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Sublime Anima Di Donna - Claudia Salvatori

Sublime Anima Di Donna - Claudia Salvatori

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Claudia Salvatori è scrittrice, sceneggiatrice di fumetti e di cinema, consulente editoriale. Suoi racconti sono usciti su numerose antologie e riviste. Ha pubblicato Più tardi da Amelia (premio Tedeschi 1985), Columbus day, Mistero a Castel Rundegg e, presso Marco Tropea Editore, Schiavo e padrona (da cui è stato tratto il film con Rocco Siffredi Amorestremo), Superman non muore mai, La canzone di Iolanda e Sublime anima di donna (premio Scerbanenco 2001).
Claudia Salvatori è scrittrice, sceneggiatrice di fumetti e di cinema, consulente editoriale. Suoi racconti sono usciti su numerose antologie e riviste. Ha pubblicato Più tardi da Amelia (premio Tedeschi 1985), Columbus day, Mistero a Castel Rundegg e, presso Marco Tropea Editore, Schiavo e padrona (da cui è stato tratto il film con Rocco Siffredi Amorestremo), Superman non muore mai, La canzone di Iolanda e Sublime anima di donna (premio Scerbanenco 2001).

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Claudia Salvatori

SSuubblliimmee AAnniimmaa DDii DDoonnnnaa * (2000)

EmmeBooks 164 *

Mariarita Fortis vive con due gatte e lavora per un uomo politico: legge tutto quello che lui non può leggere, ma deve fingere di aver letto. Ama fare un po' di autoironia sul suo "nome da prefazione". Stella del Fante, separata da un fotografo di personaggi pubblici smutandati, si definisce "genitore della domenica": può vedere il figlio soltanto in quel giorno della settimana. È un'investigatrice privata; dirige l'agenzia Black Jack e ha un debole per i maniaci, per gli assassini psicopatici. In una libreria antiquaria, Mariarita ha trovato il racconto inedito di un anonimo autore della Scapigliatura, dal titolo Sublime anima di donna. II manoscritto narra di un Frankenstein milanese che uccide fanciulle giovani e belle, a ciascuna delle quali asporta una determinata parte del corpo: riunendo le loro membra riuscirà a raggiungere il suo ideale femminile assoluto, un'anima perfetta in una carne perfetta, la sublime anima di donna. Ma a Milano si uccide davvero: qualcuno imita le gesta dell'assassino del racconto. Mariarita e Stella, coinvolte nel caso, si incontrano e cominciano a indagare. Ritrovano così l'anonimo autore; vedono rivivere e scrivere, insieme a lui, i protagonisti degli anni più furibondi della Scapigliatura: Emilio Praga, Igino Tarchetti, Camillo e Arrigo Boito. Assistono a successi e fallimenti, sbronze di vino e assenzio, e alla loro visita al laboratorio di anatomia di uno strano scienziato, Stefan Blank, dove, fra gli altri reperti, era conservata una gamba mummifîcata di meravigliosa bellezza appartenente a una misteriosa sconosciuta. Quell'antica vicenda iniziata nel 1885, da una gamba di donna che ha acceso le fantasie più strane scaturiscono gli indizi per arrivare alla verità. Viaggiando avanti e indietro dal mondo decadente di fine Ottocento a un universo contemporaneo popolato dai "pirati della costa", una tribù di marginali senza un lavoro fisso, un reddito, una casa, e forse senza nemmeno un'identità, le due indagatrici dell'immaginario s'imbatteranno nel fantasma di Carlotta, la donna vagheggiata dagli scapigliati, in un chirurgo plastico che cerca di ricostruirla nei corpi delle sue pazienti e in uno scrittore pulp di successo...

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Sommario

Sublime anima di donna ......................................................... ............. 6 Un nome da prefazioni .......................................................... ............ 26 Leggende metropolitane ......................................................... ......... 55 Stella e il gioco dell'uomo nero ............................................... ....... 84 L'altro ramo del Lago di Como .................................................. ... 112 L'amico siciliano .............................................................. .................. 140 Il topo bianco di Igino Tarchetti .............................................. .... 169 L'antro dello stregone ......................................................... ............ 203 Indagatrici dell'immaginario ................................................... ..... 226 I pirati della costa ........................................................... .................. 251 Il dono divino dell'insicurezza ................................................ ..... 279 Segreti, ma non bugie .......................................................... ............ 305 Chirurgia dell'anima ........................................................... ............. 334 La seduta spiritica............................................................. ................ 358 Morte di un ideale ............................................................. ................ 398 Anche Garibaldi diceva cazzo ................................................... .... 426 Tutti gli uomini (pochi) di Mariarita ......................................... 455 Un palazzo a Brera ............................................................. ............... 481 Cristiano ...................................................................... ......................... 511 L'ultima lettera dello scapigliato ............................................. ... 538

A mio marito Massimo Caviglione:

per gli anni passati insieme e quelli ancora da passare, per la pazienza, il sostegno, la complicità, la dolcezza e l'amore. E per aver reso possibile tutto, non solo questo libro.

Io era nato per amare, e ho amato; se nato per uccidere, avrei forse ucciso. La responsabilità sarebbe stata uguale. IGINO TARCHETTI, Fosca

Sublime anima di donna La mia amante aveva un volto di un ovale dolce e purissimo che pareva dipinto da Raffaello, un incarnato di fresca rosa bianca che si accendeva sulle gote, per pudore o nel culmine del piacere, di un fugace rossore, un naso diritto e sottile di statua greca, e occhi di un nero profondo, un nero mai veduto, lucente come la perla e morbido come il velluto. La sua bocca carnosa, dalle turgide labbra scarlatte, si schiudeva spesso a mostrare il candore abbagliante dei denti, talora nel riso, quando teneramente si burlava di me, talora in un soave sorriso che stendeva sui suoi tratti un dolce velo di melanconia. E che dire, del corpo di Carlotta? Come descrivere la perfezione, la suprema bellezza di quelle forme? Membra snelle e flessuose, che dalle sottili caviglie alla graziosa testolina di ninfa si incurvavano con l'armonia di un vaso antico, un seno di vergine adolescente, dalla linea squisita, tale quelli delle dame del Rinascimento, e le movenze vigorose e trionfanti di una Amazzone, di una Diana cacciatrice. Sì... se il suo viso aveva i mille incanti della fanciullezza, il suo corpo era da dea. Io ero allora studente di disegno all'Accademia, e Carlotta posava per me. Io la chiamavo la mia Venere bambina e la ritraevo nella posa immortalata da Botticelli, vestita soltanto di lino leggero, dalle pieghe che ne esaltavano le belle sembianze. «No, no» diceva arrossendo, quando cercavo di abbassarle la veste sul petto, e scuoteva il capo ostinata. Poi, mutan-

do umore e fattasi all'improvviso audace, scioglieva le treccie bionde e lasciava ricadere la massa copiosa dei suoi capelli biondi sulle spalle, sulle braccia, fino alle reni e sui fianchi. «Ecco» gridava, tutta coperta dall'onda della sua chioma. «Dipingi un capolavoro, tu che se' tanto bravo!» e mi sorrideva con adorabile ironia, quasi volesse sfidarmi a intraprendere un'opera che avrebbe sgomentato un artista ben più grande di me. Io restavo allora scoraggiato e muto, il pennello nella mano, a contemplare quel capolavoro di carne così mirabilmente costruito nell'intrico di ossa, muscoli, epidermide, ne' suoi colori tolti ai fiori e al piumaggio degli uccelli, il rosa dell'epidermide, l'azzurrognolo delle vene, l'oro dei capelli, il nero notturno dello sguardo. I raggi della luna, riversandosi dalla finestrella dell'abbaino, accendevano il corpo divino di un lume di tenebra, e io cadevo in ginocchio, commosso e vinto davanti a tanto mistero. Ma, sopra ogni cosa, di Carlotta io amavo le mani, che erano la perfezione delle sue perfezioni, mani bianche, delicate, quasi trasparenti, dalle lunghe dita sensibili, simili a steli che negli stagni vengono agitati dalla corrente. Sembravano vibrare di vita propria, quelle dita, e quando sfioravano agili e precise i tasti del pianoforte, non riuscivo a staccare i miei occhi da esse, quasi fossero fili che tenevano stretto e prigioniero il mio cuore. Ella traeva dallo strumento suoni così commoventi e arcani, che il cardellino nella sua gabbietta subito si azzittiva, e restava timido in ascolto, non osando rivaleggiare con quella melodia ineffabile. Più volte ho disegnato le mani di Carlotta che suonava. Era il segreto potere di quelle dita fatate che io intendevo mostrare, il meccanismo di ossa, muscoli e nervi che creava la musica, e avrei voluto che dalla fissità della posa scaturisse un'illusione di movimento, che si potessero udire le note da lei strappate al pianoforte.

Carlotta, vedendomi così concentrato nel mio lavoro, si arrestava di suonare e mi guardava intenta. Il suo viso esprimeva uno stato d'animo tra il sereno e il mesto, quando la tristezza ci inonda il cuore di un sentimento che è quasi voluttà. Con uno stanco sospiro, si alzava e veniva a darmi un bacio. «Suona ancora per me» le chiedevo, desideroso di continuare, instancabile nella mia ricerca del bello; ed ella tornava al suo strumento, piena di rinnovata forza, ansiosa di compiacermi. E, ancora, l'aria risuonava della sua musica.

Carlotta aveva diciott'anni. Orfana appena nata, dotata di tutte le abilità e le risorse di un'educazione raffinata, era poi caduta per rovesci di fortuna in misera condizione. Senza tuttavia perdersi d'animo, s'era ingegnata a guadagnarsi il suo pane lavorando onestamente con la sua arte del ricamo, fino a quando non l'avevo incontrata e non era divampata fra noi la passione, ed ella aveva accettato di diventare la mia compagna. Io non ero ricco, e di rado trovavo di che vendere i miei quadri. Avevamo appena di che sostentarci, e spesso anche il necessario ci mancava. Carlotta allora si metteva sollecita all'opera, coraggiosa e infaticabile. Fra le sue dita, la seta e le altre stoffe pregiate si coprivano di meravigliosi paesaggi, di esotiche infiorescenze, leggendari animali, stelle e pianeti, alberi e piante di mondi sconosciuti. Non v'era cosa che ella non potesse fare, con le sue mani. «Tutto ciò che è mio è tuo» diceva, consegnandomi i pochi centesimi che guadagnava vendendo i suoi ricami alle signore dell'alta società. Poiché ella, più ancora che la bellezza del corpo, possedeva un cuore buono, affettuoso e fedele. Io abbassavo il capo, e le baciavo le dita piangendo. Abitavamo in una modesta soffitta, in un quartiere di o-

perai e artigiani di faccia al Duomo, in un appartamentino che consisteva in una piccola cucina, una cameretta con un letto ad alcova, una toeletta, una brocca e un catino per lavarsi; vi era poi una sala con un tavolo grande di legno di quercia, alcune sedie, un sofa di stoffa color cremisi, un pendolo a muro, il tavolino da lavoro di Carlotta con il suo cestello, il piano, e il mio cavalletto con tavolozza e pennelli. Alle finestrelle v'erano vasi in cui la mia amica coltivava fiori d'ogni stagione: primule e viole del pensiero in primavera, rose al principio dell'estate, crisantemi d'autunno. Quelle tre stanzette sotto il tetto del caseggiato, di fronte alle guglie del Duomo, erano tutto il nostro Cielo. Malgrado le privazioni, malgrado le asperità della nostra esistenza perigliosa, incerta del domani, avevamo tutto quanto due creature semplici e innamorate possono desiderare al mondo. La notte, abbracciati, ascoltavamo il tubare dei colombi sulle gronde, e dicevamo: «In Paradiso non si potrebbe essere più felici!». Oh, que' bei giorni del nostro amore, quelle notti quiete, stellate, in cui, giacendo insieme, ascoltavamo il tumulto dei nostri cuori, colmi di allegrezza e speranza dell'avvenire! Non ne avremo mai più di uguali!

La nostra soffitta era il Paradiso, ciò nonostante la mia amica, come il suo cardellino che se n'era fuggito dalla gabbia, l'abbandonava talvolta, desiderosa di volare. Carlotta amava la natura, gli animali, le ridenti campagne co' i meli e i ciliegi in fiore. Andavamo talvolta a passeggiare appena fuori dalle porte di Milano, lungo i dolci declivi dei prati e i canali che scorrono tranquilli fra i campi. Là, lungo il sentiero disseminato di ranuncoli, Carlotta lasciava il mio braccio e correva avanti, gioiosa e piena di vita come una giovane puledra che appena ha principiato a scoprire il mondo. Mi incitava a seguirla, ma ella mi sfuggiva con agili

balzi, saltando di qua e di là attorno a un tronco di quercia, i piccoli piedi scalzi da pastorella. Poi mi abbracciava, ansante, e insieme cadevamo sull'erba odorosa del profumo della menta. Talvolta, invece, ella si faceva pensosa, e la vedevo intenta a fissare con occhi umidi e stupiti una fronda agitata dal vento, una farfalla aleggiante intorno a un fiore, o una stilla di rugiada tremolante su una foglia, e volgeva intorno lo sguardo, come a cercare il senso di questa vasta vita dell'Infinito. Un giorno dei primi di maggio, noi si stava seduti su un argine erboso, a guardare le acque del canale che scorrevano limpide e pure, e i riflessi del sole che, come scherzi di folletto, danzavano sulla superficie, quand'ecco che udimmo un grido terribile, e vedemmo una giovane donna cadere svenuta, e il suo innamorato tentare di rianimarla, mentre un altro giovane, pallido di una sorta di mortale sgomento, indicava verso l'acqua: «Laggiù!... Guardate!... Aiuto, per amor del cielo, aiuto!». Subito accorremmo al richiamo; molte altre persone si stavano affollando sull'argine, agitando le braccia, urlando, imprecando, pregando, in preda a un sentimento che parea di vivo raccapriccio. Ci trovavamo in un luogo in cui il canale si allargava a formare un piccolo golfo circondato da salici che piegavano le loro fronde sull'acqua. E là, nel punto in cui i rami piangenti degli alberi si congiungevano alle erbe di palude, vedemmo ondeggiare ciocche inanellate di una capigliatura bionda, e affiorare un volto... Oh! Come esprimere colle parole la pietà, il ribrezzo, la commozione che provammo? La morte non aveva iniziato ancora la sua opera distruttrice su quei lineamenti, e pure... il volto di un cadavere è un sommo poema, in cui le anime elette leggono il presagio del loro destino. Quel corpo, fatto per parlare il linguaggio dell'amore, già principiava a disfarsi e a rivelare

lo scheletro, e già da quegli occhi che un tempo lampeggiavano soavi promesse e inviti, si indovinava l'affacciarsi del verme... Nuda e straziata, la giovane donna galleggiava nello stagno come Ofelia, un braccio ripiegato verso il capo e ancorato a un ramo abbattuto. La corrente, sbattendo quei poveri resti, ci rivelò tosto il supremo orrore... ella aveva avuto i piedi mozzati! Un pallore d'agonia si diffuse sul volto di Carlotta. Ella retrocesse, si cacciò le mani fra i capelli; ma l'urlo non volle uscire dalle sue labbra, ed ella parea quasi soffocare. Mi volse le spalle, e fuggì via. Più tardi, in una trattoria di campagna in cui avevo condotto Carlotta per riconfortarla, un oste, co' modi franchi e onesti della gente del popolo, ci narrò dei tristi casi verificatisi di recente in quei luoghi. Era accaduto, cioè, che altre giovani e avvenenti fanciulle erano sparite, talune da Milano, altre dalla campagna; ed erano state poi ritrovate nei corsi d'acqua che attraversano e circondano la città. Le sventurate vittime avevano subìto atroci mutilazioni in svariate parti del corpo; chi aveva avuto la testa spiccata dal collo, chi le braccia, le gambe, l'addome o il busto. Erano sia semplici ragazze delle più umili classi sociali, operaie e prostitute, sia, disse l'oste, "gran signorone, figlie di conti e duchi, con servi e carrozza". Io ero ammutolito dallo stupore, la storia pareami quanto di più incredibile avessi mai udito. «Non leggete dunque i giornali?» intervenne un avventore, un tale distinto, dal ventre prominente, col monocolo e una certa aria da professore, o da notaio di provincia. «Ahimè, signore» risposi. «Temo che, ne' tre mesi da che mi sono innamorato, ho vissuto troppo contemplando la luna, e assai poco questa terra». «Ebbene, sappiate che v'è a Milano un assassino quale l'umana immaginazione non può contemplare di più crude-

le, un folle sanguinario... Egli sottopone le sue vittime a quelle orribili sevizie mentre vivono ancora... Le seziona, le mutila, le taglia... fino a che non muoiono». «Non posso credere che esista sulla terra un simile mostro...». «È un demonio, vi dico, un incubo partorito dall'Inferno per affliggerci durante la veglia!» Io cercavo di rifocillare Carlotta, avvicinandole un bicchier di vino alle labbra, ma ella rifiutava di assumere alcunché. Se ne stava seduta, inerte, come apatica, e pareva non udire nulla, non curarsi di nulla. Le strinsi le mani per darle conforto. Esse erano fredde e molli, abbandonate in grembo, come prive di vita.

Da quel giorno la mia amica, solitamente lieta e avvezza a folleggiare, non fu più la stessa. Ella aveva sempre vissuto spensierata, ignara di tutto ciò che vi ha di sozzo, abietto e brutale nella natura umana e della società. Ora che aveva conosciuto finalmente le brutture del reale, parea che quel santo oblio del dolore, che è proprio della gioventù, l'avesse lasciata per sempre. Noi andavamo talvolta, a cena, in un ritrovo nei pressi del Teatro della Scala, dove si mangiava con pochi soldi e ci si riuniva, tutti noi scapigliati e le nostre amanti, a bere e a discorrere di arte, di politica, di romanzi, d'amore e altre amenità. Era una cantina gelida, percorsa da spifferi in ognuno dei quattro angoli, ma la riscaldavamo col calore dell'amicizia, l'entusiasmo dei vent'anni, e il fuoco degli ideali. Noi parlavamo il medesimo linguaggio, i nostri cuori battevano come uno solo; gli stessi versi ci esaltavano, le stesse reminiscenze ci commuovevano, le stesse infamie ci facevano fremere di sdegno. Quando, travolti da improvvisa ricchezza, ci davamo a orgie scatenate e bevevamo vino francese, punch, grappa, e grandi bicchieri di certo amarone

che ci inebriavano, allora il riso saliva alle nostre labbra come la schiuma dello spumante, le nostre anime pervase dall'ubriachezza si libravano al di sopra della trista realtà, e breve diventava la distanza dai nostri sogni più pazzi e più cari, al punto che quasi potevano afferrarli, trattenerli... Una sera, dunque, Carlotta mi disse che, sentendosi un poco stanca e desiderando rimanere sola, andassi io pure a incontrare gli amici, e al ritorno a casa l'avrei trovata riposata, e pronta a rispondere alle mie carezze con più appassionate carezze. Così, andai... Oh, perché nessun presentimento, nessun avvertimento dal Cielo, mi trattenne quella notte sull'uscio di casa, costringendomi a far ritorno sui miei passi? Fra i nostri amici, ricordo, v'era Pietro, un giovane tarchiato, dalla gran barba a ventaglio, di buon carattere, con occhi cerulei in cui perennemente ardeva una luce giocosa. Egli era più vecchio di me, non faceva parte della nostra confraternita di artisti; un tempo era stato pittore, e aveva poi abbandonato tele e pennelli, per dedicarsi alla via più breve per mandare la gente al cimitero: professava medicina. Gli era rimasta tuttavia una viva passione e attrazione per le belle arti. I nostri studi si toccavano in un solo punto, l'anatomia, e spesso io gli avevo chiesto aiuto e consiglio circa il funzionamento delle articolazioni delle ossa e dei muscoli, per dipingere la figura umana nella stasi e in movimento. Quando entrai, i miei compagni erano seduti in gruppo intorno alla piccola stufa a legna, perché faceva ancora freddo benché fossimo in primavera inoltrata, e Pietro era intento a discorrere animatamente con un signore che non conoscevo. Mi avvicinai; egli mi scorse e gridò: «È un gran pezzo davvero che non ti vediamo, è così che dimentichi gli amici di sbronza e di bolletta?».

«Ti porgo le mie più umili scuse» dissi, scompigliandogli i capelli già irti e scomposti. «Gli è che sono stato molto occupato». «Sì, occupato a tubare con la tua colomba» replicò Pietro, ammiccando con quei suoi occhi pieni di bontà, e sorridendo scherzoso. «Ti perdono. Siedi, e bevi con noi un po' di birra!» Poi, passandomi il suo boccale, accennò al signore che gli stava accanto, mi indicò, e ci presentò reciprocamente. Al solo sentire le sillabe che componevano il suo nome, ebbi un sussulto di sorpresa e d'emozione. Quell'uomo era Gherardo B***! «Da tempo desideravo incontrarvi» esclamai con sincera ammirazione. «La vostra Anatomia estetica è una magnifica opera. Sono onorato di potervi stringere la mano! Posso affermare senza tema di esagerare, signore, che al vostro lavoro devo non poco di quel modesto progresso che compii nella mia arte!» Io avevo in fatti letto con grande interesse quel suo eccelso trattato sul corpo umano, in cui avevo ravvisato più lo slancio visionario del poeta che l'arida teoria dello scienziato, e un culto appassionato del bello, quella stessa possessione quasi mistica che mi aveva costretto a vegliare per notti e notti a lume di candela davanti a una tela. Oltre a ciò, la sua fama di bizzarro e di lunatico s'era diffusa nel nostro piccolo gruppo come un vento gravido di mille cupe e fantastiche dicerie, degne della fantasia di un Hoffmann o di un Poe. «Quel libro è cosa assai fiacca e ormai superata» rispose calmo Gherardo B***. «Da qualche tempo mi sto dedicando a una nuova opera, e se la fortuna mi assiste e non verranno a mancarmi le forze, quand'essa giungerà a compimento sarò in grado di mostrare al mondo un autentico prodigio». Le sue parole causarono in me un grande stupore. Sapevo

che egli aveva lavorato al suo libro per nove lunghi anni, eppure non ne dimostrava più di me, che ne avevo allora venticinque. Ancora ragazzo, perciò, doveva aver intrapreso il suo eccezionale studio di indagine anatomica. Quell'uomo aveva trascorso gli anni migliori della sua giovinezza in un cupo laboratorio dell'ospedale Fatebenefratelli, curvo su una tavola di marmo bianco, a sezionare i resti mortali dei derelitti che la società fa morire di fame e di stenti, a frugare in quei cadaveri per carpirne i meccanismi riposti, per svelarne i segreti. E prima ancora, appena fanciullo, aveva sezionato dal vivo topi e lucertole, galline, gatti e conigli e persino, si mormorava, un grosso cane che aveva guaito e patito fino a esalare l'ultimo respiro, mentr'egli, senza tradire la minima compassione, lo lacerava e dilaniava, e intanto osservava e disegnava. Di quale mai prodigio aveva egli inteso parlare, fino a dove intendeva dunque spingersi? Bastava questo pensiero a far rabbrividire l'animo più audace; ma a incutere timore era soprattutto l'aspetto dell'anatomista. Lungo e pallido, imberbe, smilzo e affatto privo, all'apparenza, di forza fisica, era animato però da una sorta di energia nervosa e spirituale; i lunghi capelli, più gialli che biondi, del colore delle stoppie bruciate, gli cadevano in disordine sulle magre spalle. I suoi occhi, piccoli e chiari sotto un'alta fronte prominente, sprizzavano fredde scintille; sotto il naso aquilino, le labbra sottili si arcuavano talvolta in un sorriso allusivo, inquietante. Egli aveva sembianze di fantasma, più che d'uomo; nelle sue movenze, nei gesti, nell'espressione, v'era un'aura, un'emanazione, un qualche cosa di immateriale e di astratto. V'era insomma, nella fisionomia di Gherardo B***, un non so che di sinistro e insieme di affascinante, tale da gettarmi in una sorta di oscuro turbamento; al punto che, se egli m'avesse detto «Seguimi!» avrei forse obbedito, per arrestarmi poi tremante e pieno di paura sull'orlo di un abisso.

Ma, prima che potessi domandargli a quale progetto s'era votato, egli mi precedette: «Avete detto che siete artista. Mostratemi dunque un saggio del vostro talento». Io avevo portato con me la mia cartella di disegni; di buon grado l'aprii. Subito, la sua attenzione fu rapita dal mio miglior lavoro: uno schizzo che rappresentava le mani di Carlotta. «È un lavoro degno di nota. Mai ho potuto contemplare un tratto più sinuoso e incisivo, una tale maestria nell'uso della matita» disse, con voce stranamente dolce, in cui mi parve di sentire come una nota strozzata. «Ma chi è il modello?» «E chi potrebbe mai essere?» gridò Pietro. «II suo angelo, la divina Carlotta!» «lo non credo agli angeli né ai diavoli» disse Gherardo B***. «Tuttavia, se esistessero gli angeli, non potrebbero avere mani più belle».

Trascorremmo una settimana intenti alle nostre consuete occupazioni. Grazie all'interessamento e alle conoscenze di un amico letterato, io stavo per partecipare alla mia prima mostra. Un giorno che ero stato a portare i miei quadri all'Esposizione, rincasai tardi, e non trovai Carlotta. Il suo tavolino da lavoro era rovesciato, e a terra erano sparsi aghi, ditali, gomitoli di filo, pezzuole colorate. Mancavano dal guardaroba il suo mantello, e il cappello nuovo che le avevo comprato l'altr'ieri. In preda all'ansia, mi precipitai dabbasso, a interrogare la portinaia: «Avete voi veduto uscire la signora?». «La vidi» rispose quella buona donna «salire in tutta fretta su una carrozza scura, che partì a spron battuto». «Mio Dio! E non vi disse nulla?» «Vedendola così tutta trafelata, le domandai se potevo servirla in qualche modo. Ella mi rispose che aveva ricevuto

un messaggio da un vostro amico, che vi era occorso un infortunio, e correva a raggiungervi. Ma vedo che state bene, signore... Che storia è mai questa? Signore!» Io già più non udivo la portiera, m'ero slanciato fuori dal portone. Ahimè! La mia dolce sorella, la mia amica, la mia amante, colei di cui avrei fatto la mia sposa! Qualcuno le aveva mandato a dire che io avevo avuto un incidente, che la chiamavo, ed ella, nella sua innocenza, senza indugio era accorsa, non sospettando il tranello! Chi mai aveva voluto trarla in inganno, e perché? mi domandavo, vagando come un insensato per le vie. E poi dicevo fra me: no, Carlotta non ha un nemico al mondo, non può esservi creatura, per quanto abietta e viziosa, da voler far male alla mia piccola amica! Certamente, v'è stato un malinteso, e Carlotta ora è all'Esposizione in cerca di me; fra poco la ritroverò, e rideremo insieme di questa gran paura. Molto rumore per nulla, diremo gettandoci l'uno nelle braccia dell'altra. Ma, all'Esposizione, non l'avevano vista. Uscendone, con il cuore che batteva tanto forte che mi pareo volersi spezzare, fermai una carrozza di piazza e mi feci condurre all'ospedale Fatebenefratelli. La sera era scesa sulla città come il nero manto di un malfattore; negre e minacciose ombre divoravano i deboli fuochi dei lumi, e una pioggia lenta e malinconica cominciava allora a cadere sulle strade deserte. Non descriverò qui le ore d'angoscia trascorse tra i corridoi in cui giacevano creature umane afflitte dalle più gravi e pietose infermità, tra le sale chirurgiche e le stanze degli obitori. Io ero in preda a fosche visioni che mi dilaniavano la mente: la mia Carlotta era forse nelle mani di quell'essere innominabile, quell'aguzzino, quell'aborto della natura e della civiltà che aveva già tolto la vita a tante giovani donne! No! Mille volte avrei preferito vederla ammalata o addirittura morta, pur che la morte le fosse giunta sen-

za dolore! Ma dove, come mai aveva potuto quel mostro assassino vederla, concupirla, scoprire dove abitava, e infine ingannarla? A mezzanotte, affranto, uscendo dall'ospedale, feci pochi passi e mi abbattei sulla soglia di una bettola. Le goccie di pioggia, pungendomi sul viso come aghi, si mischiavano alle lacrime. «Carlotta!» invocai, e mi rispose solo il silenzio della notte. Il vetturino mi aveva atteso e, dal suo posto a cassetta, mi guardava impietosito. «Non angustiatevi, signore» mi disse. «Se la ragazza che cercate è salita su una carrozza di piazza, forse qualcuno può rammentare dove l'ha condotta». Mi aggrappai a questa pur esile speranza, che doveva infatti rivelarsi giusta. In piazza del Duomo descrissi a tutti i vetturini le fattezze di Carlotta, il mantello che portava, la foggia del cappellino nuovo, di paglia, con veletta, adorno di fiori di panno. Uno di coloro la riconobbe. Ella era salita sulla sua carrozza, disse, dove l'attendeva un signore vestito di nero, che portava un alto cilindro, e aveva il volto coperto da una sciarpa. E mi diede l'indirizzo a cui li aveva condotti, e si dichiarò disposto a portarmi laggiù. «Dio ve ne renderà merito, e oltre a ciò avrete anche la mia eterna riconoscenza! Andiamo dunque, per carità!» gli dissi. Dopo una breve corsa, mi ritrovai nel quartiere di Brera, davanti a un palazzo di tre piani dall'aspetto severo, che parea un tutt'uno con la pioggia e l'oscurità incombente. Un lampo, che venne a squarciare le tenebre, illuminò un portone di massiccio legno d'abete, contornato da un curioso ornamento: un rilievo fatto di tralci di vite, grappoli e cirri intrecciati. Spinsi il portone, entrai in un androne rischiarato appe-

na da un lume a petrolio, dai soffitti a volta, e là, in un angolo, vidi il cappellino di Carlotta! Giaceva davanti ai tre scalini che conducevano alla porta di un locale seminterrato, sotto la cui fessura ardeva e si spegneva, a tratti, un bagliore biancoazzurro. Senza riflettere oltre, mi scagliai con tutte le mie forze contro la porta, e l'abbattei.

La mia mano trema nel tracciare queste righe, la mia scrittura si fa disordinata e concitata; sulla carta le tracce delle mie lacrime si mischiano alle macchie d'inchiostro. E purtroppo, devo parlare di ciò che mi accadde in quel luogo, narrare la visione che da quel momento ho avuto perennemente davanti agli occhi ad avvelenare ogni istante della mia vita, e mai ho potuto scacciare neppure chiudendo le palpebre, l'incubo che la notte ha abitato i miei sogni, popolandoli di immagini da gironi infernali... Mi trovavo dunque in una grande stanza quadrata, circondata da ogni lato da scaffali che ospitavano vasi di preparati anatomici, ampolle e fiale, vetrinette che contenevano corpi umani, o parti di corpi, alcuni imbalsamati con tanta arte da conservare le parvenze della vita, altri mummificati e rinsecchiti; e ancora ossa e feti di cani e di gatti e neonati, fra i quali due gemelli deformi uniti per le anche, sculture di gesso rappresentanti gli organi interni e disegni di membra sezionate, teste decomposte fino a mostrare il teschio e maschere mortuarie simili a quelle statue di cera che si vedono talvolta nei musei. Al centro della sala, in mezzo a tutto quel carnevale di immagini funeree, collegato a strani apparecchi che ronzavano e crepitavano, stava un grande vaso trasparente e, nella luce azzurra che si accendeva e si spegneva a intermittenza, mi parve di distinguere una figura, una sagoma spettrale immersa in un liquido rosa pallido. Era una donna... No,

non poteva essere veramente una fanciulla, ma qualche demoniaco inganno architettato per stravolgere i sensi e far perdere la ragione. Ella, o qualunque cosa fosse, era come un'alga di carne, le nude membra che ondeggiavano mollemente come anemoni di mare. Quella sirena, o mostro degli abissi, era bellissima, e pure in quella leggiadria v'era qualcosa di morto, un sentore di sudario, di larva appena levata dalla tomba. Mi avvicinai, come stregato; il cranio scoperchiato era privo di cervello, e... era un'illusione, o si era mossa? No, sicuramente l'elettricità prodotta da quelle macchine, la luce azzurra mi aveva tratto in errore... non poteva essere viva! E pure... quel corpo ebbe un fremito, le palpebre si sollevarono a mostrare le orbite vuote degli occhi, la sua bocca si apri senza emettere suono... Il petto si sollevò... Si, quella creatura respirava! Ella viveva! Nello stesso istante in cui me ne rendevo conto, udii un riso sommesso, e da dietro il vaso, quasi fosse il riflesso dell'essere galleggiante, vidi apparire Gherardo B***, l'anatomista! Se ne stava orgogliosamente eretto, i riflessi rosa e azzurri che danzavano sul suo volto che parea scavato dal digiuno e dalle notti insonni, gli occhi bianchi in cui ardeva una luce scura. L'espressione era di sfida e ilarità insieme, simile a quella di un fanciullo che ha ideato una qualche marachella; e, quando parlò, scoprì i denti in uno strano sorriso maniacale, che mi fece agghiacciare il sangue nelle vene. «Siete sorpreso? Pure ve lo dissi, che mi ero votato a una nuova impresa, tale da far scomparire ogni altra mai tentata fino ad oggi nella storia della scienza!» «E questo, dunque, sarebbe il prodigio che avevate annunciato?» gridai, indicando la cosa nel vaso. «Sì. Un'anima» disse egli, con quel suo ghigno da lunatico. «Un anima in costruzione. Voi vedete qui quello che a nessun occhio umano è mai stato concesso di guardare:

un'anima nel suo formarsi. Un'anima di donna». «Un'anima?» urlai, tremando convulsamente. «Avete il coraggio di affermare che possiede un'anima? Osate chiamarla donna?» «Caro signore, vedo che, come molti altri che pure credono nella scienza e nel progresso, siete vittima dei consueti pregiudizi. Cosa credete sia l'anima, dunque? Un soffio di vento soprannaturale? Una scintilla di luce celeste? L'umana vanità ha creato l'idea di un'anima divina disgiunta dal corpo. Le piante hanno un'anima forse? E gli animali? Non vivono essi, come viviamo noi? E cos'è che li fa vivere? Certe particolari attività della materia che li compone. E cos'è che li fa morire? L'inerzia di tale materia, ecco tutto. Ciò che usate chiamare anima, forma una sola cosa con ciò che dite materia». Guardai la creatura nel vaso, il frutto abnorme di innumerevoli assassinii, sofferenze e spargimento di sangue. Ella seguitava a muovere le labbra, come se pregasse; mi sforzai di leggere quelle parole, ma mi parvero sillabe vane, senza suono e senza senso. Le lacrime mi salirono agli occhi. «L'uomo è stato dotato di esistenza intelligente» dissi. «Non potrete mai spiegare con codeste vostre teorie il genio del poeta, la passione dell'amante, lo slancio mistico del santo...». «Ecco che ricadete nel solito errore! II pensiero è materia, null'altro che materia! Noi abbiamo scoperto il mistero dell'esistenza vegetativa e bestiale; ora stiamo per svelare quello dell'esistenza intelligente. L'arte abbraccia la scienza; fisiologia e psicologia sono un'unica disciplina di studio! Il ciclo vitale di una foglia e la mente dell'Alighieri partecipano della medesima sostanza; differiscono solamente nei gradi e nei modi della loro composizione. Sì... l'anima è una combinazione di molecole, e i pensieri e i sentimenti non sono che infinite aggregazioni di atomi! È nel cervello, per

l'energia sprigionata dal comporsi e scomporsi degli atomi, che si formano l'intelligenza, i sogni, la memoria, la razionalità, l'immaginazione! E più ancora... Io cerco l'anima in tutta la macchina umana nella sua interezza... nei tessuti... nelle ossa... nel sangue... nei visceri...». Nel dir questo, Gherardo B*** saltellava girando tutto attorno al vaso e agitando le braccia e ridendo, con un curioso moto da automa che mi parve insopportabilmente osceno e maligno. «Basta!» urlai. «Smettete, tacete! Voi avete suppliziato e smembrato fanciulle innocenti, strappato figlie e spose alle loro famiglie! Chi, cosa mai vi dava il diritto di prendere quelle vite, quale follia vi ha indotto a separare quelle anime vere dal corpo?» «Anime vere? Avete detto anime vere?» disse l'anatomista, con disprezzo. «E chi mai, in coscienza, potrà rimpiangere l'esistenza di quelle donne? Chi avvertirà la loro mancanza? Sciocche, vanitose, civette e sgualdrine, ecco cos'erano! Mentitrici, infingarde e infedeli, ipocrite, bigotte, teste vuote! Esseri incompleti e difettosi, colmi di tutti quei vizi, di quei bassi istinti, che dalla più remota antichità hanno spezzato l'animo e la risoluzione degli uomini! No, non erano nulla, a paragone di... di colei che verrà per mezzo della mia opera!» Nel pronunciare le ultime parole, la voce di Gherardo B*** s'era fatta più bassa, quasi un sussurro, e vibrava di desiderio... come la dichiarazione d'un amante. «Ascoltate» proseguì, guardandomi fisso. «Vi dirò quello che non ho mai confessato a nessun amico... non avendo avuto un amico a cui confessare alcunché. Io nacqui diverso dagli altri uomini... Sì, nacqui malato, se amare l'ideale è una malattia; e nacqui colpevole, se il bisogno di essere amato è una colpa. Da bambino, fui sempre solo. La mia vita fu tanto povera di amicizia, che non mi fu mai possibile pene-

trare nel cuore di un'altra creatura, né aprire il mio. La scienza soltanto, i miei esperimenti, erano tutta la mia consolazione, tutta la mia voluttà... Giunto ai venti anni, fui colto da passione violenta, estrema per la donna, non già una donna, ma la donna ideale; e fu presso a poco nello stesso tempo che mi accorsi che non potevo ispirare nell'animo femminile la benché minima affezione. Le donne si ritraevano da me, mi sfuggivano: mai avrei ispirato amore. E, conoscendole meglio, mi convinsi che erano esse stesse, sciocche triviali con le quali dovevo simulare di non possedere ingegno, se volevo a mala pena essere sopportato, a non meritare affetto, né rispetto, né considerazione alcuna, e riflettei che se non esisteva amore ricambiato, ciò era perché nessuna donna, nei pensieri e nei sentimenti, è pari all'uomo». Nel dire questo, Gherardo B*** aveva assunto una posa solenne, gli occhi che non guardavano me, né alcuna altra cosa nella stanza, ma qualcosa di lontano e irraggiungibile; sembrava abbracciare un mistero terribile, e la sua espressione era quella di un innamorato che dica alla morte: "T'amo". Era in preda a un'esaltazione che aveva qualcosa di superiore, sembrava irradiare una nostalgia d'inesprimibile, un sogno di vita eroica, un divino desiderio d'infinito, e d'un tratto egli mi apparve come cresciuto di statura, lontano dal mondo e quasi intangibile. Eppure quell'aureola che gli vedevo intorno era incendio di fuoco dell'Inferno, luce del Demonio. Com'era possibile che quel vile, abietto assassino avesse qualche cosa del mistico, del santo? «Mi dedicai interamente al mio lavoro» seguitò nel suo monologo delirante. «Vissi con il mio ideale di fanciulla, nel quale trovavo dolcezze che mai avrei tratto da un reale matrimonio. E poi riflettei... Perché un ideale, essendo prodotto dal cervello, cioè dalla materia, non potrebbe diventare esso stesso materiale? Cos'è che distingue una realtà in natura da una realtà immaginata, creata? Per anni, investigando

l'interno del corpo umano con passione di scienziato, avevo inseguito con passione di poeta la visione di una bellezza ideale. Avevo scoperto un metodo per mantenere in vita, per mezzo della corrente elettrica, singole parti staccate dai corpi... Si, mi sarei impadronito delle parti più squisite e perfette di più corpi, e con esse avrei composto il corpo ideale, l'anima ideale. Voi vedete che la mia compagna non è finita... due sole cose sto ancora cercando: gli occhi di una veggente, e il cervello di un genio, e poi l'opera sarà compiuta. E allora sarò riuscito a creare quello che neppure Dio, se esiste, ha mai creato: un'anima nuova, priva di difetti, un'anima di donna pura come il diamante, dotata di onestà, forza e fedeltà, di intelligenza pari a quella dell'uomo, la bellezza assoluta di un corpo che è anima e di un'anima che è corpo, la vera... sublime... anima di donna!» Gherardo B*** congiunse le mani sul petto, e chiuse gli occhi. Io ero rimasto paralizzato dall'orrore, dalla repugnanza, e, oserò confessarlo? anche dimentico di tutto, rapito dallo strano fascino che emanava da lui, quasi lo sentissi in qualche modo fratello, compagno delle mie più segrete e folli illusioni. Guardai la forma immersa in quell'acquario, la sublime anima di donna: era mai possibile che l'anima dunque fosse nella materia e che Gherardo B***, come un coltivatore che innesta una pianta su un'altra per ottenere un frutto mai visto, avesse trovato il modo di produrla? In quell'istante, vidi le mani della creatura, e subito mi riscossi. Mi sovvenni allora dell'ammirazione che Gherardo B*** aveva manifestato per le mani di Carlotta; avevo visto le sue pupille accendersi di uno strano bagliore, lo avevo udito lodare quelle mani da angelo. «Carlotta! Dov'è Carlotta?» «L'amate dunque ancora?» disse l'anatomista, in tono di scherno. «Se volete ostinarvi ad amare una femmina imper-

fetta, andate dunque! Ella è di sopra, che vi aspetta!» Mi slanciai fuori dal laboratorio, corsi su per le scale, sfondai un uscio, mi precipitai in una camera, contro le cortine dì un letto a baldacchino... Carlotta era là, e giaceva allungata, composta, già rigida. La si sarebbe detta morta serenamente; ma gli occhi sbarrati, stravolti, lasciavano intendere lo stupore d'esser tradita, e l'angoscia dell'agonia. «Mia amata!» gridai. Sollevai con un sol gesto il bianco sudario che la copriva. Sotto, le coltri e le lenzuola erano zuppe di sangue, ed ella aveva due moncherini in vece delle mani! Caddi su di lei, squassato da un riso di idiota.

L'infelice che vergò queste righe, rinvenuto pazzo presso un canale accanto al corpo mutilato di una delle sue vittime e giudicato colpevole di turpi assassinii di giovani donne, morì suicida nel manicomio di Milano, nel 1868.

Un nome da prefazioni Q

uel mattino di fine marzo, appena sveglia, Mariarita Fortis aveva in mente una poesia di Emilio Praga. Le ultime visioni prima del risveglio erano state vivide e folgoranti come un videoclip musicale: immagini scollegate e crepuscolari che non ricordava più al momento di aprire gli occhi. Ma nella testa, ancora perduta nel sogno recente, tra estasi e incubo, una voce lontana, cadenzata, recitava i versi di Preludio:

Noi siamo i figli dei padri ammalati: aquile al tempo di mutar le piume, svolazziam muti, attoniti, affamati sull'agonia di un nume.

L'aveva ascoltata fin dalla sera prima, quella poesia, come una di quelle canzoni che si ripetono ossessivamente non si sa perché, fino a quando le parole, frammentandosi e sdoppiandosi in un'eco infinita, non l'avevano accompagnata nel sonno. Poltrendo nel letto, Mariarita si divertì a ricostruire mentalmente un videoclip di Preludio: inquadrature sghembe a perdifiato, scenario metropolitano in un'alba grigia dì fumi industriali, treno tatuato di graffiti che sfreccia lungo una ferrovia sopraelevata, e poi...? Ragazzi e ragazze che corrono verso la cinepresa, in anfibi e tute di pelle da motociclisti, come una mandria di giovani animali selvaggi, maleducati, un po' sudici, ma pur sempre vulnerabili, teneri; mostrano la lingua avvici-

nando il viso al grandangolo, dipingono l'obiettivo di vernice spray: buio, dissolvenza in chiusura. E subito si riapre un'immagine onirica... sicuramente qualcosa che rappresenti l'Ideale, ma cosa? Una ragazza nuda su un prato, sotto la pioggia, con il corpo coperto di terra e fili d'erba? Una statua che rappresenta una ragazza nuda, in un parco sotto la pioggia, che si anima e tende le braccia? Un ragazzo che innaffia una piantina finché non sboccia una rosa, un ragazzo che suona una chitarra elettrica su un palco, lo stesso ragazzo che si stringe un laccio emostatico al braccio, e si inietta una dose di ero, con una goccia di sangue che si spande nel liquido della siringa? Una ragazza nuda e morta, risuscitata dalle lacrime e dai baci, che rimuore poi, come muoiono i sogni, fra le macerie di un cantiere di costruzioni, a pochi passi da una discarica di rifiuti? Mariarita voltò la testa verso la finestra. Attraverso le fessure delle persiane, la luce le ferì gli occhi: lame color ghiaccio cupo, che si accendevano a tratti di oro pallido, un oro a poco prezzo: l'illuminazione di Milano in un'indecisa giornata di mezza stagione, l'ultimo marzo, l'ultima primavera del millennio, con il sole velato dalla foschia e dallo smog. Tolti i tappi di cera dalle orecchie, Mariarita ritrovò il rumore familiare della casa: suoni attutiti, porte sbattute, tacchi affrettati sul pianerottolo, urto metallico dell'ascensore che si ferma al piano, esplosioni improvvise di voci umane, strillo di un bambino, e fuori, attraverso lo sbarramento dei doppi vetri delle finestre, il frastuono della città: il rombo continuo del traffico, cui facevano da controcanto gli scoppi dei motori truccati, le sirene delle ambulanze e della polizia. La musica di Milano, insomma: entrava nelle orecchie e nella testa, fino a far parte della composizione delle cellule, forse. Ci si abitua a vivere insieme al rumore di Milano, a pensare e lavorare nel suono della città, come fosse un enorme cuore che spinge in circolo il sangue delle idee, dei progetti, dei desideri. Sotto le lenzuola di cotone rosso, con indosso soltanto una maglietta e un paio di slip, Mariarita si stirò e inarcò la schiena,

mentre una delle sue due gatte, nera con la macchia bianca, le camminava sul corpo, dai piedi lungo l'addome, fino al petto. Il solletico e la pressione delle zampe dell'animale le procurarono una sensazione di compagnia e conforto. La gatta le si accucciò sul seno con piccoli movimenti di assestamento, allungò il collo, le annusò la faccia, e subito si ritrasse. Mariarita avvertì sulle labbra il tocco del nasetto umido e freddo. L'altra gatta, bianca con la macchia nera, stava sulla poltrona di fronte al letto, ritta sulle zampe posteriori, intenta a mulinare quelle anteriori, giocando con il cordone per aprire le tende. Mariarita rimase immobile per non disturbare la gatta nera, respirò piano e profondamente, godendosi il soffice peso dell'animale. Chiuse gli occhi, per un attimo scivolò nuovamente nel torpore che precede il sonno. Accarezzò il dorso della gatta, che cambiò posizione; non trovandosi più a proprio agio, l'animale si lasciò ricadere morbidamente sul materasso. Mariarita, allora, si alzò, si infilò una tuta da ginnastica grigia imitazione Robe di Kappa. Seduta sul tappeto, a tentoni nella penombra, si allacciò le stringhe delle scarpe da basket, si rialzò, agganciò alla vita un borsello con le chiavi di casa, uscì, e ritrovò la sua Milano.

Mariarita abitava vicino alla fermata della metropolitana Porto di Mare, quanto di più lontano dal mare si possa immaginare: una porzione di tessuto metropolitano periferico che avrebbe procurato una crisi depressiva acuta (forse accompagnata da tendenze suicide) a chiunque non fosse stato Mariarita. A lei, Porto di Mare ispirava sentimenti quasi materni: simpatia, affetto, e una certa sensazione di "home sweet home". «Ami lo schifo?» le aveva chiesto un giorno un amico. E lei, annuendo lentamente, aveva risposto: «Sì, amo lo schifo». Lo schifo è vicino, è nostro, è comprensibile: umano. Per amare lo schifo occorre essere umani: tolleranti, equilibrati, comprensivi, come i preti e i poliziotti degli sceneggiati televisivi. La de-

solazione le metteva allegria, ci si trovava perversamente a suo agio, ci si crogiolava dentro, come in una vecchia vestaglia impregnata del suo odore, come in un paio di pantofole rotte. E questo, a pensarci bene, era abbastanza scapigliato. Sì, a Mariarita piaceva così. Le piacevano i piloni della strada sopraelevata, i capannoni e i megaparcheggi, l'asfalto crepato e gli edifici affumicati, e la tabaccheria dove si raccoglievano le giocate del totocalcio e del superenalotto, i maxicartelloni pubblicitari e le insegne al neon, la stazione ferroviaria di Rogoredo con il suo traffico di pendolari, quelle zone di spazio aperto che non sanno se appartenere alla città o all'hinterland, dove si costruiscono nuove villette a schiera e si scavano fossati di lavori in corso, la vetrina pretenziosa dell'estetista e la pizzeria con i camerieri stronzi, le tovaglie macchiate, e quella pizza scadente, dalla pasta collosa, che faceva veramente schifo. Mariarita inspirò una boccata d'aria, a pieni polmoni. L'atmosfera della città non le sembrava tanto tossica, sapeva appena di gas di scappamento, a quell'ora del mattino, e di fresca umidità. L'odore d'insieme non era sgradevole; il vento portava fantasmi di profumi lontani, fritto da ristorante cinese, benzina, aroma di caffè dalle macchine per fare il cappuccino dei bar, lozioni e creme per corpi femminili, lubrificanti di macchine, e altro ancora di mixato e squisitamente indecifrabile. La foschia si era diradata, il cielo adesso era sereno, di un celeste opalino, e il sole cominciava a riscaldare. Mariarita si sentì felice. Cominciò a correre, schivando i pensionati, i ciclisti, le mamme che si trascinavano dietro bambini infagottati, cagnolini al guinzaglio. Andò a correre oltre Rogoredo, verso i campi da golf circondati dai residence e dalle ultime case rustiche, sui prati dove l'erba inaridita dalle gelate notturne cominciava a far spazio all'erba nuova appena spuntata. Fra ciuffi di verde tenero s'impigliavano brandelli di carta da giornale, kleenex usati ingialliti dalla pioggia sporca, lattine di Pepsi e di birra,

preservativi usati, sacchetti di cellophane, bicchieri di plastica dei fast food con la cannuccia, e... per un attimo, temette di aver calpestato una siringa. Per fortuna si trattava soltanto di una penna biro scarica, frantumata e scricchiolante. Mentre correva, Mariarita canticchiò sottovoce la poesia di Emilio Praga, con una cadenza da rap, mescolando arie di diversi brani musicali in un cocktail di sua invenzione. Il ritmo della respirazione e del passo di corsa l'aiutavano a spezzare le frasi, e le parole spezzate l'aiutavano a mantenere il ritmo.

Canto le ebbrezze dei bagni d'azzurro, e l'Ideale che annega nel fango... Non irrider, fratello, al mio sussurro, se qualche volta piango:

giacché più del mio pallido demone, odio il minio e la maschera al pensiero, giacché canto una misera canzone, ma canto il vero!

La poesia reca la data del novembre 1864. Sì, va bene, ci sono alcune differenze. Ai tempi degli scapigliati, Dio non era proprio crepato del tutto, cominciava appena ad accusare i primi malesseri; oggi è assente da decenni sui nostri schermi. Nell'Ottocento si drogavano di bevande alcoliche e di assenzio, e oggi ci si fa di eroina, coca ed ecstasy. Che altro? Ah, già, i mezzi di trasporto. Loro usavano cavalli e carrozze, e non sapevano cosa fosse l'inquinamento ambientale. E Milano non era ancora rumorosa. Non come oggi, almeno. Com'era la musica di Milano, un secolo e mezzo fa? Un silenzio rotto da zoccoli e fragore di ruote sul selciato, voci umane, grida di venditori ambulanti. Per il resto, è più o meno tutto uguale: anche le chiome che scendono in lunghe ciocche lussureggianti oltre le spalle, e quegli alti cappelli a cilindro che oggi portano i cantanti, i deejay e gli arbitri dell'eleganza.

Sì, insomma, il dramma è lo stesso, oggi come centocinquant'anni fa: Dio è morto, anche i poeti laureati sono morti, e non ne vedevamo l'ora; noi siamo malati, figli di madri tossiche che ci hanno avvelenati nell'utero, tossici della terza generazione. Non sappiamo più chi siamo e che cazzo vogliamo, ma non dite che non abbiamo valori e ideali, questo non è giusto, è una vigliaccata, noi siamo veri: odiamo noi stessi ma ancora di più l'ipocrisia. Se non abbiamo molto da dare, è perché voi non ci avete dato nulla. I nostri "No" sono tutto quanto ci resta, tutto quanto sappiamo e siamo, perciò, se vi va, okay, altrimenti fottetevi. Molte pagine scapigliate, ripulite da una certa antichità linguistica, sembrerebbero scritte l'anno scorso. Se Praga, Boito, Tarchetti e gli altri erano attuali allora, come sarebbero oggi? Su Internet, Mariarita ha trovato i loro nomi accostati a quelli dei gruppi musicali "death metal". Sì, forse gli scrittori della Scapigliatura lombarda parteciperebbero a quel tipo di cultura giovanile, suonerebbero e canterebbero in band con nomi come Sepultura, Autopsy, Black Sabbath, Suicidal Tendencies eccetera. E avrebbero copertine di dischi con teschi scarnificati e tombe, e videoclip pieni di visioni di funerali con bare di bambini, spettri bianchi come gigli, cimiteri di campagna sotto la luna, autopsie profanatrici su splendidi corpi di morti apparenti. Sarebbero superstar dell'ironia, degli amori trasgressivi e del suicidio. Oppure no: anticonformisti fino alle estreme conseguenze, oggi volterebbero le spalle alla pubblicità facile, al macabro di successo, alla trasgressione da grandi magazzini, e cercherebbero vie più impervie, sentieri poco battuti, modi sofisticati per non essere uguali, per dire ancora, estremamente, di no. Forse, si rifugerebbero in quel "convento ideale" in riva al mare, tra i fiori e il silenzio, in cui Praga sognava di andare a invecchiare in compagnia dei sette peccati capitali. E, in quel convento, riprenderebbero a sognare nuovi sogni, a inventare nuove storie. E saprebbero, forse, lavorare sull'impossibile: meravigliarci.

Scapigliati, belli e dannati. Sesso, droga e rock'n roll. Irriverenti, funerei, buffoni, sconvolti, infiammati, isterici, estatici, persi nel perenne trip della "grande illusione". E italiani. Wonderful, wonderful scapigliati.

L'appartamento di Mariarita, che in gergo immobiliare verrebbe classificato come bilocale con servizi, ristrutturato, in piccola corte, si trova al terzo e ultimo piano di una vecchia casa di ringhiera rimessa a nuovo. Si entra direttamente in un soggiorno con angolo cottura arredato con brutti accessori in stile tirolese, che Mariarita, per comodità, ha acquistato in blocco dal precedente inquilino; si passa poi, attraverso un breve corridoio su cui si affacciano il bagno e il ripostiglio, in una camera da letto di pianta quadrata arredata con mobili Ikea: un letto, un divano con due poltrone, armadio, libreria con scaffale per il televisore e il videoregistratore, e scrivania portacomputer. Spazio minimo, spazio necessario, per girare intorno ai mobili, scivolare fra il divano e il televisore, schiacciarsi fra una sedia e lo schermo del computer, cuocere gli spaghetti, lavarsi, sdraiarsi per dormire. Una delle frasi autoironiche che Mariarita ama dire agli amici che vengono a visitarla è: «Una stanza tutta per me ce l'ho: ora me ne occorrerebbe un'altra». Il territorio, insomma, permette soltanto di sgusciare intorno, mentre le due gatte sgusciano intorno alla padrona di casa. In questo momento, invece, dormono tranquille sul letto sfatto, l'una con la testa sulla coda dell'altra. Per fortuna, vanno molto d'accordo; dormono insieme, passano lunghe ore a contemplare non si sa che, qualcosa di imponderabile, invisibile per gli umani. Altra frase autoironica che riscuote molto successo: «Sono gatte lesbiche e buddiste». Ci sono soltanto due finestre: una, protetta da un'inferriata (la città è violenta, bisogna tenere i briganti fuori dal fortino), dà sul pianerottolo esterno; l'altra, quella della camera da letto, si affaccia sul retro, su una strada stretta, con tre alberelli che

arrivano fino al primo piano dell'edificio e sembrano formare, visti dall'alto, un cuscino verde. Oltre gli alberi cuccioli, dal fusto ancora sottile e flessibile, sempre potati in forma tonda, c'è un muretto sbrecciato e, al di là del muro, il parcheggio dei tir di una ditta corriere espresso. "Viaggiamo alla velocità del pensiero", dice lo slogan sulla fiancata degli automezzi. Mariarita lo interpreta come una frase augurale (tipo in bocca al lupo o in culo alla balena); spera di essere veloce come i pacchi che viaggiano su quei tir, veloce nella vita, nella carriera, nell'amore... o, almeno, non tanto lenta da essere lasciata indietro, a morire per strada. Ma, ecco, la chiave gira nella serratura, i cardini cigolano, e si sente lo schianto secco della porta sbattuta. Mariarita rientrò a passo di corsa, smorzò lo slancio, si fermò contro la parete della camera da letto appoggiandovi le mani, aprì la finestra, spalancò le persiane, e lasciò che il respiro tornasse regolare, guardando distrattamente di sotto. Un piccione camminava sul marciapiede; ondeggiava svagato, descrivendo una traiettoria a curve come un ubriaco. Mariarita si tolse le scarpe da basket, e le spinse sotto la scrivania. Rifece il letto, passò l'aspirapolvere sui tappeti e sulle tende, lavò i piatti rimasti nell'acquaio dalla sera prima. «Vaffanculo!» gridò alla gatta bianca, che infilandosi fra le sue gambe la fece quasi cadere. In bagno, si sfilò la tuta da ginnastica. Merda, imprecò fra i denti. Aveva battuto il gomito contro le piastrelle, bianche con disegni di casette naîf. Si tolse la maglietta e le mutande, e gettò gli indumenti nel cesto della biancheria sporca; nel rialzarsi, rischiò di battere la testa contro il lavabo. Il bagno era proprio minuscolo.

Ecco Mariarita riflessa nello specchio del bagno, come può vedersi lei stessa. Sembra composta di due diverse personalità, e anche il suo corpo presenta elementi contrastanti. Sottile,

svelta e nervosa come il suo nome, a volte è lenta, linfatica, pesante come il suo fantasticare. Di statura media, slanciata e magra, dalla pelle naturalmente dorata, ha l'aria ottimista e astuta di un animale che si scalda al sole. Somiglia a una lucertola immobile e torpida che in un attimo, con un guizzo rapido e sinuoso, sparisce alla vista. È una donna che trascorre la maggior parte delle sue giornate a leggere, pensare, immaginare, e deve poi sfogare la sua energia vitale in improvvise esplosioni di attività, in gesti e scatti di subitanea accelerazione. Ha i fianchi stretti, ma un seno abbondante, leggermente sproporzionato rispetto alla statura e alla corporatura. Il corpo è da trentacinquenne che dimostra sette anni di meno, palestrata, in ottima forma fisica. Porta i capelli color castano scuro tagliati all'altezza delle spalle, scalati, con un ciuffo sulla fronte convessa che talvolta tinge di rosso, di azzurro o d'oro. Ha il tipo di faccia che lei stessa definisce «da spot di una caramella»: lineamenti da bambina, delicati, quasi leziosi, naso corto e all'insù, bocca piena, da bacio. Lineamenti in contrasto con gli occhi: grandi, neri, seri e intelligenti, simili a specchi affacciati sui desideri di un altro mondo. Sono occhi da strega: per fortuna, oggi la caccia alle streghe non si fa più. Mentre si lavava, si insaponava, si sciacquava via lo shampoo dagli occhi, riprese a balbettare, in una specie di recitativo, i due versi di Praga che amava di più. «Can-to una mi-sera canzone / ma can-to il ve-ro! Can-to una mi-sera can-zone, ma canto il ve-rooo!» cantò, gorgogliando con la bocca piena di dentifricio; si strofinò i denti, e poi riprese mentre si asciugava i capelli con il phon, quasi gridando: «Can-to una mi-sera canzo-ne / ma can-to il ve-rooo, can-to il ve-rooooo! ». Belli, belli. A quindici anni, se li avesse conosciuti, li avrebbe trascritti sul suo diario di scuola. Li avrebbe letti a voce alta all'amica del cuore. Li avrebbe commentati in un tema d'italiano. Invece, aveva cominciato a scoprire le opere e la poetica della Scapigliatura solo diversi anni dopo l'università, assistendo alla proiezione in seconda serata televisiva del film di Ettore Scola Pas-

sione d'amore, tratto da Fosca di Tarchetti. Poi, erano venute le letture dei romanzi, dei racconti neri e fantastici, degli horror, delle ghost story. Ed era nato uno di quegli amori che non precipitano mai nel fango della quotidiana fesseria e pesantezza, perché la morte e la lontananza li conservano. Mariarita non ignorava che il fenomeno aveva origini nella sua sessualità: una specie di erotismo sadomaso, alimentato dall'alcolismo, dalle morti premature, dai suicidi degli scapigliati. Ogni volta che ci pensava, Mariarita si sentiva invadere da una sensazione di voluttuosa gratitudine: in quella zona della coscienza femminile, e lo sapeva bene, che ha portato milioni di donne, nel corso dei secoli, a emozionarsi per Cristi crocifissi, fragili eroi stroncati, e rockstar strangolate nel proprio vomito. Era lo stesso cordoglio divertente e morboso che può condurre a fare sesso a Parigi, sulla tomba di Jim Morrison. Sì, era una specie di pietà erotica. Passava attraverso la testa, e si scaricava in qualche zona profonda della sua libidine, in una specie di orgasmo che si manteneva teso e costante in quanto non appagato. Mariarita si era innamorata follemente della Scapigliatura e degli scapigliati, ma soprattutto di uno di loro. Le era capitato fin dall'adolescenza di essere presa da questo genere di passioni. I suoi miti non erano cantanti e attori, ma scrittori e poeti, con l'unica eccezione di un ballerino, Vaslav Nijinsky. Veniva travolta da innamoramenti che erano, contemporaneamente, immedesimazioni: voglia di fare l'amore con il suo mito, e anche di assumerne l'identità. Le era capitato a diciassette anni con Arthur Rimbaud, a diciannove con Oscar Wilde, e poi con Jack London, Robert Erwin Howard, Cornell Woolrich. Uomini fatali, inaccessibili, destinati a diventare icone di un'epoca, di una civiltà, di un modo di creare. Inventori capaci di lasciare un marchio di fuoco nell'immaginario collettivo. Destinati, come in una tragedia greca, a suicidarsi o farsi suicidare, in una sorta di autocombustione spontanea. Il suo amore del momento era Igino Tarchetti. Igino Pietro Teodoro, detto anche erroneamente Iginio, come lui stesso

molte volte, cadendo in errore sul proprio nome, si firmava; detto anche Ugo, dal nome d'arte che si era scelto, in quanto ammiratore di Ugo Foscolo. Igino Ugo Tarchetti: un ragazzo con molti nomi, ma comunque sempre lui, Iggy Tarchetti, un piemontese che, in un brevissimo momento della sua breve vita, aveva sognato di scrivere come Edgar Allan Poe.

Mariarita indossò un paio di jeans e una delle sue magliette preferite, quella nera con la scritta bianca: BORN TO BE A WINNER. Mentre prendeva il primo caffè della giornata, scorse i quotidiani e la posta: pubblicità, una fattura, la lettera di un'amica polacca ("Il papa sta per visitare la Polonia, se viene proprio qui a Lodz, me ne vado io"), altra pubblicità, una cartolina dei suoi genitori in gita in Toscana ("Baci da mamma e papà"), un'altra lettera, di un'altra amica che le rinfacciava il suo comportamento negli ultimi quindici anni ("Sei sempre stata troppo egocentrica, troppo dura, non hai mai accettato di metterti in discussione"), una terza lettera, di una terza amica che le rinfacciava il comportamento attuale ("Tu non ascolti gli altri"), ancora pubblicità, un invito alla presentazione di un libro, in una libreria di cui era cliente. "Mariarita Fortis", era scritto sulla busta. Le piaceva quel "Fortis", anche se non lo avrebbe mai confessato a nessuno. E non lo confessava, infatti; ma lo sottintendeva, con una delle sue frasi autoironiche meglio riuscite: "Ho un nome da prefazioni". Si, Mariarita Fortis era un nome che stava bene in calce a una prefazione, una prefazione importante, magari di una raccolta antologica di avanguardia letteraria, o di una traduzione dell'unico romanzo neozelandese pubblicato nel corso dell'anno in Italia. Lei, purtroppo, non ha mai (ancora, nei momenti di maggiore ottimismo) firmato una prefazione in uno di quei volumi che leggono solo in quattro, ma contano moltissimo. Il suo conseguimento massimo, a tutt'oggi, consiste in due paginette d'introduzione in uno di quei libri che leggono in molti, ma non

contano un cazzo: Cento modi di meditare, un manuale per cultori dilettanti della New age, pubblicato da una casa editrice che sarebbe fallita da lì a poco. Per una vera prefazione, è in corsa insieme a un fantastilione di altre femmine milanesi da redazione, tutte toste, bellicose, ben truccate fuori e dentro. All'università, Mariarita si era resa conto ben presto di essere tagliata fuori dalla carriera accademica: le cattedre erano già anche troppo assediate da folle di brillanti concorrenti, non sarebbe mai riuscita ad arrampicarsi fino a un posto di assistente o di ricercatore. Aveva però passato anni a studiare materie umanistiche che non servono a nessuno, se non a chi è destinato a essere pagato per insegnarle. Faceva parte di quella casta che fra sé aveva segretamente denominato "i laureati in più". Aveva provato, per qualche tempo, a insegnare nelle scuole medie superiori; aveva accettato alcune brevi supplenze: pochi giorni, una o due settimane. La più lunga era durata circa sei mesi, tutto il tempo della maternità dell'insegnante di ruolo incinta, in un liceo classico fuori Milano, in provincia, decisamente in provincia. Era costretta ad alzarsi alle quattro: si faceva mezz'ora di tram fino alla stazione Centrale, quasi un'ora di treno, mezz'ora di pullman, e un'altra mezz'ora a piedi. Era stato un periodo molto divertente: i ragazzi dicevano "cazzo" ogni dieci parole, "vaffanculo" ogni venti, e facevano allusioni oscene ogni volta che potevano, e anche quando non potevano. Mariarita aveva cominciato a esprimersi come loro, e si era impegnata a fondo per superarli, dimezzando i tempi di frequenza dei "cazzo" e dei "vaffanculo", svelando apertamente tutti i doppi sensi osceni («Vuoi forse dire con quel gesto che ti fai le seghe?»). E leggeva a voce alta in classe Pietro Aretino e tutti i poeti e scrittori erotici censurati dai programmi scolastici («Credevate di essere originali, scrivendo "viva la fica" nei cessi? L'hanno già detto, e meglio di voi!»). Era finita con un'insurrezione di genitori; una madre le aveva quasi cavato un occhio, e un padre l'aveva mandata affanculo, ma molto educatamente, dandole del lei. Con il preside di sessant'anni, una faccia da

gentiluomo d'altri tempi con il fucile da caccia a tracolla, ricciuta barba color ferro e sopracciglia aggrottate (l'avrebbero scelto per uno spot dei tortellini) si erano quasi scannati («Non avevo mai sentito una donna usare un simile linguaggio!»). I ragazzi, però, erano stati tutti dalla sua parte. Quando se n'era andata, l'avevano portata in trionfo come fanno gli americani con i loro campioni di baseball: Mariarita the best, l'asso degli assi. Uno dei suoi ragazzi, rimasto suo amico, era diventato autore di testi per riviste porno, e a lei piaceva credere di averlo aiutato a trovare la sua strada. Quello che l'aveva indotta a desistere dall'insegnamento non era stata la distanza da casa, e neppure i presidi tromboni, mala prospettiva di diventare come tanti suoi amici: supplenti a vita. Se il suo lavoro doveva essere precario, avventuroso, mutevole e affidato all'iniziativa personale, voleva che fosse almeno senza orari, senza programmi e senza superiori diretti. Doveva trovare di che impiegare la sua inutile cultura. Come spesso si legge nei risvolti di copertina biografici a proposito di autori di bestseller americani, aveva fatto di tutto: la collaboratrice free-lance di giornali e riviste, la traduttrice, la manager di compagnia teatrale (la compagnia era fallita), la conduttrice di programmi radiofonici (la radio era fallita), la funzionaria editoriale (la casa editrice era fallita). Attualmente, era lettrice per conto di un uomo politico cattocomunista appartenente a un partito di centro. Aveva ereditato questo lavoro da un suo ex fidanzato che, lasciando l'Italia per andare ad aprire un chiosco di bibite in Thailandia (ci si laurea in Scienze politiche al solo scopo di aprire un chiosco di bibite in Thailandia, pare) le aveva lasciato, oltre a una sorprendente assenza di ricordi, il bilocale a Porto di Mare, le due gatte ancora cucciole, e l'uomo politico. Aveva lasciato la sua precedente abitazione, un monolocale più vicino al centro, ma più scomodo in quanto lontano dalla metropolitana, e preso le due stanze al prezzo di una: l'affitto era bloccato. Certo, avrebbe preferito tre stanze al prezzo di due, ma il

mercato immobiliare, a Milano, non funzionava come un discount. Nei limiti della sua disponibilità ad accontentarsi, la casa le era piaciuta. Anche le gatte, belle come gatti «da spot dei cibi per gatti», le erano piaciute: le ricordavano lo yin e lo yang, il principio maschile che contiene un punto di principio femminile, e viceversa. In quanto all'uomo politico, le era piaciuto un po' meno, ma pazienza, bisogna pur guadagnarsi da vivere, in un modo o nell'altro. Un'altra famosa frase autoironica era: «Bisogna pur guadagnarsi da vivere, in un modo o nell'altro. Nel caso mio, il modo è sempre l'altro». Mariarita mise da parte le lettere. Avrebbe risposto quella sera, e solo all'amica polacca, non alle altre due, che le avevano rotto i coglioni. Era ora che si mettesse a lavorare per il suo uomo politico.

Lo chiamava sempre così, "il mio uomo politico": nei suoi pensieri, e nelle conversazioni private. Quando pensava all'onorevole Gianfrancesco Malenotti, Mariarita vedeva uno scenario da film di fantascienza colta, tipo Blade Runner, un uomo mutante provvisto di interfacce e cavi in cui scorrono linfe verdognole, collegato a un immenso cervello artificiale pensante. Lei era una cellula, o un agglomerato di cellule, di questo cervello. Nessuno le aveva chiesto di tesserarsi al partito; di tessere, non se n'era mai parlato: lei non contava abbastanza perché si ponesse il problema del tesseramento. Mariarita si era semplicemente inserita, come il tassello di un puzzle, in una struttura gerarchica preordinata, e vi era scivolata dentro senza turbare né se stessa, né gli equilibri esistenti. Non era la sola a leggere per l'uomo politico; erano in molti a leggere, selezionare, sintetizzare per lui, a occuparsi dei diversi settori della cultura e dell'attualità: economia e finanza, società e sociologia, amori e pettegolezzi, psicologia e antropologia, inciuci e tresche, teologia e morale, cinema, spettacolo, letteratura, musica leggera,

sport, e chi più ne ha più ne metta. Lei era insomma soltanto una dei molti operai addetti alla catena di montaggio dell'informazione dell'enorme fabbrica che era un personaggio pubblico, troppo occupato nell'immane fatica di apparire, per fermarsi a imparare. In definitiva, la sua inutile cultura tornava, in un certo senso, a esserle utile: si trattava di leggere libri, romanzi e saggi, tutti i libri che contano e forniscono materia di conversazione nei salotti, tutti quelli che occorre citare per fare bella figura, che li si abbia letti o no. Mariarita leggeva, pensava, estrapolava la citazione, e la forniva fresca, come un uovo di gallina. Tutto lì. La parte manuale del suo lavoro consisteva nella stesura di una scheda riassuntiva del libro, contenente una breve sinossi e un giudizio critico (non eccessivamente critico), che elaborava al computer e poi spediva via Internet al seguente indirizzo email: malenot@tin.it. Era la casella di posta elettronica dell'agenzia romana che raccoglieva e convogliava tutti gli impulsi, i pensieri, i dati utili all'intelligenza artificiale dell'onorevole. Mariarita storpiava ironicamente l'indirizzo e-mail in: ilmale@hell.it. Attraverso i cervelli di Mariarita e degli altri collaboratori, Malenotti doveva essere in grado di immagazzinare e controllare tutto. La cosa faceva "Grande Fratello" telematico. E aveva del mostruoso. "Com'è noto" considerava distrattamente Mariarita "abbiamo una tale abitudine al mostruoso da non pensarci più." Il libro che Mariarita doveva iniziare a leggere quella mattina era Ristrutturazione, un romanzo breve dello scrittore pulp Raimondo Bianco, milanese, venticinque anni, pubblicato da una prestigiosa casa editrice della sinistra storica, già da alcuni anni scalata da un megagruppo imprenditoriale. Il romanzo era stato definito uno dei casi letterari dell'anno, e l'onorevole doveva essere in grado di fingere di averlo letto. Mariarita ricordava di aver visto una foto di Raimondo Blanco sull'Espresso: un ragazzo in pantaloni di pelle e anfibi,

maglietta e giacca a vento senza maniche, un collare da cane, bracciali di cuoio, e un tatuaggio su uno dei bicipiti. Un'aquila, un ippogrifo, non si distingueva bene. Era ritratto sullo sfondo di un muro graffitato, mani in tasca, viso glabro finto vulnerabile, occhi infossati, capelli chiari rasati quasi a zero, l'aria di uno che è spaventato a morte come se temesse di essere richiamato in guerra. La carriera di Raimondo Bianco era stata simile a quella di molti altri scrittori della sua generazione: opera prima presso un editore piccolo che fa libri che contano (evitare accuratamente gli editori grandi che fanno libri che non contano), opera seconda presso un prestigioso editore della sinistra storica scalato da un megagruppo imprenditoriale. Mariarita scorse brevemente la quarta di copertina: due yuppie pedofili sui trenta, un uomo e una donna, sono fidanzati e complici. La vicenda si svolge nell'arco dei dieci giorni che precedono il loro matrimonio, e il titolo si riferisce alla recente legge sugli sgravi fiscali per le ristrutturazioni di interni. Mentre progettano impianti e rifiniture di lusso e scelgono le piastrelle per il bagno, tengono sequestrati tre bambini nella loro futura casa, li torturano e li violentano. Dopo la cerimonia in chiesa con organo e abito bianco, partono per il viaggio di nozze, dimenticandoli a morire di fame e di sete. Gli operai addetti alla ristrutturazione non si accorgono di nulla, non vedono i corpi martoriati, non sentono le grida disperate. Alla fine, Batman interviene per salvare i bambini e catturare i due criminali, al ritorno dal viaggio di nozze in Sri Lanka, dove hanno fatto turismo sessuale con i minorenni del posto. Perfetto. Seduta alla scrivania, Mariarita accese il computer, entrò nel programma di scrittura, impostò un file, lo denominò Blanco.doc, e attaccò a scrivere una versione modificata del riassunto appena letto in quarta di copertina: "Il libro colpisce al cuore" aggiunse "per l'assoluta sincerità sessuale, al limite della brutalità, e per lo stile rabbioso, sincopato, che riproduce i ritmi delle band metallare" (non aveva ancora letto una riga,

ma si poteva andare tranquilli, quei libri erano tutti sessualmente sinceri, e scritti con rabbia musicale). "Di particolare interesse" proseguì "la caratterizzazione dell'ambiente manageriale, arido e disumanizzante." Fin qui, tutto sul generico, niente di compromettente. Però, bisognava leggerlo sul serio, il libro. Lasciando il computer acceso, a ronzare lievemente con il cursore lampeggiante, Mariarita prese il volumetto e si distese sul divano, raccogliendosi la gatta nera in grembo. Aprì a pagina 6, lesse le prime dieci righe, perse il filo; le rilesse, incapace di concentrarsi. Non ne aveva assimilato neppure il senso. Un interrogativo le passava e ripassava per la testa: Tarchetti scriverebbe un libro così, oggi? E cosa penserebbe di chi lo scrive? Un secolo e mezzo di storia, di avvenimenti politici e culturali, e l'immaginario scapigliato sembra riallacciarsi a quello contemporaneo, senza soluzione di continuità. Da Igino Tarchetti a Raimondo Bianco, passando attraverso l'americanismo e il culto dei generi. Ma c'è una differenza. Raimondo Bianco scompone le strutture narrative del passato, e le ricompone sotto nuove ottiche, o fornite di soluzioni inedite, a uso e consumo di un pubblico snob che non sa più infiammarsi. Igino Tarchetti, invece, secondo Benedetto Croce, non aveva altro merito se non di aver saputo "infiammare gli animi". "Ogni libro che non diverte, fallisce al suo scopo" fa dire Tarchetti alla sua Fosca "Io non leggo né per imparare, né per pensare, leggo per dimenticare". Tarchetti voleva scrivere "allettando", che era come dire: sedurre. Scrivere come accarezzare, baciare, eccitare, masturbare. E i suoi libri raggiungono ancora quei lettori che leggono per evadere, per il gusto di leggere, senza sapere perché leggono, come leggono, e chi leggono. Mariarita avrebbe voluto scrivere un saggio per spiegare tutto questo. Purtroppo, fino a quel momento, era rimasta un'ambizione astratta, che non aveva opportunità concrete di realizzarsi. Perché mai, cazzo, una deve avere un nome da prefazioni, se

non può fare la prefazione a niente? Basta, basta, lavoriamo per l'uomo politico. Mariarita lesse una trentina di pagine di Ristrutturazione. Poi, squillò il telefono.

Era Sonia, una delle ultime amiche che le restavano; le altre erano quasi finite: le aveva esaurite nel corso degli anni, per esserne stata esaurita. «Volevo raccontarti com'è andata ieri sera». Sonia telefonava a tutte le ore del giorno (e spesso anche della notte) per raccontare com'era andata la mattinata, il pomeriggio, la sera. Era come una soap opera, con una continuity di disgrazie sentimentali intervallate da fulminee estasi da intrippata, di cui Mariarita doveva essere la spettatrice attenta e puntuale. Durava da almeno sette anni: l'amicizia. La soap opera da molto di più, possiamo dire da sempre, forse dall'era giurassica. «Dunque, sono venute Fabiola, Egizia e Astrea, una pittrice che è anche sensitiva... Me l'ha presentata Alex (Mariarita non sapeva chi fosse Alex)... Bene, sono state tutt'e tre d'accordo... Lui tornerà. Torna a casa, Lassie». «Vuoi dire che hai organizzato un consulto di maghe?» La faccenda delle maghe era iniziata due anni prima, e precisamente da quando Sonia, divorziata da un sindacalista più vecchio di lei, si era messa con un salumiere più giovane di lei. Era stata una storia sotto i] segno della magia bianca, scandita da rituali, giri di carte, letture della mano. Il tipo, che lavorava in una Coop, somigliava a Tom Cruise, e aveva una certa presa sul pubblico femminile, specialmente quello che acquistava prosciutto (secondo Mariarita, dipendeva da come lui manovrava l'affettatrice). Andava a letto regolarmente con le clienti, e Sonia era quasi impazzita a furia di sospettarlo, controllarlo, piombargli davanti al banco dei salumi e formaggi per fargli scenate.

Fabiola, cartomante e chiromante, si era offerta per una modica cifra di garantirle una vita affettiva a prova di tradimento, per mezzo di una fattura di legamento amoroso. Sonia si era precipitata a portarle quanto richiesto, oggetti appartenenti all'amato: alcuni capelli, una foto, e un po' di sperma avvolto in una salvietta Fresh and Clean. Lo sperma era secco, ma Fabiola le aveva comunque assicurato la riuscita del rito; e, quando Sonia alla fine era riuscita a portarsi all'altare il salumiere, aveva attribuito tutto il merito di questo successo alla maga. Mariarita aveva conosciuto Fabiola: una bionda tinta sui cinquanta, abbronzatissima, corpulenta, con la faccia rincagnata, unghie dipinte di azzurro lunghe come pugnali e dita coperte di anelli, un'aria da centralinista che sta per andare in pensione. Riceveva la clientela al bar del sottopassaggio della stazione Centrale, come se fosse il suo ufficio, a un tavolo ingombro di tazze di cappuccino vuote sporche di schiuma rappresa, e kleenex appallottolati e stropicciati, che contenevano probabilmente lo sperma degli uomini sui quali doveva operare la sua fattura amorosa. A meno che non fossero tovagliolini che lei usava per pulirsi le labbra. Chissà se li confondeva, durante le pratiche magiche. Nel caso di Sonia, il rito di legamento doveva aver avuto una data di scadenza come un prodotto alimentare, o forse era costato troppo poco, perché, dopo pochi mesi, il salumiere le aveva annunciato che intendeva separarsi, e se n'era andato di casa. A Fabiola era succeduta Egizia, notevolmente più cara, sensitiva, lettrice del futuro e pranoterapista. Leggeva il futuro a Sonia lavorando con un pendolino. Per uno sproposito di cifra, le aveva tolto il malocchio, e stava dando fondo senza risparmio ai suoi superpoteri per renderle la perduta felicità. Una volta che Mariarita era andata a trovare Sonia, l'aveva trovata seduta in cucina, intenta a fissare una foto del salumiere immersa in una bacinella riempita d'acqua fino all'orlo. Sonia teneva i gomiti sul tavolo, un pendolino fra le mani giunte all'altezza della fronte. Il pendolino oscillava lievemente, pun-

tato sulla foto, descrivendo piccoli cerchi nell'aria, e Sonia lo guardava fisso, con un'espressione da fachiro. Se fosse riuscita a magnetizzare l'immagine per tutta la notte, aveva spiegato senza interrompere la sua fanatica concentrazione, lui sarebbe tornato. Mariarita se n'era andata senza disturbarla. In seguito, aveva saputo che Sonia era crollata verso le due del mattino. Fabiola era diventata per Sonia una specie di parente acquisita; si vedevano quasi ogni giorno, ma Sonia da qualche tempo non si fidava più della maga: non per sfiducia nell'efficacia dei riti, ma perché, secondo lei, Fabiola intascava il denaro, e poi non lavorava con sufficiente professionalità. Oltre a Fabiola ed Egizia, Sonia frequentava una costellazione di altri stregoni e streghe, e seguiva ogni notte un programma televisivo in diretta di oroscopi e responsi delle carte. Quando riusciva a prendere la linea, i maghi le facevano un preventivo sui lavori da eseguire per allontanare da lei la negatività; dopodiché, Sonia riceveva a casa il materiale rituale (ceri per purificazione, salmi per invocare le entità angeliche eccetera) e pagava contrassegno. Adesso c'era pure Astrea, che Mariarita conosceva solo come pittrice esoterica. Aveva visto un servizio televisivo sui suoi quadri, che rappresentavano perlopiù figure femminili che strisciavano fuori da ruderi, donne allo specchio, e strani soli impastati con lune. «... Tornerà, e Più maturo, più me serio. Anche Molta pazienza, dicono». mi hanno assicurato che sarà un altro uomo. responsabile, pronto a impegnarsi in un legase dovrò avere ancora molta pazienza, dicono. e poi Torna a casa, Lassie. Tornerà a dicembre,

«Un regalo di Babbo Natale» non poté fare a meno di commentare Mariarita. «Credi che sia stupida?» «No...». «Lo so che cosa pensi: "Questa è caduta nelle grinfie delle fattucchiere e s'è completamente bevuto il cervello. È una povera donna ignorante e oppressa? No, è un'insegnante di lati-

no, laureata con centodieci e lode, assolutamente libera e indipendente. Roba da non credersi!". È questo che pensi, vero?» «No! No, no, no...». «Invece sì, confessalo!» «Invece no. Non penso affatto che sei stupida. Io leggo l'oroscopo della guida ai programmi televisivi, e ci credo. Il bello è che so che è falso. Conosco la tipa che lo scrive; mi ha detto tranquillamente che s'inventa tutto. Ma io ci credo lo stesso». «...». «Sonia, ci sei ancora?» Un ansito profondo, dall'altra parte della linea. «Sì, ci sono. Insomma, ho dei dubbi. A volte ho l'impressione che le maghe mi raccontino un mucchio di stronzate. Mi stanno spolpando il conto in banca. Non ho nemmeno più i soldi per fare la spesa. E tu? Non mi dici niente?» «Canto una misera canzone, ma canto il vero». «Cosa?» «Sono versi di Emilio Praga. Li ho in niente da stamattina. Belli, vero?» «Sì, sono belli, ma che c'entrano?» «Niente, Te li recitavo solo per distrarti dal tuo problema». «Ah, il mio problema! Perché me lo hai ricordato? Tu cosa ne pensi? Tornerà? Secondo te mi ama?» Ecco. Era quello il problema con le altre donne: esigono ascolto, comprensione, dedizione, ascolto, analisi partecipata e appassionata delle loro minime intermittenze del cuore, e ancora ascolto: ma a senso unico. Non sono disposte a ricambiare. Non che Mariarita le trovi indifferenti o poco affezionate, tutt'altro: ma il solo argomento su cui può trovarsi a discutere con loro su un terreno comune sono gli uomini, e da quando non ha un fidanzato fisso (l'ultimo è stato quello della Thailandia), anche quel terreno è franato. Mariarita ha un aspetto sufficientemente femminile e, in alcuni momenti, sufficientemente dolce perché le altre donne facciano su di lei la proiezione dell'amica del cuore-compagna

di campeggio-quasi sorella. Non appena si rende conto che le amiche la stanno usando e abusando come ascoltatrice, Mariarita si irrigidisce, comincia a lanciare segnali di stress, a chiedere in modo subliminale che la smettano di trattarla da cugina o, peggio, da cognata; fugge per un po' e infine, messa con le spalle al muro, sfodera un'ironia un po' più sferzante, diventa quasi cattiva. Allora, le amiche passano alla controffensiva, e l'accusano di essere fredda, dura, di «non ascoltare gli altri». Fino all'estremo insulto: «Sei egoista come un uomo». A Mariarita piacerebbe avere un'amica che ascolti le sue cose, che ascolti del suo trip psichedelico con gli scapigliati, dei giochi delle sue gatte, del platano che ha visto dal suo banco attraverso la finestra per tutti gli anni delle elementari, del cavallo a dondolo che le ha regalato il suo zio preferito il Natale del '67, della prefazione che scriverebbe, se potesse, di cose così. Interessi, passioni, idee, ricordi, progetti, depressioni e follie. Il peggio è che le sue amiche l'hanno sempre ascoltata, sì, ma con l'aria di volerla accontentare, per pochi minuti soltanto, ribattendo con frasi talmente fatte da dare il mal di pancia, e con certi sorrisetti da persone cresciute e indulgenti. I problemi più urgenti, alla fine, erano sempre rappresentati dagli affettatori di prosciutto, se tornavano o non tornavano, se amavano o non amavano. Ormai, restavano solo Sonia, Dorota (la polacca che vedeva la visita del papa come una calamità), e Consuelo. Quest'ultima era come se fosse perduta: da quando aveva deciso di dedicarsi al mestiere di mamma parlava come un adulto che imiti un bambino. Passava tutto il giorno con il televisore acceso; a forza di cantare al figlio le sigle dei cartoni animati, aveva quasi del tutto smarrito la ragione. Quando Mariarita, per esempio, le chiedeva: Sei felice? rispondeva: Adesso non saprei, devo pensarci su. Richiama fra due o tre giorni. E quando Consuelo raccontava la trama di un film, e Mariarita le domandava chi fosse il regista, la risposta era: Non lo so, non ci bado mai. Veramente, cazzo, ricordò Mariarita con sgomento, questo lo diceva an-

che prima di fare un figlio. Mariarita era spaventata dalla prospettiva di restare completamente senza amiche. No, no, bisognava tenersi strette almeno quelle tre, sforzarsi di ascoltare, dal momento che non poteva essere quella che si lagna di non essere ascoltata. Si dispose, perciò, con tutta la (poca) gratificazione che traeva dal sacrificarsi, ad ascoltare Sonia. L'ascoltò per oltre un'ora.

Quando ebbe finito di ascoltarla, la mattinata era già finita. Le due gatte, affamate, si stavano scatenando: graffiando l'imbottitura del divano, rovesciando i soprammobili, arrampicandosi sulle tende. Mariarita preparò il loro primo pasto della giornata, croccantini misti per gatti con problemi di peso, e lo servì in un'unica ciotola rosa. Lei non aveva fame. Si accontentò di un'insalata preparata la sera prima e un toast al prosciutto e formaggio. Mentre mangiava, accese il televisore e si sintonizzò su RAI 2. Si era ricordata che gli uomini politici venivano in quei giorni intervistati circa una possibile caduta del governo, e voleva vedere il suo (di uomo politico, non di governo): probabilmente, se lo avevano intervistato, sarebbe apparso al TG dell'una. E infatti. Eccolo qua, l'onorevole Gianfrancesco Malenotti, in completo blu e cravatta rossa con piccoli disegni di martelli, in mezzo alla calca dei giornalisti, con otto microfoni davanti alla bocca, perfettamente a suo agio: sorride, scuote la testa con aria indulgente, fa cenni come a dire: buoni, state buoni!, e intanto fende la folla piano piano, ma con fermezza, come un maestro di scuola che rimette in riga la scolaresca. Mariarita si chiedeva sempre quanta parte del suo lavoro sarebbe finita in bocca all'onorevole. Si era augurata che durante l'intervista ne fosse emersa almeno una piccola parte; e invece niente, ecco, parlano solo gli altri, di lui soltanto una ri-

presa di sfuggita, mentre muove le labbra senza suono. Bisogna dire, però, che le muove bene. Chissà cosa starà dicendo? Certamente, un politico non potrà mai dire qualcosa come: "Canto una misera canzone / ma canto il vero". L'onorevole Malenotti è alto, bello, con un'aria tra il caposcout che tiene sveglio con i suoi giochi di società tutto il falò, e il giovin signore inglese che rivela al cameriere confidente i suoi affari di donne. Gli si attribuisce un'età indefinibile fra i trentadue e i quarantasette, più vicina ai trentadue (ne ha quarantacinque); i capelli precocemente ingrigiti lo ringiovaniscono. Ha lineamenti classici alterati da una tensione interiore che li rende piacevolmente inquietanti, come quelli di certi attori, occhi verdi che piacciono all'elettorato femminile, e un elenco di premi vinti ai tornei di scherma che piace a quello maschile. Figlio di imprenditori, emerso dagli ambienti di Comunione e Liberazione, la sua carriera è stata fulminea, senza una sbavatura, apparentemente regalata. Come tutti quelli che si chiamano Gianqualcosa o Pierqualcosa, parla con una spettacolare evve moscia, come un finocchio da commedia anni cinquanta o un aristocratico blasé. Mariarita lo definisce "spot di un whisky". Non che abbia una faccia da spot di un whisky: piuttosto è, ontologicamente, nella sua essenza stessa, lo spot di un whisky. Sembra dire: sono disinvolto, ironico, talvolta caustico, ma disponibile e attento ai problemi della gente; terribilmente in gamba, sì, ma anch'io commetto errori; attenti però, non sottovalutatemi, perché sono generoso, ma anche implacabile. In effetti, possiede tutte queste qualità. Ed è casto. Vergine, a quanto ha confessato lui stesso, senza il minimo imbarazzo. A chiunque altro arrivi vergine alla sua età, viene consigliata una terapia presso un centro di igiene mentale. Nel caso dell'onorevole Malenotti, nessuno trova niente da ridire. È il ritratto dell'energia, della sicurezza di sé, della soddisfazione e del benessere; irradia quell'autorevolezza che può esibire solo chi ha avuto dal mondo tutto ciò che si può volere, e anche di più. Malgrado e forse a causa della castità, suscita sentimenti di ri-

spetto, ammirazione, timore. Gli italiani dovevano chiedersi, come Mariarita: "Se quest'uomo non scopa, cosa fa?" e hanno paura di trovare una risposta. Mariarita lo aveva incontrato di persona una sola volta; glielo avevano presentato a una festa di partito, concesso, se così si può dire, per pochi istanti: e subito lui era andato a stringere altre mani, a distribuire altrove i suoi sorrisi da squalo e le sue pacchette da mafioso, inghiottito da correnti misteriose, risucchiato in mulinelli di convenienza politica. Era stato un incontro così informale, oh, sì, e lui era stato così informale: portava un K-way verde oliva e giallo vomito, su un maglione marrone con tre file di cavalli bianchi, o forse non erano cavalli, somigliavano di più a lama peruviani. «Così, lei è una pavte della mia mente pensante!» le aveva detto, mentre le scuoteva la mano, e se n'era andato senza ascoltare replica. Non c'era risposta, come si diceva una volta ai lacchè che portavano un messaggio. Mariarita si era chiesta quale parte della mente pensante: la memoria? I centri del moto, della parola? A lei piaceva pensare che fosse la ghiandola pineale: la sede dell'immaginazione. Ma, se lui fosse rimasto ad ascoltarla, lei gli avrebbe perversamente raccontato una storiella che le era venuta in mente, e che aveva letto non sapeva più dove: un giovanotto scemo, sposato con una ragazza sveglia, si reca da una strega per domandarle un grammo di cervello. E la strega, dopo essersi presa gioco di lui, gli dice: «Vattene, il tuo grammo di cervello ce l'hai già, è nella testa di tua moglie!». Mariarita spense la televisione, lavò i piatti, e si rimise sul divano, a leggere Ristrutturazione. Le due gatte facevano le fusa ai suoi piedi, acciambellate a formare lo yin e lo yang.

Verso la mezzanotte di quello stesso giorno, chi si fosse avventurato lungo l'Alzaia Naviglio Pavese, all'estrema periferia

di Milano sud, avrebbe con ogni probabilità incontrato una donna con un'aria che Mariarita avrebbe definito, e in seguito definirà, "da spot di un'automobile": beninteso, che l'auto sia da corsa, e la donna non sia la pupona a fianco del guidatore, ma la guidatrice stessa. La donna, effettivamente, era appena scesa da una BMW blu metallizzata. Chi avesse incrociato questa donna, avrebbe notato che era piuttosto alta, non come una top model ma di statura superiore alla media, che aveva lunghi capelli rossi divisi da una scriminatura centrale, un viso un po' anni settanta, severo e imbronciato, che indossava stivali e un soprabito di vernice. Si sarebbe domandato che cosa mai stesse facendo tutta sola in quel luogo e a quell'ora: e gli sarebbe toccato tornarsene a casa con tutte le sue curiosità insoddisfatte, perché, se interpellata in proposito, la donna lo avrebbe mandato tranquillamente a farsi i cazzi suoi. Era una notte non molto fredda, ma pervasa da un'atmosfera umida e molle, traditrice; e c'era silenzio intorno, a parte il wroaamm a intervalli irregolari delle auto di passaggio. Non era una zona dei navigli particolarmente suggestiva, da scampagnate domenicali: soltanto un lungo nastro d'asfalto, con un distributore di benzina chiuso sulla destra e, a sinistra, fra macchie di arbusti polverosi, un deposito recintato di materiali da costruzione. In lontananza, un quartiere dormitorio che sembrava morto da millenni, come un animale preistorico. Dal canale esalava un sottile odore d'acqua, o piuttosto di terriccio e altre sostanze, più o meno sane, rilasciate dalla città, macerate e trasportate in circolo, per poi tornare e tornare di nuovo, sempre. C'erano anche dei retro odori, di nafta, di muffa, di cibi bruciati, di marcio. La donna era diretta verso un barcone ormeggiato lungo il naviglio, una di quelle case galleggianti che si suppone esistano solo nei thriller italiani per far crescere il disagio e lo straniamento nello spettatore, e siano abitate nella vita reale solo da artisti, vagabondi filosofi, nonni saggi, ricconi eccentrici, e altra

gente di quella che normalmente non si incontra quasi mai. Il barcone era grande, piatto, simile a un edificio bombardato e fatiscente, o a una di quelle navi scuola che giacciono da decenni dimenticate nei porti, da cui si può immaginare di veder scendere fantasmi di marinai coperti di alghe incrostate. Era dipinto con una vernice di un pallido verde pisello, crepata in più punti a mostrare il legname sfasciato, roso dalla pioggia e dal freddo. E pareva disabitato: nessuna luce dall'interno. La donna rimase per alcuni istanti presso l'imboccatura della stretta passerella di tavole che collegava il barcone con l'argine del naviglio, in atteggiamento dubbioso. A circa duecento metri dal barcone, più indietro, c'era una cabina telefonica. La donna scrollò impercettibilmente le spalle: aveva preso la sua decisione. Tornò sui propri passi, entrò nella cabina, compose un numero. Parlò brevemente e poco, come una che non ha tempo da perdere, accompagnandosi con gesti secchi e risoluti della mano libera. Poi riagganciò, uscì e si diresse nuovamente verso il barcone, salì sulla passerella, camminò cauta sulle tavole che si incurvavano sotto il suo peso, fino al ponte. Percorse il barcone da poppa a prua, cercando la via per scendere sottocoperta. Scese tre gradini, trovò una porta priva di serrature: probabilmente sprangata dall'interno. Senza arrendersi, girò sul retro. C'era una finestra schermata da un foglio di cellophane trasparente fissato con nastro adesivo, dalla quale proveniva una luce di un giallo denso, malato, di urina torbida. La donna estrasse dalla tasca un temperino, tagliò il cellophane, e scivolò attraverso l'apertura. Si ritrovò in un ampio locale di quelli che poi vengono filmati e trasmessi nei telegiornali: pareti tappezzate di simboli satanisti, teste di caprone e svastiche, altari con teste umane decomposte e altri trofei che parevano strappati a qualche cimitero. E candele, decine di candele nere, che ardevano come in una chiesa. Un raggio più bianco, forse di un faro, sciabolava a tratti, spostandosi lungo la parete di fondo, riflettendosi sulle bottiglie al centro della tavola, per poi sparire, e ritornare an-

cora. Un'altra luce proveniente da fuori, rosso fuoco e lampeggiante, creava suggestioni d'incendio e d'inferno. Queste luci intermittenti facevano danzare le immagini sataniche, i teschi, le candele e tutta la stanza in una specie di frenetico sabba da sogno. In fondo al locale c'era una brandina con un materasso. Lì sopra, giaceva qualcosa che somigliava a due grossi fagotti avvolti in stracci annodati, e coperti da un piumino nero. La donna si avvicinò alla branda. Sotto le coperte, qualcuno si mosse, emise un suono, una specie di guaito infantile. La donna si avvicinò ancora. Le assi del barcone scricchiolarono sotto i suoi piedi. Si trovava accanto a uno degli altari, sul quale c'era un grande vaso di cristallo che conteneva collane, bracciali, orecchini, anelli, fra cui uno, d'oro con un grosso rubino, ancora infilato a un dito semiputrefatto color grigio cenere. La persona sulla branda si girò a mostrare il volto, illuminato dal raggio del faro. Era la faccia di uno che non si vedrà mai in uno spot: fronte rugosa, guance scavate, mento aguzzo, naso prominente, occhi piccoli, bocca larga, capelli biondicci e stopposi. Il ragazzo (che non dimostrava più di diciassette o forse diciotto anni) si lamentò, e ricacciò la testa sotto il piumino. La donna fece ancora un passo. Lentamente, si inginocchiò e si chinò su di lui, come una madre sul letto del figlio. Rimase a guardarlo, a fissarlo intensamente. Sul viso aveva un'espressione indefinibile, pensosa e appassionata, con un retrosorriso che non voleva affiorare. La presenza di lei, la sua attenzione così invadente e volitiva, dovette farsi strada a poco a poco nella coscienza addormentata del ragazzino (se aveva diciassette anni, ne dimostrava quattordici). Lui sollevò la testa, aprì gli occhi velati, che non potevano ancora vedere. Scalciò via il piumino, come se avesse caldo. Indossava una felpa blu con cappuccio e un paio di mutande bianche che probabilmente portava da un paio di settimane,

e che esalavano un odore dolciastro di sperma; stringeva fra le braccia un orsacchiotto di pelouche, beige, con una curiosa espressione incazzata dovuta agli occhi di plastica, bianchi e storti. Lei lo toccò, con la mano dalle unghie smaltate di nero: non per scuoterlo, ma come per accarezzare qualcosa di prezioso, un oggetto a lungo desiderato, un oggetto che si credeva perduto. O il talismano che deve fornire la spiegazione suprema di tutti i misteri. Lui si sforzò di mettere a fuoco l'immagine di lei: capelli rossi nella luce rossa, un viso come una macchia troppo chiara. Si sollevò su un gomito, aprì la bocca per dire qualcosa. «Chi...» cominciò. Voleva dire "Chi cazzo sei", ma la voce gli si spezzò, rauca. Si passò una mano fra i capelli, completamente sveglio. I due rimasero così, a guardarsi, a lungo. Nessuno dei due sembrava aver paura dell'altro.

Leggende metropolitane Q

uando Mariarita ricevette la visita dei due poliziotti, era lontana anni luce dall'immaginare che stava per conoscere l'unica donna della sua vita in grado di apparirle interessante come un'idea, avvincente come un romanzo, mitica come un uomo. La polizia comparve sul vano della porta di Mariarita un pomeriggio, né presto né tardi, intorno alle tre e mezzo. I poliziotti non erano uno alto e uno basso, né uno buono e uno cattivo, come si immagina siano le coppie di poliziotti. Erano tutti e due più o meno uguali, stessa altezza, stessa corporatura, stessi capelli scuri, stesse facce normali, infantili, pulite, dagli occhi neri e lucidi come bottoni. Stessa età, fra i ventisette e i trenta, più probabilmente ventotto. E stessi modi morbidi, distaccati e insieme preoccupati di tutti i giovani sotto i trenta, abbiano o no vinto il concorso in polizia. «Lei è la signora Mariarita Fortis?» Certo, pensò Mariarita, potrei anche essere un'altra. E subito dopo pensò: come hanno fatto a trovarmi? La risposta era ovvia: il suo nome e indirizzo si trovavano sulla guida della Telecom. Avrebbe piuttosto dovuto chiedersi, e chiedere loro, cosa volevano da lei. Con una certa educazione. «Sì, sono Mariarita Fortis. In cosa posso esservi utile?» «L'ispettore Trotta ha bisogno di parlarle. Dovrebbe gentilmente seguirci in questura». «Subito?» Il poliziotto, l'unico che aveva parlato, esitò un po'. Sembra-

va perplesso. «No... non c'è particolare urgenza. Può venire in Questura anche domattina, o domani pomeriggio, se preferisce». Mariarita rifletté, turbata. Perché questo Trotta aveva bisogno di parlare con lei? Una multa non pagata? No, l'ultima multa per divieto di sosta l'aveva regolata a mezzo versamento con bollettino di conto corrente postale; e da quasi un anno, da quando lavorava per l'uomo politico, comunicava via Internet e non doveva correre da un capo all'altro della città, non usava l'auto. La teneva nel garage condominiale, era felicissima di poterne fare a meno, e stava pensando di venderla. E poi, cosa le veniva in mente? Gli ispettori di polizia non ti convocano per una multa non pagata. Lo scippo di quattro anni prima? Forse i suoi documenti erano stati riciclati da una banda di terroristi? Eppure aveva sporto regolare denuncia: ma, si sa, la burocrazia ignora quello che combinano i terroristi. Temette di essere stata coinvolta, a sua insaputa, in qualche infernale intrigo di Malenotti. Spesso cadeva in una leggera forma di paranoia fantapolitica. «È pericoloso legarsi a gente come loro» le aveva detto sua madre «se succede qualcosa ci va di mezzo la gente come noi». Dove gente come noi sta per quelli che lo prendono nel culo, e gente come loro sta per quelli che lo mettono. La polizia aveva il potere di farla sentire colpevole: non di quello che aveva commesso, naturalmente, ma di quello che non aveva commesso. «Preferisco subito» disse. «In questo caso, l'accompagniamo. Abbiamo la macchina». «Datemi dieci minuti». «L'aspettiamo di sotto». Mariarita andò ad aprire il frigo, prese una lattina di birra, la stappò, ne bevve una buona metà. Le sue mani tremavano leggermente, mentre si ravviava i capelli, si infilava la prima cosa che le capitava sottomano, una vecchia giacca a vento viola che possedeva da quando aveva quindici anni (nei momenti più tesi, chissà perché, si indossa sempre l'indumento che valorizza

di meno il corpo). Provava un'oscura ansia da colpevolezza, e insieme una forte curiosità per la novità che doveva affrontare. La casa era stranamente vuota: quando un estraneo si affacciava sulla soglia, le due gatte, timidissime, correvano a rintanarsi in qualche nascondiglio, per riemergerne solo a scampato pericolo. Mariarita si stupiva sempre di quante tane riuscissero a crearsi in un appartamento così piccolo. Mariarita prese la borsa e le chiavi, scese, e uscì dal portoncino. Fuori era una giornata freddina, con grandi nuvole plumbee che passavano nel cielo come pecore ingrugnate. Mariarita attraversò la strada, salì sull'auto della polizia mentre il gestore della tabaccheria, dalla soglia del negozio, la guardava con il collo e la testa (così le parve) protesi verso di lei, in atteggiamento di spudorata inquisizione. L'auto si inserì morbidamente nel traffico, lungo la grande arteria che da sudest portava macchine e vite umane verso il cuore di Milano. Non trattandosi di un'ora di punta, il percorso fino alla questura di via Fatebenefratelli fu comodo e relativamente breve. Mariarita era seduta al centro del sedile posteriore, e guardava le nuche dei due poliziotti. Durante tutto il tragitto i tre non si scambiarono una parola. Una volta a destinazione, fu accompagnata all'interno dell'edificio dal poliziotto che fino a quel momento era rimasto completamente muto. «Prego» le disse, indicandole una porta, e fu tutto. L'aveva fatta accomodare in una grande stanza arredata con una lunga tavola e molte sedie, che pareva la sala riunioni di un consiglio di amministrazione. E il tipo che entrò dopo un paio di minuti non sembrava un poliziotto, ma un manager d'assalto, uno di quelli che nei film americani fanno il gioco pulito ma, se un collega tenta di sgambettarli, sanno anche azzannare alla gola. Tipico modello da spot di un'automobile, pensò Mariarita: macchina sportiva da città, modello decappottabile, prototipo di guidatore ganzo con strafiga al fianco, coppia giovane e bril-

lante senza figli. Poteva avere la sua età, forse un anno o due di più. Alto, biondo, elegante. Completo gessato grigio, presumibilmente firmato, camicia bianca, cravatta sgargiante e spaccona a disegni di penne di pavone. Occhiali da sole: ovalini neri da fighetto. «Mi scusi se l'ho fatta aspettare» disse, tendendole la mano. «Non mi ha fatta aspettare. Lei è l'ispettore Trotta?» «Sono io. Si chiederà perché l'ho mandata a cercare». «Sì, me lo chiedo». «Vuole seguirmi nel mio ufficio? Staremo più comodi. A proposito, grazie per essere venuta così presto». «Non c'è di che». L'ufficio di Trotta non era molto grande: pareti tinteggiate di un bianco sporco, con larghe chiazze prive d'intonaco, tabellone di polistirolo zeppo di fotografie, cartine topografiche, mappe, foglietti autoadesivi scarabocchiati di messaggi, date, nomi, numeri. Una scrivania di legno consunto, macchiato da inchiostri di stilografiche e caffè versati, sfregiato da temperini, bruciato da sigarette, e zeppa di fascicoli, agende, libri, quaderni, fogli sparsi. Una lampada da lavoro, spenta. Un cestino per la carta stracolmo, con altre carte appallottolate a terra, sul pavimento lercio. Un'altra scrivania che ospitava un computer collegato con due stampanti. Su tutto, una patina di usato, di liso, di cose toccate milioni di volte, da un'unica e dilagante impronta unta. Attraverso i vetri incrostati di smog rappreso di un alto finestrone entrava una luce abbacinante, che non veniva schermata da tende o imposte (forse per questo Trotta portava gli occhiali da sole). Quel che si dice un luogo vissuto, pensò Mariarita. Più che un ufficio, sembrava il salotto di un uomo che vive solo e passa le giornate a guardare partite di calcio. «Si sieda». Trotta indicò a Mariarita una poltrona a rotelle dallo schienale regolabile, foderata di rosso, e andò a sedersi dall'altra parte della scrivania. «Posso offrirle qualcosa? Un caffè?» «No, grazie. Forse più tardi».

Trotta si appoggiò all'indietro, sullo schienale della poltrona, una caviglia sul ginocchio opposto e, da quella posizione, contemplò per un istante Mariarita. «Ah, già, il motivo per cui l'ho chiamata!» sbottò come se lo ricordasse solo in quel momento. L'ispettore rimise entrambi i piedi a terra; senza alzarsi, fece un balzo trascinando la poltrona a rotelle fino all'altra scrivania, davanti al computer acceso sul cui schermo campeggiavano le icone dei programmi. «Venga, si avvicini. Così vede meglio». Mariarita Io imitò, con meno esibizionismo, muovendo la sua poltrona a piccoli scatti in avanti. L'ispettore lanciò il programma Trumpet Winsock e si collegò a Internet. Mariarita aveva del tutto dimenticato le sue paranoie da senso di colpa: ormai provava solo curiosità, e un senso di piacevole aspettativa, come quando, da bambini, si aprono i sacchetti delle patatine per vedere la sorpresa che contengono. Trotta selezionò il motore di ricerca Yahoo, digitò nella casella le parole chiave "Milano + assassino + acqua + mutilazioni", e cliccò su "Search". La ricerca automatica durò poco, non più di una ventina di secondi; sul monitor apparvero una serie di indirizzi web. Il motore di ricerca aveva trovato e fornito i siti in cui erano contenuti tutti gli elementi indicati nella casella delle parole chiave. Con suo enorme stupore, Mariarita lesse il primo indirizzo della lista:

SUBLIME ANIMA DI DONNA. La drammatica vicenda di un pittore e della donna da lui amata, un Frankenstein italiano che insegue il mito della bellezza assoluta, una serie di crimini efferati e sanguinosi, nella Milano fantastica e visionaria degli scapigliati. http://www.fortis.it/scapigliatura/scoperta/html

«Quella è la mia pagina web!» gridò.

«Sì. Immagino di sì» disse Trotta, pensieroso. Cliccò sull'indirizzo, e dopo un tempo di attesa leggermente più lungo, apparve una schermata di fitte parole bianche su fondo nero:

SUBLIME ANIMA DI DONNA

Como, 2 novembre 1868 La mia amante aveva un volto di un ovale dolce e purissimo che pareva dipinto da Raffaello, un incarnato di fresca rosa bianca che si accendeva sulle gote, per pudore o nel culmine del piacere, di un fugace rossore, un naso diritto e sottile di statua greca, e occhi di un nero profondo, un nero mai veduto, lucente come la perla e morbido come il velluto; la sua bocca carnosa, dalle turgide labbra scarlatte, si schiudeva spesso a mostrare il candore abbagliante dei denti, talora nel riso, quando teneramente si burlava di me, talora in un soave sorriso che stendeva sui suoi tratti un dolce velo di melanconia. E che dire, del corpo di Carlotta? Come descrivere la perfezione, la suprema bellezza di quelle forme? Membra snelle e flessuose, che dalle sottili caviglie alla graziosa testolina di ninfa si incurvavano con l'armonia di un vaso antico, un seno di vergine adolescente, dalla linea squisita, tale quelli delle dame del Rinascimento, e le movenze vigorose e trionfanti di una Amazzone, di una Diana cacciatrice. Sì... se il suo viso aveva i mille incanti della fanciullezza, il suo corpo era da dea. Io ero allora studente di disegno all'Accademia, e Carlotta posava per me. Io la chiamavo la mia Venere bambina e la ritraevo nella posa immortalata da Botticelli, vestita soltanto di un lino leggero, dalle pieghe che ne esaltavano le belle sembianze. «No, no» diceva arrossendo, quando cercavo di abbassarle la veste sul petto, e scuoteva il capo ostinata. Poi, mutando umore e fattasi all'improvviso audace, scioglieva le trecce bionde e lasciava ricadere la massa copiosa dei suoi capelli biondi sulle spalle, sulle braccia, fino alle reni e sui fianchi. (segue)

Trotta non fece alcun commento, si voltò a guardare Mariarita. «Non capisco» disse lei, confusa. «Lo ha scritto lei» rispose l'ispettore, in tono ovvio. «No, no. Io ho creato la pagina web. Il racconto non è mio!» «E di chi è, allora?» «Non lo so». «Come, non lo sa?» La conversazione era stata così concitata e incalzante che Mariarita non aveva ancora avuto il tempo di riflettere. E poi, non le era nemmeno passato per la testa che, fra tutte le ragioni possibili di quella convocazione, saltasse fuori la pagina che aveva pubblicato su Internet, il racconto scapigliato. Deglutì, si passò una mano fra i capelli. «Non lo so...», riprese. «È anonimo. L'ho trovato in una libreria antiquaria. Reca soltanto il titolo, e la data» e aggiunse, per dare più forza alle sue dichiarazioni «Non so chi l'abbia scritto». «Non sa chi l'abbia scritto» ripeté Trotta, lentamente, scuotendo la testa come se ne dubitasse. «Non sa chi l'abbia scritto. E perché lo ha diffuso in rete?» È un reato? stava per chiedere Mariarita, ma si trattenne in tempo. Dopotutto, doveva collaborare con quel poliziotto, sì, ma non aveva nulla di cui giustificarsi con lui, no? Intanto, continuavano a girarle per la testa le parole chiave che lui ave-va digitato: "Milano + assassino + acqua + mutilazioni". «Da qualche tempo mi interesso alla Scapigliatura lombarda» cominciò. «Mi piacerebbe curare un volume... scrivere un saggio, con scelta di brani antologici... Insomma, non ho un'idea precisa del tipo di lavoro che sarebbe, e...». perse il filo, si ravviò nuovamente i capelli ("Milano + assassino + acqua + mutilazioni"), ricominciò «Non ho ancora trovato un editore per il mio progetto, così ho pensato di... Ero stanca di telefonare, di inviare lettere, fax eccetera. La rete Internet arriva ovunque, in tutto il mondo, e chiunque faccia ricerche sulla Scapigliatura

non può fare a meno di imbattersi nella mia pagina... Vede, quel racconto è una rarità, un inedito di un autore rimasto anonimo, legato agli ambienti della Scapigliatura milanese nel suo periodo di maggior furore, gli anni sessanta, fino al sessantotto... il milleottocentosessantotto, non il nostro sessantotto...». Mariarita ridacchiò, si confuse: «Ho conosciuto personalmente i maggiori esponenti del movimento, soprattutto Emilio Praga, i fratelli Boito e Igino Tarchetti... No! Non io, evidentemente, ma l'autore del racconto, o almeno ho motivo di crederlo... Cioè, ho motivo di credere che l'autore del racconto abbia conosciuto personalmente eccetera. Per quanto... mi sarebbe piaciuto conoscere gli scapigliati, magari viaggiando a ritroso con la macchina del tempo...», Mariarita ridacchiò ancora, annaspando sempre di più. «Si tratta di una scoperta piuttosto stimolante, per amatori...». «Ho capito. Ha cercato di farsi pubblicità attraverso Internet», disse stancamente Trotta. «Sì» sospirò Mariarita, sollevata. Trotta digitò sulla tastiera del computer. Sul monitor, apparve l'ultima pagina del documento:

Più tardi, in una trattoria di campagna in cui avevo condotto Carlotta per riconfortarla, un oste, co' modi franchi e onesti della gente del popolo, ci narrò dei tristi casi verificatisi di recente in quei luoghi. Era accaduto, cioè, che altre giovani e avvenenti fanciulle erano sparite, talune da Milano, altre dalla campagna; ed erano state poi ritrovate nei corsi d'acqua che attraversano e circondano la città. Le sventurate vittime avevano subìto atroci mutilazioni in svariate parti del corpo; chi aveva avuto la testa spiccata dal collo, chi le braccia, le gambe, l'addome o il busto. Erano sia semplici ragazze delle più umili classi sociali, operaie e prostitute, sia, disse l'oste, «gran signorone, figlie di conti e duchi, con servi e carrozza». lo ero ammutolito dallo stupore, la storia pareami quanto di più incredibile avessi mai udito. «Non leggete dunque i giornali?» intervenne un avven-

tore, un tale distinto, dal ventre prominente, col monocolo e una certa aria da professore, o da notaio di provincia. «Ahimè, signore» risposi. «Temo che, ne' tre mesi da che mi sono innamorato, ho vissuto troppo contemplando la luna, e assai poco questa terra». «Ebbene, sappiate che v'è a Milano un assassino quale l'umana immaginazione non può contemplare di più crudele, un folle sanguinario... Egli sottopone le sue vittime a quelle orribili sevizie mentre vivono ancora... Le seziona, le mutila, le taglia... fino a che non muoiono». (segue)

CHI FOSSE INTERESSATO A QUESTA STRAORDINARIA SCOPERTA, PUO' CONTATTARE MARIARITA FORTIS AL SEGUENTE INDIRIZZO E-MAIL: mr.fortis@libero.it

«Così» disse Trotta «un eventuale editore interessato alla Scapigliatura si accorgerebbe che lei ha scoperto questo testo inedito, e che è stata molto brava a scoprirlo. Immagino che il racconto si interrompa lì, dove si parla della serie di delitti, e ci sia un seguito, giusto?» «Certamente. Non potevo diffonderlo per intero, sarebbe stato come bruciarlo. Se si potesse leggere comodamente su Internet come va a finire, non lo pubblicherebbe più nessuno». L'ispettore annuì. «Una pubblicità a puntate, come negli spot della privatizzazione della Banca di Roma» disse. «E come va a finire?» Mariarita si agitò sulla poltrona, a disagio (Milano + assassino + acqua + mutilazioni. Perché?). Avrebbe preferito non rivelargli come andava a finire, ma temeva di non poterne fare a meno. «Oh... muore anche Carlotta». «Questo s'era capito dal principio. Chi è l'assassino?» «Uno scienziato, un anatomista imbalsamatore di cadaveri... uno svitato affetto da una forma di follia quasi mistica... Lui...

lui è convinto che l'anima risieda nella materia, nei tessuti, nei muscoli e organi del corpo. Viviseziona le sue vittime per impadronirsi di quelle parti che gli occorrono per comporre la donna dei suoi sogni, le mantiene in vita mediante un procedimento di sua invenzione... Riunendo membra vive in un corpo ideale otterrà così anche l'anima ideale... un'anima femminile che, secondo lui, Dio non ha mai creato... che non esiste in natura». «Un po' misogino, l'amico». «I peggiori misogini sono anche i più fanatici adoratori delle donne. "La donna è un capolavoro abortito. Tutti i mali della società dipendono da ciò: che si amano le donne o troppo o troppo poco."» «Chi lo dice? L'assassino del racconto?» «No. Igino Tarchetti. Ma, scusi, ispettore... posso farle una domanda? Perché ha eseguito una ricerca in Internet proprio con quelle parole chiave, Milano eccetera?»

Trotta annuì, come per segnalarle che sì, aveva diritto a una spiegazione, e le sarebbe stata fornita convenientemente. Con un nuovo slancio delle gambe da ciclista che parte in salita, scivolò alla sua scrivania, estrasse da sotto una montagna di carte un fascicolo color azzurro polvere, ne tolse due, tre fotografie, gliele passò, rovesciate con il dorso rivolto verso l'alto, con un gesto ampio, decisamente teatrale. Mariarita si chiese se per caso non avesse studiato recitazione. «Dia un'occhiata qua. Nel frattempo, vado a prenderle quel caffè. Adesso lo vuole, vero?» «Sì, lo voglio». «Come? Lungo, ristretto? Con latte, senza?» «Ristretto. Senza latte». Trotta si alzò di scatto, mandando a sbattere la poltrona contro il muro, uscì spalancando la porta. Questa si chiama un'uscita, pensò Mariarita.

Rimasta sola, Mariarita prese le foto come si fa con le carte quando si gioca a poker, decisa a scoprirle una alla volta. La prima era il ritratto, eseguito probabilmente dalla polizia scientifica, di una ragazza morta, in primissimo piano. Poggiava la testa su una pavimentazione di tegoline e ciuffi d'erba fradicia, e le avevano asportato interamente il cuoio capelluto, con un'incisione dritta, precisa, che attraversava la fronte e passava dietro le orecchie. Sembrava giovanissima, sui quindici o sedici anni, ma la morte le aveva indurito il viso, rendendolo più pesante, simile a una pietra. E veramente quella faccia, chiusa in se stessa e chiusa per sempre a ogni espressione, con i lineamenti erosi dall'acqua (era stata ripescata dai navigli?), il cranio scorticato, aveva qualcosa più del minerale che dell'umano. Mariarita passò alla seconda foto. Era un piano medio, ripreso come se il fotografo si fosse trovato inginocchiato di fronte al soggetto. La ragazza morta aveva la testa rovesciata all'indietro, e del viso si vedevano soltanto il mento, le larghe narici, e parte delle guance. I capelli erano appiccicati al collo, scuri e viscidi come serpenti di stagno (sì, c'era un assassino che gettava le sue vittime nei navigli, ne avevano parlato nei notiziari televisivi; e queste dovevano essere le foto delle vittime dopo il ritrovamento, quelle non pubblicate sui giornali). Il petto era nudo e dilaniato, solcato da un'incisione a rettangolo che aveva permesso l'asportazione di entrambi i seni. Mariarita fece riposare lo sguardo sulle superfici dei mobili, sulle pareti, sul pavimento, prima di continuare. Dal corridoio le giungevano i rumori ovattati delle attività che si svolgevano nelle altre stanze: tastiere di vecchie macchine da scrivere meccaniche, squilli di telefono, tonfi, parlottare indistinto, richiami urlati, e anche qualche bestemmia. L'ultima foto era la peggiore. Si trattava di una figura intera ripresa un po' dall'alto, come se il fotografo, in piedi, si fosse chinato leggermente per ritrar-

la. Il corpo, nudo, doveva essere stato immerso nell'acqua più a lungo degli altri. Una sagoma bianca, come uno di quei raccapriccianti pupazzi di cera male abbozzati che impastano gli stregoni per le fatture di malocchio, contorni imprecisi, i tratti del volto quasi cancellati, capelli corti, quasi bianchi, incollati alla testa. Sì, aveva l'aria di una di quelle bambole dei poveri che si ritrovano a volte negli appartamenti sfitti, o fra le macerie delle case crollate. Aveva una vasta zona scura al posto del sesso, come un'ombra che le si fosse allargata in quel punto, come un altro sesso, o una censura di sesso. Quella brutta macchia, più di tutto, procurava un senso di disagio, di angoscia. Trotta rientrò, con perfetto tempismo, lasciando la porta aperta e portando due bicchieri di plastica. «Stia attenta, scotta» disse a Mariarita, porgendole il suo caffè. Lei prese il bicchiere impugnandolo all'orlo con due dita, e si lasciò cadere le foto in grembo. L'ispettore tornò a sedersi di fronte a lei, risistemò la caviglia sul ginocchio fino a mostrarle un calzino grigio perla e un mocassino nero con due nappine, probabilmente molto costoso, e cominciò a bere il liquido bollente come fosse una bibita fresca. Mariarita ebbe modo di osservarlo meglio, almeno quanto lui sembrava fare con lei. Angelo Trotta somigliava a Kevin Costner, ma più magro, più scavato, e con qualcosa di convulso e nervoso tradito dall'andatura e dal gestire, da certi scatti, da certi piccoli tic, come passarsi un dito lungo il naso e intorno al lobo dell'orecchio, o muovere ritmicamente su e giù il piede sollevato in aria. Aveva qualcosa del ragazzo di buona famiglia molto viziato e un pochino tarato, che viaggia portandosi a spasso nel bagagliaio della BMW il cadavere della cameriera (tanto per restare in tema di cadaveri). «A giudicare dalla sua pagina web devo dire che l'avevo immaginata diversa». «Diversa come?»

«La credevo più... meno giovane, forse. Un altro tipo di persona». Il che, comunque, non spiegava come se la fosse immaginata. Mariarita non era nemmeno certa di volerlo sapere: la cosa non prometteva di rivelarsi molto lusinghiera. Chiunque non ottenga voce e presenza altrimenti, può crearsi una pagina web e pubblicarla in rete. Su Internet si trova di tutto: puttane, poeti falliti, fan di Winona Ryder, esibizionisti, coppie sadomaso, professoresse che ce l'hanno con gli appassionati di splatter, appassionati di splatter che ce l'hanno con le professoresse, fumettomani, collezionisti di tutto, esperti di musica leggera, uomini e donne che cercano moglie e/o marito, barzellettieri, erotomani, tifosi di calcio, agenti matrimoniali, agenti immobiliari, feticisti, femministi, ecologisti, e altro ancora ai confini della realtà. Trotta aveva forse inteso dire che lei non apparteneva a nessuna di queste categorie, ma era un complimento, o no? Mariarita si agitò sulla sedia: nel movimento, le foto rischiarono di scivolare dalle sue ginocchia fino a terra. L'ispettore le afferrò, con un'altra delle sue mosse da giocoliere, gliele rimise in grembo. Lei sussultò. «Cosa ne pensa?» chiese Trotta. Mariarita non sapeva cosa pensarne; se ne accorse mentre parlava. «Si tratta di quelle ragazze ripescate dai navigli, no? Sapevo soltanto delle prime due, non della terza, deve essermi sfuggito... A volte, scendo in sciopero... come utente televisiva, e non guardo più nemmeno i tiggì». «E non è rimasta colpita dalla somiglianza con il suo racconto?» «Dalla... somiglianza con il mio racconto? Prima di tutto non è mio, e poi...». «,.. e poi, ci sono le mutilazioni, e il ritrovamento dei corpi nei corsi d'acqua che circondano Milano. Nel suo racconto, che lei dice risalire al secolo scorso, e nei tre delitti avvenuti nell'arco degli ultimi cinque mesi». Mariarita restò a fissare l'ispettore, a bocca aperta.

«Abbiamo fondati motivi di ritenere che siano opera della stessa persona» continuò Trotta. «Le vittime erano ragazze molto giovani, la prima di sedici anni, la seconda di diciotto, l'ultima di diciassette. Sono state rimorchiate in qualche modo, uccise in qualche posto, e gettate nei canali. Nude. L'assassino dimostra di possedere approfondite conoscenze mediche, lavora come un chirurgo esperto; l'esame delle ferite ha permesso di appurare che, probabilmente, usa un bisturi. Alla prima ha asportato il seno, alla seconda il cuoio capelluto, alla terza la zona intorno all'inguine, la clitoride, le grandi e le piccole labbra». Mariarita aveva guardato le foto nell'ordine sbagliato. Le risistemò nella successione enunciata da Trotta: seno, capelli, genitali esterni. Come un tris d'assi. L'ispettore si alzò, con un sospiro disgustato. Mariarita si diede alcune piccole spinte con i talloni per spostare all'indietro la sua poltrona, e continuare a guardarlo. Aveva ancora il bicchiere in mano, intatto. «All'inizio ho cercato nei nostri archivi... nell'archivio computerizzato della polizia, cioè... quanti e quali casi potevano presentare analogie con questi. È la prassi, lo facciamo abitualmente. Non si era mai verificato niente di simile, né a Milano né in Italia. Poi, ho pensato di estendere la ricerca a tutta la rete Internet, in generale. Ho scelto come parole chiave il nome del luogo, Milano, e una combinazione di altri elementi. Con "Milano + assassinio + Navigli" il motore di ricerca mi ha fornito gli indirizzi di una serie di siti che non c'entravano per niente, perlopiù pubblicità di enti pubblici e privati, associazioni di scrittori di gialli, itinerari turistici. Con la combinazione che ha visto, è saltato fuori il suo Sublime anima di donna. Ma funziona più semplicemente anche con "Milano + mutilazioni". Il suo caffè si sta raffreddando». Mariarita era sbalordita. Incastrata dal motore di ricerca Yahoo, pensò. I motori di ricerca sono intelligenze artificiali di una logica spietata che finisce per diventare illogica. Date loro una parola, per esempio "Milano", e vi sciorinano tutto quanto

è disponibile in rete su Milano. Se poi scrivete "Milano + nonno", vi arriverà la pubblicità del ristorante Nonno Nanni a Milano, anche se non state affatto cercando un ristorante. Funzionava proprio in questo modo. E così, ora si ritrovava inquisita a causa di un racconto che non aveva scritto, ma conteneva quattro parole essenziali: Milano, assassino, acqua, mutilazioni.

Mariarita guardò di lato. Oltre il vetro rotto della finestra, un piccione si era posato sul davanzale, o meglio, stava cercando di posarsi. Il pennuto (sinonimo per non dire "uccello") artigliò l'orlo della lastra con le zampe, sbattendo le ali e sforzandosi di mantenere la presa, come un equilibrista che rischia di cadere dal filo. Poi sembrò desistere, ma tornò sul suo obiettivo, eseguì un violetto a semicerchio, e al secondo tentativo riuscì nella manovra. Bravo! Mariarita mantenne lo sguardo ostinatamente concentrato sul piccione. Per lo sforzo di volontà, cominciarono a dolerle i muscoli del collo. Il piccione sembrò trovare che quella postazione non valeva la fatica spesa, perché se ne volò via. Mariarita si volse a guardare l'ispettore, che stava in piedi e la fissava con aria annoiata. Cominciò a bere il suo caffè. Non si era raffreddato, le bruciò un po' il palato. «Chi è?» chiese. «Il vostro assassino, intendo, non il mio. Avete qualche idea? State seguendo qualche pista?» L'ispettore gettò il suo bicchiere nel cestino per la carta, alzando il braccio sopra la testa ed eseguendo un lancio da giocatore di basket. Il bicchiere descrisse una traiettoria arcuata, passando sopra la testa di Mariarita. «Diverse piste, poche idee. Quello è molto abile. Elusivo. Non violenta le vittime, è estremamente attento a lasciare in giro meno indizi possibile». «Ma non avete impronte digitali, fibre, capelli, o roba del genere?»

Trotta non si curò di rispondere. Chiese invece: «Sul serio le sono sfuggite le analogie con il suo racconto?». Mariarita cominciava a sentirsi veramente stressata. Le tornavano sempre in mente le parole di sua madre: «Se succede qualcosa, ad andarci di mezzo è sempre la gente come noi». Dove gente come noi sta per quelli che lo prendono sempre nel culo. «Il racconto non l'ho scritto io. Come le dicevo prima, ho saputo di questa storia soltanto dai telegiornali, senza vedere i corpi. Nei tiggì mostrano soltanto i morti delle guerre nei paesi stranieri, non i cadaveri dei delitti privati. Si limitavano a dire che le vittime erano state sfigurate. Ho pensato a sfregi, abrasioni, roba del genere, non ad asportazioni della pelle e di parti del corpo. E non ho pensato neppure che potesse essere opera della stessa persona; una gran quantità di donne scompare, o viene ammazzata... Non so come spiegarglielo, ma... Non ho collegato quelle due ragazze morte... perché credevo che fossero solo due, non tre... al racconto. Non mi è neppure venuto in mente. Sono due faccende completamente diverse. Nel primo caso, sono le fantasie, i fantasmi di un autore vissuto nel secolo scorso; nel secondo caso, è... la realtà». «Già. La realtà». Trotta sedette, a gambe larghe, si piegò in avanti, giunse le mani all'altezza del naso, polpastrello contro polpastrello, in una posa che Mariarita ricordava di aver visto fare al presidente di commissione del suo esame di maturità, poco prima che le chiedesse la poetica delle tragedie manzoniane ("Non resta che far torto o patirlo", vedi anche la mamma di Mariarita: o lo prendi nel culo, o lo metti). «È sicura» domandò «che il racconto non sia suo?» (Se succede qualcosa, ad andarci di mezzo è sempre la gente come noi. Dove la gente come noi sta per eccetera.) Stavolta fu Mariarita a rimanere ostentatamente muta, scrollando le spalle. «D'accordo... Ha detto di averlo trovato in una libreria anti-

quaria?» «Sì». «Come si chiama la libreria?» «Non ha un nome. È un piccolo negozio in via Melzo. Al numero... Non ricordo neppure il numero. A metà circa della strada, sul marciapiede di sinistra, andando verso corso Buenos Aires». Mariarita era ansiosa di fornire ogni possibile dettaglio: dopotutto, se quel poliziotto sospettava che fosse l'autrice del racconto, lei poteva dimostrargli di non esserlo. «Comunque, è vicino alla boutique per travestiti Beautiful Transex: non può sbagliarsi, quella è ben visibile. Un seminterrato pieno di scaffali con libri per collezionisti, sa, quelli rilegati in marocchino, con caratteri d'oro... ma ci sono anche libri meno antichi o semplicemente vecchi, stampe di Milano nel secolo scorso, incisioni...». Ma, forse, la libreria non esisteva più, era scomparsa durante la notte, come in certi thriller paranormali, e lei non poteva dimostrare di aver comprato il manoscritto. «E il racconto? Era in uno di questi volumi antichi, meno antichi, o vecchi?» «Le ho già detto che è un inedito. Stava, sì, in un volume, ma sotto forma di fogli autografi, non stampato... Era in una vecchia edizione di Re Orso di Arrigo Boito, insieme ad altre carte di minore importanza». «Che genere di carte?» «Fatture, conti di una sarta, roba così. Ho acquistato in blocco libro e carte». «Non potrebbe essere un apocrifo, il racconto?» «Oh, no! Il manoscritto risale indubbiamente alla seconda metà del secolo scorso. L'ho fatto esaminare da un esperto della sezione conservazione manoscritti antichi, alla biblioteca Sormani». Mariarita si sentì salva. Dopotutto, c'erano esperti in grado di datare quei maledetti fogli con un sufficiente margine di esattezza.

«Io stessa» continuò un po' rinfrancata «anche senza intendermene molto, leggendo le prime righe, avrei scommesso sulla sua autenticità...». «Se questo manoscritto è tanto prezioso, allora, le sarà costato caro». Mariarita arrossì. Doveva raccontare che... Sì, insomma, era andata così: il libraio sapeva che il manoscritto era presumibilmente autentico, ma ignorava che potesse rappresentare uno scoop letterario. Mariarita glielo aveva portato via insieme all'edizione di Re Orso, per una cifra indubbiamente inferiore al suo valore. «Un bel po'» disse. Trotta le lanciò un'occhiata che a Mariarita parve penetrante, da sotto le lenti scure. Se almeno si togliesse quei cazzi di occhiali. «Come lo aveva avuto, il libraio?» «Mi ha detto che libro e carte erano stati comprati una cinquantina d'anni fa da suo nonno, in un negozio di rigattiere». «E da allora, si suppone, sono sempre stati di proprietà della famiglia del libraio». «Immagino di sì». Mariarita si sentiva stanca: stanca di rispondere, di essere stressata, di sentirsi sotto processo e in colpa. Accartocciò stringendo la mano a pugno il suo bicchiere di plastica, che riprese la forma originale non appena lo lasciò, sfuggendole quasi di mano. Con un gesto rabbioso, lo lanciò verso il cestino, e non fece centro. Si chinò a raccogliere il bicchiere, lo infilò nel cestino. «Che tipo è il libraio?» chiese Trotta. «Perché non va a guardarselo per conto suo?» L'aggressività di lei ebbe un effetto sorprendente: l'aplomb del poliziotto sembrò incrinarsi, e poi sfaldarsi. Quando riprese a interrogarla, il tono era quasi umile. «Probabilmente andrò a guardarmelo per conto mio. Cercavo solo di conoscere le sue impressioni. Può essermi utile, l'o-

pinione di una persona come lei». «Che persona sono, io?» «... lei è una donna intelligente. Non crede di...». Trotta venne interrotto nella sua domanda, e Mariarita nel suo compiacimento per essere stata definita una donna intelligente. «... non rompere i coglioni, Stella!» «Vaffanculo! Sai benissimo che...». Attraverso la porta aperta, da qualche punto del corridoio, o da una stanza che si affacciava sul corridoio, emergevano dai rumori di fondo parole e frasi brevi, senza nesso, senza senso, ma gridate e irose. «... lo avremmo preso anche se tu non ti fossi messa di mezzo!» «... nel duemilaottantatré! Nel duemilaottantatré, lo avreste preso!» Una delle voci era maschile, aspra, dura; l'altra femminile, più bassa, sarcastica. «In ogni caso non era di tua competenza... Devi piantarla con queste continue ingerenze...». «Come se non sapessimo benissimo tutti e due che hai bisogno di me, e...». Trotta e Mariarita restarono a guardarsi con quello sguardo interrogativo che hanno le persone costrette ad ascoltare i litigi altrui e rimanere faccia a faccia in silenzio. «Non ho bisogno delle tue cazzate! La prossima volta che ti trovo... Hai capito... stronza?» Si udì uno schianto, un rumore di passi affrettati, e pochi istanti dopo Mariarita vide sfrecciare nel vano della porta una donna: una rapida immagine di jeans elasticizzati neri, chiodo con borchie, capelli rossi. Subito dopo, si affacciò un uomo calvo, sui cinquanta, lievemente sovrappeso, il viso rosso, accaldato. «Non ne posso più di quella pazza!» gridò a Trotta, e sparì anche lui.

«Chi è?» chiese Mariarita. «Il commissario Sandrelli». «No, la donna che è passata prima». «Stella del Fante». «Una poliziotta?» «No, lei non è niente...». «Non è niente?» «Volevo dire che non ha un ruolo definito... È un'investigatrice privata, ma più di ogni altra cosa è... una leggenda». «Una leggenda? Cos'ha di leggendario?» Trotta fece un gesto nell'aria con la mano, come a mimare le pale di un elicottero che girano. «Oh... si diverte in un modo molto strano...». disse, vago. Mariarita non riusciva a realizzare come divertirsi in modo strano possa far nascere una leggenda. Quasi tutti si divertono in modo strano. Intanto la discussione fra il commissario e l'investigatrice stava proseguendo fuori scena, più smorzata, più stanca. «... perciò da ora in poi sei pregata di startene fuori da quello che non ti riguarda...». «... Senza di me non sapete neppure tirarvelo fuori per pisciare!» Si sentì una risata: stridula, acuta, come quella degli scienziati pazzi nelle spy story degli anni sessanta. Il commissario Sandrelli tornò ad affacciarsi sulla soglia. «Falle una pera di Valium, sequestrala, rinchiudila, fa' quello che ti pare, ma toglimela dalle palle!» Le proteste del commissario andarono a spegnersi in qualche altro luogo lontano: un brontolio cupo, sommesso. Stella del Fante entrò nell'ufficio di Trotta, sollevò le sopracciglia, fece un sorrisetto sarcastico. «Ha una crisi di nervi» disse. Trotta fece una smorfia, scosse la testa, portandosi le dita al lobo dell'orecchio.

« Non dovevi salire su quel barcone» disse calmo. «Prima di salirci ti ho telefonato». «Dovevi aspettare me, prima di salirci. Poteva essere il mostro di Opera». «Se lo fosse stato, non avrei voluto perdermelo per niente al mondo!» «Cristo, Stella, non ti è bastato il camionista? Quello ti ha quasi ammazzata!» Quei due parlavano come se Mariarita fosse stata assente, e lei si sentiva come una che, il primo giorno di lavoro, non conosce ancora il linguaggio, il lessico e il sistema di segnali degli altri. Come una che ascolta pettegolezzi su gente che non conosce. Come una che sente parlare di un programma televisivo che non ha visto. «Non ho saputo resistere. Un barcone. Ma ci pensi? Andrew Cunanan, l'assassino di Versace, è stato preso a bordo di un barcone». «Capisco che eri eccitata... Ma non dovevi salirci, e lo sai». «E perché avrei dovuto fare tanta fatica per scoprirlo, se no? Vi ho telefonato, prima di salire su quel cazzo di barcone. Ma l'avevo scoperto io, era mio. Volevo essere io la prima a...». «... la prima a fartelo?» Stella rise ancora, con quella sua risatina sgradevole, e intanto le stava lanciando rapide occhiate di perlustrazione. Fece alcuni passi avanti, si curvò sulla poltrona di Trotta, come se volesse porsi a sedere sulle ginocchia di lui, sbirciò oltre, verso il monitor del computer, si risollevò raddrizzando la schiena. «È lei Mariarita Fortis?» domandò all'ispettore, indicandola. «Sì, sono io Mariarita Fortis. Mi conosce? Anche lei naviga in Internet?» chiese Mariarita, polemica. Stella non rispose: non per deliberata intenzione di offenderla ma, così parve, per la stessa reazione che aveva già avuto Trotta: spiazzata, interdetta, ammansita. Le due restarono un po' a studiarsi, come fanno sempre le donne quando si incontrano per la prima volta. Mariarita notò che l'altra era più alta

di lei, aveva le gambe più lunghe, ma il seno meno sviluppato. Dimostrava uno o due anni più di lei, a giudicare dal corpo, e uno o due di meno, a giudicare dal viso. Notò che indossava un maglione bianco sotto il chiodo, calzava anfibi infangati, e non portava gioielli; notò che, probabilmente, andava in palestra. Mariarita la immaginò ad assumere ridicole pose da concorso per culturisti davanti a uno specchio, magari in canotta e tanga con il filo che passa fra le natiche lasciando il culo nudo. Capelli rossi da strega (per fortuna, oggi la caccia alle streghe non si fa più), folti e lunghi fino a metà della schiena. Pelle molto chiara, di un biancore latteo quasi fastidioso. Occhi di un blu elettrico limpido e fanatico. Aveva un'aria da spot di una moto: l'avresti vista cavalcare una moto ruggente, e poi smontare e liberare la chioma selvaggia dalla costrizione del casco. Se fosse stata in tailleur o in abito da sera, però, avrebbe avuto un'aria da spot di un'automobile; pareva una di quelle tipe che mollano il fidanzato, o marito, per scappare con la belva a quattro ruote, o magari si rotolano sul cofano e ci strofinano sopra il clitoride, in preda a un accesso di... Come si chiama, la passione che spinge a scoparsi le automobili? La faccia, i lineamenti, ricordavano a Mariarita qualcosa di Gianfrancesco Malenotti: non che lei somigliasse all'onorevole; piuttosto, i due sembravano appartenere alla medesima razza, o casta, o clan, o setta segreta. Malenotti aveva stampato in viso qualcosa di malato, di distorto che in ogni modo piaceva, o piuttosto respingeva per poi attrarre subito dopo con più forza. Lo stesso era per Stella del Fante: i suoi lineamenti erano regolari, ma avevano qualcosa di spiacevole che inquietava fino a risultare tormentosamente fascinoso. Un tipo di repulsione, di quelle che poi si sognano la notte con desiderio. Mariarita sentì di provare per lei un groviglio di sentimenti contrastanti: curiosità, imbarazzo, un presagio di amoreodio, irritazione e antipatia, ma quell'antipatia che scocca come una scintilla fra due personaggi da commedia americana anni cinquanta, un lui e una lei, che poi finiranno sposati. Sì, era piutto-

sto quel genere di indispettita attrazione che avrebbe provato per un uomo, e che raramente le veniva scatenata da un'altra donna. Lo stesso tipo di vibrazioni. Eccitazione, senso di lontananza, promessa di un mistero da svelare, intrigo, sfida. E poi, Stella del Fante era una leggenda. Si divertiva in un modo molto strano. Significava che, se non scopava le moto o le automobili, doveva avere perlomeno gusti insoliti. Forse non insoliti in un uomo, ma insoliti in una donna. Cosa mai poteva avere di leggendario? Forse, la sua era una leggenda ridicola. Una leggenda da feuilleton moderno, come i coccodrilli che vivono nelle fogne e i serpenti che sbucano dagli scarichi delle vasche da bagno. Come i topi resi giganteschi dagli esperimenti atomici. Come il fantomatico pilota d'aereo bisessuale che, viaggiando sulla linea Parigi-New York, avrebbe importato l'aids in Europa. Una delle tante leggende metropolitane.

All'investigatrice privata Mariarita parve piacevole e maliziosa, di una specie affine alla sua. Le sembrò bizzarra, delicata, da maneggiare con cura per non romperla. E, nello stesso tempo, seppe che in certe circostanze, in certi momenti, avrebbe provato il desiderio impellente di prenderla a calci. «Chi è il mostro di Opera?» chiese Mariarita. «Il tipo che ha fatto quello» disse Trotta battendo l'indice sulle foto delle tre ragazze morte, e poi indicando Stella. «Lei lo chiama così». «Non significa che lui sia di Opera. A volte invento nomi per loro» precisò Stella. «Li chiamo come le zone di Milano... se lavorano a Milano. Mi piacciono i nomi delle stazioni del metrò». «Io sto a Porto di Mare» disse Mariarita, in tono frivolo. «Come suona "L'assassino di Porto di Mare"?» «Non male» disse Stella, sorridendo. «Ma adesso, per l'assassino delle tre ragazze, preferisco la definizione contenuta nella sua pagina web: Frankenstein. Si confonde spesso Frankenstein con il mostro...».

«... in questo caso, Frankenstein è il mostro» annuì Mariarita. «Affermativo». Per alcuni istanti, Stella continuò a fissare l'altra, in piedi, con le gambe leggermente divaricate e le braccia incrociate, con lo stesso sguardo che aveva la psicologa della scuola di Mariarita quando le domandava: «Hai problemi di inserimento nella tua nuova classe?». Mariarita si sbagliava: lo sguardo voleva essere un approccio e un incoraggiamento. «Spiegale la storia del barcone» disse Stella, rivolta a Trotta. Senza spreco di parole, e con un tono da cronaca giornalistica, l'ispettore fornì a Mariarita tutte le spiegazioni del caso. Di recente, in svariati cimiteri di Milano, si erano verificate profanazioni di tombe, e i morti erano stati spogliati degli oggetti di valore che portavano addosso; in alcuni casi erano persino stati asportati i denti d'oro. Svariati indizi lasciavano credere che i responsabili delle profanazioni fossero affiliati a una setta di adoratori del diavolo. I cadaveri erano inoltre stati smembrati, e i resti utilizzati, presumibilmente, per l'esecuzione di riti satanici. Una delle piste che la polizia seguiva a proposito del mostro (ora ribattezzato Frankenstein), era appunto quella della setta satanica: si pensava che gli omicidi e i riti nei cimiteri fossero in qualche modo collegati fra loro. Attraverso certi suoi metodi d'indagine top secret, Stella era venuta a sapere che la setta aveva il suo quartier generale a bordo del famoso barcone. Si era precipitata sul posto e aveva chiamato Trotta al telefono. Lui le aveva intimato di restare in attesa lungo l'Alzaia: sarebbe arrivato subito. Ma Stella non gli aveva dato ascolto, ed era andata sola ad affrontare il presunto Frankenstein. «E cos'è accaduto, sul barcone?» chiese Mariarita. «Niente» disse Stella con un'alzata di spalle, e sembrò delusa dallo stesso suono di quel "niente". «Niente?» ripeté Mariarita. «Non era lui».

Il tipo sul barcone, aggiunse Trotta, era il capo di una banda di balordi di quartiere che avevano deciso, per ammazzare la noia del sabato sera, di celebrare messe nere nei cimiteri. Facendo parlare lui, la polizia era presto arrivata anche agli altri. Gli otto satanisti, perché erano in otto come i cavalieri della tavola rotonda (quando mancava Lancillotto, non erano in otto), tutti minorenni, figli di artigiani e commercianti, a parte uno, che era figlio di un commercialista, non c'entravano per niente con i delitti di Frankenstein. Così Stella, che aveva creduto di aver preso un mostro, si era ritrovata con un comunissimo satanista dilettante. «Ho capito subito che non era lui» disse Stella. Era andata alla finestra, e stava cercando di ripulire con il dito uno dei vetri, per guardare fuori. «L'ho sentito». «Intuito femminile» commentò Trotta sottovoce, con una certa ironia. «Lei voleva incontrare Frankenstein?» chiese Mariarita a Stella, che si voltò con una specie di mezza piroetta da ballerina, sorrise a labbra chiuse, e scosse la testa in segno di assenso. «Affermativo». «Ed è rimasta delusa di non averlo incontrato?» «Affermativo». «E il camionista di cui parlavate, che l'ha quasi ammazzata?» «Aveva strangolato cinque donne». «Quello non l'ha... delusa?» Stella scoppiò a ridere. Mariarita cominciava a fare l'abitudine a quella risata, e non la trovò più tanto strana. Anche Trotta rise, a piccoli sbuffi intervallati da un suono chioccio. «Si è fatta dare un passaggio da lui, questa matta» disse. «Quando ci siamo trovati su un'area di sosta della strada Rivoltana» disse Stella «ha spento il motore, si è voltato verso di me, come uno che dice: "Dunque..." e sta per cominciare un discorso. Ho capito subito che stava per aggredirmi. Un attimo sospeso, una sensazione unica. Ha mai provato a immaginare cosa si prova in una situazione simile? Le donne che vengono

uccise da un maniaco non tornano indietro a raccontarlo, perciò è come fare l'esperienza della morte, un salto nel buio, qualcosa che non può essere comunicato... Significa vivere in prima persona quello che si legge sui giornali, che si pensa debba capitare sempre alle altre... E... insomma, avevo la pistola, ho tentato di spianargliela in faccia, ma mi ero incantata a guardarlo un secondo di troppo... Mi ha fatto volare via la pistola di mano... Ho sentito le sue mani sul collo... A quel punto, ho veramente rischiato di morire... Poi è andata come nei film... annaspando con la mano, ho trovato un oggetto, una bomboletta spray, l'ho colpito con quella, alla testa... Gli ho tirato un calcio... Abbiamo lottato, poi è diventato tutto confuso... Non so come, sono riuscita a scendere dal camion. Lui mi ha inseguita. C'era molta nebbia, e stava sorgendo il sole. Ho cominciato a correre lungo la statale, e lui mi inseguiva, mi inseguiva... proprio come negli incubi...». Mentre parlava, o meglio, evocava, Stella aveva sempre quel suo risolino matto, e un'espressione ipnotizzata... quell'espressione quasi spirituale dei maniaci quando danno sfogo ai loro impulsi bestiali. Stava voltata di profilo, e strofinava macchinalmente il vetro della finestra con un lato della mano, di taglio, sempre ostinata nel voler guardare fuori. Così, è questo che le piace? pensò Mariarita. Dare la caccia ai mostri, attirarli fuori dalla tana, sfidarli, e farsi inseguire da loro? «E poi?» chiese Mariarita. «Sono arrivati i nostri?» «No, è arrivato un automobilista che l'ha raccolta» disse Trotta. «In seguito lei ci ha permesso di incastrare il camionista. Nome, indirizzo, telefono, numero di targa del camion. Bisogna renderle giustizia: è una collaboratrice preziosa. Ci ha dato spesso una mano, in quei casi in cui c'era modo di impiegare al meglio il suo penchant». L'ispettore aveva usato proprio questa parola, "penchant": una parola moderna, da rivista patinata. «Un penchant per... gli assassini?» domandò Mariarita, dan-

do un'intonazione fortemente interrogativa alle sillabe che componevano la parola "assassini". Stella ora sembrava disgustata da quello che era riuscita a vedere oltre il vetro. Con imbarazzo, si accorse di avere la mano sporca di fuliggine. Se la strofinò con il palmo dell'altra mano. Registrò in ritardo la domanda di Mariarita, sollevò appena gli angoli delle labbra in un sorrisetto triste, e allargò le braccia come a dire: non dipende da me. «Ma come ha fatto» le chiese Mariarita «ad arrivare al camionista, e anche a quell'altro... sul barcone?» «Ah... un giorno, forse, le racconterò tutto...». disse Stella, improvvisamente poco loquace. «Scusatemi» e se ne andò. Mariarita e l'ispettore rimasero a guardarsi per un po' in silenzio. Lui, facendo perno su un piede, si dondolava da un lato e dall'altro sul sedile girevole, come un pendolo, e intanto si passava l'indice sul naso. «Tornando al racconto... Lei dice che è rimasto durante gli ultimi cinquant'anni sepolto in una libreria antiquaria». «Sì. Lo dico». «Uh uhm» annuì Trotta, pensieroso. «Dove si trova adesso, il manoscritto originale?» «Lo conservo in banca, in una cassetta di sicurezza». «Quando lo ha acquistato dal libraio?» «Lo scorso autunno... sei, sette mesi fa». «E quando lo ha diffuso in rete?» «Da circa... cinque mesi». «L'assassino ha cominciato a uccidere cinque mesi fa. Sa, per tutto questo tempo ho continuato a domandarmi se non poteva esserci una qualche forma di relazione fra il racconto e i delitti». «Che tipo di relazione?» «Oh... un pazzo naviga in Internet, si imbatte in una storia che parla di donne fatte a pezzi, e ne viene in qualche modo ispirato... I tempi, a quanto mi dice, collimano». Mariarita reagì con una certa veemenza: quel genere di di-

scorsi la mandavano su tutte le furie. « No, no, no! Se la mette su questo piano, non ci sto. Le storie non ispirano nessuno, caso mai vengono ispirate. Le realtà virtuali, i libri, i film non producono gli assassini!» L'ispettore alzò le braccia in segno di resa, stirandole e tendendo le punte delle dita più in alto possibile. «Non si arrabbi, era solo un'ipotesi» disse ostentando un'esagerata paura, poi si alzò e le tese la mano. «Se le viene in mente qualcosa di utile, mi telefoni». Il colloquio era terminato. Mentre percorreva il corridoio diretta verso l'uscita, Mariarita ripassò davanti alla stanza in cui aveva aspettato prima, e vide nuovamente Stella del Fante, in compagnia di due uomini che avevano l'aria di conoscerla molto bene. Non afferrò i loro discorsi, ma riconobbe il tono: di mellifluo antagonismo e scherzosa provocazione, quale si crea spesso fra colleghi di lavoro di sessi diversi. I poliziotti le stavano facendo una ramanzina: oscure allusioni, in bilico fra lo sfottente e lo scandalizzato, sul penchant di lei. Stella sembrava prendere gusto alla lotta verbale, come una che sa di essere la più forte. Quasi avesse un paio d'occhi dietro la nuca, intercettò il passaggio di Mariarita, e la raggiunse. «Aspetti» le disse, mettendole una mano sulla spalla. «Non se la prenda, per Angelo». «Chi è Angelo?» «L'ispettore Trotta. Ha la psicosi di Internet da quando i pedofili hanno cominciato ad adescare bambini attraverso la rete. Vede la lunga mano del mostro» e mimò l'atto della mano che esce dallo schermo del computer «che rapisce i bambini nella realtà virtuale». Stella si frugò nelle tasche del giubbotto, poi in una tasca interna. Ne pescò un biglietto da visita, che le porse. «Mi chiami» disse, anzi ordinò. «L'avverto però che non sono un'assassina» non poté trattenersi dal dire Mariarita.

Stella rise, come fosse stata la cosa più divertente del mondo. «Mi chiami lo stesso». Mariarita guardò Stella tornare dai due uomini, con l'aria di andare a chiudere una partita. Ripose il biglietto da visita in borsa, senza guardarlo. Non aveva nessuna intenzione di chiamarla. Lo desiderava, ma c'era il solito blocco di letargia emotiva, pudore e pregiudizio che si metteva di mezzo, a ogni inizio di un nuovo rapporto umano. Sarebbe dunque più esatto dire che credeva di non avere nessuna intenzione di chiamarla. Pensava anzi che non l'avrebbe più rivista.

Stella e il gioco dell'uomo nero D

a bambina, Stella giocava con il padre Ruggero (detto Roger) del Fante, appassionato giocatore, lunghe e accanite partite a carte: briscola, ramino, poker, rubamazzo. Aveva imparato a eseguire semplici giochi di prestigio, e a mescolare quasi come i giocatori dei film, quasi come i croupier dei casino. Nei pomeriggi dopo la scuola, si dedicava a eterni solitari, quasi in trance, come al volante: mentre le carte andavano da sole a collocarsi al loro posto, lei si abbandonava ai suoi sogni. Le piacevano le carte: la disposizione dei semi, i colori, le forme, le figure. Amava l'essenzialità geometrica dei quadri, la rotondità carnale dei cuori, la grazia stilizzata dei fiori, le punte delle picche acuminate, pronte a ferire. Comprendeva il valore dell'asso, unico e isolato. E amava i tre personaggi, il fante la donna e il re, tre per ogni seme di carte, perché venivano da un mondo feudale ormai tramontato e perché le evocavano l'idea di un oscuro e implacabile conflitto nascosto tra valori, immagini, mondi e significati. Quando arrivavano gli amici del padre per giocare a poker, facevano tutti insieme una partita con la bambina, per intrattenerla e divertirla prima di mandarla a letto, e il gioco era quasi sempre quello dell'uomo nero: fra tutti i giochi di carte, quello l'aveva sempre turbata di più, le avrebbe lasciato il segno, avrebbe acquistato nella sua esistenza un forte significato di psicodramma simbolico. Il gioco dell'uomo nero fa paura, perché somiglia alla vita stessa: il caso sembra essere l'unica

regola, e non ci sono vincitori, né vincenti, ma soltanto nonvincenti che riescono a evitare la sfortuna, e un perdente non colpevole di esserlo. Si scartano dal mazzo tutti i fanti tranne quello di picche, che è appunto l'uomo nero. Si distribuiscono le carte fra tutti i giocatori e ciascuno, a turno e a rotazione, pesca una carta dal mazzetto del vicino. Chi ha l'uomo nero può sperare di liberarsene facendolo pescare a chi gli siede accanto; chi lo pesca può solo cercare di liberarsene a sua volta. I giocatori eliminano di volta in volta le carte uguali dello stesso colore; solo dell'uomo nero è impossibile disfarsi. Perde il giocatore che rimane, eliminate tutte le altre carte, con l'ultima e unica carta dell'uomo nero in mano, e paga pegno. L'uomo nero è perciò l'imprevisto letale, la sventura che ci si augura tocchi sempre ad altri e non a noi: passa di mano in mano e infine, capricciosamente, si ferma: è la malasorte, la disgrazia che colpisce l'innocente, tutto ciò che non vogliamo, che scongiuriamo, che preghiamo ci venga risparmiato. Ma, per Stella, la carta dell'uomo nero aveva anche un significato erotico, inscritto nel sistema della trinità delle figure. Il re era un'autorità distante, vagamente benevola, a volte punitiva: suo padre. La donna, era lei stessa. E il fante, o Jack (come Jack lo squartatore), era... sì, era l'amante: l'amante criminale, se il segno era picche. Quando perdeva una partita all'uomo nero, Stella restava per ore in preda a una cupa sensazione di minaccia che era quasi desiderio; si sentiva accompagnata, seguita dall'uomo nero, lo indovinava nei rumori lontani di casa, negli angoli creati dalle pieghe dei tendaggi e dalle forme dei mobili, nel buio e nel silenzio che le crescevano intorno, dopo che avevano spento la luce; lo avvertiva con una tale potenza, una tale ineluttabilità, che lo avrebbe invocato solo per farla finita. Quando vinceva, se si poteva dire vincere, l'euforia dello scampato pericolo era intrisa da una specie di sottile dispiacere, come se l'uomo nero le mancasse: avrebbe preferito forse una notte con lui, a una notte vuota d'ogni paura.

Nella sua alchimia di superstizioni infantili, Stella era convinta che esistesse un solo talismano contro l'uomo nero, e questo talismano era la donna nera, la donna di picche. Il giorno dopo aver perso una partita all'uomo nero, Stella portava con sé per tutto il giorno la carta della donna di picche, per tener lontano il male. Quando stava per compiere ventidue anni, e suo padre era ricoverato in clinica per problemi di cuore, aveva giocato con lui un'ultima partita all'uomo nero, e aveva perso. Il giorno dopo, suo padre era morto. A Stella non era sembrato per nulla paradossale che suo padre, pur avendo vinto, fosse morto: lui se n'era andato, e lei era rimasta in compagnia dell'uomo nero. Ormai era cresciuta, e un innocuo (ma era davvero innocuo?) gioco di carte non la sconvolgeva più. Ma l'uomo nero non si separò mai dal significato che aveva avuto in origine per lei, per quanto, con il tempo, avesse imparato a mantenere quel turbamento sotto controllo, addomesticarlo con l'ironia, conviverci. L'uomo nero era l'erotismo e il pericolo. Era l'incognita rappresentata dall'uomo cattivo, l'uomo che uccide le donne. Era l'attrazione dell'ignoto e del diverso, il dolore che sconfina nel piacere, il languore e la passione, il serpente che chiude il cerchio riunendo tutto e il suo contrario. Era la sua sessualità, e il mistero della sessualità maschile. Stella lo temeva e lo desiderava, e avrebbe voluto penetrare l'abisso di quel mistero. L'uomo nero viene di notte, si confonde con il colore della notte, e ha una lama acuminata con cui può lacerare, distruggere, togliere la vita. Per affrontarlo, occorre essere la donna del suo stesso segno. Nera come lui. A quindici anni, l'età in cui le altre sbavano per i leader delle band musicali, Stella si era innamorata del capo carismatico di una setta di maniaci religiosi assassini. Tutto, nella carriera di Satana Manson, sembrava fatto per affascinare Stella, dall'infanzia infelice di figlio indesiderato di

una puttana, al sogno di riscatto attraverso la musica rock e al periodo come suonatore e compositore on the road sulle strade della California culminato nell'incontro con Dennis Wilson, il fratello più pazzo dei tre pazzi Beach Boys. E poi le orge a base di sesso e droghe psichedeliche, il fallimento della carriera di musicista (viene da pensare al fiasco di Hitler come pittore) e, infine, il 9 agosto 1969, il massacro in cui perde la vita Sharon Tate. Certe carriere di assassini hanno tutta la fatalità, la perfezione, l'impatto mitico e il valore emblematico di una grande tragedia umana. La storia di Satana Manson era bella, come può essere bella la canzone della gioventù di una vita. E certi delitti, come certi libri, quadri, o film, sono in grado di parlare all'umanità. L'infatuazione per Charlie Manson era durata a lungo, fino all'esame di maturità e oltre. Stella conservava nel suo diario, insieme alla carta dell'uomo nero, una foto di lui che aveva ritagliato da un rotocalco illustrato (i giornali scandalistici, negli anni settanta, continuavano a occuparsi di Roman Polanski e dell'assassinio di sua moglie). Nell'ultimo anno di liceo Stella aveva cambiato tre compagne di banco: il motivo di tanti trasferimenti e rotture di amicizie era dovuto al fatto che tutte le sue colleghe stavano perdendo la verginità, come fosse un'epidemia o il tempo in cui cadono i cachi dai rami, e lei, ancora vergine, non sapeva più come giustificarsi. Le compagne di scuola le narravano dettagliatamente accidenti e circostanze dei loro primi rapporti sessuali, e lei non aveva nulla da raccontare. Loro avevano da esibire regali, lettere e biglietti ricevuti dai fidanzati, e lei non aveva niente. Loro avevano le foto degli sverginatori, e lei aveva la foto di Satana Manson. Una volta l'aveva mostrata, quella foto, a tre amiche, durante l'ora di ricreazione, nei cessi, sotto una scritta che diceva: "Mirco lo prende nel culo" (Stella la ricorda ancora dopo oltre quindici anni, chissà perché). «È carino» aveva detto la prima ragazza, masticando la sua

merendina di pandispagna farcita alla marmellata d'arancia. Charlie aveva un viso da hippy indemoniato, con una folta capigliatura lunga e scura divisa da una scriminatura centrale, baffi e barbetta, sopracciglia nere ben delineate. Naso dritto, guance scavate e pallide, occhi neri, sgranati, intenti a contemplare una qualche visione paurosamente meravigliosa, accessibile a lui soltanto. Una figura di santo del male, un Cristo di segno negativo. «Ehi, Stella, ma qui dietro c'è un pezzo della faccia di Celentano!» aveva aggiunto la seconda ragazza, che si stava accendendo una Camel usando la brace della sigaretta della terza. «L'hai presa da una rivista, questa fotografia?» «Sì» aveva detto Stella. «Cioè no. Quando gli ho chiesto una foto sua, lui non ne aveva, e allora mi ha dato la rivista...». «Allora è uno famoso!» «Sì, ecco, ha... ha inciso un disco...». La terza ragazza articolò silenziosamente con le labbra le parole: «Un disco, caaazzooo!» «Un ellepì? Come si intitola?» «Soltanto una canzone. Cease to exist». «Strano titolo» aveva commentato la prima ragazza, che non sembrava veramente interessata all'aspetto artistico della personalità di lui. Neppure le altre due lo erano, del resto. «Lo hanno cambiato in Cease to resist». «Lui è straniero?» «Americano». Intanto la foto passava di mano in mano, sgualcendosi, ungendosi di crema di merendina. «Come lo hai conosciuto? Stella, racconta!» «A casa di una mia amica americana». «Avete scopato?» «No... È tornato in America...». «Perché non avete scopato prima che tornasse in America?» La campanella della ripresa delle lezioni aveva salvato Stella da ulteriori spiegazioni e precisazioni. L'onta di non aver sco-

pato era compensata dal fatto che lui fosse americano e famoso, e per qualche tempo Stella si era portata dietro un'aura di arcano e strambo prestigio. Stella non si era mai masturbata fantasticando di scopare Charlie Manson; non aveva l'abitudine di masturbarsi spesso e, quando lo faceva, lo faceva come un esercizio ginnico, un puro espediente per scaricare le sue tensioni (ma quali?), senza pensare a nulla. Passava delle mezz'ore, però, a volte più di un'ora, perduta in sogni a occhi aperti che ripercorrevano le carriere criminali dei suoi assassini preferiti, immaginando di volta in volta di essere il carnefice, le vittime, o le persone della loro cerchia più intima, o i detective e i giudici che li avevano presi e condannati. Era un film mentale in cui lei si immedesimava in tutti i personaggi, e interpretava tutti i ruoli: alla fine, un'altra tecnica di autoerotismo. Stella non ignorava che questa colata lavica di fantasie aveva origine da un vulcano che si alimentava della sua sessualità, e per qualche tempo aveva temuto di far parte della casta dei condannati a non poter condurre una vita sessuale alla luce del sole. Una mattina, svegliandosi, Stella era stata attraversata dalla consapevolezza di essere una pervertita, e si era rifiutata di alzarsi per andare a scuola. Una pervertita non va a scuola, e nemmeno al cinema, a ballare; non ha amici, né famiglia... non esiste neppure. Perciò, doveva rendere evidente la propria non esistenza; voleva restare per sempre sotto le lenzuola, e che non la cercassero, si dimenticassero di lei. A suo padre aveva detto di sentirsi depressa (una figlia non può dire a un padre di essere una pervertita). Era cominciata così una stupida, estenuante serie di visite a neurologi, psicologi, specialisti assortiti. Con loro, a porte chiuse, si era sforzata di confessare ed esporre minuziosamente la sua devianza. Di questo periodo dei suoi diciassette anni, Stella conserva il ricordo dei nomi di alcuni psicofarmaci, e di alcuni lapidari e acuti commenti dei medici, che sintetizzano tutta la sua espe-

rienza della perversione: «Non è possibile che una ragazza giovane e sana abbia simili pensieri per la testa» (neurologo sui sessanta, capelli grigio ferro e una brutta faccia da prete senza vocazione). «Lei non può dire di essere una pervertita sessuale, solo io, eventualmente, formulerò una diagnosi in questo senso!» (giovane professionista, occhi scialbi e malvagi e mani esangui quasi femminili). «Non ho conoscenze specifiche in questo campo, la mando da un collega» (medico grasso e gioviale, occhiali dalla montatura metallica). «È quasi Natale, ne riparliamo dopo le vacanze» (il collega da cui l'aveva mandata il precedente). «Se sei un po' nervosa, leggi Topolino!» (infermiera nell'anticamera di uno dei tanti, che l'aveva vista molto tesa). «Quando incontrerai l'uomo giusto, farai l'amore, e tutto andrà a posto» (casalinga con laurea in nonsisacosa, che esercitava come psicologa).

Stella aveva finito per seguire il consiglio dell'ultima, più che per mettere le cose a posto (le cose non si fanno mai mettere a posto con una scopata), per verificare se il suo indecente penchant per gli assassini interferiva o no con le altre e più tradizionali forme di attività sessuale. Si era sbarazzata della verginità a vent'anni, con un compagno di studi attualmente avvocato, sposato e padre di due bambini. Lo aveva fatto in campagna (ambiente naturale, molto adatto ai perversi), su un fuoristrada, e non aveva goduto granché. Ma, proprio per quello, si era rassicurata, accorgendosi con sollievo che il suo non godere era la normale frigidità di una donna eccitata alle prese con un uomo goffo, frettoloso e mezzo incapace. Dopo, Stella aveva pianto. Era sempre una pervertita, ma una pervertita che può vivere come gli altri. Ma il momento in cui è veramente uscita dal tunnel, è stato

qualche anno fa, in palestra, mentre stava allenandosi alla macchina per i pettorali. Due culturisti, un maschio e una femmina, chiacchieravano durante una sosta fra un esercizio e l'altro, e lei aveva chiesto a lui: «Qual è la tua perversione?». Per Stella era stata un'illuminazione. Allora le perversioni esistono! Potevano essere addirittura comunicate. Stella era libera. Aveva continuato a frequentare psicologi e analisti, sempre in aperta polemica con loro: non per guarire, ma perché voleva capire l'origine e le cause della sua mania. Alla passione per Charlie Manson ne erano succedute altre, nel corso degli anni, a mano a mano che le società occidentali erano state in grado di produrre modelli di mostri sempre più sofisticati e dotati di funzioni multiple, come i telefoni e i computer.

L'ultimo, in ordine di tempo, era stato Jeffrey Dahmer, il mostro di Milwaukee, della serie: Nessuno può vivere senza un mostro nascosto in qualche buio sottosuolo dell'anima. Jeffrey aveva ucciso e divorato diciassette uomini, in un condominio di cinquanta appartamenti, senza che nessuno si accorgesse di nulla. Giovane, biondo, delicato, e tanto dolce: lavorava in una fabbrica di cioccolata. Per niente pazzo (usava sempre il preservativo per violentare i morti, in tempi di aids non si sa mai). Stella se lo godeva perché era talmente estremo da sembrare non vero, sfumato nella fiction più sfrenata, fasullo come la violenza nei film di kung fu degli anni settanta. Ne ricavava un'emozione colpevole, che tuttavia sentiva in un certo modo necessaria. Quando lui era morto, il 28 novembre 1994, ucciso in carcere dai criminali comuni che lo avevano condannato a morte, come una quindicenne infoiata aveva composto una poesia su di lui:

In morte di Jeffrey Dahmer

Eri innocente quando mangiavi il cuore del tuo amante. Angelo delle tenebre in quale cielo sei adesso in quale cielo è il tuo assassino? Truffare stuprare rapinare ammazzare (se non si è troppo morbosi!) va bene non va bene inculare i cadaveri dipingere crani con la vernice d'argento. Piccoli cattivi uccidono Grandi Mostri.

Erano versi così tremendi, così paurosamente scadenti, che per una volta Stella era tornata alla sua antica convinzione: la mania che glieli ispirava necessitava di massicce e ininterrotte cure psichiatriche. Con "angelo delle tenebre in quale cielo sei adesso" aveva veramente toccato il fondo. In seguito, era diventata più indulgente con se stessa: everybody needs somebody, tutti devono avere qualcuno, qualcosa di cui fantasticare, un mito, un rito, un film mentale, un trippaccio, un viaggio nella favola. Almeno due generazioni di uomini italiani hanno avuto Tex Willer, Toro Seduto, Pat Garret e Billy the Kid. Gli intellettuali di sinistra Che Guevara. Le femministe Virginia Woolf e Vita Sackville-West. I tifosi di calcio Diego Armando Maradona. Lei avrà pur potuto permettersi Jeffrey Dahmer! Quando si era ritrovata erede dell'agenzia investigativa del padre (che allora si chiamava Spy), e provvista di sufficiente denaro per poter avere la sensazione che il denaro non fosse

importante, Stella si era completamente abbandonata alla scelta che le sue oscure pulsioni e propensioni avevano fatto per lei. Non avendo bisogno di lavorare per vivere, non si sarebbe mai occupata degli affari in cui l'agenzia era specializzata: prevenzione dello spionaggio industriale, indagini immobiliari, recupero crediti. Dopo la morte di Roger del Fante, la Spy era stata mandata avanti da Alberto, il dipendente più anziano, mentre Stella era ancora all'università e si dedicava ai suoi studi in criminologia. Dopo la laurea in legge, Stella era stata a capo dell'agenzia per alcuni anni, per impratichirsi del mestiere; in seguito aveva liquidato gli affari in corso, mandato in pensione Alberto e un paio di dipendenti anziani e collocato vantaggiosamente presso altre agenzie i più giovani. Rimasta unica investigatrice titolare, aveva trattenuto soltanto, nel ruolo di segretaria personale, Patrizia, chiamata in famiglia e dal resto del mondo Pa', come i padri negli anni sessanta (la madre era Ma'), quando i genitori e quelli in generale sopra i quaranta erano i "matusa". Pa' aveva quasi quarantacinque anni, e un'aria che Mariarita avrebbe definito "da spot di un detersivo": cioè di una che non sopporta di avere una macchia sulla giacca, e se ce l'ha si precipita a smacchiarla con lo spray, o a lavarla a mano o in lavatrice, e poi fa un bel sorriso disteso e radioso quando la macchia è andata via: l'ordine è ristabilito, la terra ha ripreso a girare intorno al sole, e James Bond ha salvato il pianeta. Nell'immagine che dava di sé, sembrava che Pa' badasse a neutralizzare ogni eccesso e ogni modello. Il viso era non bello e non brutto, con capelli ricci e bruni permanentati tagliati all'altezza delle orecchie, occhi castani e un po' sporgenti dietro gli occhiali da astigmatica, labbra troppo sottili rispetto al naso che vi cadeva sopra a strapiombo; il corpo, non magro e non grasso, era celato sotto abiti che parevano studiati appositamente per non rivelarlo. Pa' vestiva come un'insegnante racchia di media inferiore: portava pantaloni larghi e cardigan, vestitoni premaman, foulard al collo annodati come se soffrisse

di raucedine, oppure gonne al ginocchio, tacchi bassi e calze collant a brutti colori, come il granata, il blu spento o il verde bottiglia. Era schizzinosa; non amava, oltre alle macchie, i resoconti di fatti di sangue, i film adrenalinici, gli effetti speciali di smembramenti: cosa che rendeva alquanto misterioso il fatto che fosse comunque finita a lavorare con una come Stella. Aveva una voce flautata, e modi garbati da geisha stesi come una fragile pellicola su un temperamento nervoso, irritabile, un po' stizzoso. Piaceva a Stella il contrasto formato fra l'aspetto iperfemminile di Pa' e il suo nome da maschio: Pa' era un daddy da commedia americana, o un rude cowboy che insegna a sparare e lanciare il lazo ai pivelli, e ascolta canzoni folk intorno al fuoco, con la mandria che muggisce sparsa per la prateria. Pa' aveva una relazione con un uomo sposato che durava da più di dieci anni, forse dodici. Pa', che è tipo da ricordare tutti gli anniversari, anche quelli dei cani e dei gatti, saprebbe dire al lettore pignolo l'ora, il giorno, il mese e l'anno in cui si è innamorata, ma Stella, che invece è il tipo che scorda tutti gli anniversari, compreso il suo, non lo sa. Questo legame era costante nel tempo, consolidato, abitudinario, appiccicoso come un vero matrimonio. Aveva orari, regole, canzoni del cuore, lessico di un vero matrimonio. Segretamente, Stella aveva soprannominato Pa' (quest'ultima sarebbe andata su tutte le furie, se lo avesse saputo) la Seconda moglie. La prima moglie ignorava l'esistenza di Pa', cosa che non mancava mai di riempire Stella di un enorme stupore, considerando la durata della relazione adulterina, e gli ampi spazi e obblighi che la Seconda moglie imponeva al suo lui: Pa' esigeva due notti alla settimana, un weekend su tre, e l'accompagnamento in un viaggio di lavoro su quattro. Tutto questo doveva richiedere all'uomo sposato, se non altro, una montagna di bugie, scuse, raggiri e balle da raccontare. Com'era possibile che la prima moglie, per dieci o dodici anni, non avesse mai avuto il minimo sospetto?

Pa', invece, da parte sua, era sospettosissima. Era gelosa non solo della prima moglie, ma anche della segretaria di lui, delle due cognate, della cugina, e di tutte le altre donne: non solo quelle che l'uomo sposato conosceva, ma anche quelle che avrebbe potuto conoscere. Pa' aveva comunque sempre mantenuto sotto sorveglianza il suo lui per mezzo dell'agenzia (a tutt'oggi Stella deve, per amicizia, farle un rapporto quindicinale sui movimenti e incontri dell'uomo sposato). Pa' si serviva anche dei collaboratori esterni, soprattutto quelli di sesso maschile, per effettuare controlli estemporanei a sorpresa: occorreva verificare se l'uomo sposato era a casa quando dichiarava che vi sarebbe stato; in quel caso, la prima moglie non si sarebbe allarmata se lo avesse cercato un uomo. Finora tutto bene. Di recente, però, era scoppiato il dramma: l'uomo sposato si stava facendo una terza moglie. Era successo in seguito a un suo considerevole avanzamento di carriera all'interno della grossa azienda dolciaria in cui lavorava. Quando, dieci o dodici anni prima, aveva conosciuto Pa', era rappresentante di commercio e girava l'Italia vendendo cioccolata; dopo essere diventato dirigente interno si era messo con lei. Ora che era stato nominato direttore delle vendite, aveva cominciato una storia con una ventiduenne disoccupata di buona famiglia, levigata come una top model e fresca come un fiore. Sembrava che fosse in trattative per l'acquisto di un nuovo appartamento, come del resto aveva fatto per Pa' dieci o dodici anni prima: a ogni promozione, a ogni aumento di reddito, una nuova casa, con dentro una nuova donna. Stella ne era dispiaciuta, irritata e anche affascinata: le pareva di vivere in uno di quei romanzi cinesi che trattano di intrighi e veleni negli harem dei gran signori, fra mogli principali, mogli secondarie, concubine, ancelle, schiave e vecchie balie. Pa' soffriva; era doppiamente frustrata, nei suoi sentimenti calpestati e nella maternità: il suo lui, dopo aver fatto due figli nella prima famiglia, sembrava non desiderarne altri nelle famiglie aggiunte. Lei gli aveva dato i suoi anni migliori, e

quell'uomo le aveva tolto la possibilità di diventare madre, un po' come se le avesse bloccato un meccanismo interno a orologeria, o l'avesse rinchiusa in una sala d'attesa, a languire per tutto il tempo della fertilità senza possibilità di uscita. Unica consolazione a tanta amarezza, la cioccolata che l'uomo sposato le elargiva (quella sì!) con smodata generosità. Negli uffici dell'agenzia non mancavano mai i cioccolatini assortiti a tutti i gusti, le tavolette di fondente e al latte, le uova di Pasqua, e persino le scarpette della Befana. Stella pensava a Jeffrey Dahmer, che miscelava la cioccolata di giorno e la carne umana di notte. Avendo i gusti di Stella sempre interferito con le relazioni femminili (le donne non si fidano di una donna che è attratta dagli assassini), possiamo affermare con sicurezza che Pa' era una delle sole tre amiche che avesse al mondo. Pa' prendeva i gusti eccentrici di Stella e il suo strano modo di divertirsi con una specie di materna indulgenza, un po' sconcertata ma non superiore, non perfida, e Stella gliene era veramente grata. «Sei pazza, sei pazza, te lo dico io» diceva sempre Pa', ma il suo tono non era di commiserazione, quanto piuttosto di ammirazione, quel tipo di ammirazione che si prova per i tipi che sfidano ogni sorta di pericoli per battere un primato, violare un tabù o esplorare l'altra faccia della luna. Il lettore di buon senso può credere che non li imiterebbe mai: ma chi, per una volta, e a patto di non riportare troppi danni, non vorrebbe entrare nella loro pelle? Forse, l'attrazione che Pa' provava per la sua principale era l'altra faccia del suo carattere inibito e perbene: come se Stella fosse stata lo spirito incarnato di tutti i resoconti dei fatti di sangue, film adrenalinici ed effetti speciali di smembramenti, che, cacciato dalla porta, rientrava dalla finestra per alleggerire di un po' di noia la sua vita. E Stella, cresciuta senza madre dal vedovo Roger del Fante, in un ambiente di investigatori e giocatori di poker, trovava in Pa' il calore, la tranquillità domestica, e quella dolcezza insidiosa che è tipica delle sostitute

mamme. Pa' era affidabile, efficiente, fedele. Aveva lavorato insieme a Stella per quasi due anni sul caso del camionista violentatore e strangolatore («Sei pazza, sei pazza, te lo dico io»), le era rimasta vicina, malgrado tutta la storia le ispirasse un sacro terrore («Devo essere pazza anch'io a lasciartelo fare, devo essere pazza anch'io a darti retta»), quasi fino alla fine. Stella non avrebbe più saputo fare a meno di quel suo "Sei pazza, sei pazza, te lo dico io".

Le tre stanze dell'agenzia si trovavano all'ultimo piano di un grande stabile d'epoca in via Moscova; Stella aveva affittato i rimanenti uffici uso abitazione, e riservato per sé l'appartamento di fronte. Stella e Pa' trascorrevano tutti i pomeriggi dei giorni lavorativi insieme (Pa' lavorava soltanto part time), in due uffici adiacenti, uniti da un breve corridoio a una sala d'attesa. Quest'ultima era gradevole, tinteggiata di un verde pallido con decorazioni a fili d'erba che inducevano una pace bucolica, e profonde poltrone in pelle che sembravano invitare a un amoroso abbraccio, priva di tutti quei depliant inutili e riviste vecchie di un anno che ingombrano ogni sala d'aspetto. L'ufficio di Pa' rifletteva la personalità di lei: aveva un che di casalingo, di donna precisa, ordinata, che smacchia, lucida e passa le serate in pantofole, mangiando solo uno yogurt per mantenere la linea; era un bazar di quelle che Stella chiamava "le cose di Pa"": piccole piante grasse, piante ad alto fusto, lavori a maglia appena cominciati o quasi finiti, lavori all'uncinetto, romanzi Harmony, bomboniere dei matrimoni di parenti e amiche, cestini pieni di cianfrusaglie, composizioni di fiori secchi, tazzine da caffè, scarpe di ricambio, una collezione di penne (fra le quali una ripiena di un liquido dentro il quale scorreva su e giù un minuscolo palombaro), un riccio spaccato con castagne e un soprammobile a forma di oca che guarda in basso, oltre l'orlo della scrivania.

L'ufficio di Stella era l'ex ufficio di Roger del Fante, pieno di memorie di lui, dei suoi diplomi e attestati e trofei, delle foto sue e dei suoi amici e dei poliziotti e magistrati con cui aveva lavorato, dei ritagli di giornale incorniciati che attestavano le imprese portate a termine con successo, o riportavano le sue interviste. Stella aveva lasciato tutto com'era: i mobili di noce, la scrivania con il ripiano di cristallo, il portamatite, il calendario, il fermacarte di granito a forma di falco, la stilografica con il pennino d'oro, il tagliacarte con l'impugnatura a elsa di spada, persino la scatola dei sigari, che di tanto in tanto fumava anche lei. In un cassetto, avvolto in un foglio di carta velina, Stella conservava l'ultimo sigaro fumato a metà da Roger, prima del suo ultimo ricovero in ospedale. Davanti a una grande finestra c'era una cicogna impagliata a cui gli occhi di vetro davano un'espressione tra il terrorizzato e l'aggressivo: da bambina, quand'era alta quanto la cicogna, era rimasta lunghe ore a fissarla credendola magica, e aspettandosi di vederla prendere vita e alzarsi in volo. A una parete, c'era un'enorme foto del padre detective che pareva sciogliersi in ombre e chiaroscuri, come un ritratto a olio di un maestro fiammingo del XVII secolo: vi si indovinava l'uomo che era stato in vita, corpulento, equilibrato, gaudente con una venatura di malinconia. Roger del Fante in carne e ossa occupava massicciamente lo spazio, ma con una specie di aerea grazia e, nella pacata lentezza dei suoi movimenti, c'era qualcosa di leggero. I suoi occhi, blu come quelli della figlia, riuscivano a essere intensi fino a sembrare scuri. I folti capelli e baffi neri (che sarebbero poi diventati di un bianco argenteo) e i tratti del volto lo facevano somigliare a uno scrittore latinoamericano, di quelli per cui le donne fanno la fila in libreria con i libri da autografare. Un'immagine ipervirile, da contadino che ha studiato, da saggio ruspante: per Stella bambina, l'uomo bianco che combatteva gli uomini neri. Piaceva a Stella, da piccola, vederlo come un personaggio dei film polizieschi americani anni cinquanta, con il cappello (anche se non lo portava

mai) e l'impermeabile (che portava solo raramente) dal bavero rialzato: rigorosamente in bianco e nero. Le piaceva immaginarlo in lunghe e inverosimili avventure da fumetto mentre, la notte, usciva a lottare contro l'uomo nero (che porta via i bambini). Ma c'erano anche altre fantasie, più torbidamente inquietanti, in cui la figura del padre e quella dell'uomo nero trascoloravano l'una nell'altra, in una confusione di tonalità. Un padre in bianco e nero, in cui il bianco e il nero si sciolgono e si mescolano, come nei chiaroscuri e nelle ombre di quella sua foto appesa al muro. Roger del Fante aveva molto amato la buona cucina, i vini, le pistole, i romanzi polizieschi classici, e le aspiranti attrici. Dopo che era rimasto vedovo, aveva avuto un certo numero di donne, aspiranti attrici di teatro, di cinema, di televisione, ciascuna delle quali Stella aveva chiamato non mamma, ma zia: tutte insieme, "le zie". Stella, per cui il padre era il centro del mondo affettivo, era stata solo moderatamente gelosa delle zie: nessuna durava a lungo. Stella supponeva che suo padre se ne stancasse perché, immancabilmente, non diventavano mai attrici, e si limitavano a rimanere aspiranti. A Roger piacevano i discorsi compiuti, i fatti compiuti: presumibilmente, anche le persone compiute. A causa dell'insolita educazione ricevuta, l'investigatrice privata non ha avuto modelli femminili (a parte le zie effimere) a cui conformarsi. Malgrado le sia mancata un'istruzione adeguata, si arrangia come può per "realizzarsi nel mondo del lavoro senza perdere la propria femminilità". In questo momento, è seduta alla sua scrivania: ha sfilato le scarpe, regolato all'indietro il sedile della poltrona, e alzato i piedi sulla scrivania. Le piace molto starsene così con i piedi all'aria, una caviglia sopra l'altra, in quella posa insolente, da dura. Sta per cominciare a leggere un dossier che riguarda Mariarita Fortis, frutto delle ricerche accurate e metodiche di Pa'. La segretaria di Stella è molto abile, quando si tratta di indagare sulle donne; sa raccogliere dati e informazioni dalle fonti più

disparate con la massima discrezione, con un aplomb da spia da film inglese, mentre, se deve indagare su uomini, pensa al suo rappresentante di cioccolata, si coinvolge emotivamente, e perde in obiettività e autocontrollo. Allora, cos'ha scoperto Pa' su Mariarita? Che svolge uno di quei lavori di cui non si sa nulla, e che quando te ne parlano, a una cena al ristorante o a un evento culturale o mondano, puoi solo dire, con un sorriso vuoto e un tono vago, che deve essere interessante. È interessante essere una specie di banca dati di un uomo politico cattocomunista? Stella se ne frega abbastanza dei partiti, e la vita politica italiana le appare più o meno come lo spettacolo del circo Orfei che ha visto a cinque anni (ha voluto una foto con il leone); quanto all'onorevole Malenotti, sembrerebbe uno dei pochi politici professionisti italiani a non essere un freak, a non presentare deformità fisiche, a esprimersi senza difetti di pronuncia (a parte quella evve che trascende il difetto stesso), o cadenze dialettali, o errori di sintassi. Pa' è stata brava: ha scoperto quello che fa Mariarita da una manicure di un centro estetico a Porto di Mare, che l'ha saputo dalla stessa Mariarita; in seguito, lavorando al computer (per mezzo dei programmi di ricerca degli indirizzi di posta elettronica), Pa' è arrivata all'agenzia romana di Mariarita e, spacciandosi per una neolaureata aspirante a un posto analogo, ha accumulato ulteriori dettagli. Sì, Pa' è proprio un fulmine, quando vuole. Nella settimana in cui Pa' l'ha tenuta sotto stretta sorveglianza, Mariarita ha incontrato solo due persone: una certa Consuelo Garzone, casalinga, sposata con un ingegnere, madre di un bambino di sette anni, e... (questo è decisamente più interessante) don Pio Mariani, sacerdote e teologo, negli anni settanta militante tra le file dei cristiani del dissenso, apertamente favorevole al divorzio, alle pratiche contraccettive e all'aborto, scomunicato e poi riammesso nella Chiesa, a tempo perso anche esorcista. Pure lui fa parte dello staff di Malenotti; si dice anzi che gli scriva i discorsi per gli interventi pubblici, le confe-

0042.jpg renze stampa e le campagne elettorali. Mariarita Fortis e Pio Mariani sono, pare, molto amici. Un'amicizia sofisticata, lunare. E il sesso? Quanto a quello, niente da segnalare. Non c'erano uomini, e neppure donne.

Intanto, a casa sua, mentre cercava nella borsa l'agenda elettronica, Mariarita ripescò il biglietto da visita di Stella. Subito non ricordò chi le avesse lasciato un biglietto da visita, poi lesse:

Stella del Fante AGENZIA BLACK JACK

Seguivano l'indirizzo, i numeri di telefono e fax. Ah, la detective. Mariarita voltò oziosamente il biglietto. Il retro, era interamente occupato dall'immagine di una carta da gioco, il fante di picche:

Nitido, lucido, nero, in rilievo su fondo bianco, un uomo giovane dal profilo ferino e romantico, armi affusolate simili ad alabarde. "Molto suggestivo, ma che cazzo significa?" si domandò Mariarita.

In tutti quegli anni, Stella non aveva mai avuto un vero cliente, perciò possiamo immaginare quale fu il suo stato d'animo quando, mentre Mariarita riponeva il biglietto da visita in un cassetto (insieme a quello di una ditta che analizzava i fumi delle caldaie a gas), Pa' entrò nel suo ufficio per annunciarne uno. Era un uomo con un'aria che Mariarita avrebbe definito "da spot di un olio di semi": sui cinquanta, brizzolato, un volto sotto le cui linee si indovinavano quelle più antiche del ragazzo di un tempo, maturato fino a indurirsi in alcuni punti e a cedere in altri. Fisico asciutto, denti candidi, una fitta rete di rughe intorno agli occhi. Poteva essere un professionista o un piccolo imprenditore, che si mantiene in forma con i soggiorni nelle beauty farm, grazie a uno stretto regime alimentare, e condendosi l'insalata con l'olio di semi. I suoi modi erano come lui: cordialmente sbrigativi, un po' secchi, da tipo che non ha mai sprecato un'ora, un minuto, un secondo del proprio tempo. «Ho conosciuto suo padre» esordì, serrandole la mano in una stretta ferrea. Dal modo in cui l'aveva detto, calcando sulla parola "padre" come se avesse un significato chiave, sembrava che si trattasse di una faccenda di padri e figlie. E infatti, lo svolgersi del colloquio successivo avrebbe confermato la sensazione di Stella. «Si accomodi». L'uomo sedette su una delle tre poltroncine di fronte alla scrivania. «Le dirò solo un nome: Amanda Giovannetti». Amanda Giovannetti era una delle vittime del Frankenstein, la seconda. Quindici anni, unica discendente di una famiglia di piccoli ma vitali imprenditori del varesino, seconda ginnasio in un istituto privato gestito da religiosi, lezioni di piano, lezioni di equitazione, niente discoteca, niente droga, niente sesso (forse). Una vita di una limpidezza abbagliante, da ragazza perbene di mezzo secolo fa. Era sparita un pomeriggio, mentre tornava a casa dopo essere stata a studiare da un'amica, nel

breve tragitto fra le due case. «Capisco. Lei è...». «... Sandro Giovannetti». Così, Stella aveva visto giusto: l'uomo che aveva davanti era anche lui un padre, e il padre di una figlia assassinata. Stella lo considerò con più attenzione: portava bene il dolore, come si portano bene gli anni. Non lo lasciava trasparire, se non forse da un certo cedimento delle guance, dal tono a scatti della voce, dalla durezza delle pupille, come prosciugate dall'interno. Doveva aver amato molto la sua Amanda, sia pure con il suo stile possessivo, bonariamente autoritario. Ci fu una pausa di imbarazzato silenzio. «Perché ha pensato di rivolgersi a me?» chiese Stella. «Come le dicevo, ho conosciuto il suo papà. Abbiamo fatto parte della stessa sezione dei Lyons, per qualche tempo. A dire la verità, non ci siamo mai frequentati in privato, ma... ho sempre sentito parlare molto bene di lui. Così, quando mi sono messo a cercare un'agenzia privata di investigazioni, mi sono ricordato di lui... cioè, della sua figlia ed erede». Figlia ed erede: suonava bene. Aveva qualcosa di faraonico, e anche del tipo dinastia di imprenditori lombardi. E che tenerezza, in quel "papà": aveva cercato di intenerire Stella, se stesso, o tutti e due? «Ho letto di lei sui giornali» continuò l'uomo. «A proposito della cattura di quel maniaco, quel tale che andava in giro con il camion a uccidere prostitute... È stato merito suo, non è vero?» «Non avrei mai voluto che il mio nome finisse sui giornali. Non intendevo farmi pubblicità». «Ma quel che conta è che è stato tutto merito suo. Me lo ha detto il questore, che è mio buon amico. La polizia non sapeva neppure da dove cominciare, e lei invece ha fatto le mosse giuste... Ascolti, io non mi fido della polizia... Non scommetterei un centesimo, sulla polizia. I poliziotti sono funzionari statali pigri, assenteisti e non sufficientemente motivati. Mentre una giovane investigatrice d'assalto, determinata, svelta, capace...».

Fra poco mi dirà che qualche volta le donne sanno svolgere lavori da uomini anche meglio degli uomini, pensò Stella. Fa parte del suo copione. «... e poi, c'è il fatto che lei è una donna. Io credo nelle donne. Sono convinto che qualche volta sappiano svolgere lavori da uomini persino meglio di loro. Voi donne avete, non so, qualcosa in più, una maggiore intuizione, una maggiore finezza e sensibilità...». Stella sperò che non la tirasse ancora in lungo con il discorso della sensibilità femminile. Le donne, a quanto ne sapeva, non sono particolarmente sensibili, ma piuttosto coriacee, costruite con una sostanza fatta per sopportare ogni genere di fatiche, privazioni e disgusti, ben diversa dalla sostanza maschile che, quella sì, è eccezionalmente sensibile, fragile, umbratile. «Insomma, per farla breve, voglio che sia lei a trovarmi l'assassino di mia figlia». Ecco: e adesso, cosa avrebbe dovuto rispondergli? Che lei non era veramente una professionista, ma una... sì, una dilettante, magari brillante, magari di genio, ma pur sempre una dilettante, come tutti gli italiani quando si mettono a fare qualsiasi cosa. Che lei lavorava per appagare una mania, un malvagio prurito interno scaturito non si sa come e non si sa perché da qualche parte della sua chimica organica. Che, tutto considerato, le sembrava fuori luogo accettare un normale incarico, con una normale retribuzione. Cosa dire a quell'uomo che non era suo padre, ma era pur sempre un padre? «Mia figlia, capisce, aveva tutta la vita davanti. E quell'uomo gliel'ha tolta, e ha tolto tutto anche a noi... Ha distrutto la nostra famiglia, ucciso il nostro futuro, la speranza...». «Un momento. C'è una cosa che deve sapere. L'agenzia Black Jack non si è mai occupata di casi come questo... La storia del camionista... Ci sono capitata sopra per puro caso, stavo solo dando una mano a un amico della polizia». «E non darebbe una mano anche a me, come se fossi un vecchio amico del suo papà?»

«L'ispettore Trotta, che si sta occupando del caso, le avrà spiegato quali sono le difficoltà quando si dà la caccia a individui di questo tipo. Lei sa bene che le indagini fra le amicizie di sua figlia si sono rivelate infruttuose. Probabilmente, sua figlia non conosceva l'assassino... Lui deve averla abbordata per strada, e lei lo ha seguito, non ha diffidato di lui. Lo stesso è accaduto alle altre due ragazze. L'uomo con cui abbiamo a che fare spia le sue vittime nell'ombra prima di colpire... è un predatore. Deve essere nello stesso tempo seduttivo, affascinante, e anche simpatico, capace di ispirare fiducia. Un tipo di killer particolarmente temibile, e difficile da prendere». «Ma, per quanto furbo sia, lei lo prenderà. Non cerchi di schermirsi, Stella. Io so quanto è in gamba». «Io veramente non avevo più...». «Tutte queste esitazioni: è per rilanciare il suo compenso, che peraltro non abbiamo ancora discusso?» «Non è una questione di soldi». «Allora, cosa?» Già, cosa? Che dire a quel padre infelice, che voleva da lei l'assassino? Rifiutare? Perché esitare, ora che si trattava di ufficializzare un ruolo, un mestiere per il quale, del resto, era altamente qualificata? Aveva lavorato gratis per quasi due anni, sul camionista. Se guardava bene dentro se stessa, Stella doveva ammettere che non aveva bisogno di un incarico ufficiale, né di un cliente, per occuparsi di Frankenstein. In cuor suo, aveva già deciso di farlo. Lo stava già facendo. E allora, perché tanta resistenza? Forse perché Sandro Giovannetti la turbava, ricattandola sentimentalmente con le sue storie sul "papà", perché le dava la sensazione di una gran confusione di ruoli, in quel continuo parallelo Roger del Fante-Stella del Fante, Sandro Giovannetti-Amanda Giovannetti? «Ha scotennato mia figlia. Non solo l'ha uccisa, ma le ha tolto il cuoio capelluto e i capelli... È questo che trovo intollerabile. Le ha strappato i capelli. Gli piacevano i suoi capelli, e li ha presi. Si fa così con le cose, non con le persone. Me lo trovi, Stella.

Lo prenda. Sono certo di aver fatto la scelta giusta. Voglio lei!» ripeté l'uomo battendo il palmo della mano aperta sulla scrivania, in un tono che non ammetteva repliche.

Nello stesso momento in cui Stella scopriva di non aver nulla da replicare al suo primo vero cliente, Mariarita stava uscendo di casa, con l'intenzione di andare a comprare un regalo per il compleanno della sua amica Dorota. Se lo avesse impacchettato quella sera stessa e spedito l'indomani, sarebbe arrivato in Polonia sicuramente in tempo, forse proprio il giorno stesso dell'anniversario. Il progetto di andare a scegliere un regalo per Dorota era anche, in realtà, una strategia diversiva per tenere a bada quello stato di lieve paranoia in cui l'aveva gettata l'incontro con l'ispettore Angelo Trotta, l'inquisitore del World Wide Web. Sarebbe esagerato dire che, da quel giorno, Mariarita non mangiava e non dormiva più, ma insomma: mangiava e dormiva male. Nelle sue fantasie più romanzesche da dramma giudiziario si vedeva accusata ingiustamente dei delitti, trascinata in tribunale e stritolata negli ingranaggi spietati della legge (tanto uguale per tutti da rendersi disuguale); nei momenti più lucidi e realistici, temeva di essersi attirata addosso una valanga di noie: se veramente quel Trotta aveva ragione, e l'assassino si era ispirato alla sua pagina web pubblicata in Internet, si sarebbe forse trovata costretta a dimostrare la sua estraneità alla cosa, assumere un avvocato, avere a che fare con giornalisti tendenziosi e intriganti... No, no, meglio pensare a Dorota. Mariarita percorse a piedi il tratto di strada che la separava da piazza Corvetto. Tralasciando il grande magazzino Upim, e anche le bancarelle del mercato ambulante, entrò in un piccolo negozio di articoli da regalo. Dorota amava l'Italia, che era il suo Altrove ideale, il luogo dove si vorrebbe vivere semplicemente perché non ci si vive davvero. Mariarita sapeva che a-

vrebbe gradito un oggetto tipicamente italiano, che poteva cioè essere fabbricato solo in Italia, qualcosa che fosse, mah, per esempio, un orologio a cucù in Svizzera o uno zoccolo in Olanda, senza però cadere nel kitsch più svaccato: la qual cosa escludeva decisamente sia l'orologio a cucù che lo zoccolo. La scelta, perciò, non era per niente facile. Dopo qualche minuto passato a curiosare nel negozio, Mariarita aveva già escluso i portaritratti con la cornice decorata a frutta in rilievo, le scatole con pupazzo a sorpresa, e le tazze da prima colazione con i seni. Non c'era nulla di autenticamente italiano, e nulla che non fosse fatto in serie. Erano seriali anche le magliette di cotone bianche o nere con citazioni di romanzi o poesie. Furono proprio quelle magliette a dare a Mariarita l'idea giusta: comprò una T-shirt bianca, e colori per dipingere la stoffa. Avrebbe confezionato con le sue mani a Dorota un regalo creativo. Soddisfatta, Mariarita riprese la via di casa, godendosi la camminata in quella che era probabilmente la prima giornata calda dell'anno. Sì, era un anticipo d'estate, con un'aria tiepida che asciugava le chiazze umide della pioggia caduta la sera prima. La primavera, a Milano, è strana, quasi un'idea di primavera, o un'eco di altre primavere, un riverbero di luoghi in cui gli uccelli cantano e gli alberi si riempiono di gemme. Ma, proprio per il suo carattere ideale, la primavera a Milano ha un suo fascino occulto, un incanto speciale. Mariarita amava la primavera a Milano, con i suoi odori artificiali di deodoranti per ambienti sfuggiti dagli interni delle case, e i suoi riflessi di sole su pareti di vetrocemento. La ricerca del dono e l'arrivo della primavera l'avevano effettivamente distratta dalle sue paranoie di innocente perseguitata. Non ci pensava più, mentre rincasava: ricominciò a pensarci quando, appena rientrata nel bilocale, il telefono prese a suonare, e immaginò che a chiamare fosse Sonia. L'associazione di idee fra Sonia e la polizia può sembrare un po' accidentata ma, nel pensiero di Mariarita, la cosa funzionò così: quando saprà che sono sospettata in una serie di omicidi, Sonia

dovrà pur smettere di chiedere il mio ascolto, per prestare il suo a me. «Ho qualcosa di nuovo da raccontarti, Mariarita». «Anch'io». «Ho consultato il mago Amenhotep». «E io sono stata consultata dalla polizia». «Mi ha fatto le carte in diretta. Sai, lui risponde alle telefonate tutte le mattine, dalle nove alle dieci, su Teleshow...». Teleshow era un network privato veneto che trasmetteva perlopiù vecchi musical, televendite di gioielli e tappeti, orrendi programmi di karaoke, e dirette con cartomanti e veggenti di numeri del lotto. «... e ha detto che posso stare tranquilla. Lui è legato a me, legatissimo... e tornerà, non subito, ma tornerà... Però, ha detto, io avrò un altro incontro importante, nei prossimi due o tre mesi, con un altro uomo, più maturo, più responsabile...». «Un certo ispettore Trotta mi ha interrogata per mezza giornata». «... così, forse, quando tornerà, sarò io a non volermi rimettere con lui, cosa che mi sembra quasi impossibile, astronomica!» «Sonia, credono che io sia l'istigatrice di un assassino che ha ucciso e fatto a pezzi tre donne». «Cosa?» «Te lo sto dicendo da un'ora. Sono coinvolta in un caso criminale». «Ah». «Un caso di omicidio multiplo». «Be', ma tu non c'entri, no?» «Naturale che non c'entro». «Ma allora, scusa, di cosa ti preoccupi?» «Ammetterai che non è cosa di tutti i giorni». «Sì, ma tu non hai fatto niente. Quell'ispettore lo capirà. Basta guardarti per capire che non faresti mai niente. Puoi stare tranquilla, non hai veri problemi, tu. Io, piuttosto, se le cose mi

vanno bene, dovrò aspettare fino a Natale per riavere lui. A meno che non abbia ragione il mago Amenhotep, e nel mese di luglio non faccia davvero un incontro da colpo di fulmine. Ma io, in luglio, lavorerò ancora, non è previsto che vada da nessuna parte. Forse è il caso che sfrutti i miei giorni arretrati di ferie e mi prenoti una vacanza, magari in un residence, in un villaggio turistico... Tu che ne dici, lo faccio? Secondo te, quali residence vacanze, o villaggi turistici, possono essere frequentati da uomini maturi, responsabili, e naturalmente anche liberi, ricchi e belli?» Sonia le aveva detto di stare tranquilla, ma, dopo la conversazione telefonica con lei, Mariarita avrebbe avuto bisogno di un'intera confezione di Tavor al dosaggio più elevato. Amiche! Cosa non si farebbe per loro, e senza di loro. Chi trova un'amica trova un tesoro. Le amiche ti stanno vicine nelle avversità e nei momenti di sconforto. La migliore amica della donna è il cane. Forse due gatte potevano rappresentare un valido sostituto del cane. Era meglio dimenticare l'amica vicina, e concentrarsi su quella lontana. Mariarita stese la maglietta che aveva acquistato sul tavolo del soggiorno, si munì dei colori, e, dopo aver chiuso in camera da letto le gatte che avrebbero sicuramente camminato sul suo lavoro, si mise all'opera.

... vero pandemonio del secolo; personificazione della follia che sta fuori dei manicomi; serbatoio del disordine, della imprevidenza, dello spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti... essa ha due aspetti, la mia Scapigliatura... da un lato... propagatrice delle brillanti utopie, focolare di tutte le idee generose, anima di tutti gli elementi geniali, artistici, poetici, rivoluzionari del proprio paese; che per ogni cosa bella, grande o folle balza d'entusiasmo; che del riso conosce la sfumatura arguta come lo scroscio franco e prolungato; che ha le lacrime d'un fanciullo sul ciglio, e le memorie feconde nel cuore... Dall'altro lato invece un volto

smunto, solcato, cadaverico, su cui stanno le impronte delle notti passate nello stravizio e nel gioco, su cui si adombra il segreto di un dolore infinito, i sogni tentatori di una felicità inarrivabile, e le lagrime di sangue, e le tremende sfiducie, e la finale disperazione.

Niente male davvero. Stella chiuse il volumetto, un tascabile sul genere dei Bignami dal titolo Comprendere la Scapigliatura, lasciandovi il dito medio intrappolato dentro, in funzione di segnalibro, e si prese una pausa per riflettere meglio su quanto aveva appena letto. La definizione sopra, che ci ha colpiti quanto ha colpito lei, la si deve a un certo Cletto Arrighi, che nel suo feuilleton La Scapigliatura e il 6 febbraio (la storia di sette scapigliati morti sulle barricate dell'insurrezione mazziniana del 6 febbraio 1853), apparso nel 1858 sulla rivista Il Pungolo, inventa il nome del fenomeno, individuando inoltre nella Scapigliatura una casta sociale sui generis distinta da ogni altra, composta da persone fra i venti e i trentacinque anni, di entrambi i sessi, e di tutte le origini sociali. Stella era nuovamente con i piedi all'aria; aveva due libri in grembo, e cinque-sei stavano sparpagliati sulla scrivania; un altro torno, ben più ponderoso, era caduto sul pavimento: per legge di gravità. Si massaggiò una caviglia con l'altra: le piacevano l'attrito e il fruscio del nylon sul nylon. Dall'ufficio adiacente non provenivano i consueti rumori di oggettini spostati, i soliti scricchiolii e tonfetti, ma solo un gran silenzio: segno che Pa' stava lavorando a maglia. Pa' non produceva nessun suono, sferruzzando, sembrava quasi che non respirasse, la si sarebbe detta immobile, non fosse stato per l'attività delle mani ridotto al minimo, follemente svelto. Forse, quello era il suo modo di meditare. Stella aveva voluto saperne di più su quel movimento che affascinava tanto Mariarita Fortis. A scuola lo si studia appena, e più che alla letteratura fa pensare a una scuola di formazione

per parrucchieri: taglio corto e scapigliato sulla fronte, l'ultima tendenza dei coiffeur de Paris. Altro che parrucchieri. Una bella banda di svitati... La Bohème di Giacomo Puccini, con il suo bravo scapigliato che vive d'arte e d'amore in una squallida soffitta, talentato e incompreso. Troppo incompreso. I poeti maledetti francesi, Rimbaud e Verlaine, quella gente là. E poi... quella faccenda della pagina web, quel racconto con un assassino così simile a Frankenstein, scritto un secolo e mezzo fa... Mariarita Fortis...

Mariarita Fortis, che confezionando il regalo per il compleanno di Dorota non immaginava che i pensieri di Stella erano rivolti a lei.

Intanto, Mariarita aveva terminato il suo lavoro. Sul cotone bianco della T-shirt aveva scritto, in caratteri neri un po' gotici, una frase di Tarchetti: "Io mi sono divorato la vita". Le piaceva, sapeva di gioventù bruciata, di esistenza vissuta a perdifiato, di rovina e gloria, e soprattutto ricordava quell'altra, scritta un bel po' dopo: "Voglio vivere in fretta, morire giovane e lasciare un bellissimo cadavere". Se, per Dorota, l'Italia era un sogno americano, allora avrebbe sicuramente amato le parole di un italiano che aveva saputo sognare come si sogna in America.

L'altro ramo del Lago di Como I

gino Tarchetti, che per Sonia è "quell'Igino Tarchetti su cui Mariarita è tanto fissata" (e nulla più), era nato il 29 giugno 1839 (segno zodiacale Cancro), nel natio borgo selvaggio di un Piemonte che allora non era neppure Italia, un minuscolo angolo di nulla, San Salvatore Monferrato. Le verdi colline dell'alessandrino, languide come seni al sole, le cascine basse, isolate nelle pianure. Le strade a linea retta, bianche e abbaglianti d'estate, quando le fronde congiunte degli alberi non le trasformano in fresche gallerie d'ombra. I filari di vite che catturano l'occhio in una vaga prospettiva di incubo, le case di pietra, i paesi di campagna in cui regna un silenzio antico e rurale, fuori dal mondo. I suoni animali, le cicale, i grilli, il canto degli uccelli, l'abbaiare dei cani. I contadini che conducono per campi e frutteti vacche che cagano molli ciambelle di letame, buono e gradevole all'olfatto. E, la notte, i sentieri rischiarati da centinaia, migliaia, forse milioni di lucciole, più lucciole di quante si possano immaginare oggi, crescendo in una moderna metropoli. Questo è l'ambiente in cui Igino cresce e trascorre tutta la sua infanzia, un mondo che non manca di bellezza, ma che lui odia profondamente proprio in quanto costretto a viverci, dove si sente rimpicciolire, deperire, sfinire: "È là che non ho potuto aver mai né una nobile gioia, né un nobile dolore; è là che conobbi gli uomini che mi hanno insegnato ad odiare gli uomini". E il primo odio, come il primo amore, non si scorda mai. Quinto di otto figli (fra i quali, due morti prematuramente),

appartiene a una famiglia di piccoli proprietari terrieri, benestante ma travagliata da lutti e sciagure. Del primo periodo della sua vita non resta nulla, a parte quello che si può indovinare dai pochi indizi seminati nello sparuto epistolario e nelle sue opere, le riflessioni e i brani di dialogo regalati ad altri personaggi, prestati a esistenze virtuali. Della madre, Giuseppina Monti, che in Fosca fa morire per conferire più pathos al suo eroe, ma nella realtà gli sopravviverà, scrive: "È una assai buona donna, alquanto capricciosa, alquanto strana e severa ma di ottimo cuore, di mente colta e capace dei più nobili sacrifizi per la felicità della sua famiglia. Io ebbi sempre la sua affezione più intima per certa somiglianza di tipo, di indole e di carattere". Del padre, Ferdinando, un accenno nella poesia Nel dì dei morti: "O padre mio, una voce mi dice | e mi suona nell'anima commossa | che tu sei morto e non fosti felice!". Sicuramente non è felice neppure lui, Igino: solo, senza amici, non comprende le persone e le persone non comprendono lui: "La natura mi aveva reso ribelle alle misure comuni e alle leggi comuni". Si sente a parte. Coltiva la sua misantropia e preferisce la compagnia degli animali, che ama teneramente, francescanamente, fraternamente. Una notte, non potendo dormire, esce di casa e si sdraia sotto un albero, incantandosi ad ascoltare il canto di un usignolo. Il canto si interrompe, e Igino ode un tonfo appena percettibile di qualcosa che cade fra l'erba. È l'usignolo agonizzante. Igino lo raccoglie sul palmo della mano e rimane lì, a guardar morire l'uccellino, a spiare avidamente il momento del suo trapasso, con un lacerante sentimento tra la gioia e la pena. Mentre si dedica agli studi classici, presso i Padri Somaschi di Casale Monferrato, un suo compagno di scuola, Edoardo, si suicida a sedici anni dopo aver letto un romanzo di Francesco Domenico Guerrazzi. Pare che, come negli anni ottanta la visione di Rambo ha prodotto soldati mercenari, la lettura dei romanzi dell'epoca producesse epidemie di suicidi. Lo stesso

Igino medita di uccidersi: "Il mio cuore ha cessato da lungo tempo di battere". Dopo il liceo classico, il ragazzo che voleva morire si arruola nell'esercito, e finisce in un commissariato militare. Si ignorano i motivi di questa scelta: le lettere alla madre di questo periodo parlano di dissesti finanziari, perdite, debiti, usurai. "A ventidue anni, con tante belle idee nel capo, con tanti affetti nel cuore, dovermi seppellire tra le mura di un ufficio e contemplare il sole di maggio attraverso le gretole di una persiana." Forse spinto dal desiderio di aiutare la famiglia, Igino è prigioniero: di una stanza, di una divisa, di un capo che è "un vero cannibale", di un destino non suo. Nel 1861 partecipa a una campagna militare di repressione contro il brigantaggio nel Sud, a Foggia, Lecce, poi Taranto e Salerno, della quale non farà mai il minimo accenno, né dirà mai una parola: è probabile che abbia visto più di quanto avrebbe mai desiderato vedere. Una volta, gli dicono che è necessario sparare a Garibaldi: si tratta di un mulo, malato e ridotto allo stremo, soprannominato Garibaldi dalla truppa. Igino redige il rapporto in cui dichiara che "Garibaldi è stato abbattuto", e racconta l'aneddoto agli amici, con l'umorismo acidulo che sarà sempre suo. Le lettere fanno allusioni oscure (gli anni della sua vita prima dell'inizio della carriera letteraria sono avvolti nella nebbia) a insubordinazioni, violazioni della disciplina, punizioni. La vita militare ha l'effetto di renderlo violentemente antimilitarista. A volte sembra un pazzo agli occhi dei suoi stessi compagni: parla e ride come se fosse solo. Il suo migliore amico nell'esercito è Albino Ronco, un pianista, che condivide con lui le ambizioni artistiche, e che morirà suicida a Roma nel 1876. Igino, in preda all'angosciosa sensazione di star sprecando la sua vita, gli scrive: "Mi sento tormentato dal rimorso della mia negligenza e penso talora che se dovessi morire senza aver tentato almeno di farmi conoscere, non potrei consolarmi meco del mio destino". Tensioni irrisolte, travolgenti febbri crea-

tive. Igino scrive versi, tenta la via sperimentale del poema in prosa; questi componimenti usciranno solo dopo la sua morte. Nel '63, vive la prima storia importante della sua vita, con Carlotta Ponti, una donnina leggera (oggi si direbbe una squinzia da discoteca) che va a ballare senza di lui, ha svariati altri amanti e lo spedisce spesso a Milano a farle commissioni presso le modiste. Un anno di Lettere a Carlotta (l'epistolario dello scrittore è quasi interamente indirizzato a lei) testimonia tutto il decorso dell'amore, con slanci e ricadute, illusioni e disillusioni, momenti up e momenti down, sbronze e disgusti. Igino la mette in guardia, ricordandole che non troverà un altro uomo che rispetti le donne quanto lui, e subito dopo arriva al punto di chiederle, con l'ansia strozzata e miserabile dell'innamorato che gode della propria umiliazione, se deve comprarle gli stivaletti con il tacco o senza tacco, o le parure di biancheria gialle o verdi. L'amore trasforma in fattorini. Mentre frequenta le sartorie e porta pacchi per la sua Carlotta, Igino scrive altri versi: "Oggi di negro umor mi son svegliato | esco di casa, e lunghesso la via | due demoni cavalcanmi allato | il mal d'amore e la malinconia". La malinconia, già contratta a San Salvatore Monferrato nei primi anni come malattia infantile, diventa un'infezione cronica: "Vorrei essere una iena, addentrarmi nei sepolcri e pascermi delle ossa dei morti". Sono parole di un ragazzo che non ha ancora venticinque anni: che cosa ha potuto, in così poco tempo, renderlo così arrabbiato, così estremo? Si perde l'innocenza non con la prima esperienza sessuale, ma con la prima delusione. E Igino ha già perso tutte le sue illusioni; gli restano ormai solo i suoi paesaggi ideali, i fantasmi come persone vive e le persone vive che diventano fantasmi: la letteratura. "Che cosa è il sogno se non un'esistenza piena, calma, smisurata, al cui confronto l'esistenza della veglia non è che la vita monca e impotente della pietra?"

«Buongiorno. Sono Stella del Fante». « » «Pronto? È ancora lì?» «Sì... l'ascolto». «Vorrei parlarle. Sono in un bar, vicino a casa sua. Posso salire?» «Va bene...». «Grazie. Allora... a tra poco». «L'aspetto». Mariarita riappese con un senso di leggera vertigine, qualcosa di simile a una deliziosa paura. Che cazzo voleva da lei, la detective? Macchinalmente, cominciò a riordinare la casa, come faceva sempre quando attendeva visite; spostò oggetti, fece sparire piatti e bicchieri lasciati in giro, nascose mucchi di indumenti lavati o da lavare, passò l'aspirapolvere sui tappeti, sprimacciò cuscini. Andò in bagno a esaminarsi allo specchio e fece su se stessa quello che aveva appena fatto alle stanze: si ravviò i capelli, si stese un po' di fondo tinta sul viso, ritoccò il trucco delle labbra. Mi sto comportando come se dovessi ricevere un uomo, si sorprese a pensare: non era assolutamente il caso di essere così eccitata, non era assolutamente il caso di truccarsi, di usare il rossetto nuovo. Forse c'era ancora il tempo di cambiarsi... ma no, la private eye si sarebbe accorta benissimo che lo aveva fatto in suo onore. Perché darle questa soddisfazione? Mariarita sedette sul divano, eretta, composta, le mani sulle ginocchia, incapace di riprendere le sue consuete occupazioni, incapace di fare altro se non aspettare il suono del campanello. L'attesa durò un paio di lunghissimi, vuoti minuti. Stella era vestita più o meno come lei, in jeans chiari quasi stinti e maglioncino rosso a girocollo; a Mariarita, che faceva sempre molta attenzione agli abiti delle altre donne, la cosa saltò agli occhi con l'evidenza di un segnale, quasi un presagio di affinità estensibile anche ad altri settori. Stella, invece, parve non badare né ai vestiti, né a Mariarita stessa; la sorvolò appe-

na con lo sguardo, che andò a perlustrare e frugare la casa in tutti i suoi angoli e scorci, e sembrò penetrare persino le porte socchiuse. «È tutto qui» disse Mariarita. «La stanza tutta per me ce l'ho, ora me ne occorrerebbe un'altra». Era una delle sue famosi frasi autoironiche (il lettore la ricorderà), e si sarebbe aspettatala da Stella un sorriso divertito, un inarcarsi delle sopracciglia, un segnale anche minimo che lo spirito era stato capito e apprezzato. Niente di tutto questo nella detective: una faccia atona, perplessa, quasi di pietra, che era il suo modo (Mariarita lo avrebbe imparato con il tempo) di atteggiarsi a interrogazione. «Virginia Woolf» spiegò Mariarita. «Una donna ha bisogno di una stanza tutta per sé eccetera». «Temo di non saperne molto, di letteratura». Mariarita era sul punto di risponderle che, per quanto ne sapesse poco, ne sapeva sempre più dei letterati, quando l'altra l'aggredì, dandole del tu. «Non mi hai telefonato». «No... Non l'ho fatto». Mariarita aveva parlato con una vocina quasi contrita. Le due erano in piedi, nel piccolo soggiorno con angolo cottura. «Rilassati» disse Stella. «Non mi manda l'ispettore Trotta». «Non penso che ti mandi l'ispettore Trotta». «Nel caso l'avessi pensato: è una mia iniziativa personale. A proposito, ci diamo del tu, no?» «Direi che possiamo cominciare a darci del tu. Siediti. Vieni di qua, in camera da letto». Stella entrò in camera da letto, sedette sul divano, mentre Mariarita restava in piedi, davanti a lei. La gatta nera sbucò da sotto il letto, andò ad annusare i piedi di Stella, si alzò sulle zampe posteriori e appoggiò quelle anteriori sulle ginocchia della detective. Abitualmente timidissime, con alcune persone estranee scelte secondo severissimi criteri selettivi, le gatte avevano questi accessi di invadenza sociale. L'animale comin-

ciò ad affilarsi le unghie sui calzoni di Stella. «Adorano la stoffa dei jeans» disse Mariarita. «Micio, micio, micio» disse Stella, accarezzando la testa della gatta. «È una femmina. Ne ho un'altra, nascosta da qualche parte, bianca con una macchia nera, il negativo di lei. Stanno molto bene insieme. Sono gatte lesbiche e buddiste». Questa volta Stella non replicò neppure, non diede neppure segno di aver sentito. Che successo, pensò Mariarita: due frasi autoironiche, e nessun risultato. Forse non mi sono resa più simpatica, e neppure più piacevole. Devo solo esserle sembrata incomprensibile. «Qual è la tua iniziativa personale?» chiese, sedendosi sul letto di fronte a lei. «Come?» «Hai detto che sei venuta per iniziativa personale». «Ah. Sì... Dovresti farmi un grande favore...». Quel tipo di approccio, quel modo di chiedere, era pericoloso, perché si armava in anticipo contro un rifiuto. È difficile rispondere a qualcuno: no, non ti faccio un favore, non voglio fartelo. « lasciarmi leggere quel racconto».

Mariarita abbassò lo sguardo sulle proprie mani intrecciate. La gatta nera si era accomodata sulle ginocchia di Stella, che l'accarezzava senza guardarla, un po' come si giocherella con un oggetto, per esempio facendo scattare ripetutamente il meccanismo a molla di una penna biro. La gatta bianca, che nel frattempo era riapparsa e sedeva sul tappeto con la coda ripiegata sotto di sé, osservava la scena con interesse, o forse con gelosia. Mariarita la raccolse in grembo: così, avevano una gatta per ciascuna. «Angelo mi ha detto che vuoi venderlo a un editore» disse Stella. «Mi ha raccontato più o meno tutto del vostro colloquio.

Capisco che per te è importante. Vorrei soltanto leggerlo. Anzi, se non ti dispiace troppo, averne una fotocopia». «Ho già detto a Trotta come va a finire» fu l'unica risposta che Mariarita seppe trovare per tergiversare. «Leggerlo è un'altra cosa». «Non ha voluto leggerlo lui, perché vuoi leggerlo tu?» «Sono convinta che ci sia un legame fra il racconto e Frankenstein». «Per quel paio di coincidenze?» «Potrebbe esserci di più che un paio di coincidenze». «Gli assassini che asportano come trofei parti anatomiche delle loro vittime non sono poi tanto insoliti, dovresti saperlo. E se si vuole sbarazzarsi di un corpo a Milano, i navigli rappresentano una soluzione fin troppo ovvia. Che altro può esserci?» «Sai cosa ho pensato, quando ho visto l'inizio del racconto su Internet? Che fosse una confessione obliqua dell'assassino stesso. Una trasposizione delle sue imprese in un altro mondo, nel passato. Di recente, un gruppo di studenti americani ha compiuto una strage in un liceo ma, prima, l'ha annunciata tramite Internet. Erano attivisti neonazi che si ispiravano alla battaglia di Alamo, si sentivano assediati in un fortino... Voglio dire, anche loro hanno usato simboli e riferimenti di un'altra cultura ...». «Senti» disse Mariarita, a cui il parallelo fra il racconto scapigliato e la battaglia di Alamo suonava stonato, «se l'ispettore Trotta mi chiederà di dimostrare che il racconto è autentico, esibirò il manoscritto originale...». «... mentre non sei obbligata a mostrarlo a me». «Ho paura che succeda come con i libri prestati, che non tornano più indietro. Il materiale circola, finisce dove non dovrebbe, e il mio scoop va a farsi fottere». «Userei la massima discrezione. Ti prometto che non uscirebbe dalle mie mani». Mariarita oppose alle pressioni dell'altra un ostinato silenzio.

«Lo leggerei, e poi lo ingoierei». A Mariarita venne da ridere a quel riferimento che ricordava le spy story più ingenue, ma era sempre decisa a tener duro. Scosse la testa, mentre la gatta bianca le scivolava giù dalle gambe, dandole quasi la sensazione di lasciarla orfana. «Ho un cliente» proseguì Stella. «Il padre di una delle ragazze uccise». «Ma insomma» sbottò Mariarita. «Che relazione può esserci tra le fantasie di un autore del secolo scorso e le imprese del tuo Frankenstein?» «Questo è quello che mi piacerebbe sapere». Stella, di colpo e inaspettatamente, rise. A Mariarita, la sua risata non sembrò più tanto sconcertante: era strana in un modo attraente, pazza in un modo divertente. Ricordava davvero il ghigno acuto della spia che legge il messaggio, lo memorizza e poi lo ingoia. «Se non hai niente da fare stasera, andiamo a cena insieme? Ti invito io» disse Stella. «È un tentativo di corruzione?» «Affermativo». Mariarita guardò il proprio orologio, si alzò, finse di consultare l'agenda rilegata in pelle, sulla quale ovviamente non aveva annotato nulla di nulla. Voleva andare a cena con la detective? Tutto sommato, sì. Ma perché tante esitazioni? Dipendeva tutto dal Mariaritapensiero: il problema con le altre donne è che non ci sono mai, e tu non ci sei mai per loro. Due amiche sono fisicamente presenti l'una di fronte all'altra, ma non esistono: al loro posto c'è un tizio, il fidanzato di una delle due che alternativamente viene evocato (lei poi è single, perciò ce l'ha nel culo: deve stare sempre zitta). In un'amicizia femminile l'interesse è dato dalla possibilità di costruire un castello di narrazioni, analisi, critiche e sputtanamenti dell'uomo con cui si sta (mentre ci sono tanti altri argomenti appassio-

nanti... per esempio la personalità affascinante di lei, Mariarita... no?). Stella sembrava diversa da Sonia e Consuelo, la faceva pensare a un prototipo aerodinamico di femmina avveniristica, prodotto da una tecnologia sofisticatissima e sperimentale, che forse non si costruirà mai in serie, a causa dei costi elevati e della difficile vendibilità sul mercato. Una donna che andava a cercare quello da cui le altre donne fuggono, quello di cui l'universo femminile spesso vuole ignorare, persino negare, l'esistenza. Decisamente, la serata si prospettava se non altro insolita. Ma, prima, c'era qualcosa di molto importante da appurare. «Di che segno sei?» «Del Leone». «Ah. Va bene. I leoni sono teste di cazzo, ma onesti e leali. Io sono della Vergine. I leoni dovrebbero essermi controindicati; invece, di solito, ci vado abbastanza d'accordo». «Significa che vieni a cena?» Mariarita indossò una giacca quasi identica a quella che portava Stella: di camoscio, sfoderata, dissimile solo nel colletto, che aveva arrotondato. Che carino, pensò, siamo vestite uguali, come due amiche del cuore tredicenni che escono a passeggio tenendosi per mano: "Ti ha baciata? Com'è stato, racconta!". «Dove andiamo?» chiese, quasi allegramente. «Ristorante da guida gastronomica, spaghetteria, pizzeria, o fast food? Scommetto che sei un tipo senza mezze misure. Ristorante da guida gastronomica, o fast food». Stella scosse la testa, ridendo. «Ristorante cinese».

La cena al ristorante cinese fu un successo: forse dipendeva dal fatto che, sempre secondo il Mariaritapensiero, i ristoranti cinesi favoriscono l'intimità fra donne. L'ultima volta c'era stata con Sonia, per festeggiare la cattedra di ruolo di lei (Sonia

vinceva tutti i concorsi e otteneva sempre punteggi elevatissimi), insieme a tre colleghe (tutte di Sonia), due maghe e una vicina di casa settantanovenne e sensitiva. Anche Consuelo, quando aveva "un momento da dedicare a se stessa", andava al ristorante cinese con le mamme del consiglio dei genitori della scuola di suo figlio. Per non parlare delle cene dell'8 marzo celebrate al ristorante cinese: l'atmosfera da consegnate scappate di nascosto dalla caserma, la sciagurata goliardia femminile, le battute di una volgarità più recitata che scaturita da viva materia organica, e le richieste assurde alle cameriere: «Cos'è la pentola mongola? Cosa sono i fans? Che differenza c'è fra i ravioli di gamberi e i ravioli alla cantonese? Allora, bene, ci porti un po' di tutto, vogliamo provare tutto!». Le donne, secondo Mariarita, vanno al ristorante cinese come un dublinese va al pub. Si ubriacano di riso con gamberi, salsa di ostriche e tau fu. Forse, fu per questo che Mariarita, mentre mangiava i suoi fans stufati, si lasciò andare a confessare a Stella che Sublime anima di donna era per lei un feticcio. «Come sarebbe, un feticcio?» «Non ti è mai capitato di avere il mito di qualcosa o qualcuno?» «Oh, sì!» «Bene, l'anonimo autore del racconto riprende molti dei temi e delle immagini ricorrenti degli scrittori della Scapigliatura. In alcuni passi copia lavori già pubblicati nel 1868, ma in altri ricorre a frasi ed espressioni simili a quelli di opere che a quella data non erano ancora state scritte ... Questo mi porta a credere che il ragazzo, perché ritengo che l'autore fosse un uomo molto giovane, abbia conosciuto da vicino e frequentato Igino Tarchetti e i fratelli Boito. Di più, che abbia condiviso con loro un'esperienza che in qualche modo è stata stimolante, feconda per la loro creatività. Ecco perché ti dico che il racconto è un mio feticcio. Insomma, pensa a quelli che hanno il mito di Elvis, a come si sentirebbero se conoscessero il cognato di Elvis o riuscissero a mettere le mani sulla chitarra di Elvis».

«O a infilarsi nei pantaloni di Elvis, quelli con le frange». «Come comprare una reliquia di un divo all'asta da Sotheby's, insomma». «In questi giorni ho letto un po' di roba scapigliata. Mi è piaciuta. Sono divertenti, tutte quelle storie di sepolti vivi, killer...». Mariarita corrugò la fronte, insospettita: Stella aveva sbagliato per ignoranza, o le stava tendendo un tranello? «No, niente killer» disse. «Sublime anima di donna è il solo racconto di tutta la produzione scapigliata in cui compare un killer di quel tipo». «Che è una specie di scienziato pazzo che taglia pezzi di donna perché vuole farsene una su misura, no?» «Anche questo te lo ha detto Trotta?» «Angelo». «Angelo. Strano nome, per uno che pare un sanbabilino reduce da un festino a base di sesso pesante in cui c'è scappata la morta». Stella scoppiò a ridere, con la bocca piena di spaghetti di riso ai frutti di mare. «Ah, ah... Sì, ha proprio quell'aria... ah, ah... lo hai inquadrato benissimo, ah, ah!» «Sarà per questo che ti piace» la provocò Mariarita. «Siamo molto amici. Ma, in realtà, lui è innocuo. I veri assassini, vedi, non hanno l'aria da assassini». «Tu ne sai qualcosa, eh?» Stella alzò le spalle e sogghignò, non pareva offesa: piuttosto, lusingata. «Però, tornando al discorso di prima» disse, mentre la cameriera le portava l'anatra all'ananas, «di scienziati che sezionano le donne, nella produzione scapigliata, ne ho trovati parecchi... C'è quella poesia di Arrigo Boito, Lezione d'anatomia. In una sala anatomica un illustre clinico fa lezione ai suoi studenti aprendo il corpo di una fanciulla giovane, bionda e bella. Il poeta la immagina casta, pura e pia... e mentre lui la venera

come una santa, le trovano dentro un feto di trenta giorni». Mariarita annuì: il commento alla poesia, nella sua rozza efficacia, coglieva nel segno. «Personaggi di anatomisti si trovano anche in Un osso di morto di Igino Tarchetti, e in Un corpo di Camillo Boito». «Gli scapigliati erano anche... come si dice... positivisti?» «No, no... rifiutavano la scienza, le innovazioni meccaniche, e un certo tipo di progresso... In questo, erano poco moderni allora, e molto più attuali oggi. Erano affascinati dagli scienziati solo in quanto vedevano in loro stregoni, alchimisti, esseri in grado di penetrare la realtà ultrasensibile, dominare le forze occulte dell'universo...». «Ho capito. I positivisti sono venuti dopo. Giovanni Verga, giusto?» «Non proprio. Giovanni Verga, prima di convertirsi al verismo, è stato autore di mélo di successo. Quando è arrivato a Milano, ha frequentato gli ambienti scapigliati. Ha scritto an-che un racconto scapigliato, I misteri del castello di Trezza». «E Manzoni? Ho letto che gli scapigliati lo detestavano, lo giudicavano superato». «Cercavano di superarlo, non ne trovavano il modo; si sentivano frustrati, ne avevano l'ossessione. Nei suoi confronti, gli scapigliati nutrivano un amoreodio. I freudiani direbbero che per loro era una figura edipica». Stella restò per un po' pensierosa, a guardare il suo piatto vuoto. «Prima hai detto che il racconto di quell'anonimo scrittore contiene frasi che non erano ancora state scritte». «Sotto molti aspetti, è il lavoro di un ragazzo diligente e zelante che ha letto e masticato le opere di autori che ammira. Per altri, invece, presenta elementi autonomi, originali... Per esempio, prendi la frase "Il volto di un cadavere è un sommo poema, in cui le anime elette leggono il presagio del loro destino". L'autore ha copiato, con alcune varianti, Igino Tarchetti. "Il volto di un defunto è un immenso poema, in cui le anime sen-

sibili leggono le pagine più recondite del loro destino". Viene da Paolina, un romanzo uscito tre anni prima». «È quasi meglio la copia». «Capita spesso che possa sembrare meglio la copia». «Sono un'ignorante». «Non volevo dire questo... Comunque, il racconto somiglia molto, nell'ispirazione di base e nella caratterizzazione della figura dell'anatomista, a un piccolo classico dei racconti neri della Scapigliatura: Un corpo di Camillo Boito. Te l'ho citato prima». «Camillo Boito è quello che ha scritto Senso, da cui Visconti ha tratto il film. Questo almeno lo sapevo». «Non devi dimostrarmi niente, non sei all'esame di maturità. In Un corpo succede che un anatomista incontra una ragazza bellissima, e dice più o meno: "Giuro che un giorno l'avrò sul mio tavolo di marmo, e l'aprirò con il mio coltello". La ragazza si chiama Carlotta, come quella di Sublime anima di donna». «Si chiamavano tutte Carlotta, come adesso si chiamano Deborah». «Da quel momento Carlotta vive in preda a un senso di fatalità, non vuoi più sentir parlare di medici, di malattie e di morte, finché...». «... finisce sul tavolo dell'anatomista». «Finisce sul tavolo dell'anatomista. Bene, Un corpo è stato scritto due anni dopo il racconto di Anonimo, ma le somiglianze, anzi le analogie, sono veramente molto strette: il nome della ragazza, la descrizione fisica dell'anatomista, che in Boito si chiama Carlo Gulz. Il nome del trattato scritto dallo scienziato, Anatomia estetica, è lo stesso. E c'è poi una frase... Anonimo dice del suo anatomista che "la sua espressione era quella di un innamorato che dica alla morte: 'T'amo' ". Boito invece dice che "ha il viso di un morto che dica: t'amo". Quasi la stessa immagine, ma il senso cambia: per Boito, è un morto che ama una persona viva, per Anonimo, un vivo che ama la morte. Non possono essere semplici coincidenze, no? Come ti dicevo, me le

spiego soltanto così: il mio autore ha vissuto con altri scapigliati uno di quei momenti, uno di quegli avvenimenti determinanti, che poi nell'alchimia creativa si trasformano in idee, in spunti per costruire storie. Gli scrittori rielaborano le loro esperienze, le distorcono in sogni, spesso riportano nomi, parole, brani di dialoghi... Un accenno, un'opinione espressa, una frase finiscono nel tessuto narrativo...». «E l'assassino come ne è uscito fuori?» «Questo non lo so. Come ti dicevo, è insolito. Gli scapigliati non hanno mai scritto storie criminali con assassini seriali». «Che fine fa l'assassino del racconto?» «Non te lo dico. Mi hai già fatto parlare troppo». «Tu devi capire che tutto questo mi interessa davvero un sacco, anzi, mi fa sballare. Un assassino completamente fuori di testa, metà Frankenstein e metà Jack lo squartatore... troppo bello!» «È il tuo tipo?» Stella rise forte, come se l'altra avesse detto qualcosa di veramente molto divertente. «Lo so» disse. «Mi chiederai, come hanno già fatto in tanti, cosa c'è di bello negli assassini, nei delitti». Mariarita annuì, pensierosa. «È relativo» disse. «Gli assassinati vedono le cose sotto un altro punto di vista». «Non c'è dubbio!» «Però, se si contempla un delitto come si contempla un'opera di fiction, si riesce a percepirne la bellezza. "Il Bello sta nell'Orrido, nella Beltà è l'Onor!"» citò a memoria Mariarita. «Sono versi dello scapigliato Giulio Pinchetti». «Sono d'accordo» dichiarò Stella seria, alzando il suo boccale di birra cinese. «La vita, senza l'orrore, non è niente».

Dopo cena, Mariarita accettò di passare il resto della serata a casa di Stella, e salì all'ultimo piano dell'edificio di via Mosco-

va. Stella aveva sostituito il vecchio simbolo sulla porta d'ingresso dei tempi della Spy, una manina da cartoon che reggeva una lente d'ingrandimento, con il contorno della stessa carta da gioco del biglietto da visita, le quattro picche agli angoli, e, in risalto sul bianco, il nero corposo della figura del fante di picche. Mariarita chiese a Stella cosa significasse, ed ebbe la sua spiegazione, un po' meno letteraria di quella che abbiamo fornito al lettore, ma ugualmente (per lei) suggestiva. Stella mostrò a Mariarita gli uffici dell'agenzia Black Jack, le "cose di Pa"' (l'ultima che si era aggiunta al bazar era un borsello da trucco a forma di cane bassotto che si impugnava per le orecchie), la cicogna impagliata, il ritratto del padre, che Mariarita trovò somigliante a uno scrittore latinoamericano, di quelli per cui le donne fanno la fila in libreria con i libri da autografare. L'appartamento di Stella era molto grande: in gergo immobiliare, prestigioso attico di tre locali, con grande terrazza verandata al piano e servizi. Stella mostrò a Mariarita tutte le stanze, tranne una, che sembrò volutamente evitare (la stanza dei giochi? delle torture? dello zio pazzo?). La camera da letto era arredata con mobili bianchi, dalle geometrie sghembe come inquadrature di Hitchcock, accessori bianchi: un candore inquietante che lasciava in testa come un'impronta del nero che si voleva escludere. Neri, invece, erano i mobili del soggiorno: divani, scaffali, scrivania portacomputer, tavolini, persino il tappeto. Il grande soggiorno si prolungava in una serra, che era la parte più spettacolare della casa, piena di piante verdi, quasi esclusivamente felci, grandi ficus; le piante assorbivano dai vetri smerigliati una luce filtrata, che sembrava nutrirle e rinvigorirle. Era come se Stella avesse voluto opporre quel miraggio di natura artificiale alla naturalità dei suoi strambi gusti e desideri. Oltre la serra, per mezzo di una porta a vetri, si accedeva a una porzione di terrazza scoperta, dalla quale si vedevano l'in-

segna al neon a caratteri cubitali del Nuovo Banco Ambrosiano, la maxipubblicità di un reggiseno con due enormi tette offerte come su un vassoio, la via sottostante con i tendoni dei caffè all'aperto, e poi tetti, terrazze, antenne paraboliche, strade brulicanti delle luci in movimento di un traffico incessante. Stella aveva inoltre una cucina che pareva l'ultimo modello mai prodotto ed esibito in una fiera campionaria da una ditta di cucine all'avanguardia, e un bagno che nel pensiero di Mariarita era il tipo di bagno che può possedere solo un riccastro narcisista e fanatico: enorme, tappezzato di specchi e lustre piastrelle nere, con vasca rotonda e macchine da body building. «Non è un po' fascista, la mania dei pesi?» Stella rise, senza prendersi il disturbo di rispondere, e la ricondusse in soggiorno. «Siediti. Vuoi qualcosa da bere?» «Ce l'hai una vodka?» «Ho tutto». Mariarita suppose che fosse proprio una tipica risposta da Stella. Sprofondò nella poltrona di pelle, che le sembrò morbida e vaporosa come una nuvola. Una nuvola nera. Alle pareti erano appesi due ritratti fotografici ingranditi e incorniciati di nero: listati a lutto, pensò Mariarita. Quello di destra rappresentava un biondo dalla faccia tra il carino e il qualunque, con quella tipica espressione rassegnata che si potrebbe definire "di sfiga annunciata". Quello di sinistra era il primo piano di un uomo dai capelli scuri, piuttosto attraente: un bel giovanottone dal fascino televisivo, che a Mariarita ricordò Gianfrancesco Malenotti. Sì, il sorriso era quasi lo stesso dell'onorevole, aperto, un po' spudorato, che gli creava una rete di rughe intorno agli occhi in cui covava un luccichio pericoloso, e sembrava volerti dire: tu e io l'abbiamo fatta grossa, ma non lo diciamo a nessuno. «Chi sono?» chiese Mariarita. «Il biondino è Jeffrey Dahmer, killer omosessuale. Il bruno è Ted Bundy, killer eterosessuale. Entrambi erano stupratori e

necrofili. Con una differenza: Jeffrey non faceva soffrire i suoi uomini, li addormentava prima di incularli e smembrarli. Ted invece adorava torturare le sue donne. I maschi sono sempre molto più gentili fra loro che con noi». Assassini. Stella se li era appesi al muro, come altri appendono James Dean, o qualche tizio con una chitarra elettrica. «Perché hai scelto proprio questi due?» «Sono i più misteriosi. Sfuggono alla tipologia dell'assassino, ai luoghi comuni da tavola rotonda sui traumi infantili, sul disadattamento eccetera. Vengono da realtà sociali normali». «Ho visto un film tv su Ted Bundy» disse Mariarita, prendendo la vodka che l'altra le offriva, in un curioso bicchiere a forma di stivale. «L'hanno preso per caso, no? Guidava con le luci di posizione spente, o qualcosa del genere. Somiglia al mio uomo politico». «Il tuo uomo politico?» chiese Stella, fingendo di non sapere per chi lei lavorasse. «Sì, Gianfrancesco Malenotti. Leggo per suo uso e consumo, soprattutto romanzi. Leggo tutto quello che lui non leggerebbe neppure se avesse il tempo di farlo». Stella posò il suo bicchiere sul tavolino e poi si buttò a sedere sul divano, con un salto all'indietro, come farebbe un trapezista quando decide di mollare la presa e rimbalzare in rete. «Dev'essere un lavoro comodo» disse. «Un tantino autistico». «Sì» approvò Mariarita. «Si passa un sacco di tempo in casa, senza vedere nessuno. A volte, passo talmente tanto tempo da sola, che comincio a dubitare di esistere». «E anche piuttosto insolito...». «Quasi tutti i miei lavori sono stati insoliti. Bisogna pure guadagnarsi da vivere, in un modo o nell'altro. Nel mio caso, è sempre l'altro». Stella scoppiò a ridere, piegandosi di lato fin quasi a sdraiarsi completamente sul divano. Meno male, pensò Mariarita, su tre frasi autoironiche almeno una ha colto nel segno. Stella

smise di ridere gradualmente, con una serie di brevi sogghigni smorzati, prese il suo bicchiere, mandò giù una sorsata di vodka, e sbatté i piedi sul tavolino. «Anche Ted Bundy, come il tuo Malenotti, era un uomo politico, un esponente di punta del partito repubblicano. Dirigeva una campagna contro il crimine e redigeva depliant per illustrare alle donne i metodi per difendersi dallo stupro. Niente male, per uno che ne ha violentate e ammazzate almeno trentacinque, viaggiando coast to coast per tutti gli States». «Chissà che anche Malenotti non abbia trentacinque donne sotto il pavimento della sua casa di montagna». «Era avvocato, e al suo processo si è difeso da solo. La qual cosa non gli ha evitato di finire ugualmente sulla sedia elettrica». «Malenotti non lo prenderanno mai. In macchina è molto prudente. E comunque non guida quasi mai. Ha l'autista». Mentre parlava, Mariarita stava facendo scorrere lo sguardo lungo tutta la stanza, sulle foto più piccole appese ai muri (altri assassini, probabilmente), sugli scaffali pieni di libri, sulla videoteca, sulla raccolta di dischi e CD-ROM. «Stai guardando la mia biblioteca? Credo che sia la più completa in Italia, almeno per quanto riguarda la storia del crimine e gli assassini. Ho un dossier di foto e documenti sui killer di tutti i paesi e di tutti i tempi, più o meno famosi. Da anni cerco e accumulo questo materiale. E poi, ci sono romanzi, i thriller, le mystery story...». «E le videocassette?» «Film di argomento criminale, sia documentari che opere di fiction. Ho anche una raccolta di brani musicali composti da musicisti legati al satanismo, o che siano stati uccisi, come John Lennon, o abbiano commesso omicidi, o abbiano scritto canzoni ispirate ad assassini celebri. Vuoi un'altra vodka?» «Volentieri». Stella, con uno slancio da ginnasta, si rimise in piedi, andò al mobile bar.

«Sul serio ti piacciono gli assassini?» chiese Mariarita, come se ne dubitasse e fino a quel momento avesse solo finto di crederci. «Affermativo». «Ti piacerebbe commettere un omicidio?» «Negativo». Stella tornò, si piantò davanti all'altra, con la bottiglia in mano. «Se vedessi commettere un omicidio nella vita reale probabilmente starei male. Sono una pacifista, non amo la violenza e i suoi effetti, non amo la guerra e i massacri, non amo la legge del più forte. Il fatto è che... non so spiegarti perché, ma vado pazza per i maniaci, gli psicopatici, gli assassini fuori di testa. Mi appassionano le personalità maschili criminali... Vorrei smontarle, per vedere cosa c'è dentro, come i bambini fanno con i giocattoli. Tieni, ti lascio la bottiglia qui». Stella sbatté con un tonfo secco la bottiglia sul tavolino, e tornò a gettarsi sul divano, con quel suo tipico salto all'indietro. Stavolta, parve che riuscisse a saltare e contemporaneamente sollevare i piedi, per poterli far atterrare sul ripiano di cristallo. A Mariarita piacque molto, fu tentata di chiederle di ripeterlo ancora una volta. Invece le domandò: «Com'è cominciato tutto questo?».

Stella non sapeva come fosse cominciato. La carta dell'uomo nero, ovviamente, non era un inizio, ma un sintomo di qualcosa già in corso. E quel qualcosa era misterioso, immotivato come gli omicidi di Ted Bundy, e neppure un decennio di analisi avrebbe saputo spiegarlo. Stella era stata in cura da un analista non per dieci anni, ma per dieci mesi: dal suo punto di vista, una perdita di tempo e denaro. «Quello diceva che amavo mio padre, ma mi sentivo rifiutata da lui, e allora ho sviluppato una passione per la sua ombra, il suo contrario. Non potendo avere il buono, insomma, l'ho sostituito con il cattivo. Secondo lui, lo faccio per vendicarmi di

mio padre e farlo ingelosire, anche adesso che è morto da tanti anni. Una fesseria del genere, potresti dirmela anche tu, senza inchiodarmi su un lettino due volte la settimana, e senza prosciugarmi il conto in banca, giusto?» «Oh, sì. Io sono bravissima, a dire fesserie». «Non intendevo... cioè...». «Ho capito, ho capito, va bene». Mariarita versò altra vodka, per tutt'e due, ridendo. «Non ricordo com'è cominciato» riprese Stella. «Ricordo di essere sempre stata così. Quando avevo sei anni mi trovavo in un parco, stavo giocando a pallone, quando da dietro un cespuglio è sbucato fuori un esibizionista con i calzoni abbassati e il cazzo in mano». «Ti ha traumatizzata?» «No, mi ha eccitata». «Eccitata? Vuoi dire che hai provato un'attrazione sessuale?» «Negativo. Una cosa mentale. Un po' come... non so... scoprire la propria vocazione. Se non fossi già stata come sono adesso, non mi sarebbe successo, non ti pare?» «Hai raccontato dell'esibizionista a tuo padre?» «Affermativo. Lui gli ha fatto la posta al parco, l'ha preso, e l'ha fatto sbattere in galera. Mi è dispiaciuto moltissimo. Avrei voluto conoscere quell'uomo. L'ho conosciuto in seguito, dieci anni più tardi. Mi sono appostata per sorprenderlo, come lui aveva fatto con me. È stata una vera delusione. Era un tipo assolutamente insulso, incapace persino di una conversazione da bar». «Certo. Per te ci vuole qualcosa di più forte». Stella reagì alla provocazione alzando il suo bicchiere e ghignando, come una che sa apprezzare una buona battuta. Mariarita era felice che Stella non le avesse ancora parlato di un uomo in particolare, ma solo dell'uomo in generale, che si fosse sforzata di interessarsi ai suoi interessi per quasi tutte le due ore trascorse al ristorante. Aveva letto, si era documentata

prima di incontrarla, sembrava quasi che avesse imparato a memoria la lezione per far colpo su di lei. E sembrava anche che provasse un genuino piacere della sua compagnia, o almeno a Mariarita piaceva credere che fosse così. Forse, perché anche a lei cominciava a piacere la compagnia di Stella. «Dunque» disse «vorresti conoscere un assassino. Entrare in intimità con lui. Scoprire i suoi segreti. Capirlo. E magari...». Magari, scopartelo. «Mi hai presa per una di quelle tipe che scrivono lettere d'amore ai killer in carcere? No, non vorrei conoscere un assassino, una volta catturato. Mi toccherebbe sentirlo parlare, ascoltare magari un sacco di stronzate piagnucolose, e so già che non lo sopporterei. E non vorrei capirlo come persona, cioè salvarlo con il mio amore, recuperarlo, come credono di fare le donne che poi li sposano. Io vorrei capirlo mentre è libero, e nel momento in cui sta per uccidere». «Vuoi dire che ti eccita il pericolo? Che sei come quelli che si lanciano da diecimila metri di altezza, e l'assassino è il vuoto in cui ti lasci cadere?» «No, il pericolo in sé non mi attira. Preferirei evitare di correre rischi personali. Quello che mi attrae è l'abisso, l'idea di quello che c'è dentro di lui». «Cioè, sei come uno di quegli artisti che vorrebbero cogliere e dipingere un qualche mistero dell'esistenza, come lo scorrere del tempo, la nascita, la morte, il male... La tua, è una tensione estetica». «Non so se è come dici, ma lo dici bene. Mi piace parlare con te. Riesci a trovare le parole giuste per quello che ho sempre pensato, ma non ho mai potuto esprimere». «E... non ti sei mai sentita attratta da un uomo normale?» Stella alzò le spalle, annoiata. «Cosa intendi per normale?» Già, cosa si doveva intendere per normale? Il suo ex fidanzato che si era fiondato in Thailandia? L'onorevole Malenotti? I gay cattolici del gruppo di don Mariani? Un suo amico che si

appostava la notte per avvistare gli ufo? O quell'altro che aveva la mania di anagrammare tutto, anche le etichette dei vestiti? Dov'erano, quali erano le frontiere della normalità? Dunque, vediamo, la normalità confina a nord con... con che cosa? Con la Siberia, probabilmente. E a sud, con il deserto del Sahara. Ai lati, con gli X-files. «Così, sei una sperimentatrice. Negli assassini, cerchi la conoscenza del male. Non hai mai paura?» «Me la cavo piuttosto bene con le varie tecniche di lotta. E sono un'ottima tiratrice». «Non parlo di una paura immediata, fisica...». Mariarita non seppe continuare. Voleva chiederle se aveva mai paura di se stessa, di ciò che era, di ciò che voleva, ma questo si poteva chiedere a tutti, no? Eppure, era innegabile che Stella faceva paura. Un po' più paura degli altri, e la paura è il principio del mito. Mariarita ha sempre trovato estremamente difficile mitizzare una donna. A parte un paio di poetesse, una regista nazista, un'aviatrice e un'amica di sua madre che negli anni settanta aveva lanciato una molotov in una chiesa (la molotov non era esplosa, e il mito era caduto dopo un paio di settimane), non ha mai mitizzato nessuna donna. D'accordo, Mariarita ha una vita emotiva veramente troppo complessa, pessimi rapporti con la propria immagine e con le altre donne, una mentalità capziosa, molto involuta, ed è un po' saccente (per il suo ex, una « rompicoglioni cosmica»). A questo punto, quasi per allontanare da sé una vaga sensazione di disagio, Mariarita riportò il discorso su Igino Tarchetti, il suo mito. «Mi piace Tarchetti» disse Stella. «Avevo già letto alcune sue cose anni fa, prima di interessarmene per via di Frankenstein. Fosca, e anche i racconti di fantasmi. Specialmente quello dell'uomo che si rinchiude in un palazzo, dove vive con una donna immaginaria» «Storia di un ideale. Sono contenta che ti piaccia».

Mariarita era contenta davvero. Se Igino Tarchetti era riuscito ad arrivare a una lettrice intelligente ma disinformata come Stella, voleva dire che la sua personale guerra d'indipendenza per inserirsi in un immaginario collettivo internazionale era riuscita vittoriosa. Stroncato da Maledetto Croce e da gran parte della critica letteraria successiva, era risuscitato a nuova notorietà negli ultimi decenni, grazie all'arte popolare del cinema, e all'interesse per i generi e le letterature d'evasione. Trascinata dall'atteggiamento positivo di Stella, Mariarita le narrò tutto quanto sapeva di Igino Tarchetti. Stella ascoltò muta e affascinata, seduta con le gambe ripiegate di lato sotto di sé, annuendo con la testa come per farsi entrare bene in mente ogni parola, ogni sillaba. Ha un'aria così ingenua, pensò Mariarita, intenerendosi improvvisamente: guardala, la cowboy con il cinturone e le pistole, la cacciatrice di taglie, che sembra una ragazzona troppo cresciuta. C'era un amabile candore, in Stella, e una specie di vulnerabilità. Ascoltava molto bene. Avrebbe potuto, Mariarita, raccontarle le sue cose? Raccontarle dei giochi delle sue gatte, del platano osservato dal suo banco attraverso la finestra per tutti gli anni delle elementari, del cavallo a dondolo che le ha regalato il suo zio preferito il Natale del '67, della prefazione che scriverebbe, se potesse? Fu nell'istante in cui provò a raccontarsi che, anche se ancora non se ne rendeva conto, cominciò la sua amicizia con la detective.

«Ora capisco perché dici che quel racconto è un feticcio» disse Stella. «A me ha fatto lo stesso effetto l'ellepi uscito nel '70 con tredici canzoni di Charlie Manson, quando sono riuscita a trovarne una delle rare copie. Insomma, tu possiedi un documento originale scritto da una persona che ha probabilmen-

te conosciuto Tarchetti, gli ha parlato, e lo ha toccato. Giusto?» «Giusto». «E dici che hanno vissuto insieme un'esperienza che li ha ispirati?» «Non posso esserne sicura. Un corpo e Sublime anima di donna sono talmente simili fra loro, nei temi e nello stile, da farmelo quasi credere. Nell'opera di Tarchetti, però, non si trovano somiglianze né con l'uno né con l'altro dei due racconti. Un osso di morto, dove compare l'anatomista, racconta di uno zombi storpio che torna dalla tomba per riprendersi la rotula che gli è stata sottratta dallo scienziato. Perciò, non posso sapere di che genere di esperienza si sia trattato. Nell'alchimia creativa, un determinato avvenimento può produrre fantasie molto lontane dalla loro origine, o molto diverse fra loro quanto sono diverse le personalità dei rispettivi autori». Stella rimase un istante pensierosa, mordendosi le labbra. «E il contrario?» chiese. «I libri che ispirano la vita reale, vuoi dire? No, non esiste. Vorrebbe dire che gli scrittori possono cambiare il mondo, e noi sappiamo che non è vero... giusto?» «Eppure, sembra che qualcuno stia realizzando ai giorni nostri quello che l'anonimo scapigliato si è soltanto limitato a immaginare». «Tu pensi, come il tuo amico Trotta, che Frankenstein si sia collegato a Internet, abbia letto l'inizio di Sublime anima di donna, e gli sia scattato nella testa il trip di uccidere...». «L'hai detto tu che nell'Ottocento i libri scatenavano tutte quelle epidemie di suicidi fra i giovani». «Sì, I dolori del giovane Werther, le Ultime lettere di Jacopo Ortis, e i romanzi di Guerrazzi. I libri ispirano atti autodistruttivi...». «... e, allo stesso modo, anche atti distruttivi». Mariarita si versò un'altra vodka. La discussione stava prendendo una piega irritante, e per questo desiderava ubriacarsi.

«No, mi dispiace, su questo terreno non ti seguo. C'è chi i crimini se li immagina, e chi li esegue; raramente gli assassini immaginano ed eseguono, essendo l'immaginazione creativa, di solito, sufficiente a incanalare e sublimare i fantasmi e le ossessioni. O si scrive, o si vive». «Ma, spesso, gli assassini sono artisti mancati che si fanno ispirare dall'arte». Mariarita cominciava ad arrabbiarsi. Stella ragionava come quelle psicologhe da talk show che condannano una fiction diseducativa per giovani già capaci di uccidere la nonna per i soldi di una partita al videogame. «Come dire che se ammazzano un'usuraia la colpa è di Dostoevskij perché ha scritto Delitto e castigo» sbottò. «Il reale ispira l'immaginario, che ispira il reale, e così via» insistette Stella, sorridendo, e disegnò nell'aria con il dito un grande cerchio. Mariarita non rispose, risentita. Cosa aveva detto Tarchetti? "Dove rintracceremo noi quella linea che separa l'immaginario dal vero? E nel mondo dello spirito, nelle sue vaste concezioni, esiste qualche cosa che noi possiamo chiamare assolutamente reale, od assolutamente fantastico?" Che era come dar ragione a Stella. Era mai possibile che da quella linea che separa l'immaginario dal vero fosse scaturito Frankenstein? Oh... certo! Nel piacevole stordimento da ubriachezza conviviale, si sentiva disposta a fare almeno questa concessione. «Se non vuoi farmelo leggere» disse Stella «potresti però indagare con me. Il manoscritto reca almeno un indizio, un luogo e una data...». «Como, 2 novembre 1868». «... potremmo andare a Como. Cercare in qualche museo, o biblioteca. Tu sai dove e come muoverti in questo genere di ricerche, e io ho i miei metodi professionali, la mia esperienza... Se mi aiuti, potresti ricavarne anche tu alcuni vantaggi, e una certa pubblicità...». «Già... io prendo l'anonimo scapigliato, e tu Frankenstein!»

Mariarita rise, euforica. Si sentiva come senza peso, amabilmente cullata dalla sbronza, e vedeva Stella come attraverso una lente deformante. «E credi che non ci abbia già provato, a scoprire l'identità dell'autore del racconto? Como è la città di cui è originario il poeta scapigliato Giulio Pinchetti. Ho pensato che Anonimo potesse essere lo stesso Pinchetti, o un suo amico, un suo compagno di scuola, un collega di studi dedito agli stessi interessi... Sono stata a Como, nelle biblioteche, nei musei, ma non ho trovato niente. Nihil, nothing, nichts!» «Ti arrendi così presto?» Mariarita scosse la testa, come chi ha appena sentito un'ingenuità uscita dalla bocca di un bambino. Una ricerca storico letteraria non era un'indagine criminale... oppure sì? In ogni modo, scovare un autore che ha voluto rimanere anonimo, o che si è voluto restasse anonimo, non è come salire sul camion di un assassino. «Non riproveresti... con me?» «Sì... no...». «Sì o no?» «Insomma, ti ho già detto che a Como non ho trovato nulla». «Hai provato in qualche libreria antiquaria, come quella dove hai trovato Sublime anima eccetera?» Mariarita spalancò la bocca per la sorpresa. «Negativo...» disse, un po' veramente sbronza, e un po' rifacendo apposta la voce dell'ubriaca. «Quattro occhi vedono meglio di due. Lo diceva sempre mio padre». «Lo diceva anche il mio». «Allora, è sì?» «Ma... fai sempre così, tu, quando vuoi ottenere qualcosa?» «Sapevi che l'invito a cena non era disinteressato». «Mi stai togliendo il respiro!» «E sì. Andiamo su "quel ramo del lago di Como" di cui parla Manzoni, giusto?»

«Sbagliato. Il ramo di cui parla Manzoni è quello di Lecco». «Sul serio?» «Ci puoi giurare». Stella rise come se volesse sfasciarsi e perdere tutti i pezzi per la stanza. «Io ho sempre creduto che fosse quello di Como» disse poi. «Lo vedi che dobbiamo lavorare insieme? Senza di te, sbaglierei persino ramo...».

L'amico siciliano M

ariarita era andata a trovare un amico libraio di remainders che esponeva alla Fiera del libro: non poteva, cortesemente, fornirle il catalogo degli altri espositori? Fra questi, c'era anche un libraio di Como, di nome Ghidetti. Al telefono, una tipa dalla voce impostata aveva detto a Mariarita che sì, aveva qualcosina sulla Scapigliatura; doveva cercare meglio, ma le pareva di ricordare che qualcosina c'era. Insieme, Stella e Mariarita si recarono alla libreria Ghidetti di Como: non un piccolo e raccolto scantinato d'atmosfera retrò, odoroso di vecchia carta, ma uno stanzone al primo piano di un edificio nuovo, con scaffali di plastica e metallo, dispersivo come un punto vendita di provincia. Attraverso un finestrone che dava sul vago di una mattinata di nebbia, Mariarita intravedeva mezza chioma di un albero, il molo che sfumava nel nulla, e acqua, nebbia e profili di promontori confusi in linee da acquerello. Avevano acceso le luci al neon, grandi tubi ricurvi che scorrevano intorno agli angoli del soffitto. A Mariarita la luce al neon in un mattino bigio ricorda gli inverni ai tempi della scuola, i tragitti in autobus con i libri stretti sotto il braccio, che le si incastravano nel fianco ogni volta che un urtone mandava qualcuno a sbatterle addosso, i cappuccini al bar con la schiuma che si leccava via dal labbro superiore, le lezioni ripassate alla luce elettrica, in classe, pochi minuti prima che entrasse il professore. Una ragazza grassa, dal viso affabile e dalle maniere carez-

zevoli, venne loro incontro. «Posso fare qualcosa per voi?» «Sono Fortis. Ho telefonato la settimana scorsa...». «Lei cercava un'edizione rilegata del Belli?» «No... mi interessa la Scapigliatura lombarda. Lei mi ha detto che avevate qualcosina». «Ah, sì! Tutto quello che abbiamo è sugli scaffali, in ordine alfabetico. A sinistra, per soggetti; a destra, per autori». Sullo scaffale per soggetti, sopra la targhetta RU-SE, c'era soltanto il volume di Piero Nardi uscito nel 1968, dal titolo Scapigliatura. «Ce l'ho già. biografie dei vela nulla su abbiamo fatto Un saggio importante, che contiene anche le principali esponenti del movimento, ma non ci riAnonimo» disse Mariarita, delusa. «Se è tutto qui, un viaggio a vuoto».

«Hai detto che l'unico scapigliato di Como è Giulio Pinchetti, e potrebbe essere il nostro Anonimo». «Buona idea. Cerchiamo nello scaffale per autori». Sopra la targhetta PA-Q, un solo volume: Giulio Pinchetti, Versi, Ostinelli, Como, 1868. «Nient'altro?» chiese Stella. «Pinchetti non ha pubblicato nient'altro che questo. A parte l'abbozzo di un romanzo, Cleopatra, che non ha mai scritto». «Perché?» «Perché era un nevrotico disadattato. Cominciava le cose, e poi non riusciva a finirle. Ha cominciato anche la terza guerra d'Indipendenza, senza finirla. Non voglio dire che avesse iniziato a fare la guerra da solo, si era arruolato insieme agli altri». «Ah» annuì brevemente Stella, come se avesse avuto veramente bisogno di quella precisazione. A volte, Mariarita dubitava seriamente del suo senso dell'umorismo. Un tizio, che stava leggendo seduto su un trespolino rosso simile a quelli delle stazioni del metrò, si voltò a guardarle con disapprovazione. «Gli rompiamo le palle» disse Mariarita. Stella alzò le spalle: non me ne può fregare di meno.

«Ha scritto lui Sublime anima eccetera?» chiese. Rispettosamente, Mariarita sfilò il libretto dallo scaffale e sfogliò. «Ho già consultato una copia dei Versi di Pinchetti, ma non ho trovato nessun indizio che permetta di stabilire che lui e Anonimo fossero la stessa persona». «Ma chi era, questo Giulio Pinchetti?» «È nato nel 1845... Ha frequentato la facoltà di legge a Pavia, probabilmente insieme a Giovanni Camerana; lui però era un poeta, non un avvocato... A Milano, si è dato al giornalismo, curava la pagina culturale della Gazzetta di Milano. Il resto più o meno te l'ho detto: voleva combattere contro gli austriaci, ma l'hanno riformato... non portava mai a termine quello che cominciava...». «E che fine ha fatto?» «Si è suicidato, con due colpi di pistola». «Come fa uno a spararsi due colpi di pistola?» «Me lo sono chiesto anch'io. Sembra che fosse una specie di rituale scapigliato: prima di puntarsi la pistola alla testa tiravano un colpo contro il muro, per verificare il funzionamento dell'arma». «La sua vita, almeno, è riuscito a terminarla». Vabbe', Stella aveva un senso dell'umorismo tutto suo.

Il tizio che già le aveva guardate con disapprovazione tornò a fissare lo sguardo su di loro. Era un ragazzo vecchio, un uomo sui trentacinque o anche trentasette, barba nera, lunghi e ispidi ciuffi di capelli neri che contornavano una rosea chiazza di calvizie. Indossava un maglione color ruggine e un paio di pantaloni di cui sarebbe stato impossibile indovinare la provenienza: larghi, sformati, a quadretti bianchi e verdognoli. Sicuramente non sono firmati, pensò Mariarita. E sta qui a leggere per ore, senza comprare mai nulla. Un tipo decisamente al di fuori di ogni spot.

«Scapigliato anche lui» disse Stella a voce ancora più alta. «Forse un po' stagionato». «A questo punto» continuò Mariarita, abbassando la sua «vicolo cieco». «Se hai creduto che fosse così facile, sei una rinunciataria». Rinunciataria? Cazzo, questo è un affronto. Da schiaffeggiarla. «Tu che cosa faresti? Sentiamo!» «È come la ricostruzione di un delitto» disse Stella, che non si era accorta di aver offeso l'amica. «Le tracce non sono state disposte in modo che noi potessimo leggerle immediatamente, no?» «E allora?» «Estenderei la ricerca a tutto il panorama della letteratura italiana dell'Ottocento». «Mi pare un po' generico». Ma Stella aveva ragione. Anonimo poteva celarsi, mezzo cancellato o sotto metafora, fra le righe dì un altro libro. Con buona pace del principio della lettera rubata di Poe, c'erano ancora cose nascoste. Così, Mariarita riesaminò una serie di opere che conosceva già: La letteratura della nuova Italia di Benedetto Croce (con tutte le sue stroncature), le opere in prosa di Giuseppe Rovani, il saggio di Petrocchi Scrittori piemontesi del secondo Ottocento (Anonimo aveva scritto il racconto a Como, d'accordo: e se fosse stato piemontese?), e un romanzo di Gian Pietro Lucivi che non le era mai piaciuto. Scoprì anche il saggio di Gaetano Mariani Storia della Scapigliatura, che avrebbe dovuto trovarsi sullo scaffale per soggetti RU-SE, e invece era finito accanto a un libro dal titolo Il malocchio: come toglierselo e gettarlo su altri. E molti altri volumi di e su gente morta, di cui si parla e si sente parlare solo al liceo. «Prova con Manzoni» disse Stella. «Per gli scapigliati era una figura edipica». «Vediamo se dall'Edipo viene fuori qualcosa». Ne venne fuori, fra molta, mooolta carta, un volumetto pic-

colo e smilzo, sottile, quasi invisibile. Leggendo i minuscoli caratteri neri sul dorso, Mariarita ebbe un tuffo al cuore. Una serie di extrasistole, anzi. Caronte, Benito. Contro Manzoni. Saggio inedito di Gherardo Orsi. Graphica, Bellano, 1997. Mariarita fece scorrere il dito lungo il dorso del librino. Era incastrato strettamente fra i libroni: impossibile tirarlo via senza rovinarlo. Mariarita fece scivolare fuori dallo scaffale uno dei torni rilegati, spostò gli altri uno a uno, e in breve acchiappò il librino intatto. Era flessibile come un quaderno; la copertina lucida color vino esibiva un disegno della stessa tinta in un riquadro bianco, un intrico astratto di linee che pareva rappresentare un utero in cui fosse stata inserita una spirale contraccettiva (sicuramente, non era stato nelle intenzioni né del curatore, né dell'editore). Evidentemente, una pubblicazione amatoriale. «Chi è questo Benito Caronte? Lo conosci?» domandò Stella. «Non l'ho mai sentito nominare» disse Mariarita. «Ma Gherardo è il nome dell'assassino nel racconto di Anonimo. Naturalmente potrebbe trattarsi di una semplice coincidenza». Ma non si trattava di una semplice coincidenza, naturalmente. Quando Mariarita ebbe fra le mani il librino e lesse sul frontespizio il titolo completo dell'opera:

Contro Manzoni SAGGIO INEDITO DI GHERARDO ORSI POETA SCAPIGLIATO DI BELLANO

si rese conto di avere quasi certamente in pugno l'anonimo autore di Sublime anima di donna. Che sballo! Ne aveva già avuti, di momenti così, e se li ricordava bene: sono quei pochi istanti, fra la noia di un'esistenza quotidiana passata a compilare moduli delle tasse o impostare programmi di lavatrice, per cui senti di colpo che vale la pena vivere. È come innamorarsi: il cuore comincia a battere, gli ormoni del

benessere entrano in circolo nel sangue, si vive come su un tappeto magico steso al di sopra delle stronzate. Le era capitato ogni volta che aveva scoperto uno degli scrittori del suo pantheon personale, e quando aveva trovato il manoscritto di Sublime anima di donna, ma questo era di gran lunga il trip letterario più godurioso che mai avesse osato sperare. Aveva messo le mani su un pezzo di mito. Era totalmente assorta, catturata dalle pagine del libro, che emanavano ancora l'odore amarognolo e fragrante della stampa fresca; era come se fosse sola, in un vortice che la trascinava ed escludeva ogni altra cosa, dimentica della presenza di Stella che, seduta accanto a lei, la guardava con quell'espressione tra il curioso e il preoccupato che si ha verso chi cogliamo in un raptus di passione che non è il nostro raptus di passione. Mariarita sfogliava, palpava, rivoltava, esaminava da tutti i lati il librino, elaborava e ne assimilava i contorni, la consistenza della carta, tutti i dati sensibili. Sembrava quasi che lo annusasse, che ne stesse risucchiando l'essenza e i segreti più riposti attraverso una specie di olfatto spirituale. Il librino (come ogni altro libro) è per una studiosa qualcosa fra una preda e un cibo raro e prelibatissimo. A Stella, Mariarita pareva effettivamente un grosso cane che ha fiutato un tartufo. L'incanto venne interrotto dal tipo seduto a leggere, lo scapigliato stagionato, che spinse indietro il suo trespolino con uno scricchiolio di gesso su una lavagna. Mariarita sussultò, scambiò con il tipo uno sguardo tra il meravigliato e il furibondo. «È lui?» chiese Stella, indicando il librino. «Affermativo» mormorò Mariarita. L'ultima pagina recava solo l'indirizzo della tipografia:

Stampato per conto del Fondo Caronte con il patrocinio della Cariplo da Graphica Editrice Bellano

Delle centosei pagine che contava, soltanto sei erano di Gherardo Orsi (si trattava di frammenti, appunti per un progetto più ambizioso mai portato, pare, a compimento); le restanti erano del curatore, Benito Caronte, che avvoltolandosi in un bozzolo di inevitabili premesse, citazioni, precisazioni, rimandi e sfoggi assortiti d'erudizione, riusciva a gonfiare il proprio ego fino ad assumere proporzioni smisurate, e a divenire quasi l'autore dell'opera. Mariarita e Stella, insieme, iniziarono a leggere le sei pagine di Gherardo Orsi, che erano datate, come il racconto, 1868:

In un generale panorama di avvilimento e prostrazione della nostra letteratura nazionale, non si può negare che il libro di Alessandro Manzoni abbia suscitato al suo apparire tanta sensazione, e che giovani e valenti letterati si siano sentiti spinti a emulare il suo autore, e ad avventurarsi per l'irto cammino della carriera di romanziere. Ebbene, se dobbiamo senza indugio attribuire a Manzoni il merito di aver risvegliato dal sepolcro le sepolte vive lettere italiane, non cadremo perciò nell'eccesso, da troppi sostenuto, di affermare che I Promessi Sposi sia il miglior romanzo che abbia mai visto la luce nel mondo. Non staremo qui a portare le obiezioni che già sono state fatte, che cioè Manzoni è debitore a Walter Scott di gran parte della trama, forma e stile, né a ribadire la sua evidente inferiorità rispetto agli scrittori d'altri paesi d'Europa. Cercheremo invece di mostrare qual è la via da seguire per chi voglia cimentare il proprio talento nell'arte del romanzo. Sì, abbiamo il coraggio di affermarlo: Manzoni è insuperato, ma non insuperabile...

«A me sembra una cagata» disse Stella. «Ma, se tu dici che è importante, ci credo». Mariarita alzò una mano, come per intimarle di aspettare e

darle tempo di continuare la lettura:

Fin dai tempi più remoti la nostra immaginazione è stata vivamente attirata e scossa dai drammi di sangue, le tragedie della passionalità: un marito ammazza la moglie infedele, una moglie resa folle dalla gelosia ammazza il marito, una famiglia è sconvolta da un parricidio o un fratricidio si pensi a Caino e Abele! un ricco conte muore in circostanze misteriose, mentre una folla di eredi si accalca intorno al suo testamento... I giornali, moderno strumento d'informazione, diffondono ovunque le cronache di queste vicende; se ne discute in tutte le case, nei ritrovi pubblici, nelle piazze, nelle taverne, la gente se ne appassiona, ne è avvinta. Non è il caso di appurare qui se sia un interesse da più parti sentito a spingere i nostri giornalisti a scrivere di delitti, o se i giornali stessi, come sostengono alcuni malpensanti, abbiano contribuito a creare un siffatto gusto. Ciò che conta stabilire è che di tali fatti, di tali personaggi, di tali storie il pubblico è oggi soprattutto avido. Ma, diranno sempre i nostri malpensanti, codesta è materia vile, buona per le cameriere, per donnette impressionabili, indegna di assurgere a soggetto di un'opera di alta fattura e linguaggio, e meno ancora di alto sentire. Ché il battito di un grande cuore, e la forza di una grande niente, non si sprecano con cose sì meschine! A costoro, noi risponderemo: «Non avete voi dunque letto I delitti della rue Morgue del sublime Edgardo Poe?». ... Noi affermiamo, abbiamo il coraggio di affermare, che se un romanziere italiano sapesse fondere lingua, stile, e quel certo gusto per l'orrido e il pauroso, e la scoperta di un mistero da svelare, potrebbe egli degnamente dar vita a una nuova forma d'arte, per gli eletti e anche per ogni genere di lettori...

«Incredibile, incredibile, incredibile, incredibile!...» disse Mariarita, socchiudendo estaticamente occhi e labbra. Lo scapigliato stagionato, che stava disturbando da un pezzo, cominciò a produrre deliberatamente vari rumori per disturbarle: sbatteva i volumi sulla tavola, faceva scricchiolare la sedia, tirava calci. «Cosa c'è di incredibile?» chiese Stella. «Tutto. Al principio non dice niente di più di quanto avesse già detto quattro anni prima Tarchetti nel suo Idee minime sul romanzo, poi prende un'altra piega...». «Sì. Propone agli scrittori italiani di creare storie a suspense. Come, del resto, ha fatto lui». «È un punto di vista originalissimo, per l'epoca. Questo Orsi era un protoscrittore di thriller. Mi chiedo se Benito Caronte se ne sia reso conto... ma credo di no. Sfogliando la sua introduzione, si ha l'impressione che tenga soprattutto non a illuminare le opinioni di Orsi, ma a esprimere le proprie». «Dài, Mariarita, muoviamoci». «Cosa vuoi fare?» «Se ci sbrighiamo e corriamo a prendere un treno per Lecco, arriveremo a Bellano nel primo pomeriggio. Avremo tutto il tempo di cercare questo Caronte. Non è quello che vuoi?» «Sopra ogni cosa al mondo. Almeno oggi». Uscendo, Stella sfiorò la spalla dello scapigliato stagionato, e gli fece un allegro saluto con la mano. «Non lo avrei trovato senza di te». «Lo avresti trovato. Prima o poi saresti tornata a Como, e lo avresti trovato. Anch'io faccio spesso così: una prima indagine di superficie, tanto per riscaldarmi, e poi una seconda a pettine fitto». «Allora, non pensi che sia una rinunciataria?» «L'ho detto solo per darti una mossa». «Sai... il fatto che la cosa sia successa con te, mi sembra avere un significato». Mariarita era in preda a quella tensione febbrile, vivificante

ma nello stesso tempo vagamente malsana, che è lo stato naturale dell'indagine, e si sentiva sempre più avvicinata a Stella dal fatto di condividerla con lei. Cominciava a provare per l'altra nuovi sentimenti, oltre a un'ipotesi di mito: una tenue gratitudine, fiducia, sicurezza, e qualcosa di simile al cameratismo. Ha sempre pensato che il ghiaccio dell'estraneità, fra due persone, si rompe veramente nel momento in cui cominciano a chiamarsi per nome di battesimo. Finché ci si chiama formalmente, o non ci si chiama affatto, si può sempre fare marcia indietro, ma pronunciare un nome compromette, significa riconoscere, collocare in una struttura mentale di immagini, ricordare, quasi accettare. Stella, prima, in biblioteca, l'aveva chiamata Mariarita, e la cosa le aveva procurato piacere, quasi una carezza interiore. Se lei l'avesse chiamata Stella, sarebbe stato un passo irrevocabile. «Ora siamo sul ramo giusto del lago di Como!» disse. Il treno su cui si trovavano le due donne stava entrando nella stazione di Lecco. «Dove sono i monti del famoso Addio ai monti?» chiese Stella, affacciandosi al finestrino. «Io non vedo niente». «Stella...». «Vedo solo un paio di colline sfigate. Mi aspettavo qualcosa di più». «Stella, stai guardando dalla parte sbagliata. I monti sono di qua». «Che stronza!» Il Resegone sembrava stesse uscendo da un anello di nubi, alto, incombente e appena velato da una foschia che lo rendeva fantasmatico, minaccioso e protettivo insieme. Molto gotico. «Niente male» disse Stella. «Affermativo». «Ma perché gli scapigliati ce l'avevano tanto con Manzoni?» «Oh... vedi... Più che detestarlo, lo invidiavano: i tempi gli erano stati favorevoli... Come posso spiegarti? Rispetto a Manzoni, si sentivano un po' come i giovani d'oggi rispetto ai padri

che hanno fatto il '68...». «Cioè... traditi?» «La generazione di Manzoni aveva sognato l'utopia del Risorgimento, ma non era riuscita a farne trionfare gli ideali di libertà e giustizia... Manzoni, però, era vissuto in una fase up e di conseguenza era riuscito a realizzarsi compiutamente in senso artistico. Gli scapigliati vivevano nella fase down, il mito della patria era caduto, restava solo un'odiosa borghesia liberal-mercantile al potere. Di conseguenza, sentivano il bisogno di un rinnovamento letterario. In realtà, però, ammiravano Manzoni, lo veneravano... più o meno tutti, tranne Tarchetti». «E Gherardo Orsi». «Già... Quest'ultimo, però, sembra aver sviluppato idee sue, più indipendenti rispetto alla tradizione. Gli scapigliati, nel loro lavoro, non si sono mai veramente liberati dall'influenza manzoniana. Tarchetti, nel suo primo libro, riprende addirittura il soggetto dei Promessi sposi e lo sviluppa come una specie di parodia, cambiando il finale». Mariarita estrasse dalla borsa una copia di Paolina, che stava rileggendo in quei giorni, lo aprì, ne mostrò a Stella la dedica:

ALLA SANTA MEMORIA DI CELESTINA DOLCI OPERAIA PROSTITUITASI PER FAME E MORTA IN UNA SOFFITTA DELLA VIA DI SANTA CRISTINA L' 11 GENNAIO 1863

«Il libro è dedicato a una puttana?» chiese Stella. «Sì e no. Il nome suona falso, probabilmente è inventato. E la data, sul calendario, corrisponde al giorno del suo onomastico, la festa di sant'Igino. Celestina Dolci non è mai esistita. La dedica è già fiction, fa parte del corpo del romanzo. Tarchetti la

lancia contro un certo tipo di pubblico perbene, per denunciare una piaga sociale». «La prostituzione?» «La storia è quella di Lucia Mondella, come l'avrebbe scritta Manzoni senza l'happy end e se fosse stato un po' meno cattolico. Don Rodrigo vuole Lucia e, dal momento che lei gli resiste, la fa licenziare dal lavoro, le getta il fidanzato in carcere, e infine, durante il Carnevale, la rapisce e la stupra. Lei muore in seguito alle violenze subite. Il finale mostra Don Rodrigo in carrozza con un amico, sempre ricco e impunito, che sta progettando di ricominciare con un'altra ragazza». «Nell'Ottocento, una storia così doveva essere un pugno nello stomaco, giusto?» Mariarita e Stella cambiarono treno, e proseguirono per Bellano. Dal finestrino, scorreva davanti ai loro occhi il paesaggio del lago di Como: dritte spiagge di ciottoli, macchie di verde che si ingolfavano in acquitrini paludosi, piccoli porti con piccole imbarcazioni. Al centro del lago, poche barche a vela. «È bello, qui» disse Stella. «Non c'ero mai stata. Una vive a Milano da sempre, ma non va mai in certi posti. Ci vuole un assassino, per costringerti ad andarci. Hai mai pensato che per le semplici persone non facciamo più niente? Io, solo per gli assassini. Tu, per gente che è morta da più di cent'anni». «Hai ragione» disse Mariarita. Non ci aveva ancora mai pensato veramente: per le semplici persone, ormai, non si fa quasi più nulla. «Stella, tu hai amici?» chiese. «Oh... affermativo... più o meno!» «E non faresti qualcosa per loro?» «Credo di sì, se avessero veramente bisogno di me». «Sì, anch'io». Ci fu un istante di silenzio. «Hai amiche?» chiese ancora Mariarita. «Un paio. Ma sono una tale rottura di coglioni!» «Anch'io ne ho un paio... e sono una gran rottura di coglio-

ni». «Vedi? Un'altra cosa che abbiamo in comune: due amiche rompicoglioni. Forse sono le stesse». Mariarita rise. Quand'era più giovane, sui ventidueventicinque anni, era solita iniziare un'amicizia femminile con una frase del tipo: "Non è facile amarsi fra donne", volendo sottintendere che c'erano di mezzo la mancanza di autostima, di rispecchiamenti positivi, e tutti gli accidenti che sa bene chi ha letto le bibbie del femminismo uscite negli anni settanta. Concordare sulle difficoltà in una relazione fra donne, le pareva un modo valido di impostarne una. Era diventata una specie di formula augurale, un rituale scaramantico. Ora, erano anni che non provava la frase magica. Erano anni che non dava inizio a un'amicizia nuova con una persona del suo stesso sesso. Mentre stava per pronunciare la frase (aveva già attirato l'attenzione di Stella), un cellulare si mise a suonare. Era il telefonino della detective. «Scassacazzi!» mormorò Stella, fra i denti, e rispose alla chiamata. Mentre Mariarita, imbarazzata, faceva vagare lo sguardo oltre il finestrino e sugli altri passeggeri del treno, Stella parlò per alcuni minuti, a voce alta, incurante delle orecchie altrui, come sono soliti fare tutti i proprietari di cellulari: «Sì...? Ah, sei tu... Hmm... Hmm... Cosa? Sì... No, non mi sembra il caso... Dici...? È rimasta traumatizzata? Va bene, ma... Scusa, no, non mi sembra proprio il caso... Capisco che vedere Paperino sia un'esperienza sconvolgente, ma... Ti ho già detto cosa ne penso, secondo me esageri... Va bene... Va bene... Hmm... Boh, fa' co-me ti pare, ma... Va bene... Hmm... Ciao!». Stella spense il telefonino e lo rigettò nella borsa, con un gesto seccato. «Era una delle due» disse. «... amiche?» «Affermativo. Ha una figlia di appena quattro anni, e non so quante volte l'ha già portata dalla psicologa. Basta che la cugi-

netta le faccia un dispetto, e via di corsa dalla psicologa. A forza di essere interrogata dalla psicologa, quella bambina crescerà con la convinzione di avere qualcosa che non va. Gliel'ho detto. Le ho detto: quando avrà quindici anni, te la ritroverai schizofrenica. Ora l'ha portata a Disneyland, e un tipo camuffato da Paperino, alto più di due metri, l'ha abbracciata e sollevata da terra... La bambina ha preso uno spavento bestiale, si è messa a urlare, non la smetteva più, pare che ci sia voluta mezza giornata per calmarla...». «A me, a quattro anni, sarebbe piaciuto, credo». «Anche a me». Le due donne risero. «I personaggi di Disney sono inquietanti» disse Mariarita. «Io li collego sempre a Richard Ramirez, detto The Night Stalker, un assassino adoratore del diavolo che svaligiava appartamenti e ne uccideva gli abitanti. Poco dopo la proclamazione della sua condanna a morte, ha riso, e ha detto: "Ci vediamo a Disneyland!"». Mentre raccontava di Richard Ramirez, Stella sorrideva in quello stesso modo trasognato e commosso che Mariarita ricordava di aver visto spesso sulla bocca del suo amico Moreno: una specie di ghignetto inconsapevole, appeso agli angoli delle labbra, inalterato malgrado la modulazione delle parole. Moreno non aveva il mito degli assassini, ma lo mandavano in estasi le disgrazie fatali, quelle che stroncavano una vita nel momento della sua apoteosi, come nelle tragedie greche. Lo colpivano le sfortune individuali, come la morte di Richie Valens, ma meglio ancora erano le catastrofi collettive, come quella del Titanic. Probabilmente, l'idea del fato era per Moreno in qualche modo erotica, spaventosamente fascinosa. Aveva bisogno di impietosirsi e godersi la sua pietà, e nello stesso tempo provava il brivido delle grandi altezze, una paura di precipitare che contiene in sé un nucleo di orribile desiderio. Il massimo, per Moreno, era la sciagura aerea del 4 maggio 1949, che aveva sterminato in un colpo solo il Torino, la miglior squadra di cal-

cio di allora. «Erano invincibili» diceva Moreno «e sono morti tutti!» «E com'è l'altra?» «L'altra chi?» «Amica». «Oh, la numero due. È più o meno come la numero uno, ma con un altro tipo di ossessione. Sesso orale». «Sesso orale?» «Ha un fidanzato che pretende di ricevere sesso orale, ma non è disposto a darne. E lei se ne lamenta di continuo, con me. Non con lui, con me. Cambia fidanzato, le ho detto. Ma niente, se lo tiene ben stretto, anzi ha paura di essere lasciata. È sempre così, con le donne: si lagnano, si lagnano, si lagnano, ma non vogliono mai cambiare niente. A parole, sanno benissimo quello che bisognerebbe fare, però non lo fanno. Io gliel'ho detto: se vuoi restare con quello stronzo, poi non piangere se non ti lecca la fica». «Ti telefona per dirti che lui non le lecca la fica?» «Affermativo. Me lo dice ogni volta che chiama. È come il ritornello di una canzone. Non hai notato che sono tutti così? Ripetono continuamente una o due frasi, uno o due concetti, e basta. Quando li hai sentiti una volta, li hai sentiti per sempre». «Sì, è vero. L'effetto canzone». «E poi c'è Pa', la mia segretaria amica. Se verrai nei miei uffici di giorno, la conoscerai». «Io non ho una segretaria. Però ho una corrispondenza epistolare con una polacca della mia età». «Avrei molte altre amiche, se avessi mantenuto i contatti con tutte quelle che conoscevo. Ma sai com'è, quando tu smetti di chiamare, loro non si danno la pena di cercarti, spariscono». «Sì, è così. Però mi è capitato, incontrando persone che non vedevo da anni, di scoprire che non avevano mai smesso di pensare a me. Erano disposte a rapportarsi come se ci fossimo lasciati appena ieri. Mi avevano sempre portata dentro, ero ancora importante per loro».

«Forse è come dici tu. Chissà perché, allora, non ti cercano più». «Già, chissà perché». La conversazione si interruppe per alcuni istanti. Sì, pensò Mariarita, decisamente i treni favoriscono le confidenze intime. C'è qualcosa, nel rumore ritmico delle rotaie, nello sfilare ipnotico dei paesaggi, nel movimento ondulatorio delle carrozze, che stimola il fantasticare, se si è soli, e il discorrere, se si è in compagnia. Stella era assorta, lo sguardo perso nel vuoto, la mano ripiegata e abbandonata sulla spalla, le dita che giocavano con una ciocca di capelli. I riflessi del sole, attraverso il vetro, sembravano passare sulle sue pupille blu e percorrerle, in un moto ondoso continuo.

«Stella?» «Sì?» «Posso farti una domanda?» «Certo». «Come hai fatto a trovare quell'assassino, il camionista, prima della polizia?» «Ho una mia rete di collaboratori, informatori... Te li farò conoscere, prima o poi. È gente che non sempre sta dalla parte della legge, perciò neppure la polizia ne conosce l'esistenza, capisci... Con Angelo siamo molto amici, ma la nostra è piuttosto un'amicizia a senso unico da parte sua... nel senso che io prendo molto più di quanto ricevo. Lui mi dice tutto... io no». «Sì, ma... più precisamente, come hai fatto?» «Il camionista seminava le sue vittime lungo la statale Rivoltana. Io conosco un tale, un mio vecchio collega di università, che dopo aver lavorato per un po' in uno studio legale ha deciso che far divorziare la gente non era precisamente il sogno della sua vita. Allora si è comprato un camion e ha scelto di fare il camionista: libero, sempre in giro, senza padroni, quelle menate lì. Va bene: per farla breve, questo mio amico mi dove-

va un favore». «Tu devi essere molto brava a fare in modo che gli altri ti debbano favori». «Perché io ne faccio alle persone giuste». «Quelle che potranno ricambiarteli». «A volte mi capitano gli ingrati. Comunque, l'avvocato con il camion è stato in gamba. Credo che in fondo si sia divertito anche lui, gli dev'essere sembrata come una spedizione sui fiumi dell'Amazzonia con i coccodrilli intorno alla canoa, qualcosa del genere. Mi ha organizzato una specie di rete spionistica di camionisti. Ma alla fine ci siamo arrivati per un colpo di fortuna. Un camionista che transitava proprio all'ora e sul luogo dell'ultimo omicidio aveva incrociato un camion rosso con una scritta sulla fiancata: FUCK YOU. Sempre attraverso l'intelligence dei camionisti, siamo riusciti a sapere chi viaggiava su quel camion. Abbiamo controllato i suoi movimenti, e più o meno coincidevano con le date e i luoghi degli omicidi. Così, gli abbiamo preparato la trappola. L'ho agganciato in una stazione di servizio, gli ho chiesto un passaggio. Pa' mi aveva accompagnata fin lì con la macchina, e quando io sono salita sul camion ha chiamato la polizia...». «È questa la tua strategia abituale? Chiami la polizia, e poi ti butti?» «Se aspettassi la polizia prima di buttarmi, non sarebbe la stessa cosa». «Già. La stessa differenza che c'è fra lanciarsi con o senza paracadute». «Ti ho già detto che non è il rischio il motore principale. Fosse così, sarei piuttosto una patita della roulette russa. Io cerco un'emozione unica, forte, importante. Ma tu non capisci...». «Invece sì. Credo di capire». «Impossibile. Nessuno mi ha mai capita. Mi guardano come un animale raro, oppure hanno paura, mi detestano, mi respingono, o si attaccano a me in modo esagerato, e sempre per le

ragioni sbagliate. Nessuno mi ha mai capita». «Io ti capisco più di quanto non immagini. Tu vuoi l'avventura, l'emozione unica e solo tua, che nessun altro possa ripetere o condividere. Non puoi averla da un viaggio, perché non ci sono più paesi da scoprire. Non puoi averla da una conquista, perché non c'è più niente da conquistare. E nemmeno da un amore, perché gli amori non sono più eterni. Così, sali sul camion con la scritta FUCK YOU». «Non so se parli sul serio, o stai solo cazzeggiando». «Perché non tutt'e due?» «Sai, sono un po' suscettibile. Tutti quelli che mi conoscono, quando non scappano via schifati, la buttano sempre sullo scherzo. Credono che sia pazza». «Io non credo che tu sia pazza. Solo un po' fascista». «Me l'hai già detto una volta. Ma che cazzo significa?» «La tua cultura, il tuo immaginario... La macchina da palestra, il tiro al bersaglio, il mito degli assassini...». «Questo è da fascisti?» «Dài, confessa che sei un tantino fascista!» «Non ti rispondo». Sto comportandomi con lei come mi comporterei con un uomo, pensò Mariarita. Lo stesso atteggiamento di provocazione, le stesse tattiche difensive-aggressive, lo stesso uso accattivante dell'ironia. «Quando ci siamo conosciute hai detto una cosa che mi ha colpita». «Sarebbe?» chiese Stella, scontrosa. Non le era evidentemente andata giù la storia della fascista. «Hai detto più o meno, non ricordo le parole esatte, che ti interessa vivere in prima persona quello che si legge sui giornali e di solito capita alle altre...». «Non sono una masochista, se è questo che pensi». «Lo credo. Hai anche detto che raramente, praticamente mai, una donna sopravvive a un maniaco... Tu vuoi fare l'esperienza di trovarti faccia a faccia con un assassino senza morire,

no?» «Non ho impulsi autodistruttivi. Questo me l'ha assicurato anche l'analista». «Tu vuoi essere la prima donna a fare l'esperienza dell'assassino allo stato selvaggio, e vivere abbastanza per superarla e raccontarla. Per vincere l'assassino, superarlo, farlo tuo». «Non ci avevo mai pensalo in questi termini. Può darsi che sia così. Lo dici talmente bene, che mi piacerebbe fosse vero». «E... com'è stata, l'esperienza? Cosa hai provato, su quel camion con la scritta FUCK YOU, in compagnia di un mostro che aveva strangolato cinque donne?» Stella assunse un'espressione che a Mariarita sembrò enigmatica (e probabilmente lo era), scosse la testa, sorrise, poi disse: «Non mi ha rivolto la parola fino a quando non mi ha aggredita, a parte che per dirmi cazzate del tipo: "Ti dispiace se abbasso il finestrino?" e "Cosa fai tutta sola sull'autostrada?" Niente di speciale. Mi pareva di stare con un parente, o uno di quei tipi che ti trattano fra il lubrico e il paterno». «E non hai scoperto l'origine del male... la radice del mistero?» «Negativo. Quando mi è saltato addosso, lo ha fatto come uno che deve soddisfare un bisogno... come se fosse sceso un attimo per orinare». «Niente luce demoniaca negli occhi, niente fascino da vampiro?» «Negativo. No, no». «E il satanista dei navigli?» «Oh! Sai che sei proprio curiosa? È stato facilissimo scovarlo. Ho un amico che è sacerdote di Satana, uno che crede seriamente nel diavolo, e vede quelli che scavano tombe più o meno come un prete vede i testimoni di Geova, anche peggio. Questo mio amico ha un amico che gestisce un'impresa di pompe funebri e conosce i guardiani di tutti i cimiteri cittadini. Uno di questi guardiani era d'accordo con la banda e spartiva con loro il bottino degli oggetti strappati di dosso ai morti.

Quel ragazzino, comunque, era solo uno svitato. Non mi interessano i delinquenti comuni, i balordi, gli stupratori, i ladri, i ruffiani, gli assassini della suocera. Quelli sono semplicemente umani. A me interessano gli... artisti del crimine. Quelli che lo fanno per niente. Per obbedire a un richiamo, per seguire il loro destino. E perché quello è il loro modo di esprimersi». «Ma il tipo del camion non lo era. Non era diverso dagli altri». «Non lo sembrava». «Credi che gli assassini siano una specie di superuomini, e vedi te stessa come una superdonna». «Cazzo ne so! L'analista non me l'ha mai detto, ma se lo dici tu...». «E questo non è un po' fascista?» «Mariarita: vaffanculo».

In una tavola calda di Bellano, Mariarita e Stella consumarono una veloce colazione a base di toast, birra e caffè. Mariarita mangiò in silenzio: la foglia d'insalata un po' appassita nel sandwich, il sapore del pane tostato e del caffè, il leggero spaesamento del trovarsi in un bar di stazione, in qualche locale dalle geometrie sconosciute, per lei, si sposavano sempre all'idea del viaggio, del movimento, dell'andare lontano dai luoghi di sempre, dalle consuete certezze. Era una sensazione dolceamara, che la sbilanciava emotivamente, rendendola un po' triste e sentimentale. Stella, invece, non mostrava il minimo segno di alterazione, sembrava perfettamente a suo agio, come a casa sua. Aveva appoggiato sul tavolino, fra le briciole e i cerchi d'acqua lasciati dai bicchieri, una guida del telefono che pareva essere stata sfogliata da un milione di mani, dalla copertina accartocciata e le pagine che parevano sbriciolarsi. Stella annotò alcuni numeri sulla propria agenda, pescò da un taschino della borsa una scheda telefonica.

«Il Fondo Caronte, la sede della tipografia Graphica e l'abitazione privata di Benito Caronte, si trovano allo stesso indirizzo, tre interni dello stesso numero civico». «Bingo» disse Mariarita, ma senza entusiasmo. Ora che aveva fatto un ulteriore passo avanti nella sua ricerca ed era forse vicina a mettere le mani sull'anonimo scapigliato, le stava prendendo una strana forma di passività, quasi temesse un fallimento e volesse vaccinarsi contro la frustrazione con un atteggiamento di rinuncia preventiva. «Vado a telefonare a questo tizio» disse Stella. La detective, con il suo passo elastico e scattante, andò all'apparecchio pubblico del bar, mentre Mariarita si sentiva invadere da un senso di vuoto. Stella parlò al telefono per alcuni minuti, continuamente, in quello che a Mariarita sembrò un lungo discorso ininterrotto, accompagnandosi con piccoli gesti taglienti che forse le servivano per dare maggiore impatto alla voce. Poi, riappese bruscamente. Sembrava che non avesse neppure aspettato una risposta. «Caronte accetta di riceverci oggi stesso. Fra un'ora, dice, perché nel frattempo ha alcune cose da fare. Io credo che non abbia da fare un bel nulla, e abbia preso tempo per tenerci sulle corde». «Fantastico» disse Mariarita. «Che cosa c'è? Ti vedo un po' mollina». «Non lo so. Improvvisamente, ho alcuni dubbi». «Che genere di dubbi? A Como hai detto: "Sì, sì, è lui"...». «Gherardo Orsi potrebbe non essere l'anonimo scapigliato. In quei decenni dell'Ottocento, vedi, tutti quelli che scrivevano qualcosa erano scapigliati, si definivano e venivano definiti così. Era la moda dell'epoca. Perciò, Gherardo Orsi potrebbe essere un poeta dilettante di Bellano che ha scritto quel saggetto contro Manzoni, ma non l'anonimo autore di Sublime anima di donna. Potrebbe anche non esistere un Gherardo Orsi, potrebbe essere un'invenzione di Benito Caronte». «Allora, perché hai preso un treno per venire fin qui?»

«...». «In ogni caso, non puoi esserne sicura se non verifichi, no?» «Logica stringente». Mariarita grattò via con l'unghia un pezzetto di prosciutto che era rimasto incollato al dorso della guida telefonica: un gesto casalingo, pensò, minimo, assolutamente inutile, bello proprio perché inutile. «In realtà, tu sei convinta di essere sulla pista giusta, ma per qualche ragione perversa preferiresti tirarti indietro» disse Stella. «Hai paura di prendere una fregatura, e ti proteggi facendo tutte queste storie». «È vero, qualcosa mi dice che sono sulla pista giusta. Ma è solo una suggestione che mi deriva dall'esperienza e dalle mie personali teorie sulla scrittura...». «Cioè?» «Gli scrittori, nel contesto della loro opera narrativa, hanno quasi sempre un personaggio che li rappresenta. L'autore di Sublime anima di donna si è sdoppiato: una parte di lui è il giovane poeta scapigliato, che è anche la voce narrante, e non ha nome. L'altra parte è l'assassino. L'identificazione deve essere stata tanto forte, tanto completa, che gli ha dato persino il proprio nome, quello reale. Gherardo, seguito da una B e i tre asterischi che usava anche Tarchetti, per adombrare i nomi dei luoghi e delle persone. Ecco perché, dopotutto, penso che Gherardo Orsi esista e sia il mio uomo». «Benissimo. Dunque, non è vero che hai alcuni dubbi». «Ragioni sempre così, tu?» L'abitazione di Benito Caronte si trovava in una via parallela al lungolago: un edificio a tre piani, in pietra a vista, affacciato su una piccola corte. Il piano terra era interamente occupato dalla tipografia. Mariarita e Stella salirono lungo la scala esterna, raggiunsero una porta blindata sulla quale una targa dorata, decorata con fregi in stile liberty, recava la scritta:

FONDO CARONTE ASSOCIAZIONE CULTURALE

Venne ad aprire un uomo con una faccia "da spot di un liquore digestivo". Sì, a Mariarita ricordò una celebre serie di spot di un amaro alle erbe: ne erano protagonisti tre amici, non giovani e neppure vecchi, dall'aspetto di professionisti benestanti; scappati dalle famiglie per una zingarata fra soli uomini, si dedicano ai loro giochi. In un episodio, fanno volare un vecchio biplano; in un altro, recuperano la campana di una torre finita in fondo al mare, in un altro ancora, salvano un puledro in pericolo sul ciglio di un crepaccio. Caronte aveva gli stessi modi energici, di disponibilità autoritaria, la stessa abbronzatura che vuole richiamare alla mente spazi liberi, esercizio fisico, odore di buon tabacco, la stessa vigorosa stretta di mano (veramente, non sappiamo come stringono la mano quelli dello spot, ma supponiamo vigorosamente). Mariarita se lo era aspettato vicino ai sessanta, ma ne aveva probabilmente meno di cinquanta. Indossava pantaloni di velluto a coste beige e una polo bianca. Capelli folti, da ragazzone, appena ingrigiti alle tempie, occhiali dalla montatura di tartaruga, che portava come uno che può anche farne a meno. Un naso corto e schiacciato che terminava con una punta tonda, un po' da clown, in contrasto con la regolarità classica degli altri lineamenti. Dopo le presentazioni, fece entrare Mariarita e Stella in un ufficio bianco che odorava di idropittura fresca e di nuovo, non ancora arredato a parte una tavola dal ripiano di plastica bianca, alcune sedie, e un paio di scaffalature metalliche. Esordì come se fosse lui a condurre un interrogatorio, rivolgendosi soltanto a Mariarita: «Allora, vi interessa Gherardo Orsi?». «Sì. Il fatto è che... Insomma...». «Come avete fatto ad arrivare fin qui?» «Attraverso una copia del saggio Contro Manzoni, che abbiamo acquistato in una libreria di Como. Vede, io sono in pos-

sesso di un manoscritto inedito del secolo scorso che reca solo l'indicazione "Como, 1868". Per svariati motivi sono convinta che Gherardo Orsi ne sia l'autore». «La sua amica, al telefono, mi ha detto che c'è di mezzo anche un caso criminale, tutte quelle ragazze uccise a Milano... Se prendono l'assassino, potrebbe venirne un bel po' di pubblicità gratis per un libro?» Mariarita e Stella si guardarono, sorprese. Non si erano aspettate una simile domanda. «Ho in preparazione un volume» proseguì Caronte «in cui intendo raccogliere tutto il materiale di Gherardo Orsi in mio possesso. Per questo, vorrei capire bene la faccenda del manoscritto inedito, e in quale modo è collegato a quei delitti». Mariarita, a un cenno di assenso da parte di Stella (Questo non ci dirà nulla se non gli diamo qualcosa in cambio), gli spiegò diffusamente la faccenda del manoscritto inedito, e in quale modo era collegato con quei delitti.

«Adesso tocca a lei» disse Stella. «Che cosa sa di Gherardo Orsi? Chi era?» «Chi era» cominciò Caronte, come se la domanda lo avesse disgustato. «Ne ho parlato diffusamente, nella mia prefazione al saggio Contro Manzoni. Era un poeta, uno scrittore, un intellettuale che ha vissuto tutti i fermenti storici, politici, culturali del suo tempo...» «In che anno è nato?» «Nel 1845». «Come Giulio Pinchetti» disse Mariarita. «Come Giulio Pinchetti, del quale era buon amico». «Originario di Como o di Bellano?» «Nato a Como, in seguito si è trasferito a Bellano, dove ha praticato come notaio e trascorso il resto della sua vita. Prima di morire, nel 1925, ha lasciato tutte le sue carte alla Fondazione Caronte, istituita nel 1921 da mio nonno, che era anche lui uomo di lettere, poeta lirico di gusto squisito, storico e archeo-

logo». «Allora, lei discende da una famiglia di eruditi. Sono certa che finiremo per intenderci». Mariarita credeva di aver trovato il modo di indurre Caronte a collaborare. L'uomo, malgrado la sua forzata estroversione, era evidentemente intimidito da Stella: pur mantenendo una certa educazione formale e rivolgendosi a entrambe, guardava solo Mariarita. Forse, dipendeva dal fatto che Stella era vestita da fascista, con calzoni di pelle nera aderenti come la guaina di un serpente, giubbotto nero, occhiali neri. Forse, era un tipo di donna più indipendente, più sicura di sé di quanto lui fosse disposto a sopportare. E Caronte, emotivamente fragile, non riusciva a reggerla: si vedeva. C'era qualcosa, in lui, che denunciava uno stato di contradditoria tensione, forse la volontà di essere all'altezza di un suo modello ideale, sempre prossima a spezzarsi. E poi, oltre a una certa debolezza di carattere, c'era l'ambizione feroce dell'intellettuale di provincia, unita a un senso di inferiorità strisciante e alla paura di compiere passi falsi, che lo rendevano in un certo modo aggressivo. Gherardo Orsi era il suo patrimonio personale, lasciatogli in eredità dal nonno, ed evidentemente intendeva gestirselo bene. Blandirlo, rassicurarlo, prospettargli allettanti vantaggi, era la sola cosa da farsi. «È una fortuna che le carte di Orsi si trovino nelle mani di una persona che è in grado di farne l'uso migliore (svaccata adulazione). Nel Fondo sono conservati altri racconti sul genere di Sublime anima di donna? Raccolte di versi?» «Purtroppo, per quanto nelle sue lettere Orsi accenni a componimenti in versi e in prosa, questa parte della sua opera, composta prevalentemente in gioventù, temo sia andata perduta. Ora lei mi parla di un manoscritto inedito, ritrovato in una libreria antiquaria. Naturalmente, non avendolo esaminato, non posso dirle se secondo me Gherardo Orsi può esserne l'autore...». «Capisco. Che cos'ha, oltre al saggio Contro Manzoni? Ha

parlato di lettere...». «Possiedo tutta la corrispondenza epistolare di Orsi, quella giovanile, relativa al periodo scapigliato, in cui lui visse a Milano, e quella dal 1880 in poi, che riguarda solo affari inerenti alla professione notarile. Oltre a diverse opere sulla flora e sulla fauna delle zone costiere del lago. Orsi era laureato in legge, come Pinchetti, come me...». «... e come me» intervenne Stella, che non riusciva a restarsene in disparte. «... ma era un appassionato naturalista» proseguì Caronte, ignorandola. «Sarebbe riuscito altrettanto bene come biologo». Orsi aveva interessi scientifici. Dopotutto Gherardo B"**, l'assassino da lui creato, è uno scienziato. «A noi interessa soprattutto il periodo scapigliato» disse. «In tal caso, ci sono le lettere indirizzate al "caro amico siciliano"». «A chi?» chiese Stella. Mariarita le posò una mano sul braccio, le lanciò un'occhiata di traverso, come a segnalarle: lascia fare a me. «Chi è l'amico siciliano?» «Giovanni Verga». «Gherardo Orsi scriveva a Giovanni Verga?» Mariarita era quasi senza fiato. «Ma... ma è straordinario... incredibile...». «Effettivamente, si tratta di documenti di un certo valore» disse Caronte, sussiegoso. «Se ha scoperto una corrispondenza fra Giovanni Verga e Gherardo Orsi, perché non l'ha ancora pubblicata?» Caronte alzò una mano come a dire "Alt": un gesto al limite dell'arroganza. «Piano. Non ho detto di aver scoperto una corrispondenza fra Verga e Orsi. Ho le brutte copie di un certo numero di lettere inviate da Orsi a Verga. Non ho le risposte di Verga. Se Verga ha risposto, non posso dimostrarlo. I testi di Orsi non contengono notizie, indizi, allusioni che provino che lo scrittore siciliano lo abbia fatto».

«Ma... fra le carte di Verga avrebbero dovuto trovarsi gli originali di Orsi!» «Non so spiegarle perché non si siano trovati. Questo è un mistero. Comunque, se pubblicassi le lettere, non potrei provare che una corrispondenza fra loro sia effettivamente esistita. Metta che io scriva a Salinger, e pubblichi le mie lettere: se non ho quelle di Salinger, non sono un suo corrispondente. Sono un mitomane». «Perché Orsi scriveva a Verga?» «Orsi ammirava Verga come scrittore. Può darsi, però, e questa è una mia interpretazione personale, che abbia scritto al siciliano perché lo sentiva simile a sé... un isolano, un isolato. Sia in senso intellettuale, che in senso fisico. Orsi partì dalla provincia per recarsi a Milano appena ventenne, verso la fine del 1865, con una lettera di presentazione di Giulio Pinchetti, per unirsi alle anime elette dei circoli scapigliati, diventare scrittore e conquistare la Gloria... come avrebbe fatto Verga più tardi, venendo da province del Regno molto più lontane... Un'affinità di ambizioni e di percorso esistenziale...». «Incredibile! Quante sono, le lettere?» «Non molte, circa una dozzina, scritte a intervalli di tempo molto lunghi. Gli avvenimenti narrati coprono un arco di cinque anni, dal 1865 al 1870». «Significa, in media, due lettere all'anno?» «Probabilmente, le lettere venivano scambiate con ritardi e irregolarità, perché Verga allora viveva tra Catania e Firenze, e Orsi, come Giulio Pinchetti, si divideva fra Como e Milano. Inoltre, come le ho già detto, Gherardo non era tanto interessato ad ascoltare, quanto a parlare. Con la monomania tipica di tutti gli scrittori, amava soprattutto raccontare e raccontarsi. Scriveva di tutto: quello che faceva, quello che pensava, con chi si incontrava. Scriveva anche delle donne, delle sue avventure amorose...». Caronte disse «avventure amorose» guardando Mariarita, come se l'avesse con lei, un'avventura amorosa, o sperasse di

averla presto. «Incredibile...». «Oh, ci creda pure. Purtroppo, se pubblicassi questo materiale, mi accuserebbero di aver inventato tutto. Così, avrei un progetto: farne un'opera di invenzione, un romanzo storico letterario sulla Scapigliatura lombarda. Nelle lettere di Orsi pensano, parlano, scrivono e vivono i grandi protagonisti di quegli anni». «Sarebbe possibile dare un'occhiata alle lettere?» Caronte si appoggiò all'indietro sullo schienale, restando in bilico sulle due gambe posteriori della sedia e appoggiandosi alla tavola con le ginocchia; contemplò le due donne così, come se quella posizione pericolosa potesse aiutarlo a considerare con calma la richiesta e trovare una risposta adeguata. «Posso farvene leggere una certa quantità» disse dopo attenta riflessione «in cambio della visione di una parte del manoscritto di quel racconto». «La mia parte è accessibile su Internet». Mariarita fornì l'indirizzo della sua pagina web. Caronte chiese alle due donne di attendere per qualche minuto, poi sparì dietro una porta che comunicava con un ufficio più piccolo, ingombro di computer, stampanti, e sacche con mazze da golf. Dopo qualche tempo, si sentì l'inconfondibile rumore di una stampante ad aghi. La febbre di Mariarita, intanto, cresceva: stava per entrare direttamente nel mito, nel cuore palpitante di quei morti, precipitati dentro un abisso di lontananza e intangibilità. Stava per conoscerli, toccarli, condividere con loro una zona dell'immaginario in cui passato e presente arrivavano a congiungersi, e i loro sogni potevano raggiungere i suoi. Caronte aprì la porta. «Accomodatevi» disse. Le condusse a un computer acceso sul monitor del quale era possibile leggere un file: Lettere 1.doc.

Le due donne lessero una trentina circa di schermate del testo. Per Mariarita un onirico e scatenato flusso di pensieri e visioni, un film mentale di cui Gherardo è l'attore protagonista. E in cui gli scapigliati sono vivi. Still alive.

Il topo bianco di Igino Tarchetti N

el testo, Gherardo non si descrive, perciò Mariarita deve immaginarlo, condensare la nuvola indistinta che è la voce narrante epistolare in un'immagine probabile, frutto delle sue impressioni, propensioni e sensibilità. Questo personaggio di ragazzo scapigliato è un po' Gherardo e un po' Mariarita, come se i due fossero un'unica creatura dotata di doppio sesso in grado di autofecondarsi oltre il tempo, i cicli vitali e la morte: ed ecco dunque il loro figlio, fantastico e vero. Gherardo ha soltanto vent'anni, e possiede una bellezza maschile sottile, evanescente, vagamente femminilizzata. Il suo viso puro e chiaro somiglia a quello di un bambino, o di un santo adolescente: la stessa carne intatta, omogenea, priva di difetti. Non una smagliatura, una ruga, una macchia: gli anni, le delusioni, le lacrime non lo hanno ancora toccato. C'è qualcosa di ingenuo e di morbido nei lineamenti, negli occhi azzurri che, quando guardano meravigliati, diventano quasi tondi, con lunghe ciglia da bambola, nel naso fine e corto, nelle labbra rosee e carnose. I capelli, color oro scuro, sono lunghi e setosi, e le ciocche spettinate arrivano fino alle spalle. In questo momento, le sue guance sono arrossate per il freddo, e dalla bocca gli escono nuvole di vapore. Attraversa la piazza del Duomo, che vede per la prima volta, stringendosi nel suo pastrano e trascinando una vecchia valigia di cuoio dalle serrature rotte, chiusa con uno spago avvolto in più giri, come quelle che avranno più tardi gli emigranti del Sud. La faccia è

come uno schermo su cui sfumano e trascolorano le più disparate emozioni: eccitazione, stupore, rapimento, curiosità, speranza e, in fondo in fondo, una specie di tormentosa paura. Appena arrivato a Milano, nel dicembre del 1865, il giorno dell'ultimo dell'anno, si sente piccolo, provinciale, malvestito, inadeguato, e si vergogna di quella sua maledetta valigia. Il padre, possidente e redditiere di Como, non ha voluto comprargliene una nuova: non essendo (troppo) tirchio, ha forse inteso così punirlo di tutti i suoi "grilli per la testa", e delle "malinconie da poeta buono a nulla". Anche a casa, lo punzecchiava di continuo, storpiando l'appellativo di "scapigliati" in "scompigliati", con frasette tipo: «Quei tuoi scompigliati, che per te sono Vangelo...». e: «Va' dai tuoi scompigliati, dunque!» (finché Gherardo non gli ha replicato, urlando: «Ci vado sì, dai miei scompigliati!».) È preoccupato e ansioso, il brav'uomo; le guerre e gli investimenti sbagliati hanno eroso le proprietà e i redditi di famiglia, non ci mancava che la sciagura di un figlio artista. Gherardo, l'unico erede, non vuole pensare a un futuro solido, a una professione seria, si ostina in quella sua mania di fare lo scrittore, e legge quei libri audaci, che andrebbero proibiti, scritti da scervellati e teste calde. A raffreddare la testa di Gherardo, malgrado il cappello a cilindro, ci pensano il freddo e la nevicata da lupi che ha atteso solo lui per infuriargli addosso, e il padre ne sarebbe forse contento. I fiocchi bianchi turbinano fitti nell'aria, sembrano danzare a lungo senza peso prima di depositarsi a terra. Gherardo vede il Duomo come in una di quelle sfere di cristallo con la neve che si venderanno un secolo più tardi: con la differenza che c'è dentro lui, piccola figura umana con la funzione di sottolineare le proporzioni del paesaggio, soldatino nella battaglia del vivere. Un pezzo della vecchia Milano non esiste più: il portico dei Figini, che risaliva all'epoca dei Visconti, è stato abbattuto, e al suo posto c'è un cantiere, dove si sta costruendo la futura Galleria. È una città in trasformazione ad accogliere il ragazzo: una

città che cambia accoglie una persona che vuole cambiare ogni cosa: se stesso, il mondo, la vita. Gherardo si incammina per via Brera, il quartiere degli artisti, con il cuore che batte forte per l'emozione di entrare a far parte di un luogo di cui ha soltanto sentito parlare, che fino a questo momento è stato per lui soltanto righe stampate, o vanterie dell'amico Pinchetti. È una leggenda che lo accoglie, un mito di cui lui sta per diventare parte integrante, carne assimilata al corpo dell'ideale. Tutto quello che vede, malgrado il gelo e la stanchezza, gli appare nuovo e bello, pieno di stimoli e occasioni, tensioni e sorprese, e di una favolosa intensità, come se lì si trovasse concentrata tutta la bellezza del mondo, che lui vorrebbe bruciare in un attimo, far sua senza perdere tempo: tutto e subito. Questa promessa di felicità inappagata è per lui quasi un dolore. Scivola sul terreno ghiacciato, si ritrova la valigia fra le gambe, e per poco non finisce lungo disteso su un lastrone di neve ghiacciata. Rimane in piedi con una goffa contorsione di tutto il corpo, traballa, e rifila un calcio rabbioso alla valigia. Alcuni ragazzini che giocavano a scivolare e pattinare nella strada si voltano dalla sua parte, lo guardano, ridacchiano segnandolo a dito. Una carrozza sta arrivando dal fondo della via, nera e silenziosa, minacciosa come se fosse scesa dalla calotta plumbea che copre le cime degli edifici; non si vede il volto del vetturino e gli zoccoli del cavallo quasi non fanno rumore. Gherardo recupera la valigia e, arrancando, si sposta per non farsi travolgere. Il movimento sembra quasi una fuga, e lui sente le risa dei ragazzi inseguirlo, braccarlo, trafiggergli la schiena. L'incidente appare meschino e inglorioso, a uno come lui che cerca la grandezza e la gloria. Ma subito il ragazzo alza le spalle e ride di se stesso, il futuro conquistatore di Milano e del mondo che inciampa nella propria valigia, e prosegue verso la sua meta, via dei Fiori oscuri, dietro L'Accademia di Belle Arti. Sa che lì vicino, in via dei Fiori chiari al numero 8, uno straordinario giovane scrittore di no-

me Tarchetti ha fondato, appena un anno fa, un cenacolo artistico con altri letterati di Milano, di Lombardia e del Piemonte. Tarchetti sta attualmente pubblicando, a puntate sulla Rivista Minima, un romanzo compenetrato di anelito alla giustizia e santamente violento, Paolina (ambientato in quell'edificio smantellato per far posto alla Galleria), che Gherardo legge avidamente e ammira. Trova che Tarchetti sia stato grande a dedicarsi a una prostituta (crede che Celestina Dolci sia esistita veramente), a smascherare il grugno ipocrita della società perbene, sì, perdio, certe verità vanno proclamate alte, tartufi di tutto il mondo tremate, è venuta la vostra ora! Gherardo desidera ardentemente conoscerne l'autore e far parte del suo cenacolo. Quello che Gherardo ignora è che dallo scorso novembre Tarchetti non è più a Milano; richiamato dagli impegni della carriera militare a Parma, sta vivendo la storia d'amore più eccentrica che possa capitare a un uomo, e la più fatale della sua vita. Gherardo intanto è arrivato a destinazione, un'arcata sul lato destro della strada che immette in una piccola corte. Il numero è il 17, ma Gherardo, che come tutti i ribelli ragiona spesso invertendo le regole e i pregiudizi comuni, pensa che a lui porterà fortuna. All'interno della corte due bambine piccole e gracili, di non più di sei-sette anni, imbacuccate in scialli e mantelle, stanno facendo uno strano gioco: immobili nella tormenta, reggono per le cocche un telo nero disteso, e lo guardano riempirsi di neve, bianco che a poco a poco copre e divora il nero. Gherardo si incanta a guardarle (è sempre stato affascinato dai giochi delle femmine, così lenti, inutili). Prende nota mentalmente della scenetta infantile; quando scriverà il suo romanzo, la inserirà a un certo punto della narrazione, e si preoccupa già dello stile, del ritmo e della scelta delle parole: come farà a rendere la grazia amarognola del quadretto?

Ma presto Gherardo non ci pensa più, perché si trova davanti a un piccolo uscio di legno scuro, e un'altra immagine gli nasce nella mente: quella di un carbonaro che, con il favore delle tenebre e a rischio della vita, fuorilegge per amor di patria, bussa segretamente alla porta di una cantina. È così che, da bambino, si è figurato gli eroi e i martiri d'Italia, è così che glieli hanno fatti immaginare. Gherardo bussa, e gli apre non un confratello carbonaro, ma una donna bassa sulla cinquantina, con grandi seni che sembrano precederla di un bel pezzo, lucidi capelli neri striati di grigio raccolti in una crocchia, e un neo peloso sulla guancia destra. È madama Caterina, ma la chiamano madama Cate. Affitta camere a studenti, impiegati e giovani poeti di provincia, fra questi ultimi il Pinchetti: ed è stato proprio lui, tornato a Como senza un soldo, a rifilare l'indirizzo della pensione a Gherardo. «È una misera tana» gli ha detto «ma in mancanza di meglio ti ci puoi accomodare. Se ci vai, però, non dire che ti ho mandato io, perché sono scappato senza pagare l'ultimo mese di pigione. Ti consiglio vivamente di fare lo stesso, amico mio!» «Siete madama Cate?» chiede Gherardo, che ha già riconosciuto la donna dalla descrizione. Veramente, Giulio l'ha definita una "megera con arie da cantante lirica", ma a lui pare di ravvisare nella donna anche una specie di tenerezza, o piuttosto di bisogno di intenerirsi (secondo Mariarita, una tremula e smancerosa smania erotica mascherata da attitudine materna, sollecitata soprattutto dalla vista dei bei giovani). Gherardo non sa di essere bello, e nel vedere Cate sorridergli con i denti gialli nella larga bocca crede di aver suscitato in lei un elevato sentimento femminile di pietà e dedizione, di ricordarle forse un qualche figlio morto, magari caduto per la patria. «Sì, sono Cate, e voi?» «Mi chiamo Gherardo Orsi, vengo da...». Gherardo si interrompe, esita: non può dirle «da Como», sarebbe come confessare per metà la sua complicità con Giulio. Così, gli viene in mente il nome della città in cui Giulio ha stu-

diato. «... da Pavia. Sono appena arrivato a Milano, e non ho ancora un ricovero per la notte». «Chi vi ha dato il mio indirizzo?» Gherardo arrossisce, ancora non sa mentire mostrando lo stesso viso limpido di quando dice il vero. «L'ho avuto da un... giovane che frequentava il mio stesso corso all'università, il cui fratello ha soggiornato da voi per qualche giorno durante una visita a... alla fidanzata». Infine, madama Cate può benissimo aver ospitato un viaggiatore di passaggio, fratello di un ignoto studente di Pavia, e non ricordarsene. Anche se non si capisce se la fidanzata è del viaggiatore o del fratello. Dopotutto, gli ha detto Pinchetti, la pensione è un porto di mare, con tanta gente che va e viene. Cate resta a fissarlo con una strana luce golosa negli occhi neri e sporgenti, con le fossette nelle guance burrose e un sorriso da gattona. «Va bene, entrate pure. Si vede che siete un giovane bene educato e ammodo». Gherardo segue la madama in un ingresso buio e pretenzioso, dai muri anneriti ai quali sono appesi brutti quadri che rappresentano marine con barche in secca sulla spiaggia. «Ho una camera sottotetto, se vi accontentate. Per la pigione, ci metteremo d'accordo». Su per le scale, Gherardo non riesce a staccare gli occhi dal culo di Cate, dalla parte inferiore del suo corpo che, avvolta nella sottana ondeggiante, somiglia a un pallone gonfiato. Sì, il corpo è da soprano, e anche la voce, dal timbro cantante e dalle note acute, e una certa maniera ampia e teatrale di gesticolare. Un ragazzo di oggi, al posto di Gherardo, la chiamerebbe Maria Callas dei poveri. La stanza, molto pulita, ha il soffitto basso che si incurva agli angoli come il coperchio di un baule, e una finestra al livello del pavimento riparata da un vasistas. Arredata con un letto, un armadio, una poltroncina, uno scrittoio dai molti cassetti (ce ne

sono di segreti?), una sedia, un catino con brocca, è ornata di tappeti consunti e altri quadri di ambiente marinaro. C'è un tenue odore di chiuso, di essenze di fiori e abiti conservati in vecchi comò. L'ambiente è vecchiotto, decoroso, ziesco. Gherardo è sottilmente commosso dai rammendi del copriletto damascato a grandi rose rosse su fondo oro, dal paesaggio (un'ennesima marina) dipinto sullo schienale della poltrona. Gli pare di essere entrato in una scatola di pasticcini, e di avere nuovamente quattro anni, vezzeggiato dalle sue zie. Si guarda intorno, esita a posare sul letto la valigia, inzaccherata di fango. La spinge con una pedata in un angolo. «È di vostro gradimento?» chiede la madama. «Sì... Graziosa... Ha un che di familiare...». «È mia particolare cura che i miei pensionanti si sentano come a casa loro». Madama Cate deve amare molto il mare, pensa Gherardo mentre ammira un quadro che ripresenta un vascello del XVI secolo in preda a una tempesta, in equilibrio su alti marosi crestati di spuma. «Voi dovete amare molto il mare, non è vero?» La facciona sentimentale di madama Cate si illumina come dall'interno, di una placida soddisfazione. «Oh! Lo avete dunque capito? Avete un animo sensibile, signor... Scusate, ho dimenticato il vostro nome...». «Orsi. Gherardo Orsi». «Orsi. Ebbene, sì, signor Orsi, dovete sapere che io, se potessi andare dove mi porta il cuore, vivrei in un'umile, semplice casetta di pescatori in riva al mare, non qui a Milano. Oh! Milano è così grigia e triste, non trovate?» «Non saprei. A me, veramente...». Gherardo vorrebbe spiegare che per lui, cresciuto in un angolo di provincia troppo piccolo per contenere la sua ambizione e il suo furore, Milano è il faro che deve guidarlo nel mondo, ma Cate lo sommerge di chiacchiere. «Oh! Poter vedere ogni giorno le albe e i tramonti su

quell'azzurro infinito, e addormentarsi ascoltando il rumore delle onde! Anche voi amate il mare, dunque! Sapete, credo di aver capito fin dal primo momento che avete un cuore di...». Improvvisamente, gli occhi di madama Cate si fanno sospettosi. La blocca nel suo slancio poetico il timore che il bel giovane dall'aria romantica possa essere un poeta, uno di quei mattoidi che combinano guai e sono sempre in ritardo con l'affitto, quando non se la svignano senza pagare. ... Se non sono indiscreta... per quale ragione vi trovate a Milano? Si tratta di un impiego? Di una visita di cortesia presso persone influenti? Siete studente?» «Avete colto nel segno... Si tratta di tutti e tre i casi... Studio, devo incontrare certe persone, e spero di trovare un impiego». Gherardo dice la verità: ha in tasca una lettera di presentazione di Giulio Pinchetti per Giuseppe Rovani, il decano e padre spirituale di tutti gli scrittori e artisti di Milano; inoltre spera di impiegarsi in un giornale, anche solo come correttore di bozze, e il mestiere di scrittore esige molto studio, per cui può affermare in piena coscienza di essere studente. Quello che, in un lampo di astuzia, omette di dire, è di sentirsi scapigliato nell'anima e artista di vocazione. Anzi, per stornare dalla mente di madama Cate il sospetto che lui possa essere un poeta, mette mano al portafogli e si offre di pagare un mese di pigione anticipata. «Quanto chiedete per la camera e i pasti?» «Cento lire al mese, e mi impegno a farvi lavare la biancheria e tenere in ordine il vestiario». A Gherardo, avvezzo a conoscere il valore del denaro per aver sentito il padre parlare di investimenti, compravendite, interessi e dividendi da quand'era un bambino, e dotato di un cervello (si stupirebbe se glielo dicessero) propenso al senso degli affari, cento lire al mese, sia pure con il vitto e la lavanderia, sembrano un'enormità. «Mi pare troppo. Ottanta lire mi sembrerebbe un prezzo più equo».

«Per novantacinque lire, vi porterò personalmente la prima colazione, con dolci preparati dalle mie mani. È un favore speciale che accordo soltanto a pochi pensionanti scelti». Gherardo s'impunta, le fa capire che, al posto del favore speciale (che lei accorda solo ai bei ragazzi), gradirebbe un ulteriore sconto. Lei ridacchia, sta per cedere, gli fa un gesto con la mano, come a dire: sei un irresistibile furfante, come si fa a dirti di no? Alla fine, si accordano per novanta lire, con la colazione e i dolcetti.

Gherardo è solo nella stanza (madama Cate ha incassato il mese di pigione anticipata, facendo sparire il denaro da qualche parte fra le pieghe della sua sottanona, e se n'è andata per dargli tempo di mettersi a suo agio), e di colpo, insieme alla sgradevole sensazione che gli sale dai piedi bagnati, gli si insinua in petto la sottile tristezza del nuovo arrivato che si trova in un luogo angusto e sconosciuto, di fronte all'incognita del futuro. Nella stanza fa molto freddo, non c'è caminetto né legna: bisognerà chiedere a madama Cate il permesso di installare una stufetta, o almeno un piccolo braciere. Gherardo si toglie il pastrano, lo stende ad asciugare sulla sponda del letto. Sotto il pastrano ha un abito di lana marrone, l'unico che possiede, e che detesta, un gilet nero, una camicia non troppo pulita, con un rammendo su una manica, e un liso cravattino annodato alla meglio. Il suo bagaglio contiene l'abito della festa, che gli piace appena poco di più, tre camicie di ricambio, e la biancheria, gli effetti personali. Siede sul letto, si sfila gli stivali, si cambia le calze, e prende dalla valigia le pantofole di lana che la mamma gli ha confezionato e ricamato appositamente per la spedizione a Milano. Sua madre ha pianto quando lui è partito: come tutte le madri di figli artisti, le si è spezzato il cuore vedendolo incamminarsi su

quella che lei pensa sia una strada di disordine e stravizio. Gherardo ha visto scendere le lacrime sul bel viso di cammeo appassito: a soli trentotto anni, la mamma ne dimostra già venti di più. Nei suoi occhi, Gherardo si è visto riflesso come lei lo vede in una prospettiva futura: solo e intossicato in una soffitta, martirizzato dai suoi stessi matti sogni, abbattuto sullo scrittoio, con un fiasco mezzo vuoto e fogli accartocciati sporchi d'inchiostro. Povera, cara mamma. Gherardo calza le pantofole, e subito gli pare già di riscaldarsi un po'. Batte i piedi a terra, per riattivare la circolazione del sangue e farsi coraggio. Ha davanti a sé un paio d'ore buone da trascorrere prima di potersi mettere a dormire, a meno che non decida di uscire nuovamente: ma non saprebbe dove andare, non conoscendo nessuno a Milano. È la sera di capodanno, e tutti in città saranno sicuramente partiti per questa o quella festa, questo o quel ritrovo di amici. Lui è arrivato troppo tardi per aggregarsi a una compagnia, e troppo presto per il capodanno dell'anno che verrà. Che fare? Andare a letto con le galline? No, no, sarebbe un'indecenza. Occorre trovare un modo degno di passare la sua prima serata a Milano, l'ultima del 1865 e la prima di una nuova vita. Sì... Ecco... Trovato. C'è quello scrittore siciliano, che in quel divertente romanzo d'avventura tra Guerrazzi e Dumas, I carbonari della montagna, praticamente i tre moschettieri in Calabria, ha allietato le giornate d'inverno e le serate di noia a Como. Gherardo ha già scritto a Verga, al suo editore di Catania, un biglietto di congratulazioni per il suo libro, e il siciliano gli ha risposto con una letterina di ringraziamento, comunicandogli il suo indirizzo privato. Il siciliano ha un talento fiammeggiante, e molte cose in comune con lui: il senso e il gusto dell'intreccio, la passione creativa, gli ideali nobili e la compassione per gli umili e gli oppressi. Sì, è lui l'interlocutore ideale, la persona che meglio di ogni altra può capirlo. Gherardo estrae dalla valigia la carta da lettere, l'astuccio

che contiene la boccetta dell'inchiostro, la penna con i pennini nuovi che ha intenzione di inaugurare a Milano (una piccola ritualità che rafforza l'idea di un nuovo ciclo dell'esistenza) e siede allo scrittoio. Scrive per un paio d'ore, poi viene interrotto da un bussare discreto. È madama Cate, che si è cambiata d'abito (per lui?), indossa una gonna ancora più gonfia, se mai è possibile, e un corpetto stringato con pizzi spumeggianti, e regge un vassoio con un calice di cristallo colmo di un liquido denso, color sangue. «Mi sono rammentata che è l'ultimo dell'anno, e forse vi sentite un po' spaesato lontano dai vostri familiari. Ho portato un po' di vino caldo». «È veramente un pensiero squisito». Cate appoggia il vassoio sul ripiano dello scrittoio, scostando leggermente le carte, a cui dà una sbirciatina discreta. «Se desiderate, più tardi potete scendere dabbasso, a festeggiare il nuovo anno con noi». Cate gli spiega che si tratta di una riunione alla buona, soltanto lei e gli inquilini delle altre camere, c'è anche una signorina molto distinta che sa suonare molto bene il pianoforte; gli racconta che lei è vedova e senza parenti (dunque, non ha mai avuto figli caduti in guerra), e da quando il marito è morto i pensionanti sono tutta la sua famiglia. Se scende potrà conoscere gli altri, e dopo il brindisi di mezzanotte lei, accompagnata al piano dalla signorina di cui gli parlava prima, canterà il coro del Nabucco (tutto da sola? Dio liberi!). Gherardo, che non è particolarmente attratto dalla prospettiva di socializzare con i coinquilini, fosse pure una signorina pianista, e teme di avere le orecchie straziate dal gorgheggio di madama Cate, sfodera le sue migliori maniere per rifiutare, e intanto cerca di addolcirle la pillola («Se le dici che è una grande cantante» gli ha detto il Pinchetti «ti serve meglio a tavola»). «Vi ringrazio, ma sono un poco stanco, e non desidero altre emozioni, per stasera. Credo che andrò a letto subito. Ma vi a-

scolterò volentieri, un'altra volta. Sono certo che possedete una grande musicalità, e un notevole talento». «Quand'ero una fanciulla, tutti mi dicevano che, con la mia voce, avrei potuto cantare alla Scala. Poi... Ah!» Cate sospira profondamente, e fa un gesto con le mani, come di farfalle che prendono il volo. Vuole dare, con quel sospiro e quel gesto, la dimensione di tutto quello che è passato, e l'ha trascinata via dal palcoscenico della Scala. «Qual è il vostro repertorio?» «Oh, come avrete certamente capito, io amo molto Giuseppe Verdi! Nella sua musica, si sente... si sente qualcosa... una forza... un certo piglio virile... non trovate?» Gherardo annuisce, diplomaticamente: a lui, pare che vi si senta soprattutto un gran rumore. «Viva Verdi» dice, citando lo slogan che si scriveva sui muri d'Italia ai tempi delle lotte per l'unità. Cate lo guarda interrogativa, come se non capisse, e infatti non ha capito. «Viva Verdi» ripete Gherardo. «Viva Vittorio Emanuele Re D'Italia». «Ah» dice Cate, come se fosse delusa dall'uso fatto del nome del suo compositore preferito. «Alla vostra salute» dice Gherardo, vuotando il calice di vino. «Fate conto che abbia brindato con voi» dice Cate. «Vi auguro un anno prospero e felice, e che possiate riuscire in ogni vostra impresa». Di nuovo solo, Gherardo va alla finestra. Al di sopra dei tetti, il cielo è di un colore rossastro cupo, e la neve non cade più a fiocchi bianchi e morbidi, è diventata un nevischio misto a pioggia, fitto, quasi invisibile, al punto che Gherardo deve strizzare gli occhi per distinguerlo, contro le luci accese nelle altre mansarde e soffitte. Milano è lì fuori come un immenso animale fatto di molte gioventù come la sua, un giardino d'inverno pieno di delizie. Gherardo sente un dolce struggimento che lo invade: là fuori,

poco distante da lui, ci sono i poeti e gli scrittori, le persone meravigliose che saprebbero comprenderlo, coloro che diventeranno suoi compagni di strada, suoi fratelli. A quest'ora, saranno riuniti certamente intorno a un focolare, a passare l'ultima notte dell'anno in allegre bevute e sapide conversazioni. Lui desidera l'amicizia, non la rozza familiarità dei ragazzi con cui giocava da piccolo: la vera amicizia, quella d'elezione. E, ancora, l'amicizia di una donna che alla comunione degli spiriti unisca la mistica attrazione della sensualità... l'amore. L'amore e la gloria, come nella canzone di Casablanca. Gli sfugge quasi un singhiozzo, tanto forte è l'anelito a raggiungere quello che lo aspetta fuori da quella finestra, superare d'un balzo tutti gli ostacoli, le lungaggini, le attese, i sacrifici, per lanciarsi senza peso verso un radioso avvenire. Vorrebbe vivere in carne e ossa dentro il suo sogno e, non potendo, torna allo scrittoio, e lo scrive. Sono trascorsi un paio di mesi, è venuto il nuovo anno, passato anche il carnevale ambrosiano, e Gherardo non ha ancora incontrato un solo scrittore scapigliato. Dove diamine sono, i poeti? Sono emigrati tutti, o si trovano ancora a Milano, ma inaccessibili per lui? Stanno nascosti sotto i sassi, o formano una costellazione nel cielo? Ha girato a piedi per tutta la città, ottenendo soltanto di consumare gli stivali e prendersi una bronchite a furia di inghiottire nebbia, ha bussato a casa del Rovani trovando una porta chiusa e una casa disabitata, si è recato presso tutti gli editori e i tipografi in cerca di questo e di quello, ottenendo risposte vaghe, facendosi mandar via come un fornitore importuno. Aveva creduto che bastasse arrivare lì, presentarsi agli altri artisti e dire: eccomi!, perché tutto andasse da sé: trovare amici, lettori critici ed entusiasti delle sue opere, e magari un'offerta d'impiego. Gli sembra che un muro invisibile si erga fra lui e la realizzazione del suo sogno; è in preda alla delusione e allo sconforto, si sente stupido e non sa che fare. Legge negli occhi di madama Cate (malgrado le paghi regolarmente la

pigione) un preoccupato interrogativo: "Cosa fa a Milano, questo ragazzo?". Né vagabondare per le strade né scrivere chiuso in camera sono attività troppo rassicuranti. Se Gherardo, fuori, non combina nulla, non per questo in camera conclude qualcosa. Anche la scrittura non va: ha riletto i suoi vecchi componimenti in versi, e li ha trovati infantili, sciocchini, insopportabilmente scolastici, e con i nuovi lavori è ancora peggio. Gherardo vorrebbe cimentarsi nel racconto; ne ha cominciati parecchi, senza riuscire ad andare avanti, a trovare la giusta ricetta fra ispirazione, tecnica ed esecuzione. Accortoccia i suoi fogli con rabbia e poi va a gettarli nella latrina perché madama Cate non li trovi, vergognandosene come una ragazza costretta a un aborto clandestino. Intanto, va a incassare ogni mese il vaglia postale da casa, ma il padre gli ha scritto che non intende finanziare ancora la follia "scompigliata" (a Gherardo quella storpiatura spregiativa fa ribollire il sangue dalla collera) e minaccia di tagliare i viveri. Ed ecco che un giorno Gherardo si reca ancora una volta, senza troppa speranza, a casa del Rovani, e inaspettatamente qualcuno gli apre la porta. È una donna di un'età indefinibile fra i trenta e i sessanta. Piuttosto magra, anzi con il petto che sembra scavato, ha i modi operosi e svelti della serva da commedia, e due occhi pungenti come spilli in un viso insulso malgrado i lineamenti marcati. «Chi cercate?» chiede a Gherardo. «Il signor Rovani... È in casa?» «Il signore non abita più qui, da dopo la disgrazia». "Quale disgrazia?" fa per chiedere Gherardo. Ma la donna attacca a raccontargli un mucchio di cose che lo uggiano, che lei è venuta a riordinare perché è stata assunta dai nuovi inquilini, la sua amica portinaia dello stabile l'ha raccomandata eccetera, così lui la ferma, con un secco cenno della mano e una domanda concisa. «Non sapete dove risiede adesso?»

«No, ma, se lo desiderate, provate a cercarlo all'Ortaglia». «L'Ortaglia? Che cos'è?» «L'osteria di via Vivaio. Ci ha messo radici, ormai». Via Vivaio? Così, il Rovani frequentava un posto non molto distante da via dei Fiori oscuri, avrebbe potuto incontrarlo già mille volte, e lui non lo sapeva! Trafelato, Gherardo si rifà tutta la strada a piedi, nel pungente venticello marzolino, mentre scende la sera. Il cuore gli batte forte nel petto: all'Ortaglia, se il Rovani non c'è, sapranno comunque dirgli quando trovarlo, o magari dargli il suo nuovo indirizzo. Ma all'osteria, quando chiede del Rovani, glielo indicano: là, seduto a quel tavolo in fondo. Malgrado sia l'ora dell'aperitivo, è completamente solo, assorto, le mani con le dita intrecciate intorno a un bicchiere che contiene un liquido verde chiaro, opalino, che a Gherardo sembra affascinante: del resto, nel suo feticismo di giovane ammiratore, tutto quello che fosse toccato da un celebre scrittore gli sembrerebbe un dono inviato all'umanità da un dio dell'Olimpo. Mentre si avvicina al tavolo, Gherardo ha modo di osservare e studiare bene l'uomo che ha influenzato tutta la sua generazione, il modello e capostipite degli scapigliati. Se lo era immaginato diverso: bello come un giovin signore un po' spendaccione, agile come uno spadaccino, capace di sprigionare autorità, e irradiare una specie di luce interiore. Giuseppe Rovani ha invece un volto bianco e severo, palpebre pesanti che lo fanno sembrare appena uscito da un sonno alcolico, folti baffi e una corta barba a collare. E un'aria tra il vecchio cane bastonato e il funzionario statale ipocondriaco. Di lui, Gherardo ha letto Cento anni, un romanzo storico che inizia intorno alla metà del Settecento per arrivare quasi ai suoi (di Rovani) giorni, e che mette in scena, accanto a personaggi inventati, gente vera che ha fatto l'arte di due mezzi secoli, come il Parini, i due fratelli Gozzi, il pittore Canaletto e altri che ora non ricorda. Non indovina che, fra cento anni, quasi tutti gli scrittori mescoleranno abitualmente persone di fanta-

sia e persone reali nelle trame dei loro libri. Gherardo ignora che, non avendo una cattedra all'università, il Rovani insegna e fa lezione all'osteria, che l'osteria è diventata la sua vera casa (come dice il Dossi? "La casa di chi non ne ha"), e che, dalla morte del figlioletto Silvio, morto a sei anni nel '62 (la disgrazia a cui alludeva la domestica) è iniziato per lui un lento ma inesorabile declino. Il Rovani è alcolista cronico, come testimonia un celebre aneddoto. Un giorno che si era teatralmente lamentato che «la patria non dà da mangiare», un amico gli ha risposto: «Da bere, sì». «Permettete... Scusate il disturbo...», farfuglia Gherardo. «Mi chiamo Gherardo Orsi, ho una lettera...». Il Rovani alza su di lui uno sguardo in cui brilla una specie di feroce arguzia, e gli fa cenno con il dito di sedere.

Gherardo siede, teso, con la schiena rigida. «Ho una lettera di presentazione di Giulio Pinchetti...», ricomincia, frugandosi nelle tasche del pastrano, in quelle della giacca, nel taschino del panciotto. Non ce l'ha, la lettera, e per un attimo è travolto dall'imbarazzo e dalla vergogna, suda, vorrebbe scomparire. «Oh, povero me...», balbetta. «Devo averla lasciata a pensione, fra le mie carte!» Il Rovani alza le spalle, mentre un sorrisetto saputo gli si dipinge sotto i baffi; si capisce che non gliene frega niente di chi lo manda, fosse pure il re d'Italia, Garibaldi o Gesù Cristo in persona: non giudica le persone dalle lettere di presentazione. «Cosa bevi?» chiede. Di cosa le persone bevono sì, gli importa molto di più. «Quello che bevete voi» dice Gherardo, tutto d'un fiato. Il Rovani schiocca le dita all'indirizzo dell'oste, mentre Gherardo lo fissa incantato, intimidito. Allora, lo scrittore celebre fa qualcosa che lo spiazza ancora di più: gli si dedica interamente, come avesse trovato in lui il provvidenziale trastullo di

un'ora di noia. Tempestandolo di domande, gli tira fuori di bocca più o meno tutto: chi è e anche chi non è. A strappi e bocconi, rosso e balbettante, Gherardo si ritrova a raccontargli che studi ha fatto, della sua vita a Como, dei suoi genitori, della sua conoscenza con Giulio Pinchetti fin dalla primissima infanzia, del suo primo amore per la figlia di un impiegato di banca, che si è presa gioco di lui, lo ha fatto spasimare con vane lusinghe e promesse, lo ha esibito come un trofeo con amiche e parenti, e infine ha sposato un commerciante di sete all'ingrosso. Si vede tirar fuori persino episodi della sua vita che avrebbe preferito dimenticare, come la volta in cui, credendo di essere solo con la figlia del bancario, le ha letto i suoi versi, e questa, tirando di colpo una tenda, ha rivelato la presenza della cugina e del fidanzato di costei, che ridacchiavano e si burlavano di lui. Racconta goffamente, ma anche con improvvise esplosioni di spudoratezza, e una certa smania di confessione. L'atteggiamento del Rovani lo attrae e, nello stesso tempo, lo sconcerta: lo scrittore lo tratta con ovvia familiarità, come un discepolo di lunga data, e contemporaneamente con un'abissale indifferenza, come fosse una macchia sul muro. Intanto l'oste ha portato da bere e Gherardo manda giù per la prima volta nella sua vita l'assenzio, senza sapere che si tratta di assenzio. Esaltato dalla bevanda e dalle confidenze a cui si è lasciato andare, mette a parte il Rovani delle sue aspirazioni e gli chiede qualche prezioso consiglio, una raccomandazione per un impiego presso qualche giornale. L'altro annuisce distratto e gli dice: «Allora, resti a cena con noi». Ed ecco, due uomini si stanno avvicinando al loro tavolo: Gherardo suppone siano i noi con cui ceneranno. Elegantissimi e strani, in quella bettola frequentata soprattutto da operai (più qualche malvivente e un paio di puttane), incredibilmente fuori posto eppure incredibilmente a posto, sembrano dotati della disperata disinvoltura di chi non ha un posto. Uno dei due ha uno strepitoso aspetto da dandy che subito

conquista e delizia Gherardo: porta il vestito grigio e l'alto cilindro con uno stile e una raffinatezza che a Como non s'è mai vista (e sicuramente in nessun'altra parte del regno!), ha un panciotto color tortora abbagliante per la sua eccentrica semplicità, colletto e polsini candidi, inamidati, una cravatta color penna di pavone, con una spilla d'oro. Di lui, Gherardo nota per prima cosa le mani, sottili e diafane (da milord inglese dedito alla débauche), e poi risale al viso, tondo e liscio, a parte i baffi e i basettoni che si prolungano in un po' di barba ma la-sciano scoperto il mento, secondo la moda dell'epoca, il naso un po' troppo lungo e occhi dolci e beffardi, spaventati. L'altro è altrettanto ben vestito, ma in obbedienza a uno schema più classico: sparato inamidato, cravattino a farfalla di seta nera e lunga sciarpa bianca. Anche il portamento è più sicuro, il viso più adulto, incorniciato da una corta barbetta; gli occhi chiari sotto le sopracciglia aggrottate hanno uno sguardo duro, fermo: eppure, si comprende che quella durezza è il risultato di lunghi sforzi solitari e un titanico autocontrollo, di un lavorio lento che ha imbrigliato tristezza e follia, come l'azione dell'acqua su un ciottolo di vetro. Il Rovani li presenta: Emilio Praga e Camillo Boito. Di Praga, Gherardo conosce il volume di versi Penombre, uscito appena l'anno prima, che lui ha talmente amato da leggerlo, rileggerlo, consumarlo, stropicciarlo, malmenarlo e quasi distruggerlo. La raccolta contiene anche quel Preludio che tanto piacerà a Mariarita: "Canto una misera canzone / ma canto il vero". L'Emilio, a Como come a Milano e altrove, ha fama di satanasso dissoluto, bestemmiatore, ubriacone e frequentatore di orge. II solito Croce dirà poi di lui che dava "un senso di smarrimento e di malessere": ma quello smarrimento, quel malessere, per il giovane e spregiudicato Gherardo, sono vitali come il soffio della primavera, l'invito a gettare dalla finestra tutto quello che è vecchio, una sfida a cambiare, trasformare, rinnovare. Gherardo è incantato nel vedere Emilio di persona, davanti a lui, che emana un miscuglio di ferocia e di delicatez-

za... e un forte odore di zolfo. È come se portasse con sé un'aura di quella prestigiosa dissolutezza di cui sua madre e le altre dame di Como discutevano con tanto compiacimento senza sapere che cosa fosse, riempiendola di tutte le loro voglie, dei peccati segreti che avrebbero voluto commettere. È magica ed elusiva, la parola "dissoluto", evoca divine sregolatezze, sbronze poetiche e congressi carnali che neppure si possono immaginare. Gherardo si sente pronto per tutto quanto appena elencato. «Ammiro il vostro lavoro» dice, intimidito, e aggiunge: «Davvero, credetemi». Emilio non dà segno di aver udito il complimento, o forse non gliene frega niente. Quanto a Camillo Boito, Gherardo sa che è il fratello maggiore di quell'Arrigo che insieme a Praga è stato redattore del Figaro, il giornale manifesto della Scapigliatura, che ha additato agli italiani il genio di Victor Hugo e scatenato lo sdegno dei benpensanti. Immediatamente gli piace, intuendo in lui un animo leale nell'amicizia, una pacata serietà di intenti, una maturità ottenuta senza rinunciare ai sogni di fanciullo. Lo affascina forse meno di Emilio, ma non gli fa paura come Emilio: ha avvertito, stringendogli la mano, quelle che oggi si chiamerebbero vibrazioni positive di una persona che potrebbe capirlo, entrare nel suo cuore, corrispondere ai suoi più segreti affetti. Tre scrittori in un colpo solo, e quando ormai non ci sperava più! È veramente troppa grazia. Gherardo si sente travolto, estasiato, e anche sopraffatto. Dopodiché arriva l'oste, che spiega sulla tavola una tovaglia bianca di bucato e comincia ad apparecchiare. Il Rovani gli indica Gherardo. «Un coperto in più. Abbiamo un nuovo amico» e dà all'oste una mancia generosa. «È troppo, signor Rovani» dice sorridendo l'uomo, intendendo che lo scrittore non può permettersi di largheggiare tanto con il denaro, e gliene restituisce la metà.

«È veramente un oste di buon cuore» commenta Camillo. Il Rovani ordina per tutti una certa "grappona dei frati alle erbette", che Gherardo manda giù, trovandola un milione di volte più forte e bruciante dei liquori che ha bevuto in vita sua, e chiedendosi perché mai è necessario bere il digestivo prima di cenare; dev'essere un'usanza milanese, si dice. Ma, quando il Rovani ordina caffè, biscotti savoiardi e una bottiglia di bordeaux, da servire esattamente in quest'ordine, fa una faccia sbigottita che deve divertire enormemente gli altri convitati, dal momento che scoppiano a ridere e scuotono la testa, godendosi il suo stupore. Emilio viene in suo soccorso, circondandogli le spalle con il braccio, con cordialità un po' aggressiva, e dicendogli: «Poiché siamo ospiti suoi, non possiamo esimerci dal cenare a rovescio». Gherardo apprende così che il Rovani è celebre per questa sua stravaganza di ordinare colazioni, pranzi e cene al contrario: infatti, dopo il caffè, il dolce e il formaggio, Gherardo vede arrivare un piatto di lepre in fricassea, e poi ancora risotto alla milanese. Intanto, per tutto il tempo, i letterati non hanno mai smesso di parlare: di tutto, pare, tranne che di letteratura. Gherardo si era aspettato una conversazione dotta, in grado di spaziare in tutti i campi del sapere, punteggiata da citazioni di versi e profonde riflessioni sull'umano destino e il fine ultimo della creazione. E invece, i suoi ospiti parlano di certi conoscenti seccatori che non riescono a togliersi di torno, di ballerine e cantanti, di accordi economici con i loro editori e direttori di giornali, di incidenti della vita quotidiana, di complicate relazioni con ambienti che a lui sono estranei, e ancora di ballerine e cantanti. Di tanto in tanto, si voltano dalla sua parte ammiccando, per sollecitare una sua risata, per arpionarlo dentro la discussione, per non lasciarlo troppo solo. Gli danno del tu, ma non riesce a fare altrettanto; non gli è mai riuscita facile la confidenza, l'abbandono istintivo, la compagnia. È alterato dall'assenzio, dalla grappa e dal vino, da tutti

quei cibi che gli sconvolgono lo stomaco accatastandosi in ordine inverso, e anche dalla stranezza di vedere lì quei personaggi che finora sono sempre stati mitici giganti sorti dalle pagine di un libro a popolare i suoi entusiasmi di adolescente, improvvisamente in carne e ossa... e pieni di preoccupazioni domestiche, che contano i denari e si perdono dietro alle gambe delle ballerine. Si sente stordito, annaspante come un insetto su una lastra insaponata. A un certo punto tenta di riportare il discorso sulla letteratura, rivolgendosi al Praga. Ma rimane a bocca aperta quando l'altro, con allegria sbruffona, gli risponde: «In verità, in questo periodo sto studiandomi di risolvere un problema che mi procura non poca afflizione. Devi sapere che, per mia costituzione, io devo alzarmi frequentemente la notte a orinare. Non tollero il puzzo dell'orinale accanto al letto, e neppure di andar fuori, al freddo, con il rischio di prendere un'infreddatura. Se puoi suggerirmi una soluzione, avrai la mia eterna gratitudine». Già, è un problema serio assai: solo pochi privilegiati hanno un bagno all'interno della casa. Gherardo tace, imbarazzato. Dopo un po' (continua ad avere in mente l'orinale di Emilio), domanda a Camillo: «Amerei molto conoscere vostro fratello Arrigo. Posso venire a farvi visita, quando vi aggrada? In quale giorno della settimana ricevete?». Camillo lo informa che Arrigo non si trova a Milano, ma che venga pure a fargli visita quando vuole, anche senza preavviso. Lui riceve tutti i giorni della settimana e, quando non riceve, significa che non è in casa. «Arrigo» aggiunge «sta componendo il suo Mefistofele. Se il cielo ci assiste, sarà dato alla Scala l'anno venturo». «Vostro fratello ha soltanto tre anni più di me» dice Gherardo. Vorrebbe dire: ha soltanto tre anni più di me, ed è già uno scrittore noto agli ambienti letterari di Milano e della capitale, un fine musicista, un affermato giornalista, e sta scrivendo un'opera. Potrò forse io, nei prossimi trent'anni, fare tanto, e

come? Camillo sembra comprendere il pensiero che lo travaglia, e gli stringe una spalla, come per infondergli l'energia necessaria alla sua impresa. E annuisce, disponibile, quando Gherardo torna alla carica con la sua richiesta di consigli e aiuti per pubblicare. Dopo la lepre e il risotto, l'oste porta un brodo caldo. Non essendo uno stupido, Gherardo non trova stupido mangiare così; con la mente ne comprende anzi il significato. È il suo corpo che si ribella. Ha la nausea, ma divora tutto senza discutere. Quanto agli altri, mangiano di gusto, come se avessero l'apparato gastrointestinale allenato a una simile prova. E soprattutto bevono, sono già alla quarta bottiglia di bordeaux (il Rovani da solo ne consuma una a pasto), e continuano a parlare di persone sconosciute, di donne sconosciute. Emilio, a un certo punto, gli dice: «Se hai qualcosa da farci leggere, orsù, tirala fuori!». Gherardo allora tira fuori quattro che ha portato con na della giacca) il meglio madama Cate: circa tredici sonetti. (alla lettera, i fogli ripiegati in sé escono a fatica dalla tasca interdella sua opera salvato dalla latrina di componimenti in versi e quattro

«Non li hai firmati» nota Emilio. «È per poter negare di averli scritti, all'occorrenza?» Sì, forse è per lasciarsi aperta la via della ritirata, o forse è semplicemente mancanza di coraggio: al momento di cominciare a leggere, Gherardo non ce la fa, si scusa, ripone le carte. «Non sei abbastanza sicuro di te» dice Camillo dolce, e Gherardo fa segno di sì, scioccamente grato. L'oste serve un antipasto a base di salame e prosciutto, un pezzo di anguilla marinata che dà a Gherardo il colpo di grazia, e infine l'aperitivo, un vinetto francese frizzante. A un certo punto, si mettono a parlare di Garibaldi che ammirano immensamente, del dovere che impone di arruolarsi con lui per la prossima guerra d'Indipendenza, dell'Italia che è stata appena

fatta, per scoprire poi che è ancora tutta da farsi. Il discorso prende una piega interessante: la patria era uno specchietto per le allodole, gli spiriti prima accesi dall'ideale risorgimentale si ripiegano nel dubbio, nella perplessità. "Ahimè! Oggidì sono spariti i confini!" si lamenterà ironicamente Carlo Dossi. Era facile, per gli italiani, affratellarsi e volersi bene, quando il nemico era l'oppressore tedesco: e adesso? Adesso, sono cazzi amari, chi diavolo è il nemico? Non saremo forse, noi italiani, nemici di noi stessi? La conversazione, dalla patria, si sposta su Milano, e su come la città sta cambiando. Girando per le strade e spiando una qualsiasi conversazione a un crocicchio, a un tavolo di caffè, non si sente parlare che di guadagni, quotazioni delle azioni, crisi economica. Milano è piena di gente che vuoi brigare, costruire, commerciare, vendere, e pensa solo a far soldi.

A questo punto, Gherardo non ha più un'idea chiara e distinta di quello che gli sta succedendo. Si ritrova in strada, fuori dall'Ortaglia: ma non rammenta di esserne uscito con le sue gambe. Ode Emilio dire che non sarebbe una cattiva idea finire la nottata dai Promessi Sposi, e crede che i nuovi amici scapigliati lo vogliano condurre dentro il romanzo del Manzoni (speriamo sia l'edizione di lusso, pensa), dentro le pagine del libro, sul quel ramo del lago di Como opposto alla sua città natale, a bere con Renzo, Lucia, Don Abbondio e il buon Padre Cristoforo (speriamo di incontrare anche la monaca di Monza, pensa; Don Rodrigo no, non mi è mai piaciuto, non è abbastanza cattivo). Ricorda che, non si sa come, sono saliti su un fiacre, e ricorda la sensazione di sballottamento mentre la carrozza dondola sui selciati sconnessi della periferia; è in preda al voltastomaco ma in qualche modo si sente protetto e a suo agio come in un nido, stretto fra Camillo e il velluto di cui è foderato l'abitacolo. Ricorda la sferzata d'aria fredda sul viso alla discesa, nella zona dei navigli, la nebbia che sembra salire dall'acqua

come un pallido ectoplasma, e il fango sotto gli stivali su cui scivola maldestramente. Crollerebbe a sedere nel pantano, se qualcuno non lo sorreggesse. L'osteria Promessi Sposi è un'altra delle "cattedre" del Rovani. All'interno non si vedono Renzo e Lucia, e neppure l'Innominato. C'è però, come all'Ortaglia, gente della stessa classe sociale di Renzo e Lucia, gente del popolo, e senza dubbio qualche innominato minimo, spogliato di luce tenebrosa. I quattro scapigliati si siedono a un tavolo accanto al fuoco, e Camillo ordina per tutti un altro giro di bevute. Gherardo adesso è abbastanza disinibito per rischiare di rendersi ridicolo, e declamerebbe ad alta voce le sue poesie, ma è troppo stralunato per pronunciare una sola frase coerente. Intanto i ragionamenti degli scapigliati tornano a girare intorno all'Italia come fosse un chiodo fisso: sul perché la loro generazione, dopo che tanti eroi e martiri hanno bagnato con il loro sangue le zolle della terra natale, si sente improvvisamente così stanca, ingannata, delusa. «Siamo tristi» dice Camillo «in uno stato simile alla malinconia di una donna che ha appena partorito. Questo nostro figlio gracile e cagionevole è la patria». «Io non mi sento padre della patria né punto né poco» fa il Rovani, sogghignando. «Il mio signor padre...». comincia Gherardo, e vorrebbe parlare di suo padre, filotedesco da sempre e nostalgico della vecchia amministrazione, sfoggiare con una battuta azzeccata tutto il suo spirito; ma perde il filo e non riesce a dire nulla, e del resto gli altri non lo hanno neppure udito. «Ti sbagli, Camillo» dice Emilio «di questa nostra patria appena nata, noi siamo piuttosto i disgraziati figli adulti». Camillo sorride, mostrando di apprezzare l'immagine di una neonata Italia con figli di venti, trenta e cinquant'anni, figli addirittura vegliardi. «Colui che ha partorito dalla sua mente gli sposi promessi» dice «quello sì ha l'età e la statura per essere un padre della pa-

tria». «Vecchio barbagianni!» dice Emilio, ridendo. Lo stupore scandalizzato di Gherardo rilancia la sua risata. Questa poi! Nessuno, finora, a memoria umana, si era mai permesso di indirizzare ad Alessandro Manzoni un epiteto come "vecchio barbagianni". Ma non avevano scritto, Praga e Boito, sulle colonne del Figaro, che lo ammiravano "caramente, quasi devotamente"? «Che fa, oggi, il Manzoni?» chiede, per sormontare l'imbarazzo. «Non lo si vede più tanto spesso in giro» risponde Camillo. «Conduce vita molto ritirata, riceve pochi amici cari nella sua casa. Non scrive quasi più. Attende, credo, la sua ora». «L'ora di andare a dormire» dice Emilio e, alzandosi in piedi e levando il suo bicchiere nell'atto di fare un brindisi alla salute di un'invisibile divinità, declama:

Casto poeta che l'Italia adora, vegliardo in sante visioni assorto, tu puoi morir!... Degli antecristi è l'ora!

che sono sempre versi di Preludio. Un applauso fragoroso accoglie la sua esibizione; Emilio ringrazia con un buffonesco inchino e si rimette a sedere, anzi, più che rimettersi a sedere, casca sulla panca e per poco anche sul pavimento. È completamente ubriaco. «Voi la mettete in burla» dice il Rovani «ma io, quand'ero ragazzo, camminavo fino a Brusuglio per sette od otto miglia, nella speranza di vedere quell'uomo. Attendevo per ore di fronte alla sua villa, e mi appagavo solo che il Vate apparisse per alcuni istanti fra gli alberi, o dietro una siepe. Mi pareva allora nobile, lento, lievemente curvo sotto il pensiero. Ah, se mi ricordo!... Sublimi entusiasmi, l'Arte con la A maiuscola... Ma più ancora, ricordo un gran mal di piedi!» Tutti ridono. Anche Gherardo si unisce all'onda dell'ilarità,

con la sua battuta: «Il Manzoni, più che Padre della patria, ne è il Nonno!». La risata, che si stava spegnendo, si riaccende forte, quasi isterica, irrefrenabile. Il Rovani, che stava bevendo la grappona del frate, spruzza ridendo tutto il liquido sulla tavola, e rifila a Gherardo una pacca in mezzo alle spalle, una zampata da orso. Gli altri lo spintonano, lo strapazzano, con violenza amichevole. Una grande gioia esplode dentro di lui: gli pare che in quel preciso momento, lo abbiano accolto come uno di loro. «E io dico» continua euforico, «che bisognerebbe abolire i nonni, i padri, gli zii, e tutti gli antenati barbagianni fin dall'età della pietra! Vogliamo un mondo di soli figli! Abbasso i padri! Io, il mio, lo seppellirei, e che continuasse pure a predicare da sottoterra...». Emilio, improvvisamente, diventa livido e smorto, il volto gli si contrae in una rigida smorfia. Senza dire una parola, si alza, prende cappello e pastrano, e se ne va traballando. Su Gherardo, dopo l'esaltazione di prima, ha l'effetto di una doccia gelata. «Colpa mia? Ho detto una sciocchezza?» chiede Gherardo, quasi piangendo. « Se l'ho offeso, me ne dolgo immensamente...». «Non potevi sapere» dice Camillo, serio. «Sapere cosa?» «Anni fa Emilio amò follemente un'attrice, donna piena di fascino e di vita... Ella morì, e fu sepolta... Poco tempo dopo, per traslare i suoi resti, la bara fu riesumata e aperta... La donna aveva i denti digrignati, e le mani fra i capelli, in un gesto di impotente disperazione». «Sepolta viva?» «Un caso di morte apparente. Ancor oggi, al minimo accenno che gli faccia rammentare quel triste episodio, si rattrista talmente da non sopportare più la compagnia, e scompare per giorni e giorni».

Gherardo si risveglia malato il giorno seguente, a mezzo-

giorno, nella sua camera di pensione dove Camillo l'ha riportato la sera prima. Ha i postumi di una solenne sbronza, si sente come se una carrozza gli fosse passata addosso rompendogli tutte le ossa, rabbrividisce per il freddo e la febbre. Madama Cate, che entra nella stanza senza il vassoio della prima colazione (del resto, la sola vista del cibo basterebbe a disgustarlo), ha uno sguardo di tetra riprovazione. «Come andiamo, giovanotto?» chiede brusca, i pugni sui fianchi. «Male» risponde Gherardo, gemendo. «È quello che capita a chi fa tardi la notte in cattiva compagnia. L'ho detto al vostro amico, quello che mi ha svegliata per farsi aprire la porta, e vi ha portato su per le scale di peso. Ha avuto la faccia tosta di raccomandarmi: "Abbiate cura di lui". Gli ho risposto per le rime, ho detto: "Io ho sempre cura di lui, siete voi che non l'avete, dato che lo riportate in questo stato"». A Gherardo sfugge una risata, che si rompe in un accesso di tosse convulsa. Cate lo vede tremare sotto le coperte, gli appoggia una mano sulla fronte, e si addolcisce un po'. «Avete un bel febbrone». Dopodiché Gherardo cade in delirio. Quando torna in sé, vede il volto di sua madre, preoccupato, pallido, con un'espressione del genere "Te lo avevo detto!". La buona madama Cate le ha scritto a Como, e lei si è precipitata al capezzale del figlio. Ecco che le ha confermato le sue peggiori previsioni: lei lo sapeva che sarebbe finito così, un poeta che tossisce in una squallida camera di pensione, dedito all'alcol e a chissà cos'altro, minato dal mal di petto e da chissà quali altre innominabili malattie, che si prendono compiendo turpi atti contro la natura e le leggi divine. Non appena Gherardo è in grado di muoversi, sua madre se lo riporta a casa, a rimettersi in salute al più mite clima del lago. A Como Gherardo ritrova Giulio Pinchetti, che lo distrae e lo consola un po' di aver dovuto lasciare Milano proprio ora che aveva trovato una via d'accesso ai circoli scapigliati. Giulio è al-

to come lui, ma ha gli occhi neri ed è scuro di carnagione, troppo scuro per quella certa aura amletica che gli piace esibire. Il dubbio, il rincorrere i fantasmi, la contemplazione del teschio si sposano bene solo con il pallore. Comunque, a parte Amleto, Giulio è un ragazzo divertente, e nulla in lui lascia indovinare il suicidio che commetterà da lì a cinque anni. I due amici passeggiano lungo le rive del lago e fanno gite in barca, parlando degli scrittori di Milano, confrontando le rispettive impressioni, e leggendo ad alta voce brani di Goethe, di Shakespeare, di Poe (nella traduzione di Baudelaire), dello stesso Baudelaire, di Gerard de Nerval, di Hugo. A volte, Giulio declama versi suoi sul molo, stendendo con tanta enfasi le braccia verso l'azzurro da somigliare a un bruno gabbiano che sta per spiccare il volo. Gherardo si domanda come mai l'amico, che detesta tanto Manzoni e Leopardi, quando scrive li scopiazzi, rifacendone i modi, i giri di frase, le ariette. Le passeggiate durano poco: con l'avvicinarsi dell'estate e l'imminenza di una terza guerra d'Indipendenza, Giulio parte per arruolarsi insieme a Emilio Praga, Arrigo Boito e altri amici scapigliati. «Riprenderemo il Veneto, Venezia sarà nostra!» grida, come se Venezia ce l'avesse già in tasca. Per questa faccenda della mania di combattere, per questa specie di arrapamento militare che sta prendendo tutti, lui, Gherardo, non si esalta poi tanto, e rimane tiepido, critico. Non ama la guerra nemmeno se è giusta, santa e di liberazione; le guerre d'Indipendenza, poi, non gli sono sembrate un granché. La prima è stata un tonfo e ha lasciato le cose come stavano, la seconda ha funzionato solo perché quel volpone di Cavour ha combinato l'alleanza con i francesi. In guerra, Gherardo ci andrebbe soltanto per stare insieme ai suoi amici, e non è una grande motivazione. Così, quando la madre scoppia in lacrime e giura che «la farà morire se fa quest'altra follia», Gherardo le cede di buon grado. Rimane a Como, ma l'estate è lunga e vuota, lui non ha un cane

con cui parlare. Con il padre, non parla più. È accaduto che un bel giorno, dopo pranzo, il brav'uomo, avendo trovato in salotto una copia de Lo Scapigliato (settimanale milanese che reca la stratosferica dicitura: "Fede nell'arte", prezzo dell'abbonamento lire dieci all'anno, chi si associa per un anno riceverà in premio un elegante volume di commedie, i manoscritti non accettati si restituiscono dietro richiesta, entro due mesi dall'arrivo, dopo si distruggono), se l'è portata al cesso e l'ha usata per pulirsi il culo. Dopodiché, Gherardo gli ha dichiarato la sua personale guerra generazionale. Strategia difensiva: porta sprangata, lettere al fermo posta, occultamento di libri e riviste. Armi di offesa: adozione sistematica di comportamenti contro la legge dei padri, perseveranza nel martirio che ne deriva, e soprattutto il silenzio. Gherardo non direbbe neppure a se stesso, comunque, quel che gli brucia di più: Lo Scapigliato gli ha sicuramente distrutto un manoscritto, da lui inviato e non più richiesto. In autunno, le cose non migliorano. Anche se la guerra (quella d'Indipendenza, non quella in casa Orsi) è finita, e gli amici sono probabilmente tornati a Milano, lui è senza soldi e non può raggiungerli. Il padre ha posto in atto la sua minaccia di tagliargli i viveri. Unica consolazione: è uscito Una peccatrice, in cui Giovanni Verga ha raccontato la sua storia, di Gherardo. La storia, cioè, di un giovane che aspira a fuggire dagli angusti confini del suo paese natale, e a un destino di monotone abitudini, per fondersi con la fiamma dell'ideale, per bruciare le tappe di una strepitosa carriera letteraria. È curioso e meraviglioso come uno scrittore nato dall'altra parte di una nazione appena fatta, nutrito di altri influssi e avendo respirato altra aria, abbia saputo fare il suo ritratto. Il Verga ora è approdato a Firenze con lo stesso intendimento, la stessa speranza di Gherardo quando è approdato a Milano: lasciare un segno sul mondo. Nelle ore nere, Gherardo gli scrive. Poi, verso la metà di ottobre, il miracolo, nelle vesti di sua zia suora. Costei, monacata non proprio per forza, come Ger-

trude, ma quasi, ha sempre avuto un debole per quel nipote bello, raffinato e avventuroso; lo ha sempre appoggiato, e appoggerebbe ogni sua stravaganza, la più irragionevole, fosse pure andare a piantare fichi d'India in Siberia. Gli fa pervenire segretamente un po' di denaro: Gherardo è libero. Dal suo convento, la zia suora lo immagina andar via, entrare nel flusso della vita, delle passioni. Desiderando essere uomo, cioè essere lui, lo segue con il pensiero, lo immagina mentre incontra gente, ride, si emoziona, ama, gode, va su tutte le furie, piange, scrive, e le sembra che viva un po' anche per lei.

Nuovamente a Milano, Gherardo si rituffa nella vita scapigliata. Giulio Pinchetti è in città: rifiutato dal Centro di addestramento di Asti, perché matto, ora finge di preparare gli esami per la facoltà di Giurisprudenza di Pavia. Insieme a Giulio, Gherardo frequenta tutti i luoghi di ritrovo degli scrittori scapigliati, che sono perlopiù caffè e bettole. Comincia a trascorrere quasi tutta la sua giornata alle osterie del Polpetta, di Monforte, di Marietta, del Gallo e degli Angioli, della Noce, ai caffè Martini e Gnocchi, sedendo, come il Rovani e gli altri, a un tavolo per delle ore, e scrivendo fra i boccali di birra che girano, le sottane delle donne che frusciano, i muratori che giocano a briscola, e il chiasso degli avventori, imparando presto a raggiungervi uno stato di concentrazione ideale, quasi mistica. Scopre di aver bisogno di quell'ambiente per scrivere, come una pianta ha bisogno dell'humus vitale del terreno su cui cresce; comincia a usare il vino e l'assenzio come un programma sistematico di allenamento per procurarsi le condizioni giuste per l'ispirazione. Lo stile di vita scapigliato gli entra nel sangue e ormai fa parte di lui. Si reca spesso a trovare Camillo, che gli mostra una piena e totale disponibilità; parlano intere giornate e anche nottate. Anzi, parla solo Gherardo, confidando, un po' ossessivamente ed egoisticamente, tutti i moti dell'animo suo all'uomo che gli appare come il parente colto e

sensibile che non ha avuto. Un giorno, il Rovani per caso gli dice che in giugno, mentre lui stava al lago a dondolarsi in barca, il "povero Boito" è stato colpito dalla stessa sciagura toccata a lui: gli è morto l'unico figlio. «Buon Dio!» grida Gherardo. «E io che l'ho assillato con i miei guai, senza recargli una parola di conforto!» A rotta di collo, Gherardo si precipita a casa di Camillo, sale i gradini a tre per volta, si attacca al batacchio della porta, picchia come un forsennato, travolge la sbigottita domestica che gli apre, irrompe nel salotto da ricevimento trafelato, ansante. Senza spiccicare una parola, si getta su Camillo e lo abbranca: un abbraccio muto, forte, come se volesse stampare sul corpo e sull'anima dell'altro tutto il suo affetto, e la partecipazione al suo dolore. È da quel momento che i due diventano veramente, completamente amici. Gherardo diventa un tantino geloso, quando Giulio si impiega presso la Gazzetta di Milano. Gli hanno affidato l'Appendice letteraria, che sarebbe l'attuale pagina culturale. È il lavoro che avrebbe voluto Gherardo: leggere, criticare quanto scrivono gli altri, dire la sua su ogni cosa senza troppa fatica. Pensa che l'amico lo abbia ottenuto più per faccia tosta e piaggeria che per le sue doti di letterato; poi (bisogna dirlo, a suo onore), riconosce di essere stato un po' meschino. Comunque, Giulio lo introduce al giornale come correttore di bozze e apprendista, e Gherardo, addolcito e commosso, fa ammenda confessando all'amico di averlo invidiato. Ora che guadagna sulle cento lire al mese, Gherardo può lasciare madama Cate, le cui attenzioni e carezze, al mattino, cominciano a farsi sempre più ambigue. Con il resto del denaro della zia, affitta una mansarda che si affaccia sulle guglie del Duomo e sui lavori della nascente Galleria, dove conta di dormire e, all'occorrenza, passare ore liete e spensierate con qualche ragazza... appena riuscirà a pescarne una. Prenderà i pasti, scriverà e vivrà soprattutto fra il giornale e l'osteria. Finalmente, è padrone del suo destino.

Una sera, verso la fine di novembre, sta andando a cena in compagnia di Camillo Boito. I due camminano per le strade di Brera, diretti verso la trattoria del Polpetta che si trova all'angolo di via del Conservatorio, e stanno attraversando una piccola piazza quadrata, circondata da edifici bassi. È una di quelle serate nebbiose che rendono gli esterni milanesi simili a quinte di teatro, o ambienti ricostruiti in studio. Il silenzio, l'assenza di altri esseri umani, il vago contorno delle case, il tappeto di foglie morte cadute dall'unico platano dai rami spogli e drammatici, la nebbia che, fine e compatta, sembra ferma nell'atmosfera formano un quadro irreale. Ma ecco che i due vedono avanzare una figura che si muove senza far rumore, solennemente. Il nero manto a pipistrello e l'alta tuba la rendono quasi sproporzionata, lunga e fiabesca, simile a un'ombra proiettata su un muro che ha preso corpo. È un uomo che fa un cenno di saluto all'indirizzo di Camillo. Gherardo non ha mai visto nessuno così alto (un metro e ottantaquattro è decisamente al di sopra della media, per l'epoca). «Ciao, neh» dice il nuovo arrivato a Camillo. Quest'ultimo lo presenta a Gherardo: Igino Tarchetti. Gherardo quasi cascherebbe per terra, se il movimento stesso dello stringergli la mano non gli imprimesse abbastanza forza ed equilibrio da mantenersi in piedi. Il Tarchetti, ovunque vada, si trascina dietro un nutrito codazzo di scandali, maldicenze, sussurri, e a volte fantastiche invenzioni. Taluni lo esecrano, altri lo fanno oggetto di un culto esagitato. Di lui, sta uscendo a puntate su Il sole un nuovo sorprendente romanzo, Una nobile follia, la storia di un giovane che, arruolatosi nell'esercito, viene condotto dalla vita militare alla pazzia e alla morte. Si mormora che l'autore sia stato cacciato dall'esercito rischiando la corte marziale (delle due cose, è falsa la prima, e vera la seconda). Si sussurra anche che il Tarchetti abbia ispirato una violenta passione amorosa a una cugina del suo diretto superiore a Parma, e che abbia sedotto la donna (è vero il contrario, la donna ha sedotto lui). Gherardo

ha ormai sentito talmente parlare di lui, da cominciare a dubitare della sua esistenza. Igino è, in effetti, il tipo di persona della cui esistenza si dubiterebbe, se la natura di tanto in tanto non ne producesse qualcuna. Ha un viso ovale lungo e scavato, una bocca carnosa, dai contorni ben definiti, e grandi occhi scuri, affamati, di una terribile serietà. «Vieni a cena con noi» dice Camillo, e Igino si incammina al loro fianco, come avessero preso appuntamento in precedenza. Lungo la strada, il Tarchetti narra brevemente che sì, ha dato le dimissioni dall'esercito, quel periodo gramo della sua vita è concluso per sempre; ora si è votato interamente alla carriera di letterato, è occupato al Pungolo per centocinquanta lire al mese, un pane assicurato. Gherardo lo ascolta appena: le sorprese, per lui, non sono ancora finite. Dalla tasca della mantella del Tarchetti, infatti, esce fuori una cosa bianca in movimento, un animale... È un topo, sì, è proprio un topo, diamine! Che ci fa un topo addosso al Tarchetti? Forse, gli è saltato addosso da qualche parte, e lo scrittore non si è accorto di portarselo in giro. Il topo si arrampica fino a raggiungere una spalla di Igino. Gherardo sta per dire: guardate che avete un topo sulla spalla, quando Igino, distrattamente, lo raccoglie e se lo ripone in saccoccia come fosse un oggetto d'uso quotidiano. Ma inutile: il topo non vuole saperne di stare a cuccia. Subito riesce fuori, più vispo e petulante di prima, riguadagna la spalla del Tarchetti, poi, su per la lunga capigliatura nera e selvaggia, raggiunge la tesa del cilindro, dove si sistema come una sentinella. È un grazioso animaletto dagli occhi come capocchie di spilli e dalle orecchie rosee, e Gherardo non può fare a meno di sorridere. Igino intercetta il suo sguardo, gli dice: «La compagnia d'un animale mi è indispensabile come il letto e il pranzo, come un amico o una donna». Ama soprattutto, aggiunge, topi, cani, serpenti e uccelli d'ogni specie e dimensione. Quel particolare topo ha nome Ugo,

come Ugo Foscolo. Il fatto che Igino lo abbia chiamato come ha ribattezzato se stesso, significa che lo vive un po' come un alter ego, e Gherardo lo intuisce confusamente. Arrivati dal Polpetta, una signora, nel veder arrivare quello strano avventore con un topo di vedetta sul cappello, lancia un urlo e corre a rifugiarsi dietro il portamantelli. Igino prende Ugo fra le mani, si inchina alla signora e le spiega dolcemente che non c'è nulla da temere: si tratta di un topolino ben ammaestrato che si nutre solo di un poco di frutta e semi e non fa male a nessuno. La signora grida con disprezzo che non si avvicini, e ricacci la sudicia bestia nelle fogne da cui proviene. Al che Igino ribatte con uguale dolcezza, ma con occhi freddi e duri. «È un'amorevole creatura, migliore di voi e senza dubbio anche di me». «Suvvia» dice Camillo «non faremo una quarta guerra d'Indipendenza per un topo». È il Polpetta in persona a risolvere la controversia diplomatica e calmare le ire della donna: è abituato, con gli scapigliati, a sedare ben altre baruffe. La trattoria, anzi, è nata con la Scapigliatura, dal momento che i coniugi Prevosti, che la gestiscono, erano in origine portinai, e si sono fatti ristoratori per amore degli artisti che abitavano nel loro quartiere. I due Prevosti sono grandi e grossi, e hanno due figli altrettanto grandi e grossi: una famiglia di orchi, dicono affettuosamente gli amici. Prevosti padre è detto anche il Polpetta per aver ideato la ricetta di una golosissima polpetta. Il Polpetta, dunque, dirotta i tre con il topo verso una saletta privata, dove possono mangiare e conversare indisturbati. Là, Igino sconvolge Gherardo, posandogli una mano sul braccio e dicendogli a bruciapelo: «Voi somigliate a uno dei miei personaggi. Quando creo un protagonista, è con il vostro volto che lo immagino».

L'antro dello stregone I

l 1867 è l'anno che Gherardo ricorderà come il più forte, ricco e infinito della sua esistenza; tutto il corso della sua pur lunga vita gli apparirà sterile e tedioso, a confronto di quest'anno della sua gioventù vissuto come un animale alla scoperta sempre pronto a strofinarsi sopra ogni cosa, con gli occhi spalancati, i sensi svegli e la pelle nuda. È l'anno dell'amicizia e della creatività, delle grandi attese e delle gozzoviglie, della fede nella vita e della speranza nell'amore. Nei primi mesi del 1867 stringe, o cerca di stringere, legami più forti con Igino, e la cosa gli dà non poco da fare. Il piemontese è spesso distante, perso e mutevole come l'acqua, afferma ogni cosa e nega ogni cosa. Lunare, chiuso, misantropo, sembra meno umano di Camillo: Gherardo, che per lui prova ammirazione e soggezione, deve correre e affannarsi per afferrarlo. Igino scrive moltissimo e freneticamente, non si risparmia e non bada alla sua salute, come se non gliene importasse. Mangia fino a scoppiare se ha denaro e quand'è all'osteria, altrimenti non mangia affatto. Mai veramente contento, capace di passare da uno stato di grande esaltazione alla più cupa malinconia, nel tempo di una mezz'ora, sembra che un dolore dentro di lui si scavi la sua tana, come un animale parassita. Igino è sempre crocifisso da amori impossibili, passioni furibonde, da smarrirci il senno e la vita. In questo periodo, ha due donne: l'una, è una signora borghese assai bella, ricca e sposata; l'altra, è quella Carolina, o Angiolina, che lo ha sedotto a Parma, una fanciulla epilettica, di una bruttezza quasi so-

prannaturale, orrenda, e pur tuttavia dotata di rara cultura, intelligenza e raffinatezza. Ai tormenti amorosi, al superlavoro, alla scarsità di denaro, si aggiungono le polemiche estenuanti, gli scandali, la maldicenza. Igino è un autore in anticipo sul suo tempo: Gherardo si accorge che, spesso, i medesimi lettori lo fanno oggetto di anatema pubblico unito a una venerazione segreta, e lo invidia disperatamente per questo. Non gli piacerebbe essere amato e odiato insieme, eppure è quanto di più vorrebbe al mondo, perché nel raggiungimento di tale condizione è la vera grandezza. Gherardo ha sentito spesso parlare della leggendaria e chiacchieratissima contessa (si è separata dal marito Andrea Maffei, poeta romantico affatto privo di talento, e vive da sola), protettrice delle arti e degli artisti, regina del salotto letterario, politico e mondano più in vista della città. In quell'accidente di salotto sono passati tutti, proprio tutti, anche Verdi, anche Mazzini, anche Manzoni, anche... (gli gira la testa solo a pensarci) anche Balzac, che a Clara Maffei ha persino dedicato un racconto, La fausse maîtresse. Potesse mai, un giorno, esservi ammesso pure lui!

Ma ecco l'occasione, il magico momento: Gherardo fa il suo ingresso nel salotto della contessa. È un venerdì, verso la fine del mese di maggio, alla presenza dei suoi più grandi amici, Igino e Camillo, che lo hanno sorretto per tutta via Bigli (dove risiede la Maffei) perché gli tremavano le gambe all'idea di ripercorrere i passi di Balzac (che non stava ripercorrendo, perché ai tempi di Balzac i Maffei risiedevano in via al Monte di pietà). «Il Tarchetti mi ha tanto parlato di voi» dice la contessa porgendogli la mano. Gherardo, che ha la lingua legata, le bacia l'anello come a un vescovo e si inchina come una marionetta, stiracchiando un sorriso di circostanza. Si siede convinto di a-

ver fatto la figura dello sciocco provinciale. Apprenderà, in seguito, che la nobildonna lo ha trovato compito, misterioso e romantico. Gherardo si guarda intorno. Il salotto della contessa è quello, piccolo e raccolto, in cui riceve i pochi amici intimi: poltroncine con paesaggi campestri dipinti sugli schienali, velluti scuri, trine, un camino sormontato da uno specchio di Venezia e vasi orientali sulla mensola, con gli immancabili fiori. Sola eccentricità, un pavone bianco impagliato colto in una posa talmente naturale da parer vivo: con una zampa alzata, la testa un po' piegata di lato, e il ventaglio delle piume aperto in tutto il suo fiabesco candore. Tutto qui? Agli occhi di Gherardo, è una semidelusione: dov'è il pianoforte pestato da Giuseppe Verdi? Evidentemente, la contessa deve avere un salotto più grande (in effetti, ce l'ha) per stiparvi quella folla di letterati, musici, pittori, oratori, uomini politici e compagnia cantante di cui si favoleggia. Questo dev'essere il salotto di servizio. In ogni modo, che si era mai aspettato? Busti in marmo di poeti e rotoli di pergamena? «C'è forse qualcosa che vi dispiace in questa stanza?» gli chiede, dimostrando un certo acume, la contessa. «Tutt'altro, signora. Stavo ammirando quel pavone. Vi somiglia assai. Come voi, sembra non stare di casa in questa stanza». Gherardo ha colto nel segno, il carattere della contessa ha molto del pavone: indipendente, un po' esibizionista, con il senso del teatro, amante della libertà, della bellezza, della vita in assoluto, ma costretta a giocare e appagare tutte le sue tensioni nello spazio di due stanze, sia pure le due stanze che più contano in Italia. Clara, purtroppo, non ha anche l'aspetto del pavone: è sulla cinquantina e piuttosto bassa (nessuno ignora che suo marito, prima delle nozze, ha detto: «Quando si prende moglie, bisogna prenderne il meno possibile»). La sua beltà non viene da forme e curve, o dalle fattezze del viso, ma da

qualcosa di interiore che si irradia attraverso il corpo come la luce di una lanterna, e conforta, rischiara, addita con intelligenza il cammino. La contessa sorride lusingata al complimento obliquo e discreto di Gherardo. Camillo rivolge all'amico uno sguardo di apprezzamento, come a volergli dire: bravo! Ma l'attenzione di Clara Maffei è concentrata su Igino. «Sono molti i motivi per cui vi ammiro» dice la contessa, sporgendosi verso di lui dalla sua poltrona, fin quasi a poterlo toccare. «Primo fra tutti, avete lasciato senza rimpianti un posto nell'esercito, e una carriera sicura, per vivere esclusivamente della vostra penna, affrontando molti rischi e un avvenire incerto. Secondo, avete scritto un libro che mi ha squarciato un velo davanti agli occhi...». «I vostri occhi sono assai penetranti, dubito che qualcosa li possa mai velare». «... eppure, gli uomini celano agli occhi di noi donne molti fatti, molte verità, fra cui la vita dei soldati nelle caserme, e voi invece mi avete mostrato quella verità. E, da ultimo, vi siete messo a distribuire proclami e libelli presso quegli stessi uomini che compongono un'istituzione che odiate, senza prevedere che ufficiali vestiti con ricche uniformi, che riscuotono lauti appannaggi dallo stato in virtù della loro appartenenza all'esercito, non vi avrebbero mai fornito i mezzi per abbatterla. Nel trattare con quella società che vi appare come una scacchiera mangiapedine, vi appellate soltanto alla virtù, alla coscienza e all'onestà, e non volete saperne di imparare le regole e manovre subdole del gioco. Siete un fanciullo e un folle, e questo è quanto più amo in voi» conclude la contessa, accarezzando una guancia di Igino, come se fosse davvero un bambino molto piccolo, ostinato e commovente. Gherardo è abbagliato da quel gesto, così audace, libero e pieno di autorità, così impensabile in una donna. Impensabile? Tutta Milano sa che Clara Maffei invia fiori ai poeti e agli artisti che ammira di più. Decisamente, la contessa è un'intenditrice

di uomini: le piacciono puri, disinteressati e cavallereschi. Gherardo si domanda se, guardando dentro se stesso, può riconoscersi le stesse qualità di Igino, e non sa rispondere. Intanto, Igino sta accogliendo l'omaggio pubblico di Clara Maffei senza imbarazzo, come se pensasse che gli è dovuto (se ha un difetto, a parte il gusto per il pettegolezzo, è la vanità), e nello stesso tempo cercasse di nasconderlo sotto una falsa modestia. «Di certo, signora» dice Camillo, pungente ma senza troppa invidia e malevolenza «io non ho fortuna. Non sono foscoliano quanto Igino. Forse il nostro Gherardo avrà maggior grazia ai vostri occhi». L'attenzione di Clara Maffei si concentra adesso su Gherardo, ma più per cortesia che per altro. «Voi, dunque, cosa scrivete? Quale tipo di tematica trattate? Avete qualcosa da farci leggere?» Così sollecitato, Gherardo non sa cosa rispondere: non ha scritto un rigo da quando è nuovamente a Milano, e neppure lui sa spiegarsene il perché. Non ha proprio niente da far leggere alla contessa, a parte certi vecchi componimenti di cui oggi arrossirebbe. Idee, certo, ne ha tante (e questo, per ora, è stato sufficiente a puntellargli la traballante autostima), ma ora che sarebbe il momento di parlarne, sembrano svanire e dissolversi come filamenti di nebbia. «Veramente» comincia, raschiandosi la gola «non ho ancora trovato un argomento degno per un'opera di una certa sostanza. Mi piacerebbe, però, scrivere un romanzo...». «Il nostro giovane amico» interviene in suo aiuto Camillo «è attratto dalle storie d'intrigo e d'avventura». Forse Camillo non gli ha reso proprio un buon servizio: la contessa può pensare che lui scriverebbe sulla falsariga di Mastriani. A lui non interessa, no, fare un'altra Cieca di Sorrento. Il suo genere sarebbe un altro: un melodramma più freddo, un po' di orrore, pathos raggiunto non premendo il pedale dei buoni (o malvagi) sentimenti, ma con l'impiego di immagini

potenti, seduzione attraverso la valenza della parola, scavo dei più segreti e sconosciuti moti dell'animo umano. È qualcosa che gli è venuta in mente leggendo un racconto dì Tarchetti, Uno spirito in un lampone, in cui lo spettro di una donna assassinata possiede il corpo di un viandante per guidarlo fino al suo assassino: lui copierebbe Igino, ma aggiungerebbe in più mistero, e un'attesa sapientemente prolungata. «Ecco» dice «il romanzo che scriverei, dovrebbe trattare di un assassinio». «Un assassinio!» esclama la contessa, divertita. «Quale argomento da lupo mannaro, per un giovane che ha il viso di un angelo!» «Un romanzo» dice Gherardo, arrossendo nel sentirsi dare del viso d'angelo «sulla scoperta di un assassino, dissimulato fra persone ritenute oneste e perbene». Igino annuisce più volte, convinto. «Io credo nel suo talento» dice. «E se i personaggi del vostro romanzo fossimo noi» dice la contessa, «chi, di grazia, sarebbe la vittima?» Gherardo, incoraggiato dal successo ottenuto, dalla dimostrazione di stima di Tarchetti (non ci avrebbe sperato) e dal fatto di aver suscitato l'interesse (stavolta autentico) della contessa, ha uno dei suoi momenti di pazza temerarietà. «Naturalmente voi, signora» dice.

Gherardo trascorre l'estate a Como, a fare bagni d'acqua e di sole, e l'autunno seguente è di nuovo a Milano. Ricomincia la vita scapigliata: il duro lavoro al giornale per poche lire, il duro lavoro nella sua soffitta, tremando di freddo a lume di candela (sì, quella romantica esistenza da leggenda bohémien, per lui è una scomoda realtà). Ricomincia la vita del non dormire mai, la vita di osterie e caffè, di bevute con gli amici, di mattate, di pasti alla rovescia del Rovani (a cui ormai ha temprato lo stomaco) cucinati su ricette in latino o in dialetto lombardo, delle al-

legre gozzoviglie con risotto alla milanese e fiumi di vino con cui Emilio e Igino sono soliti combattere i momenti di spleen. Tenta di acchiappare le fila del suo romanzo incentrato su un delitto, inseguendo il tono giusto che è sempre stonato, i personaggi giusti che latitano, l'intreccio giusto che si sfilaccia da una parte quando ha finito di tesserlo dall'altra. Ricopia in bella il primo capitolo, con l'intenzione di farlo leggere ad amici ed editori, poi gli pare poca cosa e non ne fa nulla. Finalmente conosce il famoso Arrigo, il fratellino di Camillo. Accade durante il veglione di capodanno per celebrare l'inizio del 1868, nel salone delle feste di casa Serbelloni. La festa è in maschera, e Gherardo si è arrovellato per giorni e notti su un atroce dilemma: quale costume indossare, senza denaro per noleggiarne uno? Sarà possibile cucirsene uno con la fantasia e fare in modo che gli altri lo vedano? Non sa proprio come cavarsi d'impaccio e teme di sfigurare, quando Camillo, discreto e buon amico come sempre, viene in suo soccorso, introducendolo nei magazzini della Scala, dove Arrigo sta finalmente allestendo il suo Mefistofele. Gherardo può così prendere in prestito uno spettacolare costume da menestrello del Cinquecento, con tanto di liuto, e ora sta facendo un certo effetto sulle signore, con le sue belle gambe messe in evidenza dalla calzamaglia aderente, e il giustacuore con le maniche a sbuffo. Riflesso negli specchi, si trova bello e fragile come una bambola di porcellana, e se ne stupisce lui stesso. Una nobildonna fra le più belle di Milano ha scelto un travestimento assai spiritoso: i capelli sciolti sulle spalle, indosso soltanto un lungo camicione ornato di pizzi, è una sonnambula, e simula lo stato di sonnambulismo camminando a occhi chiusi, le mani tese in avanti. Ogni volta che incontra uno dei suoi ospiti, gli tasta i lineamenti del viso, poi apre gli occhi di colpo lanciando un grido di riconoscimento e meravigliato benvenuto. Ripete la scenetta ogni volta che entra un nuovo invitato. Giulio Pinchetti, per la serata, ha scelto i panni del personaggio che più gli è caro; più che un travestimento, è una per-

sonificazione: è Amleto, pallido (ha esagerato con il cerone bianco) e pensoso, con un teschio (che si è fatto donare da un amico becchino) nella mano. Di tanto in tanto, lo bacia. Il Rovani si è vestito da monarca assiro babilonese (quello che ha composto le prime tavole della legge, come si chiamava? Hammurabi?), e pontifica nella sua maniera faconda e buffonesca, minacciando tutti di severissimi castighi, tipo taglio di una mano o cavatura di un occhio. Igino è romanticissimo, vestito da vampiro (gli farebbero sicuramente un contratto per un film del giorno d'oggi), un fantastico angelo nero, un po' civettuolo, divertente con la sua cadenza piemontese. Quanto a Emilio, lui non si è smentito: in linea con la sua fama di cattivello bestemmiatore, si è combinato da Gesù Cristo, con parrucca alla nazarena, lunga tunica stracciata, corona di spine e croce di cartapesta su una spalla. «Perdonate, signora» dice all'allibita padrona di casa, indicando la croce. «Vi dispiace se l'appoggio al muro? Comincia a pesarmi un poco». Una simile farsa blasfema è un po' troppo anche per una festa scapigliata, ma dopo il primo istante di sbalordimento qualcuno comincia ad applaudire forte; altri applausi si uniscono al primo, dapprincipio timidi, poi scroscianti, corali. «Siete veramente terribile!» dice la Serbelloni, sospirando come se stesse per svenire: ma in fondo in fondo, si capisce che ci contava. Ma quello che stupisce di più Gherardo, è vedere Camillo, unico e solo nel salone, vestito con il suo consueto abito da sera nero, cilindro, sciarpa e bastone d'ebano. «Il travestimento più straordinario» dice rispondendo al suo sguardo interrogativo «è quello che portiamo ogni giorno davanti alla società». Con Camillo c'è un giovane interamente vestito di rosso, finti baffetti lunghissimi e ricurvi, un paio di lunghe corna in capo e una finta coda forcuta a strascico.

«Ti presento Arrigo» dice Camillo, e in quel momento Gherardo comprende: Arrigo impersona Mefistofele, il suo personaggio. Il nuovo amico gli stringe forte la mano, afferrandogli contemporaneamente la spalla e fissandolo nei suoi due occhi pieni di un'irresistibile gaiezza e malizia. «Tu sei colui che vorrebbe assassinare la contessa!» dice, come se intendesse farsi suo complice nel delittuoso progetto. Arrigo sembra una copia più fulgida e vergine di Camillo: lo stesso viso, ma più incisivo, i capelli più chiari, gli occhi più brillanti, L'immagine di una trasgressione sana, vitale e dirompente, quasi temibile nella sua spensieratezza. I due Boito si allontanano per far passare la sonnambula, che si sta avvicinando a Gherardo. La nobildonna tiene gli occhi stretti, ma le sue labbra sono socchiuse, quasi a mormorare un invito. Percorre il volto di Gherardo con le dita, finge di non conoscerlo (in realtà lo stava puntando da un bel po'), gli accarezza il collo, il petto. Intorno a loro, i ballerini danzano al suono dell'orchestra, è tutto un turbine di corpi in movimento, colori abbaglianti, stelle filanti, suoni stridenti. La mano di lei scende ancora. Una donna addormentata può commettere gli atti più impuri, il più tremendo oltraggio al pudore senza colpa, no? Gherardo si sente stordito, comincia ad avere caldo, molto, troppo caldo. In quell'istante i servi spalancano le finestre, lasciando entrare l'aria gelida dell'ultima notte dell'anno. Ed ecco, da tutti i campanili di Milano i rintocchi di campana che salutano il 1868 riempiono il salone, e subito dopo grida di evviva, e rumori di tappi di bottiglie che saltano. Arrigo, ispirato, si rialza sulle natiche la coda da diavolo per sedere al piano, ricaccia la coda oltre lo sgabello, fra le risate dei presenti, e attacca a suonare e cantare un brano della sua opera, l'aria della morte di Faust:

Vieni, Ideal! Vieni, Morte! Santo attimo fuggente,

Arrestati, sei bello! A me l'eternità!

Canta interpretando il sentimento di Gherardo, cioè che quell'anno appena trascorso, quella notte, quell'ora e quell'istante non dovrebbero passare mai, mai essere corrotti dal cinismo, lordati dal fango della noia, della delusione, della vecchiaia, avviliti, rinnegati. Canta con una forza veramente diabolica, con un'allegra voglia di distruggere, e con un'irresistibile, trascinante gioia. Canta il desiderio di morte nel pieno della vita.

II 5 marzo, tutta la Milano che conta (e anche quella che non conta) è alla Scala, per l'attesa prima del Mefistofele, l'opera del giovanissimo e irriverente autore che si propone di rinnovare il melodramma italiano. Gherardo conosce già il libretto, messo in vendita da Ricordi dai primi di gennaio, per preparare il pubblico a un lavoro tanto innovativo e di difficile lettura, e lo ha trovato assai bello e suggestivo. Come gli altri amici, ha avuto il suo biglietto omaggio per un posto in platea direttamente da Arrigo, e arde dal desiderio di assistere allo spettacolo. Il gruppo degli scapigliati, dalle prime file della platea, forma una piccola claque surriscaldata e combattiva: perché già si prevede che ci sarà battaglia. Con loro c'è un ricco borghese, proprietario di filande in quel di Gorla, il paese natale di Emilio, che si atteggia a intenditore d'arte e promotore di rivoluzioni culturali. Emilio se l'è tirato dietro nella speranza di farsi finanziare un nuovo giornale. È presente la contessa Maffei, nel suo palco privato, che gli scapigliati si sono già recati a omaggiare. Ci sono tutte le dame più in vista della città, tutti i giornalisti e critici musicali dei giornali. Arrigo teme soprattutto il giudizio del Rovani, a cui, com'è noto, non piace quasi niente al di fuori di Rossini (della musica di Verdi, dice che gli ricorda il suono di una vanga). Camillo lo indica, in un palco laterale: ha

appoggiato il fiasco di vino alla balaustra, e tutta la platea se lo indica ridendo e motteggiando. A Gherardo pare veramente una cosa molto tosta, da fare in un posto come la Scala: sì, il Rovani è sempre il primo, l'unico, l'inimitabile! Con lui c'è quel curioso personaggio, Alberto Carlo Pisani-Dossi, un patrizio milanese avviato alla carriera diplomatica, valente letterato, assai abile con la penna. Gherardo è colpito dalla strana fisionomia del Dossi: slanciata, nervosa, elegante, con il naso prominente, i capelli ricci e le enormi orecchie a sventola, il viso altero che esprime distacco, arguzia, acri umori e sagacia. Il sipario si apre sul Prologo in cielo, in cui Dio e Mefistofele scommettono su Faust: saprà resistere alla tentazione, o si perderà? La storia è quella del Faust di Goethe, riscritta e musicata secondo l'immaginario della ditta fratelli Boito, e il protagonista incarna qui l'anima scapigliata, con la sua aspirazione all'impossibile. La messinscena della prima è barocca, scadente, piena di lungaggini e tempi morti, e l'orchestra è addirittura terribile. Tutto va più o meno bene fino all'apparizione di Mefistofele, dopodiché comincia il gran casino. Dal loggione partono i primi fischi, seguiti da imprecazioni, urlacci, battute salaci all'indirizzo dei cantanti e dell'invisibile autore. Gherardo soffre, immaginando quello che deve provare Arrigo dietro le quinte. I fischi proseguono anche durante tutta la tentazione di Faust e la seduzione di Margherita, che il pubblico trova evidentemente molto comica. Ormai anche la platea si agita, rumoreggia, ride, esprime ad alta voce il proprio dissenso. Per reazione, gli scapigliati applaudono fino a spellarsi le mani e gridano per sostenere il loro amico. «Bravi!» si sgola Emilio, alzandosi in piedi ogni volta che i fischi si fanno più acuti, riuscendo a trascinare nel suo applauso la fetta di pubblico più vicina a lui. Il padrone delle filande, che in realtà si annoia a morte e non capisce nulla dell'azione sulla scena, ostenta disprezzo per i dissenzienti, bollandoli da zoticoni ignoranti. Camillo e Gherardo si scambiano, alle sue spalle,

uno sguardo d'ironica intesa. Igino incute soggezione con la sua statura, il suo pallore, e quella sua certa aria d'intangibilità: la gente ammutolisce, quando dice con fredda calma: «Se lo spettacolo non vi aggrada, levatevi e uscite senza rumore». La situazione precipita durante la scena della notte del sabba, quando Mefistofele conduce Faust nella valle di Schirk, sul monte di Bròcken, e lo fa assistere al raduno e alle danze delle streghe. La coreografia, qui, è uno dei pezzi forti dello spettacolo, con tutto il corpo di ballo sul palco. Le streghe cantano in coro:

Riddiamo! Riddiamo! che il mondo è caduto! Riddiamo! Riddiamo! che il mondo è perduto! Riddiamo! ch'è venuta la fine del mondo! Ah! Ah! Ah!

Sarà che non piace l'idea che sia venuta la fine del mondo, ma all'inferno sulla scena si scatena un corrispondente inferno in sala. I fischi coprono quasi la musica, i ballerini non capiscono più niente, due di loro si scontrano facendo ruzzolare tutti gli altri. Questo rilancia i lazzi e le risate. La parte di pubblico più timorata di Dio, scandalizzata dall'esibizione sfacciata di un'orgia pagana, grida: «È una sconcezza! Vergogna! Basta! Sipario!». Gli aristocratici scapestrati, gli studenti (e anche parecchi padri di famiglia libidinosi), affascinati dalle gambe delle ballerine, se la prendono con i bigotti: «Tartufi! Mezzi preti! Fatela finita!». I giornalisti di opposte scuole e opinioni si azzuffano tra loro. Dovunque, in platea, ci sono inizi e focolai di rissa. Dal loggione, quelli che si erano muniti di proiettili in previsione di un linciaggio, gettano giù di tutto. I pomodori marci non finiscono tutti sul palcoscenico; qualcuno centra le teste di certi politici particolarmente detestati, di certi personaggi noti per essere filotedeschi. Le ballerine più ardite continuano a saltare e piro-

ettare a più non posso. Una di loro, sgambettando, avanza verso il proscenio e fa linguacce a una famiglia borghese nel primo palco. La moglie sviene, il marito s'indigna. C'è uno zoccolo duro di pubblico che rimane seduto e non fiata: sono i bravi commercianti di Milano che hanno pagato il biglietto e sono disposti a sorbirsi ore di incomprensibili allegorie e cantate liriche. Sono i più buffi: attoniti, sulle spine, girano gli occhi intorno, si agitano sulle sedie e cercano di darsi un contegno. Clara Maffei, nel suo palco, ride di gusto, sgangherata come una pescivendola, dando grandi manate ai suoi accompagnatori e cavalieri serventi. La diverte lo spettacolo degli spettatori, non quello sulla scena. Gli scapigliati, ormai, non possono far più nulla per sostenere il loro amico. «I milanesi non sono pronti per le streghe» dice Igino. Emilio è amareggiato e depresso. Sta forse pensando ai suoi fiaschi? No: tutte le rappresentazioni delle commedie del Praga sono sempre finite a fischi e bombardamenti di ortaggi, ma lui ha sempre riso, ha sempre preso spasso infinito dal comico della sua disgrazia. Ma ora, è diverso. Non dice, come è solito dire dei suoi lavori: «Era una famosa porcata». Può perdonare quello che il pubblico fa a lui, ma non quello che fa ad Arrigo, che ama teneramente. «Vado nei camerini, da Arrigo» dice Camillo, pallido, e sguscia via lungo il corridoio. Il casino si calma un po' quando si arriva alla scena di Margherita in carcere, accusata di aver ucciso il bambino avuto da Faust. Ma quando lei canta:

L'altra notte in fondo al mare il mio bimbo hanno gettato; or per farmi delirare voglion ch'io l'abbia affogato

qualcuno urla: «Potessi affogarti anche tu!».

È il segnale per una nuova cagnara, peggiore della prima. Lo spettacolo durerà altre due ore, e Gherardo, deciso a rimanere per solidarietà e amicizia, resiste fino alla fine.

Alle due, Igino, Emilio e Gherardo sono all'Ortaglia, dove è stata già comandata una cena per celebrare il memorabile evento, con gli amici più intimi e qualche ballerina della Scala. A quell'ora, la taverna è tutta per loro: nel silenzio della nebbiosa notte milanese, il luogo e l'ora indulgono a una curiosa atmosfera di libertà, sembra che sia permesso dire tutto, fare tutto. Arrivano i fratelli Boito, Camillo conducendo e sorreggendo l'abbacchiato Arrigo. Subito, tutta la comitiva esplode in un'ovazione e un applauso in onore dello sventurato autore. Arrigo si inchina burlescamente fino a terra. «Grazie, amici, sentitamente grazie... che siete accorsi a cantarmi la messa da requiem!» Fingendo di cadere in deliquio, si stravacca in tutta la sua lunghezza su una panca. Gli amici si affollano intorno a lui, sventolando fazzoletti per farlo rinvenire, tastandogli il polso, simulando un preoccupato allarme. «I sali! Portate i sali, presto!» «No, innaffiatelo piuttosto con della bonarda!» «Chiamate un medico!» «Un prete, che gli dia l'estrema unzione!» «Sarà forse il caso di saltare i primi due, e chiamare subito il becchino. È bell'e pronto per il cimitero!» Ridendo a crepapelle, Igino, Camillo, Emilio e Gherardo sollevano Arrigo, rigido come un baccalà e con le mani in croce come un cadavere sul cataletto, e gli fanno fare il giro della stanza, intonando una nenia funebre. Le ballerine mimano una scena di pianto da prefiche, si percuotono il petto e si strappano le chiome posticce. Dopodiché, Arrigo viene deposto su una tavola, e Camillo, giungendo le mani e facendo una vocetta untuosa da prete, di-

ce: «Preghiamo per l'anima del nostro congiunto e amico Arrigo, così precocemente strappato a una vita colma di dolci affetti e promesse da così crudele e ferale fiasco!». «Ahi!» esclama Arrigo aprendo un solo occhio. «E adesso» dice Camillo «sbrigati a resuscitare, fratello mio! Abbiamo appetito!» L'oste fa la sua apparizione, seguito da due camerieri che portano un enorme vassoio di polenta al sugo di salsiccia, con contorno di funghi, piccioni arrostiti e gallina faraona, e da un terzo cameriere che porta l'abbacchio. L'apparizione dei piatti e delle bottiglie di bordeaux è seguita da una nuova ovazione, e tutti si mettono a tavola, disordinatamente, scavalcando le panche. Tutti si raccolgono per un istante in silenzio, commossi dagli aromi degli arrosti, e giungono le mani. Emilio recita la preghiera di ringraziamento: «Ti ringraziamo, Signore, perché se hai voluto spedirci all'inferno, ce l'hai almeno allietato con i piaceri della tavola e l'ebbrezza del vino. Amen». «Amen!» rispondono in coro i comitati, e attaccano la polenta con una fame che sembra venire da più lontano del desiderio di cibo. «Per consolarti» dice Camillo ad Arrigo «ti ho fatto riservare il pezzo di salsiccia più grosso». «Come sarebbe "ti ho fatto riservare"? Sapevi tu, quando hai ordinato la cena, che l'opera sarebbe caduta?» «Te lo dissi» risponde Camillo, con lieve imbarazzo. «Hai cercato di cogliere il frutto del successo in una stagione ancora acerba». «O non è piuttosto l'opera mia, a essere acerba?» «A mio avviso, lavorandoci ancora su, rendendo il libretto più agile e breve, potrai ottenere finalmente il giusto premio della tua fatica. Ma non subito, forse nel nuovo secolo». Arrigo, se prima la prendeva con filosofia, ora s'intristisce davvero: è troppo giovane, perché gli piaccia l'idea di rimaneggiare un lavoro. Emilio lo abbraccia, e gli avvicina alla bocca il

collo di una bottiglia. «No» dice Arrigo scuotendo la testa. «Preferisci un clistere?» chiede Emilio, affettuosamente. Arrigo scoppia in una lunga risata rinfrancante. All'alba, escono tutti dall'Ortaglia dignitosamente ubriachi. Le ballerine ciondolano dal sonno e sbadigliano; gli amici le imbarcano tutte su un paio di carrozze e le rimandano a casa. Ora sono rimasti in cinque a vagare per Milano che si sveglia per un'altra giornata di lavoro, onesto o disonesto che sia. In strada, operai e operaie si affrettano; una ragazza canta a bocca chiusa, mugolando. Le luci dei lampioni impallidiscono nel biancore lattiginoso dell'alba. Gli scapigliati attraversano il mercato, incantandosi a guardare le forme e i colori dei frutti e degli ortaggi. Gherardo si sente perfettamente fresco, lucido e vigoroso, quasi che invece di aver trascorso una nottata a teatro e tra i fumi di una gozzoviglia da taverna, venisse da otto ore di sonno da bambino, e così pensa si sentano anche gli altri. Tutte le sue facoltà sono sovraeccitate e tese al massimo; è nello stato ideale per il verificarsi di un grande evento, per l'adesione a una grande causa. Nessuno ha voglia di andare a dormire. Dormire sembra impossibile, dopo una notte come quella appena trascorsa, così carica di battaglie e passioni e alte idee. «Non è ancora finita, amici» dice Camillo. «Non così. Ho in mente io una degna conclusione». «Di che si tratta?» chiede Emilio. «Di una visita». «Una visita?» «Vi piacerà. Seguitemi». Dopo una serie di giravolte e scorciatoie, i cinque si ritrovano a Brera, davanti all'edificio di tre piani che Gherardo descriverà in Sublime anima di donna. Vedendolo alla luce del giorno, però, è assai meno severo e incombente, dipinto di un giallino quasi beige, e ci vorrà tutta la sua immaginazione per farne

qualcosa di tutt'uno con la pioggia e l'oscurità di una notte di tempesta. Ma il palazzo è quello, nei minimi dettagli: ecco il portone di massiccio legno d'abete, contornato da un curioso ornamento: un rilievo fatto di tralci di vite, grappoli e cirri intrecciati. Ed ecco l'androne rischiarato appena da un lume a petrolio, dai soffitti a volta, e i tre scalini che conducono alla porta di un locale seminterrato, sotto la quale arde un bagliore biancoazzurro. Sì, è proprio un bagliore biancoazzurro, come nel racconto. «Per sant'Ambrogio, fratello» sbotta Arrigo. «Dove ci stai conducendo, al Limbo?» «Certamente in un luogo sovrannaturale, amici, ma in questo caso è la scienza a valicare i limiti della natura. State per entrare nell'antro dello stregone». «Non ci avevi detto di essere in familiarità con stregoni» dice Igino. «L'ho conosciuto pochi giorni fa; mi invitò a visitare il suo laboratorio, e lo feci. Egli lavora dalle prime ore del mattino fin verso il mezzodì, e credo soffra un poco la solitudine. Mi pregò di tornare a trovarlo quando mi aggrada; non credo si adonterà se porto con me alcuni amici». Pronunciate queste parole, Camillo bussa tre volte alla porta, due colpi brevi e ravvicinati, e uno staccato più forte: una specie di segnale convenuto. Dopo alcuni istanti, si ode un passo regolare che si avvicina, il rumore di un chiavistello, e un uomo appare sulla soglia. L'anatomista è simile al personaggio che Gherardo ha ideato nella fantasia? No: tutt'altro. Non è "lungo e pallido, imberbe, smilzo e affatto privo, all'apparenza, di forza fisica, animato però da una sorta di energia nervosa e spirituale". Non ha "lunghi capelli, più gialli che biondi, del colore delle stoppie bruciate, in disordine sulle magre spalle"; non ha "occhi piccoli e chiari sotto un'alta fronte prominente, naso aquilino, labbra sottili" arcuate in un "sorriso allusivo, inquietante". E meno ancora "sembianze di fantasma, più che d'uomo, e un'aura, un'emana-

zione, un qualche cosa di immateriale e di astratto". L'uomo che gli scapigliati hanno di fronte sembra invece l'esatto contrario di questa descrizione: non molto alto, ma robusto e ben costruito, capelli castani ondulati, barba ben curata, naso dritto, sorriso aperto, modi pacati, normalissimi occhi nocciola, ha l'aria piuttosto di un accademico in cattedra. E ispira concretezza, equilibrio, razionalità, tolleranza, autocontrollo. Nulla di malato, convulso o morboso. «Amici» dice Camillo. «Vi presento l'illustre professor Stefan Blank».

Come Gherardo e Camillo, nei rispettivi racconti, abbiano potuto trasformare il professor Blank, con il suo aspetto così positivo, da eroe di film hollywoodiano, in un personaggio dark e orrorifico, è un mistero che ha origine nella profondità dei processi creativi. Forse, sia Gherardo che Camillo hanno fotografato l'originale e ne hanno tratto una specie di negativo, oppure hanno intuito in Blank l'esistenza di una personalità privata in opposizione a quella pubblica, un Mister Hyde nascosto. Comunque sia, le loro affinità di gusti, fantasie e intenti letterari devono averli condotti a trarre dall'anatomista una quasi identica immagine, opposta a quella visibile. Quello che, invece, coincide sia nella realtà che nell'immaginario, è l'ambiente: una "grande stanza quadrata, circondata da ogni Iato da scaffali, vasi di preparati anatomici, ampolle e fiale, corpi umani, o parti di corpi, alcuni imbalsamati con tanta arte da conservare le parvenze della vita, altri mummificati e rinsecchiti; e ancora ossa e feti di cani e di gatti e neonati, sculture di gesso rappresentanti gli organi interni e disegni di membra sezionate, teste decomposte fino a mostrare il teschio e maschere mortuarie simili a quelle statue di cera che si vedono talvolta nei musei". Tutto questo, Gherardo lo fotografa e archivia nella sua memoria di narratore, proponendosi di usarlo in seguito, a

parte "i due gemelli deformi uniti per le anche", che lui inventa e aggiunge, forse perché affascinato dalle opportunità narrative che offre il tema dei fratelli siamesi. Mariarita si sta da un bel po' spaccando la testa a furia di domandarsi da dove provenga il famoso "bagliore biancoazzurro": ebbene, una spiegazione c'è: il professore adopera lumi a gas che ama velare con tessuto azzurro, fine e trasparente come ragnatela. Gherardo ne farà la luce celeste di un infernale esperimento. Quello che invece Gherardo toglie dal quadro (ma che sarà, come vedremo, l'elemento che darà l'avvio al processo creativo) è un lungo tavolo anatomico, coperto da un telo che cela allo sguardo una forma allungata, affusolata. Una scultura? Un ramo flessuoso? Un animale da impagliare, o già impagliato? Stefan Blank, già noto ai cinque scapigliati (anche Gherardo ne ha sentito parlare), di madre milanese e padre triestino, ha ottenuto giovanissimo, per merito del suo precoce e acuto ingegno, una cattedra all'università, ha condotto studi di biologia, medicina e anatomia. Ingiustamente accusato di simpatie filoaustriache, e giustamente amareggiato, ha preferito allontanarsi dall'insegnamento. Il professore, da parte sua, si sente italiano, anzi italianissimo: ha intenzione di italianizzare il proprio nome, non sentendosi se stesso nel suono duro, tedesco di Blank. Ora intende dedicarsi a ciò che ritiene più alto e giusto: proseguire i suoi studi e prestare la propria opera come medico all'ospedale dei poveri, senza compenso. Camillo presenta al professore i suoi amici. Blank non conosce l'opera di Arrigo (non va mai a teatro), ha sentito vagamente nominare il Tarchetti ma non ha letto i suoi scritti, e Gherardo nota che Igino se la prende a male. L'anatomista ha letto invece Penombre, e stringe la mano a Emilio citandogli quattro suoi versi:

nell'orgia e nella nebbia fui di un mio sogno in traccia

né ho mai guardato in faccia i corpi intorno a me.

«Vi dilettate forse anche voi di poesia?» gli chiede Emilio, di rimando. «In gioventù ne ho scritta qualcuna, lo ammetto». Emilio fa una smorfia come a dire: ci avrei giurato! «Anche voi siete letterato?» chiede Blank a Gherardo. Lui comincia un laborioso discorso per dire che sì, ambirebbe a diventarlo, ma... Ma l'attenzione dell'illustre medico torna a concentrarsi su Emilio: «Quei vostri versi, sapete... Spesso, mi sono sentito così, in mezzo alla folla».

«Il professore non bada ai corpi che lo circondano» interviene Camillo, con audacia scherzosa che cela un più profondo pensiero. «Sa che presto o tardi finiranno tutti sul suo tavolo anatomico». «E cos'è mai» domanda Arrigo «questo sogno di cui il professore è in traccia?» «L'anima e il corpo finalmente riuniti» dice Camillo. «Interpreto giustamente il vostro pensiero, professore?» Segue a questo punto un dialogo che offre non pochi spunti a quello fra Gherardo B*** e l'anonimo protagonista di Sublime anima di donna. Gherardo lo abbellirà, lo ornerà con tutti gli artifici della retorica e premerà molto sul pedale del melodramma. «Voi dunque» chiede Igino «cercate l'anima nella carne?» «Non è necessario cercarla» risponde il professore. «Essa esiste. L'anima non è una scintilla divina accesa in un corpo inerte, come le superstizioni vecchie di secoli vogliono farci credere. L'anima è, oserei affermare, una forma di attività della materia, una combinazione di molecole, e i pensieri e i sentimenti non sono che infinite aggregazioni di atomi».

«Ciò che usiamo chiamare anima, sarebbe forse una sola cosa con ciò che diciamo materia?» Igino scuote la testa, poco convinto. Gherardo è sicuro di sapere quel che gli passa per la testa e dice audacemente, rivolgendosi a Blank: «Ammetterete, professore, che quando il Tarchetti compone, l'attività della materia di cui è composto differisce alquanto dall'attività della materia di una capra che bruca erba!». «Ma appunto, mio caro ragazzo (Gherardo detesta essere chiamato "mio caro ragazzo", detesta ogni cosa che si avvicini minimamente al paternalismo) anche il pensiero è materia. Il ciclo vitale di una capra, con rispetto parlando, e la mente del poeta sono della medesima sostanza; differiscono solamente nei gradi e nei modi della loro composizione. Nel cervello, per l'energia sprigionata dal comporsi e scomporsi degli atomi, si formano il pensiero razionale, i sogni, la memoria, l'immaginazione!» Igino fa un passo avanti, fissa l'anatomista quasi minaccioso, come uno che è alla resa dei conti. «E la sopravvivenza, professore? L'anima sopravvive al corpo?» «Tutto ciò che esiste è l'unità di corpo e di anima» dice Stefan Blank, con ponderata autorità. «E quando tale unità viene distrutta...». «Precisamente. Viene distrutta». «Dunque» dice Igino «non c'è aldilà, non c'è nulla, nulla oltre la tomba...». I suoi occhi fondi, stranamente febbricitanti, sembrano voler scrutare oltre i teschi in fila su uno scaffale, per vedere quel nulla di sostanza impalpabile dietro le loro orbite vuote... o per non vederlo. Il peso delle parole appena pronunciate dal professore sembrò per un istante schiacciare tutti i presenti, incluso lo stesso Blank, che ruppe per primo il silenzio, per alleggerire l'atmosfera.

«Purtroppo, non dispongo mai di sufficienti cadaveri per appagare la mia fame di conoscenza...». «Cominciate pure a lavorare su di me» dice ridendo Arrigo «sono un morto che cammina. Stanotte mi hanno ammazzato». «Per il vostro bene, mi auguro di poter lavorare su di voi il più tardi possibile» risponde bonariamente Blank. «Non dubito, tuttavia, che per la vostra salute, gradevolezza di forme e acutezza d'ingegno, sareste uno dei migliori soggetti che potrei avere sul mio tavolo. Vedete, io inseguo la perfezione dell'anima, attraverso la perfezione del corpo. Lavoro soltanto sulle migliori membra e parti umane che i miei assistenti mi procurano. Le acquisto a caro prezzo, nella misura della loro bellezza». «Una bella anima in un bel corpo, come per i greci?» dice Emilio. «Guardate voi stessi» dice Blank, sollevando il telo e scoprendo la cosa sul tavolo anatomico. «Oh, per il diavolo!» grida Emilio. Davanti agli occhi degli scapigliati c'è una gamba, segata all'altezza del femore, di meravigliosa bellezza. Bianca, lunga,ben tornita, dalla coscia slanciata, il polpaccio che descrive una curva armoniosa, il piede piccolo da ninfa, le unghie di perla, la sua carne pare ancora viva e palpitante, forse per effetto di qualche trattamento conservante: è una gamba femminile. «Non ho mai visto una gamba di donna tanto seducente» dice Camillo, evidentemente colpito. «È raro che ci mostrino le gambe» dice Arrigo per buttarla in burla, ma condivide l'emozione del fratello. «Se la donna a cui apparteneva era così bella in ogni sua parte, doveva essere sublime» sospira Igino. «Una mente e un cuore altrettanto affascinanti» gli fa eco Gherardo. «Sublime» ripete ancora Igino. Gli scapigliati contemplano la gamba con un fervore quasi religioso, come fosse un oggetto sacro. È un momento impor-

tante, solenne, quasi pauroso; e Gherardo ha come la sensazione che lui e i suoi amici stiano celebrando un rito, che un filo invisibile li leghi tutti in una specie di fratellanza di sangue e di sentire, uniti in un unico ideale amoroso, un'unica patria delle fantasie. «Chi era, professore?» chiede Camillo. «Ahimè, purtroppo lo ignoro. Tutte le parti anatomiche che vedete qui, erano di persone morte negli ospedali cittadini, persone senza parenti e amici, talvolta anche senza nome... Io, del resto, chiedo ai miei collaboratori che scelgano solo in base alla bellezza. Quando mi portarono questa gamba, non domandai il suo nome». «Ma io voglio sapere quel nome» dice Emilio, alzando gli occhi al cielo. «Avrei potuto amarla. L'amo anche così». «Sì» sussurra Gherardo, senza che nessuno lo oda. «Anch'io. Amor mio». «Amici» continua Emilio «una simile donna, nella sua interezza, non è solamente esistita, vive tuttora, immortale come ogni più bella idea, ogni più santo moto del cuore! Noi dobbiamo scoprire chi è, dobbiamo assolutamente scoprire chi è!»

Indagatrici dell'immaginario E

poi?» chiese Stella. «Poi, niente» rispose Mariarita, indicando il monitor. «La narrazione si interrompe a questo punto, vedi? Le ultime parole che Gherardo attribuisce a Emilio Praga sono: "Dobbiamo assolutamente scoprire chi era!". La lettera avrà sicuramente un seguito, ma il testo è stato tagliato». «Caronte ha tagliato a questo punto per lasciarci in sospeso fino alla prossima puntata. È come negli sceneggiati gialli della vecchia tv, bisognava aspettare settimane intere per sapere come andavano a finire!» «Ma qui, non c'è tempo da perdere. Sembra quasi che il tuo amico Angelo abbia visto giusto: questa storia scapigliata potrebbe essere l'origine della storia di oggi». «Già, una gamba». «Come i capelli, come il seno...». «... come tutte le parti anatomiche che colleziona Frankenstein». Le due donne si alzarono, e raggiunsero Benito Caronte nell'altra stanza. Lui aveva in mano lo stampato della pagina web di Mariarita, lo stava leggendo. «Senta, Caronte» disse Mariarita. «Dopo l'interruzione per la pubblicità, sarebbe possibile sapere di chi era quella gamba?» Caronte corrugò le sopracciglia, come se non avesse compreso la battuta e temesse di essere preso per il culo. «Ci tiene a conoscere il seguito?» domandò, sempre ignorando Stella e rivolgendosi alla sola Mariarita.

«Gliel'ho appena detto». «Allora, la mia proposta è questa: l'altra parte del racconto Sublime anima di donna, in cambio dell'altra parte del dossier Lettere». Stella e Mariarita si consultarono con lo sguardo; due occhi risentiti incontrarono due occhi smarriti. «Non hai voluto mostrarlo a me» disse Stella « e lo faresti leggere a lui?» «Si tratterebbe di un do ut des. Lo scambio sembra equo...». «Però» aggiunse Caronte, con sussiego, «voglio vedere il manoscritto originale e tenerlo qualche tempo presso di me, esaminarlo e farlo esaminare da persone esperte di mia fiducia». Mariarita era rimasta senza fiato per lo stupore e l'indignazione. «Lo scambio non è equo» disse calma Stella. «No, no, non lo è affatto» esplose Mariarita, balbettando agitata, come le succedeva (e succedeva troppo spesso) ogni volta che qualcuno cercava di prevaricarla. «No... noi non abbiamo visto la sua documentazione originale, perché lei vuole vedere la nostra?» «Diciamo che mi interessa in quanto potrebbe costituire un valido apporto al volume che ho in progetto di pubblicare». «Cosa ha in mente, per la precisione? Di estromettermi dall'affare Gherardo Orsi?» «Questo non mi ha mai sfiorato neppure per un istante» ribatté offeso Caronte. «S'intende che la nominerei, riconoscendole la sua parte di merito». Mariarita deglutì. L'avrebbe nominata, riconoscendole la sua parte di merito. Grandioso, cazzo! Ogni volta che qualcuno parlava di riconoscerle la sua parte di merito, lei aveva paura. «Niente da fare» disse sottovoce, chinando la testa. Più che un rifiuto categorico, era un atto di autodifesa. «Me ne dispiace» disse Caronte, con un profondo sospiro. «Me ne dispiace molto. Speravo che sarebbe stato possibile

trovare un'intesa fra persone colte, intelligenti, appassionate alla ricerca... e desiderose soprattutto di comunicare ad altri le loro scoperte». A Mariarita parve di riascoltare nella voce di Caronte quella dì sua madre: un'arma letale finalizzata a sminuire le sue qualità, colpevolizzare le sue intenzioni, e farla sentire una merda. Un così bel progetto mandato a monte da un capriccio di ragazza, che peccato! Inoltre, il tipo stava strapazzando e tormentando le pagine stampate, si divertiva a piegare o arrotondare gli angoli: trattava il suo lavoro con evidente disprezzo, e fu questo a farla infuriare di più. «Lei mi consegni il suo dossier Lettere completo» disse «e io, nel mio libro, le riconoscerò la sua parte di merito». Caronte scosse la testa, come se l'eventualità gli sembrasse incredibilmente buffa e lontana. «Andiamo via» disse Stella, posando una mano sul braccio di Mariarita. «Me ne dispiace, me ne dispiace molto» ripeté Caronte, estraendo dal taschino un biglietto da visita e porgendoglielo. «Se ci ripensa, io sono qui. Può chiamarmi quando vuole. E le consiglio vivamente di farlo». Mariarita non trovò nulla da replicare. Stella strappò via di mano a Caronte il biglietto da visita, e la trascinò verso la porta.

«Ti capisco» disse Stella. «Neppure io vorrei fare un libro con quell'uomo, e vedermi riconoscere da lui la mia parte di merito». Mariarita sta seduta a gambe incrociate sul letto, e la detective è semisdraiata sul tappeto, appoggiata a un cumulo di cuscini, di fronte a lei. Solo la lampada da tavolo è accesa; forma un cono di luce concentrata, e le due amiche si trovano ai margini del cono, in una luminosità più morbida e soffusa. L'atmosfera è rilassata e piana, da amiche che non hanno nulla da fare e siedono a chiacchierare nel silenzio della notte.

«Se lo prenderebbe tutto, il merito» disse Mariarita. «Io avrei soltanto una piccola citazione con asterisco, in fondo alla pagina: "Il ritrovamento di Sublime anima di donna è stato possibile grazie all'infaticabile lavoro di ricerca della dottoressa Mariarita Fortis". Forse sarei nominata come Forti, senza la esse. Farei la figura di una segretaria, di una galoppina che è andata in giro per biblioteche, di una talpa che a furia di scavare cunicoli tra uno scaffale e l'altro, si è imbattuta nel manoscritto giusto. E te lo immagini, alle presentazioni nelle librerie, alle interviste, alle manifestazioni culturali? Si gonfierebbe fino a schiacciarmi». «Dipenderebbe da te non permettergli di allargarsi». «E come? Ammazzandolo?» Stella alzò una mano in un gesto che voleva riconoscere l'inesistenza di altre alternative. «No, no, è impossibile» riprese Mariarita. «E poi, quell'uomo è un dilettante. Pubblicare Sublime anima di donna con lui significherebbe bruciarlo». «Se trovassi tu l'editore interessato al progetto, lui si aggregherebbe e abbasserebbe un po' la cresta. Diventerebbe un agnellino, pur di vedere il proprio nome stampato su una pubblicazione professionale». «Può darsi» ammise Mariarita. «Ma, nel frattempo, mi domando: come venire a conoscenza del seguito della saga di Gherardo Orsi? Se tu chiedessi al tuo amico ispettore di polizia di chiedere a Caronte di esibire tutto il suo materiale?» «Non credo che Angelo potrebbe costringerlo a farlo... Ma ho un'idea. Si tratta di far intervenire un'altra persona. Se funzionasse, noi avremmo il materiale, e Caronte non si accorgerebbe di nulla». Mariarita si sporse in avanti, come attirata da una musica misteriosa. Che altro trucco avrà mai escogitato ora, questa divertente detective? «Quale altra persona? Cosa dovrebbe fare? E perché Caronte non si accorgerebbe di nulla?»

«C'è un mio amico...», cominciò Stella. «Ci avrei giurato. C'è sempre un tuo amico». «Questo mio amico ha una piccola ditta di computer discount, sai, uno di quei negozi che assemblano parti di computer che vengono perlopiù dal Giappone e vendono le macchine così costruite a costi contenuti... Be', questo a noi interessa solo relativamente. Tu hai sentito parlare dei virus informatici, vero?» «Sì, quelli che si diffondono attraverso i rapporti sessuali a rischio fra computer. Scherzo, non ne ho mai capito niente. A quanto ne so, il contagio potrebbe davvero avvenire così. Si dice che i virus vengano programmati e diffusi dalle stesse aziende produttrici di software per incrementare il volume d'affari. Ma ho sempre pensato che fosse un'altra leggenda metropolitana». «Invece è vero». «Cosa?» «Nel caso delle grandi aziende non so, ma nel caso del mio amico lo so per certo. Lui crea i virus, che poi fa circolare in rete per mezzo di allegati ai messaggi di posta elettronica. I computer si ammalano, e quelli della sua zona che possiedono un computer devono chiamarlo perché li tiri fuori dai guai». Mariarita scosse la testa: che simpatico figlio di puttana! «Ma dicono che sia impossibile ricevere un'infezione da un testo allegato a una e-mail». «In realtà è possibile». «Non lo beccano mai, il tuo amico?» «I messaggi con virus allegato vengono trasmessi da ragazzi iscritti a diverse mailing list. Li passano, e poi sono loro stessi ad avvertire dell'avvenuto contagio, fingendo di essere stati contagiati da altri corrispondenti. Il mio amico paga i suoi complici regalando loro videogiochi che riceve in omaggio e non gli costano nulla». «Perciò, basterebbe mandare a Caronte una e-mail infetta?» «Affermativo. C'è il suo indirizzo internet, su quel biglietto

che ti ha dato...». «... per questo l'hai preso? Ci pensavi già, di fargli questo giochetto?» «Non ci pensavo, mi è vento in mente poi. Ho preso il biglietto perché mio padre diceva: prendi tutto quello che vogliono regalarti, puoi sempre buttarlo via dopo. Tornando a Caronte, il mio amico gli fa mandare un messaggio pubblicitario, che so, per una enciclopedia in CD-ROM. Caronte avrà bisogno di assistenza tecnica, e il mio amico sarà disponibile ad aiutarlo. Per lui sarà facile copiare e sottrarre i materiali su Gherardo Orsi. Caronte ha poca fantasia: immagino che abbia denominato i file Lettere2.doc, e così via». «Ma il virus potrebbe distruggergli l'hard disk, compresi i file che ci interessano». «Ci sono virus che non cancellano l'hard disk, ma creano problemi altrettanto fastidiosi». «E come fare in modo che Caronte, una volta accortosi dei problemi, da Bellano, si rivolga proprio al tuo amico?» «Non saprei, ma dev'esserci un sistema. Pensiamoci». «Sì, pensiamoci». Le due donne provarono a concentrarsi, ma dopo pochi istanti si guardarono, scoprendo l'una nell'altra un'espressione accigliata e seriosa, e scoppiarono a ridere. «Il mio amico potrebbe mandargli per posta un volantino pubblicitario della sua ditta» disse Stella. «Non possiamo essere sicure che lo chiami». «Allora, trovato: devi suggerirglielo tu». «Io?» «Resti in contatto con Caronte. Lo chiami, te lo lavori un po'. Fingi che il tuo computer sia rimasto infettato del medesimo virus, e gli dici che la sola persona al mondo che può risolvere il guaio è il mio amico. Un professionista bravo, pronto ad accorrere subito, e poco costoso... Mi pare che il nostro Caronte sia un po' tirchio. Così, forse, ce la facciamo». «Sì. Forse».

«Ma, Stella, non è una faccenda leggermente illegale?» «Leggermente». «Non ho mai fatto niente di illegale finora, né leggero, né pesante». «Ti preoccupa? Preferisci lasciar perdere?» Mariarita rifletté: per formalità, perché in cuor suo aveva già deciso. Il materiale di cui aveva preso visione a Bellano era estremamente ricco, interessante, incredibilmente vivo. Attraverso la narrazione del vissuto di Gherardo, i protagonisti della Scapigliatura lombarda che fino ad allora si erano limitati a pensare, parlare, agire, vivere nel teatrino mentale di Mariarita avevano preso corpo. Ormai, per Mariarita era una droga, come leggere un feuilleton a puntate, come seguire Beautiful, come correre in edicola da bambini per comprare il nuovo episodio di una serie a fumetti. «No, non lascio perdere. Voglio sapere cosa è successo a Gherardo Orsi, perché non ha mai pubblicato nulla e ha smesso di essere scapigliato, che cosa ha fatto nel resto della sua vita, perché è finito a Bellano. Voglio sapere di quante e quali altre avventure è stato protagonista, quante e quali cose può ancora dirci su Tarchetti e gli altri. E, soprattutto, voglio sapere se gli scapigliati sono riusciti a scoprire di chi è quella gamba!» «Allora, ce ne freghiamo se è illegale?» «Ce ne freghiamo». «Brava!» Le due gatte erano tutte per Stella. La bianca continuava a leccarsi il pelo, sdraiata sul suo ventre. La nera le si era accucciata fra il braccio e il seno destri, e Stella l'accarezzava macchinalmente; ogni volta che la mano rallentava o si interrompeva del tutto, la gatta insinuava la testa sotto le dita di lei e le rialzava, con una serie di piccole spinte, per indurla a riprendere il movimento. Mariarita osservava la scena come una mamma che guardi giocare i figli con un'affascinante sconosciuta.

«Dovrei prendermi anch'io un animale domestico» disse Stella, sovrappensiero. «Magari due, così si farebbero compagnia». «Non si sentirebbero l'unico animale della loro specie perso in un mondo incomprensibile» aggiunse Mariarita. Stella sorrise, quando la gatta nera ricominciò a darle testatine, per sollecitare le carezze. «Già. Una coppia di animali». Stella rovesciò la gatta sulla schiena, si lasciò afferrare il polso e l'avambraccio con tutt'e quattro le zampe. La gatta, così appesa come qualcuno che attraversi un crepaccio lungo una fune, scalciò e le mordicchiò la mano. «Senti, Mariarita» ricominciò. «Non esiste la possibilità che Caronte ci abbia rifilato un mucchio di balle?» «Vuoi dire, che Gherardo Orsi non sia mai esistito, e tutto quello che abbiamo letto sia frutto d'invenzione?» «Dopotutto, non abbiamo visto i suoi manoscritti originali». «No, non credo. Certo, potrebbe essere un'abile contraffazione, un mix di avvenimenti autentici e altri immaginari innestati sul corpo dei precedenti... se non fosse per la coincidenza impressionante fra la tematica e l'intreccio di Sublime anima di donna e la narrazione della visita allo studio del professor Blank, con tutto quel che segue». «Cioè, quella visita sarebbe l'esperienza che avrebbe dato a Gherardo l'idea per il racconto?» «Affermativo. L'origine di un processo creativo, l'attimo in cui avviene il concepimento di un corpo poetico». «Cioè, Gherardo va in quel laboratorio, incontra uno scienziato, vede una gamba di donna espiantata dal corpo, e la sua fantasia comincia a lavorare. Ma come arriva all'idea di una donna sublime costruita con parti anatomiche diverse da un assassino mezzo Frankenstein e mezzo Jack lo squartatore?» «Questo dipende dalla storia personale di Gherardo, dalla sua cultura, dalle immagini mentali in cui si è cristallizzata la sua creatività, dalle esperienze che ha fatto a Como. Nelle sue

lettere milanesi non parla mai di ragazze o donne...». «... a parte madama Cate e la contessa». «Forse, Gherardo non aveva fortuna con le donne, e questo spiegherebbe tutto: il risentimento feroce, il bisogno di una rivalsa almeno in sogno, il mito di un'anima gemella femminile costruita attraverso la distruzione delle donne reali. Gherardo non si descrive. Io l'ho immaginato bello, gli ho dato il volto e il corpo di due dozzine di attori miscelati insieme, ma forse era brutto». A causa della posizione prolungata, Mariarita cominciava avvertire crampi alle gambe. Le districò e gettò giù dal movimento turbò l'equilibrio sonnolento delle gatte, che minciarono ad agitarsi. Lasciarono Stella e si gettarono lei, cominciando a morderle i piedi. «Fuori dalle palle!» gridò lei. Come due frecce, le gatte sparirono. «Io non credo che fosse brutto» disse Stella, stirandosi. «Madama Cate e la nobildonna del ballo mascherato lo concupiscono. A un certo punto Tarchetti dice che, quando crea un personaggio, lo immagina come lui: pensa al protagonista di Fosca, che è un uomo molto bello. Secondo me Gherardo era carino». «Hai ragione. Allora, probabilmente, il problema era in lui. Una forma di misoginia aggravata dalla depressione di cui soffrivano tutti gli scapigliati, insicurezza giovanile, eccessivo attaccamento a un ideale femminile assoluto, incapacità di patteggiare con la realtà...». «Un frigido». «Può darsi. Non un impotente, ma un frigido. Potrebbe adattarsi al nostro Gherardo. Un uomo bello ma freddo, che vive tutte le sue passioni nella mente, perso nel mito di un ideale femminile assoluto, incapace di amare una donna vera». «Esattamente quello che si potrebbe dire di una buona metà dei miei cari psicopatici assassini». ad letto. Il ricosu di

«Per tornare a quello che mi chiedevi prima» disse Mariarita «Caronte non può aver inventato nulla. Prima di tutto, perché non credo che scriverebbe qualcosa di diverso da aforismi sulla vita, o magari ricordi di quand'era militare. Ci sono poi le coincidenze con il mio materiale. Caronte non ha certo potuto mettere le mani sul manoscritto del racconto, né leggere più di quanto io abbia diffuso in Internet. Secondo me, è tutto autentico». Persone, date, situazioni, spiegò Mariarita, coincidevano con quanto già si sapeva degli scrittori della Scapigliatura; inoltre, il testo riscriveva fatti ben noti, come i famosi pasti alla rovescia del Rovani e il fiasco del Mefistofele di Boito alla Scala il 5 marzo 1868, sotto una luce inedita, un po' naîf ma indubbiamente divertente, e apriva sipari inattesi su aspetti e personaggi della vita scapigliata fino ad allora sconosciuti.

«E che mi dici» riprese Stella «di quell'interessante professore mezzo milanese e mezzo triestino? Se è realmente esistito, compare in altri racconti o lettere o comunque carte scapigliate?» «Negativo. No, non direi. Aspetta». Mariarita si alzò, andò a prendere un libro dallo scaffale. «Si tratta delle Note azzurre di Carlo Dossi». «Cita Stefan Blank?» «No, un personaggio molto simile: Paolo Gorini, scienziato lodigiano. Dossi descrive il suo laboratorio. Senti: "La stanza piena di fiaschi, e di fiale - La stanza del carbone e del materiale vulcanico - La corte delle fornaci; la corte del crematojo L'orto dall'eccellente frutta, ingrassata dai morti - etc. Lo studietto, colle preparazioni - Cadaveri interi e cadaverini - covate di cagnolini - Teste imbalsamate su busti di gesso: il cuore della fanciulla, della durezza dell'agata; il glande del giovinetto; la mano aristocraticissima; il tavolino, dalla tavola intarsiata a marmi animali e dai piedi di veri piedi".

«Umani?» «Cosa?» «I piedi». «Non saprei. Dossi non lo dice. In effetti, possono essere anche zampe. Certo, una tavola sostenuta da piedi umani ha del perverso. Solo a te poteva venire in mente di fare una domanda del genere». «Viene in mente a tutti, ma non la pronunciano a voce alta. Senti, Mariarita, non avresti una birra?» «Vieni». Le due donne passarono nell'altra stanza dove, tornate dall'ignoto, le due gatte cominciarono a eseguire una danza in circolo intorno a Stella, strofinandosi contro le sue caviglie. «Sì, mi ci vorrebbero proprio, un paio di animali». Mariarita aprì il frigo, prese due lattine di birra, ne lanciò una a Stella. «Grazie». «Non c'è di che». La detective bevve un sorso, pensierosa, con il culo appoggiato alla tavola. Sembrava meditare profondamente. «Se gli scapigliati erano tanto affascinati dagli scienziati stregoni» chiese «perché Stefan Blank non è citato in altri documenti?» «Boh. Le spiegazioni possono essere molte. Gli artisti presenti la notte della visita al suo studio erano tutti poco inclini all'autobiografia, prevalentemente orientati verso la fiction; affidavano le loro esperienze a trasposizioni simboliche. Pochi di loro hanno lasciato lettere, diari eccetera. Camillo Boito ha probabilmente trasformato Stefan Blank in Carlo Gulz di Un corpo. È da notare anche la coincidenza del cognome austriaco. Un'altra ragione potrebbe essere la condizione particolare di Blank, mezzo italiano e mezzo "tedesco". Un triestino, come Italo Svevo. A quell'epoca, Trieste non era ancora italiana. Una persona senza patria, con un'identità incerta, perduta in una folla di corpi più facilmente identificabili. Un corpo senza fac-

cia. Essendosi allontanato dall'insegnamento, dall'ambito accademico, non godeva forse di molta notorietà. Inoltre, a un certo punto, manifesta l'intenzione di cambiare nome. Può darsi che se ne siano persino perse le tracce». «Certo che le sai spiegare bene le cose, tu. È un piacere ascoltarti. Si sente che lavori per un uomo politico». Mariarita ribatté con un ghignetto dimostrativo del suo gradimento. In quel momento, si sentì il suono del telefonino cellulare di Stella, attutito, dall'interno della borsa che la detective aveva lasciato in camera da letto. «Rompicoglioni». «Se ti rompe i coglioni, perché non lo lasci a casa?» gridò Mariarita dietro a Stella, che andava a rispondere. Mariarita rimase per qualche minuto assorta in una lunga fantasticheria sui laboratori anatomici, bevendo birra e appoggiandosi la lattina fresca sulla fronte e sulle guance per godere la piacevole sensazione di fresco. Dall'altra stanza venivano una serie di «Sì, sì» e «Hmm» soffocati. A un certo punto, Mariarita ebbe la curiosa visione mentale di un tavolo dai piedi di veri piedi umani che comincia a camminare, spostandosi per la stanza, e poi a correre velocemente al trotto, come in un cartoon di Hanna e Barbera un po' demenziale e un po' macabro. Rise fra sé, e perse il senso delle parole che stava pronunciando Stella; percepì soltanto il tono, teso e attento. Sentì che Stella diceva: «Sì, va bene, domani, domani». Poi, Stella tornò. «C'è stato un altro omicidio» disse. «Oggi pomeriggio. L'hanno trovata un'ora fa». Mariarita passò di colpo dalle sue fantasticherie da notte horror dei programmi estivi di Italia 1 a un orrore reale, molto vicino e nauseante. Le fece uno strano effetto: come quando, al mattino, si beve altro alcol per smaltire la sbornia della notte prima, ma il mondo appare ormai livido e spento. «E domani? Cosa succede domani?» «Andiamo a vederla all'obitorio».

Angelo Trotta aveva detto che il cadavere, ripescato dai navigli come gli altri, non era rimasto in acqua molto a lungo (fra l'ora della morte e quella del ritrovamento doveva essere trascorso un breve intervallo di tempo), e in conseguenza di questo erano emersi un paio di elementi inediti e illuminanti. Stella aveva convinto l'amico poliziotto a consentirle di prendere visione del corpo. Quel mattino, Stella passò a prendere con la sua auto Mariarita, e insieme si recarono all'Istituto di medicina legale. Per l'accumularsi dei fatti nuovi, della tensione e delle aspettative, entrambe avevano dormito poco e male. Notti agitate da incubi. Al parcheggio dell'Istituto, Angelo Trotta era fermo in attesa, appoggiato alla sua macchina (una BMW metallizzata, lunga e argentea come un proiettile), gli occhiali scuri, le mani in tasca e le gambe incrociate, il piede sinistro sopra il destro. Non sembrò stupito di vedere Mariarita. «Immaginavo che vi avrei riviste insieme» disse. «Siete i tipi». «Che genere di tipi?» chiese Mariarita. «I tipi che diventano amiche».

Il corpo fu mostrato loro a partire dai piedi, e solo quando il telo arrivò a scoprire la faccia le due donne compresero il perché. Era stato Angelo Trotta a fare un cenno all'inserviente, indicandogli l'altra estremità della barella; era stato probabilmente lui a dare disposizioni in questo senso. Il cervello sovrastimolato di Mariarita registrò tutti quei particolari sciocchi che sarebbero da scartare, e invece si stampano per primi nella mente: gli alluci della ragazza morta, più lunghi delle altre dita e leggermente storti, la bianchezza della pelle (più gessosa che cerea), le gambe non depilate, il grosso neo vicino al capezzolo

destro (i seni non erano belli, pendevano all'infuori come sacchetti vuoti), le dita dalle unghie dipinte di blu iridescente. Sull'unghia dell'indice sinistro, lo smalto era scrostato. Un attimo prima che venisse scoperto il volto, Mariarita ebbe un flash mentale, evocato dalla circostanza ed estratto dal suo schedario di associazioni di idee: una vignetta su un testo di medicina legale che aveva sfogliato a casa di un amico medico. Dunque, c'è un tizio impiccato a un albero; ha un coltello piantato nella schiena e un masso legato ai piedi, sospeso da terra, che lo mantiene in trazione. Due poliziotti guardano in su con l'espressione scema, l'occhio a palla. Sotto, la didascalia recita: "Omicidio, suicidio o incidente?". Mariarita chiuse gli occhi, li riaprì. Vediamo insieme a lei perché Trotta, con il suo personale senso del colpo di scena, ha voluto che il volto venisse mostrato per ultimo. Non c'è più un volto. Un'incisione lineare e precisa era stata praticata poco sopra lo sterno, e proseguiva, passando sotto le mandibole e lungo tutto il contorno delle guance, fino all'attaccatura dei capelli. L'intera faccia era stata strappata via, lasciando solo carne illividita, denti, un mozzicone di naso, e due occhi azzurroverdi spalancati, sorprendentemente vividi, imploranti. A Mariarita vennero in mente i vecchi fumetti di Diabolik, quando lui, di ritorno da una missione, si solleva la maschera a partire dal collo e se la sfila via. Si può portar via un volto umano, come fosse una maschera? Trotta disse che la ragazza aveva diciannove anni. Aspirante attrice. Studiava al Piccolo teatro di Milano. «Le ha legato i polsi» disse Stella. «Forse, l'ha ammanettata da qualche parte. Al letto, a un termosifone». I polsi erano tumefatti e segnati da lividi bluastri. «Come le uccide?» chiese Mariarita. «Non ha preferenze, per quanto riguarda il metodo. La sua priorità consiste nel non danneggiare quello che vuole aspor-

tare. La ragazza a cui ha asportato il seno è stata soffocata, forse con un cuscino. Le altre due sono state pugnalate al cuore: un colpo solo, preciso, vibrato con cognizione di causa». «E lei?» chiese Mariarita, indicando il corpo sulla barella. La ragazza non era stata pugnalata al cuore. E, presumibilmente, neppure soffocata, se l'assassino non aveva voluto evitare che il suo volto venisse distorto, sciupato dagli spasmi di un'agonia da strangolamento. Trotta mostrò un piccolo segno di puntura sul braccio sinistro. «Il medico legale ha ipotizzato un'overdose di qualche sostanza che ha indotto un rapido coma e la morte. Abbiamo mandato ad analizzare un campione del suo sangue e aspettiamo i risultati. Questo è un problema che complica le cose, anche le precedenti tre erano state drogate, con un tranquillante. Abbiamo trovato tracce di barbiturici nel sangue di tutte le vittime. Una dose non mortale, in grado di addormentare». «Le droga per averle in suo potere»_ commentò Stella. «Se è così» disse Trotta «non è per niente chiaro cosa voglia da loro. Questo tizio, chiunque sia, sembra interessato esclusivamente alle loro parti anatomiche, non certo a violentarle, torturarle. Le mutilazioni avvengono dopo che è sopraggiunta la morte. La cosa paradossale è che lui... non è... non è un violento. A parte le ferite letali, sui corpi non ci sono tracce di abuso sessuale, niente percosse, abrasioni, tagli». «Dimentica i polsi legati» disse Mariarita. «Intendevo dire che le ragazze non hanno lottato con lui». «Aveva legato anche le altre?» «Questa è una buona domanda» disse Trotta, con l'aria di apprezzamento di un professionista verso una dilettante. «I corpi erano in condizioni tali da non permettere di stabilirlo con certezza. È probabile. Sì, è possibile che abbia legato o ammanettato anche le altre». «Perché? Perché immobilizzarle, se le ha drogate, sono già prive di conoscenza e può ucciderle comodamente? Se cercasse

di legarle prima di drogarle, le ragazze lotterebbero con lui... perciò le droga per prima cosa. Dunque quest'ultima, se l'assassino ha seguito la stessa prassi, sarebbe stata drogata due volte. E, comunque, perché non somministrare loro subito una dose letale di droga, se è interessato solo alle parti anatomiche?» Stella scosse lentamente la testa: negativo, non lo capisco. Trotta inarcò le sopracciglia. «Forse» disse «questi omicidi sono in realtà complessi rituali dei quali una parte ci sfugge». «Allora» disse Stella «lui le rimorchia, e le porta da qualche parte. Le ragazze lo seguono senza sospettare nulla. Probabilmente sono disponibili, sperano di fare sesso, fidanzarsi, o tutt'e due le cose. Ma, arrivati al dunque, niente sesso. Lui le droga, le lega in modo da immobilizzarle e bloccare loro la via di fuga, dopodiché le risveglia, non le violenta, le uccide e le mutila. Che bisogno ha di risvegliarle, e che cosa fa, prima di ucciderle?» La domanda sembrò restare per un istante sospesa sulla carne martoriata senza faccia. Trotta fece segno all'inserviente di ricoprire. Mariarita continuava a pensare a Diabolik, a tutti gli agenti segreti ed eroi mascherati di due milioni di film, alle loro facce posticce rivoltate come guanti e riposte su testine manichino, a penzolare allentate, con le bocche storte e le orbite cave. E un pensiero le attraversò la mente. «Ispettore» chiese. «Com'era la sua faccia?»

Un'ora dopo, nell'ufficio di Trotta, Stella e Mariarita potevano osservare una foto della faccia che era stata rubata. «L'abbiamo avuta dalle sue compagne di corso, che dividevano l'appartamento con lei». La foto, fissata con puntine da disegno su un tabellone che ospitava anche i ritratti delle altre vittime, era molto buona,

probabilmente un ritratto professionale destinato a qualche book da presentare ad audizioni e provini. La ragazza era ripresa di tre quarti, in primo piano, con i capelli castani di media lunghezza bagnati e fissati con il gel, pettinati lisci all'indietro. Una bellezza valida per ogni tipo di spot, dall'aperitivo al reggiseno, dalla crema anticellulite agli alimenti light per dimagrire. Chissà con quale orgoglio l'aspirante attrice doveva aver portato in giro quella faccia, la quantità di speranze e attese e sogni che doveva avervi investito, la cura narcisistica con cui doveva averla protetta, valorizzata, truccata. La forma del volto era ovale. Il naso, dritto in modo quasi innaturale (rifatto?) terminava in narici delicate e sottili: non pareva quasi un organo in grado di ospitare caccole e altre impurità. La bocca ricordava quella di Brigitte Bardot giovane: tirabaci e leggermente imbronciata. Sì, sì! Mariarita ricordava bene l'attacco di Sublime anima di donna, con la descrizione fisica di Carlotta: "volto di un ovale dolce e purissimo che pareva dipinto da Raffaello, naso dritto e sottile di statua greca, bocca carnosa, dalle turgide labbra scarlatte". Le altre ragazze vittime di Frankenstein non erano belle come l'attrice, ma l'una, ripresa di profilo con una T-shirt bianca quasi trasparente, aveva, un "seno di vergine adolescente, dalla linea squisita, tale quelli delle dame del Rinascimento", l'altra "la massa copiosa" di "capelli biondi sulle spalle, sulle braccia, fino alle reni e sui fianchi", spumeggiante come un'onda d'oro... «Carlotta è il suo tipo». «Che cosa?» chiese l'ispettore Trotta. «Sembra incredibile, ma... la donna che Frankenstein sta cercando di costruire attraverso tutte queste asportazioni di parti... somiglia alla Carlotta di Sublime anima di donna». Stella non disse nulla. Trotta fece una smorfia tra la derisione e la sufficienza, e sbuffò. «L'ha detto lei stessa: è incredibile».

Mariarita si meravigliò di un diniego così reciso. Forse, come molti uomini (quasi tutti), Trotta amava dichiarare un folle amore per la logica e l'esattezza matematica? «Guardi bene. È come quando si costruisce un identikit. Metta insieme il viso dell'attrice, i capelli e il seno delle altre due, e...». «Cosa sta cercando di dirmi, che lo scienziato pazzoide del racconto è ancora vivo e gira per Milano tagliando a pezzi le donne?» Mariarita adesso si sentiva davvero indignata. Si indignava sempre, quando qualcuno faceva una brusca inversione di rotta, e cominciava a smentire la posizione su cui era stato in precedenza tanto rigido e pedante. «Senta» disse «lei mi ha rotto i coglioni...». «Non li ha, i coglioni». «Mi sono cresciuti ascoltando per ore la sua menata del racconto che ho diffuso in Internet, sulle coincidenze e affinità con il caso Frankenstein...». «Non intendevo... Era diverso!» «... e adesso che sono arrivata a condividere le sue opinioni...». «Io credevo che il racconto fosse un falso, e che l'assassino ne fosse stato ispirato dopo averlo letto, ora lei mi dice che il racconto è autentico, e che qualcuno agisce come il suo protagonista senza averlo letto. Non è la stessa cosa!» Stella, che fino a quel momento si era limitata a girare per la stanza, chiusa in se stessa e assente, fissando talvolta le foto delle vittime, tornò in questa dimensione e si girò di colpo verso Trotta: «Ha ragione Mariarita». Trotta la guardò con una curiosa espressione, tra lo sbigottito e il tradito. «Non può spiegarlo» continuò Stella «ma la sua intuizione è giusta. Questo è un assassino che segue un suo piano. Tutto è lucido e calcolato. Sa quello che fa. Non gli interessa violentare le ragazze. Vuole costruire una donna virtuale. E vuole anche

qualcos'altro che non sappiamo, e non riusciamo a immaginare. Ma fermiamoci per il momento sulla donna virtuale. Ammetterai anche tu che i particolari fisici, tutti gli elementi coincidono». Trotta alzò le mani nel gesto di resa tipico degli uomini quando vogliono dire: con due donne insieme, non ce la faccio. D'accordo, mi arrendo, avete vinto voi.

Più tardi sono tutti al ristorante cinese, dove Trotta ha invitato le due donne (nel frattempo, Stella gli aveva raccontato tutto quello che avevano scoperto a Bellano su Gherardo Orsi) per scusarsi di aver esagerato prima, in ufficio, con la dottoressa Fortis. «Non c'è problema» gli ha detto Mariarita «chiamami per nome e diamoci pure del tu». «Senti, Angelo» chiese Mariarita, dopo l'antipasto misto fritto. «Te l'ho chiesto la prima volta che mi hai mandata a chiamare, e non mi hai risposto. Che cosa avete in mano, voi della polizia, per arrivare a Frankenstein? Impronte digitali o altri reperti, testimonianze, prove indiziarie?» Trotta scosse la testa, giocherellando con il cucchiaio della sua tazza di zuppa alla polpa di granchio. «Quasi niente» disse. Mariarita corrugò la fronte. «Definisci meglio il "quasi"». «Come ti ho già detto, le ragazze non hanno lottato. Se ti aspetti perciò peli, brandelli di pelle o sangue sotto le loro unghie, sei destinata a rimanere delusa. Lui non le violenta, perciò niente sperma. Niente saliva, niente liquidi organici. E niente impronte digitali. Le getta nei navigli nude, e non sappiamo che fine facciano abiti ed effetti personali: li distrugge, o li fa sparire. Inoltre, le prime tre sono rimaste in acqua talmente a lungo, che è stato impossibile reperire eventuali fibre o tessuti. Questo tipo agisce con metodo: probabilmente, lavora con i guanti e non lascia tracce. Però, nel caso dell'attrice, si è di-

stratto un attimo, e abbiamo avuto fortuna. Lei portava al polso destro un braccialetto, una catenella molto sottile. Non gliel'ha tolta. E, impigliati al fermaglio di questo braccialetto, abbiamo trovato due capelli. Capelli biondi, che non appartenevano alla ragazza». «Lei lo ha accarezzato» intervenne, prontamente, Mariarita. «Affermativo» insistette Stella. «Se le ha legato i polsi e non c'è stata lotta, gli ha accarezzato i capelli. Forse nel posto dove è stata rimorchiata, o durante il tragitto, o appena arrivata sul luogo del delitto. Si fidava di lui. Le piaceva». «Certo, certo» disse Trotta. «Lei lo ha accarezzato. E questa carezza potrebbe permetterci di incastrarlo. Ma per incastrarlo bisogna prenderlo. E, dal momento che è incensurato, può essere uno qualunque fra diversi milioni di milanesi. Ammesso che sia milanese». «È milanese» disse Stella. «Tutti sanno che i milanesi ammazzano il sabato. Lavorano talmente tanto in tutti gli altri giorni, che per scaricare lo stress devono fare qualcosa di estremo». Mariarita ridacchiò appena, Trotta si accigliò. «Era solo così, per dire una cazzata» si schermi Stella. «Voi non ne dite mai?» Un cinese allampanato, dal viso coperto di brufoli, portò loro il pollo alle mandorle. Trotta bevve un sorso della sua birra. «Non mi piace la birra cinese. Non la sopporto». «Allora, perché la ordini?» lo provocò Stella. «Suppongo che si debbano avere alcune contraddizioni». «Qualcuno lo ha visto mentre rimorchiava le ragazze?» chiese Mariarita. «Abbiamo una sola testimone, e lo ha visto di spalle» rispose Trotta, facendo un gesto infastidito con la mano, come per scacciare una mosca. «La prima vittima è stata abbordata in un supermarket, poco prima dell'ora di chiusura. Una cassiera ha visto la ragazza uscire in compagnia di un tipo biondo, capelli lunghi fino alle spalle, chiodo nero. Erano lontani, e per giunta

già oltre la porta a vetri; salivano una scala che conduce al parcheggio. La testimone non può essere precisa neppure sulla statura. Ha detto che il fatto che si trovassero sugli scalini, uno più sopra e l'altra più sotto, l'ha confusa». «Una volta guardavo uno di quei programmi tv sulle persone scomparse» intervenne Mariarita. «A un certo punto ha telefonato una tipa dicendo... Non ci crederete, ma ha detto: "Io l'ho vista a Perugia. Era più bassa di statura e portava un barboncino al guinzaglio"». Stella sbruffò ridendo, l'ispettore rimase serio, quasi disgustato. «Era solo per dire una cazzata. Voi non ne dite mai?» «Non è neppure sicuro che il tipo del supermarket sia l'assassino» precisò Stella. «Noi lo ipotizziamo perché da quel momento nessuno ha più visto viva la ragazza, e perché lei non aveva amici biondi». «La ragazza a cui ha asportato i genitali» continuò Trotta «è stata prelevata in una discoteca. Le sue amiche dicono che ha fatto uno spogliarello integrale, poi, a un certo punto, è sparita. Volatilizzata. Con la musica a centoventi decibel, l'alcol e le pillole, lui avrebbe forse potuto farla fuori sul posto senza essere visto. La ragazza dei capelli è stata prelevata per strada. E anche l'attrice, probabilmente. È uscita ieri mattina da lezione, alle undici: anche lei sparita, volatilizzata». «È stato piuttosto imprudente, la prima volta» aggiunse Stella. «Ha rischiato di essere visto in faccia. Sembra quasi che la cosa non fosse premeditata, che abbia cominciato per caso. Alla ragazza del supermarket ha asportato il seno. Forse, l'aveva abbordata solo per fare sesso, e l'idea gli è venuta dopo, oppure è stata un'ispirazione improvvisa... Poi, quando ha cominciato a costruire la sua donna virtuale, ha perfezionato la tecnica di avvicinamento. Si è fatto più elusivo». «Ancora la storia della donna virtuale! Allora ditemi, secondo voi, che cosa ne fa, delle parti anatomiche asportate, dal momento che non ce le spedisce in una scatola? Come la co-

struisce, la donna virtuale?» «Questo» rispose Stella, pensierosa «lo sapremo quando scopriremo che cosa fa nel periodo di tempo che intercorre fra quando droga le vittime e quando le uccide». «Che età può avere?» chiese ancora Mariarita. «Secondo l'esperto che ha tracciato il suo profilo psicologico, fra i ventisette e i trentacinque». «E che altro dice, l'esperto?» «Oh, le solite cose. Personalità asociale, coazione a ripetere, ossessioni ricorrenti, monomania, paranoia...». «Che è quanto si potrebbe dire del novantacinque percento dei miei amici» disse Stella. «E anche dei miei» concordò Mariarita. «L'altro cinque percento, forse, sembra normale ma si comporta come Frankenstein».

«Insomma» disse Mariarita «di lui, con certezza, sappiamo solo che è biondo. E che, sbucando dal nulla, riesce a stregare le ragazze al punto di condurle dove vuole». «Sei in gamba» disse Trotta. «Hai mai pensato di entrare in polizia?» «No. Ho sempre diffidato dei poliziotti. Ma, ora che ti conosco meglio, penso che non mi sarebbe dispiaciuto lavorare con te». «Anche se sembro un... com'è che hai detto? "Un ragazzo della Milano bene di ritorno da un festino a base di droghe e sesso pesante in cui c'è scappata la morta?"» Mariarita restò senza fiato. Le sembrava che le avessero appena sferrato un pugno in mezzo al petto: per scherzo, ma ugualmente traumatico. Rivolse uno sguardo di dolente rimprovero a Stella: quel piccolo tradimento le era dispiaciuto. Certo, con Angelo Trotta erano amici storici, mentre lei era solo l'amica degli ultimi cinque minuti... ma... «Non c'è niente di male se gliel'ho detto, no?» borbottò Stel-

la, arrossendo. Nella sua desolazione, Mariarita fu un po' consolata da quel rossore. «Non mi piace come i cinesi fanno il caffè» disse. «Allora, perché lo ordini?» domandò Trotta. «Sarà il masochismo femminile». Le due donne rimasero a guardarsi in sospeso fra rancore e riconciliazione, come le gatte di Mariarita dopo una zuffa territoriale. «Torniamo al racconto, eh?» disse l'ispettore, battendo le nocche sulla tavola con un colpetto svelto e deciso. «Così, secondo voi, tutto sarebbe cominciato con quel Gherardo Orsi, i suoi problemi sentimentali, le sue fissazioni eccetera?» «Le analogie fra Gherardo Orsi e Frankenstein sono evidenti» ammise Mariarita. «Gherardo ha scaricato le sue tensioni in un'opera creativa, mentre quest'altro tipo...». «Quest'altro tipo le vive» concluse Stella per lei. «Però» obiettò Mariarita, come obiettasse con se stessa. «Nessuno ha avuto accesso ai manoscritti miei o di Benito Caronte». L'ispettore appoggiò la punta di un dito sulla tavola, mantenendo la falange in verticale (facciamo un punto fermo!). «Lasciamo stare per un momento i manoscritti. Quello che vi chiedo è: Frankenstein può essere venuto da quella storia della gamba?» «Io credo di sì» disse Stella, ravviandosi i capelli, anzi, strattonandoli con un gesto impaziente. «Uno come Gherardo Orsi, che però non è un poeta, rimane in questa realtà, e realizza in concreto le sue manie». «D'accordo» disse Mariarita. «Una persona in preda agli stessi fantasmi, straziata dagli stessi desideri impossibili, che non riesce a liberarsene attraverso una disciplina artistica, attraverso un uso controllato delle facoltà dell'immaginazione... allora, questa persona deve agire, ottenere quello che vuole, a costo di uccidere. Ma, se Frankenstein viene da quella storia

della gamba, che strada ha fatto per arrivare fino a noi? A meno che non sia Benito Caronte... Lui le ha lette, le carte». «Ma io» disse Stella «non credo che Frankenstein si sia lasciato ispirare da letture scapigliate, vere o apocrife. Pensavo piuttosto alle più recenti teorie sul ruolo dell'ereditarietà nella formazione della personalità. Oggi si ritiene molto meno di prima che sia l'ambiente a determinare abitudini e comportamenti, e si è rivalutato il fattore genetico. Potrebbe esserci qualcuno come Gherardo Orsi, qualcuno malato delle sue ossessioni giovanili, forse un suo discendente, nel cui carattere è riapparso, per via genetica, un gusto per un erotismo tormentato, schizoide, un po' necrofilo». Mariarita ci stette un po' su a pensare. L'ipotesi le sembrava francamente inverosimile, le ricordava un po' gli assassini dei romanzi di Zola, con quelle famiglie involontariamente comiche di avvelenatrici, killer di donne e deragliatori di treni. Scosse la testa sorridendo, ma vide che Angelo Trotta annuiva serio. «Una dinastia di svitati. Io però» disse Trotta, mordendosi le labbra e abbassando gli occhi «non posso andare a raccontare ai miei capi che Frankenstein arriva dritto dall'Ottocento. Perciò, vi propongo questo: io mi occupo di Benito Caronte, faccio eseguire indagini su di lui, controllare i suoi eventuali alibi eccetera. Mentre voi due» e dicendo "voi due" l'ispettore fece un gesto circolare con l'indice della destra «vi mettete a cercare il nesso, il collegamento fra passato e presente. Fate ricerche sulle famiglie, sulle generazioni, sulle discendenze eccetera. Vedete di scoprire se ci sono discendenti di Gherardo Orsi. E, già che ci siamo, anche di quello Stefan Blank, l'anatomista. Lo descrivono come un dottor Jeckill, ma potrebbe anche essere un Mister Hyde. Tu Mariarita, te la senti di aiutare Stella? Sc funziona, ne ricaveresti un bel po' di pubblicità per il tuo libro». Mariarita appoggiò il mento sulla mano, come sempre faceva quando voleva prendere un po' di tempo e riflettere. Non credeva molto nella storia dell'ereditarietà, e nemmeno, di

conseguenza, nella pubblicità che avrebbe potuto ricavare dai risultati di una simile indagine. Se voleva andare avanti, era per curiosità, per passione, per quella voglia folle e inspiegabile di vedere come va a finire, che alla fine è una forma d'amore, mettere uno scopo in qualcosa che non ce l'ha: vivere. «Sì» disse. «Bene!» disse Trotta, trionfante. «Le indagatrici dell'immaginario». «Come dici?» «Non vi rendete conto che, con le conoscenze letterarie dell'una e l'attrazione per gli assassini dell'altra, formate una coppia formidabile? Le detective di misteri speciali: quelli che hanno origine dalla fantasia. Siete indagatrici dell'immaginario, di quella linea di confine sospesa fra sogno e vita, pensiero e azione, ideale e reale». Mariarita sorrise. Era abbastanza fascinoso. Non è un'opera di fiction a ispirare una serie di delitti. E un antico male dell'anima a ispirare sia l'opera di fiction, sia la catena di delitti. Si, poteva esserci, in quella zona sotto vuoto spinto dove l'umanità ha in comune idee, pulsioni, sogni e fantasie, il primo barlume di una serie di azioni. «Non mi dispiace» disse. «Non mi dispiace affatto».

I Pirati della Costa U

n paio di giorni dopo, chi si fosse trovato a passare nei pressi della sede centrale della Cariplo di Milano avrebbe visto due donne sui trenta-trentacinque anni, vestite nello stesso stile, con abiti quasi identici, scendere da una BMW blu metallizzata ed entrare in banca. Stella è passata a prendere Mariarita che, trovandosi ancora in camicia da notte, senza troppo riflettere (inconsciamente?) ha indossato quello che aveva di più simile a quello che portava l'altra. La titolare dell'agenzia Black Jack porta un completo grigio aderente da donna in carriera, la gonna piuttosto corta, una camicetta bianca di seta, calze velate, scarpe di vernice nera con il tacco alto e un passante che stringe la caviglia, di un effetto decisamente sensuale. Mariarita, per imitazione, porta un completo di un grigio più scuro, dalla gonna più lunga, una T-shirt di raso bianco, calze nere, e un paio di stivaletti neri. Facendo girare molte teste per strada prima e nell'atrio della banca poi, le due donne scesero nel caveau che ospitava le cassette di sicurezza. Mariarita tirò fuori una chiave dalla borsa, aprì la propria cassetta, ne estrasse una scatola quadrata di legno intarsiato, dal coperchio in rilievo che raffigurava una scena bucolica di pastorelli che suonano lo zufolo e danzano. Pochi istanti dopo, Stella e Mariarita erano sedute a un tavolino del caveau, davanti a un volumetto privo di copertina, di cui si leggeva direttamente il frontespizio:

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Un libro privo di copertina ha sempre l'aria di un corpo nudo e stuprato, a cui sono stati strappati i vestiti con la forza. La carta del volume era color marroncino cosparsa di macchie di umido e muffa più scuro, come la pelle di un vecchio. Questa prima edizione della fiaba di Arrigo Boito è vecchia, risale a centotrentacinque anni fa. Accanto al libretto, c'erano una dozzina di fogli rettangolari ampi, il racconto anonimo di cui ora, grazie a Stella, conosciamo l'autore, e tre fogli più piccoli. «È tutto» disse Mariarita. «Posso leggerlo?» chiese Stella. «Fai piano» assentì sottovoce Mariarita, quasi in tono di preghiera. Delicatamente, comprendendo il desiderio dell'amica, Stella raccolse fra le punte delle dita il manoscritto di Sublime anima di donna. Il primo foglio, ingiallito e dagli angoli lievemente e-

rosi, era percorso da un inchiostro che un tempo doveva essere stato blu brillante e, sbiadendosi, s'era ridotto a una pallida traccia cilestrina, del colore del cielo dopo una forte pioggia. La grafia era minuscola e fitta, una scarica di nervosi tratti di penna, magma vulcanico controllato a freddo: ricordava la tensione spasmodica di una pianta sacrificata che si piega e si contorce per raggiungere la luce. Mariarita provò una fitta di commozione: l'ultima volta che aveva visto il manoscritto, ignorava chi fosse la mano scrivente. Ora aveva un nome: Gherardo Orsi. «Chissà perché» disse «chi scrive cose grandi ha in genere una grafia minuscola». «Mi farà diventare strabica» fu il commento di Stella. In alto, a sinistra, c'era la data:

Como, 2 novembre 1868

e sotto il titolo, a caratteri più grandi, corretto così: anima

Sublime cuore di donna

«Sublime cuore di donna» disse Stella. «Al principio era il cuore. Poi, l'anima. Perché questa correzione?» «Secondo me, in quella parola, "cuore", Gherardo tradisce l'origine personale, intima del suo malessere sentimentale, del suo disadattamento amoroso. Lui ha sognato, ha vagheggiato, lasciami usare questa parola così ottocentesca, una donna dal cuore puro e innamorato, capace di vedere in lui la bellezza interiore oltre a quella esteriore, di amarlo senza venalità. In seguito, ha voluto forse uscire dalla sfera dei suoi interessi privati, egoistici, per conferire al messaggio una valenza più universale, filosofica. La parola "anima" indica la persona nella sua totalità. È anche possibile che Gherardo avesse da sempre il primo titolo in quell'archivio mentale di titoli che possiedono tutti

gli scrittori. Dopo l'incontro con Blank, lo ha modificato; ma al momento della stesura in bella copia gli è tornato, se così si può dire, in punta di penna il "cuore". Da cui, la correzione». Stella scorse rapidamente il primo foglio, reggendolo religiosamente fra il pollice e l'indice come un'ostia; lo depose di lato, e passò al secondo. «Sono fogli di carta Fabriano, rigati in filigrana, come quelli su cui lavorava Camillo Boito» disse Mariarita. «Camillo li ripiegava in modo da formare due o quattro facciate; Gherardo invece, come vedi, li copriva di scrittura da cima a fondo». «Hmm» annuì Stella. «Scrive ò e ài». «Sì. Gherardo ha gli stessi vezzi grafici di Camillo. Usa le forme del verbo avere con l'accento, e senza la h. E anche i punti al posto delle virgole, come hai visto nell'indicazione della data». «Tu, però, nella pagina web, hai cambiato il testo». «L'ho adattato alle forme più comunemente in uso oggi, come in molti lavori redazionali su testi scapigliati». «Gherardo è stato influenzato da Camillo più che dagli altri scrittori della Scapigliatura». «È una domanda o una constatazione?» «Una constatazione non del tutto sicura che richiede la conferma di un'esperta». «Se sono io l'esperta, confermo. Gherardo e Camillo erano molto amici, lo si comprende dai testi in possesso di Benito Caronte. Avevano affinità, cose in comune. Forse Gherardo ha ammirato di più Tarchetti e Praga, ma sicuramente si è sentito più vicino al più vecchio dei fratelli Boito. Di conseguenza, scrivevano in modo simile, anche nella forma». Stella annuì con la testa, senza parlare, e si immerse nella lettura del manoscritto. Leggeva a capo chino, chiusa in sé, in un'astrazione dal reale talmente compatta che pareva quasi di poterla toccare. Mariarita la osservava, con le dita intrecciate e i gomiti appoggiati sul tavolino, aspettando, ora guardandosi in giro, ora spiando le mani dell'altra, per timore che sgualcissero

i fogli. Ma Stella, per fortuna, sapeva trattare le cose antiche, specialmente quelle che "respiravano" ancora. «È una bella copia» disse Stella, quand'ebbe finito. «Non ci sono correzioni, a parte quella del titolo». Anche Mariarita aveva già esaminato il manoscritto; anche a lei pareva una ricopiatura in bella, eseguita frettolosamente, di getto, forse in un'unica sera. Qua e là il pennino aveva grattato la carta, e l'inchiostro aveva riempito le parti tonde di qualche lettera. «Ha pianto» disse Stella. Sì, nel passaggio in cui si narra della creatura dell'anatomista (non in quello in cui si scopre Carlotta morta) c'erano un paio di sbavature, che sembravano prodotte da lacrime diluite nell'inchiostro. «E questa? L'avevi notata?» «Sì. Ma non so cos'è». Sul margine destro del penultimo foglio c'era una macchiolina scura, di un bruno rugginoso. Stella estrasse dalla borsa una lente d'ingrandimento, avvicinò la lente alla carta e il viso alla lente. Curva sulla tavola, scrutò a lungo la piccola macchia. «Potrebbe essere sangue». Sangue. Mariarita ne fu lievemente scioccati: con macchie di quel tipo, si pensa alla marmellata, al sugo di pomodoro, alle vernici degli effetti speciali dei film, mai a vero, drammatico sangue. Sangue sul manoscritto di Sublime anima di donna? «Forse Gherardo si è tagliato» disse. «Ne dubito. Se si fosse tagliato un dito, mettiamo, avrebbe sanguinato di più. Questa è un'emissione minima...». «Allora, se è sangue, come può essere stato versato?» «Non lo so, non ne ho idea». «Eppure, gli spargimenti di sangue sono la tua materia!» disse Mariarita, lievemente provocatoria. L'altra la ricambiò con un'occhiataccia. Stella passò a esaminare le carte che accompagnavano il manoscritto. La prima, grande quasi quanto un foglio di carta

Fabriano, recava, accanto a una figurina femminile in crinolina graziosamente atteggiata nell'atto di aprire un ombrello da passeggio, la seguente intestazione:

MADAMA GIOCONDA ARTICOLI DI MODA

e, vergato in una pretenziosa grafia che sembrava mimetizzare gli svolazzi, le trine e i fiocchi della modista, con tanto di errori nel testo:

Con la presente, porgiamo all'illustrizzima attenzione e benevolenza della Signoria Vostra la nostra nota spese:

1 capellino con cigliegine L 60 2 paia di guanti di capretto L 30 6 cuffie con nastri L 35 4 camicie di batista L 40

Totale L 165

«Il conto della sarta» disse Stella. C'era poi un pezzo di carta rosa, forse un foglio di carta da lettere tagliato a metà:

Addì 20 aprile 1871 Ricevo dalla signorina Luigia Pasotti la somma di lire 50, con l'interesse del 70%, per un totale di lire 75, da essa dovutami per

Il testo si interrompeva: perché questa Luigia Pasotti doveva dei soldi, e a chi? Il creditore, accortosi di aver sbagliato il calcolo (la somma totale è 85 lire, non 75), aveva ricominciato a stilare la quietanza di pagamento da un'altra parte, serbando

il foglio per eventuali altri usi. Sul retro, infatti, ecco una lista compilata dalla medesima mano:

Quattro uova fresche di giornata Sei ciotole abbondanti di farina Tre cucchiai di zucchero Strutto Un pizzico di sale Lievito Una scorzetta di limone

«Sembra la ricetta di una torta». L'ultimo documento non era autografo; si trattava probabilmente di un'illustrazione strappata da qualche libro, o giornale. Rappresentava una coppia di amanti in costume da poema epico cavalleresco (Tristano e Isotta?) avvinghiati in un torrido abbraccio; l'uomo sorreggeva la donna che teneva il busto reclinato all'indietro, in una specie di semi casqué di tango. I due non si baciavano, ma i visi di profilo con gli occhi semichiusi e le labbra aperte in un sospiro, parevano inesorabilmente calamitati l'uno verso l'altro. C'era pure una didascalia, al piede:

Il nostro amore sfiderà la morte!

«Che idea ti sei fatta della persona che possedeva queste carte?» chiese Stella. «Era, con ogni probabilità, una donna. Una donna che prestava denaro a usura con l'interesse del 70%, abbastanza istruita per scrivere senza errori. Avida, venale, un po' gretta: ma le piaceva credersi sentimentale e buona, cucinava torte, scriveva su carta rosa e sognava sui romanzi d'amore. Chissà perché, la immagino non più giovane, ma con la mania di vestirsi da ragazzina. Poteva spendere per un "capellino con cigliegine" quasi la somma che al povero Tarchetti bastava per

campare un intero mese. Però era tirchia, non buttava via neppure un pezzetto di carta, perché poteva sempre servire. Potrebbe essere Cate, la pensionante di Gherardo». Stella annuì brevemente, per significare: affermativo, sono d'accordo; poi cambiò idea, scosse la testa: negativo, non può essere lei. «Gherardo l'ha mollata, madama Cate». «Forse, in seguito, è tornato a pensione da lei». «Se l'antiquario ti ha venduto libro, manoscritto e carte insieme, può significare che alla data segnata su questa brutta copia di ricevuta di pagamento, il 20 aprile 1871, Sublime anima di donna si trovava in possesso di questa donna». «Sì, immagino di sì». Stella aprì Re Orso. Era stato quello a costare caro a Mariarita: si trattava infatti della prima edizione, quella di Milano, del 1865. «L'ho già esaminato io: non c'è nulla di rilevante, a parte quell'annotazione». Dietro il frontespizio, nella grafia di Gherardo, erano riportati, da una poesia dello stesso Boito, Dualismo, apparsa per la prima volta sul Figaro il 18 febbraio 1864, i seguenti versi:

Son luce ed ombra; angelica farfalla o verme immondo, sono un caduto chè rubo dannato a errar sul mondo, o un demone che sale, affaticando l'ale, verso un lontano ciel.

«Questa dell'angelo che non ha cielo mi sembra di averla sentita in due dozzine di canzoni» disse Stella. «È entrata nell'immaginario collettivo e nel linguaggio. Lo era già, ai tempi dei fratelli Boito». «Mi sembra però che questo genere di letture sia in contra-

sto con il quadro della personalità della nostra donna». «Già, pare anche a me». «Mariarita, non ti sei mai chiesta perché Gherardo non ha firmato il suo racconto?» «Certo che me lo sono chiesta. La risposta sta in quello che gli ha detto Camillo, ricordi? "Non sei sicuro di te". Gherardo voleva lasciarsi aperta una via di fuga. Temeva il giudizio dei colleghi, dei lettori, dei critici». Stella allargò le braccia, parlò con la voce secca e spazientita che le veniva quando non trovava risposte immediate. «Scriveva in brutta copia, poi ricopiava. Forse questa è solo una delle belle copie, per combinazione l'unica sopravvissuta. Bisognerebbe scoprire per chi l'aveva eseguita. Non credo che sia stata madama Cate, o nessuna tipa che portava le cuffiette con i nastri e cucinava torte. Credo piuttosto fosse la persona che leggeva i versi di Arrigo».

«Dove mi stai portando?» «Lo vedrai». Dopo la puntata alla Cariplo, Stella aveva chiesto a Mariarita se aveva ancora un po' di tempo e, alla risposta affermativa di quest'ultima, l'aveva fatta risalire in macchina ed era partita. Ora le due donne stavano viaggiando verso la periferia sudest, lungo il naviglio Grande. «Insomma, dove andiamo? Io ho da fare, oggi!» «Dopo ti riporto a casa. C'è un posto che devi assolutamente vedere». «Quale posto?» «Siamo quasi arrivate». Prima di San Cristoforo Stella parcheggiò l'auto davanti a un capannone industriale di una nota ditta di gelati. Oltre la cancellata di cinta, nel parcheggio, c'erano due furgoni blu dipinti a coni di vaniglia e cioccolato che venivano, da invisibili mani, spiaccicati l'uno contro l'altro. Poco più avanti, su un'area di

sosta deserta, giaceva la carcassa di una FIAT 126 priva di ruote e di portiere, sventrata, svuotata, abbandonata alla devastazione del tempo e degli agenti atmosferici come un cadavere in un fosso. Ancora oltre, sorgeva un complesso residenziale di quattro edifici dalla sommità sghemba, decorati al centro con una fila di piastrelle blu, che a Mariarita parvero vecchi bagni rivoltati ed esposti. L'acqua del naviglio Grande era torbida e agitata, e neppure il fine e pallido sole del mattino riusciva a strapparle qualche scintillio. C'erano un paio di barconi ormeggiati, un edificio basso e quadrato, e all'ingresso due vasi di arbusti malati; l'insegna recitava: O SOLE MIO, e Mariarita pensò trattarsi di una di quelle pizzerie di periferia dove la pasta della pizza è collosa, il trancio di torta è vecchio di un mese, i camerieri ti trattano con disgusto, e il conto è salatissimo. Mariarita seguì Stella, che oltrepassò la pizzeria. Scendendo una breve rampa di scale in ferro battuto si arrivava a una specie di chiosco di legno montato su palafitte, con una terrazza scoperta che lo circondava da ogni lato: una via di mezzo fra una società di pesca e canottaggio e un ristorante del lungo Senna di Parigi. L'insegna, enorme, composta nella foggia delle attrazioni dei luna park, recitava:

I PIRATI DELLA COSTA

A uno dei lati della terrazza che dava sul naviglio, su un alto pennone, sventolava la bandiera nera con il teschio e le ossa incrociate. «I Fratelli della filibusta sul naviglio! Niente male, come idea!» gridò Mariarita. «Sapevo che ti sarebbe piaciuto» disse Stella. L'interno era arredato in stile marinaro esagerato, divertente, assurdissimo, con mobili da cabina di veliero antico, reti da pesca, timoni, e altra paccottiglia piacevolmente ingenua, come portacenere decorati con conchiglie. Alle pareti erano appesi quadri che rappresentavano vascelli in navigazione, paurose

mareggiate di schiume ribollenti su onde plumbee da discesa nel Maelstrom, calme marine con soli rosso fuoco al tramonto, barche a remi in secca nella luce lattiginosa dell'alba, e ritratti di fantasia di leggendari pirati della storia e della fiction, come Barbanera, Morgan, e la figlia del Corsaro Nero. C'erano finestre a oblò e botole sull'impiantito di legno. E, ai due lati del banco del bar due polene (autentiche? Sì, probabilmente sì), due sirene dalle schiene inarcate, i seni nudi, le braccia che parevano incatenate a circondare le teste dalle lunghe chiome serpentine. In un angolo del locale, a sdrammatizzare, sedeva un clownesco pupazzo in canotta a righe da marinaio, pipa in bocca, pappagallo sulla spalla, benda nera sull'occhio sinistro, braccio sinistro terminante in un uncino, gamba sinistra di legno. Mariarita annuì, con aria di approvazione. Sedette, con Stella, a uno dei tavoli liberi, perché, malgrado l'ora, il locale era già pieno: di una fauna umana giovane, svelta, non facilmente inquadrabile nello schedario delle usuali maschere sociali. C'erano vagabondi on the road con i loro cani, l'aria fatta e felice, ragazzi del tipo macho e più femminilizzati, con sciarpette e orecchini, ragazze con quella simpatica aria ardita e violenta che hanno le giovanissime delle bande, altre del tipo bambola, colorate e dolciastre come caramelle, e anche giovanissimi africani e slavi; ma tutti avevano più o meno l'aria di stranieri. In un angolo, un tizio con una faccia gialla da morto, praticamente senza naso, stava eseguendo giochetti di carte per divertire gli amici: quattro ragazzi, due con i capelli lunghi e due rapati, e un ragazzino che non avrà avuto più di tredici anni. A Mariarita ricordavano i fricchettoni che aveva conosciuto da bambina accompagnando in giro sua madre; ma questo era fricchettonismo della seconda generazione, leggero, aereo, immediato, privo di passato e inibizioni. Se è vero che i luoghi assorbono parte dell'anima di chi li abita, in quel luogo si respirava un'atmosfera estremamente nuova, elettrica, fluida, volatile.

Di qualcosa che non stava mai fermo. Un uomo si avvicinò al loro tavolo, salutò Stella e si presentò. «Adonis». Aveva una stretta di mano mista: partiva molle, esitante, poi si rafforzava fino a chiudere le dita in una morsa di ferro. «Adonis è la mente pensante dei Pirati della costa» disse Stella. Il gestore del locale. Adonis dimostra un'età fra i trenta e i quaranta (probabilmente trentasei), e ha una faccia di quelle che si dimenticano subito dopo averle viste. Mariarita lo identificherà soltanto in base a due elementi: i capelli folti, color castano dorato, tagliati a casco, e gli occhiali dalla montatura di metallo chiaro. Adonis si chinò su Stella e le disse, con autoironica aria da cospirazione, che Jonathan si era messo al lavoro e l'Operazione Melissa era partita. Jonathan, spiegò Stella a Mariarita, era quel suo amico programmatore di software che avrebbe infettato il computer di Caronte. «Va bene, ma cos'è l'Operazione Melissa?» «Melissa è un virus veramente cattivello. Non distrugge i file del disco fisso, ma li "gonfia" con altri file dal contenuto pornografico». Il malcapitato colpito da Melissa apre i suoi file e, invece di trovarci quello che ci aveva memorizzato, mettiamo le denunce dei redditi dei suoi clienti, tra l'IRPEF, l'IRPEG e l'ILOR trova fiche, cazzi e culi combinati in tutti gli incastri possibili, pompini, slinguate e così via. «Per uno come Caronte» dichiarò recisamente Stella «dev'essere terribile!» «Dipende dai punti di vista. Per un altro, invece, può essere meraviglioso» disse Adonis, e rise: una risata di petto, da baritono, sonora e contagiosa. Mariarita si unì alla risata. «Come le è venuta l'idea di questo posto?» gli chiese. Non l'avesse fatto mai: per una ventina di minuti, Adonis si lanciò in una lunga, compulsiva, egocentrica spiegazione, a cui Mariarita sopravvisse a stento.

In breve, durante i primi anni, Adonis ha vissuto in una Casa dello studente, grazie a una borsa di studio. Dopo la laurea in architettura, si è mantenuto, rinnovando periodicamente il permesso di soggiorno, facendo i mestieri più disparati: cameriere, scrittore di tesi di laurea a pagamento, insegnante di lingue, fattorino, baby sitter e dog sitter, rappresentante per conto di una ditta di sanitari (venditore di cessi!). In seguito, ha lavorato per due anni come aiuto cuoco in una tavola calda vegetariana, preparando insalata alla greca per gli yuppies milanesi all'ora della pausa pranzo, e lì ha visto la Luce e scoperto la propria vocazione («Avrei avuto un locale mio»). Nello stesso periodo, potenza del destino, ha conosciuto Violette, un'immigrata iraniana, e i due si sono messi insieme. Indebitandosi e inguaiandosi, hanno rilevato un ristorante stile western che era fallito, lo hanno buttato all'aria, ristrutturato, reinventato, e così era nato i Pirati della costa. Trafficando e arrangiandosi, Adonis e Violette hanno lanciato il locale facendo distribuire da amici, per tutta Milano, volantini che rappresentavano un arrembaggio. «Ho pensato» concluse Adonis, con una specie di giocosa solennità (A Mariarita ricordò tanto Anthony Quinn in Zorba il greco) «che tutti quelli come noi, al di fuori degli altri posti, dovevano avere un posto». «Ma chi sono» chiese Mariarita «i Pirati della costa?» I Pirati della costa, spiegò Stella, mentre Adonis approvava e rideva, sono tutti quelli senza un lavoro fisso, un reddito fisso, una coppia fissa, sicurezze fisse, e forse addirittura un'identità fissa. Quelli che i mestieri devono sfuggirli, o inventarseli. Quelli che non riescono a vedere nel loro futuro se non da lì a ventiquattr'ore. Quelli senza tetto né legge, che hanno rinunciato anche alle ultime illusioni di normalità a cui ancora si aggrappano gli altri. Pirati contemporanei. Sono extracomunitari (compresi gli italiani trattati da extracomunitari nel loro paese), vagabondi metropolitani, suonatori

di strada, falsi mendicanti che si piazzano in ginocchio per strada con cartelli tipo HO FAME, o che vendono cerotti, o che distribuiscono volantini nelle cassette postali. E ancora aspiranti modelle, cubiste che ballano in locali notturni, ballerine di danza del ventre, aspiranti cantanti, show girl, cabarettisti, mimi, illusionisti e attori che si esibiscono alle manifestazioni organizzate dal Comune o dalla Regione, partecipanti a talk show o quiz televisivi. E ancora sceneggiatori e scrittori, vincitori di concorsi letterari per inediti, satanisti, fondatori di nuove sette di cui spesso sono i soli componenti, maghi e sensitivi e cartomanti, indovini e venditori di numeri del lotto, pranoterapisti; insegnanti di danza jazz, commediografi, contemplativi di ogni religione, lettori delle mani, lettori dei piedi, terapeuti che curano con i suoni e i colori. E gente che commercia in sesso, ogni tipo di sesso: puttane creative di ogni tipo e per ogni tipo di passione, pornografi, agenti matrimoniali, ruffiani per scambisti di coppie, telefoniste erotiche, spogliarelliste, pornostar. E ancora, gente che procura l'angelo custode, che procura carte telefoniche per collezionisti, gourmet e anoressici, transessuali in ogni fase di metamorfosi, drag queen in carriera, astrologi specializzati in oroscopi di cani e gatti, insegnanti di ideogrammi giapponesi, conduttori di corsi di psicomotricità e psicodramma, di voga, di training autogeno, ex matti liberati e matti da rinchiudere. E c'erano anche, naturalmente, un po' di banditi, ma non (Adonis ci tiene a precisarlo) «tossici, spaccia, mercanti di schiavi, gente senza valori», solo ladri e truffatori creativi, alla Robin Hood, che rubano ai ricchi per darsi in quanto poveri, ladri di auto, di moto, di appartamenti, svaligiatori di ville, riciclatori di carte di credito rubate, falsificatori di documenti, simpatici figli di puttana, tipi capaci di vendere il Colosseo agli americani. E falliti che non si arrendono, e non mollano mai. Tutti quelli che battono bandiera nera. Quelli che non potranno mai apparire in uno spot. In altre parole, l'èlite dei marginali.

«È di loro che ti servi per le tue indagini, eh?» «Affermativo. Sai, si muovono molto velocemente». Certo, chi vive ai margini viaggia con pochi bagagli, e può raccogliere informazioni battendo piste insolite, introdursi negli ambienti più disparati, o penetrarvi con l'inganno. Mariarita sorrise: le piaceva quel miscuglio di banditismo minimalista e legge dell'onore da vecchia malavita milanese, quella corte dei miracoli di pirateria d'acqua dolce su cui Stella regnava come una regina pirata, una brigantessa da leggenda metropolitana. Un tassello in più per la costruzione del mito. Poi, subito dopo, fu attraversata da un sospetto. Era rimasta già troppe volte scottata, aveva fatto una specie di triste abitudine a essere strumentalizzata. «Mi hai portata qui perché vuoi che diventi uno dei tuoi Pirati della costa?» «Che stai dicendo?» «Sì, certo. Devi conoscenze negli zioni altrimenti di diventare mia aver pensato: questa lavora per Malenotti, ha ambienti politici, può aver accesso a informairraggiungibili. È per questo che stai cercando amica?»

«Non dire stronzate!» «Andiamo, Stella! Nessuno fa niente per niente». Stella incrociò le braccia nel gesto che nei test psicologici comportamentali significa mettersi sulle difensive, e che in quel caso voleva piuttosto testimoniare una presa di distanza da un'accusa. «Tutto quello che faccio» disse seria «lo faccio per divertirmi. Se ti ho portata qui, è perché questo è un posto divertente, e perché abbiamo un appuntamento». «Un appuntamento?» Senza aggiungere parola, volendo far capire che si sentiva offesa, Stella indicò con la mano dietro le spalle di Mariarita. Quest'ultima non fece in tempo a voltarsi, che un ragazzo vestito con jeans rattoppati e una maglia di lana a righe, e con una

grande cartellina da disegno sotto l'ascella, si stava già sedendo al loro tavolo, salutando e guardando Mariarita come se fossero stati all'asilo insieme e da allora non si fossero più lasciati. «Ciao!» «Lui è Dimitri» disse Stella. Dimitri poteva avere forse venticinque anni, ma ne dimostrava non più di diciotto. Era magrissimo, alto, con un viso scavato fino a mostrare l'ossatura che sosteneva i suoi tratti irregolari, un'espressione infantile e occhi chiari molto vivi e intelligenti. I capelli, decolorati, erano fissati con il gel in una serie di spuntoni da istrice. Se la faccia, giovane e appena appoggiata sul teschio, suggeriva un'idea di fragilità, la testa somigliava invece a un'arma da torneo cavalleresco. Aveva l'aria di uno di quegli intellettuali non belli che si fanno sopportare in compagnia a furia di citazioni pseudocolte e battute. In effetti, Dimitri pareva uno che sa cogliere l'aspetto ridicolo pressoché in ogni cosa. E, a ben guardarlo, fra tutti i Pirati della costa, lui, forse, avrebbe potuto comparire in uno spot: di un telefonino dell'ultima generazione, offerto a prezzi di concorrenza da una nuova e agguerrita azienda di telefonia mobile. «Dimitri, spiega a Mariarita cosa fai per vivere». «Ricerche araldiche» disse Dimitri. «Vuoi dire» chiese Mariarita «che ti pagano per scoprire se sono nobili?» «Non sempre... ci sono persone semplicemente curiose di risalire oltre la terza generazione della loro famiglia. Mi incaricano di trovare le loro radici indietro nel tempo, chi erano i loro avi, da dove venivano, cosa facevano, cose così. Compilo alberi genealogici eccetera. Ma ci sono anche quelli che si gratificano all'idea di essere conti, o marchesi, o anche soltanto baroni... per poter poi dire che non ci tengono. Io fornisco loro le prove, l'attestato di nobiltà e il blasone». «Naturalmente, se scopri che hanno origini nobili». «No. Se scopro che vogliono averle». Mariarita fece un risolino acuto, per significare che afferrava

il senso della frase. «Guarda. Questo è il blasone che sto preparando per un cliente». Dimitri aprì la cartellina, mostrò a Mariarita un disegno a china che rappresentava uno strano animale rampante, qualcosa fra un grosso felino e un lupo, ma con zampe più grosse del normale, e un tronco quasi umano. Notando lo sfondo di luna piena, Mariarita cominciò a capire: un licantropo da film horror. Allora, rise come non faceva da almeno sei mesi, e gli altri si unirono alla risata. «Non è possibile» disse Stella, con il suo tipico riso stridulo «che quello ci creda davvero!» «Ci ha creduto, ne è entusiasta». «Ma» continuò Stella «non controllano se è vero». «Non controllano. Non controllano mai. Comunque, se ho un cliente che vuole la verità, gli do la verità. Per me, è lo stesso». Ecco: in un romanzo del secolo scorso, gli avrebbero detto: "Dimitri, voi siete un filosofo". «Ne faresti uno per me?» chiese Mariarita. «Ti pagherei il lavoro». «Vuoi dire una ricerca seria?» «No, intendo un blasone inventato, come quello del lupo mannaro. So già che animale voglio: una gallina». Con un sorriso affilato come una lama, Dimitri prese un foglio bianco e una matita, disegnò il contorno di uno scudo; poi attaccò con la testa della gallina. «Lui» stava dicendo intanto Stella «è quello che ci vuole per scovare eventuali discendenti di Gherardo Orsi». «O di Stefan Blank. Ha già lavorato per la tua agenzia?» «Negativo. Veramente, questa è la prima volta che gli commissiono un incarico». «Non gli hai fatto fare ricerche su te stessa?» «Non ci tengo particolarmente a verificare se discendo da Sherlock Holmes». «Ti capisco. Anch'io non ho particolari curiosità in proposi-

to. La gallina va più che bene». Dimitri, intanto, aveva terminato di disegnare lo schizzo. «Ora lo ripasso a china, lo coloro e poi te lo faccio avere per mezzo di Stella. Non mi devi niente. È un omaggio della ditta». Sullo scudo, sormontato da una corona nobiliare, campeggiava una gallina nera con due uova luccicanti, nell'atto di cacarne un terzo. Un motto araldico recitava: "La gallina nera fa le uova d'oro". « È meraviglioso» sospirò Mariarita, sinceramente ammirata. Poi, mentre Stella stava impartendo a Dimitri le ultime istruzioni e gli forniva tutta la documentazione in fotocopia (il racconto Sublime anima di donna e gli appunti stesi da Mariarita dopo la lettura delle carte in possesso di Caronte), furono raggiunti da Violette, la compagna di Adonis, che portava un vassoio con tre aperitivi della casa. I bicchieri a forma di campana contenevano un liquido rosso sangue e una piccola bandiera pirata sul cui stecchino erano infilzati uno spicchio d'arancia e un pezzetto di ananas; accompagnavano l'aperitivo piattini con feta (formaggio greco tagliato a dadetti) e risotto molto aromatizzato. Violette è una bruna esotica, con una lunga chioma scura e occhi da gazzella, neri e umidi, vagamente a mandorla; indossa uno di quei caffettani che i nordafricani vendono per strada. A ben guardarla, sembra accessoriata dalla testa ai piedi con articoli venduti dai nordafricani per strada: sandali, collana, bracciali, persino gli occhiali da sole, che porta rialzati sul capo, a mo' di fermacapelli. La nuova arrivata sedette con loro, e spiegò che il risotto era un piatto del suo paese, e si cuoceva al vapore con pollo, manzo e spezie. Dalla cucina, senza soluzione di continuità, come se tutto facesse parte di un medesimo discorso logico, passò a raccontare la storia della sua vita. Violette viene da una famiglia moderatamente progressista: la madre è insegnante; il padre, dentista, da giovane è stato a

Parigi, dove ha incontrato una francese che se lo è portato a letto e gli ha fatto cose che nessuna donna iraniana (e forse terrestre) gli avrebbe mai fatto: da qui, l'incongrua mania di chiamare le sue figlie con nomi francesi. La famiglia è piuttosto matriarcale (chissà perché, tutti sembrano crescere in famiglie piuttosto matriarcali), governata da una nonna molto saggia e mezza matta. Malgrado questo, Violette non riusciva a vedere il suo futuro in Iran, non si sentiva possibile nel suo paese e il suo paese non era possibile per lei; e così, quando si è presentata l'opportunità di concorrere per una borsa di studio in Italia, non se l'è lasciata sfuggire. Tutto il senso della vita di Violette è racchiuso in questa frase: «Non mi sono permessa di guardare un uomo finché non sono arrivata in Italia». Altro momento epico della Violette-story: all'arrivo a Roma, completamente sola in un mondo sconosciuto, con un borsone che contiene tutti i suoi averi, con pochi soldi in tasca, ha camminato tutta la notte per la città, crepando di paura e nello stesso tempo ridendo per quella folle ilarità che prende a volte i condannati a morte o a una nuova vita. Il resto non è molto epico: la laurea in Scienze politiche, il trasferimento a Milano in cerca di lavoro, il rapporto di coppia: lunghi anni di una routine italiana logorante e deludente anche per gli italiani, ad assorbire cliché italiani, spezzoni di mentalità italiana, vizietti e vezzi italiani. Mentre l'ascoltava, sorseggiando il suo beverone dal sapore violentemente alcolico, Mariarita si domandò se distribuiva a tutti le sue confidenze con lo stesso spudorato candore: sì, i discorsi di Violette parevano preparati in anticipo, ripetuti molte volte per provarne l'effetto e sempre perfezionati, come il monologo di un attore. Stella, che doveva averlo già ascoltato, annuiva distrattamente, sospirando. Intanto, Violette continuava a trasmettere il suo fiotto di informazioni. In Iran ha ancora i genitori, la nonna, quattro zie, uno zio e una sorella di nome Arlette. Per risparmiare sui costi delle interurbane, ha stabilito con loro un sistema di comuni-

cazione sul principio dell'alfabeto morse, basato sugli squilli del telefono: due squilli significano che tutto va bene, tre che c'è qualche problema, e così via fino a complicatissimi messaggi in codice che significano parole e frasi. Attualmente Adonis la stressa, fa pressioni per allargare la famiglia, mentre lei non è preparata. Secondo Adonis, dove ci sono bambini la provvidenza dà una mano; mentre, secondo Violette, la provvidenza deve dare una mano prima. Inoltre, non può neppure pensare di mettere al mondo figli, se non ha ancora «messo al mondo se stessa». Violette, da grande, non vuole fare la gestora di un locale, ma diventare una grande scrittrice iraniana e un faro di luce e progresso per la sua gente. Da poco, disse con orgoglio, ha vinto un concorso letterario indetto dalla Provincia per giovani autori extracomunitari. A sua volta, Mariarita raccontò a Violette un po' di cose sue, della sua vita, delle due gatte che richiamavano il simbolo dello yin e dello yang; si limitò a una sola delle sue famose frasi autoironiche, quella circa il suo lavoro per l'uomo politico: «Bisogna pur guadagnarsi da vivere, in un modo o nell'altro. Nel caso mio, il modo è sempre l'altro». Violette ne rise molto, le prese una mano e disse, come se volesse suggellare un patto: «Bene... Allora, sei anche tu un Pirata della costa». Mariarita si sentì come se avesse appena superato un rito d'iniziazione, una prova estremamente difficile e disseminata di trappole, in seguito alla quale fosse stata ammessa in una confraternita molto esoterica ed esclusiva. «È stato molto istruttivo» disse, alzandosi. «Ma adesso devo lasciare la Tortuga e salpare». Stella e Mariarita si diressero verso l'uscita. In quel momento, entrò Sonia. «Mariarita!? Che ci fai qui, tu?» «Sono una sorella della filibusta ad honorem. Tu, piuttosto!» «Mi hanno detto che c'è un mago bravissimo, che legge nel futuro attraverso i tarocchi, e...».

«Sonia, ti presento...». «... siccome forse lui adesso esce con un'altra, lo so perché Pupo, quello che sta con Luci (Mariarita non sapeva chi fossero né Pupo né Luci) lo ha visto con una...». «... Stella». «... e allora, siccome non mi fido più tanto di Egizia e delle altre due, che mi avevano garantito che non aveva donne... Ho pensato di sentirne un altro, e vedere se è vero...». «Immagino» disse Stella «che il mago che cerchi sia lui» e indicò il tipo senza naso, che era rimasto solo in compagnia del ragazzino biondo. «Mariarita» disse Sonia «se la tua amica lo conosce, non potrebbe presentarmi e chiedergli che mi faccia un prezzo speciale?» Mariarita aveva sempre invidiato a Sonia due cose: primo, l'abilità nel chiedere sconti, favori, privilegi e, secondo, la pura e semplice abilità nel chiedere. Avvicinandosi con Stella e Sonia al tavolo del mago senza naso, Mariarita ebbe modo di osservarlo meglio: rimestava assorto le sue carte, senza particolari trucchi o show pirotecnici, stancamente, quasi infelicemente. Aveva veramente il colorito giallo ceroso dei cadaveri, che risaltava ancora di più a causa dei capelli nerissimi come la pece, lunghi e lucidi. E al posto del naso c'erano due fosse ovali e oscure che catturavano lo sguardo o lo costringevano a deviare con imbarazzo. Indossava una camicia bianca spiegazzata dalle maniche arrotolate, e un gilè di pelle consunto. Aveva uno zingaresco anello d'oro all'orecchio sinistro, e mani che non parevano da prestigiatore: molli, grassocce, scure, con peli neri e irti persino sulle falangi. Il suo compagno, molto abbronzato, il broncio autistico che a volte gli adolescenti oppongono al mondo, lineamenti in sospensione tra il grossolano e il delicato, braccia lunghe, mani enormi e boccoli da cherubino color biondo cupo e parecchio sudici, indossava un maglione di lana a righe bucato e sfilacciato, e aveva l'aria di uno che si trova dov'è per puro caso, e non c'entra

niente con quelli che gli stanno intorno. In quel momento, infatti, i due uomini non si guardavano e non si parlavano, come se non si conoscessero. Stella salutò il mago con una pacca sulla spalla e chiese per Sonia il prezzo speciale. Lui sembrò rianimarsi: più ancora, accendersi di colpo, come un congegno meccanico bisognoso di un avvio. Non solo accordò il prezzo speciale (cinquantamila per una lettura dei tarocchi, di solito prendeva il doppio), ma disse anche che Sonia era speciale: aveva una grande bellezza interiore, emanava un fluido positivo, sano, qualcosa di molto vicino alle forze vitali della natura. Poi, mescolando con più energia le carte, narrò una piccola autobiografia ufficiale, come già aveva fatto Violette (doveva essere un'usanza dei Pirati della costa). Il mago si chiama Manuel, è figlio di genitori di umile condizione, ma ricchi di esperienza e umanità, che gli hanno insegnato tutto quello che conta davvero, e non si impara in nessuna scuola, in nessuna università del cazzo (non che lui ce l'abbia con chi ha studiato, anzi, rispetta le persone veramente colte e preparate). Ha deciso di darsi all'illusionismo non solo per la sua grande abilità nella prestidigitazione, ma soprattutto dopo essersi accorto di essere avvantaggiato rispetto ai colleghi dal suo problema del naso: non avrebbe avuto bisogno di distrarre gli occhi del pubblico dalle sue mani con i soliti espedienti, sarebbe bastata la sua faccia. D'estate, fa il giro della provincia esibendosi come prestigiatore; d'inverno, mette le sue capacità di veggente e sensitivo al servizio degli altri e legge il futuro. Il ragazzo con lui non è giovane come sembra, ha quasi sedici anni, ed è il suo amante. Mentre quest'ultimo fissava le tre donne con una lucetta sorniona e sfottente nello sguardo, Manuel distribuì i tarocchi sulla tavola dal legno tagliuzzato e umido, scostando le bottiglie e i bicchieri mezzi pieni di birra. Dispose una carta al centro e le altre intorno, a croce: la papessa, il diavolo, gli amanti, la luna, il mondo. Disse a Sonia che era una persona generosa,

con un'enorme carica umana e tanto amore da dare, che aveva sofferto molto nella vita, che qualcuno l'aveva tradita; il suo "potenziale" era enorme, ma lei si voleva male, era nemica di se stessa, e spesso si faceva autogol a causa delle sue insicurezze. Avrebbe riavuto il suo uomo: non subito, naturalmente, doveva saper aspettare. Però, nel frattempo, un altro stava apparendo e sorgendo al suo orizzonte. Qui, sull'orizzonte, Manuel non vedeva più molto chiaramente: l'uomo giusto c'è, ma potrebbe essere sia il nuovo sia il vecchio rinnovato, che accetti di cambiare per amor suo. Manuel prese la mano di Sonia fra le sue. «Devi tenere duro» disse con tenerezza, scrutando e accarezzando il palmo di lei, come si fa con un oggetto di valore che si desidera ma appartiene ad altri. «Lo so che è difficile, ma tu sei forte e un giorno troverai il tuo equilibrio, la tua serenità. Avrai molta fortuna in vecchiaia, perché sei una bella persona, e le belle persone risplendono soprattutto quando il fascino del corpo scompare, ed emerge la luce dell'anima». «Anche tu sei una bella persona» disse Sonia, guardandolo con amore. Manuel continuò ad accarezzare la mano di lei con la propria, il palmo rivolto in su, con un movimento da spatola. I due si sorridevano. Mariarita ammirò la perizia professionale di Manuel. Fino a questo punto il mago si era comportato molto bene, prevedendo tutto quanto era più o meno prevedibile. L'uomo sarebbe tornato e, se non fosse tornato, ce ne sarebbe stato sicuramente un altro. Abile, preciso e carezzevole, non aveva detto una parola di troppo, e neppure era stato troppo vago: proprio bravo. Ma, di colpo, lui ebbe qualcosa come uno scatto emotivo, uno sbilanciamento: forse, l'essersi sentito dare della bella persona gli aveva fatto perdere la misura. «Devi stare attenta all'invidia e alle forze negative, soprattutto quelle prodotte da te stessa. E dovrai superare una dura

prova. Fra qualche anno avrai un incidente d'auto in cui non perderai la vita, ma riporterai gravi danni fisici. Ne uscirai fuori, ma ti occorrerà molto tempo per la riabilitazione». Ah, no, no, no! Conoscendo Sonia, c'era da temere che avrebbe cercato di procurarselo, l'incidente. Stella lanciò un'occhiata a Manuel: che cazzo dici? Il ragazzino fece un sorrisetto di compatimento, come una moglie che deride un passo falso del marito. Manuel si schiarì la voce, scrollò le spalle e disse: «È tutto piuttosto confuso. Forse mi sono sbagliato. Vedo un mezzo meccanico, ma... Non sarà un'auto, sarà un aereo. Sì, devi stare attenta agli aerei». Così andava meglio. L'aereo non poteva pilotarlo Sonia. Manuel strinse la mano di Sonia, e poi la scostò da sé con un gesto deciso, definitivo. «Avrai due bambini. Sarai un'ottima madre». Quando se ne andarono, Mariarita e Stella lasciarono Sonia e i due uomini che ormai chiacchieravano animatamente, come solo possono fare gli amici di corta data. Il ragazzino non era più congelato nel suo blocco di sprezzante estraneità. Malgrado la sua storia con il mago stava corteggiando Sonia. Forse, si era messo in testa di essere lui l'uomo all'orizzonte. La sera stessa, come d'accordo con Stella, Mariarita telefonò a Caronte. La chiamata fu tempestiva e, con suo grande sollievo e soddisfazione, Mariarita scoprì che non avrebbe potuto scegliere un momento migliore: non tanto presto perché lui non potesse ancora essersi accorto che il suo computer era stato infettato da Melissa, non tanto tardi perché avesse già provveduto a risolvere il problema. Dapprima, Mariarita finse di voler trattare la consegna della seconda parte delle lettere di Gherardo Orsi. Ci furono un bel po' di convenevoli, tiraemolla, rifiuti ambigui, concessioni altrettanto ambigue, di "mia cara Fortis", allusioni e allettamenti eccetera. Dopodiché, fu proprio Caronte a entrare nel vivo della questione. «Del resto» disse «in questo momento non potrei farle leg-

gere proprio nulla. Tutto il testo memorizzato sul mio computer è inquinato». «Inquinato? Ci sono i colibatteri?» L'uomo credette che lei avesse parlato sul serio. «Ma no, che sta dicendo?» ribatté, spazientito. «C'è un virus, e non sono riuscito a capire da dove sia arrivato». «Forse il suo computer ha avuto un rapporto sessuale a rischio con un altro computer». Stavolta, Caronte capì che era uno scherzo, ma non gli piacque di più per questo. «C'è poco da ridere. Se sapesse che genere di guaio è...». Era la palla da prendere al balzo. La conversazione, già divertente, prometteva di diventare una vera libidine. Caronte era il tipo d'uomo che racconta storielle oscene in compagnia di altri uomini, mima l'atto sessuale con il pugno, e ride agli spettacoli goliardici, ma si scandalizza se una donna dice vaffanculo. Erano anni, da quando si era messa a frequentare giovani figli di padri educati dal femminismo, che non le capitava un uomo così, e aveva tutta l'intenzione di goderselo. «Non so il suo, di guaio, ma il mio è stato piuttosto imbarazzante... Sì, imbarazzante, al principio: poi anche istruttivo... Per tutta la mattina, non sono stata in grado di lavorare». «Perché, anche lei ha avuto problemi con il suo computer?» chiese Caronte, come se apprendesse che lei ne possedeva uno, e prima ne avesse dubitato. «Immagini la scena: apro un file che contiene anche materiale fotografico, e al posto dell'immagine di una cattedrale gotica, che mi aspettavo, vedo il primo piano di una tizia che succhia un cazzo». Ci fu un silenzio dall'altra parte della linea, ma un silenzio che risuonò fragoroso come un bombardamento. Il suo interlocutore dava l'impressione di non essere più in ascolto: forse era caduto, precipitato da un'altezza vertiginosa, e quell'esplosione senza suono era l'impatto a terra. «Comunque» continuò Mariarita «per fortuna, entro la gior-

nata, sono riuscita a risolvere il problema. Ho chiamato un mio amico, tecnico informatico. Lui mi ha spiegato che il virus si chiama Melissa, arriva attraverso gli allegati alla posta elettronica, e inquina i file con materiale pornografico. Il che, per qualcuno può essere orribile, e per qualcun altro meraviglioso... Jonathan, questo è il nome del mio amico, ha sterminato il virus. Lui è l'unico a possedere attualmente un programma antivirus valido contro Melissa. Cioè, voglio dire, fra un po' tutti avranno il programma antivirus, ma lui è riuscito a procurarselo in anteprima». Lassù, a Bellano, ancora silenzio. Caronte non fiatava, non come qualcuno che non parla, ma come un assente. Per un istante, Mariarita temette di averlo ucciso. Poi, ci fu qualcosa come un debole sospiro, un rumore di fogli smossi (perché maneggiava fogli?), e infine la voce, lontana, strangolata da una strana raucedine. «Mi è successa la stessa cosa». «Davvero? Allora, abbiamo la medesima infezione... Non noi personalmente, i nostri computer... anche se si può dire che ormai i nostri computer fanno parte di noi, del nostro corpo...». Mariarita ridacchiò. Sperò che, malgrado lo choc, Caronte avesse ben memorizzato che il suo amico Jonathan era l'unico a possedere un programma antivirus valido contro Melissa. «Come le dicevo, è stato un po' imbarazzante, e un po' istruttivo... Ho visto di tutto: inculate, leccate di fica, scopate con cani, con cavalli, con serpenti... roba che non sapevo neppure si potesse fare... E poi, ogni volta che scorrevo un testo, mi arrivavano annunci erotici di tipi che chiedevano le cose più incredibili...». Mariarita gongolava. Immaginò se stessa nell'atto di fregarsi le mani: lo avrebbe fatto, se non ne avesse avuta una impegnata a solleticare la gatta nera. «Per esempio, c'era un tipo che diceva di essere un operaio e di voler venire a casa mia con un paio di tenaglie. Non ho capito se era davvero un operaio che voleva sfogare lo stress del lavoro in fabbrica, o se l'operaio era un ruolo erotico. Era chiaro solo cosa voleva fare con le

tenaglie...». «Eh...!» protestò Caronte. Mariarita poteva percepire, attraverso la linea telefonica, i sentimenti di lui: indignazione, collera repressa, spiazzamento completo, imbarazzo, paranoia,disgusto, forse eccitazione. Era troppo bello. Decise, comunque, di accantonare le tenaglie per qualcosa di ancora più maligno. «Anche lei ha imparato qualcosa di nuovo? Cosa ha visto sullo schermo del computer?» Caronte gemette, produsse di nuovo quel rumore di fogli smossi (perché? temiamo fortemente che questa domanda resterà senza risposta) tossì, e disse: «Niente di speciale». «È strano. Le specialità c'erano proprio tutte!» «Niente che non conoscessi già. Non era interessante... Quelle cose, io preferisco farle, piuttosto che vederle. Non so se mi spiego». Mariarita lo immaginò mentre faceva quelle cose: in segreto, al buio, con una puttana, o con qualche moglie adultera di Bellano, e come se non fosse neppure lui a farle. Come in un sogno, un trip. «Comunque, è una bella seccatura» disse. «Non è possibile lavorare con l'immagine di un cazzo finto davanti agli occhi. Distrae leggermente». «Come ha detto che si chiama quel suo amico con l'antivirus?» «Jonathan. Jonathan Vannucci». «Per gentilezza, mi darebbe il suo numero di telefono?» Mariarita finse di cercare in agenda. In realtà, aveva un biglietto da visita fornitole da Stella. «Sì... aspetti, lo sto cercando... Ah, eccolo qui. Lui è di Milano, ma lavora anche in trasferta. Gli dica pure che la mando io. In poco tempo, vedrà, le ripulirà il computer». Mariarita scandì il numero. «Grazie» disse Caronte, con un curioso tono sottomesso. «Non c'è di che».

Prima di congedarsi, Mariarita non poté trattenersi dal porre un'ultima domanda, di un'acuminata perfidia: «È sicuro che poi non lo rimpiangerà, il virus Melissa?». «Può darsi» si lasciò strappare Caronte, ormai vinto, prima di riattaccare. Mariarita si allungò sulla sedia, ridendo di piacere. Era più di quanto avesse osato sperare, bello, bello, bello! Valeva la pena di vivere, per momenti così.

Il dono divino dell'insicurezza N

el weekend successivo Mariarita condusse Stella a conoscere i suoi genitori. Questa di portare fidanzati e amiche del cuore a casa dei suoi, somiglia un po' al gesto del gatto che mostra ai padroni le sue prede tenendole in bocca e le depone ai loro piedi, ed è una mania di cui preferirebbe, se potesse, liberarsi: le puzza di dipendenza, di ricerca di approvazione da parte dei grandi, di cordone ombelicale mai tagliato. Ma tant'è, c'è ricascata anche questa volta, forse anche perché era sinceramente curiosa di verificare se Stella sarebbe piaciuta a suo padre e a sua madre: l'investigatrice, in effetti, rappresentava un'incognita. Sarebbe stata una bella sfida all'OK Corral schierare Stella del Fante contro i parenti terribili. Roberto Fortis, il Father, come lo chiama la figlia, dirigente di banca in pensione, è (ed è sempre stato, a memoria di Mariarita), sempre uguale a se stesso: un uomo vecchio stampo, costruito, cioè, con uno stampo vecchio, non nuovo e non antico ma soltanto vecchio, e perciò inclassificabile, indecifrabile, che sfuma nell'enigmatico. Dopo aver per anni e anni sondato le pieghe più riposte dell'enigma paterno, Mariarita è giunta alla conclusione che tale enigma è vuoto. Se mai il Father le è apparso misterioso, appena lievemente mitico, è stato sicuramente per quella zona del suo carattere ignota persino a lui. Da ragazzo avrebbe voluto fare il cantante, poi è finito in una banca. Di carattere fondamentalmente dolce, sentimentale, pateti-

camente borioso, un po' incline alla depressione, si commuove per storie di vecchietti rinnegati dai figli dopo aver lavorato tutta una vita per farli studiare, o cani persi che ritrovano la strada di casa. Non smette mai di stupire Mariarita, in quanto pare il prodotto di due personalità diverse miscelate fra loro: alterna momenti di un'erudizione abbagliante, ma limitata ad alcune materie specifiche, come le battaglie della Seconda guerra mondiale, gli strumenti per la riproduzione meccanica (dai vecchi registratori Geloso è passato alle cineprese, poi alle telecamere), le navi da guerra, i film di Totò, i pittori impressionisti francesi (specialmente Renoir), le canzoni melodiche italiane, la fauna ittica d'acqua dolce, a zone della più densa e untuosa ignoranza, per quanto riguarda tutto il resto. Stranamente, non ama il calcio (che chiama «il moderno oppio dei popoli»), e la domenica va a pescare, con altri dirigenti di banca in pensione: di frodo, in un laghetto attrezzato come spazio per campeggi. Prende trote e cavedani che nessuno cucina, e che la moglie getta nella pattumiera con disgusto non appena cominciano a puzzare. Quanto alla Mother, be', la Mother è tutta un'altra faccenda. L'Affaire Gabrielle, la chiamerebbero in un film francese, ed è stato un affare che ha eclissato tutta l'infanzia e l'adolescenza di Mariarita. Rotonda ma vigorosa, di quel pallore scialbo che hanno le persone che amano l'umanità e vogliono impegnarsi nel sociale, ma carica di sanguigna energia, del segno zodiacale dell'Acquario (era lei a tenerci e a dichiararlo, insieme alle altre generalità), Gabriella Piccione, a quarant'anni, dopo una vita di moglie e mamma, si è accorta di essere sempre stata oppressa e repressa in quanto donna, ha scoperto il movimento femminista, e ne è diventata un'attivista passionaria, assertiva e inesorabile. Mariarita non potrà mai dimenticare i suoi capelli ricci nerogrigi lunghissimi e spettinati, le sue gonne fricchettone, le sue collane di perline, le sue mani così avare con chi le stava vicino, così espressive quando si trattava di difendere i diritti

di collettività lontane, con quelle dita nodose, secche e dure che sembrano esprimere forza di convinzione, e gli occhi ispirati, pieni di una luce di riforma del mondo intero, che a Mariarita hanno sempre ricordato quelli di un attore che faceva Rasputin in una vecchia pellicola in bianco e nero. Mentre il marito, tetro e ipocondriaco, passava i pomeriggi al buio ad ascoltare Malafemmena, Gabriella usciva, partecipava ai cortei, ai convegni, alle occasioni culturali, faceva volantinaggio, volontariato al consultorio per le donne picchiate, violentate, messe incinte, sequestrate eccetera. Trascinata da una riunione a un comizio, da un incontro a una proiezione di film di donne turche (i film non avevano mai un autore, erano "di una donna turca, di una donna cecoslovacca", o semplicemente "di una donna"), in salotti gelidi e intossicati di fumo, Mariarita si sentiva un po' come quegli sventurati bambini costretti a seguire di porta in porta i parenti testimoni di Geova. A dieci anni, ha disegnato una scena di vita domestica: una donnina esile e smilza, curva, umiliata, sgobbava in cucina per servire un ometto seduto, con la pancia. La didascalia diceva: "I maschilisti fanno schiave le donne". Sono esperienze che segnano, come dice Mariarita parlando del suo passato. Anche ora che è adulta, pur con tutte le sue qualità dialettiche, non sa infatti spiegare come una madre che stava "dalla parte giusta" ha potuto traumatizzarla. Non ci crede nessuno, è questo a farle rabbia: e infatti, tutte le sue amiche dei tempi dell'università sbalordivano: «Problemi? Litigi? Incomprensioni? Non è possibile! Con una mamma così!». E lei dài, a tentare di spiegare che "una mamma così" può dominare, guastare, bruciare, tagliare gangli vitali quanto e anche più di una mamma non-così. Una Mother padrona. Una cosa Mariarita non ha mai perdonato a sua madre: aver rinunciato a «realizzarsi» per colpa sua, di Mariarita. E di più: dopo essere stata «castrata nelle sue aspirazioni» dalla maternità, Gabriella, invece di restare zitta, glielo ha dichiarato, sbandierato, fatto pesare, rinfacciato in tutti i modi, in privato e anche alla presenza

di estranei. Mariarita avrebbe tanto preferito che sua madre realizzasse le sue maledette aspirazioni (quali che fossero, non s'è mai saputo), invece di castrarsi, e poi castrare lei con i sensi di colpa, i ricatti sentimentali, il dispotismo democratico. Un giorno gliel'ha anche fatto, il discorsetto sopra. Gabriella è scoppiata in lacrime, e l'ha accusata di ingratitudine. Mariarita ha cominciato a piangere a sua volta, lamentandosi di non essere mai stata desiderata e amata. Gabriella ha mugolato: «Ma come non amata, se ho rinunciato alla mia vita per te!». E Mariarita: «Appunto, non dovevi rinunciare, dovevi abortirmi e viverla, la tua cazzo di vita!». Gabriella: «L'aborto non c'era, volevi che ti abbandonassi?». Mariarita: «Sì, davanti alla porta di un convento, in una notte di tempesta, per andare a fare l'avventuriera in giro per il mondo, farti fucilare come Mata Hari, così adesso, almeno, avrei una bella immagine di te!». Gabriella ha gridato: «Sei un mostro!». E a Mariarita non è rimasto che dirle: «Sei normale!».

Crescendo, Mariarita si è ribellata non alle idee materne, ma a quella specie di casalingato femminista da sede di collettivo (quante volte ha visto sua madre svuotare e pulire i portacenere dopo le riunioni di autocoscienza!), al lavoro a maglia e al telaio e agli infusi alle erbe come rimedi naturali alternativi alla medicina ufficiale, alle sue letture di testi prelevati nelle librerie delle donne (non leggeva altro), all'odio per il genere maschile (non Io sopportava neanche nella lingua italiana) sposato a un immaginario erotico-sentimentale da romanzo rosa. Per reazione, la sua immaginazione, i suoi desideri, la sua affettività si sono rivolti a quell'altra metà del cielo che nella sua adolescenza ha visto combattuta e vinta, a quell'esercito di sconfitti che si trascinava dietro morti e feriti, che si ripiegava sulle proprie nevrosi essenziali: gli uomini. Leggendo un libro o guardando un film, Mariarita si è sempre immedesimata nei personaggi maschili, anche nei più impervi e lontani dal suo

mondo: anche nelle guide alpine, nei cacciatori di taglie, nei giocatori di baseball, nei gruppi di sette o dodici criminali reclutati per missioni belliche da cui torneranno vivi in due. Gli uomini sono eroi, artisti, navigatori e santi: le donne sono Gabrielle. È fin troppo facile mitizzare gli uomini (è facile mitizzare chi non c'è), il problema è mitizzare le Gabrielle, con tutti i disgusti di una snervante quotidianità, l'odore del promiscuo, e i tic insopportabili, quelli per cui si può arrivare al delitto (Mariarita si vede talvolta sul banco degli imputati, a dichiarare: "L'ho uccisa perché pretendeva, per giustizia femminista, che dovessi chiamarmi Mariarita Piccione. E io non voglio chiamarmi Piccione!"). Le è rimasto, tuttavia, come retaggio della sua educazione, un vuoto, il bisogno di un modello femminile positivo, diverso da Gabriella. Una donna che non dice di volersi realizzare, ma si realizza senza dirlo. Una donna capitano. La casa dei coniugi Fortis è la stessa, l'appartamento di Trezzano sul Naviglio in cui sono sempre vissuti e in cui è cresciuta lei, Mariarita: in gergo immobiliare, un trilocale con servizi, due balconi, solaio e cantina, arredato con gli stessi mobili che acquistavano le coppie sposate che volevano essere moderne all'inizio degli anni sessanta: in legno di tek, anonimi, da studio di un medico della mutua di periferia. Gli oggetti di proprietà dei due abitanti, i registratori e le canne da pesca di Roberto, i vasetti di erbe e i libri di Gabriella, sembrano fuori luogo, cresciuti come una strana forma di muffa parassita. Mariarita, la casa, l'ha sempre vista, e tuttora la ricorda, così: come un curioso mix di ordine e disordine. I pavimenti sono lucidati a cera e l'aria odora di deodorante spray al limone, ma i tappeti sghembi formano pieghe in cui è facile inciampare e non mancano mai il fascio di riviste sulla poltrona, lo stendibiancheria con i panni ad asciugare in camera da letto, il cerchio scuro di caffè lasciato da una tazzina sporca sul tavolo di cucina. Le è sempre parso di vivere in una modesta pensione di montagna: pulita, un po' squallida, a gestione familiare.

Per la visita, Mariarita aveva indossato un paio di jeans neri che sarebbero stati da lavare e una felpa scolorita con la scritta DO IT AGAIN (chissà perché, quando andava dai genitori, si vestiva sempre al suo peggio). Stella, invece, era splendida. Truccata, profumata, con i capelli messi in piega, un abito di lana nera, un mazzo di fiori in una mano e una scatola di cioccolatini (dell'uomo sposato di Pa') nell'altra, luminosa e sicura di sé, sembrava emanare un'aura che la sottolineava e ingrandiva: una parola in grassetto nel testo. Ci furono le presentazioni con relative strette di mano, e i primi faticosi convenevoli; la detective, però, non sembrava imbarazzata. «Mariarita ci ha parlato tanto di lei» disse Gabriella (falso, si era limitata a telefonare per avvertire che portava un'amica). «Anche a me ha parlato tanto di voi» disse Stella (falsissimo, solo poche ore prima le aveva detto di non essere orfana). Mariarita disse che Stella aveva un'agenzia investigativa sua, e Roberto commentò che doveva trattarsi di un lavoro interessante. Mentre la moglie andava in cucina a preparare gli stuzzichini per gli aperitivi, il Father trascinò Stella ad ammirare la sua ultima telecamera, e finse per scherzo di volerla filmare. Chissà perché suo padre aveva questa mania di riprendere tutto, si domandò Mariarita. Da anni registrava e fotografava: non eventi eccezionali, ma roba come matrimoni, feste di laurea, gitarelle di un giorno con sosta per il pranzo in trattoria e, naturalmente, partite di pesca. Interrogato, rispondeva sempre, vago: «Mah... pensavo che sarebbe stato bello rivederlo fra vent'anni». Ora che effettivamente erano passati i vent'anni e anche i trenta, le fotografie, le pellicole superotto, i nastri di Roberto saltavano fuori nei momenti più impensati e impensabili, pezzi di un passato un po' insulso, indubbiamente ingenuo, a volte irritante, ma sempre commovente. Proprio lì, in quel momento, ne emerse uno: un miracolo di tenerezza e vergogna. «Oh, il vecchio registratore Geloso!»

Era proprio lui: color caffelatte pallido, con le bobine, mitico quasi come la FIAT 500. «Funziona ancora» disse orgogliosamente Roberto, e mise in moto l'apparecchio. Il nastro cominciò a girare, un'estremità che sporgeva dalla bobina in verticale, come un pennacchio. Si udirono rumori che sembravano di stoviglie, mormorii indistinti, una risatina, il tutto su un sottofondo raschiante, antico, e poi un improvviso rimbombo: una voce altissima, squillante, infantile, che gridava: «Settimo Michigan, aaavanti! carica! papparappapapparappapapparappapapparappapàààà!». «Spegnilo» disse Mariarita, arrossendo. «Eri tu?» chiese Stella. Sì, ahilei, la voce era proprio quella di Mariarita, registrata in una piovosa domenica pomeriggio. Se n'era completamente dimenticata, come pure dell'esistenza di quel reperto. Intanto, dal vecchio Geloso, veniva una voce maschile, quella di Roberto, che imitava il rumore del galoppo di molti cavalli (cioè, di un cavallo, ma si sforzava di farli sembrare molti), e poi un grido di guerra: «Aaaveeech!», e ancora la voce di Mariarita: «Gli indiani! Ma io non mi arrendo! Bang! Bang! Aaaahhhh! Sono ferito! Sono morto! Casco per terra!». «Basta...». gemette Mariarita. Si coprì gli occhi con la mano, fingendo più imbarazzo di quanto in realtà ne provava. Ma, in realtà, aveva provato una forte emozione, riascoltare quella se stessa di otto anni (o nove?) ormai cambiata, superata, scomparsa, viva e forte come allora su un vecchio nastro, esistente e nello stesso tempo non più esistente. «Mariarita era un maschiaccio» disse Roberto, premendo il tasto dello stop. «Giocavamo alle battaglie. Questa era Little Big Horn». «Stavamo dalla parte dei Sioux e di Toro Seduto» disse Mariarita. «Eravamo politicamente corretti in anticipo. Allora, tutti tenevano per il generale Custer». «Ho anche la battaglia di Alamo, da qualche parte...». Mariarita pregò suo padre giungendo muta le mani: "No, per pietà, la

battaglia di Alamo no. Basta e avanza Little Big Horn". Tornò Gabriella, con gli aperitivi al kiwi e gli stuzzichini: pizzette al formaggio calde. «Cosa stavate ascoltando?» domandò. «Le battaglie. Te le ricordi?» «Eh, come no» disse, disgustata. Roberto mostrò a Stella la sua collezione di videocassette di film di Totò e di CD di Peppino di Capri, il bottino della sua ultima pesca, due bestioni congelati contorti e nerastri, dall'aspetto decisamente inquietante («Porta via quelle schifezze!» gridò Gabriella). Intanto, Mariarita cercava di capire se Stella piaceva o no ai suoi genitori. Il Father sfoderava con lei una galanteria bonaria e leziosa che sicuramente da anni non aveva più avuto occasione di impiegare al meglio. Quanto alle prime impressioni della Mother, difficile a dirsi: Gabriella si era fatta più agitata e vivace, e parlava a scatti con voce più aspra del normale, il che poteva significare tanto pollice alzato che pollice verso. Aveva cucinato pasta gratinata con carciofi, involtini di verdure e torta di mele, e ingozzava Stella chiedendole continuamente: ((Ti piace? Non è buono?» (le dava del tu, come si usava fare vent'anni prima negli ambienti alternativi) e fornendole ricette e consigli su tecniche culinarie. Mariarita ricordò che, su quello stesso tavolo della sala da pranzo, intorno alla metà degli anni settanta, due volte alla settimana, dalle dieci del mattino a mezzogiorno, la Mother, insieme ad altre due donne del suo collettivo, praticava aborti con il metodo Karman, quando l'aborto era ancora fuorilegge: un atto di militanza politica. A tredici anni, lei studiava le sue lezioni e mangiava le merendine con i gomiti appoggiati a un tavolo su cui, appena poche ore prima, erano stati risucchiati feti di sei settimane. La cosa le ha sempre fatto uno strano effetto: se da un lato ha sempre ammirato Gabriella per il suo operato (rischiava il carcere e, per la Chiesa cattolica, un'eternità di dannazione),

dall'altro... Be', la Mother distruggeva embrioni umani, e immediatamente dopo tritava la carne per le polpette, tagliava le verdure per il soffritto, sbatteva le uova per la crema pasticcera, senza soluzione di continuità, come se tutto fosse parte di un'ordinaria routine domestica. Seduta con Stella e i suoi genitori alla tavola degli aborti, Mariarita provò una sensazione inesprimibile, che sfociò in un risolino nervoso. «Cos'hai da ridere?» chiese Gabriella, inquisitoria. «Niente». Niente? Gesù, niente. Niente, mamma: stavo solo pensando che, fra la battaglia di Little Big Horn e gli aborti, c'è da meravigliarsi che non sia diventata schizofrenica. E forse lo sarei diventata, se a un certo punto non mi fossi resa conto che anche gli altri hanno alle spalle storie familiari da schizofrenici. «Ti piace la torta di mele?» chiese Gabriella a Roberto. «Hmm. È grande». Con la bocca piena, soddisfatto, anzi beato. La cucina di Gabriella è uno dei punti fermi di Roberto, una delle colonne che lo tengono in piedi. Anche tu, Father, hai le tue responsabilità; il rancore che provo per te è poco meno acerbo di quello che ho per lei, giusto perché sei un uomo (un bambino), e provo un po' di tenerezza per te, mentre le donne, quando diventano mamme, non sono più bambine. Anche tu mi hai creata come sono, restando solo nel tuo paese dei balocchi e lasciandomi sola, senza mai un contatto di emozioni, una penetrazione di coscienze. In due in campagna e al luna park e al cinema la domenica, ma soli, come dice quella canzone, "soli in due mari lontani" e, aggiungo io, naufragati. Mi sei sempre apparso come un continente sconosciuto e inesplorabile. Il mio continente nero. Sempre con un muro davanti. Perché non mi hai mai parlato di sesso? Perché non mi hai mai raccontato delle tue scopate, ci andavi al casino, sì? Se non si parla di sesso con i padri, con chi se no? Mariarita fu distratta dai suoi pensieri dalla voce della Mo-

ther. «Ti piace la torta? È buona?» «Buonissima». «Hmm» borbottò Gabriella, come se temesse di essere presa in giro, e dopo un po' ricominciò: «Come vi siete conosciute, tu e Stella?». «Dai Pirati della costa» rispose prontamente Stella. «Dicevi che sei investigatrice. Su che cosa indaghi, precisamente?» «Su un po' di tutto». «Anche sugli assassini?» «Specialmente sugli assassini» si lasciò sfuggire Stella. E, una volta lasciatoselo sfuggire, non si fermò più, e fu lei a parlare, parlare, parlare: raccontò della sua infanzia, di suo padre Roger, dell'uomo nero, dell'agenzia, di Pa', e infine della sua storia con il killer del camion, incoraggiata da Roberto che la interrompeva solo per rilanciare il discorso, con molti: «Come hai fatto a» (ora anche lui le dava del tu) e «Non hai avuto paura di», e «Com'è andata che». Gabriella intanto rifletteva cupa, spalmando su una fetta biscottata la marmellata fatta in casa «con le sue mani», e scrollando la testa. «Io non lo farei» dichiarò poi, categoricamente. «Non mi sembra un lavoro per una donna». «Perché mai non dovrebbe esserlo?» disse Mariarita, punta sul vivo, come se la detective fosse stata lei. «Forse» disse Stella, che si era limitata a sorridere misteriosamente «tua madre pensa che una donna non dovrebbe correre rischi eccetera». «Prima di tutto io sono Gabriella, e non "sua madre". E poi, no, non intendevo quello. Volevo dire che una donna non va in giro a dare o prendere botte, non diventa soldato, non porta la pistola. Non fa quello che fanno gli uomini». Mariarita sospirò. Riecco le solite dinamiche materne: non era mai riuscita a comprendere per quale perversa alchimia la

Mother, che dichiarava di amare le donne e di lottare per la loro libertà, dovesse poi odiarle tanto, specialmente quelle giovani, brave e affermate. O meglio, lo capiva, ma non le piaceva capirlo. Era tutta la sera che Gabriella si comportava come se Stella fosse stata mandata sulla terra per renderla infelice. «Io faccio l'investigatore, non il soldato» disse Stella seria, aggrottando la fronte. Mariarita rise. «Lo so che non fai il soldato» riprese, pazientemente, Gabriella. «Ma non trovi che una donna, nel suo intimo, non dovrebbe provare certe attrazioni?» «Non lo so. Sinceramente, non so che cosa una donna dovrebbe o non dovrebbe provare nel suo intimo. Non ne capisco niente. Non ne ho mai capito niente. Neanche l'analista che avevo ne capiva niente, perciò sono tranquilla. Credo che nessuno ne capisca niente, e allora, la mia filosofia è: tanto vale fare quello che ci piace, senza porsi troppe domande». «Sì, ma... questa curiosità morbosa per gli assassini, questo andarli a cercare... questo gusto per la violenza... Scusa, ma... certe cose, io non so neppure dove sono, come sono, e se ci sono...». «Lo sappiamo solo noi uomini» disse Roberto: ma con vero sussiego, non come se stesse facendo ironia. Mariarita rise ancora più forte. «Cosa cazzo hai da ridere?» scattò Gabriella. Dio, come gliel'avevano invidiata, le sue amiche, una mamma in grado di dire cazzo! Questo avveniva nei mitici anni settanta, quando poche donne lo dicevano, e lei sì, e con quel suo stile inimitabile: estroso, civettuolo, accattivante. Ora, purtroppo, l'aveva perso, lo stile, e diceva cazzo solo quando era molto incazzata. «Niente... ah... Niente... ah!» «Io voglio solo dire, porca merda, che le donne sono dolci!» «Come la torta di mele?» disse Stella, e rise anche lei: con quella sua risata da film di Dario Argento. Gabriella non l'aveva

ancora sentita, e dovette sembrarle come una cascata di aghi di giaccio sul suo sistema nervoso surriscaldato. «Che fai, mi sfotti?» gridò. «Nno... No!» «Ma che cazzo c'entra la torta di mele!» «Dài, Gabriella» disse Roberto, conciliante. «Stella non voleva offenderti...». «Lo so io se voleva offendermi o no...». «Non volevo offenderti» disse Stella. «Mi è venuta così... per sdrammatizzare... Le donne sono dolci, come la torta di mele. La torta è un dolce, no?» «Lascia stare» disse Mariarita, mettendo la mano sul braccio di Stella. «Pur di dimostrare la sua teoria che le donne sono dolci, mia madre è disposta a spararti!» E crollò con la testa sulla tavola dal gran ridere, fra le briciole della torta.

Forse fu per l'ilarità delle donne-dolci, forse perché le dinamiche competitive con la Mother le stimolavano le risorse mentali, ma, quella sera stessa, le venne il dubbio. La ristrutturazione, di Raimondo Blanco. Il caso letterario, il romanzo sui due yuppie pedofili che massacrano tre bambini nei dieci giorni che precedono il loro matrimonio. La copertina del libro era di un candore opaco, e rappresentava un vecchio armadio da casa di campagna in una prospettiva deformata, con un piedino più in basso rispetto all'altro, e le ante a trapezio. Una delle ante era aperta a mostrare un buco nero, una voragine che si indovinava senza fondo, infinitamente popolata di spettri. Una visione di astratta paura metafisica. Mariarita aprì il libro alla pagina della dedica, di due righe, in corsivo: "A Biancamaria, che mi ha teso un filo attraverso il labirinto". Per un istante si domandò chi cazzo fosse questa Biancamaria che aveva salvato l'autore dal suo Minotauro personale, poi decise che non gliene fregava niente.

Lì, accanto alla dedica, qualcuno aveva scritto l'indirizzo e il numero di telefono di Raimondo Blanco: l'agenzia di Roma le forniva sempre questo genere di informazioni, nel caso le fosse stato necessario intervistare le persone sulle quali doveva informare Malenotti. Stefan Blank aveva manifestato l'intenzione di cambiare il proprio nome, di italianizzarlo. Forse, si era metamorfosato in Stefano Blanco, aveva continuato a vivere a Milano: e Raimondo Blanco, nato e cresciuto a Milano, poteva essere un suo discendente. Ma, forse, non era il solo a poterlo essere. Quanti altri Blanco c'erano, a Milano? Mariarita aprì il primo volume della guida del telefono della città, A-L, e... (no, Black Power, discoteca, non le interessava) ecco, i Blanco erano nove. Raimondo non si trovava fra loro: forse il contratto era intestato a un parente, o... a Biancamaria. Se Raimondo discendeva dallo scienziato Blank, forse lo sapeva. E, se lo sapeva, forse poteva valere la pena domandarglielo. Mariarita guardò l'orologio: mezzanotte meno dieci. Un'ora indecente per molti, ma decentissima per il tipo di scrittore che immaginava essere Raimondo Blanco: informale fino a crearne una forma. Le rispose una voce bianca, esile e impastata, da ragazzino molto piccolo. «Ppronto...». «Buo... buonasera, o forse dovrei dire buonanotte... Lei è Raimondo Blanco?» «Ssì...». Raimondo parlava come uno che si è appena svegliato, ma non poteva essere andato a letto così presto. Forse, si era appena fatto una canna. No, anche la canna era esclusa: le canne se le fanno i quarantacinquenni, e lui era troppo giovane. «Mi chiamo Mariarita Fortis». Gli disse che aveva avuto il suo telefono alla redazione della casa editrice, espose succintamente la verità, tutta la verità,

omettendo solo che lavorava per Malenotti: ci sono persone che, a contatto con la politica, mostrano ribrezzo e un certo spirito alieno, e Raimondo poteva essere una di queste. Disse di essere una scrittrice interessata al percorso letterario italiano dalla Scapigliatura alle ultime tendenze pulp, giovanili e cannibali, alle influenze e correlazioni e suggestioni eccetera. Dal momento che lui, Raimondo Blanco, sembrava mostrare (e dichiarare) nel suo lavoro eredità e debiti verso quelle antiche esperienze letterarie... «... mi chiedevo se non potrei venire un attimo a trovarla a casa sua, per fare due chiacchiere». « Nnon vedo pperché no...». No, niente brusco risveglio, e neppure droga leggera. Era proprio fatica, quella: di reagire, di articolare i pensieri, esprimersi, vivere. «Quando? Domani?» «Vva bene...». «Alle cinque del pomeriggio?» «No, alle sei-sei e mezzo... prima devo andare a... cconsegnare una cosa». «Alle sei-sei e mezzo, allora».

Ma l'indomani, alle sei-sei e mezzo, Raimondo Blanco non sembrava più la persona che si difendeva dalle urgenze della vita sprofondandosi in una specie di ovattato dormiveglia. Era ben sveglio, attento, e pronto di riflessi: i larghi occhi castani, da vitello, la scrutavano con benevolenza, sembravano traboccare dal desiderio di recarle aiuto. E, come Mariarita avrebbe scoperto con stupore in seguito, non aveva dimenticato una parola di quello che lei gli aveva detto al telefono la sera prima. La fece sedere, le diede subito del tu, le chiese se era comoda o voleva un altro cuscino, due cuscini, e si offrì di prepararle un "teino": lo preferiva alla vaniglia, al gelsomino, o come? Ma-

riarita disse che andava bene come lo prendeva lui. Allora al gelsomino. La casa di Raimondo Blanco, in gergo immobiliare, è un appartamento al piano rialzato, con possibilità di ricavarne un soppalco. In realtà, il soppalco è stato ricavato, dilatando le superfici calpestabili a novanta metri quadrati; e la ristrutturazione segue in tutto e per tutto i dettami della moda, compresi il muretto divisorio della cucina all'americana, il caminetto, e le dozzine di minuscoli faretti incastrati nei soffitti, come occhi sbarrati di pesci morti. L'ambiente non è però quello in cui immaginiamo che viva un giovane scrittore pulp. Invece di muri che grondano sangue, pareti imbiancate a calce; invece di arredi da messa nera, pesanti mobili di legno d'abete, soffitto con travi a vista, tavoli di cristallo e pochi oggetti di argento massiccio. E libri, libri non gettati uno qui e uno là, impilati a terra, infilati storti nei buchi liberi degli scaffali, raggruppati in tre o quattro vicino al letto, cinque o sei al cesso e uno in cucina, sporco di sugo incrostato: no, libri in fila come soldati, disposti sapientemente come oggetti d'arredo. E grate alle finestre, casseforti e sistemi d'allarme. Una casa classica, tetra e fredda. Su una mensola, una collezione di teiere di varie dimensioni e forme: di cottage inglese, di orologio, di mucca, di busto di donna con seni. Sul monitor del computer due animali di pelouche, l'uno sopra l'altro, una scimmia sul dorso di un cane. Qualche grande vaso di ceramica e molti ventagli giapponesi. Sono soprattutto i ventagli che non quadrano con chi ha scritto queste righe:

Sentì sotto le suole dei mocassini di Gucci qualcosa di molle e viscido, e per poco non perse l'equilibrio. Guardò a terra: c'erano intestini azzurrastri e merdosi, cuori senza battito, fegati oscenamente lucidi, polmoni rossi e spugnosi. Gli spazzini non erano ancora passati a portar via i resti di quelli che si erano scannati durante la notte. Uno paga le tasse (veramente lui non le paga, ma è un modo di dire), e non può neppure ottenere di andare al lavoro la mattina e

trovare le strade pulite. Un marmocchio sui nove-dieci anni gli corse incontro, offrendosi di lustrargli le scarpe. Sarebbe stato carino, se non avesse avuto un pezzo di budello appiccicato alla maglietta, un baffo di sangue su una guancia, e tutti quei tatuaggi...

Sì, pare la casa di un sessantenne, non di un venticinquenne: anzi, di due sessantenni, un uomo e una donna, perché c'è anche qualcosa della donna. I genitori di Raimondo (lo dice la sua biografia ufficiale sull'Espresso), sono uno psichiatra alla moda, autore di numerosi libri di successo, e una docente di Storia delle religioni nel mondo classico. Forse sono loro i veri abitanti dell'appartamento: non loro in persona, ma loro dentro il figlio. Forse, lui è il compendio dei suoi genitori come Mariarita lo è di Roberto e Gabriella. Mariarita osservò Raimondo che preparava il teino dietro il muro che separava l'angolo cottura dal soggiorno, che microondava la teiera piena d'acqua e poi vi immergeva, con cautela, la bustina filtro. Era diverso dalla foto sull'Espresso: più grasso, con i capelli più lunghi, e senza tatuaggio (doveva essere lavabile). Ora era vestito di nero, con un paio di jeans e una maglietta sulla quale due formichine bianche si guardano, le antenne vibranti, forse in un estremo anelito a comunicare. Portava pesanti anfibi neri con una fila di sei-sette fibbie per parte. Solo lo sguardo era lo stesso del ritratto: cauto, sfuggente, timoroso di essere ferito. Mariarita conosceva bene quelle facce: di privilegiati che per un istante contemplano quella che sarebbe la loro vita se non fossero privilegiati. Raimondo servì il teino, con quelle premure e disponibilità tipiche dei giovani (e meno giovani) intellettuali di sinistra, che potremmo erroneamente scambiare per affetto. «Stai bene?» le chiedeva, e «Quanto zucchero vuoi?» e «Aspetta, ti prendo il limone». Sedendo di fronte a Mariarita, sbatté i piedi sul tavolo di cristallo, con quei suoi stivaloni borchiati fra le tazze decora-

te a tinte pastello. «Così, mi dicevi, stai scrivendo un libro sui magnifici scapigliati?» «Ci sto provando». «Che meraviglia!» «Cosa, che meraviglia? Il tentativo, o un'eventuale riuscita?» «Il fallimento». Risero, e ruppero un po' il ghiaccio. «Un momento» disse Raimondo. Si contorse per estrarre dalla tasca posteriore dei jeans l'Oscar Mondadori con l'antologia dei lirici della Scapigliatura. «Dopo la tua chiamata, stanotte, mi sono riletto questo:

M'avea dato convegno al cimitero a mezzanotte - ed io ci sono andato: urlava il vento ed il tempo era nero biancheggiavan le croci del sagrato; e alla smorta fanciulla ho dimandato: «Perché darmi convegno al cimitero?» «lo son morta» rispose «e tu nol sai...

E tu nol sai». Raimondo aveva declamato con una vocina sottile e aerea, cantilenante, quasi imitando uno spettro che parla da estreme lontananze. Aveva poi detto l'ultimo "E tu nol sai" con tutt'altro tono, basso, prosaico, ovvio. E poi, aveva guardato Mariarita interrogativo, come a dire: che te ne pare? «Igino Tarchetti» disse lei. «Già. Disjecta. La raccolta di versi uscita solo dopo la sua morte. Tutto è già stato fatto, tutto è già stato detto. Come volevasi dimostrare». «Un mio amico direbbe che non è niente di speciale. Roba già vista in Dylan Dog». Raimondo sorrise, godendosi l'osservazione. «Gli scapigliati hanno indicato una direzione. Le generazioni

successive sono andate da un'altra parte. Ora, forse, c'è una volontà di andare in quella direzione, ma è troppo tardi. Il posto è già occupato». «Perciò, secondo te, le influenze scapigliate sulla nuova letteratura pulp...». «Ricalchi. Destrutturazioni. Ristrutturazioni con variazioni. Omaggi ai nostri autori preferiti. Ormai possiamo solo copiare. Tutto quello che facciamo, non ha vita. Sono solo giochini snob, o, se preferisci, seghe». «Ma nel tuo libro si sente un po' dei fratelli Boito. Specialmente Camillo. Non nello stile e nel linguaggio, naturalmente, ma nella scelta dei temi, nel discorso amoroso, e in certi incubi... come la donna che, dopo l'autopsia, si rialza, si rimette in ordine, e se ne va... Lo stesso sottile disfattismo, e immagini simili, anche se mediate da un altro gusto e un'altra cultura... Mi ricorda il Camillo delle Storielle vane, ma anche quello dei racconti macabri». «Camillo, sì, il fratello maggiore. Quello che sembrava il meno pazzo di tutti. E, naturalmente, era il più pazzo». «Sì, anch'io sono dell'idea che fosse il più pazzo». «Era il meno appariscente, ma il più intimamente travagliato, quello che viveva in sordina gli impeti tragici del fratello minore. Ma li viveva con il ritmo del suo cuore, li metabolizzava nel fegato, li elaborava nelle viscere. In silenzio. Fuori, architetto, professore, borghese, consigliere comunale. Dentro, narratore dal sangue infettato da umori velenosi, da bizzarri incubi». Raimondo si alzò, andò a prendere un altro Oscar Mondadori da uno scaffale, lo aprì, disse: «È un brano di una lettera da lui scritta nel 1861 ad Arrigo: "Se tu mi chiedessi che cosa è questo pesantissimo masso ch'io mi sento legato ai piedi, ond'io batto le ali e mi dimeno senza poter volare, non ti saprei chiaramente rispondere: forse nella mente mi difetta la fantasia, forse nel cuore mi manca la volontà prepotente, ardita, disprezzatrice e vincitrice di ogni ostacolo, dalle quale possono

uscire le opere grandi e durature". Capisci?». Sì, Mariarita conosceva quelle frasi, naturalmente. «Camillo» riprese Raimondo «è un insicuro. Allora gli artisti erano insicuri, e diventavano professori. Oggi i professori sono sicuri, e diventano scrittori. Fanno un libro all'anno, poi vendono diciassette edizioni, e vanno in televisione. Vorremmo vedere in loro l'autocritica, la saggezza, il nitore, la discrezione di Camillo. Lui sì, sarebbe da prendere a esempio. Se fossimo tutti insicuri come lui, pensa quanti libri inutili di meno in libreria, quante stronzate di meno nei rapporti umani. L'insicurezza è un dono di Dio. Tutto quello che ci è mai venuto di buono, ci è venuto dagli insicuri». Già. Mariarita non aveva ancora considerato la cosa da questo punto di vista. L'amicizia fra Camillo e Gherardo, la loro affinità che si manifestava anche nell'emergere di nodi importanti dell'immaginario, nel tipo di carta usato per scrivere, nei vezzi linguistici. Un legame fra insicuri che si erano fiutati e capiti. Entrambi desideravano volare, viaggiare con l'immaginazione creatrice, ma si sentivano i piedi nel cemento. Erano malati di quella forma di astenia mentale che sarà tipica dell'umanità futura: l'incrinarsi della volontà, lo slancio che contiene in sé la fine nel suo principio, una sfiducia corrosiva in se stessi, nel tempo, nella grandezza e nella gloria. Dal luogo in cui stavano, psicologicamente e letterariamente, ci mostravano la strada, quella strada che forse tutti abbiamo seguito, tranne i professori e gli accademici che scrivono. Avevano il dono divino dell'insicurezza.

«Senti, Raimondo, ieri al telefono non ti ho detto proprio tutto». A questo punto, Mariarita gli raccontò non certo tutto, ma lo stretto necessario. Disse di aver preso visione di una parte di

materiale inedito di un autore scapigliato minore in cui veniva citato un certo Stefan Blank, e gli parlò diffusamente dell'anatomista. Lui l'ascoltò con i gomiti sulle ginocchia e la testa fra le mani, esplodendo talvolta in qualche: «Ma no!» e «Sul serio?» e, nei punti più alti e concitati del racconto: «Che meraviglia!». Era il suo intercalare abituale, usato come arma a doppio taglio: sia alla lettera, quando una cosa era davvero meravigliosa, sia con sarcasmo, quando in realtà voleva dire che era il massimo dello schifo. «E tu hai pensato che io potrei essere un discendente di quello Stefan Blank?» «Ho pensato di chiederlo a te. Lo sei?» «Veramente, non lo so». «Tuo padre è uno psichiatra. Una dinastia di scienziati...». «No, mio nonno non era medico. Era un costruttore, ha fatto fortuna costruendo e vendendo case... Ma non saprei dirti chi fosse suo padre, o suo nonno. Tu sai chi era il nonno di tuo nonno?» «Devo ammettere di no». «Vedi? Non si va mai oltre il bisnonno». «Però, tuo padre forse saprà chi era il suo bisnonno». Raimondo rise, ammiccando, come se avesse sentito la battuta più bella della giornata. «D'accordo, allora. Proverò a chiedere a mio padre. Se riesco a sapere qualcosa, ti chiamo». «Grazie». «Non c'è di che. Devo confessarti che la cosa m'intriga. Stefan Blank è un personaggio interessante. Un italiano non italiano, un poeta non poeta, uno scienziato non scienziato. Mi piacerebbe potermelo annettere fra gli antenati. Anche se, a dire la verità, preferirei l'autore del tuo materiale inedito, lo scapigliato. Uno scapigliato qualsiasi. Discendere da uno scapigliato, mi farebbe l'effetto di un tiro di cocaina». «Fai uso di cocaina?» «No. Ma se ne facessi uso, mi farebbe l'effetto di discendere

da uno scapigliato». Ci fu una pausa di silenzio. Mentre Mariarita finiva di bere il tè al gelsomino, guardò in basso, poi di lato; i suoi occhi incontrarono i pelouche sul monitor del computer, un Macintosh. «Che cosa stai scrivendo attualmente?» «Non sto scrivendo un romanzo d'amore». «Hai abbandonato lo splatter?» «Lo splatter aveva abbastanza forza da farsi quasi scrivere da sé. Ora sto fallendo nel tentativo di scrivere un romanzo d'amore. Non sono abbastanza insicuro per portarlo a termine, temo». Risero. Mariarita tornò a guardare i pelouche. «Sono Zizì e Bubù» disse Raimondo. «Ti piacciono?» Raimondo si alzò, andò a prendere i due animaletti, li sciolse dal loro amplesso, li tenne sospesi sulle mani aperte davanti al viso di Mariarita. «Sono carini» disse lei. «Prima c'era solo Bubù, il cane. Poi, un giorno, lui mi ha detto: "Mi sento solo, voglio un amico!" Sono uscito, e ho visto Zizì, la scimmietta, in una vetrina, che mi diceva: "Comprami e portami a casa, Bubù mi aspetta!". E così, adesso sono insieme». Raimondo sistemò nuovamente la scimmia sul cane (perché?), amorevolmente li rimise sul monitor, li spostò un po' più in avanti, no, troppo avanti, leggermente più indietro, ecco, così va bene, riaggiustò meglio la scimmia sul dorso del cane (perché?), come se dovessero avere il loro comune baricentro proprio in un punto preciso, e solo quello. «Anch'io tengo un pupazzo sul computer» disse Mariarita. «È uno squaletto adagiato su una ciambella salvagente, con una pinnetta di qua e una di là, che sorride a trentadue zanne. L'ho trovato in un pacchetto di patatine... Scusa, Raimondo, posso farti una domanda? Perché la scimmia deve stare sul cane?» Raimondo si strinse nelle spalle, fece un sorrisetto di circostanza. «È lei che ha chiesto di starci» disse.

Dopo cena Mariarita sedette accanto al telefono, ad aspettare la telefonata della Mother. Aveva altro da fare, voleva leggere la lettera di Dorota che era arrivata quel mattino, giocare con le gatte, guardare un film, ma sapeva che Gabriella l'avrebbe chiamata, e non avrebbe potuto rilassarsi se non dopo aver finito con lei. La Mother chiamava sempre per dire la sua: ogni volta che in famiglia si verificava un evento nuovo e ogni volta che lei le portava a casa una persona nuova. E chiamava esattamente ventiquattr'ore dopo che l'evento si era manifestato, o che la persona nuova era stata introdotta. Così accadde anche quella sera: alle otto e mezzo, esattamente nel momento in cui Stella ventiquattr'ore prima era entrata in casa Fortis, squillò il telefono. «Non mi piace la tua amica». «Non te n'è mai piaciuta nessuna». «Mi piaceva Rosanna». «Rosanna non era mia amica. Era amica tua». «Ma perché devi sempre contraddirmi?» «Io contraddico te? Che meraviglia... (aveva contratto lo stesso intercalare di Raimondo Blanco?) Vabbe', lasciamo stare... Si può sapere cos'ha Stella che non va?» «No, niente, è che... Mi sembra un'egocentrica fredda, una narcisista accentratrice...». «Allora non è proprio niente. È egocentrica, fredda, narcisista e accentratrice. E antipatica». «Non ho detto antipatica. Ma lo è. Sa tutto lei, fa tutto lei, non sbaglia mai... E la storia di suo padre, della carta dell'uomo nero, santa Madonna... Si è costruita una leggenda di se stessa, è una maniaca...». «Ma no, diceva tutte quelle cose solo per farsi conoscere...». «Le diceva per mettersi al centro dell'attenzione. Solo a te possono piacere i tipi così, boh». «Boh».

«Non ha neppure un po' di dolcezza. È una vera strega». «Una volta ti piacevano le streghe». «E poi, per tutta la sera ha guardato Roberto in un modo cattivo». «Scusa, ma se c'è una che, da quando risalgono i miei primi ricordi, ha sempre guardato Roberto in un modo cattivo, quella sei tu». «Se non dici stronzate non sei contenta, eh?» «Non ne sento abbastanza, e allora devo aggiungerne qualcuna». «Comunque, guarda, secondo me questa Stella non è veramente tua amica. Sicuramente ti sta usando». «E cosa può volere da me?» «Che ne so. Forse vuole te. Mi pare lesbica». «Una volta ti piacevano le lesbiche». «Senti un po', non lo sarai diventata anche tu?» «Diventata cosa?» «Lesbica». «Ci sarebbe qualcosa di male?» «No! Oh, no, affatto!» «Bene. Allora posso continuare a frequentare Stella». «Oh, insomma, senti, tientela, strafogati con lei. Poi non dirmi che non ti avevo avvertita». Dopo quel quarto d'ora di conversazione telefonica, Mariarita si sentiva dolere il collo e le spalle. Il match con la Mother era stato più arduo di quanto avesse previsto; in compenso, era durato poco: un po' di pugni, qualche finta, destro, sinistro, sinistro, destro, incontro chiuso alla pari. Fino alla prossima ripresa. Per dimenticare più in fretta il piccolo episodio di amore materno, Mariarita si mise a leggere la lettera di Dorota. La sua amica polacca non parlava come il papa, ma lei, quando la leggeva, le attribuiva mentalmente l'accento del papa, la cadenza del papa, le pause e cantilene del papa. Scriveva in un italiano crudo e ingenuo, talvolta sgrammaticato, ma

proprio per questo molto vivo ed energico; e, forse trascinata dall'originalità di una lingua che si era costruita da sé senza regole e gabbie, esprimeva opinioni altrettanto originali:

Fra poco ci saranno le elezioni... La gente, in Polonia, non pensa con la sua testa in due modi: alla comunista, e alla cattolica... Io non voto niente. La gente, in Polonia, butta la spazzatura fuori dalla porta di casa. I muri sono sottili e si sente litigare attraverso... Le vecchie donne, in Polonia, hanno sempre una brutta faccia acida. I vecchi uomini no: muoiono prima. Ti mando la foto del mio capoufficcio alla festa di capodanno. Ha l'amante da cinque anni, e la moglie non sa niente... È quello con la stella filante sulla spalla... Sai, qui gli uomini stanno con le donne per bisogno biologico, ma non le stimano... Mi sento depressa quando vedo la mia amica, cioè tutti i giorni... Ha sposato un alcolizzato, si è fatta un figlio, non ha mai lavorato, e ora che è senza marito e senza casa scrive lettere matrimoniali convinta che, a quaranta anni, risolverà così tutti i suoi problemi... Sto risparmiando per comprarmi una casa mia. Vivere con mia madre è un'esperienza che auguro solo a mia madre... Lei ha sempre preferito mia sorella a me (anche mia madre ha sempre preferito mia sorella a me, cara Dorota, con una differenza: mia sorella non esiste)... Spero di riuscire a comprarmi un monolocale, venti metri quadrati, per starci sola con il mio cane... Qui nessuno si occupa del futuro. La gente si è abituata che il comunismo pensa a tutto, alla pensione e al resto. Il comunismo non è più là a pensarci, ma la gente vive ancora come vent'anni fa...

Mariarita pensò che un giorno avrebbe accolto tutti i pensieri di Dorota sulla Polonia, e ne sarebbe venuto fuori un ritratto veritiero e spregiudicato dell'Italia. Dopo la lettera (a cui avrebbe risposto l'indomani), Mariari-

ta guardò Sette spose per sette fratelli, che aveva registrato la notte prima, dalle due meno un quarto alle cinque, immedesimandosi nei boscaioli. Era venuto il momento di giocare con le gatte: un rito serale, da eseguire prima di dormire, per riconfermare l'amicizia e ridere un po'. Mariarita andò a estrarre dalla borsa un giocattolo per animali che aveva comprato rincasando dalla visita a Raimondo Blanco. Era una palla-mina, non piccola e non grande, color ferro con gli spuntoni, che lei aveva subito ribattezzato Mina vagante. «Stronzette!» gridò, per richiamare le gatte. Le due saltarono fuori da nonsisadove e le si precipitarono incontro, miagolando in tono interrogativo. In piedi, con le spalle alla porta d'ingresso, Mariarita lanciò più volte la palla in aria, l'espressione furba come a dire: non indovinate cos'ho per voi! Le gatte miagolarono più forte. La bianca si alzò sulle zampe posteriori e affondò le unghie all'altezza del ginocchio di Mariarita, nella stoffa del pigiama, senza farle male. «Giù!» La nera, più disciplinata, era seduta composta nel cerchio formato dalla propria coda, il muso all'aria, in vigile attesa. Mariarita si accucciò, tenendo la palla per uno spuntone la fece girare nell'aria, divertendosi a vedere le testoline delle gatte muoversi in senso rotatorio per non perderla di vista, gli occhioni sgranati quasi liquidi, le orecchie dritte, le vibrisse frementi. Mariarita fece una finta: lanciò il braccio in avanti, nascondendo la palla nella mano. Solo la gatta nera ci cascò: scattò, ma poi tornò a sedersi trotterellando. «Deficiente! Gatta deficiente!» Con gesto improvviso, lanciò la mina vagante raso terra. Le due gatte si ribaltarono e partirono all'inseguimento, oltre la porta della camera da letto, fino al muro, per tutta la lunghezza del bilocale. La palla rimbalzò contro il muro. La gatta bianca l'afferrò con i denti, se la lasciò sfuggire, la riprese. Si rotolò sul

dorso e, sempre tenendola in bocca, la prese a calci con le zampe posteriori. La perse, e la gatta nera gliela rubò, afferrandola tra le zampe anteriori e mordendola con furia. La Mina vagante le aveva fatte impazzire di gioia. Mariarita rise, contenta. Aveva comprato altri due giocattoli al negozio di animali. Uno, a forma di telefonino cellulare, aveva intenzione di regalarlo a Stella. Ma l'altro, lo aveva preso per sé: un coccodrillino che si asciuga una lacrima con un fazzoletto grande quanto lui.

Segreti, ma non bugie Q

uando, il giorno seguente, Mariarita si recò negli uffici dell'agenzia Black Jack per riferire a Stella del suo colloquio con Raimondo Blanco, ignorava che, da lì a poche ore, tutti i segreti della sua nuova amica le sarebbero stati svelati. Per cominciare, durante la prima ora-ora e mezza in anticamera, a Mariarita furono svelati i segreti di Pa'. Stella era andata dai Pirati della costa per incontrare il suo amico Dimitri, e mentre l'aspettavano Pa' narrò diffusamente a Mariarita della sua storia con l'uomo sposato, che il lettore conosce già, e sulla quale pertanto sorvoliamo, per arrivare direttamente agli ultimi sviluppi. Pa' era molto preoccupata: un collaboratore esterno dell'agenzia, che pedinava l'uomo della cioccolata, aveva appena telefonato per dirle che lo aveva visto uscire da un laboratorio di analisi, con una busta in mano. «Ultimamente è dimagrito... si lamenta di dolori allo stomaco e al fianco destro... Ho paura che sia malato... seriamente malato». Pa' aveva il terrore del cancro. «Non puoi cercare di saperne qualcosa semplicemente chiedendoglielo?» domandò Mariarita. Pa' aveva i lineamenti tirati, le mani tremanti, e giocherellava nervosamente con la sua penna preferita, quella con il palombaro che andava su e giù. «No, lo conosco bene. Lui (Pa', come Sonia, non nominava quasi mai il suo uomo, era sempre lui) è fatto così: se avesse

una malattia, anche terribile, non direbbe nulla... Non a me, almeno...». Era chiaro cosa veramente temeva Pa': le malattie terribili riavvicinano gli uomini alle mogli, e li allontanano dalle amanti. I sultani invecchiati e malati rientrano fatalmente nella sfera d'influenza della prima famiglia. «E poi, non saprei come porgli la domanda senza confessargli che lo abbiamo spiato... Lui non lo sopporterebbe... Una volta mi ha fatto giurare che non avrei mai approfittato della mia posizione all'agenzia Black Jack per controllarlo... Andrebbe su tutte le furie...». E questo era il più oscuro, spaventoso degli incubi di Pa': che l'uomo sposato cogliesse quel pretesto per rompere con lei. «No, no. Adesso lo dico a Stella, lei troverà un modo per sapere senza che lui se ne accorga... Ma quando arriva, porcatroia?» Stella arrivò, dopo qualche minuto, e dopo che Pa' ebbe guardato l'orologio una dozzina di volte al minuto. Sbatté la porta d'ingresso senza preoccuparsi della buona educazione condominiale, disse: «Ah, ciao, Mariari', sei qui?», avanzò con la borsa a tracolla, il telefonino in una mano, nell'altra una rivista che teneva per un angolo facendola dondolare, e si lasciò cadere su una sedia alla sua maniera, di culo, come un pezzo di piombo. Veniva dai Pirati della costa, disse, ma non aveva trovato Dimitri. In compenso, buona notizia: Jonathan, quello del virus Melissa, si era recato in giornata a Bellano, da Caronte. Missione compiuta, almeno su quel fronte. Ah, era rimasta imbottigliata in uno schifo di coda al rientro, Milano stava diventando una città invivibile, dovevano decidersi a costruire ponti sospesi per il traffico, come nei film di fantascienza. Pa' era sulle spine, deglutiva ansiosamente, guardando Stella con occhi smarriti. «Ci sono novità?» chiese Stella. «Sì. Ha chiamato il tuo cliente, Sandro Giovannetti. Vuole sa-

pere quello che mi hai appena chiesto, se ci sono novità. A dire la verità ha chiamato anche ieri, e ieri l'altro». Stella rivolse gli occhi al cielo, voltandosi verso Mariarita. «I clienti si aspettano sempre che una risolva un caso in pochi giorni. Anzi, in tre quarti d'ora» disse, e poi, tornò a guardare fisso Pa': «A parte Giovannetti, è successo qualcosa?» « «Sì... Ma, sai, sono i miei soliti problemi...». «Dimmi». Stella ascoltò la storia dell'uomo sposato con molti cenni di assenso e molti "Hmm": spicciati, vieni al sodo, solo l'essenziale, per favore. «Ho capito. Questo laboratorio di analisi, è convenzionato con il Servizio sanitario nazionale?» «Mi pare di sì... sì». «Abbiamo qualcuno alle ASL?» Così, con il tono con cui avrebbe detto: "Abbiamo infiltrati nei servizi segreti?" «Sì, Michele, quello che ci ha fornito le false radiografie del colon» (Mariarita non saprà mai a che erano servite le false radiografie del colon, e neppure noi lo sapremo mai). «Va bene. Vedrò quello che si può fare. Un'altra bella violazione alla legge sulla privacy. Rischiamo soltanto che il tuo lui ci denunci». Pa' era notevolmente rassicurata: che le denunciasse pure, il suo lui, purché si sapesse il contenuto di quella busta di referti. Stella sventolò la rivista, che recava sulla copertina la ruota con i simboli dello zodiaco. Durante le soste ai semafori, disse, aveva fatto un test magico esoterico, una cazzata, ma divertente: "Scopri chi eri nella tua vita precedente". «Una roba matematica... Bisogna sommare la data di nascita con altri numeri, poi dividere... e ti dice se eri maschio o femmina, in che secolo sei vissuta, in quale luogo, e che mestiere facevi... Io ero un maschio, abitavo in Alaska nel mille dopo Cristo, ed ero un inventore. Sicuramente avrò inventato la granita al limone. Vi interessa?»

Mariarita scosse la testa: faceva i test per scoprire chi erano gli ideatori dei test, non chi era lei. «Io preferisco che le mie vite precedenti restino avvolte nel mistero. Ho già fatto abbastanza figuracce in questa». «Pa'? Vuoi farlo?» chiese Stella, rivolgendosi alla sua collaboratrice. «Non ne ho bisogno. Sicuramente ero una segretaria, amante di un uomo sposato. Lo sono sempre stata, in ognuna delle mie vite, dall'età della pietra».

Mariarita riferì tutta la storia del suo incontro con Raimondo Blanco, ma Stella, inspiegabilmente, non parve molto interessata. Si limitò ad annuire più volte distratta, e ad alzare le spalle: se Raimondo Blanco era un discendente di Stefan Blank, Dimitri lo avrebbe scoperto, disse, con il tono di voler mettere fine alla discussione. Mariarita ne fu un po' smontata. Stella pensava che la pista non fosse quella giusta, o era di malumore? Era di malumore: e spesso, in quei momenti di scazzo, si comportava come se le cose a cui teneva moltissimo non contassero più niente. Squillò il telefonino, che era finito sulla scrivania di Pa' insieme alla rivista, e Stella, immersa nell'esame di una pratica, allungò una mano tastando a caso. Ne approfittò Mariarita per metterle sotto le dita il telefonino di gomma che aveva comprato per lei. Stella tentò di premere il pulsante dell'ascolto; qualcosa dentro di lei probabilmente si accorse che l'apparecchio era finto, ma per riflesso condizionato se lo portò all'orecchio e disse: «Pron...?», prima di scostarlo da sé e guardarlo con un cipiglio interrogativo. «Scherzetto» disse maliziosa Mariarita, come quando da bambina faceva sparire gli oggetti che le sembravano molto importanti per i grandi. Stella sorrise, afferrò il telefonino autentico, parlò per alcuni minuti con una persona di identità ignota (che restò ignota),

raccomandandogli, o raccomandandole, di «non farsi troppi problemi» e «mandare affanculo quel rompicazzo». Dopodiché, chiuse la comunicazione esclamando: « Rompicazzo te!» e, dopo un po', facendo suonare il telefonino di gomma, che squittiva come una papera: «Simpatico!». «Puoi tenerlo. È un regalo». «Grazie. Lo terrò in ufficio, insieme alle cose di mio padre». Mariarita si sentì lusingata che lei volesse tenere un suo dono insieme alle cose di suo padre, sapendo che il padre, per lei, era un'icona sacra e intoccabile. «Vieni di là, in casa» disse poi Stella, alzandosi e dando una piccola pacca sulla spalla dell'amica. «Ho qualcosina da mostrarti». Nella serra, in un angolo in ombra, circondato da esagerati fiori tropicali, c'era il qualcosina che Stella aveva da mostrare. «Ti ricordi che volevo comprarmi anch'io un paio di animaletti?» In un grande acquario ricco di vegetazione, infatti, nuotavano due piranha di taglia media, pigri, lentissimi, quasi immobili. «Questi?» gridò Mariarita. «Non sono carini?» «Ma, Stella, io credevo che tu volessi qualcosa da toccare, abbracciare e accarezzare!» «Oh, sai, non avevo le idee chiare, quando sono andata al negozio. Li ho visti, e mi sono piaciuti». «Due pesci killer. Che meraviglia! (Basta con l'intercalare di Blanco, questa è l'ultima volta!) Di che sesso sono?» «Maschi, immagino. I pesci sono tutti maschi, come le oche sono tutte femmine». «Ted Bundy e Jeffrey Dahmer che nuotano in un acquario». «Non ho fatto questo tipo di associazione. E non dirmi che è stato inconscio!» «No. È stato conscio». Le piante dell'acquario sembravano il proseguimento di quelle all'esterno, e l'acquario stesso era talmente mimetizzato

fra il verde che i pesci sembravano fluttuare direttamente nell'aria, in una dimensione sospesa fra il reale e l'irreale, come le immagini subliminali che si possono scorgere dentro gli intrecci dei quadri magici. Si poteva quasi credere che non esistesse la parete di vetro, e fossero a diretto contatto con il mondo umano. Mariarita scosse la testa, ridendo. «Che te ne fai?» «Mi tengono molta compagnia». «Ma, il rapporto fisico...». «Abbiamo un bel rapporto mentale. Mi riconoscono. Guarda!» Stella avvicinò il viso alla parete dell'acquario. I pesci, argentei, avevano gli occhi fissi e la bocca aperta, a mostrare le due file di zannette, e tutto sommato un'aria più stupida che minacciosa. Stella sorrise e mosse il dito di lato, a sinistra e a destra, alcune volte. Un piranha girò la pupilla smorta nella sua direzione, poi virò placidamente e, mostrando una visione frontale della sua bocca carnivora, la puntò deciso, fermandosi a pinneggiare a un millimetro dal dito di lei. «Visto?» disse Stella, trionfante. «Vorrebbe mangiarti». «Non è vero. Mi vede come un enorme animale della sua specie. Tenta di socializzare». «Certo, come no! In realtà i piranha non sono mostri, hanno ricevuto un'educazione sbagliata che ha bloccato il loro sviluppo psichico. È tutta colpa della società. Nessuno li ha mai amati. Hanno solo bisogno di comprensione e tenerezza». Stella lanciò a Mariarita una finta occhiataccia malevola. «E l'altro piranha?» continuò Mariarita. «Mi sembra che non ti caghi nemmeno». «È più timido. In realtà, anche lui avverte la mia presenza». «Forse è autistico. Per recuperarlo, devi amarlo ancora di più». «Mariarita, piantala». «Non è un po' fascista, comprarsi questo tipo di bestiacce?»

«Sì, è fascista. E adesso, se non la smetti di parlare come in un'assemblea scolastica degli anni settanta...». Stella afferrò Mariarita per un braccio, e le posò una mano sulla nuca, fingendo di volerle spingere la faccia sott'acqua. «Cosa mi fai?» disse Mariarita, ridendo. «Ti do in pasto ai piranha».

Poco dopo, arrivò un uomo veramente suggestivo. Il tipo, bello e biondo, molto crinito e barbuto, ha un'aria tra lo spot di una marca di sigarette e Gesù. Dimostra l'età delle indagatrici dell'immaginario, trentacinque, ma per somigliare fino a quel punto a Gesù deve avere parecchi anni di più. C'è qualcosa di avventuroso e dolcemente ribelle in lui, e insieme di stanco e scettico: sembra uscito da una commedia musicale hippie dei tardi anni sessanta, e invecchiato bene, come chi si aggrappa ai brandelli di un'infanzia meravigliosa. Il suo abbigliamento è in tono con tutto il resto: pantaloni neri stretti e aderenti sul pacco, impossibili da sfilare (piuttosto da tagliare con una lama affilata), stivali da cow boy e camicia bianca aperta sul torace nudo, giubbotto di pelle che pare conciato da mille anni di viaggi, strapazzi, nottate all'aperto, piogge tropicali, e chissà cos'altro. Un uomo che fa colpo. E infatti, fece colpo su Mariarita. L'uomo aveva un atteggiamento curioso: come uno che, nello stesso tempo, è di casa ma teme di aver ricevuto lo sfratto. Guardava di qua e di là, intorno a sé, e sulle superfici dei mobili. Vide Stella, ma non manifestò nessun sentimento, non ebbe la minima reazione; guardò Mariarita, e le fece un incerto cenno di saluto con il capo. Stella, da parte sua, incrociò le braccia in atteggiamento difensivo. «Non dovevi restituirmi le chiavi di casa?» disse. «Sono venuto a prendere la mia macchina fotografica». «È la prima cosa che hai portato via».

«Non intendevo la macchina fotografica, quella che uso per lavorare. La mia prima macchina fotografica. È una macchina storica. Sai quanto ci tengo. È un ricordo». «Non ce l'ho. Non è qui». «Impossibile. Deve essere qui. In caso contrario, vorrebbe dire che l'ho persa. Sarebbe una tragedia!» «Tutto quello che mi è rimasto di tuo sta nella valigia in fondo all'armadio». Finalmente, i che aleggiava si tangibile, con simpatia, due si accorsero della curiosità di Mariarita, intorno a loro, talmente intensa da divenire quaed esigeva soddisfazione. L'uomo guardò Mariarita e Stella borbottò una presentazione:

«Lui è Willy, lei è Mariarita, volete qualcosa da bere, una birra?». L'uomo, Willy, accettò la birra, Mariarita disse: «No, grazie, per me niente». Sedettero tutti e tre in salotto, congelati nei primi istanti di una nuova conoscenza. Mariarita intanto si stava chiedendo: è un ex di Stella? Un amico? Un Pirata della costa particolarmente intimo, che semina oggetti in casa sua? «Non dovevi essere fuori Milano?» chiese Stella a Willy. «Non sono partito». «Non dovresti essere appostato da qualche parte in attesa che appaia qualche cazzo di vip?» «Non sto lavorando. Per i cazzi, bisogna aspettare l'estate. A dire la verità, sono mesi che non lavoro. E tu sai perché». Perché Stella deve sapere come mai lui non lavora? si domandò Mariarita, invece chiese: «Che lavoro fai? Cos'è questa storia dei cazzi?». «Lui si occupa di cronaca mondana» spiegò Stella, e a Mariarita non sfuggì l'acredine nella sua voce. «Scrive su quelle rivistacce che si occupano di pettegolezzi sulla gente di spettacolo e le principesse: chi va a letto con chi, chi è stato piantato, chi si droga, chi è rimasto coinvolto in una rissa eccetera. E fotografa i personaggi pubblici smutandati, mentre fanno i gestacci, mostrano la lingua, o stanno abbrancati a qualcuno, lo palpano e

lo leccano, meglio se è qualcuno di scandaloso. D'estate, poi, li spia, nascosto dietro cespugli, o arrampicato sui muri delle ville, li aspetta per giorni, settimane, per fotografarli nudi. Una tetta famosa, un culo famoso, un cazzo famoso...». Willy allargò le braccia in gesto di ostentata rassegnazione. «Ebbene sì, io faccio questo, per vivere». «Lo fai perché guadagni bene» sottolineò Stella. Parlava non proprio con sarcasmo manifesto, ma sicuramente con rancore di vecchia data: pungente, acidulo come una stilettata. Sì, Willy doveva effettivamente essere un suo ex. «Qualche volta, facendolo, riesco anche a divertirmi» disse Willy, quasi umilmente. «Lo immagino. Dev'essere divertente fotografare un cazzo. Tanto». «Tanto. Penso che poi, in redazione, lo copriranno con una strisciolina d'argento che i lettori dovranno grattare, se vorranno vederlo. E rido come un matto». Mariarita scoppiò in una risata. «Ho sempre desiderato conoscere uno che fotografa i cazzi che poi vengono coperti dalle striscioline da grattare» disse. «Appartieni a quel genere di persone che non si incontrano mai, come i palombari, gli stuntman, gli impresari di pompe funebri... Come, del resto, Stella... e anche me. Che bello... siamo tre che non si incontrano mai, e ci siamo incontrati!»

Mariarita chiese a Willy per quale rivista lavorava, e, alla risposta di lui, si illuminò tutta. «Allora, hai fotografato tu Malenotti in barca!» La foto apparteneva a un servizio che mostrava diversi uomini politici al mare: chi faceva il morto a galla, chi andava in barca a vela, chi sguazzava con l'acqua a mezza coscia, chi spruzzava la moglie che lo guardava adorante, e così via. L'onorevole Gianfrancesco vi appariva sul suo yacht: con una mano si scostava lo slip, con l'altra impugnava un tubo di gomma

e si innaffiava le parti intime. Era stata una delle più belle immagini dell'ultimo agosto, e Mariarita l'aveva ritagliata e se l'era attaccata davanti al computer. L'aveva ancora: di tanto in tanto, mentre scriveva, alzava gli occhi, incontrava l'espressione goduta dell'uomo politico, e rideva da sola, talmente forte che le gatte interrompevano quello che stavano facendo per guardarla allarmate. Venne fuori che, sì, era stato Willy a fotografare Malenotti in barca. «Sono le poche soddisfazioni del mio mestiere. Puoi passare mesi e mesi a romperti i coglioni, ad andare giù di testa, a chiederti: "Ma che cazzo sto facendo"... e fare solo foto da festa di compleanno...». «... da festa di compleanno?» «Sì. Sai, immagini banali, scatti insignificanti... capisci?» «Capisco». «... e poi, all'improvviso, arriva un momento così, l'onorevole sorpreso con la canna dell'acqua nello slip, e ti ripaga di tutto. Sono gli istanti in cui assapori la pienezza della vita. Ne vale veramente la pena, te lo assicuro». Stella inarcò le sopracciglia e storse la bocca, ma non fece nessun commento. Mariarita spiegò a Willy quello che faceva per Malenotti. Lui l'ascoltò con una luce giocosa nello sguardo. «Abbiamo un uomo politico in comune» disse. «Bisogna pur guadagnarsi da vivere in un modo o nell'altro» cominciò Mariarita. «Nel caso mio e tuo...». « È sempre l'altro» concluse Stella, secca, quasi sardonica. Mariarita la guardò con stupore e un'ombra di incazzatura. Oooh, adesso ce l'aveva anche con lei? Willy rise alla battuta, tossicchiò un po', poi esplose in una serie di colpi di tosse cavernosi, da fumatore accanito. «Sei una nuova spia?» chiese a Mariarita. «Cosa?» «Una collaboratrice della Black Jack». «No... non proprio».

«Un Pirata della costa?» «Lei è una mia amica» disse Stella, con l'aria di dire l'ultima parola. «Mi fa piacere che tu abbia un'amica» commentò Willy, sogghignando. «Perché non dovrei avere un'amica?» «Oh, certo che devi avere un'amica. Bisogna vedere se ci riesci. A quanto mi risulta, le hai fatte fuggire tutte, a parte la segretaria perfetta e quelle due svitate coatte che ti chiamano sempre al telefonino». Anche Willy provava risentimento nei confronti di Stella, ma la sua maniera di sfogarlo era diversa: aveva optato per un'ironia allegrotta che celava uno stato d'animo di una certa cupezza, e sorrideva soavemente, con i grandi denti bianchi, ma come se volesse mordere. «Ti scapperà anche Mariarita, quando le farai trovare un assassino sotto il letto». «Sicuramente scapperò dall'assassino» intervenne Mariarita, per dirottare la conversazione lontano dal terreno pericoloso per Stella. «A proposito» continuò Willy. «Come va l'amore con gli assassini? Mi hanno detto che adesso hai questo nuovo caso, il killer delle ragazze... un tipo interessante, no?» Decisamente, quei due erano stati insieme, e dovevano essersi lasciati male, molto, molto male. «Forse, stavolta, troverai l'uomo della tua vita». Decisamente, la loro storia doveva essere stata importante, annodata a gangli vitali molto delicati, che dolevano ancora. «... e sarà un'esperienza travolgente, esaltante...». Stella ascoltava senza reagire, impassibile a parte un piccolo movimento: grattava con l'unghia il bracciolo del divano. «... si apriranno i cieli, e sentirai la voce di Dio...». Stella fermò il dito. «Willy» disse gentilmente, scandendo le parole. «Perché non vai a prendere la tua valigia e non porti via le palle?»

Willy saltò su di scatto, esitò un attimo, poi si fiondò in camera da letto. Stella abbassò lo sguardo, non riuscendo a guardare Mariarita. «Scusa per prima, quando ti ho rifatto il verso» borbottò. «Non è niente». Mariarita avrebbe voluto chiedere: "Ma chi è questo Willy?" Aveva la domanda sulla punta della lingua, ma non poteva pronunciarla finché Stella stava a occhi bassi, assorta, scuotendo leggermente il capo, con i lunghi capelli che le ondeggiavano davanti alla faccia. Dalla camera da letto vennero rumori che sembravano prodotti appositamente: uno schianto, oggetti che cadevano spargendosi intorno, pam tump sdeng, un «porcogiuda» soffocato, un'anta che veniva sbattuta rabbiosamente. «Stronzo!» sibilò Stella, e si alzò esasperata, cominciando a camminare avanti e indietro, a ravviarsi macchinalmente i capelli. Willy riapparve dalla camera da letto, terreo, con una curiosa espressione da bambino addolorato. Gli tremavano le labbra. «In valigia la macchina non c'è» disse, drammaticamente. «Allora, vuol dire che non è mai stata qui, o l'hai già portata via e te ne sei dimenticato». «Era qui, e non l'ho portata via, ne sono sicuro...». Willy si mise le mani nei capelli alla nazarena e rovesciò gli occhi. «Madonna, è una tragedia! Me l'aveva regalata lo zio Giulio quando avevo dodici anni. È stato allora che ho cominciato a guardare il mondo attraverso un obiettivo...». «... e hai visto un cazzo». «Quella macchina era il senso della mia vita, il mio destino...». «Un destino di cazzi». «Sapevi quanto era importante per me! L'hai buttata!» «Non ne so niente di quella tua cazzo di macchina!»

«Me l'hai persa! Dove hai la testa? Pensi agli assassini?» «Sì! Io penso agli assassini! Ogni istante della mia vita!» «Madonna... quella macchina era tutto... me l'aveva regalata lo zio Giulio, il grande fotografo, il mio mito... rappresentava il bambino che sono stato... ma tu niente, sempre presa dalle tue stronzate... Potevi tenermela da parte, cosa ti costava? E invece non te n'è fregato niente!» «Dovevi tenertele da parte tu le tue cose! Vaffanculo te e la tua macchina!» Dopo questo scambio di urlacci, Stella si ributtò a sedere sul divano, le gambe allungate, le braccia intorno alle spalle, come se avesse freddo. «Ti sei sempre aspettato che tenessi in ordine io la tua roba» riprese in tono normale «ma non sono la mamma». «Lo so bene, che non sei una mamma» disse Willy, amaramente. Perché mai Willy aveva detto che Stella non era una mamma, e perché Stella adesso faceva quella faccia, come se avesse appena preso un pugno? «Vattene, Willy» disse l'investigatrice. «E non cercare altri pretesti per tornare». Willy lanciò una specie di grido d'insofferenza, e si diresse verso l'uscita, dando un calcio al tavolino e quasi rovesciandolo. Andò... probabilmente verso l'avventura, o verso qualche nuovo cazzo di personaggio pubblico da fotografare. Si udì sbattere la porta. «Ha lasciato di nuovo la valigia» gemette Stella, come parlando a se stessa. «E non mi ha ancora reso le chiavi! Che stronzo!» «Ma chi è questo Willy? Che significa quell'allusione alla... alla maternità?» Stella emise un lungo sospiro, alzò i piedi sul tavolino con le caviglie incrociate, chiuse gli occhi e stese le braccia in orizzontale, come se volesse mimare la crocifissione (e intendeva infatti che l'avevano messa in croce).

«È mio marito» disse. «Abbiamo un figlio».

La doppia informazione colpì Mariarita, con l'effetto di un siluro di profondità che raggiunge il bersaglio. «Oh, certo» disse, con calma innaturale, la nostra eroina. «Hai un marito e un figlio. Sono due oggetti abbastanza comuni e diffusi, nella vita di tutti i giorni. Niente di strano, se li hai anche tu». Aveva assimilato benissimo l'informazione, ma giocava con se stessa a lasciarla esplodere a scoppio ritardato, come quei personaggi dei cartoon che camminano per un po' nel vuoto prima di accorgersi che non hanno nulla sotto i piedi. «E perché cazzo non me l'hai detto?» gridò poi (il personaggio dei cartoon precipitava). Stella sussultò: non aveva mai sentito l'amica urlare così. Guardò Mariarita con un'espressione fra lo smarrito e il sofferente. «Ci conosciamo da poco tempo...». «Le altre donne lo dicono per prima cosa!» «Non so perché non te l'ho detto... Il fatto è che... Ho passato anni d'inferno, ne sono uscita solo da poco... Anche con Pa', top secret, non parliamone nemmeno, lei sa che preferisco così... Quanto alle altre mie amiche, sai, sono rapporti a senso unico, esistono soltanto i loro problemi... Lo so che tu sei diversa, avrei dovuto essere sincera con te, ma... Non ti ho raccontato bugie, mi sono solo tenute le mie cose per me... non non volevo pensarci... E... e raccontarle, significava ripensarci...». Stella aveva parlato con una voce che si faceva sempre più acuta e debole, finché non si perse in un filo lamentoso. Dopodiché, scoppiò in un pianto a dirotto: singhiozzi disperati, che sembravano volerle strappare brandelli dei suoi organi interni. Per Mariarita fu uno choc: non si era aspettata di vedere una donna come Stella piangere. Per qualche istante, fu capace soltanto di rimanere a guardarla imbambolata; poi, dimenticando di essere leggermente offesa per i segreti (ma non bugie) di cui

non era stata messa a parte, sentì l'istinto materno che rinasceva dentro di lei, e le metteva le ali al cuore. Si precipitò su Stella, l'abbracciò, l'accarezzò come faceva con le sue gatte (con la stessa tecnica, lunghe lisciate dal capo fino a metà schiena): «No, no, no... Non fare così... Buona, buona... Tutto si sistema, tutto passa... E, se non passa, passiamo noi...».. Stella rialzò la testa di scatto, il naso rosso, le strisce di mascara lungo le guance arrossate. Guardò Mariarita con rimprovero. «Merda, non so cosa mi succede! Io non piango mai!» «È colpa mia?» «Sì! È colpa tua... Tu mi fai questo effetto!» «Dài, piangi ancora un po', e poi dimmi tutte queste nonbugie che ti sei tenuta per te». Stella pianse ancora un po', mugolando piano, con i sussulti che si facevano sempre più calmi: era un pianto di consolazione. Mariarita, intanto, le dava colpetti affettuosi in mezzo alle scapole (questa era una tecnica che usava con gli umani: un gatto si sarebbe ribellato). Poi, venne fuori tutta la triste storia del matrimonio d'amore fra Stella del Fante e Willy Baroni. Si erano conosciuti sette anni prima, ed era stata subito una passione da oroscopo, da romanzo rosa ambientato in epoca vittoriana, da test di rivista: "Il vostro rapporto è nato da un colpo di fulmine?". Erano entrambi lupi solitari liberi, selvaggi e in corsa per la foresta, e a letto facevano scintille. Si erano sposati, solo civilmente, alla sola presenza dei testimoni: Pa' e un collega fotografo di Willy, con un occhio nero e il naso rotto perché era stato appena pestato da un capriccioso tennista (ed era in corso una denuncia). Una scena da film: lui e lei che buttano giù dal letto il giudice di pace in piena notte, solo che in Italia non si può fare, e bisogna prenotare il Municipio. Avevano trascorso la luna di miele ai Caraibi: Willy lavorava, fotografando nudità famose, e Stella lo aiutava e consigliava negli appostamenti, con la sua esperienza professionale, divertendosi

da matti. I problemi erano cominciati con la convivenza; ma, poiché Willy trascorreva fuori Milano almeno nove mesi all'anno e c'era stato poco tempo per far maturare gli attriti e gli scazzi, lei si era risolta per la separazione solo allo scadere del loro primo anniversario. Lui non era d'accordo, diceva di amarla ancora. «... ma non era vero, altrimenti mi avrebbe accettata. Prima gli piacevo com'ero... Mi chiamava pazza, "la sua pazza", ma in un senso molto positivo, capisci? Dopo un po', dopo pochissimo, anzi, non ero più una pazza, e nemmeno sua. Ero solo una pazzoide, e in un senso molto critico. È sempre così: si innamorano di quello che sei, o almeno così dicono, poi non vai più bene, vogliono cambiarti. È come, non so, se la prima fase dell'innamoramento fosse come un giro su una giostra del luna park. Dopo no, subentrano altre regole, tutto deve diventare serio, non ci si diverte più. Due palle così». Sul punto di separarsi, Stella era rimasta incinta, aveva deciso di tenere il bambino, e Willy, di conseguenza, aveva respirato: niente divorzio, un figlio ha bisogno del padre. Era nato Roger Secondo (Stella aveva chiamato il figlio come il padre) e, per qualche tempo, Stella aveva fatto la mamma a tempo pieno, sentendosi un po' come il protagonista scapolo di una commedia alle prese con un bebè piovuto dal cielo. Il guaio era che Willy, pur restando lupo solitario, libero, selvaggio e in corsa per la foresta, pretendeva che lei si trasformasse in una cagnolina da salotto. «Si aspettava che facessi la casalinga. Che passassi le mie giornate fra la spesa, la passeggiata ai giardini pubblici, e il parrucchiere. Diceva continuamente che "una madre" deve "fare delle scelte". Intendeva che dovevo rinunciare a tutto: i miei studi, le mie ricerche, i miei interessi...». «Molto irragionevole». «Puoi ben dirlo! Voleva che diventassi un'altra, che non fossi più me stessa, che mi stravolgessi completamente. Era geloso degli assassini!»

«Che razza di idea!» «Scherza, scherza... E io a ripetergli che era solo una cosa di testa, che non c'entrava con noi due e la nostra vita... Ma lui no: sempre competitivo, sempre polemico... Si rendeva la vita impossibile, e la rendeva a me... Una volta, mi ha fatto una scenata perché tenevo la foto di Charlie Manson sul comodino, accanto al letto... Ha preso il portaritratti e l'ha fracassato... Un'altra volta ha minacciato di distruggermi tutta la mia collezione di documenti sui killer, e ci siamo picchiati...». «Indubbiamente, avrebbe dovuto essere più tollerante». «Scusa, Mariari', a lui piace fotografare le attrici che si fanno massaggiare le chiappe, o la principessa che abbraccia in piscina la sua guardia del corpo e gli morde l'orecchio... Perché a me non dovrebbe piacere fare il mio, di lavoro? Non ho diritto a farmelo piacere?» «Certo, certo...». «E poi, lui ce l'ha, il poster di Marilyn Monroe. Si è anche ritagliato dai giornali un paio di attrici e una pattinatrice su ghiaccio tedesca, con un costume tutto frange... Dovrei essere gelosa e fargli le scene, io? Perché non posso avere le foto dei miei killer?» «Ma certo che le puoi avere. È un fatto di giustizia!» «Lui diceva che era diverso. Ma che differenza c'è fra una pattinatrice e un assassino?» «I due oggetti differiscono tra loro, ma sono d'accordo con te: la pulsione è la stessa». «Insomma, vaffanculo... Vaffanculo a lui, non a te... Già era un po' che diceva che come madre ero una merda, perché lasciavo Roger Secondo con una sfilza di baby sitter per le mie stronzate... Ma che ci posso fare, io, se non si trova una baby sitter decente? Se Mary Poppins non esiste? Frequentavo, come ho sempre fatto e faccio tuttora, i Pirati della costa, la questura, le redazioni dei giornali, le carceri, i tribunali... Sai che ho un mucchio di conoscenze legate agli ambienti del crimine, o in cui ci si occupa del crimine, che qualche volta mi sembra la stessa

cosa... Lui diceva: "Non s'è mai vista una madre che paga una baby sitter per andare all'obitorio!". E io gli rispondevo: "Se è per questo, non s'è mai visto neanche un padre che molla la famiglia per andare a fotografare cazzi!". Lui si trincerava dietro al suo solito: "È diverso". Lui lo faceva per dovere, io perché ero una balorda. Come poteva allevare un bambino, una pazzoide come me? Una con i gusti deviati... Gli ricordavo che quando mi aveva conosciuta gli piacevano, i miei gusti deviati, e lui: "Allora era divertente, adesso non più!". Tutti i giorni così. Quando ho cominciato a interessarmi al camionista, l'atmosfera in questa casa è diventata irrespirabile. Altamente tossica, da camera a gas. Willy ha minacciato che, se fossi andata avanti, mi avrebbe lasciata. Una notte, Angelo mi ha chiamata per andare a vedere una delle donne uccise. Erano le tre, Willy era a letto con me. Ha gridato che una madre ha delle responsabilità, non va via di casa per ritornare all'alba con l'aria di una che ha lottato nella giungla d'asfalto, che lui era stufo e non ne poteva più. Io gli ho urlato: "Mi hai rotto il cazzo con questa storia della mamma, falla te la mamma, invece di andare a fotografare cazzi". Lui ha giurato: "Se esci stanotte, quando torni non mi trovi più". Io gli ho detto: "Va' a farti fottere da una mezza dozzina di beduini arrapati". E sono uscita. Sapevo che non se ne sarebbe andato, che non avrebbe lasciato solo Roger Secondo. Quando sono tornata, lui non c'era più. E nemmeno il bambino. Me l'aveva rapito!» Il rapimento era avvenuto circa un anno e mezzo Senza perdere un istante, Stella aveva mosso la telli della filibusta al gran completo, e tutte sionali sue e di Pa', più l'apporto di un altro vestigative. prima. Questura, i frale risorse profespaio di agenzie in-

In seguito, avrebbe appreso che Willy, dovendo partire per la Spagna, meditava già da giorni di portarsi via Roger Secondo, aveva programmato tutto e aspettava solo l'occasione buona, che lei gli aveva senza saperlo fornito quella notte stessa. Dopo la lite, non gli era rimasto che svegliare e vestire il bam-

bino, estrarre dall'armadio la borsa da viaggio già pronta, chiamare un taxi, e correre alla Malpensa in tempo per prendere il suo volo. Ora i due si trovavano a Marbella: Willy fotografava un playboy francese; una redattrice single di cinquant'anni, senza figli ma piena di istinto materno, si occupava del piccolo. Poco tempo dopo era arrivata la prima lettera da parte dell'avvocato di Willy. Il figlio di puttana (l'avvocato, non Willy) era riuscito a montare contro di lei una macchina di accuse assai ben congegnata: Stella, diceva, con la sua personalità "problematica", il suo giro di amicizie negli ambienti più "degradati" della società, il costante rischio a cui esponeva se stessa e la sua famiglia, aveva creato un clima estremamente inadatto alla crescita "serena" e allo sviluppo "armonioso" di un bambino. Willy chiedeva il divorzio e l'affidamento del piccolo Roger. La prima parte del programma a Stella stava bene, la seconda per niente. La contromossa di Stella era stata chiamare tutti gli avvocati che erano stati amici di suo padre, e inoltre quelli che erano diventati amici suoi negli anni dell'università, e dopo, nel corso della sua carriera di detective. Quando ci si metteva, faceva le cose alla grande, lei: il risultato era stato un vero e proprio congresso di avvocati. Se li avessero legati tutti insieme e affondati in mare sarebbe stato un buon inizio, come dice quella stupida barzelletta. Comunque, Stella era riuscita a riavere il figlio, ma solo fino alla discussione della causa per la separazione e l'affidamento. In quella circostanza, le era caduto addosso il giudice meno femminista, meno progressista, meno politicamente corretto che si potesse trovare in Italia. Si alzi il giudice, dobbiamo guardarlo bene: è rimasto l'ultimo della sua specie. Un tizio di settant'anni che ne dimostrava novanta, e non solo non era andato in pensione, chissà perché, ma doveva essere stato tenuto rinchiuso in un armadio polveroso dal 1954, e tirato fuori appositamente per Stella.

In quegli occhi miopi e vetrosi la povera investigatrice aveva letto il suo giudizio: madre snaturata. E quel figlio di puttana (sempre l'avvocato di Willy), aveva dipinto a modo suo la vicenda con il killer camionista, causando grande sensazione e raccapriccio e facendola passare per una sociopatica con tendenze autodistruttive. Non era servito a niente il congresso di avvocati schierato dalla parte di lei. «Sono l'unica donna d'Italia giudicata indegna di fare la mamma. Non è grandioso?» «Sì. Davvero grandioso» disse Mariarita, impressionata. Quel figlio di puttana (Willy stavolta, non l'avvocato), le aveva chiesto perdono piangendo: si era lasciato montare da sua madre e dall'avvocato, intendeva solo spaventarla, costringerla a tornare con lui cambiata, dolce e mite e ragionevole, cioè con la testa sgombra dagli assassini. Non voleva che finisse così! «Ma, dal momento che è finita così, si è preso mio figlio. In realtà, lui è snaturato come padre almeno quanto lo sono io come madre. Tiene Roger Secondo in ostaggio, perché in questo modo sono nelle sue mani, dipendo da lui. Spera che rinunci al divorzio e mi decida a ricomporre la famiglia, alle sue condizioni. E intanto non mi dà pace. Lo hai visto, oggi. Quella sua macchina fotografica, io non gliel'ho buttata via. Non so che fine abbia fatto, ma sono sicura che ce l'ha lui, e ha dimenticato di averla per venirmela a chiedere». «Ma tu, cosa provi adesso per lui?» «Boh». «Immagino che "Boh" racchiuda una vastissima e sfaccettata gamma di emozioni contrastanti». «Rimpianto, nostalgia... e rabbia. Andava così bene, finché non si è messo a fare lo stronzo! A volte avrei ancora voglia di scoparmelo, a volte avrei invece voglia di sparargli». «Secondo me, vi amate ancora». «Vaffanculo... a te, non a lui. Come puoi pensare che lo ami, dopo la carognata che mi ha fatto?»

«Si vede dal gusto che provate nel farvi male. Era almeno un mese e mezzo che non vedevo una coppia farsi così male». «Forse lo amo, ma non me lo riprendo di certo!» «Nemmeno per riavere tuo figlio?» Stella si coprì il viso con le mani; emise una specie di lamento a bocca chiusa, prolungato, di disperazione impotente. «È una specie di braccio di ferro» disse poi. «Lui aspetta che io ceda, per amore di Roger Secondo. Io aspetto che lui ne abbia pieni i coglioni di fare il mammo. Lo conosco: non gli piace, lo fa sentire prigioniero, frustrato...». «Già, l'ha detto, non lavora da mesi. È per occuparsi del bambino?» «Affermativo. Prima o poi gli verrà voglia di ripartire, e allora...». «Allora?» Allora, niente, spiegò Stella. C'è la madre di Willy, sua suocera, che la odia, l'aveva sempre considerata un errore di suo figlio, un errore della natura, di Dio persino, qualcosa di estraneo all'ordine dell'universo. Si è messa a covare il suo nipotino, e non lo molla, non lo mollerà mai. Willy può sempre affidarle il bambino per mesi, alloggiarlo da lei in pianta stabile. «Quel bastardo ha proprio tutte le carte dalla sua. Non c'è niente da fare, tra lui, il giudice, la suocera e gli avvocati mi hanno incastrata» disse Stella, prendendo a pugni un cuscino. «È davvero una situazione senza uscita». «Grazie, Mariarita, mi sei proprio di conforto». «Scusa, l'hai detto tu, che ti hanno incastrata». «Sì, ma speravo che a te venisse un'idea per disincastrarmi». Mariarita sorrise. «Roger Secondo» disse. «Mi piacerebbe vedere com'è tuo figlio». «Puoi vederlo anche oggi, se ci muoviamo».

Arrivarono all'asilo infantile appena un paio di minuti prima

dell'orario di chiusura. Era il tramonto di una giornata limpida e tiepida, e i bambini erano tutti fuori, a giocare in cortile. La maestra stava dirigendo un gioco abbastanza sadico, una specie di girotondo con un bambino a scelta al centro del cerchio che doveva impersonare la vittima designata; ma alcuni individualisti stavano giocando appartati, con alcune automobiline che facevano correre su una pista scavata nella ghiaia. Stella fece segno a Mariarita di seguirla: si appostarono dietro un platano, nei pressi della cancellata laterale, e guardarono oltre il tronco dell'albero e fra le sbarre. «Qual è Roger Secondo?» «Il bambino con l'automobilina». «Il bruno con la tuta Adidas?» «No, il biondo che scava». Roger Secondo era accucciato nei pressi della pista, con il capo chino, i fini e lunghi capelli biondi che ondeggiavano; stava ravanando nel terreno con un bastoncino da gelati. Quando gli sembrò di aver riassestato per bene la pista, lanciò la sua automobilina, che uscì di strada a una curva e si ribaltò. Il bambino corse a riprenderla, si voltò, e Mariarita poté vedere il suo viso. Rideva. Aveva le mani nere di terriccio, e anche la maglietta bianca era sporca. Portava un giubbotto rosso con una scritta posteriore attraversata da un fulmine: DAREDEVIL. Aveva i grandi occhi blu di Stella, e la bocca di Willy. «È bellissimo» disse Mariarita. «Sì» sospirò Stella, e per una volta non disse: "Affermativo". Aveva gli occhi pieni di lacrime. «Dico davvero. È bello come i bambini degli spot, ma non altrettanto odioso. Quanti anni ha? Cinque?» «Cinque. Il prossimo anno andrà a scuola». «Cosa fai, ti rimetti a piangere?» «Io non piango mai. Cioè, fino a oggi non avevo mai pianto, da quando avevo tredici anni e l'insegnante di ginnastica mi ha dato dell'imbranata davanti a tutta la classe». «Ti manca tanto?»

«Oh, sai... Io non ho pazienza con i bambini... Non ho mai fatto volentieri cose tipo scarrozzarli al supermercato sul carrello della spesa insieme ai pacchi dei surgelati... E poi sono un'anarchica, non mi va di castigarli, disciplinarli, castrarli... E quando rompono le scatole non li sopporto... Adoro avere i miei spazi, tutto il tempo per me, fare quello che mi pare...». «Ti manca?» «Sì... mi manca. È tutta la mia famiglia». «Lo avevi programmato, o...». «... o. È stato un fallimento dell'anticoncezionale che usavo allora, la pillola. Sono rimasta incinta nei primi quindici giorni di assunzione della pillola, nel periodo senza protezione. Quando è successo, ho pensato: se non lo tengo, difficilmente proverò nella vita un desiderio abbastanza forte di maternità. Poi passeranno gli anni, diventerò sempre più pigra, avrò sempre meno voglia di pappe e pannolini... Così, ho colto l'occasione di essere "costretta" a fare un figlio. Ti sembra molto macchinoso, come ragionamento?» «Oh, no. In materia di ragionamenti sull'opportunità di fare figli, ho sentito di peggio». «Comunque, la vera ragione credo sia legata alla mia mania per i killer. Mi sono analizzata da sola, senza bisogno di pagare un analista. Volevo qualcosa di giusto, di regolare, di positivo da opporre all'altra parte di me, che è piuttosto... è tutto il contrario». «Come mettere un peso all'altra estremità di una bilancia?» «Affermativo. Per trovare un equilibrio». «Decisamente, so di bambini che sono venuti al mondo per motivazioni più strampalate». «Mi sfotti, eh?» «No, per niente. Senti, ma perché restiamo così, a guardarlo da lontano? Non potremmo avvicinarlo, parlargli? Avrei voglia di conoscerlo più da vicino». «No, no... meglio di no». «Perché?»

«Perché fra non molto verrà a prenderlo mia suocera...». «È per questo che stiamo appostate nell'ombra? Per tua suocera?» «... Anzi, forse è già qui... Non voglio che mi sorprenda, non voglio che mi veda». «E che succede, se ti vede?» Stella strinse le labbra con forza, e scosse la testa. Nei suoi occhi c'era qualcosa che Mariarita non aveva mai visto: uno spavento invincibile. «Fammi capire, Stella: tu non hai paura di viaggiare di notte su una strada poco frequentata sul camion di un maniaco assassino, e hai paura di tua suocera?» «Tu non la conosci. È una donna terribile». In quel momento, la donna terribile stava entrando nel cortile attraverso il cancello d'ingresso. Seguendo la direzione del dito puntato di Stella, Mariarita la studiò con curiosità. Le parve una mite signora milanese un po' snob e parecchio rompiballe, nel complesso più irritante che temibile. Era piccola, troppo per aver generato un figlio come Willy, con un viso comune, coperto di fondotinta abbronzante. Portava un giaccone di astrakan malgrado facesse ormai quasi caldo, una gonna a quadri al ginocchio, calze color panna e scarpe nere di vernice, dal tacco basso. Sui capelli biondi tinti tagliati all'altezza delle spalle aveva un cappellino beige piatto e rotondo, da collegiale di prima della Seconda guerra mondiale. «È un mostro» disse Stella. «A me sembra normalissima». «Appunto. L'ultima donna normale sulla terra. Guardala». L'ultima donna normale sulla terra raggiunse Roger Secondo, lo prese per un polso, lo tenne fermo mentre pescava un fazzoletto dalla borsa. Si chinò su di lui e cominciò a ripulirgli le mani dal terriccio. Prese a strofinargli anche il davanti della maglietta, ottenendo solo di allargare e sbavare di più la macchia. Visto lo scarso risultato dell'operazione, trascinò il bambino fino alla fontanella, gli tenne le manine sotto il getto

dell'acqua, lo costrinse a lavarsele. Poi bagnò e strizzò il fazzoletto, riagguantò Roger Secondo che le stava scappando, e riprese a pulirgli la maglietta. Aveva un'espressione vecchia e scontenta. «Nooo...», gemette Stella. «Volevo fare di mio figlio un investigatore. Per continuare la tradizione di famiglia, sai. Ora, quella donna lo trasformerà in un killer». Roger Secondo riuscì finalmente a darsi alla fuga, piombò sulla pista delle automobiline, strusciando i piedi sul terreno per cancellarla. Era molto arrabbiato: doveva essersi convinto che, mentre la nonna lo ripuliva, i suoi compagni ne avevano approfittato per barare. Afferrò la sua automobilina e, usandola come arma contundente, colpì forte il bambino bruno in tuta Adidas, in mezzo alla schiena. «Ne dubito» disse Mariarita. «I killer, da bambini, le prendono. Lui le dà. Non preoccuparti, crescerà sano e diventerà un grande detective». «Lo credi davvero?» «Se ha le tue qualità e il fiuto di suo padre per sorprendere la gente nuda» confermò Mariarita con convinzione «lo diventerà di sicuro!»

Lungo la via del ritorno, Stella disse a Mariarita che il tribunale le aveva concesso, per stare con il suo bambino, le domeniche, metà delle vacanze invernali, e tutte quelle estive. «Dapprincipio mi sono sentita avvilita, umiliata... Poi ho scoperto che la condizione di genitore della domenica ha i suoi vantaggi». «Quali vantaggi?» «Uno. Uno, soprattutto. Non sei il genitore rompicoglioni». Il genitore della domenica, spiegò Stella, non ordina, non proibisce, non frustra. Non impone orari, non stabilisce cosa mangiare, non manda a letto presto, non toglie i giocattoli per castigo. Il genitore della domenica è quello che porta al luna

park, al circo, allo zoo, al mare, in campagna, al cinema eccetera eccetera eccetera. È un grande amico, un compagno di giochi e un complice malandrino. Il genitore della domenica è quello che i bambini sognano per tutta la settimana, mentre subiscono e accumulano rancore contro l'altro, il rompicoglioni. Concludendo, il genitore della domenica diventa un mito per i figli, gli si perdonano tutti i difetti e gli errori semplicemente perché manca il tempo di vederli, incarna la perfezione; lo si sogna, lo si desidera, lo si ama di più. «Solo tu puoi pensarla così, Stella» disse Mariarita, ridendo. «Ma ragiona, Mariari'! Gli uomini hanno sempre avuto questo privilegio, anche i non separati, i non divorziati. Lavorano fuori casa, fanno una fugace apparizione la sera, la domenica si godono i figli, e i figli si godono loro. Invece le donne, costrette a occuparsi a tempo pieno dei bambini, sono le rompicoglioni. Tu, per esempio, con chi ce l'hai di più, con tuo padre o con tua madre?» «Con mia madre». «Vedi? Le madri sono castratrici. Ma si è mai sentito parlare di un padre castratore?» Mariarita cercò per un istante di figurarsi il padre castratore, non ci riuscì, ma il solo tentativo di immaginare questa improbabile creatura, il solo supporre che potesse esistere, la fece ridere. «Bene...». proseguì Stella. «Ora tocca a Willy fare il castratore. Al solo pensiero, mi sento vendicata». «Parli così per consolarti di non avere più Roger Secondo, o ne sei veramente convinta?» chiese Mariarita, seria. «Tutt'e due le cose, credo. Vedi, ho fatto una scoperta: ora, anche noi donne potremmo essere il genitore della domenica. Io mi sono trovata in questa situazione contro la mia volontà, ma ora che ci sono, spesso mi domando se non ne valga la pena. Da quando mi vede solo un giorno alla settimana, Roger Secondo ha un rapporto migliore con me. Per lui, sono meravigliosa. Certo, lui mi manca, lo vorrei sempre con me. Ma, forse,

è meglio così. È talmente difficile essere il genitore di tutti i giorni, e mandare avanti anche un lavoro, una carriera, una vita pubblica...». «Già, già. Dare la caccia agli assassini e allevare un figlio, è una vera impresa!» «In realtà» disse Stella «sia Willy che io siamo tutti e due genitori della domenica». «Allora, Roger Secondo è senza mamma». «No. La mamma è mia suocera. La perfetta madre castratrice. Non voglio pensarci, parliamo piuttosto della nostra indagine». Stavano attraversando, in macchina, il vecchio quartiere degli scapigliati. Stella indicò ai due lati della strada, lungo la fila di edifici coperti di murales che ospitavano bar, rosticcerie, negozietti di rigattieri e di oggetti intrecciati in vimini. «Non ti sarà sfuggito che Gherardo Orsi, nel racconto, parla di un certo palazzo qui a Brera, e che, nelle lettere a Giovanni Verga, quando parla dell'incontro con Stefan Blank, lo descrive pressoché uguale». «Sì, certo che ho notato le analogie. Gherardo parla di un palazzo di tre piani, con un portone di legno d'abete, e un rilievo fatto di tralci di vite e grappoli intrecciati. Ma non esiste. Conosco bene Brera, non esiste un palazzo che abbia queste caratteristiche». «Anch'io l'ho cercato a lungo, per arrivare alla stessa tua conclusione. È strano, non ti pare? Di solito, i personaggi sono d'invenzione, e i luoghi reali. Invece, in Sublime anima di donna, sembra che sia il contrario. Ma, se questo palazzo esisteva nel 1868, non può essere scomparso nel nulla». «Forse è stato demolito per far posto a una nuova costruzione. Come il vecchio portico dei Figini, dove adesso c'è la Galleria». «Da qualche parte qui intorno, Gherardo Orsi ha incontrato Stefan Blank. Non ti fa un certo effetto?» «Sì, mi fa un certo effetto, ma non mi sembra importante ai

fini dell'indagine». «Non sono d'accordo, soprattutto per quanto riguarda i fini dell'indagine. Se veramente tutto è cominciato nel laboratorio di Stefan Blank, e se il laboratorio si trovava da queste parti, potrebbe essere importante stabilire che ne è stato delle proprietà immobiliari della famiglia». «La detective sei tu. Probabilmente, se dici che è importante, lo è». «Non bisogna trascurare nessun dettaglio. Niente è importante in un'indagine. Tutto lo può diventare. Ma non si può sapere in anticipo». «Cosa vuoi fare? Hai un amico al catasto che possa darti le informazioni del caso?» «No» disse Stella, come se si stupisse lei stessa di non avere un amico al catasto. «Dovrò arrangiarmi in qualche altro modo». «Non mi dire! È fantastico che almeno là tu non abbia qualcuno!» «Mi prendi sempre per il culo. Io non prendo per il culo te». «È il mio modo di fare abituale, quando tengo a una persona». «Lo fai anche con gli uomini?» «Sì. Infatti non mi durano mai molto». Stella guidò per un po' in silenzio, di nuovo cupa. «Faresti un figlio?» chiese poi. «Mi piacerebbe avere un bambino come Roger Secondo. Ma dovrei prima trovare un uomo che capisse che anche se lo sfotto, tengo a lui». «Se non riesci a trattenerli il tempo di fare un figlio, gli uomini ti durano davvero poco!» Le due donne risero. «Se non hai niente da fare stasera» disse Stella, quasi timidamente, «potresti restare a cena da me». «È un'ottima idea. Ma, prima, devi permettermi di passare da casa. Prima di mangiare, devo servire il pasto alle bestie».

«Va bene». «Poi, devi permettermi di cucinare». «Perché vuoi disturbarti?» «Non lo faccio per evitarti una fatica. È perché non mi fido di te!» Stella fece una smorfia, e un'alzata di spalle. «Per me, va bene». «E infine, dopo cena» disse Mariarita, con tutta la malizia di cui era capace «ci facciamo una bella partita a carte, al tuo gioco dell'uomo nero». «Gesù Cristo! Sono anni aaanni che non faccio più quel gioco. Mi turba ancora. Perché cazzo vuoi giocare all'uomo nero con me?» «Non lo indovini? Voglio vedere a chi tocca di noi due!»

Chirurgia dell'anima I

l fante di picche toccò per la prima mano a Mariarita, poi a Stella, poi ancora a Stella, e infine nuovamente a Mariarita. A quel punto, per non tentare ulteriormente il destino, le due donne decisero che andava bene così, e chiusero in pareggio. È la cosa più giusta spartirsi l'uomo nero da buone amiche, pensò Mariarita, sorridendo fra sé. Quel giorno era molto occupata, aveva una valanga di libri e articoli da leggere per il suo uomo politico, e doveva spedire le relative relazioni in modo che l'onorevole le ricevesse per il mattino seguente. Il che significava lavorare indefessamente fino a sera inoltrata, anche evitando di leggere con tutte le facoltà e i sentimenti (cosa impossibile), ma limitandosi a sorvolare i testi in questione: un tipo di lettura veloce, superficiale, che salta da un gruppo di righe all'altro, da una pagina all'altra, sorretta da una pratica esperta di associazioni di idee. Spesso, basta leggere l'inizio, qualcosa al centro, e la fine. Oppure, se l'intreccio non è tanto articolato da riservare sorprese, se ne legge solo una parte, e si ricostruisce quanto resta sulla base di letture del medesimo genere, stile e tendenza.

Mariarita stava contemplando scoraggiata tutto il materiale accumulato sulla sua scrivania, domandandosi da dove cominciare, quando squillò il telefono. Era Stella, che voleva comunicarle che Dimitri aveva trovato un discendente di Gherardo Or-

si e che Jonathan aveva il tanto sospirato seguito delle lettere dello stesso. «Grande!» «Senti, Mariari', devi mobilitarti oggi stesso». «Oggi? Ah, no... oggi è impossibile!» «Qualunque cosa stai facendo, rimandala». «Non posso. Muoio dalla voglia di leggere il seguito delle lettere. Davvero. Ma ho una montagna di roba da leggere per Malenotti». «Devi trovare il tempo». Stella spiegò concitatamente (a Mariarita parve di vedere i gesti della mano con cui accompagnava sempre le sue conversazioni telefoniche) che il discendente di Gherardo era un chirurgo estetico di grido, Oscar Felisetti. Mariarita lo conosceva di nome: aveva visto la sua foto su un settimanale femminile nella sala d'attesa della sua estetista. L'articolo, le parve di rammentare, riguardava gli impianti sottocutanei di acido ialuronico, ma non ne era sicura al cento percento. Svariati maghi della plastica erano stati intervistati in proposito, ma non ricordava che cosa aveva detto in proposito il professor Felisetti. « e ti ho preso un appuntamento per le quattro e mezzo del pomeriggio». «Cioè, fra un'ora? Così, senza avvertirmi? Sei matta!» «Lo so, scusami. In un'altra circostanza, sarei stata una bestia. Ma questa è una specie di emergenza. Se non ci vai oggi, non ci vai mai più. Ti hanno trovato miracolosamente un buco lasciato libero da una cliente che deve partire per Londra. Il prossimo appuntamento, in alternativa, te lo darebbero da qui a tre mesi. Non possiamo aspettare così tanto». «Scusa, Stella, ma perché non ci vai tu?» «Ti ho parlato di quella mia amica?» «Quale delle due? Quella che porta sempre la figlia dalla psicologa?» «No, quella che non gliela leccano mai. Si è fatta rifare da Felisetti, da cima a fondo. L'ho accompagnata più volte in studio.

Il chirurgo mi conosce. Gli sono stata presentata come detective privata. E se Felisetti fosse Frankenstein? Rivedendomi, si mette in testa che sono sulla sua pista, si chiude a riccio, e lo perdiamo. È meglio se va qualcuno che lui non ha mai visto. Cerca di studiarlo, di sondarlo, e poi dimmi cosa ne pensi». «Ma... tu gli sei stata presentata, gli hai parlato. Che opinione te ne sei fatta?» «L'incontro è durato meno di un minuto, solo una stretta di mano e i convenevoli. Poi lui è tornato nel suo studio. Sai com'è a Milano, sono sempre tutti talmente indaffarati. E i chirurghi estetici più degli altri, perché fanno più soldi. Non ho un'opinione precisa. So solo che sa maneggiare il bisturi... e che deve aver ereditato qualcosa di Gherardo».

Stella passò a prendere Mariarita una mezz'oretta dopo, per accompagnarla allo studio del professor Felisetti. «Sai cosa significa, questo?» disse Mariarita, salendo sulla BMW. «Che sarò costretta a rimanere in piedi tutta la notte a lavorare». «Mi dispiace. Se vuoi, dopo, vengo a casa tua a darti una mano». «Come leggi, tu?» «Non so. Una parola dopo l'altra. Perché, quanti modi di leggere ci sono?» «Leggi il testo dall'inizio alla fine, concentrandoti per comprenderne il significato, senza saltarne delle parti?» «Sì». Allora, non andava bene. Mariarita spiegò a Stella che i lettori professionisti non leggevano più così: sorvolavano. «Grazie lo stesso, comunque. Apprezzo il pensiero». «Ce l'hai con me?» «No, non è colpa tua. In fondo, date le circostanze, avrei deciso di andarci spontaneamente, anche se tu non me l'avessi chiesto. Penso che ne valga la pena».

p136.jpg Stella consegnò all'amica un dischetto contrassegnato dall'etichetta: Lettere2.doc. «Puoi tenerlo. Io ne ho una copia». «Le hai visionate?» «Non ancora. Lo farò stasera». «Ha avuto dei problemi, Jonathan, con Caronte?» «No. Ha detto che è stato troppo facile. Gli ha tolto dall'hard disk tutto il materiale porno. I file delle lettere erano protetti, ma per uno come Jonathan è stato un giochetto trovare la password di accesso. L'amico di Bellano non si è accorto di niente». «Dimmi di questo professor Felisetti. Esattamente, che grado di parentela ha con Gherardo?» «Discende da un cugino, figlio di una sorella di sua madre. Dimitri ha fatto un bel lavoro. È tutto là dietro, guarda». Sul sedile posteriore della macchina c'era un foglio infilato in una cartellina di plastica rossa. Mariarita lo prese, lo lesse in trasparenza. Uno schermo rosso le pareva appropriato, per l'emergere dal passato del discendente di Gherardo. Ecco l'albero genealogico:

«Fantastico. Ho sempre adorato gli alberi genealogici, autentici o inventati... specialmente quelli dei romanzi, che introducono la narrazione creando un clima di attesa intorno all'entrata in scena dei personaggi. Come fa, Dimitri, a ricostruire i suoi?» «Consulta i registri dei comuni, delle parrocchie, delle scuole. Ritrova i certificati dei matrimoni, dei battesimi, delle morti. I documenti del secolo scorso possono risultare introvabili. Ma in questo caso ha avuto fortuna: all'anagrafe di Como c'era l'atto di nascita di Gherardo. A quanto pare, lui non si è mai sposato, non ha mai avuto figli». «E il chirurgo sarebbe perciò l'ultimo e unico discendente?» «Già. Il marito della zia Luisa era avvocato. L'interesse per la medicina è apparso con il secondo Enrico, che diventò medico condotto. Il figlio, Luigi, fece un po' più di carriera, diventò primario di chirurgia toracica qui a Milano. E Oscar ha proseguito l'escalation. È un mago della chirurgia estetica. La sua fama non è immeritata, te lo assicuro. Ho visto io stessa quello che ha fatto sulla mia amica, quella che non gliela leccano mai». «E lo scienziato dell'Ottocento? Anche lui ha dato origine a una dinastia? Raimondo Blanco c'entra in qualche modo?» «Un collegamento esiste... Il tuo Raimondo Blanco è e non è un vero discendente dell'anatomista». «Cioè...?» «Stefan Blank, come avevi immaginato, ha cambiato il suo nome in Stefano Blanco e ha avuto un figlio, Ernesto, che era biologo ma aveva anche interessi filosofici. Divenne esploratore in Africa e in Amazzonia. Un personaggio strano, una specie di Indiana Jones. In seguito occupò la cattedra di biologia. Ernesto non ebbe figli, ma adottò legalmente un bambino che da grande non fu scienziato, ma imprenditore. Si occupava di costruzioni, o qualcosa del genere. Suo figlio è lo psicanalista, il padre dello scrittore». «Così, la discendenza di Raimondo Blanco sarebbe solo... ideale?»

«Immaginaria: forse è la parola giusta. Me lo hai insegnato tu». «È strano. Dallo scrittore sono nati medici, e dal medico, malgrado la... chiamiamola interruzione a livello genetico, è venuto uno scrittore». Strano davvero. In quel territorio in cui le immagini mentali e il vissuto si influenzano e si fondono, le due famiglie si erano scambiate le reciproche sfere di competenza, avevano invertito le polarità. Del resto, lo aveva detto Caronte, Gherardo aveva anche interessi scientifici, ha scritto sulla flora e sulla fauna lacustre, è stato un naturalista dilettante, e si è proiettato in un personaggio di scienziato. E Stefan Blank, il vero scienziato, è stato anche appassionato di poesia e poeta a tempo perso. Sono infiniti, i modi in cui uno stesso sogno si trasforma, può essere vissuto e tornare allo stato di sogno. Stella parcheggiò la BMW in via Washington, in una posizione da contravvenzione, di traverso sulle strisce pedonali, e con una ruota sul marciapiede. «Qui di fronte, al terzo piano. Racconta a Felisetti qualche balla, bombardalo di domande, chiedigli un preventivo: l'importante è che cerchi di passare con lui più tempo possibile. Tieni gli occhi bene aperti, esamina ogni particolare dell'ambiente, anche quello che può sembrare insignificante. Ascolta bene tutto quello che ti dice, e soprattutto quello che non ti dice. Porta la fattura fiscale a Pa', che la girerà sul conto spese dell'agenzia e ti rimborserà. Ammesso che te la faccia, la fattura fiscale». «Grazie, ma non ho problemi di soldi...». «Lo dici perché non sai ancora a quanto ammontano i suoi onorari». «Sono preparata. Ho portato carte di credito e libretto di assegni». «Tutto a posto, allora. Io, però, non posso aspettarti...». «Vai pure. Io torno a casa con il metrò, poi leggo per Malenotti, e do un'occhiata alle lettere».

«Allora, ti telefono domani mattina». Mariarita scese dalla macchina, si allontanò di qualche passo; ma improvvisamente si voltò e tornò quasi di corsa alla macchina, mentre l'altra aveva già rimesso in moto. «Stella?» «Sì?» «Io, che cosa ho intenzione di farmi rifare?» «Ah, già, non ne abbiamo parlato. Non lo so. Con la sua infermiera, ho detto che era la prima volta, ho prenotato una visita. Non s'è parlato della parte da ristrutturare. Fatti rifare quello che ti pare». «Tu, al mio posto, cosa rifaresti?» Stella finse di pensarci un po' su. «Niente» disse poi, con un gran sorriso, e dandole una pacca sul braccio. Lo studio di Oscar Felisetti si trovava all'interno di un complesso di edifici costruito come un compromesso fra una casa di corte vecchio stile e un nuovissimo centro commerciale. Quattro scatole sghembe in vetrocemento circondavano un giardino di aiuole ordinate con arbusti e cuscini di fiori disposti simmetricamente, il tutto sormontato in alto da un immenso lucernario. Un porticato collegava gli edifici e delimitava il giardino sui quattro lati; ospitava negozi di abbigliamento, di apparecchiature elettroniche, gioiellerie, agenzie di viaggio, e un bar tavola calda. Mariarita attraversò metà del giardino e si soffermò a guardare la fontana al centro, nella quale nuotavano pesci rossi che parevano gonfiati a dismisura e un paio di grosse tartarughe acquatiche. Appoggiando un piede al bordo della fontana e sporgendosi a guardare, vide che più in profondità c'erano altre tartarughe, minuscole, una piccola folla che si agitava in un brulicare di testine e zampette; altre minuscole tartarughine si arrampicavano all'asciutto, tra gli anfratti di roccia e i praticelli di muschio: sembrava lottassero per crescere, per arrivare alle dimensioni di quelle più vecchie. La vista delle tartarughe,

quelle piccole, non quelle grandi, le procurò una sensazione di piacere, anche se non avrebbe saputo dire perché. Percorse metà del portico di fronte, salì al terzo piano. Non aveva ancora deciso che cosa farsi rifare. Le aprì la porta un'infermiera che indossava un camice bianco corto, aderente e scollato, e calze bianche, e portava i capelli biondissimi raccolti in una coda di cavallo, pettinati in modo da formare una calottina liscia e compatta terminante in un ciuffo. Dimostrava fra i venti e i venticinque anni, aveva un viso a forma di cuore, una pelle perfetta, occhi turchese, e una voce gentile, flautata («Il professore la riceverà fra qualche istante»). Pareva... no, non un'infermiera da spot, ma una top model che sfilasse in passerella per una collezione di moda infermieristica. Fece accomodare Mariarita in una sala d'attesa bianca, illuminata da una combinazione di luce del giorno e faretti al neon che creava una strana atmosfera più che artificiale: una specie di nebbia da set cinematografico. C'erano soltanto scomode poltroncine di metallo e un tavolo dal piano di cristallo, coperto di riviste. Di fronte a Mariarita, sedeva una ragazza bruna molto bassa, ma estremamente caruccia: aveva forme armoniose e lineamenti regolari, quella particolare delicatezza e perfezione delle bambole umane (che né Mariarita né Stella avrebbero mai posseduto), e un'espressione buona e triste. Mariarita pensò che la sola cosa che Felisetti poteva mai darle, cioè la statura, era anche la sola cosa impossibile: oppure, la chirurgia estetica poteva ormai lavorare anche su quella? A proposito, lei cosa cazzo aveva intenzione di rifarsi? Le tette? Sarebbero state piuttosto da rimpicciolire. Il naso? Somigliava già a un naso rifatto, piccolo e corto, leggermente convesso. La bocca non si poteva ingrandire di più, e non c'era grasso in eccesso da risucchiare via. Tutto sommato, la parte del suo corpo che le sarebbe piaciuto veramente rifare, era il culo, pensò con un risolino che le procurò un'occhiatina stupita

da parte della brunetta. Sì, il culo. Le pareva di averlo troppo basso e piatto, e le sarebbe piaciuto più alto e rotondo. "Professore, vorrei rifarmi il culo". L'infermiera chiamò la ragazza bruna, che saltò in piedi e uscì quasi di corsa, trafelata e pronta e contenta come un cagnolino a cui è stato lanciato un oggetto da riportare. Quando la porta si fu richiusa, Mariarita esaminò le riviste: non ce n'era una che riguardasse la chirurgia estetica, nemmeno alla lontana: erano tutte pubblicazioni mensili, patinate, di storia, architettura, arredamento, giardinaggio, viaggi, oltre a una serie di dispense sulla vita degli animali. Gli interessi di Felisetti messi a disposizione della clientela, probabilmente. Dov'era rimasta? Ah, sì, al culo. Ma non poteva chiamarlo culo, avrebbe dovuto piuttosto usare parole come "didietro" e "fondoschiena". Parole più carine, morbide, socializzabili. Forse, sarebbe stato il caso di chiedere un preventivo per una ristrutturazione completa, dalle fondamenta fino al tetto, e fare in modo che fosse il professore ad arrivare dove voleva lei: al culo. Anche se, prevedeva, per ristrutturare il solo culo le sarebbe stato necessario tutto ciò che possedeva in banca. La porta si aprì nuovamente, ed entrò una donna, che colpì fortemente i sensi e l'immaginazione di Mariarita, ricordandole uno di quegli esseri ibridi di cui si legge talvolta nelle fiabe, un umano sul punto di metamorfosarsi in animale, o viceversa. Indossa un abito nero orlato di pelliccia al collo e ai polsi e un colbacco di visone, e ha una faccia da gatto, ma non è questo a farla somigliare a un gatto. A una seconda occhiata, si nota che il suo viso è stato talmente lavorato dal bisturi che ogni muscolo, ogni lineamento sembra sfuggire verso l'alto: gli angoli degli occhi, tirati e rialzati verso le tempie, creano quell'impressione di felinità. Impossibile indovinare quali e quanti interventi abbia subìto. Impossibile anche stabilire con certezza la sua età: la forma fisica è da trentenne, ma può anche essere nata sessant'anni fa. La pelle, liscia e come coperta da una patina gom-

mosa, è senza tempo. Gli zigomi sono scolpiti in rilievo, le sopracciglia paiono ali di pipistrello; la bocca è contratta in una fissità innaturale, incapace di sorridere, come fosse di pietra, e così pure gli occhi, duri e scuri, spietati. A differenza della precedente cliente di Felisetti, è di statura sufficiente, con lunghe gambe slanciate che sorgono come colonne da un paio di stivali da equitazione. Ma anche il corpo ha l'aria di essere stato disperatamente manipolato, stirato, forzato fino a raggiungere una forma ideale. No, è impossibile indovinare, sotto quel risultato del lavoro di Felisetti, la signora milanese dell'alta borghesia che deve essere esistita in origine: forse grassoccia, piena di pensierini sciocchi, con un aspetto dimenticabile? Ora, è assolutamente perfetta: a suo modo, affascinante e diversa. Che pensieri coltiva, adesso, nella sua nuova mente? Ha un'altra anima, sicuramente, l'anima adatta al suo corpo mutato. La donna sedette e accavallò le gambe: di lato, in modo che risultassero più slanciate ed erotiche, come ha dimostrato una volta una miliardaria del jet set a un talk show televisivo. Guardò seccata Mariarita, che si rese conto di non aver fatto altro che fissarla dal momento in cui aveva fatto suo ingresso, tossicchiò imbarazzata. Mariarita si affrettò a girare gli occhi altrove. Stava per scusarsi e imbastire un inizio di conversazione, quando l'infermiera venne a chiamarla, e la tolse dall'imbarazzo.

Lo studio di Felisetti era enorme come una piazza e vuoto come in un giorno di metà agosto. La cliente intenzionata a rifarsi doveva percorrerlo da cima a fondo, attraversando il parquet di legno e producendo un rumore infernale di tacchi, per raggiungere la scrivania del professore, che poteva così vederla camminare, muoversi, ed esaminarla a suo agio. Mariarita si chiese se quell'atmosfera da provino teatrale fosse casuale o voluta. Si chiese se per caso Felisetti si era sbri-

gato in fretta con la brunetta perché era stata solo una breve visita di controllo, o perché le aveva detto: «In tutta sincerità, mi dispiace, ma non posso allungarla». Poi, ebbe un'altra immagine mentale: una fila di pellegrine in marcia verso il chirurgo mago, a domandare la grazia: una grazia fisica. Lui, il chirurgo, era praticamente invisibile: dava le spalle a una fila di finestroni con un lato dritto e l'altro che descriveva un mezzo arco a sesto acuto, in stile... come possiamo chiamarlo? gotico futurista. Aveva davanti un'enorme lampada da tavolo accesa, e stava in mezzo, alla confluenza tra le due luci, nella stessa nebbia abbagliante della sala d'attesa. In piedi, con il camice bianco, incombeva come un alto spettro benevolo appena distinguibile dallo sfondo di un arcano chiarore. D'impatto, semplice e grandioso insieme. Lo spettro fece un gesto con il braccio (con la manica bianca) per indicare la poltrona di pelle di fronte alla scrivania. Mariarita sedette, indicò la lampada. «Le dispiace...? La luce mi ferisce gli occhi». «Mi scusi». Felisetti spense la lampada, e Mariarita, con gli occhi ancora stravolti da ombre nere, poté finalmente vederlo, mentre sedeva di fronte a lei con un movimento elegante. È magro, vigoroso, pieno d'energia. Ha mani forti, dalle dita adunche che si immaginano facilmente a penetrare materiali molli, a strappare, tirare, modellare. Il suo viso è strano: come quelli delle sue pazienti, sembra frutto di una sapiente opera di chirurgia estetica, come se lui stesso si fosse operato di fronte a uno specchio. Oscar Felisetti è il cugino di Gherardo Orsi, discende dalla sua zia materna, è un frammento sopravvissuto della stessa sostanza di lui, diverso rispetto a come Mariarita aveva immaginato Gherardo: per certi aspetti, più bello, per altri, meno. Ha un volto glabro dal profilo tagliente come un'arma, occhi ovali di un verde tenebroso, e una bocca mordace. Il cranio completamente rasato lo fa sembrare un interessante pazzo, o un ergastolano autodidatta estremamente intelligente.

Nella foto sulla rivista non aveva la testa a palla di biliardo; era parzialmente calvo, con sinistre ciocche bionde che gli incorniciavano le tempie e gli scendevano sul collo. Deve avere circa quarantacinque anni, ma l'aria di aver lavorato sul proprio aspetto (anche se non lo ha fatto) lo rende simile più a un trentacinquenne molto vissuto, o a un cinquantenne ringiovanito. Tutt'altro tipo rispetto all'ingenuo ragazzo scapigliato di cui è lontano parente, eppure, in un certo senso, la continuità prevedibile di lui. Forse, il personaggio di Gherardo B*** del racconto di Gherardo, si era incarnato in Oscar Felisetti, materializzato lungo tutto un secolo di storia attraverso la catena del DNA. A Mariarita venne una bizzarra idea: la reincarnazione dei personaggi. Se le anime delle persone reali possono rinascere e vivere altre vite, non è possibile che i personaggi dei libri e dei film meglio riusciti, quelli che comunicano una più forte sensazione di realtà, maturino il diritto a meritarsi un corpo? E, subito dopo, un altro pensiero: Non avrò davanti a me Frankenstein in persona? Felisetti aveva ereditato (forse) le manie di Gherardo, aveva avuto lunghi capelli biondi che (forse) la sua ultima vittima aveva accarezzato, sapeva maneggiare il bisturi, ed era abituato a pensare di poter scomporre e ricostruire i corpi. No, no, calma: anche se è lui, non può sospettare minimamente che sono qui per indagarlo, probabilmente ignora tutto quello che io so, cioè di aver avuto un antenato nell'Ottocento, che ha sognato e anticipato in una creazione letteraria un assassino a un passo dal Duemila. «Che cosa posso fare per lei?» Felisetti disse proprio così: che cosa posso fare per lei, cosa vuole che le cambi nel suo volto e nel suo corpo, quale parte posso sostituirle? «Ecco...». cominciò Mariarita, sporgendosi in avanti e intrecciando le mani sulla scrivania ("Professore, vorrei rifarmi il culo") «... sono scontenta della mia immagine. Non si tratta di una

singola parte, ma dell'insieme. Così, ho pensato di venire a chiederle un consiglio, a chiederle... appunto... che cosa potrebbe fare per me». «Mi sembra un po' vago» commentò Felisetti, con una voce impostata calda, molto professionale, che suonava... consolante, sì, consolante. «E non mi pare che lei abbia difetti fisici evidenti. Potremmo vedere di valutare se tale sua insoddisfazione non ha cause psicologiche. In questo caso, forse, dovrebbe intervenire un altro tipo di specialista...». No, così non andava. Lei era lì per cambiare il corpo, e lui le stava proponendo di cambiare l'anima. Fra poco, le avrebbe messo in mano un foglietto con l'indirizzo di un analista, e l'avrebbe spinta fuori dalla porta. Bisognava inventare qualcosa; ci voleva una di quelle sue felici e dolci ironie, con cui spesso riusciva a sopportare le situazioni immutabili, e a ribaltare quelle modificabili. «Ho già consultato uno strizzacervelli. Lui mi ha detto la stessa cosa... che dovrebbe intervenire un altro tipo di specialista». Felisetti fece un sorriso appena accennato, ma acuto: l'espressione di una volpe che apprezza l'astuzia di un'altra volpe. «Di solito» disse «le persone arrivano qui dicendo che sono scontente della loro immagine... Ma focalizzano la loro sofferenza su una parte del loro fisico. C'è chi vuole cambiare il naso, chi vuole un corpo più snello, chi semplicemente non sopporta di invecchiare. Lei dice che non si tratta di una singola parte, ma dell'insieme, e questo è molto interessante. Mi chiedo come potrei intervenire sull'insieme». Molto meglio: almeno gli aveva risvegliato la bestia della curiosità professionale. E lei aveva guadagnato tempo: ma tempo per cosa? Ha un bel raccomandare, Stella, di osservare ogni cosa nello studio del professore: lì intorno, si vedeva soltanto ogni tipo di niente. Non era neppure un ambiente spoglio alla maniera monacale; era spoglio nel senso di... vuoto, neutro.

Niente nella stanza a parte la scrivania. Niente sul ripiano della scrivania, a parte la lampada. E niente neppure su Oscar Felisetti: lui indossava soltanto, sotto il camice bianco, una maglietta girocollo di cotone pure bianco, e non portava orologio, anelli, neppure una penna nel taschino. Certo, anche il nulla lanciava messaggi, parlava: ma cosa stava dicendo? Qual era il senso di una simile messinscena, sicuramente voluta? Felisetti voleva forse dire alla cliente che entrava e si sedeva in quel nulla: spogliati del tuo vecchio io, del tuo vecchio corpo, diventa vuota e neutra, materiale docile per la ricostruzione di un'altra donna? Sotto l'influenza di questi pensieri, Mariarita cominciò a improvvisare: «Secondo me, un brutto naso, la grassezza o la vecchiaia sono mali sopportabili; ci sono rimedi per ognuno di questi problemi. Ma, quando i singoli elementi del fisico si combinano malamente insieme, comincia la vera infelicità. Si può convivere con un difetto, ma non si convive con un'immagine scialba, insignificante, di scarso impatto visivo». Felisetti si sporse un po' verso di lei, appoggiò il gomito sulla scrivania e il mento sulla mano. «Continui» disse. «Le dive del cinema, i sex symbol, le donne indimenticabili, hanno tutte una particolare qualità, che può chiamare fascino, glamour, fotogenia, capacità di bucare lo schermo, o quel che vuole... Mi domando se la chirurgia estetica è in grado di conferire questa qualità». «Questo tipo di qualità non è materiale, non si ottiene raddrizzando, riducendo o espandendo le forme del corpo. Viene direttamente dall'interno, dalla personalità, dallo spirito. È un'energia irradiata dalla personalità, una specie di luminosità... Quando una donna sta bene con se stessa, riesce ad apparire anche molto bella. Si tratta di una forma di suggestione psicologica: quando siamo convinti noi, riusciamo anche a influenzare e modificare la percezione degli altri». Mariarita scosse la testa. Pensò al Gherardo B*** del racconto scapigliato, alla sua filosofia della materia.

«Non sono d'accordo. Quando una donna impara a stare bene con se stessa, significa solo che non è bella. Se bastasse emanare una forma di energia interiore con convinzione, allora tutte le donne sarebbero divine. La ragazza che è entrata prima di me, per esempio, non convincerà mai nessuno di essere alta. No, professore: quella qualità, che poi è la bellezza, la bellezza fatale, innegabile, indiscutibile, viene dal corpo, dalle forme, dai colori, dalle proporzioni. Lei dice che è l'anima a creare l'immagine, io dico che è l'immagine a creare l'anima». Felisetti sorrise: aveva denti bianchi e forti, troppo grandi; eppure, quel sorriso esagerato non appannava il suo potere d'attrazione. «Lei è una filosofa» disse, divertito. «Secondo la sua teoria, la chirurgia estetica sarebbe in grado di costruire un'altra percezione che la persona ha di se stessa, un'altra anima». Mariarita sospirò. Guardò dritto negli occhi il chirurgo che poteva essere il Frankenstein del suo tempo, partorito dall'assassino di Sublime anima di donna. Era un gioco pericoloso, ma ormai lo aveva intrigato, conquistato, catturato. L'attenzione del professore era tutta per lei. «La sfido a tentare di rendermi bella». Felisetti sorrise ancora, elusivo, volpino. «Lei vuole da me la magia».

Il chirurgo si alzò. «Bene, direi che a questo punto la cosa migliore da fare è una visita accurata e completa. Poi, decideremo insieme cosa fare. Prego...». Mariarita seguì Felisetti fino a una porta bianca, mimetizzata nella parete bianca, della cui esistenza non si era accorta. Passò in una piccola sala medica, poco più di un ripostiglio ristrutturato, interamente bianca a parte il metallo dei rubinetti del lavabo e una serie di strumenti disposti su un carrello. Felisetti indicò un paravento bianco.

«Si spogli completamente e si sdrai sul lettino». Mariarita obbedì. Dietro il paravento (ma Felisetti l'avrebbe vista comunque nuda, dunque, a che cazzo serviva il paravento, e lei, perché ne stava approfittando?), si tolse la giacca e la camicetta. Non portava reggiseno, ma soltanto una canotta leggera di pizzo, che arrivava poco sopra l'ombelico; tolse anche quella. Poi si sfilò gonna, collant e mutandine, ma rimise le scarpe nere, dal tacco medio. Sentendosi vagamente fuori posto, sedette sul lettino. Era un po' troppo alto, e dovette far leva sulle mani e dare slancio alle gambe, come faceva da ragazzina per arrivare a poggiare il culo sul muretto in piazza. Si sdraiò. Guardò con disapprovazione i segni dell'elastico del collant e delle mutandine, che le si intersecavano sul ventre come sgradevoli cicatrici. Non si era depilata né le gambe, né le ascelle: se ne avesse avuto il tempo, se fosse stata avvisata prima... Era un po' sudata, e la carta protettiva le si appiccicò alla schiena e alle natiche. Rimase lì, comprendendo bene il senso dell'espressione "nuda come un verme", con l'ansia che le si allargava nel petto. Pensò: Non mi ammazzerà qui, dopotutto. Prenderà nota, e mi ammazzerà da qualche altra parte, quando meno me lo aspetto. Felisetti rientrò. «Già pronta? È stata veloce». «Non sono una spogliarellista. Altrimenti, sarei più lenta». Il professore rise. «Non l'avrei fatta aspettare, altrimenti... Permette?» Le tolse con delicatezza le scarpe, andò a posarle accanto al paravento. Compì un gesto assurdo, estremamente confidenziale: le scostò il ciuffo dalla fronte. Le liberò il viso dai capelli, usando le dita a mo' di pettine. Mariarita non capì se era professionalità mascherata da intimità, o il contrario. Poi, Felisetti appoggiò le mani alle tempie di lei, le spostò leggermente la testa sul cuscino, le abbassò il mento, glielo fece rialzare e protendere. Le tastò a lungo il collo, seguì con i pollici il contorno delle mascelle e degli zigomi, le passò l'indice lungo l'arco del

naso. Le accarezzò (sembrava proprio una carezza) le orbite degli occhi, le palpebre. Pareva un cieco che volesse imprimersi nella mente l'immagine di lei attraverso le dita. Le prese il mento, le fece voltare la testa a sinistra, a destra, e di nuovo, e di nuovo. «Molte donne si riterrebbero fortunate di avere un seno abbondante come il suo». «Io lo preferirei piccolo». Felisetti sollevò le sopracciglia, il volto soffuso di piacere. «Davvero?» «Ne regalerei volentieri un terzo». «Vogliono tutte mammelle da vacca» disse Felisetti, con disgusto. Subito dopo, accorgendosi di quel che aveva detto, guardò Mariarita contrito, forse sul punto di imbastire una scusa. Mariarita gli lanciò uno sguardo: non peggiorare le cose, non aggiungere niente. Incupito con se stesso per l'indelicatezza che gli era sfuggita, il chirurgo riprese l'ispezione del corpo. Esaminò seni, fianchi, ventre, cosce. A volte, appoggiava appena le punte delle dita e premeva leggermente, altre volte premeva e massaggiava più forte, con il palmo della mano aperta. Nel suo tocco non c'era nulla di ambiguo, viscido; non era un tocco sessuato che ipocritamente si maschera da interesse medico. L'atteggiamento di Felisetti era totalmente puro, imparziale, disinteressato: se una passione c'era, era quella scientifica della valutazione di una forma, e del confronto con un ideale estetico. Mani astratte, che la percorrevano, imparavano, soppesavano e giudicavano astrattamente. A un certo punto, il chirurgo avvicinò troppo il viso a quello di Mariarita, e lei sentì il suo alito: fresco, di menta. Lui si ritrasse, tossicchiò. Le esaminò con attenzione anche mani e piedi, che tenne sollevati dal lettino a lungo e fissò concentrato, come sovrappensiero. Forse non è Frankenstein, pensò Mariarita, è soltanto un feticista.

«Si volti, per favore». Mariarita sentì che la sua schiena si scollava dalla carta protettiva, e Felisetti l'aiutò a sdraiarsi bocconi. Dopodiché, cominciò l'esame della parte posteriore, che non durò di meno. Il chirurgo le pose le mani sotto le natiche, e le spinse verso l'alto, poi le rilasciò. Ripeté la manovra ancora una volta. Le fece flettere le ginocchia e sollevare le gambe, e di nuovo si dedicò ai piedi. «Ha dei bei piedi». «Grazie». No, non era un feticista, ma uno che aveva cercato in lei qualcosa di assolutamente bello, e trovato solo i piedi. Se lei avesse avuto qualcos'altro di assolutamente bello, lui glielo avrebbe detto. «Si alzi». Mariarita scese giù dal lettino, con un inevitabile saltello. «Cammini per la stanza, per favore». «Perché?» «Vede lassù?» Felisetti indicò un angolo formato da due pareti e dal soffitto, dove un apparecchio non bianco, ma nero e lucido come una pistola, terminante in un lungo obiettivo, oscillava piano, come la testa di un animale. «È una telecamera a circuito chiuso. Ha ripreso il suo corpo in grandangolo e nei dettagli, con lo zoom. Ma non basta il corpo, la bellezza è anche movimento. Ora le chiederò di fare una cosa che le sembrerà strana. La lascerò sola: lei cerchi di comportarsi con estrema naturalezza, come quando è nel bagno di casa sua. Muova qualche passo intorno al lettino, sorrida, parli, faccia tutto quello che vuole, senza inibizioni. Ho bisogno del suo modo di camminare, di gestire, della sua mimica facciale. La telecamera passa le immagini direttamente a uno scanner che le trasferisce al mio computer. Poi si rivesta pure e mi segua di là». Felisetti scomparve nuovamente oltre la porta bianca. Mariarita si coprì il corpo con le mani, in un gesto istintivo di protezione. Una telecamera l'aveva catturata! Felisetti l'aveva rapita, scannerizzata, archiviata nella memoria delle sue

mostruose macchine, e ormai lei era sua per sempre!

Quello che Felisetti aveva chiamato "di là" era una ennesima stanza bianca, al centro della quale sedeva il professore, davanti a un tavolo bianco che ospitava sofisticati strumenti elettronici: un megacomputer, un paio di stampanti, lo scanner, il modem e altre cose che Mariarita non aveva mai visto, e forse venivano direttamente dall'America, o da un film di fantascienza. Le pareti altissime ospitavano ritratti a grandezza naturale di donne, presumibilmente clienti del chirurgo, disposti da terra fino al soffitto, come in una collezione privata di quadri. Le modelle, tutte con capelli di un biondo chiarissimo, erano state fotografate prima e dopo l'intervento: l'immagine di ciò che la donna era diventata partiva da quella di ciò che era stata, con un effetto mosso e sfocato che suggeriva un'idea di movimento, di evoluzione e trasformazione. Davanti agli occhi di Mariarita c'erano nasi gibbosi e dalla punta bassa mutati in nasi classici, corpi grassi e sgraziati come bozzoli dai quali sembravano uscire farfalle agili e aggraziate, seni da pornostar ridotti alle dimensioni di una coppa di champagne. Gli sfondi bianchi delle foto e i filtri bianchi che erano stati usati per coprire l'obiettivo facevano somigliare quelle donne ad angeli sul punto di staccarsi dai muri per volare verso un paradiso concepito probabilmente dalla mente di Oscar Felisetti, dalle sue viscere, dai suoi gusti sessuali e desideri (di Gherardo?). «Se si guarda intorno» disse il professore, come per confermare il pensiero di Mariarita, «può avere una pallida idea di ciò che per me è la bellezza, il fascino, il glamour. Vede, io faccio per le mie pazienti quello che loro vogliono, ma mi interessa lavorare veramente solo con quelle che condividono la mia visione. Venga a sedersi qui vicino a me, per favore». Mariarita sedette davanti a un monitor gigante che ospitava uno sfondo blu notte, vellutato, pieno di punti luminosi che scintillavano a intermittenza: un cielo stellato. Felisetti, davanti

alla tastiera collegata al computer, premette il tasto di invio. «Guardi. Questa è lei adesso». Una delle stelline del cielo elettronico cominciò a espandersi, coprì quasi tutto lo schermo, tremolò, e sembrò esplodere. Poi si contrasse su se stessa, proiettò la testa e gli arti, si stirò, mostrò il viso, e Mariarita vide... se stessa: o meglio, una se stessa disegnata, stilizzata e levigata. Sul monitor, fece quello che aveva fatto prima nello stanzino delle visite: camminò, eseguì qualche esercizio di ginnastica, piegamenti, torsioni, un po' di saltelli, voltò la testa, scosse i capelli, gesticolò ampiamente con le braccia imitando un vigile del traffico, poi una ballerina classica. Sorrideva. La Mariarita seduta a guardarsi restò a bocca aperta: con il suo ciuffo, i grandi occhi scuri che parevano ingenuamente sbarrati, il naso dalla punta tonda e la bocca carnosa e imbronciata, si ricordò un personaggio dei manga giapponesi. «Incredibile» mormorò. «L'incredibile deve ancora cominciare. Lei ha tessuti molto giovani ed elastici; non ci sono ostacoli di natura organica che possano pregiudicare ogni tipo di intervento. Ora le mostrerò come intenderei procedere per operare la stregoneria che mi ha chiesto». Felisetti cominciò a digitare sulla tastiera: svelto, sicuro, a tocchi leggeri come piume, senza sprecare più energia di quanta ne occorresse. Sul monitor, la Mariarita virtuale vibrò per un istante, come se fosse fatta di tanti minuscoli punti in scomposizione, poi cominciò a cambiare come quel pezzo di materia molle visto in un vecchio carosello di tanti anni fa. Il seno si ritrasse fino alla dimensione di due frutti acerbi ma tondeggianti, dai capezzoli alti. I muscoli delle braccia e delle spalle si svilupparono; invece la massa del ventre, delle cosce e dei fianchi venne leggermente ridotta, come scavata da un invisibile cucchiaio. Le natiche ("Professore, vorrei rifarmi il culo") divennero quelle che lei aveva sempre desiderato. Il profilo del naso si riempì e si te-

se, gli zigomi si rialzarono, la linea delle sopracciglia fu ridisegnata, la bocca si allargò leggermente, perdendo tutto il suo broncio infantile e diventando più seduttiva, il ciuffo sparì, i capelli si allungarono. Il mago della chirurgia le cambiò anche i colori: le fece gli occhi blu, le chiome bionde e la pelle di un pallido ambrato opaco. E non si fermò lì: le cambiò anche il sorriso, la gestualità, il movimento. La Mariarita virtuale modificata camminava con un passo slanciato che sembrava partire dall'anca, ruotava il busto e girava la testa con più grazia, lanciava sguardi come saette, dischiudeva le labbra come una sirena: occupava lo spazio e gestiva con più autorità, attirava subito l'attenzione e la teneva avvinta, reclamava gli sguardi, si imponeva. Ora bucava veramente lo schermo; somigliava a un incrocio fra una statua classica e una top model californiana. La Mariarita reale era sconvolta: assisteva a un impossibile videogame con se stessa come protagonista e giocatrice insieme: la posta in gioco era guadagnare una nuova anima attraverso un altro corpo. «Gran parte della magia posso operarla io, lavorando sulla carne e sulle ossa. Il resto, lo farebbero la ginnastica, il trucco, gli altri trattamenti estetici. Che ne dice?» «Diabolico». «Se con questo intende dire che ho vinto la sfida, lo prendo per un complimento». Sì, il professore aveva sostituito la sua anima, e non con un'anima qualsiasi. Guardando la bellezza virtuale che Felisetti aveva visto in lei, e confrontandola con quella delle donne appese alle pareti, Mariarita ebbe l'orribile percezione di qualcosa che prima le era sfuggito. Ogni chirurgo estetico ha un suo ideale di bellezza femminile, e anche Felisetti, inseguendo il proprio, si ripeteva creando forme simili fra loro. Mettendo insieme un mosaico delle parti corrette alle clienti in seguito agli interventi, si otteneva l'immagine sul monitor, e questa immagine era a sua volta un mosaico composto dalle parti asportate delle ragazze uccise.

Oh, Gesù. Sì, ecco il "volto di un ovale dolce e purissimo che pareva dipinto da Raffaello, naso dritto e sottile di statua greca, bocca carnosa, dalle turgide labbra scarlatte", ecco il "seno di vergine adolescente, dalla linea squisita, tale quelli delle dame del Rinascimento", e la "massa copiosa" di "capelli biondi sulle spalle, sulle braccia, fino alle reni e sui fianchi". L'ideale di Felisetti. L'ideale di Gherardo. L'ideale dell'assassino. «Che cos'ha? La vedo turbata. Non è quello che voleva?» «Sì... era quello che volevo». Gli aveva chiesto la magia, e aveva ottenuto anche di più. Lui l'aveva trasformata in Carlotta.

Mariarita uscì dallo studio di Felisetti con una fattura fiscale che si rallegrò di potersi far rimborsare dall'agenzia Black Jack, e un preventivo per diventare Carlotta che avrebbe reso necessaria la stipula di un mutuo decennale. Era scappata via balbettando poche frasi confuse a proposito del fatto che era tardi e aveva un appuntamento di cui si era ricordata all'improvviso, sentendosi come se l'avessero uccisa. No, non precisamente uccisa, ma dispersa come nebbia, azzerata, trattata come un agglomerato di elementi intercambiabili. Le avevano semplicemente proposto di smettere la sua identità come un abito usato, e sostituirla con un'altra. Era stato più pauroso che doloroso. Sostò presso la fontana in giardino cercando di calmarsi, di far riprendere al cuore e al respiro il ritmo regolare, soprattutto di ritrovare se stessa: baricentro, senso della massa corporea nello spazio, contorni, sensazione interna che corrisponda a una determinata forma. Sporgendosi, colse il proprio riflesso nell'acqua: era sempre lei, la solita Mariarita Fortis, con un nome da prefazioni, una stanza tutta per sé quando gliene sarebbe occorsa un'altra, due gatte lesbiche e buddiste, e sempre l'altro modo di guadagnarsi da vivere. Nello studio di Felisetti

non c'era neppure uno specchio: le sue clienti, entrando, dovevano smettere di vedersi com'erano, per immaginarsi soltanto come le vedeva il grande stregone nei fluidi e fumi dei suoi alambicchi. Ritrovandosi, rispecchiata nella fontana, Mariarita sospirò e sorrise.

Prese la metropolitana e, dopo poco più di mezz'ora, era nuovamente a casa, a Porto di Mare. Non appena rientrò nel suo bilocale le due gatte, colte nel bel mezzo di qualche misteriosa pratica felina, si immobilizzarono come ladri colti con le mani nella cassaforte, l'una sui fornelli della cucina a gas, l'altra su una mensola, fra i barattoli dello zucchero e del caffè. Mariarita andò in camera da letto a verificare quale brutto scherzo le avessero combinato: infatti, un cuscino giaceva sventrato a terra. Ne avevano estratto l'imbottitura di gommapiuma, l'avevano dilaniata, triturata e sparpagliata in pezzi per tutto il pavimento. «Merda!» Mariarita si spogliò, indossò pantaloni di una tuta e maglietta con la scritta BORN TO BE A WINNER. Poi, si mise a raccogliere tutti i pezzetti minutissimi di gommapiuma, passando l'aspirapolvere sotto il letto e i mobili e in tutti gli anfratti. Si mise al lavoro cercando di ignorare le gatte, che a quell'ora della giornata parevano sempre due tossiche fatte di ecstasy, e saltavano e correvano come funambole per tutti i luoghi più pericolosi della casa. In quel momento, si stavano rincorrendo sulla sommità dell'armadio con un gran trapestio. Facendosi forza, Mariarita affrontò l'enorme mole di lavoro che le si era accumulata dal mattino. Alle otto, terminata la relazione, Mariarita riempì di croccantini ai gamberi e salmone le ciotole delle gatte, mangiò una confezione di maccheroni ai quattro formaggi surgelati riscaldati nel forno a microonde e un budino alla vaniglia, e bevve un caffè. Il vero lavoro era fatto. Per il resto, desiderosa di potersi

dedicare presto alla lettura della seconda parte delle lettere di Gherardo, aveva intenzione di barare. Verso le due di notte, Mariarita aveva finito: ora, era venuto il momento per se stessa. Andò a prendere dalla borsa il dischetto con l'etichetta Lettere 2.doc, lo inserì nel drive, lo copiò, ricercò il file, lo selezionò. Poi, andò a versarsi un bicchiere di vino bianco e a prendere quattro dei suoi biscotti preferiti, al cocco, ricoperti di cioccolato. Tornò al computer, emozionata. Si sentiva come da ragazzina, quando comprava un dolce, un libro, o qualsiasi altro oggetto di piacere, e aspettava alcune ore prima di consumarlo, per esaltare il piacere con l'attesa. La seconda puntata della saga scapigliata, il vino, i biscotti, la sua deliziosa solitudine notturna, le gatte che dormivano, e quella calma pervasa da un'aspettativa di appagamento. Aprì il file. Era pronta per riabbracciare nuovamente i suoi cari fantasmi.

La seduta spiritica N

el laboratorio del professor Stefan Blank (non ancora Stefano Blanco), Gherardo, Emilio, Igino, Camillo e Arrigo stanno contemplando una mirabolante gamba di donna, una parte anatomica che suggerisce e promette altre e più favolose meraviglie, bellezze che possono appartenere solo agli angeli o, naturalmente, all'eterno femminino immortale. Soltanto: la proprietaria della gamba non era eterna, ma molto, molto mortale; non aveva, presumibilmente, famiglia, amici, o comunque legami con il mondo sufficienti perché qualcuno potesse reclamare l'intero suo corpo. La gamba non ha nome, né il professor Blank, del resto, l'ha chiesto quando gliel'hanno portata. Ma gli scapigliati vogliono, assolutamente vogliono, sapere chi è. Ed Emilio dice che l'ama: non si comprende se la gamba, la donna, o tutt'e due (è la medesima cosa?), in ogni modo l'ama e sente che lei vive ancora, esiste perennemente come ogni più bell'ideale, il che, a pensarci bene, è fin troppo scapigliato. Gli altri, commossi, partecipano del suo sentimento: Emilio ha parlato per tutti. «Sono innamorato» dice Camillo, con una voce mutata, che sembra strappata dal fondo delle viscere, una voce paurosa che Gherardo non gli ha sentito mai. «Anch'io» gli fa eco Arrigo. «Fratello, se rinascesse, potremmo forse vivere tutti e tre insieme sotto lo stesso tetto, in una comunione di corpi e anime diabolica agli occhi del mondo,

ma santa per noi». «Io vivrei con lei» dice Igino, sempre più pallido e perduto, «anche se non rinascesse. Vivrei con quello che resta di lei, fantasma oltre la vita o fantasma della mia mente. Saprei accontentarmi». Gherardo si sente sconvolto, trema, gli sembra quasi di perdere conoscenza. «Se solo la sua facoltà d'amare e l'ingegno erano pari alla bellezza» mormora. Poi si sente mancare, e gli amici devono sostenerlo. A sopraffarlo è il presagio della felicità che potrebbe godere con la compagna perfetta che ha evocato, talmente intenso da trasformarsi in oscuro malessere. «Gherardo, cos'hai?» Lo fanno sedere su una poltrona, e il professore, borbottando qualcosa come «povero, povero ragazzo», accorre a versargli un cordiale in una tazza che sembra aver contenuto in precedenza qualche denso liquido da esperimento. Lui, in questo istante, potrebbe tracannare veleno e trovarlo dolce, preso com'è da una specie di smania di annientamento. «Sapevo che questi resti, se pur miseri, avrebbero esaltato i vostri sensi e la vostra immaginazione» dice con un sorriso benevolo il professor Blank. «Tuttavia, non supponevo di suscitare un simile turbamento. Evidentemente, ho sottovalutato la finezza delle vostre anime di artisti. Me ne duole enormemente, signori. Non ve li avrei mostrati, se avessi indovinato quale funesta seduzione avrebbe esercitato su di voi». Il professore ricopre la gamba con il telo, celandola agli occhi umani (perché Dio, a quanto pare, continua a vederla). È paterno, saggio, ragionevole. «Signori, vi prego, dimenticate di averla vista. Non torturatevi il cervello con inutili interrogativi e sterili fantasie». «È impossibile, professore» dice Emilio. «Anche se questa carne sarà lacerata dai vostri coltelli, e finirà per essere distrutta, anche se dovesse decomporsi e diventare polvere, la

sua splendida forma resterà per sempre in noi, ad alimentare l'ispirazione, il desiderio... l'amore». «Suvvia, che esagerazione!» sbotta Blank, spazientito. «Ma, professore» lo implora Arrigo «non avete proprio nessuna idea di chi fosse?» «Nessuna, ve l'ho detto». «Si può impazzirne» dice Igino, con gli occhi pieni di lacrime. Blank guarda Igino che piange, Gherardo prostrato sulla sua poltrona, e scuote la testa. Ora è scandalizzato, come un padre di fronte ai capricci e alle testardaggini giovanili dei figli. «Signori, mi meraviglio. Finché si fa poesia, va bene, ma nutrire sul serio simili intenti e dichiararli...». Blank non conclude,ma Gherardo intuisce cosa sta per dire: "Isterismo da donnette", o "chiacchiere da dementi", o espressioni di analogo significato. «Siete voi che non capite» dice Igino, con rabbia. È infuriato contro l'ambiguo scienziato, poeta dilettante, che prima li ha infiammati, e ora pretende di prendere le distanze. «Voi che pure dite di cercare il segreto dell'anima umana, e che avete scritto versi... Cosa credete che sia, la poesia? Vivere, amare, creare non è un passatempo per riempire le ore vuote. Si fa sul serio, con tutto il sangue e tutti i moti dell'animo...». Gherardo si alza, come animato da una forza che sente superiore a se stesso, va a fronteggiare il tagliatore di cadaveri, lo guarda fisso in faccia, esigendo una risposta. «Eppure, voi dovete ricordare qualcosa! Sforzatevi!» Blank sembra intimidito dalla forza di Gherardo; qualcosa nel suo viso tremola, cede. Sembra dispiaciuto, triste come davanti al dolore di un malato che soffre, e che le arti mediche non possono salvare. «Purtroppo, mi trovo impossibilitato a soddisfare la vostra curiosità». Intanto, Camillo se n'è rimasto muto, gli occhi chiusi, a percorrere con le dita il contorno della gamba sotto il telo, come a

volerselo imprimere nella memoria anche attraverso il tatto. A un certo punto apre gli occhi. «Ma voi, professore» dice, con una nota di speranza che gli trema nella voce «avete parlato di un assistente che ve l'ha portata. Forse, lui sa». «Ma certo!» grida Arrigo. «L'assistente! Saprà certamente dove ha prelevato la gamba, a chi apparteneva e come ne è entrato in possesso!» «Diteci almeno il nome di quest'uomo!» intima Emilio. Blank allarga le braccia, sconsolato da tanta irruenza, da tanta perversa ostinazione. «Questo mio collaboratore è uno studente in medicina di scarso ingegno. Non riuscendo a superare i suoi esami, non rinuncia tuttavia alla speranza di diventare medico. Circola per le aule, gli ospizi, le sale anatomiche, è presente a tutte le lezioni... Si presta a tutti i servizi e favori, anche i più degradanti... È conosciuto da ognuno nell'ambiente, e conosce ognuno...». «Il nome, professore, il nome!» Agli scapigliati non frega molto, sul momento, della personalità di questo tizio. Vogliono sapere chi è, senza tanti preamboli. «Si chiama Guido Martinucci». «Dio sia lodato! Dove possiamo trovarlo?» chiede Camillo, afferrando un braccio di Blank. «Non so dove abiti... Non lo vedo da quando mi portò la gamba, dieci giorni fa... È possibile che in questo momento sia all'obitorio dell'ospedale Fatebenefratelli, dove è guardiano... O forse non vi è più, dal momento che fa il turno di notte... In ogni modo, se vi recate laggiù e chiedete a nome mio del dottor Trombetti, vi potrà dare il suo indirizzo». «Grazie» dice Camillo, stringendogli la mano, con la commozione con cui si ringrazia qualcuno per un immenso dono. Gli scapigliati salutano ed escono, come portati via dal vento. Il professore guarda il telo che nasconde la gamba, si mette le

mani nei capelli, alza gli occhi al cielo. «Buon Dio!» sospira. «Questi poeti!» È come se si rallegrasse di aver scritto versi soltanto per gioco, di non essere affetto lui stesso da quel grave malanno che è la poesia.

Fuori, gli scapigliati corrono come una vera tempesta da Sturm und Drang, insonni, drogati di fantasie e autoinganni, dritti verso un luogo di morte, alla ricerca di una sirena che li ha stregati. Stipati in carrozza, Gherardo quasi seduto sulle ginocchia di Camillo, fanno a gara per ricreare l'immagine di lei, farla sbocciare come un fiore dalla sola parte che ne hanno potuto ammirare. «È bruna, con grandi occhi scuri e pensosi». «No, non ha la chioma corvina. Non hai visto che la sua pelle è bianca come l'alabastro? Raramente le brune possiedono un incarnato così nordico. Lei è bionda...». «Allora, ha i capelli biondi, ma gli occhi neri. Le bionde con gli occhi neri hanno un fascino senza pari». «Occhi neri, "lucenti come la perla e morbidi come il velluto"...». (è Gherardo a parlare) «Il contorno del volto dolce, di un ovale gentile». «Naso greco». «Labbra di cinabro, rugiadose, dischiuse in un bacio». «Ciglia lunghe e arcuate». «Ha le forme opulente di Giunone». «No, è agile e forte come Diana cacciatrice». «Non capite nulla. È Afrodite in persona!» «Afrodite che nasce dal mare, i lunghi capelli biondi, lievemente ricciuti, che le ricadono sul seno in boccio, sui fianchi rotondi...». « e un'espressione pura, innocente, nuova». «Si muove un po' pigramente, come seguisse il ritmo di certe sue meditazioni, e i suoi gesti sono semplici e pieni di digni-

tà». «Emana, grazie all'armonia di tutte le membra, e delle membra con lo spirito che le muove, qualcosa come un profumo...». «Una di quelle bellezze che possono ispirare opere d'arte, consolare un santo, cambiare la storia del mondo». «Era una contessa...». «... una contessa che muore all'ospedale Fatebenefratelli?» «Non una contessa, una principessa di un reame estero, strappata bambina alla sua famiglia da una congiura di palazzo, affidata a gente senza scrupoli, ridotta al rango di povera serva di osteria...». «Perché invece non può essere stata una donna di umili origini, una campagnola, una montanara guardiana di pecore?» «Una borghese, figlia di un commerciante in nastri e merletti, una merciaia...». «O persino... una prostituta. Una sventurata costretta a vendersi per mantenere se stessa, o i suoi cari». «Un'avventuriera proveniente da Nord... o dai paesi dell'Est. Un'esiliata per motivi politici, senza patria, costretta a vivere da fuggiasca...». «E se fosse stata una religiosa? Una suora di carità, una mistica? Noi tutti vorremmo sposarla, ma lei forse era sposata a Gesù». «Una ballerina. Non avete visto la gamba? Non era solo di incomparabile bellezza, era anche un impareggiabile strumento dell'arte della danza. Chi possedeva gambe così, deve essere stata una grande ballerina». «In tal caso, perché non si è rivelata al mondo?» «Com'è possibile che una simile creatura, serva d'osteria, prostituta o criminale, sia rimasta sconosciuta su questa terra?» «Conosciamo bene tutte le donne più belle di Milano. Perché lei ci era ignota?» «Doveva essere una straniera, da poco giunta in città».

«Perché è finita su un tavolo anatomico?» «E perché smembrata?»

Questa faccenda dello smembramento del cadavere è il mistero più grande circa la proprietaria della gamba, legato probabilmente all'identità e alla storia personale di lei. Perché, al laboratorio del professor Blank, è arrivato solo uno dei suoi arti, e non lei tutta intera, nella sua divina beltà? Gli scapigliati hanno diverse e fantasiose teorie, per spiegarsi il fatto. Secondo Arrigo, la donna era una talentosa ballerina prossima al debutto, che il mondo non aveva ancora potuto ammirare in tutto il suo fulgore; c'era tuttavia un innamorato segreto, un giovane orchestrale che la seguiva durante le prove e la spiava dalla buca dell'orchestra, senza osare dichiararsi. La ballerina viene tragicamente, prematuramente strappata a una vita piena di promesse da un attacco di febbri, pianta dai familiari e sepolta. Nottetempo, il giovane orchestrale si reca al cimitero, dissotterra la bara di lei e taglia la gamba, la parte che simboleggiava tutta la danzatrice, volendo tenerla per sé come una reliquia d'amore e un feticcio della danza. Sorpreso da una ronda armata sulla via del ritorno, per non essere arrestato come profanatore di tombe, si libera del fardello gettandolo fra i rifiuti dell'ospedale, dove poi l'assistente di Blank la rinviene. Secondo Igino, più propenso, come Gherardo, a fantasticare di assassini e fatti di sangue, la ragazza era una sciagurata prostituta vittima di qualche cliente degenerato e sadico (e Jack lo squartatore, all'epoca, non era ancora emerso dalle nebbie di Londra). L'assassino l'ha talmente sfigurata e mutilata che Martinucci, quando si è messo a scegliere i pezzi migliori per Blank, non ha trovato di sano e intatto che una sola gamba. Emilio, invece, pensa che Stefan Blank non sia il solo anatomista di Milano a praticare la dissezione dei cadaveri, e Guido Martinucci non è certamente l'unico procuratore di corpi. La sconosciuta morta era talmente bella che i vari Martinucci al

servizio degli altri scienziati, dapprincipio se la sono contesa, ciascuno volendola tutta per sé; a seguito di sordidi patteggiamenti, decidono infine di spartirsela. Emilio immagina la scena, di notte all'obitorio: i procuratori di corpi che si giocano il cadavere ai dadi: chi realizza il punteggio più alto prende la testa, chi il busto, chi deve accontentarsi degli arti. A Martinucci (e a Blank), tocca una gamba. Gherardo (è lui a vedere la donna come un'avventuriera dei paesi dell'Est, sta leggendo una gran quantità di romanzi russi), pensa che sia stata un'eroina tipo anarchica rivoluzionaria, che abbia partecipato a qualche azione dinamitarda, violenta, estrema, naturalmente con nobili intenti, tipo la libertà del suo popolo o roba simile. Rimane gravemente ferita, si rende necessaria l'amputazione della gamba. Non potendo appellarsi alla medicina ufficiale, i suoi compagni si rivolgono al subdolo Martinucci, medicastro fallito e praticone, il quale la opera come non si fa neppure con i cani, e la uccide. I compagni non possono denunciarlo; seppelliscono il resto del corpo in patria. Quanto alla gamba, rimane a Martinucci, che ne fa mercato. Camillo, da parte sua, ha due storie parallele: una, più concreta, in cui la ragazza è vittima di un incidente che distrugge quasi del tutto il suo corpo, per esempio viene maciullata da un treno, o divorata dal fuoco in un incendio, o cade da un'altezza vertiginosa. Nell'altra storia, più nera e surreale, la donna è in preda a una passione per un uomo bellissimo nel corpo, ma vile e miserabile nello spirito. L'infame le chiede, quale prova d'amore, di menomarsi di una parte di sé, e lei lo fa, baciando il ritratto dell'amato. In questo finale di Camillo, l'eroina non muore, ma vive ancora in un palazzo dal quale non esce mai, con una gamba sola, abbandonata dall'amante ma senza rimpianti, per aver conosciuto fino in fondo la gioia del sacrificio. Così, di storia in storia, di mito in mito, la donna della gamba acquista le dimensioni di un essere soprannaturale, una dea... No, non semplicemente una dea fra le dee, ma l'assoluto: dunque, Dio.

«Basta con queste farneticazioni, amici» dice Camillo. «La risposta, se c'è una risposta, la troveremo solo là dentro». L'obitorio dell'ospedale Fatebenefratelli, in pieno giorno, offre un ben insolito spettacolo agli occhi degli scapigliati: niente tenebre attraversate da velenose luci lunari, suggestioni di fuochi fatui, gemiti di anime separate dai corpi per coltello o pallottola, cose palpitanti sotto i sudari, terrori di revenant e di vendette dall'aldilà. Il camerone, con i suoi lettini disposti in file parallele, come i letti dei bambini in un collegio, rende la morte una faccenda domestica, di ordine e pulizia, di organizzazione. L'orrore, lì, è come sterilizzato, bloccato in un biancore asettico, privo di echi e richiami ultraterreni, laico. I morti, illuminati dalla luce del sole che filtra dal lucernario, sono oggetti spogliati di sacralità; a Gherardo, in quella luce e quel calore da serra, sembrano strani vegetali, culture misteriose. E il guardiano non è Guido Martinucci, ma un tizio che sembra uscito da un film espressionista tedesco: basso, equivoco, una faccia da animale furbo, e occhi acquosi cerchiati da occhiaie violacee molto scavate, che fanno pensare a qualcuno divorato da un vizio segreto. Il tipo ha un modo di esprimersi ricercato e pretenzioso in netto contrasto con il suo fisico scimmiesco, e un certo che di abbietto nell'espressione e nei modi. Si comporta come un cicerone in un museo, e illustra ai nostri eroi le opere d'arte in esposizione, i cadaveri dei milanesi che non sono né contesse, né facoltosi borghesi, vecchi e vecchie venuti a morire all'ospedale pubblico, ma anche corpi distrutti non dall'età, ma da altre forze malvage, come la fatica di un mestiere ingrato, i pianti di una serie di disgrazie che piombano sul capo nonsisaperché, la mancanza d'amore, il dolore fisico e quello mentale, la perdita della dignità, e tutte le cattive pratiche di cattive vite. Da questa parte, signori, potete vedere Menico, il vecchio ombrellaio, ve lo ricordate? Girava per le vie della città a riparare ombrelli. Se l'è portato via una febbre reumatica. Da

quest'altra parte, invece, abbiamo una prostituta marcita per la lue; vent'anni fa era uno splendore di ragazza, e ora somiglia a una fetida cloaca, non si può neppure guardare... E questo qui, gran bravo giovine, stava per sposarsi, ma è stato aggredito da due bravacci, che per prendergli il portafogli gli hanno cacciato un pugnale nella pancia... e il portafogli era pure vuoto! Come, mi chiedete chi è quella laggiù, che sembra un angelo assassinato? Una sconosciuta, che si è tagliata le vene in una locanda di infimo ordine. Così giovane e bella e con tutta la vita davanti, perché l'ha fatto, dite? Chi lo sa, forse una delusione d'amore... Anche quell'altro là, si è impiccato, e non poteva avere più di trent'anni. Due bambini: che pena, non è vero? Un maschietto e una femminuccia, li hanno trovati abbracciati in uno scantinato. Due piccoli abbandonati, e nessuno che si è preso cura di loro. Ce n'è uno anche più piccolo, anzi appena nato... la madre lo ha gettato via, su un mucchio d'immondizia. Questa donna, il marito ha detto che è caduta dalle scale, ma ho sentito i dottori dire che è stato proprio lui ad ammazzarla di botte... E guardate questo qui, ah, ditemi se non è veramente un fenomeno... Cos'è, secondo voi, uomo o donna? Donna, con il sesso da uomo... Si vendeva ai ricchi pervertiti che amano questo genere di stranezze. La sua morte è un mistero, l'hanno ripescato affogato nell'Adda... I professori, qui, lo reclamano. Vogliono aprirlo, studiarlo... Sì, sì, va bene, ma Guido Martinucci? Ah, il tipo non ne sa niente (sa tutto dei morti, ma non altrettanto dei vivi), non lo conosce, non sa dove abita, sa solo di essere stato messo lì all'obitorio al suo posto, prima lui era incaricato di rifare i letti e portare le lenzuola sporche in lavanderia. Che gli piaccia molto di più trafficare con i defunti, glielo si legge in volto. «Perché stiano veramente buoni, è necessario che siano morti» dice, per spiegare la sua preferenza. D'accordo, brav'uomo, e Martinucci? «Forse rifà i letti al posto mio. Chiedete in direzione, se vi preme tanto».

«Blank ha detto di rivolgersi a un certo dottor Trombetti» ricorda Emilio ai compagni. «Lo trovate di sopra, nel suo studio». Gli scapigliati lasciano il guardiano, offeso che ci si interessi più a quel tale Martinucci che ai suoi morti. Prima di uscire, Gherardo si volta indietro, lo coglie nell'atto di guardare il cadavere della suicida con un'espressione tra il lascivo e il sentimentale, come uno sposo ruspante che si prepari a deflorare la sposina vergine appena uscita di collegio.

Il dottor Trombetti è piccolo, i capelli bianchi e un paio di baffoni a spazzola che gli coprono le labbra; quando parla sembra che le parole, per uscirgli fuori, debbano forzare la barriera di quel folto pelo; arrivano attutite, spezzettate. Trombetti si muove a scatti, sembra incazzato con il mondo intero. Cosa diamine vengono a domandargli? Dove e da quale cadavere Martinucci ha preso una gamba? Una gamba? Ha capito bene? Sì, una gamba. Governo ladro! Quale stravaganza è mai questa? Qui, ogni giorno che passa, diventa sempre più un manicomio. Certo lui, Trombetti, non ignora che i dipendenti dell'ospedale fanno questo immondo traffico di parti anatomiche, ma preferisce rivolgere gli occhi e i pensieri altrove: per citare Dante, "non ti curar di lor ma guarda e passa". Ed Emilio lo corregge: "non ragioniam di lor ma guarda e passa". Sì, sì, vabbe', non facciamo tanto i difficili, il senso del discorso è quello, che lui, Trombetti, con certe mene non ha mai voluto avere niente da spartire; se Martinucci ha segato una gamba a qualcuno e l'ha poi venduta, non gliene può fregar di meno. Che il diavolo si porti Martinucci, se non se lo è per caso già preso. «Perché mai» domanda Arrigo «il diavolo dovrebbe essersi preso Martinucci?» «Perché» bofonchia Trombetti «quel riverito signore non è più fra noi. Ha lasciato questa valle di lacrime».

«Volete dire che è...?» chiede Emilio, sgomento. «Trapassato. Ho firmato io stesso il certificato di morte». «Quale malattia aveva?» «Nessuna malattia. È stato un colpo». «Ma... ce ne hanno parlato come di una persona giovane...». «Accade anche ai giovanotti, cosa credete». «E quando è successo?» «Con oggi, sarà una settimana esatta. Si è sentito male, è rimasto cinque ore privo di conoscenza, e poi è spirato. Certi miei illustri colleghi sostengono che ha bevuto a grandi sorsate acqua troppo fredda, ma, per me, gli si è rotta una vena nel cervello». «Così, non potremo mai sapere a chi apparteneva la gamba?» «Da lui no, di certo, a meno che lor signori non vogliano andare all'inferno». «E... da qualche suo familiare?» «Per amor di Dio! Aveva solo una madre vedova e una sorella nubile, entrambe molto pie e devote. Verrebbe un colpo pure a loro, se sapessero che segava le gambe ai morti!» Emilio si lascia sfuggire un risolino nervoso. Igino si fa avanti per domandare a Trombetti: «Non aveva un compagno di studi, qualcuno che gli fosse intimo abbastanza?». «Intimo? Ne dubito assai... Intendiamoci: Martinucci era amico di tutti, ma nessuno era amico suo». Igino e Gherardo si scambiano uno sguardo afflitto: in fondo la vicenda di questo Martinucci, eterno studente fuori corso, con due parenti bigotte, amico di tutti ma privo di amici, servizievole con i potenti, arrogante solo con i morti, sottratto a un futuro oscuro da un colpo per aver bevuto a grandi sorsate acqua troppo fredda, è veramente deprimente. «Dottore» interviene Camillo, calmo e persuasivo «non sarebbe possibile consultare i registri, e interrogare i vostri colleghi, il personale?» Trombetti si agguanta i baffoni con il pollice e l'indice della

destra, se li tormenta, perplesso. «Ma... con tutti quelli che entrano... Avremo almeno un migliaio di malate, qui... Come potete sperare di ritrovare una donna di cui non conoscete neppure il nome?» «La gamba è arrivata nel laboratorio di Blank dieci giorni fa. A noi basta appurare quante donne giovani e belle sono state portate all'ospedale nei tre o quattro giorni che precedono la dipartita di Martinucci. In caso la nostra ricerca avesse esito negativo, proseguiremo le indagini altrove». «Oh... D'accordo... Governo ladro! Dal momento che vi manda il mio buon amico Blank, vedrò di favorirvi per quanto posso». Trombetti conduce gli scapigliati al pianterreno, in una corte interna, poi a sinistra, sotto un portico, e su per tre gradini, fino all'uscio della sala di accettazione. Lì, trovano il medico di guardia e un paio di infermieri, in pausa, che si godono un attimo di relax. Gherardo ha un moto di ripugnanza vedendoli con i loro grembiuli di tela cerata verdognola chiazzati qua e là di sangue e altrui fluidi organici, che bevono un bicchierino di acquavite e scherzano sulle moine di una dama di carità che viene all'ospedale solo per cercarsi un amante. Sollecitato da Trombetti, il medico di guardia spiega che è inutile consultare il registro degli Usciti, perché contiene soltanto i nomi di quelli che escono vivi. La donna che cercano è sul registro degli Entrati, ammesso che sia stata registrata. «Come sarebbe» chiede Gherardo «ammesso che sia stata registrata?». Il fatto è che il portiere è quasi sempre ubriaco, e se viene condotto un malato grave che muore poco dopo, talvolta si dimentica di registrarlo. Il medico di guardia, comunque, si ricorda solo di una donna giovane e bella entrata nel periodo che a loro interessa, ed è ancora viva, nel reparto delle tisiche. E quelle che sono morte? Una ventina, tutte vecchie. Possono credergli, lui se ne intende, di donne. Fra quelle giovani e belle, non gliene sfugge nessuna. Gli scapigliati non demordono, passano da un piano all'altro

dell'edificio, da una sala all'altra. Nessun medico, nessun infermiere ricorda di aver curato una donna giovane e bella morta nell'arco di tempo che a loro interessa. Le suore di carità, indignate, protestano: non guardano le gambe, loro! La sconosciuta sembra non essere mai esistita, o forse faceva parte di quel numero di malati dimenticati dal portiere e mai trascritti sui registri. Alla fine di quel lungo giorno, dopo una notte ancora più lunga, gli scapigliati si ritrovano in strada, stanchi e doloranti nell'anima, senza più voglia di parlare. Si separano guardandosi appena, ciascuno timoroso di veder rispecchiata negli occhi degli altri la propria delusione. Un paio di giorni dopo, Gherardo incontra Carlotta. Negli ambienti scapigliati circolano strane donne: variopinte, eccessive, sempre un po' sopra le righe, come attrici che stiano provando una parte. Alcune di loro sono veramente attrici, o cantanti, o ballerine, o comiche nelle farse. Alcune sono nobildonne colte come la contessa Maffei, o eccentriche pretenziose come la padrona di casa della festa in maschera; altre sono povere diavole con le scarpe sfondate, ma piene di feroce allegria e vitalità. Alcune sono puttane in cerca di riscatto, altre sono fanciulle perbene che giocano a fare le puttane. E ci sono le femminilissime che sfoderano tutta l'artiglieria pesante della seduzione, vestono di stoffe pregiate e si imbellettano il viso, e quelle che portano i calzoni, un cappellaccio di traverso sul capo, e fumano il sigaro. Parecchie parlano di politica, hanno idee di emancipazione e vogliono farsi uguali agli uomini. Alcune desiderano cimentarsi nella letteratura, e fra loro poche prendono la penna per scrivere, perlopiù versi. Nessuna è una moglie: le mogli, quelle vere, sono fuori dal cerchio magico, confinate nelle case. Carlotta è una modella di Tranquillo Cremona. Gherardo ha subito amato Tranquillo: forse per gli occhi, dolci e disarmati nel viso di fauno, che emanano una specie di magnetismo giocoso, forse perché il pittore, se pur poverissimo, irride al valo-

re del denaro (spende ben sei lire al giorno per comprarsi i sigari avana di cui va pazzo, che è un'autentica follia). Per amarlo, del resto, basterebbero la sua franchezza, la sua onestà crudele fino all'autolesionismo. Un giorno dirà a un collega, a una mostra, parlando di un dipinto che rappresentava una viuzza tortuosa in prospettiva, quasi tonda allo sbocco: "Pare un buco del culo col verme solitario". Tranquillo è sempre sporco di vernice: usa se stesso come una tavolozza, spalmandosi i colori addosso, in modo che sembra quasi che parte della sua materia organica si trasferisca sulle tele, che dipinga con il suo sangue. A Gherardo pare invece che siano i quadri, attraverso il colore, a entrare in lui, a possederlo come incubi diabolici, e anche in questo intuisce giusto: il Cremona è intossicato dalle sue visioni. Morirà di avvelenamento da coloranti, a furia di assorbire porcherie attraverso i pori della pelle. Una sera, uscendo dal giornale, non avendo programmi, per ammazzare la noia Gherardo si reca nello studio del Cremona, al piano terreno del numero 18 di via Solferino. Lo studio del maggiore artista figurativo della Scapigliatura, quello i cui quadri si riproducono oggi sulle copertine di Camillo e degli altri autori scapigliati, consiste in poche stanze fredde e povere, che Tranquillo ha saputo rendere calde e ricche riempiendole con la sua straripante personalità. Si entra in un ingresso privo di finestre, ma il pittore ha trovato un espediente per illuminarlo. Un magnifico ritratto di donna in piedi a grandezza naturale, ricevendo luce dall'uscio spalancato della stanza attigua, espande chiarore come una lampada: soprattutto il volto abbaglia e guida come un faro. Quella sera Gherardo, girando come al solito intorno al ritratto per superarlo, oltre la donna dipinta ne vede un'altra, in carne e ossa. Illuminata dalla luce di due dozzine di candele disposte in circolo intorno a lei, Carlotta è in piedi, una gamba leggermente davanti all'altra, come fanno le miss degli attuali concorsi di bellezza. Porta i capelli castano scuro intrecciati con nastri, in

una complicata acconciatura similgreca, e una tunica altrettanto similgreca, fermata su una spalla da una spilla d'oro. Il volto è più rotondo che ovale, gli occhi sono più giallo marroni che neri, il naso è troppo corto e all'insù. E il corpo, che si indovina sotto il tessuto trasparente, è troppo pesante, tende alla pinguedine. Somiglia un po' a quella che sarà la Carlotta di Sublime anima di donna, ma non del tutto: abbastanza, da funzionare come surrogato. È come se la vita offrisse a Gherardo un premio di consolazione, un oggetto meno bello al posto dell'ideale irraggiungibile, e gli dicesse: "Accontentati!". Ma lui vuole abbandonarsi alla passione, non Colma perciò le mancanze con gli occhi della dettagli che non quadrano, alimenta il fuoco a convincersi di avere l'ideale a portata di accontentarsi. mente, aggiusta i del desiderio fino mano.

Eccolo dunque come amerà descriversi: ritto sulla soglia, come colpito da un fulmine. «Capiti giusto a proposito, amico mio!» grida il pittore. «Poseresti per me?» Non gli darà molto incomodo, assicura Tranquillo, giusto il tempo che lui possa tracciare uno schizzo. Il pittore è già pronto, in ginocchio, la tela poggiata per terra (è così che lavora abitualmente). Ha bisogno di un volto come il suo per una coppia di amanti che vuole di dipingere. Una coppia di amanti? «Sì» dice Tranquillo «tu sei il suo amante». E indica Carlotta. Lei tiene la testa rovesciata all'indietro in una simulazione d'estasi, e le braccia basse e arcuate, a circondare un invisibile amante inginocchiato davanti a lei. Gherardo deve occupare quel posto, entrare fra quelle braccia. Docilmente, si lascia mettere in posa dal pittore, abbraccia i fianchi di Carlotta, appoggia la guancia al ventre di lei, sente il suo tepore, l'odore un po' selvaggio, animale. Anche lui deve rovesciare la testa all'indietro, in una simulazione d'estasi. Attraverso le palpebre socchiuse, i due devono tenere le pupille

fisse l'uno in quelle dell'altra. Nel momento in cui Gherardo guarda Carlotta, comprende che lei sarà il più grande e traditore suo amore terreno; vede l'inizio, lo svolgimento e la fine di questo amorazzo futile e tempestoso, che contiene nel suo slancio l'inizio di una fine. È fatale. Carlotta ridacchia un po': non si può mantenere una finta estasi all'infinito. E neppure una vera estasi, del resto. Gherardo l'abbraccia più forte, arrossisce, ma la fissa più intensamente negli occhi. Lei socchiude le labbra, il suo corpo trema. Gherardo sente il suo turbamento. «Chi dunque stiamo impersonando? Amore e Psiche?» chiede Gherardo, per vincere l'imbarazzo e l'eccitazione. Tranquillo dice che no, non si tratta della consueta scenetta mitologica; ha in mente qualcosa di astratto, di impersonale, l'essenza dell'attrazione fisica fra gli esseri. Il quadro si potrebbe intitolare "Amore", o "Passione". Gherardo pensa piuttosto "Carne e anima", ma non lo dice al pittore, è una sensazione che tiene per sé. È Carlotta: carne e anima. La carne, la sta fornendo lei. L'anima, ce la metterà lui.

Gherardo sarà costretto a tornare altre volte allo studio di Tranquillo, stringere d'assedio Carlotta con un costante e insinuante corteggiamento, prima che lei accetti di andare a vivere con lui. La qual cosa avviene circa un mese dopo il loro primo incontro, e dopo che tutti, nella compagnia scapigliata, danno per scontato da tempo che i due sarebbero diventati amanti. Nell'Ottocento si diceva "cedere". Carlotta cede a Gherardo in una notte di pioggia; i due escono dall'osteria del Polpetta che si è appena scatenato un temporale, e non si trova una carrozza. Gherardo stende il suo mantello sulle spalle di lei, e tutti e due corrono sotto una

grandinata fitta che li frusta e li punge, saltando fra le pozzanghere, scontrandosi e tenendosi sempre avvinti. «Povera me, povera me!» grida Carlotta, spaventata e deliziata, ogni volta che un tuono seguito da un lampo la fa sobbalzare. Salgono nella mansarda di lui bagnati fradici fino alle ossa: un buon pretesto per accendere il fuoco del caminetto e togliersi i vestiti. «Povera me!» si lamenta Carlotta. «Ho le scarpe zuppe!» Gherardo, in ginocchio davanti a lei, le toglie adorante gli stivaletti, prende fra le mani i gelidi piedini, li bacia, se li appoggia sul viso rosso d'emozione. Spoglia Carlotta, vincendo la sua vergogna più ostentata che reale; fa scorrere le labbra sulla pelle umida di lei che sa di acqua, terra, vento, elementi naturali, sul seno, sul ventre, sulle cosce. La prende fra le braccia nuda, la solleva, la porta in giro per la stanza ridendo. Carlotta nasconde il viso sulla spalla di lui, gettandogli le braccia al collo. «Sei pazzo!» grida. «Sì, sono pazzo!» Gherardo depone sul materasso di piume Carlotta, che assume subito una posa da modella, le braccia dietro la testa, i capezzoli spinti in fuori, una gamba ripiegata con il piede all'altezza dell'altra caviglia. Si lamenta per il freddo. Lui, allora, tira il giaciglio giù sul pavimento, scomponendole la posa artistica e provocandole uno scoppio di risa, la trascina davanti al caminetto. «Sei pazzo! Una fanciulla innocente non può fidarsi di te!» «No». Le bocche si uniscono in uno slancio di passione. E poi, Gherardo non dice più nulla. Nell'Ottocento non si va oltre i palpiti, i fremiti, il petto contro il petto, la guancia contro la guancia, il bacio sulla bocca, le grida, i sospiri, e certe innominate follie nel chiuso dell'alcova, a cui assistono solo oggetti inanimati, come gli amorini del

quadro appeso di fronte, o le mura stesse della stanza. Mariarita, però, immagina tutto.

Qualche tempo dopo (un'ora? due?), Carlotta dorme come una bambina, raggomitolata nell'unica coperta di lana che lui le ha ceduto, mentre Gherardo veglia sul suo sonno. È nudo (Mariarita immagina la sua schiena, la dolce sporgenza delle natiche, le sue belle gambe affusolate), appoggiato alla mensola del caminetto, con il fuoco che sta morendo in braci rosseggianti. E non c'è più legna. Ma non è questo che gli importa: ha già cominciato a ricordare. Sta rivivendo con il pensiero i momenti felici appena vissuti, se ne sta facendo un'icona da archiviare e rievocare in futuro, sotto la voce "Amore". Non ha presagi buoni per questo amore, piccolo rispetto alla grandezza dell'Amore, qualcosa in lui sa che Carlotta non è la donna dei suoi sogni, che nella pienezza della passione con lei è contenuto il germe della delusione, che presto o tardi dovrà finire. Ma, in questo momento, aspira disperatamente, con tutte le sue forze, a fare di un corpo fra i tanti il corpo assoluto, vuole amarla come fosse la dea del suo cielo, la Carlotta del racconto che scriverà, la bellissima morta sconosciuta del laboratorio del professor Blank. Ha talmente e tanto a lungo atteso l'ideale, che non può più aspettare; è lui a cedere: a un incontro occasionale, a un surrogato. Decide di amare questa copia di scarto della Carlotta ideale da accecato, da insensato. E con tutto se stesso, con tutto il suo sangue e il suo talento, che si getta nell'abisso di questo amore piccolo, fingendo che sia il grande amore. È quasi sollevato di aver trovato un corpo con cui rivestire l'anima che è l'oggetto del suo desiderio. È quasi un riposo. Incurante del freddo, Gherardo va allo scrittoio e si mette a scrivere al suo amico siciliano. Teme di avergli sempre dato

l'impressione di uno buono solo a fantasticare, ora è felice di potergli dire che, alla fine, ha una donna in carne e ossa. Una vera amante, una vera storia, vero sesso (anche se non se ne parla). Ha quasi il sospetto di aver cercato una Carlotta reale solo per poterlo scrivere, ma lo scaccia subito, come un insetto molesto. Carlotta trasloca con tutte le sue poche cose dallo studio di Cremona, dove alloggiava, alla soffitta di Gherardo. Nel mese appena trascorso, ha visto Carlotta quasi sempre alla luce delle mistiche candele che creano l'effetto voluto dal pittore, e non l'ha ascoltata quasi mai: lei si è limitata a sorridere, fare cenni di assenso, pronunciare rare parole che, dette con grazia, sembrano pilastri di significati. Ora, da quando vive con lui, comincia a parlare: e dice solo frivolezze. Non è che Carlotta sia sciocca: è peggio che sciocca. Possiede una sua spiccia filosofia di vita, sa persino qualcosa di pittura, di belle lettere, ha velleità di emancipazione. Ma è incapace di comprendere il lavoro di Gherardo. È incapace, del resto, di comprendere alcunché sia stato scritto al di fuori dei canoni consacrati e borghesi del bello, concepito da una mente originale e forte. Ama solo ciò che è carino, innocuo e sentimentale. E ride. Ride molto, soprattutto dei lazzi più grossolani e volgari, dei pettegolezzi più maligni e svergognati, che mettono le persone nella luce più ridicola e umiliante. Ride parecchio anche di Gherardo, dice che lui «la fa ridere». Gherardo non crede di far ridere; a parte quelle fulminanti battute di cui talvolta è capace, non può definirsi un brillante conversatore, né un umorista, e se racconta una storiella divertente non diverte. Ora, appunto, Carlotta non ride delle sue battute, che la lasciano al contrario stufa e vagamente condiscendente: ride in tutte le altre occasioni, cosa che lo inquieta sommamente. La Carlotta reale è ben diversa da quella che diventerà in Sublime anima di donna. Non saprebbe suonare la più semplice scala musicale. Cuce, è vero, ma soltanto per lamentarsi di es-

sere costretta a rammendarsi calze e mutande, e non potersi permettere abiti di alta sartoria. L'unica cosa che fa, in comune con quella del racconto, è coltivare fiori sui balconi per rallegrare «il nido d'amore» (sono parole sue). Del suo passato, non si sa nulla, se non che ha vissuto certi fantomatici «amori infelici» e che è stata più volte «vilipesa e tradita»; sembra emersa dal nulla direttamente nello studio di Cremona, di cui forse è stata l'amante (lei dice che era una relazione «platonica»). Non si chiama neppure Carlotta, ma qualcosa come Erminia o Ermelinda; Carlotta è un nome che si è data, come oggi una si ribattezzerebbe Samantha o Deborah, perché le suona più fine. La sua insipienza è tale che talvolta gli scapigliati si domandano se non si tratti della più sofisticata finzione di una formidabile intelligenza. Gherardo no, lui non se lo domanda, le cerca e le trova tutte le scuse, la crede dotata di un ingegno allo stato brado, ancora da raffinare, ma vivace e promettente. Solo a tratti, quando va a sbattere contro qualche sciocchezza di lei, si sente trafiggere il cuore dalla pena. Più avanti negli anni, Gherardo riconoscerà onestamente con se stesso che il grande amore si era già ridimensionato nel più piccolo amore, all'epoca in cui lei, dopo nove settimane e mezza di convivenza, pasti a base di pane e latte, poesia e follie d'alcova, lo molla per mettersi con un tizio di sessant'anni, che si è arricchito facendo l'agente delle tasse, s'è comprato un blasone da marchese, e le mette su appartamento, servitù, carrozza e rendita. Carlotta lo ha agganciato frequentando i salotti milanesi proprio grazie agli artisti della Scapigliatura. Carlotta annuncia la buona nuova a Gherardo un mattino, come un fulmine a ciel sereno, mentre si sta allacciando il busto. Lui non le domanda perché adesso ama quell'altro; le chiede perché ha amato lui, se pensava di poterlo lasciare. Lei non trova nulla da rispondere, scuote la testa sorridendo. Forse, il senso del suo stare con lui era tutto racchiuso nelle parole che gli diceva spesso: «Mio bello». Carlotta finisce di vestirsi, e se ne va.

Più tardi, Gherardo scoprirà che, se avesse avuto la mente chiara e sgombra, avrebbe reagito con un'alzata di spalle. Ma è perso nella sua illusione d'Amore, e così soffre veramente, come se la terra si spaccasse e si rivoltasse crollando su di lui.

Come di consueto, Gherardo va a trascorrere i mesi caldi sul lago. La madre lo riaccoglie preoccupata e sollecita, nel vederlo smunto e sofferente d'amore, con i suoi pallori e gemiti da giovane Werther (viene da pensare che ci giochi anche un po'), cerca di ingrassarlo con i suoi manicaretti, di guarirlo facendogli incontrare altre ragazze. Organizza terribili serate musicali in terrazza, dove si strimpella il violino e si massacrano le arie del melodramma italiano. Il padre intuisce che dentro di lui c'è un'incrinatura, l'inizio di quel processo che lo invecchierà: spera che il ragazzo si stanchi una buona volta della vita "scompigliata" e decida di mettere la testa a posto. L'afa dell'estate fa sentire Gherardo come morto. Riesce a respirare appena, sollevando il petto a fatica, un fiato dopo l'altro. Per un po' pensa anche di affogarsi, ma ci rinuncia: non è il coraggio che gli manca, ma la forza fisica necessaria per compiere un gesto tanto estremo. Prima di lasciare Milano, ha distrutto tutte le sue carte, azzerato tutti i suoi progetti letterari. Con i primi di settembre, gli sembra di cominciare a respirare meglio; l'aria gli riempie nuovamente i polmoni, leggera e frizzante. La zia suora gli rimpingua le finanze, e lui riparte: gli mancano gli amici. Al ritorno a Milano, si sente diverso, come prosciugato dalle sue balorde ingenuità, più mondano, navigato. È come se avesse veramente commesso il suicidio, e ne fosse rinato. Il suo sogno d'amore è sceso più profondamente nella sua interiorità, e quello che ne emerge esternamente è circondato da una cinta di sistemi difensivi. Comincia a guardare le donne con un occhio più disincantato, piacevolmente cinico. È pronto per storie

alla mordi e fuggi, o addirittura, come stiamo per vedere, da una botta e via. Succede un pomeriggio, per caso e senza premeditazione. Gherardo sta tornando da una passeggiata al Cimitero monumentale, dove si reca spesso: ha preso l'abitudine, come Tarchetti, di meditare sulle tombe, leggere le iscrizioni e inventare storie sulle vite passate dei defunti, e intrattenere conversazioni metafisiche con i becchini. Sta uscendo dai cancelli, sotto una pioggerella sottile che gli rinfresca il viso, quando si sente chiamare. La nobildonna che lo ha palpato alla festa in maschera è affacciata al finestrino della sua carrozza. Non è il calessino aperto che usa di solito nelle belle giornate di primavera, ma una vettura nera, chiusa, cupa come un carro funebre. Anche il vetturino è avvolto in un mantello nero, e porta un cappello nero a tesa ampia, per ripararsi dalle intemperie. La gran dama indossa un abito di velluto viola quasi nero, molto castigato, e ha il capo coperto da un velo dello stesso colore. Gli rivolge un cenno autoritario con la mano, e Gherardo nota che, stranamente, non porta i guanti. «Salite, Gherardo, vi prego». Lui obbedisce, convinto che la signora voglia dargli un passaggio. Pregusta già il piacere di una buona conversazione; sa che lei legge romanzi, non è sciocca, ha un certo gusto, e spera di parlarle di letteratura, di suscitare il suo interesse, la sua ammirazione magari. Essere lodato da una bella donna sarebbe gratificante e incoraggiante. Si augura forse qualcosa di più, una mezza avventura galante, il proseguimento delle carezze già ricevute; ma non si aspetta di certo quanto sta per accadere. Non appena la carrozza si rimette in moto, infatti, la dama tira la tendina del finestrino, e l'abitacolo piomba nell'oscurità più completa: è come uno scompartimento di treno che ha imboccato una galleria. Gherardo sente un paio di mani che gli artigliano il colletto della camicia, una bocca che si incolla alla

sua. La nobildonna gli è saltata letteralmente addosso, senza dire una parola, senza chiedergli il permesso, come un teppista violentatore che ha appena caricato la vittima sull'auto guidata da un complice. Veloce ed esperta, lo spoglia, gli strappa quasi i vestiti. Lui annaspa, tenta di rispondere ai baci e alle carezze, abbraccia solo una forma inguantata nel velluto. Al buio, la donna è solamente bocca e mani in azione, che non si fermano mai. Oh, certo, la carrozza chiusa della signora è stata vista più volte, in giro per Milano, e tutti credono che lei vada a visitare poveri nei tuguri, a curare infermi, dedita a svariate altre opere di carità. Non è mai stato possibile scoprirla in flagrante a compiere atti illeciti: il suo comportamento alla festa è stato la sua sola imprudenza in tanti anni di libertinaggio. Ora, Gherardo prova sulla sua pelle la verità: la carrozza della dama non va da nessuna parte. Gira probabilmente in tondo, mentre lei, sopra, soddisfa le sue voglie. Non si porta gli amanti in un'alcova segreta, nel budoir, o nella villa in campagna. Se li porta in carrozza. Estremamente ingegnoso. Gherardo finisce sul fondo della vettura. Sotto il vestito, lei non porta assolutamente nulla: è un sesso invisibile, incombente su di lui, che reclama i suoi diritti. Stupito, sbattuto, con il frastuono delle ruote e degli zoccoli che attraverso le orecchie gli riempie il cervello, Gherardo è più esilarato che eccitato. Il suo corpo risponde all'amplesso più per istinto che per sensualità. La signora lo sta usando, usa gli uomini come gli uomini usano le donne. Come può concedersi tanta audacia, tanta libertà? «No, no!» grida Gherardo. Si sente stuprato, e ne ride silenziosamente. Quando è tutto finito, la dama lo aiuta a rivestirsi, come una che vuole ricomporre tutto quello che ha appena disfatto. Quando lei apre la tendina, Gherardo si accorge che la carrozza è tornata al punto di partenza, davanti al Cimitero monumentale. Buon Dio, ma allora il vetturino conosce esattamente la

durata delle scopate della padrona, e si regola di conseguenza? La nobildonna non è per niente imbarazzata, sorride soavemente. «Grazie» gli dice. «Al vostro servizio» risponde lui. Lei lo scarica lì senza neppure offrirsi di riaccompagnarlo a casa, come fosse una ragazza appena sedotta. La vettura riparte, sollevando spruzzi dalle pozzanghere che riflettono gli ultimi bagliori di un sole appena sbucato dalle nuvole. Per fortuna, non piove più. Gherardo si incammina, sorridendo fra sé. A parte il fatto che lei si è comportata come un uomo, non comprende molto quello che gli è accaduto. Gli sembra talmente inaudito, indicibile, da poter solo suscitare il riso. Come parlarne, come definirlo? Sublime, oltraggioso, splendido, puttanesco? E chi era, in questo caso, la prostituta? È confuso, non sa se esserne lusingato o offeso, esultante o disperato. Non si sente fiero della sua conquista, per la verità non ha conquistato proprio nulla, è stato piuttosto conquistato, e non è stato un normale affare amoroso. È stato... per il diavolo, cos'è stato? Lo sa il diavolo, forse. L'incidente con la nobildonna è destinato a rimanere unico; lei non lo inviterà più sulla sua carrozza; quando lo incontrerà nuovamente in società, fingerà che non sia successo nulla, e lui l'asseconderà, rinforzato nel suo nuovo cinismo da giovane scapestrato. La dama è sposata a un vecchio che insidia le ragazzine: tutta la città lo sa, ma non sta bene mostrare di saperlo. In seguito, dopo aver approfondito la conoscenza dei salotti e delle dame milanesi, Gherardo si renderà conto di essersi imbattuto in un esemplare femminile piuttosto raro: una collezionista. Una che ama troppo gli uomini, tutti gli uomini come sesso, per essere fedele a uno solo. Il matrimonio con il vecchio pedofilo non è stato subito, ma scelto consapevolmente, lucidamente: soltanto quel tipo di marito avrebbe tollerato i suoi svaghi in carrozza.

Come conseguenza dell'abbandono da parte di Carlotta e dello stupro subito dalla gran dama, Gherardo fa una cosa assai strana: torna ad abitare da madama Cate. Un analista troverebbe molto da dire su questa risoluzione, forse la interpreterebbe come un ritorno a una figura femminile materna, un cordone ombelicale mai reciso, un rifiuto della vita adulta dopo il fallimento sentimentale. Gherardo, da parte sua, si sente stufo del sudiciume della sua soffitta, delle abbuffate in trattoria seguite o precedute da periodi di fame, non ne può più di lavarsi e rammendarsi le camicie da solo. Vuole un ambiente pulito, pasti regolari, e un bel calduccio nel letto. E comunque, sì, si arrende a quel tipo di donna: alle smancerie, ai ninnoli, alle tisane, ai pasticcini. Sbuffa alle premure di lei, ma in fondo ci sguazza. In quel periodo Gherardo si guasta definitivamente con il suo amico Giulio Pinchetti, che ha pubblicato un libretto di poesie presso un editore di Como. Benedetto Croce definirà il volume "privo affatto di pregio d'arte, ma significante dello stato d'animo che esprimeva e che era di molti altri giovani. Non più fede e coraggio, non più entusiasmo per cosa alcuna". Giulio legge, anzi declama, alcuni versi:

Il fato a noi prescrive il pianto, ad ogni età. Vita! ne fai pietà...! Pure si vive.

Gherardo si lascia sfuggire, di slancio: «Leopardi a risciacquo». Giulio la prende malissimo, gli fa una scenata, lo tratta da traditore infingardo, incompetente e nemico. «Non voglio più rivederti, non ricomparirmi davanti!» Gherardo tenta più volte di ricomparirgli davanti, certo che l'incazzatura sia solo un fuoco di paglia, ma niente da fare: Giulio persiste nel suo atteggiamento, gli ha tolto il saluto, cerca di evitare i luoghi e le occasioni sociali in cui potrebbe incontrar-

lo, per strada arriva addirittura a fingere di non vederlo. E in un salotto, lo ignora come se lui fosse trasparente, fissando la tappezzeria alle sue spalle. Infuriato a sua volta, Gherardo gli diventa veramente nemico. Quello che non comprende, e che capirà solo dopo il suicidio, è che Giulio ha tagliato con lui non perché non lo ami, ma perché odia se stesso. La fine della loro relazione fa parte di quel programma sistematico di autodistruzione, che fa da preludio all'addio definitivo alla vita. Gherardo non ha più visto il Tarchetti da quando è tornato a Milano. Si è trattenuto dal cercarlo per non riuscirgli importuno: gli hanno detto, infatti, che Igino sta attraversando un periodo amarissimo, che la sua amata lo ha lasciato. Sposata a un bravo borghese spesso assente per lavoro, ha amato Igino come una che si prende una vacanza, e poi è tornata dal marito. Ma, una mattina, Gherardo si reca a trovare Igino in via della Chiusa al numero 1, nel modesto alloggio in cui vive, ospite dell'amico Salvatore Farina. Gherardo bussa alla porta, ma nessuno gli risponde. Dall'interno si sentono solo laceranti colpi di tosse e un altro debole suono, come il pianto soffocato di un minuscolo essere. Fa per andarsene, poi, preoccupato, ci ripensa: e se Igino si fosse sentito male e avesse bisogno di soccorso? Bussa ancora. «Io entro!» dice a voce alta, aprendo la porta. Igino è seduto a terra con la schiena al muro, prostrato. Indossa solo la camicia e le mutande. Tiene i gomiti sulle ginocchia e, nella mano, ha qualcosa di bianco e rosso, uno straccio appallottolato. Ai suoi piedi anche Ugo, specchio telepatico dell'umore del padrone, sta soffrendo: come un essere umano, vorrebbe aiutare Igino ma è impossibilitato a farlo, esprime la disperazione impotente da topo, correndo in circolo e lamentandosi. Era il suo squittio, che Gherardo aveva sentito da fuori. Igino teneva la testa bassa, ma rialza il capo per guardare Gherardo. Ha gli occhi di un condannato, che implorano pietà pur esprimendo la rassegnazione di non ottenerla. «Amico mio» mormora.

Gherardo si avvicina, va ad accoccolarsi accanto a lui. Igino è dimagrito, ha le spalle più strette e curve. Quando Gherardo lo abbraccia, sente la sua fragilità, gli sembra che le sue ossa, i muscoli, la poca carne che li ricopre, siano come un pugno di paglia che sta per essere dispersa, ha come la sensazione di vedere un altro se stesso che sta morendo. «Iginio, posso fare qualcosa per te?» Ha il cuore serrato in una morsa, sa che non può, non potrà mai fare nulla per lui. Solo fingere di non vedere il fazzoletto sporco di sangue che gli macchia le dita, e che Igino nasconde in fretta sotto la camicia.

Igino sa di essere malato probabilmente dal '64, da quando era in aspettativa dall'esercito per motivi di salute. Forse, proprio per questo si è tagliato i ponti alle spalle e gettato a perdifiato nella vita da artista, quasi sapesse di avere poco tempo per consegnare la sua anima alla scrittura. "Io mi sono bruciato la vita." Da quando ha avuto la conferma dei suoi peggiori sospetti e la prova che Igino è tisico, Gherardo è piombato in uno stato di tale malinconia da non poter più dormire, né gustare il cibo, le passeggiate, né ogni altro piacere della vita, al punto che madama Cate lo minaccia di chiamare nuovamente sua madre. Gherardo è tormentato dall'idea di salvare l'amico: forse, il suo stato non è poi tanto grave, forse, può ancora guarire. Pensa alla morte, all'eventualità che un Tarchetti possa non esistere più, svanire per sempre. Non ha mai avuto fede, non ha mai creduto alla sopravvivenza dell'anima in un altro mondo. No, no, l'anima se ne va insieme al corpo. Sprofondato in questi pensieri, gli cade addosso un cupo abbattimento, un senso di inutilità. Ogni cosa, è invano. Così, è con enorme sorpresa che, alcuni giorni dopo aver visto Igino sputare sangue, se lo vede arrivare una sera al giorna-

le trasformato: allegro, quasi euforico, in vena di giochi e scherzi. «Ciao, neh. Sono venuto a portarti un invito». Se non lo avesse trovato in camera sua in quello stato, lo direbbe la persona più felice di vivere al mondo. Pur essendo sempre magro ed emaciato, ha ripreso colore, e sembra pieno di vigore. Una dolce e affettuosa malizia gli brilla nei grandi occhi scuri. Ha avuto, dice, un'idea straordinaria. Si ricorda, Gherardo, della visita al laboratorio del professor Blank e di quella meravigliosa gamba di donna? Oooh, sì che Gherardo se ne ricorda... ma, purtroppo, la sconosciuta proprietaria di quella gamba è rimasta senza identità. Ebbene, forse non per molto ancora, dice Igino. Si tratta di fare una seduta spiritica, sì, una seduta spiritica per evocarla, e ascoltare dalla sua viva voce (viva si fa per dire) chi era e com'è vissuta, e svelare così il mistero del suo nome, della sua vita e della sua morte. Lui, Igino, è già pratico di questo genere di cose, ha già fatto sedute di magnetismo animale (così chiamano l'ipnosi all'epoca), in cui ha addormentato sua sorella e alcuni amici. È già tutto pronto, tutto organizzato, per quella sera stessa, dalla contessa Clara. «Questa sera stessa?» chiede Gherardo. «Non dirmi che hai già altri impegni». «No! No...». «Allora vieni, vieni. Si va a cena, e poi a casa Maffei. Sarà una serata memorabile, vedrai...». Strada facendo Igino, che di solito non è un chiacchierone, confida a Gherardo che la visione di quella gamba di donna gli ha ispirato due racconti, con titoli simili: Storia di una gamba e Storia di un ideale (che piacerà a Stella), dei quali gli racconta brevemente le trame. A Gherardo sembrano entrambi soggetti belli e originali, e prova una fitta d'invidia. Poi Igino chiede a Gherardo come procede il suo romanzo sull'assassinio della contessa. «L'ho distrutto».

Igino corruga la fronte, rannuvolato. «Perché mai?» «Non ne venivo a capo». Come spiegarlo? Ogni volta che si è messo al lavoro, si è sentito un leone, uno scrittore capace di impadronirsi dei segreti stessi dell'esistenza e palleggiarli nell'aria come un giocoliere, aveva creduto di scrivere da dio; e puntualmente, sbattendo il grugno contro la miseria della realizzazione, del tutto inadeguata al furore dell'intenzione, è precipitato nello scoramento e nella perdita dell'autostima. Gherardo comincia a spiegarsi, balbettando, ma Igino lo ferma: conosce bene questo genere di purgatori letterari, non c'è bisogno di aggiungere altro. «Se non riesci a portare avanti quel progetto, non incaponirti, faresti peggio: gli sforzi spesso portano solo alla sterilità. Rinuncia piuttosto, e inizia qualcosa di nuovo». «Tenterò» dice Gherardo, poco convinto. Igino lo ferma, gli mette le mani sulle spalle, lo guarda fisso negli occhi. «No. Dico sul serio. Fallo per amor mio, per la nostra amicizia». «D'accordo». «Non buttare via il tuo talento. Promettimi che ti rimetterai a scrivere». «Te lo prometto». Soddisfatto, Igino riprende a camminare, un braccio intorno alle spalle di lui. «D'altronde, è inutile che ti faccia fretta. Tu hai tutta la vita davanti a te». Si, pensa Gherardo con una fitta di struggimento, io ho tutta la vita davanti a me, e tu no. Ma tu sai scrivere, e io no.

Dal Polpetta ritrovano gli stessi della visita al professor Blank: Emilio Praga e i fratelli Boito. Mentre i cinque siedono a tavola in attesa della cena, Igino, sempre spumeggiante e piccante, trova il modo di divertire gli amici raccontando il più re-

cente miracolo compiuto dal suo topo. L'estro gli è dato dal fatto che Ugo, affamato, uscito fuori dal suo taschino, è saltato sulla tavola e si è messo ad annusare fra stoviglie e tovaglioli, in cerca di cibo. «Ho scoperto un aspetto inedito e sensazionale di Ugo. Osservandolo grattare, annusare e mordicchiare i miei libri e carte, mi sono accorto che ama il sapore della carta e dell'inchiostro. Ma non è questa la sua più straordinaria qualità». «Quale sarebbe, dunque?» chiede Arrigo. «Il buon gusto in letteratura. Egli ne possiede più di tanti illustri editori, critici e colleghi nostri». «E come si manifesta il suo buon gusto?» «Lo puoi vedere dalle pagine dei miei volumi che più ama mangiare: sono sempre le migliori!» Tutta la tavolata scoppia in un riso esagerato, che fa voltare gli altri avventori. Solo il Tarchetti rimane ostentatamente serio, come un attore che sta preparandosi a rilanciare l'ilarità del suo pubblico. «Non è una facezia, ma la pura verità. L'altro ieri ha rosicchiato Don Chisciotte, la scena con i mulini a vento. E c'è dell'altro: mangia solo letteratura straniera. I libri italiani, invece, non gli piacciono, compresi i miei. Quando gli offro le mie cose, che siano manoscritte o stampate, le rifiuta». «Questa» dice Emilio ridendo «la racconti alla nonna di Alessandro Manzoni». «Posso dimostrarlo». Igino estrae dal tascone del pastrano due volumi, Moll Flanders di Daniel Defoe e il suo Paolina. «Attento, Ugo!» Igino offre prima Moll Flanders aperto al topo, che vi appoggia su le zampette, lo fiuta, e ne prende un morsetto. Poi gli offre Paolina, e l'animale vi appoggia su il nasetto fremente, e dopo un po' lo distoglie, arricciandolo come se volesse dire: puah! Igino posa i libri sulla tavola, li ricopre con le mani, poi ripete la dimostrazione, offrendo prima Paolina e poi Moll

Flanders, con i medesimi risultati. «Lo hai addestrato a riconoscere la forma o i colori dei volumi» dice Camillo. «Quanto tempo ci hai impiegato per insegnarglielo?» «Non ho tempo per insegnare niente a nessuno. Sono io a imparare da lui. Se pensate che sia solo frutto di un addestramento, allora guardate!» Igino si pone i due volumi sulle ginocchia, nascosti sotto il bordo della tavola, e si rivolge a tutti ma specialmente a Gherardo, che è seduto accanto a lui. «Ora strapperò un angoletto da ciascun libro, in modo che Ugo non veda né la forma né il colore. Tu, Gherardo, controlla che io non bari». Igino strappa un triangolino di pagina da Paolina, e lo offre a Ugo. Questi, annusatolo con calma, si volta sdegnosamente mostrando il sedere. Un altro frammento, dallo stesso libro, provoca il medesimo atteggiamento. Quando tocca a Moll Flanders, Ugo prende il frammento e, tenendolo fra le zampine, lo divora senza esitazioni. Alla fine, tutti applaudono l'esibizione. «Ma certo, che sciocco sono stato a non pensarci prima» dice Camillo. «Quello che gli hai insegnato a distinguere, è l'odore della carta». «Oppure» aggiunge Gherardo «avete un segnale segreto, tu e Ugo, comprensibile solo per voi, che gli altri non possono percepire». Igino sorride sicuro, con l'aria di compatire un branco di poveri miscredenti. «Io vi mostro un prodigio inspiegabile, non un trucco da baraccone. Ma, se non volete credermi, fate la prova voi stessi. Io mi giro dall'altra parte, così non direte che gli lancio segnali». Igino volta la sedia in modo da dare loro le spalle. Camillo ha una copia delle Illusioni perdute di Balzac e il primo volume di Cento anni del Rovani. Fa anche lui lo stesso esperimento, tenendo i due libri sulle ginocchia e strappandone intere pagine alla volta, che propone a Ugo, in tutte le combinazioni. Il risul-

tato, infallibilmente, è il medesimo: il topo gradisce la letteratura francese, e rifiuta quella italiana. «Ora a me» dice Emilio. Fa mangiare a Ugo un racconto di Poe tradotto da Baudelaire, tenendo il libro bene in mostra. Ma sta meditando di tendergli un tranello: sotto la tavola, di nascosto, inserisce fra le pagine del libro un foglio di prosa sua, delle stesse dimensioni. Poi, mostrando nuovamente il libro al topo, lo apre, e gli pone sotto il naso il suo manoscritto. Ugo prima prende il foglio per un angolo, fra le zampette, poi si ferma, fa guizzare gli occhietti in una curiosa espressione "Credete sul serio di farmela?" e abbandona il foglio. «Povero me!» geme Emilio. «E poveri noi, se tutti i lettori italiani sono come lui! Mangeremo carta per non morir di fame!» dice Camillo. «Voglio tentare ancora» dice Gherardo. Prende un quarto di pagina di Balzac, un quarto di Poe, e un quarto di Rovani, le accartoccia in un'unica pallottola, che fa rotolare verso Ugo. Il topo si tuffa nella palla e, agitando velocissimamente le zampette, divide i tre pezzi. Poi, mangia la letteratura straniera, e lascia quella italiana. «Non credo ai miei occhi». Igino si rivolta verso gli amici, trionfante. «E adesso, cosa ne pensate?» «Ha del soprannaturale» dice Arrigo. «Non saprà per caso anche camminare sull'acqua e moltiplicare i pani e i pesci?» «Io vorrei» dice Emilio «che moltiplicasse la nostra cena di stasera, da oggi per tutte le sere a venire, e non dovessimo più pagare l'oste».

«Ecco, per la vostra ignota donna con una sola gamba» dice la contessa, indicando un trono poggiato su una pedana marmorea, foderato di velluto color porpora, dallo schienale alto sormontato da una corona regale.

«Non sarà mai una rivale per voi» dice galantemente Arrigo. «È vero» gli fa eco il fratello, «Voi, Clara, siete inimitabile». Quella sera, la contessa indossa un costume incredibile, probabilmente confezionato per l'occasione, fatto di veli candidi che la ricoprono da capo a piedi, veli trasparenti, fluttuanti, che alla luce della luna piena, attraverso la grande finestra, la farà somigliare a un ectoplasma. «Se colei è degna di rivaleggiare con me» dice «lo vedrò quando verrà. Se verrà». Per la seduta spiritica, la contessa ha scelto volutamente la stanza più lugubre della casa, una ex sala da pranzo poi chiusa perché esposta a nord e troppo fredda e scomoda, in cui non si ricevono più ospiti da anni. Vi ha fatto collocare il trono; per il resto il mobilio è quello di sempre: una tavola rotonda e una credenza enorme, incombente, che ricorda una tomba di famiglia, e forse contiene anche cadaveri. Sul ripiano della credenza brillano due candelabri d'argento, e a centrotavola c'è una fruttiera decorata piena dei bonbon al cioccolato preferiti da Clara. «La nostra contessa è scettica» dice Emilio. «Tutt'altro, amici miei. Sono in attesa di una rivelazione. Brucio, ardo dal desiderio di avere fede. Purtroppo, non mi accade mai quello che è successo a San Tommaso. Se partecipo a una seduta spiritica, sono ore di noia intorno a un tavolo. Se entro in una casa stregata, odo solo scricchiolii di mobili e topi in soffitta. Se dormo, non sogno mai i defunti che mi predicono il futuro. Per questo, sono tanto ansiosa di appurare se Igino riuscirà a far apparire lo spettro della sconosciuta. Vi prego, Igino, liberatemi della mia incredulità, e ve ne sarò grata per sempre». «Se lei apparirà» dice Gherardo «la manderemo da Blank a reclamare la sua gamba. Al buon professore verrà un colpo». «Spegnete le candele» ordina Igino. Igino dispone i partecipanti alla seduta: dalla sua sinistra, in senso orario, Gherardo, Camillo, Emilio, Arrigo, Clara. In controluce somigliano a ombre, tranne la contessa che sembra at-

traversata dalla luce lattea della luna. I sei formano la catena; Gherardo stringe le mani di Igino e Camillo, ma si sente unito agli altri, come se tutti formassero una sola anima allacciata per le punte delle dita. «Credete davvero che morirà tutto con la morte?» dice Igino, con la sua dolce cantilena piemontese, dall'accento tra il commosso e il birichino. «Non sarebbe bello poterci ritrovare tutti in un altro tempo, in un altro spazio, sotto le stelle, liberi dalla paura e dal dolore, e salutarci, e dirci: "Addio amici, vi ricordate quando eravamo laggiù, e facevamo le sedute spiritiche per quelli di quassù?"». A Gherardo, viene un nodo alla gola al pensiero che Igino potrebbe passare presto dall'altra parte della linea mortale, e non esiste nessuna certezza di poterlo ritrovare... a meno che non sia lui stesso, qui e subito, a fornire la prova di una vita oltre la fine del corpo. Gherardo trattiene a stento un singhiozzo, ma non una lacrima, che per fortuna nessuno vede. «Se fossi uno spirito, non mi scomoderei» dice Arrigo. «Sarei occupato altrimenti che a farmi rompere le scatole dai vivi. Che restassero pure ignari delle cose dell'altro mondo, come lo siamo noi.» «Igino, dov'è il tuo topo?» chiede Camillo. «Dorme nel taschino. Il ritmo del mio cuore lo culla». «Non voglio che sul più bello mi faccia gelare il sangue saltandomi su una spalla». «Tranquillizzatevi» dice Clara. «Sulla vostra spalla, sentirete solo il tocco di uno spettro». «Allora, sono tranquillo». «Ora facciamo silenzio» intima Igino. Passano cinque minuti, dieci, e non succede nulla. I sei amici non riescono a coinvolgersi, danno segni di distrazione, di nervosismo. Le mani cominciano a sudare, qualcuno si muove; si sentono alcuni sospiri, un colpo di tosse. Gherardo ha un braccio quasi addormentato; nel tentativo di trovare sollievo all'intorpidimento, si agita sulla sedia, e batte il ginocchio sotto la

tavola, producendo un colpo sordo. Un brivido corre per tutta la catena, da una mano all'altra. «Ero io» si affretta a dire Gherardo, in un soffio. «Non muoviamoci» dice Igino. «Respiriamo adagio, lasciamo libera la mente, come quando stiamo per addormentarci. Dobbiamo raggiungere una sorta di dormiveglia, che permetta il congiungimento dei nostri spiriti». Poi, dopo altri sospiri e movimenti simili a quelli di chi si rivolta in un letto, i partecipanti alla seduta spiritica sembrano essere caduti in quel sonno collettivo che Igino considera ricettivo per il contatto con l'ignoto. Ed ecco, tutt'a un tratto, un altro colpo: e stavolta non è stato Gherardo. Qualcosa è arrivato, o meglio si è precipitato in mezzo a loro con uno schianto suicida. Emilio ha un sussulto talmente forte da rovesciarsi all'indietro: piomba con tutta la sedia a terra producendo un tonfo sordo. «Buon Dio, Emilio!» grida Clara. Emilio ora è in ginocchio sul tappeto, annaspa per rialzarsi (tra l'altro è sbronzo, come sempre) ed è costretto ad aggrapparsi a una tenda. «Sono desolata» si scusa la contessa. «Ultimamente ho trascurato la manutenzione di questo palazzaccio». Un pezzo di intonaco si è staccato dal soffitto ed è piombato in mezzo alla tavola. «Qualche osso rotto?» chiede Camillo al malcapitato Emilio. «Niente, niente. Ma per un istante mi è sembrato davvero che una forza soprannaturale mi sollevasse e mi portasse con sé». In quel momento, la porta si spalanca di botto e nel vano in controluce si staglia la sagoma nera di un essere gigantesco, con un lume nella mano brillante come un fuoco fatuo, che avanza di un passo, e somiglia a Boris Karloff nel ruolo del mostro di Frankenstein. Gherardo lancia un debole grido.

«È solo un servitore» dice la contessa. «Ha l'ordine di venire ad accendere le candele. Emilio deve aver inavvertitamente suonato il campanello». Clara congeda il servo con un cenno della mano. «Scegliete tutti i vostri servitori con simili facce?» domanda Arrigo. «Se ne avete di riserva, me ne mandereste uno? Un fratello, un cugino di costui?» «Amici, finiamola con le facezie» dice Igino. «Concentriamo piuttosto il nostro pensiero su di lei».

Da qualche parte, nella casa, una pendola batte undici rintocchi. I cinque scapigliati e la contessa, dopo una mezz'ora trascorsa senza altri incidenti, sono in trance. A occhi chiusi, il respiro regolare, i sensi astratti dalla realtà, dormono e sognano. Le loro teste sono piene di colori, suoni, visioni. Solo Gherardo non riesce ad abbandonarsi insieme agli altri, si distrae continuamente, il suo pensiero volteggia intorno all'oggetto della meditazione senza potervisi posare; è troppo presente al tempo e al luogo. Una sottile ansia lo possiede impedendogli la concentrazione, si sente come se un minuscolo animale gli divorasse il petto. Pensa a se stesso, alla propria inettitudine e all'incapacità del suo talento. Pensa a quanto sono deboli e scialbe le immagini che la gamba di donna gli ha saputo ispirare in confronto a quelle dei suoi compagni, alla miseria del suo ingegno paragonato a quello delle persone che siedono con lui in quella stanza: anche la contessa, per il modo in cui ha saputo superare il limite impostole dal sesso, dall'educazione e dai pregiudizi sociali, ha dimostrato del genio. Pensa al tradimento di Carlotta, che gli brucia ancora; credeva di averlo superato, ma rieccolo, lì, che gli lavora ancora dentro, spezzando qualcosa di lui. Pensa alla vivida forza dei racconti che Igino ha scritto, e si chiede se saprà mai fare qualcosa di simile. E, soprattutto, lo tormenta la promessa che ha fatto al Tarchetti di scrivere qualcosa di

nuovo, promessa che dovrà mantenere, se è un uomo d'onore, e lui lo è, oh sì che lo è: si sa, tutto è perduto fuorché l'onore. Se solo potesse punire Carlotta, vendicarsi di lei. Se solo incontrasse un'altra donna, che fosse tutto ciò che Carlotta non è stata, e gliela facesse dimenticare. Se almeno sapesse scrivere, ordinare le forze che lo stanno lacerando in una forma autorevole, raggiungere un risultato di tessuto narrativo e stile pari alla pretesa del suo slancio creativo. Saprà mai, Gherardo, riuscire nella vita, fare qualcosa di se stesso? Ricomporre se stesso. Scomporre Carlotta. Farla a pezzi, com'è stata fatta a pezzi la bella sconosciuta della gamba. Tutt'a un tratto, Gherardo si sente attraversare da un'idea... No, non è ancora un'idea, è piuttosto un lampo di luce, una scarica elettrica che gli colpisce il lobo frontale e lo attraversa in tutto il corpo, una colata lavica di stimolazioni immaginarie. Il suo romanzo su un assassinio! Perché non unire il tema del delitto a quello della gamba? Intrecciare insieme i due soggetti? Una donna fatta a pezzi... Carlotta... L'Ideale... Un assassino che ucciderà Carlotta... No, Carlotta non è l'Ideale. Lui la trasformerà derisoriamente nell'Ideale, nella donna dei suoi sogni, e poi la farà morire... L'idea comincia a prendere una fisionomia, contorni; i fili dell'intreccio si annodano, i tasselli logici cercano il loro posto. Una sola parte di Carlotta servirà a comporre l'Ideale, che è assoluto e non esiste. Unito agli altri scapigliati, Gherardo è caduto finalmente in trance. La magia della situazione e del momento hanno operato in lui quello che finora, nella sua soffitta sporca o da madama Cate o in un'osteria, non è stato possibile. Ora vede quello che vuole scrivere, e come scriverlo. Scene, anticipazioni di frasi, brani di dialoghi, si rincorrono agilmente nel suo cervello, concatenandosi, e crescendo come fiori di una mostruosa e fantastica foresta. È come se, per una sorta di processo medianico, il flusso di energia dei suoi amici, i loro poteri, tutte le loro facoltà, lo contagiassero, riversandosi in lui, gonfiandolo e facendo-

lo straripare. E lì, davanti a lui, prende forma la sua creatura, il suo personaggio, l'assassino, metà se stesso, metà Stefan Blank, l'uomo che cerca l'anima nel corpo, che uccide più donne, molte donne, per costruire con le loro parti anatomiche l'Ideale assoluto e purissimo... Dio. E gli altri scrittori? Sicuramente, anche loro stanno vivendo la stessa esperienza di Gherardo, forse meno intensamente, ma sono sicuramente attraversati da analoghi processi mentali, posseduti dalle ossessioni ricorrenti che si trasformeranno in storie, a tal punto che, se passasse in mezzo a loro un vero ectoplasma, probabilmente non se ne accorgerebbero neppure. Poi, dopo questo istante sospeso, eterno, di gioia creativa delirante e appagante, Gherardo non ha più tempo e modo di riflettere. Accade tutto troppo rapidamente, e troppo drammaticamente. Igino si accascia sulla tavola, emettendo un lamento soffocato. «Mio Dio! Sta male!» La contessa si precipita a suonare il campanello. Un colpo di vento apre le imposte, un tendaggio svolazza sul viso di Arrigo, come le finte ragnatele dei castelli stregati nei luna park, e un raggio di luna fa guizzare uno strano gioco di luci sul trono alle spalle di Igino, qualcosa che sembra assumere la forma di un corpo umano trasparente. E Camillo, che dicono il meno scapigliato di tutti ma in realtà è il più pazzo, perde la testa per la prima e forse ultima volta in vita sua, si getta ai piedi del trono tendendo le braccia e mulinandole nel vuoto, gridando: «Non ci lasciare! Resta con noi... Oh, cara, anima mia, vita mia, amore... resta con noi!». Riappare il servitore con la faccia di Boris Karloff, dietro ordine della contessa chiude la finestra e accende le candele. Gherardo e Clara sollevano Igino, che ha perso i sensi, è cereo da far paura, e sorride come uno che è morto contento. Emilio scoppia a piangere: lunghi, strazianti singhiozzi da ubriaco infelice. Arrigo abbraccia Camillo, lo conforta.

«Su, su, fratello mio, non è niente... non è niente...». «È per questo che piango... perché non è niente!» balbetta Camillo coprendosi la faccia con le mani. E Ugo, risvegliato dal frastuono, saltato fuori dal taschino, è nella fruttiera, che rosicchia uno dei bon bon della contessa. Meglio la cioccolata che la letteratura.

Morte di un ideale G

herardo non si mette subito al lavoro sull'embrione di racconto che ha concepito durante la seduta spiritica. Cerca scuse per non mettersi a scrivere, si dice di aver da fare al giornale, di dover incontrare questo e quello, che è meglio lasciar decantare l'idea, portarla in gestazione ancora un po'; inventa mille altri impegni e doveri: in realtà, teme di deludere se stesso con un ennesimo risultato scadente. Preferisce ritardare, dilazionare il momento dell'esecuzione, quando si troverà ad affrontare la pagina bianca, a ingaggiare una lotta crudele con il linguaggio per renderlo docile veicolo del suo materiale incandescente, per piegare frasi e parole come il fabbro fa con il ferro. Al pensiero del lavoro inevitabile, che a un certo momento si farà improrogabile, si sente mancare il cuore e il coraggio, cade in preda a un malessere strisciante, alla consueta sensazione di insufficienza, di inettitudine, quasi che lui, Gherardo, fosse uno strumento difettoso, un violino troppo sordo per suonare certe arie diaboliche. Passano i giorni, le settimane. Gli ultimi due mesi del '68 sono intensissimi, non proprio come quelli dell'anno precedente: l'entusiasmo si è appannato, ma è come se il tempo avesse deciso di scorrere più lento e denso, per permettergli di capire meglio quello che sta accadendo. Sono mesi importanti, giornate ricche che, nella memoria futura di Gherardo, si trasformeranno in altrettante pietre miliari. Igino sta dando corpo a una nuova creazione letteraria, la storia sublimata e trasfigurata in mito dei suoi due amori, la

bella signora sposata che lo ha lasciato per tornare dal marito, e la misteriosa Angiolina o Carolina incontrata a Parma, brutta, epilettica, persino paurosa, ma dotata di un potente fascino intellettuale ed erotico. Nel romanzo, la prima si chiama Clara come la contessa Maffei, la seconda Fosca. Perché Igino ha dato alla bella traditrice il nome di una donna che per lui è come una madre? Il libro, dice Igino agli amici, tratta della morte, del terrore e dell'arcana attrazione che esercita su di noi ("il desiderio che opprime tutti gli uomini di gettarsi fuori di se stessi"), e che lui attribuisce al bisogno di autodistruzione per appagare "tutti gli affetti che tendono alla divinità e all'infinito". Per distrarlo un po' dai pensieri cupi e dal faticoso lavoro che gli sta prosciugando anche le ultime deboli forze, Gherardo gli propone una passeggiata fuoriporta, per godere le ultime dolcezze e consolazioni della natura prima che il gelo faccia scheletrire gli alberi, e una coltre di neve copra la terra. I due non possono saperlo, e Gherardo ne scongiura l'eventualità che pure teme, ma è l'ultima volta che Igino può vedere l'erba verde, non bruciata dall'inverno. È una giornata di novembre limpida e calda, che si direbbe di maggio, se non fosse per il rosso sanguinoso e il giallo ruffiano delle foglie. «Guarda» dice Igino «se l'autunno e la primavera non si somigliano. È come se la natura, sul punto di morire, s'inganni e ritorni bambina. È come se nella putrefazione ci sia qualcosa dell'inizio della vita». Igino e Gherardo camminano sui prati che dalle mura della città si stendono a perdita d'occhio, odorosi del profumo della menta, attenti a non calpestare i grilli che saltano via al loro passaggio. I due, che conoscono bene entrambi le piante e i fiori, fanno a gara a chi ne sa di più, indicandosi questo o quell'arbusto, cespuglio, fiore o frutto. Igino sorride nel vedere le lucertole di tutte le dimensioni guizzare sulle pietre dei muri di cinta dei casali, intente a scaldarsi a quell'illusione d'estate. Il suono delle campane che riempie l'aria li rasserena.

Due contadine vestite a festa li guardano di sottecchi, ridacchiano, rallentano il passo e si voltano per guardarli di nuovo. Sussurrano tra loro, forse qualcosa come «quanto sono belli quei giovani signori di città»; evidentemente desiderano quei due uomini così raffinati e strani, così delicati, tanto diversi dai buzzurri che sono abituate a frequentare. Igino e Gherardo comprendono che le due ragazze si stanno aspettando di essere abbordate, ma si scambiano uno sguardo d'intesa: "No, niente donne, oggi è un giorno soltanto per noi". Igino vuole assolutamente condurre l'amico nel piccolo camposanto di campagna che è solito frequentare nelle sue gite. Gherardo ama l'atmosfera particolare dei cimiteri, a metà fra il giardino e l'obitorio, l'odore di resina dei cipressi e dei fiori marciti, i tenebrosi simboli cristiani, le chiocciole che sbavano sui marmi, e quell'orrore sottile che si insinua nell'anima al pensiero della decomposizione sotto le zolle. I due sono soli, nel recinto, fra le croci erose dalle intemperie e le barocche cripte di famiglia. Uno stormo dì uccelli migratori attraversa il cielo, si sentono strida che sembrano le voci dei trapassati in volo verso l'altro mondo. Igino si sofferma presso le tombe dei bambini, guarda i maligni angioletti sui monumenti funebri, legge a voce alta alcune iscrizioni di genitori disperati per la perdita di un piccolo. Legge su una lapide lo sfogo patetico di uno sposo che ha perduto il figlioletto e la moglie, morta di parto. «Ve n'è una simile in ogni cimitero che ho visitato. La nostra morale impone che i mariti sacrifichino le donne di salute inferma alla logica della riproduzione» dice Igino. «Gherardo, tu come ti comporteresti? Metteresti in pericolo la vita della donna che ami?» «No. Credo di no. Del resto, sono ben lontano dal pormi un simile dilemma. Non mi sposerò mai». I due amici arrivano in un punto in cui "il canale si allarga a formare un piccolo golfo circondato da salici" che piegano "le loro fionde sull'acqua". È il luogo che Gherardo descriverà in

Sublime anima di donna, e in cui ambienterà il ritrovamento di una delle vittime del killer, dove "i rami piangenti degli alberi" si congiungono "alle erbe di palude". Un posto fascinoso, talmente bello da riuscire quasi insopportabile, ombreggiato ma trafitto da chiazze di sole. Le foglie dei gelsi mosse dalla brezza producono un crepitio che è come una musica, due passeri si rincorrono sull'erba. Una libellula dal corpo affusolato di un azzurro cangiante passa davanti al viso di Gherardo. Sullo specchio trasparente dello stagno, appena increspato dal vento, galleggiano foglie ingiallite o accartocciate, portate dalla corrente, e grossi insetti camminano sulle lunghe zampe filiformi. Da quest'acqua Gherardo farà emergere, come l'orrore segreto speculare a tanta bellezza, il cadavere di un'assassinata. Sdraiati sul declivio erboso punteggiato di ranuncoli, Igino e Gherardo sono immersi in quello che Camerana chiamerà il "fascinante sogno sepolcrale". A un certo punto, Igino interrompe quel silenzio fatato. «Gherardo, perché poco fa hai detto che non ti sposerai mai?» «Iginio, risponderò alla tua domanda con un'altra domanda. Ti è mai accaduto di innamorarti follemente di una donna, per poi scoprire che la sua anima non vale più dello sterco, e ritrovarti ad abbracciare solo un corpo, bello finché vuoi, ma vuoto?» Igino trasale, colpito dalla crudezza dell'immagine evocata dall'amico: un'anima di sterco, in verità nessuno mai aveva accostato la merda alla sostanza più pura ed eterea che civiltà, morale e religione ci propongono. «No» dice lentamente, fissando Gherardo negli occhi. «Queste sono parole da seduttore, e io non fui mai un seduttore... non posso condividere il tuo discorso, Gherardo. Certo, "l'amor sen viene, l'amor sen va". Ma ogni volta che ho amato, l'ho fatto con tutto me stesso, ottenendo in cambio tutto, anima e corpo. Anche se, come te, sono stato tradito, perché tu parli come uno

che è stato tradito, ma non ho mai permesso al rancore di prendere possesso di me». «Dunque, tu non odi quella signora che ti ha lasciato?» «Posso anzi giustificarla». «La giustificavi quando ingannava il marito? E la giustifichi ora che è tornata da lui?» «Quando ingannava il marito, non faceva che seguire l'istinto, il suo desiderio. La fedeltà è una legge degli uomini, spesso iniqua. Ella mi ha amato sinceramente... finché non ha prevalso il senso del dovere». Gherardo si lascia sfuggire una risata amara. «Ahimè, Iginio, temo che abbia prevalso l'interesse». «Eppure, io so che le si è spezzato il cuore». «Sicché, per te, le donne sono angeli!» «O la donna è un angelo di per se stessa, o io possiedo la facoltà di farne un angelo, o la fortuna mi ha sempre accostato a grandi e nobili eccezioni». «Eccezioni come la contessa Maffei, o come Fosca?» Igino annuisce. Gherardo però pensa alla nobildonna che se lo è sbattuto in carrozza. «A me pare che le donne non siano affatto esseri di un'altra natura, le vedo al contrario assai simili a noi, anche se sanno dissimularlo bene». «Hai in mente qualcuna in particolare?» Ora, c'è una cosa che turba Gherardo. Da qualche tempo, pare che quella nobildonna abbia perso la testa per Igino al punto di compromettersi, pedinarlo, inviargli lettere e bigliettini, invitarlo a convegni amorosi, arredargli un nido d'amore. Tutta Milano ne sparla e ride; non è stato certo Igino a innescare il vespaio di pettegolezzi, ma una cara amica intima della dama stessa. «Che mi dici di...». Gherardo avvicina la bocca all'orecchio dell'amico, e fa il nome della nobildonna. Igino arrossisce, confermando i suoi sospetti: dunque è ve-

ro, la dama gli fa la corte. «Ti ha mai condotto in giro nella sua carrozza chiusa?» domanda Gherardo. «Condotto in giro? Nella carrozza chiusa? Di che parli? Non comprendo!» «Niente». Ah, bene, benissimo. Per Igino, la quiete romantica di un casino in campagna, o ai laghi, con la complicità magari di un fattore fedele. Per lui, Gherardo, la carrozza. Con Igino, il grande amore; con lui, Gherardo, una sveltina. Insomma, Igino sarebbe la ragazza perbene da rispettare; lui, Gherardo, una prostituta! «Io non sono te. Se incontro una donna con un'anima, non m'ama. E le altre, m'amano solo con il corpo. A volte mi pare che le donne siano di due specie: le anime senza corpo, e i corpi senz'anima». «Sei poco generoso con l'altro sesso. Prima di condannare le donne, considera che la nostra società fa di esse un mero strumento di piacere. Non si pretende da loro né ingegno, né virtù, né amicizia. Questo le degrada, e degrada anche noi uomini, degradando l'amore». «Ma di tale degradazione le donne non sembrano curarsi. Non la temono, o non la comprendono». «Quando potranno sviluppare le più sublimi facoltà della mente e del cuore, saranno esse stesse a ribellarsi». «Così, secondo te, tutto il male è nella società?» «Noi amiamo troppo i corpi delle donne, e poco le loro anime». Turbato, Gherardo fissa la superficie dell'acqua, sotto la quale nuotano miriadi di pesciolini. Igino gli è sempre sembrato un po' ingenuo, un po' chierichetto, con il suo riformismo sociale, la sua fede che tutti i torti possano essere raddrizzati con la ragione e la buona volontà. Eppure... «Forse il difetto è in me». Sì, è comprensibile che Igino abbia una diversa esperienza dell'amore. C'è qualcosa, in lui, che ispira le donne a farsi ange-

li. Mentre Gherardo non ha la stessa qualità... E dal momento che la nobildonna lo ha trattato come un corpo, forse è lui a essere soltanto un corpo... una specie di sgualdrina maschio. «Forse sono io a sbagliare, in modo che non posso essere amato interamente». Gherardo si morde le labbra a sangue. Igino gli prende una mano. «No, non sei tu, è la vita. L'amore è un tesoro, ma esso non ci appartiene. Le persone che amiamo non ne sono che le depositarie; spesso lo riprendiamo alle creature a cui lo avevamo affidato. Ciascun uomo ha sentito nel suo intimo che egli non poteva posarlo degnamente sopra un oggetto della terra, e che vi era qualche altra cosa oltre la vita che sembrava reclamarne il possesso».

Gherardo si mette al lavoro sul suo racconto durante le feste di Natale, quando non trova più gli amici all'osteria, non ha più impegni, né scuse per ritardare. Lo fa così, per noia; comincia come se non avesse nient'altro da fare, e come se fosse solo un modo per ingannare l'uggia velenosa dell'inverno, del freddo, del buio, delle giornate corte e vuote. Una sera, chiuso nella sua stanza alla pensione di madama Cate, siede allo scrittoio, intinge la penna nel calamaio, e scrive. Ha in mente l'inizio, l'attacco della prima frase:

La mia amante aveva un volto di un ovale dolce e purissimo che pareva dipinto da Raffaello...

Il problema è che prima d'ora non si è mai posto il problema di come andare avanti. La descrizione fisica di Carlotta, certo... e, in seguito, la narrazione di un idillio perfetto, di quella che avrebbe voluto fosse la sua storia con lei e non è stata. Nella fantasia, Carlotta diventa un angelo, e ama teneramente, devotamente il suo giovane poeta.

Gherardo scrive per un paio d'ore, non è soddisfatto, strappa i due fogli di carta che ha riempito, e li brucia nel caminetto. Ricomincia. Gli riesce poco meglio della prima volta: gli sembra debole, si scoraggia, cade in uno stato di stanchezza nevrotica, pensa che non ce la farà mai. Più si sforza, e più la materia da narrare gli scivola dalle dita; più cerca di artigliarla saldamente, e più si confonde. Stremato, si scola una fiaschetta di liquore, va a letto, e piomba in un sonno pesante, ristoratore. Il giorno successivo rilegge, e la sua roba non gli sembra tanto male; fa qualche correzione, aggiunge qualcosa, colloca un segnale per ricordarsi di spostare una frase più sopra, e va avanti. La parte che riguarda la passeggiata in campagna e il rinvenimento del cadavere va decisamente meglio. Ormai si è scaldato, ha avviato il motore. L'immagine della giovane donna assassinata con i piedi mozzati che galleggia nello stagno è forte, la scena nel complesso è sufficientemente evocativa. L'echeggiamento di Tarchetti gli esce inconsapevolmente dalla penna: "Il volto di un cadavere è un sommo poema, in cui le anime elette leggono il presagio del loro destino". Crede di aver inventato la frase, di averla tirata fuori dal proprio scrigno di preziosi: e difatti è così, ma ne ha dimenticato la fonte, ha scordato di averla letta. Gherardo si congratula con se stesso; anche il dialogo con il tale dall'aria di notaio di provincia (Gherardo anticipa ciò che lui stesso diventerà) gli esce abbastanza sapido e sciolto. Ma la fatica si fa ancora sentire, e sempre c'è quella sottile disperazione di non scrivere bene come vorrebbe, l'incapacità di imprimere nelle parole lo splendore, la carica furibonda delle sue visioni interiori. La sera del secondo no per mangiare, si nausea; scende alla di grappa, e poi va giorno, Gherardo è troppo stanco persisente lo stomaco contorto in un conato di latteria vicina per bere un paio di bicchieri a dormire.

A partire dal terzo giorno, qualcosa cambia. Gherardo si accorge che il lavoro gli è diventato se non più facile, meno duro da padroneggiare. Ora le parole vengono più spontaneamente

a servirlo quando ne ha bisogno, le frasi si fanno più sinuose ed elastiche, le idee si associano più felicemente. C'è solo un piccolo problema: cosa vuole l'assassino da Carlotta, e come fa a conoscere l'esistenza di lei? La soluzione arriva da sé. L'assassino vuole le mani di Carlotta (non ha preso i piedi della morta nel canale?), e queste mani hanno qualità straordinarie, non solo per la bellezza, ma perché sono mani d'artista. Carlotta suona uno strumento musicale con mirabile talento. È il protagonista stesso a mostrare le mani di Carlotta all'assassino: le ha disegnate. Questo significa che il protagonista-io narrante non sarà poeta, sarà pittore. Dovrà manipolare e riscrivere tutta la prima parte. Gherardo aggiunge una nota in margine al primo foglio: "Io sono pittore. Carlotta è pianista". Nei giorni che seguono, Gherardo si sente bene, in ottima forma fisica e mentale. Una nuova serenità, una leggerezza mai sperimentata, si sono impadronite di lui. Ora mangia come un lupo; il suo organismo richiede alimenti solidi e molto saporiti; in compenso dorme poco, o gli sembra di non dormire affatto, essendo il suo sonno una specie di prolungamento in coma vigile del sogno a occhi aperti che elabora scrivendo. Lavora tutto il giorno, senza fermarsi, senza cambiarsi, crogiolandosi nel puzzo di sudore della sua vecchia giacca da camera come se fosse un complemento indispensabile allo scrivere, con la metà del corpo rivolta al camino arrostita, e l'altra metà attanagliata dal gelo, incurante di tutto. Non avverte neppure le percezioni trasmesse dai propri sensi, è come se fosse solo sensazione pura, cervello e flusso narrativo. Perfino nei crampi alla mano riesce a trovare una tormentosa delizia. Madama Cate gli porta i pasti in camera, lo guarda intimidita, con quel misto di attrazione e diffidenza che suscita sempre il lavoro letterario (Cos'avrà mai da scrivere tanto, questo ragazzo? Deve averne, di fantasia!). Ed ecco la sparizione di Carlotta, la ricerca affannosa e disperata di lei nella notte, il laboratorio del professor Blank, la creatura dello scienziato pazzo, immersa nel liquido amniotico

come ogni nuovo essere a cui si dà vita, il finale che ha sempre voluto per la sua storia di delitti, con l'assassino che se ne va libero; e l'intuizione lancinante, diabolica, di scaricare il peso della colpa sul pittore, la parte innocente di sé. L'incantesimo lo avvolge completamente; eppure, mentre una parte di lui è sprofondata nella magia, l'altra rimane lucida e razionale, e si osserva, si ascolta mentre inventa. È riuscito a ricreare in se stesso la trance meravigliosa della seduta spiritica. Gherardo termina il racconto l'ultimo giorno dell'anno, nell'anniversario della sua venuta a Milano, tre anni prima. Si sente tanto contento e in armonia con il mondo intero e l'umanità che va a festeggiare il 1869 con madama Cate e i suoi pensionanti, beve spumante con loro, mangia la torta di prugne, brinda e fa un ballo con quella signorina tanto distinta che madama Cate vorrebbe appiccicargli come moglie (e purtroppo è terribilmente brutta), riesce a essere spiritoso e disinvolto come non è mai stato, fa innamorare perdutamente la succitata signorina, e per la prima volta lascia di sé l'immagine di un «giovane molto garbato, tanto ingegnoso, e come parla bene!». Il primo gennaio, Gherardo si sveglia alle due del pomeriggio, riesce appena a vedere una spolverata di sole malato sui tetti della città, prima che le tenebre cadano nuovamente sul mondo. Trascorre la giornata a letto, leggendo e mangiucchiando, nel grato e dolce riposo che segue la consapevolezza di un lavoro compiuto al meglio. Il mattino dopo, va a fare una passeggiata e, nel pomeriggio, si mette a scrivere all'amico siciliano per annunciargli di aver finalmente portato a termine un racconto, una piccola cosa, di cui però è ragionevolmente soddisfatto. Parlando esclusivamente di se stesso (Gherardo è un egocentrico perso), ricostruisce passo passo i procedimenti creativi che lo hanno portato alla stesura del racconto. Nel tentativo di magnificare la "piccola cosa", finisce che gli sembra ancora più piccola di quanto già pensasse. Poi, comincia la fase down della creazione letteraria: un

senso di sfibrante depressione, la stanchezza, il nervosismo, l'incapacità di concentrazione, la sensazione che qualcosa non va. Riprende a mangiare poco e a bere molto. Rilegge tutto, e gli piacicchia appena, lo trova un po' peggio di quello che ha creduto inizialmente, un po' meglio di quello che ha temuto poi, nel complesso presentabile. È contento, almeno, di aver qualcosa da mostrare a Igino. Di buona lena, prende carta vergine e ne prepara la bella copia. In margine, in alto a sinistra, scrive la data:

Como, 2 novembre 1868

Mente a proposito della data: per non smascherare una menzogna già detta. Durante la festività dei santi e dei morti, è andato per qualche giorno a casa, su preghiera della madre indisposta che lo voleva vicino. Quando Igino gli ha chiesto se ha scritto qualcosa in quell'occasione, ha raccontato una palla, dicendo di sì. Ora vuoi far credere di aver scritto il racconto in quell'occasione, vuol compiacere Igino, dandogli a intendere che si è messo all'opera poco dopo la sera della seduta spiritica. Il racconto non ha ancora un titolo. Trovarlo, è l'impresa più difficile: come tutti gli scrittori, anche Gherardo ha spesso titoli senza opera, e opere senza titolo. Aveva pensato a qualcosa come L'anima e il corpo, ma gli pare sfuggente, troppo vago. Deve contenere la parola "donna", comunicare lo slancio alato dell'ideale amoroso. Gli viene in mente Ecclesiaste: la donna è più amara della morte, il suo cuore è una trappola... Se Carlotta avesse avuto un cuore, sarebbe rimasta con il suo "bello", non sarebbe mai andata con l'agente delle tasse. Un cuore libero e orgoglioso, non prezzolato. Manca solo un aggettivo, ma deve essere giusto, ben calibrato. Divino cuore di donna? No, troppo religioso. Gherardo si passa la lingua sulle labbra, scrive:

Sublime cuore di donna Sublime va bene, è rafforzativo, profano ma anche partecipante di realtà al di sopra delle cose materiali. Ma non basta ancora: un cuore affettuoso non è nulla, se non offerto alla luce dell'intelletto. Se Carlotta avesse avuto una mente più robusta, forse il suo cuore sarebbe stato meno puttano. Gherardo torna alla sua idea originale, tira una riga su cuore e scrive:

anima Sublime cuore di donna

Poi, ricopia il racconto senza altre cancellature. Verso la fine della sua fatica (la mano è trafitta da dolori lancinanti) si innamora nuovamente della sua opera, si autoavvolge in un bozzolo di sentimentalismo, si commuove come una donna in chiesa che ascolta la messa cantata. Alla scena della creatura immersa nell'utero artificiale, è tale la sua pietà per l'essere inerme e nudo, semicosciente, nelle mani del suo creatore folle, come noi lo siamo nelle mani di Dio, che si sente soffocare, i singulti gli stringono la gola, e scoppia in un pianto dirotto. Non ha avuto il coraggio di firmare, ma le due lacrime che cadono sul foglio, diluendo l'inchiostro, aggiungono al corpo fisico della scrittura qualcosa del corpo dell'autore.

Gherardo non consegna subito la bella copia a Igino. Il giorno che Gherardo va in via della Chiusa a portargli il manoscritto, lo trova che sta effettuando il trasloco dei suoi ultimi effetti personali: chiude libri e carte in una valigia. Si trasferisce in via Broletto al numero 5; è stanco di percorrere mezza Milano per poter vedere gli amici, vuole abitare in centro, e andare al caffè e in Galleria ogni volta che gli aggrada. Con l'anticipo che gli darà Leone Fortis per pubblicare a puntate Fosca sul Pungolo, potrà pagare la madama che gli affitta la

stanza (un'altra madama Cate?). Gherardo non se la sente di dare il manoscritto a Igino, temendo che questi lo perda nel trambusto del trasloco.

Finalmente, Gherardo si reca a trovare l'amico nel nuovo alloggio. Igino è seduto allo scrittoio e sta lavorando a Fosca (Gherardo pensava che avesse ormai terminato il romanzo, di cui è imminente la pubblicazione), alla luce giallo-orina di un vecchio lume a olio, con i piedi avvolti in una vecchia coperta stinta che raccoglie polvere da terra. Ugo, all'ingresso del visitatore, sale su una pila di volumi rilegati, di vedetta, ritto sulle zampe posteriori; annusa l'aria, sembra tranquillizzarsi, salta giù e scompare in un cassetto. Gherardo estrae dalla tasca il manoscritto di Sublime anima di donna. «L'ho composto da un po' di tempo. Te lo avevo promesso, ricordi? Cause varie non mi hanno permesso di dartelo prima». Un'espressione di lusinga, piacere e genuina gioia si diffonde sul volto di Igino, mentre prende il fascio di fogli. Per un istante lo scrittore sembra quello di una volta, quando il male non era ancora progredito a tal punto dentro di lui. «Ora, devi farmi tu una promessa» dice Gherardo. «Mi dirai ciò che ne pensi, in tutta sincerità, a viso aperto, senza scrupolo o timore di ferirmi». «Verrò a cercarti appena l'avrò letto». «Una sola preghiera: anche se è un delitto di lesa letteratura, non permettere che Ugo lo usi per soddisfare le sue necessità corporali».

A partire dal 21 febbraio, Fosca comincia a uscire a puntate in appendice al Pungolo. È un'opera convulsa, indemoniata, che usa la morbosità come una leva per sviscerare segreti fondamentali del vivere. E sicuramente Igino avrà voluto dire tutt'al-

tro, ma Gherardo vi legge una specie di lunga ballata che rispecchia le sue ossessioni personali sul corpo, sull'anima, sull'amore. Gherardo si innamora di Fosca, la donna brutta e psicotica, devastata da crisi isteriche, che possiede l'anima per farsi amare, ma non il corpo. Intuisce che nella finzione narrativa Giorgio, l'io narrante (non dimentichiamo che Igino immagina i suoi personaggi con l'aspetto di Gherardo), farà quello che nessun uomo reale farebbe, e giungerà infine ad amarla; e per ragioni che hanno radici nella parte più viscerale di sé, si immedesima in Giorgio come non gli è mai accaduto con altri protagonisti di romanzi. Amando Fosca, Giorgio-IginoGherardo le ridarà il corpo glorioso che le è stato sottratto. È proprio grazie a Fosca che Gherardo vive qualcosa di simile a un'esperienza mistica. Anche se si è ripetuto spesso che deve lasciare a Igino il tempo e la calma per leggere e digerire Sublime anima di donna, non resiste senza conoscere il responso dell'amico. Malgrado Igino gli abbia detto: «Verrò a cercarti io», si muove per primo, come un milione di scrittori alle prime armi, insicuri e impazienti. Giunto in via Broletto, e salite le scale della pensione, vede una figura femminile color grigio scuro uscire dalla camera di Igino. Lui si trova alla base dell'ultima rampa di gradini, sul pianerottolo sottostante; si ferma, addossandosi al muro per lasciar passare la donna. Non è solo un atto di galanteria, ma una forma di soggezione intimidita, che lo spinge a farsi piccolo per renderle omaggio. Lei si chiude piano la porta alle spalle, chinando il busto, come se lasciasse Igino addormentato e non volesse svegliarlo; si volta, si raddrizza nella persona e comincia a scendere le scale, con un atteggiamento fra il furtivo e il regale. Gherardo comprende subito che si tratta di Fosca, a causa della sua magrezza eccessiva, quasi soprannaturale (oggi forse si parlerebbe di anoressia), accentuata dall'abito che la fascia strettamente e cade dritto, senza sottogonne e sederi posticci, come se lei volesse dichiarare e rivendicare la propria

anomalia fisica. Fosca mostra senza pudore il petto scarno e piatto, gli omeri sporgenti, le ossa del bacino, come una ragazza d'oggi mostrerebbe tette e culo. Vestita di un tessuto cangiante color fumo, somiglia lei stessa a un filo di fumo. Alta ed elegante, ha qualcosa della gru, o dell'airone: sproporzionata, ma non priva di grazia. Una donna singolare, che si muove nel mondo come se non vi appartenesse, ma fosse costretta ad abitarvi controvoglia e controcuore, maldestra e al contempo piena di dignità. Quando gli passa vicino, Gherardo può vedere il suo viso: non è esattamente brutta (lo stesso Igino attribuisce la sua bruttezza non alla disarmonia delle fattezze, ma alla rovina della sofferenza fisica e morale), è piuttosto una lastra in negativo, il contrario di una donna bella, perciò orribile in un modo splendido, con occhi magnifici in cui arde una mortuaria vitalità. Fosca si abbassa il velo sul volto, ammorbidendolo di un glamour grigio perla, e Gherardo aspira un olezzo di profumo inebriante. Nel passare oltre, lei lo sfiora leggermente con il gomito. Quel breve contatto, nel buio del pianerottolo e nella magia dell'ora, lo sconvolge. Più che vedere una persona che ha ispirato un libro, gli sembra di vedere un personaggio che, emanato da un intreccio di notevole invenzione letteraria, prende vita e sostanza, respiro. È stato toccato da un fantasma materializzato dal sangue del suo amico.

Dopo che Fosca se n'è andata, Gherardo non sale da Igino, desiderando rispettare quel momento che indovina appartenere solo ai due amanti, anche se rimane divorato dall'ansia e dall'attesa per le sorti del suo racconto. Aspetta ancora una settimana, e una sera si reca in via Broletto, ben deciso a vedere l'amico. Igino dorme profondamente; la malattia lo ha scavato, levigato, nobilitato: somiglia a quelle reliquie di santi prosciugate di ogni fluido organico e ridotte all'essenziale. La padrona di casa di Igino, l'altra madama Cate,

lo ferma sulle scale, lo informa che non può più tenere in casa l'ammalato. Gherardo comprende che, temendo il contagio e forse di perdere gli altri pensionanti, vuole liberarsi di Igino. La madama si lagna e si discolpa, ha l'aria quasi di aver ragione lei, vuole che lui, o altri amici di Igino, lo portino all'ospedale dei poveri. Piuttosto che saperlo laggiù, in una squallida e sporca corsia, in mezzo a vagabondi e prostitute e altri rifiuti della società arrivati al capolinea, Gherardo è disposto a spogliare se stesso. Corre a scrivere a suo padre, a Como: che gli mandi subito un po' di denaro presso la banca di Milano, ne ha bisogno non per sé, ma per alloggiare e assistere un amico, un grande artista colpito dalla sventura. Il padre gli manda a dire che non è disposto a sborsare un soldo né per lui, né per quegli imbrattacarte amorali e inutili dei suoi amici. Mestamente, con il cuore stretto, Gherardo torna in via Broletto, ma non trova più Igino. Il suo amico, Salvatore Farina, dice l'altra madama Cate, è venuto a prenderlo con una carrozza a nolo e l'ha condotto via. Tutto sommato, meglio così: Igino sarà almeno curato da persone affettuose e sollecite, in quella che è la sua seconda famiglia. Un paio di giorni dopo, Gherardo riesce a vedere Igino, ma non a parlargli: è in delirio, e canta un'aria da melodramma, Fra i rami fulgida la luna appare. Salvatore dice che finalmente sono venuti due professoroni a consulto: il Todeschini ha detto che Igino ha un polmone spacciato, ma potrebbe continuare a vivere, mentre il Semenza ha espresso la diagnosi definitiva: tifo. Salvatore crede che l'amico se la caverà, o piuttosto rifiuta di ammettere che morirà, e ostenta un ottimismo dinamico e nervoso, gesticola e saltella di qua e di là. Ora, ha un altro spinoso impiccio da cui districarsi. Di che si tratta? È successo che gli amici del Secolo, tanto premurosi ma anche tanto carogne, hanno vigliaccamente pubblicato la notizia che Fosca, che i milanesi stanno leggendo a puntate, è incompiuta, e con ogni probabilità lo resterà.

«Ma è vero?» chiede Gherardo «è vero che è incompiuta?» Salvatore risponde che, ahilui, purtroppo sì, è vero, ed è tutta colpa sua. Dai discorsi logorroici di Salvatore, viene fuori uno degli imbrogli più strani della storia della letteratura italiana. Igino doveva a Salvatore due mesi di pigione arretrata, per un totale di centosessanta lire, e non aveva di che pagarlo. Salvatore allora gli ha proposto di consegnare Fosca con i due capitoli conclusivi, ma senza il XLVIII, quello che avrebbe dovuto narrare la notte d'amore fra Giorgio e Fosca, in modo da incassare tutte le cinquecento lire pattuite per il lavoro. Gherardo, conoscendo la rettitudine di Igino, non può credere che abbia acconsentito a un simile intorto. Al suo sguardo stupito, Salvatore risponde: «L'ho convinto a fatica, e si proponeva di scrivere il capitolo mancante per tempo». Ma il tifo lo ha fermato. Ora, Leone Fortis, accortosi del buco nel romanzo, ha convocato Salvatore. I lettori non devono accorgersi di nulla, bisogna assolutamente evitare che il malumore del pubblico scoppi come una nuvola di tempesta. «Mi ha proposto di finire il romanzo, altrimenti lo finirebbe lui. Ho scelto di essere io perché gran parte dell'inganno è opera mia, e perché non desidero che altri mettano mano nel sangue e nella carne dell'amico che è parte di me stesso. Lavorerò la notte intera; il capitolo deve essere pronto per domani». «Ma cosa intendeva scrivere Iginio? E come?» «Non sono riuscito a farmelo dire. So solo che intendeva fare una sessantina di pagine, io ne butterò giù al più una decina». La scena in cui Giorgio ama il corpo di Fosca, pensa Gherardo. Il momento più alto dell'opera, quello che per Igino era il solo pretesto a scrivere la Fosca. Un appuntamento mancato. Un tradimento della vita o, come si dice nella narrativa popolare, una beffa del destino. Igino non la racconterà mai. Al posto delle sue sessanta pagine, ci saranno le dieci di Salvatore. E il bello è che i lettori non si accorgeranno davvero di nulla.

La morte di Igino è stata raccontata in modo molto toccante e suggestivo da Salvatore, nelle sue memorie. Una morte che diviene letteratura. L'agonia dura due settimane, Igino peggiora, ha visioni, una notte vede il Cristo dipinto sulla tela di fronte al suo letto che si anima e gli volta le spalle. Sua madre è venuta da Torino per assisterlo. La mattina del 25 marzo, sempre in delirio, come un sonnambulo, mette i piedi fuori dal letto. «Che vuoi fare?» gli chiede Salvatore. «Eh! Bisogna pure che vada!» Se ne andrà da lì a poche ore. Quando comincia a "tremare per il brivido della morte" (sono parole di Salvatore) apre gli occhi, riconosce le persone al suo capezzale, e vuole dare a tutti l'estremo bacio. Giuseppina Monti si china per baciarlo sulla bocca; nel tremito lui le morde un labbro e una goccia di sangue gli cade sotto l'occhio sinistro. Poiché Salvatore è impietrito dal dolore, Igino alza un braccio scarno, lo afferra per la barba, e lo tira a sé. «Ciao, neh» gli dice. «Stammene bene, verrò a vederti». Poi ricade sul letto, e spira. A Salvatore sembra che, morendo, abbia pianto una lacrima di sangue. Gherardo non era presente alla scena, ma partecipa al funerale, un funeralino modesto, insieme ad altri quattro gatti, qualche giornalista, e il solito Salvatore, che gli dice, con un sorriso stralunato: «Ha promesso di venire a vedermi». A Gherardo tornano in mente le parole che Igino ha pronunciato durante la seduta spiritica: «Non sarebbe bello incontrarsi dopo morti, e dirsi: "Vi ricordate quando eravamo laggiù, e facevamo le sedute spiritiche per quelli di quassù?"». Spicca la contessa Maffei, che fa per trenta, non tanto perché ostenti un comportamento sguaiato o plateale (al contrario, è sobria e misurata), ma perché Milano non comprende la presenza di una nobildonna del suo rango a una funzione da poveracci. Dio ti benedica, Clara, per aver saputo rendere omaggio al talento non accompagnato dalla ricchezza. Spicca anche Fo-

sca, coperta di veli neri, che fa per sessanta, perché il pettegolezzo la circonda come un'aureola, perché osa presentarsi in lutto, lei non sposata, alla sepoltura dell'amante, che equivale a una confessione pubblica, sfidando e schiaffeggiando il pubblico moralismo. Fosca non dimenticherà mai Igino: ogni primo novembre, finché vivrà, invierà sulla sua tomba una corona di sempreverdi. Gherardo si guarda intorno, cerca con gli occhi l'altra, la bella signora sposata che conosce per averla vista una volta con Igino, dietro le colonne della chiesa, nelle navate laterali, anche nascosta... Ma no, lei non c'è... Ha avuto tanta paura di esporsi, che non è venuta nemmeno a dare l'estremo saluto all'uomo amato. Sul Pungolo è uscito il necrologio di Igino: "È morto dopo aver lungamente, coraggiosamente e dignitosamente lottato contro le brutali realtà della vita...". Gli amici faranno una colletta per pagargli una bella tomba al Cimitero monumentale, su una collinetta sopraelevata, sotto un salice piangente. Il suo epitaffio sarà: "Per amore dell'arte cui gli agi sacrificò, ebbe quotidiani dolori, morte precoce; onestamente libero dilesse, compatì, fu amato e compianto; pose affrettato nei libri parte dell'anima sua cupida dell'infinito". Tutto il senso della vita di Igino sta in questa parola: affrettato. Durante la malattia di Igino, Gherardo è stato posseduto e percorso da sentimenti contrastanti. Come Salvatore, non ha mai creduto che Igino potesse morire, ma spesso ha fantasticato la sua morte, compiacendosene come di una sciagura molto romantica e letteraria, e subito sentendosene in colpa. L'ansia, la pena, la pietà, in quei giorni, sono sempre state mescolate a una specie di insidioso piacere; come quando si assiste a una morte in un romanzo o in un'opera lirica. Il dolore, duro e vero, arriva dopo lo choc della notizia e l'inebetimento che ne segue, ed è un dolore del tipo peggiore, di quelli che restano, trasformati in altre pulsioni dell'anima. Si manifesta sotto la forma di una delusione: è come quando

si perde la fede, per disamore di un Dio che permette le più nefande ingiustizie. Lo delude un mondo che fa prosperare commercianti, possidenti, banchieri e avocati, e annienta un Tarchetti. Del resto, nella scomparsa di Igino c'è una specie di logica stringente, inevitabile, che è tutta mondana: Iggy non sarebbe mai stato capace di diventare adulto, accettare le brutali realtà della vita e imparare a trarne vantaggio, perciò doveva morire. E, forse, per lui è stato il male minore: se n'è andato con il suo ideale ancora intatto, appena ammaccato ma quasi nuovo. Va bene, grazie tante. E cosa deve fare allora chi vede morire il suo ideale, ma è destinato a campare fino a ottant'anni, per tutti i diavoli dell'inferno? Al ritorno dal funerale, Gherardo si getta sul letto con la gola chiusa, il cuore pesante, un avvilimento talmente profondo da non poter trovare sollievo neppure nello sgorgare delle lacrime. Rabbioso e sarcastico, se la prende con madama Cate, che è venuta a portargli una tisana, le racconta le vicissitudini di Igino durante le sue ultime settimane di vita, la grettezza e l'avidità della sua padrona di casa. «Anche voi lo avreste messo fuori dalla porta, come un cane, non è vero?» Madama Cate s'indigna, poi si intenerisce, poi si indigna di nuovo e protesta vivamente. No, no, no, lei non si sarebbe mai comportata così, per chi l'ha scambiata, Gherardo, per una donna senza cuore? E sì che dovrebbe conoscerla bene, ormai! Le dispiace immensamente per quel giovane signore, era quello che veniva ogni tanto a trovarlo, no? Quanti anni aveva? Ventinove? Che tragedia! Aveva qualcosa di distinto, di superiore. Lei lo avrebbe tenuto e curato come una madre... come una buona mamma... E qui, Cate scoppia in lacrime. Gherardo si rende conto che la madama dice il vero, e si sente un po' sollevato: dunque le persone sono anche buone, qualche volta. Più tardi, Gherardo cerca fra i suoi manoscritti la brutta copia di Sublime anima di donna, e non la trova. Deve averla, per

errore, portata in cucina insieme alle carte da buttare, che madama Cate poi usa per accendere il fuoco nella stufa. E l'unica bella copia che ha fatto l'ha data al Tarchetti, che non ha potuto dargli il suo parere sull'opera, né glielo darà mai. Ma Gherardo è inquieto, Sublime anima di donna non è la sola cosa che non torna. C'è qualcos'altro, che si è perso, ma cosa? Improvvisamente, un lampo gli attraversa la mente. Che fine ha fatto il topo? Nessuno ha più pensato a lui: non Igino, che ha lasciato ben altro in sospeso, i suoi scritti e amori e conti da pagare, non Salvatore, i giornalisti, tutti gli altri, e lui stesso. Come hanno potuto dimenticarsene? A precipizio, Gherardo si infila scarpe e soprabito, esce, corre da Salvatore. «Lo hai tu, il topo?» gli domanda, trafelato. Salvatore sorride gentilmente, stranito. «Che topo?» «Come che topo? Ma Ugo! Ugo, maledizione!» Arriva in via Broletto che è notte. Durante il tragitto, è stato attanagliato dall'angoscia: tutta la pietà, la partecipazione sofferta che non ha potuto provare per Igino si riversa sull'esserino solo, indifeso e abbandonato, per settimane, senza nulla da mangiare e da bere. Sarà morto di fame e di sete? O forse la padrona di casa lo ha schiacciato con un colpo di scopa, o sotto il tacco della scarpa? No, non ne avrebbe mai avuto l'animo: per paura, non per compassione. La donna cade dalle nuvole, dice che non ne sa nulla del topo; credeva anzi che il signor Farina se lo fosse portato via insieme all'ammalato. Gherardo non sa se deve crederle; ma, se lei dice il vero, Ugo è ancora lì: deve entrare nella stanza di Igino, a qualunque costo. La donna fa l'accomodante, in modo subdolo: lo lascia entrare, dal momento che ci tiene tanto, ma l'avverte che ha sgomberato la stanza, e trattenuto i pochi effetti personali dello scrittore, a titolo di risarcimento per la pigione non pagata. La camera infatti è spaventosamente spoglia e tornata ano-

nima: tutto quanto era o sapeva di Igino è stato rimosso, ripulito, azzerato. «Ugo!» chiama Gherardo, e non dubita minimamente che il topo, se fosse vivo, accorrerebbe al suono del suo nome. Gherardo esamina armadio e cassetti, guarda sotto il letto e gli altri mobili. «Ugo! Ugo, vieni fuori!» Ha un attacco di panico, come se fosse lui l'animaletto rinchiuso, affamato e terrorizzato, condannato a una morte lenta da sepolto vivo. Dà un pugno contro il muro, si fa molto male, e crolla a sedere; non piange solo perché il dolore alla mano gli esplode nella testa. «Ugo, Ugo, Ugo!» grida. Poi, vede qualcosa alla base dello zoccolo della parete di fronte, un piccolo pertugio a forma di triangolo scaleno. Una tana di topo? Strisciando sulle mani e sulle ginocchia, attraversa la stanza, si sdraia davanti al pertugio, vi infila dentro due dita, che si agitano nel vuoto. L'intonaco suona cavo, dall'altra parte c'è probabilmente un'intercapedine. Gherardo si rialza, sferra un potente calcio contro il muro, L'intonaco intorno al pertugio si sgretola, lasciando spazio sufficiente per introdurre la mano e tutto il braccio, cosa che Gherardo fa, incontrando una superficie metallica incrostata, con un altro foro sulla sommità, e una sostanza bagnata e appiccicosa. Gherardo ritira la mano, sporca di un liquame dal fetore immondo. Si lascia sfuggire un sospiro strozzato e una risata amara, isterica. Ugo è salvo, ha trovato alla fine una via d'uscita. Ma è naufragato nel ventre di Milano. Nella merda.

Apparentemente, la vita scapigliata continua come prima, ma lui è diverso: è cambiata la struttura in cui vengono ordinate le sue percezioni. La delusione, come una malattia terminale,

deve fare il suo decorso, e lui ci impiega molto tempo a espellere la Scapigliatura dal suo organismo. Intanto, reagisce a fatti e persone che un tempo lo avrebbero trovato sensibile e vibrante, come fosse un altro: un altro indifferente, con un callo spesso due dita sull'anima. Se ne stupirebbe lui stesso, se una grigia apatia non del tutto spiacevole non lo dominasse ormai come una cappa di piombo. Ora beve vino e liquori perché gli piace, non perché il bere è parte della liturgia, dei rituali della vita artistica; consuma alcol con moderazione, non vuole diventare un ubriacone. E chiude definitivamente con l'assenzio perché, rispetto all'alcol, gli sembra un eccesso. Un editore di tutto rispetto, incontrato a casa Maffei, è intrigato dalle sue idee sulle morti violente, sulla cronaca nera e gli assassini, e gli domanda un breve saggio, «assai arguto», «assai spiritoso», da pubblicare su una rivista. E lui, che solo un anno prima, alla prospettiva di una pubblicazione, sarebbe partito in quarta, lavorando giorno e notte come un dannato, inizia il Saggio contro Manzoni, si smarrisce, non riesce ad andare avanti, trova altre cose più impellenti da fare, si dice che lo porterà a termine quando potrà: ma non potrà. Un giorno che si trova all'osteria Promessi sposi, assiste a una lezione del Rovani sul tema: le tre Arti. «Fra poesia, musica, pittura e scultura» dice Giuseppe «ci sono intimi legami e parentele. I segni fissi delle arti figurative danno corpo all'idea che sgorga dai versi, e l'onda musicale porta la poesia fino all'orecchio. Occorre stringere ancor più i legami fra le arti, fino a una quasi completa equivalenza. Verrà un giorno in cui si suonerà un mazzo di fiori come oggi un foglio di romanza, e ascoltando a occhi chiusi un brano di prosa che descrive gli odori, sembrerà di percepirli all'olfatto». Gherardo ascolta, ma non afferra l'importanza del discorso, non indovina le prospettive che apre alle future sperimentazioni; si annoia. Suonare un mazzo di fiori? Bah! Il Rovani, a furia di mangiare alla rovescia, ha principiato anche a parlare alla rovescia!

In estate, a Como, fa ancora lo scapigliato, più che altro perché l'antagonismo dei familiari lo spinge a non rinnegarsi. Moltiplica anzi, e ostenta, gli atteggiamenti da poeta e le eccentricità, come non ha mai fatto prima, quando mirava piuttosto a vivere appartato e indisturbato. Si reca ogni giorno dal custode del cimitero a informarsi su chi è morto di recente e chi sta per tirare le cuoia, si mostra pensosamente appoggiato agli alberi con fare meditativo, un dito a segnare le pagine di un libro, legge versi di Praga spacciandoli per suoi (tanto, in quel paese di Pellirosse, sono tutti ignoranti), si procura un topo bianco, Ugolino, un anarchico che non si fa ammaestrare. Lo regalerà alla zia suora, e diventerà il cocco del convento. In autunno, si iscrive all'università di Pavia, ma per il momento rimane a Milano, a fare il correttore di bozze, ancora in bilico fra la vecchia strada e la svolta. Poco dopo, riceve una lettera dalla madre, che lo informa che il padre è molto malato, quasi senza speranza. Ha preso freddo andando a caccia in collina, e l'infreddatura è diventata polmonite. Lui arriva a casa che il padre è già morto, troppo tardi per la grande scena di riconciliazione e le ultime parole famose, le promesse e i giuramenti solenni. Ora che ha ereditato il patrimonio di famiglia, può lasciare il lavoro al giornale. Nel momento in cui sarebbe libero di scrivere, smette di scrivere. La sua unica opera compiuta, Sublime anima di donna, è andata perduta. Di sicuro, sa che Salvatore non ce l'ha; forse è rimasta dalla padrona di casa di Igino, ma lui non va a reclamarla. Nel ricordo, non gli pare certo il capolavoro che avrebbe scosso il mondo delle Lettere, è quasi lieto che gli siano stati risparmiati i sorrisini di scherno, le critiche pungenti e malevole o, peggio, i complimenti dei falsi e degli incompetenti. Forse Igino non gli ha detto ciò che ne pensava, non a causa della malattia, ma perché non sapeva come dirgli di darsi a un altro mestiere. Nell'inverno tra il '69 e il '70 frequenta la facoltà di legge, a Pavia, trovando la routine delle lezioni e dello studio facile e

naturale: diversamente dal lavoro di scrittura, che lui doveva affrontare con sforzo di volontà, è la vita da studente che lo prende per mano, aggirando la sua volontà. Va alle riunioni, alle feste e gazzarre studentesche, ed è sempre gaio e piacevole, ottimo intrattenitore e narratore di storie. Intreccia solide amicizie che gli dureranno tutta la vita. All'osteria, beve e fa gazzarra, ma non suscita più paura né scandalo: una volta, quand'era con gli scapigliati, i benpensanti lo prendevano per un diavolo, e si facevano il segno della croce. Adesso, lo guardano con benevola indulgenza, quasi con tenerezza. È diventato uno scapestrato che piace alle future suocere. Se è vero che i sogni muoiono all'alba, per lui è cominciato un lungo giorno, di insopportabile chiarore.

Nel '70 Giulio Pinchetti si suicida, a venticinque anni. Ed ecco cos'è per me la vita: "marmo" aveva scritto di recente. La vita come una pietra tombale, priva di appigli e di aperture: impossibile penetrarla, impossibile arrampicarvisi. Gherardo, che non l'ha più visto, si reca a Como a dargli l'estremo saluto. Giulio ha lasciato un bel cadavere davvero: non ha una ruga, un'imperfezione, è sereno. Il profilo affilato, le ombre scure sotto le ciglia chiuse, le pallide dita intrecciate, la capigliatura folta e bruna gli conferiscono qualcosa di tagliente, definitivo: come se avesse detto l'ultima parola. In effetti, non avrebbe saputo pronunciarne una di più. «Pazzo» gli sussurra Gherardo all'orecchio «non ne valeva la spesa». Durante tutto il '71, Gherardo continua gli studi, supera (senza troppa fatica) i suoi esami, descrive minuziosamente a Giovanni Verga, nelle sue lettere, le sensazioni e gli stati d'animo che comportano il suo cambiamento di direzione. Ha deciso che farà il notaio: non desiderando mescolarsi ai traffici e ai commerci del mondo, ma non potendo evitare il mondo, si li-

miterà a registrare i movimenti di denaro e dei beni immobili, le transazioni, le compravendite, i passaggi di ricchezze, restando spettatore imparziale, un po' cinico, senza cercare onori e fama, e accontentandosi di un'esistenza semplice e decorosa. Parteciperà alla vita sociale, ma rimarrà distante e segreto; la poesia sarà sempre il sogno sepolto in una regione di sé che neppure lui stesso cercherà più di visitare. Non è che Gherardo non creda più nei poeti, soltanto giudica impossibile vivere scrivendo. "Non ero nato per essere poeta" scrive "per essere poeti e non morire, bisogna andare ad abitare sulla luna, o che gli uomini vadano sulla luna, o almeno comincino a `seguire virtute e conoscenza'. Le macchine per andare sulla luna le inventeranno sicuramente, un giorno, ma è altrettanto sicuro che gli uomini non seguiranno mai virtute e conoscenza."

Rimbaud è diventato mercante d'armi in Africa, Gherardo sarà notaio a Bellano. Già vede la sua vita futura, gli anni che lo aspettano. Già lo sente, è destinato a diventare un vecchio canuto e raggrinzito, a consumare tutto il tedio possibile, prima di lasciare questo mondo. I suoi concittadini lo stimeranno e lo rispetteranno come un professionista serio, fidato e onorato, uomo di spirito, colto e piacevole, grande amante della buona tavola, del vino e dei romanzi stranieri. Sarà il simpatico eccentrico di provincia, per nulla pericoloso: da giovane è stato una testa matta, ha scritto poesie, ha vissuto a Milano dove Dio sa cos'ha combinato, ma ora si è dato una regolata. Sempre un po' misterioso quando passeggerà solo sul lungolago, appoggiandosi alla lunga canna d'ebano, sempre benevolo con tutti, cortesissimo, ma a volte un po' acido, capace di subitanei scatti di malumore, nessuno lo conoscerà mai interamente. E l'amore? Gherardo manifesta la ferma intenzione di non sposarsi mai. Le ragazze, le donne hanno avuto la loro occasione di amarlo

per se stesso; ora che ha denaro, avvenire, posizione, e tutte le ragazze di Como gli danno la caccia in quanto buon partito, no, grazie, lui non è più disponibile. È sceso a compromessi su tutto, ma sull'amore no, rimane irriducibile. Ha deciso che sedurrà solo donne sposate, prenderà da loro tutto il piacere senza le relative ambasce, e alla fine le restituirà ai rispettivi mariti. Certo, il nuovo corso non è del tutto privo di spine: Gherardo a volte vive brutti momenti, crisi di rigetto, rimpianti lancinanti, ma soprattutto soffre la noia, una noia intellettuale che a volte lo fa sbavare, quella che lo scapigliato piemontese Giovanni Camerana chiama "malaria dell'oggi, afa e cancrena". Questa cancrena gli invaderà il sangue, lo farà marcire e lo cuocerà a fuoco lento per decenni, ma nessuno se ne accorgerà. Avrà crisi nervose che lo porteranno a fare lunghe escursioni in collina, a sparire per giorni e giorni, ma poi i compaesani lo rivedranno, di buonumore, mangiare in compagnia, prendere la consueta grappetta al caffè... «È bizzarro, il signor notaio, ma tanto una brava persona!» Prima di tornare definitivamente sul lago di Como, Gherardo romperà anche con Camillo, non in seguito a una lite o a un malinteso, ma semplicemente per esaurimento, e per dare un taglio netto con il passato. E anche con l'amico siciliano, ormai è ai ferri corti. Nel '71, di Verga, esce Storia di una capinera, che ottiene un grande successo. Il meridionale arriverà a Milano nel '72 per conquistare il continente (come Garibaldi il meridione) non con le armi, ma con il suo genio di letterato. Nel frattempo, però, Gherardo ha un diverbio epistolare con lui, il loro rapporto si infiamma, poi si raffredda, infine salta per aria. I due corrispondenti hanno divergenze di carattere letterario e anche politiche; il lombardo non capisce tutte quelle chiacchiere a proposito di Naturalismo: il curioso di lui è che, anche da imborghesito, resterà sempre fedele agli ideali e ai canoni estetici della Scapigliatura. Inoltre, Gherardo è socialista, mentre il siciliano diventerà un conservatore.

Verga, che è un tipo piuttosto incazzoso, distrugge le lettere di Gherardo e chiede all'ex scapigliato di fare altrettanto con le sue.

E questo è l'ultimo episodio che Gherardo racconta all'amico siciliano, prima della rottura definitiva. Ultimamente non ha più incontrato Emilio; lo vede un mattino alle otto in piazza del Duomo, già sbronzo, che barcolla ondeggiando non di lato, ma in avanti e all'indietro. È accompagnato dal figlio Marco, il futuro commediografo, che lo guida come un cane per ciechi. Ogni volta che Emilio sta per cadere, si appoggia alla spalla del bambino, e si dà lo slancio per rimanere in piedi, La gente si scosta da quella coppia, e guarda con disgusto e disapprovazione il padre che fa assistere il figlio al triste spettacolo dei propri stravizi. Nobilmente, generosamente (sarà sempre un antiborghese) Gherardo si fa avanti per abbracciare il Praga. Vorrebbe dirgli, dopo anni, che ha trovato una soluzione al suo dilemma dell'orinale: aprire le imposte e vuotarlo di sotto, meglio se sulle teste di sbirri o preti. Vorrebbe farlo ridere, tirarlo su di morale. Emilio lo guarda con occhi in cui non c'è traccia di umano sentimento, e gli rivolge un sorriso sfatto, osceno, da matto che si è calmato dopo la camicia di forza. «Tu chi sei?» gli domanda. La Scapigliatura non lo riconosce più. Logico, del resto: non può riconoscere nulla e nessuno, non esiste più. Qualche cosa di invincibile, forse l'umana indifferenza, l'ha inghiottita e dissolta. Camillo non crede in se stesso. Emilio e Giuseppe hanno innescato il meccanismo dell'autodistruzione. Arrigo, che ne è stato il teorico, stava già smettendo di essere scapigliato da prima del '68. Igino, che ne è stato l'anima, il Cristo incarnato, è morto e non è risorto. Fine dell'infanzia, fine di un'epoca. Sarà un altro mondo, quello che il siciliano troverà a Milano.

Anche Garibaldi diceva cazzo S

e non altro, adesso conosciamo il percorso che il manoscritto di Sublime anima di donna ha fatto per arrivare fino a te» disse la donna dai capelli rossi, vestita di color verde acqua. «Sì» confermò la donna vestita di bianco, dai capelli castani. «Gherardo Orsi lo ha dato a Igino Tarchetti, e dopo la morte di quest'ultimo è stato requisito a titolo di risarcimento per la pigione non pagata, insieme ad altri effetti personali, dalla padrona della pensione». «Le altre cose sono state probabilmente regalate, vendute, o sono finite distrutte. Il volume della favola di Boito, e le carte che conteneva, è finito alla libreria antiquaria, e da lì a Mariarita» disse il poliziotto. Mariarita Fortis, Stella del Fante e Angelo Trotta si trovano in un bar tavola calda nei pressi della Questura, dove i funzionari di polizia, i magistrati, i piccoli dirigenti vanno a consumare la loro pausa pranzo, due tramezzini con birra e caffè, oppure uno spuntino veloce a base di risotto o pasta al forno. Mariarita ha ordinato melanzane alla parmigiana, Stella un'insalata mista e una macedonia, e Angelo, che non ha fame, un piatto di patate fritte che mangiucchia quasi con disgusto, come un gatto sazio quando gli servono la scatoletta che gli piace di meno. Per tutti, acqua minerale e caffè. Dopo mezz'ora di coda hanno occupato un tavolo, e ora sono spiati e tenuti d'occhio da gente in piedi che mira al loro posto. «L'anello mancante tra Gherardo e la libreria antiquaria non

era madama Cate» disse Stella «ma, attraverso Tarchetti, quella che Gherardo chiama "l'altra madama Cate". Era lei a comprarsi i cappellini con la frutta finta, l'usuraia che cucinava torte, la romantica che leggeva romanzi d'amore, ma voleva spedire Igino senza un soldo e moribondo all'ospedale dei poveri. Ha conservato presso di sé quell'edizione di Re Orso, con il manoscritto. Mi domando perché». «Forse, per la stessa ragione per cui oggi si comprano e si regalano i libri dei personaggi di successo» suggerì Mariarita. «Arrigo è stato il solo, fra gli scapigliati, che negli anni successivi è riuscito a sfondare davvero. Possiamo immaginarla, l'affittacamere che si dà arie, si vanta con le amiche di aver ospitato un amico del famoso Boito, quello che scrive le parole per Giuseppe Verdi, le cui opere tutta l'Italia canta». «O magari» disse Angelo sogghignando «ha usato il libro semplicemente per pareggiare le gambe di un comodino zoppo». Mariarita lo fissò, ostentando marcatamente una smorfia di disapprovazione. «Secondo me» disse «l'altra madama Cate ha letto il manoscritto, e le è piaciuto. I lavori con un forte carattere di modernità, all'avanguardia rispetto al loro tempo, possono risultare sgraditi a letterati e critici, ma spesso piacciono alle persone più semplici, che non hanno preconcetti né opinioni. Dopotutto, Sublime anima è una storia di killer, di omicidio, d'amore e di morte...». «Scusa, Mariari', ma mi permetto di dissentire» obiettò Stella. «Tu ragioni da esperta di libri, io da detective, Non credo che le carte contenute fra le pagine di Re Orso abbiano avuto molta importanza, per quella donna. Si trattava solo di una fattura commerciale, una ricetta, un'illustrazione strappata da un romanzo d'amore, e la brutta copia della ricevuta di un prestito. Il genere di roba che, quando si riordina la casa, si getta via. È probabile che Sublime anima, per lei, contasse quanto la ricevuta del prestito, cioè carta straccia».

«Scusa tu, Stella, certamente ragioni da detective, ma dimentichi la psicologia del personaggio. Quella tipa era rapace, interessata a far soldi con ogni mezzo. Non credi che abbia almeno dato un'occhiata a tutto quello che apparteneva al povero Igino, per vedere di ricavarne qualcosa? Ecco un racconto inedito. Lei crede che sia di Tarchetti, del quale, non dimentichiamolo, sta uscendo un romanzo d'amore a puntate? Forse, al Pungolo potrebbero comprarglielo... tanto più che l'autore è morto e, si sa, un poeta morto vale di più». «Se è così, deve essersi accorta che la grafia non era di Igino, oppure ha concluso che il manoscritto non valeva nulla, dal momento che mancava la firma. Oppure ha tentato di venderlo, ma nessuno l'ha voluto. Fatto sta che è rimasto a lei». «In ogni caso» disse annoiato Angelo, tendendo alle amiche il piatto delle patate fritte «di quella proprietaria di pensione, dei suoi gusti e dei suoi traffici, non ce ne può fregar di meno. Ne volete?» «È vero» ammise Stella. «È del tutto ininfluente ai fini dell'indagine». «Allora, piantiamola di discutere, e sciogliamo la seduta» disse Mariarita, sentendosi incompresa dai grandi come una bambina. «Tutto il materiale di Bellano è ininfluente ai fini dell'indagine. Gli scapigliati non hanno neppure scoperto a chi apparteneva la famosa gamba. E questo mi meraviglia. Da quelle lettere, mi aspettavo una rivelazione».

Gli impiegati milanesi, a stomaco vuoto dalla colazione del mattino, si stavano addensando intorno al loro tavolino, circondandoli e prendendoli d'assedio. I tre potevano avvertire la loro pressante impazienza, la loro urgenza di scalzarli per poter ordinare il pasto, come un odore sospeso nell'aria. A tratti, la folla era percorsa da un movimento inconsapevole di spinta in avanti; di tanto in tanto, qualche fianco premeva contro la spalliera della sedia di Mariarita, qualche mano, qualche borsa,

le strisciava sulla spalla. Un orlo di giacca le sfiorò la guancia. «Perché ti aspettavi una rivelazione?» chiese Angelo, mangiando un'altra patata. Le mangiava con la frequenza di una al minuto. «Perché l'andamento del racconto, l'introduzione dell'oggetto gamba, la suspense della narrazione, la stessa propensione di Gherardo a scrivere storie misteriose... tutto mi faceva pensare che si sarebbe arrivati a una soluzione». «Ecco che ritorna la lettrice appassionata che vuole la soluzione all'ultima pagina» disse Stella posando la mano su quella dell'amica, e rivolgendole un sorriso tanto caldo e affettuoso da farsi perdonare il comportamento precedente. «È una questione di logica narrativa» disse Mariarita, facendo ancora un po' la sostenuta. «Forse» suggerì Stella «non c'è una soluzione semplicemente perché gli scapigliati non sono riusciti a scoprire l'identità della donna a cui apparteneva la gamba. Gherardo racconta fatti realmente accaduti. Non si tratta di un romanzo». «Non si tratta di un romanzo?» disse Mariarita, dubbiosa. «Ultimamente sono arrivata a chiedermi se queste lettere non siano opera di fiction». «Ma» disse Stella aggrottando la fronte «dicevi di essere sicura che Gherardo racconta esperienze di vita vissuta, i suoi incontri, i suoi amori...». «Sì, sì, e non mi smentisco. Sarei ancora disposta a giurare che il materiale narrato è autentico: l'arrivo a Milano, l'incontro con gli scapigliati, la prima del Mefistofele di Boito alla Scala, la visita al laboratorio del professor Blank, la gamba, la seduta spiritica, la malattia e la morte di Tarchetti, la crisi che lo porta a rinunciare alla letteratura, la fine dell'epopea leggendaria della Scapigliatura. Gherardo inoltre descrive minuziosamente il processo creativo di Sublime anima di donna, confermandoci così di esserne l'autore. E fornisce preziose informazioni che ci permettono di risalire alla genesi di altri racconti della Scapigliatura, tutti ispirati da quella famosa notte nel

laboratorio di Blank. Abbiamo già analizzato Un corpo di Camillo Boito. Ma ci sono riferimenti anche a Storia di una gamba e Storia di un ideale di Tarchetti. Il primo narra di un soldato che, avendo subìto l'amputazione di una gamba durante la terza guerra d'Indipendenza, sviluppa una sorta di ossessione morbosa per quella parte di sé recisa che conserva in una teca, desidera ricongiungersi a essa, ne sente il richiamo tanto prepotentemente, da morirne». Mariarita si voltò verso l'ispettore Trotta, preoccupata, disse: «Ti sto annoiando?» «No, no, va' avanti». «Il secondo tratta di un uomo che abbandona la fidanzata, si rinchiude nel suo palazzo, vive con una donna creata dalla sua immaginazione, e che egli sa essere immaginaria. Gli amici che, convinti di ridargli la salute, gli fanno comparire davanti l'antica fidanzata al posto del fantasma, lo rendono quasi pazzo. Alla fine l'uomo rinsavisce, si sposa, fa due figli e diventa un bravo borghese. Sono evidenti le corrispondenze, le analogie. Le lettere provano quello di cui già ero convinta: Gherardo e gli altri scapigliati hanno vissuto insieme un'esperienza che ha fortemente stimolato la loro creatività». «Del resto, ci sono prove concrete che Gherardo ha detto il vero» disse Stella. «Abbiamo verificato che Stefan Blank è esistito, ha avuto discendenti. Allora, perché dici che il testo delle lettere è opera di fiction? Cosa avrebbe inventato, Gherardo?» «La struttura. Sospetto che la forma scelta da Gherardo per distribuire i suoi materiali sia un artificio letterario». «Cosa vuoi dire?» «Che, forse, non ha mai scritto veramente a Giovanni Verga. Forse, ha scelto l'espediente della narrazione in prima persona a un interlocutore immaginario. Basta questo, capisci, a fare di avvenimenti autentici un romanzo». Stella scosse la testa pensierosa, attardandosi a mescolare lo zucchero nella sua tazzina di caffè. «Ma... dopo Sublime anima, Gherardo aveva deciso di smet-

tere di scrivere» obiettò. «La storia della letteratura è piena di scrittori che hanno continuato a scrivere dopo aver deciso di smettere». «Così, le lettere sarebbero qualcosa fra un romanzo epistolare e un'autobiografia romanzata?» «È possibile. Questo spiegherebbe tante cose: il fatto che il testo abbia un carattere di confidenza a senso unico, che manchi la presenza effettiva del corrispondente. Il fatto che nei documenti di Verga non si sia mai trovata traccia di una corrispondenza con un giovane lombardo scapigliato datata fine anni sessanta. E anche il trucco un po' forzato per far finire la storia, una rottura fra i due corrispondenti causata da divergenze di ordine letterario e politico. Ricordi? Lo stesso Caronte, che crede ci sia stato un effettivo scambio di lettere fra Gherardo e Giovanni Verga, aveva manifestato l'intenzione di ispirarsene per scrivere un romanzo». «E invece, il romanzo sarebbe già bell'e scritto?» «Buffo, no?» «E quando lo avrebbe scritto, il romanzo, Gherardo?» «Questo non saprei dirlo con precisione. Gherardo accenna al Naturalismo e alle opinioni politiche conservatrici di Verga, tutte propensioni che, se erano già latenti nel siciliano nel 1871, si sarebbero manifestate pienamente solo diverso tempo dopo. Tu sai quello che è accaduto a Giovanni Verga, in Lombardia?» «Veramente no». «Ha frequentato gli ambienti della... chiamiamola post Scapigliatura, poi ha cambiato rotta, ha scritto un libro rivoluzionario dal punto di vista artistico, I Malavoglia, che è stato un fiasco, stroncato da pubblico e critica, e infine si è ritirato a Catania, avvilito e deluso. Si direbbe quasi che Gherardo lo sappia. Potrebbe aver scritto il suo libro qualche anno dopo i fatti narrati, ma sospetto che lo abbia fatto anche molto, molto più tardi. Il suo è un libro della nostalgia, la storia di una giovinezza vista con gli occhi di un vecchio. È possibile che lo abbia

scritto a Bellano, verso la fine del secolo, o addirittura all'inizio del Novecento. Ti sto annoiando, Angelo?» «Perché cazzo dovresti annoiare me, e non lei?» protestò Trotta. «È un modo di darmi del poliziotto ottuso e ignorante?» «Scusa» disse Mariarita, intimidita, e subito si rese conto che scusarsi era come confermare i sospetti di lui. Stella rilanciò la conversazione:« Se lo avesse scritto intorno, diciamo, alla settantina, significherebbe che dopotutto non ha mai tradito i suoi ideali, la sua vocazione». «Così pare» disse Mariarita. «Ma, naturalmente, esiste sempre la possibilità che si tratti veramente di lettere, scritte in tempo reale. Questa ambiguità rende più difficile inquadrare la personalità di Gherardo. Come scrittore, è un mistero». «Perché un mistero?» «Che cos'è il talento? È una forza prepotente, esigente, una specie di calamità naturale, che reclama i suoi diritti, e porta in sé la propria realizzazione e il futuro riconoscimento? Oppure è una pianta fragile, bisognosa di climi e concimi speciali, che può essere soffocata, recisa? Nel primo caso, bisognerebbe ammettere che Gherardo è un bluff: non ha avuto la forza, la determinazione di perseverare nel suo lavoro, di non mollare, di andare fino in fondo. Nel secondo, la sua vita va letta come un'occasione mancata, uno spreco... Venute a mancare quelle particolari coordinate storiche e personali che gli avevano permesso di creare, si è disperso, esaurito. Gherardo sembra possedere alcune caratteristiche della personalità di talento, e altre del dilettante. La sua idea di scrivere storie di suspense e di mistero è brillante. Ma non riesce nell'impresa, non riesce neppure a teorizzarla, a portare a termine il Saggio Contro Manzoni. Se Sublime anima rivela qualche autentico pregio, una vera propensione alla scrittura, per altri versi Gherardo si comporta come uno di quei velleitari che in gioventù si aggregano temporaneamente a questo o quel movimento alla moda, e poi "mettono la testa a posto". Però... il modo consapevole e critico in cui lui descrive la propria conversione alla vita bor-

ghese nelle lettere, vere o finte che siano, dimostra che non l'ha messa a posto del tutto».

«Mi vengono i brividi» disse Stella. «Non fa freddo» disse Angelo. «Non c'entra il freddo. Stavo pensando che, qualunque cosa siano quelle lettere, messaggi scritti in tempo reale o romanzo epistolare, Gherardo credeva che il suo manoscritto di Sublime anima fosse andato perduto. Non poteva neppure lontanamente immaginare che, dopo più di un secolo, Mariarita lo avrebbe ritrovato». Gli impiegati intorno a loro, ormai, sembravano giunti a quel labile confine che separa il comportamento civile dall'esplosione di violenza. Sarebbe bastata la minima provocazione, o il minimo gesto interpretato come tale, e li avrebbero aggrediti e scaraventati giù dalle sedie. Stella, abbandonata all'indietro sullo schienale, aveva la testa quasi appoggiata a un grosso culo di donna fasciato in un paio di pantaloni aderenti color ciliegia, esattamente nel solco ben delineato delle natiche. «Sì» annuì Mariarita. «Io ho ritrovato il manoscritto, ma insieme abbiamo ritrovato lui. E questo, perché Gherardo ha raccontato una balla. Ha scritto il racconto a Milano, durante le vacanze di Natale, non a Como ai primi di novembre. Se non fosse stato per l'erronea indicazione del luogo, non saremmo mai andate a Como. Una bugia innocente, per far contento Igino Tarchetti, che lo aveva incoraggiato a lavorare». Improvvisamente, Mariarita si accorse che si era macchiata la maglietta candida con il sugo del suo piatto di melanzane. «Merda!» gridò. «No» disse Angelo. «Pomodoro». Mariarita, tenendo la maglietta tesa fra il pollice e l'indice, contemplava ipnotizzata le tre chiazze rosse, una grande come un bottone da camicia, le altre due più piccole, disposte obliquamente in linea retta.

«Sangue» disse, con una strana vocina sottile. «Sangue?» chiese il poliziotto. «Le due macchioline sul manoscritto. Te le ricordi, Stella?» «Certo. Lacrime e sangue». «Le lacrime sono di Gherardo, il sangue no. È di Tarchetti. Probabilmente, un colpo di tosse, mentre leggeva il manoscritto. Dovevamo pensarci. Solo un colpo di tosse può produrre un'emissione di sangue così ridotta. Due minuscole goccioline, mescolate alla saliva». «Cazzo!» esclamò Stella. «No» disse il poliziotto. «Una reliquia. Una specie di Sacra Sindone».

Angelo Trotta si stava dedicando a un lavoro di precisione maniacale quanto inutile: con uno stuzzicadenti, liberava i fori intasati della saliera che si trovava sulla tavola. «Vogliamo arrivare a quello che riguarda più da vicino la nostra indagine?» disse. «Le tracce concrete che quel manoscritto ha lasciato attraverso i secoli, e che ci possono avvicinare alla verità». «Di concreto, abbiamo due persone» aggiunse Stella. «I discendenti di Stefan Blank e di Gherardo Orsi». «A noi interessa soprattutto quest'ultimo» disse Angelo. «Costruisce con la chirurgia estetica una donna che corrisponde alla somma delle parti asportate alle vittime di Frankenstein. Vorrei che Mariarita ci dicesse quello che ne pensa. Ci hai già raccontato tutto, d'accordo, ma io vorrei sapere se, secondo te, Felisetti può essere l'assassino». Mariarita tornò a guardare le tre macchie di sangue (no, pomodoro) sulla sua maglietta. Era confusa, come sempre quando le rivolgevano una domanda troppo diretta. «Non saprei cosa risponderti. Durante la mia visita, ho provato una quantità di sensazioni strane. Tutta quella bianchezza, quell'essenzialità, quell'assenza di oggetti superflui. La

strana carica che emana da lui. La galleria vagamente funebre di ritratti femminili ideali. La sua maniacalità, la costanza inflessibile con cui persegue i suoi gusti, i suoi progetti. Quelle immagini computerizzate che mi trasformavano in un'altra persona. A un certo punto ho avuto come la sensazione che, forse, in fondo a quella fuga di stanze bianche, ci fosse Carlotta, o il suo fantasma, come nel racconto di Tarchetti... oppure, le parti collezionate delle donne uccise. Ma sarei molto cauta prima di esprimere un'opinione su di lui. Mi chiedo se la mia sensibilità non abbia risposto in modo un po' troppo esasperato a una serie di stimoli che rimandano straordinariamente a milioni di thriller visti al cinema. Forse, mi sono autosuggestionata. Dopotutto, non si può incriminare qualcuno perché ha ossessioni ricorrenti». «No» disse Angelo con un sospiro esagerato «ma spero che un giorno ci arriveremo». Mariarita Io guardò, troppo sbigottita per replicare. «Non sempre» continuò il poliziotto. «Solo in quei casi in cui sarebbe opportuno prevenire una strage di massa, o una catena di trentadue delitti». Mariarita rise per liberare la tensione, scosse la testa. «La mia prima impressione di te era giusta» disse. «Hai un cadavere nel bagagliaio della macchina». «No. Ma qualche volta fantastico di averlo». Angelo e Stella risero, guardandosi intenzionalmente, come se la battuta avesse un significato antico, richiamasse un vecchio segreto amicale noto solo a loro due (quale? Angelo Trotta ha forse fantasie omicide di cui la detective è al corrente?). Mariarita si unì al loro riso, rassicurata: l'ironia metteva sempre le cose al loro giusto posto. «Per tornare al nostro chirurgo» riprese l'ispettore «è perfetto per la parte di Frankenstein, dovete ammetterlo. Ha le stesse fantasie di Gherardo Orsi, vuole costruire una donna virtuale con i connotati di Carlotta, sa maneggiare il bisturi...». «Ha il cranio rasato» obiettò Mariarita. «La testimone ha vi-

sto un uomo con i capelli biondi lunghi. E non dimentichiamo i due capelli impigliati nel braccialetto dell'ultima vittima». «Potrebbe essersi rasato dopo. Tu stessa hai visto una sua foto in cui appariva parzialmente calvo, con ciocche bionde lunghe» disse Stella. «La testimone lo ha visto solo di spalle ed è confusa su tutto, statura, età eccetera» disse ironico l'ispettore. «A me, ha dato l'impressione di una donna confusa persino su se stessa». «Anche Raimondo Blanco è biondo» osservò Stella. «Sembra una persona equilibrata» disse Mariarita. «Con i pupazzi di pelouche?» «Proprio grazie ai pupazzi di pelouche. E poi no, usa troppo l'immaginazione per combinare qualcosa di concreto». «Tu hai questa convinzione, Mariarita» disse Trotta «che chi fantastica, non uccide, e chi uccide, non fantastica. Ma io non ne sono altrettanto convinto. Anche Felisetti usa la fantasia, no?» «È diverso» si ostinò Mariarita. «Lui non convoglia le sue fantasie in qualche forma di espressione artistica. Per realizzarsi, usa il bisturi. In un certo senso, è un uomo d'azione». «Bisognerebbe sottoporli entrambi al test del DNA» disse Stella. Angelo si rivolse verso di lei con un tono da maestro che rimprovera un'allieva. «Impossibile, senza uno straccio di prova a carico, o se non ne peschiamo uno dei due sul fatto. Lo sai bene». Stella fece una smorfia. «Lo so bene, professore». «E poi non voglio metterli in allarme. O meglio, metterlo in allarme. Dello scrittore non me ne frega niente, tra l'altro non è veramente erede e discendente dell'anatomista. Io mi concentrerei su Felisetti, che secondo me è il nostro uomo. Lui non sa che lo abbiamo individuato e lo teniamo d'occhio. Deve continuare a ignorarlo». «Posso manovrare in modo da verificare, a loro insaputa, i loro movimenti per i giorni e le ore dei delitti».

«Grazie, Stella. Ti sopporto solo perché mi fai questo genere di servizi». «E io sopporto te perché me li lasci fare». «Hai qualcosa di personale contro i chirurghi estetici?» chiese Mariarita ad Angelo. «È perché guadagnano più di te?» «Indubbiamente non mi piace l'idea che siano strapagati per fare quello che molti assassini fanno alle donne gratuitamente». «Gli assassini le uccidono. Lui le trasforma». «In un certo senso, non è la stessa cosa?» Mariarita annuì, sorridendo. «Sì» disse. Era quasi ora di andarsene: l'ispettore doveva tornare al lavoro, e Mariarita aveva un appuntamento con don Pio Mariani. Mariarita notò che Trotta, prima di liberare il suo posto, se la prese comoda oltre il necessario, restando seduto e spaparanzato con una caviglia sul ginocchio dell'altra gamba, come nel suo ufficio. Ordinò un altro bicchiere d'acqua minerale e un secondo caffè, lungo, con latte, e bevve con calma, fregandosene della gente in attesa, anzi quasi godendosi la loro frenesia, la loro esasperazione, i loro sguardi di antipatia, di odio persino. Prima di alzarsi, aprì la sua cartella, ne estrasse alcune carte, le consultò, le rimise a posto. Prima di abbandonare definitivamente lo spazio fra la sedia e il tavolino, e consentire a qualcun altro di sedere, si attardò a infilarsi l'impermeabile, a sistemarselo guardandosi nello specchio per vedere se gli cadeva bene. Granitico, imperturbabile, egoista: mentre lei, in circostanze analoghe, si fa sempre fretta, si fa pungolare dall'altruismo e dal senso civico. Però è davvero un po' sadico pensò.

Forse, per rafforzare il legame d'amicizia con Stella, mescolando le rispettive vite, famiglie e altre amicizie, favorendo l'intersecarsi di luoghi e persone, Mariarita volle che Stella

l'accompagnasse a casa di don Pio. Aveva, del resto, avvertito il teologo che probabilmente avrebbe condotto con sé un'amica, e lui ne era stato ben felice. Don Pio prova sempre una spiccatissima curiosità per tutto ciò che è mondano, e in tutto ciò che è mondano sono compresi gli amici e le amiche di Mariarita, specialmente le amiche, che circonda di una specie di casta e carezzevole galanteria, civettando con loro alla sua maniera pretesca. Don Pio abita in un quartiere malfamato, al penultimo piano di un vecchio palazzo del Settecento mai ristrutturato, eroso, dalle tinte scolorite, quasi sfigurato dai graffiti, che negli anni settanta ha visto il suo momento di gloria come casa occupata e in seguito, sgomberato, è stato affittato a cifre esorbitanti agli stessi che lo avevano occupato. Il palazzone pare sul punto non di crollare, ma di sbriciolarsi ed essere sollevato dal vento in una nuvola di polvere. Dal momento che don Pio potrebbe comprarsi un intero complesso di villette a schiera, è evidente che ha scelto di vivere in un posto simile, e di pagare un affitto, per essere coerente con il suo ruolo di sacerdote progressista e quasi francescano che disdegna tutto ciò che fa status e condivide (con discrezione) il tenore di vita di chi non può permettersi nulla che faccia status. Stella e Mariarita arrivarono sul pianerottolo ansimando: le scale erano troppe anche per due donne allenate come loro. Mariarita prese per un braccio Stella, attirò la sua attenzione sulla porta dell'appartamento. «Guarda» disse. La porta, come la facciata dell'edificio, era evanescente, di legno scuro scheggiato e intagliato da temperini e coltelli, bucato forse da aghi di siringhe conficcate dai tossici degli ultimi tre decenni, con una sola serratura rugginosa, e un foro dove avrebbe dovuto esserci una seconda serratura, che pareva essere stato raschiato e forzato con qualche strumento da scasso. La si sarebbe potuta abbattere con una spallata, o forse con

molto meno. Era una porta che parlava ai ladri, diceva: entrate pure, prendete quello che volete, non me ne frega niente, non bado ai possessi materiali, io. «Che ha di particolare?» domandò Stella. Su un'anta della porta c'era un'incisione a forma di falce e martello, sull'altra un batacchio di metallo bruno a forma di manina umana che reggeva una piccola sfera. «Ne vado pazza» disse Mariarita, impugnando la manina e abbassandola con forza sulla base metallica. Il batacchio produsse un suono basso e rimbombante, suggestivo, da vecchio feuilleton con conventi e portoni da percuotere nel bel mezzo di una tempesta. «Ne vado letteralmente pazza» ripeté Mariarita. «Mi meraviglio che non l'abbiano rubato. In questa zona, ruberebbero anche uno stronzo di cane». Con un semplice scatto della serratura, don Pio aprì la porta. È un uomo non molto alto, non magro ma neppure grasso, non bello ma di aspetto gradevole. Ha qualcosa dello gnomo vispo e giocherellone, ma anche del santo delle iconografie classiche: volto sbarbato dai lineamenti brevi, infantili, guance rosee e lisce, occhi color fiordaliso, capelli bianchi, soffici e fini come un'aureola. Dimostra una cinquantina d'anni, ma dalle sue biografie ufficiali risulta che ne ha un bel po' di più. Oggi, per ricevere la sua migliore amica (e la migliore amica della sua migliore amica), indossa un paio di jeans azzurri, veramente scoloriti e lisi, non trattati in modo da mostrare i segni dell'usura, un'orribile camicia a scacchi verdi e gialli, e una maglia blu dalla scollatura a V di due misure troppo grande per lui, che gli casca su una spalla. Una volta, Mariarita gli ha detto che ha l'aria di un prete "da spot di una merendina": cioè, da prete che se la sgranocchia (la merendina) in sacrestia, poi strizza l'occhio rivolto all'obiettivo e dice qualcosa tipo: non è peccato. Don Pio allora è andato a studiarsi allo specchio e, dopo attento esame, ne ha convenuto con lei. «La mia carissima Mariarita» disse don Pio. Baciò Mariarita

su una guancia, ma distrattamente: tutta la sua attenzione era rivolta verso Stella. «E tu sei... Stella?» «Mariarita ti ha parlato di me?» «Mariarita è la donna più discreta del mondo. Di te mi ha detto solo il nome, il grado, e il numero di piastrina». È una delle espressioni favorite di don Pio; ai sempre nuovi sballati che si presentano per essere accolti all'Arca di Noè, lui non chiede mai niente, a parte il nome, il grado, e il numero di piastrina. A uno sguardo interrogativo di Stella, don Pio precisò: «Mariarita mi ha detto come ti chiami, che lavoro fai... e mi ha accennato alla tua situazione familiare». «Sono contenta di conoscerti» disse Stella, dando immediatamente del tu a chi lo dava a lei. «È la prima volta che conosco un personaggio visto in televisione». Don Pio prese la mano di Stella fra le sue, la tenne così, sospesa all'altezza del suo petto, e la guardò con dolcezza. Il piacere è tutto mio».

Sempre tenendo la mano di Stella fra le sue, don Pio indietreggiò tirandosela appresso, come una locomotiva che ha agganciato un vagone. Mariarita, abituata a scene del genere, li seguì all'interno dell'appartamento. La casa di don Pio è molto spaziosa, molto chiara, molto disordinata. Una luce crudele entra sparata dalle grandi finestre prive di tende. I muri bianchi sono sporchi, da ridipingere, spogli a parte qualche poster con ruscelli di montagna, locandine di concerti di musica classica e mostre di arte sacra, e alcuni disegni che hanno l'aspetto di produzioni artistiche di schizofrenici, e forse lo sono. Nel grande salone d'ingresso ci sono oggetti di pregio, trattati come fossero di poco valore: un tappeto persiano blu su cui sembra che un'indisciplinata classe di bambini di quinta elementare abbia fatto un picnic, un diva-

no di pelle vandalicamente tagliuzzato da temperini e bruciato da cicche, una scultura che rappresenta un uomo nudo, contorto in una mortale convulsione, su cui qualcuno ha disegnato con lo spray rosso una lambda. L'impressione generale è di un lusso trasandato, di una classe declassata che si rovescia in una valorizzazione della classe. Cose belle sapientemente scelte e apprezzate, ma trattate come in altri ambienti non vengono trattati neppure i saldi di grandi magazzini. Tutte le altre stanze riflettono la medesima ambivalenza: attraverso una porta aperta si intravede la camera da letto, con un elegante letto in ottone dalle lenzuola disfatte. La biblioteca, in cui don Pio guidò le due donne, più che una biblioteca pare un enorme nido di animale costruito con i libri. I volumi, da terra al soffitto, rivestono ogni parete della stanza, non lasciano un solo pezzo di muro libero, neppure al di sopra della porta d'ingresso. Sembrano inoltre disposti su due file, o forse tre, in modo da gonfiare gli scaffali a rischio di spaccarli, e dare l'impressione di poter smottare e franare addosso a chi cammina sotto. Testi di teologia, filosofia, scienze naturali, storia, politica, marxismo, psicanalisi, femminismo, esoterismo, magia, islamismo, buddismo, antropologia, romanzi italiani e stranieri, e tutto un bazar di altre materie e discipline. Ere geologiche di cultura, strati di letture sedimentati gli uni sopra gli altri, con qualche fossile racchiuso in mezzo. Al centro della biblioteca c'è un divanetto antico doppio, costruito in modo che i due interlocutori possano trovarsi faccia a faccia, sul quale di solito don Pio ama chiacchierare con Mariarita. Vi fece accomodare le due donne, e lui sedette su uno sgabello, quasi ai loro piedi. Alzò una mano, con un'espressione compunta, raccolta, come di chi intraprende un compito, la posò sul ginocchio di Stella. «Sei lesbica?» le chiese. Stella interrogò con lo sguardo Mariarita, che ammiccò incoraggiante, come a dirle: no problem, va tutto bene. «No, che io

sappia». «Ti è mai capitato di abortire?» «No». «Ti masturbi?» Don Pio la guardava da sotto in su, con una strana espressione di soave astuzia; non sorrideva con la bocca, ma tutto il suo volto sembrava irradiare un dolce sorriso interiore. Stella non sapeva se continuare a rispondergli o no: se da un lato la sua invadenza era quasi uno stupro, d'altra parte sembrava assolutamente innocente. Non c'era traccia della viscidità insinuante del prete libidinoso; don Pio non si stava eccitando affatto, sembrava interessato a qualcosa che andava ben oltre la natura delle domande. Anche la mano che le teneva sul ginocchio era pura, amichevolmente disincarnata. E, se Mariarita osservava la scena quasi intenerita, era segno che non c'era da preoccuparsi. «Qualche volta» disse. «Con i vibratori?» «No... con le mani». «Vai spesso con gli uomini?» «Non spesso, e non di recente» disse Stella, che oscillava ancora fra una risentita chiusura e un abbandono affascinato. «Prima di sposarti, hai avuto rapporti prematrimoniali?» «Sì, ma è stato tanto tempo fa. Ho avuto rapporti prematrimoniali anche con uomini che non erano mio marito». «Solo atti sessuali consentiti dalla Chiesa o anche tutto il resto?» Don Pio scoppiò in una risata. «Ma cosa sto dicendo? La Chiesa ne consente uno solo!» Anche Stella rise. «Qualche cosetta di tutto il resto». «Rapporti a tre? Sesso di gruppo?» «No, ma solo perché è mancata l'occasione». Stella cominciava a divertirsi. «Hai qualche perversione particolare?» Stella guardò Mariarita, e tutt'e due ricominciarono a ridere.

«Non è un fatto personale» disse Mariarita. «Fa così con tutti. È come se ti facesse compilare un questionario». «E a che serve, il questionario?» Don Pio prese nuovamente la mano di Stella, la strinse. «Serve perché» disse «nel le domande, e di sì anche non posso farti, ti direi saresti colpevole. Non si caso tu mi rispondessi di sì a tutte a tutte quelle che non immagino e che non sarebbe niente. Mi capisci? Non va all'inferno per così poco».

«E se mi piacessero gli assassini?» Per un istante, la sicurezza di don Pio sembrò incrinarsi, le sue sopracciglia bianche e arcuate si contrassero in un piccolo moto di perplessità, la bocca sembrò cascargli per la costernazione. Mariarita faceva andare gli occhi dall'uno all'altro, con un sorriso volpino. «E se le piacessero gli assassini?» disse. Don Pio raccolse la sfida. Distese i tratti nella serena indulgenza che Mariarita gli conosceva da sempre, in quella serafica disponibilità che lei tanto amava, e che risultava non dalla negazione del male, ma da un'attenta conoscenza e pratica del male stesso, di ogni tipo di male. «Penso» disse «che ci sia posto anche per questo».

Stella trovava don Pio decisamente più affascinante, più incantatore rispetto all'idea che si era fatta di lui. Al tempo in cui raccoglieva informazioni su Mariarita e sulla loro impervia (apparentemente) amicizia, si era procurata i suoi libri, e aveva tentato di leggerli. Accanto a teorie sulla Santissima Trinità e sulla resurrezione di Cristo, esposte in un gergo teologico di cui aveva capito poco o nulla, aveva trovato anche fiori esotici e fantastici. Per esempio, don Pio suggerisce cose tipo: se Gesù vivesse oggi perdonerebbe le donne che abortiscono, o forse le accompagnerebbe lui stesso in ospedale ad abortire; quanto alla Madonna, ah... sì, la Madonna partecipa della sostanza divina, in

quanto Dio è anche femmina. Don Pio è favorevole al sacerdozio delle donne, portando come argomenti a sostegno i personaggi femminili del Nuovo Testamento e le diaconesse della chiesa primitiva, e non crede che la Bibbia abbia mai condannato l'omosessualità, o almeno non l'ha mai condannata Gesù che, come tutti ormai sappiamo, aveva un discepolo prediletto. Con tutto questo, Stella s'era fatta di lui la tipica immagine del sacerdote progressista e ribelle che viene invitato ai talk show. Non ama molto i preti, Stella; il solo prete che ha conosciuto, quand'era ancora vivo suo padre, era un tizio che conduceva un programma sulla fede in tarda serata alla RAI, e in seguito si era trasferito per motivi fiscali nel principato di Monaco. E diffida dell'ammirazione beata che la gente di sinistra ha per i preti, se appena sembra che uno di loro sia cristiano sul serio. Ma ora cominciava ad accorgersi, che dietro lo stereotipo, c'era un uomo che avrebbe potuto andarle a genio. Mariarita le aveva detto, strada facendo, che don Pio tiene per sé soltanto quello che guadagna scrivendo editoriali come opinionista per svariati quotidiani. Come molte persone ricche di famiglia, ha il dono di attirare su di sé altri soldi, ma li investe tutti, compresi quelli che prende da Malenotti (riciclaggio di denaro sporco, lo chiama), nell'associazione da lui fondata, L'arca di Noè, dove raccoglie tossici, sieropositivi, malati di mente, prostitute immigrate, omosessuali credenti e non credenti, lesbiche, uomini lesbici, e chiunque altro voglia farne parte: l'Arca non rifiuta nessuna specie di animale, fra quanti ne ha creati il Signore. L'ultima festa di capodanno dell'Arca è stata ripresa da RAI3: don Pio ha ballato con i «suoi ragazzi» (è così che chiama i suoi animali) su una musica suonata da una band di rapper, e dopo il brindisi sono stati distribuiti preservativi e anticoncezionali. Il motto dell'Arca è: imbarcarsi per salvarsi dal diluvio. Quale diluvio? Boh. Ce n'è sempre uno, pare.

Don Pio condusse le due amiche nella sua cucina, arredata in stile rustico, da baita di montagna, con una batteria di pentole in rame appese, e altre pentole sporche nell'acquaio. Dal forno, aperto e incrostato, veniva un penetrante e rancido sentore di pesce. Sulla tavola, c'erano i resti di una cena per quattro che nessuno si era ancora preso il disturbo di sparecchiare: macchie di vino, briciole di pane, piatti sporchi di un intingolo marrone, bucce di frutta, lische e teste di spigole, un portacenere pieno di mozziconi di sigaretta. Stella notò un bicchiere sul cui orlo spiccava una vistosa impronta di rossetto color ciclamino. Don Pio prese dal frigorifero una bottiglia di sciroppo, una di acqua minerale, e i cubetti di ghiaccio; offrì loro un'orzata. Lui, personalmente, era astemio, spiegò: lasciava bere gli altri, ma ai suoi ospiti preferiva offrire sciroppi: orzata, tamarindo e amarena. In piedi, come familiari affiatati da una lunga convivenza, sorseggiarono le loro bibite. «Voi due vi siete conosciuti lavorando per Malenotti?» chiese Stella. «Sì» rispose don Pio. «Per quanto riguarda me, è stato un colpo di fulmine. Non appena ho conosciuto Mariarita, ho pensato: non abbiamo nulla di nulla in comune: lei è donna e io uomo, lei è giovane e io vecchio, lei fa sesso e io sono casto, lei è agnostica e io credente, lei è intelligente e io un povero coglione. Mi sono detto: ecco un'amicizia che durerà tutta la vita. Lasceremo questa terra molto prima di aver esaurito tutti gli argomenti di discussione». «Da parte mia» disse Mariarita «il colpo di fulmine l'avevo avuto anche prima di incontrarlo, a una di quelle spaventose cene sociali che Malenotti offre ai suoi collaboratori "per non essere solo colleghi di lavoro, ma approfondire anche i rapporti umani". Ero stata a una sua conferenza, non ricordo il titolo, so solo che trattava della discriminazione a cui vanno soggetti gli autori credenti da parte della grande editoria. A un certo punto lui se n'è uscito fuori con: "Non è detto che un libro scrit-

to da un santo, ora, sia un libro da non leggere!". È stato allora, che l'ho desiderato. In senso amicale, intendo». «A proposito di Malenotti» disse don Pio rivolto a Mariarita «l'hai visto ieri sera?» «No, sono andata al cineclub con Sonia. Adesso vuole che anch'io mi faccia fare le carte». «È un'idea. Potrei farle io, a te e a lei». «La Chiesa non condanna la magia e la divinazione con le carte?» chiese Stella. «Sì, ma presto o tardi dovremo cambiare rotta e lanciare anche noi sul mercato un prodotto analogo. Abbiamo già i personaggi per le carte: l'occhio del Padre, il Figlio, la Colomba, la madre di Dio, Lucifero, la Croce, la Resurrezione...». Don Pio le invitò nel suo studio, ad assistere alla registrazione della recente apparizione televisiva dell'onorevole. Lo studio, piccolo e stipato di carte, fascicoli, quaderni, opuscoli, ciclostilati e riviste come la libreria di volumi, ospitava un Pc Macintosh corredato di stampante laser, scanner, fotocopiatrice e lettore CD, e un televisore maxischermo con videoregistratore. I ladri gli avevano già portato via le apparecchiature elettroniche per ben due volte, spiegò don Pio: la prima volta, in sua assenza. La seconda, era stato di notte: lui si era svegliato, aveva raggiunto i ladri nello studio, e aveva dato loro anche tutto il denaro in contanti che teneva in casa. Don Pio fece sedere le due donne su uno scalcagnato divano di tela verde a fiori, inserì una cassetta nel videoregistratore e accese la tv. Sullo schermo apparve Malenotti inquadrato di fronte, in piano medio, seduto in una posa elegantemente scomposta, il mento appoggiato alla mano, mentre ascoltava con espressione di democratico e civile interesse quello che altri stavano dicendo fuori campo. Si trattava di uno di quei dibattiti che di solito seguono la proiezione di film con titoli come La vita a un bivio e Scelte d'amore, e l'argomento dibattuto era la possibilità di adozione per i single, le coppie omosessuali e le coppie conviventi di fat-

to. Altri partecipanti al dibattito: un politico di centrosinistra, un politico di centrodestra, un vescovo, un'attrice single che da anni lotta per adottare un bambino, una psicologa, una coppia sterile di non sposati, una coppia di lesbiche che ha appena avuto una figlia con la fecondazione artificiale fai da te, con l'aiuto di un amico che ha donato il suo sperma (il kit con siringa e istruzioni è in vendita). Malenotti, nel pieno della lite fra la coppia sterile (che difendeva le lesbiche) e il politico di destra, non prendeva posizione, restava in silenzio con la brutta arietta sorniona di chi la sa lunga e se ne sente al di sopra: che non piace a nessuno. «Si profila all'orizzonte una figura di merda» disse Mariarita. Infatti, poco dopo, non interpellato, non sollecitato, con la calma convinzione di chi la dà per scontata, Gianfrancesco aprì la bocca per dire che il fatto che la legge naturale avesse assegnato alle coppie formate da un uomo e una donna il ruolo della riproduzione, e un uso indiscriminato delle nuove tecniche scientifiche di fecondazione, salvo restando il rispetto per i diritti delle minoranze, avrebbe comportato il rischio di una dissoluzione dei valori fondati sulla famiglia. Mariarita e don Pio si guardarono, facendo con entrambe le mani il gesto del pollice verso. «Non glielo avete scritto voi, vero?» chiese Stella. «No» rispose don Pio. «Viene proprio dalla sua testa. Ora lo metteranno su tutti i giornali, nelle rubriche delle quotazioni in discesa. Su, le scarpe con la zeppa. Giù, l'onorevole Malenotti». «Non potevi accompagnarlo tu e fare in modo che stesse zitto?» disse Mariarita a don Pio. «Non mi volevano. Avevano già invitato il vescovo». «Quanti punti avrà perso, con quell'uscita? Gesù! Questa che la legge naturale vuole coppie formate da un uomo e una donna la dicono solo gli avvocati di settant'anni che difendono gli imputati ai processi per stupro!» «Lo può dire anche un politico di centrodestra».

«Ma non un cattolico di centrosinistra. Ammetto, però, che è difficile far parlare un cattolico di centrosinistra». «Se continua così, carissima Mariarita, dovremo cercarci un altro lavoro. O un altro uomo politico». Ora, sullo schermo, si stava svolgendo una zuffa fra i tre politici, che parlavano tutti insieme. L'attrice a cui era stata negata l'adozione piangeva, la psicologa cercava di mettere pace fra i contendenti, il conduttore percorreva avanti e indietro lo studio a gran passi, gesticolando e minacciando, e la regia saltava abilmente e rapidamente dall'uno all'altro dei personaggi, su dettagli di mani nervose, bocche contorte dalla collera, piedi che battevano a terra, lacrime. A un certo punto, la telecamera inquadrò nuovamente Malenotti in piano medio, con le dita intrecciate sul ventre e un sogghigno storto appeso al labbro. «Ferma l'immagine» disse Mariarita, avvicinando il viso allo schermo. «Chissà perché non porta mai indumenti con disegni astratti, ma solo con disegni che rappresentano oggetti concreti». L'onorevole, infatti, in quell'occasione portava, sotto il cardigan grigio, una camicia azzurrina con su stampati tanti piccoli giocatori di golf nell'atto di alzare la mazza e prendere di mira la palla. Nei punti in cui il tessuto era percorso da pieghe o cuciture, pareva che l'omino volesse colpire alla testa quello che gli stava immediatamente davanti. Mariarita lo aveva visto con camicie stampate a teste di cavallo, piccoli sciatori, chiavi, automobiline, bottiglie e limoncini. Per non parlare dei maglioni e delle cravatte.... «È tipico di noi cattolici» disse don Pio. «Spendiamo tutta la nostra irrazionalità nella fede; non ne rimane per gli altri momenti della vita. Non possiamo permetterci, come fa Sonia che non è credente, di volare via con la testa. Dobbiamo aggrapparci alla logica, alla precisione, alla concretezza. Abbiamo un tale bisogno di oggetti concreti, che ce li mettiamo anche addosso».

Don Pio raccontò l'ultima barzelletta sui cattolici, appresa da un amico che insegnava teologia morale in un seminario. Dunque, un cattolico muore e va in cielo, ma invece di trovare San Pietro, il paradiso, i cori angelici, e tutte le belle cose che si aspettava, trova un diavolo. «Che significa?» chiede «ho sempre osservato i comandamenti, ho digiunato, pregato, fatto dieci figli con la stessa donna, scopando solo dieci volte in tutto. Cosa ho fatto per meritarmelo?» «Nulla» gli risponde il diavolo «devi sapere che il giudizio universale c'è già stato da un pezzo, e tu sei stato condannato all'inferno, che è appunto la vita terrena. Ora dimenticherai quello che ti ho appena detto, rinascerai, rimorirai, e così via, per tutta l'eternità». «Ma allora, Cristo» dice il cattolico «essere cattolici all'inferno è un'inculata mostruosa, ci si priva dei piaceri della carne, e in cambio non si guadagna nulla! Se devo rinascere e tornare all'inferno, fa' almeno in modo che non ci torni da cattolico!» «Impossibile» dice il diavolo «anche all'inferno ci sono pene più leggere e pene più dure. Nostro Signore ha inventato la religione cattolica proprio per punire i peccatori più laidi, e privarli anche delle poche consolazioni di cui godono gli altri!» Stella rise, senza potersi frenare. La sua risata impressionò anche don Pio, che per un istante la guardò tra l'intimorito e l'ammirato, con un'espressione che a Mariarita sembrò di curiosità professionale. «Perché mi guardi così?» chiese Stella. «Pensavo a quello che mi hai detto prima, a proposito degli assassini. Vuoi parlarmene più approfonditamente?» Stella raccontò a don Pio più o meno quello che aveva già detto a Mariarita: suo padre, l'agenzia Black Jack, il gioco dell'uomo nero, il suo strano penchant e le devianze della sua personalità. «Qual è la tua opinione da prete?» chiese, alla fine. «Come prete, devo ritenere che il tuo sia un caso di possessione diabolica».

Mariarita alzò le spalle, e sbuffò ridendo. «Lo so» disse dolcemente don Pio «tu non credi nel diavolo. Per voi laici, al posto dell'esorcismo, c'è la psicanalisi». «Preferisco la sua diagnosi a quella dell'analista» disse Stella, rivolta a Mariarita, e poi, a don Pio «Hai compiuto molti esorcismi?» «Non moltissimi. Gli esorcismi stancano». «Come nei film? Leggendo versetti della Bibbia e spruzzando acqua santa sugli indemoniati?» «Più o meno. Ma ultimamente gli indemoniati non reagiscono più all'acqua santa, e neppure al segno della croce. Dipenderà sicuramente dalla confusione dovuta alla New age e ai predicatori delle nuove sette». «Che aspetto ha, il diavolo? Lo vedi, quando lascia il corpo del posseduto?» «Non lo vedo». «È invisibile, come Dio?» «Come riconosco Dio dalla sua presenza invisibile nel mondo, così riconosco il diavolo dalla sua assenza invisibile nella persona in cui ha abitato. Le persone cambiano, dopo l'esorcismo». «Potresti esorcizzare me? Farmi diventare come tutte le altre donne?» Don Pio fissò a lungo Stella negli occhi, poi scosse la testa in un paterno, affettuoso cenno di diniego. «Il tuo è un demonio piccolo, beffardo, a modo suo amabile. Ti trattiene sul filo che separa il bene dal male. Secondo me, rimuoverlo nuocerebbe all'equilibrio della tua personalità. In psicanalisi» proseguì calcando sulle sillabe, per farsi capire bene da Mariarita «sarebbe come una nevrosi che si riesce a dominare rispetto alla devastazione di una malattia mentale. Un diavoletto che scherza e gioca solo nella fantasia può anzi esserci utile per penetrare meglio i misteri del male, smascherare le manovre del nemico. No... tutto sommato, io, il tuo diavolo, lo lascerei dov'è».

Stella guardò l'amica, ridendo. «Ma lo hai sentito, Mariari'? Non è fantastica, la Chiesa cattolica?» «La Chiesa cattolica lo ha scomunicato» disse Mariarita. «Ora sono stato riammesso». «Ma hai dovuto fare atto di contrizione, ritrattare la divinità della Madonna e il sacerdozio femminile, e sconfessare alcuni dei tuoi libri». «Lo ha fatto anche Galileo Galilei, figuriamoci se non posso farlo io, che sono uno stronzo. E poi, tutti sanno che continuo a pensarla nello stesso modo, persino il vescovo». «Eeeh!» sospirò Mariarita. «Hai ragione, Stella, la Chiesa cattolica è davvero fantastica!» «Volete sapere perché sono rientrato nella Chiesa? La vera ragione... non è la paura, né l'ambizione, né il conformismo. È stato per avere un punto fermo. Viviamo in una specie di frullatore che fluidifica e trasforma ogni idea, ogni convinzione, ogni modo di essere. La Chiesa cattolica è la sola ad avere ancora l'ardire di proporsi come eterna. I suoi principi, la sua morale, i suoi valori sono immutabili. Magari immutabilmente stronzi, ma immutabili. E di questo, carissime, dite quello che volete, c'è bisogno».

Don Pio volle sapere come procedeva il lavoro di ricerca sulla Scapigliatura milanese, e Mariarita gli raccontò ogni cosa: la convocazione in Questura, l'incontro con Stella, i delitti di Frankenstein eccetera. Don Pio, che come molti teologi era affascinato dalle indagini criminali, era in estasi. Chiese a Mariarita le lettere di Gherardo: voleva individuare i punti di tangenza fra la realtà e la fiction. «Mi hai fatto veramente un bel regalo portandomi Stella» disse don Pio. «Tu che ne pensi?» chiese Stella. «Fra i nostri candidati assassini, quale ti sembra il più probabile?» Don Pio scosse la testa, con un leggero sorriso.

«Tutti e nessuno. Io stesso. E ogni altro essere umano. Ma, se proprio dovessi scegliere, mi orienterei verso il più giovane. Sono i ragazzi, oggi, a portare alle estreme conseguenze i problemi di Gherardo Orsi. Cercano l'anima nella carne, nei sensi, nel sesso. Quando troverete il vostro assassino, perché non dubito che lo troverete, vorrei incontrarlo». «Per esorcizzarlo?» «Non è certo che sia posseduto. È possibile, ma non sicuro». «Come, io sì, e l'assassino no?» «Non sempre c'è possessione diabolica. Si può commettere il male anche senza l'intervento del diavolo, ogni tipo di male, anche il più rivoltante, il più nefando, il più atroce. Il libero arbitrio esiste». «Se Frankenstein non è posseduto» disse Mariarita «allora il male non è opera del diavolo, è opera nostra». «Per questo vorrei incontrarlo» disse don Pio. «Perché vuole sostituirsi al diavolo». Stella restò in silenzio. Era troppo colpita del fatto di essere sicuramente un'indemoniata, mentre Frankenstein forse no. Ma non riusciva a volerne a don Pio, le era troppo simpatico. E in fondo le era simpatica anche l'idea di essere posseduta da un suo diavolo personale. O forse era lei a possederlo, dal momento che era un diavolo piccolo, innocuo e sotto controllo. «Secondo te» disse Mariarita «Stella sarebbe una specie di portatrice sana del diavolo». «Sì. Frankenstein potrebbe essere semplicemente malato di demonismo, curabile dalla vostra psicanalisi». «Tutto molto complicato». «Il mondo è complicato. E, in un mondo complicato, il male è la cosa più complicata». Si stava facendo tardi, e don Pio aspettava una telefonata dalla curia. Dovevano fargli, disse «una ramanzina delle solite, perché aveva permesso a uno dell'Arca di Noè, ospite in sede, di coltivare una pianta di marijuana sul balcone». Qualcuno, probabilmente un altro religioso, aveva fatto la spiata.

Don Pio e Mariarita si baciarono sulle guance, con autentico trasporto amicale, non alla maniera formale che consiste nel baciare l'aria ai lati della testa. A Stella, don Pio riservò una forte stretta di mano. «Stella è un bellissimo nome. Le stelle producono la luce del giorno, ma il nostro occhio le vede circondate dalla notte. Questo dimostra quanto siamo lontani dalla verità». Quando Stella e Mariarita erano già sulla porta, il prete le richiamò. «Ah, dimenticavo, Mariarita. Ho qualcosa per te. Per il tuo libro sulla Scapigliatura». «Se mai lo scriverò». Mariarita e Stella si affacciarono sulla porta della biblioteca, dove don Pio, accucciato, stava frugando tra alcuni libri di traverso su uno scaffale basso. «Ma dove l'avrò messo, porco Giuda?» «Cosa cerchi?» chiese Mariarita, curiosa. «Una biografia di Garibaldi piuttosto recente. Riporta la testimonianza di un certo Guerzoni che ha ascoltato una frase pronunciata da Garibaldi stesso, a proposito di Mazzini. Tu sai che Garibaldi e Mazzini si detestavano. Ah, eccola. Ho messo il segno. Ascolta: "Quel Mazzini, che ha sempre avuto la smania di fare il generale, non ne capiva un cazzo!". Eh? Che te ne pare?» «Ma è vero?» «Certo. La fonte è del 1882. Il testimone non può averla inventata. Ed è stato abbastanza intelligente da non censurarla». «Ma allora, anche Garibaldi diceva cazzo!» gridò Mariarita. «Stella, hai sentito? Anche Garibaldi ha detto cazzo! Non ti senti meglio, adesso che lo sai?» «Cazzo, affermativo!» disse Stella, ridendo. «Puoi intitolare un capitolo del tuo libro così: "Anche Garibaldi diceva cazzo"». disse don Pio, mettendo il volume in mano a Mariarita. «Tieni pure il libro». In quel momento, suonò il telefono, e don Pio andò a ri-

spondere. Entrò subito in argomento dicendo con semplicità che sì, aveva sbagliato a permettere a quel ragazzo di tenersi la sua marijuana in vaso, ma che poteva farci? Quella piantina era la sua sola gioia, non gli pareva il caso di togliergliela. Dov'è adesso la pianta? Ah, per il momento ce l'ha lui, nella vasca da bagno. È una creatura viva, non se la sente di distruggerla così, senza una ragione. Forse la reinserirà nel ciclo naturale mangiandola in insalata. Come? Nostro Signore è contrario all'uso delle droghe? Non si può esserne sicuri, la marijuana in Palestina non c'era. Forse, se ci fosse stata, anche Gesù si sarebbe fatto una bella canna. Magari nell'orto del Getsemani, per trovare la pace interiore e vederla meno tragica. Mentre parlava, salutò le due donne agitando il braccio e sillabando muto: «Ciao Mariarita, ciao Stella». Nell'andarsene Mariarita, ancora in preda all'entusiasmo, gridò nuovamente, facendosi sentire certamente anche dal vescovo: «Ma ti rendi conto, Stella? Anche Garibaldi diceva cazzo!»

Tutti gli uomini (pochi) di Mariarita G

razie a Dio è venerdì, come recitava il titolo di un film degli anni ottanta sul rito settimanale della serata in discoteca. Mariarita, a differenza di Dio, lavora la domenica; a differenza degli ebrei, fatica il sabato per fare le spese e le pulizie; e a differenza di tutte le altre donne milanesi impegnate in attività intellettuali, il venerdì partecipa al rito della serata in discoteca. Ha preso l'abitudine di frequentare le discoteche anni e anni prima, da giovanissima, ai tempi del liceo. Era cominciato con un atteggiamento da ribelle, da tipico spirito di contraddizione adolescenziale, e non verso gli adulti, ma verso i coetanei: le compagne di scuola, i ragazzi, tutta la gente della sua età che, senza eccezioni, dava per scontato che lei non amasse andare in discoteca. Così, aveva cominciato a sospettare che lo avrebbe amato moltissimo. Da tempo si sentiva dire cose del tipo: «Ti inviteremmo in discoteca con noi, ma a te non piace, vero?» oppure «Non è roba per te, che sei così seria!» con un tono spiacevolissimo venato di piaggeria e insieme disprezzo. Un sabato pomeriggio aveva indossato una gonna nera lunga, chiusa davanti da una fila di bottoni, e si era unita a due, tre della sua classe che andavano in un locale chiamato Delirium. Là, aveva aperto tutti i bottoni della gonna tranne gli ultimi quattro (il quarto si trovava poco sotto le mutandine) e aveva ballato fino a sera senza fermarsi, neppure quando le amiche, stremate, andavano a buttarsi su qualche divanetto, o ai bagni

a rifare il trucco, o al bar per utilizzare il talloncino delle consumazioni. Credeva che questo sarebbe bastato e invece, a scuola, nel suo quartiere, daccapo: «Davvero vai in discoteca? Non l'avrei mai detto! Così studiosa! Non sei proprio il tipo!». Che tipo era lei? Da parrocchia, sala da tè, concerto di musica da camera? Era stanca che fossero gli altri a decidere che non era tipo da discoteca. In quel periodo portava i capelli molto lunghi: li aveva tinti di biondo, e andava in discoteca il sabato e anche la domenica, in minigonna e calze a rete, oppure in shorts e camicetta dai lembi annodati sull'ombelico, ballando per ore come una baccante scatenata. Invano. Quel venerdì di un pomeriggio di fine primavera, Mariarita prese un caffè, si staccò le unghie della gatta nera dalla maglia di filo, e uscì di casa: prima di prepararsi per andare in discoteca, doveva accompagnare Sonia e assisterla durante un rito magico contro il suo uomo infedele. Era successo semplicemente che il salumiere non dava il minimo segno di voler tornare da lei a Natale... non diciamo di quest'anno, ma neppure del duemilaventi. Sonia, non resistendo senza vederlo, era andata alla Coop, aveva fatto la sostenuta, stordendolo di chiacchiere del tipo: «Non preoccuparti, non farò scene, sono calma, siamo ancora amici, puoi tagliarmi due etti di prosciutto crudo di Parma, no?». Poi si era fatta prestare il telefonino di lui con la scusa che il suo era guasto, e se l'era battuta con il cellulare, senza pagare il prosciutto. Il suo scopo era controllare i numeri che lui aveva memorizzato sulla rubrica. Era arrivata a casa euforica per il tiro che gli aveva giocato, ma ben presto l'euforia si era mutata in disperazione, quando aveva trovato sul display un messaggio da lui inviato a non si sa chi, che diceva: "Amore dove sei?". Scannata di gelosia e di rabbia, Sonia aveva chiamato i due numeri in memoria che non le risultavano appartenere a persone da lei conosciute. Al pri-

mo, aveva risposto una sala giochi. Al secondo, un'agente immobiliare, donna, con una voce giovane e sensuale, alla quale Sonia aveva fatto un mezzo interrogatorio, chiedendole senza mezzi termini se aveva una storia con un tipo così e così, che somiglia a Tom Cruise e guida una moto Honda. Perché, se sì, quel tipo era il suo tipo (di Sonia). La ragazza aveva negato, negato e stranegato, in modo accorato e quasi convincente, buttandola persino sulla solidarietà fra donne: «Credimi, non ti racconterei mai delle storie». Un paio di giorni dopo, però, l'agente immobiliare le aveva telefonato spontaneamente ammettendo tutto: era lei "Amore dove sei". E il tipo non era il tipo di Sonia, era il suo tipo. Lui l'aveva contattata per vedere una casa, ed era nato l'amore; ora stavano insieme e tutto filava a meraviglia. Facendosi più sicura e dialettica a mano a mano che parlava, sempre rispettosamente civile ma velatamente aggressiva, la ragazza le aveva fatto capire che s'era parlato di matrimonio. Delusa da tutte le sue maghe e anche dal mago che aveva incontrato dai Pirati della costa, Sonia c'era ricascata con Fabiola, la sua prima stregona, quella che faceva le fatture di legamento con lo sperma. Per un compenso superiore a quello delle sue solite prestazioni, Fabiola s'era offerta di slegare l'uomo dall'agente immobiliare e rilegarlo a lei. «Ti sto aspettando da un secolo» disse Sonia, al volante della sua macchina, una vecchia berlina, enorme, con la vernice verde cupo scrostata in più punti, e un aspetto da nave scuola. «Ma se sono in anticipo di cinque minuti» ribatté Mariarita, salendo. L'auto pare una casa viaggiante. Sembra che Sonia ci faccia di tutto, lì sopra: che ci mangi, legga, dorma, scopi, e si lavi. Lo si capisce dalle cose ammucchiate nel vano portaoggetti, sul sedile posteriore e sotto i sedili: libri, riviste, plaid, latte di birra e di Coca vuote, deodoranti, pacchetti di sigarette, confezioni di sapone liquido, preservativi, salviette, bottiglie, scatole di biscotti, cassette musicali, piatti, posate e bicchieri di plastica.

Sonia viaggia, alla lettera, con tutta se stessa: nervosamente, a scatti, ma con acrobatica disinvoltura. Mariarita le ha sempre invidiato l'abilità nella guida: lei è attanagliata dall'ansia ogni volta che si mette in marcia, a causa della solita mezza dozzina di inevitabili incidenti: il tizio che sorpassa a destra in moto, il tipo che sorpassa mentre stai sorpassando e ti stringe contro la fiancata di un tram, quello che ti taglia la strada sbucando da una via laterale, quell'altro che non ti permette di cambiare corsia quando sei a cinque metri dall'incrocio, ti fa sbagliare strada, e ti ficca in un pantano di sensi unici dal quale non riesci più a ritornare. Sonia incontra anche lei tutti questi tipi, ma non li considera un problema: anzi, non li considera affatto. Guidando, parla continuamente, concentrata in quello che sta dicendo, e intanto sterza e cambia marcia con la stessa naturalezza con cui respira. Anche Stella guida con perizia, ma ha uno stile diverso: ingaggia una lotta con i pirati della strada, e in genere contro tutti gli altri automobilisti. Sonia, invece, non si accorge di loro. Mariarita le invidia un po' anche l'aspetto. Sonia è una donna dotata di una notevole grinta (se non la possedesse, del resto, non potrebbe insegnare latino alle medie superiori e continuare a vivere), grinta che sfoga con autorità in ogni suo gesto, nella voce e nel modo di porgersi. Bionda, i capelli corti spesso fissati con spuma e gel in ciocche ricurve oppure irte, i tratti un po' duri ma gradevoli e gli occhi verdemare, ha un bel corpo palestrato, bicipiti in rilievo. Aria da spot di assorbenti, sì, quelli che si fissano alle mutandine e lasciano libere di correre e saltare anche nei giorni in cui il ciclo mestruale è più abbondante. Indossa volentieri gonne corte che mettono in mostra le gambe muscolose, abbronzate, dai polpacci torniti, oppure pantaloni molto aderenti. Mariarita si domanda spesso come può una simile domatrice di belve essere tanto inerme di fronte a un salumiere e a una banda di maghi: lei, se avesse quell'aspetto da soldatessa, non si renderebbe dipendente da nessun uomo, fosse pure Don

Giovanni, e da nessuna fattucchiera, fosse pure una delle streghe di Macbeth. Ma poi smette di domandarselo, quando comincia a parerle ovvio che una persona forte sia intrisa di debolezze. «C'è una cosa che non capisco» disse cautamente Mariarita. «Non doveva già funzionare lo sperma?» «Fabiola dice che, se c'è di mezzo un'altra donna, quel rito è troppo debole. Occorre invocare l'aiuto di potenze più forti». «Ah». «Lo so cosa pensi. Che Fabiola e tutti gli altri maghi mi stanno prendendo per il culo. È così? Confessa!» «Nooo! No, no, no...». Per un istante, Mariarita si domandò se non le sarebbe convenuto portare Sonia da don Pio. Lui, almeno, lavorava senza compenso. Non avrebbe saputo darle il sollievo immediato di un giro di carte con responso favorevole, ma agendo su di lei in maniera sistematica e costante, con quel metodo scientifico che hanno a volte i religiosi, avrebbe forse potuto procurarle un beneficio più sostanzioso e duraturo. Tanto più che Sonia aveva ancora un feeling con la religione cattolica, e la praticava in modo personalizzato, escludendo la confessione e la partecipazione alla messa, ma pregando Gesù per delle mezz'ore di fila e facendo spesso la comunione. «Tu pensi che i maghi mi sfruttano, mi tirano via soldi, mi spremono e mi danno solo bidoni». «No, te lo assicuro. Non penso nulla. Io leggo gli oroscopi, lo sai. Credo nelle tipologie dei segni zodiacali; mi vergogno di crederci e mi dico che fingo di crederci per gioco, ma la realtà è che se fingo di crederci ci credo. M'incazzo quando denigrano il mio segno, che è la Vergine. Mi deprimo quando Giove transita nel mio segno di opposizione, i Pesci. Mi gratifico quando l'oroscopo della settimana mi predice interessanti opportunità, ottime proposte e una grande affermazione professionale. Perciò vedi che non mi permetterei mai di giudicarti...». Ma Sonia non ascoltava più le proteste di Mariarita. Le stava

già spiegando che lei intendeva non soltanto rilegare il salumiere, ma punirlo facendogli un po' di male. Non voleva ammazzarlo, no, sarebbe troppo, ma giusto che si rompesse una gamba o qualcosa del genere, in modo che soffrisse e la pagasse anche lui. Così lei, Sonia, poteva riprenderselo e curarlo. E sapere sempre dov'è. «Questo comporta anche un certo uso della magia nera». La destinazione di Sonia era una casa di campagna di proprietà dei suoi genitori, nelle vicinanze di Gorla, il paese natale di Emilio Praga. Sonia svoltò per un viottolo non asfaltato abbastanza largo e disseminato di fossi, dove procedette a sobbalzi e scossoni per qualche centinaio di metri; poi fermò la macchina davanti a quello che in gergo immobiliare sarebbe un rustico completamente ristrutturato con giardino e orto. La casa aveva il tetto di tegole sormontato da un'antenna parabolica, la facciata grigia, e uno spazio recintato coltivato a cespugli di ortensie e ingombro di terribili sculture che raffiguravano Biancaneve e i sette nani. Sonia aprì il bagagliaio, ne estrasse una paletta e un grosso involto fasciato in carta da pacchi: la fattura di Fabiola.

Non entrò, e non fece entrare Mariarita, in casa; la condusse invece sul retro. Lì, il cosiddetto orto era di forma rettangolare, grande circa un centinaio di metri quadrati, brullo, con un unico albero, un melo con la chioma curiosamente voltata da una parte, come se fosse cresciuto sotto l'azione di un gigantesco asciugacapelli. Confinava con il muro di recinzione di una brutta villa con tende da sole blu, che somigliava a una pensione familiare di Rimini. Sonia depose il suo involto ai piedi dell'albero e porse a Mariarita la paletta. «Scava» le disse. «Perché devo scavare io?»

«Sei venuta per assistermi, o no? Altrimenti, lo avrei fatto da sola, scusa». Imprecando mentalmente, Mariarita si inginocchiò e piantò di traverso la paletta nella terra arida, priva d'erba, che si sbriciolava: rifiutarsi di scavare sarebbe stato più faticoso. Scavò fino a intaccare appena la superficie, poi Sonia, sentendosi forse in colpa, cominciò ad aiutarla con un calzascarpe che aveva estratto dalla borsa. Quando ebbero scavato una fossa grande all'incirca quanto le dimensioni del pacco, Mariarita aveva le mani sudice, le unghie rovinate e un piccolo graffio su una nocca (se le venisse il tetano?). Sonia scartò la fattura di Fabiola: consisteva in un vaso da fiori di terracotta colmo di terra scura, morbida e friabile. Mariarita sgranò gli occhi. «Mi hai fatto scavare una buca nel terreno per collocarvi un vaso di fiori?» chiese, deliziata da quell'assurdità. Sonia non colse né l'assurdità, né il tono di ironica meraviglia nella voce dell'amica. «Bisogna seppellirlo, altrimenti la magia non riesce» disse, seria. «Cosa c'è dentro?» Sonia si morse un labbro, arrossì. «Mi vergogno a dirlo». Risultò che il vaso conteneva una foto del traditore trafitta da uno spillone insieme a un fegato di pollo, e il telefonino cellulare che Sonia non gli aveva più restituito, in quanto unico oggetto di proprietà di lui sul quale fosse riuscita a mettere le mani. «Pensa se si mette a suonare sottoterra» disse Mariarita. «Suona la marcia dell'Aida». Scoppiarono in una risata complice, irrefrenabile. Sonia, seduta per terra con le spalle appoggiate al tronco del melo, rideva senza potersi trattenere, le mani strette sullo stomaco. Mariarita rideva meno, senza quell'isteria un po' malata dell'altra, ma pur sempre di gusto. A un certo punto Sonia smise di ridere di colpo, come un pupazzo quando gli si esaurisce la corda, e

guardò l'amica con una curiosa espressione fissa, quasi spaventata, come di una persona che si guarda allo specchio credendosi bellissima e si trova invece brutta. «Che hai?» chiese Mariarita. «Niente... mi... mi sto guardando come devi vedermi tu: una scema». «lo non...». «Sì, sì, sì, una povera scema. Caso disperato, inguaribile» la voce di Sonia stava salendo di tono, facendosi sempre più acuta, fino a spezzarsi in una serie di singhiozzi convulsi. «Una stronza, una povera stronza, stronza, stronza, stronza!» Sonia scoppiò in un pianto a dirotto. Mariarita l'abbracciò e la cullò come una neonata, mentre, piangendo contro la sua spalla e impiastrandole di mascara la maglietta nuova, ripeteva in un lungo lamento: «Strooonza... strooonza... strooonza...». «Dài» disse Mariarita «ricopriamo questa buca. Dopo aver iniziato una fatica, bisogna finirla. Altrimenti, è per niente». Mariarita rientrò a casa tardi: quando a Sonia prendevano questi momenti di autodenigrazione, rievocava tutti i suoi fallimenti passati, dalla prima comunione con la pioggia passando per il precedente matrimonio e divorzio, fino al bilancio generale in passivo di una vita mal spesa. E già, per ascoltarla, passava una mezz'ora. Poi crollava come le azioni di una società scalata, e allora era dura farle risalire la china: bisognava abbracciarla, accarezzarla, tenerle la mano, coccolarla, assicurarle che lei era una donna in gamba, che doveva stimarsi e volersi bene, e prima o poi (meglio prima) avrebbe trovato un uomo in grado di apprezzarla e amarla. Era un vero e proprio lavoro pesante quello che Mariarita doveva fare per Sonia, e spesso ne usciva domandandosi: ma chi lo fa, per me? Le dava comunque una specie di dolceamara soddisfazione l'idea di essere utile a qualcuno, o forse di avere un po' di ascendente su qualcuno. Quella sera, Mariarita era talmente addolcita per essere stata una buona amica, e talmente di buonumore perché la giornata era stata luminosa e calda, e perché era in vacanza, che

proiettò la sua felicità nell'immediato futuro: si sarebbe proprio divertita, sarebbe stata una nottata magica, forse l'aggancio decisivo per una catena di eventi a venire, come si legge negli oroscopi: "Una nuova conoscenza si rivelerà importante per la vostra vita". Una nuova conoscenza? Ma una nuova conoscenza è un uomo. Per prima cosa, Mariarita controllò la segreteria telefonica. C'era un messaggio della detective: «Sono Stella, ti richiamo». La nostra eroina si riscaldò nel microonde un surgelato, un risotto di mare, e mangiò trasognata bevendo birra e godendosi l'aria carica di soave umidità del crepuscolo che, entrando dalla finestra aperta sul retro, le richiamava alla memoria gli arrivi d'estate della sua infanzia. Sul davanzale, le gatte spiavano in basso: forse l'andirivieni di automezzi della ditta trasporti, o qualche piccione. Dopo una fetta di torta saint-honoré, la sua preferita, e l'ultimo caffè della giornata, Mariarita rimise in ordine la cucina, pulì le lettiere delle gatte, e servì loro la cena, bocconcini di manzo e coniglio. «Adesso siete sistemate fino a domani» disse. «Non rompetemi più le palle». Dopodiché, si dedicò interamente al rito di preparazione per la discoteca. Si depilò completamente con la crema che ritarda la crescita dei peli e schiarisce quelli che si ostinano a ricrescere, fece una doccia con il nuovo docciaschiuma al miele, un peeling dolce viso e corpo per eliminare le cellule morte, una maschera di bellezza alla fragola; si lavò i capelli con lo shampoo + balsamo alle erbe, si asciugò, si spruzzò il deodorante sette giorni senza odori, si spalmò la crema da corpo agli olii essenziali (quali olii? non lo scrivono neppure sulla confezione), la crema idratante viso alle ceramidi (cosa sono le ceramidi?) e vitamina E. Asciugò i capelli con il phon e la spazzola rotonda, arrotolando le ciocche; nuda sul letto, con calma (quello era un momento da dedicare a se stessa, o no?) limò le unghie rovinate dallo scavo della buca e le ridipinse di smalto perlato blu elettrico.

Dipinse anche le unghie dei piedi dello stesso colore. Poi, sempre nuda, tornò in bagno per un momento particolarmente delicato della cerimonia: doveva applicarsi sulla pelle un tatuaggio lavabile (le avevano garantito che sarebbe durato almeno fino alla fine dell'estate) e non poteva permettersi di sbagliare collocazione, o di ritrovarselo mezzo cancellato o sbavato. No, no, doveva uscir fuori nitido e uniforme. L'operazione riuscì alla perfezione, e Mariarita lo interpretò come un ulteriore segno di buon augurio; il tatuaggio aveva la forma di un piccolo aspide nero e verde dalla lingua rossa, che le strisciava sul petto in direzione del seno sinistro. Quando fosse stata vestita, il serpente sul punto di introdursi sotto il tessuto per morderla sarebbe risultato indicibilmente seduttivo, una vera calamita erotica. Mariarita indossò un body nero velato, poi passò alla vestizione. Aveva deciso fin dal mattino quale abito indossare, un tubino nero con le spalline incrociate sulla schiena, ma all'ultimo momento cambiò idea (quello era il bello, riservarsi la possibilità di cambiare idea), e scelse un paio di pantaloni in linea con il tatuaggio, di finta pelle di serpente, in toni di bianco, nero e grigio, scampanati alla moda degli anni settanta, un paio di sandali neri dal tacco a spillo di metallo affilato come un pugnale, e un top laminato verde, a scaglie. Di nuovo in bagno, di nuovo allo specchio, osò l'inosabile (ma non ci sono limiti all'inosabile), e si tinse con lo spray azzurro non una sola ciocca di capelli, ma tutta la chioma. Era il momento del trucco: fondo tinta effetto satinante, ombretto dorato, eye-liner per ingrandire e allungare gli occhi, rossetto color prugna forte e deciso, molto mascara. Sul viso, sulle spalle e sul decolleté Mariarita applicò il gel effetto lucidante e brillantante, a riflessi azzurro e oro. Andò ad ammirarsi allo specchio intero in camera da letto, ed esplose in un risolino malizioso: sì, era eccessiva, stravagante, comica, in fondo normalissima, e si piaceva. Così azzurra, verde, dorata, laminata, serpentiforme, sembrava un incrocio

imbastardito fra la sirena della Disney, un pitone che sta per cambiare pelle, la Fata turchina e una cubista da locale notturno. Non c'è male. O il destino non mi manda qualcuno questa notte, o mai! "Una nuova conoscenza si rivelerà importante per la vostra vita." Già, ma una nuova conoscenza è un uomo. Avrebbe incontrato un uomo, in discoteca? Mariarita preferiva non immaginare il suo uomo ideale, non dargli un volto, un corpo e una mente; le piaceva credere che, quando le congiunzioni astrali glielo avessero portato, lei lo avrebbe riconosciuto: che è poi il modo più sofisticato di idealizzarlo. Le piaceva pensarlo con il linguaggio allusivo e carico di promesse degli oroscopi: "Vivrete momenti di incantesimo e passione. Scoprirete che una persona non ha fatto che pensare a voi. Qualcuno vi sorprenderà".

Mentre scendeva in garage, Mariarita ripensava a tutti gli uomini della sua vita. Cioè, quelli ai quali deve le sue attuali opinioni sull'amore. Il primo amore non si scorda mai: nel caso suo, è stato un bambino, compagno di scuola alle elementari, che le ha rubato il suo pastello giallo preferito, quello con cui faceva i raggi di sole: dall'esperienza, è nata un'altra delle sue celebri frasi autoironiche: «Ho amato alla follia un uomo che mi ha fatto del male. Tipico masochismo femminile». Anche il secondo amore non si scorda mai, se non altro perché, dopo la fregatura del primo, è una specie di verifica per vedere se le cose poi vanno meglio, A quindici anni, in vacanza in Piemonte, Mariarita ha conosciuto un dodicenne biondo, carino, delicato, che viveva in uno storico castello del Monferrato. Lo ha abbordato (lei ha sempre abbordato i maschi) e amato, faceva tanto Piccolo lord. La passione è finita con il ritorno a scuola, e con l'apprendimento della verità: lui era solo il figlio dei custodi del maniero, non il castellano. Il terzo amore è stato davvero indimenticabile, ma per ra-

gioni di vergogna politica: lui apparteneva a un gruppetto di estrema destra. Lo ha conosciuto a diciassette anni a una festa di compleanno, e dopo averlo ascoltato per un paio d'ore s'è convinta che la pensavano nello stesso modo, sulla vita, sui sentimenti, sulla coppia, sull'educazione dei figli eccetera: mai aveva osato sperare in un'identità di vedute. Poi, lo ha visto a una manifestazione di piazza con un cartello che recitava: VIA I NERI! Troppo traumatizzata per aver raggiunto l'identità di vedute con un fascista, Mariarita non si è più azzardata a innamorarsi per alcuni anni, e così ha perso la verginità molto tardi, intorno ai ventidue anni. È accaduto al lido di Venezia, sotto una tenda in cui era accampata con amici per seguire la mostra del cinema, e lui era un cinefilo sfegatato e matto, di quelli che sanno anche di che colore era il cane pezzato bianco e marrone dei fratelli Lumière, e quante volte al giorno andava al cesso Orson Welles. È stata un'esperienza più fastidiosa che dolorosa, che l'ha vista più curiosa e ironica che partecipe. Avrebbe potuto dire, come un'eroina di Stendhal: "è questo che i preti si affannano tanto a proibire?". Con il cinefilo, erano tuttora amici. Poi, c'è stata una storia di un paio di mesi con un buddista intenzionato a convertirla; lei ha tagliato perché non si vedeva proprio a recitare ogni giorno Nam m'yo renge kyo. Anche con il buddista il sesso non è stato molto coinvolgente, forse perché lei non era ancora molto esperta, o forse perché i buddisti lo fanno troppo insipido. Il vero orgasmo reichiano, quello che fino ad allora le era sembrato solo una leggenda, lo ha provato con un collega di università. Lui era una superstar dei circoli universitari, e aveva scritto un testo teatrale messo in scena dalla compagnia dell'Ateneo. Perverso polimorfo, voleva «viversi le pulsioni che provava per altre persone», aveva un'altra amante principale, tre secondarie, un amore platonico con una cugina, un ragazzo, un architetto eterosessuale che aveva sedotto, e diverse altre faccende di una notte, un paio di giorni, o una settimana. Per

Mariarita, che credeva di essere una libertaria ma si è scoperta di colpo gelosa come cinquanta Otelli, è stato un inferno di strazi, crisi, recriminazioni, follie, pianti, tormenti. Lui non modificava in nulla e per nulla il suo stile di vita, scrollava la testa e si lamentava amaramente che «in questa società, non è possibile essere veramente liberi, si scatenano sempre stressanti dinamiche di gelosia». Mariarita ci ha messo tre anni (un periodo oscuro, nel quale non riusciva a trovare lavoro) per riuscire a chiudere la storia. Lo ha rivisto di recente, e non ha provato più nulla: lo ha trovato provinciale e noioso. E con lui fanno sei. Il numero sette, non conta molto: c'è stato solo durante l'ultimo periodo di regno del numero sei, e solo per bilanciare (e in qualche modo compensare) il polimorfismo sessuale di lui. Si trattava di un docente di filosofia morale di sessant'anni: un attacco di gerontofilia, uno scivolamento verso lo stereotipo dell'amante anziano esperto, generoso e conoscitore del corpo della donna. Ricordandolo, non le pare di aver avuto un'esperienza sessuale, ma di aver piuttosto ascoltato una lezione. Poi, tempo dopo, molto tempo dopo (ce n'era voluta, a disintossicarsi dal perverso polimorfo) è stato il turno di un operatore ecologico e scrittore di fantascienza. All'epoca in cui stavano insieme, lui scriveva un romanzo su un alieno che atterra con una nave spaziale in Transilvania, non riesce a ripartire, scopre che sul nostro pianeta può nutrirsi solo di sangue, e dà così origine alla stirpe dei Dracula. Non scriveva molto bene, e scopava peggio. Mariarita aveva sperato che scopasse come un essere di un altro mondo. Scopava piuttosto come uno spazzino. (Penosa: Mariarita lo sa, e dopo averla presa in considerazione per il suo florilegio di frasi autoironiche, l'ha scartata.) Infine, arriva l'era del fidanzato, quello che è stata a un pelo dallo sposare. Mariarita a tutt'oggi non sa perché non si sono sposati, dal momento che, se una coppia sta perennemente in equilibrio su una palla insaponata, loro avevano trovato il punto esatto in cui ci si illude di essere fermi. Lui era il tipo di per-

sona a cui dire: «Mi sembra di conoscerti da sempre, sto bene con te». Quattro anni di amicizia amorosa, di ironia, di complicità. Un'intesa sessuale da dieci e lode, fondata sulle fantasie erotiche: tutti e due se le confessavano, le accettavano, e poi le introducevano nei loro rapporti, talvolta le recitavano. E allora, perché è finita? La cosa è inspiegabile. Non c'era stato nessun dramma, nessun evento che potesse condurre a una rottura. E nessuno dei due aveva mai accusato stanchezza, né delusione; nessuno si era innamorato di qualcun altro. È finita, e basta. Tutta la faccenda si è esaurita da un attimo all'altro, un attimo impercettibile che ha cambiato il corso delle loro vite. E perché, dopo che è finita, lei non ricorda quasi nulla, come se invece di aver trascorso quattro buoni anni con l'amato, avesse assistito al massacro di tutta la sua famiglia, e dovesse rimuoverne il ricordo? Perché, per descrivere quel rapporto, non le restano che una collezione di frasi fatte? Ironia, complicità, intesa sessuale, rispetto reciproco... Quando lo descrive così, suona sempre più falso, come se parlasse di un rapporto idealizzato letto in un romanzo, e non di un'esperienza di vita. Erano esistite davvero, l'ironia, l'intesa e tutto il resto? O forse, mentre vivevano, si comportavano come se stessero impersonando i protagonisti di un film mentale? Mariarita penserebbe di aver sognato tutto, se non fosse per l'eredità di lui. Il fidanzato è andato ad aprire un chiosco di bibite in Thailandia, lasciandole, come sappiamo, la casa, le gatte e l'uomo politico. Il benservito e gli alimenti di un matrimonio virtuale che si è consumato tutto in una dimensione parallela. Il decimo e l'undicesimo non sono state vere storie, ma esperimenti. La nostra eroina era intellettualmente affascinata dall'idea di prendere un uomo, usarlo sessualmente, e poi gettarlo. A onore di Mariarita, bisogna dire però che li ha gettati onestamente, avvertendoli in anticipo, con molta grazia, e anche un po' di tenerezza e rimpianto. Li ha scelti, naturalmente, per la bellezza. Uno è il redattore di una rivista a cui ha collaborato per un

po': voleva vedere che cosa succede quando un uomo che solitamente usa e getta le donne viene usato e gettato. Quello che è successo, è stato davvero sorprendente: lui è diventato suo amico. Si sentono al telefono regolarmente e qualche volta vanno a cena fuori. L'altro, è stato veramente l'avventura di una sera: un ragazzo di diciannove anni incontrato in discoteca, che ci sapeva fare con le mani e la bocca. Mariarita è andata a casa sua, e il mattino dopo se l'è filata raccogliendo i suoi abiti e lasciandolo addormentato; si è dileguata nella prima luce dell'alba, guardandosi e sentendosi come in un film. Il sesso così, senza attese di miracoli destinati a durare tutta la vita, senza ipotesi di sentimenti, è stato strambo e un po' pazzo, nel senso di divertente, di una giocosità da bambini, immaginario, un po' malinconico. Decisamente, le due migliori scopate della sua vita. Undici uomini. Undici uomini, è un numero ridicolo. Bisognerebbe averne avuti cento, mille, oppure un unico grande amore, come quello di Abelardo ed Eloisa. Undici uomini in quindici anni circa di vita sessuale attiva, intervallati da lunghi periodi di castità. Decisamente deprimente. E anche patetico. Non si può andare in giro a dire di aver avuto undici uomini: sembra l'inizio di una filastrocca infantile.

La macchina di Mariarita è una FIAT Ritmo, che ha acquistato anni prima, quando nei paesi di lingua anglosassone avevano cambiato nome a quel modello di auto perché rhythm si legge a doppio senso, e richiama l'idea delle mestruazioni. Proprio per questa ragione l'ha voluta, e non sarebbe il caso di sottolinearlo, dal momento che abbiamo già avuto fin troppe dimostrazioni del suo spiritello perverso. Se lo portiamo all'attenzione del lettore, è solo per divertirlo: il possesso di una FIAT Ritmo le fornisce l'occasione per poter offrire agli amici un passaggio sul suo ciclo mestruale. Come nuova (la usa molto

P373.jpg raramente), tirata a lucido, color grigio metallizzato, abbiamo visto che la venderebbe volentieri, se non avesse poi il problema di come raggiungere le discoteche dell'hinterland. Mariarita salì in macchina, inserì la chiavetta d'accensione agganciata a un portachiavi d'argento a forma di due orsetti abbracciati, dono dell'ex fidanzato. Eseguì la retromarcia, partì. La sbarra del garage condominiale si alzò automaticamente per lasciarla passare: e via, fuori, nella notte un po' profumata e un po' fetente di Milano, nel flusso che si riversa fuori dalla città (eversivo?) verso i luoghi dove si cerca il paradiso perduto (leggi: amore, sesso, novità, mistero, folgorazione, avventura, sballo eccetera). La discoteca sorge nell'hinterland orientale, in una zona di aziende agricole dove tempo prima una banda di stupratori motorizzati andava a caccia di donne che viaggiavano in auto sole; le vittime venivano terrorizzate, speronate, spinte fuori strada e aggredite. Somiglia vagamente alla basilica di San Pietro trasformata in ipermercatone: bianca, a pianta rettangolare, sormontata da due cupole, ha due lunghi colonnati che si aprono ai lati come ali, e delimitano l'area di parcheggio. L'insegna è color blu elettrico e rossa, come fosse stata inondata di sangue che avesse cominciato a colare, e le lettere sono disuguali, così:

Il nome richiama il titolo sia di una serie thriller paranormale sia di una canzone (tutt'e due di successo), e chi l'ha scelto ha sperato di far nascere in chi entra l'illusione di vivere in una nuova era. Sulla facciata, si apre un'enorme finestra in vetrocemento che offre la visione dei corpi danzanti e turbinanti; la musica non viene sparata all'esterno, la si percepisce lontana, sorda, ovattata, come se venisse da un labirinto di cunicoli.

P375.jpg Tutto intorno la campagna abbandonata e solitaria, buia con poche luci isolate e lontane. Mariarita la frequenta da quasi un anno, e l'ama perché le fa paura: non perché i paraggi siano pericolosi (e lo sono: la banda di stupratori è stata arrestata, ma una banda di albanesi rapina villette la notte, ammazzandone tranquillamente gli inquilini): il timore che provoca in lei è soprattutto eccitazione mista ad angoscia, come quella che si prova inchiodati alla poltrona di un cinema, ma più intensa, perché vissuta. È l'infrazione alle regole, la perdita del controllo, l'inoltrarsi in un territorio sconosciuto, dove i mostri e l'amore possono essere in agguato. È uno sgomento così dolce, che se ne vorrebbe di più. Insomma, suspense.

Percorsa la lunga galleria fiancheggiata da colonne, esibito il tesserino di socia, che riportava il nome del locale e un logo che rappresentava un'eclissi di sole, più o meno così:

Mariarita salì una lunga e dritta scala in marmo bianco con la balaustra dorata, tipo scala per il paradiso, giunse al piano rialzato, scese cinque gradini, e si tuffò nel magma della musica, del movimento, dei colori e delle forme. Una sola enorme pista, che si apre da un lato in una lunga parete-finestra: all'esterno, vetrina, all'interno, apertura su un orizzonte esteso che, al termine della notte, si può veder rischiarato dalla prima luce dell'alba. Ai lati, contorte scalette che conducono in separé e palchi sopraelevati, come a teatro. Il Millennium non ha, come altre discoteche, il globo luminoso sfaccettato, ma l'ologramma di un grande sole che, a intervalli di una ventina di minuti, viene eclissato da una luna e trasformato in un disco nero con una corona abbacinante, e getta sulle anime danzanti una luce di

purgatorio. Disseminate per la sala, alte piattaforme per le esibizioni delle cubiste, dei travestiti, delle pornostar che organizzano performance dal vivo. Il sabato, il locale è per gli amanti degli spettacoli porno, i sadomaso e le coppie di scambisti, la domenica per i ragazzini, il lunedì e il martedì riposo, il mercoledì per il pubblico regolare, il giovedì per omosessuali e lesbiche. Ma il venerdì, grazie a Dio, è per le donne single, e sui cubi si scatenano gli spogliarellisti. Mariarita li conosceva tatti, con le loro maschere e specializzazioni erotiche: il ragazzo della porta accanto, il coatto, Rudy Valentino, il marchettaro, l'ambiguo, il vampiro. Quella sera, non erano previste esibizioni di spogliarellisti; il programma era diverso, più sfizioso, più intrigante. Si sarebbe tenuta, dicevano i manifesti apparsi per tutta Milano, un'asta degli schiavi. Alcuni bellissimi ragazzi, scelti appositamente attraverso accurate selezioni e provini, sarebbero stati messi in vendita alle habitué del Millennium, che avrebbero potuto contenderseli e comprarli: un gioco, con denaro virtuale e schiavitù virtuale. Mariarita non si sentiva molto propensa a comprarsi uno schiavo, ma provava una certa curiosità per lo spettacolo. Si guardò intorno: il locale era pieno di donne di tutte le età: belle, brutte, alte, basse, grasse, magre, naturali, rifatte, vestite, seminude, tatuate, ingioiellate, assatanate; con chiome tinte, spacchi, scollature, strappi, pizzi; tessuti lucidi, trasparenti, aderenti, velati; calze setificate, a rete, a fiori; colori chiassosi o quasi assenti, collane, anelli, bracciali, cavigliere, tacchi di tutte le altezze, alcuni di metallo acuminato come quelli di Mariarita (a lei sono piaciuti perché in un film li ha visti usare come arma impropria), e quant'altro di visibile e anche invisibile che compone l'immagine della donna. Gli uomini erano pochi, perlopiù mariti o amanti di vecchia data, pallidi, chiusi nei loro atteggiamenti di acida tolleranza, oppure fidanzati stupiti, spaesati, o amici che ostentavano un

atteggiamento libertario e complice, e ridevano troppo, gesticolavano troppo. Mariarita cominciò a fendere le onde di quel mare di braccia, gambe e ritmo, si diresse ballicchiando verso il bar, ordinò un margarita. Cominciava a sentirsi euforica, più sciolta: meno se stessa, perciò più libera. Non era un rimedio alla solitudine che cercava in discoteca (quello, si aspettava di trovarlo nei rapporti privati, intimi), ma al contrario una specie di indifferenziata comunione con gli altri attraverso la confusione, la libertà dall'io e dall'obbligo della comunicazione. Andò in pista e ballò ininterrottamente per una mezz'ora, per scaldarsi, bevve un altro margarita, leccando il sale dall'orlo del bicchiere e gustandolo insieme al sapore della tequila, prese un terzo margarita. Si sentiva in uno stato di adorabile rincoglionimento, la musica le batteva nelle tempie svuotandole il cervello; insieme agli stimoli visivi la gonfiava di un'eccitazione che urgeva di liberarsi attraverso il ballo. Stese le braccia come se adorasse il sole eclissato, girò su se stessa, scosse i capelli, saltò, piroettò, si scatenò. Doveva essere quella, la libertà: essere con gli altri, unita agli altri, ma sconosciuta, e senza conoscere nessuno. Dal momento che nessuno più la sorvegliava, aveva voglia di fare qualche stronzata, senza doversi sorvegliare. Invitò a ballare un uomo, un tipo piccolo e stempiato, scialbo, che quasi rovesciò il tavolino alzandosi, lusingatissimo di essere stato scelto. Gli ballò intorno tutto il tempo, mentre lui non faceva che girarsi e voltarsi dalla sua parte per chiederle come si chiamasse, dove abitasse, che lavoro facesse, se le piacevano la musica e il ballo, se veniva spesso in quel locale. Non le staccava gli occhi dal serpente tatuato, era sudato e si leccava continuamente il labbro superiore. Le disse con una faccia tra l'arrapato e il disgustato quanto fosse squallido e deludente e un po' triste che le donne si abbassassero a comportarsi come maschi, organizzando e partecipando a un infame mercato di uomini oggetto come l'asta degli schiavi.

Poi invitò a ballare un altro uomo, più attraente, quasi caruccio, forse troppo magro, con i lineamenti troppo appuntiti. Doveva essere un amico di qualcuna, e non era privo di senso dell'umorismo: scherzò sul serpente tatuato, la chiamò Cleopatra e le disse che, quando l'aspide le fosse arrivato al capezzolo, l'avrebbe morsa. Le disse con una faccia da strafatto (aveva preso l'ecstasy?) quanto fosse sdrammatizzante e liberatoria anche per gli uomini questa trovata dell'asta degli schiavi, perché le donne conducono sempre il gioco in modo simpatico e ironico, non pesante e volgare come i maschi. Lei rise in faccia a tutti e due. Cominciava a divertirsi proprio come piaceva a lei, e la serata era solo all'inizio. Un faro scese a illuminare il più grande dei cubi sulla pista, la musica sfumò, il pubblico si radunò a semicerchio come per un comizio politico, e quattro ragazzi vestiti in jeans e canotte bianche entrarono portando trionfalmente sulle spalle un animatore nero, pettinato stile afro, che sorrideva e mandava baci. Tutta la discoteca esplose in un unico grido e applauso e fischio: il boato avrebbe potuto provocare quell'effetto che, nei fumetti, viene rappresentato come un edificio scoperchiato. Il clamore si calmò quando l'animatore venne deposto sul cubo e fece un gesto, come un direttore d'orchestra che comanda un pianissimo ai suoi strumenti. Indossava calzoni dorati aderenti e una camicia dorata con frange aperta sul petto lucido color ebano, e si muoveva come una serpe. Con un forte accento nigeriano, disse che era felice di trovarsi lì, davanti a tante bellissime donne (Belisime done, pronunciò), che i loro occhi erano come stelle e i loro visi come fiori, che ogni donna era una regina ed erano meravigliose, insomma. Tutte. Tutte quante. Proprio tutte quante. Quella sera, lui aveva organizzato per loro una tratta di bianchi, tutti schiavi beli, sani, forti, di prima qualità. Potevano farne tutto ciò che volevano. «Volete vederli?» «Sììììììì!» rispose un coro di voci femminili.

«Volete comprarli?» «Sìììììììììììì!» L'animatore fece schioccare le dita, e al suono di una musica da film mitologico anni sessanta (somigliava vagamente agli squilli di tromba che precedono la scena delle bighe di Ben Hur), i soliti quattro ragazzi portarono in scena, all'altezza del cubo, una gabbia di legno di quelle che servivano per il trasporto degli animali feroci nelle savane. Ne uscì un ragazzo atletico, tipo culturista, vestito soltanto di una foglia di fico. Il suo viso era quasi nascosto da una barbona finta e da una parrucca di capelli lunghi e crespi, irsuti. Teneva le gambe arcuate, imitava l'andatura di un pitecantropo, sporgeva le labbra in fuori in smorfie scimmiesche e si grattava la testa. All'animatore, fu consegnata una nodosa clava primitiva. «Modelo dele caverne» disse. Lo schiavo non era molto intelligente, ma d'altra parte uno schiavo deve lavorare, non pensare. Lo si poteva istruire a fare quello che sanno fare le scimmie, e forse qualcosina in più. Era un tantino selvatico, ma lo si poteva rendere più mansueto appioppandogli una randellata sul cranio, anche spesso, tanto lo aveva duro. Prezzo base: centomila dollari. «Centodiecimila!» gridò una ragazza molto giovane, bruna e ricciuta, tipo mediterraneo. «Centoventi!» rilanciò una che avrebbe potuto essere sua madre. «Brava, signora. Chi ofre centotrenta?» Il cavernicolo fu venduto per trecentomila dollari. I dollari non esistevano, come del resto non esisteva la schiavitù (non il quel contesto, almeno), ma le donne dovevano giocare molto seriamente, cioè fare un'offerta solo se si fossero sentite veramente disposte, possedendo quella somma, a spenderla per comprare l'articolo in vendita. La padrona del cavernicolo lo randellò e lo condusse via. «Uh!» disse lui. Lo schiavo successivo, sempre condotto in una gabbia, era

un ragazzo forse straniero, dai tratti vagamenti asiatici, gli zigomi alti, gli occhi a mandorla, il cranio raso. Agile come un felino, indossava un perizoma leopardato e un collare faraonico, e reggeva un ventaglio egizio di piume azzurre e gialle. «Modelo dele piramidi. È bravo a fare i masagi». Sapeva fare massaggi di tutti i generi, anche quelli di cui non si può dire. Docile, silenzioso (gli avevano tagliato la lingua), era l'ideale, se una voleva starsene sdraiata su un lettino e farsi sventagliare in una calda giornata d'agosto. Il "modelo dele piramidi" fu venduto per soli duecentomila dollari. Se non aveva la lingua, non valeva di più, disse la compratrice. Poi, fu portato in scena un bell'uomo più vecchio, sulla trentina, fulvo, abbronzato, vestito da gladiatore, con molto cuoio e catene. «Modelo Spartacus». Chi lo comprava doveva avere molto polso, e punirlo spesso, perché aveva un temperamento ribelle. In compenso, era ottimo come schiavo da guardia, capace di stendere rapinatori, scippatori, teppisti metropolitani. Il "modelo Spartacus" ebbe un successo strepitoso, e andò via per cinquecentomila dollari. Mariarita seguiva lo spettacolo deliziata, ridendo come non rideva da anni. Aveva trovato una postazione, su uno dei palchi laterali, che le permetteva di vedere bene tutto quello che accadeva sul cubo, anche se un po' da lontano. Fino ad allora, però, non aveva ancora fatto un'offerta per uno schiavo, troppo ipnotizzata dallo spettacolo per pensare di prendervi parte. Lo fece quando portarono sul palco il modelo camerierina. Era un ragazzo bruno, esile, con lunghi capelli e un viso folletto, che le ricordava il tipo che si era rimorchiato al Millennium e portato a letto. Indossava un grembiulino cameriera e una crestina, e aveva con sé un secchio e uno zolone per pavimenti. da proprio lì da spaz-

«Lui fa tuto» disse l'animatore. «Cucina, lava, pulisce, va al supermarket, fa tuto tuto. E non pagate i contributi all'inps. Lavora in ne-ro!»

Mariarita alzò la mano, ma solo per rilanciare l'offerta precedente: una cameriera era allettante, ma non era il massimo dei suoi desideri. Lasciò che una donna alta con gli occhiali e i capelli corti, l'aria da docente, si portasse via lo schiavo, per quattrocentomila dollari.

Mariarita non pensava che potesse esistere un modello di schiavo in grado di incarnare i suoi desideri, ma dovette ricredersi quando portarono sul cubo il modelo uomo sintetico. Subito pensò a un fiore esotico, un'orchidea umana coltivata nella serra di uno scienziato come Gherardo B***. Snello e flessuoso, completamente nudo a parte una catenella intorno ai fianchi dalla quale pendono frange d'argento che gli copro-no il sesso, porta collari e bracciali pure d'argento. La pelle è dipinta di rosa, interamente coperta di tatuaggi (lavabili come quello di Mariarita), che rappresentano steli, corolle, foglie e pistilli, in toni di verde erba, rosso, azzurro, lilla e viola. Anche il suo volto è dipinto e tatuato con fiori più piccoli, rose, gigli e viole, che gli si intrecciano ai lineamenti come rampicanti, lo mascherano e... sì, lo idealizzano. Difficile vedere il viso reale che si cela dietro quel giardino fiorito: si indovina appena una forma graziosa ma con qualcosa di duro, di pericolosamente sregolato. Gli occhi, molto bistrati, di un colore indefinibile sotto le luci della discoteca, a volte chiari e brillanti e a volte oscuri e fondi, sono sgranati, maniacali. I capelli, dipinti con lo spray rosso, sono lunghi e raccolti in una coda che dà alla sua testa un che di audacemente equino. Un insetto colorato e leggero. Una pianta carnivora. O uno di quegli esseri marini fermi sul fondo, di natura animale e vegetale insieme. «Modelo uomo sintetico. È il ragazo del futuro, done». Fabbricato in laboratorio, quello schiavo era programmato per essere e fare tutto ciò che la padrona desiderasse. Era corredato, per chi non gradisse il look a fiori, di diversi tipi di pelle sintetica. Poteva trasformarsi esternamente e internamente,

modificarsi di volta in volta a seconda dei bisogni e capricci della padrona, anche e soprattutto quelli irragionevoli. Un uomo artificiale, un replicante migliore di un uomo naturale. Era una tentazione troppo forte. Una vera provocazione. Mariarita alzò la mano per offrire centodiecimila dollari. Aveva intenzione di giocare un po', far salire il prezzo, e poi abbandonare lo schiavo a un'altra donna più schiavista di lei. Il prezzo salì a trecentomila dollari, e Mariarita si ritirò dalla competizione. Ma ben presto notò che la cifra continuava a salire: il replicante, a quanto sembrava, non aveva acceso soltanto la sua fantasia. Le donne agitavano le braccia e urlavano come durante una seduta in borsa, l'atmosfera si stava scaldando. L'animatore, eccitato e infuocato anche lui da quel clima rovente, saltava e si contorceva, emettendo grida ora rauche, ora acute, in una specie di falsetto. «Seicentomila dolari! Seicentomila! Done! Chi ofre di più? Done! coragio! Alzate la mano!» «Seicentodiecimila!» gridò una ragazza bionda e robusta, tipo dark. «Seicentoventimila!» rilanciò un'altra ragazza, che non doveva avere più di sedici anni. Il prezzo continuava a salire come il valore quota di un buon fondo azionario: seicentotrenta, seicentocinquanta, seicentosettanta: un record, molto più di quanto erano stati pagati gli altri. Mariarita notò che le compratrici, anche quelle che alzavano più frequentemente la mano, erano giovani, o altrimenti molto più grandi, oltre la quarantina, tipi manageriali, con famiglia e carriera alle spalle. Quasi nessuna della sua età. Di conseguenza, si sentì spinta a far valere le ragioni delle trentacinquenni. Offrì settecentomila dollari, ma la sua offerta fu subito superata. Mariarita scese in pista, cominciò ad avanzare verso il cubo, sgusciando con movimenti laterali sinuosi fra schiene, gomiti, anche. Prese qualche spallata, la restituì, si meritò non poche

occhiatacce. Voleva vedere il modelo uomo sintetico da vicino, trovava interessante l'atteggiamento di lui. A differenza degli altri schiavi, non gestiva, non parlava, non mimava, non ammiccava. Da quando era cominciata l'asta se ne stava perfettamente immobile, la braccia rilasciate, lo sguardo rivolto in avanti a fissare oltre quello che vedeva. Non pareva sdegnoso, o annoiato, e neppure indifferente. Sembrava, semplicemente, assente, o meglio un involucro in attesa di essere riempito dalla personalità della padrona... un corpo senz'anima, pensò Mariarita. L'uomo sintetico doveva aver intuito che questo modo di presentarsi era vincente, era quello che lo rendeva tanto desiderabile. Oh, sì, tanto desiderabile. «Done! Questo schiavo bianco è il più belo! Chi ofre otocentomila polari? Alzate mano!» gridò l'animatore, istrionico. Mariarita era più vicina al cubo, ma la calca in quel punto era densa; le donne premevano le une contro le altre per arrivare a toccare l'uomo sintetico, che rimaneva imperturbabile e vuoto. Mariarita non riusciva a trovare un'apertura per avanzare in quella massa di corpi, unico organo che si contraeva e respirava. Il prezzo era salito a novecentomila dollari, e tutta la discoteca pareva in preda a una crisi di follia. «Novecentomila e uno! Novecentomila e due...». «Novecentodieci!» Spingendo e sgomitando, Mariarita cominciò a forzare il blocco. Fu schiacciata, spintonata, graffiata. Alla fine, si trovò separata dal cubo soltanto da due file serrate di donne. Il replicante era vicino, molto vicino. Glabro, perfettamente dipinto, privo di imperfezioni, levigato, pareva davvero costruito di un materiale sintetico tipo plastica o lattice, ma più sofisticato. Al contatto, doveva essere liscio come seta. Mariarita alzò il braccio per fare un'offerta, ma una vicina, urtandola, glielo fece abbassare. E, in quel momento, successe qualcosa. Il movimento sembrò attirare l'attenzione dello schiavo, che sbatté le palpebre e mise a fuoco Mariarita. Un'ombra di con-

sapevolezza sembrò affiorare nel suo sguardo; la guardò con un sorrisino e un'espressione che le ricordarono Malcolm Mc Dowell in Arancia meccanica. Con un'ultima spinta in avanti, Mariarita alzò la mano e urlò: «Un milione di dollari!». L'uomo sintetico fu venduto alla fine per due milioni di dollari, e non a Mariarita. Lei, spinta indietro, risucchiata verso l'esterno ed espulsa, era andata al bar a chiedere un bicchiere d'acqua: aveva sete, e le veniva anche da ridere. Perché non avesse continuato a offrire fino a comprarsi l'uomo sintetico, non lo sapeva, o meglio lo sapeva anche troppo bene. Non desiderava parlare con quel ragazzo, conoscerlo, e scoprirlo banale: preferiva continuare a sognarlo. L'esperienza si era consumata e conclusa così, in un'offerta caduta nel nulla, in una possibilità, in un incontro mancato. Decisamente, era stata contagiata dal male di Gherardo, ma le pareva che il desiderio interrotto fosse più raffinato e squisito, più nobile. Ballò per un'ora, poi uscì. Per quella sera, si era divertita abbastanza. Percorse uno dei due lunghi colonnati e raggiunse la sua macchina, quasi all'estremità del parcheggio. Aprì la portiera della Ritmo (del ciclo mestruale) e in quel momento qualcosa di scagliato a una velocità e violenza bestiali le arrivò sulla nuca, le vibrò in tutto il corpo, la colpì e schiacciò. Aveva appena fatto in tempo ad avvertire un rumore alle sue spalle, un sospiro lieve, come se non venisse da un essere umano, ma da un'entità irreale. Gli occhi le si chiusero in una vertigine di buio attraversato da lampi. Poi sentì un intenso, stordente profumo di fiori misto a un afrore indefinibile, e due braccia che sostenevano la sua caduta... due braccia, o piuttosto una nuvola. E poi ancora, il niente di un'anestesia simile alla morte.

Un palazzo a Brera Q

uarantotto ore prima, Stella aveva dato il via a una serie di elucubrazioni mentali, movimenti e scoperte che l'avrebbero portata sempre più rischiosamente vicina alla verità e, alla fine, anche a rischiare la vita. Siamo dunque alla sera di mercoledì, negli uffici dell'agenzia Black Jack. Stella aspetta un collaboratore, che è in ritardo, e intanto legge Senso di Camillo Boito, con le spalle alla scrivania e i piedi nudi sul davanzale della finestra. In anticamera, Pa' ricama metodicamente, con compunzione, anzi con un muso lungo un chilometro, una tovaglietta a motivi rossi tondeggianti: non si comprende se siano cuori o fragoloni. Forse non lo comprende neppure la stessa Pa': ha i pensieri altrove, affogati nel pantano dei suoi problemi sentimentali. Non si sa ancora nulla circa la fantomatica malattia del suo uomo sposato; anzi, forse la malattia era davvero fantomatica, perché tramite l'infiltrato alle ASL si è scoperto che lui non ha mai richiesto né eseguito alcun tipo di esame medico. Ha dunque ritirato le analisi cliniche per conto di un'altra persona? Ma questa persona non è la moglie, perché l'infiltrato alle ASL ha verificato anche quest'ultima ipotesi, con esito negativo. Il mistero, dunque, si infittisce. Terminata la novella di Boito, Stella guardò l'orologio: Gennaro, il suo collaboratore, aveva quasi un'ora di ritardo, e questo, decisamente, non era da lui. Gennaro ha sempre ritardato al massimo di cinque, dieci minuti, e sempre scusandosi e imprecando contro gli ingorghi di Milano e la difficoltà di trovare

posteggi. Quasi un'ora, e senza previo avviso telefonico, poteva significare solo che Gennaro era morto, aveva avuto un infarto o un incidente d'auto grave. E Stella era impaziente di vederlo. Non che lo amasse particolarmente in senso erotico, e neppure amicale: si era decisa a rivolgersi a lui unicamente perché era il migliore sulla piazza per il tipo di indagine che aveva in mente. Stella non era riuscita, e non riusciva tuttora, a togliersi dalla mente che il luogo in cui Gherardo Orsi e gli scapigliati avevano incontrato l'anatomista Stefan Blank fosse importante anche nel caso Frankenstein. La sua convinzione era basata sul fatto che tutto era cominciato da lì, e su una frase che amava sempre ripetere suo padre: «Tutto ritorna sempre dove ha avuto inizio». Inoltre, c'era il fatto che il palazzo sembrava scomparso nel nulla, come le stanze dei vecchi alberghi nei film horror, o le stanze di certi thriller, che personaggi drogati e fuori di testa non ricordano di aver abitato. Questa sparizione, questa evanescenza, questa ubiquità nella storia scapigliata e nella storia moderna, non cessavano di tormentarla e ossessionarla. Forse, nel corso degli anni, il palazzo era stato ristrutturato, trasformato. Se il laboratorio del professor Blank esisteva, e lei era sicura che esistesse, il palazzo in cui si trovava doveva essere tuttora di proprietà della famiglia Blanco, si trattasse di Blanco naturali o adottivi. E, se era stato venduto, bisognava appurare a chi. Aveva perciò pensato di avviare un'indagine immobiliare del genere di quelle di cui si occupava l'agenzia, quando ancora si chiamava Spy ed era vivo suo padre. Allora si partiva dalla (o dalle) proprietà immobiliari, e si verificavano le mappe catastali, gli atti di compravendita, le successioni, le eventuali ipoteche eccetera. In questo specifico caso, si partiva dalla famiglia per arrivare alle eventuali proprietà immobiliari. Gennaro le aveva telefonato nel primo pomeriggio per dirle che avrebbe fatto un salto da lei alle otto per comunicarle i risultati dell'indagine, e siccome Gennaro era sempre stato pun-

tuale quasi quanto san Gennaro nel far sciogliere il suo sangue, Stella si domandava come mai non arrivasse. Inquieta, passò nell'ufficio di Pa', vide la sua segretaria intenta a ricamare quelle cose rosse fra il tondo e l'angoloso, aggrottò la fronte, le chiese: «Cosa sono, ciliegie?». Pa' non rispose, non aveva neppure sentito la domanda. «Che cazzo sarà andato a fare lui in quel laboratorio di analisi?» chiese a se stessa, parlando a voce alta. Stella non l'ascoltò, aveva una sua domanda da porsi a voce alta. «Che cazzo fa Gennaro, perché non viene?» «Gennaro ha chiamato un'ora fa. Non può venire. Deve passare dalla tintoria a ritirare la roba per sua moglie». «Gennaro ha telefonato? E perché non me l'hai detto, porcaputtana?» «Non te l'ho detto? Credevo di averlo fatto». «No, vaffanculo. Stai sempre a pensare all'uomo della cioccolata. Ha lasciato altri messaggi?» «Lui? Questo fine settimana non l'ho neppure visto!» «Non il tuo cioccolataio, Gennaro!» «Puoi trovarlo stasera alle undici al bar Ciao». «Merda!» Stella imprecò fra i denti contro la svampitaggine di Pa', le ordinò di chiudere l'ufficio e possibilmente di non dimenticarci dentro il culo, e uscì.

Il bar Ciao è situato in una posizione strategica fra due ricevitorie (scommesse per le corse dei cavalli, superenalotto e totocalcio) e una rivendita di biglietti per lotterie assortite tipo Gratta e vinci. Gennaro, appassionato di giochi d'azzardo gestiti dallo stato, ci passa la maggior parte del suo tempo libero. Il bar è un ritrovo losco e fumoso, dal soffitto basso, perlopiù sporco; di tanto in tanto viene pulito e raschiato con detersivi e deodorato, ma anche in quel caso rimane ricoperto da un'invisibile patina di unto più spirituale che reale. Ha l'aspetto

di un locale periferico anni cinquanta, e siccome ormai tutti i locali periferici anni cinquanta sono stati lussuosamente ristrutturati, il bar Ciao dev'essere così, sicuramente, per calcolo, studio, e voluto pensiero. A Stella il bar Ciao non piace: dalla sua nebbia artificiale di fiati, sigarette, vapori di macchine da bar, emergono brutte facce porcine o volpine che, ogni volta che entra, si volgono verso di lei, fiutandola con i nasi protesi e le bocche rilassate pronte a leccarla, gli occhi appuntiti che la trafiggono nelle zone che più accendono la sensualità. Anche il desiderio maschile, lì, è anni cinquanta: sornione, infido, misto a derisione. Stella entrò alle undici meno cinque, e si ebbe perciò la solita razione di sguardi anni cinquanta. Camminò sul pavimento lercio disseminato di schedine giocate, gettate via e calpestate, pozze di liquidi versati dai bicchieri, segatura, mozziconi di sigaretta. Ordinò un martini e sedette accanto a un flipper, dove un paio di ragazzini sui dodici anni giocavano sparando le palle con il massimo slancio, e sbirciandole di tanto in tanto il seno e le cosce. Gennaro arrivò alle undici e cinque, puntuale come al solito, quasi puntuale, accusando i maledetti ingorghi di Milano e la schifosa impossibilità di trovare un posteggio che non sia a un chilometro di distanza, accidenti anche ai marocchini di merda. Cosa c'entrassero i marocchini con la scarsità dei posteggi, Stella non se lo domandò neppure, perché conosceva il pensiero di Gennaro: in Italia ci sono già un sacco di problemi, la presenza degli immigrati non può che aggravarli, ergo, se non si trova un posteggio è anche colpa dei marocchini. Del resto, gli immigrati già spacciano, rapinano, stuprano, si riuniscono in mafie, e la polizia non fa un cazzo, lo stato non fa un cazzo. Secondo Gennaro, occorrerebbe accusarli di reati pretestuosi per riuscire a sbatterli dentro. Al Capone è stato messo in carcere per evasione fiscale, no? Perché non arrestare allora tutti i clandestini per evasione fiscale: è folle, ma chi se ne frega? Il nostro paese è folle.

Gennaro ha un aspetto simile a quello del suo bar preferito: basso, losco e fumoso, talvolta molto pulito, strigliato e deodorato ma ricoperto da un'invisibile patina di unto che pare più spirituale che reale. Nei modi, è un assurdo etnico: milanese DOC da generazioni, si comporta come un avvocato della 'ndrangheta: lo stesso fare suadente, esageratamente cordiale e invasivo da intortatore di prima grandezza. Per quanto a Stella possa sembrare impossibile, riesce a sembrare simpatico e onesto, e la gente si fida di lui: almeno per le prime due o tre ore: ma poi è già troppo tardi. Lunghi capelli grigi e unti abbinati ad abiti di un'eleganza rétro e anelli alle dita, corpo flaccido, guance cascanti, lungo naso informe, occhiali cerchiati di metallo che non gli occorrono, ma che porta per fare la persona seria. Deve avere... quanti anni? Stella lo ricorda già vecchio quand'era bambina, ma non è cambiato poi di molto. Ha il tipo fisico di Andreotti, che dai cinquanta agli ottanta è rimasto più o meno uguale. Gennaro deve avere attualmente superato di poco la sessantina. Mariarita lo boccerebbe per qualsiasi tipo di spot: troppo brutto e ambiguo. Roger del Fante lo chiamava San Gennaro, ma Stella non ha mai capito che cosa esattamente intendesse suo padre. Forse, che fa miracoli? E quali miracoli? Stella conosce bene tutti i suoi maneggi. Architetto abilitato, ha accesso agli archivi catastali, e sa inoltre come fare per prendere visione di un documento saltando le solite trafile burocratiche. Conosce tutti al catasto, dai dirigenti all'ultimo degli uscieri; ha fatto favori a tutti e tutti gli devono favori. Conosce inoltre metà dei notai di Milano e metà degli operatori in campo immobiliare. Mettendo a frutto l'esperienza che si è fatto con Roger del Fante, è diventato agente immobiliare e si è arricchito comprando case in zone destinate a rivalutarsi a breve-medio termine e rivendendole con ottimi profitti, oppure ristrutturandole, grazie alla complicità di imprese di costruzioni compiacenti, con materiali a basso costo, e rivendendole come immobili di lusso. Gennaro conosce anche tutta una serie di giochetti e trucchi

per speculare sui beni immobili. Una delle sue specialità sono le case dei vecchietti: unendo la sua abilità di investigatore al fiuto per gli affari, scopre appartamenti affittati a vecchi che rappresentano una buona opportunità di investimento; se il vecchietto è abbastanza in cattiva salute, Gennaro aspetta che muoia, e se è in buona o discreta salute, trova il modo di sfrattarlo, per esempio aumentando l'affitto o creando disagi che gli rendano la vita impossibile in quella casa. Un altro affare per cui Gennaro ha un fiuto infallibile è quello delle nude proprietà: quasi tutti quelli che gli vendono la nuda proprietà di una casa (un buon settanta percento), anche in età relativamente giovane, muoiono prima che sia trascorso un anno. Nell'ambiente si è diffusa la voce che Gennaro sia iettatore; in realtà, sceglie i suoi polli con cura, in base al suo intuito, e corrompendo i loro medici curanti per ottenere informazioni sulla loro anamnesi e storia familiare, malattie ereditarie eccetera. Fra le vittime di Gennaro ci sono anche gli eredi sprovveduti e pezzenti che desiderano disfarsi in fretta di case ereditate per realizzare due soldi. Ha una serie di collaboratori che battono Milano e provincia in cerca di persone in queste determinate condizioni; dopodiché, le contatta lui personalmente, le stordisce di chiacchiere, promette di vendere in fretta e senza intascare la percentuale, propone un prezzo inferiore al valore effettivo, e vincola i malcapitati con un contrattino in esclusiva. Lascia trascorrere tre mesi per cucinarli a fuoco lento, dopodiché compra lui stesso, per mezzo di un prestanome, al ventitrenta percento in meno del valore reale. Riesce a speculare anche sulle proposte d'acquisto. Ne ha diverse, e gioca continuamente al rialzo, intascandosi le differenze. Ed è abilissimo nell'indurre un malcapitato a fare un'incauta proposta d'acquisto; dopodiché, quando questi recede dall'affare, si trattiene tutto o parte dell'anticipo versato, inventando spese sostenute, perdite immaginarie, o partecipazioni di inesistenti altri mediatori.

E questi sono solo i meno torbidi dei suoi giochi e intrallazzi: esiste, sicuramente, una vasta parte di attività sommersa: meglio non inoltrarsi in quelle caverne, per timore di trovarvi forse qualche scheletro. Del resto, in questo momento, gli scheletri di Gennaro non ci riguardano. A provocare soprattutto in Stella un moto di repulsione, dicevamo, è quella galanteria d'accatto che Gennaro ama sfoggiare con le donne, tutte le smancerie e allusioni e scherzetti e baciamano e occhiate civettuole di cui la fa oggetto, al punto che, a volte, gli direbbe: se non la pianti di corteggiarmi, ti prendo a calci. Se Gennaro non può fare il galante, o se la donna in questione non è abbastanza bella da valerne la pena, il suo comportamento allora diventa estremamente aggressivo, vittimista e livoroso, e allora è da prendere a calci doppiamente. Ogni volta che vede Stella da quando lei ha compiuto quattordici anni, immancabilmente le dice: «Stella, sei sempre più splendente, mi accechi con il tuo splendore!». E infatti, per non smentirsi, anche quella volta le disse: «Stella, sei sempre più splendente...».. «Lo so, ti acceco con il mio splendore. Come sta tua moglie?» «Ci vediamo tanto poco, e quando possiamo stare un po' insieme, mi parli di mia moglie?» «Non mancare di salutarmela». «Ah, Stella! Quanto mi fai soffrire!» Gennaro prese la mano di Stella e le depose sulle dita (sulla punta delle dita) un bacio leggero, da passerotto, facendo indugiare le labbra molli più a lungo del decente. Speriamo che duri poco, pensò lei. «Allora, mi hai trovato il palazzo scomparso?» «Stellina, perché prima non mi racconti qualcosa di te? Hai un nuovo ragazzo?» «Gennaro, non ho molto tempo» mentì Stella. «Ho un altro appuntamento». «Con il tuo nuovo ragazzo?» «No, con il commercialista».

«A quest'ora?» «I commercialisti lavorano anche la notte. Logico, dal momento che siamo tassati anche la notte». «Così, non hai nessun nuovo ragazzo. Male, male. A quanto mi risulta, non hai avuto nessun ragazzo da quando ti sei separata da quell'idiota del tuo ex marito. Se avessi vent'anni di meno... Io, al posto di quel fotografo del mio culo, sarei rimasto con te e con Roger Secondo. Cos'è che più conta nella vita, cos'è per cui vale la pena lavorare, se non una moglie e un figlio?» Stella gli ricordò che aveva già moglie e figlio, e lui fece un'alzata di spalle, e un gesto come a volersi buttare qualcosa dietro le spalle: la moglie e il figlio che ho sono scadenti, tu e Roger Secondo invece siete di prima qualità. «Allora, Gennaro, il palazzo scomparso?» Gennaro fece una smorfia disgustata, come di sommo disprezzo per la quisquilia che lei gli aveva chiesto. Aprì la sua cartelletta da manager, ne estrasse un fascicolo color verde pisello. «Le case non scompaiono» disse «cambiano proprietario, e cambiano destinazione d'uso. Tutto qui. Ecco il tuo palazzetto». Gennaro batté più volte con l'indice su una planimetria catastale, che recava l'indirizzo: via del Conservatorio 17. Stella prese la mappa, la studiò attentamente, ma non le diceva nulla: nessun lampo di riconoscimento. «II palazzo dovrebbe essere di tre piani, con un portone di legno d'abete, e un rilievo fatto di tralci di vite e grappoli intrecciati. Questo è di quattro piani». «Ha un portoncino blindato; quanto ai grappoli d'uva, non ne so niente. Quello che so è che la vecchia stalla ora è un garage. Ed era di tre piani. Verso il 1930 è stato ricavato un piano in più, sfruttando un'intercapedine fra la rimessa e il primo piano. La casa ha poi subito ulteriori ristrutturazioni, negli anni sessanta e verso la fine degli anni ottanta». «Ah...». Stella riprese a fissare le planimetrie: ora sì, le pareva di ri-

P389.jpg conoscere il luogo, di veder delinearsi sotto le manie architettoniche dei nostri tempi il volto di un vecchio palazzotto dell'Ottocento, che non aveva garage ma una stalla per i cavalli e una rimessa per la carrozza, le stanze padronali al primo piano, e gli alloggi per la servitù sotto il tetto. Se il piano terra non aveva subito ulteriori modifiche, l'ingresso a fianco del garage era rimasto come allora, un "androne dai soffitti a volta", con la scala che conduce ai piani superiori e "tre scalini che conducevano alla porta di un locale seminterrato", dove attualmente c'è la tavernetta, e dove una volta si trovava... Sì, eccolo lì, il laboratorio del professor Blank. Stella sentì un brivido scorrerle giù per la schiena, l'emozione conturbante degli elementi che si inseguono e sovrappongono nel tempo. Quella era la pista giusta, lo sentiva.

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«A chi appartiene la casa?» chiese. «A Raimondo Blanco?» «No. Non è più della famiglia Blank dal 1891. Ha cambiato proprietario diverse volte, da allora. Nella cartellina, troverai le fotocopie degli atti di successione e delle varie volture». «Sì, ma dimmi, intanto...», lo incalzò Stella. «Dunque... Il figlio di Stefan Blank la vendette a un certo Gherardo Corsi, come ti ho detto, nel 1891...». «Gherardo chi?» Stella aveva rovesciato il vasetto che conteneva le noccioline tostate che le avevano portato insieme al martini. «Gherardo Corsi, mi pare...» disse Gennaro con un sorrisetto sornione. «Perché?» «Sei sicuro che non sia Gherardo Orsi?» «Fammi controllare. Hmm... sì, mi ero sbagliato, si tratta di Gherardo Orsi... È importante?» «Decisivo».

«Sul serio? Comunque, per fortuna, è morto. Non sarà mai un mio rivale». «E adesso, di chi è la casa?» «Vediamo... Gherardo Orsi l'ha passata all'unico nipote, Enrico Felisetti...». «Perciò adesso è di Oscar Felisetti, il chirurgo plastico!» «Lo conosci?» «Lo conosce una mia amica. Allora, è di Oscar Felisetti?» «No». «Come... no?» «Oscar Felisetti l'ha venduta, sei anni fa». Stella era perplessa. Quest'ultima novità sconvolgeva una figura geometrica che si era delineata fino ad allora esatta. Un nuovo dato che rappresentava un punto asimmetrico. «L'ha venduta a Raimondo Blanco?» chiese, mordendosi le labbra. «Ci risiamo con Raimondo Blanco. È carino?» «Che ne so! Lo conosce quella mia amica di prima. Ma a te, che te ne frega?» «Me ne frega. Sono contento che sia sempre la tua amica a conoscere tutti gli uomini interessanti». «Insomma, si può sapere di chi cazzo è quella casa adesso?» «Di una signora» disse Gennaro, con un broncio offeso. «Una... donna?» «Si chiama Laura Belfiore. Comunque, non ci abita. Troverai lì il suo indirizzo e numero di telefono». E così, dopotutto, quella non era forse la pista giusta. Stella chinò la testa, le mani intrecciate sul tavolino. Si sentiva come un razzo partito in un tripudio di scintille raggiunto da un getto d'acqua gelata. «Mi dispiace» disse Gennaro. «Certamente avresti preferito il fascinoso Gherardo Corsi». «Orsi». «Orsi. Cos'era, un poeta dell'Ottocento?» «Hai indovinato. Era proprio un poeta dell'Ottocento».

«Ma va'!» «Dico davvero». «Com'era, bello, romantico, impetuoso? Eroico? Andava a cavallo? Scriveva con la penna d'oca? Crepava di fame, di tisi, di consunzione, di parto? Ci hai costruito su un romanzetto stile collana Harmony?» «Hai fatto un buon lavoro, Gennaro. Pa' ti spedirà l'assegno». «Non potrei avere invece un bacio?» «Da Pa'? Dubito che vorrà dartelo». «Da te. Anche se immaginerai di darlo a Gherardo Orsi, per me va bene lo stesso. Sarò comprensivo». Dopo essersi sganciata da Gennaro che insisteva per essere baciato, Stella andò in via del Conservatorio, al numero 17. Scese davanti al palazzo ristrutturato, con la facciata dipinta di un giallino quasi beige... non era di quel colore anche ai tempi di Gherardo? Indubbiamente, chi l'aveva ristrutturata, negli anni ottanta, aveva scelto quella tinta del tutto casualmente, ignorando di ripetere un pezzo di passato. Il quarto piano era una specie di abbaino dai tetti spioventi e dalle finestre a forma di arco a sesto acuto: un gusto tendente un po' al gotico. Al primo piano ricavato, erano state aperte due finestre in linea con le altre della casa. Al posto del portone di legno d'abete, c'era una porta blindata verde scuro, ai lati due grandi vasi di pietra che ospitavano due cipressetti. Non c'erano altri ingressi, a parte la serranda del garage, provvista di un dispositivo di apertura che funzionava con tessera magnetica. Ora che sapeva che la casa era quella, a Stella venne un'idea: scostò le fionde dei cipressetti, e... Sì, eccolo, il "rilievo fatto di tralci di vite, grappoli e cirri intrecciati". Avevano lasciato una parte dell'ornamento originale, da terra fino a un'altezza di un metro circa, e coperto il resto, forse sgretolato e rovinato dalle intemperie. Stella appoggiò le mani al muro. Dall'altra parte, a un passo

da lei, leggermente seminterrata, c'era la stanza in cui Gherardo Orsi era entrato, più di un secolo prima, insieme a Camillo e Arrigo Boito, Igino Tarchetti ed Emilio Praga, e dove aveva visto la gamba di donna che aveva infiammato la sua fantasia, segnato indelebilmente la sua vita. Gherardo era rimasto talmente legato a quell'antica esperienza, che aveva voluto comprare la casa. Certamente, anche nell'Ottocento si facevano investimenti immobiliari: ma nel caso di Gherardo, era diverso. Quella casa, per lui, era un contenitore di sogni e fantasmi, rappresentava la giovinezza, l'era della poesia, della speranza e dell'amore. Quella casa, per lui, doveva essere stata la casa della sua anima. Come oggi sarebbe sicuramente un feticcio per Mariarita. Stella fu tentata di chiamare subito l'amica, per dirle che aveva trovato il luogo degli scapigliati, ma era passata da un pezzo la mezzanotte, e temeva di svegliarla, nel caso fosse già stata addormentata. Tornò a casa, ma prima passò dai Pirati della costa per chiedere ad Adonis di procurarle un appuntamento con Quinto Quinto, per l'indomani. Il giorno seguente, venerdì, si alzò abbastanza presto, troppo presto per telefonare a Mariarita: temeva che dormisse ancora. Passò in ufficio, dove Pa' non era ancora arrivata. Il telefono prese a squillare, ma lei lo ignorò. Sapeva che si trattava del suo cliente, Giovannetti, che la tempestava di telefonate, almeno tre al giorno, che la assillavano, e che Pa' aveva l'incarico di dirottare. Non voleva parlare con Giovannetti, voleva parlare con Laura Belfiore, la proprietaria del luogo degli scapigliati. Sperò di trovarla, ed ebbe fortuna, perché Laura Belfiore rispose al telefono, lei in persona. «Con chi parlo?» le chiese. «Mi chiamo Stella del Fante. Lavoro per le Belle Arti». Fingere di lavorare per il Comune, la Regione, le Belle Arti, è sempre un ottimo metodo per ottenere informazioni su immobili, o all'occorrenza avervi accesso. Se questa Belfiore era in qualche modo collegata a Frankenstein, classificarsi come in-

vestigatrice avrebbe potuto mettere in allarme il maniaco. Se poi Belfiore avesse voluto verificare se davvero Stella lavorava perle Belle Arti, il suo amico Giampiero, che ne era presidente, l'avrebbe confermato. Giampiero voleva frequentare attrici e modelle senza che la moglie gelosissima gli rompesse le palle. Aveva chiesto perciò a Stella di risolvergli il problema. In breve, Stella aveva incontrato casualmente la moglie di Giampiero, aveva fatto in modo che le affidasse il solito incarico di verifica della fedeltà coniugale (l'unico della sua carriera), e convinto la donna che Giampiero era l'uomo più monogamo del mondo. Da quel momento, Giampiero deve un favore a Stella: tradire la moglie senza rotture di coglioni è un bene talmente prezioso, che probabilmente non si sdebiterà mai. Poco prima di addormentarsi, quella sera, Stella aveva elaborato una storiella da raccontare a Laura Belfiore. Le disse che la Regione Lombardia stava organizzando una mostra fotografica sulla Milano risorgimentale: l'idea era di comparare strade, piazze ed edifici com'erano, attraverso le stampe dell'Ottocento, a come sono oggi. Ha niente in contrario se inseriscono fra il vario materiale il suo palazzetto di via del Conservatorio, ben evidenziato in un'antica stampa d'epoca? E se scattano anche qualche foto all'interno, perché il pubblico possa confrontare il modo di vivere l'abitazione attuale con quello del secolo scorso? È stato scelto il suo palazzo perché è uno dei più antichi, uno dei più interessanti. Se lei darà il suo consenso, figurerà nel catalogo della mostra: "è stato possibile per gentile concessione di eccetera". E, nel frattempo, non potrebbe incontrarla, per avere alcune informazioni sulla casa com'è oggi, sulle ristrutturazioni che ha subìto, sulla vivibilità attuale? Quasi nessuno resiste alla prospettiva di leggere il proprio nome stampato da qualche parte, e non fece eccezione neppure Laura Belfiore. Stella poteva passare da lei anche in giornata... No, nel pomeriggio no, e più tardi in mattinata aveva un impegno. E c'era il weekend. O si rimandava alla settimana prossima, o poteva dedicarle una mezz'ora, subito. Stella disse che

sarebbe stata da lei entro mezz'ora. Laura Belfiore viveva in una bella zona della periferia residenziale, in un quartiere non ancora raggiunto dai barbari, preservato accuratamente, con soave rigidezza, da tutte le contaminazioni e le promiscuità dei nostri tempi, il che gli conferiva un aspetto un po' irreale, pulitamente fasullo. Di giorno, con le sue villette dalle geometrie precise, le sue aiuole, i suoi cancelli, le sue siepi ben tagliate, somigliava a un paesaggio da cartoon. La notte, arrivavano le prostitute di tutti i sessi a transitare lungo i viali, a contrattare con i clienti. Puttane, sballati, emarginati e stranieri all'assalto di un cartoon: come a dire interazione fra umani e figure di animazione. I preservativi pieni di sperma restavano fuori dai muretti, dai quali sporgevano fronde di pino odorose di cimitero. Stella si divertì a esaminare e studiare i cartelli appesi alle recinzioni che mettevano in guardia dai cani: alcuni recavano soltanto la scritta ATTENTI AL CANE, altri CAVE CANEM, o ATTENZIONE: CANE FEROCE, altri ancora la raffigurazione di una testa di pastore tedesco, con la lingua penzoloni, e la frase: IO VIVO QUI. La casa di Laura Belfiore, in gergo immobiliare, si sarebbe chiamata splendido appartamento in villa bifamiliare, con box doppio e giardino privato. Una serie di portefinestre si affacciavano sui prati all'inglese, e non mancava il civettuolo gazebo. Non c'erano cani, e di conseguenza neppure cartelli di avvertimento, ma una moto Suzuki era parcheggiata in un vialetto laterale. Stella salì i tre gradini di accesso al portoncino d'ingresso, e suonò. Le aprì una colf olivastra, dalla densa e lucida chioma nera, le movenze pigre, l'aspetto latinoamericano. Forse era originaria dell'Ecuador: negli ultimi tempi lo erano quasi tutte le colf. La ragazza disse a Stella che la signora l'aspettava, e la fece entrare in un ampio salotto pieno di bei quadri d'autore (probabilmentc acquistati per investimento). Vicino alla portafinestra, dalla quale si vedeva il gazebo, c'era un'antica scrivania a

saracinesca e, dall'altro lato, un inginocchiatoio da preghiera sul quale nessuno doveva più inginocchiarsi da decenni. La porta si aprì, Stella si voltò, e si trovò di fronte alla donna che Mariarita aveva visto nell'anticamera di Oscar Felisetti, la signora milanese con il volto e il corpo trasformati dal bisturi del chirurgo.

Anche a Stella, Laura Belfiore sembrò una specie di enorme felino umanizzato, con quegli occhi rialzati verso l'alto dalla blefaroplastica e quelle sopracciglia alate; anche a Stella sembrò un personaggio da fiaba del folklore, una principessa gatto nell'atto di ridiventare umana, o di diventare gatto per effetto di una stregoneria. Comprese subito di avere a che fare con una paziente di Felisetti; il mago della plastica le aveva venduto un nuovo corpo, e poi le aveva venduto anche la casa in via del Conservatorio. Per un istante, le due donne rimasero a guardarsi. Stella giudicò che l'altra dovesse avere un'età fra i cinquanta e i sessanta; trovò sgradevole il suo volto, che le ricordava le maschere indossate dai mostri degli horror per celare le loro orride sembianze. Il sentimento pareva ricambiato. «Si sieda» disse Laura Belfiore, con l'aria di dirle: non starmi fra i piedi. Sedettero l'una di fronte all'altra, e Stella, come Mariarita, notò che Laura Belfiore accavallava le gambe come una miliardaria aveva mostrato in un talk show. La donna indossava un abito di seta accollato, lungo fino al ginocchio, che lasciava scoperte le braccia, e portava molte collane, bracciali e anelli. Le ricordava una tipa che un giorno, in banca, aveva cercato di passarle davanti, insinuandosi fra lei e lo sportello della cassa. «Come le dicevo al telefono, ho poco tempo» disse Belfiore. Parlava con voce secca, annoiata, come se Stella fosse stata una cameriera. E aveva le labbra atteggiate a una specie di raccapriccio nevrotico, come se sentisse costantemente puzzo di

merda. «E io gliene porterò via ancora meno» disse Stella. «Se lei dà il suo consenso a che noi fotografiamo l'interno della sua casa, non rimane che accordarci sul giorno e l'ora». «Poco dopo la sua chiamata ho telefonato al presidente delle Belle Arti. Mi sono messa d'accordo con lui; mi richiamerà, per le foto». «Oh». Così Belfiore, sospettosella, aveva controllato la sua storia, e Giampiero le aveva retto il gioco, come al solito. Ma, nello stesso tempo, con questa faccenda delle foto, le aveva bloccato l'accesso al palazzetto. Non ci voleva. «Tutto a posto, allora» disse Stella, con cordialità un po' forzata. «Nel frattempo, può fornirmi qualche informazione sull'attuale configurazione della casa? Potrei avere, per cortesia, una pianta, che confronteremo con quelle antiche trovate negli archivi del catasto?» Belfiore disse brevemente che non sapeva dove fosse la pianta: insieme all'atto di acquisto, sicuramente, ma lo aveva il suo commercialista. Avrebbe incaricato quest'ultimo di spedirla alle Belle Arti. Quanto all'aspetto attuale della casa, lei non sapeva come fosse prima, l'aveva comprata solo di recente. C'erano il garage, un atrio e una tavernetta al piano terra, una cucina, un salone e un bagno al primo piano, due camere e un altro bagno al terzo. Al terzo piano mansardato era stato ricavato un open space (pronunciò come se non avesse dimestichezza con l'inglese) che serviva come stanza da musica e, occasionalmente, come alloggio per gli ospiti. «La casa è affittata?» chiese Stella. «No. Come le viene in mente che sia affittata?» «Dal momento che lei vive qui...». Stella voleva sapere se la casa era abitata e chi ci viveva, ma aveva mancato il colpo. Solitamente non era goffa, ma quella donna la innervosiva, le ricordava un po' sua suocera, un po' la strega di Biancaneve, e un po' una compagna di scuola che un

giorno le aveva detto: «Perché usi proprio quel fondotinta?». «L'ho comprata per mio figlio» disse Belfiore in tono piatto. «Suo figlio? È lui che guida la moto qui fuori?» Belfiore guardò Stella come se fosse stata una demente. «Sì» disse, gentilmente. Dunque, c'era un figlio. Un uomo giovane, forse di poco oltre i vent'anni, meno di trenta comunque. E la casa era a sua disposizione. Stella provò quella sensazione strana di déjà vu che le capitava ogni volta che si sentiva a una svolta in un'indagine, ogni volta che raggiungeva quel punto preciso da cui, in seguito, si sarebbe sviluppata una soluzione. Era una sensazione molto simile a quando sembra di essere già stati in un luogo, in un'altra vita. O come se il futuro non fosse che un cerchio che torna su se stesso, per ricongiungersi al momento presente. «Suo figlio non abita con lei?» chiese, con la bocca asciutta. «Naturale che abita con me. Ma qualche volta può avere bisogno di spazio. Per invitare gli amici, tirare tardi la notte. Per qualche festicciola. Per portarci le ragazze. Quella casa è il suo refugium peccatorum». Belfiore pronunciò come se non avesse dimestichezza con il latino. «E ora mi scusi, ho da fare». Bene, il colloquio era finito senza che Stella avesse potuto sapere dalla donna tutto quello che desiderava sapere del figlio motorizzato, neppure l'età, neppure il nome. Chiedere di più, avrebbe voluto dire risultare troppo importuna. Scortata alla porta dalla signora e dalla cameriera, tentò ancora una manovrina di aggancio per riportare la conversazione sull'argomento. «Così... per scattare le foto, dovrà essere d'accordo anche suo figlio, dal momento che è lui l'inquilino». Belfiore si strinse nelle spalle. «Cercherò di convincerlo». «Convincerlo? Non ci proibirà di entrare!» «A dire la verità, non permette quasi neppure a me di entrare. È molto geloso della sua privacy. Sa come sono i ragazzi».

«Sì, lo so». Stella lo sapeva davvero. Ma si domandò se lo sapeva la madre di quel ragazzo.

Dopo aver vagato e girato a lungo, Stella riuscì a trovare una cabina telefonica in cui gli elenchi non fossero stati mutilati, o bruciati. Cercò tutti i Belfiore in lista, e trovò Laura Belfiore, che aveva un contratto intestato a suo nome, e un altro, in via del Conservatorio 17. Il figlio continuava a rimanere celato dietro la madre. Mentre andava in auto dai Pirati della costa, telefonò ad Angelo Trotta, pregandolo di fare urgentemente una ricerca sullo stato di famiglia di Laura Belfiore, e di richiamarla al numero del cellulare, quando avesse saputo qualcosa. Angelo, in genere, era molto veloce, in questo genere di cose. Dai Pirati della costa, mangiò qualcosa con Violette e Adonis, e si dispose ad aspettare Quinto Quinto, che sarebbe arrivato nel pomeriggio. Quinto Quinto si chiama proprio così, facendo di cognome Quinto ed essendo il quinto di sette figli. I suoi genitori hanno voluto divertirsi con lui; gli amici adorano chiamarlo Quinto Quinto, per divertirsi con lui. Il problema, con Quinto, è che lui vive in un monolocale lasciatogli da un precedente inquilino che non pagava né l'affitto, né le bollette. Il telefono è stato staccato, così pure luce, gas e acqua; Quinto fa riscaldare il tè fatto con acqua minerale (vive praticamente di tè e panini imbottiti) su un fornelletto a bombola, e la sera, quando rincasa, per non sbattere contro gli spigoli usa la torcia elettrica. Del resto, occupa la casa provvisoriamente, in attesa che lo sfratto diventi esecutivo (cioè, che si decidano a cacciare fuori il precedente inquilino, che al momento non paga neppure l'affitto di una nuova casa), e ci sta solo per dormire. Per scovare Quinto, dunque, occorre andare a casa sua, o intercettarlo ai Pirati della costa o in qualcun altro

dei locali che frequenta. Stella ha conosciuto Quinto prima che lui entrasse nel giro dei Pirati della costa, e per puro caso, se si può chiamare un caso avere uno scontro con uno scippatore. Un giorno, in via Solari, Quinto, sul sedile posteriore di un motorino guidato da un complice, aveva tentato di strapparle la borsa. Stella, che li aveva visti arrivare nelle vetrate della Standa e intuito in anticipo la manovra, aveva usato il manico della borsetta come una fune, tirato, e sbalzato Quinto di sella. Lui, prima ancora di potersi rendere conto di quello che gli era accaduto, si era ritrovato con il culo a terra: e non si era più rialzato, perché Stella lo aveva annientato con un paio di calci ben assestati. Si era fermata solo quando Quinto le aveva chiesto pietà. In ultima analisi, Stella si era impietosita tanto che se lo era portato a cena in un ristorante di lusso in galleria, e gli aveva dato tutto il denaro che teneva in borsa. Così, era nata quella che si suole chiamare una bella amicizia. Quinto ha ventisette anni, ne dimostra trentasette, e si fa di ero da quando ne aveva diciassette. Oltre all'ero, si fa anche di whisky, vino scadente in confezioni cartonate, barbiturici, benzodiazepine, e fuma sigarette marca MS. L'incidente del mancato scippo e la conoscenza con Stella risalgono a circa sette anni prima. Poco tempo dopo, un cane poliziotto aveva azzannato Quinto alle chiappe, all'altezza della tasca in cui teneva la roba, mentre spacciava alla stazione Centrale. Stella aveva messo in moto un amico avvocato, quello con cui aveva perso la verginità e che lei pertanto considerava debitore a vita, il quale era riuscito a dimostrare che, più che un delinquente, Quinto era una vittima, un ragazzo cresciuto nel degrado di una periferia violenta, senza modelli positivi, senza valori. Quinto aveva scontato la sua condanna, peraltro mite, dormendo in carcere la notte e lavorando di giorno in un centro di recupero per tossicodipendenti. Era stato il periodo più felice della sua vita: non aveva da preoccuparsi del denaro per vivere, guardava

molta televisione, e lo riempivano di psicofarmaci. Dopo, aveva ricominciato a farsi e a scippare, finché un'altra tipa ben addestrata alla difesa personale non lo aveva riempito di botte ma, a differenza di Stella, non aveva avuto pietà. Comunque, quella seconda condanna era stata la sua fortuna, un vero intervento della provvidenza. In carcere aveva avuto modo di aggregarsi a una banda di ladri di ville, negozi e appartamenti e, una volta uscito, aveva rivelato uno straordinario sesto senso per i sistemi di sicurezza, le casseforti, le serrature, e un grande talento come falsificatore. Sapeva riprodurre di tutto: chiavi, documenti, soldi. Lavorava in un locale seminterrato segreto, anzi segretissimo, che gli era stato messo a disposizione dalla banda, e che lui chiamava il suo laboratorio. Il nuovo lavoro era particolarmente adatto a lui, perché lo liberava dalla necessità di spacciare o scippare, gli permetteva di sfruttare una sua abilità e non coinvolgersi fisicamente. Lui apriva, e gli altri entravano ed eseguivano. Sarebbe stato quasi benestante, con i proventi esentasse della sua attività, se l'eroina non gli avesse mangiato quasi tutto, mangiandosi anche lui. Le ore del pomeriggio trascorsero lente, e Quinto ancora non si faceva vedere. Mentre lo aspettava, Stella ricevette una telefonata da Angelo Trotta. Aveva i dati che le servivano, disse. Laura Belfiore risultava moglie separata di Donato Belfiore, imprenditore, titolare di un'azienda di surgelati consegnati a domicilio. Aveva un figlio, Cristiano Belfiore, nato nel 1973. Immediatamente, Stella telefonò a Mariarita per comunicarle tutto quanto aveva scoperto dalla sera prima. Le rispose la segreteria telefonica (in quello stesso momento, Mariarita si trovava a Gorla in compagnia di Sonia, a seppellire la fattura di magia nera). Il messaggio registrato diceva: «Sono Mariarita Fortis, o almeno la maggior parte del tempo credo di esserlo. Se anche voi credete di essere qualcosa o qualcuno, lasciate un messaggio dopo il bip». Stella ebbe un momento di impaccio: era troppo lungo da

spiegare: Gennaro, la riscoperta del palazzo, la visita a Laura Belfiore, suo figlio Cristiano. Disse brevemente: «Sono Stella, ti richiamo». Solo dopo aver riattaccato pensò che avrebbe potuto aggiungere: ci sono novità. Non importava: avrebbe richiamato più tardi, e le avrebbe raccontato tutto a voce. Quinto arrivò molto tardi, quando Stella si era già rotta le palle abbastanza, e stava quasi per andarsene. Entrò dai Pirati della costa con la sua andatura dondolante, l'assetto del corpo che aveva qualcosa di vagamente scimmiesco. Di statura media, i capelli neri lisci molto lunghi, unti e lucidi sulle spalle, pettinati con alcune ciocche raccolte sulla sommità della testa e legate da un elastico rosso, aveva un aspetto da tossico: scavato, prosciugato, disinvolto, menefreghista, beatamente patito. La faccia giallognola era la maschera della nuova personalità che lui aveva voluto sostituire alla propria, rifletteva il lavorio decennale delle sostanze che aveva scelto di assumere sugli organi, sulla pelle, sull'anima. Aveva denti e dita marroni per la nicotina, occhi grigi acquosi per le droghe, e la voce resa lenta, pastosa e inceppata dall'alcol, per cui parlava con una cadenza particolare, da morto di sonno. Quinto aveva lineamenti da indiano d'America, nobilmente saggi e ispirati, una certa aria zingaresca e avventurosa: un Cavallo Pazzo tossico. Nell'insieme, piuttosto simpatico, anche se Stella, a volte, trovava irritanti le sue sentenze da filosofo da bar, e la sua cultura da giornali di enigmistica. «Ciao, Quinto Quinto». «Ti ho già detto di non chiamarmi Quinto Quinto. Non sopporto di essere chiamato Quinto Quinto. Il mio nome è Gianluca». Stella inarcò le sopracciglia: questa di Gianluca, era una novità. «Perché proprio Gianluca?» «Perché è normale. Non c'è niente di più normale di un nome che comincia per Gian». «È vero. Allora potremmo chiamarti Gianquinto Gianquinto».

«Stronza!» disse Quinto affettuosamente, battendole una manata sul braccio e ridendo quasi senza aprire la bocca, sbuffando tra le labbra socchiuse. Sedette di fronte a Stella, disse: «Offrimi qualcosa». Lei gli ordinò un bicchiere di vino bianco; Quinto lo tracannò, e poi volle una birra. Indossava una maglietta bianca con una jeep davanti e la scritta CAMEL TROPHY, e aveva bracciali di cuoio stretti intorno ai polsi. La maglietta era di due misure più grande, e le maniche gli scendevano oltre i gomiti, per nascondere i segni dei buchi. Ammiccava sbattendo le palpebre tra il furbo e il sognante; sembrava contento di trovarsi con lei. «Allora, il mondo è tutto un do ut des. Tu cosa vuoi?» chiese Quinto. «Dovresti farmi entrare in una certa casa». «Quale casa?» «Una casa a Brera. Non ci abita nessuno. L'unico problema dovrebbe essere tecnico, ma sono sicura che riuscirai a superarlo. Ti mostro la pianta». Quinto la fermò, con un gesto non secco ma autoritario, ieratico. «Stella, prima di procedere mettiamo bene in chiaro una cosa. Io non sono un verme bastardo che rapina la vecchietta che ha appena preso la pensione». «Lo so, Quinto Quinto. Ti conosco bene». «Io sono come Paperon de' Paperoni, fiuto l'odore dell'oro anche dall'altra parte del pianeta. Quando scippavo, scippavo solo donne ricche. E infatti, tu sei ricca». «Non è colpa mia». «Già. Una volta pensavo che fosse una colpa, poi, frequentandoti, ho capito che una può anche nascere ricca senza farlo apposta. Ora, riesco a perdonare». «Sei molto generoso. Comunque, io non vorrei entrare in quella casa per rubare». «Non c'entra. Io ho ugualmente i miei principi. Mi regolo sulle agevolazioni fiscali che concede il ministero delle Finan-

ze. Così, non apro le case che appartengono a famiglie con figli e un reddito mensile complessivo fino a quattro milioni». «Certo, Quinto Quinto. Sc neppure il fisco li tassa, vuol dire che sono proprio perduti». «Ti dirò anzi che io riesco ad appassionarmi al lavoro soltanto se so che sto derubando qualche politico che prende bustarelle, qualche manager arrivista che gioca in borsa... gente così». «La casa in questione appartiene ai Belfiore». «Quelli dei surgelati a domicilio?» «Proprio loro». «E non potevi dirlo subito?» «Sapevo che ti sarebbe piaciuto tenere una piccola conferenza sulla tua etica professionale, e ho pensato di non privartene». Quinto restò per un istante a bocca aperta, agitò il pugno in direzione di Stella ma debolmente, scherzosamente, poi disse, in tono strascicato e con accento di ammirazione: «Strrroooooonza... ». Stella rise, gli diede un buffetto su una guancia. «Allora, me la apri la casa dei Belfiore?» «Con vera goduria. Sono pieni di soldi, gli escono anche dal buco del culo. E una volta ho provato la loro pasta ai quattro formaggi: fa schifo. Non so perché vuoi entrare in quella casa, ma se non li derubi tu, li derubiamo noi». «No, gli altri della banda lasciali fuori. Solo tu e io». Quinto batté le palpebre nel suo modo tipico, come si svegliasse in quell'istante e il mondo gli sembrasse alieno e un po' comico. «Perché?» «Entrerei là dentro per cercare prove. I tuoi amici comincerebbero subito a rovesciare tutto, buttare all'aria tutto. Potrebbero distruggere qualcosa di importante». «Che genere di prove?» chiese, critico e sospettoso. «Prove che la famiglia Belfiore sia eventualmente collegata a un certo caso di cui mi sto occupando».

«Quale caso?» «Quinto Quinto, tu aprimi la casa, e basta». «Basta i miei coglioni. Se apro una casa, voglio sapere a che serve». Stella sospirò. Temeva che, se avesse detto la verità a Quinto, lui si sarebbe tirato indietro. Il coraggio fisico non era esattamente il suo forte. «Il caso Frankenstein». «Cosa c'entrano i film dell'orrore, adesso?» «Abbiamo ribattezzato Frankenstein l'assassino dei navigli». «Chi, quel tizio che fa a pezzi le donne?» «È solo un controllo, una verifica. La polizia non lo farebbe mai, mancano gli estremi, non c'è neppure il più piccolo indizio concreto. Ma io ho questa idea fissa, e voglio togliermi il pensiero». «L'ho sempre detto, io, che i ricchi ci succhiano il sangue, ci strappano il cuore, e tutto il resto». «Potrebbe anche risolversi tutto in niente, sai...». «Caaaazzzooo...». «... anzi, sicuramente è una mia fantasia». Anche Quinto era perso in una sua fantasia: quella dei maledetti porci miliardari che tagliano a fette i poveracci come lui... e, probabilmente, ne fanno cibi precotti e surgelati da distribuire in tutta Italia. Con le mani alle tempie, scuotendo la testa, continuava a dire: « Caaazzzooo» e «Geeesùùù», alternandoli, qualche volta raddoppiando le vocali già triple. «Quinto Quinto, lascia stare Gesù e anche il cazzo. Dimmi piuttosto se posso contare su di te». Quinto piegò la testa di lato, con un'espressione ostentatamente vacua, di uno che non sa decidersi. «Siamo amici, no? Non costringermi a ricordarti tutte le cose che ho fatto per te». «Me le hai appena ricordate facendo finta di non farlo». «D'accordo. Non voglio forzarti». Che era poi il modo più subdolo e autoritario di forzare

qualcuno, e lo sapevano entrambi. Un lampo di comprensione e di divertimento passò fra loro, e Quinto disse: «Cheee strooonzaaa...». «Non correrai il minimo rischio». «Hmm. Già, con te mi sento abbastanza al sicuro». «Mi apri, e poi ti dilegui». Quinto parve riflettere intensamente per un po', e poi arrivare a una soluzione soddisfacente. Annuì solenne, come se dicesse: «Augh!». «No, non mi dileguo» disse. «Ti aiuto, ma a una condizione. Dopo che hai cercato le tue prove, mi permetti di cacare esattamente al centro del loro maledetto salotto di merda!»

Stella rientrò in ufficio alle otto, e fino alle nove dovette occuparsi con Pa' di certe noiose scadenze fiscali «urgenti, urgentissime, dobbiamo pagare domani mattina, altrimenti ci arriva una supermulta che ci manda in rovina». In seguito compose il numero della casa di via del Conservatorio, e non rispose nessuno. Riprovò poi a chiamare Mariarita, trovando nuovamente la segreteria telefonica (lei era già uscita per andare in discoteca). Stella se ne ricordò solo in quel momento: ah, già, pensò, il venerdì sera va in discoteca, e poi mormorò fra sé: «Divertiti». Per cena, Stella mangiò soltanto un'insalata mista e uno yogurt, e cercò di rilassarsi per un paio d'ore guardando un po' di televisione e i suoi pesci piranha (meglio i pesci), in previsione del lavoro che l'attendeva più tardi. Riprovò a chiamare il numero di via del Conservatorio, non ottenendo risposta; poi fece un lungo bagno caldo con il nuovo bagnoschiuma alla vaniglia che le aveva consigliato Pa', che di essenze aromatiche se ne intendeva, e molto. Dopo il bagno, si asciugò, applicò la crema idratante sul viso, e raccolse i capelli a coda di cavallo. Indossò gli abiti più pratici che possedeva: un paio di fuseaux neri e una maglia di lycra nera, aderente, con le maniche lunghe e il collo che si apriva sul davanti con una cerniera lampo. Calzò scarpe

da basket bianche e nere, prese giubbotto, cellulare, pistola, una torcia elettrica, e si guardò allo specchio: sembrava un genio del male dei fumetti anni sessanta. Quinto si era dichiarato disposto a tentare di aprirle la casa quella stessa notte, quando lei gli aveva detto che il garage era munito di un moderno dispositivo per la lettura di tessere magnetiche. Se la piantina che gli aveva fornito Gennaro era esatta, dal garage sarebbe stato possibile passare direttamente nell'ingresso. Per combinazione, Quinto si stava specializzando proprio in tessere magnetiche. Veramente, la sua grande ambizione, l'opera che avrebbe segnato l'apoteosi della sua carriera, era riuscire a falsificare i bancomat. «Come quel tizio che recentemente si è autodenunciato, ed è stato arrestato?» gli aveva chiesto Stella. «No» aveva risposto Quinto «quel tizio era solo un patito di elettronica che voleva dimostrare quant'era bravo». Lui non avrebbe dimostrato proprio niente, avrebbe sfiancato le banche e poi sarebbe scappato ai Caraibi. Nel frattempo, aveva un passepartout magnetico che apriva quasi tutto, specialmente le porte di quegli alberghi di lusso frequentati da congressisti e dirigenti giapponesi, dove una notte con prima colazione costa un milione, e si è sicuri al cento percento di derubare ricchi. Poteva aprire anche un garage, era una "cosa psicologica". Funziona così: la gente pensa di mettersi al sicuro con le porte blindate e i sistemi d'allarme, ma lascia i garage più sguarniti, forse credendo che i ladri non si diano la pena di forzare una serranda per rubare un'auto, quando ce ne sono tante per strada. Questo nel caso in cui dai garage non ci sia un accesso diretto che immetta nelle case. Ma, anche quando questo accesso esiste, i garage restano sempre piuttosto sguarniti, perché è qui che entra in gioco la "cosa psicologica": la gente pensa che un ladro entri in un garage per rubare l'auto eccetera. E, in genere, le porte interne di comunicazione fra i garage e le case non sono mai troppo protette, sempre per via della "cosa psicologica". Stella alla fine aveva dovuto zittire Quinto, le

aveva fatto una testa così con le sue cose psicologiche. Alle due di notte, Stella arrivò in via del Conservatorio, e Quinto la raggiunse dopo un minuto, le braccia penzoloni, l'andatura animalesca e circospetta che lo rendeva simile allo scimmione della Rue Morgue. «Come ti sei combinata? Sembri Diabolik!» «E tu allora, che non hai bisogno di travestirti per essere un personaggio?» «Cazzo vuoi dire?» «Niente. Sbrighiamoci». «Non è meglio prima controllare che non ci sia nessuno in casa?» «È tutta la sera che controllo». «Non è meglio controllare un'ultima volta?» Stella guardò la facciata della casa, cercò di arrivare con lo sguardo fino alle finestre degli abbaini. Tutto era spento, silenzioso. Compose comunque sul cellulare il numero di telefono, e avvicinò l'apparecchio all'orecchio di Quinto, perché sentisse gli squilli senza risposta, dodici squilli, venti, ventisei, trenta. Finalmente, Quinto annuì (Augh!), e andò ad attaccarsi al campanello della porta. «Se l'inquilino è sordo, non sente neppure quello» disse Stella. Quinto non le badò: suonò il pulsante del citofono una volta, due, tre. Poi, si mise a guardare il proprio orologio, un cronometro di precisione di cui andava assai fiero, per un tempo che a Stella parve insopportabilmente lungo. «Procediamo» disse infine Quinto, e andò a inserire il passepartout magnetico nel dispositivo accanto al garage. Per qualche istante sembrò che non accadesse nulla: tutto silenzioso, morto. Poi la serranda cominciò a sollevarsi, lentamente, molto lentamente, di un dito, due dita, un palmo. Troppo poco per passarvi al di sotto, quanto ci voleva? In quel momento si accese una luce al primo piano. Quinto si schiacciò nella rientranza formata dal vano della

porta blindata, come un animale che corre al riparo per non essere scorto. Stella invece guardò in alto: alla finestra illuminata, dalle ginocchia in su, e come se vi fosse stata catapultata contro, apparve Mariarita.

Cristiano C

ome e attraverso quali concatenazioni di eventi Mariarita è finita contro quella finestra? Colpita e stordita nel parcheggio della discoteca, è rimasta a lungo priva di conoscenza. Quando si risveglia, mentre apre faticosamente gli occhi abbagliati (abbagliati da cosa?), le sembra dapprincipio di trovarsi in un prato verde pieno di insetti brulicanti, senza sapere come ci è finita. Il prato è un paesaggio da incubo. I globi oculari, sotto le palpebre, procurano una fitta di dolore a ogni rotazione. C'è anche un'altra sofferenza, intensa e costante, associata a un senso di costrizione, di immobilità forzata e anchilosata. E c'è un pulsare continuo e tormentoso, come un gigantesco organo che si contrae dolorosamente. A poco a poco il prato coperto di insetti diventa quello che è: una coperta color verde chiaro. Una luce simile a un sole artificiale, che proviene probabilmente da una serie di faretti alogeni, illumina in modo uniforme il... il luogo, la stanza, o quello che è. Ecco un vano molto grande, spoglio, un archetto bianco che immette in un vano che sembra identico, un pavimento nero lucido, un tavolo (anatomico?) di marmo nero simile a un sepolcro, un carrello bianco su cui luccicano alcuni strumenti (chirurgici?), e oltre l'archetto, qualcosa che non c'entra niente con quell'ambiente da thriller ospedaliero, uno stereo con le casse per l'amplificazione, un alto frigorifero nero, divani e poltrone. Niente finestre, solo un impianto di areazione: una can-

tina, un seminterrato? In questo stato di alienazione, tutte le domande emergono alla coscienza ed esplodono nella testa di Mariarita. Mariarita è sdraiata in posizione semifetale, le gambe leggermente ripiegate e i polsi ammanettati dietro la schiena, su una brandina ricoperta da un copriletto di ciniglia verde a disegni neri che somigliano a spermatozoi giganti. Si dibatte, e nel dibattersi scopre di essere legata, risale all'origine del dolore che prova: i muscoli delle braccia, torte all'indietro, le dolgono da morire; le pare di avere un coltello conficcato in mezzo alle scapole, e i crampi si stanno impadronendo delle mani. La pulsazione dolorosa è localizzata alla nuca, si irradia attraverso i nervi, le arterie; le stringe il cervello in una morsa di paura. E la paura la blocca più del metallo delle manette, la corrode come acido, le scioglie il corpo e l'anima. La voce che sente alle sue spalle riesce solo ad aumentare questa paura, a fargliela riecheggiare dentro fino ad assordarla. «Svegliati, Mariarita. Non ti ho colpita tanto forte». È una voce maschile, molto bella, giovane, morbida e calda. La voce di qualcuno che la conosce. «Voltati, Mariarita».

Puntellandosi sui gomiti e sui fianchi, soffrendo a ogni minimo movimento, Mariarita si girò sull'altro fianco per guardare la persona che aveva parlato. Era lo schiavo, l'ultimo messo all'asta, come cazzo l'avevano chiamato?, modello Uomo sintetico, il ragazzo del futuro, quello che può trasformarsi in tutto ciò che una donna vuole. Quello che le era piaciuto, e che aveva voluto comprare. Adesso stesso rato e rosso, spetto indossava calzoni di raso nero e una camicia dello materiale e colore, aperta sul petto, ma era ancora colotatuato, e portava i capelli, sempre dipinti con lo spray non più raccolti, ma sciolti sulle spalle. Non aveva un aterribile, a dire la verità, anzi sembrava piuttosto inno-

cuo, con i suoi fiori incredibili e la sua pelle dipinta: un personaggio da commedia horror, un mostro simpatico e affabile che si rivela amico, con lo sguardo, nella faccia da alieno, dolce e serio, sollecito. La cosa che fa veramente orrore, è quella che penzola accanto a lui, fluttuando a pochi centimetri da terra: una specie di pupazzo, coperto da un manto bianco che scende oltre i piedi, se ci sono piedi, con qualcosa che somiglia a una testa fasciata con bende, o garze, nello stile delle mummie egizie. Una figura umana che pare sospesa nell'aria per miracolo, per lievitazione magica. Il drappo i cui lembi strisciano sul pavimento, l'atteggiamento disarticolato del corpo, l'oscillare impercettibile, la rendono simile a un fantasma. Uno spettro, una marionetta senza fili, una creatura di science fiction, forse un vero essere umano, vivo, morto? Mariarita restò a contemplare lui e la cosa, la testa reclinata sul materasso, gli occhi sgranati e la bocca aperta. Oh, no, pensò, sono capitata con uno svitato. «Tu chi sei» disse senza punto interrogativo, in tono calante, come fosse una constatazione, non una domanda. «Non ha importanza» rispose lui. «Liberami». «No». Mariarita deglutì, le sembrò di ingoiare qualcosa di amaro e pesante. «Cosa... vuoi da me?» «Lo capirai fra poco». «Liberami». «Non posso, mi dispiace». Lui aveva parlato in tono sommesso, premuroso, come se volesse davvero occuparsi di lei e del suo benessere e alleviare il suo disagio, ma qualcosa lo trattenesse dal farlo. «Mi stai facendo male». Lui fece un passo verso di lei. Mariarita sentì lo stesso profumo che aveva avvertito prima, nel parcheggio, un profumo

quasi femminile, forte, penetrante. È stato lui ad aggredirmi? pensò. Che razza di domanda, e chi se no? Ho fatto male ad attirare la sua attenzione in discoteca, chissà cosa si è messo in testa... Ma no, cosa dico? Lui mi conosceva da prima... Mi ha chiamata per nome... «Come...» Voleva dire: Come fai a conoscermi?, ma un crampo la costrinse a cambiare posizione. «Ti darò un leggero sedativo. Ti calmerà, ma non ti addormenterà. Ho bisogno che tu rimanga sveglia». Lui prese dal carrello degli strumenti una siringa, tolse il cappuccio protettivo dall'ago, e si avvicinò. Per Mariarita era l'ultima occasione per mettere in pratica quello che aveva imparato anni prima, a un corso di difesa personale: aveva le gambe libere, doveva colpirlo con il tacco acuminato del sandalo; un bel calcio nei testicoli, e poi, quando lui fosse stato a terra, alzarsi, continuare a colpirlo, cercare le chiavi delle manette, trovare il modo di uscire, scappare... (e la cosa sospesa? Quella non esisteva, era un'allucinazione prodotta dal colpo alla testa...). Ma prima, bisognava metterlo fuori combattimento, così sarebbe stata salva. Quando lei fu abbastanza vicino, fece partire il calcio; ma aveva calcolato male la distanza, perché il tacco non lo prese neppure di striscio, si limitò a passare a un centimetro dalla sua coscia. Un ceffone pesante come un sasso si abbatté sul volto di Mariarita, e per un istante il mondo le si oscurò davanti. Sentì che lui le strappava i sandali, uno dopo l'altro, sentì il rumore che fecero quando furono gettati a terra. Sentì l'ago che le veniva conficcato nel braccio, il liquido che le veniva pompato sotto la pelle, solido e doloroso come un sasso. Poi lui, seduto sulla branda, le accarezzò la fronte, i capelli: il gesto di un chirurgo che prepara una paziente per un intervento. «Fra poco non sentirai più nessun dolore» disse. Il tono era piano, del tutto privo di rabbia. Lei aveva tentato

di ribellarsi e lui l'aveva punita, tutto lì: ma senza particolare animosità. Mariarita vide il suo volto, per la prima volta vicino, vicinissimo. Un viso angelico, infantile, dai lineamenti appena abbozzati, con un che di indefinito, come fosse un mutante che sta ancora cercando la sua forma finale. Dimostrava venti, ventidue anni, ma forse ne aveva di più. Aveva qualche capello di oro pallido tra i ciuffi raggrumati dallo spray. Spietato, assolutamente spietato, come dimostrava la facilità con cui passava dal pugno alla carezza. La voce, i modi, erano da bravo ragazzo che aiuta un'anziana donna ad attraversare la strada, ma gli occhi, in quella maschera floreale, sotto la dolcezza delle pupille azzurre, erano duri, aridi, autistici. Mariarita cercò di muovere le mani, ma si sentì segare la carne dall'acciaio delle manette. Cercò di alzarsi, raccogliendo le ginocchia e facendo leva su una spalla. «Resta giù» disse lui, facendo un gesto pacato, con la mano aperta rivolta verso il basso. «Voglio andarmene. Liberami». «Non muoverti. Reeesta giù» disse lui, strascicando la voce e ripetendo il gesto, più volte. Quel tono, e quel gesto, soprattutto, ebbero il potere di renderla furiosa: lui l'aveva sequestrata e ammanettata, le stava facendo male, e gliene avrebbe certamente fatto ancora. La paura si convertì in rabbia, cioè paura attiva. Raggomitolata e ansimante, gridò:«Liberami, brutto bastardo! Voglio andare via!». «Ferma...». Quell'espressione fredda e ragionevole, da infermiere che tratta con il paziente agitato, esasperarono la sua furia. Di slancio, si mise a sedere e buttò giù le gambe dalla branda, con tanta forza che lui non riuscì a trattenerla. Si alzò in piedi, lui l'afferrò per le spalle; Mariarita si divincolò furiosamente, ma la testa le girava e le gambe erano malferme. Gli sfuggì ancora, e barcollando finì addosso alla... alla "cosa". Il drappo cadde, volteggiando e vorticando nell'aria, e lei ebbe una rapida visione

di pelle umana... no, plastica... un corpo umano... non umano. Lui l'afferrò per i polsi e le tirò violentemente le braccia all'indietro e verso l'alto, come se volesse appenderla. Mariarita gridò, in preda a un dolore terribile, alla sensazione di spaccarsi. Poi lui la lasciò, e la girò. Sentì la mano di lui sulla faccia mentre la sospingeva indietro, perse l'equilibrio, i muri le girarono intorno, il soffitto le si capovolse addosso. Fu rigettata sul letto, dove rimase a gemere e a contorcersi, singhiozzando. «Ti avevo detto di stare ferma!» In tono isterico, rancoroso, del tutto diverso dalla calma adulta di prima. Lui non voleva che si toccasse la... ... la cosa sospesa, intanto, a causa del movimento che le aveva impresso Mariarita, era arretrata, stava ondeggiando e girando e vorticando nell'aria come una trottola. Delicatamente, quasi religiosamente, lui la fermò con le mani, poi la lasciò andare piano, finché il movimento non si ridusse a un lieve dondolio. Attraverso un velo di lacrime, Mariarita vide il corpo femminile levigato, perfetto, irreale come una visione. Vero, falso? Impossibile dirlo: la pelle non era uniforme, dal petto fino alle cosce aveva una tinta più chiara, naturale, mentre sulle braccia e sulle gambe era di un rosa artificiale, come il colore di certe pellicole scadenti. Il sesso era vero, coperto da un pelo pubico biondo e fine, leggermente ricciuto, mentre le mani e i piedi... erano privi di unghie. «Volete tutte ucciderla» disse lui. «Siete gelose, perché lei è la più bella del mondo». Nella voce c'era una specie di sospiro rassegnato, frustrazione mista a tristezza e trionfo. Il volto della cosa sospesa (non da sola, doveva esserci un filo, sia pure invisibile) era ancora bendato; lui sollevò un'estremità della garza e cominciò a sfasciare la testa, con cura e precisione, come fa l'archeologo con la sua mummia. Infine liberò completamente la testa con un movimento aggraziato ed elegante, da prestigiatore che scopre una magia. Qualcosa di morbido e dorato inondò il corpo sospeso, e quando lui si scostò perché Mariarita potesse ve-

dere la faccia, lei capì immediatamente cos'era. Lo capì dal sorriso: bianco, orribilmente giulivo, quasi comico. Nessun essere umano sorride così. Quella che Mariarita ha davanti è una bambola erotica di gomma, di quelle che si vendono nei sexy shop. Ma i capelli sono veri, il volto... il volto è quello dell'attrice assassinata, e il busto e i fianchi sembrano inguainati in vera carne... la carne delle ragazze morte. Ciao, Frankenstein. Sei tu, non è vero? Alla fine ci siamo trovati. Avrei pagato un milione di dollari per averti. Ti avrò per niente, o molto di più.

Ciao, Frankenstein. E ciao, Carlotta. Ti riconosco: "volto di un ovale dolce e purissimo che parea dipinto da Raffaello, naso dritto e sottile di statua greca, bocca carnosa, dalle turgide labbra scarlatte. Seno di vergine adolescente, dalla linea squisita, tale quelli delle dame del Rinascimento, massa copiosa di capelli biondi sulle spalle, sulle braccia, fino alle reni e sui fianchi. Corpo da dea". Eccetera, eccetera. Carlotta. Un giocattolo erotico cadavere, il sogno di un folle. Una bambola, nelle mani di un bambino che uccide per rivestirla dei pezzi di donna che più realizzano il suo desiderio. Tutto questo attraversò la mente di Mariarita, ma non ebbe il tempo di articolarsi in linguaggio, rimase allo stato di idea, immagine, consapevolezza senza parole. Il suo primo pensiero invece fu: Dio, non vedrò più le mie gatte. Non pensò che avrebbe abbandonato i genitori, gli amici, le amiche, o l'uomo politico. Pensò alle gatte: forse, perché loro avevano veramente bisogno di lei. Gli altri se la sarebbero cavata benissimo, tutti.

«Dove... sono?» «A casa mia». Questa risposta non può illuminare Mariarita, che ignora di trovarsi nel palazzo di via del Conservatorio al numero 17 e, precisamente, nella tavernetta, l'ex laboratorio del professor

Blank, nel luogo in cui gli scapigliati hanno visto la mitica gamba della favolosa sconosciuta. Se lei lo sapesse, l'effetto sarebbe imprevedibile, forse un po' di estasi si mescolerebbe alla paura, ma in questo momento non lo sospetta neppure, non sa nulla di nulla, a malapena riesce a ragionare, e i suoi pensieri rimbalzano impazziti, accavallandosi e ripetendosi. «Chi sei?» «Sst» disse lui, chinandosi per accarezzarla. «Come fai a conoscermi, a sapere il mio nome?» «Ti ho vista». «Dove? Quando?» «Ti ho vista nella corte del palazzo di Oscar Felisetti». «Mi hai vista nella corte di...» cominciò, ma finì la frase in un ansito soffocato. Chiuse gli occhi, abbagliata da mille punti luminosi, con la sensazione di altalenare nel buio. Quel buio era penetrato dalle parole di Frankenstein. «Mi hai colpito subito, perché guardavi l'acqua della fontana, i pesci e le tartarughe, e sorridevi. È una cosa che fanno solo i bambini, o le persone che hanno molta fantasia. Quando mi sei passata vicino, ho capito che eri tu. Ti ho seguita, volevo scoprire chi sei, dove abiti, ma quando siamo arrivati alla stazione della metropolitana non sono riuscito a salire sul tuo treno, le porte mi si sono chiuse in faccia. Ero disperato, credevo di averti persa per sempre. Sapevo che non ne esiste un'altra come te, e disperavo di ritrovarti, a Milano, senza sapere nulla di te. Poi è accaduto il miracolo». «Il... miracolo?» «Nello studio di Felisetti. Eri nel computer. C'erano anche il nome e l'indirizzo». «Nello studio di... Tu... Tu sei un medico...». «Non so dirti quello che ho provato quando ti ho rivista lì, nel computer, viva. Con le altre, era stato più facile. Ma tu... Tu, Mariarita, mi hai veramente fatto fare molta fatica». «... Sì, sei un chirurgo... Lavori con Felisetti...». «Apri gli occhi, Mariarita».

«... Ma... chi sei?» «Sono troppo belli per restare chiusi». «Cosa... cosa prenderai a me?» «Non lo immagini? Te l'ho appena detto...». Lui le accarezzò le palpebre, seriche, con le piccole vene blu in rilievo. Con la punta delle dita, le sfiorò le ciglia, le piccole rughe d'espressione. Poi la costrinse ad aprire gli occhi: i suoi occhi grandi, neri, "di un nero profondo, un nero mai veduto, lucente come la perla e morbido come il velluto", capaci di penetrare i significati più riposti di un testo.

La consapvolezza che lui voleva i suoi occhi invase Mariarita; non esplose come una bomba, ma scese lentamente, come un fiocco di neve, e il gelo smorzò la paura, la fece sentire distante, in un mondo ovattato, assiderato. Il sedativo stava facendo effetto, liberando nel suo sangue un relax chimico che la cullava e la confortava, estraniandola da se stessa. Il suo corpo era scosso da brividi che scioglievano tutti i piccoli nodi di sofferenza accumulati nelle ultime ore (nel corso della vita, forse), allentava tutte le tensioni, e tutto, apprensione, dolore, angoscia, timore del passato e del futuro, si scioglieva in un unico moto di indifferenza. Era come se quello stesse capitando non a lei, ma a un'altra, un personaggio di cui lei seguiva le sorti, con partecipazione tra il divertito e il patito. Le sembrava che nulla più la riguardasse al mondo; le cose cominciavano ad apparirle buffe... anche quello che le diceva Frankenstein. «Per i tuoi occhi, ho aspettato giorni, settimane. Mi sono appostato sotto casa tua, ti ho pedinata. Ho dovuto aspettare il momento giusto, il luogo giusto. Eri sempre con quella tua amica dai capelli rossi, o viaggiavi in taxi, o eri in casa tua o in casa di altri. Non ero sicuro di riuscire ad abbordarti. E in discoteca, il venerdì, eri in mezzo a un mucchio di gente, qualcuno poteva vedermi. Finché, quell'asta degli schiavi... mi ha dato l'idea. Mi sono proposto, non mi hanno neppure chiesto come

mi chiamo. Sotto questa maschera, questo travestimento, sono passato del tutto inosservato. Tutti hanno visto un personaggio, non hanno visto me. E alla fine sei stata tu ad abbordarmi». «Ti aspetti che ti dica bravo?» «È il minimo, non ti pare?» Mariarita sogghignò. La sostanza che aveva in circolo, invece di indebolirle le facoltà mentali, le aveva invece acuite. Si tiva la mente lucida, elettrica, appassionata (e spassionata) voler comprendere la verità. E inoltre riusciva a cogliere il ridicolo, futile, che c'era in ogni cosa, persino nella morte minente. «Così, hai fatto lo schiavo per me?» «Speravo che mi comprassi, ma è stato meglio così. Non ci hanno visti insieme. Ti ho raggiunta nel parcheggio, e là eravamo soli». «Potevi chiedermi di seguirti con più gentilezza». «Volevo. Ma non ce n'era il tempo. Non c'è più molto tempo. Dobbiamo finire». Lui si spogliò, restando come lei lo aveva visto in discoteca. Andò a porsi dietro a... a Carlotta, le cinse la vita con le mani, la fece avanzare. La bambola doveva avere un anello situato nella parte posteriore, all'altezza delle scapole, per mezzo del quale era agganciata al filo invisibile. Sì, invisibile filo per sutura, di quello che usano i chirurghi. Ma c'era anche di più: la bambola si spostava in avanti, all'indietro e di lato. Forse, sul soffitto, c'erano altri invisibili fili tesi in linee parallele e in diagonale, con raccordi e scambi, che permettevano a Carlotta di... volteggiare per tutta la stanza. Come una fata, sì. Una fata di plastica riempita di invenzioni. «Guardami, Mariarita». Frankenstein si avvicinò, tenendo Carlotta davanti a sé, sorreggendola con un braccio e facendo scorrere l'altra mano sulle sue forme, sulle parti rivestite di vera carne femminile. Le accarezzò il seno, la gola, le guance, i capelli. Mariarita osservò bene il fantoccio, e le parve sensuale in un modo repulsivo, afsennel lato im-

fascinante come un rettile. La pelle umana era stata tagliata con precisione, e c'erano sottili linee, come rughe, nei punti in cui le... le diverse parti di donna erano state fatte combaciare sulla plastica. Nelle orbite infossate (che aspettavano gli occhi di Mariarita) gli occhi di plastica erano piatti e tondi, dipinti come quelli dei cartoon giapponesi. Carlotta aveva un sorriso paradisiaco. Mariarita si scoprì a ricambiarle il sorriso. «Tutte voi siete invidiose di lei» disse Frankenstein in tono di addolorato rimprovero. «Siete streghe, la odiate perché lei è più bella, più buona e più amata. Siete... siete veramente cattive, fra voi. Sì... voi donne vi fate male l'una con l'altra». Baciò Carlotta su una spalla trovarsi faccia a faccia con morta, e le leccò le labbra. della bambola, lentamente vi di plastica. La girò, in modo da lei, la faccia di lui contro la faccia La sua mano scese fino al sesso cavo affondò dentro. E Mariarita capì.

Le vittime vengono drogate, risvegliate, e uccise. Che bisogno ha Frankenstein di risvegliarle? Perché non le violenta? E che cosa fa, prima di ucciderle? La risposta è lì, davanti a lei. Vuole che le sue vittime lo guardino mentre... «Guardami». Bene, benissimo, ecco perché non ha bisogno di violentare nessuno. Si scopa la creatura che si è fabbricato da solo. È autosufficiente, con la sua Carlotta. Proprio autofficiente no, dal momento che ha bisogno di una spettatrice. È una specie... sì, una specie di rito, che lega assieme tre entità: lui, Carlotta e... la donna "reale". Forse, Frankenstein crede che una parte dell'anima della sua vittima, insieme alla parte del corpo scelta, andrà ad arricchire e completare Carlotta. A ogni cerimonia sessuale, Carlotta riceve sempre più carisma, nuova forza e vita, come avviene nei tenebrosi culti negromantici di resurrezione dei morti. O forse, la spiegazione è un'altra: deve socializzare il suo amore per Carlotta; altrimenti, si sentirebbe assediato da quella sensazione di irrealtà tipica del bambino che gioca di nascosto. Intanto, lui stava masturbando la sua bambola, imprimen-

dole un movimento che sembrava naturale, ma guardava lei, Mariarita, con un'espressione di foia e sfida insieme. Oh, Gesù. Ora lo infilerà in questa tragica fica, e poi mi ucciderà. Forse non soffrirò, mi farà qualche iniezione letale e poi mi caverà gli occhi. Gesù!

Mariarita vide che sollevava le gambe della bambola e se le intrecciava intorno ai fianchi. Vide che le affondava la faccia fra i seni... E poi, nell'altro vano del locale, un telefono cominciò a suonare. Frankenstein si immobilizzò, imprimendo un piccolo sussulto alla bambola, che si afflosciò e scivolò via da lui, come... come frustrata da quel sesso interrotto. «Nessuno sa che sono qui. Ho detto a tutti che andavo a...». Sul viso di Frankenstein, la voluttà aveva lasciato il posto a un'acida smorfia di frustrazione, timore e sospetto. «Non dovrebbero chiamarmi qui!» Il telefono continuava a suonare. Frankenstein faceva saettare lo sguardo intorno, come se si sentisse minacciato e cercasse una via di fuga. «Basta, basta, piantala», mormorava freneticamente a fior di labbra. Ma l'apparecchio sembrava non voler smettere mai. Finalmente tornò il silenzio, e dalle labbra di lui uscì un gemito di sollievo. E allora, attaccò il citofono, con un bzzzz prolungato che permeò tutta la casa, arrivò fino a loro attraverso i muri, vibrante, echeggiante. Un altro bzzzz, e un altro ancora. «Una visita improvvisa» disse Mariarita, con la voce tremolante di una risata sospesa. «Forse è la tua fidanzata. Devi nascondermi. E nascondere anche la... lei. Non hai un... un armadio?» Ormai stava navigando nel mare profondo di una dolcissima isteria. Frankenstein lasciò Carlotta. Il suo viso era contorto in una smorfia di paura.

«Questo lo fanno i ladri quando vogliono accertarsi che una casa sia deserta» disse. «Qualcuno sta cercando di entrare». «Chiama la polizia» disse Mariarita, con un sorriso angelico. Frankenstein non l'ascoltava neppure, si comportava come se Mariarita gli fosse indispensabile come pubblico, ma non esistesse come persona. Era immerso nell'elaborazione di un suo piano personale per far fronte alla nuova emergenza. Camminava su e giù davanti a Carlotta, descrivendo un breve percorso a passetti nervosi, la testa bassa, come un personaggio dei fu-metti quando riflette. «Chiama i tuoi eroi» disse Mariarita. « Verranno a salvarti. Io ho già chiamato i miei. Così... alla fine... arriveranno i nostri eroi». Decisamente, la roba che le aveva iniettato era straordinaria. Quando morirò, pensò Mariarita, voglio che me la sparino nelle vene, così prenderò con ironia anche la morte. Ah, ma dimenticavo che morirò fra poco, a meno che non succeda qualcosa. A meno che non stia già succedendo qualcosa. «Di sopra...», disse Frankenstein, scandendo le parole nel tono di una riflessione molto esteriorizzata. «Devo-andare-disopra-a vedere-se-c'è-qualcuno-per-strada». Si diresse alla porta della tavernetta, che era chiusa da una spranga scorrevole, l'aprì. Per Mariarita quel gesto fu come una promessa di liberazione. Frankenstein si voltò a guardarla, con le sottili sopracciglia corrugate sotto il colore rosa, un'espressione da genio maligno. «Non posso lasciarti qui con lei. Le faresti del male». Tornò indietro, si chinò su Mariarita, le insinuò una mano dietro la nuca, la sollevò, le ripiegò le gambe in modo da farle toccare terra con i piedi nudi, la tirò in piedi. «Tu vieni con me». A Mariarita parve che le gambe si rifiutassero di sostenerla. Avrebbe preferito rimanere sdraiata, in quello stato di sogno a occhi aperti, con la ragione che commentava e sottotitolava limpidamente tutte quello che avveniva intorno a lei. Ma quan-

do Frankenstein, sorreggendola, la spinse avanti, si sforzò di muovere qualche passo per seguirlo. Uscire da quel luogo basso e cieco era già un progresso. Se aveva ancora una possibilità per tentare di salvarsi, era fuori di lì... fuori di lì, e in quella gente per strada... se veramente c'era. Ladri che stavano cercando di entrare. Fuori dalla tavernetta, Mariarita fu trascinata su per tre gradini, ma non li contò: l'idea di trovarsi nella vecchia casa del professor Blank non la sfiorò. E non capì neppure di trovarsi nell'androne di un'antica casa milanese: non vide i soffitti a volta sulla sua testa, rischiarati da una lampada in ferro battuto foggiata nella forma dei vecchi lampioni a gas. Frankenstein condusse Mariarita al piano superiore, lungo la scala interna. Siccome lui la sosteneva per le braccia martoriate, e cedendogli addosso sentiva tornare l'antico dolore, cercava di stare dritta e camminare da sola, per trovare un po' di sollievo. Entrarono in una vasta sala semibuia, di cui Mariarita distinse le ombre di alcune grandi piante d'appartamento (che ce la mettevano tutta per essere mostruose, come d'obbligo), e la sagoma, simile a quella di un ordigno bellico, di un pianoforte (chi mai poteva suonare, nella famiglia di Frankenstein? Lui stesso? Un fratellino di talento? Una zia concertista?). La sala aveva una grande finestra, attraverso la quale si vedeva la facciata del palazzo di fronte, e una lampada stradale sospesa fra i due cornicioni. Credendo che Mariarita non fosse più una minaccia, Frankenstein la spinse contro la parete, e cominciò a muoversi a tentoni. Finì contro il pianoforte; si udì un dlen dlen stonato: per non cadere, si era appoggiato alla tastiera. Entrando, Mariarita aveva notato, nello spicchio di luce che veniva dalla scala, un interruttore a pulsante. Non vista da Frankenstein, strisciò lungo il muro fino a raggiungerlo. L'idea era attirare l'attenzione di quelli giù in strada, nel solo modo in cui poteva farlo da quella stanza, con i polsi ammanettati dietro la schiena. Ci aveva pensato lungo tutto il tragitto dalla ta-

vernetta. Inspirò profondamente, preparandosi a scattare; doveva agire rapidamente, sorprendere l'assassino. Con una spallata, premette il pulsante dell'interruttore. Non accadde nulla. Al secondo tentativo, le luci si accesero, come in un parco lampade. Mariarita raccolse le sue ultime energie per precipitarsi come un proiettile verso la finestra. L'avrebbe rotta e sarebbe precipitata di sotto, se il vetro antisfondamento non avesse fermato la violenza del suo moto. «Aiuto!» gridò, pur disperando che potessero sentirla. (E poi, che aiuto avrebbero mai potuto o voluto darle? I ladri che cercavano di entrare, avrebbero desistito e sarebbero scappati, non avrebbero chiamato la polizia più di quanto non lo avrebbe fatto Frankenstein. Ma non importa: quello in cui lei sperava, più che un soccorso concreto, era un miracolo, nell' "arrivano i nostri") «Mariarita!» gridò Frankenstein, come un padre che rimprovera una bambina colpevole. E, in quel momento, per Mariarita si materializzò il miracolo. Prima di sentire le mani di Frankenstein che la strappavano via dalla finestra, fece in tempo a vedere, in strada, illuminata dalla lampada, Stella. Stella con il viso rivolto verso l'alto, che la guardava con un'espressione di intelligente riconoscimento. A quanto ne sapeva, poteva trovarsi a Milano, fuori Milano, o su un altro pianeta, ma Stella era arrivata fino a lei, legata a lei da un filo invisibile... come quello di Carlotta. Erano arrivati i nostri... o meglio, il suo... la sua... Stella, dalla strada, ebbe invece questa immagine impressa nelle pupille: Mariarita in pericolo, Mariarita prigioniera (con i capelli azzurri), che muoveva la bocca in un'estrema richiesta d'aiuto. Se mai aveva visto qualcosa di estremo, era quella richiesta d'aiuto. E, subito dopo, vide una specie di diavolo rosa e rosso piombarle alle spalle e trascinarla via mentre lei si dibatteva,

un ciclone vorticante di rosso, rosa, verde e azzurro. Poi, la casa si spense nuovamente, nascondendo i segreti che per un attimo erano stati svelati. Immediatamente, Stella prese la sua decisione. Poiché la serranda del garage si era sollevata appena all'altezza delle sue ginocchia, si gettò a terra per passarvi sotto. «Quinto!» urlò. «Prendi il mio cellulare, è in macchina! Chiama Angelo Trotta a casa sua! Il numero è in memoria!» «Seee, così quello mi arresta per effrazione e violazione di domicilio» gemette, da qualche parte, la voce di Quinto. «Chiamalo, stronzo!» gridò Stella, e dalla lama di luce della strada rotolò dentro la casa, nel mondo dark di Frankenstein, dove i suoi occhi furono abbagliati da un lampo di nulla. Di sopra, nella penombra, Frankenstein stava scuotendo Mariarita, per farla parlare. «... la tua amica, non fingere di niente, l'ho vista anch'io... La tua amica con i capelli rossi... Chi è? Cosa vuole?» Mariarita scosse la testa, irrigidendosi. Lui l'aveva già colpita una volta, con uno schiaffo che l'aveva sbattuta contro il muro, ma non sembrava intenzionato a picchiarla ancora. Per quanto assurdo potesse sembrare, non era un violento, il suo piacere non consisteva nel ferire, nell'uccidere, e questo lei lo aveva intuito. «Come è arrivata da me?» Vaffanculo, pensò Mariarita. E poi, glielo disse.

C'era un passaggio, in Via col vento, che per Stella era sempre stato toccante, uno di quei momenti chiave in un libro che aprono le porte della consapevolezza, e aiutano a prendere coscienza del proprio carattere, del proprio destino. Non era quando Rossella si ergeva fieramente contro il cielo giurando che avrebbe avuto abbastanza denaro da non dover soffrire la fame mai più, e neppure quando Rhett Butler le diceva «Fran-

camente me ne infischio». Era quando Melania stava per morire, e lei si rendeva conto che era stata la sola donna al mondo a esserle amica, mentre le altre l'avevano sempre detestata, e lo scopriva solo nell'istante in cui stava per perderla. Stella si era ripromessa che, se mai una donna le fosse stata amica, non avrebbe mai atteso che fosse troppo tardi. Mariarita era stata sua amica, l'aveva accettata con semplicità, con un'incantevole assenza di pregiudizi, con grazia e con saggezza, e non voleva che morisse, voleva continuare a conversare con lei, condividere altre storie con lei; voleva che loro due diventassero vecchie insieme, magari nello stesso ospizio a ricordarsi delle passate avventure, ma due vecchie, due vecchiacce toste e attaccate alla vita. Per questo doveva alzare le chiappe. Rotolando all'interno del garage, era andata a sbattere contro il cofano di un'auto. Vi si aggrappò per rimettersi in piedi, e a tentoni cercò una porta che la mettesse in comunicazione con l'interno della casa. Se l'ingresso si trovava alla destra del garage, guardando dall'esterno, la porta doveva essere... Sì, doveva mantenersi sulla destra... Ma ora non sapeva più in quale punto dello spazio si trovasse, se fosse rivolta verso il fondo o uno degli altri lati. La serranda, nel frattempo, si alzava sempre di più, permettendole di ritrovare l'orientamento. Ecco, laggiù, una rientranza nel muro, ed ecco la porta, di legno verniciato. Chiusa a chiave per ulteriore precauzione, ma con una serratura semplice. Quinto avrebbe potuto scassinarla in un minuto, ma quel minuto era di troppo per salvare Mariarita (a proposito, come aveva fatto a trovare Frankenstein prima di lei, e com'era finita lì? Glielo avrebbe chiesto dopo...). Stella estrasse dalla tasca del giubbotto la pistola, tolse la sicura, e fece saltare la serratura, con un paio di colpi. Non appena ebbe udito gli spari, Frankenstein afferrò Mariarita, la voltò e le circondò le spalle con il braccio, tenendola ferma da dietro.

Lei sentì qualcosa di metallico e tagliente contro la gola: un coltello, un tagliacarte? Sì: poco prima le stava stringendo il collo con le mani, piegandola su una scrivania. Doveva averlo preso lì. Non ha armi da fuoco, questo svitato: già, del resto uccide con il pugnale, o con le droghe, oppure strangola. Non mi stupirei se gli facessero orrore le pistole. Povero piccolo. Precipitosamente, Frankenstein la spinse fuori, le fece scendere una rampa di scalini. Per poco non caddero.

Stella mollò una spallata alla porta del garage, che si socchiuse ma non cedette. La spalancò con un calcio e fece irruzione nell'androne, spianando la pistola davanti a sé con entrambe le mani. Eccola, la caduta libera senza paracadute nel cuore di un assassino, il rischio più grande, il brivido mortale. Sta andando verso Frankenstein sparata a cento all'ora, e tutto quello che prova è una sensazione esilarante, una frustata di benessere, una botta di... di libertà. Si trova davanti a un muro, capisce che la porta del garage è situata nel sottoscala. Sente sopra di sé uno scalpiccio di piedi che scendono. Aggira la scala, la fronteggia, e si immobilizza vedendoli immobilizzati.

Ed ecco l'incontro fra la detective e il mostro (con Mariarita di mezzo). Frankenstein è su un pianerottolo a metà della scala che conduce al primo piano, e tiene il suo ostaggio davanti a sé come uno scudo. Una decina di gradini li separano da Stella, che è davanti a loro, più in basso, e tiene l'assassino sotto tiro. È uno di quegli istanti di magica sospensione, in cui pare che tutto si fermi prima che le cose ricomincino ad accadere: e con un altro ritmo, più veloce. Mariarita sorrise: malgrado l'arma tagliente e appuntita che

le stava quasi bucando la pelle, si sentiva al sicuro, ora. La fase down dopo le emozioni e l'esplosione dell'adrenalina, il sedativo e quell'ultima sorpresa le avevano tolto la paura. C'era Stella, tutto si sarebbe sistemato, Stella non avrebbe permesso che l'ammazzassero, l'avrebbe tirata fuori da quella situazione... in un modo o nell'altro. Frankenstein cominciò ad ansimare e sudare, sotto stress. Sì, aveva paura delle pistole. E Stella dischiuse le labbra e lo chiamò, con un sussurro quasi amoroso. «Cristiano!»

Mariarita emise un gemito rauco. Le sorprese non erano ancora finite. Si chiamava Cristiano? Fantastico. Come cazzo faceva Stella, a saperlo?

Cristiano non fu meno sorpreso di sentirsi chiamare per nome. Qualcuno lo conosceva, lo pensava, lo aveva identificato. Immaginiamo che debba aver conosciuto quella sensazione di vergogna pudibonda che si prova quando qualcuno, di cui non sospettavamo neppure l'esistenza, ci definisce nella nostra identità. Con la violenza di una testata nello stomaco. Allentò la stretta su Mariarita. Lei pensò: sarebbe il momento di piazzargli una gomitata nelle costole, se solo potessi muovere le braccia. Balbettando, Cristiano pose a Stella la stessa domanda che Mariarita aveva posto a lui. «Chi... chi sei tu?» Stella rispose nello stesso modo. «Non importa». «Butta la pistola, o l'ammazzo!» gridò Cristiano. Stella sembrò perdere sicurezza per una frazione di secon-

do, poi si riprese. «No» disse. «Le taglio la gola!» «Fallo, e sei morto. A questa distanza ti centro in mezzo alla fronte». Mariarita pensò, sprofondando in un abisso di amarezza: mi sacrificherebbe, pur di prenderlo. La lama le scalfì la gola appena sotto la mandibola; uscì una goccia di sangue. «Butta la pistola ed entra là» ringhiò Cristiano a denti stretti, indicando la porta aperta della tavernetta. «Troverai un carrello pieno di strumenti chirurgici, e alcune siringhe. Prendi la più grande, e iniettati nel braccio il liquido che contiene. Presto. Altrimenti l'ammazzo!» Stella sbirciò in direzione della tavernetta, annuì, e cominciò ad arretrare, ma senza abbassare la pistola. «Io entro, ma non butto la pistola. Se hai portato qui Mariarita, è evidente che hai intenzione di ucciderla. La ucciderai comunque. E poi ucciderai anche me». Mariarita risalì in una bolla di luce dal suo pozzo nero. Stella stava lavorando per la salvezza di entrambe: finché aveva in pugno la pistola, poteva giocare con Frankenstein, continuare a condurre la partita fra loro tre... La partita? chissà se stava pensando al gioco dell'uomo nero... «Stella, dove siamo?» chiese, con una voce da strafatta in cui tremolava una nota di inestinguibile curiosità. Stella aveva già disceso il primo dei tre gradini. A mano a mano che lei arretrava, Cristiano scendeva, spingendo Mariarita davanti a sé. «Non lo hai capito?» disse Stella. «È il laboratorio del professor Blank». Mariarita lanciò un grido strozzato, si ferì leggermente con la punta del tagliacarte. «Ma... ma come...». «Che cazzo state dicendo, voi due?» sibilò Cristiano.

Mariarita poteva percepire la sua paura: come un'emanazione di calore bianco, qualcosa di rovente e febbrile che sembrava attraversarla. «È una lunga storia, Cristiano» disse Stella. «Mariarita ne conosce una parte, io un'altra, e tu un'altra ancora. Potremmo ricomporla, se ne discutessimo con calma». «Entra!» Stella entrò camminando all'indietro nella tavernetta, e Cristiano, manovrando il suo ostaggio, la incalzò, come uno che chiude un topo in una trappola. Osservata da qualunque angolazione, la scena somigliava a una specie di balletto cauto, circospetto, leggero. Ciascuno teneva d'occhio attentamente gli altri, con una concentrazione contratta, tenace, una tensione da tagliarsi con il coltello. Una linea invisibile, ma compatta, univa gli occhi di Cristiano a quelli di Stella: lacrimosi, scattanti, impazziti quelli di lui, sgranati, affascinati e stregati quelli di lei. Agganciata allo sguardo di lui, Stella non poteva vedere Carlotta. Mariarita ebbe il timore che la scoperta di Carlotta potesse far precipitare la situazione. Frankenstein avrebbe potuto sentire minacciata la sua bambola e avere una reazione inconsulta. «Prendi la siringa e fatti l'iniezione». «No, Cristiano. Qualunque cosa ci sia in quella siringa, è chiaro che non è un buon affare per me. La mia morte sarebbe inutile. Mariarita morirà ugualmente. Adesso ascolta, tu puoi scegliere...». Mariarita si domandò se Stella era arrivata lì da sola. No, sicuramente doveva esserci qualcun altro con lei. Forse uno dei Pirati della costa. Ricordò come si era comportata con il satanista dei navigli, qual era il suo modo di procedere, nelle circostanze del genere: chiamava la polizia, e poi si buttava. Doveva aver chiamato Angelo Trotta, anche stavolta. «... Hai solo due alternative. Mariarita muore, e muori anche tu. Oppure, la lasci, metti via il coltello o quello che è, e cominciamo a ragionare». Grande! Stella era davvero unica. Stava proponendo a un

maniaco assassino di sedersi, fare un po' di salotto, e discutere fra amici della sua esperienza di killer. Allora, Cristiano, raccontaci qualcosa di te. Tu hai ucciso quattro donne, com'è stato? Che cosa ti ha spinto a fare questa scelta? Vogliamo parlarne? Stella, da parte sua, stava vivendo il momento più intensamente coinvolgente, più esaltante della sua vita. Non avrebbe mai creduto di potersi sentire così: viva, piena, con ogni zona immateriale della sua anima che aderiva a ogni particella materiale del suo corpo, interamente e completamente se stessa. E questa esperienza, quasi simile all'amore senza le frivolezze dell'innamoramento, la doveva a quel povero mostro spaventato e dipinto come un giardino fiorito, a quell'assassino spietato, ma a suo modo innocente, alla sua pericolosa debolezza, al suo mistero. Lo guardava teneramente negli occhi imploranti, lo prendeva di mira, e nell'atto di tenere la pistola ferma, puntata in linea retta su di lui, negli spostamenti necessari a tenerlo sotto tiro, c'era quasi qualcosa di erotico. «Posa il coltello, Cristiano, e io non ti farò niente. Voglio solo assicurarmi che la mia amica stia bene». Mariarita sentì nel corpo di Cristiano una stanchezza, un cedimento, la tentazione di arrendersi. La mano che stringeva il coltello cominciò a tremare. «Posa il coltello, e io ti racconterò di questa casa, delle persone che sono passate di qui. Ti racconterò di un poeta del secolo scorso, e delle sue fantasie che erano tanto simili alle tue... Lui... lui aveva un sogno d'amore, voleva una donna bella fuori e bella dentro, perfetta... Ma le donne che conosceva non si avvicinavano neppure lontanamente al suo ideale... E ti racconterò di un medico, un chirurgo che studiava l'anatomia umana, che una volta aveva il suo laboratorio nella tua tavernetta... E una notte qui, proprio qui, il poeta e il chirurgo si sono incontrati, e hanno creato... Hanno creato qualcosa che ha continuato a vivere, a diffondersi e a crescere... hanno creato te!» Le palpebre di Cristiano stavano cominciando ad abbassarsi

come in un sonno ipnotico, e i suoi muscoli, le sue membra, si stavano rilassando: ma le ultime parole di Stella lo risvegliarono di colpo. «Basta! Sta' zitta! Sono solo palle! Sta' zitta!» «È tutto vero, Cristiano. Chiedimi come ho fatto a raggiungerti. È quella storia, che mi ha portata fino a te». «Basta...», gemette Cristiano, con tono meno rabbioso, quasi uggiolante. «Arrenditi, Cristiano, e ti spiegherò quando e da dove ha avuto origine... tutto quello che sei». «Quello che sono... Me lo dirai tu...». balbettò Cristiano, stringendo più forte Mariarita. Sulla sua guancia scese una lacrima, tracciando un solco di pelle vera, sofferente, sul colore rosa. Poi, lui scoppiò in una risata di disperazione.

«No! Fottiti! Si fotta il mondo intero! L'ammazzo, e poi mi ammazzo!» Era scosso dalla sua terribile risata, e quando avesse finito di ridere, forse avrebbe agito. Doveva essere scattato una specie di cortocircuito nella sua mente. Stella sapeva bene che quel tipo di assassino, sotto una forte tensione e stress, poteva avere momenti che facilmente lo portavano all'autodistruzione. Doveva tirarlo fuori dalla crisi, prima che uccidesse Mariarita e se stesso... prima di perderli, tutti e due. «Cristiano, ascoltami, tu non vorresti nulla... da me?» Cristiano smise di ridere. Rimase impietrito, appoggiò la lama di piatto al mento di Mariarita, costringendola quasi a sollevarsi sulle punte dei piedi... ma non fece nient'altro. «Cosa volevi prendere, a Mariarita?» «Gli... occhi» rispose Mariarita per lui, con un filo di voce. «E a me» continuò Stella «non prenderesti nulla?» «Prenderei...». cominciò Cristiano, rauco.

«Cosa? Cosa prenderesti?» lo incalzò Stella, sorridendo. Era riuscita a raggiungerlo. «Prenderei...». «Cosa?» «La... la voce». «La mia voce?» «La tua voce è bellissima...». È vero, pensò Mariarita, la voce di Stella, quando non ride, è incredibile. Dura, profonda, sensuale, per nulla femminile. Piena di risonanze strane, di echi, come se ospitasse altre voci. Il tipo di voce che al primo ascolto sembra brutta. Era bellissima, e Mariarita lo scopriva solo in quel momento, insieme a Cristiano. «Vorresti sentire la mia voce, Cristiano?» disse Stella. «Sì...». «Vorresti che la mia voce ti dicesse...». «... sì...». «... Cosa? Parole dolci, parole d'affetto, di conforto...». «... sì... Oh, sì...». «... che ti dicesse... ti amo...». «... ssì...». «... Cristiano». Gesù, pensò Mariarita. Fra poco Stella si metterà a cantargli una canzone sentimentale da musical hollywoodiano. Qualcosa tipo You are my Lucky Star.

Ma il gioco non poteva durare all'infinito, e quell'equilibrio precario fra loro tre attendeva solo un accidente qualsiasi per spezzarsi. E quell'accidente si verificò. Una corrente d'aria, che si era creata all'interno della casa, forse tra il garage e la tavernetta aperta, aveva nuovamente rianimato Carlotta. La bambola aveva cominciato a oscillare piano avanti e indietro, poi a girare su se stessa e infine, mossa da opposti venti, guidata dai suoi scambi sul soffitto, a eseguire

una strana danza da marionetta che agita gli arti, si inchina, va di qua e di là. Mariarita aveva seguito le sue mosse con apprensione, ma ora... prima che potesse riuscire a dare l'allarme... Carlotta, lanciata a razzo da un violento colpo d'aria, investì in pieno Stella. Stella non ebbe neppure il tempo di vedere cosa le fosse piombato addosso, distinse solo una testa, gambe e braccia (un complice di Cristiano?), puntò la pistola contro la bambola (anche lei può perdere la testa, no?) che la corrente stava sospingendo indietro, e sparò al bersaglio in movimento. «Nooooo!» gridò Cristiano, scagliando via Mariarita. La bambola, impennandosi nell'aria, schivò il proiettile di Stella. Stella si rese conto di cos'era la cosa sospesa, e nello stesso istante Cristiano le afferrò il polso che reggeva la pistola. Mariarita cadde a terra, e non potendo proteggersi con le braccia batté la testa contro le mattonelle del pavimento. Anche Stella, colta di sorpresa, cadde all'indietro, schiacciata dal peso di Cristiano, e nell'urto la pistola le sfuggì di mano. Così, fu a contatto fisico con l'assassino, sentì il suo corpo nudo contro il suo, la sua pelle, il suo odore. Avrebbe potuto baciarlo. Neppure allora, ebbe paura. Sdraiata bocconi, con la guancia contro la mattonella, attraverso un velo confuso, Mariarita li guarda lottare. Stella è sopra, poi torna sotto. Rotolano più volte, gemendo, colpendosi. Anche Cristiano, per fortuna, ha perduto il coltello. Altrimenti... No, non vuole uccidere Stella... non ancora. Vuole... cosa? Impadronirsi della sua voce? E anche Stella, naturalmente, lo vuole vivo. Quei due lottano non per uccidersi, ma per prendersi. Ciascuno dei due possiede qualcosa che l'altro desidera. Lei, una parte di Carlotta. Lui... Stella fece volare Cristiano oltre le sue spalle, e cercò a tentoni la pistola. Ma non riuscì a trovarla (in seguito si sarebbe scoperto che era finita sotto la branda). Trovò invece uno dei sandali di Mariarita, dal tacco simile a un pugnale.

Mariarita, a fatica, si alzò sulle ginocchia. Cristiano fu nuovamente addosso a Stella, la stordì con un colpo vibrato con il taglio della mano. Poi, ansando, andò a prendere una siringa dal carrello degli strumenti. Non era quella grande, ma una delle piccole, simile a quella con cui aveva drogato lei. Forse voleva solo rendere inoffensiva Stella, in attesa di... prenderle la voce? Mariarita si tuffò, urtò il carrello degli strumenti, lo rovesciò fra le gambe di Cristiano, che cadde a faccia in giù. Cristiano urlava di dolore: si era ferito? Stella si muoveva debolmente. Cristiano strinse nel pugno la siringa. I due si alzarono quasi contemporaneamente; si fronteggiarono, lui con la siringa, lei con il sandalo di Mariarita. E, per un altro capriccio del vento, Carlotta fu tra loro. Obbedendo a un impulso improvviso (più tardi, dirà che le era sembrata «la cosa giusta») Stella colpì la bambola con il tacco acuminato, la forò. Carlotta emise un sibilo, un lamento flebile e patetico, come il grido di una creatura che viene uccisa a tradimento, e... cominciò a sgonfiarsi. A disfarsi, deformarsi, svuotarsi. Cristiano guardò con atterrito stupore la metamorfosi di Carlotta, poi gettò un grido acuto, si gettò su di lei, la sganciò, crollò con lei tenendola fra le braccia, la cullò con strazio materno, urlando e piangendo, la baciò sulla bocca, come a volerle infondere la propria vita. I capelli gli coprivano la faccia, rossi e demoniaci. Si premette addosso la bambola, come volesse unirla a sé, inglobarla nel suo stesso corpo. Ma Carlotta diminuiva, rimpiccioliva, spariva. Il bel viso divenne quello di una vecchia, il corpo un sacco pendulo. La pelle di cadavere, ora rugosa e livida, penzolava inerte e floscia da quello che era stato il corpo di un'idea. «Credo che... che sia finita» disse Stella a Mariarita.

La quale, strisciando, risalì sulla branda, si accucciò, e sospirò: ora poteva anche svenire. Svenne quasi con piacere.

Quando riprese i sensi, aveva i polsi liberi. Stella doveva aver trovato le chiavi delle manette, e l'aveva liberata. L'aveva anche coperta, e sistemata più comoda. Ma si sentiva ugualmente a pezzi. Sentiva alcune voci. Girò la testa e vide Cristiano e Stella. Lui era seduto a terra, ammanettato a una delle gambe del tavolo operatorio. Lei gli era accanto, e gli accarezzava i capelli. Parlavano fitto, sottovoce, in tono confidenziale, con tranquilla intimità. Mariarita sentì che Cristiano diceva ingenuamente, accorato, con spaventoso candore: «Non si può trovare tutto in un'unica ragazza! Mi capisci? Mi capisci?».

L'ultima lettera dello scapigliato Q

uando Angelo Trotta, con alcuni agenti che aveva allertato lungo la strada, entrò, attraverso il garage, nella tana dell'assassino, si presentò ai suoi occhi la scena che segue. C'è un casino della Madonna, roba rovesciata dappertutto, siringhe e altre cose sparse. In mezzo alla stanza, giace una cosa ripugnante, stropicciata, bionda, oscena, qualcosa che somiglia alla mummia di un neonato, o a un cadavere rimpicciolito per mezzo di qualche rituale di magia nera. In tanto caos, le persone sono insolitamente calme. Mariarita è seduta sulla branda, a gambe accavallate, vestita da iguana e con capelli da sirena. Ha un bicchiere in mano, si sta tirando su con un goccio di brandy che ha preso dal frigobar. È completamente stravolta dagli eventi che le sono caduti addosso e dalle sostanze che ha in corpo. Si guarda intorno cercando echi e suggestioni di Gherardo, degli scapigliati, e dell'anatomista Blank, persa in una sua seduta spiritica personale in cui, probabilmente, si aspetta forse di veder apparire il fantasma di Igino Tarchetti. Ammanettato a un tavolo, c'è un tizio impossibile, nudo e tutto tatuato, con un aspetto da spogliarellista o pornodivo, un'aria un po' catatonica, e negli occhi la mitezza terrificante di quei pazzi che si sono ritirati a vita privata in un loro mondo chiuso a chiave dall'interno. Stella, vestita come un agente segreto penetrato in una villa per fotografare microfilm, o come una ladra d'albergo da fotoromanzo, è seduta sul pavimento di fronte al tizio, con il culo su un cuscino che deve essersi sistemato sotto

per stare più comoda. Ha un bicchiere mezzo vuoto posato accanto, e un altro in mano, con una cannuccia. Come un'infermiera, avvicina la cannuccia alle labbra del tizio dipinto, cercando di farlo bere. Lui tiene la bocca chiusa, alza il mento, scuote lentamente la testa da una parte e dall'altra, con un movimento lento e meccanico, lo sguardo perso nel vuoto. «Stella, che cazzo stai facendo?» gridò l'ispettore. La detective si voltò verso di lui. Aveva la faccia stanca, ma un'espressione appagata, serena. «Niente, Angelo. Non preoccuparti. È tutto a posto». « È tutto a posto» disse l'ispettore con una smorfia ilare, rivolto verso i colleghi. «Lei dice che è tutto a posto».

Cristiano si lasciò condurre via senza opporre resistenza. Tranquillo, educato, civile. A un certo punto, si scusò persino per il disturbo che arrecava. E fu lui a rassicurare Trotta sulle condizioni di salute di Mariarita e Stella: stavano bene, disse, niente più di qualche ecchimosi, di qualche doloretto, e di molta paura (nel caso di Mariarita). Innocuo, disposto a collaborare, indifferente a quanto aveva fatto e a quanto avrebbe potuto capitargli in futuro. Stella raccontò all'amico poliziotto tutto quanto era riuscita a sapere da lui nel tempo in cui avevano parlato «cuore a cuore», come disse sardonicamente Angelo. Cristiano si innamora di Carlotta incontrandola nello studio di Felisetti, osservandola e vivendo con lei giorno dopo giorno, mentre il mago della plastica la costruisce nei suoi sogni prima, e con il bisturi poi, sui corpi delle sue clienti. Fa suo l'ideale di bellezza femminile che è stato di Gherardo Orsi e dei suoi discendenti. Così, un sogno da più di un secolo fantasticato trova in lui il suo esecutore materiale. Cristiano compirà gli atti dell'assassino inventato da Gherardo in Sublime anima di donna. Brillante studente, in seguito assistente di Felisetti e avviato

a una promettente carriera di chirurgo plastico, fa pratica «lavorando su sua madre»: sì, queste sono le sue testuali parole. Impara a costruire donne artificiali lavorando su sua madre, e su tutte le Carlotte che Felisetti si sforza di estrarre dai corpi delle clienti, come farfalle dai bozzoli. Un giorno, trova in un sexy shop una bambola che somiglia a Carlotta, la compra, tremando di eccitazione come un adolescente al suo primo esperimento amoroso, la porta nella sua casa a Brera, ma non riesce a fare sesso con lei: non è ancora Carlotta (Cristiano non la chiama Carlotta, ma soltanto e semplicemente Lei). Come Stella aveva immaginato, il primo omicidio è frutto di un'ispirazione improvvisa, non premeditato. Succede in un supermercato, quando lui vede, esposto «come un rotolo di prosciutto» (così dice nella sua confessione, con un lampo di cupo umorismo), sostenuto dalle stecche di un corpetto con reggiseno a balconcino, il seno di Carlotta. Deve averlo. Un desiderio improvviso, bruciante, bizzarro, categorico: uno di quei desideri che, se non vengono soddisfatti, possono produrre un avvelenamento rapido, una crisi d'astinenza, forse la morte. Conduce lì il seno, e se ne impadronisce per darlo a Lei (nei discorsi di Cristiano, esclusivamente Lei è una persona, le ragazze uccise consistono solo nella parte anatomica che gli interessa. Non che ignori i loro nomi, in alcuni casi possedeva anche informazioni dettagliate su di loro, ma esistono meno di Lei). Da allora, quello di costruire Carlotta diventa un lavoro programmato, portato avanti sistematicamente. Decide di continuare con qualcosa di facile: quella componente dell'immagine femminile che le donne espongono e mettono immediatamente in vista: la capigliatura. Trova i capelli di Carlotta dopo giorni, settimane di vagabondaggi per le strade, e li prende. Aveva intenzione di terminare con le parti più segrete e nascoste, ma una notte, in una discoteca, vede il sesso di Carlotta in una ragazza strafatta e ubriaca che esegue uno spogliarello integrale su un cubo. Per il viso, occorre una ricerca accurata: sfoglia cataloghi di agenzie di modelle e va ai provini per le

pubblicità e gli spettacoli teatrali. Infine, i suoi occhi cadono sull'attrice, durante uno spettacolo di allievi del corso di recitazione. Cristiano impiega tutta la sua abilità di chirurgo plastico per adattare le parti anatomiche imbalsamate alle forme di plastica della bambola. Usa il nuovo collante appena prodotto in America per unire i lembi di pelle, al posto di aghi e fili; sulla carne viva, la colla viene riassorbita dai tessuti e la ferita si richiude senza lasciare cicatrici, sulla carne morta sarebbero rimaste linee sottili, meglio dei punti da sutura. Usa le protesi di silicone per modellare, gonfiare e inturgidire il corpo, e l'acido ialuronico e altri cosmetici per mantenerne la bellezza, la giovinezza e la freschezza. Il sesso con Lei era fantastico, dice Cristiano, ogni volta sempre più bello, meglio di quanto era mai stato con le altre. Quando, poi, Stella aveva chiesto a Cristiano se provava qualcosa per le donne che aveva ucciso, si era imbattuta nella più stupefacente, assoluta, sorda,