e lo scrittore non si accorto di portarselo in giro. Il topo si arrampica fino a raggiungere una spalla di Igino. Gherardo sta per dire: guardate che avete un topo sulla spalla, quando Igino, distrattamente, lo raccoglie e se lo ripone in saccoccia come fosse un oggetto d'uso quotidiano. Ma inutile: il topo non vuole saperne di stare a cuccia. Subito riesce fuori, pi vispo e petulante di prima, riguadagna la spalla del Tarchetti, poi, su per la lunga capigliatura nera e selvaggia, raggiunge la tesa del cilindro, dove si sistema come una sentinella. un grazioso animaletto dagli occhi come capocchie di spilli e dalle orecchie rosee, e Gherardo non pu fare a meno di sorridere. Igino intercetta il suo sguardo, gli dice: La compagnia d'un animale mi indispensabile come il letto e il pranzo, come un amico o una donna. Ama soprattutto, aggiunge, topi, cani, serpenti e uccelli d'ogni specie e dimensione. Quel particolare topo ha nome Ugo,

come Ugo Foscolo. Il fatto che Igino lo abbia chiamato come ha ribattezzato se stesso, significa che lo vive un po' come un alter ego, e Gherardo lo intuisce confusamente. Arrivati dal Polpetta, una signora, nel veder arrivare quello strano avventore con un topo di vedetta sul cappello, lancia un urlo e corre a rifugiarsi dietro il portamantelli. Igino prende Ugo fra le mani, si inchina alla signora e le spiega dolcemente che non c' nulla da temere: si tratta di un topolino ben ammaestrato che si nutre solo di un poco di frutta e semi e non fa male a nessuno. La signora grida con disprezzo che non si avvicini, e ricacci la sudicia bestia nelle fogne da cui proviene. Al che Igino ribatte con uguale dolcezza, ma con occhi freddi e duri. un'amorevole creatura, migliore di voi e senza dubbio anche di me. Suvvia dice Camillo non faremo una quarta guerra d'Indipendenza per un topo. il Polpetta in persona a risolvere la controversia diplomatica e calmare le ire della donna: abituato, con gli scapigliati, a sedare ben altre baruffe. La trattoria, anzi, nata con la Scapigliatura, dal momento che i coniugi Prevosti, che la gestiscono, erano in origine portinai, e si sono fatti ristoratori per amore degli artisti che abitavano nel loro quartiere. I due Prevosti sono grandi e grossi, e hanno due figli altrettanto grandi e grossi: una famiglia di orchi, dicono affettuosamente gli amici. Prevosti padre detto anche il Polpetta per aver ideato la ricetta di una golosissima polpetta. Il Polpetta, dunque, dirotta i tre con il topo verso una saletta privata, dove possono mangiare e conversare indisturbati. L, Igino sconvolge Gherardo, posandogli una mano sul braccio e dicendogli a bruciapelo: Voi somigliate a uno dei miei personaggi. Quando creo un protagonista, con il vostro volto che lo immagino.

L'antro dello stregone I

l 1867 l'anno che Gherardo ricorder come il pi forte, ricco e infinito della sua esistenza; tutto il corso della sua pur lunga vita gli apparir sterile e tedioso, a confronto di quest'anno della sua giovent vissuto come un animale alla scoperta sempre pronto a strofinarsi sopra ogni cosa, con gli occhi spalancati, i sensi svegli e la pelle nuda. l'anno dell'amicizia e della creativit, delle grandi attese e delle gozzoviglie, della fede nella vita e della speranza nell'amore. Nei primi mesi del 1867 stringe, o cerca di stringere, legami pi forti con Igino, e la cosa gli d non poco da fare. Il piemontese spesso distante, perso e mutevole come l'acqua, afferma ogni cosa e nega ogni cosa. Lunare, chiuso, misantropo, sembra meno umano di Camillo: Gherardo, che per lui prova ammirazione e soggezione, deve correre e affannarsi per afferrarlo. Igino scrive moltissimo e freneticamente, non si risparmia e non bada alla sua salute, come se non gliene importasse. Mangia fino a scoppiare se ha denaro e quand' all'osteria, altrimenti non mangia affatto. Mai veramente contento, capace di passare da uno stato di grande esaltazione alla pi cupa malinconia, nel tempo di una mezz'ora, sembra che un dolore dentro di lui si scavi la sua tana, come un animale parassita. Igino sempre crocifisso da amori impossibili, passioni furibonde, da smarrirci il senno e la vita. In questo periodo, ha due donne: l'una, una signora borghese assai bella, ricca e sposata; l'altra, quella Carolina, o Angiolina, che lo ha sedotto a Parma, una fanciulla epilettica, di una bruttezza quasi so-

prannaturale, orrenda, e pur tuttavia dotata di rara cultura, intelligenza e raffinatezza. Ai tormenti amorosi, al superlavoro, alla scarsit di denaro, si aggiungono le polemiche estenuanti, gli scandali, la maldicenza. Igino un autore in anticipo sul suo tempo: Gherardo si accorge che, spesso, i medesimi lettori lo fanno oggetto di anatema pubblico unito a una venerazione segreta, e lo invidia disperatamente per questo. Non gli piacerebbe essere amato e odiato insieme, eppure quanto di pi vorrebbe al mondo, perch nel raggiungimento di tale condizione la vera grandezza. Gherardo ha sentito spesso parlare della leggendaria e chiacchieratissima contessa (si separata dal marito Andrea Maffei, poeta romantico affatto privo di talento, e vive da sola), protettrice delle arti e degli artisti, regina del salotto letterario, politico e mondano pi in vista della citt. In quell'accidente di salotto sono passati tutti, proprio tutti, anche Verdi, anche Mazzini, anche Manzoni, anche... (gli gira la testa solo a pensarci) anche Balzac, che a Clara Maffei ha persino dedicato un racconto, La fausse matresse. Potesse mai, un giorno, esservi ammesso pure lui!

Ma ecco l'occasione, il magico momento: Gherardo fa il suo ingresso nel salotto della contessa. un venerd, verso la fine del mese di maggio, alla presenza dei suoi pi grandi amici, Igino e Camillo, che lo hanno sorretto per tutta via Bigli (dove risiede la Maffei) perch gli tremavano le gambe all'idea di ripercorrere i passi di Balzac (che non stava ripercorrendo, perch ai tempi di Balzac i Maffei risiedevano in via al Monte di piet). Il Tarchetti mi ha tanto parlato di voi dice la contessa porgendogli la mano. Gherardo, che ha la lingua legata, le bacia l'anello come a un vescovo e si inchina come una marionetta, stiracchiando un sorriso di circostanza. Si siede convinto di a-

ver fatto la figura dello sciocco provinciale. Apprender, in seguito, che la nobildonna lo ha trovato compito, misterioso e romantico. Gherardo si guarda intorno. Il salotto della contessa quello, piccolo e raccolto, in cui riceve i pochi amici intimi: poltroncine con paesaggi campestri dipinti sugli schienali, velluti scuri, trine, un camino sormontato da uno specchio di Venezia e vasi orientali sulla mensola, con gli immancabili fiori. Sola eccentricit, un pavone bianco impagliato colto in una posa talmente naturale da parer vivo: con una zampa alzata, la testa un po' piegata di lato, e il ventaglio delle piume aperto in tutto il suo fiabesco candore. Tutto qui? Agli occhi di Gherardo, una semidelusione: dov' il pianoforte pestato da Giuseppe Verdi? Evidentemente, la contessa deve avere un salotto pi grande (in effetti, ce l'ha) per stiparvi quella folla di letterati, musici, pittori, oratori, uomini politici e compagnia cantante di cui si favoleggia. Questo dev'essere il salotto di servizio. In ogni modo, che si era mai aspettato? Busti in marmo di poeti e rotoli di pergamena? C' forse qualcosa che vi dispiace in questa stanza? gli chiede, dimostrando un certo acume, la contessa. Tutt'altro, signora. Stavo ammirando quel pavone. Vi somiglia assai. Come voi, sembra non stare di casa in questa stanza. Gherardo ha colto nel segno, il carattere della contessa ha molto del pavone: indipendente, un po' esibizionista, con il senso del teatro, amante della libert, della bellezza, della vita in assoluto, ma costretta a giocare e appagare tutte le sue tensioni nello spazio di due stanze, sia pure le due stanze che pi contano in Italia. Clara, purtroppo, non ha anche l'aspetto del pavone: sulla cinquantina e piuttosto bassa (nessuno ignora che suo marito, prima delle nozze, ha detto: Quando si prende moglie, bisogna prenderne il meno possibile). La sua belt non viene da forme e curve, o dalle fattezze del viso, ma da

qualcosa di interiore che si irradia attraverso il corpo come la luce di una lanterna, e conforta, rischiara, addita con intelligenza il cammino. La contessa sorride lusingata al complimento obliquo e discreto di Gherardo. Camillo rivolge all'amico uno sguardo di apprezzamento, come a volergli dire: bravo! Ma l'attenzione di Clara Maffei concentrata su Igino. Sono molti i motivi per cui vi ammiro dice la contessa, sporgendosi verso di lui dalla sua poltrona, fin quasi a poterlo toccare. Primo fra tutti, avete lasciato senza rimpianti un posto nell'esercito, e una carriera sicura, per vivere esclusivamente della vostra penna, affrontando molti rischi e un avvenire incerto. Secondo, avete scritto un libro che mi ha squarciato un velo davanti agli occhi.... I vostri occhi sono assai penetranti, dubito che qualcosa li possa mai velare. ... eppure, gli uomini celano agli occhi di noi donne molti fatti, molte verit, fra cui la vita dei soldati nelle caserme, e voi invece mi avete mostrato quella verit. E, da ultimo, vi siete messo a distribuire proclami e libelli presso quegli stessi uomini che compongono un'istituzione che odiate, senza prevedere che ufficiali vestiti con ricche uniformi, che riscuotono lauti appannaggi dallo stato in virt della loro appartenenza all'esercito, non vi avrebbero mai fornito i mezzi per abbatterla. Nel trattare con quella societ che vi appare come una scacchiera mangiapedine, vi appellate soltanto alla virt, alla coscienza e all'onest, e non volete saperne di imparare le regole e manovre subdole del gioco. Siete un fanciullo e un folle, e questo quanto pi amo in voi conclude la contessa, accarezzando una guancia di Igino, come se fosse davvero un bambino molto piccolo, ostinato e commovente. Gherardo abbagliato da quel gesto, cos audace, libero e pieno di autorit, cos impensabile in una donna. Impensabile? Tutta Milano sa che Clara Maffei invia fiori ai poeti e agli artisti che ammira di pi. Decisamente, la contessa un'intenditrice

di uomini: le piacciono puri, disinteressati e cavallereschi. Gherardo si domanda se, guardando dentro se stesso, pu riconoscersi le stesse qualit di Igino, e non sa rispondere. Intanto, Igino sta accogliendo l'omaggio pubblico di Clara Maffei senza imbarazzo, come se pensasse che gli dovuto (se ha un difetto, a parte il gusto per il pettegolezzo, la vanit), e nello stesso tempo cercasse di nasconderlo sotto una falsa modestia. Di certo, signora dice Camillo, pungente ma senza troppa invidia e malevolenza io non ho fortuna. Non sono foscoliano quanto Igino. Forse il nostro Gherardo avr maggior grazia ai vostri occhi. L'attenzione di Clara Maffei si concentra adesso su Gherardo, ma pi per cortesia che per altro. Voi, dunque, cosa scrivete? Quale tipo di tematica trattate? Avete qualcosa da farci leggere? Cos sollecitato, Gherardo non sa cosa rispondere: non ha scritto un rigo da quando nuovamente a Milano, e neppure lui sa spiegarsene il perch. Non ha proprio niente da far leggere alla contessa, a parte certi vecchi componimenti di cui oggi arrossirebbe. Idee, certo, ne ha tante (e questo, per ora, stato sufficiente a puntellargli la traballante autostima), ma ora che sarebbe il momento di parlarne, sembrano svanire e dissolversi come filamenti di nebbia. Veramente comincia, raschiandosi la gola non ho ancora trovato un argomento degno per un'opera di una certa sostanza. Mi piacerebbe, per, scrivere un romanzo.... Il nostro giovane amico interviene in suo aiuto Camillo attratto dalle storie d'intrigo e d'avventura. Forse Camillo non gli ha reso proprio un buon servizio: la contessa pu pensare che lui scriverebbe sulla falsariga di Mastriani. A lui non interessa, no, fare un'altra Cieca di Sorrento. Il suo genere sarebbe un altro: un melodramma pi freddo, un po' di orrore, pathos raggiunto non premendo il pedale dei buoni (o malvagi) sentimenti, ma con l'impiego di immagini

potenti, seduzione attraverso la valenza della parola, scavo dei pi segreti e sconosciuti moti dell'animo umano. qualcosa che gli venuta in mente leggendo un racconto d Tarchetti, Uno spirito in un lampone, in cui lo spettro di una donna assassinata possiede il corpo di un viandante per guidarlo fino al suo assassino: lui copierebbe Igino, ma aggiungerebbe in pi mistero, e un'attesa sapientemente prolungata. Ecco dice il romanzo che scriverei, dovrebbe trattare di un assassinio. Un assassinio! esclama la contessa, divertita. Quale argomento da lupo mannaro, per un giovane che ha il viso di un angelo! Un romanzo dice Gherardo, arrossendo nel sentirsi dare del viso d'angelo sulla scoperta di un assassino, dissimulato fra persone ritenute oneste e perbene. Igino annuisce pi volte, convinto. Io credo nel suo talento dice. E se i personaggi del vostro romanzo fossimo noi dice la contessa, chi, di grazia, sarebbe la vittima? Gherardo, incoraggiato dal successo ottenuto, dalla dimostrazione di stima di Tarchetti (non ci avrebbe sperato) e dal fatto di aver suscitato l'interesse (stavolta autentico) della contessa, ha uno dei suoi momenti di pazza temerariet. Naturalmente voi, signora dice.

Gherardo trascorre l'estate a Como, a fare bagni d'acqua e di sole, e l'autunno seguente di nuovo a Milano. Ricomincia la vita scapigliata: il duro lavoro al giornale per poche lire, il duro lavoro nella sua soffitta, tremando di freddo a lume di candela (s, quella romantica esistenza da leggenda bohmien, per lui una scomoda realt). Ricomincia la vita del non dormire mai, la vita di osterie e caff, di bevute con gli amici, di mattate, di pasti alla rovescia del Rovani (a cui ormai ha temprato lo stomaco) cucinati su ricette in latino o in dialetto lombardo, delle al-

legre gozzoviglie con risotto alla milanese e fiumi di vino con cui Emilio e Igino sono soliti combattere i momenti di spleen. Tenta di acchiappare le fila del suo romanzo incentrato su un delitto, inseguendo il tono giusto che sempre stonato, i personaggi giusti che latitano, l'intreccio giusto che si sfilaccia da una parte quando ha finito di tesserlo dall'altra. Ricopia in bella il primo capitolo, con l'intenzione di farlo leggere ad amici ed editori, poi gli pare poca cosa e non ne fa nulla. Finalmente conosce il famoso Arrigo, il fratellino di Camillo. Accade durante il veglione di capodanno per celebrare l'inizio del 1868, nel salone delle feste di casa Serbelloni. La festa in maschera, e Gherardo si arrovellato per giorni e notti su un atroce dilemma: quale costume indossare, senza denaro per noleggiarne uno? Sar possibile cucirsene uno con la fantasia e fare in modo che gli altri lo vedano? Non sa proprio come cavarsi d'impaccio e teme di sfigurare, quando Camillo, discreto e buon amico come sempre, viene in suo soccorso, introducendolo nei magazzini della Scala, dove Arrigo sta finalmente allestendo il suo Mefistofele. Gherardo pu cos prendere in prestito uno spettacolare costume da menestrello del Cinquecento, con tanto di liuto, e ora sta facendo un certo effetto sulle signore, con le sue belle gambe messe in evidenza dalla calzamaglia aderente, e il giustacuore con le maniche a sbuffo. Riflesso negli specchi, si trova bello e fragile come una bambola di porcellana, e se ne stupisce lui stesso. Una nobildonna fra le pi belle di Milano ha scelto un travestimento assai spiritoso: i capelli sciolti sulle spalle, indosso soltanto un lungo camicione ornato di pizzi, una sonnambula, e simula lo stato di sonnambulismo camminando a occhi chiusi, le mani tese in avanti. Ogni volta che incontra uno dei suoi ospiti, gli tasta i lineamenti del viso, poi apre gli occhi di colpo lanciando un grido di riconoscimento e meravigliato benvenuto. Ripete la scenetta ogni volta che entra un nuovo invitato. Giulio Pinchetti, per la serata, ha scelto i panni del personaggio che pi gli caro; pi che un travestimento, una per-

sonificazione: Amleto, pallido (ha esagerato con il cerone bianco) e pensoso, con un teschio (che si fatto donare da un amico becchino) nella mano. Di tanto in tanto, lo bacia. Il Rovani si vestito da monarca assiro babilonese (quello che ha composto le prime tavole della legge, come si chiamava? Hammurabi?), e pontifica nella sua maniera faconda e buffonesca, minacciando tutti di severissimi castighi, tipo taglio di una mano o cavatura di un occhio. Igino romanticissimo, vestito da vampiro (gli farebbero sicuramente un contratto per un film del giorno d'oggi), un fantastico angelo nero, un po' civettuolo, divertente con la sua cadenza piemontese. Quanto a Emilio, lui non si smentito: in linea con la sua fama di cattivello bestemmiatore, si combinato da Ges Cristo, con parrucca alla nazarena, lunga tunica stracciata, corona di spine e croce di cartapesta su una spalla. Perdonate, signora dice all'allibita padrona di casa, indicando la croce. Vi dispiace se l'appoggio al muro? Comincia a pesarmi un poco. Una simile farsa blasfema un po' troppo anche per una festa scapigliata, ma dopo il primo istante di sbalordimento qualcuno comincia ad applaudire forte; altri applausi si uniscono al primo, dapprincipio timidi, poi scroscianti, corali. Siete veramente terribile! dice la Serbelloni, sospirando come se stesse per svenire: ma in fondo in fondo, si capisce che ci contava. Ma quello che stupisce di pi Gherardo, vedere Camillo, unico e solo nel salone, vestito con il suo consueto abito da sera nero, cilindro, sciarpa e bastone d'ebano. Il travestimento pi straordinario dice rispondendo al suo sguardo interrogativo quello che portiamo ogni giorno davanti alla societ. Con Camillo c' un giovane interamente vestito di rosso, finti baffetti lunghissimi e ricurvi, un paio di lunghe corna in capo e una finta coda forcuta a strascico.

Ti presento Arrigo dice Camillo, e in quel momento Gherardo comprende: Arrigo impersona Mefistofele, il suo personaggio. Il nuovo amico gli stringe forte la mano, afferrandogli contemporaneamente la spalla e fissandolo nei suoi due occhi pieni di un'irresistibile gaiezza e malizia. Tu sei colui che vorrebbe assassinare la contessa! dice, come se intendesse farsi suo complice nel delittuoso progetto. Arrigo sembra una copia pi fulgida e vergine di Camillo: lo stesso viso, ma pi incisivo, i capelli pi chiari, gli occhi pi brillanti, L'immagine di una trasgressione sana, vitale e dirompente, quasi temibile nella sua spensieratezza. I due Boito si allontanano per far passare la sonnambula, che si sta avvicinando a Gherardo. La nobildonna tiene gli occhi stretti, ma le sue labbra sono socchiuse, quasi a mormorare un invito. Percorre il volto di Gherardo con le dita, finge di non conoscerlo (in realt lo stava puntando da un bel po'), gli accarezza il collo, il petto. Intorno a loro, i ballerini danzano al suono dell'orchestra, tutto un turbine di corpi in movimento, colori abbaglianti, stelle filanti, suoni stridenti. La mano di lei scende ancora. Una donna addormentata pu commettere gli atti pi impuri, il pi tremendo oltraggio al pudore senza colpa, no? Gherardo si sente stordito, comincia ad avere caldo, molto, troppo caldo. In quell'istante i servi spalancano le finestre, lasciando entrare l'aria gelida dell'ultima notte dell'anno. Ed ecco, da tutti i campanili di Milano i rintocchi di campana che salutano il 1868 riempiono il salone, e subito dopo grida di evviva, e rumori di tappi di bottiglie che saltano. Arrigo, ispirato, si rialza sulle natiche la coda da diavolo per sedere al piano, ricaccia la coda oltre lo sgabello, fra le risate dei presenti, e attacca a suonare e cantare un brano della sua opera, l'aria della morte di Faust:

Vieni, Ideal! Vieni, Morte! Santo attimo fuggente,

Arrestati, sei bello! A me l'eternit!

Canta interpretando il sentimento di Gherardo, cio che quell'anno appena trascorso, quella notte, quell'ora e quell'istante non dovrebbero passare mai, mai essere corrotti dal cinismo, lordati dal fango della noia, della delusione, della vecchiaia, avviliti, rinnegati. Canta con una forza veramente diabolica, con un'allegra voglia di distruggere, e con un'irresistibile, trascinante gioia. Canta il desiderio di morte nel pieno della vita.

II 5 marzo, tutta la Milano che conta (e anche quella che non conta) alla Scala, per l'attesa prima del Mefistofele, l'opera del giovanissimo e irriverente autore che si propone di rinnovare il melodramma italiano. Gherardo conosce gi il libretto, messo in vendita da Ricordi dai primi di gennaio, per preparare il pubblico a un lavoro tanto innovativo e di difficile lettura, e lo ha trovato assai bello e suggestivo. Come gli altri amici, ha avuto il suo biglietto omaggio per un posto in platea direttamente da Arrigo, e arde dal desiderio di assistere allo spettacolo. Il gruppo degli scapigliati, dalle prime file della platea, forma una piccola claque surriscaldata e combattiva: perch gi si prevede che ci sar battaglia. Con loro c' un ricco borghese, proprietario di filande in quel di Gorla, il paese natale di Emilio, che si atteggia a intenditore d'arte e promotore di rivoluzioni culturali. Emilio se l' tirato dietro nella speranza di farsi finanziare un nuovo giornale. presente la contessa Maffei, nel suo palco privato, che gli scapigliati si sono gi recati a omaggiare. Ci sono tutte le dame pi in vista della citt, tutti i giornalisti e critici musicali dei giornali. Arrigo teme soprattutto il giudizio del Rovani, a cui, com' noto, non piace quasi niente al di fuori di Rossini (della musica di Verdi, dice che gli ricorda il suono di una vanga). Camillo lo indica, in un palco laterale: ha

appoggiato il fiasco di vino alla balaustra, e tutta la platea se lo indica ridendo e motteggiando. A Gherardo pare veramente una cosa molto tosta, da fare in un posto come la Scala: s, il Rovani sempre il primo, l'unico, l'inimitabile! Con lui c' quel curioso personaggio, Alberto Carlo Pisani-Dossi, un patrizio milanese avviato alla carriera diplomatica, valente letterato, assai abile con la penna. Gherardo colpito dalla strana fisionomia del Dossi: slanciata, nervosa, elegante, con il naso prominente, i capelli ricci e le enormi orecchie a sventola, il viso altero che esprime distacco, arguzia, acri umori e sagacia. Il sipario si apre sul Prologo in cielo, in cui Dio e Mefistofele scommettono su Faust: sapr resistere alla tentazione, o si perder? La storia quella del Faust di Goethe, riscritta e musicata secondo l'immaginario della ditta fratelli Boito, e il protagonista incarna qui l'anima scapigliata, con la sua aspirazione all'impossibile. La messinscena della prima barocca, scadente, piena di lungaggini e tempi morti, e l'orchestra addirittura terribile. Tutto va pi o meno bene fino all'apparizione di Mefistofele, dopodich comincia il gran casino. Dal loggione partono i primi fischi, seguiti da imprecazioni, urlacci, battute salaci all'indirizzo dei cantanti e dell'invisibile autore. Gherardo soffre, immaginando quello che deve provare Arrigo dietro le quinte. I fischi proseguono anche durante tutta la tentazione di Faust e la seduzione di Margherita, che il pubblico trova evidentemente molto comica. Ormai anche la platea si agita, rumoreggia, ride, esprime ad alta voce il proprio dissenso. Per reazione, gli scapigliati applaudono fino a spellarsi le mani e gridano per sostenere il loro amico. Bravi! si sgola Emilio, alzandosi in piedi ogni volta che i fischi si fanno pi acuti, riuscendo a trascinare nel suo applauso la fetta di pubblico pi vicina a lui. Il padrone delle filande, che in realt si annoia a morte e non capisce nulla dell'azione sulla scena, ostenta disprezzo per i dissenzienti, bollandoli da zoticoni ignoranti. Camillo e Gherardo si scambiano, alle sue spalle,

uno sguardo d'ironica intesa. Igino incute soggezione con la sua statura, il suo pallore, e quella sua certa aria d'intangibilit: la gente ammutolisce, quando dice con fredda calma: Se lo spettacolo non vi aggrada, levatevi e uscite senza rumore. La situazione precipita durante la scena della notte del sabba, quando Mefistofele conduce Faust nella valle di Schirk, sul monte di Brcken, e lo fa assistere al raduno e alle danze delle streghe. La coreografia, qui, uno dei pezzi forti dello spettacolo, con tutto il corpo di ballo sul palco. Le streghe cantano in coro:

Riddiamo! Riddiamo! che il mondo caduto! Riddiamo! Riddiamo! che il mondo perduto! Riddiamo! ch' venuta la fine del mondo! Ah! Ah! Ah!

Sar che non piace l'idea che sia venuta la fine del mondo, ma all'inferno sulla scena si scatena un corrispondente inferno in sala. I fischi coprono quasi la musica, i ballerini non capiscono pi niente, due di loro si scontrano facendo ruzzolare tutti gli altri. Questo rilancia i lazzi e le risate. La parte di pubblico pi timorata di Dio, scandalizzata dall'esibizione sfacciata di un'orgia pagana, grida: una sconcezza! Vergogna! Basta! Sipario!. Gli aristocratici scapestrati, gli studenti (e anche parecchi padri di famiglia libidinosi), affascinati dalle gambe delle ballerine, se la prendono con i bigotti: Tartufi! Mezzi preti! Fatela finita!. I giornalisti di opposte scuole e opinioni si azzuffano tra loro. Dovunque, in platea, ci sono inizi e focolai di rissa. Dal loggione, quelli che si erano muniti di proiettili in previsione di un linciaggio, gettano gi di tutto. I pomodori marci non finiscono tutti sul palcoscenico; qualcuno centra le teste di certi politici particolarmente detestati, di certi personaggi noti per essere filotedeschi. Le ballerine pi ardite continuano a saltare e piro-

ettare a pi non posso. Una di loro, sgambettando, avanza verso il proscenio e fa linguacce a una famiglia borghese nel primo palco. La moglie sviene, il marito s'indigna. C' uno zoccolo duro di pubblico che rimane seduto e non fiata: sono i bravi commercianti di Milano che hanno pagato il biglietto e sono disposti a sorbirsi ore di incomprensibili allegorie e cantate liriche. Sono i pi buffi: attoniti, sulle spine, girano gli occhi intorno, si agitano sulle sedie e cercano di darsi un contegno. Clara Maffei, nel suo palco, ride di gusto, sgangherata come una pescivendola, dando grandi manate ai suoi accompagnatori e cavalieri serventi. La diverte lo spettacolo degli spettatori, non quello sulla scena. Gli scapigliati, ormai, non possono far pi nulla per sostenere il loro amico. I milanesi non sono pronti per le streghe dice Igino. Emilio amareggiato e depresso. Sta forse pensando ai suoi fiaschi? No: tutte le rappresentazioni delle commedie del Praga sono sempre finite a fischi e bombardamenti di ortaggi, ma lui ha sempre riso, ha sempre preso spasso infinito dal comico della sua disgrazia. Ma ora, diverso. Non dice, come solito dire dei suoi lavori: Era una famosa porcata. Pu perdonare quello che il pubblico fa a lui, ma non quello che fa ad Arrigo, che ama teneramente. Vado nei camerini, da Arrigo dice Camillo, pallido, e sguscia via lungo il corridoio. Il casino si calma un po' quando si arriva alla scena di Margherita in carcere, accusata di aver ucciso il bambino avuto da Faust. Ma quando lei canta:

L'altra notte in fondo al mare il mio bimbo hanno gettato; or per farmi delirare voglion ch'io l'abbia affogato

qualcuno urla: Potessi affogarti anche tu!.

il segnale per una nuova cagnara, peggiore della prima. Lo spettacolo durer altre due ore, e Gherardo, deciso a rimanere per solidariet e amicizia, resiste fino alla fine.

Alle due, Igino, Emilio e Gherardo sono all'Ortaglia, dove stata gi comandata una cena per celebrare il memorabile evento, con gli amici pi intimi e qualche ballerina della Scala. A quell'ora, la taverna tutta per loro: nel silenzio della nebbiosa notte milanese, il luogo e l'ora indulgono a una curiosa atmosfera di libert, sembra che sia permesso dire tutto, fare tutto. Arrivano i fratelli Boito, Camillo conducendo e sorreggendo l'abbacchiato Arrigo. Subito, tutta la comitiva esplode in un'ovazione e un applauso in onore dello sventurato autore. Arrigo si inchina burlescamente fino a terra. Grazie, amici, sentitamente grazie... che siete accorsi a cantarmi la messa da requiem! Fingendo di cadere in deliquio, si stravacca in tutta la sua lunghezza su una panca. Gli amici si affollano intorno a lui, sventolando fazzoletti per farlo rinvenire, tastandogli il polso, simulando un preoccupato allarme. I sali! Portate i sali, presto! No, innaffiatelo piuttosto con della bonarda! Chiamate un medico! Un prete, che gli dia l'estrema unzione! Sar forse il caso di saltare i primi due, e chiamare subito il becchino. bell'e pronto per il cimitero! Ridendo a crepapelle, Igino, Camillo, Emilio e Gherardo sollevano Arrigo, rigido come un baccal e con le mani in croce come un cadavere sul cataletto, e gli fanno fare il giro della stanza, intonando una nenia funebre. Le ballerine mimano una scena di pianto da prefiche, si percuotono il petto e si strappano le chiome posticce. Dopodich, Arrigo viene deposto su una tavola, e Camillo, giungendo le mani e facendo una vocetta untuosa da prete, di-

ce: Preghiamo per l'anima del nostro congiunto e amico Arrigo, cos precocemente strappato a una vita colma di dolci affetti e promesse da cos crudele e ferale fiasco!. Ahi! esclama Arrigo aprendo un solo occhio. E adesso dice Camillo sbrigati a resuscitare, fratello mio! Abbiamo appetito! L'oste fa la sua apparizione, seguito da due camerieri che portano un enorme vassoio di polenta al sugo di salsiccia, con contorno di funghi, piccioni arrostiti e gallina faraona, e da un terzo cameriere che porta l'abbacchio. L'apparizione dei piatti e delle bottiglie di bordeaux seguita da una nuova ovazione, e tutti si mettono a tavola, disordinatamente, scavalcando le panche. Tutti si raccolgono per un istante in silenzio, commossi dagli aromi degli arrosti, e giungono le mani. Emilio recita la preghiera di ringraziamento: Ti ringraziamo, Signore, perch se hai voluto spedirci all'inferno, ce l'hai almeno allietato con i piaceri della tavola e l'ebbrezza del vino. Amen. Amen! rispondono in coro i comitati, e attaccano la polenta con una fame che sembra venire da pi lontano del desiderio di cibo. Per consolarti dice Camillo ad Arrigo ti ho fatto riservare il pezzo di salsiccia pi grosso. Come sarebbe "ti ho fatto riservare"? Sapevi tu, quando hai ordinato la cena, che l'opera sarebbe caduta? Te lo dissi risponde Camillo, con lieve imbarazzo. Hai cercato di cogliere il frutto del successo in una stagione ancora acerba. O non piuttosto l'opera mia, a essere acerba? A mio avviso, lavorandoci ancora su, rendendo il libretto pi agile e breve, potrai ottenere finalmente il giusto premio della tua fatica. Ma non subito, forse nel nuovo secolo. Arrigo, se prima la prendeva con filosofia, ora s'intristisce davvero: troppo giovane, perch gli piaccia l'idea di rimaneggiare un lavoro. Emilio lo abbraccia, e gli avvicina alla bocca il

collo di una bottiglia. No dice Arrigo scuotendo la testa. Preferisci un clistere? chiede Emilio, affettuosamente. Arrigo scoppia in una lunga risata rinfrancante. All'alba, escono tutti dall'Ortaglia dignitosamente ubriachi. Le ballerine ciondolano dal sonno e sbadigliano; gli amici le imbarcano tutte su un paio di carrozze e le rimandano a casa. Ora sono rimasti in cinque a vagare per Milano che si sveglia per un'altra giornata di lavoro, onesto o disonesto che sia. In strada, operai e operaie si affrettano; una ragazza canta a bocca chiusa, mugolando. Le luci dei lampioni impallidiscono nel biancore lattiginoso dell'alba. Gli scapigliati attraversano il mercato, incantandosi a guardare le forme e i colori dei frutti e degli ortaggi. Gherardo si sente perfettamente fresco, lucido e vigoroso, quasi che invece di aver trascorso una nottata a teatro e tra i fumi di una gozzoviglia da taverna, venisse da otto ore di sonno da bambino, e cos pensa si sentano anche gli altri. Tutte le sue facolt sono sovraeccitate e tese al massimo; nello stato ideale per il verificarsi di un grande evento, per l'adesione a una grande causa. Nessuno ha voglia di andare a dormire. Dormire sembra impossibile, dopo una notte come quella appena trascorsa, cos carica di battaglie e passioni e alte idee. Non ancora finita, amici dice Camillo. Non cos. Ho in mente io una degna conclusione. Di che si tratta? chiede Emilio. Di una visita. Una visita? Vi piacer. Seguitemi. Dopo una serie di giravolte e scorciatoie, i cinque si ritrovano a Brera, davanti all'edificio di tre piani che Gherardo descriver in Sublime anima di donna. Vedendolo alla luce del giorno, per, assai meno severo e incombente, dipinto di un giallino quasi beige, e ci vorr tutta la sua immaginazione per farne

qualcosa di tutt'uno con la pioggia e l'oscurit di una notte di tempesta. Ma il palazzo quello, nei minimi dettagli: ecco il portone di massiccio legno d'abete, contornato da un curioso ornamento: un rilievo fatto di tralci di vite, grappoli e cirri intrecciati. Ed ecco l'androne rischiarato appena da un lume a petrolio, dai soffitti a volta, e i tre scalini che conducono alla porta di un locale seminterrato, sotto la quale arde un bagliore biancoazzurro. S, proprio un bagliore biancoazzurro, come nel racconto. Per sant'Ambrogio, fratello sbotta Arrigo. Dove ci stai conducendo, al Limbo? Certamente in un luogo sovrannaturale, amici, ma in questo caso la scienza a valicare i limiti della natura. State per entrare nell'antro dello stregone. Non ci avevi detto di essere in familiarit con stregoni dice Igino. L'ho conosciuto pochi giorni fa; mi invit a visitare il suo laboratorio, e lo feci. Egli lavora dalle prime ore del mattino fin verso il mezzod, e credo soffra un poco la solitudine. Mi preg di tornare a trovarlo quando mi aggrada; non credo si adonter se porto con me alcuni amici. Pronunciate queste parole, Camillo bussa tre volte alla porta, due colpi brevi e ravvicinati, e uno staccato pi forte: una specie di segnale convenuto. Dopo alcuni istanti, si ode un passo regolare che si avvicina, il rumore di un chiavistello, e un uomo appare sulla soglia. L'anatomista simile al personaggio che Gherardo ha ideato nella fantasia? No: tutt'altro. Non "lungo e pallido, imberbe, smilzo e affatto privo, all'apparenza, di forza fisica, animato per da una sorta di energia nervosa e spirituale". Non ha "lunghi capelli, pi gialli che biondi, del colore delle stoppie bruciate, in disordine sulle magre spalle"; non ha "occhi piccoli e chiari sotto un'alta fronte prominente, naso aquilino, labbra sottili" arcuate in un "sorriso allusivo, inquietante". E meno ancora "sembianze di fantasma, pi che d'uomo, e un'aura, un'emana-

zione, un qualche cosa di immateriale e di astratto". L'uomo che gli scapigliati hanno di fronte sembra invece l'esatto contrario di questa descrizione: non molto alto, ma robusto e ben costruito, capelli castani ondulati, barba ben curata, naso dritto, sorriso aperto, modi pacati, normalissimi occhi nocciola, ha l'aria piuttosto di un accademico in cattedra. E ispira concretezza, equilibrio, razionalit, tolleranza, autocontrollo. Nulla di malato, convulso o morboso. Amici dice Camillo. Vi presento l'illustre professor Stefan Blank.

Come Gherardo e Camillo, nei rispettivi racconti, abbiano potuto trasformare il professor Blank, con il suo aspetto cos positivo, da eroe di film hollywoodiano, in un personaggio dark e orrorifico, un mistero che ha origine nella profondit dei processi creativi. Forse, sia Gherardo che Camillo hanno fotografato l'originale e ne hanno tratto una specie di negativo, oppure hanno intuito in Blank l'esistenza di una personalit privata in opposizione a quella pubblica, un Mister Hyde nascosto. Comunque sia, le loro affinit di gusti, fantasie e intenti letterari devono averli condotti a trarre dall'anatomista una quasi identica immagine, opposta a quella visibile. Quello che, invece, coincide sia nella realt che nell'immaginario, l'ambiente: una "grande stanza quadrata, circondata da ogni Iato da scaffali, vasi di preparati anatomici, ampolle e fiale, corpi umani, o parti di corpi, alcuni imbalsamati con tanta arte da conservare le parvenze della vita, altri mummificati e rinsecchiti; e ancora ossa e feti di cani e di gatti e neonati, sculture di gesso rappresentanti gli organi interni e disegni di membra sezionate, teste decomposte fino a mostrare il teschio e maschere mortuarie simili a quelle statue di cera che si vedono talvolta nei musei". Tutto questo, Gherardo lo fotografa e archivia nella sua memoria di narratore, proponendosi di usarlo in seguito, a

parte "i due gemelli deformi uniti per le anche", che lui inventa e aggiunge, forse perch affascinato dalle opportunit narrative che offre il tema dei fratelli siamesi. Mariarita si sta da un bel po' spaccando la testa a furia di domandarsi da dove provenga il famoso "bagliore biancoazzurro": ebbene, una spiegazione c': il professore adopera lumi a gas che ama velare con tessuto azzurro, fine e trasparente come ragnatela. Gherardo ne far la luce celeste di un infernale esperimento. Quello che invece Gherardo toglie dal quadro (ma che sar, come vedremo, l'elemento che dar l'avvio al processo creativo) un lungo tavolo anatomico, coperto da un telo che cela allo sguardo una forma allungata, affusolata. Una scultura? Un ramo flessuoso? Un animale da impagliare, o gi impagliato? Stefan Blank, gi noto ai cinque scapigliati (anche Gherardo ne ha sentito parlare), di madre milanese e padre triestino, ha ottenuto giovanissimo, per merito del suo precoce e acuto ingegno, una cattedra all'universit, ha condotto studi di biologia, medicina e anatomia. Ingiustamente accusato di simpatie filoaustriache, e giustamente amareggiato, ha preferito allontanarsi dall'insegnamento. Il professore, da parte sua, si sente italiano, anzi italianissimo: ha intenzione di italianizzare il proprio nome, non sentendosi se stesso nel suono duro, tedesco di Blank. Ora intende dedicarsi a ci che ritiene pi alto e giusto: proseguire i suoi studi e prestare la propria opera come medico all'ospedale dei poveri, senza compenso. Camillo presenta al professore i suoi amici. Blank non conosce l'opera di Arrigo (non va mai a teatro), ha sentito vagamente nominare il Tarchetti ma non ha letto i suoi scritti, e Gherardo nota che Igino se la prende a male. L'anatomista ha letto invece Penombre, e stringe la mano a Emilio citandogli quattro suoi versi:

nell'orgia e nella nebbia fui di un mio sogno in traccia

n ho mai guardato in faccia i corpi intorno a me.

Vi dilettate forse anche voi di poesia? gli chiede Emilio, di rimando. In giovent ne ho scritta qualcuna, lo ammetto. Emilio fa una smorfia come a dire: ci avrei giurato! Anche voi siete letterato? chiede Blank a Gherardo. Lui comincia un laborioso discorso per dire che s, ambirebbe a diventarlo, ma... Ma l'attenzione dell'illustre medico torna a concentrarsi su Emilio: Quei vostri versi, sapete... Spesso, mi sono sentito cos, in mezzo alla folla.

Il professore non bada ai corpi che lo circondano interviene Camillo, con audacia scherzosa che cela un pi profondo pensiero. Sa che presto o tardi finiranno tutti sul suo tavolo anatomico. E cos' mai domanda Arrigo questo sogno di cui il professore in traccia? L'anima e il corpo finalmente riuniti dice Camillo. Interpreto giustamente il vostro pensiero, professore? Segue a questo punto un dialogo che offre non pochi spunti a quello fra Gherardo B*** e l'anonimo protagonista di Sublime anima di donna. Gherardo lo abbellir, lo orner con tutti gli artifici della retorica e premer molto sul pedale del melodramma. Voi dunque chiede Igino cercate l'anima nella carne? Non necessario cercarla risponde il professore. Essa esiste. L'anima non una scintilla divina accesa in un corpo inerte, come le superstizioni vecchie di secoli vogliono farci credere. L'anima , oserei affermare, una forma di attivit della materia, una combinazione di molecole, e i pensieri e i sentimenti non sono che infinite aggregazioni di atomi.

Ci che usiamo chiamare anima, sarebbe forse una sola cosa con ci che diciamo materia? Igino scuote la testa, poco convinto. Gherardo sicuro di sapere quel che gli passa per la testa e dice audacemente, rivolgendosi a Blank: Ammetterete, professore, che quando il Tarchetti compone, l'attivit della materia di cui composto differisce alquanto dall'attivit della materia di una capra che bruca erba!. Ma appunto, mio caro ragazzo (Gherardo detesta essere chiamato "mio caro ragazzo", detesta ogni cosa che si avvicini minimamente al paternalismo) anche il pensiero materia. Il ciclo vitale di una capra, con rispetto parlando, e la mente del poeta sono della medesima sostanza; differiscono solamente nei gradi e nei modi della loro composizione. Nel cervello, per l'energia sprigionata dal comporsi e scomporsi degli atomi, si formano il pensiero razionale, i sogni, la memoria, l'immaginazione! Igino fa un passo avanti, fissa l'anatomista quasi minaccioso, come uno che alla resa dei conti. E la sopravvivenza, professore? L'anima sopravvive al corpo? Tutto ci che esiste l'unit di corpo e di anima dice Stefan Blank, con ponderata autorit. E quando tale unit viene distrutta.... Precisamente. Viene distrutta. Dunque dice Igino non c' aldil, non c' nulla, nulla oltre la tomba.... I suoi occhi fondi, stranamente febbricitanti, sembrano voler scrutare oltre i teschi in fila su uno scaffale, per vedere quel nulla di sostanza impalpabile dietro le loro orbite vuote... o per non vederlo. Il peso delle parole appena pronunciate dal professore sembr per un istante schiacciare tutti i presenti, incluso lo stesso Blank, che ruppe per primo il silenzio, per alleggerire l'atmosfera.

Purtroppo, non dispongo mai di sufficienti cadaveri per appagare la mia fame di conoscenza.... Cominciate pure a lavorare su di me dice ridendo Arrigo sono un morto che cammina. Stanotte mi hanno ammazzato. Per il vostro bene, mi auguro di poter lavorare su di voi il pi tardi possibile risponde bonariamente Blank. Non dubito, tuttavia, che per la vostra salute, gradevolezza di forme e acutezza d'ingegno, sareste uno dei migliori soggetti che potrei avere sul mio tavolo. Vedete, io inseguo la perfezione dell'anima, attraverso la perfezione del corpo. Lavoro soltanto sulle migliori membra e parti umane che i miei assistenti mi procurano. Le acquisto a caro prezzo, nella misura della loro bellezza. Una bella anima in un bel corpo, come per i greci? dice Emilio. Guardate voi stessi dice Blank, sollevando il telo e scoprendo la cosa sul tavolo anatomico. Oh, per il diavolo! grida Emilio. Davanti agli occhi degli scapigliati c' una gamba, segata all'altezza del femore, di meravigliosa bellezza. Bianca, lunga,ben tornita, dalla coscia slanciata, il polpaccio che descrive una curva armoniosa, il piede piccolo da ninfa, le unghie di perla, la sua carne pare ancora viva e palpitante, forse per effetto di qualche trattamento conservante: una gamba femminile. Non ho mai visto una gamba di donna tanto seducente dice Camillo, evidentemente colpito. raro che ci mostrino le gambe dice Arrigo per buttarla in burla, ma condivide l'emozione del fratello. Se la donna a cui apparteneva era cos bella in ogni sua parte, doveva essere sublime sospira Igino. Una mente e un cuore altrettanto affascinanti gli fa eco Gherardo. Sublime ripete ancora Igino. Gli scapigliati contemplano la gamba con un fervore quasi religioso, come fosse un oggetto sacro. un momento impor-

tante, solenne, quasi pauroso; e Gherardo ha come la sensazione che lui e i suoi amici stiano celebrando un rito, che un filo invisibile li leghi tutti in una specie di fratellanza di sangue e di sentire, uniti in un unico ideale amoroso, un'unica patria delle fantasie. Chi era, professore? chiede Camillo. Ahim, purtroppo lo ignoro. Tutte le parti anatomiche che vedete qui, erano di persone morte negli ospedali cittadini, persone senza parenti e amici, talvolta anche senza nome... Io, del resto, chiedo ai miei collaboratori che scelgano solo in base alla bellezza. Quando mi portarono questa gamba, non domandai il suo nome. Ma io voglio sapere quel nome dice Emilio, alzando gli occhi al cielo. Avrei potuto amarla. L'amo anche cos. S sussurra Gherardo, senza che nessuno lo oda. Anch'io. Amor mio. Amici continua Emilio una simile donna, nella sua interezza, non solamente esistita, vive tuttora, immortale come ogni pi bella idea, ogni pi santo moto del cuore! Noi dobbiamo scoprire chi , dobbiamo assolutamente scoprire chi !

Indagatrici dell'immaginario E

poi? chiese Stella. Poi, niente rispose Mariarita, indicando il monitor. La narrazione si interrompe a questo punto, vedi? Le ultime parole che Gherardo attribuisce a Emilio Praga sono: "Dobbiamo assolutamente scoprire chi era!". La lettera avr sicuramente un seguito, ma il testo stato tagliato. Caronte ha tagliato a questo punto per lasciarci in sospeso fino alla prossima puntata. come negli sceneggiati gialli della vecchia tv, bisognava aspettare settimane intere per sapere come andavano a finire! Ma qui, non c' tempo da perdere. Sembra quasi che il tuo amico Angelo abbia visto giusto: questa storia scapigliata potrebbe essere l'origine della storia di oggi. Gi, una gamba. Come i capelli, come il seno.... ... come tutte le parti anatomiche che colleziona Frankenstein. Le due donne si alzarono, e raggiunsero Benito Caronte nell'altra stanza. Lui aveva in mano lo stampato della pagina web di Mariarita, lo stava leggendo. Senta, Caronte disse Mariarita. Dopo l'interruzione per la pubblicit, sarebbe possibile sapere di chi era quella gamba? Caronte corrug le sopracciglia, come se non avesse compreso la battuta e temesse di essere preso per il culo. Ci tiene a conoscere il seguito? domand, sempre ignorando Stella e rivolgendosi alla sola Mariarita.

Gliel'ho appena detto. Allora, la mia proposta questa: l'altra parte del racconto Sublime anima di donna, in cambio dell'altra parte del dossier Lettere. Stella e Mariarita si consultarono con lo sguardo; due occhi risentiti incontrarono due occhi smarriti. Non hai voluto mostrarlo a me disse Stella e lo faresti leggere a lui? Si tratterebbe di un do ut des. Lo scambio sembra equo.... Per aggiunse Caronte, con sussiego, voglio vedere il manoscritto originale e tenerlo qualche tempo presso di me, esaminarlo e farlo esaminare da persone esperte di mia fiducia. Mariarita era rimasta senza fiato per lo stupore e l'indignazione. Lo scambio non equo disse calma Stella. No, no, non lo affatto esplose Mariarita, balbettando agitata, come le succedeva (e succedeva troppo spesso) ogni volta che qualcuno cercava di prevaricarla. No... noi non abbiamo visto la sua documentazione originale, perch lei vuole vedere la nostra? Diciamo che mi interessa in quanto potrebbe costituire un valido apporto al volume che ho in progetto di pubblicare. Cosa ha in mente, per la precisione? Di estromettermi dall'affare Gherardo Orsi? Questo non mi ha mai sfiorato neppure per un istante ribatt offeso Caronte. S'intende che la nominerei, riconoscendole la sua parte di merito. Mariarita deglut. L'avrebbe nominata, riconoscendole la sua parte di merito. Grandioso, cazzo! Ogni volta che qualcuno parlava di riconoscerle la sua parte di merito, lei aveva paura. Niente da fare disse sottovoce, chinando la testa. Pi che un rifiuto categorico, era un atto di autodifesa. Me ne dispiace disse Caronte, con un profondo sospiro. Me ne dispiace molto. Speravo che sarebbe stato possibile

trovare un'intesa fra persone colte, intelligenti, appassionate alla ricerca... e desiderose soprattutto di comunicare ad altri le loro scoperte. A Mariarita parve di riascoltare nella voce di Caronte quella d sua madre: un'arma letale finalizzata a sminuire le sue qualit, colpevolizzare le sue intenzioni, e farla sentire una merda. Un cos bel progetto mandato a monte da un capriccio di ragazza, che peccato! Inoltre, il tipo stava strapazzando e tormentando le pagine stampate, si divertiva a piegare o arrotondare gli angoli: trattava il suo lavoro con evidente disprezzo, e fu questo a farla infuriare di pi. Lei mi consegni il suo dossier Lettere completo disse e io, nel mio libro, le riconoscer la sua parte di merito. Caronte scosse la testa, come se l'eventualit gli sembrasse incredibilmente buffa e lontana. Andiamo via disse Stella, posando una mano sul braccio di Mariarita. Me ne dispiace, me ne dispiace molto ripet Caronte, estraendo dal taschino un biglietto da visita e porgendoglielo. Se ci ripensa, io sono qui. Pu chiamarmi quando vuole. E le consiglio vivamente di farlo. Mariarita non trov nulla da replicare. Stella strapp via di mano a Caronte il biglietto da visita, e la trascin verso la porta.

Ti capisco disse Stella. Neppure io vorrei fare un libro con quell'uomo, e vedermi riconoscere da lui la mia parte di merito. Mariarita sta seduta a gambe incrociate sul letto, e la detective semisdraiata sul tappeto, appoggiata a un cumulo di cuscini, di fronte a lei. Solo la lampada da tavolo accesa; forma un cono di luce concentrata, e le due amiche si trovano ai margini del cono, in una luminosit pi morbida e soffusa. L'atmosfera rilassata e piana, da amiche che non hanno nulla da fare e siedono a chiacchierare nel silenzio della notte.

Se lo prenderebbe tutto, il merito disse Mariarita. Io avrei soltanto una piccola citazione con asterisco, in fondo alla pagina: "Il ritrovamento di Sublime anima di donna stato possibile grazie all'infaticabile lavoro di ricerca della dottoressa Mariarita Fortis". Forse sarei nominata come Forti, senza la esse. Farei la figura di una segretaria, di una galoppina che andata in giro per biblioteche, di una talpa che a furia di scavare cunicoli tra uno scaffale e l'altro, si imbattuta nel manoscritto giusto. E te lo immagini, alle presentazioni nelle librerie, alle interviste, alle manifestazioni culturali? Si gonfierebbe fino a schiacciarmi. Dipenderebbe da te non permettergli di allargarsi. E come? Ammazzandolo? Stella alz una mano in un gesto che voleva riconoscere l'inesistenza di altre alternative. No, no, impossibile riprese Mariarita. E poi, quell'uomo un dilettante. Pubblicare Sublime anima di donna con lui significherebbe bruciarlo. Se trovassi tu l'editore interessato al progetto, lui si aggregherebbe e abbasserebbe un po' la cresta. Diventerebbe un agnellino, pur di vedere il proprio nome stampato su una pubblicazione professionale. Pu darsi ammise Mariarita. Ma, nel frattempo, mi domando: come venire a conoscenza del seguito della saga di Gherardo Orsi? Se tu chiedessi al tuo amico ispettore di polizia di chiedere a Caronte di esibire tutto il suo materiale? Non credo che Angelo potrebbe costringerlo a farlo... Ma ho un'idea. Si tratta di far intervenire un'altra persona. Se funzionasse, noi avremmo il materiale, e Caronte non si accorgerebbe di nulla. Mariarita si sporse in avanti, come attirata da una musica misteriosa. Che altro trucco avr mai escogitato ora, questa divertente detective? Quale altra persona? Cosa dovrebbe fare? E perch Caronte non si accorgerebbe di nulla?

C' un mio amico..., cominci Stella. Ci avrei giurato. C' sempre un tuo amico. Questo mio amico ha una piccola ditta di computer discount, sai, uno di quei negozi che assemblano parti di computer che vengono perlopi dal Giappone e vendono le macchine cos costruite a costi contenuti... Be', questo a noi interessa solo relativamente. Tu hai sentito parlare dei virus informatici, vero? S, quelli che si diffondono attraverso i rapporti sessuali a rischio fra computer. Scherzo, non ne ho mai capito niente. A quanto ne so, il contagio potrebbe davvero avvenire cos. Si dice che i virus vengano programmati e diffusi dalle stesse aziende produttrici di software per incrementare il volume d'affari. Ma ho sempre pensato che fosse un'altra leggenda metropolitana. Invece vero. Cosa? Nel caso delle grandi aziende non so, ma nel caso del mio amico lo so per certo. Lui crea i virus, che poi fa circolare in rete per mezzo di allegati ai messaggi di posta elettronica. I computer si ammalano, e quelli della sua zona che possiedono un computer devono chiamarlo perch li tiri fuori dai guai. Mariarita scosse la testa: che simpatico figlio di puttana! Ma dicono che sia impossibile ricevere un'infezione da un testo allegato a una e-mail. In realt possibile. Non lo beccano mai, il tuo amico? I messaggi con virus allegato vengono trasmessi da ragazzi iscritti a diverse mailing list. Li passano, e poi sono loro stessi ad avvertire dell'avvenuto contagio, fingendo di essere stati contagiati da altri corrispondenti. Il mio amico paga i suoi complici regalando loro videogiochi che riceve in omaggio e non gli costano nulla. Perci, basterebbe mandare a Caronte una e-mail infetta? Affermativo. C' il suo indirizzo internet, su quel biglietto

che ti ha dato.... ... per questo l'hai preso? Ci pensavi gi, di fargli questo giochetto? Non ci pensavo, mi vento in mente poi. Ho preso il biglietto perch mio padre diceva: prendi tutto quello che vogliono regalarti, puoi sempre buttarlo via dopo. Tornando a Caronte, il mio amico gli fa mandare un messaggio pubblicitario, che so, per una enciclopedia in CD-ROM. Caronte avr bisogno di assistenza tecnica, e il mio amico sar disponibile ad aiutarlo. Per lui sar facile copiare e sottrarre i materiali su Gherardo Orsi. Caronte ha poca fantasia: immagino che abbia denominato i file Lettere2.doc, e cos via. Ma il virus potrebbe distruggergli l'hard disk, compresi i file che ci interessano. Ci sono virus che non cancellano l'hard disk, ma creano problemi altrettanto fastidiosi. E come fare in modo che Caronte, una volta accortosi dei problemi, da Bellano, si rivolga proprio al tuo amico? Non saprei, ma dev'esserci un sistema. Pensiamoci. S, pensiamoci. Le due donne provarono a concentrarsi, ma dopo pochi istanti si guardarono, scoprendo l'una nell'altra un'espressione accigliata e seriosa, e scoppiarono a ridere. Il mio amico potrebbe mandargli per posta un volantino pubblicitario della sua ditta disse Stella. Non possiamo essere sicure che lo chiami. Allora, trovato: devi suggerirglielo tu. Io? Resti in contatto con Caronte. Lo chiami, te lo lavori un po'. Fingi che il tuo computer sia rimasto infettato del medesimo virus, e gli dici che la sola persona al mondo che pu risolvere il guaio il mio amico. Un professionista bravo, pronto ad accorrere subito, e poco costoso... Mi pare che il nostro Caronte sia un po' tirchio. Cos, forse, ce la facciamo. S. Forse.

Ma, Stella, non una faccenda leggermente illegale? Leggermente. Non ho mai fatto niente di illegale finora, n leggero, n pesante. Ti preoccupa? Preferisci lasciar perdere? Mariarita riflett: per formalit, perch in cuor suo aveva gi deciso. Il materiale di cui aveva preso visione a Bellano era estremamente ricco, interessante, incredibilmente vivo. Attraverso la narrazione del vissuto di Gherardo, i protagonisti della Scapigliatura lombarda che fino ad allora si erano limitati a pensare, parlare, agire, vivere nel teatrino mentale di Mariarita avevano preso corpo. Ormai, per Mariarita era una droga, come leggere un feuilleton a puntate, come seguire Beautiful, come correre in edicola da bambini per comprare il nuovo episodio di una serie a fumetti. No, non lascio perdere. Voglio sapere cosa successo a Gherardo Orsi, perch non ha mai pubblicato nulla e ha smesso di essere scapigliato, che cosa ha fatto nel resto della sua vita, perch finito a Bellano. Voglio sapere di quante e quali altre avventure stato protagonista, quante e quali cose pu ancora dirci su Tarchetti e gli altri. E, soprattutto, voglio sapere se gli scapigliati sono riusciti a scoprire di chi quella gamba! Allora, ce ne freghiamo se illegale? Ce ne freghiamo. Brava! Le due gatte erano tutte per Stella. La bianca continuava a leccarsi il pelo, sdraiata sul suo ventre. La nera le si era accucciata fra il braccio e il seno destri, e Stella l'accarezzava macchinalmente; ogni volta che la mano rallentava o si interrompeva del tutto, la gatta insinuava la testa sotto le dita di lei e le rialzava, con una serie di piccole spinte, per indurla a riprendere il movimento. Mariarita osservava la scena come una mamma che guardi giocare i figli con un'affascinante sconosciuta.

Dovrei prendermi anch'io un animale domestico disse Stella, sovrappensiero. Magari due, cos si farebbero compagnia. Non si sentirebbero l'unico animale della loro specie perso in un mondo incomprensibile aggiunse Mariarita. Stella sorrise, quando la gatta nera ricominci a darle testatine, per sollecitare le carezze. Gi. Una coppia di animali. Stella rovesci la gatta sulla schiena, si lasci afferrare il polso e l'avambraccio con tutt'e quattro le zampe. La gatta, cos appesa come qualcuno che attraversi un crepaccio lungo una fune, scalci e le mordicchi la mano. Senti, Mariarita ricominci. Non esiste la possibilit che Caronte ci abbia rifilato un mucchio di balle? Vuoi dire, che Gherardo Orsi non sia mai esistito, e tutto quello che abbiamo letto sia frutto d'invenzione? Dopotutto, non abbiamo visto i suoi manoscritti originali. No, non credo. Certo, potrebbe essere un'abile contraffazione, un mix di avvenimenti autentici e altri immaginari innestati sul corpo dei precedenti... se non fosse per la coincidenza impressionante fra la tematica e l'intreccio di Sublime anima di donna e la narrazione della visita allo studio del professor Blank, con tutto quel che segue. Cio, quella visita sarebbe l'esperienza che avrebbe dato a Gherardo l'idea per il racconto? Affermativo. L'origine di un processo creativo, l'attimo in cui avviene il concepimento di un corpo poetico. Cio, Gherardo va in quel laboratorio, incontra uno scienziato, vede una gamba di donna espiantata dal corpo, e la sua fantasia comincia a lavorare. Ma come arriva all'idea di una donna sublime costruita con parti anatomiche diverse da un assassino mezzo Frankenstein e mezzo Jack lo squartatore? Questo dipende dalla storia personale di Gherardo, dalla sua cultura, dalle immagini mentali in cui si cristallizzata la sua creativit, dalle esperienze che ha fatto a Como. Nelle sue

lettere milanesi non parla mai di ragazze o donne.... ... a parte madama Cate e la contessa. Forse, Gherardo non aveva fortuna con le donne, e questo spiegherebbe tutto: il risentimento feroce, il bisogno di una rivalsa almeno in sogno, il mito di un'anima gemella femminile costruita attraverso la distruzione delle donne reali. Gherardo non si descrive. Io l'ho immaginato bello, gli ho dato il volto e il corpo di due dozzine di attori miscelati insieme, ma forse era brutto. A causa della posizione prolungata, Mariarita cominciava avvertire crampi alle gambe. Le distric e gett gi dal movimento turb l'equilibrio sonnolento delle gatte, che minciarono ad agitarsi. Lasciarono Stella e si gettarono lei, cominciando a morderle i piedi. Fuori dalle palle! grid lei. Come due frecce, le gatte sparirono. Io non credo che fosse brutto disse Stella, stirandosi. Madama Cate e la nobildonna del ballo mascherato lo concupiscono. A un certo punto Tarchetti dice che, quando crea un personaggio, lo immagina come lui: pensa al protagonista di Fosca, che un uomo molto bello. Secondo me Gherardo era carino. Hai ragione. Allora, probabilmente, il problema era in lui. Una forma di misoginia aggravata dalla depressione di cui soffrivano tutti gli scapigliati, insicurezza giovanile, eccessivo attaccamento a un ideale femminile assoluto, incapacit di patteggiare con la realt.... Un frigido. Pu darsi. Non un impotente, ma un frigido. Potrebbe adattarsi al nostro Gherardo. Un uomo bello ma freddo, che vive tutte le sue passioni nella mente, perso nel mito di un ideale femminile assoluto, incapace di amare una donna vera. Esattamente quello che si potrebbe dire di una buona met dei miei cari psicopatici assassini. ad letto. Il ricosu di

Per tornare a quello che mi chiedevi prima disse Mariarita Caronte non pu aver inventato nulla. Prima di tutto, perch non credo che scriverebbe qualcosa di diverso da aforismi sulla vita, o magari ricordi di quand'era militare. Ci sono poi le coincidenze con il mio materiale. Caronte non ha certo potuto mettere le mani sul manoscritto del racconto, n leggere pi di quanto io abbia diffuso in Internet. Secondo me, tutto autentico. Persone, date, situazioni, spieg Mariarita, coincidevano con quanto gi si sapeva degli scrittori della Scapigliatura; inoltre, il testo riscriveva fatti ben noti, come i famosi pasti alla rovescia del Rovani e il fiasco del Mefistofele di Boito alla Scala il 5 marzo 1868, sotto una luce inedita, un po' naf ma indubbiamente divertente, e apriva sipari inattesi su aspetti e personaggi della vita scapigliata fino ad allora sconosciuti.

E che mi dici riprese Stella di quell'interessante professore mezzo milanese e mezzo triestino? Se realmente esistito, compare in altri racconti o lettere o comunque carte scapigliate? Negativo. No, non direi. Aspetta. Mariarita si alz, and a prendere un libro dallo scaffale. Si tratta delle Note azzurre di Carlo Dossi. Cita Stefan Blank? No, un personaggio molto simile: Paolo Gorini, scienziato lodigiano. Dossi descrive il suo laboratorio. Senti: "La stanza piena di fiaschi, e di fiale - La stanza del carbone e del materiale vulcanico - La corte delle fornaci; la corte del crematojo L'orto dall'eccellente frutta, ingrassata dai morti - etc. Lo studietto, colle preparazioni - Cadaveri interi e cadaverini - covate di cagnolini - Teste imbalsamate su busti di gesso: il cuore della fanciulla, della durezza dell'agata; il glande del giovinetto; la mano aristocraticissima; il tavolino, dalla tavola intarsiata a marmi animali e dai piedi di veri piedi".

Umani? Cosa? I piedi. Non saprei. Dossi non lo dice. In effetti, possono essere anche zampe. Certo, una tavola sostenuta da piedi umani ha del perverso. Solo a te poteva venire in mente di fare una domanda del genere. Viene in mente a tutti, ma non la pronunciano a voce alta. Senti, Mariarita, non avresti una birra? Vieni. Le due donne passarono nell'altra stanza dove, tornate dall'ignoto, le due gatte cominciarono a eseguire una danza in circolo intorno a Stella, strofinandosi contro le sue caviglie. S, mi ci vorrebbero proprio, un paio di animali. Mariarita apr il frigo, prese due lattine di birra, ne lanci una a Stella. Grazie. Non c' di che. La detective bevve un sorso, pensierosa, con il culo appoggiato alla tavola. Sembrava meditare profondamente. Se gli scapigliati erano tanto affascinati dagli scienziati stregoni chiese perch Stefan Blank non citato in altri documenti? Boh. Le spiegazioni possono essere molte. Gli artisti presenti la notte della visita al suo studio erano tutti poco inclini all'autobiografia, prevalentemente orientati verso la fiction; affidavano le loro esperienze a trasposizioni simboliche. Pochi di loro hanno lasciato lettere, diari eccetera. Camillo Boito ha probabilmente trasformato Stefan Blank in Carlo Gulz di Un corpo. da notare anche la coincidenza del cognome austriaco. Un'altra ragione potrebbe essere la condizione particolare di Blank, mezzo italiano e mezzo "tedesco". Un triestino, come Italo Svevo. A quell'epoca, Trieste non era ancora italiana. Una persona senza patria, con un'identit incerta, perduta in una folla di corpi pi facilmente identificabili. Un corpo senza fac-

cia. Essendosi allontanato dall'insegnamento, dall'ambito accademico, non godeva forse di molta notoriet. Inoltre, a un certo punto, manifesta l'intenzione di cambiare nome. Pu darsi che se ne siano persino perse le tracce. Certo che le sai spiegare bene le cose, tu. un piacere ascoltarti. Si sente che lavori per un uomo politico. Mariarita ribatt con un ghignetto dimostrativo del suo gradimento. In quel momento, si sent il suono del telefonino cellulare di Stella, attutito, dall'interno della borsa che la detective aveva lasciato in camera da letto. Rompicoglioni. Se ti rompe i coglioni, perch non lo lasci a casa? grid Mariarita dietro a Stella, che andava a rispondere. Mariarita rimase per qualche minuto assorta in una lunga fantasticheria sui laboratori anatomici, bevendo birra e appoggiandosi la lattina fresca sulla fronte e sulle guance per godere la piacevole sensazione di fresco. Dall'altra stanza venivano una serie di S, s e Hmm soffocati. A un certo punto, Mariarita ebbe la curiosa visione mentale di un tavolo dai piedi di veri piedi umani che comincia a camminare, spostandosi per la stanza, e poi a correre velocemente al trotto, come in un cartoon di Hanna e Barbera un po' demenziale e un po' macabro. Rise fra s, e perse il senso delle parole che stava pronunciando Stella; percep soltanto il tono, teso e attento. Sent che Stella diceva: S, va bene, domani, domani. Poi, Stella torn. C' stato un altro omicidio disse. Oggi pomeriggio. L'hanno trovata un'ora fa. Mariarita pass di colpo dalle sue fantasticherie da notte horror dei programmi estivi di Italia 1 a un orrore reale, molto vicino e nauseante. Le fece uno strano effetto: come quando, al mattino, si beve altro alcol per smaltire la sbornia della notte prima, ma il mondo appare ormai livido e spento. E domani? Cosa succede domani? Andiamo a vederla all'obitorio.

Angelo Trotta aveva detto che il cadavere, ripescato dai navigli come gli altri, non era rimasto in acqua molto a lungo (fra l'ora della morte e quella del ritrovamento doveva essere trascorso un breve intervallo di tempo), e in conseguenza di questo erano emersi un paio di elementi inediti e illuminanti. Stella aveva convinto l'amico poliziotto a consentirle di prendere visione del corpo. Quel mattino, Stella pass a prendere con la sua auto Mariarita, e insieme si recarono all'Istituto di medicina legale. Per l'accumularsi dei fatti nuovi, della tensione e delle aspettative, entrambe avevano dormito poco e male. Notti agitate da incubi. Al parcheggio dell'Istituto, Angelo Trotta era fermo in attesa, appoggiato alla sua macchina (una BMW metallizzata, lunga e argentea come un proiettile), gli occhiali scuri, le mani in tasca e le gambe incrociate, il piede sinistro sopra il destro. Non sembr stupito di vedere Mariarita. Immaginavo che vi avrei riviste insieme disse. Siete i tipi. Che genere di tipi? chiese Mariarita. I tipi che diventano amiche.

Il corpo fu mostrato loro a partire dai piedi, e solo quando il telo arriv a scoprire la faccia le due donne compresero il perch. Era stato Angelo Trotta a fare un cenno all'inserviente, indicandogli l'altra estremit della barella; era stato probabilmente lui a dare disposizioni in questo senso. Il cervello sovrastimolato di Mariarita registr tutti quei particolari sciocchi che sarebbero da scartare, e invece si stampano per primi nella mente: gli alluci della ragazza morta, pi lunghi delle altre dita e leggermente storti, la bianchezza della pelle (pi gessosa che cerea), le gambe non depilate, il grosso neo vicino al capezzolo

destro (i seni non erano belli, pendevano all'infuori come sacchetti vuoti), le dita dalle unghie dipinte di blu iridescente. Sull'unghia dell'indice sinistro, lo smalto era scrostato. Un attimo prima che venisse scoperto il volto, Mariarita ebbe un flash mentale, evocato dalla circostanza ed estratto dal suo schedario di associazioni di idee: una vignetta su un testo di medicina legale che aveva sfogliato a casa di un amico medico. Dunque, c' un tizio impiccato a un albero; ha un coltello piantato nella schiena e un masso legato ai piedi, sospeso da terra, che lo mantiene in trazione. Due poliziotti guardano in su con l'espressione scema, l'occhio a palla. Sotto, la didascalia recita: "Omicidio, suicidio o incidente?". Mariarita chiuse gli occhi, li riapr. Vediamo insieme a lei perch Trotta, con il suo personale senso del colpo di scena, ha voluto che il volto venisse mostrato per ultimo. Non c' pi un volto. Un'incisione lineare e precisa era stata praticata poco sopra lo sterno, e proseguiva, passando sotto le mandibole e lungo tutto il contorno delle guance, fino all'attaccatura dei capelli. L'intera faccia era stata strappata via, lasciando solo carne illividita, denti, un mozzicone di naso, e due occhi azzurroverdi spalancati, sorprendentemente vividi, imploranti. A Mariarita vennero in mente i vecchi fumetti di Diabolik, quando lui, di ritorno da una missione, si solleva la maschera a partire dal collo e se la sfila via. Si pu portar via un volto umano, come fosse una maschera? Trotta disse che la ragazza aveva diciannove anni. Aspirante attrice. Studiava al Piccolo teatro di Milano. Le ha legato i polsi disse Stella. Forse, l'ha ammanettata da qualche parte. Al letto, a un termosifone. I polsi erano tumefatti e segnati da lividi bluastri. Come le uccide? chiese Mariarita. Non ha preferenze, per quanto riguarda il metodo. La sua priorit consiste nel non danneggiare quello che vuole aspor-

tare. La ragazza a cui ha asportato il seno stata soffocata, forse con un cuscino. Le altre due sono state pugnalate al cuore: un colpo solo, preciso, vibrato con cognizione di causa. E lei? chiese Mariarita, indicando il corpo sulla barella. La ragazza non era stata pugnalata al cuore. E, presumibilmente, neppure soffocata, se l'assassino non aveva voluto evitare che il suo volto venisse distorto, sciupato dagli spasmi di un'agonia da strangolamento. Trotta mostr un piccolo segno di puntura sul braccio sinistro. Il medico legale ha ipotizzato un'overdose di qualche sostanza che ha indotto un rapido coma e la morte. Abbiamo mandato ad analizzare un campione del suo sangue e aspettiamo i risultati. Questo un problema che complica le cose, anche le precedenti tre erano state drogate, con un tranquillante. Abbiamo trovato tracce di barbiturici nel sangue di tutte le vittime. Una dose non mortale, in grado di addormentare. Le droga per averle in suo potere_ comment Stella. Se cos disse Trotta non per niente chiaro cosa voglia da loro. Questo tizio, chiunque sia, sembra interessato esclusivamente alle loro parti anatomiche, non certo a violentarle, torturarle. Le mutilazioni avvengono dopo che sopraggiunta la morte. La cosa paradossale che lui... non ... non un violento. A parte le ferite letali, sui corpi non ci sono tracce di abuso sessuale, niente percosse, abrasioni, tagli. Dimentica i polsi legati disse Mariarita. Intendevo dire che le ragazze non hanno lottato con lui. Aveva legato anche le altre? Questa una buona domanda disse Trotta, con l'aria di apprezzamento di un professionista verso una dilettante. I corpi erano in condizioni tali da non permettere di stabilirlo con certezza. probabile. S, possibile che abbia legato o ammanettato anche le altre. Perch? Perch immobilizzarle, se le ha drogate, sono gi prive di conoscenza e pu ucciderle comodamente? Se cercasse

di legarle prima di drogarle, le ragazze lotterebbero con lui... perci le droga per prima cosa. Dunque quest'ultima, se l'assassino ha seguito la stessa prassi, sarebbe stata drogata due volte. E, comunque, perch non somministrare loro subito una dose letale di droga, se interessato solo alle parti anatomiche? Stella scosse lentamente la testa: negativo, non lo capisco. Trotta inarc le sopracciglia. Forse disse questi omicidi sono in realt complessi rituali dei quali una parte ci sfugge. Allora disse Stella lui le rimorchia, e le porta da qualche parte. Le ragazze lo seguono senza sospettare nulla. Probabilmente sono disponibili, sperano di fare sesso, fidanzarsi, o tutt'e due le cose. Ma, arrivati al dunque, niente sesso. Lui le droga, le lega in modo da immobilizzarle e bloccare loro la via di fuga, dopodich le risveglia, non le violenta, le uccide e le mutila. Che bisogno ha di risvegliarle, e che cosa fa, prima di ucciderle? La domanda sembr restare per un istante sospesa sulla carne martoriata senza faccia. Trotta fece segno all'inserviente di ricoprire. Mariarita continuava a pensare a Diabolik, a tutti gli agenti segreti ed eroi mascherati di due milioni di film, alle loro facce posticce rivoltate come guanti e riposte su testine manichino, a penzolare allentate, con le bocche storte e le orbite cave. E un pensiero le attravers la mente. Ispettore chiese. Com'era la sua faccia?

Un'ora dopo, nell'ufficio di Trotta, Stella e Mariarita potevano osservare una foto della faccia che era stata rubata. L'abbiamo avuta dalle sue compagne di corso, che dividevano l'appartamento con lei. La foto, fissata con puntine da disegno su un tabellone che ospitava anche i ritratti delle altre vittime, era molto buona,

probabilmente un ritratto professionale destinato a qualche book da presentare ad audizioni e provini. La ragazza era ripresa di tre quarti, in primo piano, con i capelli castani di media lunghezza bagnati e fissati con il gel, pettinati lisci all'indietro. Una bellezza valida per ogni tipo di spot, dall'aperitivo al reggiseno, dalla crema anticellulite agli alimenti light per dimagrire. Chiss con quale orgoglio l'aspirante attrice doveva aver portato in giro quella faccia, la quantit di speranze e attese e sogni che doveva avervi investito, la cura narcisistica con cui doveva averla protetta, valorizzata, truccata. La forma del volto era ovale. Il naso, dritto in modo quasi innaturale (rifatto?) terminava in narici delicate e sottili: non pareva quasi un organo in grado di ospitare caccole e altre impurit. La bocca ricordava quella di Brigitte Bardot giovane: tirabaci e leggermente imbronciata. S, s! Mariarita ricordava bene l'attacco di Sublime anima di donna, con la descrizione fisica di Carlotta: "volto di un ovale dolce e purissimo che pareva dipinto da Raffaello, naso dritto e sottile di statua greca, bocca carnosa, dalle turgide labbra scarlatte". Le altre ragazze vittime di Frankenstein non erano belle come l'attrice, ma l'una, ripresa di profilo con una T-shirt bianca quasi trasparente, aveva, un "seno di vergine adolescente, dalla linea squisita, tale quelli delle dame del Rinascimento", l'altra "la massa copiosa" di "capelli biondi sulle spalle, sulle braccia, fino alle reni e sui fianchi", spumeggiante come un'onda d'oro... Carlotta il suo tipo. Che cosa? chiese l'ispettore Trotta. Sembra incredibile, ma... la donna che Frankenstein sta cercando di costruire attraverso tutte queste asportazioni di parti... somiglia alla Carlotta di Sublime anima di donna. Stella non disse nulla. Trotta fece una smorfia tra la derisione e la sufficienza, e sbuff. L'ha detto lei stessa: incredibile.

Mariarita si meravigli di un diniego cos reciso. Forse, come molti uomini (quasi tutti), Trotta amava dichiarare un folle amore per la logica e l'esattezza matematica? Guardi bene. come quando si costruisce un identikit. Metta insieme il viso dell'attrice, i capelli e il seno delle altre due, e.... Cosa sta cercando di dirmi, che lo scienziato pazzoide del racconto ancora vivo e gira per Milano tagliando a pezzi le donne? Mariarita adesso si sentiva davvero indignata. Si indignava sempre, quando qualcuno faceva una brusca inversione di rotta, e cominciava a smentire la posizione su cui era stato in precedenza tanto rigido e pedante. Senta disse lei mi ha rotto i coglioni.... Non li ha, i coglioni. Mi sono cresciuti ascoltando per ore la sua menata del racconto che ho diffuso in Internet, sulle coincidenze e affinit con il caso Frankenstein.... Non intendevo... Era diverso! ... e adesso che sono arrivata a condividere le sue opinioni.... Io credevo che il racconto fosse un falso, e che l'assassino ne fosse stato ispirato dopo averlo letto, ora lei mi dice che il racconto autentico, e che qualcuno agisce come il suo protagonista senza averlo letto. Non la stessa cosa! Stella, che fino a quel momento si era limitata a girare per la stanza, chiusa in se stessa e assente, fissando talvolta le foto delle vittime, torn in questa dimensione e si gir di colpo verso Trotta: Ha ragione Mariarita. Trotta la guard con una curiosa espressione, tra lo sbigottito e il tradito. Non pu spiegarlo continu Stella ma la sua intuizione giusta. Questo un assassino che segue un suo piano. Tutto lucido e calcolato. Sa quello che fa. Non gli interessa violentare le ragazze. Vuole costruire una donna virtuale. E vuole anche

qualcos'altro che non sappiamo, e non riusciamo a immaginare. Ma fermiamoci per il momento sulla donna virtuale. Ammetterai anche tu che i particolari fisici, tutti gli elementi coincidono. Trotta alz le mani nel gesto di resa tipico degli uomini quando vogliono dire: con due donne insieme, non ce la faccio. D'accordo, mi arrendo, avete vinto voi.

Pi tardi sono tutti al ristorante cinese, dove Trotta ha invitato le due donne (nel frattempo, Stella gli aveva raccontato tutto quello che avevano scoperto a Bellano su Gherardo Orsi) per scusarsi di aver esagerato prima, in ufficio, con la dottoressa Fortis. Non c' problema gli ha detto Mariarita chiamami per nome e diamoci pure del tu. Senti, Angelo chiese Mariarita, dopo l'antipasto misto fritto. Te l'ho chiesto la prima volta che mi hai mandata a chiamare, e non mi hai risposto. Che cosa avete in mano, voi della polizia, per arrivare a Frankenstein? Impronte digitali o altri reperti, testimonianze, prove indiziarie? Trotta scosse la testa, giocherellando con il cucchiaio della sua tazza di zuppa alla polpa di granchio. Quasi niente disse. Mariarita corrug la fronte. Definisci meglio il "quasi". Come ti ho gi detto, le ragazze non hanno lottato. Se ti aspetti perci peli, brandelli di pelle o sangue sotto le loro unghie, sei destinata a rimanere delusa. Lui non le violenta, perci niente sperma. Niente saliva, niente liquidi organici. E niente impronte digitali. Le getta nei navigli nude, e non sappiamo che fine facciano abiti ed effetti personali: li distrugge, o li fa sparire. Inoltre, le prime tre sono rimaste in acqua talmente a lungo, che stato impossibile reperire eventuali fibre o tessuti. Questo tipo agisce con metodo: probabilmente, lavora con i guanti e non lascia tracce. Per, nel caso dell'attrice, si di-

stratto un attimo, e abbiamo avuto fortuna. Lei portava al polso destro un braccialetto, una catenella molto sottile. Non gliel'ha tolta. E, impigliati al fermaglio di questo braccialetto, abbiamo trovato due capelli. Capelli biondi, che non appartenevano alla ragazza. Lei lo ha accarezzato intervenne, prontamente, Mariarita. Affermativo insistette Stella. Se le ha legato i polsi e non c' stata lotta, gli ha accarezzato i capelli. Forse nel posto dove stata rimorchiata, o durante il tragitto, o appena arrivata sul luogo del delitto. Si fidava di lui. Le piaceva. Certo, certo disse Trotta. Lei lo ha accarezzato. E questa carezza potrebbe permetterci di incastrarlo. Ma per incastrarlo bisogna prenderlo. E, dal momento che incensurato, pu essere uno qualunque fra diversi milioni di milanesi. Ammesso che sia milanese. milanese disse Stella. Tutti sanno che i milanesi ammazzano il sabato. Lavorano talmente tanto in tutti gli altri giorni, che per scaricare lo stress devono fare qualcosa di estremo. Mariarita ridacchi appena, Trotta si accigli. Era solo cos, per dire una cazzata si schermi Stella. Voi non ne dite mai? Un cinese allampanato, dal viso coperto di brufoli, port loro il pollo alle mandorle. Trotta bevve un sorso della sua birra. Non mi piace la birra cinese. Non la sopporto. Allora, perch la ordini? lo provoc Stella. Suppongo che si debbano avere alcune contraddizioni. Qualcuno lo ha visto mentre rimorchiava le ragazze? chiese Mariarita. Abbiamo una sola testimone, e lo ha visto di spalle rispose Trotta, facendo un gesto infastidito con la mano, come per scacciare una mosca. La prima vittima stata abbordata in un supermarket, poco prima dell'ora di chiusura. Una cassiera ha visto la ragazza uscire in compagnia di un tipo biondo, capelli lunghi fino alle spalle, chiodo nero. Erano lontani, e per giunta

gi oltre la porta a vetri; salivano una scala che conduce al parcheggio. La testimone non pu essere precisa neppure sulla statura. Ha detto che il fatto che si trovassero sugli scalini, uno pi sopra e l'altra pi sotto, l'ha confusa. Una volta guardavo uno di quei programmi tv sulle persone scomparse intervenne Mariarita. A un certo punto ha telefonato una tipa dicendo... Non ci crederete, ma ha detto: "Io l'ho vista a Perugia. Era pi bassa di statura e portava un barboncino al guinzaglio". Stella sbruff ridendo, l'ispettore rimase serio, quasi disgustato. Era solo per dire una cazzata. Voi non ne dite mai? Non neppure sicuro che il tipo del supermarket sia l'assassino precis Stella. Noi lo ipotizziamo perch da quel momento nessuno ha pi visto viva la ragazza, e perch lei non aveva amici biondi. La ragazza a cui ha asportato i genitali continu Trotta stata prelevata in una discoteca. Le sue amiche dicono che ha fatto uno spogliarello integrale, poi, a un certo punto, sparita. Volatilizzata. Con la musica a centoventi decibel, l'alcol e le pillole, lui avrebbe forse potuto farla fuori sul posto senza essere visto. La ragazza dei capelli stata prelevata per strada. E anche l'attrice, probabilmente. uscita ieri mattina da lezione, alle undici: anche lei sparita, volatilizzata. stato piuttosto imprudente, la prima volta aggiunse Stella. Ha rischiato di essere visto in faccia. Sembra quasi che la cosa non fosse premeditata, che abbia cominciato per caso. Alla ragazza del supermarket ha asportato il seno. Forse, l'aveva abbordata solo per fare sesso, e l'idea gli venuta dopo, oppure stata un'ispirazione improvvisa... Poi, quando ha cominciato a costruire la sua donna virtuale, ha perfezionato la tecnica di avvicinamento. Si fatto pi elusivo. Ancora la storia della donna virtuale! Allora ditemi, secondo voi, che cosa ne fa, delle parti anatomiche asportate, dal momento che non ce le spedisce in una scatola? Come la co-

struisce, la donna virtuale? Questo rispose Stella, pensierosa lo sapremo quando scopriremo che cosa fa nel periodo di tempo che intercorre fra quando droga le vittime e quando le uccide. Che et pu avere? chiese ancora Mariarita. Secondo l'esperto che ha tracciato il suo profilo psicologico, fra i ventisette e i trentacinque. E che altro dice, l'esperto? Oh, le solite cose. Personalit asociale, coazione a ripetere, ossessioni ricorrenti, monomania, paranoia.... Che quanto si potrebbe dire del novantacinque percento dei miei amici disse Stella. E anche dei miei concord Mariarita. L'altro cinque percento, forse, sembra normale ma si comporta come Frankenstein.

Insomma disse Mariarita di lui, con certezza, sappiamo solo che biondo. E che, sbucando dal nulla, riesce a stregare le ragazze al punto di condurle dove vuole. Sei in gamba disse Trotta. Hai mai pensato di entrare in polizia? No. Ho sempre diffidato dei poliziotti. Ma, ora che ti conosco meglio, penso che non mi sarebbe dispiaciuto lavorare con te. Anche se sembro un... com' che hai detto? "Un ragazzo della Milano bene di ritorno da un festino a base di droghe e sesso pesante in cui c' scappata la morta?" Mariarita rest senza fiato. Le sembrava che le avessero appena sferrato un pugno in mezzo al petto: per scherzo, ma ugualmente traumatico. Rivolse uno sguardo di dolente rimprovero a Stella: quel piccolo tradimento le era dispiaciuto. Certo, con Angelo Trotta erano amici storici, mentre lei era solo l'amica degli ultimi cinque minuti... ma... Non c' niente di male se gliel'ho detto, no? borbott Stel-

la, arrossendo. Nella sua desolazione, Mariarita fu un po' consolata da quel rossore. Non mi piace come i cinesi fanno il caff disse. Allora, perch lo ordini? domand Trotta. Sar il masochismo femminile. Le due donne rimasero a guardarsi in sospeso fra rancore e riconciliazione, come le gatte di Mariarita dopo una zuffa territoriale. Torniamo al racconto, eh? disse l'ispettore, battendo le nocche sulla tavola con un colpetto svelto e deciso. Cos, secondo voi, tutto sarebbe cominciato con quel Gherardo Orsi, i suoi problemi sentimentali, le sue fissazioni eccetera? Le analogie fra Gherardo Orsi e Frankenstein sono evidenti ammise Mariarita. Gherardo ha scaricato le sue tensioni in un'opera creativa, mentre quest'altro tipo.... Quest'altro tipo le vive concluse Stella per lei. Per obiett Mariarita, come obiettasse con se stessa. Nessuno ha avuto accesso ai manoscritti miei o di Benito Caronte. L'ispettore appoggi la punta di un dito sulla tavola, mantenendo la falange in verticale (facciamo un punto fermo!). Lasciamo stare per un momento i manoscritti. Quello che vi chiedo : Frankenstein pu essere venuto da quella storia della gamba? Io credo di s disse Stella, ravviandosi i capelli, anzi, strattonandoli con un gesto impaziente. Uno come Gherardo Orsi, che per non un poeta, rimane in questa realt, e realizza in concreto le sue manie. D'accordo disse Mariarita. Una persona in preda agli stessi fantasmi, straziata dagli stessi desideri impossibili, che non riesce a liberarsene attraverso una disciplina artistica, attraverso un uso controllato delle facolt dell'immaginazione... allora, questa persona deve agire, ottenere quello che vuole, a costo di uccidere. Ma, se Frankenstein viene da quella storia

della gamba, che strada ha fatto per arrivare fino a noi? A meno che non sia Benito Caronte... Lui le ha lette, le carte. Ma io disse Stella non credo che Frankenstein si sia lasciato ispirare da letture scapigliate, vere o apocrife. Pensavo piuttosto alle pi recenti teorie sul ruolo dell'ereditariet nella formazione della personalit. Oggi si ritiene molto meno di prima che sia l'ambiente a determinare abitudini e comportamenti, e si rivalutato il fattore genetico. Potrebbe esserci qualcuno come Gherardo Orsi, qualcuno malato delle sue ossessioni giovanili, forse un suo discendente, nel cui carattere riapparso, per via genetica, un gusto per un erotismo tormentato, schizoide, un po' necrofilo. Mariarita ci stette un po' su a pensare. L'ipotesi le sembrava francamente inverosimile, le ricordava un po' gli assassini dei romanzi di Zola, con quelle famiglie involontariamente comiche di avvelenatrici, killer di donne e deragliatori di treni. Scosse la testa sorridendo, ma vide che Angelo Trotta annuiva serio. Una dinastia di svitati. Io per disse Trotta, mordendosi le labbra e abbassando gli occhi non posso andare a raccontare ai miei capi che Frankenstein arriva dritto dall'Ottocento. Perci, vi propongo questo: io mi occupo di Benito Caronte, faccio eseguire indagini su di lui, controllare i suoi eventuali alibi eccetera. Mentre voi due e dicendo "voi due" l'ispettore fece un gesto circolare con l'indice della destra vi mettete a cercare il nesso, il collegamento fra passato e presente. Fate ricerche sulle famiglie, sulle generazioni, sulle discendenze eccetera. Vedete di scoprire se ci sono discendenti di Gherardo Orsi. E, gi che ci siamo, anche di quello Stefan Blank, l'anatomista. Lo descrivono come un dottor Jeckill, ma potrebbe anche essere un Mister Hyde. Tu Mariarita, te la senti di aiutare Stella? Sc funziona, ne ricaveresti un bel po' di pubblicit per il tuo libro. Mariarita appoggi il mento sulla mano, come sempre faceva quando voleva prendere un po' di tempo e riflettere. Non credeva molto nella storia dell'ereditariet, e nemmeno, di

conseguenza, nella pubblicit che avrebbe potuto ricavare dai risultati di una simile indagine. Se voleva andare avanti, era per curiosit, per passione, per quella voglia folle e inspiegabile di vedere come va a finire, che alla fine una forma d'amore, mettere uno scopo in qualcosa che non ce l'ha: vivere. S disse. Bene! disse Trotta, trionfante. Le indagatrici dell'immaginario. Come dici? Non vi rendete conto che, con le conoscenze letterarie dell'una e l'attrazione per gli assassini dell'altra, formate una coppia formidabile? Le detective di misteri speciali: quelli che hanno origine dalla fantasia. Siete indagatrici dell'immaginario, di quella linea di confine sospesa fra sogno e vita, pensiero e azione, ideale e reale. Mariarita sorrise. Era abbastanza fascinoso. Non un'opera di fiction a ispirare una serie di delitti. E un antico male dell'anima a ispirare sia l'opera di fiction, sia la catena di delitti. Si, poteva esserci, in quella zona sotto vuoto spinto dove l'umanit ha in comune idee, pulsioni, sogni e fantasie, il primo barlume di una serie di azioni. Non mi dispiace disse. Non mi dispiace affatto.

I Pirati della Costa U

n paio di giorni dopo, chi si fosse trovato a passare nei pressi della sede centrale della Cariplo di Milano avrebbe visto due donne sui trenta-trentacinque anni, vestite nello stesso stile, con abiti quasi identici, scendere da una BMW blu metallizzata ed entrare in banca. Stella passata a prendere Mariarita che, trovandosi ancora in camicia da notte, senza troppo riflettere (inconsciamente?) ha indossato quello che aveva di pi simile a quello che portava l'altra. La titolare dell'agenzia Black Jack porta un completo grigio aderente da donna in carriera, la gonna piuttosto corta, una camicetta bianca di seta, calze velate, scarpe di vernice nera con il tacco alto e un passante che stringe la caviglia, di un effetto decisamente sensuale. Mariarita, per imitazione, porta un completo di un grigio pi scuro, dalla gonna pi lunga, una T-shirt di raso bianco, calze nere, e un paio di stivaletti neri. Facendo girare molte teste per strada prima e nell'atrio della banca poi, le due donne scesero nel caveau che ospitava le cassette di sicurezza. Mariarita tir fuori una chiave dalla borsa, apr la propria cassetta, ne estrasse una scatola quadrata di legno intarsiato, dal coperchio in rilievo che raffigurava una scena bucolica di pastorelli che suonano lo zufolo e danzano. Pochi istanti dopo, Stella e Mariarita erano sedute a un tavolino del caveau, davanti a un volumetto privo di copertina, di cui si leggeva direttamente il frontespizio:

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Un libro privo di copertina ha sempre l'aria di un corpo nudo e stuprato, a cui sono stati strappati i vestiti con la forza. La carta del volume era color marroncino cosparsa di macchie di umido e muffa pi scuro, come la pelle di un vecchio. Questa prima edizione della fiaba di Arrigo Boito vecchia, risale a centotrentacinque anni fa. Accanto al libretto, c'erano una dozzina di fogli rettangolari ampi, il racconto anonimo di cui ora, grazie a Stella, conosciamo l'autore, e tre fogli pi piccoli. tutto disse Mariarita. Posso leggerlo? chiese Stella. Fai piano assent sottovoce Mariarita, quasi in tono di preghiera. Delicatamente, comprendendo il desiderio dell'amica, Stella raccolse fra le punte delle dita il manoscritto di Sublime anima di donna. Il primo foglio, ingiallito e dagli angoli lievemente e-

rosi, era percorso da un inchiostro che un tempo doveva essere stato blu brillante e, sbiadendosi, s'era ridotto a una pallida traccia cilestrina, del colore del cielo dopo una forte pioggia. La grafia era minuscola e fitta, una scarica di nervosi tratti di penna, magma vulcanico controllato a freddo: ricordava la tensione spasmodica di una pianta sacrificata che si piega e si contorce per raggiungere la luce. Mariarita prov una fitta di commozione: l'ultima volta che aveva visto il manoscritto, ignorava chi fosse la mano scrivente. Ora aveva un nome: Gherardo Orsi. Chiss perch disse chi scrive cose grandi ha in genere una grafia minuscola. Mi far diventare strabica fu il commento di Stella. In alto, a sinistra, c'era la data:

Como, 2 novembre 1868

e sotto il titolo, a caratteri pi grandi, corretto cos: anima

Sublime cuore di donna

Sublime cuore di donna disse Stella. Al principio era il cuore. Poi, l'anima. Perch questa correzione? Secondo me, in quella parola, "cuore", Gherardo tradisce l'origine personale, intima del suo malessere sentimentale, del suo disadattamento amoroso. Lui ha sognato, ha vagheggiato, lasciami usare questa parola cos ottocentesca, una donna dal cuore puro e innamorato, capace di vedere in lui la bellezza interiore oltre a quella esteriore, di amarlo senza venalit. In seguito, ha voluto forse uscire dalla sfera dei suoi interessi privati, egoistici, per conferire al messaggio una valenza pi universale, filosofica. La parola "anima" indica la persona nella sua totalit. anche possibile che Gherardo avesse da sempre il primo titolo in quell'archivio mentale di titoli che possiedono tutti

gli scrittori. Dopo l'incontro con Blank, lo ha modificato; ma al momento della stesura in bella copia gli tornato, se cos si pu dire, in punta di penna il "cuore". Da cui, la correzione. Stella scorse rapidamente il primo foglio, reggendolo religiosamente fra il pollice e l'indice come un'ostia; lo depose di lato, e pass al secondo. Sono fogli di carta Fabriano, rigati in filigrana, come quelli su cui lavorava Camillo Boito disse Mariarita. Camillo li ripiegava in modo da formare due o quattro facciate; Gherardo invece, come vedi, li copriva di scrittura da cima a fondo. Hmm annu Stella. Scrive e i. S. Gherardo ha gli stessi vezzi grafici di Camillo. Usa le forme del verbo avere con l'accento, e senza la h. E anche i punti al posto delle virgole, come hai visto nell'indicazione della data. Tu, per, nella pagina web, hai cambiato il testo. L'ho adattato alle forme pi comunemente in uso oggi, come in molti lavori redazionali su testi scapigliati. Gherardo stato influenzato da Camillo pi che dagli altri scrittori della Scapigliatura. una domanda o una constatazione? Una constatazione non del tutto sicura che richiede la conferma di un'esperta. Se sono io l'esperta, confermo. Gherardo e Camillo erano molto amici, lo si comprende dai testi in possesso di Benito Caronte. Avevano affinit, cose in comune. Forse Gherardo ha ammirato di pi Tarchetti e Praga, ma sicuramente si sentito pi vicino al pi vecchio dei fratelli Boito. Di conseguenza, scrivevano in modo simile, anche nella forma. Stella annu con la testa, senza parlare, e si immerse nella lettura del manoscritto. Leggeva a capo chino, chiusa in s, in un'astrazione dal reale talmente compatta che pareva quasi di poterla toccare. Mariarita la osservava, con le dita intrecciate e i gomiti appoggiati sul tavolino, aspettando, ora guardandosi in giro, ora spiando le mani dell'altra, per timore che sgualcissero

i fogli. Ma Stella, per fortuna, sapeva trattare le cose antiche, specialmente quelle che "respiravano" ancora. una bella copia disse Stella, quand'ebbe finito. Non ci sono correzioni, a parte quella del titolo. Anche Mariarita aveva gi esaminato il manoscritto; anche a lei pareva una ricopiatura in bella, eseguita frettolosamente, di getto, forse in un'unica sera. Qua e l il pennino aveva grattato la carta, e l'inchiostro aveva riempito le parti tonde di qualche lettera. Ha pianto disse Stella. S, nel passaggio in cui si narra della creatura dell'anatomista (non in quello in cui si scopre Carlotta morta) c'erano un paio di sbavature, che sembravano prodotte da lacrime diluite nell'inchiostro. E questa? L'avevi notata? S. Ma non so cos'. Sul margine destro del penultimo foglio c'era una macchiolina scura, di un bruno rugginoso. Stella estrasse dalla borsa una lente d'ingrandimento, avvicin la lente alla carta e il viso alla lente. Curva sulla tavola, scrut a lungo la piccola macchia. Potrebbe essere sangue. Sangue. Mariarita ne fu lievemente scioccati: con macchie di quel tipo, si pensa alla marmellata, al sugo di pomodoro, alle vernici degli effetti speciali dei film, mai a vero, drammatico sangue. Sangue sul manoscritto di Sublime anima di donna? Forse Gherardo si tagliato disse. Ne dubito. Se si fosse tagliato un dito, mettiamo, avrebbe sanguinato di pi. Questa un'emissione minima.... Allora, se sangue, come pu essere stato versato? Non lo so, non ne ho idea. Eppure, gli spargimenti di sangue sono la tua materia! disse Mariarita, lievemente provocatoria. L'altra la ricambi con un'occhiataccia. Stella pass a esaminare le carte che accompagnavano il manoscritto. La prima, grande quasi quanto un foglio di carta

Fabriano, recava, accanto a una figurina femminile in crinolina graziosamente atteggiata nell'atto di aprire un ombrello da passeggio, la seguente intestazione:

MADAMA GIOCONDA ARTICOLI DI MODA

e, vergato in una pretenziosa grafia che sembrava mimetizzare gli svolazzi, le trine e i fiocchi della modista, con tanto di errori nel testo:

Con la presente, porgiamo all'illustrizzima attenzione e benevolenza della Signoria Vostra la nostra nota spese:

1 capellino con cigliegine L 60 2 paia di guanti di capretto L 30 6 cuffie con nastri L 35 4 camicie di batista L 40

Totale L 165

Il conto della sarta disse Stella. C'era poi un pezzo di carta rosa, forse un foglio di carta da lettere tagliato a met:

Add 20 aprile 1871 Ricevo dalla signorina Luigia Pasotti la somma di lire 50, con l'interesse del 70%, per un totale di lire 75, da essa dovutami per

Il testo si interrompeva: perch questa Luigia Pasotti doveva dei soldi, e a chi? Il creditore, accortosi di aver sbagliato il calcolo (la somma totale 85 lire, non 75), aveva ricominciato a stilare la quietanza di pagamento da un'altra parte, serbando

il foglio per eventuali altri usi. Sul retro, infatti, ecco una lista compilata dalla medesima mano:

Quattro uova fresche di giornata Sei ciotole abbondanti di farina Tre cucchiai di zucchero Strutto Un pizzico di sale Lievito Una scorzetta di limone

Sembra la ricetta di una torta. L'ultimo documento non era autografo; si trattava probabilmente di un'illustrazione strappata da qualche libro, o giornale. Rappresentava una coppia di amanti in costume da poema epico cavalleresco (Tristano e Isotta?) avvinghiati in un torrido abbraccio; l'uomo sorreggeva la donna che teneva il busto reclinato all'indietro, in una specie di semi casqu di tango. I due non si baciavano, ma i visi di profilo con gli occhi semichiusi e le labbra aperte in un sospiro, parevano inesorabilmente calamitati l'uno verso l'altro. C'era pure una didascalia, al piede:

Il nostro amore sfider la morte!

Che idea ti sei fatta della persona che possedeva queste carte? chiese Stella. Era, con ogni probabilit, una donna. Una donna che prestava denaro a usura con l'interesse del 70%, abbastanza istruita per scrivere senza errori. Avida, venale, un po' gretta: ma le piaceva credersi sentimentale e buona, cucinava torte, scriveva su carta rosa e sognava sui romanzi d'amore. Chiss perch, la immagino non pi giovane, ma con la mania di vestirsi da ragazzina. Poteva spendere per un "capellino con cigliegine" quasi la somma che al povero Tarchetti bastava per

campare un intero mese. Per era tirchia, non buttava via neppure un pezzetto di carta, perch poteva sempre servire. Potrebbe essere Cate, la pensionante di Gherardo. Stella annu brevemente, per significare: affermativo, sono d'accordo; poi cambi idea, scosse la testa: negativo, non pu essere lei. Gherardo l'ha mollata, madama Cate. Forse, in seguito, tornato a pensione da lei. Se l'antiquario ti ha venduto libro, manoscritto e carte insieme, pu significare che alla data segnata su questa brutta copia di ricevuta di pagamento, il 20 aprile 1871, Sublime anima di donna si trovava in possesso di questa donna. S, immagino di s. Stella apr Re Orso. Era stato quello a costare caro a Mariarita: si trattava infatti della prima edizione, quella di Milano, del 1865. L'ho gi esaminato io: non c' nulla di rilevante, a parte quell'annotazione. Dietro il frontespizio, nella grafia di Gherardo, erano riportati, da una poesia dello stesso Boito, Dualismo, apparsa per la prima volta sul Figaro il 18 febbraio 1864, i seguenti versi:

Son luce ed ombra; angelica farfalla o verme immondo, sono un caduto ch rubo dannato a errar sul mondo, o un demone che sale, affaticando l'ale, verso un lontano ciel.

Questa dell'angelo che non ha cielo mi sembra di averla sentita in due dozzine di canzoni disse Stella. entrata nell'immaginario collettivo e nel linguaggio. Lo era gi, ai tempi dei fratelli Boito. Mi sembra per che questo genere di letture sia in contra-

sto con il quadro della personalit della nostra donna. Gi, pare anche a me. Mariarita, non ti sei mai chiesta perch Gherardo non ha firmato il suo racconto? Certo che me lo sono chiesta. La risposta sta in quello che gli ha detto Camillo, ricordi? "Non sei sicuro di te". Gherardo voleva lasciarsi aperta una via di fuga. Temeva il giudizio dei colleghi, dei lettori, dei critici. Stella allarg le braccia, parl con la voce secca e spazientita che le veniva quando non trovava risposte immediate. Scriveva in brutta copia, poi ricopiava. Forse questa solo una delle belle copie, per combinazione l'unica sopravvissuta. Bisognerebbe scoprire per chi l'aveva eseguita. Non credo che sia stata madama Cate, o nessuna tipa che portava le cuffiette con i nastri e cucinava torte. Credo piuttosto fosse la persona che leggeva i versi di Arrigo.

Dove mi stai portando? Lo vedrai. Dopo la puntata alla Cariplo, Stella aveva chiesto a Mariarita se aveva ancora un po' di tempo e, alla risposta affermativa di quest'ultima, l'aveva fatta risalire in macchina ed era partita. Ora le due donne stavano viaggiando verso la periferia sudest, lungo il naviglio Grande. Insomma, dove andiamo? Io ho da fare, oggi! Dopo ti riporto a casa. C' un posto che devi assolutamente vedere. Quale posto? Siamo quasi arrivate. Prima di San Cristoforo Stella parcheggi l'auto davanti a un capannone industriale di una nota ditta di gelati. Oltre la cancellata di cinta, nel parcheggio, c'erano due furgoni blu dipinti a coni di vaniglia e cioccolato che venivano, da invisibili mani, spiaccicati l'uno contro l'altro. Poco pi avanti, su un'area di

sosta deserta, giaceva la carcassa di una FIAT 126 priva di ruote e di portiere, sventrata, svuotata, abbandonata alla devastazione del tempo e degli agenti atmosferici come un cadavere in un fosso. Ancora oltre, sorgeva un complesso residenziale di quattro edifici dalla sommit sghemba, decorati al centro con una fila di piastrelle blu, che a Mariarita parvero vecchi bagni rivoltati ed esposti. L'acqua del naviglio Grande era torbida e agitata, e neppure il fine e pallido sole del mattino riusciva a strapparle qualche scintillio. C'erano un paio di barconi ormeggiati, un edificio basso e quadrato, e all'ingresso due vasi di arbusti malati; l'insegna recitava: O SOLE MIO, e Mariarita pens trattarsi di una di quelle pizzerie di periferia dove la pasta della pizza collosa, il trancio di torta vecchio di un mese, i camerieri ti trattano con disgusto, e il conto salatissimo. Mariarita segu Stella, che oltrepass la pizzeria. Scendendo una breve rampa di scale in ferro battuto si arrivava a una specie di chiosco di legno montato su palafitte, con una terrazza scoperta che lo circondava da ogni lato: una via di mezzo fra una societ di pesca e canottaggio e un ristorante del lungo Senna di Parigi. L'insegna, enorme, composta nella foggia delle attrazioni dei luna park, recitava:

I PIRATI DELLA COSTA

A uno dei lati della terrazza che dava sul naviglio, su un alto pennone, sventolava la bandiera nera con il teschio e le ossa incrociate. I Fratelli della filibusta sul naviglio! Niente male, come idea! grid Mariarita. Sapevo che ti sarebbe piaciuto disse Stella. L'interno era arredato in stile marinaro esagerato, divertente, assurdissimo, con mobili da cabina di veliero antico, reti da pesca, timoni, e altra paccottiglia piacevolmente ingenua, come portacenere decorati con conchiglie. Alle pareti erano appesi quadri che rappresentavano vascelli in navigazione, paurose

mareggiate di schiume ribollenti su onde plumbee da discesa nel Maelstrom, calme marine con soli rosso fuoco al tramonto, barche a remi in secca nella luce lattiginosa dell'alba, e ritratti di fantasia di leggendari pirati della storia e della fiction, come Barbanera, Morgan, e la figlia del Corsaro Nero. C'erano finestre a obl e botole sull'impiantito di legno. E, ai due lati del banco del bar due polene (autentiche? S, probabilmente s), due sirene dalle schiene inarcate, i seni nudi, le braccia che parevano incatenate a circondare le teste dalle lunghe chiome serpentine. In un angolo del locale, a sdrammatizzare, sedeva un clownesco pupazzo in canotta a righe da marinaio, pipa in bocca, pappagallo sulla spalla, benda nera sull'occhio sinistro, braccio sinistro terminante in un uncino, gamba sinistra di legno. Mariarita annu, con aria di approvazione. Sedette, con Stella, a uno dei tavoli liberi, perch, malgrado l'ora, il locale era gi pieno: di una fauna umana giovane, svelta, non facilmente inquadrabile nello schedario delle usuali maschere sociali. C'erano vagabondi on the road con i loro cani, l'aria fatta e felice, ragazzi del tipo macho e pi femminilizzati, con sciarpette e orecchini, ragazze con quella simpatica aria ardita e violenta che hanno le giovanissime delle bande, altre del tipo bambola, colorate e dolciastre come caramelle, e anche giovanissimi africani e slavi; ma tutti avevano pi o meno l'aria di stranieri. In un angolo, un tizio con una faccia gialla da morto, praticamente senza naso, stava eseguendo giochetti di carte per divertire gli amici: quattro ragazzi, due con i capelli lunghi e due rapati, e un ragazzino che non avr avuto pi di tredici anni. A Mariarita ricordavano i fricchettoni che aveva conosciuto da bambina accompagnando in giro sua madre; ma questo era fricchettonismo della seconda generazione, leggero, aereo, immediato, privo di passato e inibizioni. Se vero che i luoghi assorbono parte dell'anima di chi li abita, in quel luogo si respirava un'atmosfera estremamente nuova, elettrica, fluida, volatile.

Di qualcosa che non stava mai fermo. Un uomo si avvicin al loro tavolo, salut Stella e si present. Adonis. Aveva una stretta di mano mista: partiva molle, esitante, poi si rafforzava fino a chiudere le dita in una morsa di ferro. Adonis la mente pensante dei Pirati della costa disse Stella. Il gestore del locale. Adonis dimostra un'et fra i trenta e i quaranta (probabilmente trentasei), e ha una faccia di quelle che si dimenticano subito dopo averle viste. Mariarita lo identificher soltanto in base a due elementi: i capelli folti, color castano dorato, tagliati a casco, e gli occhiali dalla montatura di metallo chiaro. Adonis si chin su Stella e le disse, con autoironica aria da cospirazione, che Jonathan si era messo al lavoro e l'Operazione Melissa era partita. Jonathan, spieg Stella a Mariarita, era quel suo amico programmatore di software che avrebbe infettato il computer di Caronte. Va bene, ma cos' l'Operazione Melissa? Melissa un virus veramente cattivello. Non distrugge i file del disco fisso, ma li "gonfia" con altri file dal contenuto pornografico. Il malcapitato colpito da Melissa apre i suoi file e, invece di trovarci quello che ci aveva memorizzato, mettiamo le denunce dei redditi dei suoi clienti, tra l'IRPEF, l'IRPEG e l'ILOR trova fiche, cazzi e culi combinati in tutti gli incastri possibili, pompini, slinguate e cos via. Per uno come Caronte dichiar recisamente Stella dev'essere terribile! Dipende dai punti di vista. Per un altro, invece, pu essere meraviglioso disse Adonis, e rise: una risata di petto, da baritono, sonora e contagiosa. Mariarita si un alla risata. Come le venuta l'idea di questo posto? gli chiese. Non l'avesse fatto mai: per una ventina di minuti, Adonis si lanci in una lunga, compulsiva, egocentrica spiegazione, a cui Mariarita sopravvisse a stento.

In breve, durante i primi anni, Adonis ha vissuto in una Casa dello studente, grazie a una borsa di studio. Dopo la laurea in architettura, si mantenuto, rinnovando periodicamente il permesso di soggiorno, facendo i mestieri pi disparati: cameriere, scrittore di tesi di laurea a pagamento, insegnante di lingue, fattorino, baby sitter e dog sitter, rappresentante per conto di una ditta di sanitari (venditore di cessi!). In seguito, ha lavorato per due anni come aiuto cuoco in una tavola calda vegetariana, preparando insalata alla greca per gli yuppies milanesi all'ora della pausa pranzo, e l ha visto la Luce e scoperto la propria vocazione (Avrei avuto un locale mio). Nello stesso periodo, potenza del destino, ha conosciuto Violette, un'immigrata iraniana, e i due si sono messi insieme. Indebitandosi e inguaiandosi, hanno rilevato un ristorante stile western che era fallito, lo hanno buttato all'aria, ristrutturato, reinventato, e cos era nato i Pirati della costa. Trafficando e arrangiandosi, Adonis e Violette hanno lanciato il locale facendo distribuire da amici, per tutta Milano, volantini che rappresentavano un arrembaggio. Ho pensato concluse Adonis, con una specie di giocosa solennit (A Mariarita ricord tanto Anthony Quinn in Zorba il greco) che tutti quelli come noi, al di fuori degli altri posti, dovevano avere un posto. Ma chi sono chiese Mariarita i Pirati della costa? I Pirati della costa, spieg Stella, mentre Adonis approvava e rideva, sono tutti quelli senza un lavoro fisso, un reddito fisso, una coppia fissa, sicurezze fisse, e forse addirittura un'identit fissa. Quelli che i mestieri devono sfuggirli, o inventarseli. Quelli che non riescono a vedere nel loro futuro se non da l a ventiquattr'ore. Quelli senza tetto n legge, che hanno rinunciato anche alle ultime illusioni di normalit a cui ancora si aggrappano gli altri. Pirati contemporanei. Sono extracomunitari (compresi gli italiani trattati da extracomunitari nel loro paese), vagabondi metropolitani, suonatori

di strada, falsi mendicanti che si piazzano in ginocchio per strada con cartelli tipo HO FAME, o che vendono cerotti, o che distribuiscono volantini nelle cassette postali. E ancora aspiranti modelle, cubiste che ballano in locali notturni, ballerine di danza del ventre, aspiranti cantanti, show girl, cabarettisti, mimi, illusionisti e attori che si esibiscono alle manifestazioni organizzate dal Comune o dalla Regione, partecipanti a talk show o quiz televisivi. E ancora sceneggiatori e scrittori, vincitori di concorsi letterari per inediti, satanisti, fondatori di nuove sette di cui spesso sono i soli componenti, maghi e sensitivi e cartomanti, indovini e venditori di numeri del lotto, pranoterapisti; insegnanti di danza jazz, commediografi, contemplativi di ogni religione, lettori delle mani, lettori dei piedi, terapeuti che curano con i suoni e i colori. E gente che commercia in sesso, ogni tipo di sesso: puttane creative di ogni tipo e per ogni tipo di passione, pornografi, agenti matrimoniali, ruffiani per scambisti di coppie, telefoniste erotiche, spogliarelliste, pornostar. E ancora, gente che procura l'angelo custode, che procura carte telefoniche per collezionisti, gourmet e anoressici, transessuali in ogni fase di metamorfosi, drag queen in carriera, astrologi specializzati in oroscopi di cani e gatti, insegnanti di ideogrammi giapponesi, conduttori di corsi di psicomotricit e psicodramma, di voga, di training autogeno, ex matti liberati e matti da rinchiudere. E c'erano anche, naturalmente, un po' di banditi, ma non (Adonis ci tiene a precisarlo) tossici, spaccia, mercanti di schiavi, gente senza valori, solo ladri e truffatori creativi, alla Robin Hood, che rubano ai ricchi per darsi in quanto poveri, ladri di auto, di moto, di appartamenti, svaligiatori di ville, riciclatori di carte di credito rubate, falsificatori di documenti, simpatici figli di puttana, tipi capaci di vendere il Colosseo agli americani. E falliti che non si arrendono, e non mollano mai. Tutti quelli che battono bandiera nera. Quelli che non potranno mai apparire in uno spot. In altre parole, l'lite dei marginali.

di loro che ti servi per le tue indagini, eh? Affermativo. Sai, si muovono molto velocemente. Certo, chi vive ai margini viaggia con pochi bagagli, e pu raccogliere informazioni battendo piste insolite, introdursi negli ambienti pi disparati, o penetrarvi con l'inganno. Mariarita sorrise: le piaceva quel miscuglio di banditismo minimalista e legge dell'onore da vecchia malavita milanese, quella corte dei miracoli di pirateria d'acqua dolce su cui Stella regnava come una regina pirata, una brigantessa da leggenda metropolitana. Un tassello in pi per la costruzione del mito. Poi, subito dopo, fu attraversata da un sospetto. Era rimasta gi troppe volte scottata, aveva fatto una specie di triste abitudine a essere strumentalizzata. Mi hai portata qui perch vuoi che diventi uno dei tuoi Pirati della costa? Che stai dicendo? S, certo. Devi conoscenze negli zioni altrimenti di diventare mia aver pensato: questa lavora per Malenotti, ha ambienti politici, pu aver accesso a informairraggiungibili. per questo che stai cercando amica?

Non dire stronzate! Andiamo, Stella! Nessuno fa niente per niente. Stella incroci le braccia nel gesto che nei test psicologici comportamentali significa mettersi sulle difensive, e che in quel caso voleva piuttosto testimoniare una presa di distanza da un'accusa. Tutto quello che faccio disse seria lo faccio per divertirmi. Se ti ho portata qui, perch questo un posto divertente, e perch abbiamo un appuntamento. Un appuntamento? Senza aggiungere parola, volendo far capire che si sentiva offesa, Stella indic con la mano dietro le spalle di Mariarita. Quest'ultima non fece in tempo a voltarsi, che un ragazzo vestito con jeans rattoppati e una maglia di lana a righe, e con una

grande cartellina da disegno sotto l'ascella, si stava gi sedendo al loro tavolo, salutando e guardando Mariarita come se fossero stati all'asilo insieme e da allora non si fossero pi lasciati. Ciao! Lui Dimitri disse Stella. Dimitri poteva avere forse venticinque anni, ma ne dimostrava non pi di diciotto. Era magrissimo, alto, con un viso scavato fino a mostrare l'ossatura che sosteneva i suoi tratti irregolari, un'espressione infantile e occhi chiari molto vivi e intelligenti. I capelli, decolorati, erano fissati con il gel in una serie di spuntoni da istrice. Se la faccia, giovane e appena appoggiata sul teschio, suggeriva un'idea di fragilit, la testa somigliava invece a un'arma da torneo cavalleresco. Aveva l'aria di uno di quegli intellettuali non belli che si fanno sopportare in compagnia a furia di citazioni pseudocolte e battute. In effetti, Dimitri pareva uno che sa cogliere l'aspetto ridicolo pressoch in ogni cosa. E, a ben guardarlo, fra tutti i Pirati della costa, lui, forse, avrebbe potuto comparire in uno spot: di un telefonino dell'ultima generazione, offerto a prezzi di concorrenza da una nuova e agguerrita azienda di telefonia mobile. Dimitri, spiega a Mariarita cosa fai per vivere. Ricerche araldiche disse Dimitri. Vuoi dire chiese Mariarita che ti pagano per scoprire se sono nobili? Non sempre... ci sono persone semplicemente curiose di risalire oltre la terza generazione della loro famiglia. Mi incaricano di trovare le loro radici indietro nel tempo, chi erano i loro avi, da dove venivano, cosa facevano, cose cos. Compilo alberi genealogici eccetera. Ma ci sono anche quelli che si gratificano all'idea di essere conti, o marchesi, o anche soltanto baroni... per poter poi dire che non ci tengono. Io fornisco loro le prove, l'attestato di nobilt e il blasone. Naturalmente, se scopri che hanno origini nobili. No. Se scopro che vogliono averle. Mariarita fece un risolino acuto, per significare che afferrava

il senso della frase. Guarda. Questo il blasone che sto preparando per un cliente. Dimitri apr la cartellina, mostr a Mariarita un disegno a china che rappresentava uno strano animale rampante, qualcosa fra un grosso felino e un lupo, ma con zampe pi grosse del normale, e un tronco quasi umano. Notando lo sfondo di luna piena, Mariarita cominci a capire: un licantropo da film horror. Allora, rise come non faceva da almeno sei mesi, e gli altri si unirono alla risata. Non possibile disse Stella, con il suo tipico riso stridulo che quello ci creda davvero! Ci ha creduto, ne entusiasta. Ma continu Stella non controllano se vero. Non controllano. Non controllano mai. Comunque, se ho un cliente che vuole la verit, gli do la verit. Per me, lo stesso. Ecco: in un romanzo del secolo scorso, gli avrebbero detto: "Dimitri, voi siete un filosofo". Ne faresti uno per me? chiese Mariarita. Ti pagherei il lavoro. Vuoi dire una ricerca seria? No, intendo un blasone inventato, come quello del lupo mannaro. So gi che animale voglio: una gallina. Con un sorriso affilato come una lama, Dimitri prese un foglio bianco e una matita, disegn il contorno di uno scudo; poi attacc con la testa della gallina. Lui stava dicendo intanto Stella quello che ci vuole per scovare eventuali discendenti di Gherardo Orsi. O di Stefan Blank. Ha gi lavorato per la tua agenzia? Negativo. Veramente, questa la prima volta che gli commissiono un incarico. Non gli hai fatto fare ricerche su te stessa? Non ci tengo particolarmente a verificare se discendo da Sherlock Holmes. Ti capisco. Anch'io non ho particolari curiosit in proposi-

to. La gallina va pi che bene. Dimitri, intanto, aveva terminato di disegnare lo schizzo. Ora lo ripasso a china, lo coloro e poi te lo faccio avere per mezzo di Stella. Non mi devi niente. un omaggio della ditta. Sullo scudo, sormontato da una corona nobiliare, campeggiava una gallina nera con due uova luccicanti, nell'atto di cacarne un terzo. Un motto araldico recitava: "La gallina nera fa le uova d'oro". meraviglioso sospir Mariarita, sinceramente ammirata. Poi, mentre Stella stava impartendo a Dimitri le ultime istruzioni e gli forniva tutta la documentazione in fotocopia (il racconto Sublime anima di donna e gli appunti stesi da Mariarita dopo la lettura delle carte in possesso di Caronte), furono raggiunti da Violette, la compagna di Adonis, che portava un vassoio con tre aperitivi della casa. I bicchieri a forma di campana contenevano un liquido rosso sangue e una piccola bandiera pirata sul cui stecchino erano infilzati uno spicchio d'arancia e un pezzetto di ananas; accompagnavano l'aperitivo piattini con feta (formaggio greco tagliato a dadetti) e risotto molto aromatizzato. Violette una bruna esotica, con una lunga chioma scura e occhi da gazzella, neri e umidi, vagamente a mandorla; indossa uno di quei caffettani che i nordafricani vendono per strada. A ben guardarla, sembra accessoriata dalla testa ai piedi con articoli venduti dai nordafricani per strada: sandali, collana, bracciali, persino gli occhiali da sole, che porta rialzati sul capo, a mo' di fermacapelli. La nuova arrivata sedette con loro, e spieg che il risotto era un piatto del suo paese, e si cuoceva al vapore con pollo, manzo e spezie. Dalla cucina, senza soluzione di continuit, come se tutto facesse parte di un medesimo discorso logico, pass a raccontare la storia della sua vita. Violette viene da una famiglia moderatamente progressista: la madre insegnante; il padre, dentista, da giovane stato a

Parigi, dove ha incontrato una francese che se lo portato a letto e gli ha fatto cose che nessuna donna iraniana (e forse terrestre) gli avrebbe mai fatto: da qui, l'incongrua mania di chiamare le sue figlie con nomi francesi. La famiglia piuttosto matriarcale (chiss perch, tutti sembrano crescere in famiglie piuttosto matriarcali), governata da una nonna molto saggia e mezza matta. Malgrado questo, Violette non riusciva a vedere il suo futuro in Iran, non si sentiva possibile nel suo paese e il suo paese non era possibile per lei; e cos, quando si presentata l'opportunit di concorrere per una borsa di studio in Italia, non se l' lasciata sfuggire. Tutto il senso della vita di Violette racchiuso in questa frase: Non mi sono permessa di guardare un uomo finch non sono arrivata in Italia. Altro momento epico della Violette-story: all'arrivo a Roma, completamente sola in un mondo sconosciuto, con un borsone che contiene tutti i suoi averi, con pochi soldi in tasca, ha camminato tutta la notte per la citt, crepando di paura e nello stesso tempo ridendo per quella folle ilarit che prende a volte i condannati a morte o a una nuova vita. Il resto non molto epico: la laurea in Scienze politiche, il trasferimento a Milano in cerca di lavoro, il rapporto di coppia: lunghi anni di una routine italiana logorante e deludente anche per gli italiani, ad assorbire clich italiani, spezzoni di mentalit italiana, vizietti e vezzi italiani. Mentre l'ascoltava, sorseggiando il suo beverone dal sapore violentemente alcolico, Mariarita si domand se distribuiva a tutti le sue confidenze con lo stesso spudorato candore: s, i discorsi di Violette parevano preparati in anticipo, ripetuti molte volte per provarne l'effetto e sempre perfezionati, come il monologo di un attore. Stella, che doveva averlo gi ascoltato, annuiva distrattamente, sospirando. Intanto, Violette continuava a trasmettere il suo fiotto di informazioni. In Iran ha ancora i genitori, la nonna, quattro zie, uno zio e una sorella di nome Arlette. Per risparmiare sui costi delle interurbane, ha stabilito con loro un sistema di comuni-

cazione sul principio dell'alfabeto morse, basato sugli squilli del telefono: due squilli significano che tutto va bene, tre che c' qualche problema, e cos via fino a complicatissimi messaggi in codice che significano parole e frasi. Attualmente Adonis la stressa, fa pressioni per allargare la famiglia, mentre lei non preparata. Secondo Adonis, dove ci sono bambini la provvidenza d una mano; mentre, secondo Violette, la provvidenza deve dare una mano prima. Inoltre, non pu neppure pensare di mettere al mondo figli, se non ha ancora messo al mondo se stessa. Violette, da grande, non vuole fare la gestora di un locale, ma diventare una grande scrittrice iraniana e un faro di luce e progresso per la sua gente. Da poco, disse con orgoglio, ha vinto un concorso letterario indetto dalla Provincia per giovani autori extracomunitari. A sua volta, Mariarita raccont a Violette un po' di cose sue, della sua vita, delle due gatte che richiamavano il simbolo dello yin e dello yang; si limit a una sola delle sue famose frasi autoironiche, quella circa il suo lavoro per l'uomo politico: Bisogna pur guadagnarsi da vivere, in un modo o nell'altro. Nel caso mio, il modo sempre l'altro. Violette ne rise molto, le prese una mano e disse, come se volesse suggellare un patto: Bene... Allora, sei anche tu un Pirata della costa. Mariarita si sent come se avesse appena superato un rito d'iniziazione, una prova estremamente difficile e disseminata di trappole, in seguito alla quale fosse stata ammessa in una confraternita molto esoterica ed esclusiva. stato molto istruttivo disse, alzandosi. Ma adesso devo lasciare la Tortuga e salpare. Stella e Mariarita si diressero verso l'uscita. In quel momento, entr Sonia. Mariarita!? Che ci fai qui, tu? Sono una sorella della filibusta ad honorem. Tu, piuttosto! Mi hanno detto che c' un mago bravissimo, che legge nel futuro attraverso i tarocchi, e....

Sonia, ti presento.... ... siccome forse lui adesso esce con un'altra, lo so perch Pupo, quello che sta con Luci (Mariarita non sapeva chi fossero n Pupo n Luci) lo ha visto con una.... ... Stella. ... e allora, siccome non mi fido pi tanto di Egizia e delle altre due, che mi avevano garantito che non aveva donne... Ho pensato di sentirne un altro, e vedere se vero.... Immagino disse Stella che il mago che cerchi sia lui e indic il tipo senza naso, che era rimasto solo in compagnia del ragazzino biondo. Mariarita disse Sonia se la tua amica lo conosce, non potrebbe presentarmi e chiedergli che mi faccia un prezzo speciale? Mariarita aveva sempre invidiato a Sonia due cose: primo, l'abilit nel chiedere sconti, favori, privilegi e, secondo, la pura e semplice abilit nel chiedere. Avvicinandosi con Stella e Sonia al tavolo del mago senza naso, Mariarita ebbe modo di osservarlo meglio: rimestava assorto le sue carte, senza particolari trucchi o show pirotecnici, stancamente, quasi infelicemente. Aveva veramente il colorito giallo ceroso dei cadaveri, che risaltava ancora di pi a causa dei capelli nerissimi come la pece, lunghi e lucidi. E al posto del naso c'erano due fosse ovali e oscure che catturavano lo sguardo o lo costringevano a deviare con imbarazzo. Indossava una camicia bianca spiegazzata dalle maniche arrotolate, e un gil di pelle consunto. Aveva uno zingaresco anello d'oro all'orecchio sinistro, e mani che non parevano da prestigiatore: molli, grassocce, scure, con peli neri e irti persino sulle falangi. Il suo compagno, molto abbronzato, il broncio autistico che a volte gli adolescenti oppongono al mondo, lineamenti in sospensione tra il grossolano e il delicato, braccia lunghe, mani enormi e boccoli da cherubino color biondo cupo e parecchio sudici, indossava un maglione di lana a righe bucato e sfilacciato, e aveva l'aria di uno che si trova dov' per puro caso, e non c'entra

niente con quelli che gli stanno intorno. In quel momento, infatti, i due uomini non si guardavano e non si parlavano, come se non si conoscessero. Stella salut il mago con una pacca sulla spalla e chiese per Sonia il prezzo speciale. Lui sembr rianimarsi: pi ancora, accendersi di colpo, come un congegno meccanico bisognoso di un avvio. Non solo accord il prezzo speciale (cinquantamila per una lettura dei tarocchi, di solito prendeva il doppio), ma disse anche che Sonia era speciale: aveva una grande bellezza interiore, emanava un fluido positivo, sano, qualcosa di molto vicino alle forze vitali della natura. Poi, mescolando con pi energia le carte, narr una piccola autobiografia ufficiale, come gi aveva fatto Violette (doveva essere un'usanza dei Pirati della costa). Il mago si chiama Manuel, figlio di genitori di umile condizione, ma ricchi di esperienza e umanit, che gli hanno insegnato tutto quello che conta davvero, e non si impara in nessuna scuola, in nessuna universit del cazzo (non che lui ce l'abbia con chi ha studiato, anzi, rispetta le persone veramente colte e preparate). Ha deciso di darsi all'illusionismo non solo per la sua grande abilit nella prestidigitazione, ma soprattutto dopo essersi accorto di essere avvantaggiato rispetto ai colleghi dal suo problema del naso: non avrebbe avuto bisogno di distrarre gli occhi del pubblico dalle sue mani con i soliti espedienti, sarebbe bastata la sua faccia. D'estate, fa il giro della provincia esibendosi come prestigiatore; d'inverno, mette le sue capacit di veggente e sensitivo al servizio degli altri e legge il futuro. Il ragazzo con lui non giovane come sembra, ha quasi sedici anni, ed il suo amante. Mentre quest'ultimo fissava le tre donne con una lucetta sorniona e sfottente nello sguardo, Manuel distribu i tarocchi sulla tavola dal legno tagliuzzato e umido, scostando le bottiglie e i bicchieri mezzi pieni di birra. Dispose una carta al centro e le altre intorno, a croce: la papessa, il diavolo, gli amanti, la luna, il mondo. Disse a Sonia che era una persona generosa,

con un'enorme carica umana e tanto amore da dare, che aveva sofferto molto nella vita, che qualcuno l'aveva tradita; il suo "potenziale" era enorme, ma lei si voleva male, era nemica di se stessa, e spesso si faceva autogol a causa delle sue insicurezze. Avrebbe riavuto il suo uomo: non subito, naturalmente, doveva saper aspettare. Per, nel frattempo, un altro stava apparendo e sorgendo al suo orizzonte. Qui, sull'orizzonte, Manuel non vedeva pi molto chiaramente: l'uomo giusto c', ma potrebbe essere sia il nuovo sia il vecchio rinnovato, che accetti di cambiare per amor suo. Manuel prese la mano di Sonia fra le sue. Devi tenere duro disse con tenerezza, scrutando e accarezzando il palmo di lei, come si fa con un oggetto di valore che si desidera ma appartiene ad altri. Lo so che difficile, ma tu sei forte e un giorno troverai il tuo equilibrio, la tua serenit. Avrai molta fortuna in vecchiaia, perch sei una bella persona, e le belle persone risplendono soprattutto quando il fascino del corpo scompare, ed emerge la luce dell'anima. Anche tu sei una bella persona disse Sonia, guardandolo con amore. Manuel continu ad accarezzare la mano di lei con la propria, il palmo rivolto in su, con un movimento da spatola. I due si sorridevano. Mariarita ammir la perizia professionale di Manuel. Fino a questo punto il mago si era comportato molto bene, prevedendo tutto quanto era pi o meno prevedibile. L'uomo sarebbe tornato e, se non fosse tornato, ce ne sarebbe stato sicuramente un altro. Abile, preciso e carezzevole, non aveva detto una parola di troppo, e neppure era stato troppo vago: proprio bravo. Ma, di colpo, lui ebbe qualcosa come uno scatto emotivo, uno sbilanciamento: forse, l'essersi sentito dare della bella persona gli aveva fatto perdere la misura. Devi stare attenta all'invidia e alle forze negative, soprattutto quelle prodotte da te stessa. E dovrai superare una dura

prova. Fra qualche anno avrai un incidente d'auto in cui non perderai la vita, ma riporterai gravi danni fisici. Ne uscirai fuori, ma ti occorrer molto tempo per la riabilitazione. Ah, no, no, no! Conoscendo Sonia, c'era da temere che avrebbe cercato di procurarselo, l'incidente. Stella lanci un'occhiata a Manuel: che cazzo dici? Il ragazzino fece un sorrisetto di compatimento, come una moglie che deride un passo falso del marito. Manuel si schiar la voce, scroll le spalle e disse: tutto piuttosto confuso. Forse mi sono sbagliato. Vedo un mezzo meccanico, ma... Non sar un'auto, sar un aereo. S, devi stare attenta agli aerei. Cos andava meglio. L'aereo non poteva pilotarlo Sonia. Manuel strinse la mano di Sonia, e poi la scost da s con un gesto deciso, definitivo. Avrai due bambini. Sarai un'ottima madre. Quando se ne andarono, Mariarita e Stella lasciarono Sonia e i due uomini che ormai chiacchieravano animatamente, come solo possono fare gli amici di corta data. Il ragazzino non era pi congelato nel suo blocco di sprezzante estraneit. Malgrado la sua storia con il mago stava corteggiando Sonia. Forse, si era messo in testa di essere lui l'uomo all'orizzonte. La sera stessa, come d'accordo con Stella, Mariarita telefon a Caronte. La chiamata fu tempestiva e, con suo grande sollievo e soddisfazione, Mariarita scopr che non avrebbe potuto scegliere un momento migliore: non tanto presto perch lui non potesse ancora essersi accorto che il suo computer era stato infettato da Melissa, non tanto tardi perch avesse gi provveduto a risolvere il problema. Dapprima, Mariarita finse di voler trattare la consegna della seconda parte delle lettere di Gherardo Orsi. Ci furono un bel po' di convenevoli, tiraemolla, rifiuti ambigui, concessioni altrettanto ambigue, di "mia cara Fortis", allusioni e allettamenti eccetera. Dopodich, fu proprio Caronte a entrare nel vivo della questione. Del resto disse in questo momento non potrei farle leg-

gere proprio nulla. Tutto il testo memorizzato sul mio computer inquinato. Inquinato? Ci sono i colibatteri? L'uomo credette che lei avesse parlato sul serio. Ma no, che sta dicendo? ribatt, spazientito. C' un virus, e non sono riuscito a capire da dove sia arrivato. Forse il suo computer ha avuto un rapporto sessuale a rischio con un altro computer. Stavolta, Caronte cap che era uno scherzo, ma non gli piacque di pi per questo. C' poco da ridere. Se sapesse che genere di guaio .... Era la palla da prendere al balzo. La conversazione, gi divertente, prometteva di diventare una vera libidine. Caronte era il tipo d'uomo che racconta storielle oscene in compagnia di altri uomini, mima l'atto sessuale con il pugno, e ride agli spettacoli goliardici, ma si scandalizza se una donna dice vaffanculo. Erano anni, da quando si era messa a frequentare giovani figli di padri educati dal femminismo, che non le capitava un uomo cos, e aveva tutta l'intenzione di goderselo. Non so il suo, di guaio, ma il mio stato piuttosto imbarazzante... S, imbarazzante, al principio: poi anche istruttivo... Per tutta la mattina, non sono stata in grado di lavorare. Perch, anche lei ha avuto problemi con il suo computer? chiese Caronte, come se apprendesse che lei ne possedeva uno, e prima ne avesse dubitato. Immagini la scena: apro un file che contiene anche materiale fotografico, e al posto dell'immagine di una cattedrale gotica, che mi aspettavo, vedo il primo piano di una tizia che succhia un cazzo. Ci fu un silenzio dall'altra parte della linea, ma un silenzio che risuon fragoroso come un bombardamento. Il suo interlocutore dava l'impressione di non essere pi in ascolto: forse era caduto, precipitato da un'altezza vertiginosa, e quell'esplosione senza suono era l'impatto a terra. Comunque continu Mariarita per fortuna, entro la gior-

nata, sono riuscita a risolvere il problema. Ho chiamato un mio amico, tecnico informatico. Lui mi ha spiegato che il virus si chiama Melissa, arriva attraverso gli allegati alla posta elettronica, e inquina i file con materiale pornografico. Il che, per qualcuno pu essere orribile, e per qualcun altro meraviglioso... Jonathan, questo il nome del mio amico, ha sterminato il virus. Lui l'unico a possedere attualmente un programma antivirus valido contro Melissa. Cio, voglio dire, fra un po' tutti avranno il programma antivirus, ma lui riuscito a procurarselo in anteprima. Lass, a Bellano, ancora silenzio. Caronte non fiatava, non come qualcuno che non parla, ma come un assente. Per un istante, Mariarita temette di averlo ucciso. Poi, ci fu qualcosa come un debole sospiro, un rumore di fogli smossi (perch maneggiava fogli?), e infine la voce, lontana, strangolata da una strana raucedine. Mi successa la stessa cosa. Davvero? Allora, abbiamo la medesima infezione... Non noi personalmente, i nostri computer... anche se si pu dire che ormai i nostri computer fanno parte di noi, del nostro corpo.... Mariarita ridacchi. Sper che, malgrado lo choc, Caronte avesse ben memorizzato che il suo amico Jonathan era l'unico a possedere un programma antivirus valido contro Melissa. Come le dicevo, stato un po' imbarazzante, e un po' istruttivo... Ho visto di tutto: inculate, leccate di fica, scopate con cani, con cavalli, con serpenti... roba che non sapevo neppure si potesse fare... E poi, ogni volta che scorrevo un testo, mi arrivavano annunci erotici di tipi che chiedevano le cose pi incredibili.... Mariarita gongolava. Immagin se stessa nell'atto di fregarsi le mani: lo avrebbe fatto, se non ne avesse avuta una impegnata a solleticare la gatta nera. Per esempio, c'era un tipo che diceva di essere un operaio e di voler venire a casa mia con un paio di tenaglie. Non ho capito se era davvero un operaio che voleva sfogare lo stress del lavoro in fabbrica, o se l'operaio era un ruolo erotico. Era chiaro solo cosa voleva fare con le

tenaglie.... Eh...! protest Caronte. Mariarita poteva percepire, attraverso la linea telefonica, i sentimenti di lui: indignazione, collera repressa, spiazzamento completo, imbarazzo, paranoia,disgusto, forse eccitazione. Era troppo bello. Decise, comunque, di accantonare le tenaglie per qualcosa di ancora pi maligno. Anche lei ha imparato qualcosa di nuovo? Cosa ha visto sullo schermo del computer? Caronte gemette, produsse di nuovo quel rumore di fogli smossi (perch? temiamo fortemente che questa domanda rester senza risposta) toss, e disse: Niente di speciale. strano. Le specialit c'erano proprio tutte! Niente che non conoscessi gi. Non era interessante... Quelle cose, io preferisco farle, piuttosto che vederle. Non so se mi spiego. Mariarita lo immagin mentre faceva quelle cose: in segreto, al buio, con una puttana, o con qualche moglie adultera di Bellano, e come se non fosse neppure lui a farle. Come in un sogno, un trip. Comunque, una bella seccatura disse. Non possibile lavorare con l'immagine di un cazzo finto davanti agli occhi. Distrae leggermente. Come ha detto che si chiama quel suo amico con l'antivirus? Jonathan. Jonathan Vannucci. Per gentilezza, mi darebbe il suo numero di telefono? Mariarita finse di cercare in agenda. In realt, aveva un biglietto da visita fornitole da Stella. S... aspetti, lo sto cercando... Ah, eccolo qui. Lui di Milano, ma lavora anche in trasferta. Gli dica pure che la mando io. In poco tempo, vedr, le ripulir il computer. Mariarita scand il numero. Grazie disse Caronte, con un curioso tono sottomesso. Non c' di che.

Prima di congedarsi, Mariarita non pot trattenersi dal porre un'ultima domanda, di un'acuminata perfidia: sicuro che poi non lo rimpianger, il virus Melissa?. Pu darsi si lasci strappare Caronte, ormai vinto, prima di riattaccare. Mariarita si allung sulla sedia, ridendo di piacere. Era pi di quanto avesse osato sperare, bello, bello, bello! Valeva la pena di vivere, per momenti cos.

Il dono divino dell'insicurezza N

el weekend successivo Mariarita condusse Stella a conoscere i suoi genitori. Questa di portare fidanzati e amiche del cuore a casa dei suoi, somiglia un po' al gesto del gatto che mostra ai padroni le sue prede tenendole in bocca e le depone ai loro piedi, ed una mania di cui preferirebbe, se potesse, liberarsi: le puzza di dipendenza, di ricerca di approvazione da parte dei grandi, di cordone ombelicale mai tagliato. Ma tant', c' ricascata anche questa volta, forse anche perch era sinceramente curiosa di verificare se Stella sarebbe piaciuta a suo padre e a sua madre: l'investigatrice, in effetti, rappresentava un'incognita. Sarebbe stata una bella sfida all'OK Corral schierare Stella del Fante contro i parenti terribili. Roberto Fortis, il Father, come lo chiama la figlia, dirigente di banca in pensione, (ed sempre stato, a memoria di Mariarita), sempre uguale a se stesso: un uomo vecchio stampo, costruito, cio, con uno stampo vecchio, non nuovo e non antico ma soltanto vecchio, e perci inclassificabile, indecifrabile, che sfuma nell'enigmatico. Dopo aver per anni e anni sondato le pieghe pi riposte dell'enigma paterno, Mariarita giunta alla conclusione che tale enigma vuoto. Se mai il Father le apparso misterioso, appena lievemente mitico, stato sicuramente per quella zona del suo carattere ignota persino a lui. Da ragazzo avrebbe voluto fare il cantante, poi finito in una banca. Di carattere fondamentalmente dolce, sentimentale, pateti-

camente borioso, un po' incline alla depressione, si commuove per storie di vecchietti rinnegati dai figli dopo aver lavorato tutta una vita per farli studiare, o cani persi che ritrovano la strada di casa. Non smette mai di stupire Mariarita, in quanto pare il prodotto di due personalit diverse miscelate fra loro: alterna momenti di un'erudizione abbagliante, ma limitata ad alcune materie specifiche, come le battaglie della Seconda guerra mondiale, gli strumenti per la riproduzione meccanica (dai vecchi registratori Geloso passato alle cineprese, poi alle telecamere), le navi da guerra, i film di Tot, i pittori impressionisti francesi (specialmente Renoir), le canzoni melodiche italiane, la fauna ittica d'acqua dolce, a zone della pi densa e untuosa ignoranza, per quanto riguarda tutto il resto. Stranamente, non ama il calcio (che chiama il moderno oppio dei popoli), e la domenica va a pescare, con altri dirigenti di banca in pensione: di frodo, in un laghetto attrezzato come spazio per campeggi. Prende trote e cavedani che nessuno cucina, e che la moglie getta nella pattumiera con disgusto non appena cominciano a puzzare. Quanto alla Mother, be', la Mother tutta un'altra faccenda. L'Affaire Gabrielle, la chiamerebbero in un film francese, ed stato un affare che ha eclissato tutta l'infanzia e l'adolescenza di Mariarita. Rotonda ma vigorosa, di quel pallore scialbo che hanno le persone che amano l'umanit e vogliono impegnarsi nel sociale, ma carica di sanguigna energia, del segno zodiacale dell'Acquario (era lei a tenerci e a dichiararlo, insieme alle altre generalit), Gabriella Piccione, a quarant'anni, dopo una vita di moglie e mamma, si accorta di essere sempre stata oppressa e repressa in quanto donna, ha scoperto il movimento femminista, e ne diventata un'attivista passionaria, assertiva e inesorabile. Mariarita non potr mai dimenticare i suoi capelli ricci nerogrigi lunghissimi e spettinati, le sue gonne fricchettone, le sue collane di perline, le sue mani cos avare con chi le stava vicino, cos espressive quando si trattava di difendere i diritti

di collettivit lontane, con quelle dita nodose, secche e dure che sembrano esprimere forza di convinzione, e gli occhi ispirati, pieni di una luce di riforma del mondo intero, che a Mariarita hanno sempre ricordato quelli di un attore che faceva Rasputin in una vecchia pellicola in bianco e nero. Mentre il marito, tetro e ipocondriaco, passava i pomeriggi al buio ad ascoltare Malafemmena, Gabriella usciva, partecipava ai cortei, ai convegni, alle occasioni culturali, faceva volantinaggio, volontariato al consultorio per le donne picchiate, violentate, messe incinte, sequestrate eccetera. Trascinata da una riunione a un comizio, da un incontro a una proiezione di film di donne turche (i film non avevano mai un autore, erano "di una donna turca, di una donna cecoslovacca", o semplicemente "di una donna"), in salotti gelidi e intossicati di fumo, Mariarita si sentiva un po' come quegli sventurati bambini costretti a seguire di porta in porta i parenti testimoni di Geova. A dieci anni, ha disegnato una scena di vita domestica: una donnina esile e smilza, curva, umiliata, sgobbava in cucina per servire un ometto seduto, con la pancia. La didascalia diceva: "I maschilisti fanno schiave le donne". Sono esperienze che segnano, come dice Mariarita parlando del suo passato. Anche ora che adulta, pur con tutte le sue qualit dialettiche, non sa infatti spiegare come una madre che stava "dalla parte giusta" ha potuto traumatizzarla. Non ci crede nessuno, questo a farle rabbia: e infatti, tutte le sue amiche dei tempi dell'universit sbalordivano: Problemi? Litigi? Incomprensioni? Non possibile! Con una mamma cos!. E lei di, a tentare di spiegare che "una mamma cos" pu dominare, guastare, bruciare, tagliare gangli vitali quanto e anche pi di una mamma non-cos. Una Mother padrona. Una cosa Mariarita non ha mai perdonato a sua madre: aver rinunciato a realizzarsi per colpa sua, di Mariarita. E di pi: dopo essere stata castrata nelle sue aspirazioni dalla maternit, Gabriella, invece di restare zitta, glielo ha dichiarato, sbandierato, fatto pesare, rinfacciato in tutti i modi, in privato e anche alla presenza

di estranei. Mariarita avrebbe tanto preferito che sua madre realizzasse le sue maledette aspirazioni (quali che fossero, non s' mai saputo), invece di castrarsi, e poi castrare lei con i sensi di colpa, i ricatti sentimentali, il dispotismo democratico. Un giorno gliel'ha anche fatto, il discorsetto sopra. Gabriella scoppiata in lacrime, e l'ha accusata di ingratitudine. Mariarita ha cominciato a piangere a sua volta, lamentandosi di non essere mai stata desiderata e amata. Gabriella ha mugolato: Ma come non amata, se ho rinunciato alla mia vita per te!. E Mariarita: Appunto, non dovevi rinunciare, dovevi abortirmi e viverla, la tua cazzo di vita!. Gabriella: L'aborto non c'era, volevi che ti abbandonassi?. Mariarita: S, davanti alla porta di un convento, in una notte di tempesta, per andare a fare l'avventuriera in giro per il mondo, farti fucilare come Mata Hari, cos adesso, almeno, avrei una bella immagine di te!. Gabriella ha gridato: Sei un mostro!. E a Mariarita non rimasto che dirle: Sei normale!.

Crescendo, Mariarita si ribellata non alle idee materne, ma a quella specie di casalingato femminista da sede di collettivo (quante volte ha visto sua madre svuotare e pulire i portacenere dopo le riunioni di autocoscienza!), al lavoro a maglia e al telaio e agli infusi alle erbe come rimedi naturali alternativi alla medicina ufficiale, alle sue letture di testi prelevati nelle librerie delle donne (non leggeva altro), all'odio per il genere maschile (non Io sopportava neanche nella lingua italiana) sposato a un immaginario erotico-sentimentale da romanzo rosa. Per reazione, la sua immaginazione, i suoi desideri, la sua affettivit si sono rivolti a quell'altra met del cielo che nella sua adolescenza ha visto combattuta e vinta, a quell'esercito di sconfitti che si trascinava dietro morti e feriti, che si ripiegava sulle proprie nevrosi essenziali: gli uomini. Leggendo un libro o guardando un film, Mariarita si sempre immedesimata nei personaggi maschili, anche nei pi impervi e lontani dal suo

mondo: anche nelle guide alpine, nei cacciatori di taglie, nei giocatori di baseball, nei gruppi di sette o dodici criminali reclutati per missioni belliche da cui torneranno vivi in due. Gli uomini sono eroi, artisti, navigatori e santi: le donne sono Gabrielle. fin troppo facile mitizzare gli uomini ( facile mitizzare chi non c'), il problema mitizzare le Gabrielle, con tutti i disgusti di una snervante quotidianit, l'odore del promiscuo, e i tic insopportabili, quelli per cui si pu arrivare al delitto (Mariarita si vede talvolta sul banco degli imputati, a dichiarare: "L'ho uccisa perch pretendeva, per giustizia femminista, che dovessi chiamarmi Mariarita Piccione. E io non voglio chiamarmi Piccione!"). Le rimasto, tuttavia, come retaggio della sua educazione, un vuoto, il bisogno di un modello femminile positivo, diverso da Gabriella. Una donna che non dice di volersi realizzare, ma si realizza senza dirlo. Una donna capitano. La casa dei coniugi Fortis la stessa, l'appartamento di Trezzano sul Naviglio in cui sono sempre vissuti e in cui cresciuta lei, Mariarita: in gergo immobiliare, un trilocale con servizi, due balconi, solaio e cantina, arredato con gli stessi mobili che acquistavano le coppie sposate che volevano essere moderne all'inizio degli anni sessanta: in legno di tek, anonimi, da studio di un medico della mutua di periferia. Gli oggetti di propriet dei due abitanti, i registratori e le canne da pesca di Roberto, i vasetti di erbe e i libri di Gabriella, sembrano fuori luogo, cresciuti come una strana forma di muffa parassita. Mariarita, la casa, l'ha sempre vista, e tuttora la ricorda, cos: come un curioso mix di ordine e disordine. I pavimenti sono lucidati a cera e l'aria odora di deodorante spray al limone, ma i tappeti sghembi formano pieghe in cui facile inciampare e non mancano mai il fascio di riviste sulla poltrona, lo stendibiancheria con i panni ad asciugare in camera da letto, il cerchio scuro di caff lasciato da una tazzina sporca sul tavolo di cucina. Le sempre parso di vivere in una modesta pensione di montagna: pulita, un po' squallida, a gestione familiare.

Per la visita, Mariarita aveva indossato un paio di jeans neri che sarebbero stati da lavare e una felpa scolorita con la scritta DO IT AGAIN (chiss perch, quando andava dai genitori, si vestiva sempre al suo peggio). Stella, invece, era splendida. Truccata, profumata, con i capelli messi in piega, un abito di lana nera, un mazzo di fiori in una mano e una scatola di cioccolatini (dell'uomo sposato di Pa') nell'altra, luminosa e sicura di s, sembrava emanare un'aura che la sottolineava e ingrandiva: una parola in grassetto nel testo. Ci furono le presentazioni con relative strette di mano, e i primi faticosi convenevoli; la detective, per, non sembrava imbarazzata. Mariarita ci ha parlato tanto di lei disse Gabriella (falso, si era limitata a telefonare per avvertire che portava un'amica). Anche a me ha parlato tanto di voi disse Stella (falsissimo, solo poche ore prima le aveva detto di non essere orfana). Mariarita disse che Stella aveva un'agenzia investigativa sua, e Roberto comment che doveva trattarsi di un lavoro interessante. Mentre la moglie andava in cucina a preparare gli stuzzichini per gli aperitivi, il Father trascin Stella ad ammirare la sua ultima telecamera, e finse per scherzo di volerla filmare. Chiss perch suo padre aveva questa mania di riprendere tutto, si domand Mariarita. Da anni registrava e fotografava: non eventi eccezionali, ma roba come matrimoni, feste di laurea, gitarelle di un giorno con sosta per il pranzo in trattoria e, naturalmente, partite di pesca. Interrogato, rispondeva sempre, vago: Mah... pensavo che sarebbe stato bello rivederlo fra vent'anni. Ora che effettivamente erano passati i vent'anni e anche i trenta, le fotografie, le pellicole superotto, i nastri di Roberto saltavano fuori nei momenti pi impensati e impensabili, pezzi di un passato un po' insulso, indubbiamente ingenuo, a volte irritante, ma sempre commovente. Proprio l, in quel momento, ne emerse uno: un miracolo di tenerezza e vergogna. Oh, il vecchio registratore Geloso!

Era proprio lui: color caffelatte pallido, con le bobine, mitico quasi come la FIAT 500. Funziona ancora disse orgogliosamente Roberto, e mise in moto l'apparecchio. Il nastro cominci a girare, un'estremit che sporgeva dalla bobina in verticale, come un pennacchio. Si udirono rumori che sembravano di stoviglie, mormorii indistinti, una risatina, il tutto su un sottofondo raschiante, antico, e poi un improvviso rimbombo: una voce altissima, squillante, infantile, che gridava: Settimo Michigan, aaavanti! carica! papparappapapparappapapparappapapparappap!. Spegnilo disse Mariarita, arrossendo. Eri tu? chiese Stella. S, ahilei, la voce era proprio quella di Mariarita, registrata in una piovosa domenica pomeriggio. Se n'era completamente dimenticata, come pure dell'esistenza di quel reperto. Intanto, dal vecchio Geloso, veniva una voce maschile, quella di Roberto, che imitava il rumore del galoppo di molti cavalli (cio, di un cavallo, ma si sforzava di farli sembrare molti), e poi un grido di guerra: Aaaveeech!, e ancora la voce di Mariarita: Gli indiani! Ma io non mi arrendo! Bang! Bang! Aaaahhhh! Sono ferito! Sono morto! Casco per terra!. Basta.... gemette Mariarita. Si copr gli occhi con la mano, fingendo pi imbarazzo di quanto in realt ne provava. Ma, in realt, aveva provato una forte emozione, riascoltare quella se stessa di otto anni (o nove?) ormai cambiata, superata, scomparsa, viva e forte come allora su un vecchio nastro, esistente e nello stesso tempo non pi esistente. Mariarita era un maschiaccio disse Roberto, premendo il tasto dello stop. Giocavamo alle battaglie. Questa era Little Big Horn. Stavamo dalla parte dei Sioux e di Toro Seduto disse Mariarita. Eravamo politicamente corretti in anticipo. Allora, tutti tenevano per il generale Custer. Ho anche la battaglia di Alamo, da qualche parte.... Mariarita preg suo padre giungendo muta le mani: "No, per piet, la

battaglia di Alamo no. Basta e avanza Little Big Horn". Torn Gabriella, con gli aperitivi al kiwi e gli stuzzichini: pizzette al formaggio calde. Cosa stavate ascoltando? domand. Le battaglie. Te le ricordi? Eh, come no disse, disgustata. Roberto mostr a Stella la sua collezione di videocassette di film di Tot e di CD di Peppino di Capri, il bottino della sua ultima pesca, due bestioni congelati contorti e nerastri, dall'aspetto decisamente inquietante (Porta via quelle schifezze! grid Gabriella). Intanto, Mariarita cercava di capire se Stella piaceva o no ai suoi genitori. Il Father sfoderava con lei una galanteria bonaria e leziosa che sicuramente da anni non aveva pi avuto occasione di impiegare al meglio. Quanto alle prime impressioni della Mother, difficile a dirsi: Gabriella si era fatta pi agitata e vivace, e parlava a scatti con voce pi aspra del normale, il che poteva significare tanto pollice alzato che pollice verso. Aveva cucinato pasta gratinata con carciofi, involtini di verdure e torta di mele, e ingozzava Stella chiedendole continuamente: ((Ti piace? Non buono? (le dava del tu, come si usava fare vent'anni prima negli ambienti alternativi) e fornendole ricette e consigli su tecniche culinarie. Mariarita ricord che, su quello stesso tavolo della sala da pranzo, intorno alla met degli anni settanta, due volte alla settimana, dalle dieci del mattino a mezzogiorno, la Mother, insieme ad altre due donne del suo collettivo, praticava aborti con il metodo Karman, quando l'aborto era ancora fuorilegge: un atto di militanza politica. A tredici anni, lei studiava le sue lezioni e mangiava le merendine con i gomiti appoggiati a un tavolo su cui, appena poche ore prima, erano stati risucchiati feti di sei settimane. La cosa le ha sempre fatto uno strano effetto: se da un lato ha sempre ammirato Gabriella per il suo operato (rischiava il carcere e, per la Chiesa cattolica, un'eternit di dannazione),

dall'altro... Be', la Mother distruggeva embrioni umani, e immediatamente dopo tritava la carne per le polpette, tagliava le verdure per il soffritto, sbatteva le uova per la crema pasticcera, senza soluzione di continuit, come se tutto fosse parte di un'ordinaria routine domestica. Seduta con Stella e i suoi genitori alla tavola degli aborti, Mariarita prov una sensazione inesprimibile, che sfoci in un risolino nervoso. Cos'hai da ridere? chiese Gabriella, inquisitoria. Niente. Niente? Ges, niente. Niente, mamma: stavo solo pensando che, fra la battaglia di Little Big Horn e gli aborti, c' da meravigliarsi che non sia diventata schizofrenica. E forse lo sarei diventata, se a un certo punto non mi fossi resa conto che anche gli altri hanno alle spalle storie familiari da schizofrenici. Ti piace la torta di mele? chiese Gabriella a Roberto. Hmm. grande. Con la bocca piena, soddisfatto, anzi beato. La cucina di Gabriella uno dei punti fermi di Roberto, una delle colonne che lo tengono in piedi. Anche tu, Father, hai le tue responsabilit; il rancore che provo per te poco meno acerbo di quello che ho per lei, giusto perch sei un uomo (un bambino), e provo un po' di tenerezza per te, mentre le donne, quando diventano mamme, non sono pi bambine. Anche tu mi hai creata come sono, restando solo nel tuo paese dei balocchi e lasciandomi sola, senza mai un contatto di emozioni, una penetrazione di coscienze. In due in campagna e al luna park e al cinema la domenica, ma soli, come dice quella canzone, "soli in due mari lontani" e, aggiungo io, naufragati. Mi sei sempre apparso come un continente sconosciuto e inesplorabile. Il mio continente nero. Sempre con un muro davanti. Perch non mi hai mai parlato di sesso? Perch non mi hai mai raccontato delle tue scopate, ci andavi al casino, s? Se non si parla di sesso con i padri, con chi se no? Mariarita fu distratta dai suoi pensieri dalla voce della Mo-

ther. Ti piace la torta? buona? Buonissima. Hmm borbott Gabriella, come se temesse di essere presa in giro, e dopo un po' ricominci: Come vi siete conosciute, tu e Stella?. Dai Pirati della costa rispose prontamente Stella. Dicevi che sei investigatrice. Su che cosa indaghi, precisamente? Su un po' di tutto. Anche sugli assassini? Specialmente sugli assassini si lasci sfuggire Stella. E, una volta lasciatoselo sfuggire, non si ferm pi, e fu lei a parlare, parlare, parlare: raccont della sua infanzia, di suo padre Roger, dell'uomo nero, dell'agenzia, di Pa', e infine della sua storia con il killer del camion, incoraggiata da Roberto che la interrompeva solo per rilanciare il discorso, con molti: Come hai fatto a (ora anche lui le dava del tu) e Non hai avuto paura di, e Com' andata che. Gabriella intanto rifletteva cupa, spalmando su una fetta biscottata la marmellata fatta in casa con le sue mani, e scrollando la testa. Io non lo farei dichiar poi, categoricamente. Non mi sembra un lavoro per una donna. Perch mai non dovrebbe esserlo? disse Mariarita, punta sul vivo, come se la detective fosse stata lei. Forse disse Stella, che si era limitata a sorridere misteriosamente tua madre pensa che una donna non dovrebbe correre rischi eccetera. Prima di tutto io sono Gabriella, e non "sua madre". E poi, no, non intendevo quello. Volevo dire che una donna non va in giro a dare o prendere botte, non diventa soldato, non porta la pistola. Non fa quello che fanno gli uomini. Mariarita sospir. Riecco le solite dinamiche materne: non era mai riuscita a comprendere per quale perversa alchimia la

Mother, che dichiarava di amare le donne e di lottare per la loro libert, dovesse poi odiarle tanto, specialmente quelle giovani, brave e affermate. O meglio, lo capiva, ma non le piaceva capirlo. Era tutta la sera che Gabriella si comportava come se Stella fosse stata mandata sulla terra per renderla infelice. Io faccio l'investigatore, non il soldato disse Stella seria, aggrottando la fronte. Mariarita rise. Lo so che non fai il soldato riprese, pazientemente, Gabriella. Ma non trovi che una donna, nel suo intimo, non dovrebbe provare certe attrazioni? Non lo so. Sinceramente, non so che cosa una donna dovrebbe o non dovrebbe provare nel suo intimo. Non ne capisco niente. Non ne ho mai capito niente. Neanche l'analista che avevo ne capiva niente, perci sono tranquilla. Credo che nessuno ne capisca niente, e allora, la mia filosofia : tanto vale fare quello che ci piace, senza porsi troppe domande. S, ma... questa curiosit morbosa per gli assassini, questo andarli a cercare... questo gusto per la violenza... Scusa, ma... certe cose, io non so neppure dove sono, come sono, e se ci sono.... Lo sappiamo solo noi uomini disse Roberto: ma con vero sussiego, non come se stesse facendo ironia. Mariarita rise ancora pi forte. Cosa cazzo hai da ridere? scatt Gabriella. Dio, come gliel'avevano invidiata, le sue amiche, una mamma in grado di dire cazzo! Questo avveniva nei mitici anni settanta, quando poche donne lo dicevano, e lei s, e con quel suo stile inimitabile: estroso, civettuolo, accattivante. Ora, purtroppo, l'aveva perso, lo stile, e diceva cazzo solo quando era molto incazzata. Niente... ah... Niente... ah! Io voglio solo dire, porca merda, che le donne sono dolci! Come la torta di mele? disse Stella, e rise anche lei: con quella sua risata da film di Dario Argento. Gabriella non l'aveva

ancora sentita, e dovette sembrarle come una cascata di aghi di giaccio sul suo sistema nervoso surriscaldato. Che fai, mi sfotti? grid. Nno... No! Ma che cazzo c'entra la torta di mele! Di, Gabriella disse Roberto, conciliante. Stella non voleva offenderti.... Lo so io se voleva offendermi o no.... Non volevo offenderti disse Stella. Mi venuta cos... per sdrammatizzare... Le donne sono dolci, come la torta di mele. La torta un dolce, no? Lascia stare disse Mariarita, mettendo la mano sul braccio di Stella. Pur di dimostrare la sua teoria che le donne sono dolci, mia madre disposta a spararti! E croll con la testa sulla tavola dal gran ridere, fra le briciole della torta.

Forse fu per l'ilarit delle donne-dolci, forse perch le dinamiche competitive con la Mother le stimolavano le risorse mentali, ma, quella sera stessa, le venne il dubbio. La ristrutturazione, di Raimondo Blanco. Il caso letterario, il romanzo sui due yuppie pedofili che massacrano tre bambini nei dieci giorni che precedono il loro matrimonio. La copertina del libro era di un candore opaco, e rappresentava un vecchio armadio da casa di campagna in una prospettiva deformata, con un piedino pi in basso rispetto all'altro, e le ante a trapezio. Una delle ante era aperta a mostrare un buco nero, una voragine che si indovinava senza fondo, infinitamente popolata di spettri. Una visione di astratta paura metafisica. Mariarita apr il libro alla pagina della dedica, di due righe, in corsivo: "A Biancamaria, che mi ha teso un filo attraverso il labirinto". Per un istante si domand chi cazzo fosse questa Biancamaria che aveva salvato l'autore dal suo Minotauro personale, poi decise che non gliene fregava niente.

L, accanto alla dedica, qualcuno aveva scritto l'indirizzo e il numero di telefono di Raimondo Blanco: l'agenzia di Roma le forniva sempre questo genere di informazioni, nel caso le fosse stato necessario intervistare le persone sulle quali doveva informare Malenotti. Stefan Blank aveva manifestato l'intenzione di cambiare il proprio nome, di italianizzarlo. Forse, si era metamorfosato in Stefano Blanco, aveva continuato a vivere a Milano: e Raimondo Blanco, nato e cresciuto a Milano, poteva essere un suo discendente. Ma, forse, non era il solo a poterlo essere. Quanti altri Blanco c'erano, a Milano? Mariarita apr il primo volume della guida del telefono della citt, A-L, e... (no, Black Power, discoteca, non le interessava) ecco, i Blanco erano nove. Raimondo non si trovava fra loro: forse il contratto era intestato a un parente, o... a Biancamaria. Se Raimondo discendeva dallo scienziato Blank, forse lo sapeva. E, se lo sapeva, forse poteva valere la pena domandarglielo. Mariarita guard l'orologio: mezzanotte meno dieci. Un'ora indecente per molti, ma decentissima per il tipo di scrittore che immaginava essere Raimondo Blanco: informale fino a crearne una forma. Le rispose una voce bianca, esile e impastata, da ragazzino molto piccolo. Ppronto.... Buo... buonasera, o forse dovrei dire buonanotte... Lei Raimondo Blanco? Ss.... Raimondo parlava come uno che si appena svegliato, ma non poteva essere andato a letto cos presto. Forse, si era appena fatto una canna. No, anche la canna era esclusa: le canne se le fanno i quarantacinquenni, e lui era troppo giovane. Mi chiamo Mariarita Fortis. Gli disse che aveva avuto il suo telefono alla redazione della casa editrice, espose succintamente la verit, tutta la verit,

omettendo solo che lavorava per Malenotti: ci sono persone che, a contatto con la politica, mostrano ribrezzo e un certo spirito alieno, e Raimondo poteva essere una di queste. Disse di essere una scrittrice interessata al percorso letterario italiano dalla Scapigliatura alle ultime tendenze pulp, giovanili e cannibali, alle influenze e correlazioni e suggestioni eccetera. Dal momento che lui, Raimondo Blanco, sembrava mostrare (e dichiarare) nel suo lavoro eredit e debiti verso quelle antiche esperienze letterarie... ... mi chiedevo se non potrei venire un attimo a trovarla a casa sua, per fare due chiacchiere. Nnon vedo pperch no.... No, niente brusco risveglio, e neppure droga leggera. Era proprio fatica, quella: di reagire, di articolare i pensieri, esprimersi, vivere. Quando? Domani? Vva bene.... Alle cinque del pomeriggio? No, alle sei-sei e mezzo... prima devo andare a... cconsegnare una cosa. Alle sei-sei e mezzo, allora.

Ma l'indomani, alle sei-sei e mezzo, Raimondo Blanco non sembrava pi la persona che si difendeva dalle urgenze della vita sprofondandosi in una specie di ovattato dormiveglia. Era ben sveglio, attento, e pronto di riflessi: i larghi occhi castani, da vitello, la scrutavano con benevolenza, sembravano traboccare dal desiderio di recarle aiuto. E, come Mariarita avrebbe scoperto con stupore in seguito, non aveva dimenticato una parola di quello che lei gli aveva detto al telefono la sera prima. La fece sedere, le diede subito del tu, le chiese se era comoda o voleva un altro cuscino, due cuscini, e si offr di prepararle un "teino": lo preferiva alla vaniglia, al gelsomino, o come? Ma-

riarita disse che andava bene come lo prendeva lui. Allora al gelsomino. La casa di Raimondo Blanco, in gergo immobiliare, un appartamento al piano rialzato, con possibilit di ricavarne un soppalco. In realt, il soppalco stato ricavato, dilatando le superfici calpestabili a novanta metri quadrati; e la ristrutturazione segue in tutto e per tutto i dettami della moda, compresi il muretto divisorio della cucina all'americana, il caminetto, e le dozzine di minuscoli faretti incastrati nei soffitti, come occhi sbarrati di pesci morti. L'ambiente non per quello in cui immaginiamo che viva un giovane scrittore pulp. Invece di muri che grondano sangue, pareti imbiancate a calce; invece di arredi da messa nera, pesanti mobili di legno d'abete, soffitto con travi a vista, tavoli di cristallo e pochi oggetti di argento massiccio. E libri, libri non gettati uno qui e uno l, impilati a terra, infilati storti nei buchi liberi degli scaffali, raggruppati in tre o quattro vicino al letto, cinque o sei al cesso e uno in cucina, sporco di sugo incrostato: no, libri in fila come soldati, disposti sapientemente come oggetti d'arredo. E grate alle finestre, casseforti e sistemi d'allarme. Una casa classica, tetra e fredda. Su una mensola, una collezione di teiere di varie dimensioni e forme: di cottage inglese, di orologio, di mucca, di busto di donna con seni. Sul monitor del computer due animali di pelouche, l'uno sopra l'altro, una scimmia sul dorso di un cane. Qualche grande vaso di ceramica e molti ventagli giapponesi. Sono soprattutto i ventagli che non quadrano con chi ha scritto queste righe:

Sent sotto le suole dei mocassini di Gucci qualcosa di molle e viscido, e per poco non perse l'equilibrio. Guard a terra: c'erano intestini azzurrastri e merdosi, cuori senza battito, fegati oscenamente lucidi, polmoni rossi e spugnosi. Gli spazzini non erano ancora passati a portar via i resti di quelli che si erano scannati durante la notte. Uno paga le tasse (veramente lui non le paga, ma un modo di dire), e non pu neppure ottenere di andare al lavoro la mattina e

trovare le strade pulite. Un marmocchio sui nove-dieci anni gli corse incontro, offrendosi di lustrargli le scarpe. Sarebbe stato carino, se non avesse avuto un pezzo di budello appiccicato alla maglietta, un baffo di sangue su una guancia, e tutti quei tatuaggi...

S, pare la casa di un sessantenne, non di un venticinquenne: anzi, di due sessantenni, un uomo e una donna, perch c' anche qualcosa della donna. I genitori di Raimondo (lo dice la sua biografia ufficiale sull'Espresso), sono uno psichiatra alla moda, autore di numerosi libri di successo, e una docente di Storia delle religioni nel mondo classico. Forse sono loro i veri abitanti dell'appartamento: non loro in persona, ma loro dentro il figlio. Forse, lui il compendio dei suoi genitori come Mariarita lo di Roberto e Gabriella. Mariarita osserv Raimondo che preparava il teino dietro il muro che separava l'angolo cottura dal soggiorno, che microondava la teiera piena d'acqua e poi vi immergeva, con cautela, la bustina filtro. Era diverso dalla foto sull'Espresso: pi grasso, con i capelli pi lunghi, e senza tatuaggio (doveva essere lavabile). Ora era vestito di nero, con un paio di jeans e una maglietta sulla quale due formichine bianche si guardano, le antenne vibranti, forse in un estremo anelito a comunicare. Portava pesanti anfibi neri con una fila di sei-sette fibbie per parte. Solo lo sguardo era lo stesso del ritratto: cauto, sfuggente, timoroso di essere ferito. Mariarita conosceva bene quelle facce: di privilegiati che per un istante contemplano quella che sarebbe la loro vita se non fossero privilegiati. Raimondo serv il teino, con quelle premure e disponibilit tipiche dei giovani (e meno giovani) intellettuali di sinistra, che potremmo erroneamente scambiare per affetto. Stai bene? le chiedeva, e Quanto zucchero vuoi? e Aspetta, ti prendo il limone. Sedendo di fronte a Mariarita, sbatt i piedi sul tavolo di cristallo, con quei suoi stivaloni borchiati fra le tazze decora-

te a tinte pastello. Cos, mi dicevi, stai scrivendo un libro sui magnifici scapigliati? Ci sto provando. Che meraviglia! Cosa, che meraviglia? Il tentativo, o un'eventuale riuscita? Il fallimento. Risero, e ruppero un po' il ghiaccio. Un momento disse Raimondo. Si contorse per estrarre dalla tasca posteriore dei jeans l'Oscar Mondadori con l'antologia dei lirici della Scapigliatura. Dopo la tua chiamata, stanotte, mi sono riletto questo:

M'avea dato convegno al cimitero a mezzanotte - ed io ci sono andato: urlava il vento ed il tempo era nero biancheggiavan le croci del sagrato; e alla smorta fanciulla ho dimandato: Perch darmi convegno al cimitero? lo son morta rispose e tu nol sai...

E tu nol sai. Raimondo aveva declamato con una vocina sottile e aerea, cantilenante, quasi imitando uno spettro che parla da estreme lontananze. Aveva poi detto l'ultimo "E tu nol sai" con tutt'altro tono, basso, prosaico, ovvio. E poi, aveva guardato Mariarita interrogativo, come a dire: che te ne pare? Igino Tarchetti disse lei. Gi. Disjecta. La raccolta di versi uscita solo dopo la sua morte. Tutto gi stato fatto, tutto gi stato detto. Come volevasi dimostrare. Un mio amico direbbe che non niente di speciale. Roba gi vista in Dylan Dog. Raimondo sorrise, godendosi l'osservazione. Gli scapigliati hanno indicato una direzione. Le generazioni

successive sono andate da un'altra parte. Ora, forse, c' una volont di andare in quella direzione, ma troppo tardi. Il posto gi occupato. Perci, secondo te, le influenze scapigliate sulla nuova letteratura pulp.... Ricalchi. Destrutturazioni. Ristrutturazioni con variazioni. Omaggi ai nostri autori preferiti. Ormai possiamo solo copiare. Tutto quello che facciamo, non ha vita. Sono solo giochini snob, o, se preferisci, seghe. Ma nel tuo libro si sente un po' dei fratelli Boito. Specialmente Camillo. Non nello stile e nel linguaggio, naturalmente, ma nella scelta dei temi, nel discorso amoroso, e in certi incubi... come la donna che, dopo l'autopsia, si rialza, si rimette in ordine, e se ne va... Lo stesso sottile disfattismo, e immagini simili, anche se mediate da un altro gusto e un'altra cultura... Mi ricorda il Camillo delle Storielle vane, ma anche quello dei racconti macabri. Camillo, s, il fratello maggiore. Quello che sembrava il meno pazzo di tutti. E, naturalmente, era il pi pazzo. S, anch'io sono dell'idea che fosse il pi pazzo. Era il meno appariscente, ma il pi intimamente travagliato, quello che viveva in sordina gli impeti tragici del fratello minore. Ma li viveva con il ritmo del suo cuore, li metabolizzava nel fegato, li elaborava nelle viscere. In silenzio. Fuori, architetto, professore, borghese, consigliere comunale. Dentro, narratore dal sangue infettato da umori velenosi, da bizzarri incubi. Raimondo si alz, and a prendere un altro Oscar Mondadori da uno scaffale, lo apr, disse: un brano di una lettera da lui scritta nel 1861 ad Arrigo: "Se tu mi chiedessi che cosa questo pesantissimo masso ch'io mi sento legato ai piedi, ond'io batto le ali e mi dimeno senza poter volare, non ti saprei chiaramente rispondere: forse nella mente mi difetta la fantasia, forse nel cuore mi manca la volont prepotente, ardita, disprezzatrice e vincitrice di ogni ostacolo, dalle quale possono

uscire le opere grandi e durature". Capisci?. S, Mariarita conosceva quelle frasi, naturalmente. Camillo riprese Raimondo un insicuro. Allora gli artisti erano insicuri, e diventavano professori. Oggi i professori sono sicuri, e diventano scrittori. Fanno un libro all'anno, poi vendono diciassette edizioni, e vanno in televisione. Vorremmo vedere in loro l'autocritica, la saggezza, il nitore, la discrezione di Camillo. Lui s, sarebbe da prendere a esempio. Se fossimo tutti insicuri come lui, pensa quanti libri inutili di meno in libreria, quante stronzate di meno nei rapporti umani. L'insicurezza un dono di Dio. Tutto quello che ci mai venuto di buono, ci venuto dagli insicuri. Gi. Mariarita non aveva ancora considerato la cosa da questo punto di vista. L'amicizia fra Camillo e Gherardo, la loro affinit che si manifestava anche nell'emergere di nodi importanti dell'immaginario, nel tipo di carta usato per scrivere, nei vezzi linguistici. Un legame fra insicuri che si erano fiutati e capiti. Entrambi desideravano volare, viaggiare con l'immaginazione creatrice, ma si sentivano i piedi nel cemento. Erano malati di quella forma di astenia mentale che sar tipica dell'umanit futura: l'incrinarsi della volont, lo slancio che contiene in s la fine nel suo principio, una sfiducia corrosiva in se stessi, nel tempo, nella grandezza e nella gloria. Dal luogo in cui stavano, psicologicamente e letterariamente, ci mostravano la strada, quella strada che forse tutti abbiamo seguito, tranne i professori e gli accademici che scrivono. Avevano il dono divino dell'insicurezza.

Senti, Raimondo, ieri al telefono non ti ho detto proprio tutto. A questo punto, Mariarita gli raccont non certo tutto, ma lo stretto necessario. Disse di aver preso visione di una parte di

materiale inedito di un autore scapigliato minore in cui veniva citato un certo Stefan Blank, e gli parl diffusamente dell'anatomista. Lui l'ascolt con i gomiti sulle ginocchia e la testa fra le mani, esplodendo talvolta in qualche: Ma no! e Sul serio? e, nei punti pi alti e concitati del racconto: Che meraviglia!. Era il suo intercalare abituale, usato come arma a doppio taglio: sia alla lettera, quando una cosa era davvero meravigliosa, sia con sarcasmo, quando in realt voleva dire che era il massimo dello schifo. E tu hai pensato che io potrei essere un discendente di quello Stefan Blank? Ho pensato di chiederlo a te. Lo sei? Veramente, non lo so. Tuo padre uno psichiatra. Una dinastia di scienziati.... No, mio nonno non era medico. Era un costruttore, ha fatto fortuna costruendo e vendendo case... Ma non saprei dirti chi fosse suo padre, o suo nonno. Tu sai chi era il nonno di tuo nonno? Devo ammettere di no. Vedi? Non si va mai oltre il bisnonno. Per, tuo padre forse sapr chi era il suo bisnonno. Raimondo rise, ammiccando, come se avesse sentito la battuta pi bella della giornata. D'accordo, allora. Prover a chiedere a mio padre. Se riesco a sapere qualcosa, ti chiamo. Grazie. Non c' di che. Devo confessarti che la cosa m'intriga. Stefan Blank un personaggio interessante. Un italiano non italiano, un poeta non poeta, uno scienziato non scienziato. Mi piacerebbe potermelo annettere fra gli antenati. Anche se, a dire la verit, preferirei l'autore del tuo materiale inedito, lo scapigliato. Uno scapigliato qualsiasi. Discendere da uno scapigliato, mi farebbe l'effetto di un tiro di cocaina. Fai uso di cocaina? No. Ma se ne facessi uso, mi farebbe l'effetto di discendere

da uno scapigliato. Ci fu una pausa di silenzio. Mentre Mariarita finiva di bere il t al gelsomino, guard in basso, poi di lato; i suoi occhi incontrarono i pelouche sul monitor del computer, un Macintosh. Che cosa stai scrivendo attualmente? Non sto scrivendo un romanzo d'amore. Hai abbandonato lo splatter? Lo splatter aveva abbastanza forza da farsi quasi scrivere da s. Ora sto fallendo nel tentativo di scrivere un romanzo d'amore. Non sono abbastanza insicuro per portarlo a termine, temo. Risero. Mariarita torn a guardare i pelouche. Sono Ziz e Bub disse Raimondo. Ti piacciono? Raimondo si alz, and a prendere i due animaletti, li sciolse dal loro amplesso, li tenne sospesi sulle mani aperte davanti al viso di Mariarita. Sono carini disse lei. Prima c'era solo Bub, il cane. Poi, un giorno, lui mi ha detto: "Mi sento solo, voglio un amico!" Sono uscito, e ho visto Ziz, la scimmietta, in una vetrina, che mi diceva: "Comprami e portami a casa, Bub mi aspetta!". E cos, adesso sono insieme. Raimondo sistem nuovamente la scimmia sul cane (perch?), amorevolmente li rimise sul monitor, li spost un po' pi in avanti, no, troppo avanti, leggermente pi indietro, ecco, cos va bene, riaggiust meglio la scimmia sul dorso del cane (perch?), come se dovessero avere il loro comune baricentro proprio in un punto preciso, e solo quello. Anch'io tengo un pupazzo sul computer disse Mariarita. uno squaletto adagiato su una ciambella salvagente, con una pinnetta di qua e una di l, che sorride a trentadue zanne. L'ho trovato in un pacchetto di patatine... Scusa, Raimondo, posso farti una domanda? Perch la scimmia deve stare sul cane? Raimondo si strinse nelle spalle, fece un sorrisetto di circostanza. lei che ha chiesto di starci disse.

Dopo cena Mariarita sedette accanto al telefono, ad aspettare la telefonata della Mother. Aveva altro da fare, voleva leggere la lettera di Dorota che era arrivata quel mattino, giocare con le gatte, guardare un film, ma sapeva che Gabriella l'avrebbe chiamata, e non avrebbe potuto rilassarsi se non dopo aver finito con lei. La Mother chiamava sempre per dire la sua: ogni volta che in famiglia si verificava un evento nuovo e ogni volta che lei le portava a casa una persona nuova. E chiamava esattamente ventiquattr'ore dopo che l'evento si era manifestato, o che la persona nuova era stata introdotta. Cos accadde anche quella sera: alle otto e mezzo, esattamente nel momento in cui Stella ventiquattr'ore prima era entrata in casa Fortis, squill il telefono. Non mi piace la tua amica. Non te n' mai piaciuta nessuna. Mi piaceva Rosanna. Rosanna non era mia amica. Era amica tua. Ma perch devi sempre contraddirmi? Io contraddico te? Che meraviglia... (aveva contratto lo stesso intercalare di Raimondo Blanco?) Vabbe', lasciamo stare... Si pu sapere cos'ha Stella che non va? No, niente, che... Mi sembra un'egocentrica fredda, una narcisista accentratrice.... Allora non proprio niente. egocentrica, fredda, narcisista e accentratrice. E antipatica. Non ho detto antipatica. Ma lo . Sa tutto lei, fa tutto lei, non sbaglia mai... E la storia di suo padre, della carta dell'uomo nero, santa Madonna... Si costruita una leggenda di se stessa, una maniaca.... Ma no, diceva tutte quelle cose solo per farsi conoscere.... Le diceva per mettersi al centro dell'attenzione. Solo a te possono piacere i tipi cos, boh. Boh.

Non ha neppure un po' di dolcezza. una vera strega. Una volta ti piacevano le streghe. E poi, per tutta la sera ha guardato Roberto in un modo cattivo. Scusa, ma se c' una che, da quando risalgono i miei primi ricordi, ha sempre guardato Roberto in un modo cattivo, quella sei tu. Se non dici stronzate non sei contenta, eh? Non ne sento abbastanza, e allora devo aggiungerne qualcuna. Comunque, guarda, secondo me questa Stella non veramente tua amica. Sicuramente ti sta usando. E cosa pu volere da me? Che ne so. Forse vuole te. Mi pare lesbica. Una volta ti piacevano le lesbiche. Senti un po', non lo sarai diventata anche tu? Diventata cosa? Lesbica. Ci sarebbe qualcosa di male? No! Oh, no, affatto! Bene. Allora posso continuare a frequentare Stella. Oh, insomma, senti, tientela, strafogati con lei. Poi non dirmi che non ti avevo avvertita. Dopo quel quarto d'ora di conversazione telefonica, Mariarita si sentiva dolere il collo e le spalle. Il match con la Mother era stato pi arduo di quanto avesse previsto; in compenso, era durato poco: un po' di pugni, qualche finta, destro, sinistro, sinistro, destro, incontro chiuso alla pari. Fino alla prossima ripresa. Per dimenticare pi in fretta il piccolo episodio di amore materno, Mariarita si mise a leggere la lettera di Dorota. La sua amica polacca non parlava come il papa, ma lei, quando la leggeva, le attribuiva mentalmente l'accento del papa, la cadenza del papa, le pause e cantilene del papa. Scriveva in un italiano crudo e ingenuo, talvolta sgrammaticato, ma

proprio per questo molto vivo ed energico; e, forse trascinata dall'originalit di una lingua che si era costruita da s senza regole e gabbie, esprimeva opinioni altrettanto originali:

Fra poco ci saranno le elezioni... La gente, in Polonia, non pensa con la sua testa in due modi: alla comunista, e alla cattolica... Io non voto niente. La gente, in Polonia, butta la spazzatura fuori dalla porta di casa. I muri sono sottili e si sente litigare attraverso... Le vecchie donne, in Polonia, hanno sempre una brutta faccia acida. I vecchi uomini no: muoiono prima. Ti mando la foto del mio capoufficcio alla festa di capodanno. Ha l'amante da cinque anni, e la moglie non sa niente... quello con la stella filante sulla spalla... Sai, qui gli uomini stanno con le donne per bisogno biologico, ma non le stimano... Mi sento depressa quando vedo la mia amica, cio tutti i giorni... Ha sposato un alcolizzato, si fatta un figlio, non ha mai lavorato, e ora che senza marito e senza casa scrive lettere matrimoniali convinta che, a quaranta anni, risolver cos tutti i suoi problemi... Sto risparmiando per comprarmi una casa mia. Vivere con mia madre un'esperienza che auguro solo a mia madre... Lei ha sempre preferito mia sorella a me (anche mia madre ha sempre preferito mia sorella a me, cara Dorota, con una differenza: mia sorella non esiste)... Spero di riuscire a comprarmi un monolocale, venti metri quadrati, per starci sola con il mio cane... Qui nessuno si occupa del futuro. La gente si abituata che il comunismo pensa a tutto, alla pensione e al resto. Il comunismo non pi l a pensarci, ma la gente vive ancora come vent'anni fa...

Mariarita pens che un giorno avrebbe accolto tutti i pensieri di Dorota sulla Polonia, e ne sarebbe venuto fuori un ritratto veritiero e spregiudicato dell'Italia. Dopo la lettera (a cui avrebbe risposto l'indomani), Mariari-

ta guard Sette spose per sette fratelli, che aveva registrato la notte prima, dalle due meno un quarto alle cinque, immedesimandosi nei boscaioli. Era venuto il momento di giocare con le gatte: un rito serale, da eseguire prima di dormire, per riconfermare l'amicizia e ridere un po'. Mariarita and a estrarre dalla borsa un giocattolo per animali che aveva comprato rincasando dalla visita a Raimondo Blanco. Era una palla-mina, non piccola e non grande, color ferro con gli spuntoni, che lei aveva subito ribattezzato Mina vagante. Stronzette! grid, per richiamare le gatte. Le due saltarono fuori da nonsisadove e le si precipitarono incontro, miagolando in tono interrogativo. In piedi, con le spalle alla porta d'ingresso, Mariarita lanci pi volte la palla in aria, l'espressione furba come a dire: non indovinate cos'ho per voi! Le gatte miagolarono pi forte. La bianca si alz sulle zampe posteriori e affond le unghie all'altezza del ginocchio di Mariarita, nella stoffa del pigiama, senza farle male. Gi! La nera, pi disciplinata, era seduta composta nel cerchio formato dalla propria coda, il muso all'aria, in vigile attesa. Mariarita si accucci, tenendo la palla per uno spuntone la fece girare nell'aria, divertendosi a vedere le testoline delle gatte muoversi in senso rotatorio per non perderla di vista, gli occhioni sgranati quasi liquidi, le orecchie dritte, le vibrisse frementi. Mariarita fece una finta: lanci il braccio in avanti, nascondendo la palla nella mano. Solo la gatta nera ci casc: scatt, ma poi torn a sedersi trotterellando. Deficiente! Gatta deficiente! Con gesto improvviso, lanci la mina vagante raso terra. Le due gatte si ribaltarono e partirono all'inseguimento, oltre la porta della camera da letto, fino al muro, per tutta la lunghezza del bilocale. La palla rimbalz contro il muro. La gatta bianca l'afferr con i denti, se la lasci sfuggire, la riprese. Si rotol sul

dorso e, sempre tenendola in bocca, la prese a calci con le zampe posteriori. La perse, e la gatta nera gliela rub, afferrandola tra le zampe anteriori e mordendola con furia. La Mina vagante le aveva fatte impazzire di gioia. Mariarita rise, contenta. Aveva comprato altri due giocattoli al negozio di animali. Uno, a forma di telefonino cellulare, aveva intenzione di regalarlo a Stella. Ma l'altro, lo aveva preso per s: un coccodrillino che si asciuga una lacrima con un fazzoletto grande quanto lui.

Segreti, ma non bugie Q

uando, il giorno seguente, Mariarita si rec negli uffici dell'agenzia Black Jack per riferire a Stella del suo colloquio con Raimondo Blanco, ignorava che, da l a poche ore, tutti i segreti della sua nuova amica le sarebbero stati svelati. Per cominciare, durante la prima ora-ora e mezza in anticamera, a Mariarita furono svelati i segreti di Pa'. Stella era andata dai Pirati della costa per incontrare il suo amico Dimitri, e mentre l'aspettavano Pa' narr diffusamente a Mariarita della sua storia con l'uomo sposato, che il lettore conosce gi, e sulla quale pertanto sorvoliamo, per arrivare direttamente agli ultimi sviluppi. Pa' era molto preoccupata: un collaboratore esterno dell'agenzia, che pedinava l'uomo della cioccolata, aveva appena telefonato per dirle che lo aveva visto uscire da un laboratorio di analisi, con una busta in mano. Ultimamente dimagrito... si lamenta di dolori allo stomaco e al fianco destro... Ho paura che sia malato... seriamente malato. Pa' aveva il terrore del cancro. Non puoi cercare di saperne qualcosa semplicemente chiedendoglielo? domand Mariarita. Pa' aveva i lineamenti tirati, le mani tremanti, e giocherellava nervosamente con la sua penna preferita, quella con il palombaro che andava su e gi. No, lo conosco bene. Lui (Pa', come Sonia, non nominava quasi mai il suo uomo, era sempre lui) fatto cos: se avesse

una malattia, anche terribile, non direbbe nulla... Non a me, almeno.... Era chiaro cosa veramente temeva Pa': le malattie terribili riavvicinano gli uomini alle mogli, e li allontanano dalle amanti. I sultani invecchiati e malati rientrano fatalmente nella sfera d'influenza della prima famiglia. E poi, non saprei come porgli la domanda senza confessargli che lo abbiamo spiato... Lui non lo sopporterebbe... Una volta mi ha fatto giurare che non avrei mai approfittato della mia posizione all'agenzia Black Jack per controllarlo... Andrebbe su tutte le furie.... E questo era il pi oscuro, spaventoso degli incubi di Pa': che l'uomo sposato cogliesse quel pretesto per rompere con lei. No, no. Adesso lo dico a Stella, lei trover un modo per sapere senza che lui se ne accorga... Ma quando arriva, porcatroia? Stella arriv, dopo qualche minuto, e dopo che Pa' ebbe guardato l'orologio una dozzina di volte al minuto. Sbatt la porta d'ingresso senza preoccuparsi della buona educazione condominiale, disse: Ah, ciao, Mariari', sei qui?, avanz con la borsa a tracolla, il telefonino in una mano, nell'altra una rivista che teneva per un angolo facendola dondolare, e si lasci cadere su una sedia alla sua maniera, di culo, come un pezzo di piombo. Veniva dai Pirati della costa, disse, ma non aveva trovato Dimitri. In compenso, buona notizia: Jonathan, quello del virus Melissa, si era recato in giornata a Bellano, da Caronte. Missione compiuta, almeno su quel fronte. Ah, era rimasta imbottigliata in uno schifo di coda al rientro, Milano stava diventando una citt invivibile, dovevano decidersi a costruire ponti sospesi per il traffico, come nei film di fantascienza. Pa' era sulle spine, deglutiva ansiosamente, guardando Stella con occhi smarriti. Ci sono novit? chiese Stella. S. Ha chiamato il tuo cliente, Sandro Giovannetti. Vuole sa-

pere quello che mi hai appena chiesto, se ci sono novit. A dire la verit ha chiamato anche ieri, e ieri l'altro. Stella rivolse gli occhi al cielo, voltandosi verso Mariarita. I clienti si aspettano sempre che una risolva un caso in pochi giorni. Anzi, in tre quarti d'ora disse, e poi, torn a guardare fisso Pa': A parte Giovannetti, successo qualcosa? S... Ma, sai, sono i miei soliti problemi.... Dimmi. Stella ascolt la storia dell'uomo sposato con molti cenni di assenso e molti "Hmm": spicciati, vieni al sodo, solo l'essenziale, per favore. Ho capito. Questo laboratorio di analisi, convenzionato con il Servizio sanitario nazionale? Mi pare di s... s. Abbiamo qualcuno alle ASL? Cos, con il tono con cui avrebbe detto: "Abbiamo infiltrati nei servizi segreti?" S, Michele, quello che ci ha fornito le false radiografie del colon (Mariarita non sapr mai a che erano servite le false radiografie del colon, e neppure noi lo sapremo mai). Va bene. Vedr quello che si pu fare. Un'altra bella violazione alla legge sulla privacy. Rischiamo soltanto che il tuo lui ci denunci. Pa' era notevolmente rassicurata: che le denunciasse pure, il suo lui, purch si sapesse il contenuto di quella busta di referti. Stella sventol la rivista, che recava sulla copertina la ruota con i simboli dello zodiaco. Durante le soste ai semafori, disse, aveva fatto un test magico esoterico, una cazzata, ma divertente: "Scopri chi eri nella tua vita precedente". Una roba matematica... Bisogna sommare la data di nascita con altri numeri, poi dividere... e ti dice se eri maschio o femmina, in che secolo sei vissuta, in quale luogo, e che mestiere facevi... Io ero un maschio, abitavo in Alaska nel mille dopo Cristo, ed ero un inventore. Sicuramente avr inventato la granita al limone. Vi interessa?

Mariarita scosse la testa: faceva i test per scoprire chi erano gli ideatori dei test, non chi era lei. Io preferisco che le mie vite precedenti restino avvolte nel mistero. Ho gi fatto abbastanza figuracce in questa. Pa'? Vuoi farlo? chiese Stella, rivolgendosi alla sua collaboratrice. Non ne ho bisogno. Sicuramente ero una segretaria, amante di un uomo sposato. Lo sono sempre stata, in ognuna delle mie vite, dall'et della pietra.

Mariarita rifer tutta la storia del suo incontro con Raimondo Blanco, ma Stella, inspiegabilmente, non parve molto interessata. Si limit ad annuire pi volte distratta, e ad alzare le spalle: se Raimondo Blanco era un discendente di Stefan Blank, Dimitri lo avrebbe scoperto, disse, con il tono di voler mettere fine alla discussione. Mariarita ne fu un po' smontata. Stella pensava che la pista non fosse quella giusta, o era di malumore? Era di malumore: e spesso, in quei momenti di scazzo, si comportava come se le cose a cui teneva moltissimo non contassero pi niente. Squill il telefonino, che era finito sulla scrivania di Pa' insieme alla rivista, e Stella, immersa nell'esame di una pratica, allung una mano tastando a caso. Ne approfitt Mariarita per metterle sotto le dita il telefonino di gomma che aveva comprato per lei. Stella tent di premere il pulsante dell'ascolto; qualcosa dentro di lei probabilmente si accorse che l'apparecchio era finto, ma per riflesso condizionato se lo port all'orecchio e disse: Pron...?, prima di scostarlo da s e guardarlo con un cipiglio interrogativo. Scherzetto disse maliziosa Mariarita, come quando da bambina faceva sparire gli oggetti che le sembravano molto importanti per i grandi. Stella sorrise, afferr il telefonino autentico, parl per alcuni minuti con una persona di identit ignota (che rest ignota),

raccomandandogli, o raccomandandole, di non farsi troppi problemi e mandare affanculo quel rompicazzo. Dopodich, chiuse la comunicazione esclamando: Rompicazzo te! e, dopo un po', facendo suonare il telefonino di gomma, che squittiva come una papera: Simpatico!. Puoi tenerlo. un regalo. Grazie. Lo terr in ufficio, insieme alle cose di mio padre. Mariarita si sent lusingata che lei volesse tenere un suo dono insieme alle cose di suo padre, sapendo che il padre, per lei, era un'icona sacra e intoccabile. Vieni di l, in casa disse poi Stella, alzandosi e dando una piccola pacca sulla spalla dell'amica. Ho qualcosina da mostrarti. Nella serra, in un angolo in ombra, circondato da esagerati fiori tropicali, c'era il qualcosina che Stella aveva da mostrare. Ti ricordi che volevo comprarmi anch'io un paio di animaletti? In un grande acquario ricco di vegetazione, infatti, nuotavano due piranha di taglia media, pigri, lentissimi, quasi immobili. Questi? grid Mariarita. Non sono carini? Ma, Stella, io credevo che tu volessi qualcosa da toccare, abbracciare e accarezzare! Oh, sai, non avevo le idee chiare, quando sono andata al negozio. Li ho visti, e mi sono piaciuti. Due pesci killer. Che meraviglia! (Basta con l'intercalare di Blanco, questa l'ultima volta!) Di che sesso sono? Maschi, immagino. I pesci sono tutti maschi, come le oche sono tutte femmine. Ted Bundy e Jeffrey Dahmer che nuotano in un acquario. Non ho fatto questo tipo di associazione. E non dirmi che stato inconscio! No. stato conscio. Le piante dell'acquario sembravano il proseguimento di quelle all'esterno, e l'acquario stesso era talmente mimetizzato

fra il verde che i pesci sembravano fluttuare direttamente nell'aria, in una dimensione sospesa fra il reale e l'irreale, come le immagini subliminali che si possono scorgere dentro gli intrecci dei quadri magici. Si poteva quasi credere che non esistesse la parete di vetro, e fossero a diretto contatto con il mondo umano. Mariarita scosse la testa, ridendo. Che te ne fai? Mi tengono molta compagnia. Ma, il rapporto fisico.... Abbiamo un bel rapporto mentale. Mi riconoscono. Guarda! Stella avvicin il viso alla parete dell'acquario. I pesci, argentei, avevano gli occhi fissi e la bocca aperta, a mostrare le due file di zannette, e tutto sommato un'aria pi stupida che minacciosa. Stella sorrise e mosse il dito di lato, a sinistra e a destra, alcune volte. Un piranha gir la pupilla smorta nella sua direzione, poi vir placidamente e, mostrando una visione frontale della sua bocca carnivora, la punt deciso, fermandosi a pinneggiare a un millimetro dal dito di lei. Visto? disse Stella, trionfante. Vorrebbe mangiarti. Non vero. Mi vede come un enorme animale della sua specie. Tenta di socializzare. Certo, come no! In realt i piranha non sono mostri, hanno ricevuto un'educazione sbagliata che ha bloccato il loro sviluppo psichico. tutta colpa della societ. Nessuno li ha mai amati. Hanno solo bisogno di comprensione e tenerezza. Stella lanci a Mariarita una finta occhiataccia malevola. E l'altro piranha? continu Mariarita. Mi sembra che non ti caghi nemmeno. pi timido. In realt, anche lui avverte la mia presenza. Forse autistico. Per recuperarlo, devi amarlo ancora di pi. Mariarita, piantala. Non un po' fascista, comprarsi questo tipo di bestiacce?

S, fascista. E adesso, se non la smetti di parlare come in un'assemblea scolastica degli anni settanta.... Stella afferr Mariarita per un braccio, e le pos una mano sulla nuca, fingendo di volerle spingere la faccia sott'acqua. Cosa mi fai? disse Mariarita, ridendo. Ti do in pasto ai piranha.

Poco dopo, arriv un uomo veramente suggestivo. Il tipo, bello e biondo, molto crinito e barbuto, ha un'aria tra lo spot di una marca di sigarette e Ges. Dimostra l'et delle indagatrici dell'immaginario, trentacinque, ma per somigliare fino a quel punto a Ges deve avere parecchi anni di pi. C' qualcosa di avventuroso e dolcemente ribelle in lui, e insieme di stanco e scettico: sembra uscito da una commedia musicale hippie dei tardi anni sessanta, e invecchiato bene, come chi si aggrappa ai brandelli di un'infanzia meravigliosa. Il suo abbigliamento in tono con tutto il resto: pantaloni neri stretti e aderenti sul pacco, impossibili da sfilare (piuttosto da tagliare con una lama affilata), stivali da cow boy e camicia bianca aperta sul torace nudo, giubbotto di pelle che pare conciato da mille anni di viaggi, strapazzi, nottate all'aperto, piogge tropicali, e chiss cos'altro. Un uomo che fa colpo. E infatti, fece colpo su Mariarita. L'uomo aveva un atteggiamento curioso: come uno che, nello stesso tempo, di casa ma teme di aver ricevuto lo sfratto. Guardava di qua e di l, intorno a s, e sulle superfici dei mobili. Vide Stella, ma non manifest nessun sentimento, non ebbe la minima reazione; guard Mariarita, e le fece un incerto cenno di saluto con il capo. Stella, da parte sua, incroci le braccia in atteggiamento difensivo. Non dovevi restituirmi le chiavi di casa? disse. Sono venuto a prendere la mia macchina fotografica. la prima cosa che hai portato via.

Non intendevo la macchina fotografica, quella che uso per lavorare. La mia prima macchina fotografica. una macchina storica. Sai quanto ci tengo. un ricordo. Non ce l'ho. Non qui. Impossibile. Deve essere qui. In caso contrario, vorrebbe dire che l'ho persa. Sarebbe una tragedia! Tutto quello che mi rimasto di tuo sta nella valigia in fondo all'armadio. Finalmente, i che aleggiava si tangibile, con simpatia, due si accorsero della curiosit di Mariarita, intorno a loro, talmente intensa da divenire quaed esigeva soddisfazione. L'uomo guard Mariarita e Stella borbott una presentazione:

Lui Willy, lei Mariarita, volete qualcosa da bere, una birra?. L'uomo, Willy, accett la birra, Mariarita disse: No, grazie, per me niente. Sedettero tutti e tre in salotto, congelati nei primi istanti di una nuova conoscenza. Mariarita intanto si stava chiedendo: un ex di Stella? Un amico? Un Pirata della costa particolarmente intimo, che semina oggetti in casa sua? Non dovevi essere fuori Milano? chiese Stella a Willy. Non sono partito. Non dovresti essere appostato da qualche parte in attesa che appaia qualche cazzo di vip? Non sto lavorando. Per i cazzi, bisogna aspettare l'estate. A dire la verit, sono mesi che non lavoro. E tu sai perch. Perch Stella deve sapere come mai lui non lavora? si domand Mariarita, invece chiese: Che lavoro fai? Cos' questa storia dei cazzi?. Lui si occupa di cronaca mondana spieg Stella, e a Mariarita non sfugg l'acredine nella sua voce. Scrive su quelle rivistacce che si occupano di pettegolezzi sulla gente di spettacolo e le principesse: chi va a letto con chi, chi stato piantato, chi si droga, chi rimasto coinvolto in una rissa eccetera. E fotografa i personaggi pubblici smutandati, mentre fanno i gestacci, mostrano la lingua, o stanno abbrancati a qualcuno, lo palpano e

lo leccano, meglio se qualcuno di scandaloso. D'estate, poi, li spia, nascosto dietro cespugli, o arrampicato sui muri delle ville, li aspetta per giorni, settimane, per fotografarli nudi. Una tetta famosa, un culo famoso, un cazzo famoso.... Willy allarg le braccia in gesto di ostentata rassegnazione. Ebbene s, io faccio questo, per vivere. Lo fai perch guadagni bene sottoline Stella. Parlava non proprio con sarcasmo manifesto, ma sicuramente con rancore di vecchia data: pungente, acidulo come una stilettata. S, Willy doveva effettivamente essere un suo ex. Qualche volta, facendolo, riesco anche a divertirmi disse Willy, quasi umilmente. Lo immagino. Dev'essere divertente fotografare un cazzo. Tanto. Tanto. Penso che poi, in redazione, lo copriranno con una strisciolina d'argento che i lettori dovranno grattare, se vorranno vederlo. E rido come un matto. Mariarita scoppi in una risata. Ho sempre desiderato conoscere uno che fotografa i cazzi che poi vengono coperti dalle striscioline da grattare disse. Appartieni a quel genere di persone che non si incontrano mai, come i palombari, gli stuntman, gli impresari di pompe funebri... Come, del resto, Stella... e anche me. Che bello... siamo tre che non si incontrano mai, e ci siamo incontrati!

Mariarita chiese a Willy per quale rivista lavorava, e, alla risposta di lui, si illumin tutta. Allora, hai fotografato tu Malenotti in barca! La foto apparteneva a un servizio che mostrava diversi uomini politici al mare: chi faceva il morto a galla, chi andava in barca a vela, chi sguazzava con l'acqua a mezza coscia, chi spruzzava la moglie che lo guardava adorante, e cos via. L'onorevole Gianfrancesco vi appariva sul suo yacht: con una mano si scostava lo slip, con l'altra impugnava un tubo di gomma

e si innaffiava le parti intime. Era stata una delle pi belle immagini dell'ultimo agosto, e Mariarita l'aveva ritagliata e se l'era attaccata davanti al computer. L'aveva ancora: di tanto in tanto, mentre scriveva, alzava gli occhi, incontrava l'espressione goduta dell'uomo politico, e rideva da sola, talmente forte che le gatte interrompevano quello che stavano facendo per guardarla allarmate. Venne fuori che, s, era stato Willy a fotografare Malenotti in barca. Sono le poche soddisfazioni del mio mestiere. Puoi passare mesi e mesi a romperti i coglioni, ad andare gi di testa, a chiederti: "Ma che cazzo sto facendo"... e fare solo foto da festa di compleanno.... ... da festa di compleanno? S. Sai, immagini banali, scatti insignificanti... capisci? Capisco. ... e poi, all'improvviso, arriva un momento cos, l'onorevole sorpreso con la canna dell'acqua nello slip, e ti ripaga di tutto. Sono gli istanti in cui assapori la pienezza della vita. Ne vale veramente la pena, te lo assicuro. Stella inarc le sopracciglia e storse la bocca, ma non fece nessun commento. Mariarita spieg a Willy quello che faceva per Malenotti. Lui l'ascolt con una luce giocosa nello sguardo. Abbiamo un uomo politico in comune disse. Bisogna pur guadagnarsi da vivere in un modo o nell'altro cominci Mariarita. Nel caso mio e tuo.... sempre l'altro concluse Stella, secca, quasi sardonica. Mariarita la guard con stupore e un'ombra di incazzatura. Oooh, adesso ce l'aveva anche con lei? Willy rise alla battuta, tossicchi un po', poi esplose in una serie di colpi di tosse cavernosi, da fumatore accanito. Sei una nuova spia? chiese a Mariarita. Cosa? Una collaboratrice della Black Jack. No... non proprio.

Un Pirata della costa? Lei una mia amica disse Stella, con l'aria di dire l'ultima parola. Mi fa piacere che tu abbia un'amica comment Willy, sogghignando. Perch non dovrei avere un'amica? Oh, certo che devi avere un'amica. Bisogna vedere se ci riesci. A quanto mi risulta, le hai fatte fuggire tutte, a parte la segretaria perfetta e quelle due svitate coatte che ti chiamano sempre al telefonino. Anche Willy provava risentimento nei confronti di Stella, ma la sua maniera di sfogarlo era diversa: aveva optato per un'ironia allegrotta che celava uno stato d'animo di una certa cupezza, e sorrideva soavemente, con i grandi denti bianchi, ma come se volesse mordere. Ti scapper anche Mariarita, quando le farai trovare un assassino sotto il letto. Sicuramente scapper dall'assassino intervenne Mariarita, per dirottare la conversazione lontano dal terreno pericoloso per Stella. A proposito continu Willy. Come va l'amore con gli assassini? Mi hanno detto che adesso hai questo nuovo caso, il killer delle ragazze... un tipo interessante, no? Decisamente, quei due erano stati insieme, e dovevano essersi lasciati male, molto, molto male. Forse, stavolta, troverai l'uomo della tua vita. Decisamente, la loro storia doveva essere stata importante, annodata a gangli vitali molto delicati, che dolevano ancora. ... e sar un'esperienza travolgente, esaltante.... Stella ascoltava senza reagire, impassibile a parte un piccolo movimento: grattava con l'unghia il bracciolo del divano. ... si apriranno i cieli, e sentirai la voce di Dio.... Stella ferm il dito. Willy disse gentilmente, scandendo le parole. Perch non vai a prendere la tua valigia e non porti via le palle?

Willy salt su di scatto, esit un attimo, poi si fiond in camera da letto. Stella abbass lo sguardo, non riuscendo a guardare Mariarita. Scusa per prima, quando ti ho rifatto il verso borbott. Non niente. Mariarita avrebbe voluto chiedere: "Ma chi questo Willy?" Aveva la domanda sulla punta della lingua, ma non poteva pronunciarla finch Stella stava a occhi bassi, assorta, scuotendo leggermente il capo, con i lunghi capelli che le ondeggiavano davanti alla faccia. Dalla camera da letto vennero rumori che sembravano prodotti appositamente: uno schianto, oggetti che cadevano spargendosi intorno, pam tump sdeng, un porcogiuda soffocato, un'anta che veniva sbattuta rabbiosamente. Stronzo! sibil Stella, e si alz esasperata, cominciando a camminare avanti e indietro, a ravviarsi macchinalmente i capelli. Willy riapparve dalla camera da letto, terreo, con una curiosa espressione da bambino addolorato. Gli tremavano le labbra. In valigia la macchina non c' disse, drammaticamente. Allora, vuol dire che non mai stata qui, o l'hai gi portata via e te ne sei dimenticato. Era qui, e non l'ho portata via, ne sono sicuro.... Willy si mise le mani nei capelli alla nazarena e rovesci gli occhi. Madonna, una tragedia! Me l'aveva regalata lo zio Giulio quando avevo dodici anni. stato allora che ho cominciato a guardare il mondo attraverso un obiettivo.... ... e hai visto un cazzo. Quella macchina era il senso della mia vita, il mio destino.... Un destino di cazzi. Sapevi quanto era importante per me! L'hai buttata! Non ne so niente di quella tua cazzo di macchina!

Me l'hai persa! Dove hai la testa? Pensi agli assassini? S! Io penso agli assassini! Ogni istante della mia vita! Madonna... quella macchina era tutto... me l'aveva regalata lo zio Giulio, il grande fotografo, il mio mito... rappresentava il bambino che sono stato... ma tu niente, sempre presa dalle tue stronzate... Potevi tenermela da parte, cosa ti costava? E invece non te n' fregato niente! Dovevi tenertele da parte tu le tue cose! Vaffanculo te e la tua macchina! Dopo questo scambio di urlacci, Stella si ributt a sedere sul divano, le gambe allungate, le braccia intorno alle spalle, come se avesse freddo. Ti sei sempre aspettato che tenessi in ordine io la tua roba riprese in tono normale ma non sono la mamma. Lo so bene, che non sei una mamma disse Willy, amaramente. Perch mai Willy aveva detto che Stella non era una mamma, e perch Stella adesso faceva quella faccia, come se avesse appena preso un pugno? Vattene, Willy disse l'investigatrice. E non cercare altri pretesti per tornare. Willy lanci una specie di grido d'insofferenza, e si diresse verso l'uscita, dando un calcio al tavolino e quasi rovesciandolo. And... probabilmente verso l'avventura, o verso qualche nuovo cazzo di personaggio pubblico da fotografare. Si ud sbattere la porta. Ha lasciato di nuovo la valigia gemette Stella, come parlando a se stessa. E non mi ha ancora reso le chiavi! Che stronzo! Ma chi questo Willy? Che significa quell'allusione alla... alla maternit? Stella emise un lungo sospiro, alz i piedi sul tavolino con le caviglie incrociate, chiuse gli occhi e stese le braccia in orizzontale, come se volesse mimare la crocifissione (e intendeva infatti che l'avevano messa in croce).

mio marito disse. Abbiamo un figlio.

La doppia informazione colp Mariarita, con l'effetto di un siluro di profondit che raggiunge il bersaglio. Oh, certo disse, con calma innaturale, la nostra eroina. Hai un marito e un figlio. Sono due oggetti abbastanza comuni e diffusi, nella vita di tutti i giorni. Niente di strano, se li hai anche tu. Aveva assimilato benissimo l'informazione, ma giocava con se stessa a lasciarla esplodere a scoppio ritardato, come quei personaggi dei cartoon che camminano per un po' nel vuoto prima di accorgersi che non hanno nulla sotto i piedi. E perch cazzo non me l'hai detto? grid poi (il personaggio dei cartoon precipitava). Stella sussult: non aveva mai sentito l'amica urlare cos. Guard Mariarita con un'espressione fra lo smarrito e il sofferente. Ci conosciamo da poco tempo.... Le altre donne lo dicono per prima cosa! Non so perch non te l'ho detto... Il fatto che... Ho passato anni d'inferno, ne sono uscita solo da poco... Anche con Pa', top secret, non parliamone nemmeno, lei sa che preferisco cos... Quanto alle altre mie amiche, sai, sono rapporti a senso unico, esistono soltanto i loro problemi... Lo so che tu sei diversa, avrei dovuto essere sincera con te, ma... Non ti ho raccontato bugie, mi sono solo tenute le mie cose per me... non non volevo pensarci... E... e raccontarle, significava ripensarci.... Stella aveva parlato con una voce che si faceva sempre pi acuta e debole, finch non si perse in un filo lamentoso. Dopodich, scoppi in un pianto a dirotto: singhiozzi disperati, che sembravano volerle strappare brandelli dei suoi organi interni. Per Mariarita fu uno choc: non si era aspettata di vedere una donna come Stella piangere. Per qualche istante, fu capace soltanto di rimanere a guardarla imbambolata; poi, dimenticando di essere leggermente offesa per i segreti (ma non bugie) di cui

non era stata messa a parte, sent l'istinto materno che rinasceva dentro di lei, e le metteva le ali al cuore. Si precipit su Stella, l'abbracci, l'accarezz come faceva con le sue gatte (con la stessa tecnica, lunghe lisciate dal capo fino a met schiena): No, no, no... Non fare cos... Buona, buona... Tutto si sistema, tutto passa... E, se non passa, passiamo noi..... Stella rialz la testa di scatto, il naso rosso, le strisce di mascara lungo le guance arrossate. Guard Mariarita con rimprovero. Merda, non so cosa mi succede! Io non piango mai! colpa mia? S! colpa tua... Tu mi fai questo effetto! Di, piangi ancora un po', e poi dimmi tutte queste nonbugie che ti sei tenuta per te. Stella pianse ancora un po', mugolando piano, con i sussulti che si facevano sempre pi calmi: era un pianto di consolazione. Mariarita, intanto, le dava colpetti affettuosi in mezzo alle scapole (questa era una tecnica che usava con gli umani: un gatto si sarebbe ribellato). Poi, venne fuori tutta la triste storia del matrimonio d'amore fra Stella del Fante e Willy Baroni. Si erano conosciuti sette anni prima, ed era stata subito una passione da oroscopo, da romanzo rosa ambientato in epoca vittoriana, da test di rivista: "Il vostro rapporto nato da un colpo di fulmine?". Erano entrambi lupi solitari liberi, selvaggi e in corsa per la foresta, e a letto facevano scintille. Si erano sposati, solo civilmente, alla sola presenza dei testimoni: Pa' e un collega fotografo di Willy, con un occhio nero e il naso rotto perch era stato appena pestato da un capriccioso tennista (ed era in corso una denuncia). Una scena da film: lui e lei che buttano gi dal letto il giudice di pace in piena notte, solo che in Italia non si pu fare, e bisogna prenotare il Municipio. Avevano trascorso la luna di miele ai Caraibi: Willy lavorava, fotografando nudit famose, e Stella lo aiutava e consigliava negli appostamenti, con la sua esperienza professionale, divertendosi

da matti. I problemi erano cominciati con la convivenza; ma, poich Willy trascorreva fuori Milano almeno nove mesi all'anno e c'era stato poco tempo per far maturare gli attriti e gli scazzi, lei si era risolta per la separazione solo allo scadere del loro primo anniversario. Lui non era d'accordo, diceva di amarla ancora. ... ma non era vero, altrimenti mi avrebbe accettata. Prima gli piacevo com'ero... Mi chiamava pazza, "la sua pazza", ma in un senso molto positivo, capisci? Dopo un po', dopo pochissimo, anzi, non ero pi una pazza, e nemmeno sua. Ero solo una pazzoide, e in un senso molto critico. sempre cos: si innamorano di quello che sei, o almeno cos dicono, poi non vai pi bene, vogliono cambiarti. come, non so, se la prima fase dell'innamoramento fosse come un giro su una giostra del luna park. Dopo no, subentrano altre regole, tutto deve diventare serio, non ci si diverte pi. Due palle cos. Sul punto di separarsi, Stella era rimasta incinta, aveva deciso di tenere il bambino, e Willy, di conseguenza, aveva respirato: niente divorzio, un figlio ha bisogno del padre. Era nato Roger Secondo (Stella aveva chiamato il figlio come il padre) e, per qualche tempo, Stella aveva fatto la mamma a tempo pieno, sentendosi un po' come il protagonista scapolo di una commedia alle prese con un beb piovuto dal cielo. Il guaio era che Willy, pur restando lupo solitario, libero, selvaggio e in corsa per la foresta, pretendeva che lei si trasformasse in una cagnolina da salotto. Si aspettava che facessi la casalinga. Che passassi le mie giornate fra la spesa, la passeggiata ai giardini pubblici, e il parrucchiere. Diceva continuamente che "una madre" deve "fare delle scelte". Intendeva che dovevo rinunciare a tutto: i miei studi, le mie ricerche, i miei interessi.... Molto irragionevole. Puoi ben dirlo! Voleva che diventassi un'altra, che non fossi pi me stessa, che mi stravolgessi completamente. Era geloso degli assassini!

Che razza di idea! Scherza, scherza... E io a ripetergli che era solo una cosa di testa, che non c'entrava con noi due e la nostra vita... Ma lui no: sempre competitivo, sempre polemico... Si rendeva la vita impossibile, e la rendeva a me... Una volta, mi ha fatto una scenata perch tenevo la foto di Charlie Manson sul comodino, accanto al letto... Ha preso il portaritratti e l'ha fracassato... Un'altra volta ha minacciato di distruggermi tutta la mia collezione di documenti sui killer, e ci siamo picchiati.... Indubbiamente, avrebbe dovuto essere pi tollerante. Scusa, Mariari', a lui piace fotografare le attrici che si fanno massaggiare le chiappe, o la principessa che abbraccia in piscina la sua guardia del corpo e gli morde l'orecchio... Perch a me non dovrebbe piacere fare il mio, di lavoro? Non ho diritto a farmelo piacere? Certo, certo.... E poi, lui ce l'ha, il poster di Marilyn Monroe. Si anche ritagliato dai giornali un paio di attrici e una pattinatrice su ghiaccio tedesca, con un costume tutto frange... Dovrei essere gelosa e fargli le scene, io? Perch non posso avere le foto dei miei killer? Ma certo che le puoi avere. un fatto di giustizia! Lui diceva che era diverso. Ma che differenza c' fra una pattinatrice e un assassino? I due oggetti differiscono tra loro, ma sono d'accordo con te: la pulsione la stessa. Insomma, vaffanculo... Vaffanculo a lui, non a te... Gi era un po' che diceva che come madre ero una merda, perch lasciavo Roger Secondo con una sfilza di baby sitter per le mie stronzate... Ma che ci posso fare, io, se non si trova una baby sitter decente? Se Mary Poppins non esiste? Frequentavo, come ho sempre fatto e faccio tuttora, i Pirati della costa, la questura, le redazioni dei giornali, le carceri, i tribunali... Sai che ho un mucchio di conoscenze legate agli ambienti del crimine, o in cui ci si occupa del crimine, che qualche volta mi sembra la stessa

cosa... Lui diceva: "Non s' mai vista una madre che paga una baby sitter per andare all'obitorio!". E io gli rispondevo: "Se per questo, non s' mai visto neanche un padre che molla la famiglia per andare a fotografare cazzi!". Lui si trincerava dietro al suo solito: " diverso". Lui lo faceva per dovere, io perch ero una balorda. Come poteva allevare un bambino, una pazzoide come me? Una con i gusti deviati... Gli ricordavo che quando mi aveva conosciuta gli piacevano, i miei gusti deviati, e lui: "Allora era divertente, adesso non pi!". Tutti i giorni cos. Quando ho cominciato a interessarmi al camionista, l'atmosfera in questa casa diventata irrespirabile. Altamente tossica, da camera a gas. Willy ha minacciato che, se fossi andata avanti, mi avrebbe lasciata. Una notte, Angelo mi ha chiamata per andare a vedere una delle donne uccise. Erano le tre, Willy era a letto con me. Ha gridato che una madre ha delle responsabilit, non va via di casa per ritornare all'alba con l'aria di una che ha lottato nella giungla d'asfalto, che lui era stufo e non ne poteva pi. Io gli ho urlato: "Mi hai rotto il cazzo con questa storia della mamma, falla te la mamma, invece di andare a fotografare cazzi". Lui ha giurato: "Se esci stanotte, quando torni non mi trovi pi". Io gli ho detto: "Va' a farti fottere da una mezza dozzina di beduini arrapati". E sono uscita. Sapevo che non se ne sarebbe andato, che non avrebbe lasciato solo Roger Secondo. Quando sono tornata, lui non c'era pi. E nemmeno il bambino. Me l'aveva rapito! Il rapimento era avvenuto circa un anno e mezzo Senza perdere un istante, Stella aveva mosso la telli della filibusta al gran completo, e tutte sionali sue e di Pa', pi l'apporto di un altro vestigative. prima. Questura, i frale risorse profespaio di agenzie in-

In seguito, avrebbe appreso che Willy, dovendo partire per la Spagna, meditava gi da giorni di portarsi via Roger Secondo, aveva programmato tutto e aspettava solo l'occasione buona, che lei gli aveva senza saperlo fornito quella notte stessa. Dopo la lite, non gli era rimasto che svegliare e vestire il bam-

bino, estrarre dall'armadio la borsa da viaggio gi pronta, chiamare un taxi, e correre alla Malpensa in tempo per prendere il suo volo. Ora i due si trovavano a Marbella: Willy fotografava un playboy francese; una redattrice single di cinquant'anni, senza figli ma piena di istinto materno, si occupava del piccolo. Poco tempo dopo era arrivata la prima lettera da parte dell'avvocato di Willy. Il figlio di puttana (l'avvocato, non Willy) era riuscito a montare contro di lei una macchina di accuse assai ben congegnata: Stella, diceva, con la sua personalit "problematica", il suo giro di amicizie negli ambienti pi "degradati" della societ, il costante rischio a cui esponeva se stessa e la sua famiglia, aveva creato un clima estremamente inadatto alla crescita "serena" e allo sviluppo "armonioso" di un bambino. Willy chiedeva il divorzio e l'affidamento del piccolo Roger. La prima parte del programma a Stella stava bene, la seconda per niente. La contromossa di Stella era stata chiamare tutti gli avvocati che erano stati amici di suo padre, e inoltre quelli che erano diventati amici suoi negli anni dell'universit, e dopo, nel corso della sua carriera di detective. Quando ci si metteva, faceva le cose alla grande, lei: il risultato era stato un vero e proprio congresso di avvocati. Se li avessero legati tutti insieme e affondati in mare sarebbe stato un buon inizio, come dice quella stupida barzelletta. Comunque, Stella era riuscita a riavere il figlio, ma solo fino alla discussione della causa per la separazione e l'affidamento. In quella circostanza, le era caduto addosso il giudice meno femminista, meno progressista, meno politicamente corretto che si potesse trovare in Italia. Si alzi il giudice, dobbiamo guardarlo bene: rimasto l'ultimo della sua specie. Un tizio di settant'anni che ne dimostrava novanta, e non solo non era andato in pensione, chiss perch, ma doveva essere stato tenuto rinchiuso in un armadio polveroso dal 1954, e tirato fuori appositamente per Stella.

In quegli occhi miopi e vetrosi la povera investigatrice aveva letto il suo giudizio: madre snaturata. E quel figlio di puttana (sempre l'avvocato di Willy), aveva dipinto a modo suo la vicenda con il killer camionista, causando grande sensazione e raccapriccio e facendola passare per una sociopatica con tendenze autodistruttive. Non era servito a niente il congresso di avvocati schierato dalla parte di lei. Sono l'unica donna d'Italia giudicata indegna di fare la mamma. Non grandioso? S. Davvero grandioso disse Mariarita, impressionata. Quel figlio di puttana (Willy stavolta, non l'avvocato), le aveva chiesto perdono piangendo: si era lasciato montare da sua madre e dall'avvocato, intendeva solo spaventarla, costringerla a tornare con lui cambiata, dolce e mite e ragionevole, cio con la testa sgombra dagli assassini. Non voleva che finisse cos! Ma, dal momento che finita cos, si preso mio figlio. In realt, lui snaturato come padre almeno quanto lo sono io come madre. Tiene Roger Secondo in ostaggio, perch in questo modo sono nelle sue mani, dipendo da lui. Spera che rinunci al divorzio e mi decida a ricomporre la famiglia, alle sue condizioni. E intanto non mi d pace. Lo hai visto, oggi. Quella sua macchina fotografica, io non gliel'ho buttata via. Non so che fine abbia fatto, ma sono sicura che ce l'ha lui, e ha dimenticato di averla per venirmela a chiedere. Ma tu, cosa provi adesso per lui? Boh. Immagino che "Boh" racchiuda una vastissima e sfaccettata gamma di emozioni contrastanti. Rimpianto, nostalgia... e rabbia. Andava cos bene, finch non si messo a fare lo stronzo! A volte avrei ancora voglia di scoparmelo, a volte avrei invece voglia di sparargli. Secondo me, vi amate ancora. Vaffanculo... a te, non a lui. Come puoi pensare che lo ami, dopo la carognata che mi ha fatto?

Si vede dal gusto che provate nel farvi male. Era almeno un mese e mezzo che non vedevo una coppia farsi cos male. Forse lo amo, ma non me lo riprendo di certo! Nemmeno per riavere tuo figlio? Stella si copr il viso con le mani; emise una specie di lamento a bocca chiusa, prolungato, di disperazione impotente. una specie di braccio di ferro disse poi. Lui aspetta che io ceda, per amore di Roger Secondo. Io aspetto che lui ne abbia pieni i coglioni di fare il mammo. Lo conosco: non gli piace, lo fa sentire prigioniero, frustrato.... Gi, l'ha detto, non lavora da mesi. per occuparsi del bambino? Affermativo. Prima o poi gli verr voglia di ripartire, e allora.... Allora? Allora, niente, spieg Stella. C' la madre di Willy, sua suocera, che la odia, l'aveva sempre considerata un errore di suo figlio, un errore della natura, di Dio persino, qualcosa di estraneo all'ordine dell'universo. Si messa a covare il suo nipotino, e non lo molla, non lo moller mai. Willy pu sempre affidarle il bambino per mesi, alloggiarlo da lei in pianta stabile. Quel bastardo ha proprio tutte le carte dalla sua. Non c' niente da fare, tra lui, il giudice, la suocera e gli avvocati mi hanno incastrata disse Stella, prendendo a pugni un cuscino. davvero una situazione senza uscita. Grazie, Mariarita, mi sei proprio di conforto. Scusa, l'hai detto tu, che ti hanno incastrata. S, ma speravo che a te venisse un'idea per disincastrarmi. Mariarita sorrise. Roger Secondo disse. Mi piacerebbe vedere com' tuo figlio. Puoi vederlo anche oggi, se ci muoviamo.

Arrivarono all'asilo infantile appena un paio di minuti prima

dell'orario di chiusura. Era il tramonto di una giornata limpida e tiepida, e i bambini erano tutti fuori, a giocare in cortile. La maestra stava dirigendo un gioco abbastanza sadico, una specie di girotondo con un bambino a scelta al centro del cerchio che doveva impersonare la vittima designata; ma alcuni individualisti stavano giocando appartati, con alcune automobiline che facevano correre su una pista scavata nella ghiaia. Stella fece segno a Mariarita di seguirla: si appostarono dietro un platano, nei pressi della cancellata laterale, e guardarono oltre il tronco dell'albero e fra le sbarre. Qual Roger Secondo? Il bambino con l'automobilina. Il bruno con la tuta Adidas? No, il biondo che scava. Roger Secondo era accucciato nei pressi della pista, con il capo chino, i fini e lunghi capelli biondi che ondeggiavano; stava ravanando nel terreno con un bastoncino da gelati. Quando gli sembr di aver riassestato per bene la pista, lanci la sua automobilina, che usc di strada a una curva e si ribalt. Il bambino corse a riprenderla, si volt, e Mariarita pot vedere il suo viso. Rideva. Aveva le mani nere di terriccio, e anche la maglietta bianca era sporca. Portava un giubbotto rosso con una scritta posteriore attraversata da un fulmine: DAREDEVIL. Aveva i grandi occhi blu di Stella, e la bocca di Willy. bellissimo disse Mariarita. S sospir Stella, e per una volta non disse: "Affermativo". Aveva gli occhi pieni di lacrime. Dico davvero. bello come i bambini degli spot, ma non altrettanto odioso. Quanti anni ha? Cinque? Cinque. Il prossimo anno andr a scuola. Cosa fai, ti rimetti a piangere? Io non piango mai. Cio, fino a oggi non avevo mai pianto, da quando avevo tredici anni e l'insegnante di ginnastica mi ha dato dell'imbranata davanti a tutta la classe. Ti manca tanto?

Oh, sai... Io non ho pazienza con i bambini... Non ho mai fatto volentieri cose tipo scarrozzarli al supermercato sul carrello della spesa insieme ai pacchi dei surgelati... E poi sono un'anarchica, non mi va di castigarli, disciplinarli, castrarli... E quando rompono le scatole non li sopporto... Adoro avere i miei spazi, tutto il tempo per me, fare quello che mi pare.... Ti manca? S... mi manca. tutta la mia famiglia. Lo avevi programmato, o.... ... o. stato un fallimento dell'anticoncezionale che usavo allora, la pillola. Sono rimasta incinta nei primi quindici giorni di assunzione della pillola, nel periodo senza protezione. Quando successo, ho pensato: se non lo tengo, difficilmente prover nella vita un desiderio abbastanza forte di maternit. Poi passeranno gli anni, diventer sempre pi pigra, avr sempre meno voglia di pappe e pannolini... Cos, ho colto l'occasione di essere "costretta" a fare un figlio. Ti sembra molto macchinoso, come ragionamento? Oh, no. In materia di ragionamenti sull'opportunit di fare figli, ho sentito di peggio. Comunque, la vera ragione credo sia legata alla mia mania per i killer. Mi sono analizzata da sola, senza bisogno di pagare un analista. Volevo qualcosa di giusto, di regolare, di positivo da opporre all'altra parte di me, che piuttosto... tutto il contrario. Come mettere un peso all'altra estremit di una bilancia? Affermativo. Per trovare un equilibrio. Decisamente, so di bambini che sono venuti al mondo per motivazioni pi strampalate. Mi sfotti, eh? No, per niente. Senti, ma perch restiamo cos, a guardarlo da lontano? Non potremmo avvicinarlo, parlargli? Avrei voglia di conoscerlo pi da vicino. No, no... meglio di no. Perch?

Perch fra non molto verr a prenderlo mia suocera.... per questo che stiamo appostate nell'ombra? Per tua suocera? ... Anzi, forse gi qui... Non voglio che mi sorprenda, non voglio che mi veda. E che succede, se ti vede? Stella strinse le labbra con forza, e scosse la testa. Nei suoi occhi c'era qualcosa che Mariarita non aveva mai visto: uno spavento invincibile. Fammi capire, Stella: tu non hai paura di viaggiare di notte su una strada poco frequentata sul camion di un maniaco assassino, e hai paura di tua suocera? Tu non la conosci. una donna terribile. In quel momento, la donna terribile stava entrando nel cortile attraverso il cancello d'ingresso. Seguendo la direzione del dito puntato di Stella, Mariarita la studi con curiosit. Le parve una mite signora milanese un po' snob e parecchio rompiballe, nel complesso pi irritante che temibile. Era piccola, troppo per aver generato un figlio come Willy, con un viso comune, coperto di fondotinta abbronzante. Portava un giaccone di astrakan malgrado facesse ormai quasi caldo, una gonna a quadri al ginocchio, calze color panna e scarpe nere di vernice, dal tacco basso. Sui capelli biondi tinti tagliati all'altezza delle spalle aveva un cappellino beige piatto e rotondo, da collegiale di prima della Seconda guerra mondiale. un mostro disse Stella. A me sembra normalissima. Appunto. L'ultima donna normale sulla terra. Guardala. L'ultima donna normale sulla terra raggiunse Roger Secondo, lo prese per un polso, lo tenne fermo mentre pescava un fazzoletto dalla borsa. Si chin su di lui e cominci a ripulirgli le mani dal terriccio. Prese a strofinargli anche il davanti della maglietta, ottenendo solo di allargare e sbavare di pi la macchia. Visto lo scarso risultato dell'operazione, trascin il bambino fino alla fontanella, gli tenne le manine sotto il getto

dell'acqua, lo costrinse a lavarsele. Poi bagn e strizz il fazzoletto, riagguant Roger Secondo che le stava scappando, e riprese a pulirgli la maglietta. Aveva un'espressione vecchia e scontenta. Nooo..., gemette Stella. Volevo fare di mio figlio un investigatore. Per continuare la tradizione di famiglia, sai. Ora, quella donna lo trasformer in un killer. Roger Secondo riusc finalmente a darsi alla fuga, piomb sulla pista delle automobiline, strusciando i piedi sul terreno per cancellarla. Era molto arrabbiato: doveva essersi convinto che, mentre la nonna lo ripuliva, i suoi compagni ne avevano approfittato per barare. Afferr la sua automobilina e, usandola come arma contundente, colp forte il bambino bruno in tuta Adidas, in mezzo alla schiena. Ne dubito disse Mariarita. I killer, da bambini, le prendono. Lui le d. Non preoccuparti, crescer sano e diventer un grande detective. Lo credi davvero? Se ha le tue qualit e il fiuto di suo padre per sorprendere la gente nuda conferm Mariarita con convinzione lo diventer di sicuro!

Lungo la via del ritorno, Stella disse a Mariarita che il tribunale le aveva concesso, per stare con il suo bambino, le domeniche, met delle vacanze invernali, e tutte quelle estive. Dapprincipio mi sono sentita avvilita, umiliata... Poi ho scoperto che la condizione di genitore della domenica ha i suoi vantaggi. Quali vantaggi? Uno. Uno, soprattutto. Non sei il genitore rompicoglioni. Il genitore della domenica, spieg Stella, non ordina, non proibisce, non frustra. Non impone orari, non stabilisce cosa mangiare, non manda a letto presto, non toglie i giocattoli per castigo. Il genitore della domenica quello che porta al luna

park, al circo, allo zoo, al mare, in campagna, al cinema eccetera eccetera eccetera. un grande amico, un compagno di giochi e un complice malandrino. Il genitore della domenica quello che i bambini sognano per tutta la settimana, mentre subiscono e accumulano rancore contro l'altro, il rompicoglioni. Concludendo, il genitore della domenica diventa un mito per i figli, gli si perdonano tutti i difetti e gli errori semplicemente perch manca il tempo di vederli, incarna la perfezione; lo si sogna, lo si desidera, lo si ama di pi. Solo tu puoi pensarla cos, Stella disse Mariarita, ridendo. Ma ragiona, Mariari'! Gli uomini hanno sempre avuto questo privilegio, anche i non separati, i non divorziati. Lavorano fuori casa, fanno una fugace apparizione la sera, la domenica si godono i figli, e i figli si godono loro. Invece le donne, costrette a occuparsi a tempo pieno dei bambini, sono le rompicoglioni. Tu, per esempio, con chi ce l'hai di pi, con tuo padre o con tua madre? Con mia madre. Vedi? Le madri sono castratrici. Ma si mai sentito parlare di un padre castratore? Mariarita cerc per un istante di figurarsi il padre castratore, non ci riusc, ma il solo tentativo di immaginare questa improbabile creatura, il solo supporre che potesse esistere, la fece ridere. Bene.... prosegu Stella. Ora tocca a Willy fare il castratore. Al solo pensiero, mi sento vendicata. Parli cos per consolarti di non avere pi Roger Secondo, o ne sei veramente convinta? chiese Mariarita, seria. Tutt'e due le cose, credo. Vedi, ho fatto una scoperta: ora, anche noi donne potremmo essere il genitore della domenica. Io mi sono trovata in questa situazione contro la mia volont, ma ora che ci sono, spesso mi domando se non ne valga la pena. Da quando mi vede solo un giorno alla settimana, Roger Secondo ha un rapporto migliore con me. Per lui, sono meravigliosa. Certo, lui mi manca, lo vorrei sempre con me. Ma, forse,

meglio cos. talmente difficile essere il genitore di tutti i giorni, e mandare avanti anche un lavoro, una carriera, una vita pubblica.... Gi, gi. Dare la caccia agli assassini e allevare un figlio, una vera impresa! In realt disse Stella sia Willy che io siamo tutti e due genitori della domenica. Allora, Roger Secondo senza mamma. No. La mamma mia suocera. La perfetta madre castratrice. Non voglio pensarci, parliamo piuttosto della nostra indagine. Stavano attraversando, in macchina, il vecchio quartiere degli scapigliati. Stella indic ai due lati della strada, lungo la fila di edifici coperti di murales che ospitavano bar, rosticcerie, negozietti di rigattieri e di oggetti intrecciati in vimini. Non ti sar sfuggito che Gherardo Orsi, nel racconto, parla di un certo palazzo qui a Brera, e che, nelle lettere a Giovanni Verga, quando parla dell'incontro con Stefan Blank, lo descrive pressoch uguale. S, certo che ho notato le analogie. Gherardo parla di un palazzo di tre piani, con un portone di legno d'abete, e un rilievo fatto di tralci di vite e grappoli intrecciati. Ma non esiste. Conosco bene Brera, non esiste un palazzo che abbia queste caratteristiche. Anch'io l'ho cercato a lungo, per arrivare alla stessa tua conclusione. strano, non ti pare? Di solito, i personaggi sono d'invenzione, e i luoghi reali. Invece, in Sublime anima di donna, sembra che sia il contrario. Ma, se questo palazzo esisteva nel 1868, non pu essere scomparso nel nulla. Forse stato demolito per far posto a una nuova costruzione. Come il vecchio portico dei Figini, dove adesso c' la Galleria. Da qualche parte qui intorno, Gherardo Orsi ha incontrato Stefan Blank. Non ti fa un certo effetto? S, mi fa un certo effetto, ma non mi sembra importante ai

fini dell'indagine. Non sono d'accordo, soprattutto per quanto riguarda i fini dell'indagine. Se veramente tutto cominciato nel laboratorio di Stefan Blank, e se il laboratorio si trovava da queste parti, potrebbe essere importante stabilire che ne stato delle propriet immobiliari della famiglia. La detective sei tu. Probabilmente, se dici che importante, lo . Non bisogna trascurare nessun dettaglio. Niente importante in un'indagine. Tutto lo pu diventare. Ma non si pu sapere in anticipo. Cosa vuoi fare? Hai un amico al catasto che possa darti le informazioni del caso? No disse Stella, come se si stupisse lei stessa di non avere un amico al catasto. Dovr arrangiarmi in qualche altro modo. Non mi dire! fantastico che almeno l tu non abbia qualcuno! Mi prendi sempre per il culo. Io non prendo per il culo te. il mio modo di fare abituale, quando tengo a una persona. Lo fai anche con gli uomini? S. Infatti non mi durano mai molto. Stella guid per un po' in silenzio, di nuovo cupa. Faresti un figlio? chiese poi. Mi piacerebbe avere un bambino come Roger Secondo. Ma dovrei prima trovare un uomo che capisse che anche se lo sfotto, tengo a lui. Se non riesci a trattenerli il tempo di fare un figlio, gli uomini ti durano davvero poco! Le due donne risero. Se non hai niente da fare stasera disse Stella, quasi timidamente, potresti restare a cena da me. un'ottima idea. Ma, prima, devi permettermi di passare da casa. Prima di mangiare, devo servire il pasto alle bestie.

Va bene. Poi, devi permettermi di cucinare. Perch vuoi disturbarti? Non lo faccio per evitarti una fatica. perch non mi fido di te! Stella fece una smorfia, e un'alzata di spalle. Per me, va bene. E infine, dopo cena disse Mariarita, con tutta la malizia di cui era capace ci facciamo una bella partita a carte, al tuo gioco dell'uomo nero. Ges Cristo! Sono anni aaanni che non faccio pi quel gioco. Mi turba ancora. Perch cazzo vuoi giocare all'uomo nero con me? Non lo indovini? Voglio vedere a chi tocca di noi due!

Chirurgia dell'anima I

l fante di picche tocc per la prima mano a Mariarita, poi a Stella, poi ancora a Stella, e infine nuovamente a Mariarita. A quel punto, per non tentare ulteriormente il destino, le due donne decisero che andava bene cos, e chiusero in pareggio. la cosa pi giusta spartirsi l'uomo nero da buone amiche, pens Mariarita, sorridendo fra s. Quel giorno era molto occupata, aveva una valanga di libri e articoli da leggere per il suo uomo politico, e doveva spedire le relative relazioni in modo che l'onorevole le ricevesse per il mattino seguente. Il che significava lavorare indefessamente fino a sera inoltrata, anche evitando di leggere con tutte le facolt e i sentimenti (cosa impossibile), ma limitandosi a sorvolare i testi in questione: un tipo di lettura veloce, superficiale, che salta da un gruppo di righe all'altro, da una pagina all'altra, sorretta da una pratica esperta di associazioni di idee. Spesso, basta leggere l'inizio, qualcosa al centro, e la fine. Oppure, se l'intreccio non tanto articolato da riservare sorprese, se ne legge solo una parte, e si ricostruisce quanto resta sulla base di letture del medesimo genere, stile e tendenza.

Mariarita stava contemplando scoraggiata tutto il materiale accumulato sulla sua scrivania, domandandosi da dove cominciare, quando squill il telefono. Era Stella, che voleva comunicarle che Dimitri aveva trovato un discendente di Gherardo Or-

si e che Jonathan aveva il tanto sospirato seguito delle lettere dello stesso. Grande! Senti, Mariari', devi mobilitarti oggi stesso. Oggi? Ah, no... oggi impossibile! Qualunque cosa stai facendo, rimandala. Non posso. Muoio dalla voglia di leggere il seguito delle lettere. Davvero. Ma ho una montagna di roba da leggere per Malenotti. Devi trovare il tempo. Stella spieg concitatamente (a Mariarita parve di vedere i gesti della mano con cui accompagnava sempre le sue conversazioni telefoniche) che il discendente di Gherardo era un chirurgo estetico di grido, Oscar Felisetti. Mariarita lo conosceva di nome: aveva visto la sua foto su un settimanale femminile nella sala d'attesa della sua estetista. L'articolo, le parve di rammentare, riguardava gli impianti sottocutanei di acido ialuronico, ma non ne era sicura al cento percento. Svariati maghi della plastica erano stati intervistati in proposito, ma non ricordava che cosa aveva detto in proposito il professor Felisetti. e ti ho preso un appuntamento per le quattro e mezzo del pomeriggio. Cio, fra un'ora? Cos, senza avvertirmi? Sei matta! Lo so, scusami. In un'altra circostanza, sarei stata una bestia. Ma questa una specie di emergenza. Se non ci vai oggi, non ci vai mai pi. Ti hanno trovato miracolosamente un buco lasciato libero da una cliente che deve partire per Londra. Il prossimo appuntamento, in alternativa, te lo darebbero da qui a tre mesi. Non possiamo aspettare cos tanto. Scusa, Stella, ma perch non ci vai tu? Ti ho parlato di quella mia amica? Quale delle due? Quella che porta sempre la figlia dalla psicologa? No, quella che non gliela leccano mai. Si fatta rifare da Felisetti, da cima a fondo. L'ho accompagnata pi volte in studio.

Il chirurgo mi conosce. Gli sono stata presentata come detective privata. E se Felisetti fosse Frankenstein? Rivedendomi, si mette in testa che sono sulla sua pista, si chiude a riccio, e lo perdiamo. meglio se va qualcuno che lui non ha mai visto. Cerca di studiarlo, di sondarlo, e poi dimmi cosa ne pensi. Ma... tu gli sei stata presentata, gli hai parlato. Che opinione te ne sei fatta? L'incontro durato meno di un minuto, solo una stretta di mano e i convenevoli. Poi lui tornato nel suo studio. Sai com' a Milano, sono sempre tutti talmente indaffarati. E i chirurghi estetici pi degli altri, perch fanno pi soldi. Non ho un'opinione precisa. So solo che sa maneggiare il bisturi... e che deve aver ereditato qualcosa di Gherardo.

Stella pass a prendere Mariarita una mezz'oretta dopo, per accompagnarla allo studio del professor Felisetti. Sai cosa significa, questo? disse Mariarita, salendo sulla BMW. Che sar costretta a rimanere in piedi tutta la notte a lavorare. Mi dispiace. Se vuoi, dopo, vengo a casa tua a darti una mano. Come leggi, tu? Non so. Una parola dopo l'altra. Perch, quanti modi di leggere ci sono? Leggi il testo dall'inizio alla fine, concentrandoti per comprenderne il significato, senza saltarne delle parti? S. Allora, non andava bene. Mariarita spieg a Stella che i lettori professionisti non leggevano pi cos: sorvolavano. Grazie lo stesso, comunque. Apprezzo il pensiero. Ce l'hai con me? No, non colpa tua. In fondo, date le circostanze, avrei deciso di andarci spontaneamente, anche se tu non me l'avessi chiesto. Penso che ne valga la pena.

p136.jpg Stella consegn all'amica un dischetto contrassegnato dall'etichetta: Lettere2.doc. Puoi tenerlo. Io ne ho una copia. Le hai visionate? Non ancora. Lo far stasera. Ha avuto dei problemi, Jonathan, con Caronte? No. Ha detto che stato troppo facile. Gli ha tolto dall'hard disk tutto il materiale porno. I file delle lettere erano protetti, ma per uno come Jonathan stato un giochetto trovare la password di accesso. L'amico di Bellano non si accorto di niente. Dimmi di questo professor Felisetti. Esattamente, che grado di parentela ha con Gherardo? Discende da un cugino, figlio di una sorella di sua madre. Dimitri ha fatto un bel lavoro. tutto l dietro, guarda. Sul sedile posteriore della macchina c'era un foglio infilato in una cartellina di plastica rossa. Mariarita lo prese, lo lesse in trasparenza. Uno schermo rosso le pareva appropriato, per l'emergere dal passato del discendente di Gherardo. Ecco l'albero genealogico:

Fantastico. Ho sempre adorato gli alberi genealogici, autentici o inventati... specialmente quelli dei romanzi, che introducono la narrazione creando un clima di attesa intorno all'entrata in scena dei personaggi. Come fa, Dimitri, a ricostruire i suoi? Consulta i registri dei comuni, delle parrocchie, delle scuole. Ritrova i certificati dei matrimoni, dei battesimi, delle morti. I documenti del secolo scorso possono risultare introvabili. Ma in questo caso ha avuto fortuna: all'anagrafe di Como c'era l'atto di nascita di Gherardo. A quanto pare, lui non si mai sposato, non ha mai avuto figli. E il chirurgo sarebbe perci l'ultimo e unico discendente? Gi. Il marito della zia Luisa era avvocato. L'interesse per la medicina apparso con il secondo Enrico, che divent medico condotto. Il figlio, Luigi, fece un po' pi di carriera, divent primario di chirurgia toracica qui a Milano. E Oscar ha proseguito l'escalation. un mago della chirurgia estetica. La sua fama non immeritata, te lo assicuro. Ho visto io stessa quello che ha fatto sulla mia amica, quella che non gliela leccano mai. E lo scienziato dell'Ottocento? Anche lui ha dato origine a una dinastia? Raimondo Blanco c'entra in qualche modo? Un collegamento esiste... Il tuo Raimondo Blanco e non un vero discendente dell'anatomista. Cio...? Stefan Blank, come avevi immaginato, ha cambiato il suo nome in Stefano Blanco e ha avuto un figlio, Ernesto, che era biologo ma aveva anche interessi filosofici. Divenne esploratore in Africa e in Amazzonia. Un personaggio strano, una specie di Indiana Jones. In seguito occup la cattedra di biologia. Ernesto non ebbe figli, ma adott legalmente un bambino che da grande non fu scienziato, ma imprenditore. Si occupava di costruzioni, o qualcosa del genere. Suo figlio lo psicanalista, il padre dello scrittore. Cos, la discendenza di Raimondo Blanco sarebbe solo... ideale?

Immaginaria: forse la parola giusta. Me lo hai insegnato tu. strano. Dallo scrittore sono nati medici, e dal medico, malgrado la... chiamiamola interruzione a livello genetico, venuto uno scrittore. Strano davvero. In quel territorio in cui le immagini mentali e il vissuto si influenzano e si fondono, le due famiglie si erano scambiate le reciproche sfere di competenza, avevano invertito le polarit. Del resto, lo aveva detto Caronte, Gherardo aveva anche interessi scientifici, ha scritto sulla flora e sulla fauna lacustre, stato un naturalista dilettante, e si proiettato in un personaggio di scienziato. E Stefan Blank, il vero scienziato, stato anche appassionato di poesia e poeta a tempo perso. Sono infiniti, i modi in cui uno stesso sogno si trasforma, pu essere vissuto e tornare allo stato di sogno. Stella parcheggi la BMW in via Washington, in una posizione da contravvenzione, di traverso sulle strisce pedonali, e con una ruota sul marciapiede. Qui di fronte, al terzo piano. Racconta a Felisetti qualche balla, bombardalo di domande, chiedigli un preventivo: l'importante che cerchi di passare con lui pi tempo possibile. Tieni gli occhi bene aperti, esamina ogni particolare dell'ambiente, anche quello che pu sembrare insignificante. Ascolta bene tutto quello che ti dice, e soprattutto quello che non ti dice. Porta la fattura fiscale a Pa', che la girer sul conto spese dell'agenzia e ti rimborser. Ammesso che te la faccia, la fattura fiscale. Grazie, ma non ho problemi di soldi.... Lo dici perch non sai ancora a quanto ammontano i suoi onorari. Sono preparata. Ho portato carte di credito e libretto di assegni. Tutto a posto, allora. Io, per, non posso aspettarti.... Vai pure. Io torno a casa con il metr, poi leggo per Malenotti, e do un'occhiata alle lettere.

Allora, ti telefono domani mattina. Mariarita scese dalla macchina, si allontan di qualche passo; ma improvvisamente si volt e torn quasi di corsa alla macchina, mentre l'altra aveva gi rimesso in moto. Stella? S? Io, che cosa ho intenzione di farmi rifare? Ah, gi, non ne abbiamo parlato. Non lo so. Con la sua infermiera, ho detto che era la prima volta, ho prenotato una visita. Non s' parlato della parte da ristrutturare. Fatti rifare quello che ti pare. Tu, al mio posto, cosa rifaresti? Stella finse di pensarci un po' su. Niente disse poi, con un gran sorriso, e dandole una pacca sul braccio. Lo studio di Oscar Felisetti si trovava all'interno di un complesso di edifici costruito come un compromesso fra una casa di corte vecchio stile e un nuovissimo centro commerciale. Quattro scatole sghembe in vetrocemento circondavano un giardino di aiuole ordinate con arbusti e cuscini di fiori disposti simmetricamente, il tutto sormontato in alto da un immenso lucernario. Un porticato collegava gli edifici e delimitava il giardino sui quattro lati; ospitava negozi di abbigliamento, di apparecchiature elettroniche, gioiellerie, agenzie di viaggio, e un bar tavola calda. Mariarita attravers met del giardino e si sofferm a guardare la fontana al centro, nella quale nuotavano pesci rossi che parevano gonfiati a dismisura e un paio di grosse tartarughe acquatiche. Appoggiando un piede al bordo della fontana e sporgendosi a guardare, vide che pi in profondit c'erano altre tartarughe, minuscole, una piccola folla che si agitava in un brulicare di testine e zampette; altre minuscole tartarughine si arrampicavano all'asciutto, tra gli anfratti di roccia e i praticelli di muschio: sembrava lottassero per crescere, per arrivare alle dimensioni di quelle pi vecchie. La vista delle tartarughe,

quelle piccole, non quelle grandi, le procur una sensazione di piacere, anche se non avrebbe saputo dire perch. Percorse met del portico di fronte, sal al terzo piano. Non aveva ancora deciso che cosa farsi rifare. Le apr la porta un'infermiera che indossava un camice bianco corto, aderente e scollato, e calze bianche, e portava i capelli biondissimi raccolti in una coda di cavallo, pettinati in modo da formare una calottina liscia e compatta terminante in un ciuffo. Dimostrava fra i venti e i venticinque anni, aveva un viso a forma di cuore, una pelle perfetta, occhi turchese, e una voce gentile, flautata (Il professore la ricever fra qualche istante). Pareva... no, non un'infermiera da spot, ma una top model che sfilasse in passerella per una collezione di moda infermieristica. Fece accomodare Mariarita in una sala d'attesa bianca, illuminata da una combinazione di luce del giorno e faretti al neon che creava una strana atmosfera pi che artificiale: una specie di nebbia da set cinematografico. C'erano soltanto scomode poltroncine di metallo e un tavolo dal piano di cristallo, coperto di riviste. Di fronte a Mariarita, sedeva una ragazza bruna molto bassa, ma estremamente caruccia: aveva forme armoniose e lineamenti regolari, quella particolare delicatezza e perfezione delle bambole umane (che n Mariarita n Stella avrebbero mai posseduto), e un'espressione buona e triste. Mariarita pens che la sola cosa che Felisetti poteva mai darle, cio la statura, era anche la sola cosa impossibile: oppure, la chirurgia estetica poteva ormai lavorare anche su quella? A proposito, lei cosa cazzo aveva intenzione di rifarsi? Le tette? Sarebbero state piuttosto da rimpicciolire. Il naso? Somigliava gi a un naso rifatto, piccolo e corto, leggermente convesso. La bocca non si poteva ingrandire di pi, e non c'era grasso in eccesso da risucchiare via. Tutto sommato, la parte del suo corpo che le sarebbe piaciuto veramente rifare, era il culo, pens con un risolino che le procur un'occhiatina stupita

da parte della brunetta. S, il culo. Le pareva di averlo troppo basso e piatto, e le sarebbe piaciuto pi alto e rotondo. "Professore, vorrei rifarmi il culo". L'infermiera chiam la ragazza bruna, che salt in piedi e usc quasi di corsa, trafelata e pronta e contenta come un cagnolino a cui stato lanciato un oggetto da riportare. Quando la porta si fu richiusa, Mariarita esamin le riviste: non ce n'era una che riguardasse la chirurgia estetica, nemmeno alla lontana: erano tutte pubblicazioni mensili, patinate, di storia, architettura, arredamento, giardinaggio, viaggi, oltre a una serie di dispense sulla vita degli animali. Gli interessi di Felisetti messi a disposizione della clientela, probabilmente. Dov'era rimasta? Ah, s, al culo. Ma non poteva chiamarlo culo, avrebbe dovuto piuttosto usare parole come "didietro" e "fondoschiena". Parole pi carine, morbide, socializzabili. Forse, sarebbe stato il caso di chiedere un preventivo per una ristrutturazione completa, dalle fondamenta fino al tetto, e fare in modo che fosse il professore ad arrivare dove voleva lei: al culo. Anche se, prevedeva, per ristrutturare il solo culo le sarebbe stato necessario tutto ci che possedeva in banca. La porta si apr nuovamente, ed entr una donna, che colp fortemente i sensi e l'immaginazione di Mariarita, ricordandole uno di quegli esseri ibridi di cui si legge talvolta nelle fiabe, un umano sul punto di metamorfosarsi in animale, o viceversa. Indossa un abito nero orlato di pelliccia al collo e ai polsi e un colbacco di visone, e ha una faccia da gatto, ma non questo a farla somigliare a un gatto. A una seconda occhiata, si nota che il suo viso stato talmente lavorato dal bisturi che ogni muscolo, ogni lineamento sembra sfuggire verso l'alto: gli angoli degli occhi, tirati e rialzati verso le tempie, creano quell'impressione di felinit. Impossibile indovinare quali e quanti interventi abbia subto. Impossibile anche stabilire con certezza la sua et: la forma fisica da trentenne, ma pu anche essere nata sessant'anni fa. La pelle, liscia e come coperta da una patina gom-

mosa, senza tempo. Gli zigomi sono scolpiti in rilievo, le sopracciglia paiono ali di pipistrello; la bocca contratta in una fissit innaturale, incapace di sorridere, come fosse di pietra, e cos pure gli occhi, duri e scuri, spietati. A differenza della precedente cliente di Felisetti, di statura sufficiente, con lunghe gambe slanciate che sorgono come colonne da un paio di stivali da equitazione. Ma anche il corpo ha l'aria di essere stato disperatamente manipolato, stirato, forzato fino a raggiungere una forma ideale. No, impossibile indovinare, sotto quel risultato del lavoro di Felisetti, la signora milanese dell'alta borghesia che deve essere esistita in origine: forse grassoccia, piena di pensierini sciocchi, con un aspetto dimenticabile? Ora, assolutamente perfetta: a suo modo, affascinante e diversa. Che pensieri coltiva, adesso, nella sua nuova mente? Ha un'altra anima, sicuramente, l'anima adatta al suo corpo mutato. La donna sedette e accavall le gambe: di lato, in modo che risultassero pi slanciate ed erotiche, come ha dimostrato una volta una miliardaria del jet set a un talk show televisivo. Guard seccata Mariarita, che si rese conto di non aver fatto altro che fissarla dal momento in cui aveva fatto suo ingresso, tossicchi imbarazzata. Mariarita si affrett a girare gli occhi altrove. Stava per scusarsi e imbastire un inizio di conversazione, quando l'infermiera venne a chiamarla, e la tolse dall'imbarazzo.

Lo studio di Felisetti era enorme come una piazza e vuoto come in un giorno di met agosto. La cliente intenzionata a rifarsi doveva percorrerlo da cima a fondo, attraversando il parquet di legno e producendo un rumore infernale di tacchi, per raggiungere la scrivania del professore, che poteva cos vederla camminare, muoversi, ed esaminarla a suo agio. Mariarita si chiese se quell'atmosfera da provino teatrale fosse casuale o voluta. Si chiese se per caso Felisetti si era sbri-

gato in fretta con la brunetta perch era stata solo una breve visita di controllo, o perch le aveva detto: In tutta sincerit, mi dispiace, ma non posso allungarla. Poi, ebbe un'altra immagine mentale: una fila di pellegrine in marcia verso il chirurgo mago, a domandare la grazia: una grazia fisica. Lui, il chirurgo, era praticamente invisibile: dava le spalle a una fila di finestroni con un lato dritto e l'altro che descriveva un mezzo arco a sesto acuto, in stile... come possiamo chiamarlo? gotico futurista. Aveva davanti un'enorme lampada da tavolo accesa, e stava in mezzo, alla confluenza tra le due luci, nella stessa nebbia abbagliante della sala d'attesa. In piedi, con il camice bianco, incombeva come un alto spettro benevolo appena distinguibile dallo sfondo di un arcano chiarore. D'impatto, semplice e grandioso insieme. Lo spettro fece un gesto con il braccio (con la manica bianca) per indicare la poltrona di pelle di fronte alla scrivania. Mariarita sedette, indic la lampada. Le dispiace...? La luce mi ferisce gli occhi. Mi scusi. Felisetti spense la lampada, e Mariarita, con gli occhi ancora stravolti da ombre nere, pot finalmente vederlo, mentre sedeva di fronte a lei con un movimento elegante. magro, vigoroso, pieno d'energia. Ha mani forti, dalle dita adunche che si immaginano facilmente a penetrare materiali molli, a strappare, tirare, modellare. Il suo viso strano: come quelli delle sue pazienti, sembra frutto di una sapiente opera di chirurgia estetica, come se lui stesso si fosse operato di fronte a uno specchio. Oscar Felisetti il cugino di Gherardo Orsi, discende dalla sua zia materna, un frammento sopravvissuto della stessa sostanza di lui, diverso rispetto a come Mariarita aveva immaginato Gherardo: per certi aspetti, pi bello, per altri, meno. Ha un volto glabro dal profilo tagliente come un'arma, occhi ovali di un verde tenebroso, e una bocca mordace. Il cranio completamente rasato lo fa sembrare un interessante pazzo, o un ergastolano autodidatta estremamente intelligente.

Nella foto sulla rivista non aveva la testa a palla di biliardo; era parzialmente calvo, con sinistre ciocche bionde che gli incorniciavano le tempie e gli scendevano sul collo. Deve avere circa quarantacinque anni, ma l'aria di aver lavorato sul proprio aspetto (anche se non lo ha fatto) lo rende simile pi a un trentacinquenne molto vissuto, o a un cinquantenne ringiovanito. Tutt'altro tipo rispetto all'ingenuo ragazzo scapigliato di cui lontano parente, eppure, in un certo senso, la continuit prevedibile di lui. Forse, il personaggio di Gherardo B*** del racconto di Gherardo, si era incarnato in Oscar Felisetti, materializzato lungo tutto un secolo di storia attraverso la catena del DNA. A Mariarita venne una bizzarra idea: la reincarnazione dei personaggi. Se le anime delle persone reali possono rinascere e vivere altre vite, non possibile che i personaggi dei libri e dei film meglio riusciti, quelli che comunicano una pi forte sensazione di realt, maturino il diritto a meritarsi un corpo? E, subito dopo, un altro pensiero: Non avr davanti a me Frankenstein in persona? Felisetti aveva ereditato (forse) le manie di Gherardo, aveva avuto lunghi capelli biondi che (forse) la sua ultima vittima aveva accarezzato, sapeva maneggiare il bisturi, ed era abituato a pensare di poter scomporre e ricostruire i corpi. No, no, calma: anche se lui, non pu sospettare minimamente che sono qui per indagarlo, probabilmente ignora tutto quello che io so, cio di aver avuto un antenato nell'Ottocento, che ha sognato e anticipato in una creazione letteraria un assassino a un passo dal Duemila. Che cosa posso fare per lei? Felisetti disse proprio cos: che cosa posso fare per lei, cosa vuole che le cambi nel suo volto e nel suo corpo, quale parte posso sostituirle? Ecco.... cominci Mariarita, sporgendosi in avanti e intrecciando le mani sulla scrivania ("Professore, vorrei rifarmi il culo") ... sono scontenta della mia immagine. Non si tratta di una

singola parte, ma dell'insieme. Cos, ho pensato di venire a chiederle un consiglio, a chiederle... appunto... che cosa potrebbe fare per me. Mi sembra un po' vago comment Felisetti, con una voce impostata calda, molto professionale, che suonava... consolante, s, consolante. E non mi pare che lei abbia difetti fisici evidenti. Potremmo vedere di valutare se tale sua insoddisfazione non ha cause psicologiche. In questo caso, forse, dovrebbe intervenire un altro tipo di specialista.... No, cos non andava. Lei era l per cambiare il corpo, e lui le stava proponendo di cambiare l'anima. Fra poco, le avrebbe messo in mano un foglietto con l'indirizzo di un analista, e l'avrebbe spinta fuori dalla porta. Bisognava inventare qualcosa; ci voleva una di quelle sue felici e dolci ironie, con cui spesso riusciva a sopportare le situazioni immutabili, e a ribaltare quelle modificabili. Ho gi consultato uno strizzacervelli. Lui mi ha detto la stessa cosa... che dovrebbe intervenire un altro tipo di specialista. Felisetti fece un sorriso appena accennato, ma acuto: l'espressione di una volpe che apprezza l'astuzia di un'altra volpe. Di solito disse le persone arrivano qui dicendo che sono scontente della loro immagine... Ma focalizzano la loro sofferenza su una parte del loro fisico. C' chi vuole cambiare il naso, chi vuole un corpo pi snello, chi semplicemente non sopporta di invecchiare. Lei dice che non si tratta di una singola parte, ma dell'insieme, e questo molto interessante. Mi chiedo come potrei intervenire sull'insieme. Molto meglio: almeno gli aveva risvegliato la bestia della curiosit professionale. E lei aveva guadagnato tempo: ma tempo per cosa? Ha un bel raccomandare, Stella, di osservare ogni cosa nello studio del professore: l intorno, si vedeva soltanto ogni tipo di niente. Non era neppure un ambiente spoglio alla maniera monacale; era spoglio nel senso di... vuoto, neutro.

Niente nella stanza a parte la scrivania. Niente sul ripiano della scrivania, a parte la lampada. E niente neppure su Oscar Felisetti: lui indossava soltanto, sotto il camice bianco, una maglietta girocollo di cotone pure bianco, e non portava orologio, anelli, neppure una penna nel taschino. Certo, anche il nulla lanciava messaggi, parlava: ma cosa stava dicendo? Qual era il senso di una simile messinscena, sicuramente voluta? Felisetti voleva forse dire alla cliente che entrava e si sedeva in quel nulla: spogliati del tuo vecchio io, del tuo vecchio corpo, diventa vuota e neutra, materiale docile per la ricostruzione di un'altra donna? Sotto l'influenza di questi pensieri, Mariarita cominci a improvvisare: Secondo me, un brutto naso, la grassezza o la vecchiaia sono mali sopportabili; ci sono rimedi per ognuno di questi problemi. Ma, quando i singoli elementi del fisico si combinano malamente insieme, comincia la vera infelicit. Si pu convivere con un difetto, ma non si convive con un'immagine scialba, insignificante, di scarso impatto visivo. Felisetti si sporse un po' verso di lei, appoggi il gomito sulla scrivania e il mento sulla mano. Continui disse. Le dive del cinema, i sex symbol, le donne indimenticabili, hanno tutte una particolare qualit, che pu chiamare fascino, glamour, fotogenia, capacit di bucare lo schermo, o quel che vuole... Mi domando se la chirurgia estetica in grado di conferire questa qualit. Questo tipo di qualit non materiale, non si ottiene raddrizzando, riducendo o espandendo le forme del corpo. Viene direttamente dall'interno, dalla personalit, dallo spirito. un'energia irradiata dalla personalit, una specie di luminosit... Quando una donna sta bene con se stessa, riesce ad apparire anche molto bella. Si tratta di una forma di suggestione psicologica: quando siamo convinti noi, riusciamo anche a influenzare e modificare la percezione degli altri. Mariarita scosse la testa. Pens al Gherardo B*** del racconto scapigliato, alla sua filosofia della materia.

Non sono d'accordo. Quando una donna impara a stare bene con se stessa, significa solo che non bella. Se bastasse emanare una forma di energia interiore con convinzione, allora tutte le donne sarebbero divine. La ragazza che entrata prima di me, per esempio, non convincer mai nessuno di essere alta. No, professore: quella qualit, che poi la bellezza, la bellezza fatale, innegabile, indiscutibile, viene dal corpo, dalle forme, dai colori, dalle proporzioni. Lei dice che l'anima a creare l'immagine, io dico che l'immagine a creare l'anima. Felisetti sorrise: aveva denti bianchi e forti, troppo grandi; eppure, quel sorriso esagerato non appannava il suo potere d'attrazione. Lei una filosofa disse, divertito. Secondo la sua teoria, la chirurgia estetica sarebbe in grado di costruire un'altra percezione che la persona ha di se stessa, un'altra anima. Mariarita sospir. Guard dritto negli occhi il chirurgo che poteva essere il Frankenstein del suo tempo, partorito dall'assassino di Sublime anima di donna. Era un gioco pericoloso, ma ormai lo aveva intrigato, conquistato, catturato. L'attenzione del professore era tutta per lei. La sfido a tentare di rendermi bella. Felisetti sorrise ancora, elusivo, volpino. Lei vuole da me la magia.

Il chirurgo si alz. Bene, direi che a questo punto la cosa migliore da fare una visita accurata e completa. Poi, decideremo insieme cosa fare. Prego.... Mariarita segu Felisetti fino a una porta bianca, mimetizzata nella parete bianca, della cui esistenza non si era accorta. Pass in una piccola sala medica, poco pi di un ripostiglio ristrutturato, interamente bianca a parte il metallo dei rubinetti del lavabo e una serie di strumenti disposti su un carrello. Felisetti indic un paravento bianco.

Si spogli completamente e si sdrai sul lettino. Mariarita obbed. Dietro il paravento (ma Felisetti l'avrebbe vista comunque nuda, dunque, a che cazzo serviva il paravento, e lei, perch ne stava approfittando?), si tolse la giacca e la camicetta. Non portava reggiseno, ma soltanto una canotta leggera di pizzo, che arrivava poco sopra l'ombelico; tolse anche quella. Poi si sfil gonna, collant e mutandine, ma rimise le scarpe nere, dal tacco medio. Sentendosi vagamente fuori posto, sedette sul lettino. Era un po' troppo alto, e dovette far leva sulle mani e dare slancio alle gambe, come faceva da ragazzina per arrivare a poggiare il culo sul muretto in piazza. Si sdrai. Guard con disapprovazione i segni dell'elastico del collant e delle mutandine, che le si intersecavano sul ventre come sgradevoli cicatrici. Non si era depilata n le gambe, n le ascelle: se ne avesse avuto il tempo, se fosse stata avvisata prima... Era un po' sudata, e la carta protettiva le si appiccic alla schiena e alle natiche. Rimase l, comprendendo bene il senso dell'espressione "nuda come un verme", con l'ansia che le si allargava nel petto. Pens: Non mi ammazzer qui, dopotutto. Prender nota, e mi ammazzer da qualche altra parte, quando meno me lo aspetto. Felisetti rientr. Gi pronta? stata veloce. Non sono una spogliarellista. Altrimenti, sarei pi lenta. Il professore rise. Non l'avrei fatta aspettare, altrimenti... Permette? Le tolse con delicatezza le scarpe, and a posarle accanto al paravento. Comp un gesto assurdo, estremamente confidenziale: le scost il ciuffo dalla fronte. Le liber il viso dai capelli, usando le dita a mo' di pettine. Mariarita non cap se era professionalit mascherata da intimit, o il contrario. Poi, Felisetti appoggi le mani alle tempie di lei, le spost leggermente la testa sul cuscino, le abbass il mento, glielo fece rialzare e protendere. Le tast a lungo il collo, segu con i pollici il contorno delle mascelle e degli zigomi, le pass l'indice lungo l'arco del

naso. Le accarezz (sembrava proprio una carezza) le orbite degli occhi, le palpebre. Pareva un cieco che volesse imprimersi nella mente l'immagine di lei attraverso le dita. Le prese il mento, le fece voltare la testa a sinistra, a destra, e di nuovo, e di nuovo. Molte donne si riterrebbero fortunate di avere un seno abbondante come il suo. Io lo preferirei piccolo. Felisetti sollev le sopracciglia, il volto soffuso di piacere. Davvero? Ne regalerei volentieri un terzo. Vogliono tutte mammelle da vacca disse Felisetti, con disgusto. Subito dopo, accorgendosi di quel che aveva detto, guard Mariarita contrito, forse sul punto di imbastire una scusa. Mariarita gli lanci uno sguardo: non peggiorare le cose, non aggiungere niente. Incupito con se stesso per l'indelicatezza che gli era sfuggita, il chirurgo riprese l'ispezione del corpo. Esamin seni, fianchi, ventre, cosce. A volte, appoggiava appena le punte delle dita e premeva leggermente, altre volte premeva e massaggiava pi forte, con il palmo della mano aperta. Nel suo tocco non c'era nulla di ambiguo, viscido; non era un tocco sessuato che ipocritamente si maschera da interesse medico. L'atteggiamento di Felisetti era totalmente puro, imparziale, disinteressato: se una passione c'era, era quella scientifica della valutazione di una forma, e del confronto con un ideale estetico. Mani astratte, che la percorrevano, imparavano, soppesavano e giudicavano astrattamente. A un certo punto, il chirurgo avvicin troppo il viso a quello di Mariarita, e lei sent il suo alito: fresco, di menta. Lui si ritrasse, tossicchi. Le esamin con attenzione anche mani e piedi, che tenne sollevati dal lettino a lungo e fiss concentrato, come sovrappensiero. Forse non Frankenstein, pens Mariarita, soltanto un feticista.

Si volti, per favore. Mariarita sent che la sua schiena si scollava dalla carta protettiva, e Felisetti l'aiut a sdraiarsi bocconi. Dopodich, cominci l'esame della parte posteriore, che non dur di meno. Il chirurgo le pose le mani sotto le natiche, e le spinse verso l'alto, poi le rilasci. Ripet la manovra ancora una volta. Le fece flettere le ginocchia e sollevare le gambe, e di nuovo si dedic ai piedi. Ha dei bei piedi. Grazie. No, non era un feticista, ma uno che aveva cercato in lei qualcosa di assolutamente bello, e trovato solo i piedi. Se lei avesse avuto qualcos'altro di assolutamente bello, lui glielo avrebbe detto. Si alzi. Mariarita scese gi dal lettino, con un inevitabile saltello. Cammini per la stanza, per favore. Perch? Vede lass? Felisetti indic un angolo formato da due pareti e dal soffitto, dove un apparecchio non bianco, ma nero e lucido come una pistola, terminante in un lungo obiettivo, oscillava piano, come la testa di un animale. una telecamera a circuito chiuso. Ha ripreso il suo corpo in grandangolo e nei dettagli, con lo zoom. Ma non basta il corpo, la bellezza anche movimento. Ora le chieder di fare una cosa che le sembrer strana. La lascer sola: lei cerchi di comportarsi con estrema naturalezza, come quando nel bagno di casa sua. Muova qualche passo intorno al lettino, sorrida, parli, faccia tutto quello che vuole, senza inibizioni. Ho bisogno del suo modo di camminare, di gestire, della sua mimica facciale. La telecamera passa le immagini direttamente a uno scanner che le trasferisce al mio computer. Poi si rivesta pure e mi segua di l. Felisetti scomparve nuovamente oltre la porta bianca. Mariarita si copr il corpo con le mani, in un gesto istintivo di protezione. Una telecamera l'aveva catturata! Felisetti l'aveva rapita, scannerizzata, archiviata nella memoria delle sue

mostruose macchine, e ormai lei era sua per sempre!

Quello che Felisetti aveva chiamato "di l" era una ennesima stanza bianca, al centro della quale sedeva il professore, davanti a un tavolo bianco che ospitava sofisticati strumenti elettronici: un megacomputer, un paio di stampanti, lo scanner, il modem e altre cose che Mariarita non aveva mai visto, e forse venivano direttamente dall'America, o da un film di fantascienza. Le pareti altissime ospitavano ritratti a grandezza naturale di donne, presumibilmente clienti del chirurgo, disposti da terra fino al soffitto, come in una collezione privata di quadri. Le modelle, tutte con capelli di un biondo chiarissimo, erano state fotografate prima e dopo l'intervento: l'immagine di ci che la donna era diventata partiva da quella di ci che era stata, con un effetto mosso e sfocato che suggeriva un'idea di movimento, di evoluzione e trasformazione. Davanti agli occhi di Mariarita c'erano nasi gibbosi e dalla punta bassa mutati in nasi classici, corpi grassi e sgraziati come bozzoli dai quali sembravano uscire farfalle agili e aggraziate, seni da pornostar ridotti alle dimensioni di una coppa di champagne. Gli sfondi bianchi delle foto e i filtri bianchi che erano stati usati per coprire l'obiettivo facevano somigliare quelle donne ad angeli sul punto di staccarsi dai muri per volare verso un paradiso concepito probabilmente dalla mente di Oscar Felisetti, dalle sue viscere, dai suoi gusti sessuali e desideri (di Gherardo?). Se si guarda intorno disse il professore, come per confermare il pensiero di Mariarita, pu avere una pallida idea di ci che per me la bellezza, il fascino, il glamour. Vede, io faccio per le mie pazienti quello che loro vogliono, ma mi interessa lavorare veramente solo con quelle che condividono la mia visione. Venga a sedersi qui vicino a me, per favore. Mariarita sedette davanti a un monitor gigante che ospitava uno sfondo blu notte, vellutato, pieno di punti luminosi che scintillavano a intermittenza: un cielo stellato. Felisetti, davanti

alla tastiera collegata al computer, premette il tasto di invio. Guardi. Questa lei adesso. Una delle stelline del cielo elettronico cominci a espandersi, copr quasi tutto lo schermo, tremol, e sembr esplodere. Poi si contrasse su se stessa, proiett la testa e gli arti, si stir, mostr il viso, e Mariarita vide... se stessa: o meglio, una se stessa disegnata, stilizzata e levigata. Sul monitor, fece quello che aveva fatto prima nello stanzino delle visite: cammin, esegu qualche esercizio di ginnastica, piegamenti, torsioni, un po' di saltelli, volt la testa, scosse i capelli, gesticol ampiamente con le braccia imitando un vigile del traffico, poi una ballerina classica. Sorrideva. La Mariarita seduta a guardarsi rest a bocca aperta: con il suo ciuffo, i grandi occhi scuri che parevano ingenuamente sbarrati, il naso dalla punta tonda e la bocca carnosa e imbronciata, si ricord un personaggio dei manga giapponesi. Incredibile mormor. L'incredibile deve ancora cominciare. Lei ha tessuti molto giovani ed elastici; non ci sono ostacoli di natura organica che possano pregiudicare ogni tipo di intervento. Ora le mostrer come intenderei procedere per operare la stregoneria che mi ha chiesto. Felisetti cominci a digitare sulla tastiera: svelto, sicuro, a tocchi leggeri come piume, senza sprecare pi energia di quanta ne occorresse. Sul monitor, la Mariarita virtuale vibr per un istante, come se fosse fatta di tanti minuscoli punti in scomposizione, poi cominci a cambiare come quel pezzo di materia molle visto in un vecchio carosello di tanti anni fa. Il seno si ritrasse fino alla dimensione di due frutti acerbi ma tondeggianti, dai capezzoli alti. I muscoli delle braccia e delle spalle si svilupparono; invece la massa del ventre, delle cosce e dei fianchi venne leggermente ridotta, come scavata da un invisibile cucchiaio. Le natiche ("Professore, vorrei rifarmi il culo") divennero quelle che lei aveva sempre desiderato. Il profilo del naso si riemp e si te-

se, gli zigomi si rialzarono, la linea delle sopracciglia fu ridisegnata, la bocca si allarg leggermente, perdendo tutto il suo broncio infantile e diventando pi seduttiva, il ciuffo spar, i capelli si allungarono. Il mago della chirurgia le cambi anche i colori: le fece gli occhi blu, le chiome bionde e la pelle di un pallido ambrato opaco. E non si ferm l: le cambi anche il sorriso, la gestualit, il movimento. La Mariarita virtuale modificata camminava con un passo slanciato che sembrava partire dall'anca, ruotava il busto e girava la testa con pi grazia, lanciava sguardi come saette, dischiudeva le labbra come una sirena: occupava lo spazio e gestiva con pi autorit, attirava subito l'attenzione e la teneva avvinta, reclamava gli sguardi, si imponeva. Ora bucava veramente lo schermo; somigliava a un incrocio fra una statua classica e una top model californiana. La Mariarita reale era sconvolta: assisteva a un impossibile videogame con se stessa come protagonista e giocatrice insieme: la posta in gioco era guadagnare una nuova anima attraverso un altro corpo. Gran parte della magia posso operarla io, lavorando sulla carne e sulle ossa. Il resto, lo farebbero la ginnastica, il trucco, gli altri trattamenti estetici. Che ne dice? Diabolico. Se con questo intende dire che ho vinto la sfida, lo prendo per un complimento. S, il professore aveva sostituito la sua anima, e non con un'anima qualsiasi. Guardando la bellezza virtuale che Felisetti aveva visto in lei, e confrontandola con quella delle donne appese alle pareti, Mariarita ebbe l'orribile percezione di qualcosa che prima le era sfuggito. Ogni chirurgo estetico ha un suo ideale di bellezza femminile, e anche Felisetti, inseguendo il proprio, si ripeteva creando forme simili fra loro. Mettendo insieme un mosaico delle parti corrette alle clienti in seguito agli interventi, si otteneva l'immagine sul monitor, e questa immagine era a sua volta un mosaico composto dalle parti asportate delle ragazze uccise.

Oh, Ges. S, ecco il "volto di un ovale dolce e purissimo che pareva dipinto da Raffaello, naso dritto e sottile di statua greca, bocca carnosa, dalle turgide labbra scarlatte", ecco il "seno di vergine adolescente, dalla linea squisita, tale quelli delle dame del Rinascimento", e la "massa copiosa" di "capelli biondi sulle spalle, sulle braccia, fino alle reni e sui fianchi". L'ideale di Felisetti. L'ideale di Gherardo. L'ideale dell'assassino. Che cos'ha? La vedo turbata. Non quello che voleva? S... era quello che volevo. Gli aveva chiesto la magia, e aveva ottenuto anche di pi. Lui l'aveva trasformata in Carlotta.

Mariarita usc dallo studio di Felisetti con una fattura fiscale che si rallegr di potersi far rimborsare dall'agenzia Black Jack, e un preventivo per diventare Carlotta che avrebbe reso necessaria la stipula di un mutuo decennale. Era scappata via balbettando poche frasi confuse a proposito del fatto che era tardi e aveva un appuntamento di cui si era ricordata all'improvviso, sentendosi come se l'avessero uccisa. No, non precisamente uccisa, ma dispersa come nebbia, azzerata, trattata come un agglomerato di elementi intercambiabili. Le avevano semplicemente proposto di smettere la sua identit come un abito usato, e sostituirla con un'altra. Era stato pi pauroso che doloroso. Sost presso la fontana in giardino cercando di calmarsi, di far riprendere al cuore e al respiro il ritmo regolare, soprattutto di ritrovare se stessa: baricentro, senso della massa corporea nello spazio, contorni, sensazione interna che corrisponda a una determinata forma. Sporgendosi, colse il proprio riflesso nell'acqua: era sempre lei, la solita Mariarita Fortis, con un nome da prefazioni, una stanza tutta per s quando gliene sarebbe occorsa un'altra, due gatte lesbiche e buddiste, e sempre l'altro modo di guadagnarsi da vivere. Nello studio di Felisetti

non c'era neppure uno specchio: le sue clienti, entrando, dovevano smettere di vedersi com'erano, per immaginarsi soltanto come le vedeva il grande stregone nei fluidi e fumi dei suoi alambicchi. Ritrovandosi, rispecchiata nella fontana, Mariarita sospir e sorrise.

Prese la metropolitana e, dopo poco pi di mezz'ora, era nuovamente a casa, a Porto di Mare. Non appena rientr nel suo bilocale le due gatte, colte nel bel mezzo di qualche misteriosa pratica felina, si immobilizzarono come ladri colti con le mani nella cassaforte, l'una sui fornelli della cucina a gas, l'altra su una mensola, fra i barattoli dello zucchero e del caff. Mariarita and in camera da letto a verificare quale brutto scherzo le avessero combinato: infatti, un cuscino giaceva sventrato a terra. Ne avevano estratto l'imbottitura di gommapiuma, l'avevano dilaniata, triturata e sparpagliata in pezzi per tutto il pavimento. Merda! Mariarita si spogli, indoss pantaloni di una tuta e maglietta con la scritta BORN TO BE A WINNER. Poi, si mise a raccogliere tutti i pezzetti minutissimi di gommapiuma, passando l'aspirapolvere sotto il letto e i mobili e in tutti gli anfratti. Si mise al lavoro cercando di ignorare le gatte, che a quell'ora della giornata parevano sempre due tossiche fatte di ecstasy, e saltavano e correvano come funambole per tutti i luoghi pi pericolosi della casa. In quel momento, si stavano rincorrendo sulla sommit dell'armadio con un gran trapestio. Facendosi forza, Mariarita affront l'enorme mole di lavoro che le si era accumulata dal mattino. Alle otto, terminata la relazione, Mariarita riemp di croccantini ai gamberi e salmone le ciotole delle gatte, mangi una confezione di maccheroni ai quattro formaggi surgelati riscaldati nel forno a microonde e un budino alla vaniglia, e bevve un caff. Il vero lavoro era fatto. Per il resto, desiderosa di potersi

dedicare presto alla lettura della seconda parte delle lettere di Gherardo, aveva intenzione di barare. Verso le due di notte, Mariarita aveva finito: ora, era venuto il momento per se stessa. And a prendere dalla borsa il dischetto con l'etichetta Lettere 2.doc, lo inser nel drive, lo copi, ricerc il file, lo selezion. Poi, and a versarsi un bicchiere di vino bianco e a prendere quattro dei suoi biscotti preferiti, al cocco, ricoperti di cioccolato. Torn al computer, emozionata. Si sentiva come da ragazzina, quando comprava un dolce, un libro, o qualsiasi altro oggetto di piacere, e aspettava alcune ore prima di consumarlo, per esaltare il piacere con l'attesa. La seconda puntata della saga scapigliata, il vino, i biscotti, la sua deliziosa solitudine notturna, le gatte che dormivano, e quella calma pervasa da un'aspettativa di appagamento. Apr il file. Era pronta per riabbracciare nuovamente i suoi cari fantasmi.

La seduta spiritica N

el laboratorio del professor Stefan Blank (non ancora Stefano Blanco), Gherardo, Emilio, Igino, Camillo e Arrigo stanno contemplando una mirabolante gamba di donna, una parte anatomica che suggerisce e promette altre e pi favolose meraviglie, bellezze che possono appartenere solo agli angeli o, naturalmente, all'eterno femminino immortale. Soltanto: la proprietaria della gamba non era eterna, ma molto, molto mortale; non aveva, presumibilmente, famiglia, amici, o comunque legami con il mondo sufficienti perch qualcuno potesse reclamare l'intero suo corpo. La gamba non ha nome, n il professor Blank, del resto, l'ha chiesto quando gliel'hanno portata. Ma gli scapigliati vogliono, assolutamente vogliono, sapere chi . Ed Emilio dice che l'ama: non si comprende se la gamba, la donna, o tutt'e due ( la medesima cosa?), in ogni modo l'ama e sente che lei vive ancora, esiste perennemente come ogni pi bell'ideale, il che, a pensarci bene, fin troppo scapigliato. Gli altri, commossi, partecipano del suo sentimento: Emilio ha parlato per tutti. Sono innamorato dice Camillo, con una voce mutata, che sembra strappata dal fondo delle viscere, una voce paurosa che Gherardo non gli ha sentito mai. Anch'io gli fa eco Arrigo. Fratello, se rinascesse, potremmo forse vivere tutti e tre insieme sotto lo stesso tetto, in una comunione di corpi e anime diabolica agli occhi del mondo,

ma santa per noi. Io vivrei con lei dice Igino, sempre pi pallido e perduto, anche se non rinascesse. Vivrei con quello che resta di lei, fantasma oltre la vita o fantasma della mia mente. Saprei accontentarmi. Gherardo si sente sconvolto, trema, gli sembra quasi di perdere conoscenza. Se solo la sua facolt d'amare e l'ingegno erano pari alla bellezza mormora. Poi si sente mancare, e gli amici devono sostenerlo. A sopraffarlo il presagio della felicit che potrebbe godere con la compagna perfetta che ha evocato, talmente intenso da trasformarsi in oscuro malessere. Gherardo, cos'hai? Lo fanno sedere su una poltrona, e il professore, borbottando qualcosa come povero, povero ragazzo, accorre a versargli un cordiale in una tazza che sembra aver contenuto in precedenza qualche denso liquido da esperimento. Lui, in questo istante, potrebbe tracannare veleno e trovarlo dolce, preso com' da una specie di smania di annientamento. Sapevo che questi resti, se pur miseri, avrebbero esaltato i vostri sensi e la vostra immaginazione dice con un sorriso benevolo il professor Blank. Tuttavia, non supponevo di suscitare un simile turbamento. Evidentemente, ho sottovalutato la finezza delle vostre anime di artisti. Me ne duole enormemente, signori. Non ve li avrei mostrati, se avessi indovinato quale funesta seduzione avrebbe esercitato su di voi. Il professore ricopre la gamba con il telo, celandola agli occhi umani (perch Dio, a quanto pare, continua a vederla). paterno, saggio, ragionevole. Signori, vi prego, dimenticate di averla vista. Non torturatevi il cervello con inutili interrogativi e sterili fantasie. impossibile, professore dice Emilio. Anche se questa carne sar lacerata dai vostri coltelli, e finir per essere distrutta, anche se dovesse decomporsi e diventare polvere, la

sua splendida forma rester per sempre in noi, ad alimentare l'ispirazione, il desiderio... l'amore. Suvvia, che esagerazione! sbotta Blank, spazientito. Ma, professore lo implora Arrigo non avete proprio nessuna idea di chi fosse? Nessuna, ve l'ho detto. Si pu impazzirne dice Igino, con gli occhi pieni di lacrime. Blank guarda Igino che piange, Gherardo prostrato sulla sua poltrona, e scuote la testa. Ora scandalizzato, come un padre di fronte ai capricci e alle testardaggini giovanili dei figli. Signori, mi meraviglio. Finch si fa poesia, va bene, ma nutrire sul serio simili intenti e dichiararli.... Blank non conclude,ma Gherardo intuisce cosa sta per dire: "Isterismo da donnette", o "chiacchiere da dementi", o espressioni di analogo significato. Siete voi che non capite dice Igino, con rabbia. infuriato contro l'ambiguo scienziato, poeta dilettante, che prima li ha infiammati, e ora pretende di prendere le distanze. Voi che pure dite di cercare il segreto dell'anima umana, e che avete scritto versi... Cosa credete che sia, la poesia? Vivere, amare, creare non un passatempo per riempire le ore vuote. Si fa sul serio, con tutto il sangue e tutti i moti dell'animo.... Gherardo si alza, come animato da una forza che sente superiore a se stesso, va a fronteggiare il tagliatore di cadaveri, lo guarda fisso in faccia, esigendo una risposta. Eppure, voi dovete ricordare qualcosa! Sforzatevi! Blank sembra intimidito dalla forza di Gherardo; qualcosa nel suo viso tremola, cede. Sembra dispiaciuto, triste come davanti al dolore di un malato che soffre, e che le arti mediche non possono salvare. Purtroppo, mi trovo impossibilitato a soddisfare la vostra curiosit. Intanto, Camillo se n' rimasto muto, gli occhi chiusi, a percorrere con le dita il contorno della gamba sotto il telo, come a

volerselo imprimere nella memoria anche attraverso il tatto. A un certo punto apre gli occhi. Ma voi, professore dice, con una nota di speranza che gli trema nella voce avete parlato di un assistente che ve l'ha portata. Forse, lui sa. Ma certo! grida Arrigo. L'assistente! Sapr certamente dove ha prelevato la gamba, a chi apparteneva e come ne entrato in possesso! Diteci almeno il nome di quest'uomo! intima Emilio. Blank allarga le braccia, sconsolato da tanta irruenza, da tanta perversa ostinazione. Questo mio collaboratore uno studente in medicina di scarso ingegno. Non riuscendo a superare i suoi esami, non rinuncia tuttavia alla speranza di diventare medico. Circola per le aule, gli ospizi, le sale anatomiche, presente a tutte le lezioni... Si presta a tutti i servizi e favori, anche i pi degradanti... conosciuto da ognuno nell'ambiente, e conosce ognuno.... Il nome, professore, il nome! Agli scapigliati non frega molto, sul momento, della personalit di questo tizio. Vogliono sapere chi , senza tanti preamboli. Si chiama Guido Martinucci. Dio sia lodato! Dove possiamo trovarlo? chiede Camillo, afferrando un braccio di Blank. Non so dove abiti... Non lo vedo da quando mi port la gamba, dieci giorni fa... possibile che in questo momento sia all'obitorio dell'ospedale Fatebenefratelli, dove guardiano... O forse non vi pi, dal momento che fa il turno di notte... In ogni modo, se vi recate laggi e chiedete a nome mio del dottor Trombetti, vi potr dare il suo indirizzo. Grazie dice Camillo, stringendogli la mano, con la commozione con cui si ringrazia qualcuno per un immenso dono. Gli scapigliati salutano ed escono, come portati via dal vento. Il professore guarda il telo che nasconde la gamba, si mette le

mani nei capelli, alza gli occhi al cielo. Buon Dio! sospira. Questi poeti! come se si rallegrasse di aver scritto versi soltanto per gioco, di non essere affetto lui stesso da quel grave malanno che la poesia.

Fuori, gli scapigliati corrono come una vera tempesta da Sturm und Drang, insonni, drogati di fantasie e autoinganni, dritti verso un luogo di morte, alla ricerca di una sirena che li ha stregati. Stipati in carrozza, Gherardo quasi seduto sulle ginocchia di Camillo, fanno a gara per ricreare l'immagine di lei, farla sbocciare come un fiore dalla sola parte che ne hanno potuto ammirare. bruna, con grandi occhi scuri e pensosi. No, non ha la chioma corvina. Non hai visto che la sua pelle bianca come l'alabastro? Raramente le brune possiedono un incarnato cos nordico. Lei bionda.... Allora, ha i capelli biondi, ma gli occhi neri. Le bionde con gli occhi neri hanno un fascino senza pari. Occhi neri, "lucenti come la perla e morbidi come il velluto".... ( Gherardo a parlare) Il contorno del volto dolce, di un ovale gentile. Naso greco. Labbra di cinabro, rugiadose, dischiuse in un bacio. Ciglia lunghe e arcuate. Ha le forme opulente di Giunone. No, agile e forte come Diana cacciatrice. Non capite nulla. Afrodite in persona! Afrodite che nasce dal mare, i lunghi capelli biondi, lievemente ricciuti, che le ricadono sul seno in boccio, sui fianchi rotondi.... e un'espressione pura, innocente, nuova. Si muove un po' pigramente, come seguisse il ritmo di certe sue meditazioni, e i suoi gesti sono semplici e pieni di digni-

t. Emana, grazie all'armonia di tutte le membra, e delle membra con lo spirito che le muove, qualcosa come un profumo.... Una di quelle bellezze che possono ispirare opere d'arte, consolare un santo, cambiare la storia del mondo. Era una contessa.... ... una contessa che muore all'ospedale Fatebenefratelli? Non una contessa, una principessa di un reame estero, strappata bambina alla sua famiglia da una congiura di palazzo, affidata a gente senza scrupoli, ridotta al rango di povera serva di osteria.... Perch invece non pu essere stata una donna di umili origini, una campagnola, una montanara guardiana di pecore? Una borghese, figlia di un commerciante in nastri e merletti, una merciaia.... O persino... una prostituta. Una sventurata costretta a vendersi per mantenere se stessa, o i suoi cari. Un'avventuriera proveniente da Nord... o dai paesi dell'Est. Un'esiliata per motivi politici, senza patria, costretta a vivere da fuggiasca.... E se fosse stata una religiosa? Una suora di carit, una mistica? Noi tutti vorremmo sposarla, ma lei forse era sposata a Ges. Una ballerina. Non avete visto la gamba? Non era solo di incomparabile bellezza, era anche un impareggiabile strumento dell'arte della danza. Chi possedeva gambe cos, deve essere stata una grande ballerina. In tal caso, perch non si rivelata al mondo? Com' possibile che una simile creatura, serva d'osteria, prostituta o criminale, sia rimasta sconosciuta su questa terra? Conosciamo bene tutte le donne pi belle di Milano. Perch lei ci era ignota? Doveva essere una straniera, da poco giunta in citt.

Perch finita su un tavolo anatomico? E perch smembrata?

Questa faccenda dello smembramento del cadavere il mistero pi grande circa la proprietaria della gamba, legato probabilmente all'identit e alla storia personale di lei. Perch, al laboratorio del professor Blank, arrivato solo uno dei suoi arti, e non lei tutta intera, nella sua divina belt? Gli scapigliati hanno diverse e fantasiose teorie, per spiegarsi il fatto. Secondo Arrigo, la donna era una talentosa ballerina prossima al debutto, che il mondo non aveva ancora potuto ammirare in tutto il suo fulgore; c'era tuttavia un innamorato segreto, un giovane orchestrale che la seguiva durante le prove e la spiava dalla buca dell'orchestra, senza osare dichiararsi. La ballerina viene tragicamente, prematuramente strappata a una vita piena di promesse da un attacco di febbri, pianta dai familiari e sepolta. Nottetempo, il giovane orchestrale si reca al cimitero, dissotterra la bara di lei e taglia la gamba, la parte che simboleggiava tutta la danzatrice, volendo tenerla per s come una reliquia d'amore e un feticcio della danza. Sorpreso da una ronda armata sulla via del ritorno, per non essere arrestato come profanatore di tombe, si libera del fardello gettandolo fra i rifiuti dell'ospedale, dove poi l'assistente di Blank la rinviene. Secondo Igino, pi propenso, come Gherardo, a fantasticare di assassini e fatti di sangue, la ragazza era una sciagurata prostituta vittima di qualche cliente degenerato e sadico (e Jack lo squartatore, all'epoca, non era ancora emerso dalle nebbie di Londra). L'assassino l'ha talmente sfigurata e mutilata che Martinucci, quando si messo a scegliere i pezzi migliori per Blank, non ha trovato di sano e intatto che una sola gamba. Emilio, invece, pensa che Stefan Blank non sia il solo anatomista di Milano a praticare la dissezione dei cadaveri, e Guido Martinucci non certamente l'unico procuratore di corpi. La sconosciuta morta era talmente bella che i vari Martinucci al

servizio degli altri scienziati, dapprincipio se la sono contesa, ciascuno volendola tutta per s; a seguito di sordidi patteggiamenti, decidono infine di spartirsela. Emilio immagina la scena, di notte all'obitorio: i procuratori di corpi che si giocano il cadavere ai dadi: chi realizza il punteggio pi alto prende la testa, chi il busto, chi deve accontentarsi degli arti. A Martinucci (e a Blank), tocca una gamba. Gherardo ( lui a vedere la donna come un'avventuriera dei paesi dell'Est, sta leggendo una gran quantit di romanzi russi), pensa che sia stata un'eroina tipo anarchica rivoluzionaria, che abbia partecipato a qualche azione dinamitarda, violenta, estrema, naturalmente con nobili intenti, tipo la libert del suo popolo o roba simile. Rimane gravemente ferita, si rende necessaria l'amputazione della gamba. Non potendo appellarsi alla medicina ufficiale, i suoi compagni si rivolgono al subdolo Martinucci, medicastro fallito e praticone, il quale la opera come non si fa neppure con i cani, e la uccide. I compagni non possono denunciarlo; seppelliscono il resto del corpo in patria. Quanto alla gamba, rimane a Martinucci, che ne fa mercato. Camillo, da parte sua, ha due storie parallele: una, pi concreta, in cui la ragazza vittima di un incidente che distrugge quasi del tutto il suo corpo, per esempio viene maciullata da un treno, o divorata dal fuoco in un incendio, o cade da un'altezza vertiginosa. Nell'altra storia, pi nera e surreale, la donna in preda a una passione per un uomo bellissimo nel corpo, ma vile e miserabile nello spirito. L'infame le chiede, quale prova d'amore, di menomarsi di una parte di s, e lei lo fa, baciando il ritratto dell'amato. In questo finale di Camillo, l'eroina non muore, ma vive ancora in un palazzo dal quale non esce mai, con una gamba sola, abbandonata dall'amante ma senza rimpianti, per aver conosciuto fino in fondo la gioia del sacrificio. Cos, di storia in storia, di mito in mito, la donna della gamba acquista le dimensioni di un essere soprannaturale, una dea... No, non semplicemente una dea fra le dee, ma l'assoluto: dunque, Dio.

Basta con queste farneticazioni, amici dice Camillo. La risposta, se c' una risposta, la troveremo solo l dentro. L'obitorio dell'ospedale Fatebenefratelli, in pieno giorno, offre un ben insolito spettacolo agli occhi degli scapigliati: niente tenebre attraversate da velenose luci lunari, suggestioni di fuochi fatui, gemiti di anime separate dai corpi per coltello o pallottola, cose palpitanti sotto i sudari, terrori di revenant e di vendette dall'aldil. Il camerone, con i suoi lettini disposti in file parallele, come i letti dei bambini in un collegio, rende la morte una faccenda domestica, di ordine e pulizia, di organizzazione. L'orrore, l, come sterilizzato, bloccato in un biancore asettico, privo di echi e richiami ultraterreni, laico. I morti, illuminati dalla luce del sole che filtra dal lucernario, sono oggetti spogliati di sacralit; a Gherardo, in quella luce e quel calore da serra, sembrano strani vegetali, culture misteriose. E il guardiano non Guido Martinucci, ma un tizio che sembra uscito da un film espressionista tedesco: basso, equivoco, una faccia da animale furbo, e occhi acquosi cerchiati da occhiaie violacee molto scavate, che fanno pensare a qualcuno divorato da un vizio segreto. Il tipo ha un modo di esprimersi ricercato e pretenzioso in netto contrasto con il suo fisico scimmiesco, e un certo che di abbietto nell'espressione e nei modi. Si comporta come un cicerone in un museo, e illustra ai nostri eroi le opere d'arte in esposizione, i cadaveri dei milanesi che non sono n contesse, n facoltosi borghesi, vecchi e vecchie venuti a morire all'ospedale pubblico, ma anche corpi distrutti non dall'et, ma da altre forze malvage, come la fatica di un mestiere ingrato, i pianti di una serie di disgrazie che piombano sul capo nonsisaperch, la mancanza d'amore, il dolore fisico e quello mentale, la perdita della dignit, e tutte le cattive pratiche di cattive vite. Da questa parte, signori, potete vedere Menico, il vecchio ombrellaio, ve lo ricordate? Girava per le vie della citt a riparare ombrelli. Se l' portato via una febbre reumatica. Da

quest'altra parte, invece, abbiamo una prostituta marcita per la lue; vent'anni fa era uno splendore di ragazza, e ora somiglia a una fetida cloaca, non si pu neppure guardare... E questo qui, gran bravo giovine, stava per sposarsi, ma stato aggredito da due bravacci, che per prendergli il portafogli gli hanno cacciato un pugnale nella pancia... e il portafogli era pure vuoto! Come, mi chiedete chi quella laggi, che sembra un angelo assassinato? Una sconosciuta, che si tagliata le vene in una locanda di infimo ordine. Cos giovane e bella e con tutta la vita davanti, perch l'ha fatto, dite? Chi lo sa, forse una delusione d'amore... Anche quell'altro l, si impiccato, e non poteva avere pi di trent'anni. Due bambini: che pena, non vero? Un maschietto e una femminuccia, li hanno trovati abbracciati in uno scantinato. Due piccoli abbandonati, e nessuno che si preso cura di loro. Ce n' uno anche pi piccolo, anzi appena nato... la madre lo ha gettato via, su un mucchio d'immondizia. Questa donna, il marito ha detto che caduta dalle scale, ma ho sentito i dottori dire che stato proprio lui ad ammazzarla di botte... E guardate questo qui, ah, ditemi se non veramente un fenomeno... Cos', secondo voi, uomo o donna? Donna, con il sesso da uomo... Si vendeva ai ricchi pervertiti che amano questo genere di stranezze. La sua morte un mistero, l'hanno ripescato affogato nell'Adda... I professori, qui, lo reclamano. Vogliono aprirlo, studiarlo... S, s, va bene, ma Guido Martinucci? Ah, il tipo non ne sa niente (sa tutto dei morti, ma non altrettanto dei vivi), non lo conosce, non sa dove abita, sa solo di essere stato messo l all'obitorio al suo posto, prima lui era incaricato di rifare i letti e portare le lenzuola sporche in lavanderia. Che gli piaccia molto di pi trafficare con i defunti, glielo si legge in volto. Perch stiano veramente buoni, necessario che siano morti dice, per spiegare la sua preferenza. D'accordo, brav'uomo, e Martinucci? Forse rif i letti al posto mio. Chiedete in direzione, se vi preme tanto.

Blank ha detto di rivolgersi a un certo dottor Trombetti ricorda Emilio ai compagni. Lo trovate di sopra, nel suo studio. Gli scapigliati lasciano il guardiano, offeso che ci si interessi pi a quel tale Martinucci che ai suoi morti. Prima di uscire, Gherardo si volta indietro, lo coglie nell'atto di guardare il cadavere della suicida con un'espressione tra il lascivo e il sentimentale, come uno sposo ruspante che si prepari a deflorare la sposina vergine appena uscita di collegio.

Il dottor Trombetti piccolo, i capelli bianchi e un paio di baffoni a spazzola che gli coprono le labbra; quando parla sembra che le parole, per uscirgli fuori, debbano forzare la barriera di quel folto pelo; arrivano attutite, spezzettate. Trombetti si muove a scatti, sembra incazzato con il mondo intero. Cosa diamine vengono a domandargli? Dove e da quale cadavere Martinucci ha preso una gamba? Una gamba? Ha capito bene? S, una gamba. Governo ladro! Quale stravaganza mai questa? Qui, ogni giorno che passa, diventa sempre pi un manicomio. Certo lui, Trombetti, non ignora che i dipendenti dell'ospedale fanno questo immondo traffico di parti anatomiche, ma preferisce rivolgere gli occhi e i pensieri altrove: per citare Dante, "non ti curar di lor ma guarda e passa". Ed Emilio lo corregge: "non ragioniam di lor ma guarda e passa". S, s, vabbe', non facciamo tanto i difficili, il senso del discorso quello, che lui, Trombetti, con certe mene non ha mai voluto avere niente da spartire; se Martinucci ha segato una gamba a qualcuno e l'ha poi venduta, non gliene pu fregar di meno. Che il diavolo si porti Martinucci, se non se lo per caso gi preso. Perch mai domanda Arrigo il diavolo dovrebbe essersi preso Martinucci? Perch bofonchia Trombetti quel riverito signore non pi fra noi. Ha lasciato questa valle di lacrime.

Volete dire che ...? chiede Emilio, sgomento. Trapassato. Ho firmato io stesso il certificato di morte. Quale malattia aveva? Nessuna malattia. stato un colpo. Ma... ce ne hanno parlato come di una persona giovane.... Accade anche ai giovanotti, cosa credete. E quando successo? Con oggi, sar una settimana esatta. Si sentito male, rimasto cinque ore privo di conoscenza, e poi spirato. Certi miei illustri colleghi sostengono che ha bevuto a grandi sorsate acqua troppo fredda, ma, per me, gli si rotta una vena nel cervello. Cos, non potremo mai sapere a chi apparteneva la gamba? Da lui no, di certo, a meno che lor signori non vogliano andare all'inferno. E... da qualche suo familiare? Per amor di Dio! Aveva solo una madre vedova e una sorella nubile, entrambe molto pie e devote. Verrebbe un colpo pure a loro, se sapessero che segava le gambe ai morti! Emilio si lascia sfuggire un risolino nervoso. Igino si fa avanti per domandare a Trombetti: Non aveva un compagno di studi, qualcuno che gli fosse intimo abbastanza?. Intimo? Ne dubito assai... Intendiamoci: Martinucci era amico di tutti, ma nessuno era amico suo. Igino e Gherardo si scambiano uno sguardo afflitto: in fondo la vicenda di questo Martinucci, eterno studente fuori corso, con due parenti bigotte, amico di tutti ma privo di amici, servizievole con i potenti, arrogante solo con i morti, sottratto a un futuro oscuro da un colpo per aver bevuto a grandi sorsate acqua troppo fredda, veramente deprimente. Dottore interviene Camillo, calmo e persuasivo non sarebbe possibile consultare i registri, e interrogare i vostri colleghi, il personale? Trombetti si agguanta i baffoni con il pollice e l'indice della

destra, se li tormenta, perplesso. Ma... con tutti quelli che entrano... Avremo almeno un migliaio di malate, qui... Come potete sperare di ritrovare una donna di cui non conoscete neppure il nome? La gamba arrivata nel laboratorio di Blank dieci giorni fa. A noi basta appurare quante donne giovani e belle sono state portate all'ospedale nei tre o quattro giorni che precedono la dipartita di Martinucci. In caso la nostra ricerca avesse esito negativo, proseguiremo le indagini altrove. Oh... D'accordo... Governo ladro! Dal momento che vi manda il mio buon amico Blank, vedr di favorirvi per quanto posso. Trombetti conduce gli scapigliati al pianterreno, in una corte interna, poi a sinistra, sotto un portico, e su per tre gradini, fino all'uscio della sala di accettazione. L, trovano il medico di guardia e un paio di infermieri, in pausa, che si godono un attimo di relax. Gherardo ha un moto di ripugnanza vedendoli con i loro grembiuli di tela cerata verdognola chiazzati qua e l di sangue e altrui fluidi organici, che bevono un bicchierino di acquavite e scherzano sulle moine di una dama di carit che viene all'ospedale solo per cercarsi un amante. Sollecitato da Trombetti, il medico di guardia spiega che inutile consultare il registro degli Usciti, perch contiene soltanto i nomi di quelli che escono vivi. La donna che cercano sul registro degli Entrati, ammesso che sia stata registrata. Come sarebbe chiede Gherardo ammesso che sia stata registrata?. Il fatto che il portiere quasi sempre ubriaco, e se viene condotto un malato grave che muore poco dopo, talvolta si dimentica di registrarlo. Il medico di guardia, comunque, si ricorda solo di una donna giovane e bella entrata nel periodo che a loro interessa, ed ancora viva, nel reparto delle tisiche. E quelle che sono morte? Una ventina, tutte vecchie. Possono credergli, lui se ne intende, di donne. Fra quelle giovani e belle, non gliene sfugge nessuna. Gli scapigliati non demordono, passano da un piano all'altro

dell'edificio, da una sala all'altra. Nessun medico, nessun infermiere ricorda di aver curato una donna giovane e bella morta nell'arco di tempo che a loro interessa. Le suore di carit, indignate, protestano: non guardano le gambe, loro! La sconosciuta sembra non essere mai esistita, o forse faceva parte di quel numero di malati dimenticati dal portiere e mai trascritti sui registri. Alla fine di quel lungo giorno, dopo una notte ancora pi lunga, gli scapigliati si ritrovano in strada, stanchi e doloranti nell'anima, senza pi voglia di parlare. Si separano guardandosi appena, ciascuno timoroso di veder rispecchiata negli occhi degli altri la propria delusione. Un paio di giorni dopo, Gherardo incontra Carlotta. Negli ambienti scapigliati circolano strane donne: variopinte, eccessive, sempre un po' sopra le righe, come attrici che stiano provando una parte. Alcune di loro sono veramente attrici, o cantanti, o ballerine, o comiche nelle farse. Alcune sono nobildonne colte come la contessa Maffei, o eccentriche pretenziose come la padrona di casa della festa in maschera; altre sono povere diavole con le scarpe sfondate, ma piene di feroce allegria e vitalit. Alcune sono puttane in cerca di riscatto, altre sono fanciulle perbene che giocano a fare le puttane. E ci sono le femminilissime che sfoderano tutta l'artiglieria pesante della seduzione, vestono di stoffe pregiate e si imbellettano il viso, e quelle che portano i calzoni, un cappellaccio di traverso sul capo, e fumano il sigaro. Parecchie parlano di politica, hanno idee di emancipazione e vogliono farsi uguali agli uomini. Alcune desiderano cimentarsi nella letteratura, e fra loro poche prendono la penna per scrivere, perlopi versi. Nessuna una moglie: le mogli, quelle vere, sono fuori dal cerchio magico, confinate nelle case. Carlotta una modella di Tranquillo Cremona. Gherardo ha subito amato Tranquillo: forse per gli occhi, dolci e disarmati nel viso di fauno, che emanano una specie di magnetismo giocoso, forse perch il pittore, se pur poverissimo, irride al valo-

re del denaro (spende ben sei lire al giorno per comprarsi i sigari avana di cui va pazzo, che un'autentica follia). Per amarlo, del resto, basterebbero la sua franchezza, la sua onest crudele fino all'autolesionismo. Un giorno dir a un collega, a una mostra, parlando di un dipinto che rappresentava una viuzza tortuosa in prospettiva, quasi tonda allo sbocco: "Pare un buco del culo col verme solitario". Tranquillo sempre sporco di vernice: usa se stesso come una tavolozza, spalmandosi i colori addosso, in modo che sembra quasi che parte della sua materia organica si trasferisca sulle tele, che dipinga con il suo sangue. A Gherardo pare invece che siano i quadri, attraverso il colore, a entrare in lui, a possederlo come incubi diabolici, e anche in questo intuisce giusto: il Cremona intossicato dalle sue visioni. Morir di avvelenamento da coloranti, a furia di assorbire porcherie attraverso i pori della pelle. Una sera, uscendo dal giornale, non avendo programmi, per ammazzare la noia Gherardo si reca nello studio del Cremona, al piano terreno del numero 18 di via Solferino. Lo studio del maggiore artista figurativo della Scapigliatura, quello i cui quadri si riproducono oggi sulle copertine di Camillo e degli altri autori scapigliati, consiste in poche stanze fredde e povere, che Tranquillo ha saputo rendere calde e ricche riempiendole con la sua straripante personalit. Si entra in un ingresso privo di finestre, ma il pittore ha trovato un espediente per illuminarlo. Un magnifico ritratto di donna in piedi a grandezza naturale, ricevendo luce dall'uscio spalancato della stanza attigua, espande chiarore come una lampada: soprattutto il volto abbaglia e guida come un faro. Quella sera Gherardo, girando come al solito intorno al ritratto per superarlo, oltre la donna dipinta ne vede un'altra, in carne e ossa. Illuminata dalla luce di due dozzine di candele disposte in circolo intorno a lei, Carlotta in piedi, una gamba leggermente davanti all'altra, come fanno le miss degli attuali concorsi di bellezza. Porta i capelli castano scuro intrecciati con nastri, in

una complicata acconciatura similgreca, e una tunica altrettanto similgreca, fermata su una spalla da una spilla d'oro. Il volto pi rotondo che ovale, gli occhi sono pi giallo marroni che neri, il naso troppo corto e all'ins. E il corpo, che si indovina sotto il tessuto trasparente, troppo pesante, tende alla pinguedine. Somiglia un po' a quella che sar la Carlotta di Sublime anima di donna, ma non del tutto: abbastanza, da funzionare come surrogato. come se la vita offrisse a Gherardo un premio di consolazione, un oggetto meno bello al posto dell'ideale irraggiungibile, e gli dicesse: "Accontentati!". Ma lui vuole abbandonarsi alla passione, non Colma perci le mancanze con gli occhi della dettagli che non quadrano, alimenta il fuoco a convincersi di avere l'ideale a portata di accontentarsi. mente, aggiusta i del desiderio fino mano.

Eccolo dunque come amer descriversi: ritto sulla soglia, come colpito da un fulmine. Capiti giusto a proposito, amico mio! grida il pittore. Poseresti per me? Non gli dar molto incomodo, assicura Tranquillo, giusto il tempo che lui possa tracciare uno schizzo. Il pittore gi pronto, in ginocchio, la tela poggiata per terra ( cos che lavora abitualmente). Ha bisogno di un volto come il suo per una coppia di amanti che vuole di dipingere. Una coppia di amanti? S dice Tranquillo tu sei il suo amante. E indica Carlotta. Lei tiene la testa rovesciata all'indietro in una simulazione d'estasi, e le braccia basse e arcuate, a circondare un invisibile amante inginocchiato davanti a lei. Gherardo deve occupare quel posto, entrare fra quelle braccia. Docilmente, si lascia mettere in posa dal pittore, abbraccia i fianchi di Carlotta, appoggia la guancia al ventre di lei, sente il suo tepore, l'odore un po' selvaggio, animale. Anche lui deve rovesciare la testa all'indietro, in una simulazione d'estasi. Attraverso le palpebre socchiuse, i due devono tenere le pupille

fisse l'uno in quelle dell'altra. Nel momento in cui Gherardo guarda Carlotta, comprende che lei sar il pi grande e traditore suo amore terreno; vede l'inizio, lo svolgimento e la fine di questo amorazzo futile e tempestoso, che contiene nel suo slancio l'inizio di una fine. fatale. Carlotta ridacchia un po': non si pu mantenere una finta estasi all'infinito. E neppure una vera estasi, del resto. Gherardo l'abbraccia pi forte, arrossisce, ma la fissa pi intensamente negli occhi. Lei socchiude le labbra, il suo corpo trema. Gherardo sente il suo turbamento. Chi dunque stiamo impersonando? Amore e Psiche? chiede Gherardo, per vincere l'imbarazzo e l'eccitazione. Tranquillo dice che no, non si tratta della consueta scenetta mitologica; ha in mente qualcosa di astratto, di impersonale, l'essenza dell'attrazione fisica fra gli esseri. Il quadro si potrebbe intitolare "Amore", o "Passione". Gherardo pensa piuttosto "Carne e anima", ma non lo dice al pittore, una sensazione che tiene per s. Carlotta: carne e anima. La carne, la sta fornendo lei. L'anima, ce la metter lui.

Gherardo sar costretto a tornare altre volte allo studio di Tranquillo, stringere d'assedio Carlotta con un costante e insinuante corteggiamento, prima che lei accetti di andare a vivere con lui. La qual cosa avviene circa un mese dopo il loro primo incontro, e dopo che tutti, nella compagnia scapigliata, danno per scontato da tempo che i due sarebbero diventati amanti. Nell'Ottocento si diceva "cedere". Carlotta cede a Gherardo in una notte di pioggia; i due escono dall'osteria del Polpetta che si appena scatenato un temporale, e non si trova una carrozza. Gherardo stende il suo mantello sulle spalle di lei, e tutti e due corrono sotto una

grandinata fitta che li frusta e li punge, saltando fra le pozzanghere, scontrandosi e tenendosi sempre avvinti. Povera me, povera me! grida Carlotta, spaventata e deliziata, ogni volta che un tuono seguito da un lampo la fa sobbalzare. Salgono nella mansarda di lui bagnati fradici fino alle ossa: un buon pretesto per accendere il fuoco del caminetto e togliersi i vestiti. Povera me! si lamenta Carlotta. Ho le scarpe zuppe! Gherardo, in ginocchio davanti a lei, le toglie adorante gli stivaletti, prende fra le mani i gelidi piedini, li bacia, se li appoggia sul viso rosso d'emozione. Spoglia Carlotta, vincendo la sua vergogna pi ostentata che reale; fa scorrere le labbra sulla pelle umida di lei che sa di acqua, terra, vento, elementi naturali, sul seno, sul ventre, sulle cosce. La prende fra le braccia nuda, la solleva, la porta in giro per la stanza ridendo. Carlotta nasconde il viso sulla spalla di lui, gettandogli le braccia al collo. Sei pazzo! grida. S, sono pazzo! Gherardo depone sul materasso di piume Carlotta, che assume subito una posa da modella, le braccia dietro la testa, i capezzoli spinti in fuori, una gamba ripiegata con il piede all'altezza dell'altra caviglia. Si lamenta per il freddo. Lui, allora, tira il giaciglio gi sul pavimento, scomponendole la posa artistica e provocandole uno scoppio di risa, la trascina davanti al caminetto. Sei pazzo! Una fanciulla innocente non pu fidarsi di te! No. Le bocche si uniscono in uno slancio di passione. E poi, Gherardo non dice pi nulla. Nell'Ottocento non si va oltre i palpiti, i fremiti, il petto contro il petto, la guancia contro la guancia, il bacio sulla bocca, le grida, i sospiri, e certe innominate follie nel chiuso dell'alcova, a cui assistono solo oggetti inanimati, come gli amorini del

quadro appeso di fronte, o le mura stesse della stanza. Mariarita, per, immagina tutto.

Qualche tempo dopo (un'ora? due?), Carlotta dorme come una bambina, raggomitolata nell'unica coperta di lana che lui le ha ceduto, mentre Gherardo veglia sul suo sonno. nudo (Mariarita immagina la sua schiena, la dolce sporgenza delle natiche, le sue belle gambe affusolate), appoggiato alla mensola del caminetto, con il fuoco che sta morendo in braci rosseggianti. E non c' pi legna. Ma non questo che gli importa: ha gi cominciato a ricordare. Sta rivivendo con il pensiero i momenti felici appena vissuti, se ne sta facendo un'icona da archiviare e rievocare in futuro, sotto la voce "Amore". Non ha presagi buoni per questo amore, piccolo rispetto alla grandezza dell'Amore, qualcosa in lui sa che Carlotta non la donna dei suoi sogni, che nella pienezza della passione con lei contenuto il germe della delusione, che presto o tardi dovr finire. Ma, in questo momento, aspira disperatamente, con tutte le sue forze, a fare di un corpo fra i tanti il corpo assoluto, vuole amarla come fosse la dea del suo cielo, la Carlotta del racconto che scriver, la bellissima morta sconosciuta del laboratorio del professor Blank. Ha talmente e tanto a lungo atteso l'ideale, che non pu pi aspettare; lui a cedere: a un incontro occasionale, a un surrogato. Decide di amare questa copia di scarto della Carlotta ideale da accecato, da insensato. E con tutto se stesso, con tutto il suo sangue e il suo talento, che si getta nell'abisso di questo amore piccolo, fingendo che sia il grande amore. quasi sollevato di aver trovato un corpo con cui rivestire l'anima che l'oggetto del suo desiderio. quasi un riposo. Incurante del freddo, Gherardo va allo scrittoio e si mette a scrivere al suo amico siciliano. Teme di avergli sempre dato

l'impressione di uno buono solo a fantasticare, ora felice di potergli dire che, alla fine, ha una donna in carne e ossa. Una vera amante, una vera storia, vero sesso (anche se non se ne parla). Ha quasi il sospetto di aver cercato una Carlotta reale solo per poterlo scrivere, ma lo scaccia subito, come un insetto molesto. Carlotta trasloca con tutte le sue poche cose dallo studio di Cremona, dove alloggiava, alla soffitta di Gherardo. Nel mese appena trascorso, ha visto Carlotta quasi sempre alla luce delle mistiche candele che creano l'effetto voluto dal pittore, e non l'ha ascoltata quasi mai: lei si limitata a sorridere, fare cenni di assenso, pronunciare rare parole che, dette con grazia, sembrano pilastri di significati. Ora, da quando vive con lui, comincia a parlare: e dice solo frivolezze. Non che Carlotta sia sciocca: peggio che sciocca. Possiede una sua spiccia filosofia di vita, sa persino qualcosa di pittura, di belle lettere, ha velleit di emancipazione. Ma incapace di comprendere il lavoro di Gherardo. incapace, del resto, di comprendere alcunch sia stato scritto al di fuori dei canoni consacrati e borghesi del bello, concepito da una mente originale e forte. Ama solo ci che carino, innocuo e sentimentale. E ride. Ride molto, soprattutto dei lazzi pi grossolani e volgari, dei pettegolezzi pi maligni e svergognati, che mettono le persone nella luce pi ridicola e umiliante. Ride parecchio anche di Gherardo, dice che lui la fa ridere. Gherardo non crede di far ridere; a parte quelle fulminanti battute di cui talvolta capace, non pu definirsi un brillante conversatore, n un umorista, e se racconta una storiella divertente non diverte. Ora, appunto, Carlotta non ride delle sue battute, che la lasciano al contrario stufa e vagamente condiscendente: ride in tutte le altre occasioni, cosa che lo inquieta sommamente. La Carlotta reale ben diversa da quella che diventer in Sublime anima di donna. Non saprebbe suonare la pi semplice scala musicale. Cuce, vero, ma soltanto per lamentarsi di es-

sere costretta a rammendarsi calze e mutande, e non potersi permettere abiti di alta sartoria. L'unica cosa che fa, in comune con quella del racconto, coltivare fiori sui balconi per rallegrare il nido d'amore (sono parole sue). Del suo passato, non si sa nulla, se non che ha vissuto certi fantomatici amori infelici e che stata pi volte vilipesa e tradita; sembra emersa dal nulla direttamente nello studio di Cremona, di cui forse stata l'amante (lei dice che era una relazione platonica). Non si chiama neppure Carlotta, ma qualcosa come Erminia o Ermelinda; Carlotta un nome che si data, come oggi una si ribattezzerebbe Samantha o Deborah, perch le suona pi fine. La sua insipienza tale che talvolta gli scapigliati si domandano se non si tratti della pi sofisticata finzione di una formidabile intelligenza. Gherardo no, lui non se lo domanda, le cerca e le trova tutte le scuse, la crede dotata di un ingegno allo stato brado, ancora da raffinare, ma vivace e promettente. Solo a tratti, quando va a sbattere contro qualche sciocchezza di lei, si sente trafiggere il cuore dalla pena. Pi avanti negli anni, Gherardo riconoscer onestamente con se stesso che il grande amore si era gi ridimensionato nel pi piccolo amore, all'epoca in cui lei, dopo nove settimane e mezza di convivenza, pasti a base di pane e latte, poesia e follie d'alcova, lo molla per mettersi con un tizio di sessant'anni, che si arricchito facendo l'agente delle tasse, s' comprato un blasone da marchese, e le mette su appartamento, servit, carrozza e rendita. Carlotta lo ha agganciato frequentando i salotti milanesi proprio grazie agli artisti della Scapigliatura. Carlotta annuncia la buona nuova a Gherardo un mattino, come un fulmine a ciel sereno, mentre si sta allacciando il busto. Lui non le domanda perch adesso ama quell'altro; le chiede perch ha amato lui, se pensava di poterlo lasciare. Lei non trova nulla da rispondere, scuote la testa sorridendo. Forse, il senso del suo stare con lui era tutto racchiuso nelle parole che gli diceva spesso: Mio bello. Carlotta finisce di vestirsi, e se ne va.

Pi tardi, Gherardo scoprir che, se avesse avuto la mente chiara e sgombra, avrebbe reagito con un'alzata di spalle. Ma perso nella sua illusione d'Amore, e cos soffre veramente, come se la terra si spaccasse e si rivoltasse crollando su di lui.

Come di consueto, Gherardo va a trascorrere i mesi caldi sul lago. La madre lo riaccoglie preoccupata e sollecita, nel vederlo smunto e sofferente d'amore, con i suoi pallori e gemiti da giovane Werther (viene da pensare che ci giochi anche un po'), cerca di ingrassarlo con i suoi manicaretti, di guarirlo facendogli incontrare altre ragazze. Organizza terribili serate musicali in terrazza, dove si strimpella il violino e si massacrano le arie del melodramma italiano. Il padre intuisce che dentro di lui c' un'incrinatura, l'inizio di quel processo che lo invecchier: spera che il ragazzo si stanchi una buona volta della vita "scompigliata" e decida di mettere la testa a posto. L'afa dell'estate fa sentire Gherardo come morto. Riesce a respirare appena, sollevando il petto a fatica, un fiato dopo l'altro. Per un po' pensa anche di affogarsi, ma ci rinuncia: non il coraggio che gli manca, ma la forza fisica necessaria per compiere un gesto tanto estremo. Prima di lasciare Milano, ha distrutto tutte le sue carte, azzerato tutti i suoi progetti letterari. Con i primi di settembre, gli sembra di cominciare a respirare meglio; l'aria gli riempie nuovamente i polmoni, leggera e frizzante. La zia suora gli rimpingua le finanze, e lui riparte: gli mancano gli amici. Al ritorno a Milano, si sente diverso, come prosciugato dalle sue balorde ingenuit, pi mondano, navigato. come se avesse veramente commesso il suicidio, e ne fosse rinato. Il suo sogno d'amore sceso pi profondamente nella sua interiorit, e quello che ne emerge esternamente circondato da una cinta di sistemi difensivi. Comincia a guardare le donne con un occhio pi disincantato, piacevolmente cinico. pronto per storie

alla mordi e fuggi, o addirittura, come stiamo per vedere, da una botta e via. Succede un pomeriggio, per caso e senza premeditazione. Gherardo sta tornando da una passeggiata al Cimitero monumentale, dove si reca spesso: ha preso l'abitudine, come Tarchetti, di meditare sulle tombe, leggere le iscrizioni e inventare storie sulle vite passate dei defunti, e intrattenere conversazioni metafisiche con i becchini. Sta uscendo dai cancelli, sotto una pioggerella sottile che gli rinfresca il viso, quando si sente chiamare. La nobildonna che lo ha palpato alla festa in maschera affacciata al finestrino della sua carrozza. Non il calessino aperto che usa di solito nelle belle giornate di primavera, ma una vettura nera, chiusa, cupa come un carro funebre. Anche il vetturino avvolto in un mantello nero, e porta un cappello nero a tesa ampia, per ripararsi dalle intemperie. La gran dama indossa un abito di velluto viola quasi nero, molto castigato, e ha il capo coperto da un velo dello stesso colore. Gli rivolge un cenno autoritario con la mano, e Gherardo nota che, stranamente, non porta i guanti. Salite, Gherardo, vi prego. Lui obbedisce, convinto che la signora voglia dargli un passaggio. Pregusta gi il piacere di una buona conversazione; sa che lei legge romanzi, non sciocca, ha un certo gusto, e spera di parlarle di letteratura, di suscitare il suo interesse, la sua ammirazione magari. Essere lodato da una bella donna sarebbe gratificante e incoraggiante. Si augura forse qualcosa di pi, una mezza avventura galante, il proseguimento delle carezze gi ricevute; ma non si aspetta di certo quanto sta per accadere. Non appena la carrozza si rimette in moto, infatti, la dama tira la tendina del finestrino, e l'abitacolo piomba nell'oscurit pi completa: come uno scompartimento di treno che ha imboccato una galleria. Gherardo sente un paio di mani che gli artigliano il colletto della camicia, una bocca che si incolla alla

sua. La nobildonna gli saltata letteralmente addosso, senza dire una parola, senza chiedergli il permesso, come un teppista violentatore che ha appena caricato la vittima sull'auto guidata da un complice. Veloce ed esperta, lo spoglia, gli strappa quasi i vestiti. Lui annaspa, tenta di rispondere ai baci e alle carezze, abbraccia solo una forma inguantata nel velluto. Al buio, la donna solamente bocca e mani in azione, che non si fermano mai. Oh, certo, la carrozza chiusa della signora stata vista pi volte, in giro per Milano, e tutti credono che lei vada a visitare poveri nei tuguri, a curare infermi, dedita a svariate altre opere di carit. Non mai stato possibile scoprirla in flagrante a compiere atti illeciti: il suo comportamento alla festa stato la sua sola imprudenza in tanti anni di libertinaggio. Ora, Gherardo prova sulla sua pelle la verit: la carrozza della dama non va da nessuna parte. Gira probabilmente in tondo, mentre lei, sopra, soddisfa le sue voglie. Non si porta gli amanti in un'alcova segreta, nel budoir, o nella villa in campagna. Se li porta in carrozza. Estremamente ingegnoso. Gherardo finisce sul fondo della vettura. Sotto il vestito, lei non porta assolutamente nulla: un sesso invisibile, incombente su di lui, che reclama i suoi diritti. Stupito, sbattuto, con il frastuono delle ruote e degli zoccoli che attraverso le orecchie gli riempie il cervello, Gherardo pi esilarato che eccitato. Il suo corpo risponde all'amplesso pi per istinto che per sensualit. La signora lo sta usando, usa gli uomini come gli uomini usano le donne. Come pu concedersi tanta audacia, tanta libert? No, no! grida Gherardo. Si sente stuprato, e ne ride silenziosamente. Quando tutto finito, la dama lo aiuta a rivestirsi, come una che vuole ricomporre tutto quello che ha appena disfatto. Quando lei apre la tendina, Gherardo si accorge che la carrozza tornata al punto di partenza, davanti al Cimitero monumentale. Buon Dio, ma allora il vetturino conosce esattamente la

durata delle scopate della padrona, e si regola di conseguenza? La nobildonna non per niente imbarazzata, sorride soavemente. Grazie gli dice. Al vostro servizio risponde lui. Lei lo scarica l senza neppure offrirsi di riaccompagnarlo a casa, come fosse una ragazza appena sedotta. La vettura riparte, sollevando spruzzi dalle pozzanghere che riflettono gli ultimi bagliori di un sole appena sbucato dalle nuvole. Per fortuna, non piove pi. Gherardo si incammina, sorridendo fra s. A parte il fatto che lei si comportata come un uomo, non comprende molto quello che gli accaduto. Gli sembra talmente inaudito, indicibile, da poter solo suscitare il riso. Come parlarne, come definirlo? Sublime, oltraggioso, splendido, puttanesco? E chi era, in questo caso, la prostituta? confuso, non sa se esserne lusingato o offeso, esultante o disperato. Non si sente fiero della sua conquista, per la verit non ha conquistato proprio nulla, stato piuttosto conquistato, e non stato un normale affare amoroso. stato... per il diavolo, cos' stato? Lo sa il diavolo, forse. L'incidente con la nobildonna destinato a rimanere unico; lei non lo inviter pi sulla sua carrozza; quando lo incontrer nuovamente in societ, finger che non sia successo nulla, e lui l'asseconder, rinforzato nel suo nuovo cinismo da giovane scapestrato. La dama sposata a un vecchio che insidia le ragazzine: tutta la citt lo sa, ma non sta bene mostrare di saperlo. In seguito, dopo aver approfondito la conoscenza dei salotti e delle dame milanesi, Gherardo si render conto di essersi imbattuto in un esemplare femminile piuttosto raro: una collezionista. Una che ama troppo gli uomini, tutti gli uomini come sesso, per essere fedele a uno solo. Il matrimonio con il vecchio pedofilo non stato subito, ma scelto consapevolmente, lucidamente: soltanto quel tipo di marito avrebbe tollerato i suoi svaghi in carrozza.

Come conseguenza dell'abbandono da parte di Carlotta e dello stupro subito dalla gran dama, Gherardo fa una cosa assai strana: torna ad abitare da madama Cate. Un analista troverebbe molto da dire su questa risoluzione, forse la interpreterebbe come un ritorno a una figura femminile materna, un cordone ombelicale mai reciso, un rifiuto della vita adulta dopo il fallimento sentimentale. Gherardo, da parte sua, si sente stufo del sudiciume della sua soffitta, delle abbuffate in trattoria seguite o precedute da periodi di fame, non ne pu pi di lavarsi e rammendarsi le camicie da solo. Vuole un ambiente pulito, pasti regolari, e un bel calduccio nel letto. E comunque, s, si arrende a quel tipo di donna: alle smancerie, ai ninnoli, alle tisane, ai pasticcini. Sbuffa alle premure di lei, ma in fondo ci sguazza. In quel periodo Gherardo si guasta definitivamente con il suo amico Giulio Pinchetti, che ha pubblicato un libretto di poesie presso un editore di Como. Benedetto Croce definir il volume "privo affatto di pregio d'arte, ma significante dello stato d'animo che esprimeva e che era di molti altri giovani. Non pi fede e coraggio, non pi entusiasmo per cosa alcuna". Giulio legge, anzi declama, alcuni versi:

Il fato a noi prescrive il pianto, ad ogni et. Vita! ne fai piet...! Pure si vive.

Gherardo si lascia sfuggire, di slancio: Leopardi a risciacquo. Giulio la prende malissimo, gli fa una scenata, lo tratta da traditore infingardo, incompetente e nemico. Non voglio pi rivederti, non ricomparirmi davanti! Gherardo tenta pi volte di ricomparirgli davanti, certo che l'incazzatura sia solo un fuoco di paglia, ma niente da fare: Giulio persiste nel suo atteggiamento, gli ha tolto il saluto, cerca di evitare i luoghi e le occasioni sociali in cui potrebbe incontrar-

lo, per strada arriva addirittura a fingere di non vederlo. E in un salotto, lo ignora come se lui fosse trasparente, fissando la tappezzeria alle sue spalle. Infuriato a sua volta, Gherardo gli diventa veramente nemico. Quello che non comprende, e che capir solo dopo il suicidio, che Giulio ha tagliato con lui non perch non lo ami, ma perch odia se stesso. La fine della loro relazione fa parte di quel programma sistematico di autodistruzione, che fa da preludio all'addio definitivo alla vita. Gherardo non ha pi visto il Tarchetti da quando tornato a Milano. Si trattenuto dal cercarlo per non riuscirgli importuno: gli hanno detto, infatti, che Igino sta attraversando un periodo amarissimo, che la sua amata lo ha lasciato. Sposata a un bravo borghese spesso assente per lavoro, ha amato Igino come una che si prende una vacanza, e poi tornata dal marito. Ma, una mattina, Gherardo si reca a trovare Igino in via della Chiusa al numero 1, nel modesto alloggio in cui vive, ospite dell'amico Salvatore Farina. Gherardo bussa alla porta, ma nessuno gli risponde. Dall'interno si sentono solo laceranti colpi di tosse e un altro debole suono, come il pianto soffocato di un minuscolo essere. Fa per andarsene, poi, preoccupato, ci ripensa: e se Igino si fosse sentito male e avesse bisogno di soccorso? Bussa ancora. Io entro! dice a voce alta, aprendo la porta. Igino seduto a terra con la schiena al muro, prostrato. Indossa solo la camicia e le mutande. Tiene i gomiti sulle ginocchia e, nella mano, ha qualcosa di bianco e rosso, uno straccio appallottolato. Ai suoi piedi anche Ugo, specchio telepatico dell'umore del padrone, sta soffrendo: come un essere umano, vorrebbe aiutare Igino ma impossibilitato a farlo, esprime la disperazione impotente da topo, correndo in circolo e lamentandosi. Era il suo squittio, che Gherardo aveva sentito da fuori. Igino teneva la testa bassa, ma rialza il capo per guardare Gherardo. Ha gli occhi di un condannato, che implorano piet pur esprimendo la rassegnazione di non ottenerla. Amico mio mormora.

Gherardo si avvicina, va ad accoccolarsi accanto a lui. Igino dimagrito, ha le spalle pi strette e curve. Quando Gherardo lo abbraccia, sente la sua fragilit, gli sembra che le sue ossa, i muscoli, la poca carne che li ricopre, siano come un pugno di paglia che sta per essere dispersa, ha come la sensazione di vedere un altro se stesso che sta morendo. Iginio, posso fare qualcosa per te? Ha il cuore serrato in una morsa, sa che non pu, non potr mai fare nulla per lui. Solo fingere di non vedere il fazzoletto sporco di sangue che gli macchia le dita, e che Igino nasconde in fretta sotto la camicia.

Igino sa di essere malato probabilmente dal '64, da quando era in aspettativa dall'esercito per motivi di salute. Forse, proprio per questo si tagliato i ponti alle spalle e gettato a perdifiato nella vita da artista, quasi sapesse di avere poco tempo per consegnare la sua anima alla scrittura. "Io mi sono bruciato la vita." Da quando ha avuto la conferma dei suoi peggiori sospetti e la prova che Igino tisico, Gherardo piombato in uno stato di tale malinconia da non poter pi dormire, n gustare il cibo, le passeggiate, n ogni altro piacere della vita, al punto che madama Cate lo minaccia di chiamare nuovamente sua madre. Gherardo tormentato dall'idea di salvare l'amico: forse, il suo stato non poi tanto grave, forse, pu ancora guarire. Pensa alla morte, all'eventualit che un Tarchetti possa non esistere pi, svanire per sempre. Non ha mai avuto fede, non ha mai creduto alla sopravvivenza dell'anima in un altro mondo. No, no, l'anima se ne va insieme al corpo. Sprofondato in questi pensieri, gli cade addosso un cupo abbattimento, un senso di inutilit. Ogni cosa, invano. Cos, con enorme sorpresa che, alcuni giorni dopo aver visto Igino sputare sangue, se lo vede arrivare una sera al giorna-

le trasformato: allegro, quasi euforico, in vena di giochi e scherzi. Ciao, neh. Sono venuto a portarti un invito. Se non lo avesse trovato in camera sua in quello stato, lo direbbe la persona pi felice di vivere al mondo. Pur essendo sempre magro ed emaciato, ha ripreso colore, e sembra pieno di vigore. Una dolce e affettuosa malizia gli brilla nei grandi occhi scuri. Ha avuto, dice, un'idea straordinaria. Si ricorda, Gherardo, della visita al laboratorio del professor Blank e di quella meravigliosa gamba di donna? Oooh, s che Gherardo se ne ricorda... ma, purtroppo, la sconosciuta proprietaria di quella gamba rimasta senza identit. Ebbene, forse non per molto ancora, dice Igino. Si tratta di fare una seduta spiritica, s, una seduta spiritica per evocarla, e ascoltare dalla sua viva voce (viva si fa per dire) chi era e com' vissuta, e svelare cos il mistero del suo nome, della sua vita e della sua morte. Lui, Igino, gi pratico di questo genere di cose, ha gi fatto sedute di magnetismo animale (cos chiamano l'ipnosi all'epoca), in cui ha addormentato sua sorella e alcuni amici. gi tutto pronto, tutto organizzato, per quella sera stessa, dalla contessa Clara. Questa sera stessa? chiede Gherardo. Non dirmi che hai gi altri impegni. No! No.... Allora vieni, vieni. Si va a cena, e poi a casa Maffei. Sar una serata memorabile, vedrai.... Strada facendo Igino, che di solito non un chiacchierone, confida a Gherardo che la visione di quella gamba di donna gli ha ispirato due racconti, con titoli simili: Storia di una gamba e Storia di un ideale (che piacer a Stella), dei quali gli racconta brevemente le trame. A Gherardo sembrano entrambi soggetti belli e originali, e prova una fitta d'invidia. Poi Igino chiede a Gherardo come procede il suo romanzo sull'assassinio della contessa. L'ho distrutto.

Igino corruga la fronte, rannuvolato. Perch mai? Non ne venivo a capo. Come spiegarlo? Ogni volta che si messo al lavoro, si sentito un leone, uno scrittore capace di impadronirsi dei segreti stessi dell'esistenza e palleggiarli nell'aria come un giocoliere, aveva creduto di scrivere da dio; e puntualmente, sbattendo il grugno contro la miseria della realizzazione, del tutto inadeguata al furore dell'intenzione, precipitato nello scoramento e nella perdita dell'autostima. Gherardo comincia a spiegarsi, balbettando, ma Igino lo ferma: conosce bene questo genere di purgatori letterari, non c' bisogno di aggiungere altro. Se non riesci a portare avanti quel progetto, non incaponirti, faresti peggio: gli sforzi spesso portano solo alla sterilit. Rinuncia piuttosto, e inizia qualcosa di nuovo. Tenter dice Gherardo, poco convinto. Igino lo ferma, gli mette le mani sulle spalle, lo guarda fisso negli occhi. No. Dico sul serio. Fallo per amor mio, per la nostra amicizia. D'accordo. Non buttare via il tuo talento. Promettimi che ti rimetterai a scrivere. Te lo prometto. Soddisfatto, Igino riprende a camminare, un braccio intorno alle spalle di lui. D'altronde, inutile che ti faccia fretta. Tu hai tutta la vita davanti a te. Si, pensa Gherardo con una fitta di struggimento, io ho tutta la vita davanti a me, e tu no. Ma tu sai scrivere, e io no.

Dal Polpetta ritrovano gli stessi della visita al professor Blank: Emilio Praga e i fratelli Boito. Mentre i cinque siedono a tavola in attesa della cena, Igino, sempre spumeggiante e piccante, trova il modo di divertire gli amici raccontando il pi re-

cente miracolo compiuto dal suo topo. L'estro gli dato dal fatto che Ugo, affamato, uscito fuori dal suo taschino, saltato sulla tavola e si messo ad annusare fra stoviglie e tovaglioli, in cerca di cibo. Ho scoperto un aspetto inedito e sensazionale di Ugo. Osservandolo grattare, annusare e mordicchiare i miei libri e carte, mi sono accorto che ama il sapore della carta e dell'inchiostro. Ma non questa la sua pi straordinaria qualit. Quale sarebbe, dunque? chiede Arrigo. Il buon gusto in letteratura. Egli ne possiede pi di tanti illustri editori, critici e colleghi nostri. E come si manifesta il suo buon gusto? Lo puoi vedere dalle pagine dei miei volumi che pi ama mangiare: sono sempre le migliori! Tutta la tavolata scoppia in un riso esagerato, che fa voltare gli altri avventori. Solo il Tarchetti rimane ostentatamente serio, come un attore che sta preparandosi a rilanciare l'ilarit del suo pubblico. Non una facezia, ma la pura verit. L'altro ieri ha rosicchiato Don Chisciotte, la scena con i mulini a vento. E c' dell'altro: mangia solo letteratura straniera. I libri italiani, invece, non gli piacciono, compresi i miei. Quando gli offro le mie cose, che siano manoscritte o stampate, le rifiuta. Questa dice Emilio ridendo la racconti alla nonna di Alessandro Manzoni. Posso dimostrarlo. Igino estrae dal tascone del pastrano due volumi, Moll Flanders di Daniel Defoe e il suo Paolina. Attento, Ugo! Igino offre prima Moll Flanders aperto al topo, che vi appoggia su le zampette, lo fiuta, e ne prende un morsetto. Poi gli offre Paolina, e l'animale vi appoggia su il nasetto fremente, e dopo un po' lo distoglie, arricciandolo come se volesse dire: puah! Igino posa i libri sulla tavola, li ricopre con le mani, poi ripete la dimostrazione, offrendo prima Paolina e poi Moll

Flanders, con i medesimi risultati. Lo hai addestrato a riconoscere la forma o i colori dei volumi dice Camillo. Quanto tempo ci hai impiegato per insegnarglielo? Non ho tempo per insegnare niente a nessuno. Sono io a imparare da lui. Se pensate che sia solo frutto di un addestramento, allora guardate! Igino si pone i due volumi sulle ginocchia, nascosti sotto il bordo della tavola, e si rivolge a tutti ma specialmente a Gherardo, che seduto accanto a lui. Ora strapper un angoletto da ciascun libro, in modo che Ugo non veda n la forma n il colore. Tu, Gherardo, controlla che io non bari. Igino strappa un triangolino di pagina da Paolina, e lo offre a Ugo. Questi, annusatolo con calma, si volta sdegnosamente mostrando il sedere. Un altro frammento, dallo stesso libro, provoca il medesimo atteggiamento. Quando tocca a Moll Flanders, Ugo prende il frammento e, tenendolo fra le zampine, lo divora senza esitazioni. Alla fine, tutti applaudono l'esibizione. Ma certo, che sciocco sono stato a non pensarci prima dice Camillo. Quello che gli hai insegnato a distinguere, l'odore della carta. Oppure aggiunge Gherardo avete un segnale segreto, tu e Ugo, comprensibile solo per voi, che gli altri non possono percepire. Igino sorride sicuro, con l'aria di compatire un branco di poveri miscredenti. Io vi mostro un prodigio inspiegabile, non un trucco da baraccone. Ma, se non volete credermi, fate la prova voi stessi. Io mi giro dall'altra parte, cos non direte che gli lancio segnali. Igino volta la sedia in modo da dare loro le spalle. Camillo ha una copia delle Illusioni perdute di Balzac e il primo volume di Cento anni del Rovani. Fa anche lui lo stesso esperimento, tenendo i due libri sulle ginocchia e strappandone intere pagine alla volta, che propone a Ugo, in tutte le combinazioni. Il risul-

tato, infallibilmente, il medesimo: il topo gradisce la letteratura francese, e rifiuta quella italiana. Ora a me dice Emilio. Fa mangiare a Ugo un racconto di Poe tradotto da Baudelaire, tenendo il libro bene in mostra. Ma sta meditando di tendergli un tranello: sotto la tavola, di nascosto, inserisce fra le pagine del libro un foglio di prosa sua, delle stesse dimensioni. Poi, mostrando nuovamente il libro al topo, lo apre, e gli pone sotto il naso il suo manoscritto. Ugo prima prende il foglio per un angolo, fra le zampette, poi si ferma, fa guizzare gli occhietti in una curiosa espressione "Credete sul serio di farmela?" e abbandona il foglio. Povero me! geme Emilio. E poveri noi, se tutti i lettori italiani sono come lui! Mangeremo carta per non morir di fame! dice Camillo. Voglio tentare ancora dice Gherardo. Prende un quarto di pagina di Balzac, un quarto di Poe, e un quarto di Rovani, le accartoccia in un'unica pallottola, che fa rotolare verso Ugo. Il topo si tuffa nella palla e, agitando velocissimamente le zampette, divide i tre pezzi. Poi, mangia la letteratura straniera, e lascia quella italiana. Non credo ai miei occhi. Igino si rivolta verso gli amici, trionfante. E adesso, cosa ne pensate? Ha del soprannaturale dice Arrigo. Non sapr per caso anche camminare sull'acqua e moltiplicare i pani e i pesci? Io vorrei dice Emilio che moltiplicasse la nostra cena di stasera, da oggi per tutte le sere a venire, e non dovessimo pi pagare l'oste.

Ecco, per la vostra ignota donna con una sola gamba dice la contessa, indicando un trono poggiato su una pedana marmorea, foderato di velluto color porpora, dallo schienale alto sormontato da una corona regale.

Non sar mai una rivale per voi dice galantemente Arrigo. vero gli fa eco il fratello, Voi, Clara, siete inimitabile. Quella sera, la contessa indossa un costume incredibile, probabilmente confezionato per l'occasione, fatto di veli candidi che la ricoprono da capo a piedi, veli trasparenti, fluttuanti, che alla luce della luna piena, attraverso la grande finestra, la far somigliare a un ectoplasma. Se colei degna di rivaleggiare con me dice lo vedr quando verr. Se verr. Per la seduta spiritica, la contessa ha scelto volutamente la stanza pi lugubre della casa, una ex sala da pranzo poi chiusa perch esposta a nord e troppo fredda e scomoda, in cui non si ricevono pi ospiti da anni. Vi ha fatto collocare il trono; per il resto il mobilio quello di sempre: una tavola rotonda e una credenza enorme, incombente, che ricorda una tomba di famiglia, e forse contiene anche cadaveri. Sul ripiano della credenza brillano due candelabri d'argento, e a centrotavola c' una fruttiera decorata piena dei bonbon al cioccolato preferiti da Clara. La nostra contessa scettica dice Emilio. Tutt'altro, amici miei. Sono in attesa di una rivelazione. Brucio, ardo dal desiderio di avere fede. Purtroppo, non mi accade mai quello che successo a San Tommaso. Se partecipo a una seduta spiritica, sono ore di noia intorno a un tavolo. Se entro in una casa stregata, odo solo scricchiolii di mobili e topi in soffitta. Se dormo, non sogno mai i defunti che mi predicono il futuro. Per questo, sono tanto ansiosa di appurare se Igino riuscir a far apparire lo spettro della sconosciuta. Vi prego, Igino, liberatemi della mia incredulit, e ve ne sar grata per sempre. Se lei apparir dice Gherardo la manderemo da Blank a reclamare la sua gamba. Al buon professore verr un colpo. Spegnete le candele ordina Igino. Igino dispone i partecipanti alla seduta: dalla sua sinistra, in senso orario, Gherardo, Camillo, Emilio, Arrigo, Clara. In controluce somigliano a ombre, tranne la contessa che sembra at-

traversata dalla luce lattea della luna. I sei formano la catena; Gherardo stringe le mani di Igino e Camillo, ma si sente unito agli altri, come se tutti formassero una sola anima allacciata per le punte delle dita. Credete davvero che morir tutto con la morte? dice Igino, con la sua dolce cantilena piemontese, dall'accento tra il commosso e il birichino. Non sarebbe bello poterci ritrovare tutti in un altro tempo, in un altro spazio, sotto le stelle, liberi dalla paura e dal dolore, e salutarci, e dirci: "Addio amici, vi ricordate quando eravamo laggi, e facevamo le sedute spiritiche per quelli di quass?". A Gherardo, viene un nodo alla gola al pensiero che Igino potrebbe passare presto dall'altra parte della linea mortale, e non esiste nessuna certezza di poterlo ritrovare... a meno che non sia lui stesso, qui e subito, a fornire la prova di una vita oltre la fine del corpo. Gherardo trattiene a stento un singhiozzo, ma non una lacrima, che per fortuna nessuno vede. Se fossi uno spirito, non mi scomoderei dice Arrigo. Sarei occupato altrimenti che a farmi rompere le scatole dai vivi. Che restassero pure ignari delle cose dell'altro mondo, come lo siamo noi. Igino, dov' il tuo topo? chiede Camillo. Dorme nel taschino. Il ritmo del mio cuore lo culla. Non voglio che sul pi bello mi faccia gelare il sangue saltandomi su una spalla. Tranquillizzatevi dice Clara. Sulla vostra spalla, sentirete solo il tocco di uno spettro. Allora, sono tranquillo. Ora facciamo silenzio intima Igino. Passano cinque minuti, dieci, e non succede nulla. I sei amici non riescono a coinvolgersi, danno segni di distrazione, di nervosismo. Le mani cominciano a sudare, qualcuno si muove; si sentono alcuni sospiri, un colpo di tosse. Gherardo ha un braccio quasi addormentato; nel tentativo di trovare sollievo all'intorpidimento, si agita sulla sedia, e batte il ginocchio sotto la

tavola, producendo un colpo sordo. Un brivido corre per tutta la catena, da una mano all'altra. Ero io si affretta a dire Gherardo, in un soffio. Non muoviamoci dice Igino. Respiriamo adagio, lasciamo libera la mente, come quando stiamo per addormentarci. Dobbiamo raggiungere una sorta di dormiveglia, che permetta il congiungimento dei nostri spiriti. Poi, dopo altri sospiri e movimenti simili a quelli di chi si rivolta in un letto, i partecipanti alla seduta spiritica sembrano essere caduti in quel sonno collettivo che Igino considera ricettivo per il contatto con l'ignoto. Ed ecco, tutt'a un tratto, un altro colpo: e stavolta non stato Gherardo. Qualcosa arrivato, o meglio si precipitato in mezzo a loro con uno schianto suicida. Emilio ha un sussulto talmente forte da rovesciarsi all'indietro: piomba con tutta la sedia a terra producendo un tonfo sordo. Buon Dio, Emilio! grida Clara. Emilio ora in ginocchio sul tappeto, annaspa per rialzarsi (tra l'altro sbronzo, come sempre) ed costretto ad aggrapparsi a una tenda. Sono desolata si scusa la contessa. Ultimamente ho trascurato la manutenzione di questo palazzaccio. Un pezzo di intonaco si staccato dal soffitto ed piombato in mezzo alla tavola. Qualche osso rotto? chiede Camillo al malcapitato Emilio. Niente, niente. Ma per un istante mi sembrato davvero che una forza soprannaturale mi sollevasse e mi portasse con s. In quel momento, la porta si spalanca di botto e nel vano in controluce si staglia la sagoma nera di un essere gigantesco, con un lume nella mano brillante come un fuoco fatuo, che avanza di un passo, e somiglia a Boris Karloff nel ruolo del mostro di Frankenstein. Gherardo lancia un debole grido.

solo un servitore dice la contessa. Ha l'ordine di venire ad accendere le candele. Emilio deve aver inavvertitamente suonato il campanello. Clara congeda il servo con un cenno della mano. Scegliete tutti i vostri servitori con simili facce? domanda Arrigo. Se ne avete di riserva, me ne mandereste uno? Un fratello, un cugino di costui? Amici, finiamola con le facezie dice Igino. Concentriamo piuttosto il nostro pensiero su di lei.

Da qualche parte, nella casa, una pendola batte undici rintocchi. I cinque scapigliati e la contessa, dopo una mezz'ora trascorsa senza altri incidenti, sono in trance. A occhi chiusi, il respiro regolare, i sensi astratti dalla realt, dormono e sognano. Le loro teste sono piene di colori, suoni, visioni. Solo Gherardo non riesce ad abbandonarsi insieme agli altri, si distrae continuamente, il suo pensiero volteggia intorno all'oggetto della meditazione senza potervisi posare; troppo presente al tempo e al luogo. Una sottile ansia lo possiede impedendogli la concentrazione, si sente come se un minuscolo animale gli divorasse il petto. Pensa a se stesso, alla propria inettitudine e all'incapacit del suo talento. Pensa a quanto sono deboli e scialbe le immagini che la gamba di donna gli ha saputo ispirare in confronto a quelle dei suoi compagni, alla miseria del suo ingegno paragonato a quello delle persone che siedono con lui in quella stanza: anche la contessa, per il modo in cui ha saputo superare il limite impostole dal sesso, dall'educazione e dai pregiudizi sociali, ha dimostrato del genio. Pensa al tradimento di Carlotta, che gli brucia ancora; credeva di averlo superato, ma rieccolo, l, che gli lavora ancora dentro, spezzando qualcosa di lui. Pensa alla vivida forza dei racconti che Igino ha scritto, e si chiede se sapr mai fare qualcosa di simile. E, soprattutto, lo tormenta la promessa che ha fatto al Tarchetti di scrivere qualcosa di

nuovo, promessa che dovr mantenere, se un uomo d'onore, e lui lo , oh s che lo : si sa, tutto perduto fuorch l'onore. Se solo potesse punire Carlotta, vendicarsi di lei. Se solo incontrasse un'altra donna, che fosse tutto ci che Carlotta non stata, e gliela facesse dimenticare. Se almeno sapesse scrivere, ordinare le forze che lo stanno lacerando in una forma autorevole, raggiungere un risultato di tessuto narrativo e stile pari alla pretesa del suo slancio creativo. Sapr mai, Gherardo, riuscire nella vita, fare qualcosa di se stesso? Ricomporre se stesso. Scomporre Carlotta. Farla a pezzi, com' stata fatta a pezzi la bella sconosciuta della gamba. Tutt'a un tratto, Gherardo si sente attraversare da un'idea... No, non ancora un'idea, piuttosto un lampo di luce, una scarica elettrica che gli colpisce il lobo frontale e lo attraversa in tutto il corpo, una colata lavica di stimolazioni immaginarie. Il suo romanzo su un assassinio! Perch non unire il tema del delitto a quello della gamba? Intrecciare insieme i due soggetti? Una donna fatta a pezzi... Carlotta... L'Ideale... Un assassino che uccider Carlotta... No, Carlotta non l'Ideale. Lui la trasformer derisoriamente nell'Ideale, nella donna dei suoi sogni, e poi la far morire... L'idea comincia a prendere una fisionomia, contorni; i fili dell'intreccio si annodano, i tasselli logici cercano il loro posto. Una sola parte di Carlotta servir a comporre l'Ideale, che assoluto e non esiste. Unito agli altri scapigliati, Gherardo caduto finalmente in trance. La magia della situazione e del momento hanno operato in lui quello che finora, nella sua soffitta sporca o da madama Cate o in un'osteria, non stato possibile. Ora vede quello che vuole scrivere, e come scriverlo. Scene, anticipazioni di frasi, brani di dialoghi, si rincorrono agilmente nel suo cervello, concatenandosi, e crescendo come fiori di una mostruosa e fantastica foresta. come se, per una sorta di processo medianico, il flusso di energia dei suoi amici, i loro poteri, tutte le loro facolt, lo contagiassero, riversandosi in lui, gonfiandolo e facendo-

lo straripare. E l, davanti a lui, prende forma la sua creatura, il suo personaggio, l'assassino, met se stesso, met Stefan Blank, l'uomo che cerca l'anima nel corpo, che uccide pi donne, molte donne, per costruire con le loro parti anatomiche l'Ideale assoluto e purissimo... Dio. E gli altri scrittori? Sicuramente, anche loro stanno vivendo la stessa esperienza di Gherardo, forse meno intensamente, ma sono sicuramente attraversati da analoghi processi mentali, posseduti dalle ossessioni ricorrenti che si trasformeranno in storie, a tal punto che, se passasse in mezzo a loro un vero ectoplasma, probabilmente non se ne accorgerebbero neppure. Poi, dopo questo istante sospeso, eterno, di gioia creativa delirante e appagante, Gherardo non ha pi tempo e modo di riflettere. Accade tutto troppo rapidamente, e troppo drammaticamente. Igino si accascia sulla tavola, emettendo un lamento soffocato. Mio Dio! Sta male! La contessa si precipita a suonare il campanello. Un colpo di vento apre le imposte, un tendaggio svolazza sul viso di Arrigo, come le finte ragnatele dei castelli stregati nei luna park, e un raggio di luna fa guizzare uno strano gioco di luci sul trono alle spalle di Igino, qualcosa che sembra assumere la forma di un corpo umano trasparente. E Camillo, che dicono il meno scapigliato di tutti ma in realt il pi pazzo, perde la testa per la prima e forse ultima volta in vita sua, si getta ai piedi del trono tendendo le braccia e mulinandole nel vuoto, gridando: Non ci lasciare! Resta con noi... Oh, cara, anima mia, vita mia, amore... resta con noi!. Riappare il servitore con la faccia di Boris Karloff, dietro ordine della contessa chiude la finestra e accende le candele. Gherardo e Clara sollevano Igino, che ha perso i sensi, cereo da far paura, e sorride come uno che morto contento. Emilio scoppia a piangere: lunghi, strazianti singhiozzi da ubriaco infelice. Arrigo abbraccia Camillo, lo conforta.

Su, su, fratello mio, non niente... non niente.... per questo che piango... perch non niente! balbetta Camillo coprendosi la faccia con le mani. E Ugo, risvegliato dal frastuono, saltato fuori dal taschino, nella fruttiera, che rosicchia uno dei bon bon della contessa. Meglio la cioccolata che la letteratura.

Morte di un ideale G

herardo non si mette subito al lavoro sull'embrione di racconto che ha concepito durante la seduta spiritica. Cerca scuse per non mettersi a scrivere, si dice di aver da fare al giornale, di dover incontrare questo e quello, che meglio lasciar decantare l'idea, portarla in gestazione ancora un po'; inventa mille altri impegni e doveri: in realt, teme di deludere se stesso con un ennesimo risultato scadente. Preferisce ritardare, dilazionare il momento dell'esecuzione, quando si trover ad affrontare la pagina bianca, a ingaggiare una lotta crudele con il linguaggio per renderlo docile veicolo del suo materiale incandescente, per piegare frasi e parole come il fabbro fa con il ferro. Al pensiero del lavoro inevitabile, che a un certo momento si far improrogabile, si sente mancare il cuore e il coraggio, cade in preda a un malessere strisciante, alla consueta sensazione di insufficienza, di inettitudine, quasi che lui, Gherardo, fosse uno strumento difettoso, un violino troppo sordo per suonare certe arie diaboliche. Passano i giorni, le settimane. Gli ultimi due mesi del '68 sono intensissimi, non proprio come quelli dell'anno precedente: l'entusiasmo si appannato, ma come se il tempo avesse deciso di scorrere pi lento e denso, per permettergli di capire meglio quello che sta accadendo. Sono mesi importanti, giornate ricche che, nella memoria futura di Gherardo, si trasformeranno in altrettante pietre miliari. Igino sta dando corpo a una nuova creazione letteraria, la storia sublimata e trasfigurata in mito dei suoi due amori, la

bella signora sposata che lo ha lasciato per tornare dal marito, e la misteriosa Angiolina o Carolina incontrata a Parma, brutta, epilettica, persino paurosa, ma dotata di un potente fascino intellettuale ed erotico. Nel romanzo, la prima si chiama Clara come la contessa Maffei, la seconda Fosca. Perch Igino ha dato alla bella traditrice il nome di una donna che per lui come una madre? Il libro, dice Igino agli amici, tratta della morte, del terrore e dell'arcana attrazione che esercita su di noi ("il desiderio che opprime tutti gli uomini di gettarsi fuori di se stessi"), e che lui attribuisce al bisogno di autodistruzione per appagare "tutti gli affetti che tendono alla divinit e all'infinito". Per distrarlo un po' dai pensieri cupi e dal faticoso lavoro che gli sta prosciugando anche le ultime deboli forze, Gherardo gli propone una passeggiata fuoriporta, per godere le ultime dolcezze e consolazioni della natura prima che il gelo faccia scheletrire gli alberi, e una coltre di neve copra la terra. I due non possono saperlo, e Gherardo ne scongiura l'eventualit che pure teme, ma l'ultima volta che Igino pu vedere l'erba verde, non bruciata dall'inverno. una giornata di novembre limpida e calda, che si direbbe di maggio, se non fosse per il rosso sanguinoso e il giallo ruffiano delle foglie. Guarda dice Igino se l'autunno e la primavera non si somigliano. come se la natura, sul punto di morire, s'inganni e ritorni bambina. come se nella putrefazione ci sia qualcosa dell'inizio della vita. Igino e Gherardo camminano sui prati che dalle mura della citt si stendono a perdita d'occhio, odorosi del profumo della menta, attenti a non calpestare i grilli che saltano via al loro passaggio. I due, che conoscono bene entrambi le piante e i fiori, fanno a gara a chi ne sa di pi, indicandosi questo o quell'arbusto, cespuglio, fiore o frutto. Igino sorride nel vedere le lucertole di tutte le dimensioni guizzare sulle pietre dei muri di cinta dei casali, intente a scaldarsi a quell'illusione d'estate. Il suono delle campane che riempie l'aria li rasserena.

Due contadine vestite a festa li guardano di sottecchi, ridacchiano, rallentano il passo e si voltano per guardarli di nuovo. Sussurrano tra loro, forse qualcosa come quanto sono belli quei giovani signori di citt; evidentemente desiderano quei due uomini cos raffinati e strani, cos delicati, tanto diversi dai buzzurri che sono abituate a frequentare. Igino e Gherardo comprendono che le due ragazze si stanno aspettando di essere abbordate, ma si scambiano uno sguardo d'intesa: "No, niente donne, oggi un giorno soltanto per noi". Igino vuole assolutamente condurre l'amico nel piccolo camposanto di campagna che solito frequentare nelle sue gite. Gherardo ama l'atmosfera particolare dei cimiteri, a met fra il giardino e l'obitorio, l'odore di resina dei cipressi e dei fiori marciti, i tenebrosi simboli cristiani, le chiocciole che sbavano sui marmi, e quell'orrore sottile che si insinua nell'anima al pensiero della decomposizione sotto le zolle. I due sono soli, nel recinto, fra le croci erose dalle intemperie e le barocche cripte di famiglia. Uno stormo d uccelli migratori attraversa il cielo, si sentono strida che sembrano le voci dei trapassati in volo verso l'altro mondo. Igino si sofferma presso le tombe dei bambini, guarda i maligni angioletti sui monumenti funebri, legge a voce alta alcune iscrizioni di genitori disperati per la perdita di un piccolo. Legge su una lapide lo sfogo patetico di uno sposo che ha perduto il figlioletto e la moglie, morta di parto. Ve n' una simile in ogni cimitero che ho visitato. La nostra morale impone che i mariti sacrifichino le donne di salute inferma alla logica della riproduzione dice Igino. Gherardo, tu come ti comporteresti? Metteresti in pericolo la vita della donna che ami? No. Credo di no. Del resto, sono ben lontano dal pormi un simile dilemma. Non mi sposer mai. I due amici arrivano in un punto in cui "il canale si allarga a formare un piccolo golfo circondato da salici" che piegano "le loro fionde sull'acqua". il luogo che Gherardo descriver in

Sublime anima di donna, e in cui ambienter il ritrovamento di una delle vittime del killer, dove "i rami piangenti degli alberi" si congiungono "alle erbe di palude". Un posto fascinoso, talmente bello da riuscire quasi insopportabile, ombreggiato ma trafitto da chiazze di sole. Le foglie dei gelsi mosse dalla brezza producono un crepitio che come una musica, due passeri si rincorrono sull'erba. Una libellula dal corpo affusolato di un azzurro cangiante passa davanti al viso di Gherardo. Sullo specchio trasparente dello stagno, appena increspato dal vento, galleggiano foglie ingiallite o accartocciate, portate dalla corrente, e grossi insetti camminano sulle lunghe zampe filiformi. Da quest'acqua Gherardo far emergere, come l'orrore segreto speculare a tanta bellezza, il cadavere di un'assassinata. Sdraiati sul declivio erboso punteggiato di ranuncoli, Igino e Gherardo sono immersi in quello che Camerana chiamer il "fascinante sogno sepolcrale". A un certo punto, Igino interrompe quel silenzio fatato. Gherardo, perch poco fa hai detto che non ti sposerai mai? Iginio, risponder alla tua domanda con un'altra domanda. Ti mai accaduto di innamorarti follemente di una donna, per poi scoprire che la sua anima non vale pi dello sterco, e ritrovarti ad abbracciare solo un corpo, bello finch vuoi, ma vuoto? Igino trasale, colpito dalla crudezza dell'immagine evocata dall'amico: un'anima di sterco, in verit nessuno mai aveva accostato la merda alla sostanza pi pura ed eterea che civilt, morale e religione ci propongono. No dice lentamente, fissando Gherardo negli occhi. Queste sono parole da seduttore, e io non fui mai un seduttore... non posso condividere il tuo discorso, Gherardo. Certo, "l'amor sen viene, l'amor sen va". Ma ogni volta che ho amato, l'ho fatto con tutto me stesso, ottenendo in cambio tutto, anima e corpo. Anche se, come te, sono stato tradito, perch tu parli come uno

che stato tradito, ma non ho mai permesso al rancore di prendere possesso di me. Dunque, tu non odi quella signora che ti ha lasciato? Posso anzi giustificarla. La giustificavi quando ingannava il marito? E la giustifichi ora che tornata da lui? Quando ingannava il marito, non faceva che seguire l'istinto, il suo desiderio. La fedelt una legge degli uomini, spesso iniqua. Ella mi ha amato sinceramente... finch non ha prevalso il senso del dovere. Gherardo si lascia sfuggire una risata amara. Ahim, Iginio, temo che abbia prevalso l'interesse. Eppure, io so che le si spezzato il cuore. Sicch, per te, le donne sono angeli! O la donna un angelo di per se stessa, o io possiedo la facolt di farne un angelo, o la fortuna mi ha sempre accostato a grandi e nobili eccezioni. Eccezioni come la contessa Maffei, o come Fosca? Igino annuisce. Gherardo per pensa alla nobildonna che se lo sbattuto in carrozza. A me pare che le donne non siano affatto esseri di un'altra natura, le vedo al contrario assai simili a noi, anche se sanno dissimularlo bene. Hai in mente qualcuna in particolare? Ora, c' una cosa che turba Gherardo. Da qualche tempo, pare che quella nobildonna abbia perso la testa per Igino al punto di compromettersi, pedinarlo, inviargli lettere e bigliettini, invitarlo a convegni amorosi, arredargli un nido d'amore. Tutta Milano ne sparla e ride; non stato certo Igino a innescare il vespaio di pettegolezzi, ma una cara amica intima della dama stessa. Che mi dici di.... Gherardo avvicina la bocca all'orecchio dell'amico, e fa il nome della nobildonna. Igino arrossisce, confermando i suoi sospetti: dunque ve-

ro, la dama gli fa la corte. Ti ha mai condotto in giro nella sua carrozza chiusa? domanda Gherardo. Condotto in giro? Nella carrozza chiusa? Di che parli? Non comprendo! Niente. Ah, bene, benissimo. Per Igino, la quiete romantica di un casino in campagna, o ai laghi, con la complicit magari di un fattore fedele. Per lui, Gherardo, la carrozza. Con Igino, il grande amore; con lui, Gherardo, una sveltina. Insomma, Igino sarebbe la ragazza perbene da rispettare; lui, Gherardo, una prostituta! Io non sono te. Se incontro una donna con