Sei sulla pagina 1di 116

Giorgio Pisano

LO STRANO CASO
DEL SIGNOR MESINA

Il Maestrale
LIBRISTANTE
Giorgio Pisano

Lo strano caso
Giorgio Pisano
del signor Mesina
Lo strano caso
del signor Mesina

Copertina
Nino Mele

Impaginazione
Imago multimedia

Edizioni Il Maestrale
Redazione:
via Massimo D’Azeglio 8
08100 Nuoro

Telefono e Fax:
0784 31830

E-mail:
redazione@edizionimaestrale.com

Internet:
www.edizionimaestrale.com

ISBN 88-86109-86-5

Proprietà letteraria riservata


© Edizioni Il Maestrale 2005 Il Maestrale
A mio figlio
I

A casa

«Ce n’è ce n’è, da fare». Lo aspetta, per iniziare, un


lavoro da magazziniere, poi magari torna in Sardegna e
segue il forno del fratello, a Budoni. «Insomma, rico-
mincio».
Graziano Mesina non ha più il fisico della fuga: po-
chi capelli, pancetta dilagante, zampe di gallina sugli
occhi. Un signore ingrigito, ormai. Intontito dall’effetto
aria, dalle prime sei ore di libertà, confuso, uomo qua-
lunque tra gente qualunque. Ballore, il fratello maggio-
re, è andato a prenderlo alle Nuove di Torino con la sua
vecchia macchina e se l’è portato a casa, per sottrarlo al-
la curiosità della gente e guardarlo dritto in faccia. «An-
che se ha cinquant’anni, per noi i più piccoli restano
sempre bambini». Deve dargli qualche consiglio im-
portante per sopravvivere ora che va a scoprire, a risco-
prire, un altro mondo.
Morto il padre Pasquale, il capofamiglia è lui. Da
Orgosolo è fuggito nell’epoca del boom economico, è
planato a Crescentino, quaranta chilometri da Fiat city,
in tempi non facili, quando tutti i meridionali venivano
chiamati sbrigativamente “Napoli”. Non faceva diffe-
renza essere siciliani o calabresi, pugliesi o sardi. «Ho
fatto le ossa alla vita».


Graziano lo guarda con grande rispetto, gli deve ob- gilla. Per festeggiare, Ballore stappa una bottiglia d’ac-
bedienza. Soprattutto adesso che avverte una strana feb- quavite scura, fatta macerare con bucce d’arancia. Gra-
bre: gli frullano in testa mille idee e mille progetti. Mille di tanti, tra quaranta e cinquanta. Buona, assicura una
paure, forse, ma di quelle non parla. Nell’appartamen- giovane milanese che ha avuto il privilegio di essere in-
tino di Ballore, palazzina popolare di mattoni rossi im- vitata a questa tavolata di famiglia, destinata a pochi in-
mersa in un centro operaio, cintura industriale senza timi, santi bevitori.
storia e senza presente, si sente al sicuro. Gli stanno Come succede? Chissà. Mezzanotte, cielo umido e
dando la caccia un centinaio di giornalisti: Mesina libe- senza stelle, Crescentino è a letto, domani la sirena della
ro, Grazianeddu (come piace chiamarlo ai milanesi) fabbrica fischierà presto, lacererà la quiete di un’alba
esce dal carcere. Oggi, 19 ottobre 1991, è tutta per lui la identica a quella di ieri, alba fatta in serie. Qualcuno no-
seconda notizia dei Tg nazionali, il titolone di prima mina Orgosolo e Mesina fugge d’improvviso a perdifia-
pagina di numerosi quotidiani. Uno condisce l’avveni- to sul filo sospeso della memoria.
mento in salsa western: il ritorno di Graziano. Pare solo con se stesso, quasi fosse tornato in cella,
La cena è pronta: salsiccia, pane carasau, pecorino e guarda oltre la finestra. E riesce a rivedere la vecchia
un vino che lascia l’impronta color inchiostro sul bic- abitazione di famiglia, pietra su pietra nella parte alta
chiere. «Quanto avrà? Quattordici, quindici gradi non del paese. Chiusa, da tempo. Ogni tanto è meta di bus
di più». Si fa sentire, aiuta ad accendere la notte di eu- carichi di turisti che vogliono osservare la casa del ban-
foria. Intanto Graziano, rigorosamente astemio, parla. dito. Talvolta, se si è fortunati, si può incontrare la mam-
Corre sul suo passato, salta da un episodio all’altro, ri- ma dell’ex ergastolano. Certo, non è moltissimo ma al-
sponde al telefono che squilla in continuazione: «Deso- meno il tour del brivido non va buco. Di solito il pro-
lato, non è qui. Terrà una conferenza stampa nei prossi- gramma, oltre la sosta-meditazione davanti al vicolo do-
mi giorni». Gli piace questo giochino di smarcamento ve Mesina ha trascorso l’infanzia, prevede una puntata
dei giornalisti, lo rende felice. E tanto per stupire i tre sul Supramonte, pranzo all’aperto con l’arrosto cucina-
amici a tavola, tira fuori referenze di tutto rispetto: to dai pastori, i grandi spiedi di legno e un’atmosfera va-
«Devo ringraziare Maurizio Costanzo, mi ha mandato ga da Far West d’Italia.
un bellissimo telegramma. Devo ringraziare anche Gigi Zia Caterina neppure si accorge di chi la scruta con
Riva, mi ha regalato magliette e scarpe per la mia squa- curiosità. Alle soglie del secolo di vita, fatica a reggersi
dra di calcio, a Porto Azzurro». Campionato dietro le in piedi, non può fare a meno di un’assistenza continua.
sbarre, entusiasmante. «Fino a quando non mi hanno Starle dietro, adesso che con la testa non c’è più, è molto
portato via due titolari»: trasferiti, esigenze di giustizia. faticoso. Settimana dopo settimana si sposta in conti-
Ogni tanto dà un’occhiata all’orologio, un patacco- nuazione: un po’ con Peppedda, un po’ con Antonia, un
ne d’oro massiccio. Un regalo, si capisce da come lo gin- po’ con Peppe. Dei suoi undici figli sono quelli rimasti a

 
Orgosolo. Rosa e Antonio abitano a Budoni, Ballore e Una mattina, ora di pranzo, gli tendono un agguato
Graziano sono su, in Piemonte. mentre si trova in un viottolo di campagna con due col-
Rimettere tutti insieme, magari per un momento, leghi. Tutti giù, faccia in terra. «Non abbiamo capito co-
per la festa dei cent’anni? Sarebbe bello, e troppo dolo- sa volessero, perché ci facevano mettere in quella posi-
roso. Quando si trasferisce da una casa all’altra, zia Ca- zione», racconterà più tardi uno dei due testimoni. Che
terina prende con sé poche cose e i ceri dei tre figli mor- volevano? Facile: uno di loro doveva essere giustiziato.
ti: Pietro se l’è portato via la cattiva salute, Giovanni as- Quasi a bruciapelo, senza pietà, il viso poggiato sull’er-
sassinato d’autunno, nel ’62. Neanche un mese più tardi ba. La notizia rimbalza in paese nel primissimo pome-
Graziano, che allora aveva vent’anni, ha pensato di ven- riggio, sibila velocissima tra le sedie sistemate davanti
dicarlo uccidendo con una sventagliata di mitra il fratel- alle case per sfuggire al caldo. Qualcuno ricorda ancora
lo del presunto assassino: dente per dente. il grido ossessivo di un improvvisato banditore, un vec-
Era una domenica d’ottobre, il bar del paese pieno chietto che tutti conoscevano per una sua donabbon-
pieno per l’aperitivo. Andrea Muscau stava al bancone, diesca fragilità. Tziu Leoni, lo chiamavano con velenosa
il braccio posato sul laminato lucido dove andavano e ironia. «Non ho visto niente, non ho visto niente, non
venivano bicchieri colmi di birra. La porta si spalanca, ho visto niente», ripeteva scartando angoli e stradine,
Graziano toglie fiato e parole con quel cannone in ma- maratoneta impazzito. Correva, correva senza fermarsi.
no. E spara, spara. Per un attimo Muscau sembra balla- Cos’è rimasto di tutto questo? Un ricordo polvero-
re sotto la pioggia di proiettili, poi si affloscia, gli occhi so, la casa dell’infanzia dove si viveva in dieci, piccola
spalancati sul buio della morte. Graziano vorrebbe an- ma capiente. Quando Graziano è nato, nel 1942, Orgo-
darsene, adesso, senza fretta: lo ferma una bottigliata in solo non faceva quattromila abitanti (3.937 al primo
testa. Come nei saloon. È l’inizio di una faida sanguina- gennaio). E gli altri, dove sono gli altri? Maestro Bassu,
ria che finirà solo molti anni dopo. La sorellina di Mu- maestra Monni, la signorina Veronica. Erano i pionieri
scau, che frequentava le elementari, ha indossato il lutto d’una scuola elementare che i ragazzetti dividevano a
a partire da quel momento. metà con la custodia del gregge. Le bambine giocavano
L’altro figlio che zia Caterina ha accompagnato al con bambole di stoffa, realizzate con le loro mani, le più
camposanto è Nicola, assassinato nell’estate del ’76. brave riuscivano a farle intrecciando foglie d’asfodelo.
Strana morte, rimasta inspiegabile perfino nei sussurri Il pomeriggio, coi maschietti, si giocava a bandidos e
di paese. Lavorava nel cantiere del rimboschimento, ca- sordados (la versione più aggiornata, banditi e carabi-
posquadra. Un uomo chiuso, tranquillo, pochi amici e nieri, è arrivata molto più tardi). Come molti suoi amici,
poche chiacchiere. Dicono che stesse svolgendo una per- Graziano aveva su carrozzinu, una tavola di legno su
sonalissima indagine sulla morte di Pietrino Crasta, un ruote di sughero, per volare a tutta velocità in discesa,
possidente di Berchidda rapito e assassinato anni prima. preistoria dello skateboard. Televisori ce n’erano po-

 
chissimi. Quello più frequentato stava negli uffici della poco ha potuto esserci. Le prime evasioni sono stretta-
Poa, Pontificia opera di assistenza, affollatissimo alle 17 mente familiari e puntavano sempre in campagna «do-
per la tivù dei ragazzi. ve ho imparato a conoscere animali, piante e odori». Da
In alcuni momenti Orgosolo ha raggiunto i cinque- bambino si era riscoperto una forte insofferenza alla ge-
mila abitanti. Villaggio povero, ma di povertà equamen- rarchia, allo sconfinamento del prossimo nella libertà e
te distribuita. Non c’era miseria disperata e neppure nella sua vita privata. Non ha esitato a massacrare di
ricchezza gridata. «O, se c’era, cercavano di non sbat- botte un vicino che gli aveva ucciso il cane («una bella
tercela in faccia», ricorda Peppedda Mesina. Tanto è cagna, nera. Meruledda si chiamava»), a confrontarsi in
vero che la frequentazione delle chiese non seguiva una duello con un ex latitante.
divisione di classe. Tra la chiesa di Sant’Antonio, per Ma ora tutto questo va messo in soffitta. Oggi è un
esempio, e quella di San Pietro la differenza stava sol- giorno fortunato: il Tribunale di sorveglianza di Torino,
tanto nella comodità degli orari della messa. Nella bella aiutato da uno psicologo e un criminologo, lo ha messo
stagione si pregava anche in campagna, a San Michele, a sotto torchio per capire fino a che punto è cambiato. Al-
Sant’Anania. Nei paraggi di questa chiesa era stata ag- la fine gli ha concesso la libertà condizionale. Avrà l’ob-
gredita, violentata e uccisa nel ’37 una ragazza del po- bligo di soggiorno in Piemonte fino al ’96, dovrà firma-
sto, Antonia Mesina: Giovanni Paolo II l’ha fatta beata. re una volta la settimana in una caserma o in un commis-
È stata la santa Maria Goretti della Barbagia. sariato. Senza un’autorizzazione precisa, non potrà usci-
La domenica si passeggiava nel Corso, dapprima in- re da un ambiente che gli è stato cucito addosso. Nel
titolato a Vittorio Emanuele e poi diventato Corso Re- senso che deve abitare nella casa che a San Marzanotto
pubblica. Il massimo della trasgressione suggeriva di gli ha messo a disposizione un imprenditore di Fonni,
spingersi fino a Su Cantareddu, una fontana a neppure Michele Quai, che lavora nel settore dell’edilizia. Per i
un chilometro dall’ultima casa del paese, comunque pasti e i problemi di tutti i giorni può recarsi a casa del
fuori dall’itinerario obbligatorio. Il cinema parrocchia- suo “principale”, terzo piano di un edificio cadente ad
le proiettava film di cowboys e storie d’amore, la favola Asti. In via eccezionale otterrà presto il benestare per
triste della principessa Sissi e pellicole di quel genere. una puntatina in Sardegna, a Orgosolo, per vedere la
Nella scena finale, quella dell’immancabile bacio, l’ope- madre.
ratore piazzava sistematicamente una mano davanti al- Respinta da poco più di un anno, l’istanza di libertà
l’obiettivo: censura artigianale, buio sullo schermo, schia- ha avuto un sostenitore acceso: il presidente del Tribu-
mazzi in sala. «Leva la mano, le-va-la». Neanche i baci si nale di sorveglianza, Pietro Fornace. Che di Mesina sa
dovevano vedere allora, sennò Gesù piangeva. Si sape- soltanto quel che racconta il fascicolo del ministero di
va da sempre, precetto da lezione di catechismo. Grazia e Giustizia, date e condanne, condanne e date.
Di quel mondo a Graziano è rimasto poco, perché Prima del verdetto, tenta di avere informazioni meno

 
scheletriche. Per esempio, quanti omicidi ha commesso? «Missione Sardegna», scherzava coi giornalisti. E
«Uno, signor presidente». quando la superprocura di Cagliari inizierà a mugugna-
– Uno solo? re sulla presenza e sul ruolo di Graziano in quella vicen-
«Uno solo. Sono stato assolto dall’accusa di aver col- da, la risposta sarà secca, durissima: «Per quel che ne so,
pito a morte due poliziotti durante un conflitto a fuo- il Mesina non soltanto non sta creando problemi ma an-
co». zi sta dando una mano a risolverli». La replica, un espo-
– Vedo tra queste carte anche una storia di occulta- sto al Consiglio superiore della magistratura, lo lascia
mento del cadavere d’un certo Miguel Alberto Asencio indifferente. Questo strano sorvegliato speciale lo affa-
Prados Ponte… scina, gli dà la certezza che non si tratti di un bluff. Sa
«Quello è il suo nome vero, lungo lungo. Per noi era che la carta-Farouk può significare la grazia e in qualche
Miguel, Miguel Atienza. Non ho occultato il suo cada- misura un piccolo contributo a raggiungere questo
vere, l’ho semplicemente sepolto. Dopo un’evasione, obiettivo può darlo arche lui. Mesina non veniva forse
era rimasto ferito seriamente in uno scontro coi “baschi definito la primula rossa del Supramonte? Bene, sguin-
blu”. Non ce l’ha fatta. Ho avvertito il padre, ma non si zagliarlo in una storia di sequestro a scopo di estorsione
è portato via la salma. È sepolto nel cimitero di Nuoro, (dopotutto è il suo ramo, no?) non potrà che dare risul-
povero Miguel». tati incoraggianti.
– Cosa rimprovera alla società? Ci crede, ci si butta impegnandosi personalmente
Ci sarebbe moltissimo da dire, ma è meglio sfumare. con dichiarazioni di simpatia. Sarà una bruciante delu-
«Nulla da obiettare. Rispetto e chiedo rispetto. Avrò bi- sione professionale. Ma questo, la mattina di quel 18 ot-
sogno di tempo. Per strano che possa sembrare, sento la tobre, Fornace non lo sa. Ascolta con aria solidale, da
necessità di riposarmi». giudice di grande esperienza qual è, le parole che Ga-
La sentenza arriva nella tarda mattinata. Poi, portan- briella Banda, difensore dell’ex ergastolano, affida alle
dosi dietro una borsa gonfia di fascicoli, Fornace corre agenzie di stampa con qualche emozione: «Il verdetto
nel suo ufficio blasonato. L’anticamera è tappezzata di sulla liberazione condizionale non è solo un atto di giu-
vecchie locandine, molte del teatro La Scala, che creano stizia. Credo che Mesina abbia abbondantemente paga-
un’atmosfera particolare, molto ufficiale e nello stesso to il suo debito con la società. Tanto più che nella sua
tempo accogliente, quasi informale. Dietro un’enorme trentennale permanenza nei penitenziari italiani non ha
scrivania, il magistrato conferma d’aver fatto una scom- mai goduto di un provvedimento, come dire?, di bene-
messa. Crede in Mesina, e avrà modo di dimostrarlo du- volenza. Oggi ha il diritto di rifarsi una vita».
rante il rapimento di Farouk Kassam. In quella occasio- Graziano lo sa. Per questo, nella lunga notte a casa di
ne gli darà carta bianca, una libertà di movimento senza Ballore, mentre Crescentino dorme, accetta, lui che
vincoli di sorta. odia l’alcol, di fare un brindisi. Alza il bicchiere, bagna

 
appena le labbra in una smorfia di disgusto. E la Sarde- Mesina, i più vecchi l’hanno dimenticato, ne hanno
gna, chiede, come va la Sardegna? perso le tracce in galera.
Benissimo: nel ’91 non c’è stato neppure un rapi- Non sono riusciti neppure a vederlo quand’è arriva-
mento. Iniziando la conta degli ostaggi dal 1973, non è to, l’anno scorso. Il paese sottosopra, sembrava fosse
mai accaduto prima che l’Anonima saltasse un anno. accaduto qualcosa di grave: polizia, carabinieri, il grac-
Buon segno. Per quanto riguarda gli omicidi, c’è invece chiare fastidioso delle ricetrasmittenti. Tutto questo
una crescita significativa: ci si ammazza più di prima, le soltanto per lui, per Graziano. Possibile, faceva ancora
statistiche giudiziarie parlano chiaro. Per il resto, solita tanta paura? Eppure, che non avesse voglia di scappare
Sardegna: disoccupazione in aumento, in bilico perfino era abbastanza chiaro per tutti. Non c’era l’intenzione e
la sorte delle miniere, che sembravano una certezza as- neanche la forza.
soluta. Cortei e manifestazioni a Cagliari, davanti al Nove evasioni sulle spalle, quel signore di mezza
brutto palazzo modernista che ospita il Consiglio regio- età in giro col borsello giustificava un piccolo spiega-
nale in via Roma: protestano gli agricoltori e i pastori mento di forze. In un passato non proprio remoto era
per la siccità, gli operai per la chiusura delle fabbriche, i stato un protagonista, uno dei numeri uno della crimi-
piccoli pescatori per il fermo biologico che li spedisce nalità nazionale.
due mesi a casa senza una lira di indennizzo. Di lì a poco sarebbe tornato sulla ribalta. Ma quella
A proposito di lire: i campionati mondiali di calcio sera, a Crescentino, non poteva immaginarlo. Pensava
non hanno portato nulla o quasi. Qualche spicciolo a un altro futuro, talmente anonimo da non giustifica-
pubblico e nemmeno un turista: alla faccia di uno stra- re una notizia in breve. Non poteva prevedere che lo
garantito effetto trainante di Italia ’90. L’unica coda, aspettava ancora qualche avventura, molto clamore,
se di coda si può parlare, è l’apertura di un’inchiesta disprezzo e simpatia all’ingrosso. Assieme a una trap-
giudiziaria nelle dodici città che hanno ospitato le par- pola per tornare all’inferno.
tite. Nel rifare gli stadi, nel riorganizzare impianti e
centri di accoglienza sono volate mazzette. «La solita
Italia». A cambiare, in peggio, c’è solo la Sardegna che
continua a vivere, meglio a sopravvivere, con le pen-
sioni. La popolazione diminuisce, i paesi si spopolano
mantenendo soltanto vecchi, bambini e donne. So-
prattutto donne. Con qualche eccezione: a Orgosolo
gli uomini risultano più numerosi all’anagrafe. Scor-
rendo gli elenchi, appare però una folla di bimbi e
pensionati. I più piccoli non sanno neppure chi sia

 
II

Ritratto di pentito

La foto dei quindici anni, un polveroso ritrattino in


bianco e nero, mostra un ragazzo magro, coppola e
giacca scura, camicia dal colletto troppo largo, occhi
che guardano lontano. Labbra serrate, neppure un ac-
cenno di sorriso.
La foto dei cinquant’anni, primo piano artificiosa-
mente pensoso, offre poco: è materiale per i giornali,
costruito in studio, compresa la mano destra che sem-
bra accarezzare il mento con casuale noncuranza. Giac-
ca da grande magazzino, camicia candida e cravatta ve-
stono un signore qualunque di mezza età che ha perso
la battaglia contro la calvizie e quella contro i chili di
troppo.
A osservarlo bene, Graziano Mesina pare un impie-
gato con qualche pretesa, uno che vuole contrabbanda-
re l’immagine di un altro uomo, di un’altra anima. Tan-
to, la macchina fotografica è una spia stupida, non può
accorgersene, non sa frugare dentro. Di autentico resta-
no soltanto gli occhi. Mobilissimi, scaltri, diffidenti.
Peccato non poterli rendere sereni, metterli in sintonia
con quest’aria tranquilla.
Sono gli stessi del ragazzo con la coppola, un dilet-
tante della balentìa cresciuto in fretta nel deserto di Or-


gosolo. I carabinieri già lo conoscevano: una notte, era lettuali al ritorno da sporadiche spedizioni nel Nuorese,
adolescente, neanche un pelo di barba, lo avevano bec- dov’erano andati a vedere da vicino uno strano popolo
cato con un fucile rubato. Condanna a cinque anni. Da- che, più di venti secoli prima, era stato capace di “inven-
vanti al magistrato che gli annunciava un futuro di gale- tare” una razza canina (il pastore di Fonni) per difen-
ra, c’era dovuto andare con la mamma, zia Caterina, un- dersi dai legionari di Roma.
dici figli e una vita di pietra nella Barbagia della miseria, Osservata al microscopio dell’antropologo, questa
del silenzio, dei morti ammazzati. Tenuto per un brac- folla muta poteva contare su tante attenuanti. Sardegna
cio, quasi trascinato in quel palazzo con gli androni scu- perché banditi, diceva molti anni fa il titolo di un libro-
ri: il tempio della giustizia, affollato e rumoroso come inchiesta per spiegare e tentare di capire (far capire) una
un mercato. Quanta gente conosciuta c’era. regione a pallettoni.
Orgosolo, 1956. Poco più tardi la Rivista sarda di In questo clima Graziano Mesina cresce. Cresce in
criminologia pubblica i risultati di un’indagine sul ma- tutti i sensi. E dietro di lui si preparano le nuove gene-
lessere: «Si può dunque, in ultima analisi, affermare razioni: qualche “resistente” convinto, molti macellai,
che la geografia della pastoralità, della criminalità e mezzemaniche accecate dal sogno di una ricchezza fa-
della patologia mentale tendono in Sardegna a corri- cile facile. Gente educata a non avere regole, codici, ri-
spondere con la geografia dell’isolamento». Un que- spetto. Dice il giornalista Indro Montanelli: «Della sua
stionario distribuito a quasi 250 persone rivela che il isola non è rimasto che il nome, e poco altro. Sulle mon-
17 per cento è analfabeta e il 65 per cento ha la licenza tagne ora imperversano i criminali, nemmeno lontani
elementare. La “geografia dell’isolamento” racconta parenti dei banditi d’annata. E son convinto che lui,
anche qualche altro dettaglio: abitanti per chilometro l’ultimo lupo solitario, li disprezza. Anche se non me lo
quadrato 50,8; ovini 110, più del doppio. L’isola delle dirà mai. Il fatto è che ha sbagliato secolo. È l’ultimo re-
pecore. Conclusione: «Si può avanzare l’ipotesi che il perto vivente di un mondo che non c’è più. Se potessi,
banditismo non sia l’espressione di una cultura prima- lo metterei sotto vetro. Come una reliquia».
riamente e immutabilmente violenta, ma che rappre- Salvatore Contini, autotrasportatore di Olbia, è in
senti piuttosto una risposta, in forme devianti, a una qualche modo quello che rappresenta meglio di chiun-
violenza esterna. A una prevaricazione secolare che ha que altro i nuovi campioni dell’orrore. Sposato, va avan-
marginalizzato l’Isola, subordinandola politicamente ti e indietro con un piccolo camion quando gli propon-
ed economicamente, il mondo pastorale ha offerto di- gono un colpo non impossibile: sequestrare il giornali-
verse forme di “resistenza” alla sua distruzione, che si sta Leone Concato. Sta finendo la primavera del ’77 e
sono esplicitate e si esplicitano anche con l’abnorme sulla Costa Smeralda arrivano i primi caldi e i primi
fenomeno del banditismo». ospiti. Concato viene portato via il 27 maggio, inghiot-
Così dicevano, anzi scrivevano, accademici e intel- tito nel nulla. Non tornerà mai più a casa. Contini, uno

 
che in famiglia parla poco, viene arrestato dal giudice larga tiratura riesce a convincerla. Al termine di una
istruttore Luigi Lombardini tre mesi dopo. Il suo di- lunga trattativa, accetta di parlare.
fensore, l’avvocato Bruno Bagedda, riesce a tirarlo fuo- Appuntamento a mezzanotte in una certa periferia
ri: gli indizi non sono sufficienti, le tesi accusatorie non alle porte della città. A Olbia non c’è più nessuno per
reggono. Ci vogliono cinque anni perché lo spettro di strada quando riaffiora il primo ricordo di un’avventu-
quel rapimento-omicidio torni a galla. Sostenuto da un ra incredibile. «Volevamo rifarci una vita fuori, lontano
furore investigativo che non mancherà di creargli qual- da qui».
che fastidio, Lombardini riesce a mettere in angolo Con- Anche perché in Sardegna la vita sarebbe appesa a
tini. Che stavolta parla, straparla. Diventa quello che la un filo: la vendetta, diretta o trasversale, di chi hai fatto
cronaca definisce un “pentito eccellente”. A valanga, la finire in cella, è sicura. C’è da mettere in conto un ag-
sua confessione spalanca le porte del carcere a molti in- guato: questione di settimane, di mesi, ma Salvatore
sospettabili. Tra questi c’è perfino l’avvocato Bagedda. Contini sa bene che per lui il calendario della vita va ve-
«Mi aveva chiesto notizie di Concato», rivela Contini. loce, velocissimo da quando ha travolto con una confes-
Basta questo per dimostrare che Bagedda è coinvolto sione-fiume protagonisti e comparse della cosiddetta
nel sequestro? L’avvocato viene condannato e solo le “Anonima gallurese”.
sue drammatiche condizioni di salute (un tumore che Appena uscito dal carcere per i meriti legati al suo
lo fa finire per due volte in sala operatoria) gli evitano ruolo di “collaboratore di giustizia”, avverte che l’aria si
l’onta della prigione. Quattordici anni dopo il primo è fatta stretta. Intuisce che ha perfino poco tempo per
verdetto, la Cassazione concede la revisione del proces- levarsi di torno, farsi dimenticare se ce la facesse. Chie-
so. Si ricomincia. de aiuto e qualcuno aiuto gli concede. La vedova dice
E Contini? Morto. Ucciso nel carcere di Ajaccio da che gli era stato procurato un nome nuovo e un passa-
un commando di militanti del Fronte di liberazione porto per fuggire in Corsica. Materiale, aggiunge, gen-
còrso. tilmente fornito da qualcuno che sosteneva di far capo
La sua è davvero una storia esemplare. In un’intervi- alla Questura di Sassari.
sta mai smentita (e inutilmente offerta alla magistratu- La partenza è fissata per una sera qualunque, pochi
ra), la vedova aggiunge particolari inquietanti. Deve bagagli, l’essenziale: non bisogna dare nell’occhio.
avere paura, molta paura a parlare, ma le ribolle dentro Contini e sua moglie vengono accompagnati fino a Pa-
una rabbia sorda che rischia di farla impazzire. Si sente lau da due “poliziotti in borghese”. Signori cortesissimi
scaricata, abbandonata dalle istituzioni che fino a pochi e di poche parole: efficienti, sicuri. Quando il traghetto
mesi prima garantivano protezione e danaro. Per que- leva gli ormeggi sollevando un vortice di schiuma, sem-
sto vuole rompere la consegna del silenzio, gridare se bra fatta sul serio. Salvezza raggiunta.
potesse. L’effetto-megafono offerto da un quotidiano a Di Contini si perdono le tracce: scomparso, si farà

 
vivo – se necessario – il giorno del processo. La moglie C’è però qualcuno che conosce, a prova di errore, la
assicura che il primo periodo di esilio forzato non è sta- sua vera identità. Qualcuno che passa l’informazione,
to terribile. Certo, c’era il problema di acclimatarsi, in- la fa uscire all’esterno e aspetta. Contini non sa di esse-
serirsi senza fare troppo chiasso. Fortuna che un lavo- re stato condannato a morte. Con o senza documenti
ro, in un certo senso garantito dagli amici sardi, non falsi, la sua sorte è segnata. Una mattina, appena sve-
manca; qualche soldino pure. Non c’è da preoccuparsi. glio, vede arrivare attraverso lo spioncino due detenu-
Tutto procede nel migliore dei modi, vecchio tran tran ti incaricati di fare pulizie. Non immagina che tipo di
casa-lavoro-casa fino a quando Contini non si sente tra- pulizie debbano fare. Non li aveva mai visti prima, ma
volto dal suo vecchio hobby. questo ha poca importanza. Così come sembra avere
Con l’aiuto di qualcuno rimasto sconosciuto rapi- poca importanza il fatto che, a un certo momento, il
sce un veterinario di Ajaccio, autorevole rappresen- “braccio” si spopoli. Non c’è neppure un agente di cu-
tante del Fronte di liberazione. Le trattative per il rila- stodia quando i detenuti-netturbini aprono la porta
scio, ammesso che si trattasse davvero di un sequestro della sua cella, gli vanno incontro senza pronunciare
a scopo di estorsione, naufragano quasi subito. Alle una parola. Lo fanno a pezzi. Contini non ha il tempo
prese con un ostaggio imbarazzante, Contini pensa di di gridare, di chiedere aiuto: eppoi, avrebbe trovato
liberarsene senza indugi. Con un sistema collaudato, qualcuno disposto a darglielo?
sostiene l’accusa: lo ammazza e brucia il cadavere con I detenuti-netturbini escono senza fare rumore, su-
l’aiuto di una bombola a gas. Pare, ma su questo non perano la cancellata che chiude quell’ala del peniten-
si è mai riusciti a sapere molto, volesse sfigurarlo per ziario e, sempre senza fretta, arrivano all’uscita. Saluta-
renderlo irriconoscibile. La fiamma ossidrica aveva in- no, se ne vanno.
somma il compito di cancellare qualunque traccia: del Il chiasso dei giornali è inferiore alle previsioni. Vie-
veterinario non si dovevano avere più notizie. L’opera- ne aperta un’inchiesta, anzi due: una promossa dalla
zione andava realizzata nel più breve tempo possibile. magistratura, l’altra dal ministero di Giustizia alla ricer-
E sarebbe andata benissimo se all’ultimo minuto non ca di talpe tra i suoi dipendenti. Si vogliono individuare
si fosse messa di mezzo la gendarmeria francese e un coperture e responsabilità, si vuole scoprire com’è pos-
commissario un po’ tosto, di quelli che non mollano. sibile che due estranei siano penetrati in una prigione di
Contini viene arrestato e rinchiuso in carcere. Non si Stato, abbiano messo a segno un delitto in assoluta tran-
sa se all’ufficio matricola venga registrato col suo vero quillità e se ne siano andati senza sbattere la porta. A di-
nome o con quello preso in prestito al momento della stanza di sette anni, per quel che se ne sa, non si è appro-
fuga da Olbia. È ragionevole pensare che, anche da de- dati a niente. La morte di Salvatore Contini rimbalza a
tenuto, vivesse sotto falso nome: uno come tanti, in atte- Olbia con qualche ritardo. Commenti? A livello ufficia-
sa di giudizio per omicidio. le neppure uno. Chi è morto, Contini?, e chi è Contini?

 
Uno, nessuno, un imputato tra i tanti della indagine sul- Al pentitismo, e alle confessioni in genere, Mesina
l’Anonima gallurese. crede poco. È fatto d’un’altra stoffa, lui. Unico recluso
Un cadavere da dimenticare e basta. Possibile che nell’Italia del dopoguerra ad aver scontato ventinove
nessuno si domandi quale fosse l’attendibilità del te- anni e qualche giorno. Unico recluso che si è visto
ste?, possibile che nessuno voglia riaprire certe pagine, condannato all’ergastolo come somma di pene inflitte
dolorosissime, di quel processo? Bruno Bagedda, di- per diversi reati: una specie di prendi due e paghi tre
fensore di questo sconcertante “collaboratore di giusti- in versione giudiziaria.
zia”, è stato in qualche modo riabilitato dopo un’attesa Altra musica, vecchi spartiti, vecchie regole. Nella
infinita. A Sassari lo aspetta il nuovo processo imposto sua autobiografia, sostiene un’idea precisa che è stata
dalla Cassazione: si arriverà ad un indizio, indizio con- un po’ l’idea-guida della sua vita. Quella che gli ha
creto, sul sequestro-omicidio di Concato? Chissà. Pas- consentito di uscire vivo dalle peggiori carceri italiane:
sata la tempesta e un eloquente silenzio in risposta alle «Il pentitismo non riesco a digerirlo. Se uno fa una
sue dichiarazioni, la vedova di Contini si è eclissata, scelta, la deve portare avanti per tutta la vita…».
buttata a capofitto sul lavoro, nella routine di una vita L’ha fatta, fino in fondo. Nel 1984, quando ottiene
qualunque, assolutamente e rigorosamente anonima. A una licenza di tre giorni, torna a Orgosolo e scopre un
conti fatti, è una vittima anche lei. Non vuol più sentire paese che stenta a riconoscere. Si ricorda che venticin-
parlare di giornali, interviste, aule d’Assise. Potesse, que anni prima, giochi della gioventù barbaricina, an-
chiederebbe un certificato di non-esistenza. dava fortissimo il tiro al lampione. Soprattutto di not-
Suo marito le ha lasciato in eredità soltanto un brut- te, soprattutto quando c’era da far ammattire i carabi-
to ricordo. Forse il peggiore nella storia del pentitismo nieri negli inseguimenti. Adesso soffia un altro vento.
in Sardegna: perché gli altri, i canarini, i quacquarac- Otto sequestri in dodici mesi (nove a voler essere pre-
quà (come li chiamano adesso) non hanno fatto quella fi- cisi, visto che uno non va a segno), una quarantina di
ne. Certo, qualcuno è stato assassinato, altri (come Lu- omicidi. Ma siamo soprattutto alla vigilia dell’offensiva
ciano Gregoriani, logorroico e spietato accusatore dei contro gli amministratori pubblici: i sindaci, figure un
suoi ex complici) hanno fatto definitivamente i bagagli tempo intoccabili, stanno per diventare i bersagli di
senza rientrare in una cassa da morto. Sono insomma un’offensiva senza precedenti. Graziano, che non si
riusciti a rifarsi un nome e una vita lontano dalla Sarde- è mai occupato di politica, appare frastornato. D’ac-
gna. Detto brutalmente, hanno fatto un investimento che cordo i murales, impronta d’arte naïf e di protesta co-
ha dato i suoi frutti: due o tre persone al massimo sanno rale. Ma che senso ha sfregiare il portoncino d’ingres-
sotto quale identità si nascondono in una sperduta città so del Municipio?, annunciare con gli slogan spray una
del mondo. A Salvatore Contini un’uscita di sicurezza, rivolta che nessuno avrà mai il coraggio di scatenare?
evidentemente, non andava bene. Voleva di più. Prestissimo si arriverà alle bombe, agli attentati che

 
colpiranno in particolare le amministrazioni di sinistra. renti che si sono riempiti il freezer. Intendiamoci, com-
Attenzione però a non cadere nella trappola ideolo- prare carne rubata in modica quantità non offre il tanto
gica: non è opposizione quella dei fucili che sparano nel per far scoppiare una faida. Qualcosa però s’incrina, so-
buio; spesso è soltanto la rabbia di chi non può più con- prattutto se abigeato e vendita avvengono nello stesso
tare sugli amici degli amici, sull’impunità amministrati- paese e comunque nelle vicinanze.
va, sulla certezza che tra i suoi terreni non passerà una Aver risparmiato qualche lira può comportare il pe-
strada comunale, che nessuno denuncerà l’abuso edili- ricolo di una disamistade, l’inimicizia. Gradino che pre-
zio compiuto nella via principale del paese. cede e prevede un sanguinario risarcimento.
Sono cambiate molte cose. E non solo a Orgosolo.
L’unica traccia tradizionale è quella dell’abigeato: quasi
ottomila capi rubati, informano le statistiche delle forze
dell’ordine. A Orune, a Sarule, a Mamoiada i carabinie-
ri rischiano grosso durante le perlustrazioni notturne.
Dopo le 20 chi può sta in caserma: aspettando l’alba. Al-
la luce del sole tutto diventa più semplice.
Per Graziano Mesina questo è un altro pianeta. As-
solto dall’accusa di aver ucciso due poliziotti durante
un conflitto a fuoco, ha sempre seguito regole diverse.
Regole che nessuno ha mai scritto ma che tutti, banditi e
forze dell’ordine hanno sempre rispettato.
Non è vero, come qualcuno ripete, che l’incolumità
personale è tutta da verificare nel rosario dei paesi caldi.
Il segreto stava (e sta) nel fare una scelta. Basta un picco-
lo esempio per capire. Se qualcuno offre carne, fuori
mercato e a prezzi più che abbordabili, si tratta di un’of-
ferta molto, molto particolare: quasi certamente bestie
rubate e macellate clandestinamente. Una buona regola
di sopravvivenza, quella che nessun manuale potrà mai
scrivere, suggerisce di non comprarne. Meglio acqui-
stare la carne calmierata e “ufficiale”, non l’altra. Al de-
rubato, che prima o poi riuscirà a sapere chi l’ha fatto
fesso, arriveranno all’orecchio anche i nomi degli acqui-

 
III

Le regole del gioco

Regola numero uno: niente morti. Regola numero


due: niente trucchi. Regola numero tre: rispetto per i
perdenti. C’è polvere e sangue, soprattutto sangue, su
questo telegrafico galateo del buon bandito. Del buon
bandito e del buon poliziotto. Antonio Serra, famoso
ispettore della Barbagia, è un esempio della vecchia
scuola. “Costanza e riservatezza”. Non solo: pochissimi
incontri con i cronisti, gente che in ogni caso è meglio
evitare. Curriculum di assoluto prestigio dopo quaran-
t’anni in divisa, ha attraversato due generazioni crimi-
nali uscendone indenne. Intatto. Non sembra neppure
far parte di quelle forze dell’ordine che negli anni ’60
circondavano i paesi nella febbrile ricerca di latitanti,
rastrellamenti da golpe militare, violenze gratuite, arro-
ganza dello Stato. Coi famigerati “baschi blu”, per ca-
pirci, Serra non ha neanche un lontano rapporto di pa-
rentela.
Altro stile. Prima ancora della scuola di polizia, rico-
nosce come maestro un vecchio brigadiere di Orotelli,
Pietro Paolo Lunesu. «Mi ha insegnato qualcosa di fon-
damentale: fare il proprio mestiere rispettando sempre
gli altri, anche chi commette reati, non c’è bisogno di in-
fierire, dobbiamo solo essere bravi a indagare. E indaga-


re sempre meglio». Lui, soprannominato Penna Bianca micro-aggressioni ai diritti di gente che non protesta ma
(ma qualcuno lo chiamava anche l’Ultimo Cacciatore) ricorda, nel solco di una costante resistenziale che passa
l’ha fatto egregiamente, seguendo poche e chiarissime attraverso i secoli.
regole del gioco tacitamente rispettate anche dalla con- Antonio Serra sa adoperare bene le armi ma se n’è
troparte. Regola numero uno: niente morti… servito raramente. Ha concluso con successo decine di
Osposidda, 1985. In un costone di montagna si svol- indagini difficili (basta pensare al sequestro di Pasqual-
ge il più drammatico conflitto a fuoco nella storia del ba Rosas o a quello di Carlo Travaglino) senza pretende-
banditismo in Sardegna. Restano sul terreno, uccisi, re cadaveri, aborrendo quelle cacce all’uomo (anzi al
quattro fuorilegge e un sottufficiale di polizia. Antonio morto) che accendevano grande entusiasmo tra alcuni
Serra, che conosce riti, luoghi e uomini di quella terra, ufficiali e tiratori scelti. Ragazzi nervosi, come spiegava-
sostiene con sicurezza: quel massacro si poteva evitare. no con un pizzico di orgogliosa complicità i loro co-
Una giornata inutilmente tragica. Non spiega però co- mandanti, pronti a scatenare un’apocalisse da piccoli
me e perché “si poteva evitare”. Ma proprio perché non eroi del cinema.
spiega è chiaro un trasparente e solido dissenso con la Mesina è fuori gioco, e non soltanto perché sta in ga-
tattica adottata dai suoi superiori: accerchiamento e lera, quando avanza, a piccoli passi, un imbarbarimento
fuoco a volontà, piombo rovente come in un filmaccio che stravolge la Sardegna e i suoi figli in arme.
da quattro soldi. Solo che qui i morti sono veri. Con Effetto collaterale della società del benessere, dico-
qualche pennellata di macabro folclore, quasi fosse sta- no i giornali. Colpa dell’opulenza, d’una ricchezza sfac-
ta una caccia al cinghiale, i cadaveri dei quattro banditi ciata che percorre itinerari turistici e ciondola in tivù
abbattuti in una sorta di battaglia campale vengono sca- parlando di un’isola-paradiso che non c’è. O meglio c’è,
raventati sul cassone di un camion, proprio come si fa ma per pochi, pochissimi e resta in ogni caso lontana, ir-
con la selvaggina. E via per le strade del paese, a mostra- raggiungibile, per gli abitanti d’una regione con un tas-
re quell’orrido trofeo. Nella memoria della gente, della so di disoccupazione fra i più alti d’Italia.
gente che stava dalla parte delle forze dell’ordine e non Certe passerelle, vacanze che trasudano danaro, sono
coi banditi, questo è un oltraggio, una violenza gratuita. francamente fastidiose. Fanno parte del circo dell’esibi-
I morti sono sacri, perché esporli in quel modo? zionismo, piccola borghesia all’attacco, nuovi e falsi ric-
Il guaio è che certe norme di comportamento non chi insieme per celebrare i riti dell’apparenza. Una mo-
esistono più da una parte e dall’altra. Comunque si pre- da, un costume che colpisce l’immaginazione di persone
senti, sa giustizia difficilmente può portare qualcosa di in un certo senso indifese, vittime di una dolcissima vio-
buono. Quella che, con tono dottorale, parlamentari e lenza che ha stravolto valori e punti di riferimento.
ministri definiscono la “vertenza con lo Stato” è fatta di Il nuovo banditismo non è però l’epopea dei vinti, la
piccoli problemi quotidiani, iattanza col timbro tondo, lunga marcia verso la giustizia sociale di oppressi e cas-

 
sintegrati. Salvo rarissime eccezioni, a sparare non è chi disprezzo. «Eravamo in un casolare, ero legato mani e
cerca un riscatto sociale. La povertà non è un detonato- piedi». Arriva il bisogno improvviso, irresistibile di fa-
re della violenza, almeno di quella che si lancia sul fron- re pipì. Troffa, industriale inossidabile e buon giocato-
te dei sequestri. re di bridge, ha superato da tempo certi pudori: du-
Lo sa bene Emilio Pazzi, poliziotto dall’alluce ai ca- rante la prigionia non possono esserci più segreti coi
pelli, uno che potrebbe raccontare trent’anni di fatti e custodi. «L’uomo è un animale che si abitua a tutto. E
misfatti. Questore a Cagliari (dopo Nuoro e Oristano), perfino con rapidità. Sulle prime, l’umiliazione è pal-
ha diretto la Criminalpol per lungo tempo, inviato spe- pitante: penso a quando dovevo soddisfare, sempre
ciale del governo in Aspromonte per combattere la bendato, le mie necessità fisiologiche sotto l’occhio at-
’ndrangheta. Con la testa e non col mitra. tento di due carcerieri. Non l’ho dimenticato ma ram-
Perché Pazzi, buon conoscitore di Graziano Mesina, mento anche che col passare dei giorni, delle settima-
indagini su un centinaio di sequestri alle spalle, è poli- ne, tutto diventa routine, senza trascurare però il
ziotto di testa. «Mai dato uno schiaffo», giura. bisogno di alimentare l’odio e la sete di vendetta. Tra
È una sfinge, affila gli occhi fino a farli diventare due me e me cercavo spunti, argomenti per tenere viva e
fessure, sorriso da cerimonia e una granitica educazione bruciante questa mia rabbia. Che non s’è spenta. In
al silenzio. Potrebbe fare il paio con Antonio Serra. Ser- diverse occasioni, hanno anche tentato di stabilire un
vitore fedele dello Stato, non carnefice. E durissimo con dialogo, quattro parole per ingannare il tempo che
la sociologia d’accatto che tenta di trovare una qualche non passava mai. Io non sono stato capace neanche di
giustificazione ai rapimenti. Conosce molto bene la fare questa piccola concessione. Preferivo parlare con
campagna di annientamento psicologico dell’ostaggio, me stesso piuttosto che col carceriere».
la violenza segreta, la sottile crudeltà tra carcerieri e pri- In quella mattina, nel casolare dove sarebbe stato li-
gioniero, i meccanismi che regolano l’industria del se- berato, Troffa avverte la luce del sole attraverso la ben-
questro di persona. Ritiene che il «romanticismo inter- da scura che gli copre gli occhi. È sfinito, spaventato, te-
pretativo del mondo criminale finisca per essere fian- nuto in vita da una paura che crede di non aver lasciato
cheggiatore e dunque complice». intuire ai suoi custodi. Peccato per questa seccatura fi-
La realtà, quella che la cronaca non può racconta- nale, peccato dover chiedere un’ultima cortesia ma pro-
re, è terribile. Pupo Troffa, imprenditore sassarese ra- prio non ce la faceva più. «Per favore, mi slacci i panta-
pito nell’inverno del ’78 e liberato nella primavera del- loni?» domanda a un implacabile secondino. L’ha chie-
l’anno successivo, è stato tenuto legato a una catena sto centinaia di volte durante i mesi del sequestro. L’o-
per duecentocinquanta giorni, più di otto mesi. Occhi staggio, insaccato in una corda, non poteva far nulla da
bendati, neppure un momento distensivo. Mai. Perfi- solo, nemmeno la pipì. «Mi hai sentito, mi slacci i panta-
no il giorno del rilascio ha fatto capolino la ferocia, il loni per favore? Sto male». La risposta è una risata sec-

 
ca, beffarda. Il bandito si avvicina e gli bisbiglia all’orec- larvata simpatia per i delinquenti di ieri». Quelli nuovi,
chio: «Pisciati addosso». classe dirigente dell’orrore con la quale lo stesso Gra-
Con Pupo Troffa la sindrome di Stoccolma, quel filo ziano Mesina dovrà fare i conti durante il rapimento del
misterioso che lega la vittima al boia, non c’è. Semmai piccolo Farouk Kassam, sono d’altro tipo. Non hanno
odio, un odio stratificato che, a dispetto d’una dichiara- debolezze e considerano il “fattore umano” un detta-
ta militanza cristiana, non riesce a pronunciare o imma- glio irrilevante. L’ostaggio è soltanto un capitale in car-
ginare il perdono. Difficile dargli torto, giocare ambi- ne e ossa: come tale, bisogna renderlo redditizio, aiutar-
guamente sul ritorno alla ragione. Otto mesi da cane li lo con immondi e terrificanti stimoli a trasformarsi in
ha vissuti lui e lui soltanto. È perfino irriguardoso cerca- una macchina mangiasoldi, a diventare un gelido esat-
re di spiegargli a tavolino perché dovrebbe dimentica- tore dei beni di famiglia, un grottesco pubblico ministe-
re. Troffa non ci sta. Ha portato dovunque questa sua ro che addossa a moglie e figli i ritardi della sua libera-
storia, alla faccia di quegli accademici illuminati che di- zione.
scettano su attenuanti, generiche e specifiche, del se- La violenza non è altro che un ingrediente del seque-
questro. stro. Un lavoro di pressing, direbbero amabilmente nel
Emilio Pazzi, che su vicende come queste potrebbe mondo del calcio. Che spesso prevede lo stupro. Po-
scrivere un’antologia, assicura che non si tratta affatto trebbe testimoniare a questo proposito un professioni-
di un’eccezione. Ha avuto occasione di verificare perso- sta rapito a Punta Sardegna insieme alla moglie e alla fi-
nalmente cosa sia la paura andando a fare l’emissario glia sordomuta. Pazzi ricorda che quando venne libera-
durante le indagini per alcuni rapimenti. Una volta, to, perché cercasse i soldi necessari al riscatto, era “una
mentre parlava con un fuorilegge a notte fonda, gli è belva”. Strano, di solito il ritorno alla luce, alla libertà,
perfino cascato il registratore che teneva nascosto nel stravolge gli ostaggi rendendoli euforici, allegri, ubria-
cappotto. L’ha salvato il buio, il bandito ha pensato a chi di gioia, di vita ritrovata.
una sbadataggine legata all’emozione e non s’è chinato Quello no. Davvero una belva. Nessuna dichiarazio-
a vedere di cosa si trattava. ne. Anzi, spara un cazzotto in pieno viso contro un re-
Pazzi parla per esperienza personale. E non assolve, porter troppo insistente. Come mai? Poco prima di es-
mai. Conosce ex ospiti dell’Anonima, come un penali- sere liberato, un bandito lo aveva sodomizzato davanti
sta di Sassari, che dopo l’esperienza-sequestro si sono alla moglie e alla figlia aggiungendo poi un piccolo av-
riconvertiti. «Non riusciva più a fare l’avvocato, a difen- vertimento: «Sbrigati a trovare i soldi, perché fino a
dere sempre e comunque gente che stava su un’altra quando tu non paghi questo lavoretto lo faremo anche a
sponda». tua moglie e alla ragazzina». Promessa mantenuta. Per
Sperando che nelle stanze alte del ministero degli In- completezza d’informazione, va aggiunto che – dopo
terni nessuno lo senta, il poliziotto Pazzi confessa «una l’arresto – questo esuberante macellaio non è rientrato

 
in carcere al termine di un permesso-premio di tre gior- dell’Anonima possono dire altrettanto. Un senso di ri-
ni. È stato arrestato solo molti mesi più tardi, coinvolto pulsa vieta di riferire particolari che si apprendono fa-
in un nuovo sequestro di persona. cendo il mestiere del cronista. Ma dev’essere chiaro fino
Non se ne può fare il nome perché non gli è mai sta- in fondo che il sequestro di persona non ha giustifica-
to contestato ufficialmente il reato di violenza carnale e zioni di sorta. A parte il discorso sugli stupri, nessun al-
dunque almeno teoricamente, potrebbe addirittura tro reato riesce ad annientare e umiliare la dignità, il ri-
presentare querela per diffamazione. Sa bene che di spetto di se stessi. È per via del suo carattere continuati-
queste cose nei fascicoli processuali non si parla spesso, vo, della ripetitività che, di ora in ora, mina l’equilibrio
quindi (almeno su questo profilo) si riesce a farla franca interiore. Lasciando, in alcuni casi, una specie di invali-
grazie alla forzata complicità delle vittime. Può sem- dità permanente. Chi discute, più o meno volentieri, dei
brare un paradosso, ma in genere sono proprio gli suoi giorni da ostaggio è riuscito ad assorbire il colpo.
ostaggi che invocano il silenzio, che desiderano dimen- Ma quanti non riescono neppure ad accennarne?,
ticare e, soprattutto, evitare la torbida curiosità della quanti non l’hanno mai superato?
gente. Il timore di un processo spettacolo, che prima o Nel suo lungo e paziente lavoro investigativo, Pazzi
poi sui giornali qualcuno non mancherebbe di definire ha sempre sposato quello che chiama il metodo del-
“a luci rosse”, è più forte di un legittimo sentimento di l’uomo comune. Vale a dire la ricerca della verità attra-
giustizia. verso sistemi che non prevedono l’uso della forza, l’ag-
Ci sono le eccezioni. Molto dipende dalla capacità di giramento delle leggi, furbizie innominabili. Insomma
resistenza dell’ostaggio, dalla sua personalità. Fabrizio quella ragion di Stato che qualche volta finisce per di-
De André, rapito nel ’79 insieme a Dori Ghezzi e tenuto ventare l’esatto opposto della democrazia. A osservar-
in una prigione a cielo aperto per quattro mesi, rivela lo per strada, coi giornali sottobraccio, questo poliziot-
che il problema della violenza è stato affrontato nei pri- to dal sussiego impiegatizio lascia trapelare subito
missimi giorni del sequestro. «Sono riuscito a stabilire un’anima civile. Sembra tener molto a un fisico minu-
un accordo. Volevano danaro e io avrei tentato di dar- to, agli antipodi dello stereotipo ammazza-banditi di
glielo. E qui doveva chiudersi il conto. Ho anche detto oggi. E, giusto per non stare al gioco del personaggio,
che saremo stati al gioco, obbedienti. Ma in cambio ci inutile cercare riferimenti: di Maigret non ha la stazza,
avrebbero dovuto rispettare. Altrimenti, glielo avevo di Poirot il tronfio narcisismo, di Nero Wolfe l’occhio
detto, mi sarei levato la maschera. Puntavano ai soldi o furbo.
volevano due cadaveri? Hanno capito che, se avessero Molti anni fa, mentre si occupava del sequestro in
tentato qualunque genere di violenza fisica, ci saremmo Costa Smeralda della moglie di un grosso imprenditore
fatti ammazzare». lombardo, gli è capitato di andare a trovare i familiari
È finita bene, ma purtroppo non tutti i prigionieri dell’ostaggio in Brianza. In quel periodo comprava in

 
edicola una storia dell’arte in fascicoli settimanali. Che tua e quel dialogo appena sussurrato con un signore che
c’entra? aveva la moglie in mano ai banditi, nella vicina e lonta-
All’ingresso della villa, un’elegante cancellata in fer- nissima Sardegna. Chissà cosa gli è passato per la testa a
ro battuto, viene ad aprirgli un maggiordomo. Cortesia proposito dei discorsi sull’immoralità di certa ricchez-
affettata, pochissime parole e un freddo «si accomodi». za, chissà se ha ripensato alle dichiarazioni di guerra di
Pazzi avanza lungo il viale guardandosi intorno, stretto chi giustifica il sequestro dietro una brutale (ma neces-
stretto nel suo completino senza un guizzo di fantasia: saria) redistribuzione del reddito.
tutto, perfino le semplicissime panchine in pietra, rac- Il poliziotto non svela quale sia la sua opinione con-
contavano di benessere, ricchezza. Dopotutto nel listi- clusiva. Ama la discrezione, il senso della misura. Certo:
no prezzi dell’Anonima, quella era la casa di un ostaggio un monumento, come dire?, un monumento privato
da un miliardo (miliardo di allora, inizio anni ’80). Una non l’aveva mai visto prima. Ma c’è sempre una prima
dimensione che un funzionario dello Stato, qualifica di volta, no?
vicequestore aggiunto, non può neanche sognare.
A un tratto, ecco il cavallo e il suo sontuoso cavalie-
re: splendido monumento equestre che vigila con fie-
rezza nella piazzola al centro di un parco pulito e ordi-
nato. Quel monumento l’aveva già visto, ma dove? Fru-
ga e rifruga nella memoria, mentre attende in un salot-
to. Poi, la folgorazione: quel cavaliere bronzeo l’aveva
visto in uno dei fascicoli che stava acquistando in edi-
cola. Uguale? Simile, molto simile. Ai non esperti come
lui sfuggivano molti particolari per poter valutare a
fondo. Comunque bello e grande, grande come un al-
loggio-parcheggio, uno di quelli che le amministrazioni
comunali adoperano per sistemare provvisoriamente (e
non solo) i senzatetto.
«Straordinario, ne ho visto uno così su una rivista
d’arte», azzarda timidamente poco dopo col padrone di
casa. «Non è “uno così”, dottor Pazzi. È proprio quello
che ha visto sulla rivista. Abbiamo autorizzato recente-
mente la riproduzione fotografica. Bel lavoro vero?»
Emilio Pazzi non è riuscito a dimenticare quella sta-

 
IV

Affari riservati

L’ombra dei servizi segreti si allunga improvvisa-


mente durante il sequestro di Farouk Kassam. A Roma,
dove il Sisde segue con attenzione le trattative coi ban-
diti, decidono a un tratto di cambiare rotta: da un’atten-
ta e comoda posizione di osservatori si passa a qualcosa
di più diretto, più rischioso.
Succede, probabilmente, dopo che a Galanoli i rapi-
tori lasciano vicino alla chiesa una “busta” per il parro-
co, don Luigino Monni, crociato di Dio che assiste han-
dicappati mentali gravi. La sua è una formidabile testi-
monianza di fede, di solidarietà. Una scelta che lo porta
lontano dalle piste, molto battute, della carriera eccle-
siastica. Don Luigino, figlio di un ex sindaco democri-
stiano di Orgosolo, sceglie di stare con gli ultimi.
Il vescovo di Nuoro, monsignor Giovanni Melis, che
benedice la prospettiva di un intervento di Mesina e or-
ganizza un incontro in episcopio tra Graziano e la ma-
dre dell’ostaggio (Marion Kassam), gli affida l’incarico
di tenere i contatti con l’esterno. Anche i banditi, natu-
ralmente, sanno. E proprio a lui fanno recapitare in una
busta un pezzetto di cartilagine sporco di sangue: l’o-
recchio sinistro di Farouk. Per la precisione, la parte al-
ta. Messaggio chiarissimo: se non si conclude in tempi


ragionevolmente brevi, il prigioniero subirà un’altra Mesina, che di questa vicenda (come testimonierà
mutilazione. Il chirurgo che si è occupato dell’interven- monsignor Melis) non si voleva occupare, si trova im-
to ha la mano pesante: quando Farouk tornerà a casa, lo provvisamente tra due fuochi: da una parte ci sono i
sfregio sarà evidente. Gli hanno portato via quasi mezzo Servizi, signori che non scherzano e che con i rapitori
orecchio. hanno un conto aperto, dall’altro c’è un’opinione pub-
Erano stati certamente più professionali, ammesso blica fortemente divisa: il partito dei mesiniani confida
che si possa adoperare questo termine, col costruttore nell’“autorevolezza” del negoziatore (romanticamente,
romano Giulio De Angelis, altra vittima dell’Anonima: sarebbe l’azione buona d’un vecchio fuorilegge folgora-
a lui avevano mozzato proprio la punta dell’orecchio. to sulla via della giustizia), un altro partito diffida invece
Evidentemente volevano mandare ai familiari solo un apertamente: Mesina non è altro che un vecchio delin-
segnale, non un agghiacciante reperto della loro ferocia. quente, a suo tempo sequestratore e assassino. Dunque,
I Servizi irrompono nel sequestro Farouk non appe- non affidabile. Si porta dietro un terribile patrimonio
na trapela la notizia della mutilazione. Decidono di av- genetico, il DNA del bandito.
viare una trattativa parallela a quella di Mesina senza in- Come uscirne? Pesa tra l’altro un problema di imma-
formarne l’interessato che pure, in quel periodo, risulta gine: lo Stato può accettare che a trattare la salvezza di
essere l’emissario della famiglia. Graziano verrà a sape- un ostaggio sia un ex ergastolano chiamato in passato
re per puro caso. Nel corso di un abboccamento nottur- “la primula rossa del Supramonte”? È davvero un ve-
no, saranno gli stessi banditi a informarlo: non sei l’uni- spaio, un maledetto imbroglio quello giocato sulle ulti-
co a occuparti del bambino. Le cose si complicano, l’af- me, drammatiche battute del sequestro.
fare esce dai binari della consuetudine e sembra arenar- I Servizi ci sono, ma non si vedono. Mesina sa qual-
si in secche pericolose. La frequenza degli incontri sub- cosa di loro. Nel 1968, latitante principe della criminali-
isce un forte rallentamento, l’impegno di polizia e tà nazionale, ne ha perfino incontrato un autorevole e
carabinieri pare cercare sbocco nella riflessione. Mo- intraprendente rappresentante: Massimo Pugliese, co-
mento difficile: la realtà è che il ministero dell’Interno lonnello dei carabinieri in congedo, iscritto alla loggia
sta decidendo che strategia adottare. P2 (tessera 1914), che in quel momento è al culmine
Sul magistrato che segue l’inchiesta e sullo stesso go- della carriera. Conversatore brillante, fulminee incur-
verno c’è intanto il fiato grosso d’un intero Paese, indi- sioni nella cultura per offrire la citazione giusta al mo-
gnato e offeso dall’odissea del piccolo Farouk. Riemer- mento giusto, riceve il delicatissimo incarico (pare dal
ge, non è casuale, il dibattito sulla pena di morte; un Quirinale) di mettersi in contatto con Mesina. Due gli
giornalista famoso invita gli italiani a stendere alla fine- obiettivi: trattare una resa (Graziano sostiene che gli
stra lenzuola bianche: sarà un grido corale, un grido siano stati offerti 150 milioni) oppure comunicargli, in
candido e muto per chiedere il rilascio dell’ostaggio. via ufficiosa s’intende, che il Governo non gradirebbe il

 
matrimonio con l’extrasinistra, con quegli intellettuali che lo scenario abbozzato, con qualche brivido, al Vimi-
che premono per trasformare la Sardegna nella Cuba nale era assolutamente realistico. E pensare che allora
del Mediterraneo. In caso contrario, la stretta sul Su- sembrava follia fantapolitica.
pramonte si farebbe più intensa, i rastrellamenti più Mesina, che per alcuni anni ha la stessa sacralità del
asfissianti: e per un latitante, sia pure “leggendario”, è calciatore Gigi Riva, pone alcune condizioni: vuole re-
francamente una seccatura. Meglio evitare. gistrare la chiacchierata con Pugliese che dovrà arriva-
Pugliese sa come metterla. A parte l’incarico ufficia- re solo, al volante della sua auto privata, seguendo un
le nell’Arma, in quel periodo dirige il Sid (il servizio se- itinerario preciso. Ad aspettarlo troverà una sorta di
greto di allora) in Sardegna. Laureato in giurisprudenza maggiordomo agropastorale. Al luogo dell’incontro ve-
a Sassari con una tesi su «Forze armate e Costituzione» ro e proprio giungerà bendato e bendato dovrà stare fi-
(relatore il professor Francesco Cossiga), è un uomo di no a quando qualcuno, il solito Jevees di Barbagia, non
successo. Riesce con facilità a entrare in qualunque am- lo riaccompagnerà, frusciando tra i sentieri di una inac-
biente, gli si spalancano i salotti delle case che contano. cessibile guglia rocciosa, fino all’automobile. Testimo-
E questo provocherà inevitabilmente maliziosi sussurri nianza di Graziano Mesina: «Venne da me il responsa-
che finiranno per rimbalzare fino a Roma, comando ge- bile del controspionaggio, Massimo Pugliese, inviato
nerale dell’Arma. Ovviamente Pugliese non ha mai con- dal Presidente della Repubblica Saragat. Quella sera
fermato quello storico e singolare incontro alla mac- non c’era in giro una-pattuglia-una: strade sgombre,
chia. Questione di deontologia professionale. L’appun- scomparsi carabinieri e polizia. Pugliese mi disse subito
tamento viene definito nell’inverno del ’67 e fissato per che la sua stilografica era una pistola. Voleva spaventar-
gli inizi del ’68. Per quel che Mesina dice di saperne, la mi? Mi fece sorridere. Quando andai a prelevarlo, nel
missione della “spia” era ad ampio raggio: sulla base di luogo concordato, mi chiese anche quanto ci sarebbe
un’informazione riservata che dava un grosso quantita- voluto per incontrare Mesina. “E io chi sono, secondo
tivo di armi e danaro in arrivo nell’isola, il colonnello te?” Ci rimase male».
aveva il compito di indire un referendum tra i latitanti (e Obbediente, l’uomo del Sid esegue con scrupolo le
non solo). In pratica, aveva bisogno di sapere se, di lì a indicazioni e conclude la missione nel migliore dei mo-
poco, malavita comune e ultrasinistra armata avrebbero di: con 150 milioni in contanti, la certezza d’una deten-
stretto un patto d’acciaio. Il timore non era del tutto in- zione a Nuoro, la liberazione di alcuni reclusi “ingiusta-
fondato, visto che diversi anni più tardi il commesso mente detenuti” perché considerati complici di Grazia-
viaggiatore delle Brigate Rosse, Antonio Savasta, sbar- no, può anche offrire al ministero il latitante più ricerca-
cò in Sardegna per un vertice (a Sa Janna Bassa) con to d’Italia. In linea di massima, sembra che l’operazione
quelli che all’epoca erano i pezzi da novanta del banditi- possa andare avanti. Al Governo interessa in particolar
smo. Sia pure con la logica del dopo, si può affermare modo per allontanare definitivamente il timore che il

 
nascente terrorismo agganci la delinquenza comune. lomeno singolari, stile compassato e suadente da vero
L’unico ostacolo, che diverrà poi insormontabile, riguar- agente segreto, Mesina conserva un buon ricordo: uffi-
da la scarcerazione di alcuni reclusi (non si sa né quanti ciale e gentiluomo, ha rispettato gli accordi. Non dice
né di chi si trattasse). A Roma non vogliono correr il pe- altrettanto degli uomini dei Servizi che, durante la lati-
ricolo di uno scandalo. Meglio lasciar perdere. Prima o tanza, dichiara di aver incontrato. A più riprese anzi, e
poi Mesina abbasserà la guardia. senza che nessuno lo smentisse, riferisce di essersi senti-
Pugliese, che lascerà poco dopo i carabinieri e la Sar- to proporre un minestrone eversivo. Di tutto un po’:
degna, viene arrestato alla fine di marzo del 1984: a fir- dalla missione-lampo contro l’estrema destra altoatesi-
mare l’ordine di cattura è un magistrato celebre, il giu- na all’attentato contro la polizia nel bel mezzo di una
dice istruttore Carlo Palermo, che lo accusa di essere manifestazione. Difficile dire quale sia il confine tra ve-
coinvolto in un colossale traffico d’armi. In un libro-in- rità e delirio di potenza da balente. Qualcosa di vero
chiesta del 1986 sulla clamorosa indagine giudiziaria, tuttavia dev’esserci se lui stesso, rinunciando per un at-
l’eccellentissimo indiziato viene presentato così: «Poi timo a essere personaggio, afferma di non aver mai co-
c’è Massimo Pugliese, tenente colonnello dei carabinie- nosciuto l’editore Giangiacomo Feltrinelli. Su questo
ri, legato ai generali Vito Miceli e Giuseppe Santovito, incontro si è riversato un oceano di parole su quotidiani
suoi superiori ai tempi del Sifar e del Sid, procacciatore e riviste. Ma Graziano resta fermo sulla sua versione:
d’affari sui mercati internazionali. Si era fatto un nome «Ho ricevuto un messaggio da Feltrinelli, diciamo pure
in Sardegna… Attraverso la rete degli informatori era la richiesta per un incontro, ma ho cortesemente decli-
stato il primo a conoscere i tentativi dell’editore Gian- nato l’invito». Il motivo? Semplice. «La politica mi fa
giacomo Feltrinelli e di alcuni suoi amici francesi che schifo». Talmente schifo da ripensarci con assoluto dis-
pensavano di trasformare in guerrieri i banditi sardi… gusto quando, ormai in carcere da tempo, il film della
Ebbe la prova che nel novembre del 1967 il brigante memoria gli ricorda che avrebbe potuto essere un otti-
Graziano Mesina, certamente il più noto tra i ricercati mo mercenario per un colpo di Stato.
sardi, aveva ricevuto offerte concrete: armi e denaro in Con queste premesse, appare ovvio che Mesina non
cambio di un’insurrezione. Un uomo, quel Massimo straveda per uomini e metodi dei Servizi. Quando ap-
Pugliese, molto coraggioso, perché nel clima di un ban- prende che si stanno seriamente interessando del se-
ditismo fatto di agguati, sequestri, uccisioni, era riuscito questro Farouk va su tutte le furie, pensa di ritirarsi dal-
a entrare in contatto con lo stesso Mesina dalla cui voce, l’affare, poi arriva a una preoccupante conclusione: me-
registrata segretamente, si era appreso che i latitanti glio far finta di nulla per salvare la pelle. «Volevano, cer-
non avrebbero appoggiato il terrorismo politico. Gra- cavano la strage», ripete ossessivamente subito dopo la
zianeddu si sentiva brigante e non guerriero». liberazione del bambino. Per quanto lo riguarda, ipo-
Di Massimo Pugliese, incontrato in condizioni per- tizza una fine poco eroica: «Mi mettono in testa un cap-

 
puccio, m’ammazzano e vanno a dire che nella banda sare dall’ingresso principale, pericolosamente affaccia-
c’ero anch’io». to sulla strada. Don Luigino Monni è uno di questi. Ha
Nella sua autobiografia, scritta frettolosamente e una sorta di “pass”: appare all’improvviso, quasi fosse
piuttosto vaga, non entra nel dettaglio di questa ipotesi. un miracolato, all’improvviso scompare. Il trucco è ba-
Che, a suo tempo, preferisce affidare ai giornali. Fino a nale: da una porticina aperta alla fine di un anditino è
dire che la prova provata della sua innocenza sono pro- possibile, sia pure con qualche acrobazia, finire in una
prio i Servizi. «Mi hanno seguito senza tregua, sono sta- via parallela a quella principale. Ci vuole un attimo.
ti il mio angelo custode. Telefoni sotto controllo e loro Questo cosa significa? Significa che Mesina riesce ad
sempre dietro. A meno che non decidessi di seminarli», avere incontri non registrati dai Servizi, in qualche caso
puntualizza con la solita dose di spacconeria. riesce pure ad andarsene con lo stesso sistema. «Quante
Pur immaginando di essere guardato a vista e ascol- volte credevano fossi a casa. Io ero in giro». Neppure
tato minuto per minuto, ricorre a un piccolo test per sa- per un attimo accoglie la possibilità che i suoi angeli cu-
pere in che misura lo stanno tenendo sotto tiro. Dalla stodi, come gli piace chiamarli, sapessero anche dell’u-
casa della sorella, a Orgosolo, telefona a un amico, gli scita secondaria ma, naturalmente, non ci hanno fatto
chiede di andare a Nuoro a prendere certe foto e di far- sopra tanto chiasso.
gliele avere in serata. L’amico, che la sera precedente era Per Mesina questa ipotesi non regge per una ragione
stato avvertito dell’esperimento, parte portandosi die- soltanto: «Se davvero li avessi avuti sempre dietro, pri-
tro una scia di segugi. Al ritorno, pochi chilometri dal ma o poi sarebbe stato un macello».
cartello stradale trasformato in colabrodo dai palletto- Il timore di un conflitto a fuoco lo terrorizza. Se Fa-
ni, incappa in un posto di blocco. «Polizia, documenti rouk morisse, l’Italia non glielo perdonerebbe. Se fosse
prego». Patente e carta di circolazione. Subito dopo co- ucciso o venisse arrestato qualcuno della banda, sareb-
mincia un’accurata perquisizione, saltano fuori due fo- be considerato un traditore, un infame. Letto e inter-
to che un agente studia con grande attenzione cercando pretato con l’occhio d’una certa cultura barbaricina,
forse di capire chi ritraggono. Alla fine è tutto a posto. questo significherebbe l’apertura di una faida, la proba-
«Può andare». Sempre marcato a vista, fino al modesto bilissima morte della sorella e dello zio. La stessa vita
appartamento dove Graziano abita quando sta a Orgo- della madre, nonostante l’età, potrebbe essere in bilico.
solo: soffitti bassi, arredamento da offerta speciale, un Conto non chiuso se accadesse qualcosa del genere,
grande televisore bianco e nero nel soggiorno davanti a Graziano non potrebbe più tornare in Sardegna, do-
un piccolo tavolo tondo. vrebbe pensare anche a un killer in trasferta ad Asti, ro-
Uscire da quella casa senza essere visti può apparire vinerebbe la sua fama di bandito corretto, rispettoso
impossibile. Ma un sistema c’è: Mesina lo scova e lo co- delle regole d’un tempo. Soprattutto perderebbe, insie-
munica a pochissime persone che gli preme non far pas- me al buon nome faticosamente conquistato nell’arci-

 
pelago carcerario italiano, l’aureola dell’uomo d’onore, verità di Stato. Durante lo scontro frontale con i giudici
del detenuto che non si vende e che non vende gli altri. della procura antimafia, Mesina vomita esclusive su
Per conquistare questa vetta di popolarità e di ri- esclusive. Perfino sul suo passato. E, a un tratto, smen-
spetto, ha lavorato molto, troppo. Non può e non vuole tendo se stesso e le cose che aveva scritto nella autobio-
perderla in una mattina. Ha trascorso in prigione quasi grafia, dice anche d’aver conosciuto Giangiacomo Fel-
trent’anni senza chiedere sconti proprio per questo mo- trinelli. Quando? Nel ’67 a Siniscola. Incontro rapido e
tivo, per potere un giorno tornare da vincitore, uno che inconcludente, almeno per Feltrinelli se sono vere le in-
ha pagato e pagato da solo, uno che non deve niente a tenzioni che gli vengono attribuite. Vero o falso? Tra
nessuno (men che meno alla magistratura). l’altro: perché Mesina, che ha sempre negato con deci-
Ecco perché ha paura. Qualcuno potrebbe rovinare sione, rivela d’aver avuto un abboccamento con l’edito-
il suo sogno, la marcia trionfale del rientro a Orgosolo. re milanese?
A cose fatte, ovviamente: con Farouk che sorride tra i Incomprensibile. Meno incomprensibili sono invece
genitori finalmente libero. E lui, ex ergastolano, la pri- le rabbiose smentite del capo della polizia. Ricordano
mula rossa del Supramonte, salutato quasi come un pa- l’atteggiamento processuale di imputati che navigano in
dre della patria da Indro Montanelli e da quella fetta del acque agitate: negare sempre. Durante il sequestro Kas-
Paese che vive la passione civile come il tifo da stadio. sam sono intervenuti i servizi segreti? Stupidaggini. Ri-
Graziano pensaci tu, scrivono a Cagliari su un muro vi- scatto pubblico, una specie di contributo a fondo per-
cino alla facoltà di Lettere. duto per Farouk? Stupidaggini.
Graziano ci pensa volentieri: questa è la sua grande Stupidaggini?
occasione. È che tutto si sta terribilmente complicando.
C’è la questione del riscatto, per esempio: sarà pagato?,
chi lo pagherà? Ancora una volta riaffiora lo spettro dei
Servizi, di un uomo con valigetta nera che atterra a Ol-
bia, scende da un Falcon ministeriale e scompare su
un’auto-civetta. Era il postino del Viminale, portava
con sé – come sosterrà più tardi Mesina – un miliardo in
contanti, prelevato dai fondi riservati del Sisde? «Non
diciamo stupidaggini», tuona inferocito il capo della
polizia. Salvo scoprire poi che proprio stupidaggini non
erano.
Non si sa chi apra le danze, ma il valzer delle bugie
comincia subito. E non è detto che riguardino sempre le

 
V

Fateh Kassam

«Per la liberazione di Farouk Kassam sono stati pa-


gati due miliardi. Da persone diverse, in occasioni di-
verse, nella stessa giornata». Lo dichiara Graziano Me-
sina la sera del 24 marzo 1993, parlando al telefono con
un giornalista del quotidiano cagliaritano «L’Unione
Sarda». È una bordata violentissima alla tesi ufficiale
delle forze dell’ordine e della magistratura. Casomai ci
fossero dubbi, aggiunge divertito: «Due miliardi vole-
vano e due miliardi hanno avuto. Lo Stato ha pagato
contestualmente al rilascio del bambino». Altro che
banda in fuga, altro che fuorilegge costretti a mollare
l’ostaggio sotto la morsa di un gigantesco accerchia-
mento.
Secondo la verità di Graziano, la mattina del 10 lu-
glio la banda incassa un miliardo da un uomo di sua fi-
ducia. I soldi, banconote da centomila lire, sono stipati
in una sacca sportiva scura. Seicentoquaranta milioni
sono dei Kassam, altri trecentosessanta arrivano da una
colletta. Quel giorno stesso, probabilmente di pomerig-
gio, il cassiere dei rapitori riapre lo sportello: qualcuno
gli consegna un altro miliardo. Stavolta in maniera ap-
pena più elegante, i quattrini sono ordinatamente dispo-
sti in una valigetta nera. «È andata così, ve lo assicuro».
Attorno alla questione-riscatto ruotano i segreti di


una vicenda davvero inquietante. È fin troppo evidente Non ne avrebbe parlato neppure Mesina se, subito
che qualcuno mente, e clamorosamente. Chi? Il sostitu- dopo la liberazione del bambino, non fosse scoppiata
to procuratore antimafia Mauro Mura afferma che la li- una guerra a distanza tra lui e la magistratura. Una guer-
bertà di Farouk non è costata una lira. Il primo marzo ra combattuta all’inizio a colpi di fioretto e, subito do-
del ’94 Mesina ribadisce l’esatto contrario durante un po, a randellate. Molti, troppi cambiano versione con la
interrogatorio durato sei ore. Al suo avvocato affida an- velocità di un pony-express.
che due parole a uso esterno poiché tiene molto all’idea Lo stesso Graziano si mantiene fedele alla linea del
che si può fare di lui l’opinione pubblica: «Se sarò con- silenzio fino a due giorni dal rilascio di Farouk. Chiuso
dannato perché ho aiutato un bambino a tornare a casa, a Orgosolo nella casa della sorella Peppedda, in Corso
pazienza. Mi sono mosso dove altri non riuscivano». Il Repubblica, in attesa di onori che non verranno, segue i
problema, in realtà, è più sottile. Si tratta di capire chi notiziari su un vecchio apparecchio televisivo e, ogni
sta barando e perché. tanto, commenta a voce alta. «Non so se sia stato pagato
Cagliari, autunno 1992. Nel corso di una visita uffi- riscatto», dice, «non mi sono passati soldi tra le mani».
ciale, il capo della polizia Vincenzo Parisi viene blocca- Troppo furbo per sostenere il contrario e magari ag-
to dai cronisti all’ingresso del palazzo viceregio, che giungere che il bimbo è stato consegnato personalmen-
ospita la Prefettura. Deve presiedere un vertice sulla te a lui. Giusto per scansare un’eventuale incriminazio-
criminalità. Faccione da mastino buono, perde le staffe ne per favoreggiamento (incriminazione che, alla fine,
solo quando lo pizzicano sul tema del giorno: «Per la li- gli piomberà comunque addosso), assicura deciso: «Non
berazione di Farouk non abbiamo pagato. Mesina, che ho compiuto reati, mi sono semplicemente occupato
in questa storia ha creato solo impicci, racconta baggia- del sequestro. Non ho visto né bambino né soldi, sia
nate. Il Sisde non ha affatto contribuito al rilascio del- chiaro». Si guarda bene però dallo smentire la voce più
l’ostaggio». insistente di quei giorni, una voce che parla di riscatto
Roma, autunno 1994. Interrogato al processo per lo da tre miliardi e ottocento milioni, perfino più alto di
scandalo dei fondi neri dei servizi segreti, il funzionario quello pagato per la liberazione del costruttore romano
del Sisde Maurizio Broccoletti parla genericamente di Giulio De Angelis.
danaro destinato a operazioni speciali. Quando il presi- Mesina cambia idea all’improvviso poco dopo. Un
dente della Corte lo invita a spiegarsi meglio, dice che coro gli dà del bugiardo, il procuratore della Repubbli-
una certa quantità di soldi veniva utilizzata, in casi parti- ca lo definisce “un venditore di gazzosa”. Ma pare tener
colari, per «sbloccare, ad esempio, sequestri di perso- botta, anche quando scende in campo Fateh Kassam,
na». Il rapimento di Farouk Kassam rientra tra questi con l’obiettivo dichiarato di farlo a pezzi, disintegrare il
“casi particolari”? Forse. Broccoletti, comunque, non mito, dimostrare che è soltanto un bandito. «Quando
fa cenno a episodi precisi. uno ha alle spalle la vita che ha lui, non credo che cambi.

 
La gente dice: ha pagato il conto con la giustizia, è un al- zione di benestante, ma nulla di più. Più giusto sarebbe
tro. Io non ci credo». Anche Kassam tuttavia scivola in parlare di uno che lavora per tenere in piedi l’azienda.
alcune vistosissime contraddizioni, cambia rotta, smen- In un mare di difficoltà: «Ho impiegato cinque anni
tisce se stesso. per avere l’autorizzazione ad aggiungere trenta stanze
Ma chi è questo giovanissimo personaggio che mo- al mio hotel».
stra i denti ai fuorilegge, sfidandoli sul loro terreno? Ner- Ovvero non è affatto un vip, uno di casa nei posti
vi d’acciaio, cuore momentaneamente in parcheggio, ri- giusti. In caso contrario non avrebbe dovuto subire, co-
vela il suo segreto: «Ho vissuto questo sequestro come se me un qualunque suddito della repubblica, le lungaggi-
fosse stato rapito il figlio del mio vicino. Non poteva e ni della burocrazia regionale a proposito di urbanistica
non doveva essere un fatto personale». Se proprio deve alberghiera. In conclusione, uno (quasi) qualunque. Nel-
avere qualche debolezza, gli umani non c’entrano. Par- lo studio della villa di Pantogia ha una piccola collezio-
lando della sua Alfa Romeo rossa, per esempio, scrive: ne di fucili in vetrina. Ama andare a caccia. Probabil-
“… questa macchina mi ha tenuto compagnia, mi ha ac- mente durante una pausa nelle battute al cinghiale, ha
colto e consolato nei giorni della disperazione e sbaraz- parlato di sé e della sua famiglia suscitando una perico-
zarmene oggi mi sembrerebbe di tradirla”. losa curiosità. Il basista del sequestro ha dato informa-
Nato a Bruxelles nel ’56, confessa di non avere radi- zioni sbagliate, ha lasciato credere che si sarebbe aperto
ci. Il padre è di origine pakistana ma è nato in Tanzania, il canale con l’Aga Khan. E invece.
la madre belga. Ha sposato una francese di Nizza, Ma- Cortese, una passione per i sigari cubani, Fateh Kas-
rion Bleriot, donna di grande compostezza ed elegan- sam ha la capacità di sdoppiarsi: un conto è il padre che
za. S’è sposato a Parigi, ha bruciato un po’ d’anni a soffre, un altro quello che si occupa del rapimento di
Vancouver in Canada per frequentare una scuola di bu- suo figlio. All’indomani del ritorno a casa di Farouk,
siness management, gestione amministrativa. Breve sposa la linea ufficiale, niente riscatto. «Questa vicenda
apprendistato alberghiero all’estero e poi l’approdo in mi è costata soltanto un treno di gomme della mia mac-
Costa Smeralda, direttore e piccolo azionista della so- china e carburante». Appena Mesina comincia a spara-
cietà proprietaria dell’hotel “Luci di la muntagna”, re ad alzo zero, sulle prime sta ad ascoltare. Poi esplode.
quattro stelle, sessantadue camere, trecentoventimila la Con classe, naturalmente. Ma quelle che indirizza a Gra-
singola in alta stagione. Il padre è un gran visir ismaeli- ziano sono pallottole dum dum. Esordisce sostenendo
ta, l’equivalente dei nostri vescovi: questo dettaglio au- che l’ex ergastolano è stato un suo emissario solo per
torizzerà alcuni giornali a fare un collegamento di ami- breve tempo («È lui che s’è proposto, io non sapevo
cizia-parentela con l’Aga Khan. «L’avrò visto in vita mia nemmeno chi fosse»). Poi affonda il colpo: «Intendia-
una volta o due». L’ipotesi di una grande ricchezza, sia moci, Mesina è stato utile per ottenere un contatto. Ze-
pure indiretta, crolla in un baleno. Accettata la defini- ro assoluto invece per quanto riguarda il rilascio e molte

 
altre cose che non voglio dire». Sono cose che non vuole stare in disparte, quasi una comparsa, come se la faccen-
o che non può dire? da riuscisse a interessarla soltanto alla lontana. Non si sa
– Signor Kassam, mai avuto rapporti con uomini dei fino a che punto l’idea di stare in panchina sia stata solo
servizi di sicurezza? sua, visto che il marito non ha voluto accanto neanche il
«Mai. È Mesina che parla di loro, non io». fratello, amici carissimi. Aveva bisogno di muoversi in
– Crede davvero che i banditi abbiano rilasciato Fa- totale solitudine e libertà, senza la zavorra di parenti im-
rouk sotto la pressione delle forze dell’ordine? pegnati a tenere viva la stagione della solidarietà.
«La conoscenza della malavita sarda ha consentito Nel momento dell’emergenza, Marion ha avuto una
ad alcuni uomini delle forze dell’ordine di fare in modo intuizione straordinaria e non ha esitato un secondo ad
che il sequestro finisse com’è finito». attuarla senza informarne polizia e carabinieri. Il giorno
– Lei non ci ha messo una lira? di Pasqua, nessuno immaginava nulla, è arrivata a Or-
«Ora vi racconto una cosa strana. In prima battuta, i gosolo. Durante la cerimonia dell’Incontro, la Madon-
banditi mi hanno chiesto dieci miliardi. Dopo che Mesi- na che ritrova suo Figlio, ha chiesto la parola per lancia-
na ha avuto un incontro con loro, sono passati a quindi- re un appello coraggioso e straziante davanti a una pla-
ci. Singolare, di solito giocano al ribasso. Poi sono scesi tea ammutolita e scioccata da questa splendida donna-
a sette. E lì si sono fermati. Io mi domando perché mai coraggio. «A voi, a tutte le mamme di quest’isola, lancio
avrebbero dovuto accontentarsi di due, uno messo da il mio grido perché so che voi potete capirmi».
Mesina e l’altro dai Servizi». L’avvio della festa in hotel, poco più di un anno do-
Porto Cervo, estate 1993. A un anno esatto dalla li- po, è rigorosamente formale, le chiacchiere rigorosa-
bertà conquistata, Fateh Kassam organizza una grande mente banali, gli sbadigli rigorosamente di rito. Qual-
festa. Seicento invitati, ricevimento interclassista: ci so- cuno, per rompere la monotonia, parla del libro di Fa-
no il vescovo e il campione di calcio, il giardiniere e la teh, libro pubblicato da appena un mese, cronaca di un
colf, la signora-bene e l’americano un po’ squinternato rapimento. Con molti, significativi vuoti: nessun accen-
che fa vita da bohémien. Rallegra la serata, come si dice no alle polemiche sul riscatto, alla lunga notte della libe-
nei cartoncini d’invito, un complessino che ha scritto razione, ai veleni con le autorità dello Stato. Non manca
una canzone per Farouk. Marion Bleriot fa gli onori di comunque qualche (involontaria?) frase rivelatrice. “…
casa, saluta gli ospiti uno per uno, sorride finalmente Mesina vuol solo conoscere la nostra risposta. E io pre-
distesa, affida il compito di dare il benvenuto all’arti- ferisco tenerlo sui carboni accesi, anche perché, proprio
glieria dei brut. Misurata, attenta a non strafare, confer- in quei giorni, si stanno aprendo altri spiragli…”. Qua-
ma una grande forza interiore. In apparenza non lascia li spiragli?, è un riferimento indiretto a una trattativa
veder nulla, ma si coglie una forte capacità di autocon- parallela? Poco più avanti, in un altro passo sulle fasi fi-
trollo. Durante le fasi calde del rapimento, ha scelto di nali della vicenda, scrive: “Evidentemente Mesina è an-

 
cora convinto che sarà lui il tramite per la liberazione di Mesina sarebbe stato pagato dai Servizi, non si può na-
Farouk. Non sa che ormai è stato tagliato fuori e che turalmente sapere nulla. È denaro che non puzza, che
qualcos’altro sta intanto accadendo dalle sue parti. Per soprattutto non deve essere registrato in un libro ma-
la verità, cosa esattamente si stia muovendo in queste stro. Appare e scompare, operazioni speciali no? Pur
ore non lo so nemmeno io”. ammettendo che il Sisde abbia pagato, nessuno potrà
Se davvero non lo sa, sicuramente lo immagina. Di- mai accertarlo con sicurezza. È un investimento che
fatti nel cuore della festa in albergo, scioglie la briglia al non lascia traccia, ma solo l’ombra del sospetto.
rancore verso i giornali, colpevoli d’essere troppo ficca- L’esistenza di un fondo da destinare ai sequestri di
naso: «Mettetevelo bene in testa. Sul sequestro di mio persona è sempre stata negata con vigore. Lo stesso Pa-
figlio ci sono cose che non saprete mai. Mai». Riguarda- risi, che col comandante generale dei carabinieri Viesti
no il riscatto e la generosa partecipazione del Sisde? ha seguito passo passo il caso Kassam, s’è preoccupato
È soltanto uno dei tanti interrogativi che affollano di definire “follie, fandonie” tutte le voci contro. Qual-
l’ambiguo finale di questa storia. In un’intervista (letta e cosa tuttavia dev’essersi mossa se Graziano Mesina è
approvata dall’interessato prima della pubblicazione), stato poi sentito dal Comitato parlamentare per i servizi
Fateh Kassam dice di aver rotto i rapporti con Mesina di sicurezza e il segreto di Stato. Qual era l’obiettivo del-
con qualche anticipo rispetto al terribile finale di partita l’interrogatorio?, non bastavano le confortanti dichia-
coi fuorilegge. Poi però dice anche che la mattina del 10 razioni del capo della polizia, della superprocura?
luglio il suo amico Gianmario Orecchioni e don Luigi- Nella questura di Asti, di fronte al senatore Gerardo
no Monni, spalla di Graziano (ma come, non era stato Chiaromonte – che presiedeva il Comitato – ripropone
messo fuori gioco?) gestiscono 640 milioni da conse- la sua versione. Quello che dice non esce dagli uffici di
gnare in giornata alla banda. Per ragioni di sicurezza, polizia. Pochi mesi più tardi Chiaromonte muore e di
hanno preferito nasconderli. Saggio proposito: durante quella audizione non si saprà più nulla.
il tragitto da Orgosolo verso Olbia, la macchina guidata Impossibile sapere se e dove Mesina stia mentendo,
da Orecchioni viene intercettata a un posto di blocco e stia tessendo insomma una poderosa montatura per
perquisita. C’era da immaginarlo: il magistrato che diri- screditare lo Stato e i suoi servitori. Le nebbie che avvol-
ge le indagini, Mauro Mura, vuole stroncare sul nascere gono questo caso, sicuramente il più singolare e inquie-
qualunque tentativo di avviare un dialogo coi rapitori, tante nella storia dei rapimenti in Sardegna, non aiuta a
pagare un riscatto. «Coi banditi non si tratta». capire. Quando Kassam afferma che alcuni dettagli non
Quei soldi, comunque, ci sono. Come ci sono gli altri verranno mai alla luce, che vuol dire? Qual è la svolta ra-
360 milioni rastrellati presso amici a Porto Cervo. Se dicale nelle indagini che mette da parte l’ex ergastolano
non sono mai stati versati ai carcerieri di Farouk, che fi- e imbocca la strada conclusiva? Tutto questo per soste-
ne hanno fatto? Sull’altro miliardo, quello che, secondo nere che se anche Mesina sta sfornando bugie, le forze

 
dell’ordine mostrano qualche spericolato lampo di sme- Broccoletti al processo di Roma. Sarebbe stato più cor-
moratezza. retto dire “ostaggi particolari”, confessare che una deci-
La chiave per scoprire la verità sta nell’incidente sione d’intervento veniva presa volta per volta. L’odis-
che provoca l’esclusione di Mesina dalle trattative. Al- sea di Farouk, straniero e di appena otto anni, stava co-
trimenti non si spiegherebbe l’improvviso giro di boa: prendo di vergogna l’Italia. Bisognava muoversi, con la
dopo aver ossequiosamente rispettato la ricostruzione delicatezza della ruspa se necessario.
ufficiale («Non so se sia stato pagato riscatto, nelle mie
mani non è passata una lira, il bambino non è stato
consegnato a me personalmente…»), Graziano cambia
idea nell’arco di quarantott’ore. Perché, gli era stato
promesso qualcosa? Tutti sanno che in questa opera-
zione si sta giocando la concessione della grazia: un at-
teggiamento di scontro con le autorità può soltanto
nuocere alla sua causa. Eppure sceglie proprio la via
del ring, furioso combattimento che per qualche gior-
no fa la felicità dei giornali. Alla fine, cosa resta? Un
clamoroso insuccesso su tutti i fronti: disfatta della cre-
dibilità dello Stato, dubbi atroci sulla trasparenza del-
la versione di Mesina.
Un sondaggio non poteva mancare in un Paese che
da qualche tempo sembra non riuscire a vivere, a capire
e interpretare la realtà senza il conforto d’un costante
ventaglio di opinioni. E il sondaggio, commissionato
dal quotidiano di Milano «Il Giornale», fa sapere che
soltanto una modestissima parte di italiani crede al mi-
nistro Mancino, al capo della polizia Parisi. Alla fine re-
stano dunque in piedi più che mai i dubbi e i sospetti
che hanno accompagnato le fasi finali del sequestro. Per
liberare Farouk è stato pagato o no un miliardo dallo
Stato? L’interrogativo è interessante, ancor più interes-
sante sarebbe conoscere i criteri che facevano aprire al
Sisde i cordoni della borsa. «Casi particolari», ha detto

 
VI

Missione a rischio

Non ne valeva la pena, operazione troppo rischiosa.


Per cavarne cosa, poi? «Soldi, molti soldi», spara Fateh
Kassam buttandogli addosso tutto il suo disprezzo e in-
dicando l’unico metro di misura che può stare a cuore a
un bandito: il denaro. Graziano Mesina ha accettato di
fare l’intermediario perché voleva tirar su col prezzo,
imposta sul valore aggiunto del riscatto. Per questo i
rapporti tra i due – che non sono mai stati amichevoli –
hanno finito per deteriorarsi. Anzi, c’è stata una vera e
propria rottura.
È probabile che, in realtà, l’onorario di Mesina fosse
decisamente più alto. Ma l’interessato non può andarlo
a raccontare in giro e men che meno a Fateh Kassam, un
uomo che gli suscita profonda antipatia fin dal primo
momento. Tanto è vero che, salvo assoluta necessità,
evitano di incontrarsi. Preferiscono dialogare attraver-
so Gianmario Orecchioni, amico fraterno di Fateh, uno
che in gioventù è stato grande ammiratore dell’ex erga-
stolano di Orgosolo.
Dietro le quinte del rapimento del piccolo Farouk si
muovono altri interessi. Di quattrini Graziano sembra
non avere bisogno: tanto più che, salvo casi eccezionali,
rilascia solo interviste a tassametro. Si amministra con


intelligenza spiegando ai giornalisti che trasecolano per ce istruttore che lo sta interrogando su tutt’altro: Cossi-
le sue richieste (cento milioni tondi tondi per una chiac- ga è da apprezzare perché “quando ha voglia di esterna-
chierata in esclusiva all’indomani dell’uscita dal carce- re, esterna”. A un buon conoscente comune avrebbe
re): «Voi speculate sulla mia vita, sui miei racconti. Ven- esternato, per esempio, l’intenzione di aiutare l’ergasto-
dete più copie, gonfiate il personaggio, in parole pove- lano. Non immaginava che improvvisamente la situa-
re, fate affari sulla mia pelle. Perché dovrei regalarvi zione politica potesse precipitare travolgendolo. Tant’è
un’intervista? A me nessuno ha mai regalato nulla». che quando lascia il Quirinale, la pratica della grazia
Nel caso Kassam cos’ha da guadagnare? Ci sono mol- galleggia in alto mare.
te ragioni che gli impongono di portare a termine nel mi- Un po’ come la speranza di rimetter piede a Orgo-
gliore dei modi il lavoro da intermediario, al di là che la solo. È questo il vero obiettivo di Mesina: rientrare in
cosa piaccia o non piaccia a Fateh. Prima di tutto deve paese da uomo libero. Chiusa con una storica pacifica-
rendere conto all’“altissimo” che lo ha costretto ad ac- zione la faida con i Grussotto, spera in una sorta di ri-
cettare l’incarico. Deve trattarsi di qualcuno che conta lancio sociale. Lo sostiene, in questo, una non comune
sul serio se Mesina, messo a un certo punto fuori gioco considerazione di se stesso e la certezza che trent’anni
dai familiari dell’ostaggio, decide comunque di andare di carcere non sono comunque riusciti a metterlo fuo-
avanti, addirittura fare una colletta. In un momento ri gioco. Lo si capisce quando, in licenza premio, pas-
molto delicato delle trattative coi fuorilegge, inizia a cer- seggia avanti e indietro in Corso Repubblica con l’aria
care febbrilmente soldi per un riscatto parallelo. Quan- (finta) di uno qualunque, uno che vuol far sapere di es-
do gli si chiede come mai non molla tutto, per quale mo- sere tornato per annunciare, gattopardescamente, che
tivo va pure in cerca di contanti, risponde in maniera si- nulla è cambiato.
billina: «Lo faccio per un amico». E che l’amico abbia un A dargli una mano c’è anche Indro Montanelli, pen-
peso importante lo conferma anche il vecchio vescovo di na principe del giornalismo italiano, che va a pranzo da
Nuoro, ma di più non dice. Il nome di questo misterioso lui con inviato al seguito, manifesta simpatia per l’ex
signore non è mai trapelato. bandito, mangia porcetto arrosto per ricordarsi gli anni
Certo è che si tratta di qualcuno con buone entrature dell’infanzia (suo padre faceva il preside a Nuoro). E
nel mondo politico, unico particolare che monsignor scrive di pugno, subito dopo, che Mesina è un uomo
Melis si lascia scappare. È anche qualcuno che, in cam- perbene, merita di tornare in libertà senza vincoli di
bio della mediazione, offre una contropartita di tutto ri- sorta. Quando le acque giudiziarie riprendono ad agi-
spetto: la grazia, per dirne una. E con la grazia il ritorno tarsi, va alla carica senza ripensamenti, ironizza pesan-
definitivo in Sardegna. temente sul magistrato del sequestro Kassam e riaffer-
Mesina ha grande stima di Francesco Cossiga, giusto ma il suo giuramento di fede nei confronti di Mesina:
per fare un nome a caso. E ne confida la ragione al giudi- «Casomai dovesse darsi nuovamente alla latitanza, sap-

 
pia che per lui la porta della mia casa è sempre aperta. ero presente, potrei testimoniarlo». E sempre lui, la pe-
Troverà un letto e un piatto di minestra». cora tornata all’ovile dell’onestà, ha «consentito di ri-
Con una protezione così autorevole, il caso Farouk portare quella creatura a casa».
diventa un trampolino di lancio verso la ribalta naziona- L’ex vescovo di Nuoro rivela soltanto una minuscola
le, sotto quei riflettori che Graziano ama tanto. Anche parte di quello che sa. Durante le trattative per il rilascio
se sa molto bene che si tratta dell’esame più difficile del- di Farouk, ha affidato le “relazioni esterne” a don Lui-
la sua esistenza. Comunque vada a finire, non potrebbe gino Monni ma nel frattempo ha proseguito a lavorare
in ogni caso tirarsi indietro, l’amico a cui non si può dire per conto suo. Nelle lunghe ore di meditazione, e forse
no ci resterebbe male. Si tratta, dopotutto, di muoversi di noia (ma questo non glielo sentirete dire), rimugina
con intelligenza e cautela: l’esperienza maturata in pri- su una vicenda che non considera affatto conclusa.
gione e nella vita alla macchia basta e avanza. L’impor- Se ne intende: anni e anni di attività pastorale in Bar-
tante è che l’ostaggio torni a casa e che nessuno della bagia non ne hanno fatto soltanto un vescovo “storico”.
banda dei rapitori venga ferito o arrestato a ridosso del- Ha detto messa per i funerali di almeno un centinaio di
le trattative. A risponderne sarebbe lui. morti ammazzati. Violando una regola che rende i preti
Monsignor Giovanni Melis conosce il nome del mi- intoccabili e imponendo loro nello stesso tempo di non
sterioso personaggio che ha convinto Mesina, molto ri- mettere il naso in casa d’altri, ha chiamato a raccolta la
luttante, a occuparsi del caso Kassam. Il suo non è un sua gente contro la violenza. Ha insultato la sedicente
segreto confessionale, ma rifiuta di svelarlo perché è ri- civiltà della balentìa, sempre con durezza e senza sfu-
masto in qualche misura vincolato a una sorta di patto mature. Il fatto di essere del luogo lo ha forse salvato ma
di sangue. A distanza di tempo, nella casa d’accoglienza non è riuscito a farne un presenzialista da cerimonia.
per sacerdoti in pensione, un ampio appartamento nel Quando è stato necessario ha polemizzato con gli intel-
quartiere di Sant’Avendrace a Cagliari, si stupisce che lettuali che processavano l’omertà. «Facile parlare di
l’altissimo-onnipotente uomo del mistero non si sia fat- coraggio civile quando si sta lontano da qui o ben pro-
to più vivo. Neppure quando Mesina viene arrestato ad tetti nelle redazioni dei giornali». In altri termini, non la
Asti e pare scomparire definitivamente nell’oceano car- giustificava ma capiva l’omertà. Monsignor Melis è for-
cerario. Impossibile dargli una mano in quel momento se stato il solo ad avere accettato fino in fondo il princi-
oppure c’è stata qualche incomprensione? Monsignor pio della espiazione della pena e della redenzione, il so-
Melis, che gli anni hanno reso ancora più saggio, am- lo ad avere accolto e trattato l’ex bandito come nessuno
messo che sia possibile, non vuole mettere il dito sulla avrebbe fatto: il cittadino, il fratello Mesina, senza la
piaga. Un sorriso solare gli attraversa il viso rugoso pretesa di considerarlo sempre sotto esame.
quando conferma, mano sul cuore, che Mesina si è oc- Graziano se ne accorge e anche per questo impegna
cupato del sequestro solo perché è stato costretto. «Io tutto se stesso nel tentativo di portare a buon fine la mis-

 
sione. Un aiuto consistente gli arriva dal suo difensore di sta nel lanciare una notizia verosimile e, come dicono i
fiducia. In un’età imprecisata sotto i quaranta, figlia del- vecchi cronisti, inzupparci il biscotto per qualche gior-
la buona borghesia torinese, Gabriella Banda è una don- no. Tanto la gente se la beve. Eccola la signora avvocato,
na che vive con grande passione civile la sorte del suo eccola, non ha resistito al fascino del bandito famoso (e
cliente. Quando riceve il telegramma dell’incarico, esul- sardo, tanto per puntualizzare con orgoglio regional-
ta: assistere in giudizio Graziano Mesina significa con- popolare). Tanto più che non è affatto il primo caso:
quistare il successo, far scoppiare d’invidia molti colle- non è accaduto qualcosa del genere qualche anno prima
ghi, bruciare le tappe della carriera forense. E difatti nel anche alla marchesa Guglielmi? Rapita mentre rientra-
giro di poche settimane, finisce su tutti i quotidiani ita- va nella sua villa di Latina, s’era innamorata del suo car-
liani. Supera la timidezza, regge bene, spegne l’aggressi- ceriere, Gianni Cadinu, basso, grossolano, occhi chiari.
vità della stampa mantenendo toni pacati, nessuna pla- Oltre il limite previsto dalla cosiddetta sindrome di
tealità. Si batte con grande determinazione in aula. Il Stoccolma, ha raccontato nel diario dalla prigionia una
primo, drammatico intoppo – il fermo di Mesina a Par- storia d’amore romantica e struggente, mano nella ma-
ma, fuori dai confini del soggiorno obbligato – la vede no sotto la luna nei faticosi trasferimenti da un rifugio
vacillare solo per un attimo. Studia i verbali d’interroga- all’altro. Cosa poteva aver fatto incontrare una donna
torio, il rapporto dei carabinieri e sferra l’offensiva per colta, aristocratica e un latitante neppure di prima fila?
evitare che il suo assistito possa perdere la libertà condi- Quindi nessun stupore se qualcosa del genere, fascino
zionale. Bontà sua non se la prende, come vorrebbe un della categoria, avesse colpito al cuore anche un’elegan-
collaudato copione nazionale, con la tesi del complotto. te avvocatessa di Torino.
Comincia in quel momento una partita destinata a Nonostante una dignitosa e sofferta smentita, il val-
giocatori più che abili, ad avvocati che hanno fatto i ca- zer delle voci su Gabriella Banda continua a girare e
pelli bianchi nei palazzi di giustizia, ma Gabriella Ban- sembra segnarla a fondo. Quella della calunnia era una
da – quasi un’esordiente in campo professionale – riesce variabile che non aveva considerato. Prosegue comun-
a spuntarla mostrando fermezza, rigore, preparazione, que nel suo lavoro, aiuta Mesina a scrivere un’autobio-
intelligenza. Mentre il suo celebre cliente è in Sardegna grafia, ma qualcosa si spezza. Quando Graziano finirà
a occuparsi del sequestro Kassam, un quotidiano rivela nel carcere di Novara per detenzione d’armi, non sarà
che tra lei e Graziano c’è ben altro che non un semplice più il suo difensore. Perché, non lo dice, esce di scena in
rapporto di lavoro o d’amicizia. Esplode, minaccia que- silenzio. Come se questa avventura professionale, che
rele: «È una squallida bugia». pure le ha dato forte notorietà, sia naufragata nelle sab-
Non s’è accorta di essere finita nel meccanismo stri- bie mobili della sfiducia. Ha scoperto che il suo assistito
tolante del giornalismo-spazzatura. È tutto clamorosa- le ha mentito, le ha nascosto qualcosa? Gabriella Banda
mente falso, ma questo ha poca importanza: il segreto preferisce non rispondere. «Un capitolo chiuso». Chiu-

 
so anche per Mesina che, in un primo momento, chiede Nel fuggi fuggi generale, più o meno dignitoso, c’è
soccorso a un suo vecchio legale (Giannino Guiso), poi una donna che resiste. E continua a scrivergli, anche
sceglie di essere difeso da un avvocato d’ufficio. adesso che sembrano essere perduti perfino gli ultimi
Non sono frammenti di storia personale, questi. scampoli di libertà. È Valeria Fusè, milanese. Il suo no-
Non sono spezzoni di vita privata. È che dopo la vicen- me vien fuori nella primavera dell’85. Allo scadere di
da del sequestro Kassam, la buona stella di Graziano un permesso di dodici ore, Mesina non rientra nel car-
declina velocemente: la liberazione di Farouk si trasfor- cere di Vercelli. I carabinieri lo sorprendono con que-
ma in un boomerang. Scontro aperto tra chi giura che sta ragazza, carnagione chiara e sguardo smarrito, in un
l’impresa è tutta sua e chi invece lo accusa di averci spe- appartamentino di Vigevano. L’amante del bandito: al
culato. Affidandosi a un’antica e ipocrita certezza: un processo per direttissima arrivano tivù e giornali di
bandito è sempre un bandito. mezza Europa. Per Graziano è una clamorosa afferma-
Tempo dopo ad Asti, a un processo per armi e seque- zione di balentìa («l’uomo è uomo») con una qualche
stro di persona, c’è scarso interesse, pochi inviati seguo- pennellata di colore da rotocalco ultrapopolare. Vale-
no le udienze che si trascinano stancamente fino alla ria Fusè schiva l’attenzione generale e rientra («assolta
sentenza di condanna. Lo stesso giornale di Montanelli perché il fatto non costituisce reato») nella casa dove
non dà grande rilievo alla notizia, addirittura non pub- vive coi genitori. Nel ’91, quando Mesina acquista la li-
blica una riga il giorno del verdetto. Mesina non fa più bertà – sia pure dimezzata da orari ristretti e rigidissimi
titolo? Qualcosa non quadra. Forse circola sottobanco limiti di movimento – un incontro a due mette a fuoco
l’indiscrezione che prova la sua colpevolezza: insomma “un bellissimo rapporto d’amicizia”.
in quel pasticcio c’è dentro fino al collo, ha peccato di Amicizia commovente e profonda che resta in piedi,
onnipotenza, di presunzione e di certezza dell’impuni- quasi solitaria, anche mentre infuria una terribile tem-
tà. Ore e ore di intercettazioni telefoniche sono lì a di- pesta, giudiziaria e umana.
mostrarlo. Un’ipotesi di questo genere spiegherebbe le
ragioni dell’insolito disinteresse verso un personaggio
che ha fatto girare al massimo le rotative.
Il mito pare finire a pezzi, miseramente scivolato su
una buccia di banana ha rivelato la sua anima: di gesso.
Ha tradito la fiducia di molte persone, dunque fa bene il
pubblico ministero a definirlo “delinquente abituale” e
a ironizzare pesantemente su un dio minore che rotola
verso il disastro. «Per uno come lui non posso chiedere
una condanna lieve, non sarebbe rispettoso».

 
VII

Il dio tritolo

Bandito pre-tecnologico, Graziano Mesina aveva


dialogato a pallettoni negli anni verdi della vecchia cri-
minalità. Quasi un adolescenziale tempo delle mele: mi-
nacce, intimidazioni e avvertimenti passavano attraver-
so la legge del fucile. La voce del tritolo, più professio-
nale e sicura, non aveva ancora avuto modo di sentirla.
Fortuna che stava in carcere a macerarsi in uno speran-
zoso conto alla rovescia: uno come lui non avrebbe
neanche capito. Lo avrebbero messo da parte come si fa
con certe macchine che finiscono fuori mercato. Al
massimo, una volta uscito dai “garage” penitenziari, lo
avrebbero potuto esibire come pezzo d’epoca. Anti-
quariato. Un fantasma che in vita adoperava doppiette a
canne mozze, il numero di matricola abraso.
Agli uomini della dinamite farebbe perfino tenerez-
za. Oltre duecento attentati in dodici mesi, sessanta a
Nuoro con un record regionale incoraggiante: nove
botti in soli ventidue giorni nel ’90. Alle spalle di questo
scenario che occupa la ribalta della cronaca, alcuni insi-
stono con la ricetta tradizionale: nei moduli grigi da in-
viare al comando generale per le statistiche, i carabinie-
ri registrano in tutto 130 colpi di arma da fuoco. Pochi,
lampi rancorosi degli ultimi sopravvissuti che si ostina-
no a credere in una sorta di linguaggio degli avi: ditelo


col piombo. Ditelo pure, se vi pare ma alla fine degli an- L’uso distorto e degenerato della legge emerge quasi
ni ’80 l’esplosivo tira di più. È quasi una scoperta in una subito in tutta la sua evidente gravità, ma le scappatoie
terra che pullula di cave e miniere e che dunque può of- sono poche. Ai vertici dell’amministrazione della giusti-
frire materia prima a volontà. zia ci si lamenta apertamente. «Qualcuno ha fatto meno
A differenza di altri sistemi, il tritolo ha il vantaggio prigione di quella fatta patire all’ostaggio in un seque-
di essere meno impegnativo dell’agguato, non richiede stro di persona», s’infuria il direttore del penitenziario
la presenza sul posto, è convincente quando si fa senti- nuorese riferendosi all’incredibile viavai di detenuti.
re. E ancor più sul dopo, immagine di devastazione e La procedura per ottenere questo significativo privi-
paura, effetto secondario nient’affatto trascurabile e di legio, che rende più civile e meno repressiva la detenzio-
lunga durata: vivere con le macerie sotto gli occhi signi- ne, passa attraverso una serie di autorizzazioni, a co-
fica crescere fianco a fianco al terrore. In un mare agita- minciare da quella del giudice di sorveglianza. Il magi-
to come questo, Mesina si sarebbe perduto in un atti- strato messo sotto tiro con un ordigno a basso potenzia-
mo. Era uno specialista d’altro genere, lui. le si era evidentemente opposto a una richiesta di lavoro
Le nuove tecniche di guerra sono sofisticate. L’utiliz- esterno. Ha scontentato qualcuno e glielo hanno man-
zazione degli esplosivi offre un ventaglio di possibilità dato a dire con un po’ di gelatina sotto casa.
davvero interessante. Ne sa qualcosa un giudice di sor- A far da cornice ci sono poi i fuochi d’artificio legati
veglianza del Tribunale nuorese e un’educatrice peni- agli appalti, alle vendette tra grossisti, gelosie di concor-
tenziaria di Badu ’e Carros. Ricevono bombe: e la città renza. Quando il messaggio esplosivo non ottiene il ri-
trema. Cosa c’è sotto? In questo caso, il discorso appare sultato voluto, c’è sempre la piazza dei sicari a paga-
abbastanza semplice. Racket alla rovescia: la malavita mento. Nel 1989 Nuoro strappa un terzo posto assoluto
aiuta alcuni commercianti in crisi, garantisce un consi- sul fronte-omicidi in campo nazionale: in rapporto al
stente sostegno economico in cambio di un piccolo fa- numero degli abitanti, produce morti ammazzati poco
vore, proporre un posto di lavoro a un certo detenuto. meno di Reggio Calabria e Catania. Quasi un secolo pri-
La legge sulla libertà condizionale impone che i reclusi ma, un deputato della Sardegna al Parlamento di Tori-
abbiano trovato un’occupazione, altrimenti si resta no scriveva affannato al ministro dell’Agricoltura, Ca-
dentro. Grazie a una norma come questa, la criminalità millo Benso conte di Cavour: “Si uccide di giorno e di
organizzata riesce a recuperare alcuni suoi uomini. In notte, si uccide in piazza, in campagna, nelle case, all’u-
quel periodo i reclusi di Badu ’e Carros sono poco meno scire di chiesa”.
di duecento. Almeno una trentina ha ottenuto la libertà Adesso la situazione non è così drammatica, proprio
condizionale con questo sistema: escono dal carcere di perché c’è il tritolo. Tritolo che, come gli incendi estivi,
buon mattino e vi rientrano soltanto dopo il tramonto, è legato a doppio filo con l’occupazione, la povertà dif-
per dormire. fusa, la mancanza di prospettive, lo straniamento di

 
contadini e pastori riciclati a suo tempo nell’industria e aperta. Nel Sulcis, dove invece ci sono mafiosi in sog-
ora scaraventati nel purgatorio della cassa integrazione. giorno obbligato, l’economia di sussistenza non apre la
Nel conto bisogna mettere anche la rete del commercio, via al racket. La crisi economica è di proporzioni tal-
gonfiata a dismisura proprio per fronteggiare la man- mente gravi che, davanti alla minaccia di un taglieggia-
canza di lavoro: nella sola città di Nuoro sono state con- mento, i commercianti abbasserebbero all’istante le sa-
cesse millecento licenze, seimila in tutta la provincia. racinesche. Cosa resta da fare, allora? Anche in questo
Quanti riescono a stare a galla nell’imbuto vorticoso caso, come per San Teodoro e altri investimenti in Gal-
della crisi?, quanti riescono a mantenersi onesti? Il var- lura, si fanno soltanto congetture: mancano le stampelle
co per l’infiltrazione di mafia e ’ndrangheta, che hanno dei fatti. Si dice che i mafiosi anticipino danaro ai nego-
bisogno di lavare danaro e operare in terre pulite, di- zianti in crisi e incassino a vendita avvenuta. Insomma
venta più facile. piccolo, piccolissimo strozzinaggio, a cappio sufficien-
Ma dopo anni e anni di accertamenti non si riesce a temente largo. Dopotutto, se i commercianti vengono
chiudere il cerchio. Con molta presunzione, i sacerdo- strangolati ha da perdere anche la mafia e i suoi esattori.
ti della sarditudine a oltranza avvertono che non c’è Le mille voci del dio-tritolo continuano comunque a
pericolo: la Barbagia, giurano, è impermeabile a cultu- farsi sentire. Nelle campagne di Orgosolo, casa Mesina
re-altre. Ci crede anche Salvatore Mulas, questore di dunque, viene aperto un cantiere per realizzare una di-
Nuoro: «Qui mafia e camorra non possono combinare ga sul Cedrino. Appalto da quaranta miliardi (quaranta
granché. Al di là delle ataviche allergie dei sardi, il pro- miliardi del 1990), sessanta buste-paga garantite per tre
blema è quello delle braccia. Se pure pensassero di im- anni. È una formidabile valvola di sfogo contro la disoc-
boccare la strada dell’estorsione programmata, avreb- cupazione locale e, dettaglio non secondario, si tratta di
bero bisogno di manovalanza locale. E non ne trove- un progetto serio. A cose fatte, consentirà l’irrigazione
rebbero». di tremila ettari di terra. La ditta che ha vinto la gara ini-
Altri ritengono invece che mafia e camorra non vo- zia e interrompe i lavori in brevissimo tempo. Cos’è ac-
gliano, almeno in Sardegna, imporre il racket, cioè l’abi- caduto? Prima viene incendiata l’auto del direttore del
cì della piccola delinquenza di casa loro. Forse è vero cantiere, qualche giorno dopo una ruspa devasta e di-
l’esatto contrario: la grande criminalità chiede in Sarde- strugge un prefabbricato dove sono custoditi gli attrez-
gna discrezione e possibilità di fare buoni investimenti. zi. In una lettera inviata al cosiddetto ente committente,
Nei primi mesi del ’94 la Guardia di Finanza apre un’in- il Consorzio di Bonifica, vengono poste precise condi-
chiesta sull’acquisto di alcuni residence a San Teodoro, zioni per riprendere l’attività: “… ogni possibile e con-
località sacra nell’industria delle vacanze: sembra siano creto provvedimento per garantire l’incolumità di uo-
stati comprati con denaro riciclato proveniente da se- mini e mezzi”. Al sindaco di Orgosolo, che protesta per
questri e traffico di stupefacenti. L’indagine è tuttora l’ennesimo attentato capace soltanto di far andar via im-

 
prenditori e sogni d’occupazione, arriva la vendetta tra- 250 iscritti in tutta la provincia al sindacato di categoria.
sversale: una bomba contro l’abitazione di un suo pa- Padre di una ragazza rapita dall’Anonima e liberata in
rente. circostanze avventurose, vive sul filo di lana. A capo di
La politica del tritolo è questa, il pane del nuovo un consorzio che si aggiudica un appalto da cinquanta-
banditismo lievita insieme la farina della vecchia crimi- sei miliardi per costruire la strada di circonvallazione,
nalità e quella di un esercito di dilettanti pronti a tutto. gli viene riservato un trattamento particolare. Si comin-
In pieno fuoco incrociato irrompe la nuoreseria a deno- cia con i pettegolezzi al veleno: il suo progetto ha vinto
minazione d’origine controllata attraverso la requisito- nonostante non proponesse il prezzo migliore, anzi lo
ria d’un consigliere regionale della sinistra: “Una socie- scarto è talmente grande da gridare vendetta. Da qui a
tà pastorale arretrata caratterizzata da un immobilismo sussurrare che c’è collusione con il Municipio ci vuol
arcaico, rivelatasi impermeabile ai processi di moder- poco. Per giorni e giorni l’argomento divora la noia del-
nizzazione, incapace di aprirsi al nuovo, impregnata di le serate nuoresi, affoga nei bianchini ingollati nei bar
una cultura spesso portatrice di valori deteriori, prigio- del Corso, nelle chiacchiere che seguono fino a notte
niera di miti e codici che si perdono nella notte dei tem- tarda in ristorante. L’imprenditore getta acqua sul fu-
pi. Una società che teorizza la violenza quale strumento riosissimo incendio della polemica, ma non riesce a fer-
per dirimere le controversie e i conflitti; animata da un mare l’avviamento di voci incontrollate e malevole. Poi
malinteso senso della balentìa che altro non è se non gli arriva qualcosa di più, un segnale preciso: una bom-
violenza gratuita e fine a se stessa; da un individualismo ba lanciata in piena notte contro la sua villetta. Per un
onnipotente e indefinito che calpesta qualsiasi interesse caso non esplode. «Eravamo tutti in casa».
collettivo”. È un siluro, questo, che va a colpire quella Da quel momento cominciano appostamenti e con-
sorta di strapaesano orgoglio barbaricino. E fa ancora trolli telefonici. Polizia e carabinieri vogliono arrivare ai
più male perché il tiratore scelto è locale, nuorese da ge- mandanti. Interessa soprattutto al governo regionale,
nerazioni. Comunque, ce ne sarà anche per lui: il nego- fortemente preoccupato dalla possibile reazione di altri
zio di famiglia, al centro del centro della città, viene de- industriali. Le delicate condizioni economiche della
vastato da un ordigno. Gli attentatori non cercavano la provincia non potrebbero reggere un esodo imprendi-
strage: volevano giusto mandare un messaggio in un co- toriale verso centri meno esplosivi, più tranquilli. Tre
dice adeguato ai tempi. Miccia a lenta combustione, an- anni dopo, situazione immutata, il procuratore generale
notano i carabinieri. Miccia a depressione rapida per della repubblica Francesco Pintus lancia solennemente
chi se la vede balenare tra i piedi. l’allarme: «…desta particolare preoccupazione l’attua-
Tra i bersagli c’è anche un personaggio duro, tutt’al- le situazione economica, nella quale il pericolo di una
tro che disponibile a certe smancerie sociologiche: Re- definitiva vanificazione dei tradizionali posti di lavoro,
mo Berardi, presidente degli industriali nuoresi, circa l’assenza di alternative occupazionali e la sempre meno

 
praticabile valvola di sfogo rappresentata dall’emigra- nato, cosa ha fatto da apripista al partito della dinamite?
zione, sono tutti fattori che rischiano di alimentare la ri- Ogni anno piovono in Procura generale oltre centomila
cerca individuale delle fonti illecite di guadagno». fascicoli, una montagna di carta che cresce senza sosta
A cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli mortificando le aspettative di migliaia di cittadini in li-
anni ’90, la voce delle bombe continua a farsi sentire. sta d’attesa per una sentenza. Giocoforza, la ricerca di
Ma è più flebile rispetto a un passato di fuoco. L’onda una giustizia che non trovano e che in ogni caso tarda ad
lunga, quella che inizia a ridosso della vittoria elettora- arrivare, suggerisce di imboccare strade nuove e perico-
le delle sinistre nel ’75, comincia a rientrare. A un trat- lose. L’attentato, per esempio. La politica delle bombe.
to sembra quasi vi sia una specie di ritorno a codici e Se non altro, sembra avere almeno la forza di far sapere
metodi che si ritenevano sorpassati, dimenticati. Si ci- che si è vivi.
ta fra tutti un esempio-simbolo: Orune, tremilacin- Il tritolo contro prefetture, municipi, contro abita-
quecento abitanti e quattro omicidi l’anno contro una zioni, proprietà di sindaci e assessori viene spiegato con
media nazionale che dà un assassinio ogni centomila un’interpretazione colta: è che la società barbaricina vi-
abitanti. ve ancora in una condizione pre-liberale, vale a dire (co-
Gli antropologi avvertono che “bisogna sfuggire a me sosteneva più di trent’anni fa la rivista “Ichnusa”),
un’analisi sostanzialmente basata sulle categorie tradi- precedente il contratto sociale. “Gli amministratori so-
zione-modernità”. Non la consentono variabili che han- no visti, da un lato, come la personificazione dello Sta-
no profondamente modificato la realtà quotidiana: vi- to, del potere pubblico, titolari di tutte le competenze,
deotape, tivù. Cambiano le fonti di informazione, si dall’altro sono giudicati partecipi di un complessivo si-
modificano i punti di riferimento scatenando la sindro- stema di potere, che concede o nega diritti, e impone
me da emulazione, detonatore dell’invidia, del confron- doveri, ma da cui, comunque, essi traggono vantaggio”.
to, della drammatica evidenza dei fatti: da un lato c’è Sulla scia di questa considerazione che fa parte del li-
un’isola con centocinquantamila disoccupati, dall’altro bro infinito scritto dall’ultima Commissione regionale
– per quattro mesi l’anno – straripa la ricchezza dell’in- d’indagine sulla criminalità, vien facile capire come si
dustria vacanziera. Inevitabile che vi sia una reazione, formi un nuovo banditismo, quale impasto di rabbia e
confusa e pasticciona, ma dura, violenta. Secondo alcu- contraddittoria politicizzazione riesca a cementarlo.
ni, come il decano dei penalisti sardi, l’avvocato sassare- Un brivido di paura scuote l’isola quando un ordi-
se Giuseppe Melis Bassu, la “cultura della violenza esi- gno devasta un finestrone del Comando militare della
ste dappertutto e non la estirpa definitivamente nessu- Sardegna, in via Torino a Cagliari. Una bomba qualun-
no: la si può e la si deve costringere in limiti tollerabili”. que che in quel momento depista clamorosamente gli
Tra la fine dell’87 e l’88 i limiti di questa violenza so- inquirenti lasciando credere che sotto la cenere stia na-
no invece tutt’altro che tollerabili. Cosa non ha funzio- scendo un partito armato, qualcosa a mezza strada tra

 
una rivolta confusamente dinamitarda e il terrorismo gliabile. A parte i modesti risultati che si ottengono, que-
còrso. Niente di tutto questo: la fiammata antimilitari- sto spiegamento di forze determina effetti psicologici
sta rientra nel calendario delle tradizioni isolane. Le al- negativi sulle popolazioni interessate».
tre bombe, e sono davvero tante quelle che esplodono Imbarazzato dalla grossolana irruenza del ministro,
soprattutto nel Nuorese, fanno parte soltanto di una lo Stato maggiore dell’Esercito precisa di non andare in
modernissima disamistade tra pubblico potere e priva- Sardegna “per stanare i rapitori di Farouk Kassam” ma
to cittadino. Una specie di ufficio reclami un po’ parti- per una ragione diversa: controllare il territorio, popo-
colare. larlo. “Farci camminare la gente”. D’altra parte si tratta
A Roma possono stare tranquilli: quella che sta scop- di raccogliere l’appello del difensore civico Giovanni
piando in Sardegna non è guerra contro la Repubblica Viarengo che, a più riprese durante la sua carriera di
ma lampi di un furore popolare che ha smesso da un magistrato, aveva invocato una presenza in divisa nelle
pezzo di credere alle istituzioni. zone interne. Presenza non significa militarizzazione,
Bisogna tuttavia far qualcosa, far sentire in qualche puntualizzava a scanso di equivoci.
modo la presenza dello Stato. Mentre il sequestro Kas- Nonostante il controcanto dei due quotidiani sardi,
sam è alle battute finali, e quindi in una fase molto deli- Fortza Paris inizia nel luglio del ’92 e si conclude tre me-
cata, il ministro della Difesa, Salvo Andò, annuncia l’in- si dopo, a settembre. Impegna complessivamente dieci-
tenzione di inviare un corpo militare a presidiare la Sar- mila uomini che si danno il cambio – guardia permanen-
degna, inquieta periferia dell’impero. Lo annuncia con te di quattromila soldati – in aree arroventate dal silen-
tale brutalità che la memoria storica dei sardi torna su- zio e dal sole. La circolazione di campagnole, camion e
bito ai famigerati “baschi blu”, alla dannosa e arrogan- un enorme schieramento d’uomini ottiene tuttavia ri-
te occupazione con le stellette degli anni ’60. L’opposi- sultati degni di nota. Il Comando sforna un bollettino
zione a un ritorno in massa di soldati è massiccia: tra le della vittoria per segnalare una netta flessione degli at-
righe di uno scontro che non si è mai sopito, qualcuno tentati (76 per cento in meno rispetto allo stesso perio-
sottolinea i pericoli per una buona conclusione del rapi- do dell’anno precedente) e degli incendi dolosi (53 per
mento di Farouk. Una presenza inutile, e non solo inuti- cento).
le, quella dei militari pure per il vecchio senatore Medi- A sentire i militari crolla anche il reato dei reati, quel-
ci che nel suo rapporto al Parlamento sulla criminalità lo più tradizionale, l’abigeato: meno 88 per cento. Entu-
isolana, agli inizi degli anni ’70, afferma con sicurezza: siasmante, ma il merito non è solo dei soldati. In quel
«Anche se i reparti speciali, formati da giovani idonei a periodo hanno iniziato a funzionare seriamente le com-
eseguire servizi di squadriglia nelle zone montane, tal- pagnie barracellari. E questo spiega in gran parte il tra-
volta hanno dimostrato una loro validità, è da ritenere collo dei furti di bestiame.
che, di regola, l’impiego in massa di militari sia sconsi- Fortza Paris non passa inosservata. A Lula una bom-

 
ba ferisce un gruppo di persone che passeggiano: tra L’artiglieria dell’opposizione si spegne, resta qual-
queste ci sono anche ragazzi di leva. Una bravata più che fuoco isolato, l’immancabile incursione sui giornali
che un attentato vero e proprio. Altrettanto potrebbe dell’intellettuale ad ascensione finto-separatista. Si ri-
dirsi del ferimento di alcuni alpini a Mamoiada, presi di parla di colonizzazione, di inammissibile ingerenza nel-
mira a fucilate. Nessun volantino di rivendicazione e la vita d’una regione. Come dire, battendo un chiodo ri-
neppure una parola di sostegno da parte della popola- masto caldo nei secoli: Roma mandava le sue legioni, il
zione. ministro Andò le sue brigate. Con lo sberleffo finale di
Il caso più clamoroso avviene a Orgosolo, storico chiamarle pure Fortza Paris, come se i sardi c’entrasse-
epicentro della resistenza antimilitarista. L’arrivo dei ro davvero qualcosa.
soldati è accolto con molta freddezza venata, a tratti, di
evidente intolleranza. Nel campo allestito nelle colline
vicine al paese, si fa finta di nulla e si lavora alacremente
facendo molta attenzione a evitare la scintilla della ri-
bellione. I medici militari fanno lastre, piccoli interven-
ti di chirurgia e di odontoiatria, qualche prestazione di
pronto soccorso. Altri si occupano di bonificare i terre-
ni riarsi dagli incendi, disinfestano aree appestate da
zecche e altri parassiti, assestano malandate stradine
campestri, garantiscono la qualità dei rifornimenti idri-
ci. Al contrario di quanto è avvenuto una trentina d’an-
ni prima, l’Esercito mostra un’altra faccia: quella del-
l’efficienza e della solidarietà civile.
E pian piano il ghiaccio si scioglie, perfino Orgosolo
finisce per gradire il pacifico arrembaggio dei soldati.
Sull’onda di questo successo, seguono altre due opera-
zioni nel ’93 e nel ’94 ma non hanno il peso e la portata
delle altre. L’importanza di Fortza Paris 2 è meramente
strategica e interessa esclusivamente le Forze Armate
che, per la prima volta dalla fine della guerra, speri-
mentano il trasporto rapido di due brigate (circa cin-
quemila uomini e un numero incredibile di mezzi) dalla
penisola alla Sardegna.

 
VIII

Matteo Boe

Negli archivi dell’Interpol occupava un posto di tut-


to rilievo nella lista dei ricercati d’Europa: ventesimo,
piazzamento d’eccezione. Nessuno era mai arrivato a
tanto.
La faticosa scalata verso queste posizioni non s’im-
provvisa, parte da lontano e si trascina almeno gli ultimi
dieci anni del banditismo sardo. Del nuovo banditismo
sardo, quello che Graziano Mesina incrocia di sfuggita
nella veste di emissario durante il rapimento Kassam. E
che ha un solo grande protagonista: Matteo Boe, uomo
di buone letture, di Lula per l’anagrafe ma cresciuto
culturalmente a Bologna, nell’effervescenza del mondo
giovanile che ruota intorno all’Università.
Frequenta la facoltà di Agraria quando incontra la
compagna della sua vita, Laura Manfredi («Ma io sono
ragioniera, una semplice ragioniera»), lì intreccia cono-
scenze e amicizie che lo proiettano un paio di spanne
sopra lo standard della criminalità isolana: ai principi
della civiltà agropastorale aggiunge quelli metropolita-
ni, una miscela che esplode a sinistra, che cerca e trova –
con ampie motivazioni politiche – le ragioni della di-
sobbedienza, della trasgressione, della guerra alle istitu-
zioni. D’altra parte era stato lo stesso Mesina, semianal-


fabeta, a intuire in quale direzione puntava il futuro dei dinate?, da che parte sperava di fuggire? Mistero, non
latitanti. Parole profetiche le sue: «Attenti a dire che il si è mai riusciti a saperlo. L’unica certezza è che all’im-
latitante non ha un’ideologia. È una stupidaggine, la ve- provviso affiora dal mare, come un Nettuno col fiato
rità è che nel mondo c’è troppa disparità, troppa ingiu- corto dopo una lunga nuotata, il detenuto Matteo Boe.
stizia. La vita alla macchia ti può aiutare a vederla». Saltare a bordo e squagliarsela è un giochino. Quando
Trentasette anni, molti dei quali vissuti lontano dalla le sirene dell’allarme tagliano il silenzio e arrivano a
famiglia e dal paese d’origine, Matteo Boe vive sulla sua straziare un cielo trasparente, l’evaso è quasi al sicuro.
pelle questo precetto. Esordisce con discrezione. Poi Irraggiungibile. Addio galera.
pian piano, il suo nome comincia ad acquistare autore- Un colpo da maestro, clamoroso. Non era riuscito
volezza, credito. Soprattutto un’impresa lo rende d’un neppure a un altro “campione” della categoria, Carmeli-
tratto celebre: alla fine dell’estate 1986 evade dall’isola- no Coccone, classe 1940, orunese accusato di omicidio
galera dell’Asinara, dove stava scontando una condan- e di nove sequestri, tra tentati e riusciti. Un curriculum
na a diciotto anni di reclusione per il sequestro di Sara di tutto rispetto, insomma. Addetto al controllo d’una
Niccoli. Non era mai accaduto prima: da quel peniten- mandria di mucche, al tramonto doveva rientrare in una
ziario, paradiso e inferno, non è mai scappato nessuno. cella-camerone. Per tutta la giornata, in pratica, stava
«L’evasione è tecnicamente impossibile», spiegava con all’aria aperta. «Si era d’estate e la luna chiara illumina-
fierezza il direttore del carcere. va quasi a giorno le serate dell’isola…». Coccone rac-
L’evasione è tecnicamente fattibile. Basta aspettare il conta di essere stato assalito dal raptus d’una passeggia-
mare giusto e avere un piano semplice semplice ma as- ta (lui la chiama proprio così), quattro passi sotto le stel-
solutamente segreto: nessuno o quasi deve sapere. Le le. Una notte, appena i compagni si sono addormentati,
grandi fughe, quelle di massa, sono soltanto un buon ha smontato l’inferriata della finestra del bagno e via, fi-
soggetto cinematografico. Nella realtà è meglio muo- nalmente libero. «Ero all’aria aperta, da quanto non
versi da soli. sentivo il profumo delle notti di campagna… respiravo
Il primo settembre di otto anni fa un maestralino a pieni polmoni l’odore piacevole del fieno inumidito
circonda questo stupefacente lembo di terra mostran- dalla rugiada…».
done l’esaltante bellezza. A qualche miglio dalla riva, Respirando respirando, s’è allontanato fino a quan-
proprio di fronte a cala d’Oliva, dunque davanti agli uf- do «mentre svoltavo l’angolo del muro di un vigneto»
fici della direzione, dondola pigramente un piccolo non si scontra con due agenti di custodia. Che non cre-
gommone. Dentro, se è vera la ricostruzione ufficiosa, dono per nulla ai desideri poetici d’un pastore errante.
c’è Laura Manfredi: che aspetta. Com’è riuscita ad arri- Anche perché «trovarono lì vicino un vecchio paio di
vare fin là, a dribblare le motovedette del servizio di vi- pinne da subacqueo e pensarono che me le fossi procu-
gilanza?, come ha trasmesso il suo arrivo, l’ora, le coor- rate io col proposito di attraversare a nuoto lo stretto di

 
mare che si interpone tra l’Asinara e il resto della Sar- per aver preso parte al rapimento di un imprenditore in
degna…». Calabria. E siccome tutti i suoi ostaggi, almeno quelli
Cinquantadue chilometri quadrati, l’Asinara appar- che gli sono stati attribuiti, sono stati puntualmente mu-
tiene allo Stato dal 1885. Dovrebbe diventare, come tilati, passa alla cronaca come “il tagliatore d’orecchie”.
dispone una legge varata nel ’91, un parco naturale. Nel L’hanno arrestato il 15 ottobre del ’92 in Corsica, al
frattempo, resta galera. Una bellissima, inimmaginabile ricevimento dell’hotel “U Palmu” a Portovecchio. Sua
galera al sole. Ospita – in un territorio che è una sorta di moglie era in camera con due dei tre figli nati durante la
lungo budello – sette vecchie fattorie. “Diramazioni”, latitanza. Strano blitz quello in tandem della polizia ita-
secondo il triste dizionario penitenziario. La diramazio- liana e francese. Strano perché Boe si fa prendere come
ne più famosa è quella di Fornelli, che ospitò a suo tem- un pivellino portandosi dietro un ingombrante arsena-
po esponenti di spicco delle Brigate Rosse. Stretti corri- le. Stranissimo perché tiene in tasca un rullino di foto
doi, portoncini blindati, telecamere dovunque, anche davvero compromettenti che lo ritraggono, M 16 sotto-
dentro le celle, luci perennemente accese. A Fornelli braccio, davanti alla grotta dove è stato tenuto prigio-
dovrebbe esserci Totò Riina, ritenuto il più pericoloso niero Farouk Kassam. Farsi fare foto di questo genere è
boss mafioso del dopoguerra. Le altre “diramazioni” – folle, a meno che uno non voglia portarsi dietro, caso-
caseggiati di semplice e funzionale architettura rurale mai lo fermassero, la prova della sua colpevolezza. A
che ricordano le fazendas messicane – sono più aperte: i meno che non voglia insomma concordare una finta
detenuti escono al mattino, lavorano nei campi, badano cattura che potrebbe rivelarsi poi una resa concordata a
alle greggi, rientrano la sera. Complessivamente l’Asi- tavolino.
nara dà una grande sensazione di libertà, di carcere (fat- A Lula, dove Matteo Boe è un totem, nessuno crede
ta eccezione di Fornelli, forse il braccio “più speciale” al compromesso, all’accordo con le forze dell’ordine. E
d’Italia) in qualche modo civile, sopportabile. men che meno che possa aver trascinato nella sua cadu-
Ma oltre questo sipario, è un’Alcatraz di Stato. Diffi- ta gli amici-complici, due compaesani: Ciriaco Baldas-
cile da raggiungere per i parenti dei reclusi, lontana e, in sarre Marras e Mario Asproni, scomparso un minuto
un certo senso, crudele: panorama da cartolina, riserva prima che i carabinieri bussino alla sua porta per notifi-
naturale d’una suggestione mozzafiato. L’Asinara urla cargli l’ordine di custodia cautelare.
la bellezza della libertà. Matteo Boe aveva capito molto Per dirla tutta, c’è chi non crede anche che Laura
bene tutto questo e dall’isola-prigione ha preso il via Manfredi non si sia accorta del pedinamento: è una vita
beffando tutto e tutti. Da quel momento gli sono stati che, al volante di un’utilitaria, lascia la casa dei suoceri e
attribuiti numerosi reati. In particolare, il sequestro del raggiunge suo marito. Per sei anni riesce puntualmente
costruttore romano Giulio De Angelis e quello di Fa- a depistare il (folto) gruppo che le sta dietro. Un attimo
rouk Kassam. Recentemente è stato incriminato anche di disattenzione? Può darsi, ma appare tuttavia poco

 
credibile in una donna come lei. Ancora meno credibile Perché distruggere l’immagine di Boe? Perché, se-
è la vicenda delle fotografie che, tra l’altro, non inchio- condo lei, i giornali che hanno avuto la colpa di gonfiar-
dano soltanto Boe. lo, di farne una sorta di mito («per la stampa dev’esserci
Laura Manfredi respinge con durezza questa inter- sempre un super-ricercato impegnato in una grande sfi-
pretazione: «Matteo», dice, «non ha tradito nessuno». da con polizia e carabinieri»), ora debbono fare rapidis-
A insistere su questa storia, c’è il timore, neppure tanto simamente marcia indietro. Per qualcuno Boe sta di-
teorico, che possa scoppiare una faida. E accusa i gior- ventando un punto di riferimento, dunque bisogna but-
nali di aver tirato fuori l’ipotesi della “resa condiziona- tarlo giù, distruggerlo. Cosa c’è di meglio del venticello
ta” alla vigilia di un processo importante. Nel frattempo d’una calunnia che insinua l’ipotesi del tradimento, di
Farouk Kassam ha riconosciuto i luoghi fotografati, la una cattura concordata con le forze dell’ordine? Per il
prigione: tradotto con le norme del codice penale, que- momento i fatti dicono solo che Boe esce di scena dal
sto significa una condanna sicura. E pesante. processo.
Pesantissima. Però, al processo che si apre nell’au- L’altro protagonista del dibattimento si chiama Gra-
tunno del ’94 a Tempio, il principale imputato non c’è. ziano Mesina. I giudici lo citano per “reato annesso”, fa-
La pratica per l’estradizione, che in un primo momento voreggiamento. Avrebbe coperto la banda dei rapitori
sembrava imminente e scontata, s’inceppa nelle proce- e, naturalmente, Boe. «Boe? Non lo conosco, ne ho sen-
dure burocratico-giudiziarie internazionali. Due anni tito parlare sui giornali. Mai incontrato. Quando io fa-
non sono bastati per ritrovare la rotta giusta e approda- cevo il bandito lui non era neanche nato». Sarà. Tutto
re in un’aula di Tribunale. Colpa dell’eccesso di zelo questo rende però la faccenda ancora più difficile, più
della magistratura italiana, dice qualcuno, che ha pre- complessa. Più misteriosa. Si aggiunge all’enigma del ri-
sentato ben quattro richieste di estradizione mentre ne scatto pagato-non pagato, al ruolo dei servizi segreti, al
bastava una. Ma proprio per questa ragione, secondo nome del personaggio che “impone” a Mesina di occu-
altri, si voleva dare all’operazione un salutare effetto ri- parsi del rapimento. Già, perché Graziano non ne vole-
tardante. Risultato: la posizione processuale dell’impu- va sapere, non voleva avere problemi con banditi e tan-
tato Boe Matteo viene stralciata. Salta, dunque, la pre- tomeno con uno come Boe. Dopo la concessione della
senza di uno degli uomini-chiave della vicenda Kassam. libertà condizionale, aveva deciso di imboccare un’altra
Laura Manfredi respinge anche questa interpreta- strada, quella di un quieto grigiore quotidiano. Come
zione dei fatti, sottolinea che il suo compagno è testimo- già accennato, c’è stato qualcuno, potentissimo, ha det-
ne a difesa per Asproni e Marras, parla apertamente di to l’ex vescovo di Nuoro, monsignor Giovanni Melis,
montatura, di giornalismo prezzolato e imbeccato dalla che l’ha tirato dentro. E forse è stata la sua disgrazia. In
magistratura per creare il caso, per distruggere l’imma- che senso? «Nel senso che questo ha scatenato tutto il
gine di Boe. resto».

 
Profondamente diversi sotto numerosi punti di vi- la sentenza di concessione della libertà condizionale.
sta, Matteo Boe e Graziano Mesina hanno qualcosa in All’interno delle prigioni circolano personaggi d’ogni
comune: coerenza, un poderoso istinto di conservazio- genere. Per esempio Vittorio Andraus, killer peniten-
ne che li aiuta a uscire da situazioni pericolose, capacità ziario per conto della ’ndrangheta, conosciuto a Badu ’e
di sopravvivenza in condizioni dove altri cedono più fa- Carros. Poi c’è Pasquale Barra “O’ animale”, squartato-
cilmente al patteggiamento. Eppure l’uno e l’altro ca- re scelto, anche lui conosciuto a Nuoro, specialista della
dono da dilettanti. In Barbagia si dice che il latitante de- vivisezione: durante un’ora d’aria ha letteralmente af-
ve avere paura delle tre effe: fontana, festa, femmina. fettato il gangster Francis Turatello concludendo l’ope-
Per Boe è fatale l’ultimo caso: la moglie va a trovarlo in ra con un morso di disprezzo al palpitante fegato della
Corsica portandosi dietro, bagaglio al seguito, un re- vittima. Tra le altre conoscenze importanti ci sono poi
parto di poliziotti. Che, quando arrivano sul posto, lo Angelo Epaminonda (detto “il Tebano”), il nappista
intrappolano, gli trovano addosso un’inutile carta d’i- Martino Zichitella. L’elenco potrebbe essere infinito.
dentità (intestata a un inesistente Giulio Manca di Bor- Quel che ha salvato Mesina è stata forse la sua natu-
tigali) e la prova-bomba della sua partecipazione al ra- rale ritrosia, anzi la diffidenza a stringere amicizie, a
pimento Kassam, le foto-ricordo scattate davanti alla concedere familiarità. Ha sempre preferito l’isolamen-
grotta nelle campagne di Lula. to, anche duro, ai soggiorni di gruppo con delatore
Non è meno stupefacente la “caduta” di Mesina, che compreso.
pure riesce ad attraversare molte stagioni da latitante e, Pochi sanno che in carcere ha tenuto un diario. Pagi-
prova forse più impegnativa, quasi trent’anni di galera. ne e pagine di quaderno a righe che nascondeva nel ce-
Intercettazioni telefoniche disposte dalla procura di- stino della cartastraccia. «L’ho distrutto quando mi so-
strettuale antimafia portano alla luce il progetto d’un no accorto che avevo troppi occhi addosso». Stessa de-
sequestro su commissione: glielo chiedono due genove- cisione quando la noia gli ha fatto prendere in mano il
si un po’ così che vogliono vendicarsi del teleimbonito- pennello. Dipingeva soprattutto nature morte: quando
re Mendella, colpevole di aver divorato i loro risparmi. il direttore della prigione gli ha chiesto un quadro-ri-
In vista di quello che si annuncia un colpo clamoroso, cordo, ha fatto a pezzi le tele. Non voleva si pensasse
da mettere a segno addirittura a Montecarlo, Mesina che dietro la richiesta del dono, ci fosse una proposta di
chiede ai suoi “clienti” un piccolo rifornimento d’armi. protezione o comunque di benevolenza nei suoi con-
E quelli vanno a portargliele senza sapere di essere scor- fronti.
tati dai carabinieri. Lo sostiene la convinzione che quando si tradisce o
Più che vivere da ricercato, per Mesina è stato certa- ci si vende è «perché uno, così, ci è nato. Quando una
mente più rischioso vivere da carcerato «per anni venti- mela non è buona prima o poi fa il verme. Per fare cer-
nove e giorni sette», come gli ha ricordato il giudice nel- te cose devi averci l’indole». Lui, che una certa indole

 
non l’ha avuta, ha tuttavia seguito una sorta di terapia mente un suo peso l’età che incalza, la stanchezza, il de-
preventiva, una cura che gli imponeva di mantenere siderio di rivedere la madre. Al presidente del Tribuna-
una certa distanza di sicurezza dagli altri, carcerieri e le che gli chiede incuriosito se ha beni di proprietà, ri-
carcerati. sponde sicuro: «Non ho niente. Quelli che avevo, me li
Per via dei suoi nove tentativi di evasione oltre che di hanno sequestrati». Sequestrati, ha detto sequestrati?
condanne senza fine, è stato in quasi tutti i penitenziari Per un attimo gli viene da ridere, avrebbe dovuto ado-
italiani: dall’Asinara (dove c’era un direttore che dormi- perare un altro verbo. Poi torna sulle sue e, a proposito
va tenendo un fucile accanto al letto) al manicomio cri- di ravvedimento, fa presente: «Certo, è chiaro che non
minale di Montelupo fiorentino, dalle Nuove di Torino ripeterò gli sbagli che ho commesso. Badi però che se
al braccio speciale di Viterbo, dal carcere di massima si- non mi fossi trovato in certe circostanze, non avrei fatto
curezza di Trani a Regina Coeli. Potrebbe scrivere una quel che ho fatto. I miei sono reati di sopravvivenza».
rabbrividente guida Michelin delle prigioni italiane. Come vuole il rito, a quel punto il presidente del Tribu-
«Non hanno segreti per me. La peggiore è certamente nale domanda qual è il parere del signor procuratore ge-
quella di Buoncammino a Cagliari. Ma non scherzano nerale. Il signor procuratore generale si alza lentamente
neppure a Volterra, Porto Azzurro. Ho trascorso interi dalla poltroncina di panno rosso, guarda dritto negli oc-
mesi in celle scavate dieci metri sotto terra, sotto il livel- chi l’imputato e annuncia: «Contrario. Siamo contrari
lo del mare. Tane dove sui muri cresce l’erba e tu sei co- alla concessione della libertà condizionale».
stretto a vivere come un animale. Devi muoverti in con- E Mesina resta in carcere ancora per un anno, a me-
tinuazione per non morire di freddo, per evitare che l’u- ditare sulle parole pronunciate quella mattina nell’aula-
midità ti trasformi in un invalido. Condizioni di vita im- frigorifero del Tribunale di Torino. Forse avrebbe potu-
possibili». to essere un po’ più disponibile. Certo, non dichiararsi
Per “anni ventinove e giorni sette” Mesina accetta pentito ma insomma. Lo spiritello del duro a oltranza
che queste siano le sue prigioni e rifiuta qualunque tipo gli ha suggerito in aula parole di cui, più tardi, ha forse il
di collaborazione. Nel marzo del ’90, quando il Tribu- coraggio di pentirsi solo con se stesso. Quando nessuno
nale di Sorveglianza di Torino gli nega la libertà condi- lo vede e lo sente, quando nessuno può immaginare che
zionale, sa bene che il primo requisito per ottenerla è il il balente Mesina sa essere anche un uomo disperato,
cosiddetto “ravvedimento”. Pur sapendo quanto gli aggrappato alla vita. Ma queste sono cose che non si
può costare una sparata del genere, dichiara di sentirsi debbono dire in giro, ne risentirebbe eccessivamente la
quello di sempre, non rinnega affatto il passato. Il suo figura del detenuto che non vuole compromettersi.
comportamento, che “evidenzia un graduale e totale ri- Neanche con una dichiarazione di fede che, dopotutto,
pristino del rispetto delle regole penitenziarie” è detta- è soltanto una formula di rito; inutile ed effimera, vale
to solo in parte dal bisogno di tornare libero. Ha certa- giusto il tempo di recitarla quasi a memoria. «Sì, signor

 
presidente, mi sono ravveduto», equivalente giudizia- IX
rio d’un cristiano atto di dolore: …mi pento e mi dolgo
con tutto il cuore dei miei peccati…
Un’assurda educazione gli ha fatto balbettare che La Coop dei sequestri
non ha nulla da sconfessare del suo passato. Chi vuole
capire, capisca. Quanto a lui, sa bene quale può essere il
conto da pagare per un’affermazione di questo genere.
Preferisce tornare in carcere, com’è sua abitudine,
soffocato dall’orgoglio. Tre anni più tardi, a libertà fi-
nalmente conquistata, in attesa che il Presidente della Prima artigianale poi sempre più industriale; prima
Repubblica gli conceda la grazia, accetta da due scono- ruspante poi sempre più professionale. Col passare de-
sciuti la proposta per un sequestro miliardario. E casca gli anni, meglio dire dei secoli, il sequestro di persona a
nella rete della giustizia come una matricola della crimi- scopo di estorsione affina nella sua terra d’origine, la
nalità, un esordiente da quattro soldi. Sardegna, una tecnica che non teme raffronti. D’altro
canto se la storia patria non mente, il primo rapimento
di cui si ha notizia risale alla fine del ’400.
Stiamo parlando dunque di qualcosa che arriva da
lontano. E che, come certi prodotti dell’agricoltura bio-
logica, ha mantenuto l’uso di alcuni ingredienti cam-
biandone altri (senza sciocchi rigidismi) per venire in-
contro a esigenze nuove. Non c’è solo il problema del ri-
ciclaggio del danaro sporco, un’operazione difficile che
richiede buone conoscenze bancarie e la capacità di
non farsi strangolare da cambisti troppo voraci. Secca-
tura, questa, che fino a una ventina di anni fa neppure si
poneva: le banconote, sia pure segnate dagli investiga-
tori, riuscivano a prendere il volo e risciacquarsi in una
qualunque banchetta della penisola.
Il sistema di comunicazioni di massa ha poi enorme-
mente migliorato i rapporti tra il portavoce dei banditi e
i familiari dell’ostaggio: le polaroid con una copia di
giornale tenuta bene in vista sono, ad esempio, un siste-

 
ma garantito e sicuro della cosiddetta “prova di vita”. re come possa diffondersi un reato così terribile, un rea-
Bisogna dire, a onor del vero, che i primi a servirsene so- to che prevede – volentieri o meno – una ferocia che si
no stati i terroristi delle Brigate Rosse durante il seque- ripete, si proietta giorno dopo giorno in uno stillicidio
stro di Aldo Moro, presidente della Dc, nel 1978. Chi che annienta. E che talvolta coinvolge intere comunità.
non ricorda la foto del “prigioniero politico” che teneva Cosa può importare a “gente ferrigna” delle sofferenze
in mano un quotidiano di Roma? Indifferente e distrat- di un povero miliardario? Dopotutto, molta di quella
to verso altri fenomeni d’importazione, un certo bandi- gente fa una vita quotidiana che non è molto diversa da
tismo sardo – quello più evoluto – ha fatto tesoro di quella dell’ostaggio. L’alimentazione, pane formaggio e
questa indicazione e l’ha sfruttata immediatamente. salsiccia, fa parte della vita di migliaia di contadini e pa-
Il resto, ma non tutto il resto, ha mantenuto la vec- stori. Resta da parlare della privazione della libertà, mo-
chia ricetta. Giusto per non tradire la cucina locale. desta e temporanea seccatura, che viene ritenuta sop-
Giuseppe Medici, senatore della Repubblica incarica- portabile. Non ci sarà mai nessuno tra Mamoiada e Oru-
to, alla fine degli anni ’60, di stendere una relazione su ne, tra Nule e Benetutti, che lo dichiarerà apertamente,
quella che sarà poi chiamata società del malessere, si ma non è vista – in un certo senso – molto diversa dalla
guarda intorno e coglie alcuni aspetti che non giustifica- prigionia del latitante o da quella di un pastore, imbava-
no ma comunque spiegano in un certo senso nascita e gliato dal silenzio, condannato a stare per intere setti-
sviluppo di un fenomeno profondamente sardesco, mane a non vedere anima viva. Imprigionato senza cate-
molto imitato e mai uguagliato pur essendo uno dei po- ne certo, ma comunque imprigionato in una cella gigan-
chissimi prodotti regionali che ha riscosso (e riscuote) tesca, infinita, senza porta e senza sbarre ma pure senza
un robusto successo nel resto d’Italia e all’estero. Aiu- via d’uscita.
tandosi col bastone in un incedere che tradiva l’anima Ascoltate le discussioni nei bar, il chiacchiericcio per
aristocratica, il senatore scoprì una terra ingrata, secca e strada: la custodia dell’ostaggio non è affatto considera-
ventosa, arida e sterile. Scrive preoccupato: “In questo ta la parte più orribile del sequestro. Stando al paragone
ambiente agropastorale di montagna, vive una popola- di prima, non si venga a dire che il pastore se vuole può
zione ferrigna: soltanto gente di ferro può reggere a un andarsene, può lasciare la sua galera. Non è vero, non
simile ambiente e amare la vita del pastore nomade”. può: glielo vieta il senso del dovere e della famiglia, so-
Davanti agli occhi aveva l’immagine del Supramon- prattutto un destino segnato e immutabile. L’alternati-
te, il sipario roccioso di Montalbo di fronte a Lula, la va fin quasi agli inizi degli anni ’70 è stata soltanto una:
Barbagia e il suo sterminato deserto. Insomma, le con- emigrazione. Senza scivolare nella retorica, sarebbe in-
dizioni geo-ambientali per forgiare un popolo duro c’e- teressante scoprire quali siano i punti di riferimento e il
rano tutte. L’annotazione di Medici è tutt’altro che su- significato di libertà per centinaia di migliaia di sardi
perficiale, paesaggistica: in qualche modo cerca di capi- che si sono rifugiati all’estero o nel nord Italia, inseguiti

 
dalla miseria e dalla disoccupazione. Alcuni sostengono libro, che tentano di dare spessore e autorevolezza a in-
che gli emigrati siano stati non meno di cinquecentomi- chieste di cronaca come questa. Stimolante, anche se
la nell’arco di trent’anni, altri riducono questa cifra non rientra tra i testi da ricordare obbligatoriamente a
(centocinquanta-duecentomila) tenendo conto esclusi- proposito di Sardegna e dintorni, è l’analisi di due do-
vamente del criterio dell’emergenza, cioè del bisogno centi universitari che hanno messo a fuoco i confini del
ispirato e suggerito dalla fame. terreno di gioco: “Il banditismo in Sardegna non è ge-
Esistono tre chiavi per aprire la porta dei sequestri e nericamente rurale né tantomeno contadino. Bandito e
tentare di coglierne in qualche misura le ragioni profon- pastore appartengono allo stesso sistema, allo stesso
de. La prima offre una prospettiva esclusivamente eco- mondo socio-economico e culturale e, benché esistano
nomica: si ruba e si sequestra per un motivo antico, il nei complessi rapporti che legano le popolazioni pasto-
danaro. Col danaro, comunque guadagnato, si diventa rali al bandito notevoli ombre di ambivalenza e ambi-
ricchi. Col benessere ci si affranca da mille catene. La guità, ciò spiegherebbe la sostanziale integrazione del
chiave poliziesca chiude qualunque interpretazione con bandito nel gruppo pastorale di estrazione, i processi di
le norme del codice penale: come dire, il delinquente è identificazione tra pastore e fuorilegge, la possibile i-
delinquente, inutile girarci attorno. La chiave del socio- dealizzazione e mitizzazione del bandito e, conseguen-
logo trova invece un angolino, quello della disuguaglian- temente, la protezione (definita in termini e secondo
za tra classi. Il sequestro, detto in altri termini, non è al- un’ottica esterna al mondo pastorale ‘omertà’) di cui
tro che un meccanismo di ridistribuzione della ricchez- gode il bandito, condizione indispensabile alla sua esi-
za. Teoria piuttosto debole, questa: anche ammettendo- stenza e sopravvivenza”.
ne la validità, la ricchezza espropriata all’ostaggio fini- Citazione lunga, questa: ma ha il merito di esprimere
rebbe nelle tasche di uno sparuto gruppo di persone. con chiarezza (nonostante il linguaggio per addetti ai la-
Più consistente la tesi che parla di emulazione, ossia del vori) una realtà che appartiene alla Sardegna come i
desiderio di rubare-sequestrare per essere uguali agli al- suoi monti, i suoi fiumi.
tri, rivendicando una sorta di diritto assoluto ad avere le Graziano Mesina è cresciuto in un ambiente chiuso,
stesse cose, gli stessi beni. Beni piccolo borghesi, ovvia- dove i “valori” della criminalità resistono al tempo, sten-
mente. tano a raccogliere novità dall’esterno, ad aprirsi. Salvo
E qui bisognerebbe dire quale sia la responsabilità rare eccezioni, le cosiddette regole del gioco sono consi-
dei media, d’una cultura televisiva che ha creato una derate eterne e ripetono rituali antichi. Uccidere un
propria scala di valori e l’ha venduta come reale, ogget- confidente delle forze dell’ordine richiede ad esempio
tiva. Il mondo come una telenovela. una piccola operazione chirurgica: il taglio della lingua.
Sarebbe noioso sfoderare le citazioni d’obbligo che Il moncone qualche volta viene infilato tra le natiche.
garantiscono il vuoto per pieno nelle bibliografie di fine Quando si tratta di assassinare un dongiovanni di paese

 
e si vuole, col delitto, indicare pubblicamente il moven- sce a fare dell’ospedale di Ozieri un fiore all’occhiello
te e (in un certo senso) il mandante, è prevista una orri- della sanità pubblica. Per raggiungere obiettivi che ri-
bile variante: il sesso va amputato ed eloquentemente tiene importanti, come l’acquisizione di un tomografo
sistemato in bocca al cadavere. assiale computerizzato (Tac), interpreta a modo suo le
Anche il sequestro di persona ha le sue regole. Fino leggi e utilizza a modo suo i contributi del fondo sanita-
agli anni ’70 – fatti salvi rarissimi casi – donne e bambini rio. I militanti della sinistra – suoi storici oppositori –
sono stati considerati intoccabili. Quando rapisce nel gli rinfacciano violazioni su violazioni. Lui, che ha un
’68 l’imprenditore ozierese Nino Petretto, Graziano cuore ricucito coi by-pass, nemmeno s’arrabbia. Ama
Mesina si guarda bene dal portar via anche il figlio del- fare il patriarca, il padre-padrone di una comunità che
l’ostaggio, Marcello, che aveva cinque anni. Anzi, chiac- gli tributa affetto, amicizia e voti (quando servono). È,
chiera con lui, gli dà i soldi per comprare un biglietto dunque, un uomo troppo importante perché qualcuno –
ferroviario e tornare a casa tranquillamente. Questo Mesina compreso – possa pensare di oltraggiarlo se-
non gli impedisce di acquisire una concezione indu- questrandolo. Con l’aggravante poi di un temperamen-
striale del sequestro: tanto è vero che con Petretto, gli to notoriamente grintoso, incapace di inchinarsi, spa-
ostaggi a carico della sua banda in quel momento sono ventato, all’arroganza di un rapimento.
due (l’altro è Giovanni Campus). Sarebbero stati addi- Nonostante ai tempi dell’imboscata avesse passato
rittura tre se la vittima designata, Nanni Terrosu, non cinquant’anni, è considerato alla stregua di un bambi-
fosse riuscito a fuggire beffando il cosiddetto “re del no. E i bambini sono, in qualche modo, sacri. Tali resta-
Supramonte”. no, per Mesina, anche quando nel ’92 torna a occuparsi
Su Terrosu bisogna fare una parentesi. Non è esclu- di un rapimento, stavolta nella veste di emissario. Du-
so che le voci di una sua fuga siano bugiarde, inventate rante uno degli abboccamenti, vede Farouk Kassam con
d’accordo con banditi che avevano preso un granchio. l’orecchio tagliato e si accorge che la ferita sta andando
Sfiorato un intoccabile. Presidente prima dell’ospedale in suppurazione. S’infuria, litiga violentemente coi fuo-
di Ozieri e poi della Unità sanitaria locale, Terrosu è un rilegge: su pizzinnu va trattato bene, va rispettato, va
potentissimo democristiano in grande confidenza con curato. Già è inammissibile che sia stato rapito (tempi
Francesco Cossiga. Molti lo detestano per questo suo nuovi, incomprensibili per un ex che ha passato la vita
ruolo di alcalde, dittatore dolce che non discute, ordi- in galera), ma l’attenzione e la cura del suo stato di salu-
na; non suggerisce, impone. Decisamente benestante, te non possono essere messi in discussione.
ha un vaccino che lo protegge dalle maldicenze: è indi- Ai nuovi criminali, ai “ragazzi” di una generazione
scutibilmente onesto. Uno che in linea di massima non troppo lontana dalla sua, dedicherà molti mesi dopo
consente ai medici della sua Usl di esercitare libera pro- una riflessione che è una decisa e orgogliosa presa di di-
fessione (ritenuta in un certo senso immorale), che rie- stanza: «Nessuno dei miei ostaggi si è mai costituito

 
parte civile. Anzi, con qualcuno sono pure diventato ti a poche ore dall’agguato. Quattordici non sono più
amico». Discorso molto chiaro. Stando al regolamento tornati a casa. Il sequestro più lungo è del ’78, riguarda
(mai scritto, naturalmente), il rapimento di Farouk rap- l’imprenditore sassarese Pupo Troffa: otto mesi. A ruo-
presenta una doppia violazione: non si tratta soltanto di ta segue quello dell’ingegnere londinese, Rolf Schild
un bambino, ma anche di uno straniero. E gli stranieri, che fu prelevato da Punta Sardegna nell’estate del ’79
in una terra celebre per la sua ospitalità, non possono e insieme alla moglie Daphne e alla figlia Annabelle: oltre
non debbono correre pericoli di sorta. sette mesi di prigionia. Le curiosità statistiche dicono
Prima e dopo l’era Mesina, la storia del banditismo che l’Anonima ha mantenuto le sue vittime per quasi
sardo elenca tuttavia una serie di trasgressioni. Alla fine 4.500 giorni, poco più di dodici anni. Tenendo conto
del diciannovesimo secolo vengono rapiti a Gavoi due dei riscatti ufficiali, ha incassato – stiamo sempre par-
commercianti francesi, nel ’25 viene sequestrata una lando degli ultimi vent’anni – quasi trentun miliardi,
bimba di Aidomaggiore, nel ’33 viene portata via e uc- esentasse. Il costo medio di permanenza per ogni gior-
cisa la figlia del podestà di Bono. Aveva sei anni. Le va- no di prigionia sfiora i sette milioni (sei milioni e otto-
riabili, quindi, non mancano. Ma sono talmente poche centomila, per la precisione). Visto con l’occhio del chi-
da giustificare chi parla di codice d’onore, chi storiciz- rurgo che, bisturi in mano, osserva freddamente il cam-
za – come Antonio Pigliaru – leggi e regolamenti della po operatorio, c’è da chiedersi: ne vale la pena?, econo-
criminalità. E non solo della criminalità, poiché le nor- micamente il sequestro rende?
me di buona convivenza riguardano anche la vita delle Per organizzarne uno con un minimo di serietà,
comunità, i piccoli dissidi, le liti per ragioni di pascolo. quindi a livello professionale (vale a dire considerando
In questo binario viaggia la “civiltà” dei sequestri. In nei dettagli pro e contro di un fallimento), occorre mo-
Sardegna, avverte dottamente la seconda indagine sulla bilitare sul serio da quindici a venti persone. Sugli orga-
criminalità svolta dal Consiglio regionale, si tratta di nici, prima e seconda indagine sulla criminalità concor-
“aggregazioni temporanee di 15-20 persone (il gruppo dano. Si può quindi agevolmente sostenere che la rivo-
che effettua il sequestro, il gruppo che custodisce l’o- luzione tecnologica non ha lambito questo settore né ha
staggio, i collegamenti per gli approvvigionamenti ai la- imposto tagli (giusto per adoperare una parola decisa-
titanti custodi dell’ostaggio, i collegamenti con emissari mente sinistra parlando di sequestri). L’immutabilità
delle famiglie che trattano)”. del metodo sottolinea la necessità di una “lunga e pa-
Negli ultimi vent’anni, dal 1974 a oggi, sono state ra- ziente preparazione”. Secondo il senatore Medici, l’en-
pite in Sardegna 89 persone: nel conto rientrano anche trata in azione prevede certezza su almeno cinque pun-
emissari trattenuti provvisoriamente (il tempo necessa- ti: la vittima deve essere realisticamente in grado di far
rio per il disbrigo di certe pratiche, quasi si trattasse di fronte a un riscatto; lo studio dei suoi orari e delle sue
un ufficio ministeriale) e i pochissimi che si sono libera- abitudini deve ridurre i rischi al minimo; la prima pri-

 
gione deve essere allestita preventivamente assieme alla mettere insieme somme che permettano di realizzare un
scelta degli itinerari da percorrere, i luoghi in cui incon- progetto. Il riscatto, sia pure nella misura di qualche mi-
trare gli emissari. Deve essere infine previsto un even- lione di lire, copre questo bisogno. Al secondo punto
tuale trasferimento per evitare che l’ostaggio memorizzi c’è il latitante che ha continuamente necessità di dana-
rumori (aerei, treni) e particolari (un certo tipo di vege- ro: visto che deve stare nascosto, perché non far fruttare
tazione, un tetto in lontananza). Nulla deve essere la- la situazione?»
sciato al caso. Durante il rapimento dei fratelli torinesi L’aspetto singolare è che in Sardegna si possa costi-
Giorgio e Marina Casana uno dei carcerieri, per pigri- tuire una cooperativa tra soci che sono, per vocazione
zia, acquistava a giorni alterni nella stessa bottega quat- regionale, profondamente individualisti. Questo spiega
tro etti di mortadella. Troppi per non destare sospetti. l’arretratezza di tanta economia sarda, l’indifferenza
Per l’economista Antonio Sassu (docente presso l’u- verso nuove iniziative. Basta pensare alla pastorizia:
niversità di Cagliari), più che di fronte a un’azienda movimento di ventimila persone, coinvolge appena cin-
(«mancano le strutture organizzate per parlarne in que- que su cento addetti alle attività produttive. Se non ti-
sti termini»), siamo davanti a una cooperativa che nasce rasse avanti con sistemi arcaici, se seguisse le indicazio-
e muore col rapimento. Senza l’ancoraggio all’ambiente ni e gli stimoli del mercato, sarebbe un formidabile mol-
pastorale, qualunque iniziativa sarebbe destinata al fal- tiplicatore di benessere e occupazione.
limento: a parte i liberi professionisti raccattati per l’oc- L’incapacità dei sardi a “fare società” ha sempre te-
casione (il basista, i vivandieri, i riciclatori), serve una nuto la pastorizia al palo. Figuriamoci se si può “fare
manovalanza sicura, secondini della criminalità assolu- società” per un rapimento: la convergenza di interessi
tamente bisognosi di danaro fresco. La solidarietà che tra persone diverse (appartenenti a mondi e a culture
consente al latitante di sopravvivere alla macchia non è differenti) comincia e finisce col riscatto. D’altra parte,
fatta solo di parole. C’è un costo da coprire: rifugi not- il basista – spesso un personaggio molto vicino all’o-
turni, ospitalità, cibo, vestiti e silenzi hanno un prezzo. staggio – non ha nulla da spartire con i carcerieri o col
La vita fuori dalla legge costa molto, fortuna che l’indu- commando noleggiato per il colpo.
stria dei rapimenti tira e solo raramente ha manifestato L’ultimo mito da sfatare è quello della miseria. Area
segni di crisi. In ogni caso non rende ricchi. Il professor depressa uguale area violenta: è soltanto un luogo co-
Sassu è dell’opinione che comunque valga la pena di mune. Ricerche economiche hanno dimostrato esatta-
giocare la partita. «Due sono gli aspetti dietro chi fa mente il contrario. Più la società è ricca, più alto è il tas-
queste scelte. Primo: scarsità di danaro liquido da parte so di criminalità; più la società è squilibrata, più nume-
di chi deve fare il sequestro. Pastori, operai del settore rosi sono i reati contro il patrimonio pubblico e le sue
agricolo e industriale, generici senza una specifica pro- fragili truppe. Nella catena del sequestro, il latitante è
fessione: hanno di che vivere ma non riescono mai a l’anello finale. Non gli appartiene l’organizzazione né la

 
regia. Il suo è soltanto un compito di custodia senza po- mico non ha senso quando si parla di sequestri. Al di là
tere decisionale. Fa parte di quelle che gli antropologi dei vantaggi e degli svantaggi sotto il profilo dei guada-
chiamano “culture subalterne”. Diversa è la condizione gni e delle ricadute sul codice penale, continueranno a
di chi ha ideato il sequestro e ne tira i fili. esserci finché ci saranno latitanti. Spingendosi più in là,
Nella lunga stagione dei processi alle varie Anonime anni fa qualcuno scatenò una furiosa polemica a Nuoro
sarde, dietro l’industria dei sequestri sono saltati fuori sentenziando: «I sequestri ci saranno fino all’ultima pe-
impiegati e studenti, operai e artigiani, un laureato in cora». Messaggio laconico e facile da decifrare: liberia-
economia e commercio. Risulta un po’ in salita, con moci dalla cultura agropastorale, dai pastori, e dimenti-
questi requisiti, avvalorare la tesi del bisogno sociale, cheremo l’isola dei sequestri.
del brigantaggio che si fa banditismo in nome dei pove-
ri. Il cantautore Fabrizio De André – rapito assieme a
sua moglie, Dori Ghezzi, nel ’79 e rilasciato dopo quasi
quattro mesi per 550 milioni – ricorda lunghe discus-
sioni coi banditi proprio sul tema della povertà come
detonatore della violenza. «Chiedevano il diritto a esse-
re uguali, ad avere quel di più che cambiava la qualità
della nostra vita». Era una menzogna, nessuno di loro –
come si è scoperto poi al processo davanti al Tribunale
di Tempio – aveva l’acqua alla gola, nessuno di loro na-
vigava fuori dalla rotta della gente comune.
Meno di sette milioni al giorno da dividere in venti,
al lordo del riciclaggio (che ingoia fino al 30 per cento
del riscatto) non fanno una fortuna. Soprattutto se si
tiene conto di una legislazione che, in questo campo, è
particolarmente dura e severa. Forse ha ragione chi dice
sia più redditizio, e meno penalizzante dal punto di vi-
sta del codice, l’assalto in banca. Nei piccoli centri, le
rapine alle casse di credito agrario offrono poche lire:
ma non sono “segnate”, non richiedono una grande or-
ganizzazione per arraffarle, non prevedono (se va male)
pene eccessivamente pesanti.
Il problema è che un discorso squisitamente econo-

 
X

Una star del crimine

Raggiante e intontito. Pericolosamente in bilico.


Euforico e confuso. Vischiosamente stretto d’assedio.
Schiacciato da una notorietà che non immaginava.
Come si sente un uomo che torna alla vita dopo
trent’anni di carcere? Graziano Mesina sembra ipno-
tizzato quando s’accorge della folla che lo aspetta nei
corridoi del Tribunale di Torino. L’indomani sarà un
uomo qualunque, davvero il cittadino Mesina. In quel
momento però vacilla la sua calma e la sua storia, bar-
collano certezze, perfino l’avvocato – Graziella Banda
– fa difficoltà a farsi una ragione di luci così accecanti
nello spettacolo-informazione. Trent’anni sono passati
sulla Sardegna col ritmo lento di sempre: quali segnali
ha raccolto l’ex bandito?, cosa crede di trovare fuori
dalla galera?, che dice di questo pubblico da stadio che
gli fa corona?
Chissà quali meccanismi scattano, quali segrete
energie riemergono dagli abissi di una coscienza asso-
pita, da un mondo spiato attraverso giornali e tivù, dal-
le lettere degli amici e dei parenti. Il resto, per trenta
lunghissimi anni, sono le notizie e le informazioni di ra-
dio-carcere, i pettegolezzi sul Belpaese corrotto, l’ago-
nia della prima Repubblica. Com’è cambiata l’Italia lo


sappiamo. Ma un uomo, come cambia un uomo dopo Mesina, amici come prima». Frazione di secondi, un
una terapia penitenziaria di questa lunghezza? lampo attraversa lo sguardo di Graziano. Forse fa in
L’ammaraggio di Graziano è folgorante. D’accordo tempo a pensare cosa direbbero a Orgosolo di una sce-
col presidente del Tribunale si organizza una veloce con- netta così, le risatine soffocate che sentirebbe nei bar, i
ferenza stampa, i carabinieri trattengono a fatica i gior- mormorii per strada. Eppure la proposta, autorevolissi-
nalisti che premono sulla porta dell’aula dove si sta dis- ma perché arriva dalla prima rete televisiva nazionale, è
cutendo sulla concessione della libertà condizionale. In lì. Bisogna rispondere subito. «Coraggio, signor Mesi-
attesa del verdetto, ecco finalmente il bandito, il mitico na. La facciamo questa cosetta di chiusura? I carabinie-
re del Supramonte, la primula rossa, il criminale buono, ri sono d’accordo». È vero. Uno dei due, baffoni all’um-
il vecchio Mesina. Che sorride divertito, ma è come se berta, ammicca per quella che potrebbe essere la meta-
fosse ubriaco. Non sa che dire, non si era preparato per fora sul trionfo della giustizia. Anche i peggiori possono
un incontro di questo tipo. Stringe tra le mani un bor- tornare sulla via del lecito e dell’onesto. «Allora, signor
sello passato di moda da molte stagioni, sgrana gli occhi Mesina?»
per uno stupore che non riesce a mascherare. Però è Risposta telegrafica e brutale. Arriva insieme a uno
scaltro, rapido a intuire che sta vivendo un attimo im- sguardo che attraversa il giornalista come una lastra ra-
portante, fondamentale. Tra un’ora entrerà in tutte le diografica. «Mi faccia il piacere, mi faccia». Quello, che
case, la sua immagine passerà su televisioni e quotidiani. non ha capito bene, domanda sorpreso: «No?». Altra
Dunque attenzione: Mesina deve salvare Mesina, anche pausa, stavolta con l’aggiunta di un evidente fastidio:
se ormai è quasi un pensionato, il balente di un tempo «No».
deve assolutamente dimostrare di essere stato imper- A qualcuno poteva sembrare una sciocchezza. Per
meabile alla prigione, deve far capire di essere fatto dei Mesina, e un certo ambiente che lo aspetta e che lo sta
soliti ingredienti: vento e granito. per mettere sotto esame, non è così. Coi carabinieri, al
La prima trappola scatta all’improvviso. E per un massimo, si può dire buongiorno e buonasera. La liber-
soffio, soltanto per un soffio, non ci casca. Al termine tà condizionale non prevede abbracci e strette di mano
della inevitabile raffica di interviste, un giornalista del con gli “sbirri”.
Tg1 lo chiude in angolo: «Signor Mesina le dispiace se Scampato pericolo. Fortuna che Graziano ha fatto in
le facciamo qualche ripresa con due carabinieri a fian- tempo ad accorgersene, un momento di disattenzione e
co?». E lui, vagamente corrucciato: «Beh, non posso si sarebbe giocato anni e anni di onorata carriera carce-
oppormi». Ridacchia amaro, diplomazia. Ma non ne ha raria.
affatto voglia. Quello, intanto, torna alla carica: «Signor È lì, proprio in quell’androne del Tribunale di Tori-
Mesina possiamo chiudere questa chiacchierata con lei no, che avverte i pericoli esterni, drizza le antenne, ria-
che stringe la mano al carabiniere? Come dire, signor pre la valigia della diffidenza che lo ha salvato in molte

 
occasioni. Forse conservare una buona immagine di se – È vero, signor Mesina, che quando i carabinieri
stesso e più difficile da queste parti che dietro le sbarre. hanno sfondato la porta, lei era in camicia e calzoni?
Dunque bisogna pensarci, soprattutto in questi giorni «No, senza».
di febbrile disorientamento, di festa allucinata ed esal- Strana caduta di stile, questa, perché il personaggio
tante per il ritorno del bandito. – timido e riservato nonostante una forte carica di nar-
Di fronte alla domanda se gli piacerebbe ricomincia- cisismo – non ama entrare nei dettagli delle sue avven-
re con un altro nome brucia qualunque sospetto: «Sono ture, non adopera neppure un linguaggio volgare. Cer-
Graziano Mesina, resto Graziano Mesina. Non rinnego to che apparire gli piace, tanto più che non gli chiedono
il mio passato». di farlo per la gloria. E lui, che deve costruirsi un picco-
Le parole, in ogni caso, restano parole. Sa bene che a lo capitale, vende ricordi e memorie solo per amatori.
partire da quell’istante c’è chi l’ha messo in quarantena Non fa sconti, insomma.
e lo sta studiando, un po’ come si fa con gli astronauti al Se deve fare una gentilezza, allora rinuncia volentieri
rientro da missioni spaziali. La Barbagia, una certa Bar- a qualunque compenso. Qualche volta l’ha fatto. Quan-
bagia, vuol sapere cosa resta delle ceneri di Mesina, cosa do Maurizio Costanzo l’ha invitato a registrare una
è venuto fuori da quel ragazzo costretto alla prima eva- puntata della trasmissione che teneva settimanalmente
sione che non aveva neppure vent’anni. in una tivù di Cagliari, Videolina, accetta con entusia-
C’è qualcosa, nell’aria, che coglie subito: il super- smo. Sempre che il Tribunale di sorveglianza autorizzi
mercato Italia ha bisogno di personaggi e, quel che con- la trasferta.
ta, non dà nulla gratis. Ha un’anima commerciale: com- Nulla osta. Ed ecco Mesina sbarcare all’aeroporto
pra e vende. Allora bisogna darsi una regolata: passaggi di Elmas. In tasca ha un permesso di tre giorni. Mentre
televisivi col contagocce e, naturalmente, a caro prezzo. si avvicina a un’auto che dovrà accompagnarlo in alber-
Graziano scopre il fascino della ribalta e gongola. Fa sa- go, la fabbrica del mito gli tributa onori. Molte persone
pere che in carcere gli è capitato di ricevere anche cento lo salutano con simpatia, altre lo bloccano e gli stringo-
lettere in un solo giorno. A scrivergli sono in netta mag- no la mano. Un divo, l’equivalente di un calciatore al ri-
gioranza donne, parecchie innamorate di lui. Quale al- torno da una grande partita. «Ciao Graziano». Poco
tro detenuto può vantare un simile primato? Nei limiti più tardi succede anche durante la visita a un giornale
del possibile, e tenuto conto che si aggrappa disperata- («L’Unione Sarda»), accoglienza davvero calda. Du-
mente all’intuito, essendo semianalfabeta, tenta di evi- rante una chiacchierata coi tipografi scopre tra l’altro il
tare scivoloni. Ma qualcuno, inevitabilmente, gli scap- proprietario di un mulo che aveva rubato durante la fu-
pa. Quando gli chiedono di raccontare l’irruzione della ga con lo spagnolo Atienza. «Ci è stato utile, quel mulo.
polizia a Vigevano, dov’era in compagnia di Valeria Fu- Poi ve l’ho rimandato a casa. Non era un furto, soltanto
sè, gli piace fare il James Bond di provincia. un prestito». Risate, ancora strette di mano, molti auto-

 
grafi. Qualcosa del genere, così piena e partecipata, av- molte persone: il fatto che abbia scontato fino in fondo
verrà molti mesi più tardi quando visiterà il giornale un la sua pena, che possa avere espiato (come si dice) è que-
ex Capo di Stato, Francesco Cossiga. stione formale, sciocchezze della letteratura giuridica.
In albergo, mentre sta cenando con alcuni amici, Ciò che irrita e indigna una sonnolenta minoranza silen-
Mesina riceve la visita di due nipoti che gli annunciano ziosa è poi la simpatia suscitata da un ergastolano assas-
un grande seguito; nella hall ci sono una ventina di ra- sino. Che piaccia o no, la gente è con lui. Con Raffaella
gazzi, amici loro, che vogliono conoscerlo. Benissimo, Carrà e le soap opera, ma anche con lui. Nessuno che si
appuntamento al bar dell’albergo per una bicchierata e attardi a domandarsi le ragioni di questo successo: se i
presentazioni ufficiali. È evidentissimo, durante quel- punti di riferimento sono i calciatori e i drammi in diret-
l’incontro, quale sia la forza e la suggestione di un prota- ta televisiva, la tragedia privata raccontata minuto per
gonista della cronaca. Cronaca nera, sicuro, ma non fa minuto, perché mai non dovrebbe essere un eroe que-
differenza. sto sardo un po’ tarchiato che ha passato un’esistenza in
La mattina successiva, negli studi dell’emittente, prigione? Intorno ha l’aura del criminale gentiluomo,
l’entusiasmo fa il bis. Maurizio Costanzo, navigatore di generoso e incapace di fare del male. Non fosse per un
lungo corso del mare dello spettacolo, tradisce un po’ di delitto giovanile, correrebbe il rischio di poter fare do-
emozione nel conoscerlo. E gli mostra subito molta sim- manda d’iscrizione al Rotary.
patia. A uno degli ospiti della puntata, un professore A meno di un anno dalla libertà riconquistata, il suo
universitario accusato di non far nulla per consentire carattere salta fuori da una vicenda minima, una disob-
l’accesso degli handicappati in facoltà, fa arrivare uno bedienza al regime imposto dal Tribunale di sorve-
scherzoso ultimatum di Mesina. Che avverte: «Tra un glianza. Violando le disposizioni della magistratura che
mese torno e ci vediamo, professore». Il dialogo, che gli vietano di uscire dal circondario di Asti, Mesina vie-
pure ha un tono cameratesco, non piace al docente e ne fermato in un ristorante a Parma. Con sé ha una vali-
men che meno alla città istituzionale. Non si può con- getta che contiene dieci milioni in contanti, in una tasca
sentire a un ex bandito di minacciare un onesto cittadi- della giacca i carabinieri trovano una busta con la foto-
no. Quello che dà fastidio sono soprattutto gli applausi, grafia di un pubblico funzionario della regione Emilia
la reazione del pubblico. che ha avuto qualche problema con la giustizia. In un
Comincia Fateh Kassam: «Non avete capito, non baleno tornano sui giornali i titoli di scatola: Mistero a
avete capito nulla. Mesina non è credibile, è un uomo Parma. Grazianeddu rischia il carcere. «Dai e dai, il
che ha ucciso. E voi, quando appare in televisione da mio è solo uno sconfinamento di pascolo», dice. «Sono
Costanzo, lo applaudite. Perché, spiegatemi perché?» uscito dal tancato che mi aveva assegnato il giudice For-
C’è pure l’aggravante della non umiltà, dell’incapacità nace». In questo frangente le battute non fanno neppu-
di chiedere perdono. Mesina era e resta un omicida per re sorridere: che ci faceva Mesina fuori dalla riserva?

 
Perché quella domenica di settembre, san Pacifico, ha mio locale è frequentato da gente rispettabile, mi ha da-
corso seriamente il rischio di tornare in galera in via de- to molto fastidio quel che è accaduto». E che è accadu-
finitiva. to? Nulla di grave. Salvo che tutti, nessuno escluso, so-
«Avevo appuntamento con un mio cugino che abita no accuratamente perquisiti. Minuti di tensione, tavolo
là. Sto cercando lavoro». E le foto? «Quali foto?» Mesi- per tavolo, vengono fatte aprire borse, controllati por-
na mente su tutta la linea. Neppure una parola si avvici- tafogli e documenti. Che c’entrano gli altri clienti col so-
na, sia pure vagamente, alla verità. Cosa nasconde? L’a- lito sardo del tavolo in fondo? Niente, ma non si sa mai.
spetto singolare e inquietante è che non sia stato arre- Con Mesina, che viene signorilmente portato via, la
stato. I soldi in valigia erano puliti? «Pulitissimi. Soldi cautela non è mai troppa.
di un’intervista. L’ho dimostrato, altrimenti sarei uscito Mercoledì 14 ottobre 1992, l’imputato ha scarne di-
con le manette dalla caserma». Che senso ha tenere die- chiarazioni da fare. Esordisce dicendo che la sua vita è
ci milioni in contanti come bagaglio a mano? «Non mi una galera; una galera soltanto un po’ più grande di
fido. La mia casa a Crescentino è una specie di colabro- quelle che era abituato a frequentare. Non l’aveva mes-
do. Circola brutta gente di questi tempi». Meglio far so in conto, ma le misure restrittive della sorveglianza
finta di avere un portafoglio gonfio e portarselo appres- speciale sono intollerabili: divieto di uscire da casa pri-
so. Anche se è grande e, in un certo senso, imbarazzan- ma delle sei del mattino, rientro non più tardi delle 23 e
te. Ma coi ladri che ci sono in giro, meglio non fidarsi. E ogni giorno firma in caserma o in questura. «D’accordo
reggere il colpo di un cugino («cugino in non so che gra- non dovevo andare a Parma, ma non ho fatto nulla di
do») che spazza via senza pietà un fragilissimo alibi. male. Non posso continuare a vivere come se fossi an-
Graziano cercava lavoro da quelle parti? Non gli risul- cora in carcere. Perciò non fuggo, sto al mio posto.
ta. Avevano un appuntamento? Non esattamente. Alle Non credo che per una sciocchezza come questa possa-
11 del mattino il suo telefono è squillato, sono Graziano no decidere di sbattermi nuovamente dentro». Mesina
ti devo parlare. Un’ora dopo era da me. finge di non capire che, a parte il fastidio delle sue pri-
Solo? No, in compagnia di un amico. Giuseppe Me- gioni, il Tribunale vuole sapere altro: perché aveva
sina, titolare della spaghetteria Mariposa, un passo da quelle foto? La vicenda dei dieci milioni viene nel frat-
piazza Garibaldi e dunque dal Tribunale, dice di non sa- tempo chiarita. «Danaro che apparteneva legittima-
pere nulla a eccezione di una specie di carica dei carabi- mente all’imputato».
nieri. Mancava qualche minuto alle 14, i clienti, una Si tratta, ed è il primo caso in Italia, di revocare la
ventina, l’occhio felicemente spento di chi è arrivato al- condizionale a un detenuto condannato all’ergastolo.
la frutta dopo un buon pranzo, quando appaiono tre si- Per un perverso segno del destino, rientrando in carce-
gnori in divisa e, subito dopo, una decina in borghese. re Mesina non ha più la possibilità di uscirne, visto che
Grosso modo, un carabiniere ogni due avventori. «Il ha una condanna a vita. Al di là della sorte di un uomo, è

 
in discussione anche un principio giuridico contraddit- non inizierò adesso». Se l’ex compagno di cella non si
torio: un ergastolano non può, di fatto, ottenere i bene- fosse fatto vivo, avrebbe pagato in silenzio. «Quando
fici della legge che prevede scarcerazioni per buona un amico ti chiede un favore, non devi stare a chiedere,
condotta. Per certi versi, a complicare le cose arriva an- a domandare. Un favore lo fai o non lo fai. A me è stato
che una puntualizzazione della magistratura di Parma chiesto di consegnare quelle foto, niente di più».
che fa sapere: primo, Mesina non è indagato; secondo, il È un suo principio da sempre. Non ha voluto venir
suo ruolo, di testimone, può considerarsi esaurito. In al- meno all’impegno neppure considerando molto proba-
tre parole, nulla da contestare. bile l’ipotesi di un rientro in carcere. La piccola disav-
Il mistero è tutto legato alle foto. Il presidente del ventura di Parma – che si concluderà alla fine con un ir-
Tribunale, Pietro Fornace, decide di prendere tempo e rigidimento delle già severe misure restrittive per quan-
solleva un’eccezione di costituzionalità. La proposta, to riguarda movimento e orari – conferma una verità
cara al procuratore generale, di revocare la libertà con- che Mesina ha ripetuto ossessivamente: «Non sono
dizionale non gli piace. «Decideremo indipendente- cambiato». Un messaggio che, più che a se stesso (visto
mente dal risultato dell’inchiesta di Parma. Comunque che si conosce bene), sembra indirizzato ad altri. Ri-
vadano le cose, disporremo prescrizioni più severe; spetto al tumultuoso passato di evasioni, sequestri e
provvedimenti che si adattino alla personalità di Mesi- conflitti a fuoco, non è cambiato neppure l’elemento
na, un uomo che ritiene di essere ancora vitale, che non della spettacolarità. Graziano vuole una platea, ha bi-
vuole fare il pensionato». Il colpo di scena finale salva sogno di ostentare impunibilità e sicurezza come un
tutto e tutti quando le cose sembrano mettersi male. balente di paese alle prese con un furto di bestiame.
Mesina però tiene la bocca cucita, su quelle foto non di- C’è soprattutto vanità (e una buona dose di presun-
ce una parola. Fino a quando non si presenta sponta- zione) quando decide durante il sequestro Kassam di
neamente a deporre un suo vecchio compagno di carce- utilizzare tre anelli molto, molto particolari in vista de-
re. E confessa d’essere stato lui a consegnare quelle foto gli incontri coi fuorilegge. Li acquista ad Asti in una
a Graziano. Ritraggono un funzionario pubblico all’u- gioielleria dove, secondo la magistratura cagliaritana,
scita di un night insieme a qualcuno. Mesina ha soltanto ha investito una parte dei suoi risparmi, i proventi di in-
il compito di consegnarle, fare il postino per quello che terviste e ricordi a puntate. Oro giallo, molto vistoso, il
assomiglia a un avvertimento, una minaccia, un ricatto. primo anello è un ramarro con gli occhi di rubino; il se-
Ricatto che lo vede, come viene accertato, spettatore, condo un serpente, il terzo una pantera. Mesina se ne
assolutamente fuori gioco. serve per marchiare i fuorilegge incontrati negli abboc-
Anziché tenere tutti col fiato sospeso, non poteva di- camenti. Poiché deve discutere con banditi incappuc-
re la verità subito? Risponde mostrando il lato imper- ciati e comunque irriconoscibili, vuole la certezza di
scrutabile del suo carattere: «Non ho mai fatto la spia, parlare sempre alla stessa persona. Così al primo ap-

 
puntamento arriva con l’anello-sigillo: permette un tim- XI
brino sul polso? Pare che, superato l’attimo di sorpresa,
i rapitori non abbiano avuto nulla in contrario. Se tanto
bastava per dare sicurezza all’emissario di famiglia, per- La notte delle menzogne
ché non accontentarlo?
Chissà da quale film, da quale magazzino dell’avven-
tura è stata pescata l’idea degli anelli. Certo è che a Me-
sina, alle prese con una vicenda delicatissima che po-
trebbe fargli avere la grazia o spedirlo al cimitero, piace
da impazzire. Quei tre anelli avrebbe voluto farli vedere La notte delle menzogne comincia presto quel 10
all’agente del Sid che molti anni prima l’aveva fatto cre- luglio. Comincia prima che il sole cali e sui monti in-
pare d’invidia: «La vedi questa penna? È una pistola». torno al Cedrino s’affaccino circa trecento uomini, tu-
Nel reparto giocattoli d’una fantasia che non ha me- te mimetiche, infrarossi, messaggi telefonici in codice.
moria dell’infanzia (perché infanzia non ne ha, in realtà, Un’operazione gigantesca. E attorno migliaia di solda-
mai avuto), gli anelli sono un innocente capriccio. Chi li ti impegnati nell’operazione Fortza Paris. Il conto alla
porta ha l’impressione d’essere il protagonista di una rovescia per liberare Farouk Kassam inizia di primissi-
grande cavalcata, piena di trabocchetti e di perfidie. A mo pomeriggio, quando il sostituto procuratore Mau-
guardar bene, c’è forse anche un delirio di onnipotenza. ro Mura atterra a Nuoro con un elicottero dei carabi-
La libertà, riacquistata dopo tanto tempo, lo scaraventa nieri.
sulla ribalta di una storia che tiene il Paese col fiato so- Aria incandescente, il lato peggiore della lunga esta-
speso. Non è bellissimo tutto questo? È la favola di un te sarda. Dov’è Graziano Mesina in quelle ore? «Se ha
ex bandito che si trasforma in principe per salvare un giocato un ruolo in questa vicenda, è un ruolo di distur-
bimbo rapito. bo», spara il capo della polizia Parisi. Ma è la logica del
dopo, quella che fa pensare a milioni d’italiani che un ex
bandito abbia beffato tutti, da solo. È stato lui a liberare
Farouk oppure è attendibile la versione ufficiale?
Quella mattina a Olbia accade qualcosa che impri-
me una svolta decisiva alle indagini sul sequestro di un
bambino. «Li abbiamo individuati, ma non abbiamo
voluto prenderli per non mettere a repentaglio la vita
dell’ostaggio». Nell’insistenza del capo della polizia c’è
un filo scoperto. Davvero Farouk non era libero dalle

 
23?, davvero è stato trovato in aperta campagna dalle lancio d’orrore: tre morti, due agenti (che si erano col-
forze dell’ordine? piti a vicenda) e il giovane amico di Graziano, lo spa-
La verità su quella notte forse non si saprà mai. Rico- gnolo Miguel Atienza. Mesina ha poi riferito di aver
struirla serve tuttavia a capire come si sono mossi i pro- sparato circa 900 dei colpi che aveva a disposizione,
tagonisti di questa storia, dove hanno cercato di bluffa- lanciato almeno venti delle trenta bombe che aveva con
re, in che modo hanno tentato di darsi scacco matto. sé, l’arsenale di un latitante.
Messo alle corde da una notorietà che cominciava a Molti anni dopo, quel giovedì di luglio del ’92, Gra-
diventare ingombrante, lo Stato aveva bisogno di liqui- ziano è sicuramente tornato con la mente a Sorasi. Ha
dare Mesina e riprendere le redini del gioco. Dall’altro rivisto Atienza alzarsi all’improvviso da un cespuglio e
fronte, Mesina aveva bisogno invece di portare perso- cadere a terra, colpito a un fianco. Aveva appena fatto in
nalmente a termine l’operazione. Era qualcosa che vale- tempo a gridare «ci arrendiamo». Pochi minuti più tar-
va la grazia. E forse di più, visto che in quei giorni si rac- di, quando la morsa dei “baschi blu” stava facendosi
contava una strana leggenda. Voci di piazza dicevano sempre più stringente, ci aveva riprovato: «Non spara-
che poiché il figlio dell’Aga Khan era invalido, inchio- te, ci arrendiamo». A venti metri di distanza, protetti
dato su una sedia a rotelle, non sarebbe potuto diventa- dai macchioni di lentischio c’erano ragazzi più spaven-
re il pontefice degli ismaeliti. Quindi, al momento del tati dei banditi, ragazzi piombati in uno scontro che
ritorno alla terra di Sua Altezza Karim, ci sarebbe stato avrebbe inevitabilmente lasciato qualcuno sul terreno.
un problema di successione. Farouk, per via di una pa- «Venite a prenderci», urlava Graziano mentre Miguel,
rentela molto lontana e mai chiarita fino in fondo, veni- ferito a morte, implorava: «Non uccidere, promettimi
va indicato come il possibile futuro Aga Khan. Ripor- che non li ucciderai». Aveva pensato in tutt’altro modo
tarlo a casa significava, di conseguenza, compiere una alla sua avventura d’evaso assieme al più famoso bandi-
missione di grande rilevanza politico-religiosa. to sardo, una miscela di romanticismo e di paura. Per
Non si sa se Mesina abbia creduto a questa storia. A questo si era sollevato a fatica una seconda volta facen-
ridosso del 10 luglio aveva altro da pensare. Aveva so- dosi raggiungere da una raffica di mitra alla schiena.
prattutto paura. «Paura che finisse in un bagno di san- Ripensando a quello scontro furioso e sanguinario,
gue». Aveva appreso che stavano per entrare in azione Mesina rammenta di aver sentito piangere. C’era qual-
le teste di cuoio, reparti speciali. Questo significava cuno che non aveva resistito all’emozione e intanto che
guerra. E lui ne conosceva bene il significato. Una sera stava appostato, piangeva. Forse era un tentativo di al-
di giugno del ’67 aveva ingaggiato uno spaventoso con- lontanare la paura, spingere lontano da quelle campa-
flitto a fuoco nella vallata di Sorasi. Stava tornando al gne un terrore fatto di pallottole che fischiavano ta-
suo rifugio dopo un incontro con l’emissario di un gliando l’aria. Come nei film. Nel processo che è seguito
ostaggio, quando si è accorto di essere circondato. Bi- al conflitto a fuoco, Mesina è stato assolto dall’accusa di

 
aver ucciso i due agenti. Ma questo non è bastato a can- denti il rilascio c’è tra l’altro a Orgosolo troppa gente,
cellare l’ombra terribile di quella sera. Ecco perché, a soprattutto troppa strana gente. Compreso un milanese
distanza di tanti anni, ha fatto il possibile per aggirare e che si presenta da Mesina come fratello di un colonnello
sventare il blitz che avrebbe dovuto portare alla cattura dei carabinieri. «Voglio andare al Supramonte, lei deve
dei rapitori di Farouk. dirmi con chi e con che cosa». Facilissimo: «Sul Supra-
Caldo, caldo infernale e un’umidità che incolla i ve- monte vada da solo. Sta là, lo vede? Piuttosto, si ricordi
stiti alla pelle. C’erano trentasette gradi all’ombra quel di portarsi dietro un chilo di sale grosso. Casomai do-
10 luglio del ’92. Pino Scaccia, inviato del Tg1 è a Orgo- vesse perdersi, ha i chicchi per segnare la strada». Dove
solo da due giorni. Vuole incontrare Mesina e si fa ac- finisce l’incursione di personaggi folcloristici e comin-
compagnare da un fotografo di Olbia che lo conosce cia quella dei servizi di sicurezza?, dove finisce la passe-
molto bene. Insieme fanno una passeggiata lungo Cor- rella dei megalomani e comincia quella del Sisde? Tra
so Repubblica, parlano del sequestro, della possibilità l’altro, Mesina non vuole confessarlo neppure a se stes-
che nelle ore successive l’ostaggio torni a casa. È a que- so, ma è infuriato: si sente tradito dal padre dell’ostag-
sto punto che Graziano ha un’intuizione che viene da gio (che ha imboccato una trattativa parallela), sa che
lontano, dalla frequentazione carceraria con esponenti mai e poi mai potrà sedersi al tavolo della vittoria. «Ve
del terrorismo politico. Sorprendendo il suo interlocu- l’immaginate una conferenza stampa con me, Parisi,
tore, chiede: «Ce l’hai un telefonino? Dammi il numero. Mura e Farouk?». Impossibile, sa bene che le forze del-
Ti chiamo appena il bambino è libero, così tu puoi dare l’ordine non possono stringere alleanze con uno come
la notizia in televisione». lui. Anzi, stanno tentando di metterlo ai margini della
Quella informazione è arrivata alle 23,05. Pochi mi- vicenda per evitare che passi come un salvatore della
nuti dopo, la prima rete televisiva ha interrotto le tra- patria.
smissioni: “Farouk Kassam, il bimbo sequestrato circa Bisogna tenere presente questi particolari per capire
sei mesi fa a Porto Cervo, è stato liberato”. Trillano i te- l’intreccio degli avvenimenti nel giorno più lungo del
lefoni del ministero dell’Interno, esplode la rabbia di rapimento. La verità di Graziano Mesina, così come av-
Stato: “Non è vero, Farouk non è affatto libero”. A chi viene nella polemica sul pagamento del riscatto, è molto
credere? Rintracciato a Orgosolo, Mesina gioca al rilan- lontana da quella ufficiale. Dice di aver saputo che poli-
cio della sua immagine: «Vedete un po’ voi a chi crede- zia e carabinieri si apprestavano a catturare la banda.
re. Io vi dico che il bambino è sano e salvo, una persona L’avevano individuata, accerchiata e, pian piano, avan-
di mia fiducia l’ha consegnato a un rappresentante della zavano verso la prigione di Farouk. In un primo mo-
famiglia Kassam». mento l’offensiva era prevista per lunedì, poi era stata
La confusione, in quei minuti, è grande. Non biso- rinviata per ragioni sconosciute. Probabilmente si stava
gna sorprendersene. Nei giorni immediatamente prece- studiando il modo di ridurre i rischi al minimo, cattura-

 
re i banditi senza perdite e, soprattutto, fare in modo Ma “mattina dopo” cosa significa? A che ora squilla
che il bambino ne uscisse vivo. il telefono nella villa di Pantogia? Mentre i giornali sol-
Che fare, allora? Attraverso una persona di fiducia, levano un polverone senza precedenti, mentre Monta-
Mesina dà appuntamento ai fuorilegge. Si tratta dell’ul- nelli dice ai suoi lettori “ne sono sicuro, l’ha liberato
timo incontro perché, a suo dire, il riscatto è già stato Mesina”, parte la controffensiva della magistratura. Il
pagato. Concorda la liberazione del piccolo e, quel che primo rimprovero riguarda “la stampa che non crede
più conta, il nome della persona alla quale deve essere alle istituzioni”.
consegnato. Dettaglio finale è la definizione di un piano Al di là del fatto che gli anni bui delle veline sono for-
per depistare le forze dell’ordine attirandone l’attenzio- tunatamente alle nostre spalle, non si tratta di mancare
ne su un versante opposto a quello del rilascio. Chi, se di rispetto alle istituzioni, al lavoro di magistratura, po-
non Mesina personalmente, può fare da esca? Il suo rac- lizia e carabinieri. Si tratta più semplicemente, di riven-
conto va avanti senza pause: «Erano convinti che, pedi- dicare il diritto alla verità, insomma a penetrare in quei
nando me, sarebbero arrivati al bambino». Per questo risvolti che “non saprete mai”, per dirla con le parole di
Graziano esce tardi quella sera e si avvia a passo sicuro Fateh Kassam.
verso la campagna attraversando, dice lui, uno schiera- Il procuratore della Repubblica, Franco Melis, rico-
mento militare impressionante. «C’era un uomo dietro nosce a Mesina qualche merito. «Non credo che avreb-
ogni cespuglio, bisognava fare attenzione a non sfiorar- be tagliato l’orecchio a Farouk. È lontano anni luce dal-
li». Marcato a distanza di centimetri, s’intrufola nella la nuova criminalità». Cioè da una ferocia condannata
boscaglia lasciando credere che di li a poco apparirà senza appello dal galateo del banditismo. Aggiunge di
qualcuno della banda. A qualche chilometro di distan- non aver avuto alcun incontro con l’ex ergastolano che,
za, intanto, Farouk viene liberato. Mesina, che ha pro- nelle interviste, adopera frasi ambigue, strani ammicca-
grammato i tempi con precisione, a quel punto rientra a menti. «Ribadisco con la massima determinazione che il
casa e chiama, come promesso, Pino Scaccia. «Il bambi- Mesina non ha avuto contatti di alcun genere con que-
no è libero, puoi darne notizia in tivù». Per rafforzare la sta procura e con le forze dell’ordine. Non posso esclu-
versione, rivela anche di aver telefonato subito dopo a dere che egli possa essersi attivato per ottenere informa-
Marion Kassam: «Signora, Farouk sta tornando a casa, zioni o altro. Se lo ha fatto, è stato sollecitato da terzi».
è contenta?» In un italiano meno ufficiale e più terra terra, il procura-
Il confine tra verità e bugie si fa sottile. E partendo tore ha detto che le forze dell’ordine si sono guardate
proprio da quest’ultima telefonata, si tenta di demolire bene dall’avere qualunque tipo di collaborazione con
la versione Mesina. «Quella chiamata effettivamente c’è Mesina. Che, se qualche informazione ha raccolto, è
stata, ma soltanto la mattina dopo, quando il bambino perché gliel’ha chiesta il padre del bambino e non certo
dormiva già da molte ore nel suo letto». la magistratura. La polemica è dura, talmente dura che

 
si profila perfino uno scontro tra la Procura di Cagliari e una beffa. Mesina, che non ha fatto assolutamente
il giudice Fornace di Torino che nel frattempo ha allen- nulla per ottenere il rilascio di Farouk, è riuscito ad at-
tato le misure restrittive alla libertà vigilata di Mesina fi- tribuirsi i meriti delle forze dell’ordine utilizzando la
nendo addirittura per ringraziarlo a cose fatte. prima rete televisiva nazionale e il nuovo totem degli
Detto questo, il procuratore Melis propone minuto anni ’90, il telefonino cellulare. Sapendo che non
per minuto l’altra ricostruzione dei fatti, quella dello avrebbe mai potuto sedersi al fianco delle autorità per
Stato, delle istituzioni snobbate dalla stampa. Per co- la conferenza stampa post-liberazione, ha pensato di
minciare, la magistratura non è andata dietro Mesina farne lui, una brevissima, addirittura fulminante, dai
per scoprire dove stavano i banditi. I rapitori di Farouk microfoni del Tg1 attraverso un improvvisato e ignaro
erano stati grosso modo individuati già da qualche gior- portavoce, Pino Scaccia. Se questo non fosse vero,
no e si stava progettando di farli finire nella rete. Come? meglio archiviare la notte delle menzogne. In caso
Con un attacco di reparti speciali, rischi minimi e altissi- contrario, bisognerebbe riconoscere a Mesina una ge-
ma probabilità di successo. Poi si decide per una sorta niale creatività criminale.
di stato d’assedio che costringa la banda ad arrendersi. Comunque non tutto torna, troppe circostanze ap-
Alle 0.45 dell’11 luglio – il nuovo giorno è cominciato paiono sfuggenti e la verità parallela, quella dello Stato,
da tre quarti d’ora – mentre l’accerchiamento continua, in qualche passo tentenna acrobaticamente. Le con-
una pattuglia trova Farouk. È solo, non è bendato né in- traddizioni sono parecchie ed evidenti. Vincenzo Pari-
cappucciato. In quel momento e soltanto in quel mo- si, il capo della polizia, assicura che la banda era stata in-
mento, l’ostaggio può considerarsi libero. E di Mesina, dividuata e che i fuorilegge non erano stati bloccati «per
che dire? «Sta barando. È un venditore di gazzosa. Si non mettere a repentaglio la vita del bambino». Il gior-
mette le penne del pavone. Che l’altra sera ci fosse mo- no dopo il rilascio dell’ostaggio, quando gli domanda-
vimento lo avevano capito tutti. Dunque Mesina, che vano se è vero che si stava sul serio addosso ai banditi, il
sapeva della liberazione imminente del bambino, ha procuratore della Repubblica risponde: «Forse c’è sta-
giocato d’anticipo». In pratica, avrebbe dato una noti- to un rastrellamento, ma non ci è stato detto nulla». Ma
zia verosimile che sarebbe diventata vera solo cento mi- come, la prigione viene individuata e nessuno lo comu-
nuti più tardi. Perché l’abbia fatto, è fin troppo eviden- nica ai titolari della indagine? Melis lascia pensare a una
te: riscattare una vita da bandito, conquistare la grazia e vaga sensazione di disagio quando ammette: «Avrem-
la benevolenza degli italiani. mo dovuto saperlo». Non foss’altro perché dei rapitori
Tenuto conto della scaltrezza del personaggio, la si sono perse le tracce.
tesi del procuratore della Repubblica non appare as- Se è vero che era in corso un accerchiamento, orga-
surda. Se fosse vera, però, le cosiddette istituzioni nizzato e messo a punto con qualche giorno d’anticipo,
avrebbero ben poco da esultare. Saremmo di fronte a come mai non s’è vista neanche l’ombra di un bandito?,

 
come mai non si è riusciti a catturare nessuno? Non so- affondare i suoi colpi, per sbeffeggiare uomini e cose.
no interrogativi provocatori, non è in discussione l’one- «Il bambino l’ho salvato io», ripete con un sorriso fino
stà intellettuale del procuratore della Repubblica e tan- alle orecchie.
tomeno il rigore professionale di Mauro Mura, il sosti- Casomai ce ne fosse bisogno, questa incredibile gi-
tuto antimafia che ha seguito dall’inizio alla fine la storia randola all’italiana trascina in pista e fa ballare nuove,
di questo rapimento. Le domande nascono spontanee inquietanti comparse: si sente parlare di loro quando si
ascoltando la stessa ricostruzione ufficiale e ripropon- affacciano i dubbi sul riscatto. Ma questo è un altro ca-
gono, insieme ad alcune perplessità, il dubbio che at- pitolo, un’altra sequenza. Serve a gettare fumo sul fu-
torno a Farouk abbia circolato troppa gente, troppa mo, a intorbidire ancor più le acque. Gli elementi certi,
strana gente. sicuri, sono talmente pochi da lasciare il varco aperto a
Fateh Kassam racconta nel suo libro di aver appreso qualunque soluzione. Che arriverà, se arriverà, in un
della liberazione del figlio dal capo della Mobile di Sas- giorno impreciso di un anno da decidere.
sari, Antonello Pagliei, alle 0,45. Era a bordo della sua Comunque vadano a finire le cose, resta un’amarez-
Alfa a circa 150 chilometri da Porto Cervo quando za di fondo. Graziano Mesina deve essere considerato
squilla il solito telefonino. «Farouk è con me sta bene. È credibile fino a prova contraria. Dopo “anni ventinove
affamato, sembra che non mangi da giorni. Ora sta di- e giorni sette” di reclusione ha il diritto di essere consi-
vorando un panino, una mela e una cocacola». Anche derato un cittadino uguale agli altri. Se ha mentito, deve
secondo il padre del bimbo, l’ostaggio è dunque libero essere condannato, rispedito in quelle galere dove ha
soltanto quando manca un quarto all’una dell’11 luglio. trascorso gran parte della sua vita. La replica alle sue af-
Così gli comunicano, così riferisce. fermazioni non può essere quella squallida tiritera che,
È possibile che fosse al corrente d’una trattativa anziché rispondere fatto su fatto, colpo su colpo, rivan-
parallela e, quindi, della possibilità di un rilascio in luo- ga un passato penitenziario che in questo contesto non
ghi e orari diversi da quelli ufficiali? È un altro mistero. ha alcun senso. Pretendere una sorta di certificato di
Davanti all’ipotesi che Fateh possa aver giocato su due inattendibilità soltanto perché Mesina è stato un dete-
tavoli, il procuratore Melis dichiara che non ci crede. nuto (e, tra l’altro, un detenuto modello) diventa estre-
Ma non se la sente neppure di escluderlo. mamente scorretto, non serve a raggiungere la verità, a
Impossibile inoltre ignorare gli aspetti, tutt’altro che esorcizzare gli spettri che affollano questo caso.
secondari, che il caso Farouk fa scoppiare nella trincea A nessuno può essere chiesto un certificato di credi-
istituzionale. Nella notte delle menzogne, delle confer- bilità. Neanche a chi, come Fateh Kassam, “rapisce”
me e delle smentite a distanza di un minuto una dall’al- suo figlio subito dopo il rilascio per sottrarlo, dice, al-
tra, pochi hanno capito quale sia la rotta giusta. Certo è l’assalto macinatutto dei giornalisti. Salvo poi, pochissi-
che Graziano Mesina approfitta della confusione per mi giorni dopo, concederlo in esclusiva ai settimanali e

 
alle televisioni di Silvio Berlusconi. «È qualcosa a cui ho XII
pensato dopo, soltanto dopo», si giustifica. Anche se di-
venta francamente molto difficile, è giusto credergli:
non esiste prova contraria, non c’è la certezza che abbia Armi ad Asti
venduto l’esclusiva sulla liberazione di Farouk in uno
“scellerato” patto commerciale.
Bisogna stare ai fatti. E i fatti dicono che la notte del
10 luglio, a ore 23,05, Graziano Mesina ha passato la
palla alla tivù. È un po’ come se avesse scelto di appari-
re a reti unificate, come se avesse dimostrato che aveva Graziano Mesina viene arrestato la mattina del 29 lu-
la possibilità di prendersi la televisione pubblica. Pro- glio ’93 ad Asti. Armi. «Mi hanno incastrato, dovevano
prio come un presidente, come un potente della terra. farmi pagare la liberazione di Farouk Kassam», dice. Il
Molti però questo lo hanno capito soltanto troppi gior- pubblico ministero replica stizzito mentre chiede una
ni dopo. condanna esemplare: «Per un bandito del suo calibro
una pena bassa sarebbe quasi un affronto». Ma quello
che gli preme sottolineare è ben altro, smontare la tesi
dell’imputato, zittire le voci che parlano di trappola.
«Non c’è stato complotto da parte di nessuno, tanto
meno dei servizi segreti. Mesina è un delinquente abi-
tuale, seguendo la sua vocazione si è tradito».
Il 10 ottobre del ’94 arriva la sentenza pesantissima:
otto anni e mezzo di reclusione per “introduzione e de-
tenzione illegale di armi da guerra”. I suoi complici, due
genovesi molto speciali, se la cavano con pene al di sotto
dei due anni, dunque al riparo dalla condizionale. L’av-
vocato Pier Navino Passeri, nominato difensore d’uffi-
cio, accusa: «Intorno al mio cliente si respira un’aria ca-
rica di veleni, da quando sbugiardò le autorità dello Sta-
to e liberò il piccolo Farouk». Riappare, insomma, un
vecchio scheletro che tormenterà l’intero processo con
la sua presenza ingombrante e carica di misteri. Mesina,
che ha abbandonato l’aula dopo alcune udienze, sem-

 
bra essersi definitivamente arreso. Ai carabinieri che lo ciale. Sebbene nessuno possa sostenerlo ufficialmente,
accompagnano al cellulare durante una pausa del dibat- è evidente che l’offerta di Quai sia un segno di solida-
timento, confida sconsolato: «Non vengo più, ormai è rietà, una mano tesa verso un amico che stava da troppi
inutile. Hanno fatto tutto loro, completino pure l’ope- anni in carcere.
ra, io non ci posso fare più nulla». Mesina, che ha l’obbligo di rientrare entro una certa
Parte da lontano questa storia. Ha una premessa che ora, ha un buon rapporto coi carabinieri del posto. La
va fatta per capire una delle chiavi interpretative. Ne pattuglia incaricata di verificarne la presenza a casa, gli
parla il sostituto procuratore Francesco Saluzzo, pub- telefona con una mezz’ora d’anticipo. «Graziano, tra
blico ministero al processo di Asti. «Una vendetta da un po’ passiamo». Mesina li aspetta al balcone o sulla
parte dello Stato? Mesina mi disse che l’ex capo della porta, qualche volta scambia una parola per combattere
polizia Parisi, il giudice Mura e addirittura il ministro noia e solitudine, offre un bicchierino della bottiglia di
degli Interni, Nicola Mancino, avevano giurato di far- Vecchia Romagna che tiene su un pensile della cucinot-
gliela pagare. Troppi protagonisti sulla scena perché la ta. Non c’è moltissimo da fare, salvo osservare il passag-
cosa possa sembrare credibile». gio veloce delle automobili o ascoltare il ronzìo perma-
Non resta che rimettersi ai fatti. nente di zanzare giganti, più fastidiose e aggressive delle
Rientrato nel soggiorno obbligato sulla scia delle loro consorelle sarde.
polemiche legate al sequestro Kassam, Mesina rilascia Di solito la mattina Graziano arriva ad Asti di buo-
un’intervista a un giornale di Asti: «Non mi stupirei se n’ora. Bussa all’appartamento di via Guttuari, proprio
mi rischiaffassero dentro». Questa sgradevole sensa- di fronte alla stazione ferroviaria, dove Michele Quai
zione lo perseguita, ne parla in ogni occasione, dovun- abita con la sua compagna Stella Bianco, il figlio Clau-
que gli capiti di vedere gente. Si sta precostituendo un dio e Annie, un vecchio e aristocratico levriero afgano
alibi? Certo è che adesso è tornato a una vita meno mo- nero. Porta la biancheria da lavare e aspetta il pranzo
vimentata anche se stretta in angolo da rigorose misure leggendo i giornali. Di pomeriggio, pennichella e poi ri-
di vigilanza. Trascorre parecchie ore nella casa di San entro a San Marzanotto.
Marzanotto, neanche cinque chilometri dalla città, do- I rapporti col padrone di casa sono eccellenti. Mi-
ve fa il magazziniere per conto di Michele Quai, l’im- chele Quai, che ha passato i sessanta, è un sardo da ma-
presario edile di Fonni che, offrendogli un lavoro, l’ha nuale, bronzetto nuragico: carnagione scura, guance in-
fatto uscire in libertà condizionale. Un’occupazione ve- cavate e capelli ebano, il tutto concentrato in un’altezza
ra e propria Mesina non ce l’ha, deve giusto badare (ma che forse non va oltre il metro e sessanta. Emigrato della
neanche tanto) agli attrezzi sistemati in garage e, quan- prima generazione, è arrivato ad Asti nel ’62, muratore.
do ne ha voglia, coltivare pomodori e melanzane nel Mattone su mattone, fatica su fatica, è riuscito con gli
minuscolo orticello che si affaccia sulla strada provin- anni a metter su un’impresina edile che, nei momenti

 
d’oro, ha avuto quattordici dipendenti. Poi l’onda lun- le Quai viene fermato dai carabinieri accanto all’ingres-
ga della recessione ha cancellato più o meno tutto. Gli è so di casa. «Documenti». Concluse le formalità dell’i-
rimasta soltanto la casa di San Marzanotto, acquistata dentificazione, iniziano a frugare nell’orto. Altri due,
quando sembrava che l’età del riscatto sociale non do- nonostante le chiavi siano a disposizione, preferiscono
vesse finire. mandare in frantumi il vetro della porta di un garage.
Nell’estate del ’93 Michele Quai, incensurato e cit- Dentro, c’è la carcassa d’una vecchia macchina. Sulle
tadino irreprensibile, vive di piccoli lavori; robetta che prime pensano di smontarla, poi rinunciano. Troppo
gli consente giusto di tirare a campare. Non si lamen- complicato, porta via parecchio tempo e tempo da per-
ta. Dice che i tempi sono grigi per tutti, perché do- dere non ce n’è, neppure un minuto. Al piano terra rovi-
vrebbe essere fortunato lui che non lo è mai stato in stano un salottino per passare, subito dopo, alla cucina,
vita sua? «Gente come me deve sempre lottare per sta- una stanzetta quadrata con un piccolo tavolo al centro.
re in piedi». Danno un’occhiata dappertutto, dietro i mobili, nei
Alle 9,40 del 29 luglio, giovedì, è a San Marzanotto cassonetti delle serrande, tra riviste ingiallite, barattoli.
insieme a Claudio e a un geometra del Tribunale per Che cercano? Due rampe di scale ed eccoli al primo pia-
una perizia tecnica. Alla stessa ora Stella Bianco è fuori, no dove ci sono due stanze da letto e un bagno. Stessa
in giro tra i negozi di Asti a far la spesa. Graziano Mesi- operazione con moto ondoso in aumento: materassi ro-
na è nell’appartamento di via Guttuari. Bussano, va ad vesciati, un grande armadio messo di traverso, via i co-
aprire. Sul pianerottolo ci sono due signori che fa entra- modini, i cassetti. Quasi fossero pezzi di un’offerta spe-
re, li guida in un anditino che termina in un salotto: un ciale, ammonticchiano disordinatamente abiti, calze,
divano, due poltrone, alla parete un arazzo col disegno mutande, un ombrello. Scattano un paio di fotografie a
d’una sfinge, sul comò una bottiglia artistica di liquore un armadio bianco inutilizzato, vuoto. Nello sprint fi-
verde e la tivù, che troneggia vicino a vecchi orologi. I nale salgono sul sottotetto, strappano qualche telo del
tre fanno appena in tempo a sedersi quando la porta controsoffitto. Vanno via senza aver trovato nulla, sfio-
d’ingresso viene giù, sfondata. «Polizia, fermi dove sie- rano i pomodori, quasi maturi, e scompaiono senza
te». Perquisizione lampo e un po’ rude. Quando rien- neppure un buongiorno. Sconcertato e infastidito, Mi-
tra, Stella Bianco trova tutto sottosopra come se ci fos- chele Quai continua a chiedersi cosa cercassero, senza
sero ladri. «Lei non sa chi aveva in casa», dice un sottuf- trovare una risposta. Soldi? C’erano un milione e mezzo
ficiale. «Chi, Mesina?», domanda lei. No, si riferiva agli in contanti. Puliti.
altri. Chi sono gli altri? Si saprà solo qualche ora dopo Alla fine di una giornata convulsa, finalmente i nomi
che, tra stridio di gomme da filmetto americano, vengo- degli arrestati. Insieme a Mesina finiscono in carcere i
no tutti portati via. due sconosciuti che erano andati a trovarlo. Uno, Do-
In quello stesso momento a San Marzanotto, Miche- menico Anfossi, 39 anni, fa il contabile in una piccola

 
azienda dell’area industriale di Genova. L’altro, Elio stituirsi un alibi per scaricare tutto sui soliti, invadentis-
Ferralis, 65 anni, è titolare di una piccola agenzia di im- simi servizi segreti?
port-export. Gli inquirenti sono avari di dettagli sull’o- Molti mesi più tardi, l’avvocato Pier Navino Passeri,
perazione. Dicono comunque che i genovesi stavano che nonostante sia stato nominato d’ufficio profonde
consegnando a Graziano sei caricatori di kalashnikov grande impegno in questo difficile processo, non man-
comprati in Svizzera. Si sono fatti precedere da una te- cherà di farlo rilevare in aula. «Perché non è stato fatto
lefonata: «Abbiamo trovato sei cioccolate. Te le portia- alcun accertamento per verificare se sulle armi vi fosse-
mo domattina». ro le impronte del mio cliente?». Una domanda che re-
E la mattina, puntuali, salgono su un rapido che par- sta, insieme ad altre purtroppo, senza risposta. Favo-
te alle 7,55 dalla stazione di Genova-Brignole. Arrivano rendo, indipendentemente da quella che è la verità, la
ad Asti, dove il termometro segna 35 gradi, alle 9,35. In cultura del sospetto, la sindrome del complotto, come
cinque minuti coprono, a piedi, la distanza e premono la chiama ironicamente un magistrato. Il sostituto pro-
un campanello in via Guttuari 5. Ferralis, che non si è curatore Mauro Mura accetta intanto di dare qualche
mai ripreso dopo un brutto incidente stradale, è invali- informazione alla pubblica opinione. E racconta che
do e non riesce a muoversi con sicurezza per via di una l’inchiesta sulle armi di Asti è nata «per pura casualità»
paralisi alle braccia. L’amico, che non ha di questi pro- durante intercettazioni telefoniche e ambientali dispo-
blemi, tiene una sacca dove ci sono le “cioccolate” com- ste nel corso del rapimento di Farouk Kassam. «Questa
missionate (così dichiarano) da Mesina. Alle loro spalle, storia viene fuori da una rilettura di quegli atti». Una ri-
discreti e invisibili, decine di poliziotti. Due pistole, 500 lettura, che significa? Il giudice della procura antimafia
cartucce, un passamontagna e (pare) un mitragliatore spiega con chiarezza: «Avevamo acquisito materiale di
vengono invece trovati a San Marzanotto. Da chi e vario genere che, a suo tempo, abbiamo vagliato con
quando? Il rigore non deve essere eccessivo se quella un’ottica particolare, quella di un’indagine su un seque-
casa, visitata e fotografata dai cronisti del quotidiano stro di persona. Poi abbiamo rivisto tutto in chiave di-
«L’Unione Sarda» dopo il primo sopralluogo, viene versa. E da lì siamo partiti». Mura non si sbilancia su
perquisita una seconda volta il giorno successivo. Non una vicenda che appare così improbabile, così poco cre-
c’erano sigilli, indicazioni di nessun tipo che vietassero dibile, così assurda per certi versi: a un passo dalla gra-
l’ingresso o comunque informassero che l’accesso era zia, Mesina è impazzito? «Non ne ho idea. Io so che
proibito ai non addetti ai lavori. Nel mostrare l’apparta- ognuno deve vivere facendo quello che sa fare. Gli inci-
mento sottosopra a uso e consumo della stampa, Mi- denti di percorso capitano proprio a questa gente, ai vi-
chele Quai rammenta che qualche tempo prima Mesina gilati speciali voglio dire».
aveva notato alcune stranezze: una serratura forzata, un Man mano che ci si interroga su cosa possa essere
vetro sostituito. Anche questo è un tentativo di preco- realmente accaduto, emergono nuovi particolari. Pare

 
cioè che i due genovesi abbiano chiesto a Mesina una Salvatore: «Sì, sì».
vendetta contro Giorgio Mendella, telefinanziere che La registrazione di questa chiacchierata è agli atti
gli avrebbe soffiato risparmi per circa un miliardo. Gra- processuali. Porta la data del 13 luglio 1993. Roberto
ziano, sempre stando a voci incontrollate, non avrebbe Piazza, un tecnico che a suo tempo si è occupato delle
soltanto garantito la rappresaglia ma si sarebbe spinto intercettazioni delle telefonate tra le Brigate Rosse e i fa-
un po’ più in là: perché non sequestrare la fidanzata di miliari di Aldo Moro, conclude la perizia fonica: l’atten-
Mendella, Patricia Palmero, a Montecarlo? Si potrebbe dibilità sul fatto che si tratti della voce di Graziano Me-
pretendere un riscatto di venti miliardi di lire e il gioco è sina oscilla tra il 95 e il 99 per cento. Margine di errore
fatto, risparmi restituiti a un interesse prodigioso. Solo che va dall’uno al cinque per cento. Dunque non sem-
che per mettere a segno un rapimento come questo in brano esserci dubbi su chi stia realmente parlando nei
Costa Azzurra, servono caricatori per kalashnikov: po- nastri registrati dalla procura distrettuale antimafia. Il
trebbero, visto che Mesina è quasi prigioniero nei confi- fatto è, sostiene il pubblico ministero, che quello messo
ni del comune di Asti, andarglieli a comprare? Ne ba- sotto osservazione è un periodo di grande libertà per
stano sei, si acquistano facilmente in Svizzera. Mesina. Contattato per fare l’emissario nel corso del ra-
Per quanto possa apparire strana, questa è, grosso pimento Kassam, Graziano si muove senza problemi di
modo, la tesi dell’accusa. Tesi, importante ribadirlo, sorta, disattiva i suoi personalissimi sistemi di vigilanza
che si basa sulla testimonianza di Ferralis e Anfossi. Ad e di diffidenza. Non immagina che per la magistratura
avvalorarla si aggiungono le intercettazioni telefoniche quello è invece il momento giusto per osservarlo con la
che vedono l’ex ergastolano, letteralmente scatenato, in lente d’ingrandimento, l’occasione propizia per verifi-
crisi di astinenza da crimine. care le vere intenzioni di un ergastolano in libertà vigila-
In una conversazione telefonica ascoltata dai carabi- ta. Una sola controdeduzione: durante il rapimento di
nieri e inserita poi nel teorema della pubblica accusa, Farouk non era stato proprio Mesina a lamentarsi dei
sta parlando ad esempio con un certo Salvatore e gli continui pedinamenti, del telefono costantemente sotto
chiede notizie a proposito di un banchiere di Alessan- controllo? Difficile far conciliare queste affermazioni
dria ritenuto socio di Gianni Agnelli. È uno che ha mol- con un uso dell’apparecchio a dir poco spregiudicato,
ti quattrini, uno che può pagare? Gli interrogativi del oltre che ingenuo.
dialogo sono di questo tipo fino a quando non si scende Durante le indagini seguite ai clamorosi arresti di lu-
nei particolari. glio, Elio Ferralis viene tenuto in carcere per appena
Mesina: «Ma questo ne ha figli?» dieci giorni: ottiene gli arresti domiciliari per ragioni di
Salvatore: «Tre, e tutti sono grandi». salute. Anfossi resta dentro per cinque mesi, in isola-
Mesina: «E se se ne prendesse uno e ci si facesse por- mento. Il primo marzo del ’94 concede un’intervista te-
tare un miliardo in giornata? Li recupera i soldi?» lefonica che apre ambigui squarci sulla vicenda.

 
– Conosceva Mesina? na ci ha fregato. Cosa ricordo di quel momento? La
«No. Io ed Elio Ferralis abbiamo pensato a lui quan- confusione e la ricerca di armi, che non sono state trova-
do ci siamo accorti che non avremmo mai più rivisto i te».
soldi che avevamo dato a Mendella. Di mio c’erano cin- – Dopo l’arresto le hanno chiesto di accusare Mesi-
quecento milioni, soldi che mi hanno lasciato mio padre na?
e mie zie. Ho detto tutto alla polizia francese, sono in «No. È successo di peggio. Mi volevano implicare in
collegamento con un ispettore». storie strane. Per sessanta giorni non mi hanno fatto
– Che doveva fare Mesina? dormire. Mi insultavano dallo spioncino della cella op-
«Farci restituire i soldi. Dai giornali abbiamo saputo pure facevano rumore. Ininterrottamente, senza smet-
che abitava ad Asti e allora siamo andati a trovarlo. Lo tere un attimo. Credevo di impazzire. Ricordo rumori
abbiamo incontrato complessivamente quattro volte. metallici contro la parete. Tutta la notte. Tutta. Ogni
Una volta gli ho detto che la polizia ci aveva pedinato fi- tanto arrivava qualcuno che, senza qualificarsi, mi chie-
no a casa sua. Non importa, ha risposto». deva di firmare verbali in cui mi autoaccusavo di aver
– Lei è, come si dice, un collaboratore di giustizia? compiuto azioni terroristiche».
«No, all’inizio pensavo lo fosse Mesina. Sì, proprio – La interrogavano uomini dei Servizi?
lui. Mi faceva pensare non vederlo preoccupato per tut- «Servizi segreti, vuol dire? Non lo so. L’ho detto, era
ta quella gente che avevamo attorno. Poi, durante il ter- gente strana. Mi hanno riferito di aver perquisito la mia
zo incontro, ha domandato se potevamo fargli un favo- casa. Ho scoperto poi che l’avevano praticamente di-
re. Aveva bisogno di sei caricatori per kalashnikov». strutta. Non ho dimenticato, continuo a fare indagini».
– E in cambio si sarebbe occupato di Mendella? – Indagini su cosa?
Anfossi: «No, no. Mendella era un discorso a parte. «Su Mendella, perché il caso Mendella e quello di
Elio gli aveva portato una sua pistola, regolarmente de- Graziano Mesina marciano insieme. Al momento op-
nunciata. Non ricordo se gliel’avesse chiesta Mesina. portuno dirò di più».
Ricordo invece che ci disse dove avremmo potuto tro- Al processo, che si apre sette mesi dopo, non dirà af-
vare i caricatori. In Svizzera». fatto di più. Anzi, dovrà superare qualche momento di
– Quando avete comprato i caricatori? evidente imbarazzo. Per esempio quando l’avvocato
«Subito dopo. Li abbiamo sistemati in una busta di Passeri gli chiede se è un confidente delle forze dell’or-
pane, dentro uno zainetto. Poi abbiamo telefonato di- dine. «A questa domanda preferirei non rispondere»,
cendogli abbiamo cioccolatini per te. Sapevamo che dice rivelando sicuramente molto più di quel che avreb-
avrebbe capito. Nella casa del suo datore di lavoro, in be voluto.
via Guttuari, siamo arrivati puntualissimi. Subito dopo A parare i colpi della dietrologia pensa il pubblico
di noi, i carabinieri. In quel momento ho pensato: Mesi- ministero, Francesco Saluzzo, soprannominato Saluzzo

 
il Duro per il suo rigore. Sventolando le dodici pagine to pedine di una trappola organizzata a una manciata di
che compongono la fedina penale di Mesina, taglia cor- settimane dalla concessione della grazia. Un discorso
to sostenendo che si tratta di un “delinquente abituale” che per il Tribunale non vale, si arrampica sugli specchi
eccessivamente fiducioso in se stesso, convinto che il poiché, nei fatti, le tesi dell’imputato «appaiono astruse
ruolo di emissario nella vicenda Kassam gli desse una e contraddittorie».
sorta di impunità. Nessun accenno all’ipotesi che pos- Sei anni e mezzo di reclusione. L’avvocato Pier Navi-
sano essere entrati in gioco i servizi di sicurezza. Anche no Passeri ha presentato ricorso in Appello. Forse il
se, come si sa, non sarebbe una novità: nel marzo del ’93 tempo può far sedimentare certe asprezze e consentire
il Comitato parlamentare per i servizi di informazione una riflessione più ponderata, comunque più attenta al-
aveva ascoltato a lungo Graziano sui risvolti della libe- le argomentazioni della difesa.
razione di Farouk. Il resto è fatto di impressioni, sensazioni che – fatto
Per Saluzzo non suscitano perplessità neppure le mi- salvo il riconoscimento della buona fede – spalancano
steriose incursioni nella casa di San Marzanotto (una la porta a troppe domande. Roberto Gonella, giornali-
serratura forzata e la sostituzione di un vetro). La Corte, sta del quotidiano torinese «La Stampa», ha seguito
nella motivazione della sentenza afferma: «Inequivoca- passo passo il processo di Asti. «E debbo dire che ho
bili sono le espressioni usate nelle telefonate intercetta- avvertito qualcosa di strano fin dall’inizio. Ho visto i
te». La conseguenza è che «l’argomentare difensivo di verbali di arresto di Anfossi e Ferralis: uguali, sembra-
Mesina è alquanto debole, soprattutto nelle ragioni che vano in fotocopia. A parte questo, mi stupisce un Mesi-
avrebbero determinato il complotto». na che si fa trovare armi in casa. Ingenuo, no? Com-
«I falsi eroi finiscono nella polvere», dichiara, quasi plessivamente debbo dire che il dibattimento mi ha la-
stesse dettando un epitaffio, l’ex ministro degli Interni, sciato perplesso. Ci sono molti punti a favore della tesi
Nicola Mancino. Per lui, come per altri del resto, il caso della colpevolezza, ma altrettanti che lascerebbero
è chiuso. Nessuno che si chieda come mai Ferralis e An- pensare a una montatura. Da quando faccio il cronista
fossi, che pure sono dichiaratamente complici di Mesi- giudiziario, è senz’altro il processo più singolare che mi
na, riescano a strappare una condanna così lieve. O al- sia capitato di seguire. Adesso, a sentenza fatta, a vicen-
meno lieve quanto basta per non doverla scontare in ga- da dimenticata o comunque archiviata, mi succede di
lera. E Graziano, che dice? Prima di rientrare definiti- pensarci ancora. Mi succede di domandarmi, di inter-
vamente nel carcere di Novara rifiutandosi di continua- rogarmi e non trovare un percorso logico».
re ad assistere alle udienze, ha sostenuto di non aver Cioè un sufficiente ventaglio di prove che giustifi-
commissionato a nessuno l’acquisto di armi. «Quella casse la condanna, e una condanna così severa. Il pub-
roba è stata sistemata da qualcuno nella villetta di San blico ministero Francesco Saluzzo aveva addirittura
Marzanotto». Anfossi e Ferralis, conclude, sono soltan- sollecitato una pena più consistente: quattordici anni.

 
Troppi? «Mai abbastanza per un delinquente abituale». colpevole, sarebbe riuscito a beffare tutti: anche se poi
Ne è convinto anche Fateh Kassam che, pur rifiutando avrà poco da esultare di tale vittoria. Ma questo è un al-
qualunque commento sul verdetto, si limita a dire di tro problema.
non essere sorpreso. Grande amarezza, invece, nelle pa-
role del giudice Pietro Fornace: «Mesina ha tradito la
nostra fiducia, la simpatia che gli avevamo dimostrato.
Non merita indulgenza».
Inutile chiedere al magistrato un’opinione sulla sen-
tenza di Asti, si asterrebbe – com’è giusto – da qualun-
que giudizio. Ma questo non dissolve i dubbi: chi ha
forzato la serratura di San Marzanotto, chi ha sostituito
il vetro? E ancora: davvero Mesina era così stupido da
nascondere armi in casa, una casa visitata ogni giorno
dai carabinieri? Se tutto questo è vero, perché non è
stato eseguito dalla Scientifica un esame dattiloscopi-
co, perché non sono state cercate le sue impronte digi-
tali sull’arsenale nascosto nella villetta?
Non si tratta di volere Mesina innocente a tutti i co-
sti. La questione è più ampia. Si tratta di dimostrare fino
in fondo la sua colpevolezza. L’inchiesta di Asti tradisce
più di una fragilità e riempie di incertezze il cammino
verso la sentenza. In una civiltà giuridica avanzata, co-
me la nostra, non si può non tener conto dei veleni del
caso Kassam. Tanto, che piacesse o no, quei veleni sono
comunque penetrati nell’aula del Tribunale.
A chi ha giovato tanta fretta, qualche evidente super-
ficialità d’indagine e alcune palesi manchevolezze? Per
quanto possa apparire grottesco a causa di un amarissi-
mo finale, tutto questo torna utile proprio a Mesina.
Che rientra, certo, definitivamente in galera, ma si fa ac-
compagnare dal dubbio che, in fondo in fondo, possa
essere sul serio una vittima. Ancora una volta, se fosse

 
XIII

Polvere di mito

Nel suo studio di piazza Statuto ad Asti, l’avvocato


Pier Navino Passeri legge e rilegge copia del ricorso in
appello sullo strano caso del signor Mesina. Lontano
per educazione dai toni apocalittici e roboanti, privile-
gia la riflessione alle urla. È stato designato d’ufficio.
E la qualifica di “difensore d’ufficio” ha mantenuto
per tutta la durata del processo. Il suo cliente, eufori-
camente querulo nei giorni del successo, lo ha quasi
ignorato. Dai colloqui in carcere è riuscito a tirargli
fuori ben poco, salvo un ritornello ossessivo: «Mi han-
no incastrato».
Nello strano caso del signor Mesina, dice l’avvocato
Passeri, c’è innanzitutto un imputato che «ha rinuncia-
to totalmente a difendersi». Potrebbe trattarsi di tattica
processuale, finezze a effetto psicologico garantito da
utilizzare nei momenti difficili. Resta il fatto che senza
una linea difensiva diventa piuttosto difficile uscire vivi
da un dibattimento come quello sulle armi trovate a
San Marzanotto. «Può anche darsi che l’abbiano in-
trappolato, ma ci vogliono prove per dimostrarlo».
E le prove ci sono? Più che prove vere e proprie, in-
dizi, segnali inquietanti. Quando è stato arrestato, nel-
l’estate del ’93, Mesina sapeva ad esempio che nell’ar-


co di una ventina di giorni la sua pratica per la grazia Poi c’è l’incongruenza delle perquisizioni eseguite a ri-
avrebbe ricevuto la spinta finale. Possibile, s’interroga dosso della visita di giornalisti (e di chiunque altro aves-
l’avvocato Passeri, che a un soffio dalla libertà definiti- se voluto approfittare), le piccole preoccupanti mano-
va, decida di attraversare un vespaio? L’altro mistero, missioni a una serratura e a una finestra.
ammesso che sia corretto definirlo così, riguarda a suo «È tutto, tutto insensato» per un difensore, sia pure
parere la rottura del rapporto tra Mesina e il vecchio d’ufficio, con la pretesa di voler capire, possibilmente
difensore, Gabriella Banda. Nella fase immediatamen- arrivare alla verità. Certo, resta la terribile prova delle
te successiva all’arresto, quella dei primi interrogatori intercettazioni, telefoniche e ambientali. Mesina ha det-
nel carcere di Novara, è anche comparso l’avvocato to che qualcuno ha imitato la sua voce. Ammesso che sia
Giannino Guiso, designato con un telegramma difen- vero (ma non è possibile a meno che non si voglia scon-
sore di fiducia. Avrebbe dovuto lavorare in tandem finare ai limiti delle conoscenze tecnologiche), potreb-
con Gabriella Banda. Invece accade qualcosa di singo- be essere accaduto solo per le intercettazioni sul telefo-
lare: Guiso assiste a un incontro tra imputato e pubbli- no. Ma che dire di quelle ambientali, cioè delle “pulci”
co ministero, poi si ritira. A distanza di pochi giorni, fa nascoste nella villetta di San Marzanotto? Registrare
lo stesso l’avvocato Banda. Che sulla questione, come dialoghi familiari e successivamente sovrapporre voci
abbiamo già avuto occasione di dire, non intende par- diverse per irrobustire il castello dell’accusa è impensa-
lare: «Il caso è chiuso». Rimanda i chiarimenti a un fu- bile, un’operazione che metterebbe in difficoltà perfino
turo vago e imprecisato, limitandosi a puntualizzare, gli eroi polizieschi d’un romanzo.
quasi fosse davanti ad allievi che studiano diritto pena- Tutto questo non impedisce di avvistare qualche
le, che un difensore può rinunciare al mandato in qua- nebbia. Domenico Anfossi, altro protagonista del pro-
lunque momento. Perché non nascano dubbi di carat- cesso, è stato sottoposto a perizia psichiatrica e dichia-
tere personale o privato, rammenta di aver svolto il suo rato sano di mente. La sua, hanno detto i medici, è una
lavoro con impegno e partecipazione, augura «a Gra- personalità di tipo schizoide ma questo non ne altera
ziano buona fortuna, ne ha bisogno». Chiude con una l’attendibilità né la fondatezza delle deposizioni.
frase enigmatica: «Mi dispiace». Mettendo insieme tutti questi elementi, viene da
Cos’è accaduto? È uno degli interrogativi di questa pensare che nei suoi diciotto mesi di libertà Graziano
vicenda. Alcuni hanno preso corpo nelle tesi che l’avvo- Mesina abbia cercato inconsciamente di tornare in pri-
cato Passeri proporrà in Appello. A cominciare dalla gione: prima rischiando di bruciarsi (e difatti s’è brucia-
mancanza di un esame dattiloscopico sulle armi. «Pos- to) col sequestro Kassam e, subito dopo, con la storia
sibile che chi ha un’arma in casa non la maneggi, non la delle armi ad Asti. Troppe domande restano senza ri-
sfiori, non ne verifichi in qualche modo la funzionali- sposta, sospese sul filo della imperscrutabilità dell’ani-
tà?» Deplorevole dimenticanza, nessuno ci ha pensato. ma o di qualcosa che le somiglia. La logica non aiuta a

 
capire, a spiegare la scelta suicida di un uomo che cerca- pagato un miliardo per il rilascio di Farouk, Borghezio
va aria pulita dopo una vita da recluso. aveva più di un sospetto non troppi mesi fa. Ora glissa
Un tarlo che rode anche la mente di Mario Borghe- sottolineando tuttavia che la deposizione di Broccoletti
zio, torinese di 46 anni, avvocato civilista ma, soprattut- al processo sui fondi neri del Sisde «lascia pensare». Co-
to, deputato della Lega e sottosegretario alla Giustizia. sa lasci pensare non lo dice esplicitamente, un vicemini-
È l’unico rappresentante ufficiale di un partito a essersi stro non può. Stesso discorso, anzi vagamente più ecu-
preso cura della disavventura di Mesina. Oggi che non menico, per la condanna inflitta a Mesina dal Tribunale
fa più parte dell’opposizione in Parlamento, non può ri- di Asti. «Il nostro ordinamento prevede diversi gradi di
petere le durissime dichiarazioni di un anno fa. Però, giudizio perché si possa, se occorre, aggiustare il tiro,
mostrando rispetto di se stesso e coerenza, non le rinne- essere più equi, più giusti». Ovvero: se avete sbagliato,
ga. Cosa aveva detto? Gli appariva decisamente singo- per gentilezza rimediate.
lare che Graziano, arrestato alle 9,40 del mattino, aves- Borghezio deve aver fatto uno sforzo notevole per
se potuto vedere le armi sequestrate soltanto dopo mez- acquisire un linguaggio che ricorda le encicliche papali.
zogiorno. «Ho rilevato troppi punti oscuri, già evidenti Il 10 agosto del ’93, in un’intervista dal titolo provoca-
dalla testimonianza resa davanti alla Commissione par- torio (“C’è da salvare un sudista”), parlava su registri
lamentare sui servizi di sicurezza. Negli ultimi tempi assai differenti. Al ritorno da un incontro nel carcere di
Mesina ha respinto una processione di ambigui perso- Novara, aveva sparato sicuro: «Mesina mi ha detto che
naggi che andavano a trovarlo, che volevano parlargli. vogliono fargli pagare le rivelazioni sul sequestro Kas-
Uno nascondeva perfino un registratore nella giacca». sam. Io so che ha creato enormi imbarazzi. Le sue rive-
Borghezio, che tra l’altro aveva presentato un’interro- lazioni, chiare e sincere, contrastano con la versione uf-
gazione per conoscere quale forza di polizia avesse fer- ficiale, poco credibile. Mesina poi ha avuto il torto di
mato Mesina il 29 luglio ad Asti, ha manifestato la ne- opporsi al blitz che le forze dell’ordine volevano com-
cessità di una mobilitazione per scongiurare il pericolo piere per liberare l’ostaggio». Di più. Al ministro Man-
che Graziano esca dalla galera coi piedi davanti. cino e alla sua certezza che prima o poi i falsi eroi fini-
Chissà se il sottosegretario alla Giustizia, passato dai scono nella polvere, Borghezio replicava: «Al ministro
banchi dell’opposizione a quelli della maggioranza e del Mancino potrei dire che c’è più pulizia morale nelle pa-
Governo, è rimasto nel frattempo della stessa opinione. role di Mesina sul caso Kassam che nelle dichiarazioni
La violenza delle parole pronunciate poco più di un an- di tanti politici». E a proposito di un certo mutismo che
no fa ha ceduto il passo al soffice dizionario ministeria- avvolgeva la vicenda, aveva concluso con un colpo di
le. Ma a ben guardare, non è cambiato nulla. Si attenua grazia alla sua stessa categoria. «La mia è una battaglia
soltanto la brutalità dei colpi, la sostanza resta quella di di principio. Anzi, debbo dire che mi stupisce il silenzio
sempre. A proposito della voce che lo Stato possa aver dei politici attorno a questo episodio».

 
E qui tocca il cuore del problema. Perché la vicenda- pio che l’espiazione della pena renda davvero liberi,
Mesina non diventa un caso politico?, come mai le se- davvero uguali. Dopo centocinquant’anni di carcere,
greterie di partito, di solito così prodighe di commenti Graziano Mesina resta Graziano Mesina, non è affatto
fluviali su qualunque tema, tacciono chiudendosi in di- vero che abbia gli stessi diritti di un qualunque cittadi-
fesa? A sostenere il diritto alla verità per il sardo Mesina no. O, più esattamente, ha gli stessi diritti soltanto in
è soltanto un onorevole leghista. Perché in Sardegna teoria. In pratica, nella pratica della durissima battaglia
non ci si domanda cos’è veramente accaduto, se esista politica quotidiana, è soltanto uno straccio, basta un ali-
uno spartiacque tra colpevolezza e rappresaglia? to di tramontana per farlo volare.
Per capire, bisogna conoscere a fondo i meccanismi I principi dell’ordinamento giuridico valgono fin-
che regolano la vita dei partiti, almeno di quelli storici, ché restano nell’ambito dei dibattiti, delle tavole ro-
istituzionali. Al di là delle buone intenzioni, dell’even- tonde, delle aule di Tribunale. Valgono nei dispositivi
tuale indignazione dei singoli, sopravvale su tutto e tutti delle sentenze, nelle solenni cerimonie d’inaugurazio-
una “ragion di partito” che è uguale e parallela a quella ne dell’anno giudiziario. Poi bisogna fare i conti con la
di Stato. Mesina, che in quei giorni pareva a buona par- realtà. Manca la sensibilità e il coraggio culturale per
te degli italiani vittima di una clamorosa ingiustizia, è fare il salto, accettare che un diverso possa essere ugua-
carne che scotta. le a noi.
In pieno caos, quando le fiamme si alzano pericolo- Un detenuto che sconta una pena, e soprattutto una
samente minacciando i vertici dello Stato, in Sardegna i pena come quella scontata da Mesina, non è molto dif-
partiti della sinistra si avvicinano, annusano e si allonta- ferente da un handicappato. Ha davanti insormontabili
nano. Quelli di centro e di destra non si pongono nep- barriere architettoniche: che non dovrebbero esistere,
pure il problema: il caso non esiste, faccende quasi pri- che non dovrebbero esserci in nome della civiltà del di-
vate che investono magistratura e giornali. ritto, ma che invece sono lì. A ricordargli, lugubre me-
A pensarci bene, cavalcare una campagna per soste- mento mori, che la galera può continuare anche fuori.
nere l’innocenza del popolarissimo Grazianeddu avreb- Basta pensare ai casi di quegli ex reclusi che non riesco-
be potuto far comodo. Allora perché, fatta eccezione di no a trovare lavoro (ma il lavoro non lo trovano neppure
un soldato di Bossi, nessuno lo fa? Perché Mesina rap- quelli che hanno una fedina penale adamantina), che fa-
presenta una scommessa ad altissimo rischio. Nel senso ticano a reinserirsi e allora bombardano i giornali di let-
che tutto potrebbe risolversi in una sconfitta bruciante: tere piagnucolose e offese.
un partito che difende un criminale? Inammissibile. La Un accidente parallelo a quello di Mesina riguarda le
verità è che, sia pure inconsciamente (nel senso che nes- disgrazie miliardarie di Marcello Scomazzon, ex cassie-
suno avrebbe mai il coraggio di confessarlo neppure a re capo della Regione Sardegna colpevole di aver ra-
se stesso), il sistema dei partiti respinge di fatto il princi- schiato poco più di novemila milioni dalle pubbliche

 
casse. Il dottor Scomazzon, funzionario al di sopra di ti, a far parlare le prove senza lasciarsi condizionare (o
ogni sospetto e ladro dichiarato, ha confessato le sue allontanare) dal nome Mesina.
criminali acrobazie finanziarie ed è stato condannato. Nella breve parentesi di libertà, Graziano ha comun-
Quando è uscito dal carcere, dopo essersi detto pentito que sferrato un uppercut alla credibilità delle istituzio-
e redento, dopo aver presentato alla collettività le scuse ni. È stato molto più duro, e di conseguenza più danno-
di ex gentiluomo, ha trovato un posto di lavapiatti in so, di quanto non fosse da latitante inafferrabile, da pri-
una trattoria e, più tardi, di operaio in un’agenzia di pu- mula rossa del Supramonte. Lavorando fianco a fianco
lizie. Il suo è stato un tonfo sordo, dalle stelle alle stalle, alle forze dell’ordine, senza far cantare mitragliette e
senza passaggi intermedi che potessero attutire l’urto. bombe a mano come nella tempestosa gioventù, ha di-
Ha fatto tutto quello che deve fare un cittadino disone- mostrato che nel sequestro di Farouk una soluzione c’e-
sto che ammette le sue responsabilità. E poi? Vaga, nel ra, un’uscita di sicurezza che consentiva di riportare a
disperato tentativo di trovare un impiego stabile (visto casa il bambino senza scatenare l’inferno delle teste di
che ha moglie e due figlie), un futuro appena più solido cuoio.
di quello che gli si prospetta davanti, prigione all’aria Poi forse s’è fatto prendere la mano da un ispido sen-
aperta, dietro le sbarre tra gente libera di commiserarlo. so di balentìa: non gli bastava una vittoria ufficiosa, vo-
Nel caso di Graziano Mesina, bandito con un certifi- leva anche provare l’ebbrezza della beffa, l’incorona-
cato penale che va da pagina uno a pagina dodici, tutto zione a campione per kappaò. Per questo ha scelto di
diventa ancora più complicato. A difendere non un’i- sfidare magistrati, ministri e capo della polizia. Quello
potesi di innocenza ma la certezza del diritto è sceso in sulla liberazione del piccolo Kassam è stato uno dei
piazza soltanto l’onorevole Mario Borghezio. Gli altri si conflitti a fuoco più impegnativi della sua lunga naviga-
sono fatti in là, come una folla spaventata. zione criminale.
Non avvicinarsi, pericolo. A molti deve essere sem- In ogni caso, quando verrà il momento di collocarlo
brato che il semplice interrogarsi a voce alta, pubblica- nella galleria del banditismo, accanto al ritratto di tanti
mente, potesse configurare una specie di favoreggia- protagonisti di una millenaria civiltà di sangue e di ven-
mento. Oppure, visto da tutt’altra prospettiva, l’affian- detta, avrà la consolazione di essere considerato l’ulti-
camento a quella curva sud che tifa un bandito proprio mo allievo d’una vecchia scuola. Più che vecchia, incar-
come si fa per un goleador. Con o senza trent’anni di ga- tapecorita. Anzi, morta e sepolta nell’avanzata di un
lera sulla groppa, nonostante questo sia tutt’altro che mondo nuovo, senza regole e senza dèi, dove la vita non
marginale, un fuorilegge può suscitare al massimo in- vale più di una cartuccia.
differenza. Non troverà intellettuali disposti a sottoscri- Altri tempi e altre storie sgomitano per conquistare
vere un manifesto per sollecitare indagini più approfon- spazio in cronaca. Il 6 ottobre del ’94, quindici anni do-
dite, qualche autorevole penna disposta a valutare i fat- po la scoperta di un gigantesco arsenale delle Brigate

 
Rosse a Monte Pizzinnu, i carabinieri trovano una san- bile che non abbia abbandonato la partita e ci stia ripro-
tabarbara agropastorale nelle campagne di Austis. È il vando: da tempo sta tentando di scoprire dove finisca il
più grosso quantitativo d’armi mai rinvenuto in Sarde- danaro sottratto al fisco, l’attivo di bilanci commerciali
gna: fucili, pistole, bombe a mano, ottomila munizioni e palesemente addomesticati.
perfino qualche pezzo d’amatore come un Beretta a si- Nel mare piatto della nuova delinquenza, cresciuta
ringa col calcio inciso (“Sesta brigata Nello”) perfetta- soprattutto sui profitti legati allo spaccio di stupefacen-
mente efficiente. Un campionario strepitoso che com- ti, uno come Mesina non potrebbe fare neppure il ba-
prende silenziatori per pistola, caricatori per kalashni- gnino. Durante la reclusione non ha mai legato con de-
kov, Winchester, Mab, Garand, Mauser. L’operazione è tenuti che provenissero da questo ambiente. Ha scelto
grossa, tant’è che nei titoli di coda, quelli destinati ai la frequentazione di assassini famosi e guerriglieri messi
ringraziamenti, figura anche il Sismi, il servizio segreto in pensione dalla Corte d’Assise. Le amicizie forti, quel-
militare. le che restano, le ha strette però con poveracci che vale-
A chi servivano le armi scovate dai carabinieri? Scar- vano sì e no qualche anno di carcere. Per esempio, il
tata l’ipotesi di un gruppo eversivo, un’improbabile rie- compagno di Parma, quello che gli ha domandato una
sumazione del cadavere d’un qualunque partito arma- cortesia che poteva costare il ritorno all’ergastolo.
to, resta quella di un’evoluzione della criminalità orga- L’inferno, che credeva di aver definitivamente la-
nizzata. Le armi servono a garantire e proteggere il rici- sciato, gli ha riaperto le porte all’improvviso. Travol-
claggio delle narcolire, gli investimenti immobiliari del- gendolo. E travolgendo per l’ultima volta la sua sicu-
la mafia, il mercato dell’eroina che vanta in Sardegna rezza, ma soprattutto la sua paura, quel senso di solitu-
almeno ventimila affezionati clienti. La piazza cresce, dine che l’ha accompagnato passo dopo passo nell’av-
pare rastrelli risparmi da piccoli commercianti che non ventura di un povero detenuto troppo famoso, sorve-
si accontentano degli interessi bancari o di quello che gliato speciale. Era solo, solo contro tutti verrebbe da
rendono i Bot. Una catena di montaggio: quello che uf- dire, in uno sciagurato ruolo da emissario nella torrida
ficialmente è un banalissimo prestito, in realtà diventa estate ’92 in Sardegna; solo ad Asti, circondato da armi
un investimento in droga. Ma chi mette i quattrini non è e da un progetto di sequestro al limite del possibile, ad-
tenuto a saperlo e può dunque continuare a indossare dirittura con una sortita all’estero per la cattura dell’o-
una maschera di rispettabilità. A distanza di tre-sei mesi staggio. Sul serio pensava a un rapimento? Ritorno alle
riavrà indietro i suoi soldi con interessi che neanche l’a- origini, al mestieraccio d’un tempo, ammesso che le co-
vidità del miglior strozzino potrebbe garantirgli. Anni se stiano davvero così.
fa a Cagliari la Guardia di Finanza ha frugato tra i regi- A ripensarci su, questa breve cavalcata in libertà
stri contabili di alcuni negozianti, ha raccolto qualche condizionale offre a tratti la sensazione di una corsa ver-
indizio ma non è riuscita a chiudere il cerchio. È proba- so l’autodistruzione, come se irrompesse improvvisa-

 
mente il bisogno, la volontà di perdere dopo l’ultima, Capitolo XIV
grande smargiassata da attempato miles gloriosus della
Barbagia. Colpisce quel che ha detto il suo avvocato ve-
dendolo andar via dall’aula del Tribunale dove lo stava- Dieci anni dopo
no processando: «In pratica Mesina ha rinunciato a di-
fendersi».
Forse ha ragione Montanelli quando dice che biso-
gnerebbe conservarlo in teca, esemplare da custodire
con cura sotto vetro. Basso. Fragile. Maneggiare con at-
tenzione. Di tutto quello che è stato, non è rimasta che Dieci anni dopo, primavera 2003, Graziano Mesina
polvere. è in carcere a Voghera: speranze d’uscita, nessuna. Ha
scontato in abbondanza le ultime condanne – una per
le armi trovate nel suo casale d’Asti, l’altra per aver fat-
to l’emissario nel sequestro Kassam – ma un perverso
meccanismo giudiziario lo conserva in galera con l’esal-
tante prospettiva “fine pena mai”. Ergastolano, insom-
ma. Anche se nessun Tribunale della Repubblica ha
mai pronunciato un verdetto del genere.
Istinto di sopravvivenza e un lampo della vecchia
astuzia gli suggeriscono che non è il caso di fare resisten-
za, non servirebbe. Meglio star zitti, mantenere un com-
portamento esemplare, non fraternizzare. E seppellirsi
in attesa di una fine che, a sessantadue anni compiuti,
non può essere lontanissima. Il guaio è che il fisico,
nonostante uno zavorramento di chili dovuto alla vita
da recluso, continua a reggere. Finora ha marcato visita
soltanto per un’ernietta e manifesta stress attraverso vi-
stose macchie sulla pelle. Vitiligine? Macché vitiligine,
dice lui: tutta colpa di un dopobarba scaduto che gli ha
rovinato collo e guance. E il gomito? Beh, il gomito si è
infettato perché «grattandosi, è inevitabile».
Soffre di una seria forma di depressione, ma non lo

 
ammetterebbe nemmeno in compagnia di uno specchio ti. Invece questo signore anziano, piegato dalle conti-
e nessun altro. Eppure la signora sardo-emiliana che lo nue sconfitte, dalla depressione e dal desiderio ossessi-
va a trovare con regolarità, svela che «per un certo pe- vo di poter vivere ancora molti anni, ma da uomo libero,
riodo abbiamo addirittura temuto un gesto definitivo». è l’ultima immagine di un mito non ancora corroso da-
Alla depressione accenna pure la direttrice del carcere gli anni. Perché Graziano Mesina, ex re del Supramon-
per smentire poi, con energia e vigore, appena la faccen- te, bandito e balente della Barbagia, è un mito. Con tut-
da arriva ai giornali. Durante una chiacchierata telefo- ti i rischi della retorica. Fuorilegge e gentiluomo. Taci-
nica con un giornalista che aveva chiesto un incontro turno, solitario, orgoglioso, fiero, perdente e dannata-
col detenuto Mesina, s’era detta assai preoccupata. mente famoso. Pastore per nascita, divo per vocazione».
I segnali, d’altra parte, sono eloquenti: nessun con- O per necessità, per rabbia, o addirittura per un di-
tatto coi vicini di cella, rifiuto di partecipare ad attività sperato bisogno di non annegare in una vita miserabile e
collettive, disinteresse verso i problemi comuni, allergia senza storia.
ai programmi di socializzazione. Non gioca neppure a La questione delle crisi depressive deve essere tutta-
calcio: durante le ore d’aria concesse per lo svolgimento via davvero allarmante se finisce in un rapporto inviato
di partitelle inserite in un campionato interno, preferi- dalla direzione del carcere – in via riservata – al Dipar-
sce passeggiare – solo e pensoso – ai bordi del campo. timento di amministrazione penitenziaria, l’ufficio ro-
Teme che anche una partita di pallone possa trasfor- mano dove si ammonticchiano le proposte d’intervista
marsi in trappola, possa accendere inimicizie pericolo- che Mesina non ha voluto degnare.
se. «Lo sport, se non è sport veramente, può suscitare Lo stizzoso furore che anima le smentite («A noi ri-
scontri, antipatie, vendette. Meglio evitare». sulta in buona salute, non ha chiesto visite specialisti-
Contrariamente al passato, nessuna voglia di vedere che») rafforza il sospetto che sia tutto vero e che lo si vo-
gente dei giornali. La sindrome da celebrità, la voglia di glia tenere nascosto. Testimoni e familiari riferiscono
apparire e mostrare il cammino percorso in un’esisten- intanto di strani colloqui: «A tratti, sembra che nemme-
za di travolgente solitudine, è totalmente scomparsa. Di no ti stia ascoltando: distante, dietro pensieri che lo fan-
più: al fratello Salvatore, che una volta al mese va a tro- no muto e strano».
varlo, confida che i riflettori dei media gli hanno soltan- Chiacchierone, Graziano non lo è mai stato. Più
to nuociuto. Meglio quindi, per il momento, tenerli lon- semplicemente, ha fatto due più due: preso atto che in-
tani e allungare il silenzio-stampa iniziato all’indomani torno gli si è creato il vuoto, tenuto conto che la libertà
dell’arresto nel ’93. Pazienza se si continua ininterrotta- pare definitivamente irraggiungibile, tanto vale lasciarsi
mente a scrivere di lui. Come fa, per esempio, Cristina andare, imprigionarsi dentro una prigione.
Giudici che ne traccia sul “Il Foglio” un ritratto di ele- Fin dal giorno dell’ultimo arresto, sceglie una linea
gante profondità: «In apparenza un detenuto come tan- di passività assoluta: non rivendica un solo giorno di

 
permesso e neanche altri benefici previsti dalla legge Ogni tanto cena insieme a un compagno di braccio,
che pure gli spetterebbero. Unica eccezione nel ’98, conosciuto in carcere, che presenta così: «È un sardo
quando muore sua madre, zia Caterina, chiede di poter trapiantato a Milano. Vegetariano. Certi giorni ci fac-
assistere ai funerali: permesso negato, tanto più che ave- ciamo minestroni stupendi». E se da casa hanno man-
va manifestato il desiderio di poterci andare con le guar- dato del vino rosso, si può fare perfino uno strappo alla
die ma senza manette. regola: «Io sono astemio, il vino che passa lo spaccio fa
Adesso pare quasi preferisca rimuginare su se stesso, schifo ma se ne arriva da fuori, un mezzo bicchiere me
imbrigliato in una cella singola e comoda nel braccio lo faccio volentieri».
Eiv (Elevato indice di vigilanza), ascoltare per ore e ore
la musica di Celine Dion. «Ha il potere di stregarmi,
quella cantante. Una voce speciale, una voce che mi fa La casa circondariale di Voghera è un prefabbrica-
uscire da qui e mi porta in luoghi lontanissimi». Lonta- to grigio, incorniciato da un reticolato alto. Riflette
no, nei chilometri e nel tempo: «Mi rivedo a Orgosolo l’ortodossia integralista degli anni di piombo, massima
quand’ero ragazzino. Rivedo mia mamma che, in prati- sicurezza, massimo squallore, nessuna concezione al-
ca, non ho conosciuto. Tornavo da scuola (ho fatto fino l’estetica (per non dire all’umano). Chi ha un appunta-
alla quarta elementare) e andavo al gregge: in casa non mento – regolarmente autorizzato dal ministero – deve
c’ero mai. Mio padre è morto che avevo tredici anni, lo infilare la carta d’identità in una buca da lettere, unico
ricordo benissimo perché era almeno un anno che non punto di contatto esterno d’una garitta sigillata da cri-
ci incrociavamo». Struggimento della memoria, delle stalli antiproiettile. Oltre il vetro, un agente di custodia
cose perdute. Nostalgia, in senso stretto, no: «Però non manovra il passaggio dei documenti e governa una se-
è che lo rimpiango tanto, il paese. Se penso a quand’ero rie di tasti e pulsanti che aprono e chiudono i cancelli
davvero bambino, mi dico che la cultura era quella, il come in una città spaziale. Se dietro il vetro ci fosse un
posto era quello, la povertà era quella: cosa poteva pesce rosso, sembrerebbe tutto più ovvio e naturale.
uscirne da uno come me?» Ogni movimento avviene nel massimo silenzio, un
Non ha consolazioni religiose perché non è creden- cenno di saluto appena abbozzato. Consegnata la car-
te: «In tutta la mia vita, ho sempre creduto solo in ta d’identità, l’attesa è di un minuto appena: quanto
quello che ho visto e toccato». Perciò gli manca l’ad- basta per verificare la corrispondenza tra la foto del
dolcimento interiore della preghiera che in molti casi – documento e il visitatore che sta lì davanti. Poi, un ci-
soprattutto nelle prigioni – è un prozac efficiente e ras- golìo annuncia la lentissima apertura di una porta blin-
serenante, certamente meno pericoloso delle inalazioni data che immette in un budello di pochi metri quadri,
dalle bombolette di gas che garantiscono un caritate- pareti scure e sporche, armadietti dove depositare tele-
vole rincretinimento di qualche ora. fonini cellulari e tutto quello che non può arrivare alla

 
sala colloqui. Passano cinque-sei minuti, sufficienti a chiuso da un’inferriata che rimanda ad altri androni, al-
pensare che in un posto così un claustrofobico diven- tre inferriate. Chissà se finiranno mai.
terebbe pazzo in un lampo. Arriva il comandante della Nella sala-colloqui, dove l’amministrazione carce-
polizia penitenziaria. Cortese, sardo (come buona par- raria mette a disposizione seggiole da camping e tavo-
te dei suoi colleghi), esordisce precisando che «Mesina lino in plastica da picnic, arrivano i rumori sordi di
è come se non ci fosse: tranquillo, calmo calmo, mai chiavi che girano nelle serrature e il sinistro concerto
che ci abbia dato noia». Prima cancellata, enorme. Il di apertura-chiusura gabbie. La porta ha uno spionci-
comandante preme un pulsante e inizia l’operazione di no che consente la vigilanza in via permanente, l’am-
apertura alla moviola. Si finisce in un grande stanzone biente – un’aula scolastica anni ’50 con la tinta lucida a
cieco, soffitti alti e unica via d’uscita un altro cancello mezzo muro, per non sporcare l’imbiancatura – è tutta
che si trova dalla parte opposta, proprio di fronte. un rimbombo. Per riuscire a capirsi, occorre parlare
«Ancora un po’ di pazienza e siamo dentro il peniten- forte, scandire bene le parole. Graziano, che ha perdu-
ziario», avverte la guardia. to il leggendario udito di gioventù (quello che gli se-
Finora, dunque, si è trattato di attraversare sbarra- gnalava a distanza l’avvicinarsi di un carabiniere), tiene
menti preventivi. Nello stanzone senza finestre c’è un la testa piegata e l’interlocutore vicino: solo così riesce
passaggio obbligato per i visitatori, un metal-detector a sentire senza eccessivo sforzo: «Sordo, io? Mannò, è
dove (per evitare di perder tempo) si transita senza che in questa stanza c’è l’eco». Vero, ma è altrettanto
chiavi, senza monete, senza zaino, senza occhiali, senza vero che i timpani hanno perduto quei sensori divenu-
un grammo di metallo. Altrimenti un fischio e un lam- ti vitali durante la lunga stagione da latitante.
peggiante blu danno l’allarme.
Nudi o quasi alla meta, dopo questa sorta di check-
up che spinge verso un nuovo cancello. Movimentazio- Quarant’anni di prigione hanno fatto di Mesina un
ne automatica. Oltre la porta, un immenso cortile grigio esperto di questioni carcerarie, un involontario storico
addolcito da alcune aiuole. Il braccio dove sta Mesina è dell’antropologia detentiva, un professore della materia.
in un caseggiato sulla sinistra, primo piano. Per arrivar- Che scardina fin nei suoi più sacri principi: «Io dico, e
ci, bisogna fare una sosta operativa davanti a un ingres- posso dimostrarlo, che nessun penitenziario riuscirà a
so sbarrato e attendere l’arrivo di un secondino che pe- recuperare nessuno. Nessuno di nessuno si può salvare.
sca con sicurezza da un cassetto di legno, appeso al Quella della rieducazione è una balla, anzi una beffa.
braccio come un borsone, la chiave giusta. Chi rieduca chi? Ognuno gestisce se stesso e la propria
Le chiavi, di proporzioni medievali, sono decine: co- vita. Quando ce la fa, se ce la fa». Assicura che il vero
me fa a individuare in un secondo proprio quella che problema è reggere, stare a galla. Ci vuole tempo, molto
serve? Due rampe di scale si affacciano su un androne tempo, per educarsi alla vita tra le sbarre, imparare ad

 
avere rispetto di sé e degli altri. «Ogni mattina, quando ti attraverso la concessione di piccoli benefici, privilegi
svegli, devi autodisciplinarti perché ci sarà sempre un in- infinitesimali che tuttavia contano molto in un ambien-
toppo, una delusione, una contrarietà a buttarti giù. Ci te dove di solito si hanno solo doveri e incidentalmente
puoi provare, ma non riuscirai mai, assolutamente mai, qualche diritto.
ad avere un giorno davvero sereno. Basta che un sorve- A questo si aggiunge il fatto che per Graziano la fo-
gliante si svegli di malumore e ti becchi un rapporto». bìa da spione è una specie di malattia infantile mai del
I numeri ufficiali gli danno ragione, sono moltissimi tutto risolta. Lo ha accompagnato quando faceva il lati-
quelli che non ce la fanno. In una popolazione carcera- tante ma anche (e soprattutto) quando si è trasferito in
ria di oltre cinquantasettemila persone (dati ministeria- una prigione di Stato. Il DNA barbaricino ne ha fatto
li), i primi sei mesi del 2003 hanno fatto registrare qua- un impareggiabile malfidato, assolutamente incapace
ranta suicidi. «Il fatto è che se vivi in un posto come di stabilire un rapporto leale e aperto di primo acchito.
questo non puoi permetterti il lusso di essere fragile, al- Regola numero uno, diffidare. Regola numero due, evi-
trimenti crepi. La differenza rispetto a voi, voi del mon- tare confronti. «Non è proprio il caso che io, proprio
do libero, è che qui si muore piano piano. E a morire io, mi metta a dare pagelle». Manco una sillaba, dun-
non sono soltanto quelli che trovano appesi a un len- que, sul banditismo degli anni ’80, sui nuovi soci del-
zuolo e finiscono sui giornali accompagnati da un’im- l’Anonima sequestri e l’affiorare di un inedito e impre-
mancabile interrogazione parlamentare. Anche noi altri vedibile icerberg malavitoso. «Posso dire soltanto di
togliamo il disturbo, senza fare rumore però». me. Donne? Non ne ho mai preso, ai miei tempi non si
Dietro il velo del pugile messo definitivamente kap- doveva. Bambini, neanche. Una volta me n’è capitato
paò, Mesina nasconde una rabbia immensa. «Certe vol- uno ma l’ho rimandato a casa: a me interessava il padre.
te mi chiedo come ho fatto a vivere quarant’anni qui Non mi ricordo quante persone ho rapito ma di una co-
dentro senza prendere un ergastolo, un ergastolo vero sa, a parte il fatto che qualcuno se lo meritava pure, so-
dico». Il pericolo di spalancare le porte alla violenza sta no certo: le ho sempre trattate bene. Difatti mai una
dietro i ritmi quotidiani della galera. «La tensione è nel- che si sia costituita parte civile ai processi. Neanche per
l’aria che respiri. Sperano sempre di farti passare dalla un giorno, neanche quando le cose sembravano metter-
loro parte. Non te lo domandano apertamente, certi si male, ho dimenticato che l’ostaggio è un uomo, che
discorsi bisogna capirli. È quasi un miracolo riuscire a avevo davanti un cristiano. I sequestri non si fanno con
sopravvivere dentro posti come questi e non diventare entusiasmo: se hai coscienza, pesano, danno fastidio.
delatore. Qui non sai mai chi ti avvicina, perché ti avvi- Quando leghi a un albero uno come te non sei altro che
cina e cosa vuole. Certe volte ti capitano in cella compa- un carceriere nel senso peggiore del termine. Se non sei
gni che puzzano di spia a un miglio di distanza». Altre una bestia, te ne rendi conto. Li ho fatti i rapimenti, li
volte la “collaborazione” di un detenuto viene stimolata ho fatti. Non rinnego nulla».

 
Il ravvedimento, per usare un termine che detesta, è hanno passato nemmeno lettere. Manco una per sba-
evidente. Si coglie nelle sfumature di un discorso che glio». Per quanto tempo si può reggere una terapia co-
per uno come lui è difficile da fare, complicato. Inutile me questa?, come si fa a non scoppiare? Stupisce che in
sperare di poter andare oltre: Graziano Mesina non ar- una condizione così greve, così usurante, Mesina riesca
riverà mai all’autoflagellazione, nessuno riuscirà a ve- a conservare un briciolo di humour. Quando gli doman-
derlo in ginocchio invocare perdono, peggio ancora dano di pronunciare un verdetto su se stesso, imputato
contrattare la resa. Che pure c’è, sta dentro parole e che ci vuole un treno a elencarne tutte le colpe, accetta
pensieri che lascia liberi di volare durante un colloquio la sfida, sorride, infila un’immaginaria toga e pronuncia
concesso nel mese di aprile 2003 a Voghera. Si tratta di serissimo in nome del popolo italiano: «Un bel po’ di
un’intervista che non deve essere pubblicata subito. anni me li darei». Quanti, per la precisione, vostro ono-
Vuole sia un assaggio, un rincontrarsi, riprendere il filo re? «Un bel po’, non sottilizziamo».
dove si era lasciato. Una questione quasi privata.
Perché accade solo in quel preciso istante, dopo die-
ci anni di silenzio e infiniti no a qualunque richiesta di Durante l’ultima detenzione, l’apparato giudiziario
incontro? Probabilmente scambiare due parole con un comunque non lo dimentica a riprova che forse ha ra-
cronista è l’unico modo per far uscire all’esterno furore gione quel partito giustizialista secondo il quale «Mesi-
e indignazione. In Parlamento si discute in quei giorni na deve stare in carcere perché quello è il suo habitat».
della cosiddetta “pena certa” e Mesina, che l’ha sconta- Agli inizi del ’97 riceve una comunicazione giudiziaria
ta fino in fondo (anzi di più) non riesce a mostrare anco- per “traffico di stupefacenti”. La faccenda riguarda il
ra una volta il solito distacco, un’indifferenza remota e periodo di Asti, i giorni da vigilato speciale, subito dopo
indecifrabile, come se certi dibattiti non lo riguardasse- le polemiche e i veleni legati al ruolo di emissario duran-
ro affatto. te il rapimento di Farouk Kassam.
In una personalissima guerra con se stesso, sta pro- Contrariamente al solito, stavolta ha tuttavia un ruo-
vando adesso a sconfiggere definitivamente lo spettro lo di secondo piano. I protagonisti sono altri: Carlo Ri-
della passività, dell’inerzia totale. Che ha, come tutti trovato e il clan familiare che gestiva insieme a lui lo
sanno, il retrogusto bruciante della disfatta. spaccio di droga nel basso Piemonte. La Dda (direzio-
Occorre tener conto poi che per non crollare, biso- ne distrettuale antimafia) lo ha intercettato e scoperto
gna avere un sistema nervoso decisamente solido. Una proprio mentre era in corso un sanguinoso regolamen-
buona via di fuga, per stare a galla e non comprometter- to di conti: il cadavere di un uomo del boss Epaminon-
si, è la lettura. Ma non sempre si può, non tutti i capi da – tale Carmelo Nicosia – era stato fatto trovare in un
consentono. «Lei non se ne fa niente dei libri, mi diceva cascinale vicino Alessandria. La proprietaria di quella
un vecchio direttore. E per due anni, due anni, non mi casa si chiama Carmela Ritrovato, è la madre di Carlo.

 
Nel mondo della mala la chiamano affettuosamente “la cie di catena di Sant’Antonio, eroina che corre dall’uno
cartomante” per la passione e l’abilità a farsi raccontare all’altro quasi per gioco. Quando le domandano quanto
il destino da ori e bastoni. abbia speso per comprare il chilo di droga, Angela Ot-
E Mesina? Entra nella storia da una porticina secon- taviano spiega di aver bruciato il fornitore (cioé Mesina)
daria. A chiamarlo in causa, sia pure non direttamente, perché tanto «sapevo che doveva essere arrestato per
sono quattro collaboratori di giustizia ospitati in una lo- una storia di armi». Previsione assolutamente esatta: di
calità segreta e sottoposti al programma di protezione. I lì a poco la polizia farà irruzione nel casale di San Mar-
loro nomi servono per capire il teorema del pubblico zanotto, scoverà il misterioso arsenale e neanche una
ministero: Giovanni Ritrovato, Angelo Bertello, Ales- prova che possa collegarlo a Graziano.
sandro Mancini e Sergio Ottaviano. Al pm riferiscono Al processo per la droga gli imputati sono comples-
(perché non l’hanno saputo personalmente) di aver ap- sivamente trentasette, alcuni latitanti, altri rottamati co-
preso dalla madre di Sergio Ottaviano che Mesina le me criminali e riconvertiti in lavoratori socialmente uti-
aveva ceduto un chilo di eroina. Nell’operazione entra li per la giustizia. I quali ribadiscono le famose accuse
anche una delle figlie della “cartomante”, Giuseppa. de relato ma l’inconsistenza e la fragilità sono tali che di-
Che sa tutto, assicurano i pentiti. Ma la donna – sentita venta quasi impudico portarle in aula. Nell’estate del
dal magistrato – nega con decisione. Altrettanto la ma- 2000 (a soli nove anni dall’apertura dell’inchiesta) Me-
dre di Ottaviano. sina viene assolto. Il pubblico ministero non presenta
Qual’è la verità? Tecnicamente, la loro è un’accusa appello, a dimostrazione che la cosa non stava né in cie-
per sentito dire: così la definirebbe chi non ha cultura lo né in terra.
giuridica e consuetudine col codice penale. Per il voca-
bolario forense ha ben altra etichetta e solennità: de re-
lato, è un’accusa de relato. Cioé sempre per sentito di- Il verdetto fa esultare la vecchia primula rossa del
re, ma detto – bisogna riconoscerlo – in modo più ele- Supramonte che, a quel punto, si illude due volte: crede
gante e un tantino ambiguo. abbiano finito di tormentarlo e che la liberazione condi-
Sono credibili i quattro pentiti? Mesina, che ha sem- zionale possa essere nuovamente vicina. Su queste spe-
pre condannato gli spacciatori, fa sentire la sua voce du- ranze accoglie l’ennesimo trasferimento (da Novara a
rante l’udienza davanti al giudice per le indagini preli- Voghera), accantona in via definitiva l’idea di approda-
minari: «Non so nulla di questa storia. È un’infamia per re in un penitenziario sardo e si prepara a tornare in li-
gettarmi altro fango addosso». A dargli una mano c’è bertà. Su quest’obiettivo lavorano a tempo pieno un
qualche stranezza che affiora qua e là nel fascicolo pro- suo storico difensore (Gabriella Banda) e un nuovo,
cessuale dove, per dirne una, la droga passa di mano in grintoso avvocato: Enrico Bucci. Il quale, sicuro delle
mano senza che venga versata una lira. Sembra una spe- carte che ha in mano, si limita a una breve dichiarazio-

 
ne: «Il nostro assistito chiede, in base a precise disposi- E Mesina, che per un attimo ci aveva sperato, torna
zioni di legge, la revoca dell’ergastolo. La grazia? Non al palo. Nel frattempo, gli arriva anche una nuova con-
intende presentare un’istanza di questo tipo, per ora. danna: stavolta dal tribunale di Nuoro. È colpevole di
Non sta cercando la pietà ma semplicemente l’applica- “favoreggiamento” per aver violato la legge sul blocco
zione di una norma». dei beni durante il caso-Kassam: due anni e tre mesi di
In realtà la questione non è così semplice: si tratta di reclusione. Si salva invece per un pelo (prescrizione)
ottenere l’alleggerimento previsto da un articolo del co- suo nipote, Raimondo Crissantu. Ed è proprio su que-
dice di procedura penale (il 671), entrato in vigore sto che al momento del processo d’appello si registra un
quando Mesina stava in carcere già da un pezzo, e que- clamoroso patteggiamento tra accusa e difesa. Vale la
sto assottiglia le possibilità di successo. A febbraio del pena di riportarlo com’è apparso sulle pagine dei gior-
2001 si inizia a discuterne nel corso di un “procedimen- nali: La condanna di Graziano Mesina in cambio della li-
to di esecuzione” presieduto da Giovanni Mosca. bertà per suo nipote, Raimondo Crissantu. Accordo senza
Durata dell’udienza, assente l’imputato, quattro mi- precedenti...
nuti: il tempo per depositare sul tavolo del Tribunale Già, senza precedenti. Il Procuratore generale Gio-
una rispettabile torre di carte e aspettare il responso. vanni Antonio Mossa rinuncia a impugnare la sentenza
Che arriva, a strettissimo giro di posta: dieci giorni. Ac- di primo grado, in particolar modo nella parte che rico-
cogliendo le tesi del pm, il giudice Giovanni Mosca re- nosce una serie di attenuanti per Crissantu evitandogli
spinge l’istanza: improponibile. Secondo la sentenza, il carcere, a patto che Mesina accetti in silenzio la sua
non è affatto dimostrabile che i vari reati compiuti da condanna. È un dannato gioco delle parti che acconten-
Mesina siano ascrivibili «a un medesimo disegno crimi- ta tutti: Mesina, che vuole salvare un nipote colpevole in
noso». Manca, direbbero i dottori della legge, l’elemen- quella vicenda di avergli soltanto fatto da autista; il pm,
to della continuazione. Dunque va bene il “cumulo”, che riesce in questo modo a chiudere una vicenda imba-
niente revoca dell’ergastolo, ancora meno la liberazione razzante: per l’amministrazione della giustizia, per lo
condizionale. Fine. Stato e una serie di figure istituzionali che, nel corso del
Discutere su questo tema richiede una sconfinata co- sequestro e dello svolgersi delle trattative, hanno fatto
noscenza della dottrina. Di certo tutto si è giocato tra sentire i loro fiati riuscendo a non apparire mai.
pieghe interpretative, busillis da specialisti ed è tempo L’intesa (un solo colpevole anziché due in cambio di
perso cercare di andarci a fondo. Significativo che, a una prescrizione) viene siglata a dicembre del 2000 di
bocciatura incassata, l’avvocato Bucci annunci un (inu- fronte al giudice monocratico. Tutto si svolge secondo
tile) ricorso in Cassazione ma riconosca sportivamente gli accordi. Il pubblico ministero interviene brevemen-
d’essersi arrampicato sugli specchi: «Era tutto in salita, te per dire che Mesina ha certamente «posto in essere il
già in partenza». reato di favoreggiamento poiché ci sono intercettazioni

 
e testimonianze» che dimostrano il lavoro di emissario. pentito (tanto per cambiare), Paolo Littera. Che a un
Lavoro, detto tra parentesi, che Graziano ha svolto qua- certo punto della sua vita di trafficante trascina sotto
si alla luce del sole. Che si stesse occupando del piccolo processo nientemeno che un colonnello e un marescial-
Kassam erano al corrente anche le pietre del Supramon- lo della Finanza. A ruota libera, finalmente loquace nel-
te: non era forse questo il motivo per cui il giudice di lo status di reo confesso, rivela un terribile intreccio tra
sorveglianza di Torino s’era adoperato per fargli ottene- forze dell’ordine e spacciatori. Mentre corre sul filo del-
re la libertà condizionale? la memoria nel lodevole tentativo di vuotare tutto il sac-
Un tardivo dovere di cronaca impone di ricordare co, si ferma un attimo al 1992 (anno del sequestro Kas-
che, in occasione dell’udienza col giudice monocratico, sam e di Mesina in libera circolazione) per raccontare
il difensore di Mesina (avvocato Bernardo Aste) ha lan- che quell’anno Graziano aveva ricevuto in agosto alcuni
ciato qualche pietra nello stagno. «Ha pagato lo Stato, suoi amici campidanesi. Segue doveroso spuntino d’o-
lo sanno tutti», ha detto in aula, «lo sanno alla Procura spitalità, che di fatto si rivela una colazione di lavoro al-
distrettuale di Cagliari, lo sa Vincenzo Parisi, che all’e- lorché Mesina comunica di essere stato incaricato dal
poca era il capo della polizia. Hanno nomi, cognomi e clan calabrese dei Tornaghi di recuperare un vecchio
indirizzi eppure non si muove foglia, l’unico che deve debito di Littera e compagni: una partita di eroina non
pagare è Mesina». pagata. Tradotto in lire, quattrocento milioni. La rispo-
Sepolta frettolosamente nell’effimera cronaca dei sta dei “campidanesi” è stata sincera, cuore in mano:
quotidiani, questa frase non ha lasciato segno. Più o me- vorremmo ma non abbiamo soldi. Per trovare una solu-
no, lo stesso era avvenuto in Tribunale a Tempio Pausa- zione, si dichiarano tuttavia disponibili a rimboccarsi le
nia quando Mesina venne sentito come testimone al maniche, a scendere (anzi a tornare) in campo. È stato a
processo contro i rapitori di Farouk Kassam. Le parole questo punto, sostiene Littera, che Mesina ha offerto
sono state, grosso modo, le stesse. La reazione in foto- tre chili di eroina a patto che quelli garantissero di sal-
copia. dare coi primi guadagni quel conticino rimasto in so-
speso.
Non si sa se le accuse di Littera abbiano centrato il
E non è finita. Nonostante lo spettacolare flop di bersaglio. Il sostituto procuratore di Cagliari, Mario
Asti, il binomio droga & pentiti torna in nuova versio- Marchetti, ha spedito una comunicazione giudiziaria a
ne: cambiano i collaboratori di giustizia e le quantità di Mesina e s’è tuffato in un’inchiesta che non è stata anco-
stupefacente, resta in piedi solo l’imputato di sempre, ra chiusa. L’ipotesi da confermare è quella di un ruolo
Mesina. Fossimo allo stadio in curva nord, finirebbe su simil-gangster: trafficante e, nei ritagli di tempo, addet-
uno striscione: Graziano forever. to al recupero credito per conto terzi. Dentro questo
Ma qual’è, stavolta, la storia? Tutto comincia con un ipotetico ritratto è riconoscibile il più celebre orgolese

 
d’Italia? Impossibile azzardare un pronostico, disegna- gnifica mostrare la faccia incarognita di uno Stato che
re un finale che resta tutto da scrivere. non sa perdonare e che in ogni caso non è stato in grado
di favorire manco un’ombra di redenzione.

Al di là dei confini fra teorie e verità, è comunque


una nuova, pesante mattonata sui denti. Un bombarda- È intorno a queste riflessioni che nasce con tutta
mento che non si ferma neppure dopo il ritorno in car- probabilità l’idea di cedere, alzare bandiera bianca e
cere del ’93. Qual’è il vero Graziano Mesina? Al palazzo chiedere la grazia. Se ne parlava da un po’, da quando a
di giustizia di Cagliari (e non solo) sono fermamente Torino gli avvocati Banda e Bucci l’avevano messo in
convinti che il vecchio bandito non sia mai morto. Dico- conto nel caso fosse stata respinta l’istanza di revoca
no: è vero che appartiene alla vecchia generazione cri- dell’ergastolo. Il problema è che Mesina non ne vuol sa-
minale ma è anche uno che sa adeguarsi rapidamente ai pere. Resiste alle pressioni dei familiari e pare quasi un
tempi: e se il traffico di droga ha sostituito i reati d’un “prigioniero politico” che voglia far arrivare alle estre-
tempo, perché non tentare?, perché non provarci? Do- me conseguenze, far esplodere, le contraddizioni di un
potutto, ritengono in Procura, le coincidenze sono trop- sistema che da un lato ripudia la pena di morte e dall’al-
pe per non destare sospetti. tro finisce per applicarla, sia pure chiamandola in un al-
L’altra immagine è profondamente diversa: tratteg- tro modo e senza la distaccata assistenza di un boia. Nei
gia un Mesina diverso dal fuorilegge che è stato in gio- primissimi mesi del 2003 continua a rifiutare incontri
ventù, rivela un vinto che da molti anni ha riscattato se coi giornalisti e, visto che c’è, anche con avvocati che di
stesso e che, soprattutto, ha scontato tutto ma proprio volta vengono incaricati di ammansirlo, mostrargli l’u-
tutto. Quanto dovrà attendere perché un nuovo tribu- nica via di salvezza: quattro righe indirizzate al Presi-
nale lo dichiari colpevole o lo assolva?, quanto possono dente della Repubblica.
valere le dichiarazioni (senza riscontro) di un pentito? Graziano prosegue coi suoi rifiuti («Ho detto no e
Forse eccedono quelli che parlano di persecuzione no») e finirebbe col farcela se non commettesse un pic-
giudiziaria: il fatto è che non se ne vede la fine. Tra clan colo errore: sottovaluta la cocciuta testardaggine di una
Ritrovato e clan Tornaghi, tra armi custodite nel posto signora che da qualche anno va a trovarlo con regolari-
più sbagliato del mondo e fantasiosi progetti per seque- tà. E che sul tema della grazia inizia a fargli il lavaggio
stri internazionali, la figura di Mesina appare dilatata, del cervello.
ancora più mitica di quella relegata alle imprese in Su- Greca Deiana è una sarda che abita da tempo a Mo-
pramonte. C’è da chiedersi quanto debba durare il pur- dena. Sposata, madre di due figlie, è vecchia amica di fa-
gatorio di un uomo, se quarant’anni di carcere non sia- miglia dei Mesina. Non proprio lei ma suo padre, a vo-
no un’equa punizione. Proseguire su questa strada si- ler essere precisi. Un incontro, che poi è una folgorazio-

 
ne, lo ricorda però molto bene. «Ero una ragazzina, Adriano Sofri, che pure ha uno schieramento istituzio-
avrò avuto dodici, tredici anni. Non erano ancora ini- nale di tutta eccezione in sua difesa. Visite a Roma, a
ziati gli anni ’70, lo rammento con precisione. Mio bab- Modena, a Milano, a Bologna. Nei tempi morti tra un
bo mi teneva per mano, eravamo a Orgosolo...». incontro in carcere e l’altro, Greca Deiana batte inutil-
Erano a Orgosolo quando d’un tratto appare Gra- mente una pista diplomatica, sottotraccia, ma i risultati
ziano. Se la memoria non tradisce e l’anno è giusto, in appaiono quasi subito deludenti. Resta, ultima spes, la
quel periodo Graziano aveva 26 anni, un fisico atletico a grazia. Che, tenuto conto del comportamento da dete-
dispetto dell’altezza, capelli nerissimi e neppure un etto nuto di Graziano e del fatto che non ha più nulla da
in più. Parlava poco (anche allora), in compenso man- scontare, potrebbe anche essere concessa. O quanto-
dava lampi con gli occhi. «Di lì a breve l’hanno preso e meno ci si può seriamente sperare. Il guaio è che la gra-
subito dopo ha cominciato a fare il latitante». zia bisogna chiederla, metterla per iscritto, nero su
Assicurando di parlare con la voce del cuore (ma bianco. E quello non ci pensa manco lontanamente.
senza sentimentalismi di genere), Greca Deiana giura Inizia così un silenzioso lavoro ai fianchi, fegato mil-
che quella visione le si è stampigliata nel cervello. E za fegato milza, fino a quando si avvertono i primi se-
moltissimi anni più tardi, quando quel giovanotto era gnali di cedimento. Mesina mostra disinteresse verso la
ormai un detenuto “fine pena mai”, le è tornata in men- strada politica e neanche un briciolo di curiosità verso
te. Ha letto, s’è informata, ha scoperto che era tramon- la procedura per ottenere la grazia. Greca Deiana però
tata anche quella certa pruderie intellettualistico-bor- insiste, incalza il fantasma del vecchio bandito e batte
ghese che aveva coltivato epica e protezione. sul diritto-dovere di tornare libero, ricominciare in un
Quando decide di occuparsi del caso, Mesina è in- posto qualunque con un lavoro qualunque. Non è indi-
somma finalmente solo, un detenuto qualunque, un nu- spensabile sistemarsi a Orgosolo, va bene un paese d’I-
mero nel casellario del Dipartimento dell’amministra- talia purché sia. L’unica necessità, se proprio vogliamo
zione penitenziaria. «Mi sono ricordata all’improvviso chiamarla così, è trascorrere una giornata in campagna,
quegli occhi. A costo di sembrare ridicola, dico che era- almeno una. «Ho bisogno di sentire gli odori di quan-
no occhi di un uomo buono, generoso, leale. Un uomo d’ero bambino, ho bisogno di vedere dall’alba al tra-
che ha pagato tutto quello che aveva da pagare e che ora monto gli alberi e la luce dei monti».
deve tornare libero». Il desiderio-campagna è una buona leva. Convinta
Grazie a una serie di aderenze d’un certo peso, si com’è che in fondo la sua sia solo una battaglia di giusti-
muove per cercare una strada qualunque che porti alla zia e civiltà, Greca Deiana se ne serve per far uscire Gra-
libertà. Contatta deputati e senatori, di destra e di sini- ziano dal torpore carcerario che lo sta lentamente allon-
stra, parroci e principi della Chiesa, rilancia il caso Me- tanando dal mondo cancellandone sogni, convinzioni,
sina con un fervore che forse non può vantare neanche speranze. Senza saltare un solo appuntamento, per due

 
anni questa terapia va avanti con la pervicacia dell’ana- persone che sanno. Pronunciare, in buona sostanza,
lista che ha scovato la genesi del trauma: scava, insiste, quello che in ogni caso sarà l’ultimo verdetto.
lascia che la memoria faccia risalire da abissi profondi In questa fase, l’unico senza diritto di parola è pro-
squarci di ricordo: la famiglia, i genitori, l’adolescenza. prio Mesina. Che comunque non ruffianeggia. Per ra-
La vita. Non ce n’è abbastanza per reagire, finalmente? gioni di dignità e di coerenza, ripete che di solito la gra-
Conclusa la parte teorica, il salto verso quella pratica zia «la chiedono quelli che stanno scontando una con-
è un gioco. All’avvocato Enrico Aimi, consigliere regio- danna». Lui ha concluso, da un pezzo. E si appella (si
nale di An, viene affidato l’incarico di stendere la “do- appellava) al rispetto delle regole dimenticando che
mandina” da spedire al Capo dello Stato. Aimi, penali- nella patria del diritto le regole esistono per costruirci
sta esperto e sensibile, si reca a Voghera un afoso lunedì intorno le eccezioni. Valide per tutti, quasi tutti.
di giugno. Alle agenzie di stampa affida un discorso effi-
cace e scontato: un paese civile, una democrazia, non
può tollerare che Graziano Mesina resti ancora in pri-
gione. Battute invano tutte le strade contemplate dal
codice penale, non resta che presentare istanza di gra-
zia. «Mesina firmerà», assicura prima di varcare il can-
cello elettronico del penitenziario.
In realtà non ne è sicurissimo. Sa che il suo cliente ha
un carattere particolare, basta una frase sbagliata o una
botta di cattivo umore e salta tutto.
Il 21 luglio l’avvocato Aimi esce dal carcere intorno
alle tredici. «Ha firmato», dice rifiutandosi di entrare
nei particolari di un’istanza dove – per espresso volere
di Mesina – sono elencati sprazzi di vita barbaricina, la
Sardegna rovente dell’Anonima, gli incontri più o meno
obbligati che un giovane balente doveva fare.

Prima della fine del mese, la pratica è a Roma, sul ta-


volo del ministro di Grazia e Giustizia che deve espri-
mere un parere. Per farlo, dovrà ricucire la carriera car-
ceraria, le condanne, i comportamenti, le opinioni di

 
Capitolo XV

La grazia negata

Il giorno di sant’Ilaria, 12 agosto, il detenuto Grazia-


no Mesina s’è svegliato alla solita ora: le cinque e mezzo.
Ha acceso la tivù (televideo) e avviato le pulizie del suo
domicilio coatto: cella numero 5, tre metri per uno e ot-
tanta, secondo piano del carcere di massima sicurezza
di Voghera, vista cielo. Che quella mattina era strana-
mente cupo, un tetto di nuvolaglia.
La seccatura, in genere, riguarda i due mobiletti in-
chiodati al muro: non si sa da dove arrivi ma sono sem-
pre pieni di polvere. Finito di rassettare cella e ritirata
(water e lavandino protetti da una porticina, privilegio
dei reclusi di lunga navigazione), Mesina s’è preparato
l’unico caffè della giornata, ha indossato jeans azzurri e
una t-shirt nera un po’ elasticizzata: il che aiuta, visto
che la muscolatura non è più quella di un tempo. Se è
solo per questo, anche i capelli non sono più gli stessi:
quelli nerissimi degli anni della latitanza sono evasi met-
tendo in luce un cranio tondo, lucido.
Alle 11,30 di quel giorno, proprio mentre incombe-
va la solita noia (solita, da quarant’anni), una guardia
carceraria s’è materializzata davanti alla porta della cel-
la numero 5: «Ti vogliono all’Ufficio Matricola». In
queste circostanze non è il caso di perdersi in chiacchie-


re, anticipare domande che possano soffocare l’ansia. l’avvocato per mettere a punto chissà quale reazione e
«Eppoi, l’ansia di chi? Io, anche quando sono furioso, avverte subito Ballore, il più anziano dei fratelli. Alla vi-
sembro sereno». gilia dell’Assunta, festa grande del paese, esce e proba-
Sembrando sereno, il detenuto Graziano Mesina ha bilmente si sfoga con qualcuno svelando una notizia
seguito la guardia in un percorso tutt’altro che familiare che, in un attimo, vola.
nonostante sia a Voghera dal 2000: androni tinteggiati Al Tribunale di Pavia il dottor Lorenzo Fabris è as-
di celeste madonna, cancellate fino al soffitto, portonci- sente, ferie. Un cortesissimo cancelliere, che si occupa
ni blindati coi cristalli corazzati. Finché non si chiude proprio di questo genere di pratiche, spiega il significa-
una porta, quella successiva resta sprangata: dirige il to della frase scritta in burocratese-giudiziario: «C’è po-
traffico una lucetta gialla che lampeggia. co da interpretare, il concetto è limpido. L’iter per otte-
Il turnista dell’Ufficio Matricola è gentile e sbrigati- nere la grazia si è concluso: l’istanza è stata rigettata».
vo. «È arrivata questa per te. Firma qui per ricevuta». Significa che non c’è più speranza? «Certo, significa
La lettera ha lo stemma della Repubblica ed è firmata proprio questo». Sarebbe bello, a questo punto, sapere
dal magistrato di Sorveglianza presso il Tribunale di Pa- che ne dice il ministro di Giustizia, il leghista Roberto
via. Pochissime righe indirizzate alla direzione della Ca- Castelli, che ha fatto smentire le voci sulla bocciatura di
sa Circondariale di Voghera: «Per dovere d’ufficio, tra- Mesina. Parole testuali del suo portavoce: «La pratica
smetto, copia lettera del Ministero della Giustizia, con non è stata affatto respinta. È ancora in istruttoria».
la quale si comunica la risoluzione negativa adottata sul- Una bugia, una pietosa bugia dettata da chissà quali ra-
l’istanza di grazia avanzata dal nominato in oggetto». gioni politiche: la domanda di grazia è stata cestinata. Il
Ora, al di là del fatto che la virgola non ci stava a far nul- nominato in oggetto torna al destino che gli spetta: fine
la dopo il verbo trasmettere, il significato resta ambi- pena mai.
guamente chiaro: risoluzione negativa si riferisce al pa- Mercoledì, 18 agosto, il carcere di Voghera è la soli-
rere del Ministero o proprio al fatto che l’istanza del no- ta gabbia color alluminio. Sbarre sottili, alte sei-sette
minato in oggetto sia stata definitivamente rigettata? metri, avvolgono un caseggiato grigio dove, ci fosse un
Mesina, che del pessimismo ha fatto una religione laica, filo d’aria, potrebbero sventolare orgogliosamente il
approfitta immediatamente della possibilità di poter tricolore d’Italia e la bandiera europea, appese stanca-
chiamare casa (quattro telefonate al mese). 0784, prefis- mente a una finestra. Mentre si aspetta di poter entra-
so di Orgosolo, e poi il numero di Peppedda, la sorella. re, in un angolo lontano appare un detenuto speciale: è
«Non mi fanno uscire, niente grazia». Le comunica la un pastore tedesco male in arnese, spelacchiato, ma-
brutta notizia parlando in fretta ma senza gridare per gro, occhi tristissimi e zampata senza energia. Esce da
non far capire che dentro sta esplodendo. Peppedda una cuccia sistemata sotto il sole a tenaglia, si trascina
però lo conosce bene: incassa il colpo, cerca inutilmente con fatica fino alle sbarre e ci infila la testa nella spe-

 
ranza di una carezza. Scodinzola, non abbaia: non pagando, e continuerà a pagare, per un’aberrazione
sembra tagliato per i compiti di vigilanza. Avesse pure giuridica che ha equiparato la somma di pene diverse
una ciotola d’acqua a disposizione forse sembrerebbe all’ergastolo. Vecchia storia, non vale la pena di per-
meno depresso. derci la testa. «Non parlare di me, parla del sistema
Dopo il controllo dei documenti, il passaggio sotto il carcerario».
metal detector, le verifiche di legge, gli scricchiolii dei È un Mesina senza vanità e gonfio di livore quello
cancelli che si aprono con inesorabile lentezza; dopo le che avanza, a piccoli passi, da un androne lontano. Sa-
porte blindate, la musica sinistra di enormi chiavi d’ot- luta, sorride stretto stretto ed entra direttamente nella
tone e il rumore dei passi amplificato dall’eco in gallerie saletta-colloqui lasciando una leggera scia di deodoran-
deserte, si arriva finalmente alla sala-colloqui: un tavolo te. Sessantadue anni: e stavolta, a parte gli occhi che
impolverato, una vecchia poltrona d’ufficio (sfondata), sembrano senza tempo, si vedono tutti. «Faccio quat-
due sedie che gemono al minimo movimento. tro ore di aria al giorno, due al mattino e due alla sera.
Graziano Mesina passa per essere un detenuto tran- Poi, qualche movimento in cella». Per tornare (o quasi)
quillo. Perfino solitario non fosse per l’amicizia con l’u- quello di una volta servirebbe ben altro. «È la vita se-
nico altro recluso sardo di Voghera, Mauro Addis (di dentaria che ti frega».
Carbonia, in galera per terrorismo). Addis è vegetaria- Si siede, mette lo sguardo a fuoco, dà un’occhiata al-
no, Mesina astemio: per ferragosto si sono organizzati la copertina di un libro che racconta la sua storia (e che
un pranzo che era una via di mezzo tra gli hippy e le or- ha già letto), ridacchia osservando un collage di foto
soline. «Però poi c’è il problema degli extracomunitari. che lo riporta agli anni calibro 12, alla stagione del fuo-
Sono tanti, non hanno un centesimo e dunque non pos- rilegge balente. Non aspetta domande, non gli interes-
sono comprare niente allo spaccio. E che faccio, mi sa soddisfare curiosità di cronaca. Va subito al dunque,
metto a mangiare mentre uno mi guarda? A questi, da a valanga. Come se aspettasse da sempre di gridare due
baby sitter bisogna fargli». o tre cose all’altro mondo, oltre le sbarre.
L’amministrazione carceraria passa la colazione (an- «Lo sapevo che non mi avrebbero concesso la gra-
che dietetica), un pranzo (primo, secondo e frutta), zia. Non regalano mai nulla a persone come me. Con le
una cena da ospedale (minestrina e un pezzo di for- ultime due condanne dovevo scontare otto anni e tre
maggio). Il vino c’è, si può acquistare un quarto di litro mesi. Ne ho fatto dieci, non bastano?»
alla volta «ma fa talmente schifo che bere acqua diven- – Un’ultima speranza, Ciampi.
ta un piacere». Le celle singole sono in dotazione ai so- «Sì, ma ci sono complicanze legate alla grazia per
li detenuti anziani, cioè a gente come Mesina che scon- Adriano Sofri. Comunque: se vogliono farmi tornare
ta l’ergastolo nonostante nessun Tribunale abbia pro- in libertà, per quello che sono e per la galera che ho
nunciato una sentenza di questo tipo contro di lui. Sta fatto, bene. Altrimenti, pazienza. Io non chiedo più

 
niente. E non mi suicido, tranquilli. Aspetterò di mo- mettono le manette, si ammalano e finiscono in clinica?
rire in carcere». Poi trovi sempre uno che in televisione spiega che certa
– Semilibertà? gente resta traumatizzata per una semplice ragione: non
«Fossi in Sardegna, probabilmente sarei fuori, in li- è abituata alla galera. Scusate, e io? Io non sono nato in
bertà condizionata. Qui niente, qui non concedono galera e dopo quarant’anni, non so come non so perché,
niente a nessuno, manco a quelli che hanno poca roba ma non mi ci sono ancora abituato. Sarò allergico?»
da scontare...». – Come si affronta una giornata in carcere?
– I diritti dei detenuti esistono. «Un grande aiuto arriva dal lavoro, se te lo danno. Io
«Quali diritti, quale diritto? Il diritto non esiste, esi- ho fatto l’imbianchino per undici mesi, ho tinteggiato
ste invece la discrezionalità di un magistrato che diventa tutta la sezione. Non è che diventi ricco, tre euro all’ora,
un giudice supremo, un dio che decide della tua vita. E ma almeno passi il tempo».
il guaio è che, intanto, qui si scoppia». – Anche con l’ergastolo?
– Chi scoppia? «Anche con l’ergastolo, a patto che lo si chiami come
«Manco ve lo immaginate perché sui giornali fini- deve essere chiamato: condanna a morte».
scono solo quelli che s’ammazzano. Possibile che nes- – Altre distrazioni?
suno si sia accorto che c’è una drammatica emergenza- «La televisione. Io ce l’ho in cella, prendo dodici-tre-
carceri? Ci sono malati terminali che non vengono assi- dici canali. Mi piace tenermi aggiornato sulla politica,
stiti come si dovrebbe, ci sono difficoltà ad avere medi- nazionale e internazionale. Poi seguo con interesse le
cine. E inoltre devi fare i conti con la testa». trasmissioni che parlano di ambiente e animali: Geo &
– Per sopravvivere? Geo, Quark, roba così».
«Certo. Dipende dal carattere se riesci a tenere o a – Nient’altro?
non tenere. Certi giorni sto male, sono incazzato per «Nient’altro, nient’altro: cosa volete che guardi un
qualcosa ma ai miei compagni mostro sempre una fac- detenuto? Donne, trasmissioni dove ci siano donne:
cia tranquilla». mettono malinconia e accendono bei ricordi».
– Perché? – A proposito di politica: che sa della Sardegna?
«Perché se vanno giù anche i vecchi, buona notte. È «So che nemmeno la miglior gelateria della Costa
per questo che dico e ripeto: non fatevi speranze, non il- Smeralda appartiene ai sardi. Perfino i gelati. E questo
ludetevi, pensate sempre al peggio che è meglio. Di soli- mi dà fastidio, mi fa dire che noi sardi dobbiamo ripren-
to l’orrore della galera rimbalza sui giornali quando ci dercela la Sardegna, nella legalità».
finisce dentro uno di serie A». – La fede attenua la solitudine?
– Chi sono quelli di serie A? «Se ce l’hai. Io rispetto, anzi invidio quelli che credo-
«Avete presente quegli industriali che, appena gli no perché si sentono più consolati. Ogni tanto mi ven-

 
gono però dei dubbi: se, come dicono, l’aldilà è il posto Capitolo XVI
ideale per ogni buon cristiano, perché nessuno ci vuole
andare?»
– Insomma, in chi ha fede lei? Ritorno a casa
«Vivo giorno dopo giorno, senza illusioni. Ho fede
nel chirurgo che mi ha riattaccato mezzo dito tranciato
da una porta blindata. È proprio finito a terra, il dito. È
successo l’anno scorso. Siamo andati di corsa all’ospe-
dale io, le guardie e il dito. Il dottore mi ha detto: ci pro-
vo ma non ci spero. E io: vabbe’, intanto ci provi. Mi è Respinta ad agosto, la grazia risorge inaspettatamen-
andata bene». te a novembre. In silenzio o quasi. Il direttore del carce-
– Guarito? re di Voghera convoca Mesina nel suo ufficio una setti-
«Il dito è tornato al solito posto, non è sensibilissimo mana prima che la notizia esploda sulle agenzie di stam-
ma non si può avere tutto. Alla terapia dopo l’interven- pa. Gli dice, in via amichevole e riservata, che il ministro
to chirurgico ho pensato io: ogni tanto, con una lametta della Giustizia ha depositato il suo fascicolo al Quirina-
tagliavo schegge di pelle morta. Lavoro di precisione, va le esprimendo parere favorevole. E quindi.
fatto con cura. Togli oggi togli domani, tutto è tornato a Quindi Graziano, che ha fatto della diffidenza e del
posto. Capito? Per non morire devi deciderlo prima di disincanto la sua seconda pelle, non ci crede. O meglio,
tutto dentro di te: non voglio, non devo morire». dà una risposta che potrebbe apparire sprezzante e in-
vece lascia trasparire soltanto un disperato senso d’atte-
sa: «Parere favorevole? Bene, aspettiamo e vediamo».
Nessuna emozione: i balentes, compresi quelli over ses-
santa, non devono mostrare debolezze.
Il problema è che qualcosa non quadra, i conti non
tornano. Nella sua cella, Mesina conserva la comunica-
zione del giudice di sorveglianza di Pavia che appena
cento giorni prima gli aveva annunciato il peggio: istan-
za di grazia rigettata. Due righe secche, senza commen-
to o un briciolo di spiegazione.
Cos’è accaduto nel frattempo?, chi e perché ha cam-
biato idea? Nessun segnale apprezzabile dall’esterno,
niente che aiuti a capire. A Roma, che è la città dove

 
tutto succede e tutto si decide, il dibattito politico sta- beri. Resta tuttavia una certezza: a Mesina la grazia è sta-
gna sul caso-Sofri e sulla intenzione del Presidente del- ta negata e nulla autorizza a credere ci possa essere un
la Repubblica di decidere in autonomia. Ovvero infi- ripensamento. Eppure il ripensamento c’è stato ma nes-
schiandosene del parere del ministro Guardasigilli. suno ne chiederà conto al ministro. A cose ormai fatte,
Che c’entra Mesina con tutto questo? A possibili svi- in piena euforia da celebrazione televisiva, Castelli va
luppi positivi del caso non accenna il deputato diessino addirittura in tivù con Mesina. Officia un conduttore
Francesco Carboni che lo va a trovare in carcere. Non felice e curiale nella sua untuosità cardinalizia. Nel cor-
ne parla nemmeno il difensore, avvocato Enrico Aimi, so della trasmissione tivù, si chiacchiera, si parla di ta-
che si limita a inviare una lettera di incoraggiamento: glie per favorire la cattura degli assassini di un benzi-
non darti per vinto. Non ne sa nulla, infine, neanche la naio ucciso a Lecco, si litiga sulla riforma giudiziaria ap-
crocerossina della grazia, quella Greca Deiana di Mo- pena varata ma neppure una domandina semplice sem-
dena che da anni bazzica per parrocchie, ministeri e se- plice sulla grazia che prima non c’era e adesso c’è. Non
greterie di partito nella speranza di riuscire a tirarlo ha questo tipo di curiosità neanche Gavino Angius, pre-
fuori dalla cella. sidente dei senatori Ds, che pure si dichiara soddisfatto
Negli ambienti parlamentari si parla con una certa per la liberazione di Mesina.
insistenza di un inciucino carcerario, un’operazione L’interrogativo su cosa sia avvenuto tra agosto e no-
trasversale che mette insieme (una volta tanto) maggio- vembre del 2004 resterà, con tutta probabilità, un mi-
ranza e opposizione. Circola, circolerebbe, una lista di stero. Vietato dire che il ministro ha cambiato idea. Il
persone da graziare. Lista da girare a Ciampi in cambio suo portavoce ricorda di aver sempre sostenuto una so-
di un benevolo silenzio-assenso non appena verrà con- la tesi: «La pratica della grazia è in itinere». Vorrà dire
cessa la libertà a Sofri. I leghisti gradirebbero, per esem- che avranno capito male i giornalisti, il direttore del car-
pio, la scarcerazione dei lagunari che hanno asssaltato cere di Voghera e il giudice di sorveglianza di Pavia che
anni fa il campanile di piazza san Marco a Venezia. Al- s’è affrettato a comunicare un’informazione che evi-
leanza Nazionale invece vedrebbe volentieri il ritorno a dentemente non aveva alcuna importanza: la grazia era
casa di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti. Non in itinerere e lui ha creduto, anzi l’ha messo per iscritto,
trapela, stranamente, la lista dei candidati di Forza Ita- che fosse stata respinta.
lia: i maligni dicono che il premier avrebbe solo l’imba- Il silenzio è desolante e assoluto quando l’Ansa lan-
razzo della scelta, altri propendono per difficoltà su un cia un flash alle 12,54 del 23 novembre: Ciampi grazia
accordo interno. Mesina. Nient’altro.
Illazioni. Alla luce del sole non c’è nulla, men che La procedura prevede la scarcerazione immediata
meno ci potrebbe essere un elenco di detenuti che in ma bisogna fare i conti con un ultimo refolo di sfortuna:
nome di una perversa par condicio possono tornare li- c’è sciopero dei magistrati e quindi nessuno invia l’ordi-

 
ne di scarcerazione che da Roma deve arrivare a Pavia e volante c’è Ballore, fratello maggiore di Graziano, cop-
da Pavia a Voghera. Castelli, che con la magistratura ha poletta sarda di velluto, occhi immobili su un punto im-
un fronte di guerra permanente, ne approfitta per di- precisato davanti a lui. Ballore finge di non sentire chi
chiarare che «lo sciopero ritarderà di 24 ore l’uscita dal bussa ai vetri, di non vedere le facce dei giornalisti che si
carcere di Graziano Mesina. Un giorno di libertà in me- spiaccicano sul parabrezza implorando una dichiara-
no, che non gli restituirà nessuno». zione qualunque. Forse, ma proprio forse, sorride im-
Il 24 novembre l’assedio dei giornalisti inizia di percettibilmente quando qualcuno gli pone una do-
buon’ora. Freddo, un cielo basso e nuvoloso abbrac- manda iper-cretina: scusi, è venuto a prendere suo fra-
cia degnamente la casa circondariale di Voghera: c’è tello?
un grigio uniforme che non regala affatto aria di festa. Con aplomb ben diverso, passo sicuro e quasi mar-
I primi arrivati si piazzano accanto all’ingresso, qual- ziale, qualche ora prima aveva fatto il suo ingresso in
che metro dalla garitta blindata, intorno alle 8 del carcere l’avvocato Aimi. Tutti sicuri che entrasse e
mattino. Per ingannare l’attesa, qualcuno va a chiede- uscisse nel giro di qualche minuto insieme a Graziano.
re notizie di un secondino speciale, un pastore tedesco Invece nulla. Dopo quasi tre ore di permanenza, il lega-
che mesi prima sembrava passarsela male sotto il sole le si fionda all’esterno, rallenta davanti allo schieramen-
d’agosto. È il cane delle guardie carcerarie, una cuccia to di microfoni e distilla un’ovvietà: «Ancora pochi pas-
di fronte a sbarre alte sette metri e, sullo sfondo, una si e Graziano Mesina sarà un uomo libero». Poi si allon-
discarica. Aspettando Mesina, vale la pena di andare a tana, imbufalito.
trovarlo superando – con discrezione – il limite invali- La verità salta fuori in un baleno. Aimi, se una certa
cabile della prigione (alt, sorveglianza armata). Il cane ricostruzione sussurrata è vera, è entrato in carcere e ha
c’è e sta bene, abbaia con determinazione, mostra agli chiesto di parlare col suo assistito. Siccome dal ministe-
estranei una sanissima dentatura. Però non è lui. L’al- ro non era ancora arrivato niente, la risposta del co-
tro, spelacchiato e malconcio, ha tirato le cuoia. Quel- mandante della polizia penitenziaria è stata gentile e
lo che parteciperà all’affollata partenza di Graziano veloce: «No». Per non mostrare contrarietà, a quel
Mesina è soltanto un successore. punto Aimi ha ripiegato con stile: «Vabbe’, fatemelo
Intanto il piazzale delle auto in sosta si riempie rapi- sentire almeno per telefono». E ha incassato il secondo
damente. Tra telecamere e taccuini, c’è una piccola le- no. «Col detenuto in questione potrà parlare quando
gione, un centinaio di reporter in tutto. Di Mesina man- verrà scarcerato. In assenza d’una richiesta di colloquio
co l’ombra. Quando manca un quarto d’ora alle 13 una regolarmente autorizzata, non è possibile incontrarlo o
vecchia Punto si avvicina lentamente, supera uno sbar- mettersi in comunicazione con lui». Sconfitto su tutta
ramento e s’arresta davanti alle gigantesche inferriate la linea e per niente disposto a rivelarlo ai giornalisti,
da gabbia circense che avvolgono il penitenziario. Al l’avvocato ha preferito a quel punto optare per una ful-

 
minea ritirata al termine di quelle due parole che dice- po’ di vestiario, libri, lettere, il curriculum giudiziario.
vano e non dicevano. Stringe le mani di una decina d’agenti, prima di af-
facciarsi timidamente all’esterno sognando di raggiun-
gere la macchina di Ballore prima che quegli altri, tele-
E Mesina? Per arrivare, arriva. Ma con enorme ri- camere e notes, sferrino l’attacco. «Graziano, Grazia-
tardo. Si viene a sapere che di buon mattino, non ap- nooo...». Dalle retrovie qualcuno lancia un urlo. E lui si
pena gli avevano riferito che una muta di giornalisti lo blocca, posa le buste per terra e aspetta che il primo in-
stava aspettando al varco, ha telefonato a suo fratello cursore riesca a placcarlo. «Bentornato». Lo salutano
Ballore per chiedergli aiuto: «Vieni a prendermi». un vecchio amico, il nipote, un parente-giornalista. Baci
Spera (e sbaglia) di poter evitare la stampa e trattare in e abbracci, pochi secondi che tuttavia bastano a tutti gli
condizioni privilegiate il ventaglio di esclusive che lo altri per andare all’arrembaggio.
aspetta. Parte una raffica di domande, più o meno scontate.
Le cose gli vanno male a metà. Indimenticabile co- Cosa prova, cosa farà, come ha dormito l’ultima notte
munque l’immagine che offre quando l’ultimo cancello in cella, cosa ha detto a quelli che restano, chi gli piace-
automatico lampeggia e si apre lentamente per lasciarlo rebbe ringraziare, vuole fare un appello agli italiani.
passare. Tra lui e il mondo c’è a quel punto solo una can- Mesina risponde a monosillabi, costringendosi perfino
cellata immensa, stretta, robusta, ostile. Braccia appe- a sorridere. Ma di un sorriso stretto, di circostanza.
santite da tre buste di plastica (il bagaglio di undici anni Non ne ha affatto voglia di ridere, lo stress sembra
in galera), Graziano appare in tutta la sua fragilità. Resta paralizzarlo. La voce di Ballore, che preme vanamente
immobile, per pochi secondi, guarda disorientato e per fare manovra e andar via, affiora quando un croni-
scosso le truppe assatanate che lo aspettano al di qua sta chiede quale sarà la prossima meta: «Destinazione
delle sbarre. Ha la faccia stanca, gli occhi velati da un segreta».
istante di commozione (ma lui dirà che è colpa del raf- Segreta? Con molta fatica e dopo molte insistenze,
freddore), la tensione e la solennità dei grandi momenti. Graziano riesce a infilarsi in macchina, fendere la folla
Non sposta un muscolo, statuario come una preda che e allontanarsi. I più selvaggi della muta lo tampinano,
ha fiutato l’aria e aspetta l’attimo della fuga. quasi fossero la scorta. Confidano che lungo strada tan-
La primula rossa del Supramonte, adesso, è quasi un ta cocciutaggine venga premiata. E invece no. Ballore
vecchio acciaccato dagli anni, un signore che ha biso- vola, si fa per dire, verso Crescentino e intanto interro-
gno di riposare, muoversi con calma. Papalina grigia, ga il fratello per rompere un silenzio fastidioso. Ma
giacca a vento e jeans, potrebbe essere confuso per un Graziano non ha voglia di parlare. Un nebbione da ma-
qualunque pensionato se non fosse per quella zavorra nuale gli chiude l’orizzonte del mondo che ha soltanto
colorata che raccoglie tutte le sue cose, il corredo: un immaginato per tanti, lunghissimi anni: pioppi, frutteti,

 
piccole aziende agrarie. E un traffico d’autostrada che gazzo che lo guarda incantato quasi fosse un’apparizio-
preoccupa. ne, Mesina viene incontro avvertendolo: «Se vuoi ti rac-
Che odore ha la libertà?, che colori mostra? Stretto conto la mia vita, ma non prenderla ad esempio».
fra Tir e automobili avvolti dalla foschia, vede poco e Dopo lo sbarco e dopo molti bicchieri di spuman-
immagina meno. Tanto, i profumi che aspetta di sentire te, comincia la lettura dei giornali mentre si viaggia
e le immagini che vuole davvero vedere stanno altrove, verso Nuoro. Tutto come previsto: Orgosolo accoglie
molto lontano da qui. con freeddezza la notizia della grazia (i vecchi sono in-
Arriva a Crescentino e siede a tavola insieme ai fami- differenti, i giovani giurano di non sapere chi sia), il
liari e all’avvocato Aimi. A un tratto Ballore gli chiede se paese non tradisce il minimo entusiasmo. E gli altri?
si vuol trattenere qualche giorno, giusto per alleggerire Fateh Kassam dice che la notizia lo interessa quanto
il peso di un momento sicuramente impegnativo e diffi- una macchina parcheggiata per strada e rifiuta di ag-
cile. Riflette giusto un secondo: «Vado via. Domani mi giungere qualsiasi commento ma si capisce (e bene)
imbarco da Livorno. Voglio tornare a Orgosolo». che non sta facendo i salti di gioia. Penalisti, poliziotti
Il giorno dopo, nel corridoio del molo, è incappuc- e frequentatori di Mesina (ragioni d’ufficio) stanno
ciato a sufficienza per non essere riconosciuto. La mac- dentro il binario di un cauto ottimismo: giustizia è fat-
china che lo trasporta infila lentamente la grande porta ta, ma ora stacchiamo la spina, non trasformiamo tut-
carraia del traghetto e prosegue fino al parcheggio. to in uno show.
Graziano non è solo: non sa guidare e non ha nemmeno
la patente. Confida di tapparsi in cabina fino all’arrivo a
Olbia. Appena arrivato a Orgosolo, Graziano si nasconde a
Una signora, giornale spalancato tra le mani, lo os- casa della sorella, aggira l’appostamento dei fotografi
serva per un attimo, fa ballare gli occhi su e giù, tra lui e entrando da una porta posteriore, la stessa che adopera-
la foto sul giornale, poi balbetta. «Scusi, ma lei non è, va quando – durante il rapimento del piccolo Farouk
non è...». Il nome non riesce a pronunciarlo. Graziano Kassam – cercava di fare il lavoro dell’emissario nella
le viene incontro: «Sì, sono io». maniera meno chiassosa possibile.
“Io” che fa accorrere un camionista e subito dopo Questo suo silenzio assoluto potrebbe far pensare al
uno studente. “Io” che, mentre gli cresce intorno un ca- bisogno di calarsi nell’anonimato, al desiderio di ri-
pannello di visi sorridenti, si ritrova circondato. Di nuo- prendere la vita senza doverne rendere conto ai lettori
vo: prima i giornalisti, ora i viaggiatori d’una motonave. dei giornali: finalmente. Il motivo di tanta riservatezza
Parte un applauso, la proposta di un brindisi accolta al- però è un altro: finché sono in corso le trattative per
l’unanimità e l’inevitabile coretto in lingua sarda. Il tra- un’esclusiva televisiva e un’altra a un settimanale, me-
ghetto salpa mentre a bordo c’è festa grande. A un ra- glio evitare anche i fotografi.

 
Un settimanale pubblica “l’unica intervista rilascia- dallo studio al monitor per capire quando lo stanno in-
ta da Mesina in carcere”. È una bufala bella e buona, vi- quadrando. Per renderlo compatibile con la trasmissio-
sto che di interviste ne ha dato più d’una, con grande ne, abbondano di fondo tinta: effetto anti-sudore sotto i
generosità. Di corollario escono altre piccole e poco riflettori ma soprattutto per coprire le macchie della vi-
credibili esclusive (montate incollando vecchi articoli tiligine. Non bastasse il cerone, a farlo sentire inadegua-
su Grazianeddu). Il quale non si stanca mai di avvertire to e a disagio è anche l’abbigliamento: giacca e cravatta
che non intende rispondere soltanto a tre domande: strizzata sul collo, un’arietta da parastatale in crisi. Si
sulla criminalità in Sardegna (e non solo in Sardegna), vede benissimo che sta subendo un martirio per causa
sulla vecchia faida di Orgosolo e sul rapimento di Kas- di forza maggiore: dopo la scarcerazione, i quattrini non
sam. Ad abundatiam non vuol parlare nemmeno delle abbondano, tanto vale dunque mettersi sul mercato
armi trovate a suo tempo nel casale vicino Asti dove delle confessioni in esclusiva. Finché dura.
trascorreva una sorta di confino. In altre parole, non in- Confessioni, poi, per modo di dire. Quando prende
tende riaprire storie sepolte e dimenticate che possono parte alla trasmissione su Rai 1, l’ex fuorilegge diventa-
accendere (riaccendere) polemiche. Mesina cerca un to mito leggenda eccetera eccetera dice poco: ringrazia
presente senza paura, possibilmente non avvelenato: Castelli e il presidente Ciampi ma senza perdersi in ruf-
per questa ragione, appena lasciata Voghera, si gestisce fianerie. Occhio asciutto, voce tesa, mani agganciate ai
con grande autocontrollo. Tanto è vero che nel botta e braccioli, parla il meno possibile, ascolta un reportage
risposta all’uscita dal carcere glissa più o meno su tutto di qualche minuto sulla sua carriera criminale, rievoca
e rinvia ad altra data perfino i dovuti ringraziamenti al (divertendo gli spettatori televisivi) l’evasione dal car-
Capo dello Stato. cere sassarese di San Sebastiano con relativa fuga in taxi
La prima sortita ufficiale – prevista, programmata insieme all’amico spagnolo Miguel Angel Atienza.
e, per quel che se ne sa, profumatamente pagata – è in È probabile che nelle prossime settimane gli tornino
tivù, su “Porta a Porta”. Per l’occasione gli fanno tro- in mente altri spezzoni della lunga avventura dentro e
vare in studio il ministro Castelli che arriva a frenare fuori dalle prigioni, ma in sostanza è già stato sufficien-
una lacrima dicendo d’aver «provato una gioia im- temente prodigo da riferire più o meno tutto di sè. Me-
mensa a liberare un uomo». Il conduttore incalza, spe- glio: più o meno tutto quello che ha voluto riferire.
ra che pianga anche Graziano e quando s’accorge
d’un battito di ciglia troppo accelerato uggiola di feli-
cità. Due commozioni un colpo solo: il ministro e il Salvo colpi di scena, la storia di Graziano Mesina fi-
bandito. nisce qui. Era giusto e corretto battersi perché ottenesse
Incassato in una poltroncina bianca, Mesina non la grazia, tenere in piedi martellanti campagne di stam-
sembra a suo agio. Sta ingessato, fa saettare gli occhi pa, sottolineare il passato rispettoso d’una certa deon-

 
tologia professionale. Ma continuare a parlarne signifi- dei compagni di galera e quello degli agenti di polizia
ca davvero alimentare il mito, nel senso peggiore del penitenziaria che hanno convidiviso con lui mille gior-
termine. Significa trascinare nello star-system una figu- nate senza fine. Con lui è successo.
ra che, osservata anche con l’occhio più benevolo e dis- Non ha rinnegato neppure un minuto della sua esi-
taccato, non può essere punto di riferimento. Il primo a stenza, non ha smentito qualche accusa palesemente
esserne cosciente è proprio Graziano Mesina che, invi- falsa, accusa strumentale a una politica giudiziaria che
tato da quattrocento studenti delle scuole superiori di puntava a seppellirlo vivo. Questo è un capitolo che
Oristano, si è preparato a ribadire un concetto fonda- non intende riaprire mai più.
mentale: «Non fate come me». Non fate come lui che la Fine della guerra. Graziano Mesina entra nel ritret-
vita se l’è quasi del tutto distrutta, scaraventata in una tissimo club dei graziati. A distanza di sicurezza dal
trincea da dove difficilmente si esce vivi. Forse ha ragio- mondo.
ne il suo amico Gigi Riva, calciatore patrono di Sarde-
gna, quando dice che «in fondo Graziano è figlio della Cagliari, dicembre 2004
sua epoca, di una periferia che doveva fare quotidiana-
mente i conti con la miseria e la violenza. Non lo dico
per giustificare, ma soltanto per capire».
Di importante, davvero notevole, è stato il compor-
tamento in carcere dove vendersi o annientarsi è que-
stione di un attimo. Mesina ha un formidabile sistema
nervoso, una forza interiore che meriterebbe un con-
gresso scientifico: non ha mai avuto un verbale discipli-
nare, non ha mai litigato, non è mai entrato nelle grazie
di un direttore. Non è un pentito (non potrebbe esser-
lo), ha custodito la dignità come un tesoro segreto, l’ha
difesa contro tutto e contro tutti. Senza perdere la testa
una sola volta. Quando gli hanno fatto sapere che l’i-
stanza di grazia era stata respinta, non ha iniziato lo
sciopero della fame, non ha minacciato il suicidio, non
si è sciolto in pianto sul palcoscenico di Maurizio Co-
stanzo. Ha scelto, come sua abitudine, il silenzio.
Non accade spesso che quando un detenuto va via
lo saluti una specie di ovazione, il battimani frenetico

 
Cronologia della vita
di Graziano Mesina


4 aprile. Graziano Mesina nasce a Orgosolo. Famiglia
povera, agropastorale.


Minorenne, viene fermato dai carabinieri mentre spa-
ra con un fucile ai lampioni del paese.


Viene nuovamente sorpreso a sparare contro i lampio-
ni. Fermato dai carabinieri, fugge dalla camera di sicu-
rezza e si dà alla latitanza. Condannato a sette mesi di
reclusione.


Agguato in un bar di Orgosolo sullo sfondo di un se-
questro di persona. Viene arrestato e condannato a se-
dici anni.
Litiga con un vicino che gli ha ucciso il cane: due anni
e mezzo di reclusione per lesioni gravi.


Tenta di fuggire dal carcere di Nuoro ma viene inter-
cettato dagli agenti di custodia. Il colpo gli riesce poco


dopo: ricoverato in ospedale, scappa appendendosi agonia. Seguono altri quattro scontri con polizia e ca-
agli scolatoi dell’acqua. rabinieri.
Suo fratello Giovanni viene assassinato.
Entra in un bar e fulmina con una sventagliata di mitra 
il fratello dell’uomo sospettato di aver ucciso Giovan- Due sequestri e incontro con un ufficiale del Sifar,
ni. Una bottigliata in testa lo ferma mentre se ne sta an- Massimo Pugliese. Alla fine di marzo viene arrestato a
dando. Ventisei anni di reclusione. un posto di blocco della polizia stradale.

 
Tenta di evadere ma viene scoperto e trasferito a Porto Sotto processo per diversi episodi legati alla latitanza,
Azzurro. viene condannato all’ergastolo per “cumulo di pena”.
In compenso, viene definitivamente scagionato per la
 morte di due poliziotti massacrati in un conflitto a fuo-
Si finge pazzo e finisce nel manicomio giudiziario di co. Si riuscirà a dimostrare che a ucciderli sono state
Montelupo Fiorentino. Ci resta poco: è trasferito pri- pallottole in dotazione alle forze dell’ordine.
ma a Viterbo e poi a Spoleto dove tenta la fuga dopo
aver appiccato le fiamme a un magazzino. 
Viene assassinato il fratello Nicola. In agosto fugge
 dal carcere di Lecce insieme al nappista Martino Zi-
Prova a scappare durante un viaggio in treno, ma le chitella.
guardie lo sorprendono.

 Rapisce un industriale calzaturiero ad Ascoli. A pri-
È l’anno della più clamorosa delle sue nove evasioni. mavera viene sorpreso e arrestato in Trentino.
Insieme allo spagnolo Miguel Angel Atienza, riesce a
scavalcare il muro di cinta del carcere di Sassari, si me- 
scola alla folla e si allontana in taxi. Riprende il vecchio Il boss Angelo Epaminonda racconta d’aver fatto in-
mestiere: rapine e sequestri. sieme a lui una rapina. Mesina nega ma viene ugual-
mente condannato.
 Ottiene un permesso e non rientra in carcere. Dopo po-
Rapisce a Nuoro un facoltoso commerciante. Un mese chi giorni di ricerche, verrà arrestato in un appartamen-
dopo ingaggia un conflitto a fuoco con i “baschi blu”. to a Milano. Con lui c’è una ragazza, Valeria Fusè, che
Colpito in pieno petto, Atienza muore dopo una breve gli aveva scritto molte lettere durante la detenzione.

 
 
Il Tribunale di sorveglianza di Torino gli concede la li- Ad agosto gli comunicano che l’istanza di grazia è stata
berazione condizionale. Ha l’obbligo di risiedere a San respinta. Contrordine a novembre, cento giorni dopo:
Marzanotto d’Asti ma viene sorpreso a Parma. In una la grazia è concessa.
valigetta ha dieci milioni in contanti: soldi puliti, verrà
accertato.
In conclusione, ecco l’elenco delle carceri italiane
 dove è stato detenuto Graziano Mesina:
Sequestro del piccolo Farouk Kassam a Porto Cervo, in
Sardegna. Mesina accetta di fare l’emissario per conto Regina Coeli, Badu ’e Carros, Lecce, Novara, Voghera,
della famiglia. Si scontra, anche se non direttamente, Buoncammino, Favignana, Porto Azzurro, Saluzzo, Al-
con Procura, polizia e servizi segreti. ghero, Trani, Torino, Oristano, Sassari, Procida, Volter-
ra, Viterbo, Spoleto, Montelupo Fiorentino, Augusta,
 Trento.
Viene arrestato: nel suo cascinale di San Marzanotto
trovano armi. Dietro, c’è la storia di un improbabile se-
questro a Montecarlo da mettere a segno con due strani
personaggi.

-
Viene incriminato per favoreggiamento (sequestro Kas-
sam), per la vendita di un chilo di eroina, per aver tenta-
to un recupero-crediti per droga da malavitosi sardi.


Trasferito dal carcere di Novara a quello di Voghera,
apprende di essere stato condannato a due anni e otto
mesi. Che, aggiunti ai sei per il rapimento a Montecarlo,
precludono qualunque prospettiva d’uscita dal carcere.


Su pressione dei familiari, firma la domanda di grazia al
Presidente della Repubblica.

 
INDICE
INDICE

Lo strano caso del signor Mesina

 I. A casa
 II. Ritratto di pentito
 III. Le regole del gioco
 IV. Affari riservati
 V. Fateh Kassam
 VI. Missione a rischio
 VII. Il dio tritolo
 VIII. Matteo Boe
 IX. La Coop dei sequestri
 X. Una star del crimine
 XI. La notte delle menzogne
 XII. Armi ad Asti
 XIII. Polvere di mito
 XIV. Dieci anni dopo
 XV. La grazia negata
 XVI. Ritorno a casa
 Cronologia della vita di Graziano Mesina
Volumi pubblicati:

Tascabili
Grazia Deledda, Chiaroscuro
Grazia Deledda, Il fanciullo nascosto
Grazia Deledda, Ferro e fuoco
Francesco Masala, Quelli dalle labbra bianche
Emilio Lussu, Il cinghiale del Diavolo (2a edizione)
Maria Giacobbe, Il mare (3a edizione)
Sergio Atzeni, Il quinto passo è l’addio
Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri
Giulio Angioni, L’oro di Fraus (2a edizione)
Antonio Cossu, Il riscatto
Bachisio Zizi, Greggi d’ira
Ernst Jünger, Terra sarda
Marcello Fois, Sempre caro (2a edizione)
Salvatore Niffoi, Il viaggio degli inganni (2a edizione)
Luciano Marrocu, Fáulas (2a edizione)
Gianluca Floris, I maestri cantori
D.H. Lawrence, Mare e Sardegna
Salvatore Niffoi, Il postino di Piracherfa
Flavio Soriga, Diavoli di Nuraiò (2a edizione)
Giorgio Todde, Lo stato delle anime (2a edizione)
Francesco Masala, Il parroco di Arasolè
Maria Giacobbe, Gli arcipelaghi (2a edizione)
Salvatore Niffoi, Cristolu
Giulio Angioni, Millant’anni
Luciano Marrocu, Debrà Libanòs
Giorgio Todde, La matta bestialità (2a edizione)
Sergio Atzeni, Racconti con colonna sonora e altri «in giallo»
Marcello Fois, Materiali
Maria Giacobbe, Diario di una maestrina
Giuseppe Dessì, Paese d’ombre
Francesco Abate, Il cattivo cronista
Gavino Ledda, Padre padrone FuoriCollana
Salvatore Niffoi, La sesta ora
Salvatore Cambosu, I racconti
Jack Kerouac, L’ultima parola. In viaggio. Nel jazz
Antonietta Ciusa Mascolo, Francesco Ciusa, mio padre
Gianni Marilotti, La quattordicesima commensale
Alberto Masala - Massimo Golfieri, Mediterranea
Giorgio Todde, Ei
Luigi Pintor, Servabo
I Menhir
Marcello Fois, Tamburini
Francesco Abate, Ultima di campionato Salvatore Cambosu, Miele amaro
Patrick Chamoiseau, Texaco Antonio Pigliaru, Il banditismo in Sardegna. La vendetta bar-
Luciano Marrocu, Scarpe rosse, tacchi a spillo baricina
Alberto Capitta, Creaturine Giovanni Lilliu, La civiltà dei sardi
Romano Ruju, Quel giorno a Buggerru Giulio Angioni, Sa laurera. Il lavoro contadino in Sardegna
Peppinu Mereu, Poesie complete
Libristante
Narrativa Giorgio Pisano, Lo strano caso del signor Mesina
Salvatore Cambosu, Lo sposo pentito
Marcello Fois, Nulla (2a edizione) In coedizione con Edizioni Frassinelli
Francesco Cucca, Muni rosa del Suf Marcello Fois, Sempre caro
Paolo Maccioni, Insonnie newyorkesi Marcello Fois, Sangue dal cielo
Bachisio Zizi, Lettere da Orune Marcello Fois, L’altro mondo
Maria Giacobbe, Maschere e angeli nudi: ritratto d’un’infanzia Giorgio Todde, Lo stato delle anime
Giulio Angioni, Il gioco del mondo Giorgio Todde, Paura e carne
Aldo Tanchis, Pesi leggeri Giorgio Todde, L’occhiata letale
Maria Giacobbe, Scenari d’esilio. Quindici parabole
Giulia Clarkson, La città d’acqua
Paola Alcioni, La stirpe dei re perduti
Mariangela Sedda, Oltremare
Rossana Copez, Si chiama Violante

Poesia
Giovanni Dettori, Amarante
Sergio Atzeni, Due colori esistono al mondo. Il verde è il secondo
Gigi Dessì, Il disegno
Roberto Concu Serra, Esercizi di salvezza
Serge Pey, Nierika o le memorie del quinto sole

Saggistica
Bruno Rombi, Salvatore Cambosu, cantore solitario
Giancarlo Porcu, La parola ritrovata. Poetica e linguaggio in
Pascale Dessanai
Finito di stampare
nel mese di gennaio 2005
dalla Tipolitografia ME.CA.
Recco (GE)