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Linee di Ricerca
a cura di Luciano Floridi

SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia Rivista elettronica di filosofia - Registrazione n. ISSN 1126-4780

Linee di Ricerca SWIF Coordinamento Editoriale: Gian Maria Greco Supervisione Tecnica: Fabrizio Martina Supervisione: Luciano Floridi Redazione: Eva Franchino, Federica Scali.

CURATORE Luciano Floridi [luciano.floridi@swif.it] professore associato di logica, Universit di Bari, e Markle Foundation Fellow in Information Policy, membro del Wolfson College e dei Dipartimenti di Filosofia e di Informatica, Oxford University, dove ha fondato e coordina con Jeff Sanders lo IEG, il gruppo di ricerca interdipartimentale in Philosophy of computing and information. Le sue ricerche riguardano la philosophy of computing and information, la computer ethics, l'epistemologia e la storia dello scetticismo, con oltre cinquanta articoli in riviste internazionali e varie monografie, tra cui: Scepticism and the Foundation of Epistemology - A Study in the Metalogical Fallacies (Brill, 1996); Philosophy and Computing: An Introduction (Routledge, 1999); Sextus Empiricus, The Recovery and Transmission of Pyrrhonism (Oxford University Press, 2002). Ha curato la Blackwell Guide to the Philosophy of Computing and Information (Blackwell, 2003). Ha fondato e dirige con Mauro di Giandomenico lo SWIF. COORDINATORE EDITORIALE Gian Maria Greco [gianmaria.greco@swif.it]. Laureato in Filosofia e Dottore di Ricerca in Filosofia, Universit di Lecce (in collaborazione con l'Universit di Oxford). Attualmente Junior Research Associate presso lo IEG dell'Universit di Oxford. Si occupa di computer/information ethics, philosophy of computing and information, filosofia e storia dell'intelligenza artificiale. Insieme a C. Ess e M. Thorseth ha curato il numero speciale di Ethics and Information Technology dedicato a Global Information Ethics: Cross-cultural Approaches to Emancipation, Privacy and Regulation (2006) e con C. Ess il curatore del numero speciale di International Journal of Technology and Human Interaction dedicato a Information Ethics: Global Issues and Cross-cultural Perspectives (2007). In SWIF direttore e fondatore dei progetti Bibliotec@SWIF e Tesi FilosoficheOnline. Inoltre ha fondato e diretto Call for Comments e l'Ufficio Stampa di FOLDOP. Insieme a Enzo Rossi e Luciano Floridi ha fondato e dirige la collana di ebook SWIF Readings. SUPERVISORE TECNICO Fabrizio Martina [fabrizio.martina@fabriziomartina.it] ha progettato e gestisce il database e i siti di TFO - Tesi Filosofiche Online, di Bibliotec@SWIF, CxC - Calls for Comments, Linee di Ricerca e SWIF Readings. Titolare di una aziendadi sviluppo e consulenza informatica ed editoriale, esperto in progettazione di database e applicazioni web. Collabora con alcune case editrici per la progettazione di prodotti editoriali di ampio profilo. La revisione editoriale generale di Linee di Ricerca a cura di Gian Maria Greco.

LdR un e-book, inteso come numero speciale della rivista SWIF. edito da Luciano Floridi con il coordinamento editoriale di Gian Maria Greco e la supervisione tecnica di Fabrizio Martina. LdR - Linee di Ricerca il servizio di Bibliotec@SWIF finalizzato allaggiornamento filosofico. LdR un e-book in progress, in cui ciascun testo un capitolo autonomo. In esso l'autore o l'autrice, presupponendo solo un minimo di conoscenze di base, fornisce una visione panoramica e critica dei temi principali, dei problemi pi importanti, delle teorie pi significative e degli autori pi influenti, nell'ambito di una specifica area di ricerca della filosofia contemporanea attualmente in discussione e di notevole importanza. Il fine quello di fornire al pubblico italiano un'idea generale su quali sono gli argomenti di ricerca di maggior interesse nei vari settori della filosofia contemporanea oggi, con uno stile non-storico, accessibile ad un pubblico di filosofi non esperti nello specifico settore ma interessati ad essere aggiornati. Tutti i testi di Linee di Ricerca sono di propriet dei rispettivi autori. consentita la copia per uso esclusivamente personale. Sono consentite, inoltre, le citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purch accompagnate dall'idoneo riferimento bibliografico. Per ogni ulteriore uso del materiale presente nel sito, fatto divieto l'utilizzo senza il permesso del/degli autore/i. Per quanto non incluso nel testo qui sopra, si rimanda alle pi estese norme sui diritti dautore presenti sul sito Bibliotec@SIWF, www.swif.it/biblioteca/info_copy.php.

SWIF LINEE DI R ICERCA INTRODUZIONE LUCIANO F LORIDI Versione 1.0

Si sente dire spesso che la rete pu fare cose meravigliose, anche per il mondo della conoscenza in generale. Ed vero che Internet si trasformata in un sinonimo di World Wide Web perch ad un certo punto la ricerca fisica nucleare ha avuto la pressante necessit di gestire le proprie informazioni testuali, numeriche e grafiche in modo molto pi efficiente e flessibile di quanto permettessero vecchi strumenti come i Gophers. Ma non sempre palese quali siano poi tutte queste straordinarie novit che non possano essere ridotte alla fine ad un mero segno comparativo: lavorare in modo pi veloce, pi economico, pi flessibile, pi efficace... tutto sembra poter essere sintetizzato in un pi. Per i detrattori del Web e della societ dellinformazione in generale, questo pi non equivale affatto a un meglio e spesso si traduce in un peggio: si lavora in modo distratto, veloce, superficiale; si confonde laccumulo delle informazioni con la comprensione dei fatti fondamentali veramente importanti, la risposta istantanea e le ultime notizie prendono il posto della riflessione e dellanalisi critica e via di seguito, gi gi rotolando lungo la china delle rimostranze. Ora, senza entrare nella polemica tra detrattori e fautori di una cultura che di fatto sempre pi e-dipendente, vale la pena notare due cose. Da un lato, se il Web pu cambiare il nostro modo di lavorare in peggio, ci significa riconoscere comunque che la quantit, il pi e il meno, non mai scissa dalla

L. Floridi, Introduzione, V. 1.0, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca , SWIF, 2003, pp. III-VII. Sito Web Italiano per la Filosofia ISSN 1126-4780 www.swif.it/biblioteca/lr

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qualit, dal meglio e dal peggio. Ma questo vuol dire anche dover accettare la possibilit che il pi si trasformi in meglio, e che in questo caso la reale differenza fatta dalla prassi pi che dallo strumento. Daltro lato, la promessa del Web sembra essere soprattutto quella di rendere qualitativamente diverso il modo in cui lavoriamo con le informazioni, senza passare necessariamente attraverso il pi, ma sfruttando nuove possibilit, non disponibili mediante i mass media tradizionali. Entrambe queste prospettive sono alla base del lavoro dello SWIF, che oggi si presenta come un laboratorio di idee e progetti attraverso i quali migliorare e sperimentare modi di lavoro innovativi per linsegnamento, per lo studio e per la ricerca filosofica. in questo contesto che va interpretato Linee di Ricerca . Linee di Ricerca appartiene a quei progetti che esplorano le potenzialit innovative del Web per realizzare un prodotto altrimenti impossibile nelleditoria classica. Lidea iniziale semplice: fornire un servizio di aggiornamento al pubblico italiano sui temi di ricerca pi interessanti e vivi della filosofia contemporanea, con un linguaggio che aiuta ad introdurre la necessaria terminologia tecnica in modo semplice e graduale, ed uno stile accessibile, in cui si privilegiano i temi, i problemi, le teorie, le argomentazioni ed i dibattiti. Purtroppo la semplicit dellidea non va a braccetto con la sua facile realizzabilit editoriale. In genere il prodotto editoriale standard, cio il libro o il periodico, riesce a svolgere la doppia funzione di introduzione e aggiornamento solo in parte e male. Il libro ha come limite il proprio marketing, ed un libro in italiano ha un marketing molto pi limitato di un libro in inglese. La diffusione di un testo su temi di ricerca avanzata quindi troppo rischiosa economicamente per rendere un progetto come Linee di Ricerca facilmente pubblicabile senza un ingente supporto finanziario. Questultimo non irreperibile,

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ma a sua volta non comunque rinvenibile facilmente per nuove versioni o ampliamenti del volume. Le case editrici sanno bene che un volume a stampa diventerebbe presto obsoleto e invendibile. Il periodico si occupa di solito di ricerca avanzata, e sebbene un review article (un articolo di rassegna) pu essere accettabile di tanto in tanto, il fatto stesso che un periodico si rivolga ad un pubblico di specialisti rende un progetto ampio come Linee di Ricerca irrealizzabile. Sussiste poi un terzo limite, comune a entrambe le forme di diffusione di contenuti scientifici, e cio la loro rigidit. Un libro pu essere riedito, a volte, ma in tempi lunghi (anni), e solo in casi molto eccezionali per pi di un limitato numero di volte. Una rivista non pubblicher un nuovo aggiornamento del saltuario review chapter se non dopo che il campo di interesse ha subito notevoli trasformazioni. Il Web non ha alcuno di questi limiti ed per questo che si tratta dello strumento ideale per un progetto come Linee di Ricerca . Infatti ciascun testo potr essere modificato ogni volta che lautore o lautrice lo riterr utile o necessario, e potr esserlo in tempi brevissimi. Non essendoci reali costi di stampa e diffusione, ogni testo del tutto autonomo dagli altri, perci sar pubblicato o aggiornato appena pronto, senza dover attendere che tutto il volume sia completo, esattamente come si pubblicano i fascicoli periodici di un opera in pi volumi. Ma contrariamente ad una rivista o ad una enciclopedia a fascicoli, Linee di Ricerca non un periodico, con scadenze rigide da rispettare e quindi un backlog o accumulo di articoli accettati per la pubblicazione che potranno uscire solo dopo un lungo periodo di attesa (come noto, il backlog di una rivista internazionale pu arrivare fino ai 12/18 mesi). Per queste ragioni abbiamo deciso di definire Linee di Ricerca un ebook.

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Linee di Ricerca ha ulteriori vantaggi: non costa nulla in termini di fondi per leditoria, disponibile gratuitamente, e permette una potenziale interazione con la redazione e gli autori dei testi inimmaginabile in altri mass media standard. Non ci sono dunque svantaggi? In realt sembrerebbe di no, ma vale la pena menzionare alcuni possibili rischi. I testi elettronici sono visti a volte come materiali di minor valore per varie ragioni: perch sono molto meno stabili e quindi pi difficilmente citabili; perch chiunque pu mettere online qualsiasi cosa, senza il controllo di qualit esercitato da parte della comunit scientifica (peer-review o blind-referee system); perch si sospetta che chi pubblica testi online lo faccia solo in quanto non ha alternative migliori (la carta stampata); perch si hanno pregiudizi (spesso giustificati) verso materiali disponibili online gratuitamente, che pretendono di aver un alto valore di qualit. Uno dei fini dello SWIF proprio quello di intaccare questo circolo vizioso a favore della materialit del sapere. In quanto parte dello SWIF, Linee di Ricerca una pubblicazione a tutti gli effetti, dotata di un suo ISSN. Le versioni di ciascun capitolo saranno numerate, e vecchie versioni non saranno eliminate ma archiviate, in modo che la loro citazione rimandi a testi ancora esistenti. La memoria elettronica non sar dunque labile perch sempre riscrivibile, ma stabile, perch facilmente archiviabile diacronicamente, in modo stratificato. La cura grafica di ciascun testo sar tale da permetterne la stampa in modo facile ed elegante. Ciascun utente potr scaricare le proprie copie e diffonderle (nei limiti del copyright). Tutti i testi pubblicati sono o su invito e quindi sono stati scritti da persone esperte, note per le loro ricerche e studi nel campo oppure sono stati accettati dopo essere stati accuratamente vagliati dal curatore e da due reviewers (recensori) la cui identit sar tenuta nascosta allautore o autrice del testo, come

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normale prassi in tutte le riviste scientifiche. Per chi lo desidera, sar inoltre possibile fruire di un servizio di double-blind review, attraverso il quale anche i reviewers non saranno al corrente del nome dellautore o autrice del testo. La qualit dei testi quindi garantita dalla comunit scientifica. La loro gratuit legata al fatto che chi fa ricerca abituato ad essere pagato proprio per questo, per fare ricerca, non per renderla pubblica (i saggi pubblicati sulle riviste specializzate non sono mai pagati, contrariamente a quanto si potrebbe ingenuamente pensare). Il resto dei costi coperto dal volontariato che anima tutta la redazione dello SWIF e dallUniversit di Bari.

RINGRAZIAMENTI Questa breve presentazione non sarebbe completa senza una nota di ringraziamento per tutti i colleghi e le colleghe che con i loro contributi hanno reso possibile questo progetto, e inoltre per Gian Maria Greco e Fabrizio Martina che con il loro lavoro, innumerevoli consigli e svariate soluzioni tecniche hanno resto possibile Linee di Ricerca .

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Linee di Ricerca

Carlo Penco

FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Versione 1.0

Linee di Ricerca

SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia Rivista elettronica di filosofia - Registrazione n. ISSN 1126-4780

Linee di Ricerca SWIF Coordinamento Editoriale: Gian Maria Greco Supervisione Tecnica: Fabrizio Martina Supervisione: Luciano Floridi Redazione: Eva Franchino, Federica Scali.

AUTORE Carlo Penco [penco@nous.unige.it]. Studioso di Frege e Wittgenstein su cui ha pubblicato libri e articoli, insegna Filosofia del linguaggio presso l'Universit di Genova. Ha curato diverse edizioni di classici della filosofia del linguaggio (Frege, Austin, Dummett, Tugendhat e raccolte con saggi di Davidson, Kaplan, Kripke, Putnam, Searle e altri). Di recente ha pubblicato una antologia per le scuole superiori, La filosofia analitica (La Nuova Italia RCS Scuola 2000) e una raccolta di saggi dal titolo La svolta contestuale (McGraw Hill 2002); sta terminando una introduzione alla filosofia del linguaggio (Dimensioni del senso, Laterza 2003). La revisione editoriale di questo saggio a cura di Gian Maria Greco.

LdR un e-book, inteso come numero speciale della rivista SWIF. edito da Luciano Floridi con il coordinamento editoriale di Gian Maria Greco e la supervisione tecnica di Fabrizio Martina. LdR - Linee di Ricerca il servizio di Bibliotec@SWIF finalizzato allaggiornamento filosofico. LdR un e-book in progress, in cui ciascun testo un capitolo autonomo. In esso l'autore o l'autrice, presupponendo solo un minimo di conoscenze di base, fornisce una visione panoramica e critica dei temi principali, dei problemi pi importanti, delle teorie pi significative e degli autori pi influenti, nell'ambito di una specifica area di ricerca della filosofia contemporanea attualmente in discussione e di notevole importanza. Il fine quello di fornire al pubblico italiano un'idea generale su quali sono gli argomenti di ricerca di maggior interesse nei vari settori della filosofia contemporanea oggi, con uno stile non-storico, accessibile ad un pubblico di filosofi non esperti nello specifico settore ma interessati ad essere aggiornati. Tutti i testi di Linee di Ricerca sono di propriet dei rispettivi autori. consentita la copia per uso esclusivamente personale. Sono consentite, inoltre, le citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purch accompagnate dall'idoneo riferimento bibliografico. Per ogni ulteriore uso del materiale presente nel sito, fatto divieto l'utilizzo senza il permesso del/degli autore/i. Per quanto non incluso nel testo qui sopra, si rimanda alle pi estese norme sui diritti dautore presenti sul sito Bibliotec@SIWF, www.swif.it/biblioteca/info_copy.php. Per citare un testo di Linee di Ricerca si consiglia di utilizzare la seguente notazione: A UTORE, Titolo, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca, SWIF, 2003, ISSN 1126-4780, p. X, www.swif.it/biblioteca/lr.

SWIF - LINEE DI RICERCA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO CARLO PENCO Versione 1.0

1. FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO E SCIENZE DEL LINGUAGGIO

1.1. La domanda di Austin Verso la met del secolo scorso Austin [1956] paragonava la filosofia a un sole caldo tumultuoso da cui si staccano pezzi che costituiscono i freddi pianeti della scienza. Nei secoli passati si sono staccate alcune parti come la matematica, la fisica, la logica e, di recente, la psicologia e l'antropologia. A questo punto Austin si domanda: "non possibile che il prossimo secolo possa vedere la nascita, attraverso gli sforzi comuni di filosofi, linguisti e altri studiosi del linguaggio, di una vera e comprensiva scienza del linguaggio?" E uno si domanda subito: ma non si decreta cos la fine della filosofia del linguaggio? Essa ha svolto il suo ruolo propedeutico alle scienze del linguaggio e ormai deve essere abbandonata a favore di uno studio rigorosamente "scientifico" e non pi filosofico. cos? Non direi. Intanto non si sviluppata una scienza comprensiva del linguaggio, ma pi semplicemente si sono sviluppate diverse ricerche scientifiche sul linguaggio in vari campi: linguistica, psicologia, neurofisiologia, biologia, logica matematica, informatica. Anche se oggi il fulcro dell'attenzione sulla biologia e sugli studi

C. Penco, Filosofia del linguaggio , in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca , SWIF, 2003, pp. 1-26. Sito Web Italiano per la Filosofia ISSN 1126-4780 www.swif.it/biblioteca/lr

Carlo Penco Filosofia del linguaggio

evolutivi (vedi ad esempio Pinker 1994, ma anche la critica di Fodor 2001), si sono comunque consolidate due tendenze: (i) le riflessioni sul linguaggio nell'ambito della scienza cognitiva, frutto di lavoro congiunto di studiosi di tutte queste discipline assieme a filosofi (ma vi sono teorie sempre in competizione tra loro e i filosofi continuano a dire la loro); (ii) lo sviluppo di alcuni standard nella linguistica teorica per quanto riguarda la semantica formale (e anche qui vi sono dibattiti intensi su quali strade sviluppare).

(i) Scienze cognitive, filosofia della mente e filosofia del linguaggio L'et d'oro della filosofia del linguaggio, quando la stessa veniva considerata fondamento di ogni disciplina filosofica, finita. Il tramonto iniziato quando la filosofia del linguaggio si contaminata con la filosofia della mente e con la scienza cognitiva - quindi a partire dagli anni '70 del secolo scorso con i lavori di Putnam [1975], Searle [1979]. Il fulcro della discussione passa da temi tipici della filosofia del linguaggio (ad esempio la forma logica degli atteggiamenti proposizionali) a problemi di altro genere come la causazione mentale (come pu una credenza, cio uno stato mentale, causare un comportamento, cio uno stato fisico?) o il symbol grounding (cio il problema della intenzionalit originaria: da dove deriva la nostra capacit di usare simboli per riferirci a oggetti?). Gli sviluppi delle scienze del cervello hanno portato acqua alle discussioni sul mentale, mettendo al centro della discussione la filosofia della mente in tutti i suoi risvolti. Sulla scia di Chomsky, che considera la linguistica come branca della

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psicologia, Searle [1983] considera la filosofia del linguaggio una branca della filosofia della mente. Ma se si scrutano con attenzione le discussioni di filosofia della mente si trova in esse la filigrana delle discussioni svoltesi in filosofia del linguaggio con altra terminologia: dove prima si parlava di "intensionale" ora si parla di "intenzionale"; dove si parlava di senso e riferimento o di intensione e estensione, ora si parla di contenuti mentali; dove si parlava di discorso indiretto e atteggiamenti proposizionali, oggi si parla di scatola delle credenze, scatola delle conoscenze, ecc. Non difficile vedere quanto la filosofia della mente si sia basata sulla tradizione di un secolo di analisi di filosofia del linguaggio. Una novit ovviamente c' ed soprattutto la connessione con gli studi neurofisiologici ed evolutivi. Frege diceva che se anche conoscessimo il tasso di fosforo nel cervello, questo non accrescerebbe la nostra conoscenza del pensiero. Se per "pensiero" intendiamo il contenuto oggettivo delle nostre conoscenze (come il teorema di Pitagora, o che 2+2=4) credo proprio che non si possa dare torto a Frege. Per la filosofia del linguaggio ha tra i suoi problemi quello di spiegare la comprensione dei pensieri. E forse, anche senza parlare di "neurofilosofia" come Patricia Churchland, conoscere il "tasso di fosforo", o le complesse propriet

neuronali del processamento linguistico, pu dare un aiuto a capire come funziona la comprensione. Su questo si pu leggere il cap. 3 di Marconi [1997] che - anche con riferimento a risultati della neurofisiologia - mostra come competenza inferenziale (capacit di capire le parole e ragionare con esse) e competenza referenziale (capacit di riconoscere ci a cui le parole si riferiscono) sono due aspetti distinti della nostra architettura mentale.

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(ii) Linguistica, semantica e filosofia del linguaggio Che cos' la semantica? La teoria dei modelli, quindi una parte della logica matematica; lo studio del significato, quindi una parte della linguistica; lo studio del rapporto segno-oggetto, quindi una parte della semiotica; lo studio della comprensione del linguaggio, quindi una parte delle scienze cognitive. Un tempo a parlare di semantica erano soprattutto i filosofi, dopo la svolta di Carnap dalla sintassi logica alla semantica. I logici avevano elaborato i primi sistemi formali di semantica, con la definizione di semantica formale come teoria della verit data da Alfred Tarski nel 1933. A partire da Carnap [1947], alcuni filosofi elaborarono i primi sistemi formali di semantica "intensionale", in cui l'oggetto della disciplina non riguardava solo la definizione della interpretazione in un modello (l'estensione delle espressioni del linguaggio) ma anche la definizione di senso o intensione. In particolare i primi risultati sistematici vennero dati da Jaakko Hintikka, Richard Montague e Saul Kripke (vedi i saggi in Linsky 1971 e in Silvestrini 1979) . Dopo questi risultati si svilupparono alcune interessanti "commistioni" con la tradizione della grammatica generativo-trasformazionale tramite Barbara Hall Partee, e con elaborazioni legate a simulazioni informatiche con i lavori di Hans Kamp, un allievo di Montague. Con Kamp si sviluppa la teoria della rappresentazione del discorso. In questa e altre teorie (come la semantica dinamica di Groenendijk e Stokhoff) viene sviluppata una concezione dinamica del significato, non pi visto come una caratteristica fissa di un'espressione linguistica, ma come il tipo di contributo che questa espressione pu dare alla conversazione (cambiando ad esempio le presupposizioni condivise, o fornendo nuova informazione). La semantica dinamica o comunque le riflessioni legate a una concezione dinamica del significato sono

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sviluppate attorno al concetto di presupposizione e di contesto di discorso, elaborato in particolare da Robert Stalnaker. In Italia gli autori che si collegano pi strettamente agli studi di semantica formale sono Andrea Bonomi, Paolo Casalegno, Gennaro Chierchia e Sandro Zucchi. Chierchia [1997] ha dato un contributo alla presentazione delle idee centrali della semantica per i linguisti, mantenendo peraltro riferimenti essenziali alla tradizione filosofica (specie nel cap.5 e negli ultimi 3 capitoli). Bonomi e Zucchi [2000] hanno recentemente raccolto alcune riflessioni sull'analisi semantica delle espressioni temporali. E' da ricordare che l'elaborazione formale di alcuni concetti come il concetto di "contesto di emissione" deriva, oltre che dalle analisi sulla presupposizione di Stalnaker [1970] e dalle analisi semantiche sugli indicali di Kaplan [1972], anche dai lavori sugli operatori temporali di Kamp. Cosa resta della tradizione della filosofia del linguaggio in questi lavori? Tutto, si potrebbe rispondere. Lo studio rigoroso della semantica formale ha assunto l'analisi delle costruzioni linguistiche fatte dai filosofi. Distinguere in questo campo l'apporto del filosofo e del linguista non ha molto senso. Ciascuno, dalle sue tradizioni, trae spunto per un lavoro comune: l'analisi formale della lingua naturale. Come Chomsky, molti oggi considerano la linguistica come parte della psicologia e/o della biologia, cio come studio di una facolt innata frutto dell'evoluzione. Questo vuol dire trovare nella biologia un campo di verifica per numerosi problemi riguardanti lo sviluppo e l'origine del linguaggio. Ma non impedisce che il fulcro del lavoro dello studioso di semantica sia quello di studiare il funzionamento delle lingue naturali con metodi matematici come se fossero strutture autonome, senza dipendere dalle altre scienze (se non per conferme di

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plausibilit psicologica o altro). Tale era l'atteggiamento dei maestri della linguistica strutturale, da Saussure a Hjemslev. Oggi quanto da loro profetizzato moneta corrente.

2. CANONI DELLA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO Uno dei modi migliori per capire lo statuto di una disciplina vedere cosa ci dicono i manuali e le antologie standard per lo studio della disciplina. In Italia uscita trenta anni fa un'ampia antologia di filosofia del linguaggio curata da Andrea Bonomi [1973]. L'obiettivo esplicito era di limitarsi allo studio dell'analisi logica dei linguaggi naturali , una parte quindi specifica della filosofia del linguaggio in parte condivisa appunto da linguistica e logica. Questa antologia valida ancora oggi e questo pu essere inteso come segno della debolezza o della forza della disciplina. Pu intendersi segno di debolezza, se si intende dire che non sono avvenuti cambiamenti cos grandi da rendere obsoleta l'antologia. Pu intendersi come segno di forza perch dimostra che molti testi, oculatamente scelti, sono e restano dei "classici" della disciplina: ad esempio i saggi di Frege, Russell, Strawson, Donellan, Davidson, Kripke, Stalnaker. Alcune aree si sono arricchite di nuove teorie e certamente alcune integrazioni sono necessarie (alcune si trovano in Bottani-Penco 1991, per esempio i saggi di Barwise, Dummett, Kaplan, e Putnam). Vi sono comunque anche altre raccolte pi specifiche come le sopracitate antologie di Linsky e Silvestrini, o Sbis [1978] sugli atti linguistici o Paternoster (1999]. Alcune antologie pi brevi raccolgono "classici" di base, utili per i primi anni di Universit e per la scuola superiore: vedi Penco [2002a] e Iacona e Paganini [2003]. D'Agostini [2002] raccoglie invece saggi introduttivi su diversi aspetti della filosofia

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analitica tra cui alcuni sulla filosofia del linguaggio e su temi a essa connessi (soprattutto la logica filosofica e la metafisica). Oltre all'abbondanza di antologie (in inglese ve ne una pletora) si formata un'ampia manualistica della disciplina che copre un campo ormai standard. Credo sia importante insistere su questo standard della filosofia del linguaggio, anche per permettere agli studenti una certa parit con studenti che studiano altrove. Infatti possibile fare ricerche di ogni genere a proposito del linguaggio e della linguistica, ma quando si parla di un settore di ricerca consolidato a livello internazionale utile mantenere l'attenzione sui contenuti base accettati da tutti. Non si pu pensare di conoscere la filosofia del linguaggio senza sapere nulla delle teorie di Frege, Russell e Wittgenstein, o delle teorie del riferimento diretto, o degli atti linguistici, per citare alcuni dei luoghi classici della letteratura. Forse Frege stato il primo a dare un canone, o meglio a presentare i problemi essenziali. Infatti, oltre che occuparsi di sviluppare il progetto leibniziano di un linguaggio universale, si scontrato con i problemi della lingua naturale (su questo vedi Penco 2003, ma anche il saggio in D'Agostini-Vassallo 2002). Di Frege parla ampiamente quasi ogni manuale (tranne, sfortunatamente, il bel testo di Lycan 2000). Se i principali campi della filosofia del linguaggio seguono la traccia dei problemi sollevati da Frege, le soluzioni (come vedremo) sono molto diverse dalle sue. I manuali di filosofia del linguaggio abbondano in lingua inglese; ma anche in italiano ve ne sono diversi. Alcuni, come l'ormai classico Santambrogio [1992] e il pi sintetico Marconi [1999], sono organizzati per autori e correnti. Casalegno [1997] organizzato in parte per autori, in parte per temi (particolarmente buono come introduzione filosofica alla semantica modellistica). Picardi [1992] e Lycan

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[2000] sono organizzati per temi, il libro di Picardi pi complesso, molto legato a tematiche fregeane e dummettiane; il libro di Lycan pi introduttivo e denso di argomenti e controargomenti didatticamente efficaci). I temi standard base della disciplina possono essere definiti nel modo seguente:

1. teoria del riferimento e teoria della verit: come usiamo le parole per descrivere correttamente il mondo? quale rapporto vi tra proferimenti e verit? 2. teoria del significato e teoria della comprensione: come definire il significato? come comprendiamo gli enunciati del linguaggio? 3. teoria della forza illocutoria: quali differenti tipi di azioni possiamo fare con il linguaggio? 4. intenzione e presupposizione: come gli enunciati che proferiamo rispecchiano le nostre intenzioni e che cosa necessario presupporre per poterli capire? 5. temi di carattere pi generale o di approfondimento (vedi sotto).

Ovviamente tutte queste domande possono avere differenti livelli di chiarificazione, che vanno dalle analisi informali del linguaggio naturale ai tentativi di dare una rappresentazione formalizzata di una teoria semantica o pragmatica. Vediamo le principali linee di risposta che ci arrivano soprattutto dalla seconda met del XX secolo:

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1. Quine stato uno dei primi a tracciare la distinzione tra 1 e 2. La teoria del riferimento ha un suo punto di appoggio fisso nella teoria della verit di Alfred Tarski, e nel suo sviluppo nella semantica modellistica. Le discussioni principali risalgono al concetto fregeano di riferimento, alla teoria delle descrizioni di Russell e si consolidano nelle teorie di Putnam [1975] e Kripke [1980]. 2. Donald Davidson [1967] stato il primo a proporre esplicitamente una teoria del significato, basata sul concetto di verit. Michael Dummett [1979] gli ha contrapposto una teoria del significato basata sul concetto di giustificazione. Alcuni, come Marconi [1997], propongono di sostituire la teoria del significato con una teoria della competenza semantica. Una contrasto fondamentale tra una teoria del significato olista (Davidson, Brandom, in una versione inferenziale), o atomista (Fodor), o molecolarista (Dummett). 3. John Austin [1962] l'autore che ha sviluppato in modo informale, ma filosoficamente proficuo, la teoria della forza illocutoria (variamente anticipata da Frege e Reichenbach). La teoria degli atti linguistici stata ripresa da John Searle [1969] e ha applicazioni in diversi campi, dalla psicologia alla giurisprudenza. 4. Il tema della intenzione, gi ampiamente discusso da Austin e Strawson, stato portato alla ribalta dalle teorie del significato di Paul Grice [1989]; il tema della presupposizione, iniziato da Frege e Strawson, stato sviluppato in particolare da Robert Stalnaker.

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5. Oltre a questi temi che si ritrovano in ogni manuale di filosofia del linguaggio vi sono altri temi classici, a volte di carattere filosofico pi generale (come il tema wittgensteiniano del seguire una regola, il tema quineano della traduzione radicale o il dibattito realismo-antirealismo), a volte di carattere pi tecnico e connesso all'analisi linguistica (come la metafora o gli indicali e i dimostrativi, le implicature conversazionali).

In quanto segue traccio alcune delle possibili linee di sviluppo in alcuni settori di ricerca particolarmente vivi oggi. Non facile capire se quelle che tratto qui siano linee di frontiera proficue o ultimi residui di discussioni passate. I confini della ricerca sono sempre mobili, e magari diamo importanza a ricerche che non avranno futuro e ci sfugge la vera novit del presente. Ma questione di naso, e ci provo.

3. FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO OGGI Si pu fare una lista dei temi pi discussi oggi; in quanto segue, per poter dire qualcosa di sensato, mi soffermer solo sui primi tre.

(i) (ii) (iii) (iv)

teorie del riferimento: senso, catene causali e modi di presentazione; teorie del significato: che cos' la comprensione? l'emergenza del contesto come concetto formale; il confine tra semantica e pragmatica e i problemi connessi alla forza illocutoria;

(v)

la definizione di una teoria della verit, in particolare il minimalismo;

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(vi)

la naturalizzazione (nel nostro caso, della semantica).

(i) Senso, catene causali-anaforiche e modi di presentazione. Nel paradigma "classico" di Frege le espressioni del linguaggio come nomi e descrizioni si riferiscono a oggetti solo tramite il loro "senso" o "modo di presentazione" del riferimento. Kripke e Putnam hanno criticato Frege sostenendo che nomi propri e di genere naturale si riferiscono agli oggetti "direttamente", tramite una catena causale che parte dal battesimo del nome e arriva fino all'uso attuale del nome (da un punto di vista logico i nomi sono "designatori rigidi"). Per molti la situazione fissata in questa contrapposizione tra due teorie. Ma le cose non sono cos semplici. Mi ricordo ancora quanto si era arrabbiato Dummett all'uscita di Naming and Necessity [1980], in cui Kripke sosteneva che Frege non distingue chiaramente tra "fissare il riferimento" e "dare il significato"; Frege infatti parlava del concetto di senso come modo di dare il riferimento, e non aveva mai discusso del senso come modo di dare il significato. Le critiche non venivano solo da Dummett. Ad esempio Wiggins (in Sameness and Substance) criticava Kripke per aver assimilato troppo facilmente la distinzione fregeana tra senso e riferimento alla distinzione milliana tra estensione e connotazione; la connotazione (e per certi aspetti il significato) rientrava, se mai, in quello che Frege chiamava "tono" o "colorazione". Nonostante le reazioni di

Dummett e Wiggins, la contrapposizione tra paradigma fregeano e paradigma kripkeano divent sempre pi rigida negli anni. Ma il tempo galantuomo e smussa le contrapposizioni pi dure. Ne vediamo un esempio in due direzioni di ricerca

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apparentemente diverse: da una parte le riflessioni di Gareth Evans, dall'altra quelle di Jerry Fodor. Il principale ostacolo alla semplificazione data dalla contrapposizione sensi fregeani/catene causali kripkeane deriva da Gareth Evans, che tenta una originale fusione di idee russelliane e fregeane. Per Evans anche Frege ancorava i suoi "pensieri" alla relazione diretta tra nome e oggetto, e il senso di un nome dato dal suo determinare il riferimento che ha in modo essenziale (un nome senza riferimento non ha un vero e proprio senso, ma solo un senso fittizio). John McDowell parla a questo proposito di "sensi de re", cio di un concetto fregeano di senso che vale solo in rapporto al referente effettivo del nome. In questo modo la teoria di Kripke tende a diventare una variante notazionale del paradigma di Frege. Kripke stesso aveva una volta detto - ironicamente - che se uno vuole pu chiamare "sensi" le sue "catene causali." Per Kripke questa era una battuta, ma per alcuni - e anche secondo me - non va presa solo come battuta. Perch no? Perch, seguendo anche la linea di Evans, possibile sviluppare una visione del senso come modo di dare il riferimento utilizzando gli strumenti concettuali (in particolare il concetto di catena causale) sviluppati dalle teorie del riferimento diretto. Autori come Michael Devitt o Robert Brandom parlano - sia pur da punti di vista opposti - di catene causali o catene anaforiche come "eredi" del concetto fregeano di senso. Nello stesso tempo il concetto di "modo di presentazione" buttato dalla finestra dalle teorie del riferimento diretto rientra dalla porta di quasi tutti i teorici che si occupano di contesti di credenza (o di atteggiamenti proposizionali in generale). Questo dipende in parte dal fatto che la principale conseguenza della rivoluzione di Kripke-Putnam stata lo sviluppo di teorie "duali" del significato. Per

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le teorie duali ci sono due componenti del significato o del contenuto delle nostre credenze: da una parte il contenuto "ampio" determinato dal mondo fisico o sociale (teorie esterniste) e dall'altra il contenuto "stretto", determinato dallo stato psichico. Le condizioni di verit di ci che diciamo dipendono dal contenuto ampio, ma il modo diverso in cui ci comportiamo relativamente alle credenze dipende dai modi di presentazione. Se Edipo avesse saputo che Giocasta era sua madre si sarebbe probabilmente comportato in modo diverso da come si comportato. "Giocasta" e "sua madre" (o, dal suo punto di vista, "mia madre") esprimono due diversi modi di presentazione. I modi di presentazione sono psicologici, non entrano nella determinazione delle condizioni di verit; essi per sono determinanti per le nostre credenze e per i nostri comportamenti. Per usare una espressione di Jerry Fodor, corrispondono a diverse formule del linguaggio del pensiero, a diversi processi computazionali della nostra mente. I modi di presentazione fregeani erano oggettivi ed erano rilevanti per le condizioni di verit degli enunciati in cui comparivano; i modi di presentazione discussi dai filosofi del linguaggio di oggi sono spesso relegati nella dimensione psicologica; ma questo non vuol dire che sono soggettivi, se si accetta ad esempio una psicologia la Fodor [1987], per cui tali modi di presentazione corrispondono, come detto sopra, a formule del linguaggio del pensiero. Essi hanno dunque uno statuto di oggettivit all'interno della (sia pur discutibile) teoria della psicologia del senso comune in una visione

rappresentazionale e computazionale della mente.

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(ii) Teorie del significato: che cos' la comprensione? Il dibattito sulla forma che deve avere una teoria del significato risale a Davidson 1967. Per Davidson deve dare il significato come condizioni di verit (alla FregeWittgenstein-Tarski) e limitarsi a questo. Deve essere cio una teoria modesta, che non pretende di spiegare troppo. Per Dummett deve essere una teoria ricca ("fullblooded"), che deve spiegare anche come noi comprendiamo il significato - che deve essere inteso per Dummett come condizione di asseribilit. Comprendo una frase se so a quali condizioni corretto asserirla o a quali condizioni giustificata. In La base logica della metafisica Dummett [1991] sviluppa queste sue idee connesse a una posizione antirealista in semantica: la base logica di una metafisica deve essere intuizionista, non accettare cio l'uso generalizzato del principio del terzo escluso e la logica classica. Il contrasto tra realismo e antirealismo in filosofia del linguaggio dunque un contrasto tra una teoria del significato basata su condizioni di verit e una teoria del significato basata su condizioni di asseribilit o di giustificazione. Il dibattito tra realismo e antirealismo tenuto vivo da Crispin Wright, nelle sue discussioni sul concetto di verit. Ma accanto a questo dibattito, e intrecciato con esso, quello sul posto da dare al concetto di "comprensione." Infatti, per alcuni una teoria del significato deve spiegare in cosa consiste comprendere il significato. Dummett [1973] richiama spesso le idee di Frege che definiva il comprendere come l'afferrare (Fassen ) pensieri. Quindi avremmo un processo, che pu essere studiato dalla psicologia, ma che deve anche avere a che fare con la logica, perch i pensieri che afferriamo sono anche pensieri veri o falsi, o comunque normativi. Infatti afferrare il pensiero che 2+2=4 o che i quadrati costruiti sui cateti sono equivalenti al quadrato costruito sull'ipotenusa non pu essere ridotto a un processo mentale

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soggettivo, ma deve anche spiegare il ruolo normativo che viene dato ai pensieri afferrati; se capisco che 2+2=4, allora devo riconoscere che se ho 2 mele da una parte e 2 mele dall'altra e ne conto in tutto 5, allora ho fatto un errore di calcolo. Come dunque studiare la comprensione? Basta un'analisi dei processi mentali o dei processi cerebrali? Tanto di cappello agli studi sul cervello, che sono utili e necessari, ma anche se si scoprisse esattamente cosa accade nel cervello quando computo 2+2=4, questo non renderebbe l'addizione pi o meno vera e le sue applicazioni pi o meno corrette. In una marea di ricerca di scientificit, dove pare che l'ultima frontiera sia tradurre tutto in circuiti neuronali, sinapsi e processi evolutivi, alcuni filosofi cercano disperatamente di salvare questi aspetti normativi. La discussione sul rapporto tra il significato condiviso socialmente e quanto invece riusciamo a processare "con la testa" oggetto di numerosi dibattiti (segnalo: il convengo di Vietri <http://sifa.unige.it/vietri>) ed un tema centrale anche nelle scienze cognitive, dove Chalmers e altri hanno sviluppato il concetto di "mente estesa". Accenno qui di seguito a tre direzioni di ricerca in questo senso: (a) l'esternismo sociale di Putnam e Burge; (b) l'inferenzialismo di Brandom; (c) la teoria della competenza lessicale di Marconi. (a) L'esternismo sociale la tesi per cui il significato non sta nella testa, ma nella societ nel suo insieme. Che i significati non stanno nella testa lo sosteneva gi Wittgenstein. Putnam [1975] e Burge [1979] hanno proseguito su questa intuizione sostenendo che il significato delle parole non possesso del singolo parlante, ma della societ nel suo complesso; la maggior parte delle nostre conversazioni usa parole i cui significati accettiamo per deferenza verso esperti che ne sanno pi di noi (o autorit riconosciute, come i dizionari, che consultiamo nel caso di disaccordo).

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L'idea del significato come qualcosa di definito e condiviso socialmente porta ad alcune tesi controintuitive come quella per cui chi sostiene di avere l'artrite nella coscia usa il termine "artrite" nella accezione in cui viene definito socialmente. Ma le sue credenze sono evidentemente differenti da quello che l'uso standard definito dagli esperti; la tesi dell'esternismo sociale ha dunque bisogno di ulteriori aggiustamenti. (b) Passo al secondo corno di chi rifiuta l'idea che i significati siano (solo) nella testa. Robert Brandom sviluppa una vecchia idea di Frege per cui il significato di un enunciato dato dalle sue possibili conseguenze (e due enunciati hanno lo stesso significato se hanno le stesse conseguenze). Brandom [2000] unisce a questa idea l'idea di Dummett per cui capire il significato consiste nel saper dare una giustificazione dell'enunciato. Dunque capire il significato consiste nel saper dare una giustificazione e nel conoscere le conseguenze; d'altra parte non sempre siamo in grado di dare una giustificazione e non conosciamo, o almeno non abbiamo in mente, tutte le conseguenze di una asserzione. La soluzione che possibile fare un'asserzione se da una parte si giustificati nel farlo e dall'altra parte ci si impegna nell'accettare le sue conseguenze. La comprensione diviene dunque qualcosa di pi che un processo mentale; afferrare il significato di un'asserzione comporta infatti anche un impegno ad accettare le conseguenze. Questo aggiunge qualcosa al nostro concetto di comprensione: comprendere non solo un atto passivo di riconoscimento, ma una assunzione di responsabilit. Questo pu avere ripercussioni etiche sul nostro uso del linguaggio, e si ripercuote su diversi altri settori filosofici, non ultima la filosofia del diritto. Ma non tutto fila liscio come potrebbe apparire a prima vista. Il problema della posizione di Brandom quello comune a tutte le teorie

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del ruolo concettuale o ruolo inferenziale: la composizionalit. Come rendere conto della composizionalit, del fatto che comprendiamo le frasi in base alle espressioni componenti, il significato del tutto dal significato delle parti, se il significato si riflette in una rete olistica di inferenze? Il problema legato anche al problema dell'olismo nella teoria del significato che non ho voluto toccare anche perch da poco uscita la bella antologia di Massimo Dell'Utri [2002] e non c'e' molto da aggiungere. (c) A differenza degli esternisti sociali e dell'inferenzialismo, Marconi [1997] vuole sbarazzarsi del concetto di significato per occuparsi della comprensione basata sulla competenza nell'uso delle parole. In questo il suo discorso coerente con quanto dice Dummett sulla comprensione: "la comprensione pi l'esercizio che il possesso di una capacit pratica." Per Marconi la capacit pratica la competenza, e il suo esercizio la comprensione. Il tema della competenza in linguistica nato con Chomsky, che parla della competenza come di una capacit innata a generare frasi grammaticali, attivit che deve essere attivata nell'ambiente per potersi sviluppare. Marconi estende il concetto di competenza alla competenza semantica, presentando due livelli di competenza, quella strutturale , che riguarda la competenza a costruire frasi con determinate condizioni di verit, e quella lessicale che riguarda la capacit di seguire le inferenze depositate nel lessico e la capacit di riconoscere i riferimenti degli item lessicali. Il problema di Marconi come salvare l'aspetto normativo del linguaggio senza ipostatizzare norme a priori o postulare verit analitiche (dato che accetta la tesi di Quine per cui non esiste una vera e propria distinzione di principio tra enunciati analitici e sintetici). La soluzione l'idea di una normativit senza norme, ovvero di una normativit semantica distribuita: abbiamo solo diversi usi del

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linguaggio, e alcuni sono pi autorevoli di altri, anche se questo dipende dai contesti di discussione. C' chi sar estremamente competente a livello referenziale e sapr riconoscere a prima vista un tipo di pianta o animale, ma non sapr nulla delle loro definizioni scientifiche; c' lo studioso che sapr tutto sulle definizioni delle piante, ma non le sapr distinguere in pratica non avendo avuto mai occasione di studiarle dal vivo. Come si pu notare, Marconi ci spinge a riflettere su una tematica cara a Putnam (anche se anticipata, senza che nessuno se ne fosse accorto, da Ferruccio Rossi-Landi): la divisione del lavoro linguistico. La stessa divisione del lavoro linguistico ha ulteriori specificazioni e ci sono sia esperti referenziali che esperti inferenziali. Gli "esperti" rispondono ciascuno a diversi aspetti del linguaggio e sono riconosciuti competenti in questi aspetti e non in altri. Implicitamente, senza farne mai esplicito riferimento, Marconi tende a contestualizzare la normativit, rientra cio in quel tipo di riflessione che a me sembra una delle pi feconde nel panorama odierno in filosofia del linguaggio: la discussione sul contesto.

(iii) L'emergenza del contesto come concetto formale Del contesto si parla fin dalle origini della filosofia del linguaggio, con il "principio del contesto" di Frege. Ma il concetto di contesto non assume valore effettivo fino alle discussioni di Stalnaker e Kaplan. In particolare Kaplan [1972] imposta una teoria oggi riconosciuta standard sul ruolo del contesto di emissione in semantica. Un'analisi semantica non pu limitarsi a parlare di intensioni o mondi possibili, ma deve inserire nel proprio armamentario concettuale e formale il contesto. Infatti il linguaggio naturale presenta tipi di enunciati che sono veri in tutti i contesti di emissione senza essere necessariamente veri (cio senza essere veri in tutti i mondi

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possibili). Si pensi a "io sono qui ora". Detto da chiunque in qualunque luogo l'enunciato vero. Ma io potrei certo essere altrove; quindi l'enunciato non necessariamente, ma solo contingentemente vero. Kaplan in questo modo ha costretto la comunit filosofica a porre attenzione al tema degli indicali (espressioni come "io", "qui", "ora") e dei dimostrativi ("questo", "quello"). John Perry [2002] ha sviluppato in modo originale idee analoghe sugli indicali, suggerendo per una visione pi complessa del concetto di contesto. Egli distingue tre tipi di contesto che chiama "presemantico", "semantico" e "postsemantico". Il contesto presemantico il contesto che permette di disambiguare una frase come "una vecchia legge la regola" e capire se si parla di questioni giuridiche o di un'innocua attivit culturale di una anziana signora. Il contesto semantico quello alla Kaplan, cio l'insieme degli elementi (tempo, luogo e parlante) che permettono di capire a cosa si riferiscono le espressioni indicali (per esempio importante individuare l'autore e il destinatario della frase: "lui un vero cretino". Potrebbe essere rivolta, magari ingiustamente, anche a te). Il contesto postsemantico invece l'insieme delle presupposizioni non espresse che servono a capire una frase anche quando questa sia disambiguata e siano resi espliciti i referenti degli indicali e dimostrativi. Ad esempio posso individuare il parlante che pronuncia "ora piove", ma potrei anche non sapere che il parlante si riferisce al luogo della persona con cui sta telefonando. La relativit al contesto un tema quasi vecchio quanto la filosofia; ma con queste riflessioni si innescata una nuova idea: l'idea di trattare il concetto di contesto come concetto formale e inserirlo come elemento nei formalismi logici. Parallelamente al lavoro dei logici e dei filosofi, il concetto di contesto stato

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utilizzato in intelligenza artificiale per trattare alcuni problemi del ragionamento di senso comune, che stato anche definito da McCarthy "ragionamento contestuale." Ogni formula di un sistema di ragionamento contestuale relativa a un contesto; occorre dunque studiare le relazioni tra i contesti, e questo il compito di frontiera che viene studiato dalle logiche multi-contestuali. In questo caso per "contesto" non si intende semplicemente il contesto di emissione (tempo, luogo, parlante), ma l'insieme delle credenze e conoscenze utili a determinare il valore di verit di una frase. Un certo insieme di credenze e conoscenze sempre un presupposto necessario a interpretare un enunciato: quello che Stalnaker chiama il "terreno comune". Entriamo qui in un campo di confine tra filosofia, logica e intelligenza artificiale, dove le applicazioni dell'informatica si incontrano con una serie di riflessioni e risultati che sono partiti nell'ambito della filosofia. Un tema apparentemente scontato e tradizionale (la dipendenza dal contesto) inizia a farsi strada come tema portante di un nuovo modo di affrontare diversi problemi non solo filosofici. Lasciatemi finire con uno spot: per saperne di pi vedi Penco [2002].

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BIBLIOGRAFIA Ho fatto di tutto in questa presentazione per usare esclusivamente testi che sono scritti o tradotti in italiano. La letteratura di filosofia del linguaggio scritta o tradotta in italiano infatti piuttosto ricca. A tal proposito rimando a

http://www.dif.unige.it/epi/hp/penco/did/bibFL-it.htm. Mi domando per se le tante traduzioni che facciamo non siano di ostacolo allo sviluppo dell'inglese in Italia, creando la cattiva abitudine a non leggere l'originale, cos come vi la cattiva abitudine a vedere i film in versione italiana e non in originale con sottotitoli. In fin dei conti la maggior parte della letteratura di filosofia del linguaggio in inglese di una semplicit lessicale spaventosa: basta conoscere termini come "meaning", "truth", "intention", e pochi altri e il gioco fatto. Mica come leggere un romanzo di Jane Austen!

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Franca D'Agostini

ARGOMENTAZIONE E IMMAGINAZIONE
Risposta alla domanda "che cos' la filosofia analitica?" Versione 1.0

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SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia Rivista elettronica di filosofia - Registrazione n. ISSN 1126-4780

Linee di Ricerca SWIF Coordinamento Editoriale: Gian Maria Greco Supervisione Tecnica: Fabrizio Martina Supervisione: Luciano Floridi Redazione: Eva Franchino, Federica Scali.

AUTRICE Franca DAgostini [filfda@tin.it] Si occupata dei rapporti tra filosofia anglo-americana ed europea (con specifico riferimento alle problematiche storiografiche concernenti la storia e la definizione della filosofia analitica), e di scetticismo e nichilismo sotto il profilo logico, epistemologico, ontologico. Insegna a contratto filosofia contemporanea al Politecnico di Torino. Collabora a riviste italiane e straniere. Tra i suoi libri: Analitici e continentali, Cortina, Milano 1997; Logica del nichilismo, Laterza, Roma-Bari 2000; Disavventure della verit, Einaudi, Torino 2002. Ha curato con Nicla Vassallo Storia della filosofia analitica, Einaudi, Torino 2002. Lultimo suo libro Le ali al pensiero. Corso di logica elementare, Paravia, Torino 2003. La revisione editoriale di questo saggio a cura di Gian Maria Greco.

LdR un e-book, inteso come numero speciale della rivista SWIF. edito da Luciano Floridi con il coordinamento editoriale di Gian Maria Greco e la supervisione tecnica di Fabrizio Martina. LdR - Linee di Ricerca il servizio di Bibliotec@SWIF finalizzato allaggiornamento filosofico. LdR un e-book in progress, in cui ciascun testo un capitolo autonomo. In esso l'autore o l'autrice, presupponendo solo un minimo di conoscenze di base, fornisce una visione panoramica e critica dei temi principali, dei problemi pi importanti, delle teorie pi significative e degli autori pi influenti, nell'ambito di una specifica area di ricerca della filosofia contemporanea attualmente in discussione e di notevole importanza. Il fine quello di fornire al pubblico italiano un'idea generale su quali sono gli argomenti di ricerca di maggior interesse nei vari settori della filosofia contemporanea oggi, con uno stile non-storico, accessibile ad un pubblico di filosofi non esperti nello specifico settore ma interessati ad essere aggiornati. Tutti i testi di Linee di Ricerca sono di propriet dei rispettivi autori. consentita la copia per uso esclusivamente personale. Sono consentite, inoltre, le citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purch accompagnate dall'idoneo riferimento bibliografico. Per ogni ulteriore uso del materiale presente nel sito, fatto divieto l'utilizzo senza il permesso del/degli autore/i. Per quanto non incluso nel testo qui sopra, si rimanda alle pi estese norme sui diritti dautore presenti sul sito Bibliotec@SIWF, www.swif.it/biblioteca/info_copy.php. Per citare un testo di Linee di Ricerca si consiglia di utilizzare la seguente notazione: A UTORE, Titolo, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca, SWIF, 2003, ISSN 1126-4780, p. X, www.swif.it/biblioteca/lr.

SWIF LINEE DI R ICERCA ARGOMENTAZIONE E IMMAGINAZIONE Risposta alla domanda: che cosa la filosofia analitica? FRANCA DAGOSTINI Versione 1.0

Introduzione: ma esiste la filosofia analitica? 1. Una brevissima storia 2. Le concezioni filosofiche di fondo 3. Metodi, stili, metafilosofia Conclusioni: perch (ancora) la filosofia analitica?

INTRODUZIONE : MA ESISTE LA FILOSOFIA ANALITICA? Si spesso detto che definire la filosofia analitica una impresa ardua se non disperata, ed tale anzitutto e soprattutto per la grande variet degli oggetti storici che possono indicarsi con tale denominazione. vero che quasi tutti coloro che si occupano di filosofia nei paesi di lingua inglese, e molti di coloro che oggi si occupano di filosofia in altri paesi, sono considerabili, o sono stati considerati, o si sono considerati, come filosofi analitici; vero anche che tra coloro che ancora si (auto)definiscono filosofi analitici oggi esiste una notevole eterogeneit: spesso i temi trattati sono diversi, e a volte sono anche diversi i metodi di cui ci si serve o gli autori a cui si fa riferimento. vero anche che la spaccatura tra la filosofia analitica

F. DAgostini, Argomentazione e immaginazione. Risposta alla domanda che cos la filosofia analitica? , in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca , SWIF, 2003, pp. 28-83. Sito Web Italiano per la Filosofia ISSN 1126-4780 www.swif.it/biblioteca/lr

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e le correnti della filosofia europea 1 una divergenza che per un certo numero di anni servita a rafforzare (o addirittura, secondo alcuni, a creare) lidentit della filosofia analitica, e che stata particolarmente profonda nei tardi anni Settanta oggi ha lasciato spazio a una situazione pi complessa e confusa, in cui le contaminazioni e le mescolanze sono frequenti, sia da una parte che dallaltra 2. Tutto ci ha fatto pensare che la filosofia analitica in senso proprio abbia perso ogni specificit, o che non esista pi, o che non sia mai propriamente esistita se non nellimmaginazione un po settaria o forse snob di alcuni filosofi inglesi, americani, scandinavi e australiani, e per un periodo abbastanza circoscritto, tra gli anni quaranta e gli anni settanta del Novecento. Tuttavia, chi si lascia convincere da tali riscontri a rinunciare allimpresa di capire che cosa stata la filosofia analitica e che cosa o pu ancora essere, compie almeno due errori di valutazione. In primo luogo sopravvaluta le difficolt in gioco: in realt, come vedremo, abbiamo un buon numero di punti di riferimento, criteri, e plausibili definizioni, che ci consentono di identificare con una buona approssimazione che cosa si pu intendere con lespressione filosofia analitica. Negli ultimi decenni del Novecento iniziato infatti, allinterno di ci che possiamo chiamare movimento analitico, un intenso processo di autocomprensione (critica o difensiva o asseverativa)3. Da unepoca in cui la caratteristica del filosofo analitico1

Per una panoramica sintetica di tutti i problemi metafilosofici implicati nella contrapposizione filosofia analitica versus filosofia continentale mi permetto di rinviare a DAgostini [2001b]; per una definizione di filosofia continentale cfr. DAgostini [2001a]. 2 Ritorner pi avanti su questo tema; si consideri che comunque la determinazione geografica, segnalata dalluso dellaggettivo continentale per indicare il fatto che la filosofia analitica era praticamente tutta la filosofia praticata nei paesi non europei, ha perso rilevanza: per la grande diffusione della filosofia analitica in Europa, ma anche per la notevole diffusione della filosofia continentale in Inghilterra e negli Stati Uniti. 3 Per una ricostruzione di tale processo cfr. DAgostini [2002], pp. 58-73, e la bibliografia: pp. 506509.

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medio (o -tipo) era evitare accuratamente ogni esercizio autocritico e riflessivo, si passati a unepoca in cui quasi tutti i filosofi in qualche modo definibili analitici si sono cimentati con il problema di una definizione della corrente di pensiero a cui ritenevano di appartenere4. Possediamo dunque molti punti di riferimento per farci unidea di che cosa o dovrebbe essere la filosofia analitica almeno nelle intenzioni e nei propositi dei suoi esponenti. In secondo luogo, va detto che coloro che rinunciano allimpresa ritenendo che le difficolt siano insormontabili spesso scambiano una complicazione intrinseca al tipo di oggetto con cui si ha a che fare per una complicazione intrinseca alloggetto stesso. In altre parole: vero che abbastanza difficile definire la filosofia analitica, ma non lo molto di pi di quanto sia difficile definire in modo esaustivo e conclusivo qualsiasi altra corrente filosofica o tendenza o orientamento di pensiero, specie quando e se tali correnti o tendenze abbiano avuto il tempo e lopportunit di svilupparsi e diffondersi notevolmente. Se si pretende di definire una corrente filosofica o una filosofia come se fosse una bottiglia o un composto chimico, possono insorgere molte difficolt, ma se si ricorda che le filosofie sono oggetti culturali, ci si rende conto che la definizione qui segue vie obbligate e ha suoi limiti specifici. Per esempio, evidente che la definizione di entit di questo genere non riesce a cogliere la realt se non in base a tratti esemplari e paradigmatici, mai effettivamente incarnati nella realt. Volendo, si potr ammettere con Dilthey e Weber che, come tutti gli oggetti delle scienze storico-

La moda del reflective appraisal (cfr. Baldwin [1990]) che ha dominato la filosofia analitica negli anni Ottanta-Novanta ha portato a una vera e propria rinascita di alcuni autori: anzitutto Frege, ma anche Moore, o Reid; oltre che a una riconsiderazione della filosofia centroeuropea (Brentano, Bolzano, la scuola logica polacca, Meinong, Husserl) che in qualche modo influ sui primi lavori di Russell e di altri filosofi analitici.

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sociali, le filosofie, e i filosofi che le rappresentano, sono entit idealtipiche; il filosofo analitico descritto da una definizione storico-critica dunque da considerarsi un tipo ideale, che riassume in s alcuni dati paradigmatici degli effettivi filosofi analitici esistenti, e a cui i filosofi reali si adeguano solo per gradi di approssimazione. ragionevole in ogni caso riconoscere che la domanda che cosa ?, quando si riferisce a una corrente filosofica o una filosofia, richiede una risposta articolata, in cui intervengono considerazioni storiche, filosofiche, metodologiche e metafilosofiche. La complessit della risposta non toglie lidentificabilit (relativa) delloggetto: piuttosto si potr ammettere che questultimo sia designato da un grappolo o un insieme di definizioni, ciascuna delle quali ne colga un certo aspetto. E limmagine complessiva potr non essere del tutto incomprensibile o incoerente, come non incomprensibile il ritratto di una persona vestita in modo stravagante, con abiti nuovi e vecchi, di stili differenti, e con molti accessori non tutti di gusto impeccabile.

1. UNA BREVISSIMA STORIA Per capire con una certa chiarezza che cosa la filosofia analitica occorrer allora capire A) chi sono e sono stati i suoi esponenti principali, e da chi e da quali teorie sono stati ispirati (dunque: origini e sviluppo storico della filosofia analitica); B) quali sono le sue principali opzioni filosofiche di fondo (le principali scelte in metafisica e in epistemologia, i temi o i campi i indagine preferiti o considerati prioritari), C) quali sono i suoi metodi preferenziali, e i suoi stili caratteristici; D) quali sono le sue idee circa quel che e dovrebbe essere la filosofia. Nelle pagine

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che seguono esaminer questi quattro aspetti, anzitutto ricostruendo una brevissima storia della tradizione analitica. Presenter anche i punti oscuri e le contraddizioni della definizione di filosofia analitica che emergono in ciascuno di tali ambiti: ma si vedr che queste oscurit e inconsistenze non sono del tutto insormontabili e lasciano comunque vedere ancora una certa specificit del lavoro analitico in filosofia, e molti dei suoi meriti.

1.1. Origini Il tema delle origini della filosofia analitica uno dei pi frequentati e controversi. Sono distinguibili diverse ipotesi al riguardo, e ne indicherei quattro, che mi sembrano le principali e le pi ragionevoli. La prima, la pi semplice e canonica ( una definizione che leggiamo per esempio nell Oxford Companion to Philosophy), identifica in Bertrand Russell (1872-1970) e George E. Moore (1873-1958) i primi esponenti e padri del movimento analitico; dunque questo nascerebbe senzaltro nei primi anni del Novecento, con la ribellione che appunto Russell e Moore maturarono nei confronti dellidealismo inglese. Una seconda tendenza, pi recente e raffinata, allarga il campo di indagine, e collega la filosofia analitica alla cultura centroeuropea del tardo Ottocento e dei primi anni del Novecento una cultura con cui peraltro si confrontarono tanto Russell quanto Moore, i neopositivisti e molti altri filosofi poi detti analitici. Una terza tendenza consiste nel considerare come propriamente analitica solo la filosofia del linguaggio inglese e americana degli anni tra il secondo dopoguerra e la fine degli anni Settanta: in particolare la filosofia cosiddetta linguistica, ossia tale da considerare il linguaggio il primo e il principale strumento e oggetto del lavoro filosofico. Una quarta tendenza consiste

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nel vedere come ascendenze della filosofia analitica alcune correnti del pensiero inglese dellOttocento: in particolare lempirismo di Stuart Mill, e/o la scuola scozzese del senso comune. Ora evidente che non c una reale difformit tra le quattro prospettive: ciascuna di esse corrisponde ad accentuazioni di diversi aspetti e diversi percorsi di una stessa tradizione filosofica , che incomincia apertamente con Russell e Moore nei primi anni del Novecento, ha diversi antecedenti nella filosofia inglese del Settecento e dellOttocento, e in alcune tendenze filosofiche centro-europee del tardo Ottocento e del primo Novecento (Bolzano, Lotze, Frege, la scuola di Brentano, la prima fenomenologia)5, acquista caratteristiche specifiche negli anni tra le due guerre mondiali, e in quellepoca inizia a definirsi apertamente analitica. Abbiamo allora una tradizione analitica; abbiamo gli antecedenti di tale tradizione; e infine abbiamo la filosofia analitica in senso stretto, ossia una corrente filosofica interna a tale tradizione, una corrente che acquista consapevolezza di s nel secondo dopoguerra, e le cui caratteristiche di scuola riconosciuta, con una identit ben individuata, perdurano allincirca fino alla fine degli anni Settanta del Novecento6.

1.2. Tradizione analitica e filosofia analitica Distinguere tradizione analitica e filosofia analitica dunque utile per capire di che cosa stiamo parlando, e decidere come parlarne: si pu riconoscere senza timore di
5

Come dir pi avanti, poich in filosofia lanalisi a cui fa riferimento il termine analitica pu essere considerata come un lavoro critico-riflessivo sui concetti o sul linguaggio o pi in generale sulle condizioni della conoscenza, dellesperienza, del discorso, sul piano metodologico la filosofia analitica ha antecedenti molto antichi, incomincia cio con lanalisi socratica dei concetti. 6 Quanto agli antecedenti lontani, una volta fissate le caratteristiche distintive della corrente di cui si tratta, si possono volendo trovare affinit di vario tipo nella storia del pensiero: esistono e sono state riscontrate positive analogie metodologiche con lanalisi socratica dei concetti, e filosofiche con le posizioni di Aristotele, per esempio.

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sbagliarsi che la filosofia analitica in senso stretto ha una fortuna abbastanza circoscritta, in quanto inizia tra le due guerre mondiali e conclude la sua et doro pi o meno negli anni Ottanta, mentre la tradizione che si forma con le opere di Russell e di Moore e del primo Wittgenstein (vedi pi avanti) inizia pi o meno un secolo fa e a tuttoggi non sembra essere affatto in declino. Ma che cosa intendiamo allora per tradizione analitica? E anzitutto: che cosa propriamente una tradizione in filosofia? Intendiamo qui per tradizione (il classico punto di riferimento per questo termine linterpretazione della storia della scienza di Laudan [1977]) un insieme di prospettive e correnti filosofiche i cui esponenti dialogano prevalentemente tra loro e leggono gli stessi testi, si riconoscono in alcuni stilemi caratteristici, fanno uso a volte di un lessico o di riferimenti che sono per loro immediatamente comprensibili ma restano oscuri ad altri; e fanno tutto ci pur manifestando posizioni molto diverse e talora in aperta contrapposizione e polemica. Come si pu capire, la scelta di distinguere tra tradizione e filosofia risolve molte delle difficolt della definizione storica. Ma resta il problema di capire che cosa sia propriamente analitico nella tradizione di cui ci stiamo occupando, ovvero resta aperta la questione: che cosa c di caratteristico in questa tradizione, cos da giustificare luso dellaggettivo analitica come designazione di famiglia? Si pu rispondere a questa domanda esaminando brevemente la storia effettiva della tradizione analitica, quindi vedendo in essa quali sono e sono stati i temi e le posizioni filosofiche di fondo o ricorrenti.

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1.3. Cinque fasi Volendo raccontare in breve la storia di un secolo di filosofia analitica si pu far ricorso a una periodizzazione rapida ma abbastanza fedele, distinguendo cinque fasi, ciascuna allincirca di una ventina danni. Chiamiamo la prima fase Ridefinire la filosofia, la seconda Wittgenstein e il neopositivismo, la terza La filosofia linguistica, la quarta Diffusione e dispersione, la quinta: Lautocomprensione della filosofia analitica.

1.3.1. Ridefinire la filosofia La prima fase inizia esattamente nel 1900 e possiamo concluderla allincirca nel 1921, con la prima pubblicazione del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein 7. I protagonisti di questo primo ventennio sono Russell e Moore. I due autori, compagni al Trinity College di Cambridge, maturano insieme una specifica insoddisfazione nei confronti dellidealismo e del trascendentalismo cos come venivano praticati allora in Gran Bretagna, e iniziano la ricerca di una nuova impostazione filosofica, che garantisse chiarezza, semplicit di impostazione di fondo, un certo rigore metodologico e una certa controllabilit dei risultati. Una filosofia minuziosa, che non pretendesse di fornire ampie sintesi speculative, ma mirasse a risolvere specifici problemi, e si integrasse in un lavoro collettivo. Il primo a trovare un metodo per tale impostazione Russell, che al congresso internazionale di matematica di Parigi, nel luglio del 1900, incontra Peano e i suoi allievi e qui scopre i nuovi metodi di notazione in uso in logica. In seguito entra in contatto
7

Tralascio di citare estesamente i classici della tradizione analitica: un elenco di opere classiche la Patrologiae Analiticae Libri C, curata da Luciano Floridi, che si pu leggere allindirizzo web http://www.wolfson.ox.ac.uk/~floridi/patana.htm

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con Gottlob Frege (1848-1925), uno dei grandi iniziatori della logica moderna, le cui raffinate analisi del linguaggio restano un punto di riferimento per molti filosofi analitici. Nel 1913, insieme ad Alfred North Whitehead (1861-1947), Russell d alle stampe i Principia Mathematica , e nel 1905 pubblica un celebre saggio On Denoting, in cui si pu vedere un esempio poi considerato paradigmatico di applicazione della nuova logica alla soluzione di problemi filosofici. Intanto Moore nel 1903 pubblica i Principia Ethica , dove lancia una idea di analisi come scomposizione di nozioni complesse in concetti semplici ed elementari, non ulteriormente scomponibili.

1.3.2. Wittgenstein e il neopositivismo (1922 ca.1940ca.) Ludwig Wittgenstein (1889-1951) un giovane ingegnere austriaco, si imbatte subito dopo la laurea negli studi logici di Frege, e va a trovare questi a Jena. Frege gli consiglia di recarsi a Cambridge, dove Wittgenstein frequenta tra il 1911 e il 1914 i corsi di Russell. Dagli appunti di quegli anni nasce il Tractatus logico-

philosophicus (il titolo consigliato da Moore), la prima e notissima opera di Wittgenstein, lunico libro pubblicato in vita (nel 1921 in tedesco e nel 1922 in inglese). Lidea di fondo del Tractatus, tratta direttamente dalle teorie di Frege e Russell, che esiste una logica del nostro linguaggio, e che buona parte dei problemi filosofici derivano dal fraintendimento di tale logica. Nel frattempo, le tesi di Frege e di Russell iniziano ad avere una certa risonanza in Europa, dove gi esisteva una corrente di filosofia logica, risalente a Bolzano, e composta di studiosi austriaci, tedeschi, polacchi. In particolare, negli anni Venti la Polonia diventa il pi importante centro di logica formale nel mondo,

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grazie allattivit di Twardowski, Lesniewski, Lukasivicz e di altri; in questo ambiente si forma Alfred Tarski (1902-1983). In quegli anni i polacchi incarnano forse un tipo ideale di filosofo analitico (si veda su questo il lavoro di Simons, 1992): un individuo interessato a problemi di logica e di fondazione della matematica, con una certa inclinazione per il realismo (anche inteso nel senso di realismo platonico, cio credenza nellesistenza autonoma di oggetti puri o ideali o logici), attento alla pratica di una filosofia esatta, rigorosa, controllabile. Dopo il Tractatus Wittgenstein smette di occuparsi di filosofia: ma le tesi della sua opera giovanile vengono entusiasticamente accettate dai neopositivisti (in particolare da Moritz Schlick, 1882-1936), i quali enfatizzano del testo specialmente la critica della metafisica, e lidea dei problemi filosofici come disguidi logicolinguistici. Storicamente il neopositivismo si forma come un gruppo di neolaureati e giovani professori di varie materie che iniziano a incontrarsi a partire dal 1907 in vari caff di Vienna. Di qui nasce negli anni venti il Circolo di Vienna, poi affiancato dallanalogo Circolo di Berlino. Nel 1929 , in un manifesto, dal titolo La concezione scientifica del mondo , Otto Neurath (1982-1945), Hans Hahn, Rudolf Carnap (1891-1970) fissano i punti essenziali della prospettiva neopositivista: ogni teoria che non sia fondata nella scienza e nellesperienza viene scartata, alla filosofia viene assegnato il compito di fornire un supporto alla scienza, chiarificandone il linguaggio, favorendo la comunicazione tra i diversi ambiti scientifici, promuovendo la messa a punto di un metodo unificato. Nel 1932 esce il primo numero di Erkenntnis, organo ufficiale del neopositivismo o neoempirismo, o positivismo logico, un movimento che ora riunisce gli aderenti dei circoli di Vienna e Berlino, e molti intellettuali e scienziati europei; ma pochi anni dopo, con lavvento del

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nazismo, i neopositivisti, molti dei quali erano ebrei e/o di idee avverse al regime, sono costretti a espatriare, e si rifugiano in Gran Bretagna e in America.

1.3.3. La filosofia linguistica (1940ca.-1960ca.) La terza fase, il cui inizio si pu collocare tra le due guerre, caratterizzata in primo luogo dalla nascita e dallo sviluppo di una autocoscienza analitica (in altre parole, la filosofia analitica inizia a dichiararsi tale : essenziali a questo proposito sono i saggi di Susan Stebbing: Stebbing [1933], [1934] e[1939]; e il libro di Urmson [1956]), in secondo luogo dal diffondersi di un interesse preferenziale nei confronti del linguaggio, considerato come principale strumento e oggetto del lavoro filosofico. In altre parole si fa strada la tendenza a parlare di filosofia analitica e a identificarla con la considdetta filosofia linguistica, ossia: la filosofia che ritiene che i problemi filosofici siano problemi linguistici e/o che siano risolvibili attraverso lanalisi del linguaggio (cfr. pi avanti, par. 4). C inizialmente una certa differenza tra la filosofia analitica in America e quella in Gran Bretagna. In America, si diffonde una filosofia linguistica di stampo neopositivista, che abbastanza presto si allea con certe tendenze del pragmatismo (cruciale la figura di Clarence Irving Lewis, 1883-1964), e ha come massimi esponenti Willard Van Orman Quine (1908-2000), allievo, tra gli altri, di Carnap, Nelson Goodman (1906-1998), Wilfrid Sellars (1912-1989). In Inghilterra nasce invece una tendenza nuova che raccoglie in realt spunti di una tradizione schiettamente britannica, e che d forma alla cosiddetta Oxford Cambridge (Oxbridge) Philosophy. Gli esponenti principali di tale nuova tendenza sono Gilbert Ryle (1900-1976) Paul F. Strawson (1919), John L. Austin (1911-1960), Paul Grice

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(1913-1988) lamericano John Searle (1932). Infine, Ludwig Wittgenstein, tornato alla filosofia dopo circa dieci anni di altre attivit, e i suoi allievi e amici di Cambridge, Geach, Anscombe, Wisdom, von Wright. In questa fase si usa anche distinguere i filosofi del linguaggio ordinario, prevalentemente inglesi, ed eredi di una tradizione britannica di interesse per i fenomeni linguistici e per il senso comune, dai filosofi del linguaggio ideale, che sono in gran parte eredi del neopositivismo, e che tendono a considerare decisivo luso della formalizzazione logica, secondo le linee suggerite da Frege e Russell, e proseguite da Carnap o Tarski (ovvero la traduzione del linguaggio comune in una lingua logica). A questultima tendenza appartengono soprattutto gli americani. Lesistenza dei due orientamenti ufficialmente riconosciuta in un celebre convegno di Royaumont, del 1958 (cfr. Beck [1962]); la loro differenza fornisce la struttura della raccolta di Rorty dal titolo The Linguistic Turn (prima esperienza di storicizzazione del lavoro analitico: cfr. Rorty [1967]). Ben presto per le due linee confluiscono, e lespressione filosofia analitica giunge a designare un lavoro filosofico centrato sullanalisi (logica o lessicografica o concettuale) del linguaggio.

1.3.4. Diffusione e dispersione La quarta fase coincide pi o meno con il ventennio tra il 1960 e il 1980, o meglio forse tra la fine degli anni sessanta e la met degli anni ottanta, e si tratta di un periodo singolarmente doppio. Da un lato la filosofia analitica viene conosciuta e praticata ovunque, dallaltro per i caratteri distintivi del lavoro analitico vanno progressivamente disperdendosi. Anzitutto linteresse per il linguaggio che aveva dominato il periodo precedente, e che aveva dato speciali caratteristiche distintive al

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lavoro dei filosofi inglesi e americani nella parte centrale del secolo, diventa sempre meno pronunciato, e la filosofia linguistica cede ovunque il passo a uno stile analitico non propriamente linguistico. Nei manuali e nei saggi metafilosofici dellepoca la filosofia analitica tende a caratterizzarsi soprattutto nei termini di uno stile rigoroso, minuzioso e non-enfatico, che pone in primo piano

largomentazione, ed specificamente interessata alla giustificazione di tesi o teorie (cfr. per esempio Hospers, 1956 e Fllesdal, 1997; Rorty [1982] la caratterizza (negativamente) come pratica forense). Sono autori particolarmente esemplificativi di questepoca (oltre ai maestri della filosofia linguistica citati in precedenza, e che evidentemente continuano il loro lavoro) grandi esponenti americani della tradizione analitica, come Donald Davidson (1917), che prosegue e rinnova la critica di Quine al neoempirismo (vedi Davidson [1984]), John Rawls (1921-2003), che con il suo A Theory of Justice del 1971 lancia in filosofia morale uno stile del tutto nuovo, Hilary Putnam (1926), allievo di Reichenbach, che parte da posizioni canonicamente analitico-neopositivistiche, ma prosegue poi sviluppando unautocritica destinata a rilanciare le ragioni del pragmatismo americano (cfr. soprattutto la raccolta di saggi del 1981). Ma importanti sono, in questa fase, gli sviluppi della filosofia analitica al di fuori della Gran Bretagna e degli Stati Uniti: anzitutto in Australia, dove si forma una scuola oggi molto attiva, tra i cui esponenti ricordiamo John Anderson (18931962), David Malet Armstrong (1926), Franck Jackson (1934), Michael Devitt. Operante sin dalla prima met del secolo anche la scuola scandinava, fondata dal neopositivista Eno Kaila (1890-1958), e i cui esponenti principali sono autori come Georg Henrik von Wright (1916), Jaakko Hintikka (1929), Dagfinn Fllesdal

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(1932). In questa fase la filosofia analitica si diffonde in Europa, anche se resta generalmente minoritaria: fino ai primi anni Novanta, in Germania, in Francia, in Italia, in Spagna dominano il neo- o post-strutturalismo, il decostruzionismo di Derrida, lermeneutica di Gadamer, Ricoeur, Pareyson, la teoria critica di Habermas e di Apel (per un rapido sguardo sulle fortune di queste correnti pu essere utile leggere DAgostini [1997a]).

1.3.5. Lautocomprensione della filosofia analitica Lultima fase, che coincide con i nostri anni, pi o meno a partire dagli anni Ottanta del Novecento, dominata da una forte esigenza di autochiarificazione. Tale esigenza ha diverse motivazioni. Anzitutto c una diffusa incertezza in materia metafilosofica; c per esempio una certa disparit di opinioni circa il concetto (neopositivista) di filosofia scientifica (nel senso di filosofia legata alla scienza, e funzionale al sapere scientifico), che ancora fornisce lo sfondo o la cornice di una parte consistente della filosofia angloamericana, ma viene espressamente ricusato da molti esponenti del movimento analitico. Una seconda motivazione poi fornita dalla necessit di chiarirsi le idee circa la posizione della filosofia analitica nel quadro della filosofia mondiale, necessit che si affaccia anzitutto in concomitanza con il diffondersi, negli Stati Uniti, delle correnti recenti della filosofia europea: il post-strutturalismo, il decostruzionismo e lermeneutica. Lincertezza sulle ragioni di fondo e la destinazione dello stile di lavoro inaugurato da Russell e Moore e portato a sviluppo da Wittgenstein e dai neopositivisti suggerisce ad alcuni lidea che ci si trovi ormai in una fase postanalitica, e Post-analytical Philosophy il titolo di una raccolta di saggi, apparsa in

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America nel 1985 a cura di J. Rajchman e C. West, e a cui contribuiscono Thomas Kuhn, Hilary Putnam, Arthur Danto e altri (Rajchman e West, 1985). Lanciata allinizio degli anni Ottanta (ma gi presente nel dibattito europeo nel corso degli anni Sessanta: si vedano soprattutto le opere di Apel, 1967 e 1973), la questione filosofia analitica contro filosofia continentale ispira una discussione metafilosofica di grande ampiezza, e tuttora relativamente aperta. Dal lato della filosofia analitica, sono distinguibili in questo settore problematico diverse linee di tendenza: alcune mirano a rilevare le origini comuni delle due tradizioni, altre soprattutto segnalano i termini e le ragioni della incommmensurabilit tra i due punti di vista, altre ipotizzano vie di confronto e/o di integrazione. Altre ancora, naturalmente, mirano a compiere simultaneamente pi di una di queste operazioni. Spiccano in questa fase i lavori di Michael Dummett (1925), che riafferma il programma analitico e ne difende il valore e la legittimit segnalando le radici della filosofia analitica nellopera di Frege e il suo divergere in quanto filosofia antimentalista dalle filosofie di ispirazione continentale, che secondo Dummett avrebbero sviluppato il lato soggettivo, fenomenologico-psicologistico, dellanalisi filosofica del pensiero (cfr. soprattutto Dummett, 2001). Altrettanto discussi e importanti sono i lavori di un gruppo di ricerca formatosi negli anni Settanta, i cui pi noti esponenti sono Kevin Mulligan, Peter Simons e Barry Smith, e il cui obiettivo anzitutto mostrare la rilevanza della linea austro-inglese nel formarsi del canone analitico, in secondo luogo far vedere quanto lattenzione per il rigore e lesattezza della ricerca abbia reso la filosofia analitica, dalle origini nelle opere di Bolzano e Brentano, fino ad oggi, lunica filosofia di buona qualit esistente nel Novecento. Sempre allinterno della problematica

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metafilosofica, utile poi ricordare una linea di ricerca in qualche misura opposta: quella oggi sviluppata da John McDowell (1942), che si richiama soprattutto a Strawson e Sellars e da Robert Brandom (1950), che si richiama a Rorty e Dummett; McDowell e Brandom mirano a ricollegare la pratica e la teoria analitiche alla filosofia classica tedesca, ossia a Kant e Hegel, e alla loro eredit novecentesca.

2. LE CONCEZIONI FILOSOFICHE DI FONDO Nella sezione precedente abbiamo dato una immagine di quel che stata la tradizione analitica: un percorso abbastanza riconoscibile, con antecedenti (prossimi) che affondano nel pensiero europeo, e nella filosofia inglese del Settecento e dellOttocento (eventualmente nei primordi del pragmatismo: cfr. Lindberg [2001]); con una fase per cos dire di scuola, ossia un periodo di chiara identificabilit della filosofia analitica come tale, coincidente con le filosofie linguistiche degli anni cinquanta-settanta; e un periodo successivo di varie fortune e grande diffusione, in cui il significato dellespressione filosofia analitica per cos dire si allenta, e laggettivo analitico viene a designare una tradizione (o anche, se si preferisce, un vasto gruppo di pensatori uniti dal condividere una stessa aria di famiglia 8). Linizio della tradizione (o meglio della continuit della tradizione) si ha con Russell e Moore, nei primi anni del Novecento: ma Russell e Moore allora non si definivano analitici (Russell si dichiar estraneo allappellativo anche in seguito). Infine, mentre la filosofia analitica come filosofia linguistica oggi

Una chiara illustrazione delle difficolt di definire la filosofia analitica, per ovviare alle quali si suggerisce luso della categoria wittgensteiniana di somiglianze di famiglia si ha in Cozzo [1999].

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considerata da alcuni almeno in parte obsoleta, la tradizione analitica ancora ampiamente attiva, anche se le tendenze e gli orientamenti in gioco sono disparati. Ritornando per allelenco delle domande che dobbiamo porci per capire che cosa una corrente filosofica, vediamo che oltre a rispondere direttamente alla domanda A) (chi sono i principali esponenti, e quale stata la sua storia), abbiamo anche accennato qualche risposta alle domande C) e D), ossia: C) quali sono e sono stati i suoi metodi preferenziali, e i suoi stili caratteristici; D) quali sono e sono state le sue idee circa quel che e dovrebbe essere la filosofia. Abbiamo detto in effetti che la tradizione analitica nasce come reazione allidealismo e al trascendentalismo, e come ricerca di una filosofia rigorosa, minuziosa e anti-eroica; che la logica formale offre dapprima un metodo privilegiato per avviare questa impresa; che nel neopositivismo la filosofia concepita come analisi logico-linguistica si propone quale alleata e supporto della scienza. Abbiamo poi visto che negli anni della filosofia linguistica, e in seguito, il forte rapporto stabilito dai neopositivisti tra filosofia e scienza si allenta relativamente, e domina invece, per un trentennio circa, il legame profondo tra filosofia e linguaggio. Infine abbiamo visto che il legame preferenziale con il linguaggio si allenta, e la filosofia analitica si autoriconosce come filosofia della giustificazione e dellargomentazione. Esamineremo pi in dettaglio questi aspetti, nella prossima sezione. Ma fin da ora possiamo notare che ci manca una risposta alla domanda B), ossia quella riguardante le opzioni di fondo, di natura epistemologica, ed eventualmente metafisica. Quali teorie o posizioni filosofiche possono definirsi tipicamente analitiche?

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Qui probabilmente il punto su cui si registrano le maggiori divergenze. Alcuni considerano caratteristico della filosofia analitica il realismo, altri linteresse per la filosofia del pensiero, altri linteresse per il problema di una logica filosofica, altri ancora caratterizzano la filosofia analitica come solo filosofia linguistica, programmaticamente estranea a qualsiasi opzione filosofica di fondo. Il fatto che, allinterno della tradizione analitica, riguardo a questi temi di natura fondamentale convivono ipotesi diverse, e alcune contrapposte: per esempio c una tendenza empirista e neoempirista, che troviamo in Russell, nel neopositivismo, in parte in autori come Quine che sono stati critici del neoempirismo, in Sellars che ha fornito una versione hegelo-kantiana dellempirismo analitico, ecc.; c per anche una tendenza anti-empirista, che troviamo anzitutto in Frege; ci sono inclinazioni verso il platonismo, oppure verso il nominalismo. Forse la pi evidente tensione interna alla storia delle filosofie analitiche, o la fonte del maggior numero di discussioni e divergenze che si sono create nel corso degli anni, proprio il contrasto tra diverse metafisiche di sfondo, per esempio tra spiegazioni logico linguistiche e spiegazioni psicologiche e naturalistiche del pensiero (un contrasto che ha dato forma a molte discussioni dellultima parte del secolo). Questo non significa per che non sia possibile trarre qualche conclusione di carattere generale, anche su questo punto. innegabile che empirismo, realismo, platonismo, nominalismo siano state ipotesi epistemologiche e ontologiche interessanti per la tradizione analitica, e con cui tutti i maggiori pensatori analitici si sono misurati, in modo critico o meno. E ci in primo luogo un effetto del fatto che si tratta di una tradizione e non di una scuola: una tradizione come abbiamo visto semplicemente un gruppo di persone che in diverse epoche leggono gli stessi

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testi, e dialogano tra loro, dunque condividono alcuni temi, anche se possono avere forti divergenze sulla valutazione di questi stessi temi. In secondo luogo per, il fatto che queste opzioni metafisiche di sfondo siano state specificamente in discussione nellambito della tradizione analitica in tutte le sue diverse fasi, ci dice che tale filosofia ha voluto essere ed stata una filosofia interessata ai fondamenti, alle premesse epistemologiche, metafisiche, logiche del pensiero: dunque non ha evitato di interrogarsi anche sulle opzioni filosofiche di fondo, discutendole, prendendo posizione al riguardo. Di fatto, la tradizione analitica nasce con una presa di posizione chiara contro lidealismo scettico e a favore del realismo: tanto del realismo con una base empiristica (la realt esiste al di fuori delle nostre menti, e ci accessibile attraverso i sensi), quanto (in parte) del realismo platonico, ossia la credenza in un mondo oggettivo di enti logici. Per avere unidea chiara di tale punto di vista, baster ricordare la dichiarazione di Russell: Moore scrive Russell si mise alla testa della ribellione [contro lidealismo], ed io lo seguii, con un senso di liberazione. Bradley sosteneva che tutto ci che il senso comune crede mera apparenza; noi ci volgemmo allestremo opposto, e pensammo essere reale tutto ci che il senso comune, quando non influenzato dalla filosofia o dalla teologia, ritiene reale. Con la sensazione di evadere da una prigione, ci permettemmo di credere che lerba verde, che il sole e le stelle esisterebbero anche se nessuno li percepisse, ed anche che c un mondo pluralistico senza tempo di idee platoniche. Inoltre, latomismo logico russelliano, che domina nella tradizione inglese fino a tutti gli anni Trenta, si proponeva esplicitamente come una ipotesi filosofica capace di salvare le ragioni dellempirismo, e al tempo stesso le ragioni della logica. Tuttavia queste tesi

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preliminari di Russell non ebbero una condivisione unanime nella tradizione successiva: lo stesso Moore non prese una posizione davvero chiara riguardo al realismo, si limit ad affermarne una versione indebolita, valida solo in funzione della polemica anti-idealistica (cfr. su questo punto Preti [1971], p. 26). In seguito con Wittgenstein e il neopositivismo lantipatia contro le tesi metafisiche spost il discorso dal piano delle scelte filosofiche di fondo al piano dellanalisi del linguaggio scientifico, e la ricostruzione della concezione scientifica del mondo. Con i filosofi del linguaggio comune emerge poi una concezione minimalista e minimizzante della pratica filosofica, le tesi epistemologiche e metafisiche passano in secondo piano, a favore di unidea di filosofia analitica come semplice metodo di indagine. In seguito, realismo ed empirismo restano termini di riferimento costanti, ma con variazioni ed eccezioni notevoli: nella tradizione analitica recente non mancano illustri autori di fede anti-realistica, e avversari dellempirismo. In definitiva, tutto questo ci dice che esistono componenti filosofiche di fondo della tradizione analitica , e sono effettivamente quelle fissate da Russell nella polemica anti-idealistica, ossia: a) limpostazione in largo senso empiristica , accanto allesigenza di rivedere e discutere lo scetticismo empirista; b) linteresse per le due principali forme del realismo : quella naturalistica , e quella platonica . da notare che questo non esclude forti contrasti e divergenze: un realismo platonico evidentemente avr qualche difficolt ad armonizzarsi con un realismo naturalistico. In un libro importante, del 1988, Hao Wang ha precisamente sottolineato questo aspetto, suggerendo (cfr. Wang, 1988) che molte difficolt della tradizione analitica derivano proprio dalla tendenza a sostenere posizioni in largo senso empiristico-

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naturalistiche in contesti tipicamente anti-naturalistici, come quelli riguardanti i fondamenti della matematica. Ma tutto questo ci dice anche che la filosofia analitica (intendendo lespressione in senso lato, come designativa di una tradizione) stata e pu essere tuttora una filosofia prima , ovvero una impostazione filosofica capace di orientare diverse scelte epistemologiche, ontologiche e metafisiche, accomunandole per allinterno di una visione preliminare della realt e della conoscenza. In altre parole: la filosofia analitica si presenta come una delle molte filosofie che, a partire dal problema della crisi scettica empirista, elaborano soluzioni filosofiche, cio tentano ancora di costituirsi come filosofie prime; tali filosofie prime sono state per esempio il trascendentalismo, lidealismo hegeliano, lo storicismo, la

fenomenologia. Tutte queste tedenze filosofiche, va notato, hanno prodotto tradizioni , e questo significa che le soluzioni proposte erano in qualche misura buone (se non altro in quanto condivisibili), ma capaci di articolarsi in posizioni diverse. Inoltre, in tutte queste tendenze le scelte epistemologiche e metafisiche hanno fatto da correlato a scelte stilistiche e metodologiche e a peculiari concezioni della pratica filosofica: e questo appunto fa di loro delle filosofie prime. Si pu allora completare e in una qualche misura rivedere il giudizio di Wang, osservando che la contraddizione, probabilmente, non stava tanto nelle diverse metafisiche pi o meno implicitamente allopera nellimpostazione analitica, (e in particolare, come scriveva Wang, in alcuni dei suoi pensatori pi eminenti, come Carnap, Quine, Wittgenstein) ma se mai nella mancata consapevolezza, da parte di tale impostazione, della propria natura di filosofia prima.

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3. METODI, STILI, METAFILOSOFIA In questa sezione discuteremo brevemente i metodi, gli stili e la metafilosofia dei filosofi analitici, vedendo le caratteristiche principali e le peculiarit di questi aspetti stilistici e metodologici, ossia la loro capacit di essere assunti come tratti distintivi della tradizione analitica. Quanto ai metodi, vedremo che il requisito pi caratteristico della filosofia analitica consiste nellessere appunto analitica ; quanto agli stili, vedremo che il suo aspetto migliore e pi caratterizzante sta nella capacit, tipica dei filosofi analitici di qualunque tendenza, di articolare argomentazione e immaginazione, facendo un uso intensivo, e del tutto particolare, di esempi ed esperimenti mentali; quanto alla metafilosofia, vedremo che la filosofia analitica ha riconosciuto la scienza , e/o la logica , e/o il senso comune come tre grandi alleati della filosofia, ma con ci ha finito in alcuni casi per autolimitarsi, e particolarmente limitare le sue potenzialit di critica delle forme istituite della ragione, e di visione generale dei fenomeni della contemporaneit.

3.1. Metodi: la filosofia analitica analitica

3.1.1. Il linguaggio La definizione di filosofia analitica come tendenza filosofica che considera il linguaggio il primo e/o il principale ogetto del lavoro filosofico sicuramente valida per gli anni Trenta-Settanta. Le sue radici affondano nel Tractatus di Wittgenstein (1921), stata resa ufficiale dai neopositivisti e dai filosofi inglesi del linguaggio ordinario, ed oggi ripresa e difesa da vari autori. Il primo a utilizzare lespressione svolta linguistica nel contesto di una definizione della filosofia analitica stato G.

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Bergmann, in un saggio del 1964 dal titolo Logic and Reality. Qui lautore distingueva i filosofi del linguaggio ordinario dai filosofi del linguaggio ideale, e dava una definizione generale di filosofia linguistica che Rorty in seguito, nellintroduzione alla famosa antologia dal titolo The Linguistic Turn, consider perfettamente esaustiva: la concezione secondo cui i problemi filosofici possono essere risolti (o dissolti) o riformando il linguaggio, o ampliando la conoscenza del linguaggio che usiamo (Rorty [1967], p. 29). Oggi una definizione ancora valida per molti, anche se prevale una sua versione indebolita: lidea di filosofia analitica come filosofia che inizia dal linguaggio, esaminando il linguaggio di uso comune, o che considera lanalisi del linguaggio il primo o il principale passo del lavoro filosofico (una premessa di tale definizione si ha in Austin, A Plea for Excuses, in Austin [1961]). Questa idea di filosofia linguistica (o quasi-linguistica) parsa a molti fuorviante (cfr. in particolare i saggi raccolti a cura di H. Glock, 1997). Essa presenta in effetti due difficolt. In primo luogo si tratta di una definizione poco caratterizzante. Uno dei pi autorevoli teorici della filosofia analitica come filosofia linguistica stato Michael Dummett. Nella sua definizione (cfr. Dummett, 2001) pu dirsi analitica una filosofia del pensiero, che consideri il linguaggio il solo mezzo che abbiamo per compiere una analisi del pensiero. Ora tale definizione implica una presa di posizione piuttosto impegnativa: ha anzitutto un aspetto metodologico (si esamina il pensiero a partire dal linguaggio), poi un aspetto ontologico (si dice che il pensiero oggettivo, quello che condividiamo, linguaggio), quindi un aspetto epistemologico, ossia si specifica il modo in cui tale pensiero ci accessibile. Lidea che il ricorso al linguaggio abbia queste vaste

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implicazioni non stata condivisa da tutti i filosofi che si sono riconosciuti nel programma analitico, mentre stata caratteristica di quasi tutta la filosofia non analitica contemporanea: lhanno condivisa i neokantiani del primo Novecento, gli ermeneutici, gli strutturalisti francesi e gli stessi esponenti della teoria critica (Cfr. Apel [1973], DAgostini [1997a], pp. 123-166; Kusch [1996]). In tutti questi casi si d per scontato che loggettivit (o una certa oggettivit) ci data nel linguaggio, e che il linguaggio il punto di partenza del lavoro filosofico. In secondo luogo vero che per quasi tutti i filosofi analitici il linguaggio importante in filosofia, ma molte e diverse sono le ragioni per cui si ritiene che lo sia, e molti sono i modi di concepirlo, di valutarlo e di farne uso: c un idealismo linguistico che costituisce una corrente importante interna alla tradizione analitica, ma c anche una corrente fortemente contraria, per la quale lanalisi del linguaggio funzionale proprio in quanto tra realt e linguaggio, e tra pensiero e linguaggio, ci sono specifiche differenze. C una visione del linguaggio come insieme di proposizioni denotanti fatti del mondo, ovvero una concezione referenzialistica del linguaggio, e c una concezione pragmatica e anti-referenzialista dei processi linguistici; c una visione del linguaggio come insieme di atti o giochi linguistici, e una visione del linguaggio come unit, provvista di una sua interna logica oggettiva... Certo, la definizione pi storicamente propria e ristretta della filosofia analitica come abbiamo detto quella che la vede come scoperta di uno speciale ed esclusivo rapporto, dal punto di vista metodologico, tra filosofia e analisi del linguaggio. In questo senso, se nella definizione di Dummett il nesso pensierolinguaggio pu risultare problematico, senza dubbio la sua idea di filosofia

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linguistica come metodo o meglio strategia ha invece il merito di attirare lattenzione su un requisito tipico della filosofia analitica pi sicuramente tale: il tentativo di affrontare i problemi filosofici prendendo le mosse dal funzionamento del linguaggio. questa oggi una definizione che si sta avviando a diventare canonica (cfr. Picardi [1999], pp. 32-36). Non si tratta come si vede n di una tesi propriamente ontologica o epistemologica, e neppure di una tesi metafilosofica (non si dice che i problemi filosofici sono problemi linguistici), neppure si tratta propriamente di un metodo, ma sei mai del presupposto o della premessa per una serie o una famiglia di metodi diversi9.

3.1.2. Giustificazione Alla fine degli anni Cinquanta, come si accennato, inizia ad affermarsi la definizione di filosofia analitica come filosofia della giustificazione, il cui scopo non fornire una visione del mondo, n propriamente tematizzare e mettere in pratica qualche metodo specifico, n difendere qualche ontologia o epistemologia, ma cercare e presentare le ragioni delle tesi e teorie filosofiche. Esposta e difesa in Introduction to Philosophical Analysis, di John Hospers (1956, poi pi volte ristampato), tale definizione ha antecedenti precisi nei classici, ed stata variamente riproposta (anche in alternativa alle idee di Dummett). Si pu definire propriamente analitico, ha scritto Fllesdal, un punto di vista che very strongly concerned with justification (cfr. Follesdal [1997]), che cio si chiede, per ogni tesi o teoria: quali sono le ragioni per sostenerla?

Circa leventualit che tra questi metodi possa anche figurare un metodo ermeneutico (cfr. Hoy [1978]), o decostruzionista (cfr. Wheeler [2000]), naturalmente il dibattito pu rimanere aperto.

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Va notato che linteresse per il linguaggio pu essere visto come una semplice conseguenza di questo preliminare atteggiamento: ovvio che nel cercare le ragioni di una tesi si cerchino anche i suoi significati, e dunque ricerca del significato o esplicitazione (cfr. Brandom [1994]) e giustificazione risultano strettamente legate. Ma che cosa si intende qui esattamente per giustificazione, o ricerca ed esplicitazione dei significati, o anche spiegazione (cfr. Nozick, 1981)? Le opinioni su questo punto divergono e si pu pensare che ci dipenda dal fatto che non esiste neppure una chiara unanimit circa la nozione di analisi (una sistemazione dei diversi significati tradizionali di analisi si pu leggere in Urmson [1962]; cfr. anche DAgostini [1997b]), che nei diversi autori viene intesa come scomposizione (al modo della chimica), o come esplicitazione dellinespresso, o svolgimento delle implicature di significato, o come traduzione (un significato dominante in qualche misura: lanalisi basata sul linguaggio comune interpretabile come traduzione allinterno di uno stesso linguaggio, quella basata sul linguaggio ideale come traduzione lingua naturale-lingua logica), oppure come analisi lessicografica, ecc. Tale variet di posizioni, per, sul piano pratico pu non essere decisiva: i processi di scomposizione o di esplicitazione, o il rendere ragione, si possono interpretare in termini di traduzione, e viceversa. In alcuni casi si tende a tradurre o giustificare scomponendo, in altri a scomporre traducendo e giustificando, ecc. In alcuni casi lindividuazione dei nessi di significato e dei rapporti tra concetti pu avere una funzione correttiva (revisionista o terapeutica), in altri pu essere semplicemente descrittiva o ricostruttiva, ecc. In effetti, si pu semplicemente ammettere che la filosofia analitica sia appunto analitica: ossia tenda a porre in

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primo piano tutte quelle procedure di svolgimento delle implicazioni, ricerca delle ragioni, traduzione, interpretazione, di problemi o tesi o concetti . Il fatto che gli oggetti di tali procedure siano per lo pi linguistici naturalmente permette anche di spiegare limportanza del linguaggio in tale prospettiva; il fatto che tali oggetti siano (o siano considerabili come) oggetti di pensiero giustifica la definizione data da Dummett della filosofia analitica come filosofia del pensiero.

3. 2. Lo stile analitico Si direbbe dunque che la pratica di un filosofo analitico consista nellesaminare i problemi, prima di cercarne direttamente le soluzioni; nellesplicitare le ragioni immanenti alle scelte teoriche, nel cercare metafisiche di sfondo, significati, nel delucidare strutture concettuali, nel chiarire la forma logica degli enunciati e degli argomenti, e in altre pratiche di questo genere. Ogni filosofia per, o meglio, molta filosofia, fa queste operazioni. Esse anzi possono definirsi come operazioni filosofiche in senso proprio. Forse si pu assumere che la specificit della filosofia analitica consista a questo proposito nellaver sottolineato e intensivamente praticato tale aspetto del lavoro filosofico, rendendolo in qualche misura esemplarmente dominante, e traducendolo anche nei termini di una scelta di stile (di lavoro di pensiero). Forse il risultato pi largamente recepito del processo di autocomprensione che ha occupato la filosofia analitica nellultimo ventennio proprio lidea di un certo stile filosofico, dunque la priorit assegnata alla definizione stilistica: ci che caratterizza la filosofia analitica non sarebbe una raccolta di tesi sostantive, n un metodo, e neppure un punto di vista identificabile con una tradizione storicamente

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effettiva, o con questo o quellautore; non sarebbe neppure linteresse per certe specifiche procedure, come la giustificazione o lesplicitazione, ma piuttosto uno stile di pensiero, di discorso, di argomentazione (cfr. anzitutto Urmson [1956], p. 236. Cfr. anche Rossi Landi [1955a] e [1955b], Antiseri [1966] e [1977]).

3.2.1. Argomentazione rigorosa e soluzione di problemi Le qualit distintive di tale stile sarebbero, principalmente: a) la scelta di argomenti molto limitati e circoscritti ; b) un programmatico sforzo di chiarezza e di rigore argomentativo ; c) lumile convincimento, da parte del teorizzante, di appartenere a unimpresa comune, entro la quale portare il proprio contributo. Le origini di questa caratterizzazione sono rintracciabili nelle prese di posizione anti-idealistiche di Russell e Moore, e ancora prima nella ricerca di una filosofia rigorosa o esatta che fu propria di Brentano e della sua scuola; ma essa si trova oggi in molte valutazioni complessive del movimento analitico (cfr. per esempio: Mulligan [1991]; una prima messa a punto sul nesso tra brentanismo e filosofia analitica sul piano dello stile filosofico si trova in Mulligan [1986]). A ben guardare per i tre requisiti indicati sono propri di qualunque lavoro di ricerca, alle condizioni attuali del sapere e della scienza. Se dunque ci si ferma solo a questo, la filosofia analitica sarebbe soltanto un tentativo di uniformare la filosofia, intesa come genere di scrittura e di discorso, alle regole pi meno esplicite che governano la comunit scientifica . Tale definizione stilistica avrebbe forse qualche merito riguardo al segnalare una differenza specifica: vero che le altre filosofie hanno spesso uno stile meno rigoroso, e meno attento ai propri strumenti. Ma certo puntare solo a questo genere di definizione sarebbe insensato: una

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caratterizzazione che pu avere una certa rilevanza in particolari contingenze storiche, e per gli scopi polemici che ci si prefigge, ma che non fa giustizia realmente alloggetto in questione. difficile dire in quale misura un lavoro come quello di Wittgenstein, per esempio, si uniformi davvero alle premesse cos stabilite. Daltra parte, buoni filosofi (o studiosi di filosofia) con vocazioni o inclinazioni allo specialismo e al minimalismo nel senso suddetto si trovano ovunque, in ogni corrente filosofica. Lo stesso vale per la tendenza a chiamare analitica ogni filosofia concepita come pratica razionale di problem solving. Ci sono buone ragioni per tale scelta: il lavoro di Wittgenstein e di tutti i filosofi analitici consistito essenzialmente nellesame approfondito di problemi pi o meno tradizionali della filosofia, in vista della loro soluzione o dissoluzione; inoltre, come scrisse Ryle nel suo ritratto di Wittgenstein (1951), a dispetto di qualunque divergenza vale la regola: compito della filosofia eliminare perplessit, siano esse sistematiche o casuali. Anche in questo caso per la caratterizzazione poco specifica: quasi ogni studioso o ricercatore (anche non di filosofia o in filosofia) mira a eliminare perplessit. In realt credo che laspetto pi interessante della definizione stilistica sia un altro, e segnatamente il fatto che nel corso del secolo la filosofia analitica ha messo a punto una certa consapevolezza circa alcune tecniche filosofiche che sono state sempre usate, ma che nellambito di quella filosofia sono diventate chiare e autoconsapevoli e sono state per cos dire ottimizzate. Ed su questo piano, ossia sul piano delle tecniche o delle pratiche caratteristiche che secondo me vanno rintracciate non soltanto la specificit ma anche limportanza o lutilit della filosofia analitica. Su questo piano dunque secondo me si pu pervenire a una

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buona definizione: una definizione che rilevi ci che pi caratteristico, e insieme ci che meglio.

3.2.2. Una filosofia dellesplicito Cerchiamo allora di vedere pi da vicino quale sia il tipo di rigore argomentativo in gioco nella pratica analitica. Anzitutto abbastanza facile vedere che un filosofo analitico procede di regola in base a definizioni e/o discussioni di tesi , e per lo pi presenta in anticipo e in modo esplicito i suoi obiettivi. Questo aspetto (lesplicitezza del procedere analitico sottolineata da Marconi [1994]) ha anche e non secondariamente lo scopo di facilitare la discussione, rendendo controllabile il procedimento, e misurabile il valore propriamente filosofico del testo. Un testo che non ha obiettivi chiari, o di cui non si riesce a capire se e quanto ottenga esattamente quel che si propone, evidentemente non ha un valore filosofico chiaramente determinabile. Un esempio significativo pu essere il lavoro di Kierkegaard: Kierkegaard certamente un filosofo interessante, ma le sue tesi filosofiche devono essere estrapolate da una grande quantit di divagazioni e digressioni. In secondo luogo, nellambito della pratica analitica si considera argomentativamente decisiva la presentazione di esempi e controesempi . Di fatto, i filosofi analitici si riconoscono perch a ogni tesi (o quasi) accostano qualche genere di esemplificazione; ci vale per Wittgenstein come per Quine o Rawls, per Austin come per David Lewis. un aspetto abbastanza discriminante: a quanto mi risulta in nessunaltra tradizione filosofica la richiesta di esemplificazione stata tanto alta e intensa. Le argomentazioni di Heidegger per esempio non sono propriamente scorrette (hanno anzi un loro rigore e una loro correttezza rispetto a certi canoni),

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ma sono per lo pi prive di esemplificazioni: i materiali di cui Heidegger si serve nel suo argomentare sono riferimenti pi o meno espliciti alla storia del pensiero (autori o teorie), e lappello implicito a una esperienza condivisa. Si portati ad aderire alle tesi di Heidegger se e in quanto si condivide lesperienza filosofica che esse enunciano o sottintendono, mentre lesemplificazione e la contro-esemplificazione in uso nei testi analitici hanno di regola un valore e una condivisibilit largamente indipendenti dalle specifiche competenze ed esperienze dei lettori. Tanto lo sviluppo di argomentazioni chiare e controllabili, in base a tesi e definizioni, quanto la presentazione di esempi e controesempi, fanno capo alla visione della filosofia analitica come stile filosofico rigoroso, che si riallaccia ai programmi di una filosofia esatta o scientifica propri di Bolzano, Brentano, Husserl, e in genere del movimento anti-idealistico del primo Novecento. Tutto linsieme inoltre pu essere ridisegnato come applicazione intensiva e sistematica di una retorica dellesplicito. Va detto, a onore del vero, che non sempre tale retorica ha ripercussioni filosoficamente interessanti. Da certi punti di vista anzi, il gradiente propriamente filosofico di un testo, anche di un testo analitico, sta nella sua profondit poco definita, nei suoi contorni e rinvii non espliciti, nelle sue componenti non esemplificabili. Un esempio secondo me significativo sono alcuni saggi di Quine, piccoli capolavori di stile analitico, ma la cui fortuna filosofica stata determinata soprattutto dalla giusta misura di vaghezza ed esplicitezza di cui erano provvisti On what there is (in Quine, 1953), per esempio, ha molti punti oscuri, molte ripetizioni, molte tesi presentate in modo poco argomentato; lo stesso dicasi per Two Dogmas (ivi). Si potrebbe anzi insinuare che proprio leccesso di esplicitezza (o leccessivo bisogno di esplicitazione) rende a volte i testi analitici un

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po vacui o, alternativamente, troppo complicati. Ma forse questo riguarda la versione caricaturale della tecnica analitica, non i suoi prodotti migliori10.

3.2.3. Dallargomentazione allimmaginazione In verit, la pratica dellesemplificazione ha alcune ripercussioni metafilosofiche e metodologiche che non vanno sottovalutate. Innanzitutto, va considerato che la stessa pratica dellesempio consiste in una forma di conciliazione o di aggancio tra argomentazione e immaginazione. E in effetti lo stile analitico nel senso pi caratteristico e tradizionale sembra precisamente consistere in un giusto bilanciamento tra il rigore dellargomentazione, e il colore dellimmagine. La fragola rossa nel fogliame verde che compare in una celebre pagina della ricerca logica di Frege sul pensiero, il profumo di violette che allimprovviso si avverte nella discussione sulla verit, sono il correlato analitico del gioco nietzscheano o hegeliano della metafora, dei simboli, dei paragoni; la cassetta degli attrezzi di Wittgenstein un personaggio concettuale (per usare unespressione di Deleuze) equivalente al Don Giovanni di Kierkegaard. Non si tratta peraltro di un tratto inconsapevole. La filosofia analitica nel corso degli anni ha sempre pi frequentemente e consapevolmente associato immaginazione e argomentazione, sul piano pratico come sul piano programmatico. I casi pi evidenti o macroscopici (lasciando da parte Wittgenstein, dai cui scritti si pu trarre una vera e propria poetica dellesemplificazione) sono luso degli

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Il principio ermeneutico della perfezione va qui applicato: si tratta del principio per cui quando si esamina una teoria o una posizione filosofica bisogna sempre esaminarne gli esempi migliori (cfr. Gadamer [1960]).

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esperimenti di pensiero o esperimenti mentali, o dei condizionali controfattuali 11, o lelaborazione delle cosiddette ipotesi scettiche (la pi famosa quella dei cervelli in una vasca, di Putnam, 1977, ma forse la pi curiosa quella di Russell: supponiamo che noi stessi siamo stati creati tre minuti fa, con tutti i nostri ricordi e pensieri: come sappiamo che non cos?). Tutte queste pratiche in effetti coinvolgono in modo specifico e primario limmaginazione. La teoria dei mondi possibili, lanciata da Saul Kripke (1940), e i suoi sviluppi in vari autori (cfr. in particolare il realismo modale di David K. Lewis (1941-2001)), ha offerto peraltro un legittimo sfondo metafisico a una metodica filosofica basata in modo primario sullimmaginazione (in questa direzione si muovono per esempio i lavori di Achille Varzi: cfr. Varzi [2001]).

3.3. Metafilosofia Quale concezione della filosofia dominante sullo sfondo di queste scelte stilistiche? Quale la principale metafilosofia che caratterizza la tradizione analitica, e si riscontra nella pratica dei suoi esponenti, e in come essi stessi lhanno programmata e descritta? La metafilosofia occupa un capitolo importante nel lavoro di eminenti filosofi analitici come Dummett, Davidson, Quine, Putnam, ma per avviare una risposta complessiva conviene esaminare quel che la filosofia analitica non stata, e quel che si suppone non possa essere. Se c una qualit che mancata alla filosofia analitica, e di cui invece a quanto sembra la filosofia continentale ha goduto in eccesso, il requisito della
Si devono a David K. Lewis le pi approfondite analisi dei condizionali controfattuali (la cui prima teorizzazione fu di Nelson Goodman), cfr. Lewis [1973]. Per una critica anche sarcastica dellepistemologia modale cfr. van Inwagen [1998].
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razionalit autocritica , ossia la capacit e la volont della ragione di sottoporre a critica se stessa e le proprie forme istituite. La sostanziale incompatibilit tra razionalit analitica e autocritica della ragione esemplificata spesso ricordando le sfortune della teoria critica francofortese nei paesi di lingua inglese. Nel suo profilo politico-filosofico di Horkheimer, Habermas ha ricostruito bene listantaneo declino del programma critico francofortese a contatto con la lingua e la societ americana. Si trattava certamente di un problema di culture, traduzioni e tradizioni. C una proverbiale semplicit antiproblematica del pensiero angloamericano, che stride con stili e orientamenti di pensiero europei. un riscontro che era di prammatica anzitutto da parte dei nemici storici della filosofia analitica, e che forse oggi, con la globalizzazione e il relativo attenuarsi delle componenti di mentalit, e di cultura, ha perso molta forza e credibilit. Resta per un problema di fondo, con cui necessario misurarsi: in quale misura lo stile analitico, come labbiamo descritto, potrebbe adattarsi a un lavoro di autocritica della ragione? In quale misura nella filosofia analitica non stata e non tuttora attiva una certa tendenza ad assecondare le strutture istituite della razionalit?

3.3.1. Logica, scienza, senso comune Ci occorre anzitutto capire che cosa si intenda per strutture istituite della razionalit ed legittimo dire che le istanze storiche della ragione, gli apparati di riferimento del logos in ciascuna epoca, sono la logica , la scienza e il senso comune. Se voglio capire come la mia epoca pensa in modo normale ossia le sue norme di pensiero e di conoscenza posso solo riferirmi a come ragionano e lavorano le

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scienze, a quale il posto e il ruolo della logica, a che cosa dice della realt e della giustizia il senso comune. Di fatto la filosofia analitica (in senso idealtipico, ma anche in senso storico) ha e ha avuto un legame del tutto particolare con queste tre istanze del discorso razionale. Storicamente, come abbiamo visto, il legame con la logica inequivocabile e decisivo: la filosofia analitica nasce insieme alla logica moderna, e in buona parte grazie ad essa. anche rilevante, almeno inizialmente, il rapporto con il common sense, come si visto: sin da principio lo stile analitico si caratterizza per una certa amicizia nei confronti del senso comune, anche in polemica con altre correnti filosofiche, come appunto lidealismo o il trascendentalismo. Un recupero della filosofia del common sense alla base della ribellione di Russell e Moore allidealismo di Bradley, e le tesi del Moore nellarticolo del 1925 A Defence of Common Sense possono considerarsi allorigine del nuovo interesse per il linguaggio ordinario poi sviluppato nellOxford-Cambridge Philosophy12. Quanto al rapporto con la scienza, va detto che fin da principio la filosofia analitica si proposta come filosofia congruente alla razionalit scientifica, anche se questo non vuol dire che si sia di fatto e sempre sviluppata come filosofia scientifica . Limmagine della filosofia analitica come filosofia scientifica, nei due sensi di 1) filosofia rigorosa come la scienza, e 2) filosofia prevalentemente orientata a chiarire il linguaggio scientifico, e a fornire una mediazione tra le scienze (o addirittura intesa come metodologia della scienza), esclusivamente propria del neopositivismo. Nella sua versione esplicita tale immagine ha avuto una breve

Si vedano anche le importanti conseguenze che Wittgenstein seppe trarre esaminando e criticando le intuizioni di Moore, in Della certezza : Wittgenstein [1969].

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fortuna: sopravvissuta in parte in Quine, che in tutto il suo percorso ha mantenuto un legame di affinit con la metafilosofia neopositivista (anche se subito si distanziato dalle tesi epistemologiche e ontologiche del neopositivismo); ma non condivisa da molti filosofi analitici, in primis Wittgenstein, che ha sempre ribadito il carattere non scientifico del lavoro filosofico. E tuttavia una certa simpatia o un certo sentimento di affinit con la scienze rimasto uno sfondo importante della pratica analitica. Se lanalisi del linguaggio di Frege e Russell e di altri filosofi analitici in senso stretto e proprio ha avvicinato la pratica analitica alla ricerca matematica, le indagini sul linguaggio dei

comunlinguisti degli anni cinquanta-sessanta hanno portato a una contaminazione con il lavoro dei linguisti . La filosofia della menta analitica oggi spesso legata alle scienze cognitive (anche se non sono mancate polemiche anti-riduzionistiche), e la filosofia dellultimo Wittgenstein ha di fatto suggerito lavvio del dialogo con le scienze antropologico -sociali13. Infine, lempirismo e il naturalismo della filosofia analitica legata al neopositivismo e a Russell ha portato evidentemente a mantenere vivo il dialogo con le scienze naturali . In realt, presi singolarmente, logica, scienza e senso comune sono stati sottoposti a critica. Non mancato un ridimensionamento radicale del ruolo della logica in filosofia (cfr. anzitutto le tesi del secondo Wittgenstein); e una relativa presa di distanza dal modo di pensare della scienza e/o del pensiero comune anche chiaramente avvertibile in molti filosofi analitici. stato riconosciuto che la logica e il senso comune, o anche la logica e la razionalit sono divergenti (cfr. la nota tesi
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Peter Winch ha portato la tesi wittgensteiniana capire un linguaggio capire una forma di vita al rifiuto di qualsiasi tipo di premessa empiristica e allaffermazione del primato delle scienze sociali, cfr. The Idea of Social Science and Its Relation to Philosophy, 1958.

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di Gilbert Harman 14). C inoltre, nella filosofia analitica post-positivistica, una certa critica della scienza, attraverso la messa in chiaro delle sue dipendenze e implicazioni storico-sociali e politiche, almeno a partire da Thomas Kuhn. per difficile pensare, nel quadro di discorso di un filosofo analitico, una critica del senso comune che non si avvalga di ragioni logico-formali, o tratte dai risultati della scienza, e una critica della logica che non si avvalga di ragioni tratte dal senso comune, o dai risultati della scienza. In particolare a mio avviso esistono due aspetti problematici nel lavoro analitico, ed entrambi sono riconducibili a un certo legame metodologico tra filosofia e scienza.

3.3.2. Teorie oggettivanti e a-riflessive Il primo aspetto problematico la tendenza a promuovere quel che nella tradizione dellheideggerismo si definirebbe un teorizzare oggettivante, ovvero, in altre parole: una teoria che non mette in questione la metateoria, e in cui non c un intreccio tra lavoro teorico e metateorico (ha insistito molto sullassenza di consapevolezza riflessiva e metateorica nella filosofia analitica K. O. Apel: cfr. Apel [1973] e [1989]). C stato certamente, nella filosofia analitica, un vasto movimento di critica del mito del dato, e di revisione delloggettivismo scientifico (attraverso il richiamo al kantismo, o allhegelismo, o alla fenomenologia); tuttavia, anche le posizioni pi costruzioniste non sono mai giunte a concludere circa la natura costruita anche delloggetto-teoria. In altre parole: le limitazioni epistemologiche non si sono se non raramente tradotte in limitazioni meta-teoriche o meta14

Cfr. Harman [1986]. La tesi di Harman, che le argomentazioni razionali siano distinte dalle argomentazioni logiche, potrebbe effettivamente suscitare lapprovazione di un filosofo continentale che abbia consuetudine con la tradizione di critica della ragione.

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filosofiche, e per lo pi ci si adatta a presupporre loggettivit a-problematica dei dati della teoria (ho cercato di approfondire questo aspetto in DAgostini [2002a]). Questo certamente un punto di divergenza rispetto a unampia parte della filosofia continentale, che invece proprio a partire da un certo costruzionismo in ambito epistemologico giunta a conseguenze anti-filosofiche (si vedano certe conclusioni della sinistra hegeliana, certi esiti dello storicismo e del neokantismo). Pi in generale, la limitazione dovuta allimpostazione costruzionista

nellepistemologia di derivazione kantiana ha senzaltro impresso alla filosofia continentale una specifica cautela, riscontrabile nelle scelte stilistiche. La mancanza di consequenzialit tra scelte filosofiche e posizioni metafilosofiche pu essere un vantaggio, a certe condizioni (si evita di affaticare il lavoro teorico con precisazioni e limitazioni di natura metateorica), ma pu essere anche un limite, perch si rischia di cadere in autocontraddizioni performative. in ogni caso evidente che la tendenza a trascurare questo nesso pu essere ricondotta a una eccessiva affinit metodologica con la scienza: la scienza, come ovvio, non obbligata a questo sforzo di riflessivit. Di fatto Rawls ha difeso la necessit di una articolazione riflessiva nel lavoro teorico, ma rimasto un suggerimento, che lo stesso stile analitico, nella sua impostazione di fondo, e nella sua forma pi caratteristica e pura, non pu accogliere del tutto. Cos resta caratteristica della pratica filosofica analitica una certa ingenuit di fondo, che in parte salva la filosofia (si tende a fare filosofia risolutamente, e senza timidezza, come al tempo di Pericle), in parte la rende facile preda del pensiero critico.

3.3.3. Tecnica da specialisti

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E giungiamo cos al secondo aspetto problematico. Si tratta della mancanza strutturale di una visione della totalit. restata una caratteristica della filosofia analitica infatti ladattarsi a una delle pi evidenti propriet della cultura scientifica, ossia la specializzazione. questo peraltro uno dei primi requisiti di una pratica della filosofia che possa essere controllata in base a standard di professionalit, e sicuramente la necessit di una integrazione della filosofia nelle regole della comunit scientifica ha avuto un ruolo significativo a questo riguardo, soprattutto con il diffondersi del lavoro analitico nel sistema didattico delle universit americane. Si parlato (pi o meno criticamente) della filosofia analitica come dellaffermarsi del professionismo in filosofia (cfr. T. D. Perry [1986], cfr. anche Rorty [1982], Borradori [1988]), ossia il passaggio della filosofia dalla situazione vaga di pratica culturale a met tra religione e letteratura al ruolo di disciplina accademica specializzata. Va considerato che lo specialismo in filosofia un dato oggi abbastanza condiviso, anche in altre tradizioni filosofiche: semplicemente perch un portato necessario del sistema della ricerca e dellinsegnamento ovunque in uso. Quel che caratterizza la filosofia analitica piuttosto laver fatto di tale specializzazione un canone del lavoro filosofico, e non averla avvertita come un limite (se non in casi sporadici: cfr. Dummett, 1975; Rorty, 1982). Naturalmente ci pu essere discusso. Per esempio, osservando che se la filosofia deve collocarsi razionalmente nellassetto attuale della cultura occidentale, dovr anzitutto decidere se condividerne lo specialismo di fondo. Daltra parte la tecnicizzazione della filosofia, come si legge nell Oxford Companion to Philosophy ha creato una situazione in cui il campo della disciplina ha superato ampiamente le capacit di

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controllo, non soltanto di coloro che la praticano, ma anche delle sue stesse istituzioni. chiaro che questo un problema con cui la filosofia analitica (ma forse la filosofia in generale) deve misurarsi. Comprendiamo allora che cosa si intende per mancanza di autocritica della ragione, e perch nella filosofia analitica tale mancanza sarebbe strutturale. La critica razionale delle strutture del logos possibile solo dal punto di vista di un pensiero che non ha paura di misurarsi con la totalit, e con lassenza preliminare di canoni e di regole e restrizioni che questo richiede. Ma lo stile analitico non sembra adattabile a un simile programma. In un certo senso, sembra che quel che chiamiamo stile analitico possa se mai essere utile per filosofi specialisti e di settore (epistemologi, logici, filosofi del linguaggio), non per la filosofia, ossia il discorso esterno, preliminare e generale, sulle premesse e le ragioni del pensiero comune, e di quello filosofico e scientifico 15. Mancherebbe lattenzione per la generalit, e la sua pi propria conseguenza: la capacit riflessiva. La domanda di fondo, con cui secondo me la filosofia analitica deve ancora misurarsi, allora: potrebbe una prospettiva propriamente analitica integrarsi e perfezionarsi includendo una specifica attenzione per la totalit e per i rapporti tra teoria e metateoria? In quale misura non ne risulterebbe un ibrido inaccettabile?

CONCLUSIONI: PERCH (ANCORA ) LA FILOSOFIA ANALITICA? Se ripercorriamo i passaggi salienti di questa ricostruzione, non difficile caratterizzare la filosofia analitica in senso lato (ossia la tradizione analitica) in base
In effetti per Quine [1969], in una sede esterna o di valutazione dei presupposti ontologici dovrebbe valere una prospettiva o un tipo di approccio che non sarebbe azzardato definire ermeneutico. Ma Quine resta legato a una idea forse un po antiquata della filosofia, e dei rapporti tra filosofia e scienze.
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ad alcuni aspetti essenziali, che ne definiscono lidentit sul piano storico, filosofico, metodologico, stilistico, metafilosofico, e concorrono a formarne un ritratto comprensibile, come ho suggerito nellintroduzione, anche se complesso, e con molti particolari eterogenei. Anzitutto, abbiamo visto che la tradizione analitica, sorta con Russell e Moore nel primo Novecento, giunge fino a oggi, e comprende Wittgenstein, il neopositivismo, i filosofi del linguaggio americani e inglesi degli anni CinquantaSettanta, e tutti coloro che dagli ultimi decenni del Novecento a oggi si ricollegano a loro. Abbiamo visto poi che sul piano delle scelte epistemologiche e metafisiche di fondo gli autori di tale tradizione (come quasi tutti i filosofi degli ultimi due secoli) si misurano essenzialmente con i problemi dello scetticismo empirista (realt del mondo esterno) e del platonismo (natura ed esistenza delle entit astratte o ideali), e offrono ad essi varie risposte, con una certa dominanza delle posizioni realistiche, in senso platonico o naturalistico, e lattenzione per tali problematiche fa s che si possa caratterizzare la filosofia analitica come una filosofia prima, analoga a trascendentalismo, hegelismo, storicismo, fenomenologia, ecc. Sul piano

metodologico poi abbiamo isolato il riferimento al linguaggio come ambito preferenziale dellindagine filosofica: un tratto questo che distingue la filosofia analitica in senso stretto e proprio, come una corrente interna alla tradizione analitica, e dominante in una sua fase. Caratteristico invece della tradizione nel suo complesso linteresse per la giustificazione e per procedure di indagine scompositive, riflessive, o immanenti (analitiche, appunto). Quanto allo stile, abbiamo visto che le filosofie analitiche canonicamente si segnalano per lo stile rigoroso, che per fa un uso sistematico e ampio dellimmaginazione; quanto alla

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metafilosofia, abbiamo identificato la dominanza di una concezione della filosofia come impegnata in un dialogo preferenziale con la scienza, e/o con la logica, e/o con il senso comune. Ora ci si chiede: che cosa ne facciamo oggi di questa impostazione filosofica? Quali sono i meriti attuali della filosofia analitica rispetto ad altre correnti o stili filosofici? Queste pagine conclusive vorrebbero cercare di rispondere a tali interrogativi. Commentando il recente volume di interviste a filosofi inglesi, a cura di J. Baggini e J. Stangroom, dal titolo New British Philosophy (Baggini e Stangroom, 2002), Donal Gillies (2003) ha osservato che il numero dei riferimenti degli attuali filosofi inglesi ad autori continentali decisamente pi alto di quello ad autori analitici. Per esempio Ayer citato 10 volte, e Heidegger 12, Husserl 7 volte, e Ryle solo 2, Strawson citato 3 volte, Derrida 12 (!), Foucault 7 volte, Kripke 1 (Wittgenstein non viene considerato in quanto autore doppio). Altrettanto

evidente lassenza di ogni riferimento alla matematica, alla logica, alla filosofia della scienza, accanto alla dominanza delle questioni etiche ed estetiche, e dei problemi di politica e filosofia della cultura. Sembra dunque che la filosofia inglese abbia abbracciato in buona parte la causa della filosofia continentale. Daltra parte uno sguardo anche rapido e superficiale alla filosofia europea di questultimo decennio non potr che riscontrare il diffondersi della filosofia analitica in contesti un tempo dominati da tuttaltre tradizioni. Tutto ci non autorizza, naturalmente, a parlare di uno scambio di ruoli o di aree di influenza. C ancora una certa dominanza, almeno sul piano accademico, della filosofia analitica nei paesi di lingua inglese, e delle filosofie continentali in Europa. Ma certo che le linee di

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diversificazione sono oggi sempre pi labili, e stanno emergendo in vari luoghi soluzioni-ponte, o terze vie. Da molto tempo, accanto ai filosofi analitici e a quelli continentali, c una nutrita schiera di bridge-builders, oppure di personalit filosofiche che si dichiarano estranee alla disputa. Ci si chiede allora: perch ci avviene? Perch lessere solo filosofi analitici, o solo filosofi continentali non sembra pi sufficiente? Perch da una parte e dallaltra sempre pi spesso si cercano soluzioni nella parte avversa? La risposta di Rorty che si tratta turismo filosofico, e dunque di mera curiosit spicciola. Leclettismo in filosofia, precisa Rorty, dettato dalla noia: .... is just a result of getting easily bored and looking around for something new (cfr. Rorty [1998] p. 10). Ma io non credo che sia cos, e in particolare non credo affatto che si tratti di eclettismo, ma piuttosto di una necessit intrinseca alla situazione attuale della filosofia. Allora la questione che bisognerebbe cercare di prendere in esame la seguente: perch la filosofia analitica, e perch la filosofia continentale?, ossia: perch in Europa oggi ci si rivolge alla filosofia analitica? Perch i filosofi analitici (o alcuni di loro) si rivolgono alla filosofia europea? Si tratta di domande che richiedono risposte troppo complesse per essere qui sviluppate in dettaglio, credo per che una buona considerazione introduttiva sia questa: tanto per la filosofia analitica quanto per la filosofia continentale vale il principio per cui le migliori qualit dopo qualche tempo coincidono con i peggiori difetti. Infatti, la filosofia analitica (sin dalle origini) ha avuto il merito di salvaguardare il senso della teoria in filosofia, proprio mentre la filosofia continentale sviluppava una forte tendenza anti-teorica, ed esistenzializzante.

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Naturalmente, proprio questo aspetto ha portato nella filosofia analitica a ridurre notevolmente, come si visto, limpatto e limportanza delle limitazioni metateoriche, e delle considerazioni riflessive, globali, storiche e metafilosofiche. Daltra parte per, un eccesso di consapevolezza metateorica in ambito europeo ha portato a una generalizzata autolimitazione della pratica filosofica, intesa in base a varianti che vanno dalla teoria della fine della filosofia (declinata in senso post-hegeliano o post-moderno) a un elogio indiscriminato dellanti-teoria, dallenfasi sulle cose prossime, e/o sulla phronesis, alla difesa del mythos contro il logos, delle emozioni e del mondo della vita contro la ragione: tutte rispettabili tendenze, ma spesso articolate in una direzione fortemente anti-filosofica e dunque in qualche misura autocontraddittorie. Possiamo dire in effetti che se la filosofia analitica non ha granch conosciuto lesperienza dell autocritica della ragione, non ha per neppure conosciuto, per sua fortuna, lesperienza dell autodistruzione della ragione. In sintesi, mentre mancata alla filosofia analitica (in senso idealtipico) larticolazione riflessiva, ovvero la visione della globalit dei fenomeni, la filosofia continentale (in senso idealtipico) ha dovuto rinunciare al senso positivo del teorizzare, alla precisione e al rigore della ricerca, alla controllabilit dei risultati. Dunque: ci troviamo di fronte a immagini monche della filosofia 16. E di qui lesigenza di integrare entrambi i punti di vista. In ogni epoca, ci dice Hegel in uno dei suoi scritti giovanili (Fede e sapere), la filosofia ha un compito di ricomposizione, e probabilmente nella nostra epoca (come peraltro in tutto il secolo
In DAgostini [2003] ho cercato di chiarire come in entrambe le tradizioni si sia giunti a una distruzione della nozione di filosofia generale o fondamentale: nella filosofia continentale, per una visione fondamentalmente negativa della totalit, nella filosofia analitica per una mancata visione della totalit.
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che ci precede) ha il compito di salvare la teoria senza sacrificare la totalit, la riflessione, e se si vuole anche la dimensione pratica, relazionale e patica della verit (la verit come anche amicizia 17). Ma naturalmente, queste conciliazioni a tavolino non hanno senso, essenzialmente perch troppo facili in linea teorica (ancorch piuttosto complicate in linea pratica). Perch la conciliazione riesca, occorre una sintesi autorevole, e originale: sintesi di questo tipo non si possono programmare, ma accadono, e c il sospetto che i meccanismi di diffusione delle idee nella nostra epoca abbiano particolarit tali da renderle di difficile accadimento. Per il momento dunque, credo sia sufficiente ed essenziale capire per quali vie la filosofia analitica dovrebbe andare, ovvero capire quali tra i suoi requisiti possano avvicinarla ai compiti attuali della filosofia rispetto alla scienza, alla politica, alla cultura contemporanee. In questa ottica, il requisito vincente della filosofia analitica secondo me proprio il nesso tra argomentazione e immaginazione di cui abbiamo parlato nella sezione precedente, e che non per nulla d il titolo a questa ricognizione. In primo luogo, in questo nesso che secondo deve individuarsi la migliore specificit della filosofia analitica (le geniali esemplificazioni di Wittgenstein, il mirabile stile filosofico di Frege, la chiarezza generosa di Russell, la semplicit profonda di Moore, hanno avuto una eredit importante, con cui chiunque sostenga linesistenza della filosofia analitica dovrebbe credo misurarsi). Proprio tale nesso a mio avviso costituisce il tratto distintivo pi interessante della filosofia analitica rispetto alle
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Vattimo [2000] insiste molto sul primato dellamicizia sulla verit, credo per che il suo suggerimento si possa riconsiderare, e interpretare nei termini di una sottolineatura dellamicizia allinterno della (o del concetto di) verit: cfr. DAgostini [2002].

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altre filosofie del Novecento. Lermeneutica, la teoria critica, e in generale le filosofie di impostazione trascendentale, ancorch attente allargomentazione (e al procedimento stilistico della fondazione) tendono a essere povere dal punto di vista immaginativo. Il post-strutturalismo ha prodotto posizioni filosofiche molto ricche dal punto di vista dellimmaginazione, e quanto allescogitazione di modi di vita e di pensiero alternativi, ma povere o discutibili sul piano argomentativo. Se e in quanto la filosofia analitica evita di lasciarsi frenare dallossequio nei confronti delle strutture istituite del logos, e si concede anche il lusso e il diritto di avversare occasionalmente la communis opinio, o di sfuggire alle regole che impongono alla scienza di non pensare, allora pu forse dirsi che in tale orientamento filosofico sopravvivono e resistono ancora buone opportunit per la filosofia.*

Franca DAgostini

Ringrazio Luciano Floridi per i suggerimenti e le osservazioni che mi hanno condotto allattuale stesura di questo saggio.

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BIBLIOGRAFIA RAGIONATA Non mancano in italiano presentazioni complessive della filosofia analitica. La pi recente Storia della filosofia analitica , a cura di F. DAgostini e N. Vassallo (Einaudi, Torino 2002). Si tratta di una raccolta di saggi monografici sui singoli settori della ricerca filosofica analitica: Filosofia del linguaggio di C. Penco, Logica filosofica di M. Sainsbury, Ontologia e metafisica di A. Varzi, Filosofia della mente, di M. Marraffa, Filosofia della scienza di M. Dorato, Epistemologia, di N. Vassallo, Filosofia della matematica, di P. Garavaso, Etica di C. Bagnoli, Filosofia politica, di A. E. Galeotti, Filosofia del diritto di V. Villa, Filosofia della religione di C. Hughes, Estetica di J. Levinson. Il primo saggio, di F. DAgostini, si intitola Che cosa la filosofia analitica? ed esamina la definizione e la storia dellintera tradizione. Ciascun saggio completato da una breve ricognizione bibliografica. Da segnalare sono anche due antologie: il volume curato da Carlo Penco, Filosofia analitica (La Nuova Italia, Firenze 2001), che raccoglie otto testi di grandi autori, e li presenta dando un quadro generale dello sviluppo della filosofia analitica da Frege a Searle; la raccolta di passi antologici a cura di F. DAgostini, Filosofia analitica , Paravia Bruno Mondadori, Torino 1997. La sintesi di Alessandro Pagnini, La filosofia analitica, nellampio trattato in quattro volumi coordinato da Paolo Rossi, La filosofia (Utet, Torino 1995), utile per una visione rapida dei problemi concernenti la definizione, le origini, le prospettive della filosofia analitica. Cfr. anche, di Giovanna Borradori, Conversazioni americane, del 1992 (Laterza, RomaBari): conversazioni con Quine, Davidson, Rorty, Cavell, Putnam Nozick, Danto, MacIntyre e Kuhn, che documentano soprattutto la fase di revisione e ripensamento degli anni Ottanta. I principali protagonisti della filosofia analitica del linguaggio sono presentati nella raccolta di saggi monografici a cura di Marco Santambrogio, Introduzione alla filosofia analitica del linguaggio, Laterza, Roma Bari 1994, mentre importanti raccolte di testi classici o di contributi sulla storia e la natura della filosofia analitica sono state curate da A. Pasquinelli (Il neoempirismo , Utet, Torino, 1969), G. Gava e A. Piovesan (La filosofia analitica , Liviana, Padova 1972), A. Bonomi (La struttura logica del linguaggio, Bompiani, Milano 1973 - 19922), M. Sbis (Atti linguistici , Feltrinelli, Milano 1978), E. Agazzi (Studi sul problema del significato, Le Monnier, Firenze 1979), D. Silvestrini (Individui e mondi possibili , Feltrinelli, 1979), L. Urbani Ulivi (Gli universali e la formazione dei concetti , Comunit, Milano 1981), R. Egidi (La svolta relativistica nellepistemologia contemporanea , Angeli, Milano 1988), A. Bottani e C. Penco (Significato e teorie del linguaggio, Angeli, Milano 1990), L. Floridi e Donatelli ( Filosofia analitica 1993: Bilanci e prospettive, Lithos, Roma 1993), A. Pagnini (Realismo/antirealismo , La Nuova Italia, Firenze 1995), C. Penco e G. Sarbia (Alle radici della filosofia analitica , Erga ediz., Genova 1996); M. Di Francesco, D. Marconi, P. Parrini (Filosofia analitica 1996-1998 , Guerini, Milano 1998), S. Cremaschi (Filosofia analitica e filosofia continentale , La Nuova Italia, Firenze 1997), E. Agazzi e N. Vassallo (Introduzione al naturalismo filosofico , Angeli, Milano 1998), G. Marchetti (Il neopragmatismo , La Nuova Italia, Firenze 1999).

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In altre lingue, una recente presentazione sistematica della filosofia analitica il Prcis de philosophie analytique, curato da Pascal Engel (Seuil, Paris 2000): raccolta di saggi di vari autori, organizzata per settori. Segue invece una falsariga storica lantologia a cura di Jordan J. Lindberg, Analytic Philosophy. Beginnings to the Present (Mayfield, Mountain View, Cal., 2001) che raccoglie 34 tra i principali testi che hanno scandito la storia della tradizione analitica. Il saggio monografico Twentieth Century Analytic Philosophy, di Avrum Stroll (Columbia University Press, New York 2000), costituisce un primo aggiornato tentativo di ricostruzione storico-teorica generale (anche se dichiaratamente compiuto sulla base degli interessi filosofici dellautore). Hanno un carattere introduttivo il volume di James Baillie, Contemporary Analytic Philosophy (Prentice-Hall, 1996) e la raccolta di saggi classici curata da Robert R. Ammerman, Classics of Analytic Philosophy (Hackett, Indianapolis 19902). Una prima auto-presentazione della scuola analitica come tale la raccolta di saggi sulla Oxford-Cambridge philosophy, pubblicata 1957 con il titolo A Revolution in Philosophy, a cura di Alfred Ayer con introduzione di Gilbert Ryle (tr. it. La svolta linguistica in filosofia, Citt Nuova, Roma 1975). I primi documenti in cui si ratifica lesistenza di un movimento complessivo che unisce analisti di Cambridge e neopositivismo sono gli atti del convegno di Royaumont del 1958, pubblicati a cura di Leslie Beck, con una presentazione di Jean Wahl: La philosophie analytique, (Minuit, Paris 1962). consigliabile leggere, nel volume, il saggio di Urmson Lhistoire de lanalyse (trad. it. in G. Gava e A. Piovesan, La filosofia analitica , cit.) che fissa le caratteristiche della filosofia analitica del secondo dopoguerra, le sue differenze interne, e le sue novit rispetto allepoca precedente. La filosofia analitica inglese illustrata in contrasto alla filosofia continentale nel volume di saggi a cura di B. Williams e A. Montefiore dal titolo British Analytical Philosophy, 1966 (tr. it. B. Notarmarco, Lerici, Roma 1967). Sono poi da segnalare i lavori di due pensatori particolarmente importanti per lautocomprensione della filosofia analitica: le Vorlesungen zur Einfhrung in die sprachanalytische Philosophie di Ernst Tugendhat (Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1976, tr. it. parziale di C. Salvi, Introduzione alla filosofia analitica , Marietti, Genova 1989), che mostrano come la filosofia analitica possa utilmente inserirsi allinterno della tradizione dellontologia; e il fondamentale libretto Origins of Analytical Philosophy, di Michael Dummett, testo di alcune lezioni tenute allUniversit di Bologna nel 1987, tradotto da Eva Picardi (Einaudi, Torino, 2a ediz 2001). Qui Dummett specifica la derivazione della filosofia analitica da Frege, mostra come Husserl e Frege muovessero da analoghe problematiche di fondo, sottolinea la definizione di filosofia analitica come una filosofia interessata a comprendere il pensiero a partire dallanalisi del linguaggio. Sul tema fenomenologia - filosofia analitica cfr. il saggio di Dermot Moran, Analytic Philosophy and Phenomenology, in cui non soltanto si riprende la questione delle radici comuni tra le due correnti filosofiche, ma si suggerisce una effettiva convergenza metodologica. Il testo pubblicato in un libro on line a cura di Steven G. Crowell e Samuel J. Julian, The Reach of Reflection: Issues for Phenomenologys second century, http://www.electronpress.com/reach.asp). Un autore determinante nellautochiarimento della filosofia analitica stato Alfred Ayer, artefice della diffusione del neopositivismo in Inghilterra. Cfr. in

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particolare, di Ayer, British Empirical Philosophers, Routledge, London 1952 (con P. Winch); Russell and Moore: the Analytic Heritage, MacMillan, London 1971; Philosophy in the Twentieth Century, 1982 (tr. it. Laterza, Roma-Bari 1983). La notissima antologia The Linguistic Turn, pubblicata da Richard Rorty nel 1967, presenta una sistemazione critica generale dei risultati della filosofia linguistica; la lunga introduzione premessa al libro tradotta insieme ad altri due saggi in R. Rorty, La svolta linguistica , con introduzione di Diego Marconi (Garzanti, Milano 1994). Karl Otto Apel, Transformation der Philosophie, raccoglie scritti del decennio tra il 1962 e il 1972 (trad. parziale Rosenberg & Sellier, con introduzione di Gianni Vattimo, Torino 1979), ed un primo importante tentativo di inquadrare la filosofia analitica allinterno di una ricognizione metafilosofica generale. Tra i manuali, per la concezione logica dellanalisi ancora utile il lavoro di Arthus Pap, Elements of Analytic Philosophy (Hafner, New York, 1972), pubblicato per la prima volta nel 1949. Per una prospettiva pi ampia, consigliabile il libro di J. Hospers, An Introduction to Philosophical Analysis, del 1956, poi pi volte ristampato (Routledge, London 1990 terza edizione). Buone introduzioni al metodo analitico possono essere Thomas D. Perry, Professional Philosophy. What It Is and What It Matters, Reidel, Dordrecht 1986; William Charlton, The Analytic Ambition , Blackwell, Oxford 1991; Roy A. Sorensen, Pseudo-problems. How Analytic Philosophy Gets Done, Routledge, London - New York 1993 (di Sorensen cfr. anche Thought Experiments, Oxford University Press, Oxford 1992); D. S. Clarke, Philosophys Second Revolution , Open Court, Chicago La Salle 1997. Cfr. anche Tactics for analytic writing, in P. Martinich, Philosophical Writing , Blackwell, Oxford 1996. Per ambientarsi con i problemi di fondo che hanno deciso lo sviluppo della filosofia analitica, essenziale consultare il manuale di Susan Haack, Philosophy of Logic, 1978, pi volte ristampato (tr. it. M. Marsonet, Filosofia delle logiche, Angeli, Milano 1983). Tra le storie, sul neopositivismo in italiano ancora fondamentale lopera di Francesco Barone, Il neopositivismo logico , ed. aggiornata in due volumi Laterza, Roma-Bari 1986 (1a ed. 1953). Si possono leggere anche le antologie di base di Mario Trinchero Il neopositivismo logico , Loescher, Torino 1982 e di Massimo Ferrari, Il Circolo di Vienna , La Nuova Italia, Firenze 2000, e la breve ricostruzione di Mauro Sacchetto, Invito al pensiero dei neopositivisti , Mursia, Milano 2000. In inglese, sono strumenti preliminari P. Frank, Modern Science and Its Philosophy, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1949 (raccolta di saggi con una testimonianza autobiografica, tr. it. il Mulino, Bologna 1973); A. Coffa, The Semantic Tradition from Kant to Carnap. At the Vienna Station, Cambridge University Press, Cambridge 1990 (tr. it. il Mulino, Bologna 1998). In italiano, sulla filosofia analitica inglese cfr. i lavori pionieristici di Ferruccio Rossi Landi (Sulla mentalit della filosofia analitica , Rivista di Filosofia, XLVI, 1955; La filosofia analitica di Oxford, in Rivista critica di Storia della filosofia, X, 1955) e di Dario Antiseri (in particolare: Dal neopositivismo alla filosofia analitica , Abete, Roma 1966; Dopo Wittgenstein. Dove va la filosofia analitica , Armando, Roma 1977). Sullintera tradizione analitica vanno ricordate le ricostruzioni del contemporaneista Francesco Restaino, nellaggiornamento della Storia della filosofia di N. Abbagnano, curato da Giovanni Fornero (vol. IV, Utet, Milano 1994). La ricostruzione pi aggiornata e completa, di Massimo Ferrari, si trova nel vol. 11

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della Storia della filosofia di M. Dal Pra, a cura di Gianni Paganini (Vallardi-Piccin, Milano -1998). Cfr. inoltre i saggi di A. De Palma, E. Lecaldano, D. Marconi in P. Rossi e C. A. Viano, Storia della filosofia, vol. VI, tt. 1 e 2, Laterza, Roma-Bari 1999; in quello stesso volume consigliabile consultare le bibliografie e le biografie relative alla filosofia analitica, a cura di Massimo Ferrari. In Inglese, si vedano i due classici lavori dellaustraliano J. Passmore, A Hundred Years of Philosophy, Penguin Books 1986 (1a ed. 1957) e il suo supplemento, Recent Philosophers, Duckworth, London 1992. Cfr. anche G. Warnock, English Philosophy Since 1900 , Oxford University Press, Oxford 1969. Pi in particolare sulla filosofia analitica inglese: Philosophical analysis: its development between the two world wars di James O. Urmson (Oxford University Press, Oxford 1956, tr. it. L. M. Leone, Mursia, Milano 1966). Sulla filosofia analitica americana, un titolo classico Bruce Kuklick, The Rise of American Philosophy, New Haven Conn. 1955, tra i contributi pi recenti C. West, The American Evasion of Philosophy, 1989 (tr. it. Editori Riuniti, Roma 1997). Sulla storia complessiva della tradizione analitica cfr. la raccolta a cura di David Bell e Neil Cooper, The Analytic Tradition , MIT Press, Cambridge (Mass.), 1964, e il saggio, di livello pi avanzato, di Milton K. Munitz, Contemporary Analytic Philosophy, MacMillan, London - New York 1981; e i saggi di Nino B. Cocchiarella, Logical Studies in Early Analytic Philosophy, Ohio State University Press, Columbus 1987, che ricostruisce le basi logico-ontologiche della filosofia analitica, dalla teoria dei tipi al nominalismo. Di qualche utilit sono poi i libri di interviste di Bryan Magee, Modern British Philosophy, Secker & Warburg, London 1971 (una versione ridotta reperibile in italiano, Filosofi inglesi contemporanei , a cura di I. Bertoni, Armando, Roma 1979 e 1996), Men of Ideas. Face to Face with Fifteen of the Worlds Foremost Philosophers, Viking, New York 1978. Cenni sulla storia del processo di autocomprensione della filosofia analitica si trovano in Restaino, Quante genealogie per la filosofia analitica?, in Penco-Sarbia, Alle radici della filosofia analitica , cit., e in DAgostini, Filosofia analitica, in Breve storia della filosofia nel Novecento (Einaudi, Torino 1999). Lo sviluppo della questione analitici-continentali in ambito analitico ha portato anzitutto a una serie di reazioni polemiche, e a tentativi di salvaguardare la tradizione di Frege, Russell e Wittgenstein, minacciata dal diffondersi della filosofia continentale (in particolare: il decostruzionismo di Derrida) nella cultura americana. Tra i molti contributi in questo senso cfr. soprattutto il numero monografico della rivista Topoi (X, 1991), curato da Kevin Mulligan, Continental Philosophy Analysed , e il numero doppio monografico della Stanford French Review (XVII, 1994, nn. 2-3), a cura di Pascal Engel, Philosophy and the Analytic-Continental Divide. Per una prima documentazione sulla cosiddetta filosofia post-analitica di prammatica il riferimento alla raccolta curata da J. Raichman e C. West, Postanalytic Philosophy, Columbia University Press, New York 1985. Particolarmente consigliabile il saggio del cinese Hao Wang, Beyond Analytic Philosophy. Doing Justice to What We Know, MIT Press, Cambridge (Mass.) 1988. Utile per una visione delle contingenze critiche della filosofia analitica americana la raccolta di saggi di Nicholas Rescher, Profitable Speculations: Essays on Current Philosophical Themes, Rowman & Littlefield, Lanham 1997. Dal punto di vista

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europeo il problema ben presentato in Franois Rcanati, La philosophie analytique est-elle dpasse? , Philosophie, 35, 1992. In italiano,sul tema si possono leggere: F. DAgostini, Analitici e continentali , Cortina, Milano 1997; Stefano Cremaschi, Filosofia analitica e filosofia continentale , cit.; B. M. Ventura, a cura di, La contemporaneit filosofica tra analitici e continentali, Angeli, Milano 2000; P. Parrini, Origini e sviluppi dellempirismo logico nei suoi rapporti con la filosofia continentale , in Rivista di Storia della Filosofia,1, 1993. Tra i moltissimi materiali in altre lingue sui temi del confronto, del contrasto o della conciliabilit delle due tradizioni, cfr. i saggi del numero speciale dellInternational Journal of Philosophical Studies, Bridging the Analytic-Continental Divide, a cura di Anat Biletzki (9, 3, Agosto 2001); la ricognizione di Michael Friedman, A Parting of the Ways: Carnap, Cassirer and Heidegger, Open Court, Chicago 2000; limportante articolo di Gottfried Gabriel, Carnap und Heidegger. Zum Verhltnis von analytischer und kontinentaler Philosophie, in Deutsche Zeitung fr Philosophie, 48 (3), 2000. In una prospettiva metafilosofica generale, cfr. Hilary Putnam, A Half Century of Philosophy, Dedalus, Winter 1997, e la raccolta di Jrgen Habermas, Wahrheit und Rechtfertigung. Philosophische Aufstze, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1999. E poi interessante il tentativo di Samuel C. Wheeler, in Deconstruction as Analytic Philosophy (Stanford University Press, Stanford 2000), di mostrare la integrabilit del metodo filosofico di Derrida allinterno del canone analitico (in particolare confrontandolo a Wittgenstein, Quine, Davidson). Quanto al lavoro di ripensamento sistematico delle origini, della natura e degli obiettivi della filosofia analitica, avviato negli anni Ottanta, va ricordato anzitutto il volumetto di Michael Dummett La natura e il futuro della filosofia, scritto espressamente per ledizione italiana (tr. E. Picardi, il Melangolo, Genova 2001). Sulla scia del lavoro di Dummett si deve leggere il libro di Eva Picardi, La chimica dei concetti (il Mulino, Bologna 1994) che offre una pionieristica ricostruzione di alcuni dei presupposti da cui sorge lopera di Frege e si sviluppano tanto la filosofia analitica quanto quella continentale. Cfr.anche la messa a punto di Peter F. Strawson, Analysis and Metaphysics, An Introduction to Philosophy (Oxford University Press, Oxford 1992); la nuova edizione di Renewing Philosophy, di Putnam, 1992 (tr. it. Garzanti, Milano 1998). La raccolta curata da H. J. Glock, The Rise of Analytic Philosophy (Blackwell, Oxford 1997) offre (in aperta alternativa a Dummett) alcune essenziali precisazioni sullintera questione storiografica e teorica concernente le origini della filosofia analitica, la sua definizione, la sua differenza dalla filosofia continentale. Specifiche indagini sono state orientate a evidenziare gli antecedenti diretti e storicamente significativi della tradizione analitica. Il lavoro di Barry Smith, Kevin Mulligan, Peter M. Simons, Lucia Albertazzi, Roberto Poli e di altri autori ha portato alla luce le origini austro-inglesi e pi in generale mitteleuropee della filosofia analitica; tra i molti materiali prodotti in questa direzione cfr. C. Nyiri (cur.), Von Bolzano zu Wittgenstein, Hlder-Pichler-Tempsky, Wien 1986; P. Simons, Philosophy and Logic in Central Europe, Kluwer, Dordrecht 1992; B. Smith, Austrian Philosophy: the Legacy of Franz Brentano , Open Court, La Salle (Ill.) 1994; L. Albertazzi, Massimo Libardi, R. Poli, The School of Brentano, Kluwer, Dordrecht 1996. Limportante libro di Alberto Coffa, The Semantic Tradition From Kant to Carnap ,

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1990 ha poi segnato linizio del ritorno a Kant della storiografia sulla filosofia analitica. Infine da molti anni attivo un vasto lavoro di recupero delle ragioni della fenomenologia allinterno della filosofia analitica: cfr. tra i primi documenti la raccolta a cura di Harold A. Durfee, Analytic Philosophy and Phenomenology, Nijhoff, the Hague 1976 e gli approfondimenti di K. Mulligan, B. Smith e altri sulla prima scuola fenomenologica, in particolare: B. Smith, cur., Parts and Moments. Studies in Logic and Formal Ontology, Philosophia, Mnich, 1982; K. Mulligan, cur., Speech Acts and Sachverhalt: Reinach and the Foundations of Realist Phenomenology, Nijhoff, Dordrecht 1987. Cfr. anche The Cambridge Companion to Husserl, a cura di Barry Smith e David W. Smith (Cambridge University Press, Cambridge-New York 1995). Una messa a punto teorico-programmatica Alla filosofia analitica sono dedicati un gran numero di siti su Internet, utile anzitutto fare riferimento ai motori di ricerca Hippias e Noesis; particolarmente consigliabile poi la Stanford Encyclopedia of Philosophy (http//plato.stanford.edu). Un elenco di testi classici della e sulla filosofia analitica la Patrologiae Analiticae Libri C, curata da Luciano Floridi, che si pu leggere allindirizzo web http://www.wolfson.ox.ac.uk/~floridi/patana.htm.

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Paolo Parrini

FILOSOFIA TEORETICA

Versione 1.0

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SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia Rivista elettronica di filosofia - Registrazione n. ISSN 1126-4780

Linee di Ricerca SWIF Coordinamento Editoriale: Gian Maria Greco Supervisione Tecnica: Fabrizio Martina Supervisione: Luciano Floridi Redazione: Eva Franchino, Federica Scali.

AUTORE Paolo Parrini [parrini@unifi.it] insegna Filosofia teoretica allUniversit degli Studi di Firenze. Si occupato di alcuni momenti salienti della storia del pensiero scientifico e filosofico, di filosofia del linguaggio, di filosofia della scienza e di filosofia della conoscenza. In Conoscenza e realt. Saggio di filosofia positiva (Laterza, Bari 1995; ediz. ingl. con modifiche e aggiunte, Knowledge and Reality. An Essay in Positive Philosophy, Kluwer, Dordrecht 1998) e in Sapere e interpretare. Per una filosofia e unoggettivit senza fondamenti (Guerini e Associati, Milano 2002) ha avanzato una prospettiva teorica che ambisce ad individuare una terza via tra realismo metafisico e relativismo radicale. Tra le altre sue pubblicazioni ricordiamo Linguaggio e teoria. Due saggi di analisi filosofica (La Nuova Italia, Firenze 1976), Una filosofia senza dogmi. Materiali per un bilancio dellempirismo contemporaneo (il Mulino, Bologna 1980), Empirismo logico e convenzionalismo (Angeli, Milano 1983), Lempirismo logico. Aspetti storici e prospettive teoriche (Carocci, Roma 2002). Ha curato lantologia di testi Fisica e geometria dallOttocento ad oggi (Loescher, Torino 1979), e molte opere collettanee tra cui Kant and Contemporary Epistemology (Kluwer, Dordrecht 1994), Conoscenza e cognizione. Tra filosofia e scienza cognitiva (Guerini e Associati, Milano 2002) e, con M. Salmon e W. Salmon, Logical Empiricism. Historical and Contemporary Perspectives, Pittsburgh University Press, Pittsburgh, 2003 (in corso di pubblicazione). Insieme a Simonetta Ciolli Parrini sta scrivendo una storia della filosofia di cui per ora uscito il primo volume: Dimensioni della filosofia, vol. I: Filosofia in et antica, Mondadori Universit, Milano 2002. La revisione editoriale di questo saggio a cura di Federica Scali.

LdR un e-book, inteso come numero speciale della rivista SWIF. edito da Luciano Floridi con il coordinamento editoriale di Gian Maria Greco e la supervisione tecnica di Fabrizio Martina. LdR - Linee di Ricerca il servizio di Bibliotec@SWIF finalizzato allaggiornamento filosofico. LdR un e-book in progress, in cui ciascun testo un capitolo autonomo. In esso l'autore o l'autrice, presupponendo solo un minimo di conoscenze di base, fornisce una visione panoramica e critica dei temi principali, dei problemi pi importanti, delle teorie pi significative e degli autori pi influenti, nell'ambito di una specifica area di ricerca della filosofia contemporanea attualmente in discussione e di notevole importanza. Il fine quello di fornire al pubblico italiano un'idea generale su quali sono gli argomenti di ricerca di maggior interesse nei vari settori della filosofia contemporanea oggi, con uno stile non-storico, accessibile ad un pubblico di filosofi non esperti nello specifico settore ma interessati ad essere aggiornati. Tutti i testi di Linee di Ricerca sono di propriet dei rispettivi autori. consentita la copia per uso esclusivamente personale. Sono consentite, inoltre, le citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purch accompagnate dall'idoneo riferimento bibliografico. Per ogni ulteriore uso del materiale presente nel sito, fatto divieto l'utilizzo senza il permesso del/degli autore/i. Per quanto non incluso nel testo qui sopra, si rimanda alle pi estese norme sui diritti dautore presenti sul sito Bibliotec@SIWF, www.swif.it/biblioteca/info_copy.php. Per citare un testo di Linee di Ricerca si consiglia di utilizzare la seguente notazione: A UTORE, Titolo, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca, SWIF, 2003, ISSN 1126-4780, p. X, www.swif.it/biblioteca/lr.

SWIF LINEE DI R ICERCA FILOSOFIA TEORETICA PAOLO PARRINI Versione 1.0

Non facile precisare le linee di ricerca che rientrano nel campo della Filosofia teoretica, a meno che chi come me - la insegna, non scelga la comoda strada che a un certo punto io pure sar costretto a prendere - di indicare semplicemente il campo dei suoi interessi. Questa disciplina infatti, o meglio, questa denominazione, ha unorigine tipicamente italiana che per quanto ne so - ma beninteso non pretendo di avere una conoscenza approfondita degli ordinamenti didattico-universitari di tutti i paesi non trova riscontro, esatto o analogo, in altre nazioni. Essa rimanda al vecchio ordinamento della Facolt di Lettere e Filosofia, il quale prevedeva (e prevede) un Corso di laurea in Filosofia. Prima delle modificazioni accumulatesi nellultimo trentennio, per conseguire questo tipo di laurea era necessario aver sostenuto un certo numero di esami in alcune materie fondamentali (sia filosofiche sia non filosofiche, come per esempio la Letteratura italiana, il Latino e la Storia moderna) e in alcune materie complementari. Le materie fondamentali di natura filosofica erano tre: Storia della filosofia, Filosofia morale e, appunto, Filosofia teoretica. Tra le materie complementari comparivano anche discipline filosofiche pi specialistiche o settoriali come la Filosofia del diritto, lEstetica, la Filosofia della storia, la Filosofia politica, la Storia della filosofia antica, la Storia della filosofia moderna e contemporanea.

P. Parrini, Filosofia Teoretica , V. 1.0, in L. Floridi (a c. di), Linee di Ricerca , SWIF, 2003, pp. 84-103. Sito Web Italiano per la Filosofia ISSN 1126-4780 www.swif.it/biblioteca/lr

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Credo che queste rapide indicazioni siano sufficienti a spiegare la peculiarit della disciplina (o meglio della denominazione) nel panorama internazionale. In sostanza lidea sottostante a quellordinamento degli studi era la seguente: lo scibile filosofico (ammesso e non concesso che esista) si ripartisce in discipline che hanno un contenuto storico e in discipline che hanno un carattere teorico (si badi, dico teorico, non teoretico per ragioni che dovrebbero divenire chiare tra breve). Le prime sono costituite dalle varie storie della filosofia; le seconde sono costituite dalle materie che discutono sul piano teorico di problemi teorici riguardanti letica, la religione, la politica, la storia, oppure la logica, lontologia e la gnoseologia. I problemi del primo gruppo, attinenti alla sfera della vita pratica, sono considerati di competenza della Filosofia morale; quelli del secondo gruppo, attinenti alla sfera della teoresi, di competenza della Filosofia teoretica. In entrambi i casi noi ci troviamo di fronte a discipline che dovrebbero insegnare a filosofare, cio ad elaborare concezioni di tipo filosofico (qualunque cosa ci possa realmente significare). La loro differenza sta solo nel fatto che dovrebbero insegnare a fare ci, ossia a produrre qualcosa di simile a delle teorie, in settori diversi riguardanti, da una parte, i comportamenti, le scelte e le finalit degli uomini, e, dallaltra, questioni di carattere appunto teoretico come la natura dellessere, i modi del corretto ragionare, le forme e i limiti della stessa possibilit di conoscere. Lordinamento degli studi appena descritto ha resistito fino ad alcuni decenni fa, quando ha cominciato a subire un lento ma continuo sfaldamento per i ripetuti interventi pi o meno riformatori che si sono abbattuti sulla Universit italiana e che al momento attuale hanno trovato un punto di assestamento (non saprei dire quanto duraturo) nella introduzione dei cosiddetti moduli e nella distinzione tra laurea breve

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triennale, laurea specialistica quinquennale e dottorato di ricerca. Ma al di l di queste modificazioni curriculari di carattere amministrativo, dal punto di vista scientifico-culturale importa notare unaltra cosa. Anche la filosofia, al pari delle altre discipline scientifico-accademiche, andata incontro a un processo di specializzazione e di parcellizzazione crescenti il quale, sposandosi con la nostra tendenza al formalismo burocratico, ha condotto alla nascita di una gran quantit di materie. In svariati casi, per, ci troviamo di fronte non a vere e proprie discipline autonome ed autosufficienti, ma a denominazioni pseudospecialistiche che finiscono per essere di impaccio a un pi funzionale ordinamento didattico e a un migliore sfruttamento delle potenzialit presenti nei vari Dipartimenti e Corsi di laurea. La tempesta della parcellizzazione ha investito tutti e tre i vecchi grandi rami in cui si articolava linsegnamento della filosofia. Nel caso della Storia della filosofia si avuta lattivazione di insegnamenti specifici per le principali epoche storiche (Storia della filosofia antica, Storia della filosofia medievale, Storia della filosofia rinascimentale, Storia della filosofia moderna, Storia della filosofia contemporanea) e andando avanti di questo passo non mi sorprenderei se venissero avanzate richieste di insegnamenti ancora pi settoriali. Se si accetta la logica della frammentazione specialistica perch continuare a mantenere lOttocento e il

Novecento sotto la medesima etichetta di Storia della filosofia contemporanea (recentemente resasi autonoma dalla Storia della filosofia moderna e

contemporanea)? E lIlluminismo non stato un fenomeno cos vasto e importante da meritare un insegnamento tutto suo come quello dedicato alla Filosofia rinascimentale? E daltra parte non ci sono autori cos grandi e significativi per

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quieto vivere eviter di fare nomi anche a scopo puramente esemplificativo - da meritare una cattedra a loro espressamente consacrata? Quello che successo con la Storia della filosofia avvenuto anche con la Filosofia morale e con la Filosofia teoretica. Oggi esistono insegnamenti di Logica e di Filosofia della scienza che costituiscono un raggruppamento autonomo rispetto a quello teoretico e lo stesso si verificato nel caso della Filosofia del linguaggio e dellEstetica. Inoltre, entro lo stesso raggruppamento teoretico vi sono discipline che intendono coprire specialisticamente altri settori residui della Filosofia teoretica: se ne andata la Logica, ma sono arrivate, per esempio, la Gnoseologia e lErmeneutica filosofica (una denominazione, questultima, che rimanda a una corrente di pensiero pi che a una materia vera e propria e che in quanto tale sembra far torto a orientamenti filosofici altrettanto importanti ma non autonomamente rappresentati come la Filosofia analitica o la Fenomenologia). Naturalmente questa specializzazione progressiva il risultato inevitabile di un processo di arricchimento e di affinamento delle nostre conoscenze di per s benefico e da guardare con favore (ci che al massimo discutibile appoggiarsi ad esso per moltiplicare le denominazioni disciplinari praeter necessitatem). Certo, come in tutte le cose di questo mondo anche in tale processo bene e male si trovano inestricabilmente connessi e il nostro compito dovrebbe essere quello di massimizzare gli aspetti positivi limitando quelli negativi. E questo mi conduce di nuovo al tema principale del mio discorso: la situazione della Filosofia teoretica. Se il citato processo di frammentazione dovesse estendersi ulteriormente, bisognerebbe prendere atto, alla fine, dellinutilit di mantenere un insegnamento denominato in modo generico Filosofia teoretica (o, mutatis mutandis, Filosofia

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morale o Storia della filosofia). Io credo, per, che ci non si risolverebbe in un vantaggio per gli studi filosofici e per la formazione di nuove leve di filosofi. Sia ben chiaro: non ho alcun interesse di tipo personale e terreno a sostenere una simile tesi. vero che sono un professore di Filosofia teoretica. Ma data la natura della mia produzione scientifica non dovrei incontrare difficolt ad evitare la rottamazione riciclandomi come filosofo della conoscenza o gnoseologo. Le motivazioni della mia convinzione sono di natura scientifica, culturale e didattica ed hanno a che fare, da un lato, con un aspetto fondamentale o strutturale dellattivit filosofica e, dallaltro, con un suo aspetto per cos dire accidentale legato alla peculiare stagione che la filosofia sta vivendo oggi. Con la distinzione fra questi due aspetti dellattivit filosofica non voglio affatto sostenere che luno sia in qualche modo eterno, esprima cio una caratteristica perenne della filosofia, e laltro sia contingente, ossia dipenda dalla particolare piega assunta dalla teorizzazione filosofico-teoretica (si ricordi che teoretico non qui sinonimo di teorico) a partire allincirca dal secolo appena trascorso. Da buon empirista, non mi avventuro a parlare di caratteristiche essenziali e accidentali delle cose neanche quando ad essere in gioco sono dei fenomeni culturali. Non intendo quindi suggerire che si possa parlare della filosofia sub specie aeternitatis. Intendo solo distinguere fra una sua caratteristica di lunghissima durata, che lha contraddistinta praticamente fin dagli esordi, e una caratteristica che lindagine filosofica pu assumere, sta assumendo e in certa misura anche bene che assuma alla luce degli ultimi sviluppi filosofici e scientifici. Il primo di tali tratti stato chiaramente espresso da Platone quando ha scritto: Chi capace di una visione generale dialettico [cio filosofo], e chi non lo

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no. Per come stata finora e per come ancora la conosciamo, la speculazione filosofica sembra avere in s connaturata la ricerca di una certa generalit. Ora, evidente che questa caratteristica oggi messa in pericolo dal crescente specialismo che ha investito tutti gli ambiti della cultura. E nel caso della Filosofia teoretica ci rischia di essere particolarmente dannoso perch la disciplina dovrebbe mantenere contatti non rapsodici non solo con altre sezioni dello scibile filosofico, ma anche, quanto meno, con le pi significative acquisizioni del sapere scientifico. Pare difficile infatti teorizzare sensatamente nel campo della filosofia della conoscenza o dellontologia senza avere delle competenze che esorbitano dallambito strettamente filosofico e riguardano qualche settore del territorio delle scienze. A mio parere, sono soprattutto due gli effetti negativi dellincremento dello specialismo nella ricerca di tipo filosofico. In primo luogo, i filosofi, costretti sempre di pi a muoversi in un unico settore, danno contributi che sono magari rilevanti ma mancano delle generalit necessaria ad attirare l'interesse di un pubblico pi vasto. La produzione filosofica viene a perdere cos quella rilevanza immediata, quella capacit di investire direttamente i problemi dell'attualit che soprattutto in Italia la disciplina possedeva e sembrava dovesse possedere in nome della diffusa convinzione dell'impegno civile dell'intellettuale. Il rischio che ne consegue sotto gli occhi di tutti. I filosofi che intendono fare seriamente il loro mestiere possono al massimo aspirare a parlare ai colleghi filosofi, se non addirittura ai membri del loro stesso raggruppamento disciplinare. Quelli che viceversa non vogliono perdere il contatto con questioni di interesse pi generale finiscono quasi sempre per fare i tuttologi sulle pagine delle gazzette sentenziando con pari incompetenza su ogni argomento. Insomma unalternativa non particolarmente attraente!

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Il secondo effetto dello specialismo pu risultare per ancora pi perverso. Se la parcellizzazione del sapere pone gi dei seri problemi alla cultura in generale, pregiudicandone la legittima aspirazione verso una certa unitariet, nel caso del discorso filosofico pu addirittura vanificarne la possibilit stessa. La filosofia, infatti, non pu abbandonare ogni tentativo di elaborare concezioni provviste di un certo grado di generalit senza perdere una delle caratteristiche che come si diceva lhanno caratterizzata fin dalle origini. Qui non si tratta n di patrocinare forme poco rigorose di elaborazione filosofica che non tengano conto delle acquisizioni delle scienze e degli altri ambiti della cultura, n, tanto meno, di unirsi al coro di coloro che, senza valutare le mutate condizioni culturali, si limitano a lamentare l'assenza di filosofi 'in grande'. Al contrario, io sono un sostenitore del modo analitico di fare filosofia che ama procedere affrontando problemi circoscritti e sviluppando argomentazioni il pi possibile chiare e rigorose. Ma mi sembra vitale per la sopravvivenza della disciplina che, accanto alle ricerche specialistiche, si promuovano anche indagini miranti a stabilire o a ristabilire una qualche comunicazione fra i vari settori e a elaborare concezioni di pi ampia portata. qui che la sottolineatura della tensione verso la generalit si connette alla mia visione della Filosofia teoretica. Un modo per mantenere legittimit, attualit e pregnanza a questa disciplina potrebbe essere proprio quello di farne il luogo deputato (o pi deputato di altri) delle ricerche che tentano, nei limiti del possibile, di affrontare le problematiche filosofiche pi generali (se non altro nel senso di possedere un maggior grado di trasversalit) e di raggiungere risultati provvisti di un qualche valore unificante. Proprio il fatto di non possedere pi un proprio specifico oggetto, come la

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Gnoseologia o lOntologia o lErmeneutica filosofica o la Logica, pu essere daiuto a coloro che devono vedersela con la Filosofia teoretica e agevolarli a trattare i problemi tenendo locchio rivolto ad una o pi problematiche affini. Per quanto mi riguarda, per esempio, mi sono occupato del problema della conoscenza tenendo sempre conto, nei limiti delle mie possibilit, dei risultati di alcuni settori delle scienze e di quanto avveniva in discipline filosofiche vicine come la Filosofia del linguaggio, lOntologia e, soprattutto, la Filosofia della scienza. Personalmente riterrei di non aver fatto un lavoro del tutto inutile se solo fossi riuscito a mostrare a qualcuno dei miei colleghi filosofi che non tutte le questioni, per esempio nellambito della Filosofia della scienza, possono essere affrontate con profitto se non ci si d ogni tanto unocchiatina dal punto di vista della teoria generale della conoscenza. E sarei addirittura felice se il mio lavoro fosse stato letto da qualche scienziato e lo avesse convinto del fatto per parafrasare il fisico ed epistemologo Robert Norman Campbell che il mondo non si divide tra coloro che sostengono concezioni filosofiche e coloro che non le sostengono, ma tra coloro che le sostengono per una qualche ragione e coloro che le sostengono senza avere alcuna ragione per farlo. Purtroppo, per, sono alquanto pessimista su entrambi i fronti. Gli scienziati, anche quando prestano un po di attenzione alla filosofia, sono poco propensi a concedere ai filosofi il diritto di guardare, dal loro punto di vista, a quello che essi fanno e/o dicono di fare. Tendono a pretendere che i filosofi debbano accettare, insieme ai risultati scientifici, anche le convinzioni filosofiche che essi nutrono (pi o meno esplicitamente). Se i filosofi non lo fanno, e insistono nel considerare il sapere scientifico dal proprio punto di vista, vengono spesso trattati con scetticismo e ironia quando non addirittura accusati di non

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comprendere la scienza com, ma di vederla come vorrebbero che fosse. Daltra parte tra i filosofi, soprattutto in Italia, non sono pochi quelli che danno scarso peso alla messa a punto di prove e argomenti atti a difendere con qualche legittimit ci che intendono sostenere. Linvito pretiano vecchio ormai di cinquantanni! - a praticare in maniera onesta il mestiere del filosofo non sembra ancora aver trovato una diffusa accoglienza! Unulteriore difesa della Filosofia teoretica pu scaturire dalla

considerazione del secondo aspetto di cui dicevo sopra, quello che per pura comodit espositiva ho chiamato accidentale o contingente. A partire dalla seconda met dellOttocento, si sviluppato un gran numero di orientamenti filosofici fortemente caratterizzati che soprattutto nel secolo successivo hanno teso a contrapporsi in modo marcato sui pi diversi fronti. Ai movimenti di pensiero formatisi a stretto contatto con i grandiosi sviluppi delle scienze matematiche e fisiche (si pensi per esempio allempirismo logico) si sono opposti quelli che hanno privilegiato, invece, il rapporto con la letteratura, larte e le discipline umanistiche (si pensi per esempio allermeneutica). E le stesse tesi caratteristiche dei diversi movimenti si sono spesso cristallizzate in differenze linguistiche, metodologiche e di approccio che hanno reso difficile la comunicazione fra essi. Se nei primi decenni del Novecento un neopositivista come Philipp Frank poteva auspicare la fine della filosofia delle scuole, oggi alcuni filosofi di formazione analitica, attenti alle problematiche suscitate dagli sviluppi della logica e delle scienze naturali, hanno descritto quegli stessi anni in termini di parting of the ways, ossia andando a ricercarvi le ragioni che hanno condotto pensatori quali Cassirer, Husserl, Carnap e Heidegger a prendere strade assai differenti e per molti versi contrastanti.

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Tuttavia proprio la lucida messa a fuoco di queste varie scelte e la loro considerazione alla luce dei diversi esiti cui hanno condotto dovrebbe essere daiuto, oggi, per riprendere su nuove basi le fila del discorso che aveva condotto alla divaricazione delle strade. Per fare solo qualche esempio: una volta riconosciuta la crisi del principio di verificazione, non necessario riaffrontare problemi come la natura delloggettivit conoscitiva o la possibilit della metafisica in forma diversa e tale da condurre a una revisione di molte divaricazioni del passato come quella fra neokantismo e neoempirismo? E tutto il lavoro della nuova filosofia della scienza sul contenuto empirico della conoscenza non dovrebbe gettare nuova luce su una contrapposizione come quella fra Schlick e Husserl a proposito della natura del conoscere che con buona pace di chi crede che certe problematiche siano morte e sepolte proponeva problemi analoghi ai problemi che oggi si dibattono nellattualissima filosofia della mente? mia convinzione che oggi ci sia spazio per riprendere il filo di un discorso e ritessere la trama di un confronto che a un certo punto erano stati drammaticamente interrotti anche a causa di vicende esterne al dibattito filosofico come la diaspora di molti filosofi europei a causa del nazismo. Le stesse difficolt che si incontrano sul piano storiografico a mantenere in piedi una dicotomia pragmaticamente non priva di utilit come quella fra filosofia analitica e filosofia continentale costituiscono un segno abbastanza chiaro della validit, o comunque dellinteresse, di una simile prospettiva. In questo frangente, una disciplina come la Filosofia teoretica, dai contorni meno definiti di altre discipline pi specialistiche come la Filosofia della scienza o la Filosofia del linguaggio o lErmeneutica filosofica, pu ancora una volta rappresentare un luogo particolarmente idoneo per

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lavorare in modo creativo individuando inedite prospettive concettuali. Non mancato, specie qui da noi, chi ha predicato e va predicando la fine della filosofia. A me sembra, invece, che quali che possano essere gli esiti ultimi di unimpresa intellettuale del tipo appena descritto, almeno per il momento ci sia ancora molto da fare in questo campo, come del resto hanno insegnato in passato pensatori quali Nicola Abbagnano, Giulio Preti, Ludovico Geymonat e Enzo Paci. In ogni caso, cos che viene concepito e svolto il lavoro filosofico-teoretico sia da me sia da altri docenti e ricercatori dellUniversit di Firenze facenti capo al raggruppamento di Filosofia teoretica (intendo riferirmi in particolare ad Alberto Peruzzi, che insegna nella Facolt di Scienze della Formazione e a Roberta Lanfredini, che insegna nella Facolt di Lettere e Filosofia). Tale lavoro si svolge lungo tre direzioni fondamentali le quali si muovono trasversalmente nei campi della filosofia della scienza e della conoscenza, dellanalisi fenomenologica, della filosofia del linguaggio, della filosofia della mente e della storia dellepistemologia post-kantiana. La prima di queste direzioni punta alla ricostruzione storica di alcuni significativi snodi concettuali della discussione epistemologica svoltasi tra eredi della tradizione kantiana (in particolare Cassirer), della fenomenologia di Husserl e degli empiristi logici. Essa ha gi messo capo ad una serie di proposte interpretative riguardanti sia la teoria husserliana dellintenzionalit e del noema sia le origini e gli sviluppi dellempirismo logico. Per quanto riguarda in particolare il neoempirismo, sono state esplorate e ricostruite le relazioni concettuali che lo collegano allepistemologia francese tardottocentesca e protonovecentesca (Poincar, Duhem) e al neokantismo cassireriano. Invece, non sono stati ancora approfonditi a

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sufficienza i rapporti storici e teorici con la fenomenologia, anche se si sono mossi i primi passi in questa direzione ripensando i nessi fra lempirismo logico e le cosiddette filosofie dellimmanenza e tornando a riflettere sulla discussione fra Husserl e Schlick a proposito delle nozioni di esperienza, di a priori materiale e di intuizione, ossia, detto in generale, a proposito del rapporto fra forma e contenuto della conoscenza. Le altre due direzioni di ricerca, di carattere pi squisitamente teoretico, hanno come termini di confronto da una parte la tesi forte della teoreticit dellosservazione sostenuta dai nuovi filosofi della scienza (Hanson, Kuhn, Feyerabend, ecc.) e, dallaltro, la filosofia della logica e della mente. Lapprofondimento delle relazioni fra epistemologia neopositivistica ed

epistemologia postneopositivistica ha condotto a vagliare, perfezionare e difendere una visione del rapporto teoria/esperienza legata soprattutto al modello reticolare di Mary Hesse, nato a sua volta dalla utilizzazione che la studiosa inglese ha effettuato di certe idee di Quine allo scopo di risolvere i problemi della circolarit del controllo empirico e dellincommensurabilit empirica delle teorie. Quanto alle ricerche nei campi della filosofia della logica e della filosofia della mente, due ne sono stati i principali obbiettivi. Da un lato si studiata la possibilit di fondare la semantica cognitiva su strutture gestaltiche di natura cinestetica e, dallaltro, si insistito sulla necessit di precisare meglio i rapporti fra modelli classici e connessionistici e modelli dinamici della cognizione. Questo tipo di ricerca nasce dallidea che la genesi dei concetti (e in particolare la genesi dei concetti matematici) sia uno strumento dindagine essenziale per lo studio della struttura e della costituzione interna dei concetti stessi e delle rappresentazioni.

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Infine, per quanto riguarda il mio personale lavoro, una delle caratteristiche fondamentali del modo in cui ho sempre concepito, praticato e insegnato la Filosofia teoretica stata la volont di mantenere un contatto significativo, non estrinseco, tra riflessione sulle filosofie del passato ed elaborazione teorica originale. Nelle pagine iniziali del suo recente libro The Threefold Cord: Mind, Body and World [1999] Hilary Putnam ha criticato la tendenza di molti filosofi a promuovere posizioni nuove che ignorano le intuizioni dei predecessori. A suo parere bisognerebbe cercare di comprendere e, nella misura di quel che umanamente possibile, superare quella tendenza allarretramento che fa s che la filosofia salti dalla padella nella brace, dalla brace in unaltra padella, da qui a unaltra ancora e via di seguito, apparentemente senza fine. Si farebbe solo della facile e in definitiva malposta ironia se si notasse che lo zigzagante andamento del pensiero di Putnam fra realismo esterno e realismo interno, fra pragmatismo e realismo naturale, sembra unottima illustrazione della tendenza che egli qui giustamente depreca. A dir ci non si renderebbe giustizia ai tanti risultati conseguiti da questo autore nel suo trascorrere da una posizione allaltra. Quello che merita, invece, di essere sottolineato che anche Putnam riconosca oggi limportanza di una riflessione filosofica si badi filosofica, non storico-filosofica - che pur mirando a produrre risultati teoricamente innovativi si abbeveri al fiume della storia. Personalmente ho sempre ritenuto fondamentale mettere in moto un complesso processo quasi-circolare di tipo non vizioso nel corso del quale le intuizioni teoriche di partenza vengono vagliate seguendone non solo le diramazioni strettamente teoriche, ma anche quelle storiche (ed certamente un merito delle correnti ermeneutiche laver posto da sempre laccento su questo aspetto della ricerca in filosofia).

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Lapprofondimento storiografico dei nessi intercorrenti fra tradizione kantiana, convenzionalismo, fenomenologia, empirismo logico e nuova filosofia della scienza, mi stato di grande aiuto per mettere a punto una posizione filosofica che ambisce a costituire unopzione teorica nuova. Essa propone, infatti, una terza via di tipo empiristico e positivo tra vecchi e nuovi positivismi, tra relativismo radicale e realismo metafisico, tra la dissoluzione delloggettivit in pratiche decostruttive, interpretative e conversazionali ed essenzialismi ontologici forti, di natura assai poco scientifica, in cui si introducono nozioni quanto meno misteriose come, per esempio, lidentit attraverso mondi possibili. Il fatto che anche Putnam venga oggi a auspicare, nel libro appena citato, una via intermedia tra la metafisica reazionaria e il relativismo irresponsabile [p. 13 s.] mi sembra confortante ai fini di quella ricerca volta allindividuazione di un terreno filosofico condiviso cui prima accennavo.

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Nicla Vassallo

TEORIA DELLA CONOSCENZA

Versione 1.0

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SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia Rivista elettronica di filosofia - Registrazione n. ISSN 1126-4780

Linee di Ricerca SWIF Coordinamento Editoriale: Gian Maria Greco Supervisione Tecnica: Fabrizio Martina Supervisione: Luciano Floridi Redazione: Eva Franchino, Federica Scali.

AUTRICE Nicla Vassallo [nicla@nous.unige.it] curatrice di La filosofia di Gottlob Frege (Milano, 2003) e di Filosofie delle scienze (Torino, 2003); co-curatrice di George Boole: filosofia, logica, matematica (Milano, 1998), Introduzione al naturalismo filosofico contemporaneo (Milano, 1998); Identit personale: un dibattito aperto (Napoli, 2001), Storia della filosofia analitica (Torino, 2002). autrice di numerosi articoli, pubblicati in Italia e allestero, e dei seguenti volumi: La depsicologizzazione della logica: un confronto tra Boole e Frege (Milano, 1995); La naturalizzazione dellepistemologia: contro una soluzione quineana (Milano, 1997); Teorie della conoscenza filosofico-naturalistiche (Milano, 1999); Conoscenza e natura (Genova, 2002); Teoria della conoscenza (Roma-Bari, 2003). membro del comitato di redazione della rivista Epistemologia, della rivista Iride e del dizionario on line FOLDOP. Sito personale: http://www.dif.unige.it/epi/hp/vassallo La revisione editoriale di questo saggio a cura di Eva Franchino.

LdR un e-book, inteso come numero speciale della rivista SWIF. edito da Luciano Floridi con il coordinamento editoriale di Gian Maria Greco e la supervisione tecnica di Fabrizio Martina. LdR - Linee di Ricerca il servizio di Bibliotec@SWIF finalizzato allaggiornamento filosofico. LdR un e-book in progress, in cui ciascun testo un capitolo autonomo. In esso l'autore o l'autrice, presupponendo solo un minimo di conoscenze di base, fornisce una visione panoramica e critica dei temi principali, dei problemi pi importanti, delle teorie pi significative e degli autori pi influenti, nell'ambito di una specifica area di ricerca della filosofia contemporanea attualmente in discussione e di notevole importanza. Il fine quello di fornire al pubblico italiano un'idea generale su quali sono gli argomenti di ricerca di maggior interesse nei vari settori della filosofia contemporanea oggi, con uno stile non-storico, accessibile ad un pubblico di filosofi non esperti nello specifico settore ma interessati ad essere aggiornati. Tutti i testi di Linee di Ricerca sono di propriet dei rispettivi autori. consentita la copia per uso esclusivamente personale. Sono consentite, inoltre, le citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purch accompagnate dall'idoneo riferimento bibliografico. Per ogni ulteriore uso del materiale presente nel sito, fatto divieto l'utilizzo senza il permesso del/degli autore/i. Per quanto non incluso nel testo qui sopra, si rimanda alle pi estese norme sui diritti dautore presenti sul sito Bibliotec@SIWF, www.swif.it/biblioteca/info_copy.php. Per citare un testo di Linee di Ricerca si consiglia di utilizzare la seguente notazione: AUTORE, Titolo, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca, SWIF, 2003, ISSN 1126-4780, p. X, www.swif.it/biblioteca/lr.

SWIF - LINEE DI RICERCA TEORIA DELLA CONOSCENZA NICLA V ASSALLO Versione 1.0

INTRODUZIONE Dopo che Platone ha distinto la conoscenza dallopinione e Aristotele ha riconosciuto che aspiriamo per natura al sapere, lindagine sulla conoscenza ha coinvolto molti ottimi filosofi. Oggi c chi la considera fondamentale avviene nelle accademie anglosassoni mentre c chi avviene nellaccademia italiana la ignora rifugiandosi (se va male) nellaffabulazione retorica allinterno di discipline minori o (se va bene) nel sapere scientifico, trattandone per esclusivamente le questioni metodologiche. Diviene allora necessario e, ad ogni modo, di notevole interesse mostrare e affrontare le classiche questioni epistemiche. Del resto, il tentativo filosofico di comprendere che cos la conoscenza non pu non affascinarci, se aspiriamo alla verit su noi stessi, sugli altri e sul mondo. I problemi che vengono sollevati non concernono solo la definizione della conoscenza, ma anche la stessa possibilit della conoscenza (negata dallo scetticismo) e le nostre modalit di conoscere. Vi inoltre linteressante nodo dei rapporti tra conoscenza e scienza, testimoniato dallapertura recente dellepistemologia verso le scienze cognitive. Interessante, perch la possibilit della filosofia si fonda, tradizionalmente, sul riconoscimento di un nucleo di questioni metafisiche e conoscitive alle quali la scienza non in grado di rispondere. Il fatto che tale possibilit venga oggi messa in discussione dal naturalismo potrebbe decretare la fine della filosofia, ovvero la fine di ci che, insieme alla scienza, ha segnato nel profondo la cultura occidentale.

N. Vassallo, Teoria della conoscenza , in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca , SWIF, 2003, pp. 104-123. Sito Web Italiano per la Filosofia ISSN 1126-4780 www.swif.it/biblioteca/lr

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Il problema della natura e dellestensione della conoscenza deve porsi quale fondamentale, non solo perch conoscere un modo proficuo di relazionarci con noi stessi, con gli altri e con il mondo, ma anche perch attribuiamo un valore decisamente positivo al possesso della conoscenza non per nulla trascorriamo molto del nostro tempo ad assimilare informazioni, accompagnati dallaspettativa che queste siano conoscenze, e non mere opinioni. Alcune conoscenze le conoscenze scientifiche, ma non solo provengono da quanto ci viene riferito da altre persone o da queste per il tramite di un qualche mezzo (giornali, riviste, libri, lettere, telefono, radio, televisione, posta elettronica, Internet). Acquisiamo altre conoscenze pi direttamente. Per esempio, io adesso so che sto scrivendo un articolo, che siedo di fronte allo schermo di un computer, che sono piuttosto felice, che il cielo limpido, e so tutto ci senza aver bisogno della testimonianza di altri. Prendendo atto di quanto fin qui osservato, sarebbe insensato rinunciare a domandarsi che cos la conoscenza?, possibile conoscere?, se s, attraverso quali fonti o modalit?, quali sono i rapporti tra conoscenza e scienza?. Chiamata anche gnoseologia (in Italia) o epistemologia (nei paesi di lingua inglese), la teoria della conoscenza quel ramo della filosofia deputato al compito di rispondere alle suddette domande, compito che le logiche epistemiche non sono in grado di svolgere in tutta la loro complessit; per di pi queste logiche hanno o avrebbero bisogno di fare pi spesso affidamento sui risultati epistemologici. La storia della teoria della conoscenza, lunga e collaudata, comincia con la filosofia antica. Sarebbe affascinante percorrerla, ma, in virt della sua imponenza, richiederebbe uno spazio ben pi vasto di quello qui concesso. Credo, peraltro, che una trattazione per problemi sia sempre pi avvincente di una trattazione storica, anche perch quanto teorizza un filosofo non ha solo senso in rapporto a quanto teorizza chi lo ha preceduto e chi lo ha succeduto, ma anche, e forse soprattutto, in se stesso. Cos non proporr una digressione storica, bens mi limiter a accennare alla discussione di alcune tematiche epistemologiche, tematiche che peraltro si rivelano adatte a chiarificare i principali problemi della conoscenza.

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1. FONTI CONOSCITIVE Nellipotesi che sia possibile conoscere, quali sono le nostre principali fonti conoscitive? Sono la percezione, la memoria, la testimonianza, il ragionamento su cui la riflessione epistemologica ha prodotto e produce teorie raffinate. Relativamente alla percezione, le proposte sono parecchie: il realismo diretto, il realismo indiretto, il fenomenismo, lidealismo. In una prospettiva realista, le cose che percepiamo possono esistere e spesso di fatto esistono di per se stesse, indipendentemente dalle nostre percezioni e dalla consapevolezza di esse, indipendentemente dal nostro accesso epistemico. Si pu, ad ogni modo, distinguere tra realismo diretto (il soggetto cognitivo percepisce le cose senza che si richieda un intermediario mentale) e realismo indiretto (il soggetto percepisce tramite un intermediario, diciamo tramite unidea di quelle cose). In una prospettiva fenomenista, invece, sotto il profilo epistemologico, possiamo percepire solo quanto si manifesta a noi, o appare, ma non possiamo percepire le cose in s; sotto il profilo ontologico possibile escludere o non escludere lesistenza di tali cose. Infine una prospettiva idealista, specie nelle sue forme pi estreme, nega lesistenza di un mondo al di l di quanto possiamo percepire: le nostre idee sono le sole cose esistenti e il contatto con esse avviene in modo diretto. Quali di queste proposte abbracciare? Sebbene il nostro senso comune sia favorevole al realismo, questo non implica che il realismo sia da preferire senza ulteriori riflessioni: il problema che la realt non sempre coincide con le nostre percezioni (si pensi alle illusioni e alle allucinazioni percettive). Venendo alla memoria, si pongono diverse questioni: la necessit di catalogare diversi tipi di ricordare, la distinzione tra ricordo e immagine, la definizione stessa di ricordare. Per esempio, possiamo ricordare come si fa a nuotare, di aver mangiato cozze a cena, che 4 x 4 = 16. Quando ricordiamo come si fa a nuotare, ricordiamo, in effetti, unabilit che abbiamo acquisita. Quando ricordiamo di aver mangiato cozze a cena, abbiamo il ricordo di un preciso episodio che avrebbe potuto anche essere diversamente (avremmo potuto mangiare qualcosaltro). Quando ricordiamo che 4 x 4 = 16, ricordiamo un fatto astratto che non pu essere diversamente. Ma, quando

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ricordiamo qualcosa, dobbiamo necessariamente avere unimmagine di questo qualcosa nella nostra mente? Se rispondiamo affermativamente, dobbiamo chiederci come distinguere tra ricordi veridici e mere immaginazioni. Si pu dire che, a differenza di unimmaginazione, un ricordo veridico consiste nel richiamare alla memoria in modo chiaro e distinto una proposizione vera. La risposta non per sufficiente, se vogliamo che il ricordo si trasformi in conoscenza: come, infatti, escludere che il ricordo risulti veridico per un mero caso? A tal fine occorrono definizioni di ricordare che presentino tra le loro condizioni la necessit che sia giustificato il credere, ottenuto tramite la memoria, che una certa proposizione vera. Per ottenere conoscenza dobbiamo molto spesso basarci sulla testimonianza di altri. Per esempio, so di essere figlia di mio padre e di mia madre non perch fossi presente al momento del mio concepimento, ma perch mi stato riferito dai miei genitori, dallanagrafe, e cos via. La testimonianza senza dubbio legata sia alla percezione, sia alla memoria: al fine di sapere che mio padre e mia madre mi hanno concepito, devo (perlomeno) aver ascoltato bene, o letto bene, e ricordare bene quanto ho ascoltato, o quanto ho letto. Questo non comporta per che la testimonianza non sollevi problemi di per s, come nel caso della seguente questione: in virt di quale ragione siamo giustificati ad accettare una certa testimonianza? Si pu rispondere affermando che la testimonianza delle persone, o degli organi informativi, con cui finora ci siamo confrontati, risultata corretta, e che, pertanto, deve essere corretta anche la testimonianza in questione. In questo modo stiamo ragionando induttivamente e ci troviamo di fronte al fatto che, anche se n testimonianze sono risultate corrette, non possiamo escludere che la testimonianza n + 1 risulti scorretta. allora epistemicamente ragionevole arricchire il proprio bagaglio relativo ad una certa informazione ottenuta tramite la testimonianza, ricorrendo a pi testimonianze su una medesima proposizione: solo cos la nostra credenza che quella proposizione sia vera ha maggiori probabilit di risultare vera, perch viene confermata da pi testimonianze di quanto ne avrebbe se legata ad una singola testimonianza.

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Poco sopra si fatto riferimento allinduzione. questo un tipo di ragionamento il ragionamento induttivo; laltro tipo di ragionamento quello deduttivo. Un semplice esempio di questultimo il classico sillogismo tutti gli uomini sono mortali, Mario un uomo, quindi Mario mortale, o il procedere per modus ponens come nel caso di se i pomodori sono rossi, sono appetibili; i pomodori sono rossi; quindi sono appetibili, o il procedere per modus tollens come nel caso di se Vanessa si recher in Gallura, allora andr a nuotare; Vanessa non andr a nuotare; quindi non si recher in Gallura. Un comune caso di ragionamento induttivo , invece, il seguente: il corvo 1 nero, il corvo 2 nero, il corvo 3 nero, , il corvon nero, quindi tutti i corvi sono neri. Sebbene, il ragionamento induttivo, a differenza di quello deduttivo, non sia logicamente valido le sue premesse possono essere vere e la sua conclusione falsa viene ammesso, in unottica fallibilista, quale procedimento positivo al fine di acquisire conoscenza. Lepistemologia del ragionamento si trova, ad ogni modo, di fronte al problema delle limitazioni pratiche e mentali degli esseri umani. Per esempio, quanti diversi esemplari di corvi neri devo osservare per poter concludere in modo non avventato che tutti i corvi sono neri? Nel decretare il numero di esemplari che devo osservare, occorre tenere conto che le nostre capacit tra cui quelle mnemoniche sono contenute. Anche relativamente al ragionamento deduttivo necessario considerare le limitazioni di cui si appena detto: sarebbe, infatti, insensato imporre che, al fine di acquisire conoscenza tramite deduzione, il soggetto cognitivo sia un logico onnisciente, o sia capace di portare a termine deduzioni che richiedono un dispendio notevole di tempo e di energia. Seppur meno indagati sul piano epistemologico, due altri tipi importanti di ragionamento sono rappresentati dallabduzione e dallinferire la migliore spiegazione. Labduzione un ragionamento sillogistico che presenta minor capacit dimostrativa, rispetto alla deduzione, a causa del fatto che la sua premessa maggiore vera, mentre la sua premessa minore solo probabile. Un esempio tradizionale di ragionamento abduttivo il seguente: tutto ci che non perisce non pu essere un oggetto materiale; lessere umano ha unanima immortale; quindi lanima dellessere

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umano non un oggetto materiale. Semplificando, inferiamo, invece, la migliore spiegazione quando di fronte a unevidenza e, consideriamo diverse ipotesi diciamo h1 e h2 e inferiamo h1 piuttosto che h2, perch h1 la migliore spiegazione di e rispetto a h2.

2. CHE COS LA CONOSCENZA Durante una conversazione quotidiana pu capitare che, subito dopo una nostra asserzione, qualcuno domandi come fai a saperlo o a conoscerlo?. Si pu rispondere appellandoci alla fonte conoscitiva interessata ad esempio lho visto, o me lo ha riferito Caio, e cos via. Oppure, per comprendere che cosa il nostro interlocutore ci stia chiedendo, possiamo a nostra volta domandargli che cosa intendi per sapere o conoscere?. La nostra domanda inopportuna? Direi di no. Infatti, bench molti pensino che il significato di sapere o conoscere sia assolutamente banale e quindi ovvio, le cose stanno diversamente. Consideriamo le seguenti proposizioni: (a) conosco Giovanna Rossi; (b) so parlare italiano; (c) so che Roma in Italia. (a), (b) e (c) rappresentano esempi di tre diversi tipologie di conoscenza. (a) comporta lessere stati a contatto con qualcuno, o qualcosa, e ci fornisce unistanza della cosiddetta conoscenza diretta o personale (knowledge by acquaintance). (b) rappresentativo della conoscenza legata al saper come fare certe cose (knowing how), un fare che pu essere acquisito, come nel caso del costruire una casa, o istintuale, come nel caso del saper respirare. (c) esemplifica la cosiddetta conoscenza proposizionale, ovvero il sapere che una certa proposizione vera (knowing that ), conoscenza il cui chiarimento stimola la riflessione filosofica: il sapere che di estrema rilevanza, poich facilmente trasmissibile agli altri attraverso il linguaggio e con loro condivisibile anche al fine di progredire sul piano epistemico. Perlomeno a partire dal Menone e dal Teeteto di Platone, lanalisi della conoscenza proposizionale si tradotta nella convinzione che la conoscenza credenza vera e giustificata, o, in termini pi canonici, supposto che S sia un qualsiasi soggetto cognitivo e p una qualsiasi proposizione, lanalisi la seguente:

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S sa che p se e solo se: (1) p vera, (2) S crede che p sia vera, e (3) la credenza di S in p giustificata. Lanalisi della conoscenza come credenza vera e giustificata presenta alcuni problemi. Innanzitutto, stata messa in discussione. Gettier ci ha mostrato che le sue tre condizioni, per quanto necessarie, risultano insufficienti, e richiedono, quindi, di essere integrate con altre condizioni: diversi tentativi sono stati presentati in proposito, ma tutti prestano il fianco ad obiezioni che costringono gli epistemologi ad affinarli o a produrne di nuovi. In secondo luogo, sussiste la necessit di comprendere che cos la giustificazione: sono state proposte diverse teorie, ma non si ancora giunti a un accordo su quale di esse sia ottimale.

3. CHE COS LA GIUSTIFICAZIONE Anche se la definizione di credenza vera e giustificata stata criticata col risultato, condiviso dai pi, che essa deve essere integrata con altre condizioni la nozione di giustificazione rimane centrale. I tipi di giustificazione che impieghiamo, anche nella nostra vita quotidiana, sono molti: morali, economici, estetici, epistemici, e cos via. Qui ci interessa solo la giustificazione epistemica, dato che ha come proprio obiettivo la verit. Le credenze epistemicamente giustificate presentano maggiori probabilit di risultare vere rispetto alle credenze epistemicamente ingiustificate: per esempio, la credenza c una giraffa allo zoo ha maggiori probabilit di essere vera se ho visto una giraffa allo zoo, rispetto alle probabilit che ha se ho tirato ad indovinare che allo zoo c una giraffa. Vedere qualcosa, a differenza del tirare ad indovinare (o del consultare gli astri, loroscopo, i bigliettini nei biscotti cinesi della fortuna, e cos via) rappresenta, almeno intuitivamente, una giustificazione epistemica. Filosoficamente il problema pi complesso, cos come attestano le

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diverse teorie della giustificazione. Qui di seguito accenner brevemente alle pi note: il fondazionalismo, il coerentismo, laffidabilismo. Il fondazionalismo la teoria pi antica tra i suoi fautori vi sono ad esempio Aristotele, Descartes, Locke, Russell, Alston, Audi, Chisholm, Foley, Moser, Pollock ed nata dalla convinzione che sussistano credenze autoevidenti e immediatamente giustificabili, in grado di sorreggere tutte le altre credenze. Questa convinzione stata affiancata da unaltra: le credenze autoevidenti sono infallibili, indubitabili e incorreggibili. Oggi, sebbene quasi pi nessuno sia disposto a sottoscrivere linfallibilismo, lindubitabilismo e lincorreggibilismo, ancor vivo il nucleo della proposta fondazionalista: sussistono credenze di base, o fondanti, e credenze derivate dalle prime. Si tratta di una proposta strutturale concerne la struttura della giustificazione, e non il contenuto delle credenze che si intendono giustificare che si concretizza nel seguente assunto: le credenze sono di base se e solo se non sono ricavate inferenzialmente e sono giustificate non inferenzialmente, cio sono immediatamente giustificate, mentre le credenze sono derivate se e solo se la loro giustificazione ottenuta in modo inferenziale ed basata su qualche credenza di base. La relazione tra le credenze di base e le credenze derivate asimmetrica, dato che le prime trasmettono giustificazione alle seconde, ma il viceversa non deve accadere. Tradizionalmente ad essere infallibili, indubitabili e incorreggibili erano le credenze di base, le quali tramandavano tali caratteristiche alle credenze derivate tramite inferenze logico-deduttive. Oggi tali caratteristiche non solo non vengono pi attribuite alle credenze di base, ma, di conseguenza, neanche alle credenze derivate. Inoltre si ammette la trasmissione della giustificazione tramite catene non solo deduttive, ma anche catene induttive, con un procedimento notoriamente fallibile. Il coerentismo laltra teoria tradizionale della giustificazione tra i suoi fautori vi sono per esempio Spinoza, Hegel, Bradley, Blanshard, Neurath, Hempel, Sellars, Harman, Davidson, Lehrer e, al pari del fondazionalismo, deve essere considerata una proposta strutturale. Possiamo distinguere tra diverse tesi coerentiste: (a) una credenza giustificata se e solo se risulta coerente

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lintero sistema di credenze del soggetto cognitivo cui appartiene; (b) una credenza giustificata se e solo se risulta coerente il sistema di credenze di cui fa parte; (c) una credenza giustificata se e solo se la trasmissione coerenziale avviene in modo lineare; (d) una credenza giustificata se e solo se la trasmissione coerenziale avviene in modo olistico. Le tesi (b) e (d) sono le uniche a essere considerate oggi ammissibili, pur non essendo prive di problemi intrinseci che conducono la maggior parte degli epistemologi contemporanei verso lidi non coerentisti. Fondazionalismo e coerentismo rappresentano due teorie internaliste: richiedono al soggetto cognitivo di accedere alla giustificazione delle sue credenze o, in altre parole, di essere in grado di presentare ragioni per le sue credenze. Per laffidabilismo tra i suoi fautori vi sono per esempio Goldman, Talbott, Papineau a contare , invece, il fatto che la credenza sia prodotta da un processo o da un metodo cognitivo affidabile da un processo o da un metodo capace di produrre molte credenze vere, al di l della consapevolezza che ne possa nutrire il soggetto cognitivo. Si tratta di una teoria piuttosto recente e dichiaratamente esternalista che considera eccessive le richieste dellinternalismo. Si pensi a quante credenze abbiamo per le quali non siamo capaci di offrire buone ragioni. Io, per esempio, credo che: il Papa abbia pubblicato delle opere letterarie, anche se non ricordo quando; il diavolo viene anche chiamato Belzeb, anche se non ricordo perch; Julian Bigelow ha segnato la nascita della cibernetica, anche se non ricordo in che occasione; ho ascoltato suonare il Jerusalem String Quartet, anche se non ricordo dove; luomo occupa il 24% della superficie emersa, anche se non ricordo su quale libro lho letto; ho visto una sedia disegnata da Gi Ponti, anche se non ricordo in quale casa o mostra ; conosco Maria, Renata e Silvana, anche se non ricordo dove le ho incontrate. Per il fondazionalismo e per il coerentismo tutte queste mie credenze sono ingiustificate, mentre per laffidabilismo sono invece giustificate, se prodotte da processi o metodi cognitivi affidabili.

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4. NATURALISMO Sempre pi spesso viene sostenuto che la teoria della conoscenza non pu fare a meno della scienza. Ma non forse vero che la scienza uno dei settori di cui tale teoria deve occuparsi attivamente per stabilirne lo status epistemico, per comprendere il suo diritto a definirsi unimpresa conoscitiva? Negli ultimi trentanni, comunque, si insistentemente imposto sulla scena il naturalismo filosofico, con la tendenza a considerare la conoscenza un fenomeno naturale di cui si devono occupare, parzialmente o integralmente, le scienze cognitive. Vi sono due diverse grandi tendenze: la prima, che fa capo a Quine e che radicale, decreta il fallimento della teoria della conoscenza e vuole che i problemi epistemici vengano del tutto rimpiazzati da problemi scientifici; la seconda, che fa capo allaffidabilista Goldman e che moderata, non mette in discussione il valore delle indagini epistemologiche, ma sostiene che queste non possano svolgersi senza un consistente appello alla scienza. La naturalizzazione radicale soggetta a dure critiche perch neutralizza la componente normativa della teoria della conoscenza, auspicando labbandono della teoria a favore della scienza, disciplina largamente descrittiva. E la normativit dellepistemologia piuttosto palese: una nozione di base la nozione di giustificazione normativo-valutativa, dato che quando affermiamo che una credenza giustificata la valutiamo positivamente, mentre quando affermiamo che ingiustificata la valutiamo negativamente. Lapproccio moderato pare invece pi plausibile, proprio perch non vi in esso una totale rinuncia alla normativit: dettare le condizioni della giustificazione spetta sempre alla teoria della conoscenza, mentre si delega alla scienza il compito di stabilire quali siano i processi o i metodi cognitivi affidabili. Per comprendere meglio, si considerino le seguenti domande: (i) come dobbiamo conseguire le nostre credenze, affinch esse siano giustificate?; (ii) come conseguiamo di fatto le nostre credenze? Allepistemologia spetta tradizionalmente il compito di rispondere alla domanda normativa, ovvero a (i), mentre alle scienze cognitive spetta quello di rispondere alla domanda descrittiva, ovvero a (ii). Le varie teorie della giustificazione sono appunto destinate a rispondere a (i) e devono ovviamente evitare che il

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conseguimento di credenze attraverso mere congetture, sogni, premonizioni, e cos via, possa rendere quelle credenze giustificate. Ci non toglie che il modo in cui conseguiamo di fatto le nostre credenze, anche se esso attraverso mere congetture, sogni, ecc., sia di indubbio interesse: si tratta per di un interesse psicologico. In ogni caso, il naturalista radicale abbandona laspirazione a rispondere a (i) per limitare la sua indagine a (ii), mentre il naturalista moderato sostiene che non si pu rispondere in modo completo a (i) senza considerare le risposte scientifiche offerte a (ii).

5. SCETTICISMO Veniamo a un problema diverso, il problema dello scetticismo. A differenza del problema del naturalismo, esso ha attraversato lintera storia della filosofia, ma oggi pu essere suscettibile di trattamenti naturalistici. Lorigine del problema si deve fare risalire (perlomeno) agli Accademici legati allAccademia di Platone e ai Pirroniani vicini agli insegnamenti di Pirrone di Elide. Tra i Pirroniani, non si pu non ricordare Sesto Empirico, lo scettico antico forse pi noto e punto di riferimento per tutti quei filosofi impegnati, specie in epoca moderna, a confutare le tesi scettiche. Si pu affermare, per esempio, che la Prima Meditazione cartesiana prenda avvio da alcune tematiche sollevate appunto da Sesto. Descartes scrive: Quante volte m accaduto di sognare, la notte, che io ero in questo luogo, che ero vestito, che ero presso il fuoco, bench stessi spogliato dentro il mio letto? vero che ora mi sembra che non con occhi addormentati che io guardo questa carta, che questa testa che io muovo non punto assopita, che consapevolmente di deliberato proposito io stendo questa mano e la sento: ci che accade nel sonno non sembra certo chiaro e distinto come tutto questo. Ma, pensandoci accuratamente, mi ricordo dessere stato spesso ingannato, mentre dormivo, da simili illusioni. E arrestandomi su questo pensiero, vedo cos manifestatamente che non vi sono indizi concludenti, n segni abbastanza certi per cui sia possibile distinguere nettamente la veglia dal sonno, che ne sono tutto stupito; ed il mio stupore tale da essere quasi capace di persuadermi che

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io dormo. Adesso, quindi, potrei sognare e, se stessi sognando, non conoscerei quasi nulla, dato che quasi tutte le mie credenze risulterebbero false. Non dispongo, per, di indizi che permettano di distinguere tra sonno e veglia? No, non possibile scovarli: secondo lipotesi scettica del sogno, potrei sognare anche questi indizi. Pertanto non posso fare a meno di ammettere che non conosco quasi nulla di quello che credo di conoscere. A una conclusione analoga giunge anche la traduzione contemporanea e fantascientifica dellipotesi del sogno. Lo scenario il seguente. A mia insaputa sono stata rapita. Il mio cervello stato espiantato e immerso in una vasca piena di liquidi nutritivi. Qui viene gestito, tramite un computer, da uno scienziato che causa in me tutte le stesse identiche esperienze doxastiche che avrei se non fossi un cervello in una vasca. Ora (per esempio) credo di trovarmi qui, nella mia casa di Genova, circondata dai miei libri e intenta a scrivere un articolo per lo Swif. Invece tutto falso, sono un cervello in una vasca anche se credo di non esserlo che non conosce quasi nulla di ci che crede di conoscere. E se mi si venisse a dire che non sono un cervello in una vasca? Non sarebbe di alcun aiuto: quanto mi fosse detto non sarebbe altro che un effetto delle manipolazioni dello scienziato sul mio cervello. Chiunque abbia visto The Matrix pu facilmente immaginare lo scenario. Se non abbiamo la possibilit di acquisire consapevolezza del fatto che non stiamo sognando o non siamo cervelli in una vasca, dobbiamo rassegnarci allo scetticismo e, in particolare, a questo tipo di scetticismo globale globale in quanto nega lesistenza di quasi tutta la nostra conoscenza. Ci sono, ad ogni modo, tipi di scetticismo pi moderato: i dubbi che sollevano sono pi contenuti e riguardano la nostra conoscenza in specifiche aree. I campi pi aperti alla critica sono quelli della conoscenza etica, della conoscenza religiosa e della conoscenza del futuro: si mette in dubbio (per esempio) la nostra capacit di sapere che un certo atto eticamente buono, che Dio esiste e che domani sorger il sole. Gli epistemologi adottano varie strategie contro lo scetticismo. Presentiamone brevemente alcune, limitando lattenzione allo scetticismo globale. Descartes afferma che dubitare una forma

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di pensare e che, se egli pensa, allora esiste ci viene espresso nel Discorso sul metodo col celebre Cogito ergo sum. Occorre concludere che lipotesi del sogno non in grado di mettere in dubbio tutta la conoscenza: il soggetto che dubita, infatti, sa di esistere. Ma come andare oltre questa conoscenza minima? Nella convinzione che lauto-conoscenza sia chiara e distinta non suscettibile di venire posta in discussione Descartes ritiene di avere unidea chiara e distinta di Dio, di sapere che Dio esiste: essendo buono, Dio non pu consentire che veniamo ingannati, che non possiamo avere idee chiare e distinte, che non conosciamo. Questa soluzione contestabile il ragionamento cartesiano spesso accusato di circolarit ma , ad ogni modo, di matrice razionalista. Un altro famoso tentativo anti-scettico si deve a Moore ed , invece, di matrice empirista: la visione del mondo dovuta al senso comune presenta alcune proposizioni vere quali esiste ora un essere umano vivente che il mio corpo, la terra esistita per molti anni prima della nascita del mio corpo, due mani umane esistono, e via di seguito. Lo scettico pu replicare: quali prove si hanno per la verit di queste proposizioni? In Della certezza Wittgenstein, invece, procede contro lo scetticismo sostenendo che luomo dotato di ragione non ha certi dubbi, ovvero non dubita di stare sognando, il che pu trovare radici sia in Descartes, sia in Moore, ma anche nel trascendentalismo kantiano. Oggi gli epistemologi sono ancora risolutamente impegnati contro lo scetticismo ed escogitano complesse tattiche che, per la maggior parte, prendono avvio da analisi eleganti della conoscenza: la pi nota forse lanalisi condizionale di Nozick, secondo la quale S sa che p se e solo se (1) p vera, (2) S crede che p, (3) se, in circostanza diverse, p non fosse vera, S non crederebbe che p, e (4) se, in circostanze diverse, p fosse vera, S crederebbe che p.

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Anche i naturalisti moderati concordano sul fatto che sia necessario produrre unanalisi filosofica della conoscenza in grado di refutare le ipotesi scettiche e di mostrare che la conoscenza possibile, ma precisano che poi, a tal fine, occorre anche appellarsi alle scienze. I naturalisti radicali, invece, tentano di refutare le ipotesi scettiche come insensate se sono intese come ipotesi filosofiche e al contempo affidano alla scienza il compito di assicurarci che la conoscenza possibile.

6. CONTESTUALISMO E FEMMINISMO Negli ultimi anni si sono imposte due nuove correnti: il contestualismo e il femminismo. La prima rappresenta un tentativo di replicare allo scetticismo. Lidea di base che vi sia un contesto filosofico, o scettico, e un contesto quotidiano: le ipotesi scettiche vengono sollevate nel primo contesto, mentre nel secondo sono considerate irrilevanti. Cosa fa lo scettico? Con le sue ipotesi del sogno o del cervello in una vasca trasforma gli standard epistemici che valgono nel quotidiano al fine di innalzarli fino a ottenere un contesto in cui ci risulta impossibile attribuire conoscenza a noi stessi e agli altri. Una volta che gli standard sono stati innalzati, occorre ammettere che recepiamo tutta la potenza dello scetticismo, accettandone le conseguenze: non conosciamo quasi nulla. Il contestualismo per lungi dal suggerire che dobbiamo abbracciare lo scetticismo una volta per sempre. Possiamo, infatti, uscire dal contesto scettico e tornare in un qualche contesto quotidiano, ove vigono standard pi rilassati e ove le ipotesi scettiche, se non vengono menzionate, non sono rilevanti: nei contesti quotidiani, applichiamo standard quotidiani e ci accorgiamo che, stando ad essi, possiamo attribuire conoscenza a noi stessi e agli altri. Il fatto che lo scettico impieghi standard elevati nel suo contesto non pu in alcun modo mostrare che noi non soddisfiamo gli standard pi deboli del contesto quotidiano. Non sussiste cos contraddizione alcuna: dato che vigono standard diversi nei due contesti, la negazione scettica della conoscenza perfettamente compatibile con lattribuzione ordinaria della conoscenza.

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Se il contestualismo propositivo, il femminismo si pone in contrasto con la teoria classica della conoscenza. La constatazione femminista di base la seguente: lepistemologia tratta in genere di un soggetto cognitivo neutrale e universale ma questo soggetto non esiste, tanto che ha assunto nel corso dei secoli tutte le peculiarit delluomo bianco, occidentale, eterosessuale, di cultura elevata, di buona posizione sociale, in teoria capace di totale introspezione (pu accedere a tutti i contenuti della sua mente). Per ovviare al fatto che alle donne stata cos negata praticamente ogni autorit epistemica e si sono disprezzate le modalit conoscitive femminili, occorre riconoscere che non esiste un soggetto cognitivo neutro o generico, privo di storia, genere, razza, classe sociale, preferenza sessuale, cultura, et, limiti introspettivi. Uno tra i punti su cui il femminismo pi insiste lassurdit di ogni definizione di conoscenza proposizionale che tenti di determinarne le condizioni necessarie e sufficienti. Non possono, infatti, darsi condizioni valide per tutti, senza considerare lidentit del soggetto, i suoi interessi, le circostanze in cui si trova; il soggetto cognitivo sempre situato in un ordine sociale che muta a seconda del genere a cui si appartiene per esempio, il soggetto maschile individualista, autonomo e distaccato dagli altri, mentre il soggetto femminile collettivista, dipendente e correlato agli altri. E chiaro che lepistemologia femminista corre sia il rischio di rispolverare le vecchie dicotomie collegate al maschile/femminile o di crearne di nuove sia il rischio di sposare lessenzialismo tutte le donne condividono, perlomeno sul piano cognitivo, una comune essenza che le differenzia dagli uomini, in virt della quale ha senso creare per loro una teoria ad hoc. Occorre tuttavia notare che oggi si tende sempre pi spesso a parlare di soggetto distribuito, cio di un soggetto costituito da pi agenti cognitivi. Basti immaginare un gruppo di scienziati che insieme costituiscono un soggetto cognitivo. Pi che di immaginazione, si tratta di una realt che comporta la dipendenza epistemica. Infatti, la maggior parte del lavoro scientifico si basa su un tipo di collaborazione che presuppone laccettazione delle osservazioni e dei calcoli dei propri colleghi. Per quanto un ricercatore possa condurre le proprie ricerche in isolamento, egli non

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pu fare a meno di credere a quanto gli viene riferito da altri circa lanalisi di dati e le informazioni relative a un qualche esperimento. A conferma di ci, c il fatto che i lavori scientifici a firma di un solo autore sono sempre pi rari e comunque contengono, inevitabilmente, riferimenti ai lavori di altri ricercatori. Nessun ricercatore non pu svolgere il proprio lavoro senza presupporre la validit delle ricerche condotte da altri. Data la necessit di specializzarsi in campi scientifici ristretti, vi la tendenza alla divisione del lavoro cognitivo, cosicch si impone naturalmente un lavoro di gruppo nel quale la dipendenza epistemica dagli altri risulta indispensabile. Se lepistemologia femminista ha un merito evidente, questo consiste proprio nellavversare la possibilit di un soggetto cognitivo autonomo e autosufficiente per sostenere che linterdipendenza epistemica che un tratto ineludibile di ogni individuo in grado di vivere in una cultura o in un gruppo sociale: senza appartenere ad una cultura, nessun individuo sarebbe capace di conoscere abbastanza per sopravvivere.

CONCLUSIONI In questo breve excursus si sono visti diversi problemi e diverse tesi epistemologiche. Sebbene abbia a volte menzionato pi risposte rispetto ad un medesimo problema, sarebbe errato credere che la teoria della conoscenza sia una teoria vaga. Ritengo, piuttosto, che lesistenza di pi soluzioni per ogni singolo problema decreti semplicemente la complessit del problema in questione, insieme alla vivacit della teoria della conoscenza che aborre gli appianamenti. Non deve intimorire, anzi deve essere apprezzata, una teoria che, invece di offrirci soluzioni precarie e definitive, continua ad affrontare problemi complessi con lobiettivo di raffinare costantemente le proprie soluzioni per trovare quelle ottimali. Deve essere apprezzata, almeno fintantoch noi, in quanto soggetti cognitivi, continuiamo ad aspirare alla conoscenza, riconoscendo in essa uno dei valori pi positivi della nostra esistenza.

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Nicla Vassallo Teoria della Conoscenza

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Come, per, scegliere una soluzione piuttosto che unaltra? Per esempio, abbiamo considerato le teorie della giustificazione pi note e pi accreditate, che risultano per lo pi tra loro incompatibili. Un conservatore sceglierebbe sicuramente la pi tradizionale: il fondazionalismo. Ma il conservatorismo ben poco produttivo in filosofia, ove a contare deve essere la solidit di una teoria, e non la sua antichit. Un ottimo criterio per scegliere consiste, piuttosto, nel verificare quale sia la teoria con minori problemi congeniti e con le promesse pi chiare. Dopo che si imposto il naturalismo, un altro buon criterio consiste nel verificare la compatibilit delle teorie della giustificazione con le scienze cognitive. Come abbiamo visto, a sposare il naturalismo laffidabilismo. Vi , invece, ancora parecchio lavoro da fare in ambito fondazionalista e coerentista. Si dice spesso che il destino della filosofia, o perlomeno della teoria della conoscenza, dipenda in larga misura dal successo o meno delle proposte di naturalizzazione. Se trionferanno laffidabilismo e la naturalizzazione moderata otterremo una teoria della conoscenza pi vicina alle scienze. Se invece dovesse trionfare la naturalizzazione radicale, lepistemologia sarebbe destinata alla morte. Ma anche il destino della scienza sarebbe legato a questi eventi: se lepistemologia morir, la scienza dovr reggersi su se stessa e, quindi, non possiamo che augurarci che questa scienza sia in grado di proporsi come una conoscenza. Magari ci troveremo a rispondere a domande quali che cosa la conoscenza? in termini neurologici e dovremo allora solo sperare che il nostro sistema nervoso non renda il nostro organismo solo capace di nutrirsi, fuggire, lottare, riprodursi, eccetera, ma anche di cercare la verit.

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Pierdaniele Giaretta

FILOSOFIA DELLA LOGICA

Versione 1.0

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Linee di Ricerca SWIF Coordinamento Editoriale: Gian Maria Greco Supervisione Tecnica: Fabrizio Martina Supervisione: Luciano Floridi Redazione: Eva Franchino, Federica Scali.

AUTORE Pierdaniele Giaretta [pierdaniele.giaretta@unipd.it] professore associato confermato di Logica presso la Facolt di Psicologia dell'Universit di Padova, tiene corsi di Storia della logica per il corso di laurea in Filosofia dell'Universit di Padova ed docente del Dottorato in Filosofia dell'Universit di Padova. Dopo essersi inizialmente occupato di storia della logica e logica intuizionista, ha fatto ricerca su temi di ontologia analitica e filosofia della logica e ha collaborato a ricerche nel campo della rappresentazione della conoscenza, dell'analisi dei processi diagnostici e della relazione tra logica e psicologia. autore di monografie e articoli specialistici. Recentemente ha curato, assieme a P. Cherubini e A. Mazzocco il volume Ragionamento: psicologia e logica, Giunti, Firenze 2000 e, assieme a A. Bottani e M. Carrara, Individuals, Essence, and Identity , Kluwer Academic Publishers, Dordrecht 2002. La revisione editoriale di questo saggio a cura di Federica Scali.

LdR un e-book, inteso come numero speciale della rivista SWIF. edito da Luciano Floridi con il coordinamento editoriale di Gian Maria Greco e la supervisione tecnica di Fabrizio Martina. LdR - Linee di Ricerca il servizio di Bibliotec@SWIF finalizzato allaggiornamento filosofico. LdR un e-book in progress, in cui ciascun testo un capitolo autonomo. In esso l'autore o l'autrice, presupponendo solo un minimo di conoscenze di base, fornisce una visione panoramica e critica dei temi principali, dei problemi pi importanti, delle teorie pi significative e degli autori pi influenti, nell'ambito di una specifica area di ricerca della filosofia contemporanea attualmente in discussione e di notevole importanza. Il fine quello di fornire al pubblico italiano un'idea generale su quali sono gli argomenti di ricerca di maggior interesse nei vari settori della filosofia contemporanea oggi, con uno stile non-storico, accessibile ad un pubblico di filosofi non esperti nello specifico settore ma interessati ad essere aggiornati. Tutti i testi di Linee di Ricerca sono di propriet dei rispettivi autori. consentita la copia per uso esclusivamente personale. Sono consentite, inoltre, le citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purch accompagnate dall'idoneo riferimento bibliografico. Per ogni ulteriore uso del materiale presente nel sito, fatto divieto l'utilizzo senza il permesso del/degli autore/i. Per quanto non incluso nel testo qui sopra, si rimanda alle pi estese norme sui diritti dautore presenti sul sito Bibliotec@SIWF, www.swif.it/biblioteca/info_copy.php. Per citare un testo di Linee di Ricerca si consiglia di utilizzare la seguente notazione: AUTORE, Titolo, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca, SWIF, 2003, ISSN 1126-4780, p. X, www.swif.it/biblioteca/lr.

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INTRODUZIONE * Genericamente la filosofia della logica la riflessione filosofica che riguarda la logica, ma ci sono due modi molto generali di intendere tale riflessione: come analisi e giustificazione delle nozioni presupposte o assunte come oggetto di studio dalla logica, oppure come discussione epistemologica sulla natura e il ruolo della logica. I due modi di fare filosofia della logica non sono privi di sovrapposizioni ad esempio la precisazione delloggetto della logica appartiene ad entrambi - e possono, inoltre, essere perseguiti insieme. Ne un esempio Philosophy of Logic di Quine, i cui capitoli riguardano: significato e verit, grammatica, verit, verit logica, lambito della logica, logiche devianti, il fondamento della verit logica. Alcuni capitoli (significato e verit, grammatica, verit, verit logica) riguardano prevalentemente le nozioni principali che sono presupposte o oggetto di studio da parte della logica, mentre gli altri (lambito della logica, logiche devianti, il fondamento della verit logica) parlano maggiormente del posto della logica relativamente alla conoscenza in generale e al sapere scientifico in particolare. Il secondo modo di fare filosofia della logica pu, a sua volta, essere concepito in modi diversi, relativi a due diverse concezioni della logica, la cui distinzione pu essa stessa diventare oggetto di

P. Giaretta, Filosofia della Logica , V. 1.0, in L. Floridi (a c.di), Linee di Ricerca , SWIF, 2003, pp. 124-150. Sito Web italiano per la Filosofia - ISSN 1126-4780 - www.swif.it/biblioteca.lr

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controversia filosofica. Si pu intendere la logica come scienza di entit pi o meno astratte, e allora naturale includere nella filosofia della logica problematiche come, per esempio, una qualche versione aggiornata della disputa sugli universali. Oppure si pu intendere la logica come fonte di metodi, linguaggi e principi che possono essere suggeriti dalla riflessione sui modi di argomentare in ambito scientifico, e anche non scientifico, e che, in linea di principio, possono essere usati per formare ragionamenti corretti. In questo caso i problemi preminenti sono quelli del rapporto con la metodologia delle scienze e con le finalit delle scienze cognitive, per quello che attiene ai ruoli che la logica ha (o non ha), rispettivamente, nelle formulazione di metodi scientifici e nella spiegazione della capacit argomentativa. In questa presentazione verr dato maggior spazio alla filosofia della logica come analisi e giustificazione di principi logici perch questo sembra essere il modo prevalente di intendere la filosofia della logica, ma chi scrive questa presentazione ritiene di non minore interesse gli altri due modi di fare filosofia della logica e in particolare quello menzionato per ultimo.

1. FILOSOFIA DELLA LOGICA E LOGICA FILOSOFICA

Riguardo alla filosofia della logica intesa come analisi e giustificazione di principi logici opportuno ricordare la problematica relazione che essa ha con la cosiddetta logica filosofica. Questo termine stato introdotto da Russell (1914) per indicare luso che secondo lui si poteva fare della forma logica al fine di risolvere alcuni rilevanti problemi filosofici. Lesempio pi famoso di tale uso costituito dalla sua famosa analisi delle espressioni della forma il cos e cos o lx tale che ,

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chiamate descrizioni definite, che pu essere considerata un modo di risolvere o dissolvere il problema dellapparente presupposizione di impegno esistenziale relativamente agli oggetti denotati da tali espressioni. Infatti, secondo una tale analisi, unaffermazione del tipo il cos e cos P non contiene il riferimento allindividuo che cos e cos (che potrebbe non esserci, come ad esempio nel caso di lattuale re di Francia) ma piuttosto dice che c un unico individuo che cos e cos: lesistenza di un tale individuo non presupposta ma, come lattribuzione ad esso della propriet P, fa parte del contenuto dellaffermazione. Nel neopositivismo logico il problema della natura di certi concetti scientifici stato affrontato attraverso analisi riduzioniste che avevano come fine la sostituzione di nozioni precedentemente considerate primitive con nozioni definite per via logicomatematica sulla base dei dati dellesperienza fenomenica o osservativa. In generale, e con vari esiti dal punto di vista delladeguatezza, la logica ha reso possibile la definizione o, comunque, una trattazione pi articolata e precisa di nozioni per le quali esistevano caratterizzazioni piuttosto vaghe. Anche se non si pu dire che in questo modo siano stati risolti i problemi filosofici che si volevano risolvere, due importanti sviluppi sono stati resi possibili e costituiscono un autentico progresso filosofico: la formulazione e lo studio di logiche che hanno origine, e sono motivate, da idee filosofiche, o anche filosofiche, e un nuovo approfondimento della riflessione filosofica riguardo a temi rilevanti sia per la logica che per la filosofia. soprattutto, ma non esclusivamente, del primo genere di sviluppo che sono esempio i volumi dell Handbook of Philosophical Logic (voll. 1-4, Reidel, Dordrecht, 1983-89, a cura di D. M. Gabbay & F. Guenthner), The Blackwell Guide to Philosophical Logic (Blackwell, Malden, MA., 2001, a cura di L. Goble), A

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Companion to Philosophical Logic (Blackwell, Malden, MA. 2002, a cura di D. Jacquette). In questi libri si presentano, ad esempio, le idee di base delle teorie della verit, delle logiche libere, delle logiche epistemiche, delle logiche temporali, ecc., includendo, in qualche caso, risultati tecnici molto specifici. In altri testi, come oggetto della logica filosofica presentata la riflessione pi strettamente filosofica riguardante temi rilevanti sia per la logica che per la filosofia quali, ad esempio, la predicazione, lidentit, lesistenza, la possibilit e la necessit. A. C. Grayling (1990) sostiene che la logica filosofica consisterebbe nel fare filosofia su questi ed altri temi in un modo che egli qualifica logic-informed e logic-sensitive, mentre la filosofia della logica sarebbe un filosofare intorno alla logica. Tale distinzione ignorata da S. Haack (1975), che concepisce la filosofia della logica come unindagine sui problemi filosofici posti dalla logica e dichiara di preferire il termine filosofia della logica a quello di logica filosofica. Di fatto la Haack tratta di alcuni temi che poi Grayling e, recentemente, Colin McGinn (2000) hanno presentato come oggetto della logica filosofica (ma McGinn non dice nulla riguardo alla distinzione tra logica filosofica e filosofia della logica). Dopo Grayling, e prima di McGinn, Mark Sainsbury (1991) ha scritto una introduzione alla logica filosofica che ispirata al senso che Russell dava a questo termine, perch riguarda principalmente la specificazione delle forme logiche di enunciati e argomenti del linguaggio naturale. Tuttavia Sainsbury ritiene che il suo approccio non possa evitare di trattare alcuni problemi della filosofia della logica, che egli concepisce come una spiegazione di cosa la logica , dei concetti che essa usa e di come essa si relaziona alle altre discipline e al nostro pensiero e discorso ordinario (p. 5).

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Sainsbury (2002) riconosce pi decisamente lesistenza di una parziale sovrapposizione tra gli ambiti di indagine della logica filosofica e della filosofia della logica. Talora si parlato di logica filosofica in contrapposizione con la logica matematica per indicare una logica diversa che sarebbe caratterizzata dal trattare problemi che hanno un interesse filosofico. Questo uso del termine logica

filosofica ha un presupposto che stato contestato da Jaakko Hintikka (1973), e cio la mancanza nellambito della cosiddetta logica matematica di argomenti e problemi degni di considerazione filosofica. Naturalmente non vero che nella logica matematica non ci siano argomenti e problemi degni di considerazione

filosofica. Tuttavia una dato di fatto che molti di tali argomenti sono trattati in ambito di filosofia della matematica e, daltra parte, i lavori di filosofia della logica trattano prevalentemente di temi molto generali, non specifici della logica

matematica, quali i seguenti che qui vengono brevemente illustrati. Oggetto e identit. La logica di Frege basata su una concezione unitaria di oggetto, la teoria dei tipi di Russell su una stratificazione degli oggetti in vari livelli. Ad esempio trascurando per semplicit il fatto che Russell ha cercato di eliminare il riferimento alle classi Socrate e la classe dei filosofi sono per Russell, ma non per Frege, oggetti di tipo diverso ai quali, per questa ragione, si applicano generi diversi di predicati e rispetto ai quali non si pu usare lespressione ogni in modo fare riferimento ad entrambi. Tuttavia anche nella teoria di Russell le entit di base, quelle per cos dire prive di complessit logica, sono considerate omogenee tra loro. Nellambito della filosofia analitica generalmente adottata la concezione unitaria di oggetto. Talora essa viene integrata con distinzioni di carattere

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sortale, che rispondono allesigenza di dar ragione della disomogeneit degli oggetti e dei modi nei quali essi si differenziano. Lidea di base che un oggetto quello che per un suo modo di essere che espresso da certi predicati e non da altri. Albero, ma non verde, pu essere un esempio di questi predicati. La concezione unitaria di oggetto connessa con una concezione dellidentit come relazione primitiva generale, ma le concezioni che pongono lenfasi sulle distinzioni sortali sembrano sostenere che lidentit risulta specificata in modo diverso a seconda della sorta. Una posizione estrema, e poco seguita, quella secondo la quale le nozioni di oggetto e di identit sono sortalmente relative, nel senso che sarebbe possibile il caso che a sia lo stesso F di b ma non lo stesso G di b, contro il principio della indiscernibilit degli identici. Com noto o intuibile, anche questo principio oggetto di una vasta discussione. Propriet e relazioni . La logica presentata nei manuali richiede la distinzione tra le nozioni di oggetto del dominio e di propriet di, o relazione tra, oggetti del dominio. Tuttavia le nozioni stesse di propriet di, e relazione tra, oggetti del dominio sono talora evitate in quanto nozioni che non soddisfano certi requisiti di ammissibilit ontologica, in particolare quello di avere ben definiti criteri di identit. Cos le condizioni di verit di un enunciato atomico in cui una propriet o relazione viene attribuita a certi oggetti vengono formulate facendo diretto riferimento allestensione del predicato che esprime la propriet, o la relazione, e ricorrendo alla nozione di appartenenza, che pur tuttavia una relazione. Willard V. O. Quine (1953 e 1970) nega esplicitamente che un predicato abbia un significato, nel senso di avere una relazione semantica con unentit che si possa considerare il suo significato. In generale, secondo Quine, la semantica del linguaggio naturale non richiederebbe

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entit ulteriori rispetto a quelle coinvolte nella semantica insiemistica di un linguaggio logico. tuttavia difficile fare a meno delle nozioni di propriet e relazione nellanalisi di enunciati di atteggiamento proposizionale della forma a crede che p o a teme che p. Predicazione. Sono tuttora discusse la concezione di Frege, secondo la quale la predicazione consiste nella saturazione di un concetto (propriet o relazione) da parte di uno o pi oggetti, e quella di Russell (1903), secondo la quale propriet e relazioni sono anchesse entit sature, o complete, per cui la connessione con gli oggetti, ovvero lunit della proposizione, deve essere spiegata in modo diverso. Questo problema non si pone nemmeno nella prospettiva di Quine, secondo la quale non ci sono entit a cui i predicati si riferiscono. Operatori logici . Nei pi usuali linguaggi della logica, enunciati complessi si ottengono applicando i seguenti simboli, detti talora simboli logici o costanti logiche: ? (non), ? (e), ? (o), ? (se, allora___), ? (se e solo se), ? (per ogni), ? (esiste almeno un). Tuttavia anche altri simboli sono usati come costanti logiche e cosa molto pi rilevante - sono studiate anche costanti logiche che non corrispondono ad espressioni del linguaggio naturale. E propria delle costanti logiche, o almeno di quelle pi usuali, la caratteristica di esprimere nozioni che non sono specifiche di particolari universi di discorso o che, come anche si detto, risultano stabili quando si permutano gli oggetti delluniverso e, corrispondentemente, si fanno variare le estensioni delle altre nozioni (cfr. Alfred Tarski (1966) e Gila Sher (1991)). Certamente gli operatori logici, come anche la relazione di identit, si usano per parlare degli oggetti di qualunque universo e risultano invarianti nel senso menzionato. Tuttavia ci si pu chiedere se sia possibile considerare le nozioni che

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hanno queste caratteristiche come delle vere e proprie entit. Anche se nel contesto di una ontologia logica, che ammette, ad esempio, propriet, relazioni e proposizioni, pu sembrare naturale considerare queste nozioni come entit di livello superiore, in breve come degli oggetti logici, tale ontologizzazione stata contestata da Ludwig Wittgenstein nel Tractatus: essa non sarebbe giustificata dalla caratteristica peculiare degli operatori logici, che sarebbe quella di contribuire a determinare la forma logica delle proposizioni complesse in quanto modi di combinare proposizioni. Il problema sollevato da Wittgenstein tuttora attuale. Appare ancora legittimo chiedersi se sia davvero possibile concepire gli operatori logici come delle vere e proprie entit. Un'altra domanda che stata posta riguarda la relazione che tali operatori hanno con le espressioni del linguaggio naturale ai quali essi sono associati. Inoltre, anche indipendentemente dalla loro eventuale ontologizzazione, sembra possibile intendere i significati delle costanti logiche in modi diversi, e almeno alcuni di tali modi sono connessi con concezioni generali della verit e dellargomentazione. Esistenza e esiste almeno un. Secondo Frege non si pu propriamente attribuire lesistenza ad un oggetto. Alla base della tesi fregeana sembra esservi lidea che lattribuzione di esistenza non possa che essere concepita se non come affermazione dellesistenza di oggetti che soddisfano predicati e quindi sia, in

unultima analisi, un predicato di predicati. Si tratta per di un predicato di predicati che presuppone che sia dato un dominio di oggetti. Da questa osservazione, oltre che da considerazioni di forma logica, si pu far derivare lo slogan di Quine essere essere un valore di una variabile(1966, trad. it. 137, e similmente in altri passi, prima e dopo il 1966) che stato proposto, ed largamente accettato, come criterio di impegno ontologico. Boolos (1984 e 1985) ha cercato di giustificare anche la

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quantificazione di variabili predicative come lespressione di un impegno della stessa natura dellimpegno verso le entit del dominio di quantificazione delle variabili individuali. La concezione fregeana dellesistenza, che stata ripresa ed elaborata da Russell e Quine, fondata sulla presupposizione che il dominio di quantificazione non sia vuoto e che le costanti individuali e le variabili individuali abbiano sempre, rispettivamente, referenti e valori appartenenti a tale dominio. Rifiutando questa presupposizione stato possibile sviluppare le cosiddette logiche libere, nelle quali linferenza da a F a Esiste un F non , in generale, valida. Le varie logiche libere differiscono, essenzialmente, per il modo di intendere la non-denotazione dei termini non-denotanti e il modo di valutare le formule che contengono tali termini (cfr. Bencivenga (2002)). Possibilit e necessit. Le nozioni di possibilit e necessit sono presenti in porzioni importanti del linguaggio ordinario e scientifico. In logica si studiano soprattutto gli operatori proposizionali modali espressi da possibile che e necessario che, per i quali spesso si usano i simboli ? e ? . Storicamente, come in altri casi, la formulazione di sistemi di leggi logiche per tali operatori ha preceduto lindividuazione di una semantica nella quale siano fissate le condizioni di verit degli enunciati della forma ? A e ? A. Le formulazioni che sono state date a tali condizioni si basano, in modo almeno apparentemente circolare, sulla nozione di mondo possibile, cio, intuitivamente, sulla nozione di modo alternativo in cui le cose possono stare: ? A vera in un mondo ? se e solo se A vera in qualche mondo ? accessibile ad ? e ? A vera in un mondo ? se e solo se A vera in ogni mondo ? accessibile ad esso. Spesso i diversi sistemi dassiomi corrispondono a propriet

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diverse della relazione di accessibilit tra mondi. Rilevante anche la relazione tra i domini di individui che intuitivamente sono considerati esistenti nei vari mondi. A seconda di quali siano le propriet della relazione di accessibilit e della relazione tra i domini dei mondi connessi dalla relazione di accessibilit, si hanno nozioni diverse di mondo possibile, ma il problema della natura dei mondi possibili non completamente risolto dalla specificazione di tali propriet. Una concezione di mondo possibile determinata anche da come si risponde alla domanda se tali mondi siano concreti o astratti, e inoltre se e in che senso si possa parlare di mondo attuale, cosa voglia dire, se si pu dire, essere lo stesso oggetto in mondi diversi, se il parlare di mondi possibili permetta unanalisi riduttiva delle modalit, e altre ancora. Riguardo a questi problemi dobbligo menzionare le concezioni opposte di David Lewis (1973 e 1986) e Saul Kripke (1980). Per una introduzione alla logica modale che tiene conto di motivazioni e prospettive filosofiche si veda Roderic A. Girle (2000). Condizionali . Il se, allora
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usualmente considerato una costante logica e

quindi per esso si pongono tutti i motivi di riflessione filosofica illustrati per gli operatori logici in generale. Tuttavia gli enunciati della forma se p, allora q meritano una considerazione a parte perch sono da sempre al centro di ampie e specifiche discussioni. Intesi come implicazioni materiali classiche tali enunciati sono equivalenti a p falso o q vero e, intesi come implicazioni intuizioniste, esprimono la disponibilit di un metodo per trasformare ogni prova di p in una prova di q. Tuttavia questi sono solo due dei modi nei quali si pu intendere il se, allora
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I condizionali controfattuali e quelli che esprimono leggi fisiche sono stati

analizzati, nellambito di semantiche modali piuttosto complesse, in modi che non si

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riducono alla scelta di un particolare connettivo. Per alcuni condizionali sono state proposte anche interpretazioni probabilistiche che sono state anchesse ampiamente discusse. E, naturalmente, le motivazioni delle varie concezioni sono un naturale oggetto di riflessione filosofica. Per una rassegna cfr. D. H. Sanford (1989) e M. Woods (1997) oppure i capitoli sui condizionali dei manuali di logica filosofica gi segnalati. Verit. La logica connessa con la verit gi nellidea intuitiva di base secondo la quale una forma inferenziale valida solo se conserva la verit. Ed naturale associare la logica classica, grosso modo quella in cui vale il terzo escluso, con una concezione aristotelica della verit secondo la quale un enunciato vero se dice che le cose stanno cos come stanno e il fatto che le cose stiano cos come stanno indipendente dallattivit conoscitiva. Talora questa concezione viene detta corrispondentista, ma nella versione aristotelica che Tarski ha fatto propria essa non implica che ad un enunciato vero corrisponda un fatto. Prospettive ontologicamente pi impegnative, nelle quali si parla di fatti, si devono a Russell e al primo Wittgenstein e sono attualmente riprese e rielaborate in alcuni sviluppi dellontologia analitica. Tuttavia la logica classica viene talora accettata anche indipendentemente da una nozione robusta di verit che, come quella russelliana o quella tarskiana, sia basata su una relazione oggettiva e robusta di riferimento. (Particolarmente ampia e abile la difesa di una concezione cosiddetta deflazionista, o minimalista, della verit da parte di Paul Horwich (1990).) Inoltre, si anche dato il caso che la logica classica sia stata rifiutata sulla base di una concezione alternativa della verit. Luitzen E. J. Brouwer, a partire dal 1907, ha sostenuto che la verit deve essere identificata con una certa nozione di dimostrabilit. E in connessione con una tale

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concezione Arend Heyting ha esposto nel 1931 i primi elementi della logica intuizionista nella quale il principio del terzo escluso non vale in generale. Varie opzioni sono possibili riguardo alla precisazione di una nozione di verit che sia associabile con la logica intuizionista. Della questione si molto occupato Michael Dummett nel contesto di una rielaborazione delle idee intuizioniste sulla verit e la dimostrazione, in vista dello sviluppo di una teoria costruttiva del significato che fosse tale da potersi applicare anche ad enunciati non matematici (cfr., ad esempio, Dummett (1973), gli articoli ripubblicati in Dummett (1978), e Dummett (1991)). La connessione con una concezione della verit aumenta linteresse filosofico di una logica, ma va anche segnalato che non sempre, anzi piuttosto raramente, un sistema logico-formale associabile ad una nozione di verit intuitivamente specificabile. Paradossi . I paradossi hanno da sempre costituito una sfida per il pensiero logico. Forse quello che per la sua connessione con la nozione di verit ha ricevuto maggiore attenzione il paradosso del Mentitore, che generato da enunciati quali questo enunciato non vero. I paradossi insiemistici scoperti tra la fine dell800 e i primi del 900 hanno stimolato nuove analisi logico-filosofiche, alcune delle quali hanno sostenuto la diversa natura dei due generi di paradossi, mentre altre si sono orientate verso una diagnosi unitaria dellorigine degli uni e degli altri. I paradossi sono uno dei temi pi importanti della filosofia della matematica e hanno una notevole rilevanza anche per la semantica del linguaggio naturale. Per tale semantica sono rilevanti anche le analisi di paradossi connessi con la vaghezza di propriet espresse da aggettivi quali calvo e nomi comuni quali mucchio (per una rassegna si veda R. Keefe e P. Smith (1996)).

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2. LONTOLOGIA DELLA LOGICA

Come sostiene Pascal Engel (1991) la filosofia della logica non pu essere ridotta alla logica filosofica, in particolare non pu ridursi alla logica filosofica intesa come riflessione su nozioni e problemi connessi con i contenuti della logica. Allinizio si detto che anche la discussione epistemologica sulla natura e il ruolo della logica filosofia della logica. Si aggiunto che se si intende la logica come scienza di entit pi o meno astratte, allora naturale includere nella filosofia della logica problematiche come, per esempio, una qualche versione aggiornata della disputa sugli universali. La ragione di ci sta nella domanda che questa concezione della logica fa immediatamente emergere, soprattutto se, alla maniera di Frege, si concepisce la logica come lenunciazione delle leggi generali dellesser vero. Se lesser vero una propriet, di cosa propriet? Quali sono le entit che si devono presupporre per poter parlare della logica come scienza delle leggi dellesser vero? A queste domande Frege e Russell hanno risposto, pi o meno direttamente, elaborando unontologia dei pensieri e dei loro costituenti (Frege) e delle proposizioni e dei loro costituenti (primo Russell). Ma quelle di Frege e Russell non sono state le uniche risposte. Altre risposte, forse meno dirette, sono state date da Hilbert e Tarski. Secondo Hilbert la logica, in quanto disciplina formale, non presuppone una nozione generale di verit, ma solo una ontologia di segni, e di configurazioni di segni, accessibili a capacit cognitive che sarebbero le stesse che sono richieste per afferrare contenuti intuitivi sensibili. La logica formale, come ogni teoria formalizzata, dipenderebbe da unattivit di scrittura e di manipolazione di sequenze

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finite di segni, riguardo alle quali ci sarebbero, secondo Hilbert, verit certe e metodi di prova, detti finitisti, assolutamente affidabili. Lattenzione alla sintassi del linguaggio e la possibilit di indagarla con metodi finitisti erano finalizzati allobiettivo di dimostrare in modo intuitivamente del tutto affidabile la consistenza di teorie che hanno un dominio inteso infinito, pi precisamente infinito nel senso dellinfinito attuale. Il problema dellelaborazione di una semantica formale, che limpostazione hilbertiana finiva per mettere in maggiore evidenza, direttamente affrontato da Tarski in un modo che ha prodotto una risposta al problema di quali siano le entit che si devono presupporre per poter definire la nozione di conseguenza logica, corrispondente grosso modo allidea intuitiva di conservazione della verit. Si tratta di entit che si possono introdurre e definire nellambito della teoria degli insiemi, cio di una teoria la cui giustificazione forse ancor oggi il problema principale della filosofia della matematica. Cos si pu sostenere che la semantica formale di origine tarskiana, chiamata semantica modellistica, ha portato alla sostituzione di unontologia in larga parte intuitiva, solo molto parzialmente teorizzata, con unontologia anchessa problematica dal punto di vista filosofico, ma meglio definita e matematicamente pi accettabile. Non comunque un esito che tutti considerano definitivo o inevitabile. Oggi alcuni preferiscono ricorrere alla teoria delle categorie, che si presenta come una teoria pi generale della teoria degli insiemi, altri pensano a una teoria della dimostrazione da svilupparsi nel contesto di una matematica di ispirazione intuizionista, o almeno connessa con certe idee intuizioniste sulla verit e la dimostrazione, altri ancora tendono, per cos dire, a sdrammatizzare o ridimensionare il problema ontologico.

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3. LOGICA E RAGIONAMENTO

Nelle concezioni di Frege, Russell, Hilbert e Tarski la logica prevalentemente una disciplina teoretica riguardante unontologia di oggetti pi o meno astratti. Daltra parte, da sempre, senso comune e riflessione filosofica considerano la logica unindagine sui modi corretti di ragionare, alla quale talora viene attribuita anche unutilit pratica. Questo modo di presentare la logica risulta per problematico, se si tiene conto di due fondamentali acquisizioni della ricerca in ambito logico: la

possibilit di produrre una deduzione formale senza presupporre alcuna interpretazione del linguaggio e la formulazione esatta, mediante la definizione di conseguenza logica, delle condizioni di validit di una deduzione formale. In conseguenza di ci sembra che il ruolo delle leggi e regole logiche nel garantire la validit sia venuto meno, poich sono le stesse leggi e regole logiche ad essere dimostrate valide sulla base di una presupposta nozione di validit. Si pu allora dire che esse possano avere solo il ruolo di istruzioni che vengono seguite nella produzione di ragionamenti? Anche se certamente possono essere usate per costruire ragionamenti, e qualcuno ha in passato pensato che il loro uso a questo scopo si dovesse diffondere per il vantaggio che ne sarebbe derivato per il progresso della scienza, nessuno, o quasi nessuno, ha mai pensato che il ragionamento

effettivamente prodotto in ambito scientifico e non scientifico consistesse in unapplicazione consapevole di regole o presupponesse un apprendimento esplicito di regole, come di solito avviene, ad esempio, nel caso del gioco degli scacchi. semplicemente contrario allevidenza che, in generale, il ragionamento consista nellapplicazione consapevole di regole o, comunque, presupponga un

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apprendimento consapevole di regole. Questo fatto tuttavia non esclude che il ragionare consista essenzialmente nellapplicazione di regole da sempre possedute (in qualche senso innate) o acquisite senza un esplicito apprendimento (ad esempio per esposizione a comportamenti conformi ad esse e successiva maturazione di schemi corrispondenti). Si tratta di idee che sono state prese in considerazione in sede psicologica e che, in ambito di intelligenza artificiale, hanno ispirato la modellazione di meccanismi automatici di ragionamento, ma hanno anche suscitato molte perplessit dal punto di vista della possibilit di basare su di esse una teoria plausibile del modo di ragionare. Recentemente Jerry Fodor (2000) ha sollevato una obiezione radicale contro la possibilit di una teoria computazionale dei processi cognitivi superiori, che riguarda, in particolare, la teoria del ragionamento. Bisogna premettere che per Fodor ragionamento l'intero processo attraverso il quale si risolve un problema, e perci include anche il momento abduttivo della ricerca e individuazione delle premesse sulla base delle quali il problema pu essere risolto. Cos inteso, il ragionamento un genere di processo cognitivo rispetto al quale non in generale e a priori predeterminabile quali siano le informazioni rilevanti per la sua attivazione ed esecuzione, e nemmeno come esse possano essere sfruttate a questo scopo. Tuttavia le teorie psicologiche del ragionamento hanno, in genere, obiettivi meno ambiziosi, e per lo pi si concentrano sullaspetto dello svolgimento di un ragionamento dopo che ne sono state individuate le premesse. A questo proposito lidea di una capacit inferenziale fondata sul possesso di un meccanismo che incorpora regole logicoinferenziali stata criticata in seguito allaccertamento sperimentale di errori

sistematici nellesecuzione di compiti di ragionamento. Si sostenuto che la

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presenza di tali errori non compatibile con lipotesi che i ragionamenti siano prodotti mediante lapplicazione di regole inferenziali logicamente corrette (anche se, a rigore, questa tesi non si pu considerare giustificata finch non si esclude la possibilit che tali errori siano dovuti a fattori sistematicamente fuorvianti). Poich le regole riguardano la forma, si concluso che il ragionamento non un processo logico-formale e quindi sintattico. Molti logici potrebbero obiettare che la forma che in logica viene presa in considerazione orientata alla semantica e, in particolare, che in essa le costanti logiche compaiono con un significato determinato. ci sufficiente per sostenere che, pur indagando le forme corrette di ragionamento, la logica non una disciplina formalistica perch la correttezza di tali forme dipende dal significato che viene attribuito alle costanti logiche? Chiaramente no, se si ritiene che il significato delle costanti logiche sia fornito dalle stesse regole dinferenza alle quali sono associate. (La tesi che il significato di una costante logica possa essere completamente dato mediante regole inferenziali stata brillantemente contestata da Arthur N. Prior (1960). Altrettanto brillante stata la risposta di Nuel D. Belnap (1962).) Se il significato delle costanti logiche viene cos inteso, il ragionare sembra di nuovo ridursi a trasformazione puramente sintattica di espressioni linguistiche. Questa concezione va incontro al problema, gi segnalato, che contrario allevidenza che tali regole siano applicate consapevolmente o siano esplicitamente apprese. Si pu evitare il problema sostenendo che tali regole sono tacitamente possedute, quale che sia il modo in cui si arrivati a possederle. Forse, come si sostiene a proposito di alcune regole delle quali si parla nelle scienze cognitive, esse sono il contenuto di stati mentali non accessibili alla coscienza e, nello stesso tempo, hanno un ruolo

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causale rispetto alla produzione delle loro applicazioni. Tuttavia, sotto quali condizioni si pu dire che siano possedute? Non basta, ed controverso, parlare di uso non necessariamente consapevole. Si pu dire che la regola descrive una disposizione che non necessariamente si manifesta, ma se essa qualcosa di posseduto, qual il tratto, o un tratto, caratteristico di tale possesso? Seguendo e adattando Peacocke (1987 e 1992) e Engel (2000) si pu sostenere che una regola inferenziale posseduta se si in grado di afferrarla come una forma di transizioni cogenti (compelling) tra pensieri, intendendo la cogenza (compellingness ) come una propriet primitiva che implica la conservazione della verit ma non riducibile ad essa. Lidea di base, che non si pu illustrare qui, che la cogenza di certi schemi qualcosa di primitivo che fa parte del significato, mentre in approcci pi tradizionali tali schemi sono considerati puramente descrittivi di una disposizione ad inferire che basata su una indipendente comprensione del significato delle costanti logiche. Un punto su cui quasi tutte le concezioni concordano lattribuzione di un carattere normativo alla logica, almeno nel senso debole che la logica, o una logica, presenta nozioni e principi atti a modellare ragionamenti mediante i quali si passa correttamente dalle ipotesi alla conclusione. (Ma se si definisce la correttezza in termini di conservazione della verit, si pu dubitare che tale nozione abbia carattere normativo. Perch la nozione di correttezza abbia questo carattere necessario concepirla come tale da avere un carattere valutativo, che la sua definizione in termini di conservazione della verit non manifesta, o almeno non manifesta esplicitamente.) una tesi pi forte sostenere che tutti i ragionamenti corretti, o tutti i ragionamenti corretti di un certo ambito, siano cos modellabili ed una ancora pi forte sostenere che un ragionamento corretto pu essere prodotto solo usando i

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principi della logica. La plausibilit delle due tesi pi forti discutibile e dipende anche da considerazioni che non riguardano solo la logica. La prima tesi, quella pi debole, secondo la quale la logica presenta nozioni e principi atti a modellare ragionamenti mediante i quali si passa correttamente dalle ipotesi alla conclusione, lascia aperta la possibilit che esistano ragionamenti corretti che non sono modellabili usando i principi di una data logica. Connesso con la questione della normativit della logica il problema della relazione tra logica, da una parte, e la metodologia scientifica, dallaltra, perch se si ritiene che la metodologia abbia un carattere prescrittivo, pu essere naturale presentare la logica come parte della metodologia cos intesa. Il collegamento si manifesta anche nel fatto che la critica alla normativit della logica spesso si accompagna con la critica al carattere prescrittivo della metodologia scientifica. Si dice talora che la logica, come la metodologia, dovrebbero rispecchiare pi da vicino quello che la pratica scientifica usuale. Per quello che riguarda la logica naturale guardare alla pratica matematica e da questo punto di vista riflessioni molto diverse sono state sviluppate dai logici italiani Carlo Cellucci (1998 e 2002) e Gabriele Lolli (1996 e 2002). Tuttavia anche il problema della relazione della logica con i metodi di scienze diverse dalla matematica merita di essere oggetto di considerazione filosofica maggiore di quanta ne sia stata dedicata finora. Infine non si pu trascurare di segnalare un altro problema che non pu essere adeguatamente illustrato in questa presentazione della filosofia della logica: quello dellapriorit delle leggi logiche e della logica. Per la rilevanza e la difficolt del problema conviene rinviare subito a P.Boghossian e C. Peacocke (2000), dove

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questa questione ampiamente trattata, talora direttamente e talora in relazione ad altri temi.

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NOTA PROPEDEUTICA

Non si pu affrontare la filosofia della logica senza avere unidea di cosa sia la logica. Un testo recente che presenta un buon equilibrio tra chiarezza e semplicit di esposizione, ricchezza e accessibilit di esempi, precisione ed ampiezza di informazione Corso di logica di Dario Palladino (Carrocci, Roma 2002). Per avere una prima informazione intorno a molti dei temi e problemi tipici di filosofia della logica sono utili e abbastanza accessibili il testo gi segnalato della Haack (Philosophy of Logics, Cambridge 1975 [trad. it. Filosofia delle logiche, Franco Angeli, Milano 1983]) e quello dello stesso Quine per quanto filosoficamente molto orientato (Philosophy of Logic, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, N.J.,1970 [trad. it. Logica e grammatica , Il Saggiatore, Milano 1981]). Un primo buon complemento e aggiornamento costituito dai saggi raccolti nel libro The Nature of Logic, curato da Varzi (CSLI, Stanford 2000).

* Una versione molto pi ampia e diversamente organizzata di questa presentazione della filosofia della logica si trova nel volume Filosofie delle scienze, a cura di Nicla Vassallo, uscito ad della casa editrice Einaudi.

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L'INTENZIONALIT

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SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia Rivista elettronica di filosofia - Registrazione n. ISSN 1126-4780

Linee di Ricerca SWIF Coordinamento Editoriale: Gian Maria Greco Supervisione Tecnica: Fabrizio Martina Supervisione: Luciano Floridi Redazione: Eva Franchino, Federica Scali.

AUTORE Alberto Voltolini professore di II fascia di Filosofia del linguaggio presso l'Universit del Piemonte Orientale a Vercelli. Tra le sue pi recenti pubblicazioni: Is It Merely Loose Talk? A Bizarre Solution to the Opacity Puzzle , Dialectica 54 (2000), pp. 51-72; Are All Alleged Possible Objects There?, Topoi 19 (2000) pp. 209-219; Why the Computational Account of Rule-following Cannot Rule out the Grammatical Account, European Journal of Philosophy 9 (2001), pp. 82-104; Ce qui est vivant et ce qui est mort dans la critique de Russell Meinong, in J.-P. Cometti & K. Mulligan (d.), La philosophi autrichienne de Bolzano Musil, Vrin, Paris 2001, pp. 101-117; Why It Is Hard t o Na t u r a l i z e A t t i t u d e A b o u t n e s s , i n W. H i n z en & H . Ro t t ( e d s .) , B e l i e f a n d Meaning, Essays at the Interface. Philosophical Analysis 3, German Library of Sciences, Hnsel-Hohenhausen, Frankfurt a.M. 2002, pp. 157-179. Sito personale: http://www.lett.unipmn.it/~albertov/ La revisione editoriale di questo saggio a cura di Federica Scali.

J.-P. Cometti & K. Mulligan (d.),

LdR un e-book, inteso come numero speciale della rivista SWIF. edito da Luciano Floridi con il coordinamento editoriale di Gian Maria Greco e la supervisione tecnica di Fabrizio Martina. LdR - Linee di Ricerca il servizio di Bibliotec@SWIF finalizzato allaggiornamento filosofico. LdR un e-book in progress, in cui ciascun testo un capitolo autonomo. In esso l'autore o l'autrice, presupponendo solo un minimo di conoscenze di base, fornisce una visione panoramica e critica dei temi principali, dei problemi pi importanti, delle teorie pi significative e degli autori pi influenti, nell'ambito di una specifica area di ricerca della filosofia contemporanea attualmente in discussione e di notevole importanza. Il fine quello di fornire al pubblico italiano un'idea generale su quali sono gli argomenti di ricerca di maggior interesse nei vari settori della filosofia contemporanea oggi, con uno stile non-storico, accessibile ad un pubblico di filosofi non esperti nello specifico settore ma interessati ad essere aggiornati. Tutti i testi di Linee di Ricerca sono di propriet dei rispettivi autori. consentita la copia per uso esclusivamente personale. Sono consentite, inoltre, le citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purch accompagnate dall'idoneo riferimento bibliografico. Per ogni ulteriore uso del materiale presente nel sito, fatto divieto l'utilizzo senza il permesso del/degli autore/i. Per quanto non incluso nel testo qui sopra, si rimanda alle pi estese norme sui diritti dautore presenti sul sito Bibliotec@SIWF, www.swif.it/biblioteca/info_copy.php. Per citare un testo di Linee di Ricerca si consiglia di utilizzare la seguente notazione: AUTORE, Titolo, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca, SWIF, 2003, ISSN 1126-4780, p. X, www.swif.it/biblioteca/lr.

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INTRODUZIONE Nella tradizione scolastica riportata in auge da Brentano, per intenzionalit si intende la caratteristica degli stati mentali di essere diretti a, o vertere su, qualcosa. Penso a Palermo e aspetto Godot; entrambi i miei stati mentali sono dotati di intenzionalit, nella misura in cui il primo un pensiero di Palermo cos come il secondo lattesa di Godot. Occorre tuttavia fare una considerazione preliminare che permetta di focalizzare meglio loggetto dellindagine. Brentano tendeva ad identificare la caratteristica degli stati mentali di vertere su qualcosa con unaltra che a prima vista caratterizza tali stati, ossia lavere un contenuto. Se ci limitiamo a considerare stati mentali come quelli precedentemente menzionati, ossia stati mentali oggettuali , questa tendenza ad identificare tali due caratteristiche, l intenzionalit referenziale e l intenzionalit di contenuto (per usare la terminologia di Kim [1996], 21), ad alcuni pu apparire naturale; pu infatti ben sembrare p.es. che la mia attesa di Godot abbia un determinato contenuto in quanto verte su Godot. Altri ribatterebbero che basta gi prendere ad esempio un altro stato mentale oggettuale per mostrare che non cos: penso a Palermo come alla splendida citt araba, ma posso anche pensarvi

A. Voltolini, Lintenzionalit, V. 1.0, in L. Floridi (a c. di), Linee di Ricerca , SWIF, 2003, pp. 151-175. Sito Web Italiano per la Filosofia - ISSN 1126-4780 - www.swif.it/biblioteca.lr

Alberto Voltolini - Lintenzionalit - Versione 1.0

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come alla degradata citt odierna; i miei due stati sembrano vertere cos sullo stesso oggetto, ma avendo diverso contenuto. Come gi avevano supposto Twardowski e Husserl, uno stato ha intenzionalit referenziale nella misura in cui ha una, differente, intenzionalit di contenuto. Comunque stiano le cose al riguardo, la tendenza brentaniana svanisce non appena passiamo da stati mentali oggettuali a stati mentali proposizionali , come il mio pensiero che Palermo affascinante e la mia aspettativa che Godot risolva i problemi della mia vita. Lintenzionalit referenziale di questi stati, il loro vertere su qualcosa, ovviamente diversa dalla loro intenzionalit di contenuto, il loro essere stati dotati di un contenuto che le cose stanno in un certo modo. Si pu certo sostenere che tutti gli stati mentali oggettuali sono stati proposizionali, p.es. che la mia attesa di Godot in realt lattesa che Godot arrivi (questa unidea diffusa da Sellars [1956] gi fino a Searle [1983]). Ma, corretta o meno che sia questa tesi, essa non riduce lintenzionalit referenziale allintenzionalit di contenuto; al pi porta a sostenere che non ci pu essere intenzionalit referenziale senza intenzionalit di contenuto. perci sulla prima caratteristica che ci vogliamo concentrare qui.

1. IL CONCETTO E I CRITERI DELLINTENZIONALIT A proposito dunque dellintenzionalit (referenziale), due sono le questioni che si impongono subito alla riflessione. In primo luogo, che cosa significa dire che uno stato mentale dotato di intenzionalit. In secondo luogo, che cosa significa per uno stato mentale essere dotato di intenzionalit. La prima questione riguarda il nostro

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concetto di intenzionalit: che cosa intendiamo quando parliamo di intenzionalit. La seconda questione riguarda la propriet stessa dellintenzionalit: che cos per uno stato mentale essere affetto da questa caratteristica. Consideriamo queste due questioni in successione. Che cosa significa dire che uno stato mentale dotato di intenzionalit? Due complementari risposte vengono contemporaneamente alla mente: la risposta brentaniana - che esso diretto verso qualcosa che pu non esistere, l oggetto intenzionale dello stato ed unaltra di sapore genericamente fenomenologico (attraversa infatti autori come Twardowski, Meinong e Husserl) che un tale oggetto intenzionale si pu presentare come un aspetto di unaltra, in qualche modo soggiacente, entit. Questultima risposta viene normalmente descritta in una forma differente, ossia come lidea che loggetto di uno stato mentale dato sotto un qualche aspetto, potenzialmente sotto una pluralit di aspetti siffatti ( SmithMcIntyre [1982], 12-5, Searle [1992],155, Crane [2001], 18-21). Questa descrizione, per, non rispecchia la fenomenologia della situazione. Di per s, loggetto intenzionale non dato sotto alcun aspetto; quando attendo Godot, non attendo Godot sotto un qualche aspetto, attendo Godot e basta. solo quando arrivo a scoprire che un certo oggetto intenzionale OI altro non che un altro oggetto intenzionale OI che allora vengo a dire che uno stesso oggetto si presenta ora sotto laspetto OI ora sotto laltro aspetto OI. P.es., allalba Hammurabi guarda il cielo credendo di vedere Fosforo, che cos loggetto intenzionale della sua esperienza mattutina, e al vespro guarda di nuovo il cielo credendo di vedere Espero, che un altro oggetto intenzionale della sua esperienza serale; ma quando viene a scoprire che

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Fosforo altro non che Espero, nel contempo scopre che un certo oggetto, Venere, ora gli si d come Fosforo, quindi come la stella del mattino, ora come Espero, quindi come la stella della sera (Voltolini [2003a]). Messe insieme, le due risposte ammontano ad un tentativo di definizione del concetto di intenzionalit; altrimenti detto, il bicondizionale x ha intenzionalit se e solo se x diretto verso qualcosa che pu presentarsi come un aspetto di un'altra entit pretende di essere necessariamente vero a priori, come ogni bicondizionale nel cui lato destro il predicato esprima il definiens di quanto espresso dal predicato occorrente nel suo lato sinistro ( Crane [1995], 166-8, Stich-Laurence [1994], 162). Storicamente, un simile tentativo stato prodotto originariamente da Chisholm 1957, 1967, 1972 in relazione per non al concetto di intenzionalit, ma al concetto di enunciato intenzionale, ossia di un enunciato ascrivente ad un soggetto uno stato mentale dotato di intenzionalit. Di un enunciato intenzionale, Chisholm vuole infatti dare i criteri in termini di condizioni necessarie e sufficienti: x un enunciato intenzionale se e solo se non legittima una generalizzazione esistenziale da AV aspetta Godot non si pu inferire C qualcosa che AV aspetta - ed referenzialmente opaco in Hammurabi pensa a Fosforo non si pu sostiture salva veritate Fosforo con Espero. Peraltro, le caratteristiche attribuite agli enunciati intenzionali dovrebbero essere gli equivalenti linguistici di quelle intuitivamente caratterizzanti la nozione stessa di intenzionalit. Indipendentemente dal fatto che il tentativo di Chisholm costituisca la controparte linguistica adeguata di una caratterizzazione non-linguistica del concetto di intenzionalit secondo le linee precedentemente esposte (in Voltolini [1993a], ho

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cercato di fornire delle ragioni per dubitarne), appropriato chiedersi in questo contesto perch Chisholm abbia scelto non solo la via dellascesa semantica non trattare dellintenzionalit, ma trattare della sua espressione linguistica - ma questa sorta di ascesa semantica non trattare direttamente dellespressione linguistica dellintenzionalit, ossia luso di termini per riferirsi agli oggetti intenzionali degli stati mentali, ma trattare piuttosto degli enunciati che attribuiscono stati mentali dotati di intenzionalit. Alla prima parte della domanda, si pu rispondere che il metodo di Chisholm mirava per lappunto a catturare il concetto di intenzionalit mediante la comprensione del significato del termine intenzionalit; questo termine avrebbe infatti significato anche quando non vi fosse affatto nella realt un fenomeno come lintenzionalit. Alla seconda, invece, bisogna rispondere che Chisholm intendeva non solo definire linguisticamente lintenzionalit, ma anche riprendere loriginario progetto di Brentano di considerare lintenzionalit come la caratteristica non solo necessaria, ma anche sufficiente, del mentale, e dunque la sua caratteristica distintiva: uno stato mentale se (e solo se) dotato di intenzionalit. Nuovamente, questo progetto viene ripreso da Chisholm a livello linguistico, in modo da renderlo difendibile anche qualora si dovesse rivelare che non vi sono propriamente parlando stati mentali. Anche allora, infatti, vi sarebbe un linguaggio del mentale, ossia un linguaggio in cui parliamo come se ci fossero stati mentali; tale linguaggio sarebbe comunque impiegato in certi contesti in modo appropriato (avrebbe, come si suol dire, determinate condizioni di asseribilit). Messo dunque il progetto brentaniano in termini linguistici, abbiamo che un enunciato ascrive uno stato mentale se (e solo se) un enunciato intenzionale.

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2. LA PROPRIET DELLINTENZIONALIT: I TENTATIVI DI NATURALIZZAZIONE Recentemente, per, si cominciato a sostenere che per capire che cos lintenzionalit non basta comprendere che cosa significa la parola intenzionalit, ossia a cosa ammonta il concetto stesso di intenzionalit, ma bisogna anche afferrare che cosa lintenzionalit davvero , ossia in che tipo di propriet (di stati mentali) essa consiste. Una tale focalizzazione sulla propriet dellintenzionalit come distinta dal significato della parola intenzionalit non impedisce di continuare a sostenere che lintenzionalit la caratteristica distintiva del mentale, anzi (cfr. p.es. Crane [2001]). In tale contesto, ci che lintenzionalit selezioner saranno sempre gli stati mentali, ma non pi in relazione al concetto stesso di stato mentale in quanto irriducibile al concetto di uno stato non mentale, bens in quanto a loro volta tali stati sono fenomeni determinati del mondo, come distinti nella loro natura da tutti gli altri fenomeni mondani che intenzionali non sono. Anche presa cos, peraltro, la tesi appare controversa. Chi la sostiene dovr impegnarsi prima di tutto a mostrare che tutti gli stati mentali di tipo qualitativo, quindi sensazioni esterocettive (cromatiche, tattili) cos come interocettive (non solo qualia di piacere o di dolore, ma anche p.es. di euforia e depressione) sono dotate di intenzionalit, contro una communis opinio che va da Husserl fino a Searle [1983]. Inoltre, dovr essere preparato ad ammettere che gli stati che lintenzionalit discrimina non siano pi stati irriducibilmente mentali, quanto piuttosto stati fisici di tipo complesso e perci irriducibili ad altri stati dello stesso genere, ma di tipo pi semplice; cos per Place [1996], lintenzionalit funge da criterio distintivo non di stati mentali irriducibili,

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quanto piuttosto di stati disposizionali in quanto stati fisici irriducibili a stati fisici non disposizionali. Comunque stiano le cose a questo riguardo, la suddetta distinzione tra concetto e propriet dellintenzionalit diventa davvero rilevante quando si voglia sostenere che non esiste nessun legame costitutivo, ma al pi solo uno epistemico , tra il primo e la seconda: il concetto di intenzionalit permette di focalizzare la nostra attenzione sulla propriet dellintenzionalit. Ci comporter che lintenzionalit venga trattata come una propriet appartenente allordine naturale del mondo, qualcosa in linea di principio investigabile dalle scienze naturali. A quel punto, il rapporto tra concetto e propriet dellintenzionalit potr essere assimilato al rapporto che c tra la nostra comprensione prescientifica di certi fenomeni naturali e ci che quei fenomeni sono davvero, alla luce della migliore teoria scientifica disponibile. La comprensione prescientifica permette semplicemente di fissare la nostra attenzione su fenomeni naturali, per poi essere eventualmente messa da parte e lasciare il campo allinvestigazione di tali fenomeni da parte delle scienze naturali (si pensi p.es. a quello che successo con cose come lelettricit o la forza). In questa chiave, si pensa allintenzionalit prima di tutto come ad una propriet riducibile a propriet direttamente investigabili dalle scienze naturali. In altri termini, si pensa che ci sia un bicondizionale necessariamente vero, ma a posteriori, del tipo x ha intenzionalit se e solo se x ha la propriet P dove questultima propriet P una propriet appartenente allordine naturale del mondo e perci studiabile empiricamente, nello stesso senso in cui si dice che la luminosit

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una propriet riducibile nella misura in cui necessariamente vero a posteriori che x luminoso se e solo se x emana una certa radiazione elettromagnetica (cfr. nuovamente Stich-Laurence [1994], 166). chiaro allora perch, in questa prospettiva, concetto e propriet dellintenzionalit possono tranquillamente non avere alcun legame costitutivo tra loro. Stando al suo concetto, come abbiamo visto, lintenzionalit una relazione sussistente tra uno stato mentale e loggetto cui tale stato diretto, oggetto che pu ben mancare di esistere. Se esistesse una relazione costitutiva tra il concetto e la propriet dellintenzionalit, questultima molto difficilmente potrebbe essere una propriet naturale. Perch molto difficilmente una relazione a qualcosa che pu non esistere pu essere intesa come una propriet dotata di poteri causali, come una propriet naturale deve essere. Cos stando le cose, inoltre, un riduzionista non affatto costretto a pensare lintenzionalit come una propriet relazionale. vero che, stando al suo concetto, lintenzionalit una relazione; ma nella misura in cui non esiste alcun legame costitutivo tra il concetto e la propriet dellintenzionalit, allora pu benissimo darsi che lintenzionalit sia una propriet monadica e non relazionale. Cos, ai riduzionisti sono aperte entrambe queste possibilit. Tipicamente, sosterranno che

lintenzionalit identica ad una propriet monadica i riduzionisti internisti, ossia coloro che difendano lulteriore idea che uno stato mentale (dotato di intenzionalit) individuato solo nei termini di ci che avviene allinterno del soggetto di quello stato; altrettanto tipicamente, sosterranno invece che una propriet relazionale i riduzionisti esternisti, ossia coloro che ulteriormente pensino che uno stato mentale (dotato di intenzionalit) individuato in termini di fattori esterni al soggetto di tale

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stato. (Dico tipicamente perch possibile essere un riduzionista internista e tuttavia sostenere che lintenzionalit una propriet relazionale; questa sembra la linea indicata da Chomsky p.es. in 1992a, in cui egli ipotizza che sussista una relazione scientificamente trattabile di riferimento che ha per membri destri entit interne quali rappresentazioni mentali.) La concezione relazionale dellintenzionalit stata la linea che ha incontrato maggiore favore nel campo riduzionista, in particolare quello di tipo esternista (si vedano p.es. Dretske [1981] e [1988], Fodor [1987] e [1990], Millikan [1984]). Tra tutte queste proposte, quella pi articolata e popolare quella difesa da Fodor, consistente nella cosiddetta teoria della dipendenza asimmetrica. Stando a questa teoria, x ha intenzionalit verso un oggetto O se e solo se i) tra O ed un certo elemento T di x esiste una relazione legiforme (cio nomica) di tipo causale e ii) per ogni oggetto O (? O), se esiste una relazione legiforme di tipo causale tra O e T, questa relazione asimmetricamente dipendente (dal punto di vista nomologico) dalla relazione tra O e T, dove asimmetricamente dipendente (dal punto di vista nomologico) significa: per ogni O (? O), a) se la connessione O ? T si interrompe adesso, allora si interrompe anche la connessione O ? T , mentre se la connessione O ? T si interrompe adesso, non si interrompe la connessione O ? T (per questi modi di spiegare la teoria di Fodor, cfr. Baker [1991], 19 e Adams-Aizawa [1994], 226). Consideriamo un esempio. Per Fodor, il mio pensiero su Palermo ha intenzionalit se e solo se i) una legge che Palermo causa linsorgenza nella mia testa di una Palermo-rappresentazione che interviene a costituire tale pensiero e ii) per ogni cosa distinta da Palermo, se una legge che una tale cosa causi la stessa rappresentazione, tale relazione causale

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asimmetricamente dipendente (dal punto di vista nomologico) dalla relazione causale tra Palermo e quella rappresentazione. Naturalmente, questa concezione riduzionista dellintenzionalit molto forte. Infatti, essa non sembra tener conto di unulteriore caratteristica dellintenzionalit, quella di essere una relazione necessaria tra lo stato mentale e il suo oggetto, ossia, come sovente si dice, una relazione interna. Se infatti lintenzionalit una siffatta relazione, allora qualunque propriet naturale cui la si voglia ridurre dovr essere goduta dallo stato in questione in maniera altrettanto necessaria. Ora, un siffatto tentativo di riduzione potrebbe ben funzionare con propriet normalmente ritenute essenziali di individui, quale la propriet di essere un cane. Ebbene, per ridurre tale propriet alla propriet, poniamo, di avere una certa struttura genetica G, questultima propriet dovr essere goduta necessariamente dai suoi oggetti esattamente come la propriet di essere un cane. Ma le propriet cui normalmente si tenta di ridurre lintenzionalit sono propriet che i loro portatori istanziano contingentemente. Prendiamo ad esempio la propriet di essere in una certa relazione causale originaria, quale la propriet che per Fodor sussiste tra un certo oggetto, Palermo, e il mio pensiero di Palermo via la Palermorappresentazione che esso contiene. Ebbene, questa relazione sicuramente una relazione esterna, contingente: come lo stesso Fodor [1990], 112-3 ammette, possono benissimo esserci mondi possibili in cui il mio pensiero di Palermo, via la Palermo-rappresentazione che interviene a costituirlo, sia originariamente causato da un oggetto diverso da Palermo (a differenza di quel che succede nel mondo reale, dove al pi un tale oggetto causa il mio pensiero di Palermo derivativamente).

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Ora, questo problema evitabile per un naturalista se questi ammette la possibilit che uno stato mentale abbia intenzionalit anche qualora tale stato non esemplifichi la propriet P in questione. Basta riconoscere (come ha fatto lo stesso Fodor in primis, cfr. [1990], 96) che una concezione naturalista dellintenzionalit pu limitarsi a sostenere che listanziazione di tale propriet P sia una condizione sufficiente, non necessaria, perch un certo stato mentale abbia intenzionalit. In altri termini, si avanzato lidea che lintenzionalit, invece che essere identica ad una data propriet P la cui investigazione di pertinenza delle scienze naturali, sopravvenga su una siffatta propriet; non possibile che due stati siano tali, che luno esemplifichi e laltro non esemplifichi lintenzionalit, senza che al tempo stesso essi rispettivamente esemplifichino e non esemplifichino la propriet P in questione. Ci che necessariamente vero a posteriori in questa prospettiva resta solo un condizionale del tipo se x esemplifica P, allora x ha intenzionalit (cos p.es. nel contesto della teoria della dipendenza asimmetrica di Fodor dovremmo pi propriamente riformulare come un semplice condizionale quanto abbiamo pocanzi formulato come un bicondizionale). Pu ben essere per che questo annacquamento della posizione naturalista sullintenzionalit, che consente di essere naturalisti senza essere riduzionisti, sia una mossa inutile. Che cosa rende lintenzionalit una relazione interna, che vige necessariamente tra lo stato e il suo oggetto? Ebbene, lesternista ha una facile risposta a questa domanda. Lintenzionalit una relazione interna nella misura in cui loggetto su cui lo stato mentale verte fa parte delle condizioni di individuazione, o almeno delle condizioni di esistenza, di tale stato: vale a dire,

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loggetto su cui lo stato mentale verte letteralmente un costituente dello stato mentale in questione, o almeno tale che lo stato non potrebbe esistere senza che quelloggetto esista. Tipicamente, lesternismo si caratterizza proprio per sostenere luna o laltra di queste due posizioni (su cui, cfr. rispettivamente McGinn [1989], ed Evans [1982] o McDowell [1988]). In entrambi i casi, ne segue che lo stato non pu che vertere su tale oggetto. Ma se lintenzionalit una relazione interna nella misura in cui uno stato mentale (almeno) oggetto-dipendente, allora abbiamo a disposizione la chiave per comprendere la sua stessa natura, cio per comprendere che tipo di relazione : lintenzionalit una relazione di dipendenza ontologica (almeno) unilaterale, ossia la relazione stessa di dipendenza dello stato mentale dal suo oggetto (cfr. Voltolini [2003b]), come gi aveva sostenuto Husserl a suo tempo (cfr. Mulligan-Smith [1986]). Se per lintenzionalit una relazione di dipendenza ontologica, allora il progetto naturalista rischia di naufragare. Una relazione di dipendenza ontologica di un oggetto O da un oggetto O infatti una propriet modale : infatti la relazione per cui necessariamente, se O esiste, O esiste a sua volta (cfr. p.es. Thomasson [1999], 25). Ma una propriet modale una propriet non naturale per eccellenza. Come ha mostrato infatti Williamson [2000], 204, una propriet modale non solo ovviamente non identica a, ma neppure sopravviene su, alcuna propriet qualitativa di oggetti: due oggetti possono essere diversi rispetto alle loro propriet modali e tuttavia condividere tutte le loro propriet qualitative. (Nellesempio di Williamson, due oggetti possibili come la possibile montagna doro e la possibile fontana della

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giovinezza divergono nelle loro propriet modali luno possibilmente montagna dorata, laltro possibilmente fontana della giovinezza senza differire nelle propriet qualititative per ogni propriet come essere pesante, essere esteso, essere colorato, nessuno dei due oggetti la possiede.) Naturalmente, varie strade sono aperte al naturalista a questo punto; il problema quanto siano praticabili. In primo luogo, il naturalista potrebbe provare a dire che lessere una relazione interna una caratteristica solo concettuale dellintenzionalit; fa parte del bagaglio con cui descriviamo o comprendiamo lintenzionalit, ma non una sua caratteristica intrinseca in quanto propriet. Per dire questo, per, il naturalista deve rinunciare allesternismo, che fa eo ipso della propriet dellintenzionalit il suo essere una relazione interna nella misura in cui sostiene che loggetto dello stato mentale appartiene alle condizioni di individuazione o di esistenza dello stato. Un naturalista internista che sostenga che lintenzionalit identica a una qualche propriet monadica e non relazionale P non avr infatti un tale problema. Il problema per per lui diventerebbe a quel punto quello di spiegare perch concettualizziamo lintenzionalit, in quanto relazione interna, come una propriet necessaria di uno stato mentale se in realt essa identica ad una qualche propriet monadica P che verosimilmente non necessaria per tale stato. Se p.es. si dicesse che noi concettualizziamo le opere letterarie come cose che necessariamente significano il loro significato, potremmo ben essere disposti a dire che in realt la propriet di significare un tale significato non (identica a) una propriet relazionale ma (ad una) monadica; e tuttavia ben difficilmente prenderemmo questa propriet monadica come una propriet

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contingente di unopera letteraria. Certo, questo scoglio potrebbe essere evitato dallinternista se anche lui ammettesse che lintenzionalit proprio necessaria per uno stato in quanto sua propriet, e tuttavia non identica, ma semplicemente sopravviene su, una siffatta propriet monadica P. Ma a questo punto, ci si potrebbe legittimamente domandare: come fa una propriet monadica ad essere la base sottoveniente di una propriet in s relazionale ? Si supponga che la bellezza di un oggetto sia la relazione armonica tra le sue parti; una volta costruita in modo relazionale tale propriet estetica, per, si potrebbe continuare a dire, come di fatto si tende a fare, che tale propriet sopravviene su una qualche propriet monadica fisica delloggetto? Si prenda un belloggetto composto dalla giustapposizione di parti blu, rosse e gialle, e si immagini di scompaginare lordine di queste parti; loggetto non sar pi bello, ma continuer a godere delle stesse propriet fisiche monadiche. Forse sarebbe pi semplice a questo punto per il naturalista internista essere pi radicale, e dire piuttosto che lintenzionalit in quanto propriet non esiste. Ossia essere, come si suol dire, un naturalista eliminativista nei confronti

dellintenzionalit. Spesso si ascrive una siffatta posizione a Dennett [1987]. Per Dennett, noi mobilitiamo nei confronti dei nostri simili un atteggiamento intenzionale , ossia facciamo come se tutti noi avessimo stati mentali dotati di intenzionalit, perch ci funzionalmente assai difficile descrivere il comportamento umano senza fare ricorso a questo atteggiamento. A rigore per, questo strumentalismo di Dennett sugli stati mentali non ancora una posizione eliminativista sullintenzionalit. Dallo strumentalismo di Dennett, che si pu intendere come una posizione eliminativista sugli stati mentali (dotati di

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intenzionalit) a rigore non ci sono stati mentali (siffatti), facciamo solo come se ci fossero consegue certo che lintenzionalit una propriet di fatto non istanziata, come la propriet di essere una montagna dorata, ma non segue ancora che non ci sia una tale propriet. Si pu invece arrivare ad una posizione genuinamente eliminativista sullintenzionalit applicando agli stati mentali quanto Quine 1960, 1969 sostiene sullindeterminatezza del riferimento delle espressioni linguistiche; cos come non c qualcosa come la relazione di riferimento che unespressione linguistica intrattiene con unentit extra-linguistica, cos non c qualcosa come la relazione di intenzionalit che uno stato mentale intrattiene con una siffatta entit. verosimile che lo stesso Quine volesse muovere proprio in una tale direzione (cfr. Pacherie [1993], 47-55). Ad essere cos radicali, per, i problemi non spariscono. Se lintenzionalit del riferimento non vi , non vi neanche lintenzionalit del contenuto; dunque, non vi sono neppure i singoli contenuti semantici che stanno rispetto allintenzionalit del contenuto come le specie rispetto al genere. Ma lindividuazione di stati mentali a prescindere dal loro contenuto questione assai dubbia: come fanno due stati mentali intrattenuti dallo stesso soggetto ad essere diversi, se il loro contenuto non interviene a distinguerli, senza fare riferimento ad una loro precedente identificazione con differenti stati cerebrali dello stesso soggetto? Non solo questa identificazione (arbitrariamente) presupposta; senza il rispettivo contenuto irrealizzabile, perch indeterminato addirittura se quegli stati mentali siano differenti o meno (per questo problema, cfr. Voltolini [2002], 169-172).

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3. LINTENZIONALIT COME PROPRIET NON NATURALE In una chiave antinaturalista, in cui lintenzionalit non sopravviene su alcuna propriet (monadica o relazionale) naturale, non ci sar pi bisogno di distinguere tra il concetto e la propriet dellintenzionalit. Come abbiamo visto, infatti, quella distinzione presuppone la valutazione dellintenzionalit come una propriet identica, o almeno sopravveniente su, una propriet naturale. Come per ogni genere non-naturale, dunque, concetto e propriet tendono ad identificarsi (per un esempio di questo genere, si veda quanto sostiene Thomasson 2003 a proposito della nozione di personaggio fittizio). In questa chiave, si potrebbe essere tentati di pensare che la ragione del carattere non naturale dellintenzionalit risieda in una sua dimensione sociale. Nozioni di questo tipo sono infatti tipicamente non naturali; si pensi per es. alla nozione di commercio, la cui dimensione non naturale riconosciuta tanto da pensatori naturalisti quanto da pensatori antinaturalisti (cfr. Chomsky [1988], 157158 e Wittgenstein [19782], VI45 rispettivamente). Ora, pensare al carattere sociale dellintenzionalit vuol dire pensare che lintenzionalit abbia una natura eminentemente linguistica, se per linguaggio intendiamo un linguaggio

essenzialmente comunitario. Questa la prospettiva presentata p.es. dal secondo Wittgenstein, che considera lintenzionalit come una relazione interna tra lo stato e il suo oggetto in quanto una regola duso del linguaggio comunitario che lo stato mentale dotato di intenzionalit (p.es., lattesa di una certa persona) e lo stato mentale soddisfatto da un certo andamento della realt (p.es., lattesa soddisfatta da [la comparsa di] quella persona) siano lo stesso stato, nella misura in cui

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nellespressione linguistica del primo stato e nellespressione del soddisfacimento del secondo stato si usano termini con lo stesso significato, in particolare termini singolari con lo stesso riferimento (nella fattispecie, un termine per la persona in questione) (cfr. Wittgenstein [1953], 444-5, [1969], 92,95,103,111-2). Compiere questa mossa vuol dire connettere concettualmente intenzionalit e normativit: niente intenzionalit senza uso referenziale corretto dei termini linguistici usati per esprimerla. Questa connessione una mossa tipica degli antinaturalisti, perch normalmente si pensa che sia il carattere non naturale della normativit a fornire allintenzionalit il suo carattere non naturale. Questa p.es. la convinzione di Putnam [1988], 31-36 e di Searle [1992], 51. Ma non c necessit di concepire il carattere non naturale dellintenzionalit in questo modo. Perch la non naturalit dellintenzionalit si pu spiegare altrimenti (p.es. ipotizzando, come abbiamo visto prima, una sua natura modale). Una volta che mettiamo le cose in questo modo, saremo pronti a conservare, anche da un versante antinaturalista, una distinzione che stata pi volte avanzata dal versante naturalista, ossia che lintenzionalit del pensiero originaria, mentre quella del linguaggio comunitario, o di altri media rappresentazionali, derivata (cfr. p.es. Fodor [1990]; ma vedi anche lo stesso Searle [1983], che pure come abbiamo detto sembra sposare in ultimo una prospettiva antinaturalista). La cosa si pu mettere nei seguenti termini. ben possibile avere entit linguistiche intrinsecamente semantiche, ossia che hanno il loro significato, o nella fattispecie il loro riferimento, come propriet necessaria: sono espressioni-cumsignificato, o nella fattispecie espressioni-cum-riferimento. (Questa prospettiva stata

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recentemente difesa da Kaplan [1990], ma rimonta almeno alla nozione di simbolo difesa dal primo Wittgenstein: cfr. [19612]). Esse saranno allora entit dipendenti per la loro esistenza proprio dal loro significato, nella fattispecie dalloggetto cui si riferiscono; necessariamente, tali entit esisteranno solo se questultimo oggetto esiste. In quanto tali, si potr ben dire che esse posseggono intrinsecamente intenzionalit, specialmente se lintenzionalit precisamente quella siffatta relazione modale di dipendenza. E tuttavia, ben possibile sottrarre a quelle entit il loro significato e ottenere espressioni linguistiche individuate in termini morfo-sintattici, le quali non hanno affatto le loro propriet semantiche come propriet necessarie; unespressione linguistica siffatta potrebbe ben avere un altro significato, nella fattispecie un altro riferimento, rispetto a quello che di fatto ha. Ma questultima possibilit legittima proprio perch a queste ultime entit linguistiche possono essere fatte corrispondere le precedenti entit linguistiche intrinsecamente semantiche, o meglio le prime possono essere trasformate nelle seconde, grazie allesistenza di un pensiero: le prime divengono le seconde nellattimo in cui sono pensate. Ma ci comporta che per un pensiero una simile distinzione tra pensiero estrinsecamente semantico e pensiero intrinsecamente semantico non sussiste: il pensiero eo ipso pensiero intrinsecamente semantico, eo ipso dipende per la sua esistenza dallesistenza del suo contenuto, nella fattispecie del suo riferimento. Ma questo vuol appunto dire che, mentre il pensiero possiede intrinsecamente intenzionalit in modo originario, il linguaggio la pu s possedere sempre intrinsecamente, ma solo in modo derivato.

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Lultimo punto da considerare : che cosa discende dal fatto che una caratteristica necessaria del pensiero, lintenzionalit, una sua caratteristica non naturale, per quanto riguarda la questione dei suoi poteri causali? Ebbene, se si ammette che uno stato mentale dotato di intenzionalit rilevante per lazione in virt del suo contenuto, come molti sono pronti a sostenere (cfr. p.es. Kim [1998], pp. 33-34), se questo contenuto non una sua propriet naturale, in quanto lintenzionalit referenziale, e quindi a sua volta quella di contenuto, non lo , allora quella rilevanza dello stato per lazione non potr essere considerata come una rilevanza causale. Tale rilevanza andr inserita, come vogliono gli antinaturalisti alla McDowell [1994], integralmente nel cosiddetto spazio delle ragioni, lo spazio delle giustificazioni razionali per lagire, irriducibili a relazioni di tipo nomologico-causale. Se questa una buona o una cattiva conseguenza, questione per un altro lavoro.*

BIBLIOGRAFIA PER LAPPROFONDIMENTO Per affrontare la questione dei criteri dell'intenzionalit, punto di partenza obbligato Chisholm [1957], [1967]. Sulle distinzioni tradizionali tra contenuto ed oggetto intenzionale, vedi Lanfredini [1997] e soprattutto Smith-McIntyre [1982], ottimo per la presentazione delle teorie classiche sull'intenzionalit. Una efficace presentazione delle posizioni naturaliste ed eliminativiste sull'intenzionalit si trova in Lyons [1995]; molto articolato e strutturato in proposito anche il volume di Pacherie

Ringrazio Clotilde Calabi per le sue preziose osservazioni ad una precedente versione di questo lavoro.

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[1993]. Per una presentazione generale delle problematiche in gioco, tanto dal punto di vista storico quanto da quello teorico, vedi Gozzano [1997].

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Carla Bagnoli

ETICA

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SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia Rivista elettronica di filosofia - Registrazione n. ISSN 1126-4780

Linee di Ricerca SWIF Coordinamento Editoriale: Gian Maria Greco Supervisione Tecnica: Fabrizio Martina Supervisione: Luciano Floridi Redazione: Eva Franchino, Federica Scali.

AUTRICE Carla Bagnoli [cbagnoli@uwm.edu] ha ottenuto il dottorato in filosofia all'Universit di Milano con Andrea Bonomi, e ha condotto la sua ricerca a Harvard University sotto la direzione di Robert Nozick. Assistant Professor of Philosophy alla University of Wisconsin. stata Postdoctoral Fellow alla Universiteit van Amsterdam, e Visiting Fellow a Harvard University. Tra i suoi lavori principali: "Il dilemma morale e i limiti della teoria etica" (2000), "Value in the guise of regret" (2000), "Rawls on the objectivity of practical reason" (2001), "Moral constructivism" (2002), "Respect and Loving Attention" in Canadian Journal of Philosophy, 33 (2003). Ha curato con Gabriele Usberti Meaning, Justification, and Reasons (2002).. Sito personale: http://www.uwm.edu/~cbagnoli La revisione editoriale di questo saggio a cura di Eva Franchino.

LdR un e-book, inteso come numero speciale della rivista SWIF. edito da Luciano Floridi con il coordinamento editoriale di Gian Maria Greco e la supervisione tecnica di Fabrizio Martina. LdR - Linee di Ricerca il servizio di Bibliotec@SWIF finalizzato allaggiornamento filosofico. LdR un e-book in progress, in cui ciascun testo un capitolo autonomo. In esso l'autore o l'autrice, presupponendo solo un minimo di conoscenze di base, fornisce una visione panoramica e critica dei temi principali, dei problemi pi importanti, delle teorie pi significative e degli autori pi influenti, nell'ambito di una specifica area di ricerca della filosofia contemporanea attualmente in discussione e di notevole importanza. Il fine quello di fornire al pubblico italiano un'idea generale su quali sono gli argomenti di ricerca di maggior interesse nei vari settori della filosofia contemporanea oggi, con uno stile non-storico, accessibile ad un pubblico di filosofi non esperti nello specifico settore ma interessati ad essere aggiornati. Tutti i testi di Linee di Ricerca sono di propriet dei rispettivi autori. consentita la copia per uso esclusivamente personale. Sono consentite, inoltre, le citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purch accompagnate dall'idoneo riferimento bibliografico. Per ogni ulteriore uso del materiale presente nel sito, fatto divieto l'utilizzo senza il permesso del/degli autore/i. Per quanto non incluso nel testo qui sopra, si rimanda alle pi estese norme sui diritti dautore presenti sul sito Bibliotec@SIWF, www.swif.it/biblioteca/info_copy.php. Per citare un testo di Linee di Ricerca si consiglia di utilizzare la seguente notazione: AUTORE, Titolo, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca, SWIF, 2003, ISSN 1126-4780, p. X, www.swif.it/biblioteca/lr.

SWIF - L INEE DI RICERCA ETICA C ARLA B AGNOLI

I NTRODUZIONE Un agente morale riflessivo e competente avr spesso occasione di ragionare sul proprio comportamento nei confronti degli altri, di esaminare le proprie credenze morali a proposito di questioni come il suicidio, la guerra, il terrorismo, la giustizia, di chiedersi se e quando sentimenti come il rincrescimento o il risentimento sono reazioni emotive moralmente appropriate e giustif icate. In che modo queste riflessioni possono beneficiare dalle indagini filosofiche sulla moralit? Una risposta articolata e convincente a questa domanda deve procedere indicando gli scopi che la teoria etica si prefigge. Si possono individuare due ambiti distinti ma relati dell'indagine filosofica sulla morale: quello meta-etico, volto allo studio della logica del discorso morale, e quello normativo, volto alla individuazione dei canoni del ragionamento morale e dei criteri di giusto e ingiusto. Nella sezione (1) di questo articolo illustrer le linee di tendenza della meta-etica pi recente, mentre nella sezione (2) mi occuper della discussione sulla natura della deliberazione. Infine, nella sezione (3) affronter la spinosa questione della legittimit e dell'utilit del teorizzare in etica.

C. Bagnoli, Etica, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca, SWIF, 2003, pp. 177-202. Sito Web Italiano per la Filosofia ISSN 1126-4780 www.swif.it/biblioteca/lr

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1. IL LINGUAGGIO DELLA MORALE 1 La meta-etica, intesa come lo studio dei concetti e della logica del linguaggio morale, stata per lungo tempo prerogativa e scopo precipuo del filosofo morale analitico. Il sopravvento dell'etica normativa intorno agli anni settanta ha messo in luce i limiti di un'indagine filosofica che si occupa esclusivamente della grammatica del linguaggio morale, ma scorretto ritrarre il meta-eticista come un filosofo del linguaggio che tratta un tipo peculiare di giudizi, quelli morali. La meta-etica non un settore particolare della filosofia del linguaggio, sebbene gli strumenti del meta-eticista siano spesso derivati dalla filosofia del linguaggio. In realt, le preoccupazioni dei meta-eticisti sono sempre state di tipo pratico e hanno riguardato principalmente le condizioni di possibilit dell'argomentazione razionale in etica. La proposta di G. E. Moore di considerare i giudizi etici come asserzioni su propriet non-naturali, con cui si fa solitamente iniziare ogni introduzione storica alla meta-etica, era motivata dalla preoccupazione di garantire la possibilit di un accordo ragionato e oggettivo. Questo progetto si scontrato con la difficolt di elaborare una concezione di propriet morale che non comportasse un'ontologia ed un'epistemologia problematica. Eppure, questa teoria apparentemente bizzarra prende avvio da un aspetto importante della nostra esperienza morale: quando diamo dei giudizi morali facciamo qualcosa di diverso dal descrivere un certo stato di cose, ma anche dall'esprimere i propri sentimenti. Quando protestiamo che la guerra non la risposta giusta non

1 Per una panoramica delle posizioni meta-etiche sviluppatesi in seno alla tradizione analitica, si veda l'articolo introduttivo Bagnoli [2002b], pp. 297-320; per ulteriori approfondimenti, si veda la bibliografia ragionata in Bagnoli [2002b], pp. 544-547.

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intendiamo ribadire che questo un fatto, n semplicemente esprimere il nostro disappunto verso chi approva la guerra. Un giudizio morale richiede l'assenso degli altri e il nostro, incondizionatamente. Rendere conto di questa peculiarit dei giudizi morali la preoccupazione principale nell'agenda della meta-etica pi recente. Sotto questo aspetto, l'eredit di Moore non viene accolta solo dai non-

cognitivisti, ma anche da tutti quei filosofi che percepiscono uno scarto importante tra il discorso assertivo e quello morale. Si pu offrire una panoramica degli sviluppi della meta-etica recente prestando attenzione ai vari modi di articolare e rendere conto di questo scarto. Secondo il non-cognitivismo i giudizi etici non sono veicolo di

conoscenza genuina perch non sono proposizioni, e la loro funzione non assertiva ma espressiva o prescrittiva. Le varianti recenti del non-cognitivismo, devono molto al prescrittismo di Richard Hare, anche se questo debito raramente riconosciuto. Per esempio, Alan Gibbard parte dalla logica delle inferenze imperative di Hare per sviluppare una logica per il linguaggio normativo. A differenza di Hare, tuttavia, Gibbard sostiene che la logica delle norme serve a coordinare azione e sentimenti, sullo sfondo di una concezione evoluzionista che si avvale della teoria dei giochi (Gibbard [1990]). Sulla base di una concezione simile della funzione espressiva del linguaggio morale, Simon Blackburn propone di intendere i giudizi etici in modo quasi-realista: anche se sono il frutto della proiezione dei nostri sentimenti, non sono illusori, ma rappresentano quella realt che i nostri sentimenti hanno creato (Blackburn [1993], p.

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158). Questo consente di usare per il linguaggio morale le stesse nozioni di verit e la stessa logica del linguaggio assertivo, senza alcuna compromissione ontologica. 2 In alternativa sia al realismo sia all'espressivismo, John Skorupski sostiene che i giudizi etici sono proposizioni normative su ci che c' ragione di fare o di sentire (in particolare, ragioni per il biasimo o senso di colpa). Essendo proposizioni genuine condividono la grammatica e una semantica delle asserzioni, ma non ne condividono una comune ontologia ed epistemologia. Anche in seno al naturalismo etico si avvertono segnali di grandi cambiamenti, tanto che la definizione di naturalismo che si era affermata con Moore ormai inutilizzabile. Per Moore, il naturalismo una teoria che definisce le propriet morali in termini di propriet naturali. Vi sono delle variet di teorie naturaliste che non si riconoscono pi in questa definizione. In primo luogo, vi sono le teorie della sensibilit morale, che rivendicano una concezione naturalista di tipo aristotelico e invocano l'analogia con le qualit secondarie per illustrare la natura delle propriet morali. Di questo tipo sono le teorie di David Wiggins e John McDowell, i quali insistono su un arricchimento del naturalismo che prenda in considerazione come la sensibilit morale, e conseguentemente il nostro vocabolario morale, si formano e si sviluppano sullo sfondo delle pratiche ordinarie (Wiggins [1976], McDowell [1985]) 3. Una seconda variante del naturalismo aristotelico stata recentemente riproposta da Philippa Foot la
2 Questo in risposta alla classica obiezione di Peter Geach secondo cui solo il realismo pu spiegare i giudizi etici complessi in contesti indiretti e i condizionali, v. Geach [1965]. 3 Ci che accomuna McDowell e Wiggins una teoria d ella sensibilit morale che viene illustrata attraverso l'analogia con le qualit secondarie. Un esame delle differenze dovrebbe partire dal contrasto tra la concezione Humeana della sensibilit di Wiggins, e quella aristotelica di McDowell.

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quale sostiene che il termine "buono" non predicativo, ma attributivo, e attribuisce al linguaggio normativo una struttura teleologico: sono le funzioni specifiche degli individui che spiegano e determinano il linguaggio normativo (Foot [2001], si veda anche Quinn [1993]). In terzo luogo, Richard Boyd e Nicholas Sturgeon sostengono che in etica valgono gli stessi metodi e criteri di oggettivit delle scienze naturali (Boyd [1988], Sturgeon [1988]). In entrambi i casi, si ricorre al metodo dell'equilibrio riflessivo che mira al raggiungimento di uno stato di equilibrio tra giudizi morali intuitivi e ben ponderati di vari livelli di generalit, teorie sostantive, ed osservazioni empiriche (Rawls [1971], pp. 19-21, 48-51). Le propriet morali sono indispensabili come lo sono altre propriet naturali perch conservano un ruolo importante nelle inferenze di ci che conta come la miglior spiegazione. Nelle forme riduttiviste, il naturalismo si ripropone con definizioni analitiche non ovvie, oppure con definizioni propositive o sintetiche di identit. Alcuni di questi tentativi riduttivisti hanno risultati relativistici, come per G. Harman e R. Brandt (Harman [1977], Brandt [1979]), per altri, come per P. Railton, invece, la riduzione giustifica una forma di assolutismo morale (Railton [1986]). La novit a mio avviso pi interessante in questa rapida panoramica sugli sviluppi recenti della meta-etica riguarda le teorie del ragionamento pratico, e in particolare il costruttivismo kantiano. Queste teorie costituiscono il tentativo teorico sistematico pi imponente di rivendicare la fenomenologia morale e quindi difendere le esigenze di oggettivit e di normativit dei giudizi etici. Si tratta di una famiglia

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piuttosto eterogenea di teorie razionaliste che si oppongono al riduttivismo e insistono sullo iato tra ambito teoretico e ambito pratico della razionalit 4. Per capire la portata di questa novit bisogna spostarsi dalle questioni che riguardano la natura del linguaggio morale a questioni che concernono la natura della deliberazione.

2.MODELLI DI DELIBERAZIONE L'etica normativa si impegna a fornire dei criteri normativi per giudicare se un'azione giusta o sbagliata, se un certo atteggiamento appropriato. Uno degli scopi pi importanti, se non lo scopo precipuo, della teoria etica quello di fornire criteri normativi e degli argomenti sostantivi per guidare le nostre scelte. Teorie normative diverse come l'utilitarismo, il contrattualismo, l'etica delle virt ci offrono argomenti sostantivi considerevolmente diversi, anche se spesso diretti a promuovere lo stesso tipo di condotta. Ma una volta che abbiamo a disposizione tali argomenti sostantivi che cosa ne dobbiamo fare? Uno dei temi a mio avviso pi affascinanti delle discussioni pi recenti di etica normativa riguarda appunto la natura della deliberazione 5. La deliberazione un momento peculiare della nostra vita di agenti morali. Non deliberiamo continuamente, a volte semplicemente decidiamo. Perch deliberiamo? E perch abbiamo bisogno di criteri normativi per guidare le nostre scelte? Supponiamo di avere ragioni confliggenti: da una parte vorremmo fare una passeggiata nel parco, ma
4 Alcuni razionalisti aderiscono al contrattualismo, in forme che si richiamano sia alla tradizione hobbesiana, che giustifica la morale partendo dal punto di vista dell'interesse individuale, v. Baier [1958], Gauthier [1986]. Altri si richiamano alla tradizione kantiana, secondo la quale la giustificazione della morale si basa sulla interpretazione dell'oggettivit come imparzialit, v. Nagel [1978], Gewirth [1978], Darwall [1983], Scanlon [1999]. 5 Nella filosofia anglo-americana pi recente questa riflessione ha dato origine ad una disciplina che nata in seno alletica

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vorremo anche rimanere a vedere un vecchio film di Godard. Deliberiamo per capire che cosa meglio fare. Ma che problema cerchiamo di risolvere deliberando, perch per esempio non agiamo d'impulso e seguiamo il primo desiderio che ci capita di avere? Come scrive Stephen Darwall, "se fossimo semplicemente un fascio di preferenze individuali non avremmo modo di arrivare ad esprimere una decisione su che cosa fare" (Darwall [1983], p:103). I filosofi analitici offrono resoconti divergenti dell'oggetto e della natura della deliberazione e della razionalit pratica. Il modello pi semplice di deliberazione quello strumentalista. Secondo lo strumentalismo si delibera solo sui mezzi, a partire da fini che sono gi dati (per esempio, desideri che la natura o l'abitudine ci hanno imposto); in questa prospettiva il problema che cerchiamo di risolvere deliberando come meglio raggiungere i propri scopi. Deliberare di fronte a scelte morali non diverso che deliberare su come meglio soddisfare i propri desideri. Lo strumentalismo si associa all'etica di ispirazione humeana, e in particolare al modello psicologico credenza-desiderio. Secondo questo modello, i desideri hanno lo scopo di modificare il mondo mentre le credenze hanno lo scopo di conformarvisi. Il ragionamento pratico serve a dirigere in modo intelligente i desideri, cio a soddisfarli nel migliore dei modi. In questo modello i desideri non hanno un aspetto fenomenologico, cio, non si presta attenzione al fatto che sono sentiti, ma al fatto che hanno un certo peso. Il peso dunque ci che determina la risoluzione dei conflitti: quando abbiamo ragioni contrastanti faremo ci che, soppesando, pesa di pi. L'internalismo spiega perci in
normativa ma si sta rendendo autonoma dall'etica, il ragionamento pratico, si veda Millgram [2001], pp. 1-26.

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modo molto semplice il legame tra le ragioni per l'azione e l'azione stessa, insistendo sul ruolo determinante dei desideri; questa semplicit spiega certo la fortuna di questo modello che stato adottato da humeani e utilitaristi. Oltre a basarsi su un resoconto psicologico semplice, e tuttavia carico di pesanti compromissioni ontologiche sull'arredo ontologico della mente, questo modello di ragionamento morale lascia aperta una questione fondamentale: perch dovremmo considerare pi autorevole il desiderio pi forte? Questa domanda riguarda la normativit del ragionamento strumentale 6, ma fondamentalmente suggerisce che c' una differenza importante tra la forza psicologica di un desiderio (il suo peso) e la sua autorevolezza. La questione dell'autorevolezza dei desideri invece centrale nei modelli neo-kantiani della deliberazione. Secondo questo modello, difeso da Christine Korsgaard, la normativit dei fini ci che costituisce la base di giustificazione dellagire ma, soprattutto, dellagire in qualit di agente morale 7. La razionalit strumentale deriva la sua autorevolezza o normativit dalla razionalit non-strumentale. In altre parole, si delibera sempre sull'autorevolezza dei fini, e mai soltanto sui mezzi (altrimenti le ragioni che abbiamo per adottare i mezzi non sarebbero vincolanti). Questo modello insiste dunque sull'aspetto della giustificazione attraverso ragioni per l'azione. Si potrebbe obbiettare che questa insistenza porta ad esagerare un solo aspetto

6 Korsgaard ha recentemente sostenuto che non si pu scindere la questione della normativit dei mezzi da quella della normativit dei fini (Korsgaard [1997]). Per una discussione di questo tema, si veda Bagnoli [2000], pp. 8-14 7 Chi sostiene, con Blackburn, che la normativit dei mezzi pu essere stabilita indipendentemente da quella dei fini rende incomprensibile la nozione di agire in qualit di agente morali.

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della deliberazione (quello rivolto all'azione) e predispone ad accettare standard di determinatezza normativa che non sono adeguati in etica, e incoraggia una visione iperrazionalista della deliberazione morale (Pincoff [1971], Rorty [1988], Bagnoli [2000a], capitoli 7-8). stato spesso obiettato che la deliberazione non diretta solo all'azione (si delibera anche sugli atteggiamenti da prendere), e ci sono anche forze non-razionali, come le emozioni, che guidano la deliberazione rendendoci sensibili agli aspetti salienti della situazione (Bagnoli [2001]). Queste obiezioni sono molto sensate, ma non colpiscono il modello non-strumentalista. Infatti la nozione di "azione" non affatto contrapposta ad "atteggiamento" o "credenza". Piuttosto, si potrebbe dire che la nozione di "azione" include tutti quegli atteggiamenti che contano come adottati sulla base di ragioni, e per i quali l'agente si assume la responsabilit di essere autore 8. Le teorie della deliberazione di ispirazione kantiana rappresentano la persona che esperisce un conflitto pratico come una mente divisa, e suggeriscono che la deliberazione serve a raggiungere l'unit (l'integrit, appunto). Superare il conflitto tramite deliberazione uno dei modi fondamentali con cui costituiamo l'unit del volere, e secondo alcuni filosofi questa un'attivit continua con cui costruiamo la nostra identit di agenti. Una persona che ha desideri contrastanti rappresentato come una molteplicit di agenti in competizione, che si ostacolano reciprocamente; tali ostacoli devono essere superati per poter agire, n pi n meno di impedimenti esterni all'azione (si veda, per esempio, Neely [1974], p. 39). La deliberazione dunque un'attivit necessaria per costituire quella prospettiva dalla quale vengono giudicate e
8 Non posso soffermarmi sulle conseguenze che questa tesi ha a proposito del ragionamento epistemico.

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valutate le pretese di ciascuno degli agenti in competizione. Affinch vi sia una scelta ragionata bisogna che venga costituito un agente unificato. Korsgaard sostiene che agire e costituirsi come agenti sono alla fine due attivit coincidenti (Korsgaard [1999] e [2002]) 9. Per Korsgaard lo scopo della deliberazione la riunificazione, la ricostituzione del s; tale riunificazione viene guidata dai principi della ragione pratica. fondamentalmente la disponibilit delle ragione che trasforma questo fascio di preferenze inconsistenti in un tutto unito e integro. Il proposito della deliberazione dunque quello di articolare le ragioni in un'azione unificata, che costituisce l'agente e gli d espressione. Questo resoconto spiega perch il conflitto pratico (non solo quello morale) lacerante e deve essere risolto: perch mette a repentaglio la nostra unit di agenti e la nostra integrit.

3. L A NATURA E GLI SCOPI DELLA TEORIA ETICA Se vi un disaccordo significativo a proposito della struttura logica del linguaggio morale e i canoni del ragionamento pratico, forse ancor pi radicale il disaccordo sulla natura della teoria etica. Per esempio, Bernard Williams ritiene che la teoria etica sia un'impresa destinata a fraintendere la moralit perch si propone di offrire dei criteri di correttezza generali, e mira a criticare e riclassificare l'esperienza morale dell'agente, anzich cercare di comprenderla (si veda, per esempio , Baier [1986], pp. 538-545). Secondo Williams, il tentativo di teorizzare di per s un tentativo di

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ridurre la variet e ricchezza dell'esperienza morale ad un modello unico di correttezza (Williams [1985], p. 72). Questa critica echeggiata da Annette Baier che definisce cos la teoria etica: "Per teoria etica normativa intendo un sistema di principi morali in cui i meno generali sono derivati dai pi generali. Intendo attaccare lidea complessiva di una teoria che sistematizza e estende un insieme di giudizi morali (Baier [1985], p. 233). In difesa dell'utilit e rilevanza pratica della teoria etica, stato giustamente osservato che questa definizione alquanto restrittiva: essa riguarda poche teorie particolari e non coglie la natura della teoria etica. In primo luogo, la definizione ignora che uno dei compiti essenziali riconosciuti dai teorici dell'etica quello di offrire un resoconto della grammatica del discorso morale. In secondo luogo, vi sono teorie etiche il cui scopo non quello di fornire un test generale di correttezza di giudizi sul giusto. Per esempio, intuizionisti come J. O. Urmson attaccano l'idea stessa che sia possibile una procedura deliberativa in etica; ma anche se non intendono la teoria etica come un sistema gerarchico di doveri generali, per dubbio che gli intuizionisti non concepiscano la loro indagine filosofica come teoretica. Costruttivisti come Korsgaard e Barbara Herman, specificazionisti come David Wiggins e Henry Richardson, e pragmatisti come Elizabeth Anderson non concepiscono la deliberazione in termini di applicazione di principi generali di correttezza, ma certo non intendono rinunciare a teorizzare (Richardson [1990], Anderson [1993]). Per il costruttivismo kantiano la deliberazione una forma di auto-rappresentazione, e quindi non semplicemente una procedura di decisione. I pragmatisti insistono che le caratteristiche di generalit e
9 Per un elaborazione ulteriore di questa concezione dell'azione si veda anche Ferrero [2001].

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universalit della giustificazione non sono semplicemente importate dall'ambito scientifico. Piuttosto, c' ragione di credere che queste caratteristiche siano emerse (o selezionate) come desiderata per ragioni puramente pratiche sia in ambito pratico sia in ambito scientifico. Per Wiggins e Richardson la deliberazione una ricerca volta a comprendere la migliore specificazione possibile, e quindi anche se impiega principi generali non ha struttura deduttiva e sussuntiva. Anzi, il procedimento di specificazione un procedimento con cui l'agente, attraverso il proprio lavoro deliberativo, rende concrete delle soluzioni che conosceva solo nella loro struttura generale ed astratta. La conoscenza morale si d per approssimazioni concrete. In terzo luogo, Williams non tiene conto di come una teoria etica pu usare i vincoli di generalit e universalit. Per esempio, come scrive Thomas Scanlon "non tutta lindagine etica che procede attraverso la ricerca di principi accetta lidea che questi principi offrano una fondazione da cui si devono trarre conclusioni specifiche. Anche una tesi etica astratta come il resoconto contrattualista di ci che sbagliato possono essere intesi non come una sorgente esterna da cui devono essere derivate conclusioni specifiche, ma piuttosto come una caratterizzazione di che cos attraente nelle conclusioni stesse (Scanlon [1992], p. 20). In questo senso, Williams trascura di prendere in considerazione non solo l'evoluzione pi recente delle teorie kantiane, ma anche di quelle utilitariste non riduzioniste, come quelle elaborate da Richard Hare e Derek Parfit (Hare [1963], p.153 e p. 180; Parfit [1984]). Queste sono repliche puntuali e dirette all'argomento principale dei filosofi che

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attaccano la teoria etica come impresa filosofica legittima. Esse ci incoraggiano ad apprezzare la variet delle teorie etiche normative. Tuttavia, i critici della teoria etica sollevano una questione interessante alla quale i teorici dell'etica devono rispondere: perch una riflessione intelligente sulla moralit deve darsi sotto forma di teoria? Williams e Annette Baier sono convinti che affinch la riflessione sulla moralit sia fruttuosa bisogna evitare le costrizioni e le riduzioni che il teorizzare inevitabilmente impone. Per comprendere tali esperienze e tradizioni ci vogliono certo delle teorie adeguate sulla nostra storia, psicologia e sociologia, ma non c' bisogno di una teoria etica. Per esempio, se volessimo comprendere le motivazioni di un razzista, non servirebbe a niente adottare una teoria etica. Ci sarebbe sufficiente indagare il fenomeno con le risorse che ci forniscono la sociologia e la psicologia, le scienze politiche e economiche (Baier [1985], p. 233). La teoria etica non ci dice nulla di utile e interessante per capire questo fenomeno. Ci che c' di sbagliato nel razzismo non si pu identificare dicendo che il razzista non ha adottato la teoria etica corretta, o si mostrato insensibile alla teoria etica. N si pu sperare che il tipo di irrazionalit che il razzista dimostra si possa correggere esponendolo agli argomenti morali che una teoria etica adeguata ci mette a disposizione (Williams [1985], p. 116). Per Williams bisogna dare priorit metodologica ad una riflessione intelligente sulle proprie esperienze morali che ha bisogno di essere interpretata e confortata da un'indagine sui fatti rilevanti, ma non ha bisogno di una teoria etica normativa. fuorviante pensare che solo la teoria etica offre le risorse per una critica intelligente

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delle proprie pratiche e tradizioni, c' qualcosa di mezzo tra la teoria e il mero pregiudizio, e cio, una riflessione critica ma non sistematica (Williams [1985], p. 116 e p. 112). Questa difesa della priorit metodologica dell'esperienza particolarmente importante quando si affronta il tema del conflitto morale. Non solo la teoria etica non pu fornirci alcuno strumento di comprensione di questo fenomeno, ma ci istruisce malamente su come risolverlo, e mira a convincerci che la nostra impressione che vi siano conflitti insolubili sia, al fondo, falsa, dettata dalla nostra debolezza o dalla limitatezza delle nostre risorse cognitive. Ispirandosi, erroneamente, ai modelli di razionalit teoretica i teorici delletica trattano il conflitto morale come contraddizione, una patologia da curare (Williams [1981], trad. it. p. 109). Eppure, le ragioni per cui un agente tenta di risolvere il conflitto morale hanno poco a che fare con la coerenza logica. , piuttosto la necessit di costituire un s integro e autentico, un bisogno che per Williams psicologico e sociale anzich logico. Denunciando questo fraintendimento della natura del conflitto morale Williams afferma che "Lo sforzo di comporre i nostri conflitti e di formulare leggi atte ad eliminare lincertezza morale mediante la costruzione di una teoria etica filosofica uno sforzo destinato allinsuccesso" (Williams [1981], trad. it. pp. 108-109) . Ma proprio vero che la teoria etica non aggiunge nulla ad un resoconto sociologico o psicologico del razzismo o del conflitto morale? Mi sembra invece che solo la teoria etica sia in grado di darci degli strumenti teorici che nessun'altra teoria pu darci, ovvero, dei criteri normativi con cui comprendere il razzismo o il conflitto di

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valori come fenomeni morali. Naturalmente, non baster esporre il razzista agli argomenti della teoria etica perch si convinca a rivedere le sue credenze morali. Ma non certo che questo dimostri il fallimento della teoria etica. Infatti, una teoria etica si indirizza a quelle persone che hanno almeno un interesse minimo alla moralit, e non cerca di convincere il razzista che non sia perplesso dal proprio razzismo, sensibile alle critiche e al giudizio degli altri, e abbastanza riflessivo e motivato da poter sostenere una discussione normativa sulle ragioni che lo spingono ad adottare il razzismo. Una delle critiche mosse alla teoria etica che il teorizzare inevitabilmente riduttivo perch impiega delle idealizzazioni che ci allontanano dalla comprensione dell'esperienza ordinaria, e delle generalizzazioni che semplificano e schematizzano la concretezza e la salienza delle situazioni particolari. In breve, la teoria impoverisce la comprensione che abbiamo di noi stessi e del modo in cui esperiamo la moralit. Si tratta di una convinzione condivisa da molti, e vorrei concludere proponendo degli argomenti per non accettarla. Chi si oppone alla teoria etica perch impiega idealizzazioni e generalizzazioni implica che l'idealizzazione inevitabilmente allontana la teoria dalle pratiche e dalle esperienze ordinarie, rendendola cos inutile o falsa rispetto ai fatti. Sembra che il teorico dell'etica debba per forza porsi fuori dalle pratiche ordinarie, contemplarle e valutarle dall'esterno. Questa critica non rivolta solo a teorie etiche oggettiviste come quella di Thomas Nagel secondo il quale per giudicare oggettivamente non bisogna assumere una prospettiva e guardare il mondo da una

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posizione particolare, ma farsi sguardo da nessun luogo (Nage [1987]). Michael Walzer si scaglia contro tutta una tradizione di pensiero (the path of invention) che concepisce la filosofia morale come una specie di invenzione e perci ignora le radici e le tradizioni dei codici morali ordinarie (Walzer [1987], pp. 3-32). Quest'ultima critica particolarmente curiosa quando si pensa che mossa ai costruttivisti kantiani e a John Rawls (Rawls [1951], pp. 177-97; Rawls [1974-75], pp. 5-22). Uno dei capisaldi della teoria etica di Rawls il metodo dell'equilibrio riflessivo. Secondo questo metodo vi continuit tra la teoria e la pratica della morale. L'equilibrio si raggiunge, infatti, tramite un reciproco controllarsi e aggiustarsi di giudizi ben ponderati e teorie. Evidentemente, chi adotta questo metodo non si riconoscer nella descrizione della filosofia morale come volta all'invenzione o alla creazione. vero che la teoria etica impone dei modelli di idealizzazione che si distanziano dalla razionalit quotidiana. Tuttavia, nelle teorie costruttiviste kantiane e in tutte le teorie che adottano l'equilibrio riflessivo, questa idealizzazione non prescinde dalla psicologia umana e dalla moralit del senso comune 10. Anzi, la giustificazione stessa della costruttivismo kantiano risiede proprio nel suo conformarsi ad una concezione comune della moralit. Gli elementi del costruttivismo kantiano sono infatti il risultato di un'astrazione che viene operata sulla concezione comune della moralit. Lo scopo che questa teoria si prefigge dunque tutt'altro che l'invenzione di una morale, ma piuttosto l'individuazione delle condizioni di possibilit di quella morale che

10 Sul costruttivismo kantiano si vedano Rawls [1980] e [Bagnoli 2001], pp. 307-331. Per una variante non kantiana di costruttivismo, si veda [Bagnoli 2002a], pp. 125-138.

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gi abbiamo. L'oggetto di costruzione un ordine di fini morali che ci possibile adottare, e lo scopo arrivarci tramite una giustificazione razionale. La costruzione di questo ordine dei fini segue un metodo preciso, e non affatto pura invenzione. Infatti, il metodo dell'imperativo categorico nelle sue tre formulazioni complementari non esso stesso oggetto di costruzione. Infine, cos come ogni costruzione inizia con del materiale da costruzione, tale materiale nel caso specifico costituito dalla moralit comune. interessante notare che mentre i filosofi che attaccano la teoria etica prediligono decisamente la tradizione humeana a quella kantiana, i costruttivisti osservano una continuit importante tra Hume e Kant: entrambi concepiscono l'indagine filosofica come una forma di investigazione diretta all'auto-comprensione. Hume paragona il filosofo morale all'anatomista che analizza le passioni invece di sollecitarle. Pur difendendo un metodo di ragionamento morale differente, Kant concepisce l'indagine filosofica non come un modo di stabilire la conoscenza di ci che giusto e sbagliato (che abbiamo gi), ma come un'impresa diretta alla comprensione del fenomeno della moralit e delle sue condizioni di possibilit, cio, a conoscere ci che si desidera in quanto animali dotati di razionalit (Rawls [2000], p. 148 e p. 218). La base di questa costruzione la concezione delle persone come autonome, libere ed uguali. Questa concezione non altro che il modo in cui normalmente ci rappresentiamo quando ci pensiamo come agenti, ovvero autori delle nostre azioni. Si tratta di un'idealizzazione che viene presa dalla nostra esperienza morale riflessiva

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(Rawls [2000], p. 240). un'astrazione che parte da un fatto imprescindibile della nostra esperienza della moralit, quello di considerarsi autori delle proprie azioni. La difesa della necessit di teorizzare in etica pu assumere forme anche pi radicali del costruttivismo kantiano o del contrattualismo di Scanlon. Vi , infatti, un altro modo di insistere sulla continuit tra la teoria e la pratica della morale, e consiste nel riconoscere il teorizzare come un'attivit morale. Si tratta di una prospettiva difesa da Iris Murdoch in una serie di saggi memorabili (Murdoch [1956, 1957, 1970]). Il compito essenziale del teorizzare (in etica come in politica) quello di rivitalizzare la nostra immaginazione, espandere la gamma delle alternative che siamo capaci di percepire come salienti. Teorizzare un esercizio morale volto a forzare i limiti che le abitudini, il nostro egoismo, e le tradizioni ci hanno imposto. In questa prospettiva, il teorizzare in etica non consiste nel criticare le pratiche ordinarie secondo gli standard di un modello di idealizzazione, ma piuttosto l'adottare un ideale morale. L'adozione dell'ideale morale ha un effetto dirompente sul nostro assetto cognitivo e motivazionale. Avere in mente un ideale, adottarlo, ci trasforma: non solo ci motiva diversamente ma d forma e consistenza alla nostra realt, e determina quali attivit e desideri hanno autorit e devono essere perseguiti. C' continuit tra la teoria e la pratica della morale, ma non nel senso di un reciproco aggiustamento secondo i canoni dell'equilibrio riflessivo. Piuttosto, lo scarto tra quello che siamo e quello che dovremmo essere che conta.

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Insistere che fornire un ideale decente lo scopo precipuo della teoria etica significa riconoscere la potenziale forza rivoluzionaria del teorizzare in etica, la capacit di trasformazione che la teoria pu avere sulla nostra mente, sulla nostra percezione della realt, e sulle nostre interazioni con gli altri. Privarci della teoria etica ha l'effetto di impoverire le nostre risorse per percepire, comprendere, guidare e operare il cambiamento.

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SCHEDA DI APPROFONDIMENTO Il lettore italiano potr trovare utile l'introduzione all'etica analitica degli esordi in E. Lecaldano [1970], Le analisi del linguaggio della morale, Ateneo, Roma. Per farsi un'idea degli sviluppi pi recenti dell'etica si consigliano i saggi raccolti in E. Lecaldano e P. Donatelli [1996], Etica analitica. Analisi, teorie e metodi , LED, Milano. Strumenti utili sono di Luca Fonnesu [1998], Il dovere, La Nuova Italia, Firenze, e la breve ricostruzione della meta-etica da Moore a Korsgaard, di Carla Bagnoli, Etica, in F. DAgostini e N. Vassallo [2002], Storia della filosofia analitica, Einaudi, Torino, che contiene anche una bibliografia ragionata. Sulla questione specifica della possibilit e rilevanza della teoria etica, si vedano B. Williams [1985], Ethics and the Limits of Philosophy , Cambridge (Mass.), Harvard University Press (trad. it. R. Rini) [1987], Etica e i limiti della filosofia, Bari, Laterza, e [1972], Morality: An Introduction to Ethics, Cambridge University Press, Cambridge (tr. it. [2000] La morale. Unintroduzione al'etica, Einaudi, Torino), [1981], Moral Luck, Cambridge University Press, Cambridge (tr. it. R. Rini [1985] Sorte Morale, Il Saggiatore, Milano), [1973], Problems of the self , Cambridge University Press (tr. it. R. Rini [1990], Problemi dell'io, Il Saggiatore, Milano). Il volume a cura di M. Mangini [1996], L'etica delle virt e i suoi critici, La citt del sole, Napoli, che raccoglie alcuni dei saggi pi rappresentativi della critica alla teoria etica razionalista che hanno determinato la ripresa delle teorie delle virt. Sulla questione degli scopi e dei criteri di adeguatezza della teoria etica, si veda C. Bagnoli [2000], Il dilemma morale e i limiti della teoria etica, LED, Milano. Sulle questioni della verit e giustificazione in etica, raccomando vivamente Giuliano Pontara [1988], Filosofia Pratica Il Saggiatore, Milano. Questo libro rappresenta un esempio raro di precisione nell'analisi concettuale e rigore nell'argomentazione; la prima parte offre una disamina critica del noncognitivismo e una lucida ricostruzione dei presupposti teorici del razionalismo etico.
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In questo ambito, i classici in lingua italiana sono: E. Juvalta [1945], I limiti del razionalismo etico, Einaudi, Torino, di G. Preti [1957], Praxis ed empirismo , Einaudi, Torino e Franco Angeli [1989], Morale e meta-morale. Saggi filosofici inediti, e di U. Scarpelli [1982], L'etica senza verit, Il Mulino, Bologna. Sulla questione della giustificazione in etica si pu vedere a cura di E. Lecaldano e L. Gianformaggio [1986], Etica e Diritto, Laterza, Bari.

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Mauro Dorato

FILOSOFIA DELLA SCIENZA FONDAMENTI DELLE SCIENZE


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Linee di Ricerca SWIF Coordinamento Editoriale: Gian Maria Greco Supervisione Tecnica: Fabrizio Martina Supervisione: Luciano Floridi Redazione: Eva Franchino, Federica Scali.

AUTORE Mauro Dorato [dorato@uniroma3.it] ordinario di Filosofia della Scienza allUniversit degli Studi Roma Tre. Si occupa di filosofia del tempo, di filosofia della fisica e di metodologia delle scienze empiriche. Ha pubblicato i volumi Il software delluniverso. Saggio sulle leggi di natura, Bruno Mondadori, Milano, 2000 (in corso di traduzione in inglese), Futuro aperto e libert. Unintroduzione alla filosofia del tempo, pref. di R. Bodei, Laterza, Roma-Bari, 1997, Time and reality. Spacetime physics and the objectivity of temporal becoming. CLUEB, Bologna, 1995 e Modalit e temporalit. Un raffronto tra le logiche modali e le logiche temporali, Il Bagatto, Roma, 1994, nonch vari articoli su riviste italiane ed estere. Insieme a Giovanni Boniolo, ha curato il volume: Le leggi di natura, analisi storico-critico di un concetto, McGraw-Hill Italia, Milano, 2001 e scritto Dalla relativit galileiana alla relativit generale, nel volume collettaneo Filosofia della Fisica, a cura di G. Boniolo, Milano, Bruno Mondadori, 1997. La revisione editoriale di questo saggio a cura di Federica Scali.

LdR un e-book, inteso come numero speciale della rivista SWIF. edito da Luciano Floridi con il coordinamento editoriale di Gian Maria Greco e la supervisione tecnica di Fabrizio Martina. LdR - Linee di Ricerca il servizio di Bibliotec@SWIF finalizzato allaggiornamento filosofico. LdR un e-book in progress, in cui ciascun testo un capitolo autonomo. In esso l'autore o l'autrice, presupponendo solo un minimo di conoscenze di base, fornisce una visione panoramica e critica dei temi principali, dei problemi pi importanti, delle teorie pi significative e degli autori pi influenti, nell'ambito di una specifica area di ricerca della filosofia contemporanea attualmente in discussione e di notevole importanza. Il fine quello di fornire al pubblico italiano un'idea generale su quali sono gli argomenti di ricerca di maggior interesse nei vari settori della filosofia contemporanea oggi, con uno stile non-storico, accessibile ad un pubblico di filosofi non esperti nello specifico settore ma interessati ad essere aggiornati. Tutti i testi di Linee di Ricerca sono di propriet dei rispettivi autori. consentita la copia per uso esclusivamente personale. Sono consentite, inoltre, le citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purch accompagnate dall'idoneo riferimento bibliografico. Per ogni ulteriore uso del materiale presente nel sito, fatto divieto l'utilizzo senza il permesso del/degli autore/i. Per quanto non incluso nel testo qui sopra, si rimanda alle pi estese norme sui diritti dautore presenti sul sito Bibliotec@SIWF, www.swif.it/biblioteca/info_copy.php. Per citare un testo di Linee di Ricerca si consiglia di utilizzare la seguente notazione: AUTORE, Titolo, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca, SWIF, 2003, ISSN 1126-4780, p. X, www.swif.it/biblioteca/lr.

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1. LA F ILOSOFIA DELLA SCIENZA COME PONTE TRA SCIENZA E FILOSOFIA Quarantanni fa Wilfrid Sellars scriveva che lo scopo della filosofia quello di comprendere come le cose nel senso pi ampio possibile del termine si tengano insieme nel senso pi ampio possibile del termine. Con cose intese nel senso pi ampio possibile del termine intendo riferirmi non solo a cavoli e re, ma a numeri e doveri, a possibilit e schiocchi di dita, allesperienza estetica e alla morte. Fare buona filosofia significa, per usare unespressione contemporanea, sapersi orientare rispetto a tutte queste cose, non in quel modo irriflessivo grazie al quale il centopiedi della storia sapeva orientarsi prima ancora che affrontasse la domanda come cammino?, ma in quel modo consapevole che implica che nessun terreno di indagine intellettuale proibito. (Sellars 1962, p. 35, mia traduzione). Sulla scorta di questa citazione, dovuta ad uno dei maggiori filosofi americani del secolo scorso, potremmo cercare di delineare lo scopo della filosofia della scienza in modo duplice. Da una parte essa ha il compito di fecondare le problematiche filosofiche tradizionali con la straordinaria ricchezza di dati provenienti dalle scienze empiriche e logico-matematiche, in modo che la filosofia ne possa trarre ispirazione e nutrimento. Tanto per fare un esempio, una riflessione puramente aprioristica sulla natura dello spazio e del tempo, sui rapporti tra corpo e mente, o sulla relazione tra determinismo e libert, per un filosofo contemporaneo
M. Dorato, Filosofia della scienza, fondamenti delle scienze, V. 1.0, in L. Floridi (a c. di), Linee di Ricerca , SWIF, 2003, pp. 203-225. Sito Web Italiano per la Filosofia - ISSN 1126-4780 - www.swif.it/biblioteca/lr

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dovrebbe suonare quantomeno anacronistica, almeno se con aprioristica intendiamo indipendente dal contributo di conoscenze proveniente dalle scienze contemporanee. Da Kant in poi, le classiche domande filosofiche su che cosa esiste (ontologia), cosa possiamo conoscere (epistemologia), o cosa dobbiamo fare (etica), non possono pi essere affrontate seriamente senza tener conto dei risultati dellindagine scientifica. 1 Dallaltra parte, il filosofo della scienza non solo rielabora i risultati della scienza trapiantandoli sul terreno dei problemi filosofici tradizionali, ma si propone proprio in virt della sua peculiare formazione di filosofo di partecipare in modo attivo ai complessi processi di elaborazione, costruzione e valutazione delle stesse teorie scientifiche. Da questo punto di vista, il filosofo della scienza cerca, e dovrebbe cercare, di contribuire ad una pi profonda comprensione, se non alleffettivo progresso, di singole teorie scientifiche, proprio grazie alla sua peculiare abilit nell analisi di concetti fondamentali che compaiono in queste ultime. Si pensi a nozioni quali quelle di numero, probabilit, legge di natura, forza, causa, riduzione, spiegazione, propriet emergente, conferma, causalit, o esperimento, che costituiscono da vari decenni il terreno sul quale lanalisi filosofica della scienza si maggiormente concentrata.

Per letica questa conclusione pu sembrare azzardata, considerando la regola di Hume in base alla quale non possiamo dedurre una prescrizione da una descrizione. Eppure, per esempio, se scoprissimo che tutte le nostre azioni sono determinate, potremmo finire per modificare alcune concezioni etiche intorno al problema di come dovremmo vivere. Per esempio, convincendoci che in ogni particolare circostanza della nostra vita non avremmo potuto agire altrimenti da come abbiamo agito (determinismo), avremmo argomenti supplementari per sostenere lirrazionalit del rimorso, che un sentimento morale. Lo stesso studio delle basi biologiche del comportamento sociale pu cambiare il nostro modo di concepire letica. Linea di Ricerca- SWIF - ISSN 1126- 4780 - www.swif.it/biblioteca/lr

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Nella misura in cui si convinti che il progresso delle conoscenze scientifiche sia reso possibile non solo dallaccumularsi di nuove scoperte sperimentali, ma anche da una migliore comprensione di nozioni che spesso affondano le loro radici nella filosofia, nella storia della scienza e nel senso comune, la filosofia della scienza intesa in senso molto lato e dunquevista come unanalisi del significato di concetti di natura scientifica, praticata talvolta anche dagli scienziati propriamente detti pu certamente contribuire al progresso della scienza. Einstein, per esempio, ha fornito un paradigma di tale tipo di analisi filosofica allorch, domandandosi che cosa significasse affermare che due eventi distanti sono simultanei , gett le fondamenta della nuova teoria della relativit speciale. In base alla stipulazione qui avanzata, la domanda sollevata da Einstein era filosofica, e come risposta richiedeva una convenzione che desse significato alla comparazione di due orologi posti a troppa distanza perch potessero essere letti da un unico osservatore. Sulla scorta delle concezioni epistemologiche di Kant, Hertz, Poincar e Schlick, nelle teorie scientifiche c dunque non solo una componente che viene dal mondo esterno, ma anche una che costruiamo noi. attraverso tale seconda componente che le opzioni filosofiche degli scienziati fanno ingresso nella scienza, ed in virt di essa che la filosofia intesa come analisi concettuale ha qualcosa in comune con la matematica : come questultima, la filosofia trae ispirazione e nutrimento da questioni empiriche, ma poi procede anche apriori e quindi indipendentemente da queste ultime.

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2. FILOSOFIA DELLA SCIENZA GENERALE E FONDAMENTI DELLE SCIENZE PARTICOLARI Insieme a una tendenza, viva almeno a partire dal neopositivismo logico, a far coincidere il lavoro del filosofo della scienza nellesplicazione2 di nozioni che, come quelle evidenziate nella sezione precedente, sollevano domande che investono tutte le discipline scientifiche senza distinzioni, dobbiamo oggi registrare unaltra tendenza, sempre pi pronunciata nel recente panorama filosofico internazionale, ad esaminare i fondamenti concettuali delle singole scienze, lasciando da parte il termine scienza al singolare e declinandolo al plurale . Questindirizzo filosoficoscientifico, specialistico in un senso diverso dalla specializzazione pur necessaria alla filosofia della scienza propriamente detta, presuppone chiaramente una conoscenza di prima mano delle specifiche problematiche tecnico-fondazionali sollevate dalle singole scienze (matematica, fisica, biologia, neurofisiologia, psicologia/scienze cognitive, linguistica, economia e scienze sociali). Di conseguenza, allinterno del grande alveo della filosofia della scienza, negli ultimi ventanni sono sorte nuove figure professionali, quali quella del filosofo della matematica3, della fisica (con le sotto-specializzazioni della filosofia della meccanica quantistica e dello spazio-tempo), del filosofo della biologia, del neurofilosofo4, del filosofo della mente, del filosofo delle scienze sociali e del filosofo

Sullesplicazione come metodo dellindagine filosofica sulla scienza tipico del neopositivismo logico, si veda Dorato (2002). 3 Nel seguito si far riferimento esclusivamente a questioni sollevate dalla filosofia e dai fondamenti delle scienze empiriche, trascurando la filosofia della matematica e della logica. Questa limitazione non va intesa come una sottoscrizione alla tesi che lo statuto conoscitivo della logica e della matematica sia cos ovviamente diverso da quello delle scienze empiriche propriamente dette. Alcuni filosofi ritengono infatti che sia la logica che la matematica siano da considerarsi discipline quasi empiriche, malgrado la natura deduttiva delle loro giustificazioni. 4 Vedi Churchland (1986). Per una bibliografia aggiornata dei rapporti tra filosofia e neuroscienze, si veda il sito gestito da Pete Mandik http://www.wpunj.edu/cohss/philosophy/faculty/mandik/neurphilbib.html Linea di Ricerca- SWIF - ISSN 1126- 4780 - www.swif.it/biblioteca/lr

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delleconomia. Come valutare tale recente frammentazione del discorso filosofico sulla scienza? Il vantaggio di questa tendenza specialistica della filosofia della scienza sta naturalmente nel fatto che i filosofi che, per esempio, lavorano ai fondamenti della meccanica quantistica o della relativit generale, contribuiscono alla crescita di queste discipline in modo spesso diretto, vuoi producendo teoremi rigorosamente dimostrati, 5 vuoi discutendone il significato filosofico in un linguaggio che in ogni caso molto tecnico. Per dare unidea del tipo di interrogativi che vengono sollevati dalle indagini sui fondamenti di singole scienze naturali, si considerino domande del tipo: quale status hanno le particelle nella teoria quantistica dei campi?, possibile attribuire unidentit ai punti di uno spazio-tempo relativistico?, qual il confine tra mondo microscopico (in cui vige la meccanica quantistica) e mondo macroscopico (in cui vige la meccanica classica newtoniana?), qual lunit su cui ha operato la selezione naturale?, che cosa significa informazione in biologia molecolare, etc. Daltra parte per, tornando alla citazione iniziale, potrebbe sembrare che limpetuoso sviluppo di ricerche sui fondamenti delle scienze singole non possa che allontanarci dallobiettivo di raggiungere quella visione dinsieme (la sinossi) che Sellars, seguendo Platone, ancora attribuiva alla filosofia, almeno nella misura in cui la filosofia della scienza deve dare una risposta al problema di stabilire quale

Esempi di filosofi che molti qualificherebbero impropriamente come dei puri fisici-matematici sono David Malament, dellUniversit di Irvine in California, e il compianto Robert Clifton, membro del Dipartimento di storia e filosofia della scienza dellUniversit di Pittsburgh, scomparso immaturamente nel 2002 allet di 36 anni. Per la loro produzione, rimando alle rispettive pagine web. Linea di Ricerca - SWIF - ISSN 1126-4780 - www.swif.it/biblioteca/lr

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posizione la scienza occupi (o dovrebbe occupare) nellambito del sapere e dei valori umani. Le prossime sezioni avranno il compito di esaminare la significativa tensione che si oramai generata tra gli obiettivi delle varie filosofie locali delle singole scienze, sempre pi tecniche e specialistiche, e lesigenza di una filosofia della scienza generale, vista in connessione sinergica con le altre branche della filosofia dallontologia alla teoria della conoscenza, dalla metafisica alletica. Qui si pu riassumere quel che si detto riguardo allo scopo generale della filosofia della scienza utilizzando una metafora geografica. La terra di confine tra filosofia e scienza, occupata per lappunto dalla filosofia della scienza, va idealmente intesa sia come una regione che separa convenzionalmente due branche della cultura umana che ancora fino a Newton (1687) erano considerate unite sotto il nome di philosophia naturalis,6 sia come un territorio attraversato da un gran numero di strade e sentieri che provengono da, e possono essere percorsi in, entrambe le direzioni .7

3. SCIENZA E F ILOSOFIA DELLA SCIENZA Come lavverbio idealmente del paragrafo precedente preannuncia, la metafora ivi racchiusa va in parte intesa come unaffermazione programmatica, e in parte come riferentesi a uno stato di fatto: il flusso causale che attraversa quel terreno di confine

Quella che oggi chiamiamo fisica era per Newton denominata con philosophia naturalis. Il 1687 la data in cui venne pubblicato il capolavoro di Newton, Philosophiae Naturalis Principia Mathematica . 7 Per la nozione di confine e la sua importanza nella teoria della conoscenza scientifica rimando a Tagliagambe (1997). Il confine per Tagliagambe un qualcosa che sta sia per linea che separa (frontiera) sia per luogo in cui transitano influssi causali tra le due entit confinanti. Linea di Ricerca- SWIF - ISSN 1126- 4780 - www.swif.it/biblioteca/lr

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che abbiamo chiamato filosofia della scienza privilegia sicuramente la direzione che va dalla scienza alla filosofia piuttosto che quella opposta. Linflusso della filosofia della scienza generale sulle acquisizioni scientifiche tuttora marginale; come si detto, sono solo i lavori tecnici di filosofi esperti nei fondamenti di singole teorie scientifiche che giocano un qualche ruolo nel progresso conoscitivo di queste ultime. In parte, le ragioni di questa asimmetria sono sociologiche: per motivi nei quali qui non possibile entrare, gli scienziati tendono spesso a non interessarsi di questioni di filosofia della scienza. In parte, sono di carattere logico: alcuni filosofi della scienza, seguendo Kant, considerano il valore conoscitivo delle teorie scientifiche mature come un dato, nel senso che la filosofia della scienza generale pu essere paragonata al coro di una tragedia greca, che spiega e commenta solo ci che gi avvenuto.8 Questo fatto implica che la filosofia della scienza generale tenda spesso a dare per scontato il valore conoscitivo di teorie scientifiche mature, senza dunque contribuire ad accrescerlo o metterlo in discussione. Semmai, essa affila le lame della propria critica epistemologica contro le pseudo-scienze (lastrologia o la parapsicologia) o certe forme di medicina alternativa. Ne consegue che lacquisizione di un sapere tecnico-scientifico, se avviene da parte del filosofo della scienza incline ad un lavoro di sintesi sellarsiana, ha essenzialmente lo scopo gi menzionato di scandagliare le conseguenze di certe teorie scientifiche, considerate come date o acquisite, su questioni di confine,

Tale metafora, che qui usiamo in alternanza a quella pi nota dovuta a Hegel sulla filosofia assimilata alla nottola di Minerva che si alza solo al far della sera, dovuta a Butterfield e Isham (2001). Linea di Ricerca - SWIF - ISSN 1126-4780 - www.swif.it/biblioteca/lr

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quali quelle del rapporto tra tempo del mondo fisico e tempo della nostra esperienza cosciente, o tra il determinismo di un sistema fisico e il determinismo metafisico o morale, o tra le assai numerose e complesse connessioni neurali e lemergere di stati coscienti. Questa precisazione sulla natura asimmetrica dei flussi di informazione che attraversano la terra di confine occupata dalla filosofia della scienza non vuole perci suonare come una critica a questa disciplina in generale, ma solo precisare pi esattamente quali siano i suoi obiettivi, sottolineando il ruolo crescente giocato dal crescere del sapere empirico nella ristrutturazione delle problematiche filosofiche. In una parola, il filosofo della scienza, a differenza dello studioso dei fondamenti delle scienze singole, non si pone affatto lo scopo di far crescere il sapere nellambito del singolo recinto disciplinare di una scienza particolare. Egli ha solo lobbiettivo, non meno importante, di comprenderlo meglio, confrontandolo con limmagine del mondo che si depositata sia nella nostra esperienza pre-teorica di esso che nelle teorie implicite nelluso delle lingue naturali. 9 Chiarire il rapporto tra la cultura scientifica e il restante ambito della cultura umana dunque tra gli obiettivi caratterizzanti della filosofia della scienza generale, tra i cui compiti non pu non esserci lapprofondimento del nesso tra scienza e valori. La scienza, come notava Poincar, pur sempre una pratica umana.

Limmagine manifesta del mondo alla quale fa riferimento Sellars nel prosieguo del testo citato. Linea di Ricerca- SWIF - ISSN 1126- 4780 - www.swif.it/biblioteca/lr

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4. FILOSOFIA DELLA SCIENZA E FONDAMENTI DELLE S CIENZE Considerando lesistenza di due modi distinti di intendere e praticare la filosofia della scienza, entrambi legittimi e in grado di arricchire sia la filosofia sia la scienza, di fondamentale importanza cercare di comprendere quale rapporto esista tra loro, anche allo scopo di scongiurare limpressione che questi due stili epistemologici, pi che essere uniti da un rapporto di fruttuosa collaborazione dovuta alla divisione dei compiti, siano in realt in aperto e reciproco conflitto. Si ricordi che si convenuto di chiamare filosofia della scienza il tentativo di dare risposte a interrogativi che riguardano propriamente tutte le scienze e di denominare invece fondamenti delle scienze gli studi intorno ai concetti che sono a fondamento delle scienze singole. Si tenga presente altres che, oltre allanalisi di alcuni concetti chiave del linguaggio della scienza sopra richiamati, la filosofia della scienza generale si tipicamente posta il compito di chiarire la natura della conoscenza scientifica. Da questo punto di vista, alcune delle importanti domande sollevate sono: esiste un progresso scientifico verso la verit?, le teorie scientifiche sono solo strumenti predittivi o possono essere considerate approssimativamente vere?, la scienza in grado di spiegare i fenomeni o si limita a descriverli?, le teorie scientifiche ci permettono di conoscere una realt extrafenomenica o le nostre credenze si devono limitare a ci che direttamente osservabile? Ebbene, nella misura in cui tali interrogativi cadono tipicamente allinterno della filosofia della scienza generale, lo studio dei fondamenti concettuali delle

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scienze singole va allora visto come ulteriore strumento di raccordo tra teorie filosofiche sulla scienza e le singole scienze, nel senso che le teorie generali sulla conoscenza scientifica possono essere messe alla prova solo considerando le indagini assi pi specifiche sui fondamenti delle singole scienze. Le domande filosofiche che sorgono direttamente dal lavoro degli scienziati, e che coinvolgono dispute pi tecniche o interne a singole discipline scientifiche, non sono dunque da vedersi in conflitto con gli scopi della filosofia generale della scienza, visto che questultima ha bisogno delle prime come di un banco di prova di tipo sperimentale. Per esempio, si supponga che una certa teoria filosofica sulla natura delle leggi scientifiche ritenga queste ultime immutabili e spazio-temporalmente universali. Se risultati sperimentali provenienti dalla cosmologia evoluzionistica ci spingessero a concludere che tutte le leggi sono venute in essere a un certo punto dello sviluppo delluniverso, dovremmo seriamente rivedere la teoria filosofica in questione.10 Analogamente, il realismo scientifico, inteso come una teoria della scienza che ipostatizza le entit teoriche introdotte dalle teorie scientifiche mature e le considera come dotate di propriet intrinseche indipendenti dalle misure, deve confrontarsi con teorie come la meccanica quantistica, che sembra riconoscere alle microentit quantistiche delle propriet assai pi contestuali al tipo di misura che vogliamo realizzare di quanto fossero quelle della fisica classica. in questo senso che gli studi sui fondamenti possono aiutare la filosofia della scienza generale ad acquistare concretezza, fedelt alla pratica della scienza, e flessibilit.

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Si veda Dorato (2000, cap. 3). Linea di Ricerca- SWIF - ISSN 1126- 4780 - www.swif.it/biblioteca/lr

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Un altro punto a favore degli studi sui fondamenti dato dal fatto che la crescita del sapere scientifico rende in ogni caso necessariamente tecnica la soluzione di molte questioni filosofiche tradizionali: la natura dellinfinito, lorigine delluniverso, la sua finitezza o infinit, lesistenza di particelle davvero elementari pi piccole di ogni altra, etc., sono questioni che possono essere affrontate solo possedendo il bagaglio tecnico necessario fornito dalla fisica matematica contemporanea. Si deve poi ricordare un merito importante che gli studi sui fondamenti di scienze particolari possono vantare, dato dal fatto che fino a qualche decennio fa la riflessione filosofica generale sulla scienza si basava quasi esclusivamente sulla fisica e tale limitazione rendeva spesso impossibile estendere i risultati filosofici ottenuti anche ad altre scienze. In questo senso, la generalit della filosofia della scienza precedente agli anni Ottanta del secolo scorso era solo apparente. Per esempio, i primi modelli di spiegazione scientifica ritenevano necessario un ricorso a leggi, in modo che spiegare fosse equivalente a sussumere sotto leggi naturali. Questo modello nomologico-deduttivo, dovuto al filosofo neoempirista Hempel, tagliava alla radice la possibilit di avere spiegazioni genuine nelle scienze storiche (si pensi alla biologia evoluzionistica), nella misura in cui queste ultime non sono caratterizzate dalla presenza di leggi. Analogamente, la discussione sullesistenza delle entit non direttamente osservabili ha molto pi senso in fisica che non in biologia, visto che batteri, cellule e molecole sono comparativamente assai pi grandi e dotate di propriet meno nebulose e pi simili alle sostanze ordinarie di quanto non siano le particelle atomiche e subatomiche.
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5. P LURALISMO DELLE SCIENZE E DISORDINE DELLA NATURA Ci si pu allora chiedere se abbia ancora senso supporre che una teoria filosofica sulla natura delle teorie scientifiche (o delle leggi naturali) possa valere per tutte le scienze, dalla fisica alla psicologia alleconomia: non forse pi plausibile supporre che ogni disciplina scientifica possieda caratteristiche uniche, al punto che, per esempio, al di fuori della fisica non si possa parlare nemmeno di leggi, se non con clausole che facciano posto a numerose eccezioni? Dovrebbe essere chiaro il motivo per il quale interrogativi come questi non sarebbero stati nemmeno sollevati senza lallargarsi della considerazione filosofica dalla biologia alle neuroscienze, e dalle scienze cognitive alleconomia. Lo sviluppo di studi settoriali sulle singole scienze ha avuto poi un altro effetto molto significativo, dato che accompagnato dalla recente tendenza ad abbandonare un piano puramente metodologico ha direttamente contribuito anche a generare concezioni metafisiche della natura, in base alle quali questultima sarebbe assai pi complessa e disordinata di quanto le nostre teorie ci facciano supporre. In una parola, la filosofia della scienza non unificata e non lo pu essere perch non lo la scienza, e questultima non lo perch non lo la natura .11 Il mondo potrebbe essere costituito da una gerarchia di oggetti e di livelli ontologici le cui propriet sono irriducibili le une alle altre. Come si vede, laspirazione unitaria della filosofia sottolineata da Sellars nella citazione sembra essere naufragata non solo nella filosofia in generale ma persino nella filosofia della scienza, che in fondo solo una sua branca.

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Dupr (1993), Cartwright (1999). Linea di Ricerca- SWIF - ISSN 1126- 4780 - www.swif.it/biblioteca/lr

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Tuttavia, proprio linsistere sulla disunit della scienza ancora un modo per proporre una generalizzazione sulla natura della scienza e della nostra conoscenza di essa. Analogamente, insistere sulle esigenze antiriduzioniste pu essere legittimo, ma ammettere limpossibilit di tradurre il linguaggio delle scienze pi complesse a quello delle discipline pi fondamentali (la fisica) non implica che la filosofia o la scienza non debbano cercare di comprendere unificando. Ogni spiegazione scientifica si basa sullunificazione di conoscenze che prima apparivano irrelate, 12 e una concezione autorevole sulla natura delle leggi che fu difesa gi dal fisico e filosofo ottocentesco E. Mach mette oggi in rilievo le capacit che queste hanno di comprimere le informazioni contenute nei dati osservativi. 13 Oltretutto, la recente, impetuosa crescita degli studi sui fondamenti non dovrebbe dare limpressione che la filosofia della scienza globale non abbia pi alcun futuro. Quanto pi appare frammentario lo studio dei fondamenti, tanto pi appare importante la capacit di integrare in modelli comuni informazioni che sono generate in settori disciplinari apparentemente irrelati. Cos come nella scienza ci sono sempre stati grandi unificatori e grandi diversificatori, 14 anche nella filosofia della scienza la tendenza unificatrice e generalizzante (del filosofo della scienza propriamente detto) e quella dello studioso dei fondamenti sono sempre state compresenti e si direbbe complementari : luna non pi importante dellaltra ed entrambe sono necessarie alla crescita del sapere. E a chi dubitasse che siano esistiti

Si veda la concezione della spiegazione scientifica difesa da Friedman (1974) e Kitcher (1976). Si veda Dorato (2000, cap. 2). 14 Si veda il saggio di Dyson (1989, cap. 3), dove le citt di Manchester e Atene, e gli scienziati Rutherford e Einstein, simboleggiano rispettivamente due modi diversi di fare scienza, uno attento al dettaglio e alla diversit, laltro unificante e generalizzante. forse superfluo aggiungere che Dyson li ritiene entrambi necessari al progresso della scienza.
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studiosi dei fondamenti prima degli anni Ottanta del Novecento, si pu far presente che uno scienziato che si rivolge ai temi di confine della sua disciplina e li affronta attraverso lesame di concetti fondamentali , in base alla definizione qui proposta, anche un filosofo. Allo scopo di concludere la discussione, si pu osservare come, in realt, il confine tra scienza che verte sui fondamenti (spazio-tempo, componenti elementari della materia, evoluzione biologica, DNA, reti neurali, etc) e studio dei fondamenti delle scienze sia labile e vago, cos come labile e vago quello che separa lo studio dei fondamenti della scienza dalla filosofia della scienza generale. In fondo, si deve ricordare che tutti i tentativi di demarcare la scienza dalla filosofia dal criterio di significanza neopositivista15 a quello falsificazionista popperiano miseramente falliti. Cos come la necessit della specializzazione non in conflitto ma complementare allesigenza di unificare i dati della nostra esperienza, il riconoscimento di una visione anti-riduzionista o anti-fisicalista16 allinterno della filosofia della scienza non ha comportato la completa rinuncia allidea che esistano degli elementi metodologici comuni a tutte le scienze empiriche, malgrado la disputa metodologica degli anni Settanta, che contrappose falsificazionisti a induttivisti ed entrambi agli anarchici, non ci abbia consegnato indicazioni precise e unanimemente condivise su quali debbano essere le caratteristiche essenziali del metodo scientifico. sono

15

In base a tale criterio, un asserto dotato di senso e dunque scientifico se e solo se verificabile. Il fisicalismo, nella sua forma pi radicale, sostiene che il linguaggio di tutte le scienze naturali sia riducibile a quello della fisica.
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Allo scopo di indagare le ragioni di tale dissenso, e nello spirito di sintesi con il quale abbiamo iniziato, concluderemo la nostra analisi presentando il legame tra il dibattito sulla natura del metodo scientifico e la questione dei rapporti tra scienza e valori, un tema, questultimo, che ha ripreso particolare vigore a partire dallopera di Thomas Kuhn (1962/1979). Dopo tutto, non dobbiamo dimenticare che la scienza unattivit umana, che le teorie scientifiche sono costruite da noi, e che le sue conseguenze ci riguardano tutti.

6. METODO DELLA SCIENZA E VALORI Che questioni attinenti al metodo delle scienze (teoria della conoscenza scientifica) coinvolgano interrogativi attinenti ai valori in fondo non dovrebbe sorprendere: in base a una concezione sviluppata da Larry Laudan (1984), lo scopo della metodologia non solo quello di giustificare ladozione di ipotesi che intendano riferirsi a entit non direttamente osservabili, ma anche quello di promuovere valori o fini cognitivi , rispetto ai quali le regole metodologiche stesse possono essere viste come strumenti pi o meno efficaci. Oltre alla verit, che pu essere considerata come un ideale regolativo cui tende e cerca di approssimarsi tutta lattivit scientifica nel suo complesso, i valori cognitivi ai quali si fa riferimento in filosofia della scienza sono il potere esplicativo di unipotesi, la sua accuratezza osservativa , la sua coerenza con il resto della nostra conoscenza, la sua applicabilit a settori diversi della conoscenza e la sua fertilit, cio la capacit di generare nuova conoscenza.17 In questottica, la razionalit che

17

Per alcune di queste virt epistemiche, si veda Kuhn 1977, pp. 321-322. Linea di Ricerca - SWIF - ISSN 1126-4780 - www.swif.it/biblioteca/lr

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viene spesso associata al sapere scientifico pu allora essere vista come puramente strumentale : le regole metodologiche della scienza sono mezzi destinati a servire valori o fini cognitivi ben determinati e le dispute sul metodo della scienza possono essere lette come un riflesso delle dispute sui fini cognitivi ultimi che la scienza dovrebbe promuovere. Per esemplificare il modo in cui il metodo della conoscenza scientifica possa dipendere da fini cognitivi variamente intesi, si pensi che le varie regole dellinferenza induttiva codificate da J. S. Mill (1843) possono essere viste come un mezzo per trasmettere quanta pi certezza possibile dai dati osservativi alle ipotesi. Il falsificazionismo popperiano, invece, ritenendo che la scienza debba abbandonare la ricerca della certezza, richiede sia congetture che a priori hanno una probabilit nulla di essere vere, sia controlli sperimentali severi, che hanno appunto lo scopo non di confermare tali congetture, ma di confutarle. Se fossero davvero le differenze sui valori epistemici della scienza la causa prima delle dispute metodologiche, potrebbe sorgere limpressione che lunit metodologica della scienza possa essere ottenuta solo appianando ineliminabili differenze tra i suoi scopi cognitivi ultimi. In realt, opportuno sottolineare che lunit dellimpresa scientifica sia da ritrovarsi pi nelluniversalit e nellintersoggettivit dei suoi fini che non nella condivisione dei mezzi con cui gli scienziati cercano di raggiungerli (ovvero nelle regole del metodo). Le dispute che avevano animato la filosofia della scienza degli anni Sessanta e Settanta sul Vero Metodo della scienza hanno subito un netto declino, anche perch il prescrittivismo o il normativismo tipici di quelle impostazioni stato rimpiazzato da frequenti appelli al tentativo di capire come di

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fatto

funzioni

la

mente

umana

quando

elabora

ipotesi

(naturalismo

epistemologico). 18 A parte i frequenti (ma mai del tutto convincenti) tentativi di trasformare la filosofia della scienza in una branca delle neuroscienze o delle scienze cognitive, la comprensione del modo effettivo in cui il cervello umano seleziona dati rilevanti per costruire una mappa dellambiente circostante pu difficilmente essere sottovalutato ai fini della costruzione di una teoria plausibile della conoscenza scientifica. E se vero che a tuttoggi rimangono ancora aperte importanti controversie su come avvenga la conferma delle teorie o la giustificazione delle ipotesi scientifiche tra i seguaci del metodo ipotetico-deduttivo da una parte, e coloro (i bayesiani) che ritengono che i dati osservativi permettano di conferire alle ipotesi teoriche certi gradi di probabilit dallaltra 19 indubbio che la diversit delle scienze abbia contribuito a far declinare linteresse per questioni generali di questo tipo. Ritroviamo anche a proposito della natura della questione della conferma delle ipotesi scientifiche il conflitto locale-generale che si messo in luce in precedenza. Dal punto di vista dei valori epistemici, rimane invece fondamentale lesigenza che ogni disciplina scientifica, per essere tale, rispetti anzitutto il valore dellaccuratezza dellaccordo tra ipotesi e osservazioni, che ricerchi la coerenza di una nuova congettura scientifica con tutto ci che viene considerata conoscenza acquisita o di sfondo, e che tra due ipotesi rivali premi quella che riduce il numero di fatti indipendenti che dobbiamo accettare (potere esplicativo visto come unificazione di fatti prima considerati irrelati). In analogia con levoluzione delle

18

Per una difesa della naturalizzazione della filosofia della scienza, si veda Giere (1983). Linea di Ricerca - SWIF - ISSN 1126-4780 - www.swif.it/biblioteca/lr

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specie viventi, anche la storia delle teorie scientifiche caratterizzata da modifiche di alcune assunzioni teoriche di fondo accompagnate dalla selezione operata dal confronto con lesperienza e gli esperimenti, mentre la fitness di una teoria scientifica (la sua fertilit), misurata dal numero di discendenti che riesce a produrre, cio dal carattere progressivo o regressivo del programma di ricerca nel senso di Lakatos (1974). Una teoria che non desse alcun contributo allo sviluppo di nuova conoscenza non sarebbe certo catalogata come una buona teoria scientifica, e alla fine potrebbe essere perfino abbandonata al pari di unipotesi ad hoc, ovvero di unipotesi escogitata solo per spiegare qualche anomalia tra predizione teorica e dato osservativo. Ne consegue che una buona teoria, ovvero una buona risoluzione a un problema scientifico offre spesso lo spunto per provare ad affrontare nello stesso modo anche questioni non ancora risolte: come aveva ben compreso per primo proprio Kuhn, lestensione di un paradigma che ha avuto successo ad altri casi attraverso le cosiddette generalizzazione simboliche la vera e propria chiave per dar conto non solo dellaspetto sociale dellapprendimento scientifico, ma anche dei meccanismi che conducono alla scoperta scientifica.

7. CONCLUSIONI Se lunit dellimpresa scientifica nella sua globalit va cercata, come abbiamo sostenuto, nelluniversalit dei fini cognitivi che essa persegue, necessario domandarsi quale siano i rapporti tra tali fini e valori pi propriamente sociali o

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Tali gradi di probabilit vanno intesi come gradi di credenza soggettivi nelle ipotesi stesse. Linea di Ricerca- SWIF - ISSN 1126- 4780 - www.swif.it/biblioteca/lr

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politici. Questi ultimi giocano un ruolo importante sia nella scelta del problema da studiare, sia nellapplicazione della conoscenza scientifica acquisita a problemi pratici e tecnologici, ma restano, e devono restare, sostanzialmente estranei ai processi che investono la validit delle pretese cognitive di singole teorie. La cosiddetta avalutativit delle scienze empiriche va dunque ristretta in modo opportuno solo relativamente a ideologie politiche e a valori non epistemici, ma ovvio che essa, oltre ad essere un fatto, debba essere considerata un valore, cos come un valore inestimabile e non strumentale la sempre parziale e rivedibile conoscenza del mondo che la scienza ci offre.

BIBLIOGRAFIA 20 Butterfield J. e Isham C. (2001), Spacetime and the Philosophical Challenge of Quantum Gravity, in Callender C. e Huggett N. (eds.), Physics meets Philosophy at the Planck scale , Cambridge University Press, Cambridge, pp. 33-89. Cartwright N. (1999), The Dappled World , Cambridge University Press. Churchland P. S. (1986), Neurophilosophy: Toward A Unified Science of the MindBrain. MIT Press. Dorato M. (2000), Il Software dellUniverso, Bruno Mondadori, Milano. (2002), Filosofia della Scienza, in F. DAgostini, N. Vassallo (a cura di), Storia della Filosofia Analitica , Einaudi, Torino, pp. 223-249. Dyson F. (1989), Manchester e Atene, in Infinito in ogni direzione, RCS, Milano.

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Si tenga conto che la bibliografia qui inserita non va considerata affatto come esaustiva o orientativa per la filosofia della scienza contemporanea, dato che si riferisce esclusivamente alle opere cui si fatto riferimento diretto nel testo. Linea di Ricerca - SWIF - ISSN 1126-4780 - www.swif.it/biblioteca/lr

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Aldo Antonelli

LA LOGICA DEL RAGIONAMENTO PLAUSIBILE

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SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia Rivista elettronica di filosofia - Registrazione n. ISSN 1126-4780

Linee di Ricerca SWIF Coordinamento Editoriale: Gian Maria Greco Supervisione Tecnica: Fabrizio Martina Supervisione: Luciano Floridi Redazione: Eva Franchino, Federica Scali.

AUTORE G. Aldo Antonelli [aldo@uci.edu] professore associato presso il Dipartimento di logica e filosofia della scienza dellUniversit della California, Irvine. Oltre che delle logiche per lintelligenza artificiale si occupato di teoria della definizione, logica e teoria dei giochi, teorie degli insiemi senza fondazione, logica modale, logiche libere, e il programma neo-logicista. Ha pubblicato su numerose riviste, fra cui Journal of Symbolic Logic , Journal of Philosophical Logic, Notre Dame Journal of Formal Logic, Artificial Intelligence, e Philosophia Mathematica. La revisione editoriale di questo saggio a cura di Gian Maria Greco.

LdR un e-book, inteso come numero speciale della rivista SWIF. edito da Luciano Floridi con il coordinamento editoriale di Gian Maria Greco e la supervisione tecnica di Fabrizio Martina. LdR - Linee di Ricerca il servizio di Bibliotec@SWIF finalizzato allaggiornamento filosofico. LdR un e-book in progress, in cui ciascun testo un capitolo autonomo. In esso l'autore o l'autrice, presupponendo solo un minimo di conoscenze di base, fornisce una visione panoramica e critica dei temi principali, dei problemi pi importanti, delle teorie pi significative e degli autori pi influenti, nell'ambito di una specifica area di ricerca della filosofia contemporanea attualmente in discussione e di notevole importanza. Il fine quello di fornire al pubblico italiano un'idea generale su quali sono gli argomenti di ricerca di maggior interesse nei vari settori della filosofia contemporanea oggi, con uno stile non-storico, accessibile ad un pubblico di filosofi non esperti nello specifico settore ma interessati ad essere aggiornati. Tutti i testi di Linee di Ricerca sono di propriet dei rispettivi autori. consentita la copia per uso esclusivamente personale. Sono consentite, inoltre, le citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purch accompagnate dall'idoneo riferimento bibliografico. Per ogni ulteriore uso del materiale presente nel sito, fatto divieto l'utilizzo senza il permesso del/degli autore/i. Per quanto non incluso nel testo qui sopra, si rimanda alle pi estese norme sui diritti dautore presenti sul sito Bibliotec@SIWF, www.swif.it/biblioteca/info_copy.php. Per citare un testo di Linee di Ricerca si consiglia di utilizzare la seguente notazione: AUTORE, Titolo, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca, SWIF, 2003, ISSN 1126-4780, p. X, www.swif.it/biblioteca/lr.

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INTRODUZIONE La moderna logica simbolica, cos come si venuta a sviluppare cominciando con la Begriffsschrift di Gottlob Frege alla fine del diciannovesimo secolo, e gli ulteriori contributi di Bertrand Russell, Kurt Gdel e Alfred Tarski nel ventesimo, caratterizzata da una propriet formale nota come monotonicit. In base a questa propriet, se una certa conclusione C pu essere ottenuta sulla base di un insieme P di premesse, tale conclusione pu essere ottenuta anche sulla base di qualsiasi insieme di premesse che includa le premesse contenute in P. In altre parole, una volta che si ottenuta una certa conclusione P, tale conclusione non pu essere invalidata tramite laggiunta di ulteriori premesse. La ragione di tale caratteristica risiede nel fatto che la logica simbolica, e in particolare la sua incarnazione di maggiore successo, la logica del primordine (dora in avanti: LPO), utilizza una nozione di conseguenza logica basata sulla nozione di contro-esempio. In particolare, si dice che un enunciato E conseguenza di un insieme S si enunciati se e soltanto se non possibile re-interpretare il linguaggio mantenendo fisso il significato delle parole logiche in modo da

A. Antonelli, La logica del ragionamento plausibile, in L. Floridi (a cura.di), Linee di Ricerca , SWIF, 2004, pp. 226-252. Sito Web Italiano per la Filosofia ISSN 1126-4780 www.swif.it/biblioteca/lr

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rendere veri gli enunciati in S falsificando al tempo stesso lenunciato E (una tale reinterpretazione detta un contro-esempio). Ne segue che se E conseguenza di S, anche conseguenza di qualsiasi insieme S' che contenga tutti gli enunciati di S, poich un contro-esempio che verifica S' falsificando E anche un contro-esempio che verifica S. La natura monotona della logica simbolica deriva dal fatto che essa fu sviluppata allo scopo di rappresentare in modo puramente formale il ragionamento deduttivo (specialmente matematico). Quando la conclusione di unargomentazione segue con cogenza deduttiva dalle premesse (quando la conclusione , in un certo senso, gi contenuta nelle premesse), linsieme delle premesse pu essere aumentato a piacere senza con questo invalidare la cogenza dellargomentazione. Se la conclusione non pu non essere vera se le premesse sono vere, questo fatto non pu venire a meno, non importa quali altre informazioni vengano aggiunte alla base di conoscenza. Ne segue che, nel ragionamento deduttivo, linsieme delle conclusioni che possono essere derivate da un dato insieme di conoscenze cresce in modo proporzionale allinsieme di conoscenze stesso. Vi , tuttavia, un altro tipo di ragionamento, pi tipico della vita quotidiana (ma non solo), in cui le conclusioni sono raggiunte solo provvisoriamente, riservandosi il diritto di ritrarle alla luce di ulteriori informazioni. In questo tipo di ragionamento, cosiddetto plausibile (defeasible , nella letteratura di lingua inglese), il soggetto salta alle conclusioni in base a informazioni parziali, riservandosi il diritto di rivisitare tali conclusioni quando nuove informazioni siano disponibili.

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Un tipico esempio di ragionamento plausibile dato dalle tassonomie. Vi sono molte situazioni in cui vogliamo organizzare le informazioni a nostra disposizione in modo gerarchico , in cui le categorie pi ampie ricomprendono quelle pi ristrette. Un esempio dato dal seguente diagramma:

Il diagramma rappresenta una tassonomia relativa a un individuo, Clyde. Clyde un elefante reale, e gli elefanti reali sono (un particolare tipo di) elefanti; e come si sa, gli elefanti tendono a essere grigi. Ma gli elefanti reali sono uneccezione: non sono grigi, ma come noto bianchi. La connessione con il ragionamento plausibile la seguente. Supponiamo di avere inizialmente informazioni relative solo al fatto che Clyde un elefante. Siccome gli elefanti tendono a essere grigi, possiamo plausibilmente inferire che Clyde grigio. Quando poi veniamo a sapere che Clyde s un elefante, ma un elefante reale, la conclusione che Clyde grigio viene ritratta, per essere rimpiazzata da quella opposta, che Clyde non grigio. Abbiamo qui un meccanismo di tipo ereditario in cui le sotto-categorie tassonomiche ereditano le caratteristiche delle sopra categorie. Ma tale meccanismo raramente stretto, e spesso le informazioni tassonomiche hanno eccezioni: gli uccelli volano, ma i pinguini (un tipo particolare di uccelli) costituiscono uneccezione. Un modo per catturare questo tipo di inferenze attraverso una lista

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esplicita di tutte le eccezioni. Si tratterebbe di avere una regola della forma se x un un uccello, e x non un pinguino, non uno struzzo, non un neonato, non ..., allora x vola, dove la lista di eccezioni (abbraviata da ..., potenzialmente molto lunga). Unalternativa pi naturale consiste nellinterpretare la relazione di ciascuna categoria con le proprie sottocategorie in modo non rigido, assumendo che ciascuna sottocategoria erediti i tratti delle categorie sotto cui ricade, a meno che non ci siano informazioni esplicite al contrario. Considerando un altro esempio, quando ci viene detto che Stellaluna un mammifero, naturale concludere che Stellaluna non vola, poich, per la maggior parte, i mammiferi non volano. Ma tale conclusione pu venire invalidata dallinformazione che Stellaluna un pipistrello: i pipistrelli sono un tipo particolare di mammiferi, e le informazioni pi specifiche hanno la precedenza su quelle pi generiche. possibile, naturalmente, che anche tale conclusione venga invalidata, ad esempio se venissimo a sapere che Stellalune un pipistrello neonato. Si tratta, come si pu vedere, di complesse argomentazioni, che non solo sono fuori portata per LPO, ma che richiedono di venire analizzate e regimentate. Un altro esempio di ragionamento plausibile proviene dalla teoria delle basi dati (database). Supponiamo di dover viaggiare da Oshkosh nel Wisconsin a Minsk in Russia. Consultando lagenzia di viaggi, scopriamo che non vi sono voli diretti: come fa limpiegato dellagenzia a sapere che non ci sono voli? In un certo senso, limpiegato non sa che non ci sono voli. La base dati delle linee aeree contiene solo informazioni esplicite riguardanti i voli effetivamente previsti, ma nessuna informazione riguardanti i voli non esistenti. Tuttavia, la base dati incorpora anche quella che si chiama l assunzione del mondo chiuso, che ci dice in pratica che la

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base dati completa, e che quindi se un certo volo non menzionato esplicitamente, non esiste. chiaro che la conclusione che non ci sono voli diretti da Oshkosh a Minsk solo provvisoria, e che viene a cadere quando la base dati aumentata con certi tipi di informazioni. In modo simile, i sistemi diagnostici incorporano fome di ragionamento plausibile. Quando un dispositivo complesso subisce un guasto, naturale supporre che un insieme minimo di componenti ne sia responsabile. Ad esempio, se il venir meno di due componenti scelti fra A, B, e C, pu spiegare il guasto, plausibile supporre che solo due, e non tutti e tre siano venuti a mancare. Ma tale conclusione solo plausibile, perch pu essere ritirata alla luce di ulteriori informazioni (ad esempio, se il guasto permane dopo avere sostituito A e B). Questi tipi di ragionamento plausibile sono assai difficili da catturare in modo formale. Nonostante sia sempre stato chiaro, fin dagli inizi, che LPO del tutto inadeguata a rappresentare formalmente il ragionamento plausibile, I tentativi di sviluppare dei formalismi che fossero al tempo stesso precisi e adeguati non sono cominciati fino a circa il 1980. In quellanno, infatti, lautorevole rivista Artificial Intelligence Journal pubblic un numero monografico dedicato alle logiche non monotone, le logiche, cio, dedicate a catturare formalmente il ragionamento plausibile. Lo studio formale del ragionamento plausibile, a partire dalle sue origini nellinformatica e nellintelligenza artificiale, si sviluppato fino a diventare un campo di ricerca autonomo, enfatizzando gli aspetti fondazionali e concettuali almeno altrettanto quanto quelli di complessit computazionale.

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RELAZIONI DI CONSEGUENZA Gli esempi della sezione precedente rendono chiaro che la formalizzazione del ragionamento plausibile richiede labbandono della monotonicit della relazione di conseguenza logica. Ma tale abbandono solo un primo passo. Bisogna chiedersi, infatti, quali propriet della relazione di conseguenza plausibile siano desiderabili, una volta abbandonata la monotonicit. Poich la relazione di conseguenza connette un insieme di enunciati con singoli enunciati , si possono considerare in astratto le propriet di tale relazione. Ad esempio, la monotonicit pu essere espressa dicendo che se una conseguenza di , allora anche una conseguenza di qualsiasi altro insieme di enunciati che contenga come un sottoinsieme. Le seguenti propriet sono comunemente considerate propriet desiderabile di qualsiasi relazione di conseguenza plausibile: 1. Sopraclassicalit : se una conseguenza di in LPO, allora anche una conseguenza plausibile di . 2. Riflessivit: se uno degli enunciati contenuti in , allora una conseguenza plausibile di . 3. Taglio: se una conseguenza plausibile di , e una conseguenza plausibile di insieme a , allora gi una conseguenza plausibile di . La sopraclassicalit incorpora lidea che la relazione di conseguenza logica di LPO in un certo senso la pi piccola, o la pi convervativa, e che quindi se una conseguenza di in LPO, allora deve anche essere una conseguenza di in qualsiasi altra relazione di conseguenza che sia pi liberale di quella di LPO.

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Delle altre due condizioni, la pi semplice concettualmente la riflessivit. Certamente vogliamo che tutti gli enunciati gi contenuti in siano inferibili da , qualunque sia la nostra nozione di conseguenza logica. Non chiaro in che senso una relazione che non soddisfa la riflessivit possa chiamarsi una relazione di conseguenza. Il taglio, una forma di transitivit, unaltra caratteristica cruciale delle relazioni di conseguenza. Il taglio esprime un principio di conservazione: se si aggiunge a un enunciato che gi una conseguenza di , ci non conduce ad alcun incremento nelle conseguenze di . Un altro modo di considerare il taglio come una condizione sulla lunghezza delle dimostrazioni, e in particolare come la condizione che la lunghezza di una dimostrazione non deve condizionare il grado con cui le premesse danno sostegno alla conclusione. Mentre LPO chiaramente soddisfa tutte e tre le propriet sopramenzionate, il ragionamento di tipo probabilistico, spesso indicato come candidato alla formalizzazione del ragionamento plausibile, non riesce a soddisfare il taglio. La ragione, chiaramente, che nel ragionamento di tipo probabilistico il sostegno che le premesse danno alla conclusione inversamente proporzionale alla lunghezza della dimostrazione. Si consideri il seguente esempio. Si abbrevi x alto-atesino con Ax, x di madre lingua tedesca con Bx, e x nato in Germania con Cx. Inoltre, sia linsieme comprendente gli enunciati La maggior parte degli A sono B, La maggior parte dei B sono C, e Ax. Enunciati della forma La maggior parte degli A sono B vanno interpretati probabilisticamente, nel senso, che la probabilit condizionale di B dato A , ad esempio, maggiore del 50%. In modo simile, diciamo che d sostegno (probabilisticamente) a un enunciato se assegna a una

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probabilit maggiore del 50%. Nel nostro esempio, sostiene Bx (perch Ax insieme a La maggior parte degli A sono B assegna a Bx una probabilit maggiore del 50%); e insieme a Bx sostiene Cx (per simili motivi), ma da solo non sostiene Cx, poich ci dice solo che x alto-atesino, e la probabilit che un altoatesino sia nato in Germania molto bassa o nulla. Come abbiamo visto, la monotonicit (o la sua mancanza) meritano considerazioni a parte. Vi sono, nella letteratura scientifica, due ulteriori propriet che sono state proposte come surrogati delle monotonicit, di cui sono casi particolari: 1. Monotonicit cauta: Se e sono (ciascuna indipendemente) conseguenze plausibili di , allora una conseguenza plausibile di insieme a . 2. Mononicit razionale: Se la negazione di non conseguenza plausibile di , ma conseguenza plausibile di , allora anche conseguenza plausibile di insieme a . La monotonicit cauta ci dice che aggiungere una conseguenza plausibile allinsieme delle premesse non conduce a nessuna riduzione nellinsieme delle conseguenze. In quanto tale, la monotonicit cauta linverso preciso del taglio. Insieme, le due propriet ci dicono che aggiungere una conseguenza plausibile allinsieme delle premesse non conduce n a un aumento n a una diminuzione dellinsieme delle conseguenze. Queste due propriet taglio e monotonicit cauta fissano il carattere cumulativo del processo inferenziale: ci dicono che possiamo continuare a trarre conclusioni e usare tali conclusioni come nuove premesse, senza preoccuparci che cos facendo alcune conclusioni vengano indebitamente validate o invalidate.

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Il caso della mononicit razionale, sebbene superficialmente simile, molto diverso, come dimostra il controesempio, dovuto a Robert Stalnaker, dei tre compositori: Verdi, Bizet, e Satie. Supponiamo inizialmente di accettare (correttamente, ma senza assoluta certezza) che Verdi italiano, mentre Bizet e Satie sono francesi. Supponiamo anche di venire a sapere da una fonte attendibile che Verdi e Bizet sono compatrioti. Questa nuova informazione ci porta a ritrattare la conclusione che Verdi italiano (perch potrebbe essere francese) e che Bizet francese (perch potrebbe essere italiano), ma non ci dice nulla riguardo a Satie, e quindi continuiamo a credere che Satie francese. Quindi, lenunciato Satie francese una conseguenza plausibile di Verdi e Bizet sono compatrioti (assumendo le nostre ipotesi iniziali sulla nazionalit dei tre compositori sullo sfondo). Notiamo anche che linformazione che Verdi e Bizet sono compatrioti non ci porta a quella che Verdi e Satie non sono compatrioti (perch Verdi, in fondo, potrebbe essere francese). Possiamo quindi considerare cosa succederebbe, dovessimo aggiungere Verdi e Satie sono compatrioti al nostro insieme di premesse, che gi include Verdi e Bizet sono compatrioti. Questi due enunciati, insieme, sono equivalenti allasserzione che tutti e tre i compositori hanno la stessa nazionalit. Ne segue che la conclusione che Satie francese non preservata dallaggiunta del second enunciato (Verdi e Bizet sono compatrioti), contrariamente a quanto richiede la mononicit razionale. Questo ci porta a identificare le quattro propriet (sopraclassicalit, riflessivit, taglio, e monotonict cauta) come caratteristiche desiderabili di una relazione di conseguenza plausibile.

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LOGICHE NON MONOTONE Nel corso degli ultimi 25 anni, sono stati proposti molti formalismi volti alla formalizzazione del ragionamento plausibile, a cominciare dai contributi di John McCarthy, Drew McDermott, Jon Doyle, e Raymond Reiter. con tali formalismi che la realizzazione dellinadeguatezza della LPO per la formalizzazione del ragionamento plausibile viene per la prima volta coniugata con un serio tentativo di provvedere un contesto formale in cui cominciare a discutere delle inferenze plausibili in modo preciso. Fra i molti formalismi proposti, ci limitiamo in questa sede a considerare brevemente le reti semantiche non monotone e la logica di default di Reiter (per un ampio e completo trattamento si veda, ad esempio, Dov M. Gabbay et al. [1994]). Come abbiamo visto, ogniqualvolta si abbia un insieme di conoscenze organizzato tassonomicamente, sorge la possibilit di eccezioni , e con le eccezioni, anche la possibilit di inferenze contraddittorie (come ad esempio le conclusioni che Stellaluna vola perch un pipistrello e che non vola perch un mammifero). Le relazioni tassonomiche sono rappresentabili in modo naturale tramite reti semantiche, in cui le varie categorie sono usate per etichettare i nodi della rete, che a loro volta sono connessi per mezzo di archi rappresentanti la relazione di inclusione fra categorie. Quando tale relazione di inclusione non stretta, ma solo plausibile, si hanno reti semantiche non monotone in cui si possono rappresentare le eccezioni. Una rete semantica non monotona si pu trovare, ad esempio, nella seguente figura:

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Un arco del tipo A B rappresenta lasserzione che gli A sono, tipicamente, B (mentre larco corripsondente in cui la freccia sbarrata rappresenta lasserzione che tipicamente gli A non sono B). Il compito principale di una teoria delle reti semantiche non monotone quello di determinare quali asserzioni siano giustificate sulla base di un tale diagramma. Una speciale considerazione, estranea ad altri formalismi, entra in gioco nel caso delle reti semantiche non monotone, e cio la specificit. una delle intuizioni principali riguardanti le reti semantiche che nel caso di conflitti fra potenziali conclusioni, le informazioni pi specifiche devono avere il sopravvento su quelle pi generiche. Nellesempio qui sopra, ci comporta che lasserzione che i pipistrelli volano viene preferita a quella che i pipistrelli non volano perch questultima pu essere ottenuta solo mediante il meccanismo dellereditariet dalla sopracategoria dei mammiferi. Non tutti i conflitti, per, possono essere risolti tramite la specificit. Ci sono conflitti in cui nessuna delle due asserzioni incompatibili pi specifica dellaltra. Si consideri ad esempio il famoso diagramma noto come Nixon diamond:

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chiaro che il diagramma sostiene due asserzioni incompatibili, e cio che Nixon un pacifista (perch quacchero) e che Nixon non un pacifista (perch repubblicano), e nessuna delle due pi specifica dellaltra. In questo caso la teoria delle reti semantiche non monotone si trova di fronte a una scelta. Una prima alternativa quella di adottare un atteggiamento cosiddetto scettico e in presenza di conclusioni contrastanti, sospendere il giudizio. Ci significa, ad esempio, adottare le conclusioni intermedie che Nixon sia un quacchero che un repubblicano, cos come quella che I quaccheri, a differenza dei repubblicani, tendono a essere pacifisti, ma n la conclusione che Nixon una pacifista, n quella contraria. Lalternativa a un atteggiamento scettico invece un atteggiamento cosiddetto credulone, che consiste nellaccettare sempre un insieme di conclusioni quanto pi grande possibile, soggetto solamente alla condizione della coerenza. In questo caso, ci comporterebbe laccettazione di una, e soltanto una, delle due conclusioni incompatibili (Nixon pacifista, Nixon non pacifista). La teoria delle reti semantiche usa la nozione di estensione allo scopo di rendere queste idee precise. (La nozione di estensione un concetto ricorrente nella

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formalizzazione del ragionamento plausibile lo ritroviamo, ad esemppio, nelle logiche cosiddette di default .) Come nozione ausiliaria, si definisca un cammino attraverso la rete semantica come una successione di archi consecutivi, tutti positivi, tranne possibibilmente lultimo (un cammino si dice positivo o negativo a seconda del segno dellultimo arco). Dato un cammino attraverso una rete, ad esempio A B C, si pu considerare lasserrzione corrispondente, Gli A sono tipicamente C ottenuta dai nodi estremi del cammino. Possiamo ora definire unestensione di una rete semantica come un insieme massimale di cammini tale che nessuna delle asserzioni da essi sostenuta risulta incompatibile con nessun altra. Pi specificamente, unestensione un insieme massimale di cammini attraverso la rete non contenente alcuna coppia di cammini da uno stesso nodo A a uno stesso nodo B, ma di segno opposto. Una volta ottenuta unestensione per una rete semantica possibile considerare linsieme di asserzioni da essa sostenute: ad esempio, lasserzione Gli A sono (oppure: tendono ad essere) B sostenuta da una data estensione se e soltanto se lestensione contiene un cammino dal nodo (etichettato) A al nodo (etichettato) B. Molte variet di ragionamento plausibile, specialmente le varianti cosiddette credulone, ammettono multiple estensioni incompatibili, senza che vi sia alcun modo preferito per sceglierne una privilegiata. Ci rende difficile risolvere il problema delle definizione di una relazione di conseguenza per il ragionamento plausibile. Per tali ragioni, alcuni studiosi, come ad esempio Horty, Thomason e Touretzky [1990] hanno proferito dare un approccio di tipo scettico diretto. Un approccio di tipo scettico si dice diretto se procede alla costruzione di unestensione privilegiata corrispondente presumibilmente alle intuizioni

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scettiche e quindi non avente il carattere massimale usato sopra seguita dalla derivazione delle asserzioni giustificate sulla base di tale estensione. Nellesempio del Nixon diamond, lapproccio diretto procede a identificare lunica estensione corrispondente alle intuizioni di tipo scettico, in cui n lasserzione che Nixon un pacifista, n quella che non lo sono giustificate. Bisogna anche notare che, accanto allapproccio scettico diretto ve ne anche uno indiretto, che procede alla costruzione di tutte le estensioni massimali (cio, credulone) della rete, e poi considera linsieme di asserzioni giustificate in ogni estensione. Alcuni studiosi, come ad esempio Makinson e Schlechta [1991] hanno fornito argomentazioni volte a mostrare la superiorit di tale approccio indiretto tali argomentazioni sono considerate nella prossima sezione). Accanto (originariamente alle reti semantiche, da R. le logiche cosiddette un di default

proposte

Reiter),

costituiscono

formalismo

particolarmente ricco e flessibile per la rappresentazione del ragionamento plausibile. In tale formalismo, un default semplicemente una regola di inferenza della forma: : dove , , e sono enunciati in dato linguaggio, detti la premessa, giustificazione, e la conclusione della regola (rispettivamente). Linterpretazione intuitiva della regola di default che se conosciuto, e non vi sono ragioni per pensare che sia falso, allora si pu inferire . chiaro che la regola essenzialmente non monotona: se a un certo punto si dovesse venire a sapere che falso, linferenza verrebbe bloccata.

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Queste intuizioni possono essere rese precise attraverso la nozione di estensione. Dato un insieme di regole di default, unestensione per un sottoinsieme di le cui conclusioni implicano le premesse delle regole in e le cui giustificazioni non sono refutabili sulla base delle conclusioni delle regole in . Come nel caso delle reti semantiche, vi sono insiemi per cui non esiste alcuna estensione, o per cui esistono estensioni multiple. Si consideri ad esempio linsieme comprendente solamente la seguente regola R: t: dove t un enunciato analiticamente vero e la negazione di . Linsieme non pu avere alcuna estensione. Si supponga infatti che sia unestensione per ; vi sono due casi, a seconda che R sia contenuta in oppure no. Se lo , allora una conclusione delle regole in , e quindi la giustificazione di R viene a cadere. Se non lo , allora si ha che T conosciuto (perch analiticamente vero), e non vi sono ragioni per pensare che sia falso (lunica ragione possibile data da che per non fra le conclusioni delle regole in ), e quindi R deve essere in dopo tutto. Siccome in ogni caso si ottiene una contraddizione, bisogna concludere che non ha estensioni. Si consideri ora il caso di un insieme con estensioni multiple. contiene, ad esempio, le due regole R 1 e R2: t: t:

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Un ragionamento simile a quello sopra dimostra che ciascuna estensione di deve contenere esattamente una delle due regole R1 e R2, e quindi che deve avere esattamente due estensioni, una contenente R1 e una contenente R 2. Come nel caso delle reti semantiche, quando si hanno insiemi di regole senza estensioni o aventine pi di una, difficile definire una relazione di conseguenza basata sul concetto di regola di default.

IL PROBLEMA DELLE FLOATING CONCLUSIONS A illustrazione del tipo di problemi che si incontrano nella formalizzazione del ragionamento palusibile si consideri il caso gi accennato delle cosiddette floating conclusions. Per semplicit ci limitiamo a considerare il caso (pi semplice) delle reti semantiche. Un enunciato E una floating conclusion di una rete semantica se tale enunciato derivabile in ogni estensione di , ma non vi nessuna linea di argomentazione che comune a tutte le estensioni. Per chiarire il problema si consideri il seguente diagramma:

La rete semantica in questione ha, come chiaro, due estensioni massimali. Una prima estensione giustifica lasserzione che Nixon un falco, mentre laltra

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giustifica lasserzione che Nixon una colomba, ed entrambe giustificano lasserzione che Nixon un estremista. Tale asserzione, tuttavia, contenuta nelle due estensioni attraverso due diversi cammini , ed pertanto detta una floating conclusion. Bisogna accettare le floating conclusions? A prima vista si direbbe di s: sembrerebbe intuitivamente corretto concludere che Nixon politicamente estremista, in analogia con il classico modello della prova per casi. Si consideri lindividuo, Nixon; due casi sono possibili: o Nixon un repubblicano oppure un quacchero. Nel primo caso Nixon un falco, e quindi estremista; nel secondo caso una colomba, e quindi di nuovo estremista. Ne segue che, indipendemente da quale dei due casi corrisponda a realt, Nixon politicamente estremista. La correttezza intuitiva di tale linea di ragionamento stata apportata da vari ricercatori (ad esempio Makinson and Schlecta) come unargomentazione contro gli approcci scettici diretti alla teoria delle reti semantiche. Un approccio diretto,

infatti, procedendo allidentificazione di unestensione non massimale, deve per forza perdere la conclusione che Nixon politicamente estremista, dato che ciascuno dei due cammini che la giustificano viene eliminato nel ragionamento scettico. Recentemente, tuttavia, John Horty [2002] ha presentato unargomentazione volta a chiamare in causa questa conclusione apparentemente inattaccabile. Horty ci chiede di considerare il seguente scenario. Si supponga che I miei genitori abbiano accumulato una fortuna di un milione di dollari, ma che al fine di ridurre la loro esposizione fiscale abbiano scelto un regime di separazione dei beni. Purtroppo, entrambi sono stati colpiti da una malattia rara e incurabile, hanno fatto testamento, e sono caduti in un coma

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irreversibile. Supponiamo anche che, per alleviare il mio imminente dolore, io stia considerando un grosso acquisto, ad esempio, uno yacht. Bench lo yacht sia

disponibile immediatamente, il prezzo sufficientemente buono da garantirne la vendita entro un mese. Ora, io posso assicurarmi lo yacht pagando un grosso anticipo, e promettendo di pagare il resto non appena avr ereditato la mia fortuna. Le mie presenti condizioni finanziarie sono tali che non potrei assolutamente permettermi lo yacht senza la futura eredit, e se essa non si materializzasse dovrei rinunciare al cospicuo anticipo. Lasciando da parte i dubbi sulla sincerit del mio dolore, chiaro che le mie preferenze sono tali che se io fossi convinto di ereditare da almeno uno dei miei genitori allora sarebbe nel mio interesse pagare il deposito, altrimenti sarebbe nel mio interesse non pagare il deposito. A complicare la situazione, c il fatto che io ho un fratello e una sorella, entrambi i quali sono fonti di informazioni (fallibili, come tutti, ma altrimenti) estremamente attendibili. Entrambi sono riusciti a parlare con i miei genitori prima che cadessero nel coma, e adesso mi riportano la seguente situazione. Mio fratello, avendo parlato con mio padre, mi assicura che pap lascer I soldi a lui, ma che non devo preoccuparmi, perch mamma lascer la sua fortuna a me. Mia sorella invece, avendo parlato con mia madre, mi assicura che mamma lascer i soldi a lei, ma che non devo preoccuparmi, perch pap lascer la sua fortuna a me. Questo tutto quel che so. I miei genitori sono in coma, e mio fratello e mia sorella sono irraggiungibili. La questione, ovviamente se io debba concludere che erediter almeno mezzo milione di dollari e quindi se io debba pagare lanticipo sullo yacht. La situazione rappresentata in termini di teoria della decisione nel seguente diagramma ad albero:

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Gli archi etichettati A, B, e C rappresentano le tre possibili azioni di mio padre (lasciare la fortuna a me, mio fratello, o mia sorella), e in modo simile gli archi etichettati a, b, e c. Mio fratello mi informa che la situazione data da B+a, mentre mia sorella sostiene A+c. chiaro, sostiene Horty, che in questo caso del tutto non banale che io ricever uneredit. Infatti ci sono buone ragioni per pensare il contrario. Eppure, in questo caso lasserzione che io avr almeno mezzo milione di dollari alla fine del mese una floating conclusion. Infatti, se la situazione viene rappresentata in termini epistemici piuttosto che di teoria della decisione, abbiamo il seguente diagramma:

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che , come chiaro, isomorfo a quello usato nellesempio sullestremismo politico di Nixon. Dal momento che linsieme di conclusioni derivabili da una data rete semantica determinato dalla topologia della rete e non dalle etichette dei nodi, chiaro che anche nel caso dellestremismo politico di Nixon la derivabilit della floating conclusion deve dipendere da fattori ulteriori rispetto alla

rappresentazione per mezzo di una certa rete semantica. Pi in generale, questo esempio sufficiente a chiamare in questione lassunzione che le floating conclusions siano sempre desiderabili. Unanalisi precisa di questo tipo di conclusioni va oltre i limiti del presente trattamento, ma almeno questo chiaro, che tale analisi non dovrebbe essere pregiudicata dal particolare formalismo scelto.

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CONCLUSIONI Vi sono due requisiti fondamentali alla base dello sviluppo di un formalismo per il ragionamento plausibile. Il primo un requisito di adeguatezza materiale , il secondo un requisito di correttezza formale . Il primo requisito concerne ladeguatezza del formalismo a rappresentare in maniera corretta un vasto numero di esempi di ragionamento palusibile. In molti casi vi sono chiare intuizioni riguardo al tipo di conclusioni plausibili siano derivabili da un dato insieme di conoscenze, a quali condizioni tali conclusioni siano ritratte e quali conclusioni invece non seguano dalle conoscenze disponibili. Noi vogliamo che il formalismo prescelto correttamente rappresenti ciascuno di questi casi, e non pregiudichi quelle circostanze in cui intuizioni precise non sono disponibili. Il requisito di correttezza formale, invece, concerne le propriet intrinseche del formalismo. In questo caso, vogliamo che il formalismo dia origine a una relazione di conseguenza plausibile che abbia le necessarie propriet matematiche, e in particolare che soddisfi i requisiti della riflessivit, taglio, e monotonicit cauta. possibile che a volte i due requisiti di adeguatezza materiale e correttezza formale entrino in tensione. La spinta a catturare un numero sempre maggiore di esempi pu portare a varianti del formalismo che non sodddisfano le propriet formali desiderate, e viceversa il desiderio di mantenere un formalismo matematicamente elegante pu portare a volte a perdere i fenomeni che si vogliono rappresentare.

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A maggior ragione, la possibilit di questa tensione contribuisce a fare dello studio formale del ragionamento plausibile uno dei campi di ricerca pi interessanti, allintersezione della filosofia con le scienze formali e cognitive.

BIBLIOGRAFIA RAGIONATA Mentre sono reperibili numerose opere che introducono gentilmente il lettore alla logica classica del primordine (Bencivenga [1984] un esempio per tutti), difficile trovare opere analoghe per la logica del ragionamento plausibile, specialmente in italiano. A livello introduttivo, ma in lingua inglese, si possono consultare Brewka, Dix, e Konolige [1997], Antonelli [2001] e Antonelli [2003], questultimo disponibile in rete attraverso la Stanford Encyclopedia of Philosophy (http://plato.stanford.edu). In italiano, ma a livello pi avanzato si possono consultare Benzi [1997] e Fischer Servi [2001]. Una pietra miliare nello sviluppo delle logiche per lintelligenza artificiale fu la pubblicazione, nel 1980, di un numero monografico dellautorevole rivista Artificial Intelligence. Molti dei lavori contenuti in tale volume introducono i nuovi formalismi per il ragionamento plausibile: non solo le gi citate logiche di default di Reiter [1980], ma anche formalismi di cui non ci siamo veramente potuti occupare, come ad es. (ma non solo) la circoscrizione di McCarthy [1980] e lapproccio modale di McDermott e Doyle [1980]. Molti di tali lavori (ed altri, ugualmente fondamentali) sono stati successivamente raccolti nellantologia di Ginsberg [1987] ormai purtroppo esaurita. Al suo posto va invece segnalata unaltra opera di consultazione, che raccoglie molti eccellenti articoli: il volume curato da Gabbay, Hogger e Robinson [1994], si presenta come il punto di riferimento fondamentale

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per chi, a suo agio con trattamenti tecnici, voglia avvicinarsi al campo delle logiche non monotone. Un tema che invece pu essere affrontato anche senza vaste competenze tecniche quello delle relazioni di conseguenza non monotone. In questo ambito possibile applicare le proprie intuizioni pre-teoretiche e aggiudicare le varie alternative (naturalmente, largomento pu anche essere perseguito in maniera altamente tecnica). Il punto di partenza, almeno storicamente, il lavoro di Gabbay [1985], e contributi fondamentali si devono a Stalnaker [1994] e Makinson [1994] (ma si veda anche Antonelli [1997]). Infine, un altro argomento che, purch potenzialmente tecnico, pu essere affrontato anche a livello informale (grazie allintuitivit dei diagrammi) quello delle reti semantiche non monotone. Qui il riferimento centrale Horty [1994], che fornisce uneccellente sistematizzazione del soggetto delle reti semantiche. Fra I testi originali che propongono lapproccio scettico vi sono Thomason, Horty, Touretzky [1987] e Horty, Thomason, Touretzky [1990], mentre Antonelli [1997] affronta il problema delle reti semantiche non monotone cicliche.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Aldo Antonelli (1997), Defeasible Inheritance on Cyclic Networks, Artificial Intelligence 92, pp. 1-23. Aldo Antonelli (1999), A Directly Cautious Theory of Defeasible Consequence for Default Logic via the Notion of General Extensions, Artificial Intelligence 109, n. 1-2, pp. 71-109. Aldo Antonelli (2001), Non-Monotonic Logic, in E. Zalta (a cura di), The Stanford Encyclopedia of Philosophy (http://plato.stanford.edu). Aldo Antonelli (2003), Logic, in Luciano Floridi (a cura di), Blackwell Guide to the Philosophy of Computing and Information, Blackwell, Oxford. Ermanno Bencivenga (1984), Il primo libro di logica , Bollati Boringhieri, Torino.

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Ray Reiter, Giovanni Criscuolo (1981) On interacting defaults, in Proceedings of the Seventh International Joint Conference on Artificial Intelligence, pp. 270-276, Vancouver, B.C. Robert Stalnaker (1994), Nonmonotonic consequence relations, Fundamenta Informatic , v. 21 pp. 7-21. Karl Schlechta (1993) Directly skeptical inheritance cannot capture the intersection of extensions, Journal of Logic and Computation, v. 3, pp. 455-67. David Touretzky (1986), The Mathematics of Inheritance Systems, Morgan Kaufmann, Los Altos, California.

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Simone Gozzano

EMOZIONI E FILOSOFIA

Versione 1.0

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SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia Rivista elettronica di filosofia - Registrazione n. ISSN 1126-4780

Linee di Ricerca SWIF Coordinamento Editoriale: Gian Maria Greco Supervisione Tecnica: Fabrizio Martina Supervisione: Luciano Floridi Redazione: Eva Franchino, Federica Scali.

AUTORE Simone Gozzano [s.gozzan@phil.uniroma3.it] professore associato all'Universit de L'Aquila, dove insegna Filosofia della mente. Ha scritto Storia e teorie dell'intenzionalit (Laterza 1997) e Intenzionalit, contenuto e comportamento (Armando 1997). Ha introdotto e curato Mente senza linguaggio (Editori riuniti 2002). Recentemente si interessa di causalit mentale ed emozioni, temi sui quali ha scritto alcuni saggi. La revisione editoriale di questo saggio a cura di Federica Scali.

LdR un e-book, inteso come numero speciale della rivista SWIF. edito da Luciano Floridi con il coordinamento editoriale di Gian Maria Greco e la supervisione tecnica di Fabrizio Martina. LdR - Linee di Ricerca il servizio di Bibliotec@SWIF finalizzato allaggiornamento filosofico. LdR un e-book in progress, in cui ciascun testo un capitolo autonomo. In esso l'autore o l'autrice, presupponendo solo un minimo di conoscenze di base, fornisce una visione panoramica e critica dei temi principali, dei problemi pi importanti, delle teorie pi significative e degli autori pi influenti, nell'ambito di una specifica area di ricerca della filosofia contemporanea attualmente in discussione e di notevole importanza. Il fine quello di fornire al pubblico italiano un'idea generale su quali sono gli argomenti di ricerca di maggior interesse nei vari settori della filosofia contemporanea oggi, con uno stile non-storico, accessibile ad un pubblico di filosofi non esperti nello specifico settore ma interessati ad essere aggiornati. Tutti i testi di Linee di Ricerca sono di propriet dei rispettivi autori. consentita la copia per uso esclusivamente personale. Sono consentite, inoltre, le citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purch accompagnate dall'idoneo riferimento bibliografico. Per ogni ulteriore uso del materiale presente nel sito, fatto divieto l'utilizzo senza il permesso del/degli autore/i. Per quanto non incluso nel testo qui sopra, si rimanda alle pi estese norme sui diritti dautore presenti sul sito Bibliotec@SIWF, www.swif.it/biblioteca/info_copy.php. Per citare un testo di Linee di Ricerca si consiglia di utilizzare la seguente notazione: AUTORE, Titolo, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca, SWIF, 2003, ISSN 1126-4780, p. X, www.swif.it/biblioteca/lr.

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INTRODUZIONE Le emozioni costituiscono un capitolo fondamentale della nostra vita. Ci danno il senso e la misura, in maniera diretta e non necessariamente cognitiva o razionale, di ci che ci piace e di quanto detestiamo, del valore delle nostre esperienze e di quello che vogliamo. Anche un semplice e approssimativo elenco come questo fa emergere, seppure in modo implicito, quanti e quali ruoli le emozioni possano avere per chi si interessa di filosofia. Esse infatti entrano in contatto con la nostra vita psicologica, con le nostre scelte, con la motivazione e letica e, in generale, sono caratterizzanti di ci che siamo. Il primo aspetto delle emozioni che si pu evidenziare il rapporto che si instaura fra queste e la ragione. Platone vede questi due termini in netta opposizione: E lanima del vero filosofo si astiene dai piaceri, dai desideri e dalle paure il pi possibile, considerando che chi si lascia prendere oltre misura dai piaceri o dai timori o dai dolori o dalle passioni non riceve da essi un male di quelli che si potrebbe credere .. ma subisce il male pi grande che si possa immaginare . che lanima delluomo, provando un forte piacere o un forte dolore a causa di qualche cosa, spinta per questo a credere che ci che le fa provare queste sue affezioni sia la cosa pi evidente e pi vera, mentre non cos (Fedone, 83 C-D). Conseguenza, il vero filosofo si libera dalle passioni, esse offuscano la ragione.

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La tesi di Platone stata variamente sostenuta e combattuta e oggi considerata con notevole scetticismo. Gi Aristotele, nell Etica Nicomachea , evidenziava la sussistenza di un legame tra le passioni e la ragione quando osservava che le emozioni si fanno stemperare dalla persuasione. Naturalmente, si potrebbe sostenere che la tesi aristotelica descrittiva (ci dice come vanno le cose) mentre quella platonica prescrittiva (specifica come le cose dovrebbero andare). Fatto sta che la relazione tra emozioni e ragione costituisce uno dei terreni di analisi, e di scontro, dellattuale ricerca in filosofia della mente. opportuno considerarlo immediatamente.

EMOZIONI E RAGIONI Come abbiamo visto, Platone ritiene che la ragione debba dominare e liberarsi dalle passioni. Questo punto di vista spesso stato criticato e non sempre stato dominante. Esso ritenuto tipico della cristianit e ad esso si opposto, tra gli altri, David Hume il quale ha asserito: La ragione , e deve soltanto essere, schiava delle passioni e non pu aspirare ad altro ufficio se non al servire ed obbedire a queste (Trattato sulla natura umana , 2.3.3. 4, trad. mia). Come si vede la tesi di Hume sia descrittiva sia prescrittiva. Lopposizione tra la visione platonica e quella humeana manifesta, nondimeno, un punto di comunanza: emozioni e ragioni sono alterne e complementari tra loro, e non pare possibile un loro rapporto armonico e integrato. Nel corso del Novecento questo punto di vista stato messo in crisi, forse in modo definitivo. Tra i pi accesi e radicali critici del contrasto tra ragioni ed emozioni possiamo considerare il fisiologo Antonio Damasio (1994). Evidenziando, tramite numerosi

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casi clinici diretti, limpatto che le emozioni hanno sulle nostre azioni e sulla nostra condotta, Damasio ha mostrato che la nostra capacit di agire coerentemente con le nostre credenze e i nostri desideri e di avere credenze e desideri in accordo tra loro profondamente messa in crisi allorquando la capacit di sentire emozioni seriamente danneggiata o scomparsa del tutto. La capacit di agire razionalmente e di pensare razionalmente, quindi, quantomeno influenzata dalla capacit di patire e provare emozioni. In effetti, la nostra capacit di scelta sicuramente soggetta a gusti e preferenze personali e queste, a loro volta, hanno certamente una componente edonica, relativa al piacere/dolore, che di natura emotiva. E la razionalit nelloperare scelte anche, non solo, tenendo conto di questa componente essenziale, perch rinforza la motivazione e ci pone entro situazioni e imprese che evidentemente si confanno allimmagine che abbiamo di noi stessi, essendo cose che ci piacciono. Daltro canto, se vero che le ragioni implicano le emozioni, si pu sostenere anche il contrario. infatti plausibile sostenere che esiste una ragionevolezza delle emozioni e quindi che le emozioni implicano la ragione. Consideriamo infatti che riconosciamo lappropriatezza o meno delle nostre emozioni rispetto alle esperienze o alle situazioni nelle quali ci troviamo. Lesser spaventati da qualcosa viene giudicato come ragionevole o meno a seconda del cosa ci ha spaventati. vero che molto spesso lemozione, per cos dire, scatta in maniera pressoch automatica, nondimeno, a posteriori, giudichiamo se era o meno ragionevole provare o reagire nel modo in cui abbiamo patito o reagito in relazione alla causa della paura. Vale a dire, giudichiamo la nostra reazione emotiva come ragionevole o irragionevole,

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giustificata o ingiustificata, esattamente come facciamo con le nostre ragioni una volta che le loro conseguenze si siano manifestate effettivamente. Da questa rapida analisi emerge che la relazione tra ragioni ed emozioni dunque una relazione di doppia implicazione, anche se tale relazione non va intesa in senso strettamente logico-formale. Essa, nondimeno, ci fornisce una chiara indicazione di quanto sia difficilmente sostenibile limmagine puramente contrastiva di questi due elementi1. Un altro tema di grande interesse, che ha sempre definito molta della ricerca sulle emozioni, il carattere vissuto o sentito delle emozioni, a giudizio di molti una delle propriet intrinseche e peculiari delle emozioni stesse, caratteristica da porre in contrasto con la componente cognitiva delle emozioni. Consideriamo allora questo secondo contrasto.

EMOZIONI SENTITE E PENSATE William James (1884) si concentr sulla componente propriocettiva ed esperita delle emozioni. Ci che patiamo, pensava, costituisce il cuore dellemozione. In questo modo premiava limmagine di senso comune per la quale le emozioni sono il vissuto interno personale. Tuttavia, scendendo maggiormente nei dettagli, James propose poi una visione del tutto controintuitiva. A suo modo di vedere, non siamo spaventati perch qualcosa ci ha fatto paura ma, al contrario, giudichiamo qualcosa come spaventoso perch ci siamo spaventati. In sostanza, James ritiene che prima si ha la risposta fisiologica ed emotiva e, in seguito ad essa, noi effettuiamo una rapidissima valutazione del tipo di risposta che abbiamo avuto giudicandola in un
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Per unanalisi di questo e altri temi si veda il saggio di Calabi (1996).

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certo modo, ad esempio di paura, e di conseguenza asseriamo di aver provato paura e che la causa di tale emozione paurosa. Prima percepiamo laumento del nostro battito cardiaco e poi affermiamo di aver provato paura. Questo punto di vista ha in seguito mostrato la corda sia in seguito alle risposte di uno psicologo come Cannon sia grazie ai risultati sperimentali forniti da Schachter verso la met degli anni Sessanta. Schachter infatti not che dal punto di vista fisiologico una risposta di paura, come una di estrema ansia reattiva, sono assai simili. Perch allora le distinguiamo? Egli iniett ad alcuni soggetti una sostanza eccitatoria, proprio al fine di indurre uno stato generale di arousal o eccitazione autonomica , attivazione fisiologica complessa caratterizzata da vari parametri fisiologici quali frequenza cardiaca e pressoria, dilatazione pupillare, valori ormonali e via dicendo. I soggetti vennero quindi divisi in due gruppi: il primo entr in contatto con individuo, in effetti si trattava di un attore che recitava una parte, estremamente ilare e giulivo; il secondo gruppo con un altro attore irascibile e nervoso. Risultato: il gruppo a contatto con lilare manifest emozioni di eccitazione positiva, divertimento e gioia; il secondo gruppo, per converso, esib stati emotivi di ansia, nervosismo e rabbia. Lo stesso stato di arousal, quindi, venne associato a emozioni diverse perch i soggetti vennero esposti a condizioni emotive opposte. Questo esperimento riapr la porta a quellinterpretazione delle emozioni che pi si adatta alle intuizioni comuni: le emozioni sono il risultato della valutazione di una esperienza in termini, in prima approssimazione, di piacere/dolore, le quali passano attraverso risposte fisiologiche. Questa interpretazione d adito a quelle

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dottrine che appunto si richiamano al sentire. Ora, sebbene gli studi fisiologici stiano mostrando che possibile distinguere al livello delle risposte cerebrali alcune variet emotive 2 nondimeno vi sono moltissimi casi, la maggioranza, nei quali ad una stessa risposta fisiologica corrispondono classificazioni psicologiche diverse. La fisiologia quindi, oltre a non essere di grana sufficientemente fine per offrire una tassonomia psicologica delle emozioni, non riesce a tenere conto del quadro motivazionale e intenzionale complessivo nel quale la specifica risposta fisiologica compresa. Appare in trasparenza qui il tema del riduzionismo, ossia la tesi secondo la quale i correlati fisiologici e, pi in generale, le propriet di livello inferiore, siano sufficienti, senza entrare nel dibattito se siano anche necessari, a spiegare i fenomeni che solitamente inquadriamo facendo riferimento alle propriet di livello superiore, vale a dire quelle mentali. Le emozioni costituiscono dunque un nuovo terreno di scontro relativamente a quel nodo del mondo, come lo schiamava Schopenhauer, che il problema mente-corpo. Un secondo problema che investe le teorie delle emozioni che si affidano prevalentemente allanalisi in termini di fisiologia del vissuto sta nella loro incapacit di prendere in analisi il fatto che le emozioni, molto spesso, presentano un oggetto intenzionale . Con questa espressione, mutuata da Franz Brentano (1874), si intende designare una propriet logica delle emozioni stesse: non si pu temere senza che vi sia un qualcosa di temuto, come non si pu gioire se non rispetto a un qualcosa di gioioso. Tali qualcosa non debbono necessariamente esistere, si possono temere e si pu gioire anche di possibilit pi o meno remote ma costituiscono nondimeno degli oggetti rispetto ai quali le emozioni vengono a
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Si vedano in proposito gli studi di LeDoux (1996) e di Rolls (1999).

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stabilirsi. Tali oggetti, per la loro peculiare forma di esistenza, sono stati appunto battezzati intenzionali. Il loro trattamento pi opportunamente da incardinarsi allinterno dellanalisi del rapporto tra emozioni e intenzionalit. A concorrere al declino delle visioni strettamente legate al sentire ha contribuito lascesa dellapproccio cognitivo. Lidea alla base di questa prospettiva che gli esseri umani siano degli elaboratori di rappresentazioni. Le emozioni non costituirebbero una classe speciale e quindi non sarebbero altro che oggetti rappresentazionali passibili di una valutazione di tipo edonico ossia, in prima battuta, di una differenziazione in termini di piacere/dolore, ma non crucialmente individuati da questa. La loro caratteristica cruciale infatti il giudizio: le emozioni sono giudizi di un tipo speciale, giudizi ai quali si associano propriocezioni edoniche. Secondo Robert Solomon (1980), che ha proposto tale approccio per primo, quando temo qualcosa significa che sto giudicando qualcosa come temibile, e lo stesso dicasi di emozioni come il disgusto, la rabbia, la gioia, la sorpresa e il dolore, le quali, secondo Cartesio e secondo i recenti studi di Alan Ekman (1972), costituiscono le emozioni di base. Altri ancora hanno proposto di identificare le emozioni direttamente con insiemi di credenze e desideri. Da notare che il legame, prima accennato, tra approccio cognitivo ed emozioni di base costituisce un punto forte degli studi che legano le emozioni alla nostra storia evolutiva, studi che hanno preso le mosse dal famoso testo di Charles Darwin (1896) sullespressione delle emozioni. In sostanza, alcuni autori affermano che levoluzione ha portato gli esseri umani a distinguere le sei emozioni di base prima citate nel senso che esse vengono veicolate da espressioni facciali riconosciute transculturalmente e che esse costituiscono lossatura cognitiva del nostro modo di catalogare le emozioni stesse.

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I rilievi critici che sono stati avanzati contro il cognitivismo riguardano leccessivo schiacciamento delle emozioni sulle ragioni, al punto che la razionalit delle seconde diventa il metro per valutare quella delle prime (ma si veda il paragrafo che segue).

LE EMOZIONI FRA CONTENUTI INTENZIONALI E PERCETTIVI Prima abbiamo indicato che entro il quadro generale fornito dalle teorie che pongono in relazione emozioni e ragioni va collocata la riflessione sulla componente intenzionale delle emozioni. Abbiamo notato, infatti, che molte emozioni vengono individuate dal loro avere un oggetto emotivo specifico. Se si teme che qualcosa accada, laccadere di qualcosa loggetto intenzionale dellemozione di paura. Cos concepite, le emozioni somigliano da vicino, quanto a forma logica, agli atteggiamenti proposizionali: si tratta di relazioni, definite in base a un valore emotivo o edonico, tra un soggetto e un contenuto. Giovanni (il soggetto) teme (la relazione edonica di paura) che p (il contenuto proposizionalmente espresso). Il vantaggio di ipotizzare un forte parallelismo tra emozioni e atteggiamenti proposizionali sta nel fatto che le analisi e le discussioni che per oltre quarantanni hanno segnato la filosofia della mente per quanto attiene alle seconde possono essere estese e discusse relativamente alle prime3. Ronald de Sousa (1987), ad esempio, ha mostrato come il contenuto intenzionale delle emozioni debba essere

appropriatamente considerato in relazione alloggetto formale delle stesse. Tale oggetto formale proietta la relazione edonica come fosse una propriet delloggetto del contenuto. Ad esempio, se Giovanni teme che Marco lo aggredisca
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Per unanalisi dettagliata di tale punto rimando a Gozzano (1999).

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(dove, lo ricordo, lespressione Marco lo aggredisca il contenuto e Marco ne loggetto) il fatto che Giovanni tema implica che loggetto formale della sua emozione sia qualcosa di pauroso e quindi loggetto del contenuto della sua emozione deve essere visto come tale. Nello specifico, laggressivit di Marco - il suo parlare ad alta voce, assumere certe posture fisiche, enunciare minacce e quantaltro - verr vista come intrinsecamente paurosa e temibile. La relazione di paura viene quindi proiettata come fosse una propriet intrinseca di Marco, loggetto del contenuto, delineando loggetto formale della paura. Loggetto formale, daltro canto, consente anche di valutare la ragionevolezza e appropriatezza delle emozioni: se Marco un bambino di due anni e mezzo che parla a mala pena evidente che loggetto formale e loggetto del contenuto non si accordano lun laltro e quindi lemozione appare inappropriata4. Nel quadro delle teorie che rinforzano il legame tra emozioni e ragioni, o pi in generale cognizione, troviamo il suggerimento che le emozioni siano una forma di percezione. Esse, infatti, non sono semplicemente attive, come non lo la percezione, quanto il frutto di interazione con conoscenze pregresse, come dimostra il caso di emozioni particolarmente violente nei confronti di persone a noi decisamente care o ostili. Daltro canto hanno decisamente una componente passiva, come la ha la percezione, visto che registrano un nostro, seppur rapido, giudizio nei confronti di una situazione o di un avvenimento, giudizio che avviene in maniera quasi automatica. Se sobbalziamo dallo spavento non possiamo farci niente, come pure se proviamo disgusto. Semplicemente, cos , di fronte a un certo stimolo. A

A meno che, obietterei, Giovanni non abbia due anni. In tal caso lemozione sarebbe appropriata, ma ci non inficia la validit dellanalisi.

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difendere questo punto di vista in particolare de Sousa (1987) secondo il quale, se lanalogia tra emozioni e percezione funziona, ne risulta rinforzata la base concettuale sulla quale viene stabilita la connessione con la ragione. Una domanda che si lega alle discussioni sino a qui rapidamente presentate la seguente: cosa unemozione in quanto tale? Si tratta, come evidente, di una domanda ontologica. Ad essa dedichiamo il prossimo paragrafo.

EMOZIONI E ONTOLOGIA Cosa sono le emozioni, quindi? Naturalmente, i teorici passati in rassegna fino a questo punto proporranno le loro risposte in accordo con i criteri di individuazione che sono via via emersi. Vi sar chi le identificher con risposte fisiologiche, chi con specifiche configurazioni di credenze e desideri, chi con stati simili alla percezione e chi in analogia con la struttura concettuale degli stati intenzionali. Ma un tema che si pone ortogonalmente rispetto alle varie ipotesi formulate nel precedente elenco, e in diretto rapporto con il problema dellontologia, il seguente: le emozioni formano un genere naturale? Vale a dire, sono il tipo di cose che, ad esempio in virt dellavere un correlato fisiologico, possono essere ricomprese nellambito del corredo di base della realt? Coloro che si sono interessati alle emozioni di base, come Ekman, propendono per una risposta positiva. Allinterno degli autori che difendono questo punto di vista troviamo, naturalmente, dibattiti su quante e quali debbano essere queste emozioni di base e, di conseguenza, quanti generi naturali sia possibile identificare. Paul Griffith (1997), riprendendo la tripartizione analitico-funzionale proposta da David Marr (1980) per quanto attiene il modello computazionale della percezione

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visiva, ha ipotizzato di concettualizzare le emozioni di base come generi naturali nei termini della seguente strutturazione: in primo luogo ogni emozione prevede una sua specificit, che in termini generali individua il livello che Marr chiama computazionale e che oggi solitamente identificato con lappellativo di funzionale . In sostanza si identifica a cosa serve lemozione, quale tipo di esigenze soddisfa. Tale specificit si scompone nelle risposte tipiche di quella emozione, ad esempio leventualit che il soggetto si prepari alla fuga o che si disponga a comportamenti di evitamento, come nel caso del disgusto; queste componenti si collocano al livello algoritmico , livello che fa riferimento ai dettagli fini del progetto. Da ultimo, il modo in cui le risposte tipiche vengono realizzate nel nostro corpo fa parte di quanto Marr chiamava il livello implementativo . Nellambito dei modelli a ontologia computazionale si collocano quegli studiosi che provano a integrare i modelli di emozione in sistemi computazionali tout court , vale a dire i calcolatori. Sviluppando idee avanzate negli anni Settanta, Aaron Sloman ha ipotizzato che le emozioni possano fungere da metamodelli di controllo dellattivit complessiva di un sistema dato, funzionando come macchine di Turing virtuali con il compito di stabilire gerarchie di scopi e valori al fine di dirigere il comportamento. Tale punto di vista stato raccolto e sviluppato da Rosalind Picard (1997) e fissato nella fortunata espressione affective computing tramite la quale si intende veicolare lidea che senza un modello delle emozioni non sar possibile rendere le macchine intelligenti. Nello specifico, la tesi che

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lintelligenza emotiva necessaria affinch le macchine possano interagire proficuamente e in modo significativo con gli esseri umani 5. Una strada di tipo deflazionista percorsa invece dagli approcci semantici alle emozioni. Secondo questi studi, condotti ad esempio da Johnson-Laird e Oatley (1989) e guardati con interesse da Frijda (1986), la verbalizzazione dei concetti legati alle emozioni mostra come la valutazione cognitiva segua lo sviluppo cognitivo connesso a uno specifico dominio di conoscenza. In questo senso ci sarebbe una subordinazione ontologica, o quanto meno una interdipendenza, tra le reazioni di tipo fisiologico e la categorizzazione semantica. Le emozioni, in questa prospettiva, sarebbero dunque categorie concettual-semantiche, entro le quali vengono inquadrate le risposte fisiologiche, troppo generiche per poter sopportare il peso teoretico di una differenziazione in termini di generi naturali. Come tali, esse vengono tematizzate nella loro specificit pragmatica quali veicoli di

comunicazione, sia attivi - scambio informativo extralinguistico - che reattivi, produzione di reazioni per linduzione di risposte ulteriori 6.

CONCLUSIONI? Se c una parola che mal si attaglia allo stato attuale delle ricerche sulle emozioni questa proprio conclusioni. Dopo linteresse di grandi filosofi, da Platone e Aristotele a Cartesio e Spinoza fino a Hume, le emozioni sembravano essere uscite di scena. Ora sono prepotentemente rientrate al centro di molte questioni anche se si ha ancora limpressione che per taluni si tratti di un tema secondario. Questa

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in uscita un libro di Marvin Minsky dal titolo The Emotion Machine. Si vedano alcuni dei saggi in Bazzanella e Kobau (2002).

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rapida rassegna certamente non stata n esaustiva n, forse, ampia a sufficienza per elencare tutti i possibili percorsi che attualmente vengono battuti7. Nondimeno, da essa emerge che il terreno presenta gi una variet e una profondit tali da porlo tra i settori di ricerca che avranno un notevole sviluppo nei prossimi anni.

RINGRAZIAMENTI Ringrazio Carla Bazzanella per i suggerimenti relativi a una precedente versione di questo lavoro.

BIBLIOGRAFIA Bazzanella C., Kobau P. (2002), Passioni, emozioni, affetti , McGrawHill, Milano. Brentano F. (1874), Psychologie vom empirischen Standpunkt , Duncker e Humblot, Leipzig. Tr. it. (1997), La psicologia dal punto di vista empirico , Laterza, Roma-Bari, 3 voll. Calabi C. (1996), Passioni e ragioni , Guerini, Milano. Damasio A. (1994), Descartes Error . Tr. it. (1995), Lerrore di Cartesio, Adelphi, Milano. Darwin C. (1896), The Expression of Emotions in Man and Animals , Collins, London. Tr. it., Lespressione delle emozioni nelluomo e negli animali , Editori Riuniti, Roma. De Sousa R. (1986), The Rationality of Emotion , Mit Press, Cambridge Ma. De Sousa R. (versione 3 febbraio 2003), Emotion , voce in Stanford Encyclopedia of Phylosophy, http://plato.stanford.edu.
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Per una rassegna pi ampia si veda de Sousa (2003).

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Ekman P. (1972), Emotions in the Human Face, Pergamon, New York. Frijda N. (1986), The Emotions, Cambridge University Press, Cambridge. Gozzano S. (1999), Ipotesi sulla metafisica delle passioni, in T. Magri (a cura di), Filosofia ed emozioni , Feltrinelli, Milano. Griffith P. (1997), What Emotions Really Are, Chicago University Press, Chicago. James W. (1884), "What is an emotion?", Mind, 9, pp. 188-205. Johnson-Laird P., Oatley K. (1989), "The meaning of emotions: analysis of a semantic field", Cognition and Emotion , 3, pp. 81-123. Tr. it., Il significato delle emozioni: una teoria cognitiva e un'analisi semantica, pp. 119-158, in D'Urso V., Trentin R. (a cura di) (1990 ), Psicologia delle emozioni , Il Mulino, Bologna. Le Doux J. (1996), Emotional Brain, Simon & Schuster, New York. Tr. it. (1998), Il cervello emotivo , Baldini, Milano. Marr D. (1980), Vision, Freeman, New York. Rolls E. (1999), The Brain and the Emotion , Oxford University Press, Oxford. Solomon R. (1980), "Emotions and choice", Review of Metaphysics , ora in Rorty A. O. (a cura di) (1980), Explaning emotions , University of California Press, Berkeley, pp. 251-282.
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Maurizio Ferraris

ONTOLOGIA E OGGETTI SOCIALI

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SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia Rivista elettronica di filosofia - Registrazione n. ISSN 1126-4780

Linee di Ricerca SWIF Coordinamento Editoriale: Gian Maria Greco Supervisione Tecnica: Fabrizio Martina Supervisione: Luciano Floridi Redazione: Eva Franchino, Federica Scali.

AUTORE Maurizio Ferraris [ferraris@cisi.unito.it]Maurizio Ferraris professore ordinario di Filosofia teoretica nella Facolt di Lettere e Filosofia della Universit di Torino, dove dirige il Centro Interuniversitario di Ontologia Teorica e Applicata. direttore di programma al Collge International de Philosophie (Parigi); collabora al supplemento culturale de "Il Sole-24 ore" e de "Il Manifesto", e dirige la "Rivista di estetica". Pubblicazioni recenti: Experimentelle sthetik (Vienna, Turia und Kant 2001), L'altra estetica (con altri autori, Torino, Einaudi 2001), Una ikea di universit (Milano, Cortina 2001), Il mondo esterno (Milano, Bompiani 2001), A taste for the Secret (con Jacques Derrida, London, Blackwell 2001), Ontologia (Napoli, Guida 2003) e Introduzione a Derrida (Roma-Bari, Laterza 2003). La revisione editoriale di questo saggio a cura di Eva Franchino.

LdR un e-book, inteso come numero speciale della rivista SWIF. edito da Luciano Floridi con il coordinamento editoriale di Gian Maria Greco e la supervisione tecnica di Fabrizio Martina. LdR - Linee di Ricerca il servizio di Bibliotec@SWIF finalizzato allaggiornamento filosofico. LdR un e-book in progress, in cui ciascun testo un capitolo autonomo. In esso l'autore o l'autrice, presupponendo solo un minimo di conoscenze di base, fornisce una visione panoramica e critica dei temi principali, dei problemi pi importanti, delle teorie pi significative e degli autori pi influenti, nell'ambito di una specifica area di ricerca della filosofia contemporanea attualmente in discussione e di notevole importanza. Il fine quello di fornire al pubblico italiano un'idea generale su quali sono gli argomenti di ricerca di maggior interesse nei vari settori della filosofia contemporanea oggi, con uno stile non-storico, accessibile ad un pubblico di filosofi non esperti nello specifico settore ma interessati ad essere aggiornati. Tutti i testi di Linee di Ricerca sono di propriet dei rispettivi autori. consentita la copia per uso esclusivamente personale. Sono consentite, inoltre, le citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purch accompagnate dall'idoneo riferimento bibliografico. Per ogni ulteriore uso del materiale presente nel sito, fatto divieto l'utilizzo senza il permesso del/degli autore/i. Per quanto non incluso nel testo qui sopra, si rimanda alle pi estese norme sui diritti dautore presenti sul sito Bibliotec@SIWF, www.swif.it/biblioteca/info_copy.php. Per citare un testo di Linee di Ricerca si consiglia di utilizzare la seguente notazione: AUTORE, Titolo, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca, SWIF, 2003, ISSN 1126-4780, p. X, www.swif.it/biblioteca/lr.

SWIF LINEE DI R ICERCA ONTOLOGIA E OGGETTI SOCIALI1 MAURIZIO FERRARIS Versione 1.0

1. UNA IMMENSA ONTOLOGIA INVISIBILE Leggi, istituzioni, obblighi, promesse, contratti non sono n costruzioni puramente individuali, come per esempio un ricordo o un giudizio, n oggetti fisici come alberi e sedie, n oggetti ideali come numeri o teoremi. Di che cosa sono fatti? E, soprattutto, esistono? Molti idoli, nel senso di Bacone, cio molti abbagli o pregiudizi, tendono a rendere poco evidente questa classe di oggetti (Smith [1997], Gilbert [1989] e [1993], Johansson [1989]), che viene a costituire, come ha scritto John Searle [1995] una immensa ontologia invisibile: quella che, daccordo con lesempio di Searle, si nasconde nel semplice atto di sedersi al tavolino di un caff, ordinare una birra, pagarla; vediamo tavoli, sedie, birre, soldi e forse anche pensiamo a numeri (per esempio, alla gradazione alcolica o al prezzo), ma non consideriamo il reticolo di leggi e di norme implicite e implicite che stanno dietro a un atto cos semplice. Visto che lontologia ha scopi completamente differenti dalla fisica, giacch la prima serve a spiegare individuando nessi causali, mentre la seconda serve a classificare e a esplicitare i caratteri di ci che classifica, questa invisibilit non pu essere ricondotta alla debolezza predittiva delle scienze sociali (come per lo pi si sostenuto), bens a una cecit cognitiva condivisa, e rafforzata da pregiudizi culturali. Vorrei dapprima esaminare gli idola che nascondono gli oggetti sociali, poi delineare in breve le tappe della loro scoperta, e infine esporre lo stato dellarte.
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Questo saggio destinato al fascicolo speciale di Sistemi intelligenti sullontologia curato da Roberto M. Ferraris, Oggetti sociali , V. 1.0, in L. Floridi (a c. di), Linee di Ricerca , SWIF, 2003, pp. 269-309. Sito Web Italiano per la Filosofia - ISSN 1126-4780 - www.swif.it/biblioteca/lr

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2. IDOLA Idola tribus. Incominciamo con gli idola tribus, quelli della trib a cui apparteniamo. Come accennavo un momento fa, ammettiamo senza difficolt che esistano degli oggetti fisici (un tavolo); siamo disposti a concedere una qualche esistenza anche a oggetti fenomenici, come larcobaleno, i riflessi, il triangolo di Kanizsa; e anche chi sostiene che i numeri non esistono n come i tavoli n come gli arcobaleni ammette che sono degli oggetti. Ci invece difficile considerare anche semplicemente come oggetti i gradi militari, il comune di Pisa, il divieto di calpestare le aiuole. In taluni casi, siamo tentati di classificarli o come oggetti fisici, o come oggetti ideali. Eppure, la differenza di queste entit sia rispetto agli oggetti fisici (che esistono indipendentemente da soggetti) sia rispetto agli oggetti ideali (che possono esistere anche solo per un soggetto) abbastanza chiara. In particolare, gli oggetti sociali si manifestano attraverso atti sociali che riguardano almeno due persone. Se gli atti sociali sono promesse, elezioni, obbligazioni, gli oggetti sociali che ne seguono sono cariche, titoli, distinzioni; confini, entit politiche e amministrative (citt, regioni, super-regioni, stati, quasi-stati, imperi) e altri oggetti creati in un fiat come i possessi fondiari; entit e intenzionalit collettive come partiti politici, squadre di calcio, battaglioni, orchestre, cortei; oggetti legali, e altri oggetti che dipendono da decisioni legali, come i software, le frequenze radio, i corridoi aerei, i biotipi, le armi nucleari, gli organismi geneticamente modificati; oggetti di status e collettivi come le opere darte e altri tipi di artefatti (i segnali stradali, per esempio) che, oltre ad essere oggetti fisici, posseggono anche delle caratteristiche che dipendono dalla sfera sociale (per un uomo solo al mondo tavoli e segnali sarebbero solo oggetti fisici).

Casati. Ringrazio il curatore e il direttore che ne hanno autorizzato la pubblicazione in questa sede.

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Visto che per la nostra mente il paradigma di oggetto offerto dalloggetto fisico, concreto, la nostra vista sembra appannarsi di colpo di fronte a questo mondo del resto cos popoloso, e che peraltro non pu essere maneggiato adeguatamente servendosi semplicemente del riferimento agli oggetti fisici. Idola specus. E ora veniamo agli idola specus , cio della caverna, che vengono dalleducazione e soprattutto dai casi fortuiti in cui ciascuno di noi viene a trovarsi. Inevitabilmente, tutte le volte che abbiamo avuto a che fare con oggetti sociali, li abbiamo incontrati in compagnia di altri oggetti, e questo perch sono oggetti dipendenti. Invece di esaminare le dipendenze, solitamente preferiamo andare subito a ci da cui sono dipendenti. Cerchiamo adesso di esplicitare queste forme di dipendenza. Anzitutto, come ho gi accennato, gli oggetti sociali sono dipendenti, per la loro espressione, da atti sociali, cio da atti che riguardano soggetti; sono oggetti che si manifestano solo se esistono soggetti. La dipendenza dai soggetti ha potuto generare la falsa convinzione che, essendo soggetto-dipendenti, siano anche soggettivi, o puramente convenzionali, vanificando lipotesi di una ontologia degli oggetti sociali. Una seconda dipendenza degli oggetti sociali riguarda il loro contenuto. Una promessa tale se promette qualcosa, e cos un obbligo. Prometto che, scommetto che ecc. non sono promesse n scommesse, ma frasi incomplete; necessario dire prometto che x, scommetto che x ecc. Questo aspetto ci rinvia a una terza dipendenza, che riguarda il contesto. Voglio sposarmi e Voglio sposare XY sono la manifestazione di una intenzione; Voglio sposarti una promessa priva di valore legale, ma gi un atto sociale; S detto in risposta alla domanda di un rappresentante legale Vuoi tu prendere in moglie

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XY? un atto sociale dotato di valore legale; la stessa risposta data sul palco di un teatro o al cinema la simulazione di un atto legale reale, ma un atto sociale in quanto rientra tra le funzioni sociali dellarte. Una quarta dipendenza riguarda il supporto fisico delloggetto sociale. Latto richiede una espressione e una registrazione (immaginiamo un matrimonio in cui tutti gli astanti fossero incapaci di intendere e di volere e in cui non ci fossero registri). Ma da questo non si deve concludere che si tratta di un oggetto che si risolve interamente nella espressione e nella registrazione. Esattamente come gli oggetti ideali (che per esistere nel mondo richiedono una espressione e una registrazione), gli oggetti sociali sono dotati di un valore indipendente2. Idola fori. Veniamo agli idola fori , ossia agli equivoci generati dal linguaggio, che abbastanza riottoso a classificare gli oggetti sociali come oggetti, se non altro perch sono spesso, anche se non sempre, accompagnati da una espressione. A questo punto, le vie preferite sono due, o puntare semplicemente sulla risoluzione degli oggetti sociali in atti sociali intesi come atti linguistici, oppure concedere agli oggetti sociali una esistenza umbratile, quella dei segni. In questo quadro, gli oggetti sociali sono stati considerati come delle pratiche (ne parlava Foucault [1969], richiamandosi ad Austin, e la prospettiva verr recuperata da Habermas [1981] nel quadro di una teoria dellagire

comunicativo), cio come degli atti, a cui per non corrispondono degli oggetti. Lidea di fondo che gli oggetti fisici, e in parte gli oggetti ideali, intesi in questa versione come teorie, siano immersi in un fluido fatto di interessi, procedure tecniche e modi di fare. Sono per lappunto le pratiche (interpretare, ordinare, vietare, sorvegliare), che sarebbero i verbi di una struttura sintattica in cui gli unici
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La dipendenza degli oggetti sociali dal contesto e dal supporto fisico stata sottolineata soprattutto da

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sostantivi vengono per lappunto forniti dal mondo fisico e, in subordine, dalla sfera delle idee. In alternativa, gli oggetti sociali sono considerati come dei segni. Ci sono cose fisiche o ideali (per esempio, il fuoco o il pensiero di qualcuno) e poi altre cose (il fumo o una espressione orale o scritta) che rinviano ad esse; quando sono considerate nella loro funzione di rimando, queste cose che fungono da segni cessano di essere oggetti per diventare semplici indizi di qualcosaltro. Tutta la sfera della azione sociale, supponendo linterazione fra persone, viene intesa come una sfera di rimandi, e dunque nella societ non ci sarebbero oggetti ma soltanto segni. Da questo punto di vista, la fioritura della semiotica nella seconda parte del Novecento si presenta come una maniera per portare a tema gli oggetti sociali, che per ha il limite onerosissimo di negarli come oggetti. A questo problema se ne aggiunge un altro, pi tradizionale, e cio che la nozione di segno troppo comprensiva, e include ogni genere di rimando. Nella Antropologia di Kant si mescolano segni naturali e artificiali, e al loro interno ci sono per esempio i marchi di infamia o le livree, che propriamente sono degli oggetti sociali, ma che Kant non distingue in modo specifico. Anche in questo caso, non esiste n una specificit delloggetto sociale inteso per lappunto come rimando a oggetti ideali o naturali- n una sua consistenza autonoma. Nel caso delle pratiche come in quello dei segni abbiamo a che fare con una strategia uniforme: rinviare alloggetto fisico o ideale pi vicino, perdendo nel frattempo il valore e lessenza delloggetto sociale, oppure rimandare a un contesto psicologico individuale, come per lappunto quando si considera la promessa come la manifestazione di una volont.

Derrida [1967] e [1971].

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Idola theatri. Veniamo cos ai pregiudizi filosofici, che contribuiscono a far svanire gli oggetti sociali di fronte ai pi rispettabili (o consistenti) oggetti fisici e oggetti ideali. Il primo quello avviato da Aristotele, che nel quarto capitolo del De Interpretatione afferma che ogni discorso che non sia capace di dire il vero o il falso, come per esempio la preghiera, rientra nella retorica e nella poetica. Visto che gli oggetti sociali dipendono da atti sociali che non descrivono eventi, ma li producono, allora non esistono, e sono leffetto del variare dei costumi e del sedimentarsi della storia. Il secondo quello delluso troppo generoso del rasoio di Ockham diffuso nella tradizione filosofica. Laspirazione del filosofo pervenire a strutture semplici e a realt atomiche. Come risultato, le due sfere della natura e della storia sono pi che sufficienti, cos come loggetto e il soggetto, e strutture complesse e intersoggettive appaiono ridondanti rispetto a queste polarit di base. Il terzo pregiudizio la prospettiva cartesiana, per cui tutto ci che non rientra nella episteme (che per Cartesio essenzialmente la fisica) va ascritto immediatamente alla doxa , cio alla opinione e alla interpretazione. Latteggiamento di Cartesio nei confronti dellarte e del gusto, come fatti puramente soggettivi, la spia del pi generale atteggiamento nei confronti degli oggetti sociali, che sarebbero privi di qualsiasi razionalit. Il quarto, infine, lassunto kantiano secondo cui lambito delle azioni e delle motivazioni rientra in una sfera della soggettivit come mondo puramente intelligibile, che risulta interamente separato dal mondo sensibile, e non ha nulla a che fare con loggettivit, dipendendo per intero da un atteggiamento soggettivo.

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Criptotipi. Rispetto a questa sfera di problemi, una buona strategia, per rendere conto della ontologia degli oggetti sociali considerarli, daccordo con gli studi del giurista Rodolfo Sacco (Sacco,Gambaro [1996]), come criptotipi , ossia come tipologie nascoste ma oggettive. La proposta ha il merito di indicare che ci sono delle basi nascoste, ma consistenti, che non rinviano ad altro, come un segno o una pratica, ma hanno una autonomia di oggetto. Le pagine che seguiranno raccontano le alterne vicende della loro scoperta.

3. SPIRITO OGGETTIVO Con una opzione di gran lunga prevalente, si deciso, dal Settecento in avanti, di affidare alla storia la gestione degli oggetti sociali. Lidea che siano manifestazione di una libert priva di vincoli oggettivi, che si manifesta attraverso il tempo, ed fatta di spirito, il quale pu solidificarsi in istituzioni. In questo quadro, gli oggetti risultano totalmente convenzionali e modificabili a piacere. In altri termini, se c una ontologia degli oggetti sociali, allora una ontologia storica; ma una ontologia storica non una ontologia (Hacking [2002]), perch come vedremo- comporta un relativismo talmente forte da impedire qualsiasi classificazione. Storicismo e spirito oggettivo (Ferraris [1988]). La formulazione standard dello storicismo data da Giambattista Vico [1744]: nozze, tribunali e are sono costitutivi della societ e della storia. Ma non sono propriamente oggetti; sono, per lappunto, istituzioni, la solidificazione di uno spirito, il che ne fa dei costrutti generati dalla fantasia e sottoposti allopinione. Caratteristicamente, la valorizzazione storica delle istituzioni sociali coincide in Vico proprio con una valorizzazione della poetica e della retorica, cio con una assunzione del pregiudizio aristotelico e cartesiano di cui si detto pi sopra.

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La posizione storicista ha trovato la sua formulazione pi influente in Hegel [1821]. Lo spirito ha tre manifestazioni: spirito soggettivo come atto individuale, oggettivo in quanto si solidifica in una istituzione, assoluto in quanto (come arte, religione e filosofia) riesce a portarsi al di l della storia. In questo modo, le istituzioni vengono riconosciute come intersoggettive, ma sono fatte dipendere interamente dalla storia. Sulla scia di Hegel, Dilthey [1905-1910], formula una teoria generale delle scienze dello spirito (che contrappone alle scienze della natura, tertium non datur ), e colloca la stessa arte, religione e filosofia nel quadro dello spirito oggettivo storicamente determinato. Il solo rapporto possibile con le istituzioni dello spirito oggettivo quello di una interpretazione storica, chiamata a far rivivere il senso di decisioni prese nel passato, e di motivarne le ragioni genetiche, risalendo allatto psicologico da cui sono scaturite. Dilthey interpreta questa trasformazione nei termini di una critica della ragione storica. Se la rivoluzione copernicana di Kant insegna a chiedersi non come siano le cose in s stesse, ma come debbano essere fatte per venire conosciute da noi, si tratta di compiere una seconda mossa, e di mostrare che le categorie con cui conosciamo non sono cadute dal cielo, ma hanno a loro volta una origine storica e riflettono interessi sociali. A questo punto, la relativizzazione delle istituzioni interamente compiuta. Heidegger e lontologia storica. Allinterno di questa tradizione, Martin Heidegger [1927] ha fornito qualche spunto per una ontologia sociale sulla base della analisi del soggetto individuale, chiamandola analitica esistenziale, ermeneutica della effettivit e con altri nomi, e intendendo lontologia non come una teoria degli oggetti, bens come la ricerca di un essere che trascende gli oggetti ma dipendente dalle decisioni storiche dei soggetti.

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Gran parte della indagine di Heidegger rivolta alla determinazione di atteggiamenti individuali, siano essi condizioni esistenziali (la noia, langoscia) o atteggiamenti nei confronti di oggetti (cose e strumenti), e la sfera della ontologia sociale definita complessivamente come inautentica. Tuttavia, lidea che il sostrato ontologico non coincida con gli oggetti viene fatta valere anche in questo ambito. In riferimento specifico agli oggetti sociali, Heidegger [1935], si chiede, per esempio , dove sia lessere dello Stato, e osserva che non sta n nelle operazioni di polizia, n nelle macchine per scrivere della segreteria, n nelle comunicazioni del capo di Stato a un ambasciatore. Tuttavia conclude che un simile essere non solo trascende le sue componenti, ma ha una natura mistica che pu essere parzialmente descritta solo da un punto di vista storico e genetico (daccordo con la tradizione delle scienze dello spirito). Postmoderno: la storia entra nella natura. Con lermeneutica di matrice heideggeriana e con il postmoderno che ne radicalizza la componente relativistica, latteggiamento storico esce dalla sfera delle scienze dello spirito ed entra nelle scienze della natura. Tutto costituito socialmente; ogni oggettivit soggettodipendente; dunque, tutto infinitamente interpretabile e storicizzabile. Non solo gli oggetti sociali, ma anche quelli fisici e ideali risultano determinati dalla storia (da teorie e schemi concettuali storicamente determinati). Il postmodernismo come teoria filosofica stato proposto da Jean-Franois Lyotard [1979], ma stato sviluppato nelle sue implicazioni soprattutto da Richard Rorty [1979 e 1987], la cui tesi che, venuto meno il progetto di una filosofia come rispecchiamento oggettivo della natura, la missione fondamentale della filosofia consiste nel promuovere un dialogo sociale in cui si manifesta un prevalere della

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solidariet e della democrazia rispetto alla oggettivit. Queste intuizioni vengono a collegarsi per lappunto con lermeneutica di origine heideggeriana e con il radicalismo filosofico di ispirazione nietzschiana, accomunati dalla critica nei confronti della oggettivit. E in questo senso che il postmodernismo ha potuto recuperare la prospettiva di Hans Georg Gadamer [1960], che aveva sviluppato una completa teoria degli oggetti sociali, determinati dal modello dellarte, della storia e del linguaggio, in netta antitesi nei confronti della oggettivit identificata esclusivamente con il procedere delle scienze naturali. Per parte sua, Michel Foucault [1996], aveva elaborato, partendo dalle intuizioni di Nietzsche secondo cui ogni atteggiamento oggettivo in realt la manifestazione di una volont di potenza soggettiva, una teoria scettica secondo cui ogni oggetto naturale mediato da schemi concettuali soggettivamente e storicamente determinati, cosicch la malattia, la follia, e ovviamente la legge, sono oggetti sociali di carattere puramente convenzionale. Questa impostazione urta frontalmente con le nostre intuizioni di fondo, non solo relativamente alla realt fisica. Da una parte, tende a ricondurre a una genesi sociale entit di natura apertamente fisica, dallaltra si rivela incapace di rendere conto del funzionamento degli oggetti sociali, che sono visti come la manifestazione di uno spirito impalpabile, oppure di una volont di potenza che daltra parte agirebbe anche al livello degli oggetti ideali. Nel far questo, non rende conto del fatto che noi abbiamo spontaneamente delle intuizioni morali, che possono (anche se non necessariamente devono) avere la stessa evidenza delle intuizioni sensibili, che possono risultare erronee, di nuovo in analogia con le intuizioni sensibili, ma che molto difficilmente possono venire ricondotte allagire di un condizionamento storico.

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4. ATTI SOCIALI Possiamo considerare lapproccio storicistico come una falsa pista. Lipotesi per cui tutto, dai fatti alle emozioni, dalla malattia alla natura, dai colori alle propriet degli oggetti, sia socialmente e storicamente costruito, porta indubbiamente dei vantaggi, per esempio quello di farci capire che non c un solo modo di concepire le cose, ma poi rischia di fermarsi l, o, peggio, di far credere che ci siano infiniti modi in cui possono andare le cose, quando chiaramente non cos. Una ontologia degli oggetti sociali deve appoggiarsi, allora, a una storia completamente diversa, che parte dalla scoperta di atti sociali che non dipendono dalla storia, perviene a determinare la natura di oggetti sociali, e ne riconosce il carattere non interamente soggettodipendente. Realismo. Il requisito minimale per la costituzione di una ontologia degli oggetti sociali ladozione di un realismo di sfondo (proprio quello che viene negato dalla ontologia storica). Il realismo, qui, non una teoria scientifica che sarebbe confortata dalla fisica, ma piuttosto lovvio presupposto di una indagine che si pu sviluppare sia nella direzione di una indagine della natura, sia in quella di una indagine del mondo sociale, che costituiscono un unico mondo e non due entit distinte (come nella dicotomia tra scienze dello spirito e scienze della natura) e che non sono riducibili luno allaltro (rispettivamente, la natura alla storia come nel postmoderno e la storia alla natura come nel fisicalismo). Il mondo degli oggetti sociali va riconosciuto come un mondo di oggetti solidi e consistenti tanto quanto gli oggetti ideali. La tesi di fondo, qui, che non tutto costituito socialmente, ma che anche ci che lo , e che risulta soggetto-dipendente (come le feste, i matrimoni, i titoli onorifici, le obbligazioni e le promesse) non per

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questo soggettivo. La prima tappa di questa storia fornita dalla scoperta degli atti sociali. Reid. Il filosofo scozzese Thomas Reid ( Reid [1764] e [1785]; su Reid, cfr. Schulthess [1983] e Schumann e Smith [1990]), aveva riconosciuto la specificit di atti o di operazioni sociali che, diversamente dai giudizi, non sono individuali, e comportano lintervento di almeno due persone (come nellobbligazione o nella promessa) che costituiscono quella che Reid considera una societ in miniatura. Il caso della promessa, valorizzato da Reid, risulta particolarmente significativo, perch la sua interpretazione tradizionale riproposta, ai tempi di Reid, da David Hume consisteva nel considerare la promessa come la semplice manifestazione di una volont (soggettiva), che invece, secondo Reid, risulta nella costruzione di un atto sociale oggettivo, consistente come un oggetto fisico o come una proposizione matematica, sebbene non riducibile a un mero costrutto ideale o a una realt materiale. Questo approccio ha il vantaggio definire gli atti sociali senza far riferimento alla storia e allo spirito, e di differenziarli da atti che si riferiscono a oggetti ideali (che sembrerebbero essere i candidati pi prossimi alla assimilazione). Inoltre, la proposta di Reid soddisfa il requisito ontologico del realismo di sfondo. Contro lempirismo di Hume e di George Berkeley , che risolve il mondo esterno nellio e poi riduce lo stesso io a un mero fascio di sensazioni privo di vera consistenza, Reid propugna un realismo naturale. Esiste una realt fisica bruta, non intaccata da fatti sociali o istituzionali, e se la sensazione non pu essere separata da un atto psicologico, la percezione (diversamente che in Hume) si riferisce a un oggetto distinto dallatto che lo percepisce 3.

Sulla ontologia di Reid, Spinicci [2000].

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Su questa realt indipendente si sovrappone un mondo di operazioni sociali che non ha alcun ruolo costitutivo rispetto alla realt fisica, diversamente da ci che, come abbiamo visto, avverr nella ipotesi dello spirito oggettivo amplificata dal postmoderno. Austin. John L. Austin ( Austin [1962a]; cfr.Burckhardt (a cura di), [1990], ha sviluppato autonomamente il problema degli atti sociali parlando di atti linguistici. Lidea di Austin attacca frontalmente uno degli idola theatri elencati pi sopra, e precisamente lassunto di Aristotele secondo cui i discorsi che, come la preghiera, non dicono n il vero n il falso, vanno rinviati alla retorica e alla poetica; e lo fa sotto linfluenza della tesi, enunciata da Ludwig Wittgenstein [1953], secondo cui il riferirsi a qualcosa solo una delle funzioni del linguaggio. Nella fattispecie, Austin vuol dare piena dignit filosofica a enunciati che non asseriscono o descrivono qualcosa, ma la eseguono, come per esempio la scommessa, la promessa, il battesimo e il matrimonio, e che Austin chiama performativi. Con questo, risulta chiaro che gli atti sociali non si riferiscono a oggetti materiali, e anzi costituiscono, a loro volta e autonomamente, degli oggetti di tipo peculiare. Come Reid, daltra parte, Austin si appella a un realismo ontologico di sfondo, che si qualifica esplicitamente come richiamo a una filosofia del senso comune e del linguaggio ordinario, in cui si sedimenterebbero usi e atteggiamenti nei confronti del mondo collaudati da un gran numero di generazioni. Questo atteggiamento realistico, che sta alla base della analisi della percezione sviluppata da Austin [1962b], non giunge sino alla esplicita formulazione di una metafisica descrittiva, come sar invece in Peter F. Strawson ( [1959]: 11), interessato alla definizione di quel nucleo centrale del pensiero umano che, diversamente da ci che avviene nella periferia specialistica, non cambia, o cambia pochissimo. Tuttavia, in Austin, come in Reid e

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in Strawson, viene esclusa lidea che come viceversa sostiene lo storicismo il senso comune in cui si radicano gli atti sociali possa essere soggetto a trasformazioni dettate da scelte e decisioni rapide e deliberate; e, implicitamente, la stabilit del senso comune viene assicurata da un riferimento di fondo alla realt percettiva. Lanalisi del performativo e degli atti linguistici in generale andr incontro a difficolt di varia natura per ci che attiene alla filosofia del linguaggio, e verr abbandonata negli anni Settanta. Quanto al problema che ci interessa in questa sede, si tratta di un contributo necessario ma non sufficiente. La formulazione degli atti sociali in Austin, non diversamente da quella di Reid, centrata sulla espressione linguistica 4. Inoltre, Austin era interessato essenzialmente alla costituzione di una geografia concettuale come analisi linguistica del senso comune (Austin [1979] indicava gli strumenti di analisi fondamentale nel Dizionario, nella Legge e nella Psicologia), e non aveva di mira la formalizzazione di categorie. In terzo luogo, la doppia circostanza del riferimento al linguaggio ordinario e del carattere rapsodico dellanalisi esponeva questa prospettiva allovvia obiezione che il linguaggio ordinario pieno di confusioni e di incoerenze, e che non costituisce una autorit sacrosanta (al che Austin rispondeva che si trattava di un punto di partenza, non di un punto di arrivo: salvo non spiegare quale dovesse essere quel punto di arrivo e attraverso quali vie lo si dovesse raggiungere.) Infine, e soprattutto, gli atti sociali descritti da Austin dipendono da contesti e da istituzioni (se non ci fosse una istituzione come il matrimonio, il performativo s non avrebbe senso), dunque risultano in ultima istanza compatibili con una spiegazione storicistica della genesi delle istituzioni.

In particolare, trascura lipotesi che ci possano essere atti sociali che non siano atti linguistici, diversamente dalle ricerche sul diritto non verbale condotte da Sacco [1993]

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Searle . Sviluppando la teoria degli atti linguistici di Austin, negli anni Novanta del secolo scorso, John Searle ha proposto una ontologia sociale di impianto realistico, che vede negli oggetti sociali la trasformazione di oggetti fisici attraverso procedure convenzionali. Rispetto ad Austin, di cui era stato allievo a Oxford negli anni Cinquanta, Searle compie un passaggio, decisivo per la definizione degli oggetti sociali, dallo studio degli atti linguistici allo studio della realt sociale ( Smith [2003]). Tralasciando le opere di Searle ( [1969] e [1983]), pi direttamente legate alla teorizzazione (e al tentativo di formalizzazione) degli atti linguistici e a uno studio della intenzionalit, i lavori che segnano il suo passaggio allo studio della realt sociale si caratterizzano per quattro assunzioni di fondo ( Searle [1995], [1999], [2000]). La prima una ipotesi genetica, secondo cui gli oggetti sociali trarrebbero la loro origine da oggetti fisici. Lesempio favorito di Searle quello di un muro, che costituisce un confine fisico che separa due spazi; supponendo che poco alla volta vengano tolte tutte le pietre e non resti nulla di fisico, potrebbe restare un confine che, a questo punto, sarebbe soltanto un fatto sociale. La seconda la determinazione di una legge che caratterizza la costituzione degli oggetti sociali. Il passaggio dalloggetto fisico alloggetto sociale determinato dalla regola: X conta come Y nel contesto C; questa regola costitutiva, e non regolativa come invece le leggi che si occupano di oggetti fisici: trasforma un oggetto invece che descriverlo (abbiamo qui, per lappunto, una filiazione diretta dalla dottrina degli atti linguistici di Austin). Per esempio, questo foglio di carta arancione 14x8 conta come 50 Euro nel 2003 (e non contava come 50 Euro nel 1993). La terza che, se gli oggetti sociali sono dipendenti da oggetti fisici per la loro genesi (daccordo con lesempio del muro e del confine), tuttavia risultano dipendenti

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da soggetti per la loro costituzione (daccordo con il funzionamento della regola costitutiva). Lidea di fondo che feste, matrimoni, propriet, universit, soldi e avvocati sono quello che sono essenzialmente perch noi li consideriamo come tali ( Searle [1999]: 113). La quarta, che viene a correggere il fortissimo convenzionalismo presente nella ipotesi precedente, che il riconoscimento di oggetti sociali non dipende dallincontro di soggettivit monadiche, bens lesercizio di quello che Searle chiama intenzionalit collettiva ( Searle [1995]). Daccordo con lesempio di Searle, un violinista di fila esegue la sua parte solo nel quadro di una prestazione collettiva dove lintenzione individuale viene dopo, e pu essere ricavata per astrazione, rispetto a una condivisione di credenze, desideri e intenzioni che molto pi forte di quanto non avvenga nel semplice caso di un comportamento cooperativo, come avviene viceversa (per estendere lesempio di Searle) nel caso di un duetto. Rispetto a Austin, Searle focalizza la sua attenzione sugli oggetti e non sugli atti, ma i primi risultano comunque troppo dipendenti dai secondi. Cos, anche la prospettiva di Searle presenta debolezze di fondo, che derivano dalle matrici culturali su cui si appoggia. Primo, sopravvaluta la potenza delle regole costitutive (la convenzione, il linguaggio, la dipendenza dai soggetti); secondo, e correlativamente, sottovaluta i vincoli che vengono dagli oggetti, cio i veri e propri apriori materiali5 (come vedremo e come intuiamo, nonostante tutto non qualsiasi cosa pu valere come moneta, sebbene la monetazione sia indubbiamente un atto sociale); terzo, non fornisce un criterio per distinguere norme giuste e ingiuste, n spiega perch

Nella tradizione avviata da Husserl, gli apriori materiali sono le forme racchiuse nella organizzazione del mondo, indipendentemente dallintervento di un apparato di categorie, e che vanno ricostruite attraverso una modalit descrittiva. Un classico esempio di apriori materiale dato dal rapporto tra figura e sfondo, e in generale da tutte le leggi che sembrano dipendere molto pi da ci che passivamente i nostri sensi ricevono dal mondo che non da ci che le nostre categorie logiche applicano alla conoscenza esperta dellambiente.

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intuitivamente certe norme ci appaiano ingiuste; quarto, non spiega la circostanza per cui ci pu essere diritto anche in assenza di linguaggio. Nel complesso, Searle spiega la genesi degli oggetti sociali, ma non fornisce criteri efficaci per la loro classificazione o correzione6.

5. OGGETTI SOCIALI Una ontologia degli oggetti sociali deve perci trasferire le prospettive elaborate dai teorici degli atti sociali in un contesto profondamente differente, ed qui che interviene la pista fenomenologica, dove abbiamo a che fare con il riconoscimento e la tematizzazione filosofica di una circostanza valorizzata da Edmund Husserl [19001901], nella prima fase, realistica, del suo pensiero: il mondo ha le sue leggi, e le fa rispettare, e conviene lasciare liniziativa alloggetto, giacch si tratta di tenere un discorso sullessere in quanto indipendente dal rapporto conoscitivo con il soggetto 7. Le categorie stanno negli oggetti, come pensava Aristotele, non nella testa dei soggetti, come pensava Kant. Questa prospettiva pu offrirsi in molte versioni: il fatto che le qualit secondarie (per esempio, i colori) o terziarie (per esempio, la bellezza o la bruttezza) non siano puramente soggettive, bens immanenti agli oggetti; il fatto che si diano delle qualit formali indipendenti dal fare della soggettivit; il fatto che anche prestazioni sofisticate, come la percezione della causalit, si esercitino in assenza di schemi concettuali. Appare piuttosto ovvio che in una prospettiva di questo genere si dovesse trovare limpulso per una definizione degli oggetti sociali come indipendenti da qualunque convenzione storica, e dipendenti dagli atti sociali solo per la loro espressione.

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questo punto particolarmente cruciale per i problemi posti dalla informatica, cfr. Aa.Vv. [2001]. Ferrari [2003]: 193-195; per lapproccio specificamente giuridico, Kalinowski [1967].

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Hartmann, Lesniewski, Scheler. I punti rilevanti in questa impostazione, che si pu definire come realismo forte, dove anche nel quadro degli oggetti sociali valgono norme regolative e non costitutive, sono tre. Il primo il fatto che la realt incorpora al proprio interno non solo oggetti fisici (magari costruiti dal soggetto, come nella ipotesi del trascendentalismo kantiano), ma anche oggetti ideali. Questa impostazione trova la sua massima espressione, a livello di realismo ontologico, nella prospettiva di Nicolai Hartmann [1949], che muove da una critica nei confronti dello stesso Husserl (accusato di ridurre la realt alla coscienza) e che afferma che gli enti reali e ideali esistono indipendentemente dal fatto che qualcuno li conosca. Il secondo che questi enti ideali, che sono scoperti esattamente come si scopre un continente o una molecola, costituiscono degli apriori materiali, ossia hanno lo stesso carattere necessitante che la tradizione forniva alla logica. In questo senso, un allievo di Husserl come Stanislaw Lesniewski [1916]8, professore di filosofia della matematica a Varsavia, propone una formalizzazione logica della ontologia condotta dal basso, ossia con uno stile aristotelico, e questo per lappunto muovendo dal presupposto che le regole scoperte attraverso una analisi di questo tipo avrebbero lo stesso carattere necessitante che quelle che Kant ricavava quando traeva la tavola delle categorie dal sistema dei giudizi puri dellintelletto. La tematizzazione della autonomia e della necessariet degli oggetti reali e ideali diviene, in Max Scheler [1916], riconoscimento del fatto che, tra gli apriori materiali incastonati nel mondo e indipendenti dai soggetti, ci sono anche i valori, cio degli oggetti eminentemente morali. Qui abbiamo a che fare con un attacco frontale nei confronti di uno dei pi influenti tra gli idola theatri che abbiamo
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Si deve a lui lelaborazione della mereologia, ossia della teoria generale delle parti, che sostituisce

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esaminato allinizio, e cio lidea kantiana secondo cui i valori dipenderebbero esclusivamente dalle disposizioni dei soggetti, e risulterebbero del tutto estranei agli oggetti. Per Scheler, invece, si tratta di costruire una etica materiale , secondo la quale i valori si troverebbero negli oggetti prima che nelle menti che li contemplano; come dire che non solo io sono in grado di riconoscere lessenza di una sedia a partire da una sedia e non da una idea di sedia, cos sono in grado di riconoscere il bene o il male di una azione e di un comportamento anche prescindendo dalle disposizioni della mia soggettivit 9. Reinach. In questo quadro, Adolf Reinach (Reinach [1913], Schuhmann e Smith [1987], Mulligan (a cura di) [1987]) che in un certo senso il vero eroe della nostra storia sviluppa una teoria degli enti giuridici come tipi peculiari di oggetti, non situati nello spazio (diversamente dagli oggetti fisici) ma collocati nel tempo (diversamente dagli oggetti ideali), giacch una promessa o un obbligo hanno una origine nel tempo e cessano nel tempo. La prospettiva di Reinach dipende direttamente dallidea di Husserl secondo cui il mondo non composto di dati di senso disordinati, bens di oggetti dotati di una legalit propria, che hanno lo stesso carattere vincolante delle leggi logiche. In ogni oggetto possibile trovare una essenza non relativa e non caduca. Come non possibile che la parte sia maggiore del tutto, che esistano corpi privi di estensione o che certi scapoli siano ammogliati (per riprendere una serie di giudizi analitici, in cui, cio, il predicato compreso nel soggetto), cos non possibile che ci sia un colore senza estensione o una estensione senza almeno un colore, oppure che ci sia una

la teoria degli insiemi con la nozione di parte costituente di un oggetto complesso. 9 utile rilevare, da questo punto di vista, che a risultati concomitanti era pervenuto, attraverso una critica interna del soggettivismo e del formalismo kantiano, anche un autorevole esponente del neokantismo di fine Ottocento come Heinrich Rickert (1863-1936), generalmente trascurato nella ricostruzione della storia del nostro problema; cfr. Rickert [1892] e [1896-1902]; Donise [2002]. Per ulteriori argomenti a favore di un approccio oggettivistico alletica, Floridi [2003].

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promessa o una scommessa che non abbiano un contenuto. Queste leggi sono sintetiche, nel senso che ci che predicano non contenuto nel soggetto, per sono apriori, nel senso che non dipendono dallesperienza, se con esperienza si intende qualcosa di mutevole e di aleatorio. Forte di questo principio, Reinach attacca frontalmente lassunzione del diritto positivo secondo cui il diritto produrrebbe autonomamente concetti specificamente giuridici come propriet, pretese, obbligazioni. Al contrario, qui abbiamo a che fare proprio con princpi di carattere non puramente formale, che esistono

indipendentemente da ogni dottrina giuridica (esattamente come i numeri esistono indipendentemente dalla matematica) e che possiedono propriet altrettanto vincolanti che gli oggetti fisici. La scoperta e la formalizzazione dei queste leggi apriori diviene il compito della ontologia, che Reinach, sulla scia di Husserl, intende come una dottrina apriori delloggetto 10. Il vantaggio della impostazione di Reinach rispetto a quella della linea ReidAustin sta nel fatto che non fa dipendere gli oggetti da una dimensione contrattuale (latto sociale espressione, ma non costituzione delloggetto sociale), e ci spiega perci per quale motivo afferriamo immediatamente e in modo intuitivo lassurdit di certe leggi. Inoltre, individua nella ontologia e nella categorizzazione formale lo strumento di base per una efficace scoperta e classificazione della specificit degli oggetti sociali, che cessano di essere il frutto di uno spirito storicamente determinato (come nella ipotesi storicistica) o il mero esito di atti sociali che lasciavano sullo sfondo il problema del carattere delle istituzioni che li rendevano possibili.

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Roman Ingarden (1893 1970), allievo di Reinach, estender questa prospettiva allanalisi delle

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6. APRIORI MATERIALE Le prospettive attuali della discussione sulla ontologia degli oggetti sociali appaiono come la confluenza delle due tradizioni, quella degli atti sociali di origine angloamericana, e quella degli oggetti sociali di origine mitteleuropea. Il paradigma delloggetto (Smith [1993]). Lintuizione che sta alla base della riflessione di Scheler e di Reinach (in analogia con alcune considerazioni di Wittgenstein [1946-49] degli anni Trenta) che sia un errore postulare una equivalenza tra formale e apriori, come aveva fatto Kant. Ovunque siamo collocati nel mondo, troviamo delle connessioni oggettive che non sono aleatorie: un rosso che tenda al verde impossibile; lo stesso si pu fare a proposito delle leggi apriori del diritto civile. Queste strutture non stanno semplicemente nella testa delle persone che compongono una comunit o, peggio che mai, in quella degli interpreti, ma sono dotate di propriet che appartengono agli oggetti prima che ai soggetti che li contemplano. Il fatto che limpossibilit per un rosso di tendere al verde sia spiegato dalla fisiologia del sistema visivo non significa in alcun modo che dipenda da una intenzione individuale, sia pure inconscia, e che valga per certi soggetti e non per altri. Il paradigma delloggetto nel diritto romano (Bretone [1998], Lancieri [2003]) risulta da questo punto di vista illuminante. Oggetti giuridici come lobbligazione, le servit, leredit e lusufrutto hanno origine da cose materiali, e proprio da questa genesi traggono la loro esattezza, che urta frontalmente lidea di Hume secondo cui non c necessit in senso materiale, ma solo in senso logico. Qui, dunque, diversamente che nella impostazione ispirata al paradigma dello spirito oggettivo, non abbiamo uno spirito (come principio formale) che si solidifica nelle istituzioni, ma

opere letterarie e degli artefatti artistici in generale, cfr. Ingarden [1931], con un approccio che stato recentemente riattualizzato, cfr. Thomasson [1999].

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la cosa che fa valere il proprio apriori materiale. In questo senso possiamo apprezzare sino in fondo il valore del detto secondo cui i nomi sono conseguenze delle cose. Anche le buone maniere a tavola costituiscono, da questo punto di vista, un esempio di apriori materiale adattato a una sfera sociale. Apparentemente, buona parte delle questioni di etichetta sono convenzionali. Si pu mangiare con le mani, con le posate, con le bacchette. Tuttavia, allinterno di queste possibilit, che presuppongono un modo diverso di cucinare i cibi e di presentarli in tavola, prevalgono le opportunit duso dettate dagli oggetti e dal contesto, e si spiega che non un solo atto delletichetta (non appoggiare i gomiti sulla tavola per non dar fastidio ai commensali; mangiare solo con la mano destra tenendosi la sinistra dietro la schiena in Marocco, per non sporcare il bicchiere; usare a tavola coltelli non appuntiti, per evitare la minaccia fisica; dare la mano, per mostrarsi disarmati; usare specifiche posate da pesce, per evitare che malodorino ecc.) ha origini non convenzionali. Inemendabilit. Qui abbiamo a che fare anzitutto con lo smantellamento di un altro degli idola theatri esaminati in apertura, la convinzione di Cartesio secondo cui i costumi sono interamente relativi. Questo atteggiamento si era amplificato sul piano della natura con lempirismo del diciottesimo secolo, che si fondava sullidea che la stessa natura non possegga delle necessit, ma solo delle regolarit che non possono dar luogo a certezze. Ora, questo atteggiamento smentito proprio dal caso delle ontologie sociali, a cui si attaglia il racconto di Kafka: cui sembra che gli uomini siano come le basi degli alberi abbattuti che emergono dalla neve, diresti che basta un calcio per scansarli, come se fossero pedine della dama, e invece affondano radici immense e profonde nel terreno sottostante. Un approccio alla ontologia sociale che si appoggi sulla idea di inemendabilit punta lattenzione sul fatto che non vero che lesperienza sia contingente (Hume), necessaria cos come sono necessarie le leggi

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della geometria o dei colori, e nellesperienza sono incastonati anche degli apriori che riguardano gli oggetti sociali. Strutture complesse possono avere origini e composizioni diverse, ma resta il fatto che non possono essere corrette a piacere, cio con un mero atto convenzionale che manifesti una volont individuale: il mondo pieno di cose che non si correggono, allo stesso modo che non si pu vedere un muro bianco come un muro nero, posto che il muro sia bianco. Questa circostanza, che si pu elaborare come fondamento di una ontologia realista ( Ferraris [2001] e [2002]), si ricollega alla nozione di invarianza sotto trasformazione discussa da Nozick [2001], e sembra pi solida della fondazione delle invarianze sulla base del carattere conservativo del senso comune proposta da Strawson [1959], per il quale c un nocciolo del pensiero umano che non cambia, o cambia poco, perch poco soggetto allintima dinamicit della ricerca. In realt, alla base di queste invarianze, c una caratteristica degli oggetti sociali che li avvicina agli oggetti fisici e agli oggetti ideali. Chi si ripromette di smettere di fumare, o promette a qualcun altro di farlo, pu avere degli ottimi (o pessimi) motivi per agire come agisce, ma se sar sufficientemente sincero con se stesso- non dubiter di esser venuto meno a una promessa quando riprende a fumare. In questo senso, c una evidenza del mondo morale e dei valori che paragonabile alla evidenza degli oggetti fisici. In altri termini, abbiamo, nei confronti delle intuizioni morali, una certezza primitiva, daccordo, con la prospettiva avanzata da Reid, ripresa da Jos Ortega y Gasset [1940] e da Ludwig Wittgenstein [1950-51], secondo cui ci sono proposizioni elementari che non possono essere sottoposte a dubbio, e che sono oggetto di credenza e di certezza, secondo una concezione valorizzata da Kevin Mulligan ( [1995], [1997], [1998], [1999], [2002], [2002a], [2002b]). Questo punto particolarmente rilevante. Ho gi fatto cenno

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allosservazione di Kant a proposito delle intuizioni morali; diversamente dalla Critica della ragion pura , la Critica della ragion pratica breve perch, almeno nellassunto di Kant, la legge morale evidente come il cielo stellato sopra di noi. Questa considerazione cattura una evidenza di fondo a cui difficile sottrarsi; una legge che decretasse che il furto non reato difficilmente potrebbe essere considerata giusta. Ora, da che cosa dipendono questi vincoli e la loro costanza? C una fisica del mondo sociale, indubbiamente, ma , in larghissima parte, una fisica ingenua (Lipmann [1923], Bozzi [1990], Casati e Smith [1994]), che ha a che fare con il nostro rapporto percettivo con il mondo molto pi che con le nostre convinzioni esperte circa il funzionamento della natura. Piuttosto che a una prospettiva

naturalistica, conviene rifarsi a unottica ecologica, che cio non miri a una fondazione fisica degli oggetti sociali, ma piuttosto tenga presente quanto contino, per la loro definizione, le risorse e i limiti legati allambiente comportamentale e percettivo. Daccordo con lintuizione di fondo di Leibniz [1684], ci sono evidenze non solo percettive, ma anche di ordine superiore, che costituiscono una realt incontrata, ossia che si impongono come qualcosa di dato intuitivamente e non di elaborato concettualmente (Metzger [1941]). Il compito di una ontologia degli oggetti sociali consiste nellesplicitare questo implicito. Ontologia. Non solo come esseri naturali, ma anche, secondo il suggerimento di Barry Smith [1997], come agenti sociali, siamo unit fisico-comportamentali. Questa considerazione spiega per quale motivo si possano assumere, nel quadro di un discorso giuridico, anche elementi che altrimenti potrebbero essere ridotti a unit atomiche di base (spiega perch abbia senso parlare di intenzioni e non di enzimi che causano epifenomeni chiamati popolarmente intenzioni).

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In questo senso, il trattamento degli oggetti sociali non semplicemente naturalistico. Se crediamo che tutto costruito socialmente, perdiamo un pezzo importante della realt in cui viviamo; ma lo perdiamo anche se crediamo che tutto possa essere ridotto a componenti atomiche elementari. I processi, i prezzi e i debiti esistono, cio non possono essere risolti nelle unit atomiche che li compongono, e questo vale anche per i referenti dei termini innocenza, colpevolezza, intenzioni delittuose, al limite nervoso11. In effetti, buona parte della nostra vita si confronta con questioni di senso comune, e non abbiamo a che fare solo con protoni e virus, ma con leggi, contratti, obbligazioni, software, matrimoni, case, di cui si deve rendere conto in molti casi indipendentemente dalla fisica. Inoltre, la realt descritta dalla fisica si progressivamente discostata dalla realt che fa parte del nostro arredo percettivo e che entra nel senso comune, di cui si tratta di rendere conto autonomamente ( Smith [1995]). Infine, si sono introdotti degli oggetti sociali (come per esempio quelli del cyberspazio) che risultano difficili da integrare nel senso comune. Di qui la rilevanza del ricorso allontologia, che, come ho detto allinizio, ha scopi completamente differenti dalla fisica: la prima serve essenzialmente a spiegare individuando dei nessi causali, la seconda serve invece a classificare e a esplicitare i caratteri di ci che classifica ( Varzi [2001] e [2002]). Da questo punto di vista, il realismo degli oggetti sociali si pu appoggiare su una prospettiva che concepisca lontologia non come una fisica generalizzata (secondo il modello di Kant), ma piuttosto, secondo il suggerimento di Barry Smith, come una chimica generalizzata, cio come una analisi di oggetti di ordine superiore e di strutture complesse.

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Di qui le costanti difficolt, dal giusnaturalismo in avanti, di un approccio fisico ai problemi legali; cfr. Jasanoff [1995] e Moore [2002].

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Chimica generalizzata. Come nel mondo percettivo, anche nel mondo sociale abbiamo a che fare con molecole e non con atomi, anche e soprattutto nellambito degli oggetti sociali. In questo ambito abbiamo a che fare con un attacco diretto nei confronti dellultimo idolo superstite, e cio la tendenza a ridurre la realt alle sue componenti atomiche. Alle origini dell atteggiamento alternativo che fa da sfondo allattacco c lesperienza della psicologia della Gestalt tra la fine dellOttocento e i primi anni del Novecento, che aveva focalizzato la propria attenzione proprio sulla trascendenza delle strutture complesse rispetto alle loro componenti elementari. Secondo Christian von Ehrenfels ( Ehrenfels [1890], Wertheimer [1923], Smith (a cura di) [1988]), la percezione di un quadrato o di una melodia non il risultato che si aggiunge ai lati o alle note (come nella ipotesi empiristica), ma comporta una sensazione di qualit diversa, e cio circostanza cruciale per il nostro problema un vero e proprio oggetto distinto dalle sue componenti, che per lappunto Ehrenfels chiam Gestalt, ossia figura o configurazione. A sua volta, lelaborazione di Ehrenfels era debitrice della riflessione di Alexius von Meinong [1904], che aveva elaborato una teoria delloggetto puro, indipendentemente dalla sua esistenza fisica. Lindagine di Meinong, che si apriva alla possibilit di una indagine di oggetti ideali, era anche la premessa per il riconoscimento di oggetti sociali, ossia di oggetti di ordine superiore che si fabbricano (alle condizioni descritte dalla psicologia della Gestalt) sopra altri oggetti. Ma la trascendenza non significa indifferenza rispetto alle parti, cio indifferenza rispetto alla teoria degli oggetti. Daccordo con lesempio del filosofo inglese Gilbert Ryle [1949], che si poneva un problema simile, sarebbe vagamente sorprendente latteggiamento di chi, dopo aver visto le biblioteche, i dipartimenti, le aule e il rettorato chiedesse dov lUniversit: loggetto sociale Universit il

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risultato di una composizione di oggetti, che vanno analizzati nella loro struttura formale e nei vincoli che ne derivano. Ecologia. Gli oggetti fisici che fanno parte della nostra esperienza, e che li catturano con una forza tale da far passare in secondo piano gli oggetti ideali e sociali, sono caratterizzati dal fatto di non essere n troppo grandi n troppo piccoli. Trattando di questi oggetti, Alfred J. Ayer ([1940]: 2) aveva parlato di oggetti familiari, Austin ( [1962b]: 23) di articoli da emporio di modeste dimensioni e Strawson ([1959]: 11) di particolari, per contrapposto agli universali. Questa indicazione pu tornare utile anche per catturare alcuni aspetti caratteristici degli oggetti sociali, il cui decorso temporale in molti casi commisurato con lestensione corporea e con la durata temporale della vita di un uomo. In questa concezione implicito un orizzonte ecologico e una taglia mesoscopica (ovvero, a met strada tra il mondo microscopico e quello geografico e astronomico), daccordo con la definizione dello psicologo americano James J. Gibson ([1979]: 46)12. Lidea di fondo per lappunto che nelle interazioni sociali noi abbiamo a che fare con dimensioni spaziali e temporali che orientano e limitano la forza della convenzione. I contratti, le leggi, gli affitti, le monete sono condizionati, pi profondamente che dalla volont dei contraenti, da coordinate spazio-temporali che hanno a che fare con il nostro rapporto ecologico con lambiente circostante. Il caso della moneta, da questo punto di vista, risulta illuminante. Non sembra illecito affermare: Qualsiasi cosa pu fungere da moneta; e, sulle prime, poich la monetazione deve non poco alla convenzione, lasserto pare ragionevole, ma solo fino a un certo punto: oltre a pezzi di metallo e di carta, valgono o sono valse come monete sacchetti di sale o conchiglie, mai tavoli o mucche, perch non risultano maneggevoli

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Per la ripresa della ecologia in psicologia, Barker [1968], Barker et al. [1978], Schoggen [1989].

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(le mucche, inoltre, vanno accudite), e allora tanto vale il baratto, laddove si possono riciclare vecchie monete come bottoni per abiti tirolesi. Del pari, non si possono adibire a monete bolle di sapone n pezzi di carta bruciata, granelli di sabbia, atomi, carne fresca. Le sequenze uno e zero in un computer hanno certo preso il posto della moneta in un grandissimo numero di transazioni, ma il loro rappresentante fisico un oggetto di 8,50x5.50 centimetri, abbastanza sottile per non ingombrare il portafogli, abbastanza resistente per non spezzarsi, e di plastica per resistere allacqua. I vincoli ontologici risultano strettamente intrecciati con vincoli ecologici, giacch al Polo Nord forse anche la libbra di carne fresca potrebbe valere come moneta, ma sussisterebbero restrizioni legate alle dimensioni corporee 13.

7. ONTOLOGIA

FORMALE

Come ha suggerito Kevin Mulligan [2000], lontologia o formale o non . Il ricorso a strumenti formali contribuisce forse ad alienarle molte simpatie, ma i vantaggi sono manifesti. Il grande dibattito nelle scienze dello spirito non era giunto a conclusioni metodologiche certe, dal momento che le due vie predominanti (riconoscere nelle scienze sociali dei saperi dellindividuale, cio idiografici, o riconoscerle come delle scienze interpretative) ha di fatto coinciso con lassenza di metodo. Di qui per lappunto lutilit, dal punto di vista metodologico, di fornirsi degli strumenti di una ontologia formale, cos come proposta da Husserl , nelle Ricerche logiche ed stata
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Anche il relativismo nato dalla comparazione dei costumi stato un tradizionale argomento contro le intuizioni morali: i Greci onorano i loro morti, i Persiani li bruciano. Tuttavia, il modo in cui si imposto questo ragionamento, nellantichit e poi nel Settecento, con Montesquieu (1689-1755), manteneva comunque un radicamento materiale (la variet dei costumi si basa sulla relativit dei climi, cfr. Montesquieu [1748]); in altri termini, non si appoggiava mai unicamente sullidea di una pura convenzione. Il passaggio al relativismo su base storica si fondato su una fallacia per cui, dal considerare che legislazioni e costumi diversi hanno manifestazioni formali diverse, ne seguisse anche una differenziazione nella sostanza, quando facile vedere che uno stesso contenuto normativo viene espresso in modi differenti. In Francia, ci che non vietato permesso. In Germania, ci che non permesso vietato. Sembra una grande differenza, per la stragrande maggioranza delle cose vietate e delle cose permesse coincide nella legislazione dei due Paesi.

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sviluppata da Peter Simons , Kevin Mulligan , Barry Smith a partire dagli anni Ottanta del Novecento (Husserl [1900-1901], Smith (a cura di) [1982], Simons [1987], Casati e Varzi [1994] e [1999]) e che consiste nello studio di strutture e relazioni formali (parte e tutto, dipendenza, confini, continuit e contatto) che sono esemplificati dalle singole scienze, comprese le scienze sociali. Lapproccio formale presenta tre vantaggi principali. In primo luogo, una ontologia formale ha una

grande efficacia descrittiva. Una buona ontologia ha una forte capacit di descrizione, e la descrizione tanto pi efficace quanto meno dipende dalla convenzione. Per fare una buona enciclopedia, necessaria una buona ontologia, ossia un solido e razionale principio di classificazione di quello che c nel mondo. Ma anche necessario, per lappunto, rispondere a una esigenza enciclopedica, quanto dire che gli argomenti della ontologia non saranno soltanto domande, ma riguardano un principio dordine che vale per tutto ci che c. E in questo senso che diviene necessaria una scienza dotata di grandissima generalit, capace di fornire non asserti o spiegazioni, ma tassonomie, e in grado di determinare una tavola delle categorie in cui ogni ente viene fissato come un nodo allinterno di un albero gerarchico (Smith [2001]). In secondo luogo (e soprattutto, data la natura peculiare degli oggetti sociali), lapproccio formale manifesta una peculiare efficacia correttiva . I sistemi sociali incorporano sempre delle ontologie; se sono sbagliate, ne derivano problemi e ingiustizie, e una buona ontologia pu avere un valore correttivo. In terzo luogo, una ontologia sociale strutturata formalmente si presenta come neutrale (comunque come molto pi neutrale di una ontologia strutturata storicamente). Nessuno potr dire che il rapporto colore-estensione sia determinato storicamente (lo stesso vale per la correzione di certi errori percettivi, come le colonne

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dei templi greci ecc.). La neutralit del trattamento formale apporta una rilevante correzione a un approccio agli oggetti sociali che si appoggiasse sulle caratteristiche del linguaggio ordinario, del vocabolario e della legge (suggerito da Austin [1979]), che patisce di una evidente circolarit, visto che a rigore non potrebbe correggere nemmeno una legge.

8. CONCLUSIONI Lapproccio qui suggerito offre la possibilit per riconoscere la dimensione oggettiva dei fatti sociali e per fornirne una adeguata formalizzazione. Il vantaggio cognitivo e classificatorio che ne deriva piuttosto evidente sotto il profilo applicativo, perch evita le opacit di un campo tradizionalmente riconosciuto come la sfera di azione di sedimentazioni storiche e di puri atteggiamenti soggettivi. Considerare i fatti sociali come oggetti ci aiuta a riconoscerne meglio le caratteristiche essenziali, a fornirne migliori concettualizzazioni, e a fare della realt sociale un ambito solido e nettamente riconoscibile. Sotto il profilo metodologico, infine, permette di rilanciare le prospettive della scienze sociali integrandole con gli apporti della ontologia formale e delle scienze cognitive.

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SCHEDA BIBLIOGRAFICA La pi completa presentazione del problema degli oggetti sociali si pu trovare in due articoli in inglese di Barry Smith, cfr. Smith [1997] e [2003]. Per una introduzione a Reinach alla luce della teoria delle prospettive ontologiche contemporanee, si consiglia Mulligan (a cura di) [1987]. Per una presentazione della prospettiva storicistica, si veda invece Ferraris [1988]. Quanto alla letteratura primaria, i riferimenti fondamentali sugli oggetti sociali, entrambi accessibili in italiano, sono Reinach [1913] e Searle [1995]; per la teoria degli atti linguistici, si vedano invece Austin [1962a] e Searle [1969]; per la prospettiva storicistica, Gadamer [1960]; per il realismo di sfondo nella teoria degli oggetti sociali, Reid [1764] e [1785].

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Gianguido Piazza

EPISTEMOLOGIA SOCIALE

Versione 1.0 - 2004

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SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia Rivista elettronica di filosofia - Registrazione n. ISSN 1126-4780

Linee di Ricerca SWIF Coordinamento Editoriale: Gian Maria Greco Supervisione Tecnica: Fabrizio Martina Supervisione: Luciano Floridi Redazione: Eva Franchino, Federica Scali.

AUTORE Gianguido Piazza [gianguido.piazza@fastwebnet.it] ha pubblicato diversi saggi e articoli di epistemologia e di storia della scienza.'c8 autore di studi sul pensiero di Bachelard e di Condorcet e sulla storia delle istituzioni scientifiche in Italia tra Settecento e Ottocento. Dai primi anni Novanta i suoi interessi si sono rivolti allepistemologia e alla metafisica sociali. Ha curato il volume collettaneo Esperienza e conoscenza, Giuffr, Milano, 1997, che ha presentato al pubblico italiano scritti dei maggiori epistemologi sociali. Fa parte del comitato scientifico della rivista Fenomenologia e societ'e0. Ha collaborato a libri di testo di filosofia e attualmente si occupa anche della didattica di questa disciplina. La revisione editoriale di questo saggio a cura di Gian Maria Greco.

LdR un e-book, inteso come numero speciale della rivista SWIF. edito da Luciano Floridi con il coordinamento editoriale di Gian Maria Greco e la supervisione tecnica di Fabrizio Martina. LdR - Linee di Ricerca il servizio di Bibliotec@SWIF finalizzato allaggiornamento filosofico. LdR un e-book in progress, in cui ciascun testo un capitolo autonomo. In esso l'autore o l'autrice, presupponendo solo un minimo di conoscenze di base, fornisce una visione panoramica e critica dei temi principali, dei problemi pi importanti, delle teorie pi significative e degli autori pi influenti, nell'ambito di una specifica area di ricerca della filosofia contemporanea attualmente in discussione e di notevole importanza. Il fine quello di fornire al pubblico italiano un'idea generale su quali sono gli argomenti di ricerca di maggior interesse nei vari settori della filosofia contemporanea oggi, con uno stile non-storico, accessibile ad un pubblico di filosofi non esperti nello specifico settore ma interessati ad essere aggiornati. Tutti i testi di Linee di Ricerca sono di propriet dei rispettivi autori. consentita la copia per uso esclusivamente personale. Sono consentite, inoltre, le citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purch accompagnate dall'idoneo riferimento bibliografico. Per ogni ulteriore uso del materiale presente nel sito, fatto divieto l'utilizzo senza il permesso del/degli autore/i. Per quanto non incluso nel testo qui sopra, si rimanda alle pi estese norme sui diritti dautore presenti sul sito Bibliotec@SIWF, www.swif.it/biblioteca/info_copy.php. Per citare un testo di Linee di Ricerca si consiglia di utilizzare la seguente notazione: AUTORE, Titolo, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca, SWIF, 2003, ISSN 1126-4780, p. X, www.swif.it/biblioteca/lr.

SWIF - LINEE DI R ICERCA EPISTEMOLOGIA SOCIALE GIANGUIDO PIAZZA Versione 1.0. - 2004

DEFINIZIONE E ORIGINI DELLEPISTEMOLOGIA SOCIALE Lespressione social epistemology (ES) si afferma nel dibattito filosofico a partire dalla seconda met degli anni Ottanta del Novecento. Essa designa un variegato movimento che, come la sociologia della conoscenza, studia la conoscenza come fatto collettivo, ma, in quanto teoria epistemologica, lo fa da un punto di vista non descrittivo-esplicativo, ma critico e normativo, indagandone i fondamenti e le condizioni di validit: ES risponde cos alla sfida del relativismo sociologistico. Si pu far risalire la nascita dellES agli anni 1987-1988, allorch Frederick Schmitt cur un numero speciale della rivista Synthese dedicato alla Social Epistemology, e Steve Fuller pubblic un volume e fond e diresse una nuova rivista, che riprendevano entrambi il titolo del citato fascicolo. Nell'introdurre la raccolta del 1987, Schmitt lamenta che l'epistemologia contemporanea abbia mantenuto il presupposto individualistico del razionalismo e dell'empirismo classici, riferendo gli attributi epistemici a stati e processi individuali. La nuova epistemologia dovr, invece, rivolgersi alla conoscenza in quanto "impresa collettiva". Tutti i saggi della raccolta concordano sugli scopi

G. Piazza, Epistemologia sociale, V. 1.0, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca , SWIF, 2003, pp. 310-348. Sito Web italiano per la Filosofia - ISSN 1126-4780 - www.swif.it/biblioteca.lr

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normativi della disciplina, ma divergono sul concetto di conoscenza e sulloggetto della valutazione. Per lo pi, essi identificano la conoscenza con la credenza vera e giustificata. Muovendo da questa definizione, Stewart Cohen, Hilary Kornblith, Keith Lehrer, Frederick Schmitt e Margaret Gilbert cercano di socializzarla in varie direzioni, o considerando soggetti collettivi delle credenze, come fa la Gilbert, o analizzando le dimensioni sociali della giustificazione delle credenze di soggetti individuali. Ad esempio, Cohen si chiede se siano solo le ragioni di cui un soggetto in possesso a contare per il suo stato di giustificazione, o anche quelle del suo uditorio; Schmitt si domanda se il soggetto possa essere giustificato nelle sue credenze, allorch queste sono basate su testimonianze. Accanto a questi articoli, dedicati a specifici problemi dellES, si collocano gli interventi di Alvin I. Goldman e Steve Fuller, che si presentano come manifesti di due approcci alternativi alla disciplina. Una rassegna dei loro modelli di ES e degli sviluppi che hanno avuto ci consentir di inventariare i problemi pi significativi della disciplina, che saranno discussi sistematicamente nella sezione conclusiva del saggio1.

IL VERITISMO DI GOLDMAN Si pu datare linteresse di Goldman per le dimensioni sociali della conoscenza dalla pubblicazione di Goldman [1986], che propone una concezione dell'epistemologia come "soggetto multidisciplinare, orchestrato e diretto dalla filosofia, ma che

In questa rassegna ci limiteremo a quegli autori che esplicitamente definiscono se

stessi epistemologi sociali.

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richiede il contributo da altri campi", come la psicologia o la sociologia. L'epistemologia si divide in due parti, individuale e sociale, tra loro complementari. L'epistemica sociale, il cui progetto viene sviluppato nell'articolo del 1987, studia in primo luogo il profilo delle credenze di differenti gruppi e cerca di spiegarle in termini di scambi sociali. Molte altre discipline, come la storia, la sociologia, o la psicologia sociale, studiano i profili di credenza da questa prospettiva. L'epistemica sociale se ne differenzia, in quanto non si limita a descriverli e spiegarli, ma si propone scopi normativi, valutativi o critici. Per meglio definire la sua concezione, Goldman si confronta con Laudan. Questi fa propria quell'assunzione della arazionalit, condivisa dalla maggioranza degli epistemologi e dei sociologi della scienza, per cui la sociologia pu intervenire a spiegare delle credenze se e solo se esse non possono essere spiegate in termini di meriti razionali. Goldman respinge questa tesi: "non vi ragione per pensare che una e la stessa credenza, scientifica o meno, non possa essere spiegata in termini e sociali e razionali". Infatti, "la razionalit pu parzialmente consistere in certe forme di interscambio sociale. Alcuni stili di dibattito e di mutua critica, alcuni modi di risposta doxastica agli argomenti degli altri possono essere parzialmente costitutivi della razionalit. Cos non vi tensione tra la causazione sociale delle credenze e quella razionale": mentre per Laudan ciascuno dei fattori rilevanti per la spiegazione di una credenza o sociale (ad esempio, un'assunzione ideologica) o razionale (ad esempio, una confutazione empirica di una credenza rivale), per Goldman ci sono fattori esplicativi che sono insieme e sociali e razionali (ad esempio, un certo sistema di ricompense per le scoperte, che sociale, perch regola i rapporti tra i

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soggetti cognitivi, e razionale, perch incoraggia e favorisce la ricerca di proposizioni vere). Per l'ampio spazio concesso alle spiegazioni sociali, Goldman si accosta alla sociologia della scienza della scuola di Edimburgo. Mentre, per, questa d maggior peso ai fattori sociali esterni , di ordine politico, religioso, o ideologico, Goldman ritiene che non si possa identificare la distinzione sociale/asociale con quella esterno/interno: i fattori sociali possono, infatti, essere interni alla comunit scientifica, come le forme di comunicazione o di argomentazione. Inoltre, Goldman sostiene un approccio valutativo all'ES. Prima di determinare oggetti e criteri della valutazione, egli si confronta con alcuni orientamenti alternativi: il relativismo, il consensualismo e l'espertismo, a cui contrappone l'atteggiamento, da lui difeso, del veritismo. Per il relativismo non esistono canoni universali, indipendenti dal contesto, in base ai quali giudicare differenti metodi di formazione delle credenze, ma qualunque metodo un gruppo accetti, esso giusto per esso: una credenza individuale socialmente giustificata se e solo se formata in base a metodi che sono accettati dal gruppo cui l'individuo appartiene. Goldman respinge questa posizione, condivisa da autori quali Barnes, Bloor, Kuhn e Rorty, in quanto porta a disattendere i compiti critici propri dell'epistemologia, risolvendola in storia, sociologia e antropologia. Il

consensualismo si basa sull'assunto che una credenza giustificata se sostenuta dal consenso delle comunit. Goldman obietta che il consenso pu essere guadagnato di fatto in modi molto diversi, dalla coercizione alla convinzione razionale: quale consenso di diritto giustifica una credenza? Il problema sembra poter essere risolto dalla terza posizione considerata da Goldman, l'espertismo : la credenza di un

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individuo in una proposizione p giustificata se sostenuta dal consenso degli esperti del campo cui la proposizione p appartiene. Anche qui si presentano molte difficolt, tra le quali la fondamentale la seguente: se il consenso degli esperti il criterio di verit per le credenze del profano, quale norma e criterio giustifica gli esperti stessi? A queste posizioni, Goldman contrappone il veritismo : le credenze vere sono il fine delle pratiche cognitive; razionali sono quelle istituzioni e pratiche sociali che massimizzano il numero delle credenze vere e minimizzano quello degli errori. Egli ritiene che questa prospettiva sia pi comprensiva, in quanto pu catturare al proprio interno gli aspetti positivi delle altre. Ad esempio, il merito del relativismo sta nellincoraggiare il pluralismo, che un valore perch la proliferazione delle teorie permette di smascherare gli errori attraverso la critica e stimola nuove idee. Anche dell'espertismo si pu dar conto, dimostrando che la fiducia negli esperti, a certe condizioni, favorisce la ricerca della verit. Goldman passa, quindi, ad esaminare quali siano gli oggetti della valutazione epistemica, individuandoli nelle pratiche sociali e nelle istituzioni, che devono venir giudicate in relazione alle loro conseguenze per i profili di credenze sociali. Goldman, che ritiene troppo vaghi concetti come giustificazione o razionalit, individua come parametri di giudizio: 1) l'affidabilit, o rapporto tra il numero di credenze vere e il numero totale delle credenze che una pratica promuove; 2) la potenza, o capacit di una pratica di aiutare gli agenti cognitivi a risolvere problemi o a trovare risposte vere alle domande. Essa si distingue dall'affidabilit,

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perch dipende non solo dal numero delle credenze vere che accumula, ma anche dal loro interesse; 3) la fecondit, o capacit di diffondere le verit scoperte; 4) la velocit e l'efficienza nel rispondere alle domande, misurate in termini di tempo e di energie. Il programma cos delineato trova applicazione in una ricerca di stampo cooperativo e collaborativo, come proprio delle indagini scientifiche: a) modelli economici dell'attivit scientifica : le comunit scientifiche sono costituite da insiemi di agenti cognitivi, interessati alla soluzione di determinati problemi, che con le loro scoperte, o con i loro errori, possono guadagnare o perdere credito. Goldman e Shaked dimostrano che, sotto condizioni specificate, ricerca della verit e ricerca del credito convergono; b) controllo della comunicazione nei dibattimenti giudiziari : mentre l'epistemologia assume in genere che un agente cognitivo debba sempre raccogliere e usare tutta l'evidenza disponibile, vi sono situazioni - come i dibattimenti giudiziari - in cui la raccolta e l'uso dell'evidenza deve essere limitata ai fini dell'accertamento della verit. Goldman argomenta a favore di questa pratica, definita come una forma di paternalismo epistemico ; c) epistemologia del giornalismo : Goldman e Cox si interrogano sulla veridicit e l'esattezza degli articoli dei giornali o dei servizi televisivi. Propongono un modello matematico che determina sotto quali condizioni il gioco degli interessi di editori, giornalisti, fonti e lettori porta alla massimizzazione del contenuto vero dei mezzi di comunicazione.

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Questa ricerca culmina nellampia trattazione sistematica di Goldman [1999]. Conoscenza non significa per Goldman credenza o credenza

istituzionalizzata, come per post-modernisti e costruttivisti sociali, ma credenza vera. Le pratiche sociali devono essere valutate in funzione delle credenze vere che promuovono. Goldman distingue tra pratiche globali, che attraversano tutti i campi della conoscenza, e locali, domini specifici in cui si ricercano o diffondono credenze vere. Tra le prime, si sofferma su testimonianza, argomentazione, tecnologia ed economia della comunicazione, regolazione del discorso. A questo proposito si chiede se lanalogia tra mercato e circolazione delle idee, da cui consegue la richiesta delleliminazione di ogni regolazione nella circolazione delle idee, sia giustificabile in termini veritistici, e mostra come siano necessari interventi pubblici che limitino la diffusione di messaggi falsi, ma suggestivi, o favoriscano la diffusione di messaggi veri, ma sfavoriti dal mercato. Tra i domini speciali, analizza la scienza, di cui difende la superiorit veritistica non in assoluto, ma relativamente agli altri domini, il diritto, a proposito del quale si chiede se il sistema giudiziario di tipo anglosassone sia preferibile in termini veritistici a quello continentale, la democrazia, che pone il problema del ruolo della conoscenza che gli elettori hanno dei candidati e dei modi per migliorarla, e leducazione. Lassunzione che la scuola debba promuovere credenze vere gli consente di affrontare con originalit questioni come linteresse, lapprendimento cooperativo o il pensiero critico, che non sono un fine, ma un mezzo per lacquisizione di conoscenze, il multiculturalismo, difeso in termini antirelativistici di ampliamento delle conoscenze, i curricula, per la cui definizione decisivo lappello allautorit degli

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esperti nei diversi campi, riconoscibili obiettivamente anche quando esistono conflitti, come tra evoluzionisti e creazionisti.

IL REPUBBLICANESIMO EPISTEMOLOGICO DI FULLER Un modello alternativo di ES sviluppato da Fuller. Il contributo al numero di "Synthese" del 1987 ne enuncia la questione fondamentale: come dovrebbe essere organizzata la ricerca, dato che in normali circostanze la conoscenza perseguita da molti esseri umani, ciascuno dei quali lavora su un pi o meno ben definito corpo di conoscenza ed equipaggiato con approssimativamente le stesse imperfette capacit cognitive, bench con vari gradi di accesso reciproco alle attivit dell'uno e degli altri? Il fine dell'ES pertanto normativo: consiste nel definire un tipo di divisione ottimale del lavoro cognitivo. Per difendere questo programma, Fuller confuta due pregiudizi diffusi tra gli epistemologi: a) l'idea della contrapposizione tra epistemologia, intesa come logica della scoperta, e sociologia della scienza; b) l'idea che l'epistemologia debba rinunciare alla normativit. Per quanto riguarda il primo assunto, Fuller consapevole che l'espressione ES pu apparire un ossimoro: l'epistemologia dovrebbe essere universale, mentre la relazione al sociale la particolarizza, relativizzandone le norme a specifici contesti. Eppure, sostiene Fuller, da Comte a Popper, l'epistemologia stata un campo di ricerca autonomo e ben motivato solo finch ha avuto come oggetto l'organizzazione sociale della conoscenza: ogni seria epistemologia stata motivata da considerazioni sociologiche.

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Per quanto riguarda la difesa della normativit dellepistemologia, Fuller ritiene che gli epistemologi siano in una posizione particolarmente vantaggiosa per pronunciare giudizi normativi sulle pretese conoscitive degli scienziati. In particolare, data la divisione del lavoro cognitivo , oggetto specifico

dell'epistemologia l'interrelazione delle pretese cognitive. Ora, si potrebbe obiettare all'epistemologo normativo, le discipline speciali non potrebbero regolare da s la loro crescita? Dopo tutto, questa politica del laissez-faire condivisa sia da filosofi della scienza di orientamento naturalistico, come Laudan, sia da sociologi, critici dell'epistemologia, come Bloor. A ci Fuller replica che le pretese cognitive delle diverse discipline possono essere incompatibili tra loro, cos che questa incompatibilit non risolubile all'interno di una disciplina particolare. Vi quindi spazio per un'epistemologia normativa-ma-naturalistica . Fuller peraltro consapevole che la normativit dell'epistemologia pu essere interpretata in molti sensi, pi o meno forti: pu essere vista in termini di valutazione post festum, oppure nel senso della direzione della condotta. Secondo Fuller il compito dell'epistemologia non semplicemente quello di interpretare, ma quello di trasformare; essa deve rispondere alla domanda: che fare? Essa si sviluppa lungo due direttrici: lorganizzazione interna della scienza, da un lato, i rapporti tra scienza e societ, dallaltro. Come (rousseaunianamente) la democrazia possibile solo in piccole comunit, cos stata possibile una scienza "epistemicamente virtuosa"- basata sulla libert e sulla critica- solo finch le sue dimensioni - per quanto riguarda numero degli scienziati, investimenti economici, ecc. - sono state relativamente piccole. Con l'affermazione della Big Science queste virt sono andate perse. La ricerca sempre pi dipendente dal complesso militare-

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industriale e da ristrette lites di esperti, coalizzati con questo complesso. Non solo sono scomparse le virt epistemiche, ma anche la societ nel suo insieme ha perso ogni possibilit di controllo sulla scienza. Per Fuller, il problema centrale della politica della scienza oggi quello di una democratizzazione della scienza che coinvolga nel suo governo chi la finanzia mediante le tasse e ne subisce le conseguenze: il popolo sovrano. Fuller non si interroga solo sulle istituzioni che possono favorire il governo democratico della scienza, che concepisce secondo un modello repubblicano, a suo giudizio incarnato nelle Universit, ma anche su quelle che permettono il sorgere di un interesse pubblico per la scienza, come i forum pubblici dove la ricerca inizialmente stimolata e alla fine valutata. La normativit della scienza non pensata in termini ideali: le norme devono essere applicabili. In Fuller [1993] lautore si preoccupa di rendere le norme consensualmente accettabili da parte di chi ne deve essere governato. La retorica diventa, cos, uno strumento essenziale dellepistemologia. Per rispondere alla domanda che fare? necessario determinare il fine della scienza. Secondo Fuller esso non pu essere identificato con la verit: se la scienza tendesse verso la verit, il suo sviluppo dovrebbe essere caratterizzato da ritenzione, accumulazione e convergenza, in quanto questi caratteri sono indicatori della verit. La storia invece prova che nella scienza, date le discontinuit radicali della sua evoluzione, questo non si verifica. Uno dei compiti dell'ES sar, allora, quello di determinare un'immagine diversa degli obiettivi del processo cognitivo, che tenga conto di fatti quali:

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1) la conoscenza non pu essere indefinitamente accumulato da tutti i produttori di conoscenza, ma piuttosto un processo economico: il problema non come si accumula, ma come si distribuisce; 2) vi sono due livelli di questo processo economico: 2.a) un microlivello: ogni nuovo prodotto cognitivo ridistribuisce il precedente bilancio di credibilit tra gli agenti cognitivi; 2.b) un macrolivello: un livello di conoscenza relativamente costante circola nel processo: relativamente poca conoscenza prodotta conservata, o meglio tradotta in altri prodotti cognitivi; 3) il possesso della conoscenza uno status socialmente ascritto: un fatto di credibilit; 4) la convergenza raccomandata, perch di norma prodotta pi conoscenza di quanto possa essere conservata. Il programma di Fuller diverge quindi sostanzialmente da quello di Goldman, sotto diversi aspetti. Fuller concentra la sua attenzione sull'organizzazione sociale della scienza contemporanea, tralasciando altre istituzioni sociali in cui la conoscenza prodotta. Non presuppone che il fine dei processi cognitivi sia la verit: il fine deve essere empiricamente determinato, a partire da ci che il processo di produzione della conoscenza effettualmente . Mentre Goldman ritiene che il fine della conoscenza (la verit) non sia socialmente determinato, ma che sociali siano solo i mezzi, per Fuller tanto i fini quanto i mezzi sono di natura sociale. Mentre Goldman, al pari dei sociologi di Edimburgo, cerca di conciliare psicologismo (gli interessi) e sociologismo (le strutture), per Fuller il modo di produzione della

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conoscenza ubbidisce a una sua logica intrinseca, indipendentemente dalla coscienza dei produttori.

IL CONSENSUALISMO DI LEHRER Si possono, cos, individuare due orientamenti in ES, il primo, pur variegato al suo interno, riconducibile allepistemologia analitica, il secondo di cui Fuller lesponente pi in vista aperto alla filosofia continentale. Lehrer si inserisce nella tradizione analitica, che definisce la conoscenza come credenza vera e giustificata, ma si differenzia da Goldman in quanto interessato non alle cause delle credenze, quanto alle loro ragioni. Mentre accetta il concetto di verit come nozione primitiva e indefinita, egli appunta la disamina su quello di giustificazione, che si identificherebbe con la coerenza con un sistema di sfondo. La nozione centrale quella di accettazione: le credenze non si impongono al soggetto con la forza dell'evidenza, ma sono oggetto di una scelta, lapprodo di un ascesa metamentale . Ora, Lehrer si chiede come un sistema di accettazione possa generare giustificazione. Un sistema di accettazione ci informa che pi ragionevole accettare qualcosa piuttosto che qualcos'altro: ci dice quando dobbiamo fidarci delle nostre fonti di informazione, vale a dire dei sensi, della memoria, della testimonianza Il sistema di accettazione fallibile, ma lo strumento che dobbiamo usare per decidere ci che al momento presente dobbiamo accettare sulla base delle informazioni che possediamo. Il sistema di accettazione cambia in risposta ai nuovi dati e ad ulteriori riflessioni, ma ad ogni momento rappresenta il risultato degli sforzi di distinguere la verit dall'errore.

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Un soggetto S personalmente giustificato ad accettare p se p coerente con il sistema di proposizioni che S accetta. , inoltre, verificamente giustificato ad accettare p se p coerente con il sottoinsieme delle proposizioni che accetta, costituito da tutte e solo le proposizioni vere. Se si danno queste due condizioni, allora S completamente giustificato a credere che p. Analogamente un gruppo G (noi) completamente giustificato ad accettare p se e solo se G consensualmente giustificato ad accettare p, vale a dire se p coerente con il suo sistema consensuale di accettazione, e verificamente giustificato, cio se p coerente con il sottosistema del sistema consensuale di accettazione C costituito da tutte e solo le proposizioni vere di C. possibile che un soggetto S sia giustificato ad accettare p, coerente con il suo sistema di accettazione, mentre il suo gruppo sia giustificato a non accettarlo, in base al sistema di accettazione consensuale. Lehrer ritiene che possa esistere un rapporto di dipendenza della conoscenza personale da quella sociale: vi sono casi in cui io sono completamente giustificato a credere che p, perch il gruppo completamente giustificato a credere che p (dal momento che il gruppo contiene "pi informazioni"). La dipendenza della conoscenza personale da quella sociale viene spiegata da Lehrer in termini di aggregazione del consenso. Secondo il modello di consenso razionale che Lehrer aveva elaborato insieme a Karl Wagner , sono dati un insieme di individui 1, 2,...,n,..., un problema e un insieme di possibili soluzioni. Ogni individuo assegna un certo grado di probabilit a ciascuna delle ipotesi e un certo peso w, o stima, maggiore di zero e minore di uno, a ciascuno dei suoi pari. Egli, quindi, riconsidera la probabilit da lui assegnata all'ipotesi che preferisce alla luce di ci che ne
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pensano gli altri e alla stima che prova per loro. Aggrega, quindi , le opinioni secondo una formula del tipo: p dove p
x+1 i,t (bk)

= wi1p

1,t (bk)

+ wi2p 2,t (bk) + ... + winp

x n,t (bk)

x+1

i,t (bk)

la probabilit che l'individuo i assegna al tempo t all'ipotesi (o

credenza) bk; essa dipende dalla stima win che, allo stadio precedente di aggregazione x, i attribuiva a ciascuno dei suoi n pari, e dalla probabilit p
x n,t

che

ciascuno di essi assegnava a bk. Il procedimento pu essere reiterato. Si pu dimostrare che sotto opportune condizioni le probabilit convergono verso una probabilit consensuale e queste verso la verit. Un secondo problema, affrontato in Lehrer (1996), quello dell'assegnazione di stima agli altri. Secondo Lehrer io ho fiducia in me, nella mia attendibilit in ci che accetto e preferisco. A partire da questa fiducia si crea un circolo mediante il quale la mia fiducia in me stesso mi porta ad avere fiducia negli altri, e la fiducia negli altri, che hanno fiducia in me, mi porta ad accrescere la fiducia in me stesso. Il meccanismo della fiducia tale, che esso porta ad un accrescimento complessivo della fiducia stessa, e non ad una semplice ridistribuzione: in un gruppo, i cui membri nutrono reciprocamente fiducia per quanto concerne credenze e preferenze, questa tende a crescere e a produrre credenze e preferenze consensuali. sufficiente che nel gruppo gli individui siano collegati in modo tale che, in una sorta di circolo, ognuno assegni una stima superiore allo zero al proprio vicino. Per spiegarlo, Lehrer ricostruisce formalmente come aggreghiamo le valutazioni dell'attendibilit dei

Lehrer, Wagner (1981).

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membri di un gruppo da parte dei membri del gruppo stesso, per trovare una misura appropriata dell'attendibilit dei membri del gruppo per i membri del gruppo.

LAFFIDABILISMO DI CORLETT Una sintesi tra lapproccio esternalistico di Goldman e quello internalistico di Lehrer tentata da Angelo Corlett, il cui affidabilismo epistemico sociale richiede come condizione della conoscenza che la credenza non sia solo formata da un processo affidabile, ma che il soggetto ne sia responsabile. Secondo laffidabilismo epistemico sociale un soggetto sociale S (un individuo in un contesto sociale o un conglomerato) conosce una proposizione p se e solo se: 1. S crede che p al tempo tn; 2. p vero; 3. S giustificato a credere che p al tempo tn. 4. p prodotto da un processo cognitivo affidabile; 5. p coerente con il contenuto del sistema di credenze di S al tempo tn; 6. S un agente epistemicamente responsabile nel credere che p al tempo tn. La teoria di Corlett vuole conciliare, inoltre, individualismo e collettivismo epistemologici, in quanto ammette due possibili soggetti della conoscenza sociale: gli individui in un contesto sociale e i collettivi che possiedono le caratteristiche essenziali per la conoscenza (come un normale sistema di elaborazione delle informazioni e di decisione).

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LA TEORIA DEI SOGGETTI PLURALI DELLA GILBERT Altri autori di indirizzo analitico assumono francamente che i gruppi sono i soggetti primari della conoscenza. La Gilbert analizza il concetto di credenza di gruppo allinterno di una teoria generale dei soggetti plurali. Che cosa significa che noi facciamo qualcosa insieme, che il gruppo G fa A come una sola persona? Ella esclude che questo concetto possa essere definito in termini sommativi, vale a dire che G fa A sia riducibile a per ogni g ? G, g fa A, eventualmente in condizioni di conoscenza comune. Ad esempio, se il gruppo G costruisce una casa, questo non equivale a dire che ciascuno costruisca la casa. Le teorie sommative non renderebbero conto delle attese e delle obbligazioni che lappartenenza ad un gruppo che agisce insieme comporta. Secondo la Gilbert il concetto fondamentale quello di impegno congiunto: un gruppo G fa insieme A quando tra i suoi membri esiste un impegno congiunto a fare A. Limpegno congiunto non definito in termini di un patto esplicito: esso si costituisce allorch ad un atto linguistico da parte di un soggetto corrisponde una risposta appropriata da parte degli altri membri del gruppo (se io ti chiedo: facciamo una passeggiata?, e tu indossi il cappotto, tra di noi si stabilisce un impegno congiunto che implica attese e obblighi reciproci). Tra le possibili azioni ci sono anche le credenze. Che un gruppo G creda che p non significa che ogni membro lo creda, ma che vi un impegno congiunto a credere che p ad esempio a non manifestare dissensi in contesti in cui ci si attende lassenso. Questa teoria trova applicazione in una filosofia della scienza di impronta kuhniana, in cui la comunit scientifica si costituisce in forza di un impegno congiunto a credere, vale a dire a sostenere un determinato paradigma. volutamente assente dal discorso della Gilbert ogni riferimento alla verit o alla

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razionalit, ad una dimensione normativa: limpegno degli scienziati a credere insieme una qualsiasi teoria, non a ricercare insieme la verit. Schmitt, che riprende la teoria gilbertiana della credenza di gruppo, fa sua una prospettiva normativa in cui centrale il concetto di verit. Perch un gruppo sia giustificato a credere che p non necessario che ogni suo membro, o la loro maggioranza, sia giustificato a credere che p. Un gruppo G giustificato a credere che p quando esercita un processo affidabile di formazione delle credenze il cui esito sia la credenza p. Secondo Schmitt si pu parlare di un primato della credenza di gruppo sulle credenze individuali, che possono essere giustificate in funzione dei processi collettivi di formazione delle credenze. Ora, a quali condizioni fenomeni sociali come la testimonianza e il consenso possono contribuire alla giustificazione delle credenze? Schmitt indaga in questa prospettiva come fenomeni studiati dalla psicologia sociale, quali la tendenza al conformismo o la polarizzazione delle credenze nei gruppi, possano contribuire ad accrescere le verit note e ad eliminare gli errori.

SOGGETTI PLURALI, CONOSCENZA COLLETTIVA E CONOSCENZA COMUNE Come osserva F. Schmitt, per lepistemologia classica indifferente se i metodi corretti che producono conoscenza hanno come scopo credenze vere individuali o comuni, di gruppo, comunitarie o impersonali, anche se buona parte di queste teorie pi plausibile se riferita a un soggetto collettivo, in quanto le risorse necessarie per soddisfare le condizioni specificate oltrepassano quelle possedute da ogni singolo individuo. Con lepistemologia sociale, una famiglia di concetti

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analogici credenza personale e impersonale, individuale e collettiva, mutua e comune - si sostituisce allunivoco concetto di credenza dellepistemologia classica. Si deve riconoscere che alcuni di questi concetti, come quello di conoscenza comune, avevano gi ricevuto rigorose definizioni da autori che non si definivano epistemologi sociali. Nel 1969 David Lewis aveva dato una definizione precisa di conoscenza comune e laveva applicata allanalisi della convenzione. Nel 1972 Schiffer aveva definito la conoscenza comune nei termini della logica epistemica, usando gli operatori epistemici introdotti da Hintikka, mentre nel 1976 Aumann laveva formalizzato in termini di teoria degli insiemi. Questo concetto trova ampia applicazione nella teoria dei giochi, per spiegare come nellazione la conoscenza di uno stato di cose sia integrato dalla conoscenza della conoscenza dellaltro circa quello stato di cose. Quale rapporto c tra il concetto di conoscenza comune e quello, proprio dellES, di conoscenza collettiva? Innanzi tutto, dobbiamo chiederci che cosa significhi lespressione: (CC) Noi sappiamo che p (o Il gruppo G sa che p). Di (CC) si possono dare diverse esplicazioni. In primo luogo, si pu dire che noi sappiamo che p se ciascuno di noi sa che p. Ognuno pu averlo appreso usando le sue facolt percettive e inferenziali individuali. Non vi sono cause o ragioni sociali che spieghino o giustifichino questa conoscenza. La conoscenza collettiva interamente riducibile a quella individuale. Non sembra che questo concetto in generale possa interessare lES, se non nel caso in cui p riguardi il comportamento degli altri membri del gruppo: questa

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conoscenza mutua un presupposto del comportamento coordinato e collaborativo. In secondo luogo, si pu dire che noi sappiamo che p se (1) ognuno di noi sa che p, (2) ognuno di noi sa che (1), (3) ognuno di noi sa che (2), e cos via in infinitum, vale a dire se p oggetto di conoscenza comune. Questa forma di conoscenza presuppone un contesto sociale ed fondamentale per la coordinazione e la collaborazione sociale. E noto come David Lewis si sia avvalso proprio di questo concetto per esplicare il concetto di convenzione. Esso fondamentale per teorie dellintenzionalit e dellazione collettiva, come quelle di Bratman, Gilbert e Tuomela. Ci si chiede se esso coincida con quello di conoscenza collettiva dellES, o almeno sia un elemento necessario della sua definizione, o se al contrario lES ne possa prescindere. Margaret Gilbert, in effetti, ha sviluppato le nozioni classiche di conoscenza comune di Lewis e di Aumann. E noto che queste definizioni sono state criticate per la loro mancanza di realismo: esse implicano una gerarchia potenzialmente infinita di credenze, che non pu stare nella testa di nessuno. Sono state cos sviluppate teorie della conoscenza mutua, della conoscenza comune approssimata, della credenza comune che richiedono assunzioni meno stringenti e che forniscono modelli plausibili di ci che gli agenti sanno nei casi in cui la conoscenza comune in senso stretto sia impossibile. Gilbert [1989] ha fornito a sua volta una definizione che dovrebbe sfuggire alle critiche test ricordate. La sua idea consiste nellabbinare a ciascuno di noi una sua controparte ideale, che dispone delle nostre stesse informazioni e capacit inferenziali, ma non dei nostri comuni limiti di tempo, memoria e perseveranza. Una proposizione p di conoscenza comune tra di noi se

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ciascuno di noi crede che p e che gli altri credono che p, e p oggetto di conoscenza comune (nel senso di Lewis e di Aumann) tra le controparti ideali a qualsiasi livello, finito o infinito, della gerarchia di credenze. Margaret Gilbert per convinta che la conoscenza collettiva non sia interamente riducibile alla conoscenza comune: un fenomeno, come la risposta sorpresa e scandalizzata che suscita chi afferma qualcosa che contraddice le credenze del proprio gruppo. Questo tipo di risposta sarebbe inspiegabile se la conoscenza collettiva fosse analizzabile in termini solamente epistemici. Essa implica, invece, una componente deontica, degli obblighi reciproci a credere. In ogni caso, il concetto di conoscenza comune necessario alla Gilbert per esplicare il concetto di fare qualcosa insieme, e quindi anche credere o conoscere insieme: i soggetti di una credenza collettiva non solo si sono impegnati a credere che p, ma sanno che anche gli altri si sono impegnati a credere che p, e sanno che gli altri si sono impegnati, e cos via. In terzo luogo, si pu dire che noi sappiamo che p, se e solo se la nostra credenza che p dipende causalmente (o giustificata) dalle nostre interazioni con gli altri membri del gruppo. A questo concetto specificamente interessata lES.

LEMPIRISMO SOCIALE DI M. SOLOMON E IL PROCEDURALISMO DI H.E. LONGINO Anche per Solomon e Longino i soggetti della conoscenza sono collettivi. Per lempirismo sociale di Miriam Solomon, la scienza unistituzione il cui fine la massimizzazione del successo empirico osservativo, sperimentale, predittivo e tecnologico e la verit. Soggetto della conoscenza non il singolo ricercatore, ma

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la comunit degli scienziati. Le norme epistemologiche regolano non le decisioni dei singoli, ma la distribuzione degli sforzi della ricerca. La conoscenza non si identifica con la credenza consensuale, come vorrebbe la Gilbert, in quanto i vettori di decisione producono ora consenso, ora dissenso, al fine di massimizzare il successo empirico. Ci sono casi, infatti, in cui il dissenso normativamente appropriato, ad esempio quando teorie rivali garantiscono egualmente il successo empirico. Per Helen E. Longino i processi che producono la conoscenza scientifica sono sociali. Unadeguata teoria normativa della scienza deve valutare procedure sociali, interazioni cognitive. Longino riformula di conseguenza la classica definizione analitica di conoscenza nei seguenti termini: Se S1...Sn sono membri di una comunit epistemica C, allora S1...Sn sanno che p se e solo se (1) S1...Sn credono che p; (2) p; (3) il fatto che S 1...Sn credano che p il risultato di pratiche giustificate adottate da C in circostanze caratterizzate da (a) luoghi pubblici per l'interazione critica; (b) incoraggiamento della critica; (c) criteri pubblici; (d) uguaglianza di autorit intellettuale tra prospettive diverse.

IL COMUNITARISMO EPISTEMOLOGICO DI KUSCH Martin Kusch propone unepistemologia comunitaria, che radicalizza ulteriormente lES socializzando il concetto di verit. La conoscenza designa uno status sociale. Soggetti primari sono i gruppi e non gli individui. La testimonianza fonte di conoscenza al pari dellesperienza. Le condizioni che legittimano laccettazione di una testimonianza sono socialmente determinate. I criteri di giustificazione delle credenze sono pertanto locali, relativi a particolari comunit. Ci che conoscenza

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in una comunit ci che consensualmente accettato in base alle norme di accettazione delle testimonianze che caratterizzano la comunit stessa. Questi presupposti impongono allepistemologia comunitaria una profonda revisione dei concetti di significato e verit, relativizzati al contesto. Non ci soffermeremo, per, su questa semantica sociale, perch, da un lato, esula dallambito proprio dellepistemologia, e perch, come si visto, i principali modelli di ES o prescindono dal concetto di verit (Fuller, Gilbert), o lo interpretano in termini sostanzialmente realistici (Goldman, Schmitt).

EPISTEMOLOGIE DELLA VIRT La variet di orientamenti fin qui esaminata si riflette anche nelle cosiddette epistemologie della virt (EV), di cui Kusch sottolinea la promettente convergenza con ES. EV mette in discussione il presupposto cartesiano secondo cui oggetto di valutazione epistemica sarebbero le credenze, o le proposizioni credute. EV valuta invece i tratti del carattere intellettuale dellagente cognitivo. Le diverse teorie dellEV si dispongono lungo uno spettro che va dallepistemologia affidabilistica di Goldman, che preserva lautonomia della disciplina, alla riduzione dellepistemologia alletica di Linda Zagzbeski. Per le prime i concetti di conoscenza e giustificazione possono essere definiti e spiegati solo parzialmente in termini di virt (ad esempio, per Goldman il concetto di verit non riducibile a concetti etici), per le altre possibile una totale riduzione dellepistemologia alletica. Le une identificano le virt con le abilit tecniche, le altre con gli abiti comportamentali. Le une valutano le virt strumentalmente in funzione delle verit che consentono di acquisire e degli errori che permettono di eliminare, le altre le

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ritengono costitutivamente o intrinsecamente valutabili, come parti di unanima armoniosa; in questo caso, la virt non solo una via verso la verit, ma anche una motivazione per raggiungerla. La convergenza dellEV, specie nella sua forma forte, con lES nella sua versione comunitaria evidente nel momento in cui le virt sono definite non solo in termini dianoetici, ma etici, ad esempio di autonomia, coraggio, o equit.

IL NUOVO COERENTISMO DI L.ALCOFF Radicalmente sociale, aperto come quello di Fuller alle suggestioni continentali, il programma della Alcoff, che sostiene che una teoria socializzata della conoscenza possa lasciar spazio all'obiettivit e alla verit. La conoscenza un fatto di coerenza delle credenze e delle pratiche all'interno di un contesto. un coerentismo che vuole conciliare il realismo con la consapevolezza delle "interconnessioni tra conoscenza, desiderio e potere". La sua novit consiste in questo: 1) i vari elementi di un sistema epistemico non sono ristretti a credenze, ma includono "elementi discorsivi e non discorsivi - posizioni di soggetti, pratiche istituzionali, sistemi di esclusione, episteme, e cos via"; 2) le relazioni epistemicamente rilevanti non sono esaurite dalla consistenza e dalla completezza esplicativa. In alcuni casi relazioni politiche, culturali e psicologiche possono essere rilevanti; 3) i sistemi epistemici sono almeno parzialmente il prodotto della situazione storica; 4) la verit un concetto "indessicale": la verit "storicamente relativa", senza essere "irrazionale, soggettivista o ideologica";

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5) da queste premesse deriva un "realismo immanente", che non rifiuta la dimensione normativa della conoscenza, anche se la relativizza.

PROBLEMI DI EPISTEMOLOGIA SOCIALE Come si visto, la definizione analitica di conoscenza, per cui se un certo soggetto S sa che p, allora S crede che p, p vero, e S giustificato nel credere che p, pu essere socializzata in almeno tre direzioni: 1) invece di considerare un soggetto individuale delle credenze possiamo ascrivere queste ad un soggetto collettivo; 2) possiamo definire il concetto di verit in termini sociali, ad esempio definire vero ci che un gruppo accetta consensualmente; 3) possiamo ammettere che il soggetto S, per quanto individuale, possa essere giustificato a credere in base a ragioni possedute da altri individui. Vi sono quindi epistemologie pi o meno sociali: una ES forte ammette solo credenze di gruppo, la cui verit identificata con il consenso prodotto attraverso lo scambio sociale, mentre una ES debole ammette solo una di queste condizioni (verosimilmente l'ultima). Fuller e Solomon, ad esempio, sembrano assertori di teorie - pur diverse tra di loro pi forti di quelle di Goldman o di Lehrer. Adottando dapprima una forma debole di ES, possiamo affermare la seguente tesi, ispirata a Reid: (0) Io sono giustificato a credere che p se mi stato testimoniato che p, come lo sarei se lavessi direttamente osservato. Questa tesi si oppone allindividualismo epistemologico moderno, che a partire da Cartesio e Locke, ha svalutato la testimonianza degli altri come fonte di conoscenza.

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Reid, riconosce, invece, il valore epistemologico della nostra fiducia nella parola degli altri, basandosi su un'analogia tra percezione e testimonianza. Il bambino inizia con un atteggiamento di base di fiducia nei suoi sensi e nelle persone che comunicano con lui, e questa una condizione del suo apprendimento del linguaggio e del progresso dell'intelligenza. Come possiamo controllare e rettificare la testimonianza in base alla percezione personale ("mi stato detto che queste mele sono mature, prover ad assaggiarne una"), analogamente possiamo controllare le nostre percezioni individuali richiedendo delle testimonianze ("mi sembrato di sentir suonare il campanello, non avete udito nulla?"). Reid giustifica la nostra fiducia nella testimonianza facendo appello ai principi di veridicit (gli esseri umani per lo pi dicono il vero) e credulit (gli esseri umani tendono a credere vero ci che viene detto loro), che per C. A. J. Coady [1992] non sono delle semplici generalizzazioni empiriche, ma degli a priori della comunicazione. Alla tesi (0) si potrebbe comunque obiettare che di fatto non crediamo a tutte le testimonianze che riceviamo. Ad esempio tendiamo prima facie a non credere a testimonianze che provengono da individui non appartenenti al nostro gruppo di identit. Inoltre, non nemmeno desiderabile che noi crediamo ad ogni testimonianza, in quanto questo accrescerebbe non solo le nostre credenze vere, ma anche quelle false, mentre un procedimento affidabile di acquisizione della conoscenza dovrebbe servire anche a evitare o eliminare gli errori. Se poi le testimonianze fossero in disaccordo tra di loro, ci sarebbe necessario un canone o un criterio per la loro discriminazione: sembra, cio, che la testimonianza degli altri debba essere determinata, quantitativamente o qualitativamente, per essere giudicata veridica.

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Molte credenze sono fissate in base al consenso vuoi universale, vuoi del proprio gruppo di identit, vuoi degli esperti. Il consenso dei testimoni, vale a dire la coerenza delle loro testimonianze, un possibile criterio della loro veridicit. Possiamo, quindi, affermare: (1) Io sono giustificato a credere che p se p oggetto di consenso universale. Ora, come osserva la Solomon, il consenso (o la ricerca del consenso) ha prodotto o pu produrre ostacoli alla ricerca della verit: Copernico ha sfidato il consenso universale, ma non per questo ha sbagliato. Sembrerebbe quindi necessario richiedere: (1) Io sono giustificato a credere che p se p oggetto di consenso universale tra gli esperti. Ma, dopo tutto, Copernico ha sfidato non solo il senso comune, ma anche il consenso degli esperti: come pu un profano giustificare le sue credenze quando gli esperti in materia sono in conflitto tra di loro? Il consenso, di per s, non costituisce un processo affidabile. Come ha osservato tra gli altri Schmitt, per sfuggire a questa obiezione dovremmo ulteriormente qualificare il consenso: ci sono molti modi per aggregare il consenso, ma solo un consenso frutto di un dibattito razionale pu essere considerato un processo sociale affidabile. A questo punto, per, il processo sociale fondamentale risulta essere quello dell argomentazione. Seguendo Goldman, potremmo esprimere la seguente idea: (2) Io sono giustificato a credere che p se sono in grado di persuadere un gruppo G della sua verit.

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Molte, per, sono le obiezioni che si possono avanzare a questa concezione. Io potrei essere in grado di convincere un gruppo meno sofisticato, ma non uno pi smaliziato: in un caso sarei giustificato a credere e nellaltro no, cosa che sembra assurda. Si potrebbe riqualificare la tesi in questo modo: (2) Io sono giustificato a credere che p se sono in grado di persuadere un gruppo ideale G al termine di un dibattito ideale della verit di p. Che cosa sono, per, un gruppo e un dibattito ideali? La definizione sembra oscura, a meno che il gruppo ideale non sia inteso come un gruppo in grado di apprezzare le relazioni logiche e induttive tra proposizioni e il dibattito ideale come un dibattito in cui sono valutate oggettivamente queste relazioni. In questo caso, per, la (2) si riduce a: (2) Io sono giustificato a credere che p se possiedo delle ragioni deduttivamente e induttivamente valide per credere che p. Ora questa definizione elimina del tutto laspetto sociale, riducendo la giustificazione epistemica ad un mero fatto logico, come in effetti sostiene lo stesso Goldman. Recentemente Goldman, dopo aver discusso la tesi di Reid ricordata allinizio, lha riqualificata, sostenendo che la fiducia riguardo alle credenze, in prima istanza, concessa solo a coloro verso cui abbiamo un precedente legame sociale di natura affettiva3. Il bambino non si fida di chiunque, ma dei propri genitori e di coloro verso cui ha particolari risonanze emotive. Queste interazioni affettive possono svolgere un ruolo causale nella produzione di fiducia verso le credenze.

Goldman (2002), pp.164-181.

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Questipotesi, denominata con lacronimo BABA (Bonding Approach to BeliefAcceptability), cos formulabile: (3) Io sono giustificato a credere che p, se mi stato testimoniato che p da un soggetto S cui sono socialmente legato. Questa tesi si distingue dalle precedenti, in quanto afferma che ci che rende epistemicamente significativa la testimonianza non lo stato cognitivo dei due soggetti in questione, ma il rapporto sociale tra di loro. Si pone cos il complesso problema di definire come debba essere il legame sociale tra colui che riceve la testimonianza e il testimone, affinch sia epistemicamente significativo. Esso pu essere o naturale o artificiale. Goldman fa riferimento a un modello naturalistico, mentre altri autori, come la Gilbert, sembrano preferire un modello artificialistico. La tesi naturalistica pu essere cos formulata: (4) Io sono giustificato nel credere che p, se mi stato testimoniato che p da un soggetto S cui sono affettivamente legato. La proposta di Goldman si espone ad alcune obiezioni: 1) se mi devo fidare delle credenze di chi amo, e amo solo persone ignoranti, come potr accrescere la mia conoscenza? Ad esempio, se un bambino cresce in un ambiente deprivato culturalmente, come potr uscirne? 2) se mi devo fidare delle credenze di coloro verso cui ho legami affettivi, e non ho legami affettivi verso gli esperti (ad esempio, i miei professori), come potr accrescere le mie conoscenze? Da queste obiezioni si potrebbe sfuggire, ricordando che Goldman propone s unepistemologia fondazionalistica, in quanto ammette che ci siano credenze, come quelle osservative o testimoniali, che non richiedono di essere argomentate, ma

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fallibilistica, in quanto nessuna credenza immune da revisione. Cos, le prime credenze del bambino sono testimoniali, ma poi possono essere riviste o confutate nel corso della crescita. Ammesso che lamore filiale sia il primo legame epistemicamente significativo dellessere umano, a quali altri legami dovr lasciare il posto perch ci sia una crescita conoscitiva? Questi legami affettivi dovranno essere tali da poter comprendere le comuni fonti di informazioni, quali insegnanti, esperti, giornalisti e cos via. Lehrer sembra suggerirci un convincente candidato quando sviluppa la sua teoria della fiducia in s e nellaltro: (4) Io sono giustificato a credere che p, se mi stato testimoniato che p da un soggetto S cui sono affettivamente legato da un vincolo di fiducia. La definizione si espone, per, ad obiezioni simili a quelle avanzate contro la tesi (4), a meno di non precisarla in questi termini: (4) Io sono giustificato a credere che p, se mi stato testimoniato che p da un soggetto S cui sono affettivamente legato da un vincolo di fiducia e che merita la mia fiducia. Cos formulata, per, la teoria sembra esporsi ad unobiezione di circolarit, in quanto sembra asserire che razionale che io mi fidi di chi razionale fidarsi4. Si potrebbe, allora, far riferimento al modello artificialistico o volontaristico, esemplificato dalle teorie sostenute dalla Gilbert: esiste una credenza

Questa strada pi promettente di quanto non appaia. possibile definire il

concetto di affidabile, degno di fiducia (ci di cui razionale fidarsi) evitando la circolarit. Ora, verosimile che tra le condizioni dellaffidabilit ce ne siano alcune (autorit, credenziali epistemiche) che dipendono dalla societ.

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collettiva p se tutti membri del gruppo si sono congiuntamente impegnati a credere che p. Ognuno si obbliga nei confronti degli altri a credere le stesse cose e si sente in diritto di aspettarsi che anche gli altri facciano lo stesso: (5) Io sono giustificato a credere che p, se mi stato testimoniato che p da un soggetto S cui sono legato da un impegno congiunto a credere come una sola persona. Questa definizione , per, controintuitiva. Possiamo osservare che se tutte le comunit hanno credenze comuni, non tutte le comunit hanno come scopo quello di credere in comune, cio non tutte si costituiscono per credere. Ad esempio, una comunit scientifica caratterizzata dal fatto che ricerca la verit insieme: i suoi membri si sono impegnati a porre delle domande riguardanti il proprio oggetto di studio e a rispondere veridicamente ad esse. Questo implica anche il dissenso: io verrei meno allimpegno congiunto se tacessi riguardo ad unevidenza confutante la teoria che la comunit ha accettato. Si potrebbe, allora, formulare la seguente definizione: (5) Io sono giustificato a credere che p, se mi stato testimoniato che p da un soggetto S con cui sono congiuntamente impegnato a cercare insieme la verit come se fossimo una sola persona. Qui si pongono altre difficolt: se io devo chiedere unindicazione stradale, e vedo due passanti, indifferente a chi mi rivolga? Sar ugualmente impegnato a credere ad entrambi? Sembra che io debba preliminarmente scegliere a chi rivolgermi, ad esempio un locale piuttosto che uno straniero. Un sentimento di fiducia pi o meno articolato precede il mio atto illocutorio e lo stabilirsi di un impegno congiunto. Una condivisione di credenze, desideri e sentimenti sembra precedere

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quel patto, ancorch implicito, su cui si fondano le obbligazioni dellimpegno congiunto. Queste tesi sono messe in difficolt dal seguente esempio, proposto da Goldman5: in un aeroporto viene annunciato che un certo volo in ritardo. Intuitivamente, razionale che io creda a ci che stato annunciato. Eppure, io non solo non conosco personalmente lo speaker e non provo alcun sentimento nei suoi confronti, ma non ho nemmeno alcun impegno congiunto con lui. Ci che rende lo speaker credibile la posizione che occupa in un sistema, lautorit epistemica che ci gli conferisce. Ci ci suggerisce forse una strada per uscire dalla difficolt. Nella tesi iniziale (0) non abbiamo prestato abbastanza attenzione al termine testimone. Secondo Coady, un parlante S testimonia se e solo se: i) il suo sostenere che p un'evidenza a favore del fatto che p ed offerta come evidenza per il fatto che p; ii) S ha la competenza rilevante, l'autorit e le credenziali per esprimere veridicamente il fatto che p; iii) la proposizione p rilevante per qualche questione discussa o non risolta. In questa definizione risulta problematica la clausola (ii), che ripropone il problema degli esperti, cos formulato da Goldman: Possono dei profani, rimanendo profani, formulare giudizi giustificati sulla credibilit degli esperti, specie se rivali? Quando e come questo possibile? Secondo Goldman possibile per chi ascolta formarsi una ragionevole valutazione su quale esperto sia pi credibile in base a cinque fonti di evidenza: 1) argomenti presentati dagli esperti in competizione, 2) consenso da parte di altri

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possibili esperti, 3) approvazione da parte di meta-esperti, 4) interessi e pregiudizi degli esperti, 5) precedenti. Il primo caso non si applica nel rapporto profano/esperto (se il profano in grado di capire gli argomenti egli stesso in un certo grado un esperto). per opportuno distinguere tra giustificazione argomentativa diretta e indiretta. La giustificazione diretta, per cui lascoltatore giustificato nel credere la conclusione di un argomento se giustificato nel crederne le premesse e la loro relazione di supporto alla conclusione, non si verifica nella relazione profano/esperto. Largomentazione indiretta, che si basa sul fatto che un parlante pu dimostrare superiorit dialettica su un altro e che questa superiorit pu essere un indicatore plausibile della maggiore esperienza, pu giustificare le credenze di un profano, che pu cogliere questa superiorit. Quanto vale lappello al consenso previsto in 2) e 3)? Goldman dimostra in termini bayesiani che il numero dei consensi non significativo, almeno quando gli esperti che esprimono la loro fiducia non sono indipendenti tra di loro. Pregiudizi e interessi distorcono spesso le credenze: le informazioni riguardanti gli interessi sono spesso le pi accessibili per un profano per giudicare lattendibilit di un esperto. Il problema sorge, per, se entrambi gli esperti sono interessati. Di conseguenza, la migliore fonte di evidenza di cui il profano pu disporre sono i precedenti successi cognitivi. Ma perch il profano conosca i risultati passati, non dovrebbe essere un esperto? Lobiezione risolta da Goldman grazie alla distinzione tra proposizioni esoteriche ed essoteriche. Il profano pu conoscere i successi di un esperto da un

Goldman (1999), pp.124-125.

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punto di vista essoterico (ad esempio, successo nel diagnosticare e curare una malattia), anche se non ne conosce le ragioni esoteriche. Resta aperto un interrogativo: Quale tipo di educazione [] potrebbe sostanzialmente migliorare la capacit dei profani di valutare un esperto, e quale tipo di intermediari comunicativi possono servire per rendere la relazione profanoesperto una relazione di credenza giustificata piuttosto che di fede cieca? Questo interrogativo particolarmente rilevante nella prospettiva di Fuller, che, in nome del controllo democratico sulla scienza, tende a contestare lappello agli esperti e a difendere il diritto del profano a ribellarsi alla loro autorit. Il fatto che p sia stato testimoniato da una fonte attendibile non , per, una condizione necessaria. Lo prova un esempio portato da Goldman: dieci testimoni hanno assistito a un fatto in condizioni di scarsa visibilit. Essi non sono in grado di credere e asserire veridicamente e in modo giustificato che p, ma la convergenza o complementarit delle loro asserzioni permette a coloro che ricevono la testimonianza di credere razionalmente che p. Il singolo pu essere testimone anche se manca come tale di condizioni epistemiche per credere e asserire che p. Questo sembra suggerire che noi dovremmo allargare la considerazione dallindividuo al gruppo. Le condizioni perch un soggetto sia giustificato a credere che p non dipendono quindi semplicemente dalle condizioni epistemiche di un altro soggetto, come vorrebbe lES debole di orientamento analitico: sembra necessario far riferimento alle posizioni sociali dei soggetti pubblicamente riconosciuti o meno come esperti e alla distribuzione delle conoscenze in un gruppo, come sono indagate dalle prospettive pi forti di Fuller o della Alcoff.

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CONCLUSIONI: LA NORMATIVIT RITROVATA E opinione comune che la pubblicazione nel 1962 della Struttura delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn abbia dato inizio ad una rivoluzione nella filosofia della scienza, trasformandola nello studio di un costrutto sottoposto a convenzioni e norme di tipo collettivo, non diverse da quelle che stanno alla base dellemergere di miti, religioni e ideologie. Concetti come verit, razionalit, giustificazione e progresso sono cos apparsi come idola da cui lepistemologo doveva liberarsi. E nota a tutti la funzione critica che questa rivoluzione ha comportato, combattendo la surrettizia assolutizzazione di forme di conoscenza che sono pur sempre storicamente e socialmente relative. Essa ha incoraggiato movimenti di critica nei confronti dellautorit della scienza e degli esperti. E per noto anche come essa abbia rinunciato a valutare un punto di vista come epistemicamente pi valido, esplicativamente pi profondo o empiricamente pi adeguato, di un altro: ogni opzione teorica apparsa come mera espressione di una particolare forma di vita, equivalente ad ogni altra. Gli epistemologi che hanno cercato di salvare il programma classico di giustificazione razionale delle pretese conoscitive della scienza, hanno cercato di ricostruire razionalmente la genesi e il mutamento delle teorie, mostrando come essi siano spiegabili in termini di norme razionali e non richiedano cause sociali, se non nei casi insuccessi o di rallentamenti e di deviazioni dalla linea del progresso conoscitivo. LES ha avuto il merito di superare la rigida opposizione tra psicologia sociale e sociologia della scienza, da un lato, e logica della scienza, dallaltro,

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spiegando la genesi e il mutamento delle credenze in termini che sono insieme sociali e razionali: a quali condizioni gli interessi favoriscono e a quali ostacolano lacquisizione e la diffusione di credenze vere? Quali forme di potere giovano e quali danneggiano la crescita della conoscenza? E cos via LES in tal modo non solo rimasta fedele alle istanze normative dellepistemologia classica, ma ha continuato anche ad esercitare la funzione critica propria dalla filosofia post-kuhniana. Ad esempio, essa si interroga su come le diverse posizioni nei processi di riproduzione sociale possano favorire o ostacolare i processi cognitivi: lepistemologia femminista ha trovato cos nellES una cornice teorica entro cui acquistano senso e trovano risposta i suoi interrogativi. Essa affronta il cruciale problema del ruolo della scienza nella sfera pubblica e del suo governo in una societ democratica. Allarga la prospettiva a tutte quelle istituzioni, come la stampa, la scuola o il sistema giudiziario, dove centrale lesigenza di acquisire e diffondere credenze vere, ma che erano trascurate dallepistemologia classica, nonostante la loro importanza nella sfera pubblica e per la vita di ogni cittadino. Inoltre, dal momento che lES non rinuncia ai concetti di verit, razionalit e giustificazione, in grado di raccomandare alcuni punti di vista come epistemicamente superiori ad altri. Come ha mostrato la presente rassegna, lES non ha finora trovato un proprio paradigma n escogitato soluzioni univoche ai suoi problemi: penso, per, che si possa argomentare che una societ aperta - o forse anarchica come quella degli epistemologi sociali oggi, uno stimolo e non un freno alla fecondit delle ricerche.

RINGRAZIAMENTI

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Quando in un saggio confluiscono studi che ci hanno impegnato per anni, sono molti i debiti di gratitudine che sentiamo di avere, ma che non ci possibile soddisfare in poche righe. Mi limiter a ringraziare pertanto i referees anonimi che hanno letto con critica attenzione lo scritto, secondo il bel metodo del double blind referee : i loro consigli mi hanno permesso di meglio articolare e approfondire alcuni nodi concettuali. Sono grato, inoltre, a Luciano Floridi, cui devo unulteriore accurata lettura e utili suggerimenti, e a Gian Maria Greco, che, fin dalla mia prima proposta del saggio, ne ha seguito con cura e disponibilit la gestazione. Ringrazio, infine, Zelia, con cui ho condiviso negli anni percorsi di ricerca e non solo , per aver atteso con pazienza che tornassi da questa mia passeggiata solitaria attraverso i territori dellepistemologia sociale.

BIBLIOGRAFIA In lingua italiana apparsa nel 1997 un volume collettaneo dedicato allES, Esperienza e conoscenza , Giuffr, Milano 1997, che include saggi di Fuller, Gilbert, Goldman, Schmitt, e, oltre ad unampia introduzione di G. Piazza, una (allora) completa bibliografia sullargomento. Si segnala anche Fenomenologia e societ, 1, 1998, dedicata a Dimensioni sociali della conoscenza: questioni di metodo e pretese di verit, con articoli di Corlett, Fuller, Garrison, Gilbert e Solomon. Ci limitiamo in questa bibliografia alle opere pi significative degli autori citati.

Alcoff L. (1996), Real Knowing: New Versions of the Coherence Theory, Cornell U.P., Ithaca.

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Giovanni Boniolo

FILOSOFIA DELLA BIOLOGIA: CHE COS'?

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AUTORE Giovanni Boniolo[giovanni.boniolo@unipd.it] professore di I fascia di Filosofia della Scienza presso l'Universit di Padova. Fra i suoi ultimi lavori ha scritto, con P. Vidali Strumenti per ragionare (Bruno Mondadori, Milano 2002) e Introduzione alla filosofia della scienza (Bruno Mondadori, Milano 2003). Ha appena ultimato Il limite e il ribelle. Schegge fra etica, bioetica, naturalismo darwinismo (Cortina, Milano giugno 2003). Con P. Vidali ha anche curato scritto per le scuole superior Argomentare. Corso di filosofia, voll. I-IV (Bruno Mondadori, MIlano 2002-2003). La revisione editoriale di questo saggio a cura di Gian Maria Greco.

LdR un e-book, inteso come numero speciale della rivista SWIF. edito da Luciano Floridi con il coordinamento editoriale di Gian Maria Greco e la supervisione tecnica di Fabrizio Martina. LdR - Linee di Ricerca il servizio di Bibliotec@SWIF finalizzato allaggiornamento filosofico. LdR un e-book in progress, in cui ciascun testo un capitolo autonomo. In esso l'autore o l'autrice, presupponendo solo un minimo di conoscenze di base, fornisce una visione panoramica e critica dei temi principali, dei problemi pi importanti, delle teorie pi significative e degli autori pi influenti, nell'ambito di una specifica area di ricerca della filosofia contemporanea attualmente in discussione e di notevole importanza. Il fine quello di fornire al pubblico italiano un'idea generale su quali sono gli argomenti di ricerca di maggior interesse nei vari settori della filosofia contemporanea oggi, con uno stile non-storico, accessibile ad un pubblico di filosofi non esperti nello specifico settore ma interessati ad essere aggiornati. Tutti i testi di Linee di Ricerca sono di propriet dei rispettivi autori. consentita la copia per uso esclusivamente personale. Sono consentite, inoltre, le citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purch accompagnate dall'idoneo riferimento bibliografico. Per ogni ulteriore uso del materiale presente nel sito, fatto divieto l'utilizzo senza il permesso del/degli autore/i. Per quanto non incluso nel testo qui sopra, si rimanda alle pi estese norme sui diritti dautore presenti sul sito Bibliotec@SIWF, www.swif.it/biblioteca/info_copy.php. Per citare un testo di Linee di Ricerca si consiglia di utilizzare la seguente notazione: AUTORE, Titolo, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca, SWIF, 2003, ISSN 1126-4780, p. X, www.swif.it/biblioteca/lr.

LINEE DI RICERCA FILOSOFIA DELLA BIOLOGIA: CHE COS? GIOVANNI BONIOLO Versione 1.0

1. INTRODUZIONE Se proprio volessimo affrontare il problema di che cos la filosofia della biologia, dovremmo prima sapere che cos la filosofia della scienza, in quanto la filosofia della biologia la filosofia di una scienza particolare. Ma per sapere che cos la filosofia della scienza dovremmo sapere che cos la filosofia della conoscenza, in quanto la filosofia della scienza altro non che la filosofia di una conoscenza particolare, ossia di quella scientifica. Ma se volessimo sapere che cos la filosofia della conoscenza, dovremmo sapere che cos la filosofia, poich la filosofia della conoscenza altro non che una particolare declinazione della filosofia. Insomma, dovremmo prima di tutto affrontare il problema di che cosa sia la filosofia. Non un problema facile, anzi uno dei grossi problemi filosofici, o, meglio, metafilosofici, che hanno costellato lintero sviluppo del pensiero. Comunque, non tenter certo di affrontare questo tema, come non tenter di affrontare quello di che cosa sia la filosofia della conoscenza, n di che cosa sia la filosofia della scienza. Per si tenga ben presente la complessit della questione, come tra laltro di tutte quelle questioni filosofiche dove aspetti storici, aspetti teorici e aspetti metateorici si intrecciano indissolubilmente. Scongiurato il pericolo di imbarcarmi in non semplici disquisizioni metafilosofiche su che cosa sia la filosofia in quanto tale, o la filosofia della conoscenza o la filosofia della scienza, ci si potrebbe aspettare che perlomeno affronti il tentativo pure metafilosofico di cercare di rispondere alla domanda Che cos la filosofia della biologia?. Ma non far nemmeno questo, dal momento che cos si aprirebbe una questione teorica, anzi metateorica, che nulla ha a che fare con il
G. Boniolo, Filosofia della Biologia: che cos?, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca , SWIF, 2003, pp. 350-93. Sito Web Italiano per la Filosofia ISSN 1126-4780 www.swif.it/biblioteca/lr

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fornire le prime tracce a chi vuole addentrarsi nei meandri di questa branca della filosofia per poi, forse perch no? , tentare lui stesso, a un certo momento della sua formazione intellettuale, di proporre una risposta alla domanda metafilosofica in questione. In realt ci che far sar semplicemente indicare alcuni temi e alcune ripartizioni che possano far capire che cosa potrebbe essere oggetto dellattenzione di un filosofo della biologia. Solo alla fine di questa classificazione mi concentrer su un tema particolare, segnatamente quello inerente caso e necessit in biologia, per illustrare con un esempio come possa essere un lavoro di filosofia della biologia. Bene, cominciamo; ma cominciamo ponendo subito dei paletti. Si noti che i paletti non servono solo per rinchiudersi in un recinto, ma pure per evitare di smarrirsi situazioni in cui la confusione e il dilettantismo non sono possibilit cos rare.

2. CHE COSA NON LA FILOSOFIA DELLA BIOLOGIA Un primo passo per cercare di entrare nella filosofia della biologia sta nel capire che cosa serve per farla seriamente. Questo un punto estremamente importante perch molte volte si dimentica che per diventare esperti di qualche cosa bisogna avere un necessario sapere propedeutico, senza il quale non si potrebbe mai realmente padroneggiare quel qualcosa. Nel nostro caso, servirebbe avere: 1. Conoscenze di biologia. Dovrebbe essere ovvio che per fare filosofia della biologia si dovrebbero avere conoscenze inerenti le scienze biologiche, ma cos non specie in Italia dove, in particolare in tempi passati si voluto tentare di far filosofia della scienza senza alcuna conoscenza scientifica. Sfortunatamente chi ha tentato questa via non si mai allontanato dal raccontare le idee di altri filosofi meno dilettanti sul piano scientifico. Bisognerebbe quindi avere una buona competenza nelle scienze biologiche costruita sia sullo studio dei manuali (e non sui testi di divulgazione che non servono a chi vuol fare il professionista) sia sulla frequentazione dei laboratori.
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Per le scienze biologiche entrare in laboratorio una necessit, molto di pi di quanto lo sia, per esempio, per lambito fisico, dove si pu impadronirsi degli aspetti teorici senza il vincolo di confrontarsi con il lato sperimentale. Sfortunatamente cos non per le scienze biologiche. 2. Conoscenze di storia della biologia. Bisognerebbe essere informati di come si sviluppata la storia della biologia in modo da avere una qualche consapevolezza dello sviluppo diacronico della disciplina. 3. Conoscenze di storia della filosofia. Per affrontare un problema di filosofia della biologia, ma direi di filosofia tout court , si dovrebbe avere una serie di nozioni non vaghe su come si dipanata la storia del pensiero filosofico, in particolare della teoria della conoscenza e della filosofia della scienza, in modo da non cadere nella fallacia astoricizzante di coloro che pensano che i problemi filosofici sono entit atemporali. In realt i problemi filosofici, e quindi a fortiori quelli della filosofia della biologia, sono entit che hanno una storia, una storia che bisognerebbe conoscere anche per capire se sono o meno problemi rilevanti. 4. Conoscenze di filosofia. Potrebbe destare la sorpresa di qualcuno distinguere la filosofia dalla storia della filosofia, ma non dovrebbe essere cos: esse sono due ambiti del tutto distinti e avere conoscenze di storia della filosofia non implica affatto avere conoscenze (e abilit) filosofiche. Avere conoscenze di filosofia significa avere conoscenze tecniche, perch fare filosofia, ossia filosofare, fare qualcosa che abbisogna di tecnica e di educazione. Bisogna conoscere e saper usare la logica, in primis, e poi bisogna conoscere e sapere usare le tecniche argomentative. Strumenti che non si acquisiscono studiando storia della filosofia, ma studiandoli direttamente. La filosofia, infatti, non deve essere pensata come ricostruzione storica del pensiero di altri, ma come quellattivit intellettuale che potrebbe dirsi caratterizzata dalla tripla <problema storicizzato, soluzione,
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giustificazione argomentativa>. Per fare filosofia ci si deve scontrare con un problema storicizzato, ossia con un problema che abbia una reale valenza storico/culturale (i puzzle non esistono per i filosofi che hanno consapevolezza storica), si deve cercare di portare una soluzione, e, infine si deve cercare di giustificare argomentativamente tale soluzione (le dimostrazioni non esistono in filosofia). E, si noti, la giustificazione argomentativa estremamente importante. Qualcuno pensa che per fare filosofia basti raccontare qualche problema, oppure che basti raccontare la propria soluzione al problema. Sfortunatamente non cos. Fare filosofia affrontare problemi storicizzati, cercare soluzioni, costruire buone argomentazioni giustificative. Il resto altro.

Detto questo appare evidente che cosa non la filosofia della biologia: non storia della biologia: descrivere come si sviluppato un problema biologico non filosofia della biologia. Non divulgazione filosofica : raccontare in maniera semplificata un aspetto della biologia molecolare o della genetica delle popolazioni non filosofia della biologia. Non storia della filosofia: raccontare come altri filosofi della biologia hanno risolto un problema di filosofia della biologia non filosofia della biologia. Non chiacchiericcio filosofeggiante: discutere, magari amabilmente, intorno a un problema di filosofia della biologia senza le opportune conoscenze tecniche filosofiche non filosofia della biologia. Insomma per fare della buona filosofia della biologia bisognerebbe sapere un po di biologia, un po di storia della filosofia, un po di storia della filosofia e soprattutto bisognerebbe affrontare un problema storicizzato, cercare una buona soluzione, costruire una valida argomentazione giustificativa . Ma vediamo i campi in cui tali abilit possono essere esercitate.

3. COME SI PU FARE FILOSOFIA DELLA BIOLOGIA?


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Una volta abbozzati i preliminari posso cominciare a mostrare che cosa si pu fare in filosofia della biologia. Per far questo la via pi breve realizzare una schematizzazione utile per inquadrare i problemi. Ovvero, suddividere 1) la filosofia della biologia dal punto di vista della filosofia della scienza generale; 2) la filosofia della biologia in quanto filosofia di una scienza particolare; 3) lutilizzo della biologia per affrontare temi di filosofia della conoscenza; 4) lanalisi filosofica delle relazioni fra biologia e scienze formali; 5) l'analisi delle implicazioni etiche dei risultati delle scienze biologiche e biomediche. Bene, procediamo con ordine (vedi schema)

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FILOSOFIA DELLA BIOLOGIA


dal punto di vista della filosofia della scienza generale analisi di concetti appartenenti a ogni scienza, riferendosi per alle scienze biologiche dal punto di vista della filosofia delle scienze particolari analisi di concetti appartenenti tipicamente alle scienze biologiche dal punto di vista della filosofia della conoscenza utilizzo di risultati appartenti alle scienze biologiche per analizzare questioni filosofiche dal punto di vista formale

analisi dei rapporti fra matematica e biologia nonch esplorazione di possibili assiomatizzazioni della biologia dal punto di vista della filosofia morale

analisi dei problemi etici connessi con i risultati biologici, con la sperimentazione bio-medica, con la clinica medica e con la medicina legale

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3.1.

La filosofia della biologia dal punto di vista della filosofia della scienza generale

Un primo ambito di problemi che possono essere propri della filosofia della biologia quello che ha a che fare con la filosofia della scienza generale. Come dovrebbe essere noto, la filosofia della scienza generale diversa dalla filosofia delle scienze particolari. La prima si occupa dellanalisi filosofica di quei concetti che, dal pi al meno, appartengono a tutte le discipline scientifiche. La seconda, invece, si occupa dellanalisi filosofica di quei concetti che appartengono alla data scienza particolare, nel nostro caso la biologia. Ma allora che cosa vuol dire occuparsi di filosofia della biologia dal punto di vista della filosofia della scienza generale? Ebbene, nullaltro che cercare di mostrare come le analisi filosofiche di concetti che appartengono alla riflessione di pi o meno tutte le scienze possano essere declinati in ambito biologico. In questo modo, fra laltro, non si perde, anzi si esalta, la specificit delle scienze biologiche in quanto tali. Occuparsi di filosofia della scienza generale significa occuparsi di problemi quali, per esempio, losservazione carica di teoria? Esiste un metodo o uneuristica relativa alla scoperta scientifica? Che cos una spiegazione? Come si controlla una teoria scientifica? Che cosa vuol dire fare un esperimento scientifico? Che cos una teoria scientifica? C e che cos una legge scientifica? Qual lo statuto epistemologico delle teorie e dei modelli scientifici? Quali sono i rapporti fra filosofia e scienza? Quali sono i rapporti fra religione e scienza? C e che cos la verit scientifica? La scienza procede solo dimostrativamente o ammette al suo interno anche largomentazione? Ecc. Ebbene, tutti questi problemi, ed altri simili per tipologia, facilmente diventano problemi di filosofia della biologia non appena vengono virati in tal senso. Ossia: losservazione biologica carica di teoria? Esiste un metodo o uneuristica relativa alla scoperta nelle scienze biologiche? Che cos una spiegazione biologica? Come si controlla una teoria biologica? Che cosa vuol dire fare un esperimento nelle scienze biologiche? Che cos una teoria biologica? C e che cos una legge biologica? Qual lo statuto epistemologico delle teorie e dei modelli biologici? Quali sono i
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rapporti fra filosofia e biologia? Quali sono i rapporti fra religione e biologia? C e che cos la verit nelle scienze biologiche? Le scienze biologiche procedono solo dimostrativamente o ammettono al loro interno anche largomentazione? Ecc. Come si intuisce, ve n del lavoro da fare per un filosofo della biologia incline ad affrontare i problemi dal punto di vista della filosofia della scienze generale. E, si noti bene, mentre molti dei problemi elencati sono stati estremamente frequentati (soprattutto in ambito internazionale) altri sono ancora in attesa di essere dissodati. Diamoci da fare, dunque.

3.2.

La filosofia della biologia in quanto filosofia di una scienza particolare

Lambito biologico, come ogni tipo di ambito scientifico, ha i suoi propri concetti: concetti che lo caratterizzano e che necessitano di essere analizzati filosoficamente in modo del tutto peculiare. Subito vengono in mente i concetti pi tipici delle scienze biologiche: adattamento, evoluzione, selezione, specie, filogenesi, omologia, E accanto a questi: identit biologica, informazione genetica, genotipo, complessit biologica, Sono questi, dunque, i concetti di cui si dovrebbe occupare il filosofo della biologia che predilige lapproccio scienza particolare. Ma soprattutto alla filosofia della biologia in quanto filosofia di un ambito scientifico particolare, rivendicherei anche lanalisi di quei due concetti che non possiamo non concordare con J. Monod che li considera i due principali della biologia teorica, ossia il concetto di vita e il concetto mente. Che cos la vita? Che cos la mente? Sono entrambi problemi con cui i filosofi si sono cimentati da 2400 anni circa a questa parte, ma sono ancora l, e questo a prova che i problemi filosofici veri sono problemi con una storia e non puzzle astorici ed asettici. Vale qui la pena spendere alcune righe sul secondo problema per riflettere su un fatto rilevante, almeno dal punto di vista della sociologia della conoscenza, in particolare sociologia della conoscenza filosofica. In questi ultimi anni c stata unondata montante di persone interessate alla filosofia della mente. Hanno coniato termini, risignificato concetti gi usati, costruito puzzle, inventato esperimenti mentali del tutto fantascientifici ecc. Tuttavia la maggior parte dei filosofi
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della mente si limitata ad un approccio linguistico, cercando, appunto attraverso lanalisi del linguaggio, di porre e risolvere puzzle. Ben pochi si sono chiesti se valeva la pena sapere che cos il cervello; quasi nessuno si posto il problema di entrare in un laboratorio di neuroscienze per vedere che cosa accadeva. Quei pochi che non hanno voluto fare filosofia della mente a priori, cio che non hanno voluto prescindere totalmente da conoscenze neurobiologiche, ma che non hanno nemmeno voluto affrontarle seriamente, hanno rincorso i risultati dei neuroscienziati - molte volte non capendoli nemmeno bene - con leffetto che si sono quasi sempre trovati in ritardo. E tutto questo forse perch non si voluto capire che il problema della mente, o se si preferisce, il problema mente-cervello, un problema di filosofia della biologia intesa quale filosofia di un particolare ambito scientifico. Quindi, per affrontarlo, ci vogliono competenze gnoseologiche, competenze epistemologiche, competenze di biologia evoluzionista (ricordiamoci che la mente qualunque cosa essa sia frutto anche, o forse solo, dellevoluzione del sistema nervoso) e, soprattutto, competenze neurobiologiche. Se allingresso dellAccademia platonica cera scritto Non entri chi non sa di matematica, cos allingresso di unipotetica accademia di filosofia della mente dovrebbe esservi scritto Non entri chi non sa di biologia. Ma vi un altro ambito di pertinenza del filosofo della biologia particolare. Sto pensando allambito caratterizzato da problemi quali: la biologia una scienza autonoma? La biologia essenzialmente una scienza storica? La biologia pu essere ridotta a chimica-fisica? In che senso si pu essere riduzionisti in ambito biologico? Come si vede, se al filosofo generale della biologia non manca lavoro, questo non manca nemmeno al filosofo particolare della biologia. I problemi ci sono. Ripeto, problemi da affrontare in chiave filosofica e non storica o divulgativa. Come si sar capito, il divulgatore e lo storico fanno un altro lavoro.

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3.3.

Lutilizzo della biologia per affrontare temi di filosofia della conoscenza

Dopo aver visto che cosa significhi occuparsi di filosofia della biologia dal punto di vista della filosofia della scienza generale e dal punto di vista della filosofia della scienza particolare, bisogna gettare lo sguardo su un'altra possibilit, in particolare su quella che ruota intorno allapproccio gnoseologico, inteso in senso lato. Sempre, da quando si iniziato a fare biologia, si posto attenzione ai legami fra questa e la gnoseologia. Ma che cosa significa? Ebbene significa qualcosa che ha un verso opposto ai due approcci visti sopra. Mentre nel caso della filosofia della biologia sia con approccio generalista sia con approccio particolarista si cerca di chiarire filosoficamente aspetti concettuali e metodologici dellambito biologico, ora si cerca di utilizzare risultati delle scienze biologiche per chiarire problematiche filosofiche. A chi ha un po le mani in pasta evidente che qui sto parlando di quei tentativi che ruotano attorno al programma di naturalizzazione della gnoseologia (o epistemologia, se epistemologia usata nellaccezione anglo-sassone di teoria della conoscenza). Soprattutto a partire dagli anni 60 del sec. XX, in filosofia si venuta a sedimentare una nuova tendenza i cui sostenitori auspicano un sempre maggior utilizzo dei risultati delle scienze della natura per risolvere (o dissolvere) problemi gnoseologici. E ovvio che qui sotto cova ancora il fuoco sacro neopositivista secondo cui solo alle scienze spetta di dire lultima parola in filosofia, o almeno in certi ambiti filosofi, come per esempio quello gnoseologico. Questo filone ha visto subito ladesione molti adepti e, come sempre, molti non si sono comportati esemplarmente. Alcuni, soprattutto provenienti da una formazione filosofica, si sono erti a strenui paladini della necessit di naturalizzare la gnoseologia ma a dire la verit pochi di questi hanno portato in campo reali conoscenze scientifiche (nel nostro caso biologiche) teoriche o sperimentali. Insomma molto fumo e poco arrosto, che in questo caso la necessaria e propedeutica conoscenza scientifica. Altri, soprattutto provenienti da una formazione scientifica, hanno cominciato a strombazzare che la filosofia era finita e che i problemi della gnoseologia pura, o applicata alletica, o allestetica, erano ormai degli pseudoproblemi. Sfortunatamente i loro scritti,
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nel miglior dei casi piuttosto divulgativi, erano pieni di slogan e al massimo di buone intenzioni ma assolutamente privi di qualunque argomentazione filosofica. Si noti, tra laltro, che affermare che la filosofia finita o che bisogna naturalizzarla una tesi metafilosofica, e quindi una tesi filosofica. Ne segue che per sostenerla bisogna argomentarla filosoficamente. E quindi chiara levidente fallacia autofagica di un tale discorso (affermano che la filosofia deve lasciare lo spazio alla scienza, ma per sostenerlo con un qualche valore devono argomentare filosoficamente, cio devono fare filosofia che non pu ricorrere alla scienza, cio devono fare della filosofia non naturalizzabile). Insomma, pure in questo caso molto fumo e poco arrosto, dove ora larrosto la propedeutica conoscenza della filosofia e delle sue tecniche argomentative. Bisogna per ricordare che la tendenza alla naturalizzazione della filosofia ricorrendo alle scienze, in particolare alle scienze biologiche, ha anche aspetti del tutto positivi, se presa con un briciolo di saggezza. Ed in questo modo che consiglierei di lavorarvici. In effetti, da quando nata, la filosofia ha sempre posto attenzione ai risultati sia teorici sia sperimentali delle scienze. Sembra che solo in epoca contemporanea si sia creata la piuttosto strana e bizzarra situazione in cui certi filosofi hanno del tutto trascurato tali risultati e hanno cercato di proporre un teoria gnoseologica pura o applicata (in ambito, per esempio, etico o estetico) giocata a un livello puramente filosofico. In questo modo hanno creato dei piccoli mostri, talvolta di assoluto poco valore in quanto totalmente contrari a certi risultati scientifici consolidati. Quello che sto cercando di suggerire, se si vuole naturalizzare la gnoseologia, di avere come sfondo una forma di naturalizzazione locale e pi saggia, ossia vorrei suggerire di fare filosofia avendo una seria e costante attenzione verso i risultati empirici e teorici delle scienze. Questo non comporta affatto che i problemi tradizionali della gnoseologia pura, della gnoseologia etica, della gnoseologia estetica debbano essere risolti mediante i risultati delle scienze biologiche. Piuttosto, che ogni volta che si affronta una questione gnoseologica, pura o applicata, dovremmo

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chiederci qualcosa come: Qui le scienze biologiche ci insegnano qualcosa di importante? E che cosa?. Comunque sia, da tenere ben presente che la filosofia, nonostante alcuni gufi nostrani, non morta, n lo la gnoseologia, n letica, n lestetica.

3.4.

Lanalisi filosofica della relazioni fra biologia e scienze formali

Un penultimo passo e potremmo affermare di aver se non concluso del tutto perlomeno sorvolato alcuni dei maggiori cassetti entro cui si possono trovare interessanti problemi di filosofia della biologia. Bisogna, infatti, vedere che cosa ci offre il cassetto filosofico delle relazioni fra la biologia e le scienze formali. Qui vi sono soprattutto due possibilit. Da un lato, capire se e in che modo la biologia possa essere assiomatizzata. Dallaltro, capire quale sia il rapporto fra la biologia e il linguaggio matematico. Nel primo caso abbiamo a che fare con quei tentativi di assiomatizzare la biologia o parti di essa, soprattutto la genetica. In questi ultimi 80 anni si , in effetti, assistito a dei tentativi di mettere ordine in alcune parti delle scienze biologiche ricorrendo ai rigorosi binari della logica, specie classica. Non sempre questi tentativi hanno avuto effetto positivo. Sembra invece che i maggiori successi siano stati portati da coloro che hanno preferito un approccio semantico. Si tratta di un modo semiformale di mettere ordine logico allinterno dei vari ambiti biologici senza creare gerarchie fra principi ed enunciati da essi dedotti o deducibili ed utilizzando un formalismo che aveva gi dato buoni esiti sia in ambito di filosofia della scienza generale, soprattutto in ambito di analisi dei rapporti fra teoria ed esperienza, sia in ambito di filosofia dello spazio-tempo (quando si cercato utilizzare lapproccio semantico per rendere conto dei diversi modelli desumibili dalla relativit generale). La seconda possibilit che menzionavo concerne la comprensione filosofica dei rapporti fra matematica e biologia. Ormai luso della formalizzazione matematica, nonostante alcuni biologi sperimentali continuino a vedere con sospetto tale pratica forse per il fatto che non sono adusi a
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leggere di matematica -, qualcosa di consolidato che permette di ottenere sia ottimi risultati teorici sia pure brillanti previsioni. Ma fino a che punto possibile matematizzare la biologia? Questo un problema anche filosofico. Soprattutto, qual lo statuto di una formalizzazione matematica di un aspetto delle scienze biologiche? E questo solamente un problema filosofico, che lo si voglia o meno. Anche in questi due campi, biologia e logica e biologia e matematica, vi lavoro da fare per il filosofo. Soprattutto vi un preliminare lavoro da pulitore di vetri, da colui che chiarisce che cosa si stia facendo. Daltronde non spetta al biologo, segnatamente al bio-matematico, la riflessione sullo statuto di ci che realizza. E forse non spetta nemmeno al biologo incline alluso della logica la riflessione sulle potenzialit e sui limiti dei tentativi che va perseguendo. Spetta invece al filosofo carico sia del suo sapere, anche storico, intorno al che cosa significhi la matematizzazione della descrizione del mondo naturale sia del suo sapere, anche storico, intorno alle potenzialit dellapproccio logico. Naturalmente dovrebbe sapere di biologia, di matematica e di logica, oltre che di filosofia.

3.4.

Lanalisi bioetica

Ho lasciato per ultima la questione dei temi bioetici e non tanto perch sia meno importante, quanto perch lo enormemente ma nel contempo pure oggetto di una distorsione non banale. Usualmente si pensa che ad occuparsi di bioetica debba essere, in ambito filosofico, il filosofo morale. Ma c un problema sostanziale qui in Italia. Usualmente il filosofo morale italiano in realt uno storico della filosofia morale senza alcuna preparazione scientifica ed epistemologica particolare. Il fatto che sia uno storico della filosofia morale e non un filosofo morale comporta che abbia, sperabilmente, una competenza di tecniche storiografiche ma non di tecniche filosofiche. Tuttavia, per affrontare un problema di bioetica non serve molto avere solo competenze storiografiche, quanto e soprattutto avere anche competenze filosofiche: bisogna sapere trovare buone soluzioni e sapere argomentare bene, o sapere controargomentare bene contro le soluzioni
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che si vuole contrastare. Non avere competenze scientifiche comporta ritrovarsi con una visione estremamente fuorviante della situazione reale che ci si pu trovare ad affrontare. Non avere competenze epistemologiche significa non riuscire a comprendere tutte quelle sfaccettature che solo un filosofo della scienza riesce a vedere e in mezzo alle quali riesce a districarsi. Va da s che gi da questo sintuisce che considero necessario che un bioeticista sia primieramente un filosofo della biologia, ossia un filosofo della scienza che si occupa di scienze biologiche, e che poi sia un intellettuale che abbia una seria preparazione in ambito di filosofia morale (e non di storia della filosofia morale, che necessaria, ma non sufficiente). Non sto nemmeno qui a sottolineare quanto criticabili siano coloro che non avendo alcuna preparazione n competenza filosofica si mettono a disquisire di temi bioetici, ma voglio enfatizzare nuovamente quanto necessario sia che chi proviene da un ambito filosofico abbia pure una preparazione scientifica, una epistemologica e che, come ripetuto ormai alla noia, sappia filosofare. Queste poche indicazioni portano subito alla riflessione sociologica che sebbene in Italia vi sia un numero incredibile di persone che parlano di bioetica, non ve ne siano poi molte che fanno veramente bioetica, ossia che hanno la necessaria preparazione scientifica, la necessaria competenza epistemologica e che sappiano veramente filosofare. Insomma, nonostante le apparenze, c bisogno di buoni bioeticisti.

4. CONCLUSIONE METODOLOGICO-MORALE Come si potuto intuire da questa rapidissima introduzione alla filosofia della biologia vi reale spazio per essa e vi un reale spazio per chi vi si vuole dedicare. Solo unavvertenza. Chi vuole addentrarsi in questo affascinante ambito filosofico lo faccia seriamente e quindi non solo acquisisca le necessarie competenze scientifiche, ma anche si doti delle necessarie tecniche filosofiche e quindi capisca fin dallinizio che il filosofare attorno alla biologia, come ogni filosofare, deve partire da problemi storicizzati, deve proporre soluzioni e deve realizzare argomentazioni, il pi stringenti possibile, per giustificare tali soluzioni . Ovvero, chiunque si
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voglia occupare di filosofia della biologia deve primieramente capire che essa non storia della biologia, n storia delle idee, n storia della filosofia, n divulgazione scientifica o filosofica, n, tantomeno, chiacchiericcio filosofeggiante.

5. CHE COS IL CASO IN BIOLOGIA? RIFLESSIONI A PARTIRE DA J. MONOD , I L CASO E LA NECESSIT 1 Come da programma preventivato, segue ora unanalisi filosofica sui concetti di caso e di necessit in biologia che vorrebbe esemplificare una delle modalit di fare filosofia della biologia, in particolare con approccio particolare. Se si legge attentamente, in quanto segue si trover facilmente lindicazione del problema storicizzato: Si pu parlare di caso e di necessit in biologia?; la soluzione proposta: Se si vuole fare unanalisi filosofica seria non ha alcun senso parlare di caso e di necessit in biologia; la lunga argomentazione a supporto di questa soluzione. Bene, cominciamo.

5.1.

Pi unavvertenza che unintroduzione

Affrontare la questione del caso in biologia senza citare Il caso e la necessit di J. Monod sarebbe come parlare di auto da corsa senza menzionare la Ferrari. Oltre tutto questo lavoro ebbe, fin dalla sua uscita [1970], un successo incredibile, tanto che al largo pubblico Monod pi noto per esso che per non i suoi lavori scientifici. Addirittura, secondo alcune statistiche, Il caso e la necessit sarebbe il libro ad argomento biologico pi venduto dopo Lorigine della specie di C. Darwin. Tuttavia giusto puntualizzare che Il caso e la necessit non un libro di biologia, nel senso tecnico, n un libro di filosofia della biologia, n un libro di storia della biologia. E un meraviglioso esempio di lavoro divulgativo intorno a certi aspetti delle scienze biologiche. Certo, vi sono delle pagine in cui Monod si lancia in disquisizioni filosofiche, ma forse esse dovrebbero essere lette in modo storico in quanto rappresentative di un certo momento sociale e culturale
1

Quanto segue il testo di una conferenza che tenni in occasione della Giornata Lincea in ricordo dellopera e del pensiero di J. Monod (Accademia dei Lincei, Roma 09/01/2002). Il testo comparir anche negli atti cartacei della giornata. Linee di Ricerca SWIF ISSN 1126-4780 www.swif.it/biblioteca/lr

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francese. Certo, vi sono dei passi in cui parla del ruolo del caso e della necessit in biologia. Ma il modo in cui Monod tratta questi due concetti non particolarmente significante dal punto di vista della riflessione epistemologica su di essi; e non potrebbe essere altrimenti, visto che Monod era un eccellente scienziato ma non un filosofo militante. Se si vuole dare un giudizio obiettivo su Il caso e la necessit non ci si pu esimere dal rilevare questi aspetti, anche se non ci si pu nemmeno esimere dal sottolineare limportanza culturale che ebbe quando usc. Lenfasi di Monod sul caso e sulla necessit, anche se forse non trattati con la dovuta cautela, ma soprattutto la sua enfasi sullimportanza dei legami non covalenti per capire i meccanismi che governano la vita degli esseri biologici e la loro evoluzione, non pu essere affatto ignorata o sminuita. Come non pu essere sminuito o sottovalutato il suo implicito argomento a favore di una netta demarcazione fra ci che il biologo, in quanto biologo, pu e non pu affermare sulla vita. Comunque, ricostruire la fortuna del libro di Monod non il compito che mi prefiggo. Vorrei, invece, prendere spunto da alcuni passaggi per far vedere le difficolt che si incontrano quando si cerca di parlare di caso e di necessit, in particolare in ambito biologico. Per iniziare, forse vale la pena far notare che la discussione filosofica sul caso e la necessit in biologica praticamente inesistente a livello internazionale e non tanto perch sia un argomento trascurato o sottovalutato, quanto perch un argomento su cui non vi orami pi molto da dire, almeno da un certo punto di vista. In effetti una volta definito che cosa caso e che cosa necessit non c molto altro da fare. In gioco qui non vi sono i problemi cari ai filosofi che trattano questi temi. Non vi , per esempio, in gioco la questione del rapporto fra caso e libero arbitrio, o fra necessit e libero arbitrio sia in senso della teoria dellazione sia in senso morale ed esistenziale. Non vi nemmeno la questione delleventuale ontologicit del caso, come per esempio si ha in meccanica quantistica, dal momento che in ambito biologico si ha a che fare, come andr a mostrare, pi con il piano epistemico che non con quello ontologico.

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Una volta detto ci, posso procedere pi a cuor leggero iniziando proprio con il ricordare che cosa scrisse Monod a proposito di caso e necessit.

5.2.

Monod e il caso e la necessit

La prima volta che, in Il caso e la necessit, Monod discute un po estesamente le questioni che ci stanno a cuore lo si ha nel capitolo 5, l dove afferma che le sequenze amminoacidiche che costituiscono le proteine sono casuali nel senso che conoscendo esattamente lordine di 199 residui in una proteina che ne comprende duecento, impossibile formulare una regola, teorica o empirica, che consenta di prevedere la natura del solo residuo non ancora identificato analiticamente (p. 90). Ovviamente Monod ha ragione, ma qui sotto vi sono due questioni diverse, come capiremo. Laffermazione ripresa da unaltra angolatura un po pi avanti, quando scrive che le alterazioni [le mutazioni del DNA] sono accidentali e avvengono a caso. E poich esse rappresentano la sola fonte possibile di modificazione del testo genetico, a sua volta unico depositario delle strutture ereditarie dellorganismo, ne consegue necessariamente che soltanto il caso allorigine di ogni novit, di ogni creazione nella biosfera [p. 105]. Anche questo vero, ma solo da un certo punto di vista e solo da un certo punto di vista laccezione di caso qui usata la stessa accezione usata prima. Ed ecco, infine, la comparsa della necessit: Ma una volta inscritto nella struttura del DNA, lavvenimento singolare, e in quanto tale essenzialmente imprevedibile, verr automaticamente e fedelmente replicato e tradotto, cio contemporaneamente moltiplicato e trasposto in milioni o miliardi di esemplari. Uscito dallambito del puro caso, esso rientra in quello della necessit, delle pi inesorabili determinazioni. La selezione opera in effetti in scala macroscopica, cio a livello dellorganismo [p. 110]. innegabile che questaffermazione di Monod sia molto affascinante, ma forse il linguaggio un po troppo ambiguo e le questioni in gioco dovrebbero essere dipanate leggermente di pi.

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Come si intuisce da queste citazioni, lanalisi di Monod non particolarmente sottile sotto il profilo filosofico. Monod si limita ad enunciare alcune cose sul caso e sulla necessit, ma non argomenta affatto le sue posizioni n chiarisce i termini che sta usando. Daltronde questo modo di procedere deve essere considerato lecito considerando il contesto. Ossia, in primis, Monod non un filosofo ma un biologo; in secundis, sta scrivendo un libro di divulgazione con tutto ci che comporta sul piano dello stile espositivo e della precisione richiesta da questo tipo di scrittura. Ebbene, cercher proprio di sopperire a tali mancanze filosofiche tentando di vedere, anche se pur in forma sintetica, che cosa si pu dire su caso e necessit in biologia e, soprattutto, se corretto continuare a parlare nei termini di questi due concetti. Far questo, limitandomi allo stesso ambito di fenomeni biologici ai quali si era circoscritto Monod, ossia a quella parte che tratta la struttura e la modifica della sequenza del DNA nonch il passaggio dal DNA alle proteine. Questo significa che non mi occuper, come daltronde nemmeno Monod fece, di altri domini delle scienze biologiche dove tuttavia il caso gioca un ruolo fondamentale, come nella genetica delle popolazioni, nella biologia evoluzionistica, specie quando si parla di anagenesi o di cladogenesi, nelletologia e nellecologia, ma anche nella biologia dello sviluppo. Cominciamo, dunque; e cominciamo con il chiarire alcuni concetti.

5.3.

Determinismo, casualit, caoticit, probabilit

Molte volte si pensa che determinismo e casualit o determinismo e caoticit siano concetti del tutto antitetici e che se un fenomeno , per esempio, deterministico non pu essere, magari da un altro punto di vista, casuale. Ebbene, questo modo di pensare pu essere corretto o meno a seconda di che cosa si vuole dire. Bisogna, come sempre, distinguere. Supponiamo di voler calcolare dove cadr un proiettile sparato da un cannone. Grazie alle leggi della meccanica classica e conoscendo la velocit v con cui il proiettile esce dalla canna, langolo ? con cui sparato e la densit dellaria ? , siamo in grado di predire esattamente dove sar il luogo di impatto (fig. 1). Tuttavia, se fossimo degli artiglieri, sapremmo che sparando pi volte
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proiettili della stessa forma e delle stesse dimensioni, questi non cadrebbero nello stesso luogo, ma ci sarebbe unarea di impatto che avr un massimo, se non vi sono difetti gravi nella costruzione del cannone o dei proiettili, pi o meno nel luogo calcolato teoricamente. Questo dovuto al fatto che le varie velocit iniziali dei vari proiettili non saranno mai esattamente le stesse, come non saranno mai esattamente gli stessi gli angoli di sparo. Inoltre varier, forse solo di poco, anche la densit dellaria. Ossia varieranno le condizioni iniziali e non sar possibile conoscere con assoluta precisione lentit di tale variazione (fig. 2).

fig. 1 (da Ruhla 1993)

fig. 2 (da Ruhla 1993)

Dicendola diversamente, nel caso teorico, una volta determinate con precisione le condizioni iniziali del sistema, vi ununica evoluzione temporale e questa ha probabilit di realizzarsi pari a 1, cio si realizzer con certezza. Nel caso reale, a causa di piccole perturbazioni delle condizioni iniziali, perturbazioni che non potremmo conoscere con precisione ma che dovremmo considerare sempre entro un certo intervallo, vi saranno tante (infinite) evoluzioni possibili del sistema, ognuna
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con una sua probabilit di realizzarsi. Nel caso teorico levoluzione del sistema deterministica, nel caso reale probabilistica. Naturalmente non si pu fare fisica dei proiettili senza il quadro teorico, come ci ha insegnato Galileo Galilei, ma naturalmente non si pu nemmeno essere degli esperti di balistica senza tener conto della situazione reale. Tralasciamo qui la discussione dellimportanza dell exemplum fictum, ossia della necessit che lo scienziato difalchi gli impedimenti della materia [Galilei 1632, p. 234]. Riflettiamo invece sul fatto che, nel caso reale, ci consentito affermare che casuale dove cadr il proiettile. Ci consentito a patto che con casuale si intenda che dove cadr dipende dal nostro non conoscere con assoluta esattezza le condizioni iniziali del sistema. Ma vi un secondo aspetto da tenere presente: siamo passati da un approccio deterministico (quello teorico) a uno probabilistico (quello reale) e qui la probabilit ha proprio a che fare con il caso, almeno con il caso nellaccezione appena vista. Consideriamo unaltra situazione. Supponiamo di aver un sistema fisico costituito da una biglia e da un ostacolo cilindrico di cui conosciamo esattamente le dimensioni. Supponiamo di conoscere velocit e direzione della biglia e di voler calcolare velocit e direzione della biglia dopo che essa avr colpito lostacolo. Sempre usando la meccanica classica, riusciamo facilmente a determinare con assoluta precisione velocit e direzione della biglia dopo lurto. Supponiamo adesso di essere in una situazione reale e di avere sette ostacoli della stessa forma e della stessa dimensione di quello teorico precedente. Supponiamo anche di avere una biglia e di voler colpire tutti e sette i cilindri disposti lungo due file parallele (fig. 3). Ci riusciremo? Riusciremo almeno a predire dove andr la biglia dopo che avremo colpito il primo ostacolo? E dopo il secondo ? e il terzo? Ecc.

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fig. 3 (da Ruhla, 1993)

Mentre nella precedente situazione reale riuscivamo a predire dove sarebbe caduto il proiettile, anche se in modo probabilistico, ora non riusciremo affatto a predire, nemmeno probabilisticamente, quale sar la direzione della biglia dopo 4, 5 o 6 urti, a seconda della nostra abilit nel governare il pi esattamente possibile le condizioni iniziali reali. Ora levoluzione del sistema non casuale, ma caotica, anche se qui laccezione del termine caos unaccezione ben particolare. Limitiamoci tuttavia a riflettere sul fatto che si passati da una situazione (una biglia e un ostacolo) prevedibile deterministicamente (quando si fanno conti a tavolino) o

probabilisticamente (quando si nel caso reale) a una situazione caotica totalmente imprevedibile. Fin qui ho introdotto termini come determinismo, caso, prevedibilit, probabilit e caos. Tralasciamo questultimo e consideriamo i primi, anche se - almeno intuitivamente - gi abbiamo capito che caso e caos sono due cose da tenere ben distinte. Cominciamo a definire il sistema deterministico come quel sistema che, una volta fissate esattamente le condizioni che specificano un suo stato al tempo t, ogni altro suo stato successivo univocamente fissato dalle leggi che regolano la sua evoluzione e dalle sue condizioni a t. Questo

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significa che uno stato del sistema fissabile deterministicamente se esso appartiene allevoluzione di un sistema deterministico. Quando accade che non riusciamo a determinare univocamente levoluzione di un sistema siamo di fronte a un sistema non deterministico , ossia a un sistema probabilistico . E il caso? Non esiste il caso! Naturalmente non esiste il caso come entit a s, a meno di non accettare un impegno ontologico estremamente forte come quello che ha portato, per esempio, C.S. Peirce a formulare la sua teoria del tichismo cosmico , secondo cui nel cosmo ci sarebbe un caso reale che opererebbe. Senza addentrarci in questioni metafisiche e in questioni tecniche, per evitare ogni problema sufficiente essere un po cauti e affermare che ci sono eventi casuali e, di conseguenza, processi casuali. Con questo si intende che ci sono certi eventi aventi la propriet la cui realizzazione legata a cause che, per un qualche motivo, sono indeterminate ma che tuttavia possono essere trattati con le leggi della probabilit. Ne segue che, se proprio si volesse parlare di leggi del caso, dovremmo intendere leggi della probabilit. Prima di proseguire unaltra precisazione. Il determinismo non deve affatto essere identificato con la prevedibilit e, meno che mai con la causalit. Infatti, mentre ogni sistema deterministico causale, o pu essere ridotto a sistema causale, non ogni sistema causale deterministico, come prova il fatto che vi sono sistemi causali probabilistici, e i sistemi biologici devono essere visti proprio come sistemi caratterizzati da una causalit di tipo probabilistico. Daltro canto, avere un sistema deterministico non implica che tutti i suoi stati futuri siano prevedibili, come si intuisce osservando che la nozione di prevedibilit epistemica mentre quella di determinismo pu essere colorata anche ontologicamente. Inoltre il fatto che si abbia un sistema con stati futuri prevedibili non implica che esso sia un sistema deterministico, dal momento che la prevedibilit pu essere intesa anche probabilisticamente. Comunque sia, quando parler di caso intender sempre riferirmi a un evento E la cui comparsa legata a cause indeterminate. Ma che cosa significa cause indeterminate? Ebbene, pu significare una delle seguenti cose:
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1)

non conosciamo con assoluta certezza le cause che hanno dato luogo allevento E

(per esempio, il caso reale del lancio del proiettile); 2) non conosciamo affatto le cause che hanno dato luogo allevento E perch a) crediamo che ci siano delle cause ma non siamo in grado (ora, e forse mai) di conoscerle (cos sostengono alcuni critici della meccanica quantistica, come per esempio A. Einstein, per i quali il mondo perfettamente deterministico ma i nostri limiti conoscitivi e i limiti della formulazione della meccanica quantistica stessa ci costringono a usare la probabilit), b) crediamo che non ci siano cause reali e che levento sia ontologicamente casuale (cos affermano alcuni sostenitori dellinterpretazione della meccanica quantistica secondo cui essa una teoria probabilistica in quanto il mondo effettivamente tale). 3) non potevamo prevedere lintersezione fra due catene causali (per esempio, quando

cade un vaso in testa a qualcuno mentre sta camminando per strada); 4) la direzione del processo non determinata (per esempio, la teoria dellevoluzione

darwiniana casuale in questo senso); 5) vi un numero talmente alto di cause che non riusciamo a determinarle

analiticamente e siamo costretti a ricorrere alla probabilit (per esempio, gli urti fra i componenti di una cellula); 6) data la possibile realizzazione di un evento, le alternative alla sua realizzazione sono

tutte equiprobabili (come nel caso del lancio di una moneta luscita di ognuna delle due facce equiprobabile). Chiarito questo, posso passare alla necessit.

5.4.

Il problema della necessit

Monod sembra opporre alla casualit la necessit. Tuttavia la necessit una categoria che comincia ad acquisire senso solo quando la si inserisce in un quadro di categorie modali ben
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precise. Ossia quando la si inserisce nel quadrato modale di opposizione (per alcuni) o nel triangolo modale di opposizione (per altri) (fig. 4)

necessario

impossibile

necessario

impossibile

possibile

contingente

possibile bilaterale (o contingente bilaterale)

fig. 4

Nel primo caso, ci che necessario contrario di ci che impossibile e contraddittorio di ci che contingente; nel secondo non n ci che non (pu essere) limpossibile-, n ci che non (pu essere o non essere) il possibile o contingente bilaterale. Gi da questo appare chiaro che non affatto banale definire che cosa sia un evento necessario, visto sia che la definizione di necessario fortemente connessa con la definizione delle altre nozioni modali, sia che non cos piano dire quali siano le nozioni modali in gioco (impossibile, possibile e contingente, o impossibile e possibile bilaterale?). In effetti lambito della modalit estremamente complesso e assai difficile da affrontare per la grande interdipendenza delle nozioni in gioco e per lenorme sofisticheria dei moltissimi sistemi logici che cercano di dipanare, pur senza riuscirci completamente, la matassa. Tuttavia, pur se avessimo chiarito astrattamente che cos la necessit, avremmo sempre bisogno di correlare la necessit logica, con la necessit fisica e con la necessit biologica. A priori sappiamo che ci che logicamente necessario fisicamente necessario e ci che fisicamente necessario biologicamente necessario, mentre ci che biologicamente necessario non fisicamente necessario e ci che

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fisicamente necessario non logicamente necessario. Ma oltre a questo, che abbastanza banale, sappiamo ben poco. Sappiamo infatti ben poco su come definire la necessit fisica e sappiamo ancor meno come affrontare con successo la necessit biologica. Di solito, quando si affronta il problema della necessit fisica si affronta contestualmente pure il problema delle leggi fisiche, in quanto sembra che ci che governato da una legge fisica deterministica sia governato anche dalla necessit. Ma percorrere questa via oltremodo problematico in ambito biologico dal momento che non solo, a quanto appare di primo acchito, non vi sono leggi deterministiche, ma, per alcuni, non vi sono leggi tout court . Ma allora che cos la necessit biologica? Sicuramente Monod non lo chiarisce, come per non sembra che nessuno sia finora riuscito a farlo. Ebbene, questo un problema filosofico serio, un problema che ancora in agenda dei filosofi della biologia, un problema su cui prima o poi occorrer puntare lattenzione, come evidenzia anche Dennett [cfr. Dennett 1995, capp. 5 e 6]. Tenendo conto dellattuale incapacit da parte di tutti di definire con un minimo di rigore che cosa sia la necessit biologica, bisogna concludere che Monod con il suo scritto sul caso e necessit non solo ha usato un po superficialmente il termine necessit, ma ha contribuito al suo uso un po troppo leggero. Se non si sa che cosa sia n la necessit n, a fortiori , la necessit biologica, estremamente rischioso dire che levoluzione procede per caso e necessit. Tenendo conto di ci, in quanto segue tenter di evitare accuratamente di usare il termine necessit.

5.5.

La probabilit

Ritorniamo adesso al caso (inteso come evento casuale o come processo casuale), anzi ritorniamo alla probabilit, visto che la probabilit che ci consente di trattarlo. Bisogna per subito precisare che errato parlare di probabilit sic et simpliciter . Si devono infatti separare due aspetti pericolosamente quasi mai distinti: da un lato, la pura teoria matematica delle probabilit che si

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sviluppa assiomaticamente; dallaltro, laspetto filosofico-fondazionale che cerca di capire che cosa voglia dire probabilit [cfr. Boniolo, Vidali 1999, pp. 715-742]. Il primo aspetto fu fissato da A. N. Kolmogorov in un suo famoso saggio del 1933 (Grundbegriffe der Wahrscheinlichkeitsrechnung ), in cui si metteva in luce la struttura formale del calcolo delle probabilit. Cominciamo con il ribadire che un evento casuale E un evento la cui realizzazione non imputabile con certezza e precisione ad alcuna causa o ad alcun insieme di cause. Sia S, detto spazio degli eventi , linsieme degli eventi casuali E. Consideriamo ora linsieme dei numeri reali R. Adesso possiamo definire una funzione p(?), detta funzione di probabilit, tale che a ogni evento E dello spazio degli eventi S associa un numero appartenente allinsieme dei reali R:

Questa funzione deve soddisfare i seguenti assiomi: Assioma 1. Dato un evento casuale E, , dove se levento E se

impossibile (o comunque tale per cui levidenza disponibile a suo favore nulla) e levento E certo.

Assioma 2. (Assioma della somma speciale ) Dati due eventi E, F casuali incompatibili, allora . Assioma 3. Dati due eventi E e F casuali compatibili e dipendenti, la probabilit dellevento F una volta che si sia verificato levento E data da

, con

Ebbene, qualunque interpretazione del concetto di probabilit deve ammettere come validi questi assiomi e naturalmente i teoremi che da essi possono essere dedotti. Fra le interpretazioni

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consistenti con gli assioni appena visti vorrei ricordarne due che possono servire per districarci nel problema del caso in biologia: linterpretazione classica e linterpretazione frequentista. Come noto, l interpretazione classica , o a priori, del calcolo delle probabilit, che pu essere fatta risalire a Essai philosophique sur les probabilits del 1814 di P.S. Laplace, si basa sullassunto secondo cui la probabilit di un evento casuale E dato dal rapporto fra il numero dei casi favorevoli al suo verificarsi (Nf) e il numero finito dei casi possibili (N p), ossia

. Si intuisce che in questo modo la probabilit di un evento calcolata a priori, cio indipendentemente da eventuali risultati empirici. Ne segue che colui che calcola la probabilit adottando questinterpretazione deve ovviamente conoscere sia il numero dei casi favorevoli sia il numero dei casi possibili, ma questo non accade ogni volta, in particolare non accade per gli eventi singoli (Qual la probabilit che nel prossimo tiro libero Michael Jordan faccia canestro?). Linterpretazione frequentista, o statistica, o a posteriori, uninterpretazione che ebbe una veste compiuta grazie a due lavori di R. von Mises (Wahrscheinlichkeit, Statistik und Wahrheit del 1928 e Wahrscheinlichkeitsrechnung und ihre Anwendung in der Statistik und theoretischen Physik del 1931). Da questo punto di vista, la probabilit di un evento interpretata come il limite a cui tende la frequenza relativa del numero delle volte in cui quellevento si verificato al crescere del numero totale delle prove effettivamente svolte. Ovvero, se n il numero di volte in cui levento E si effettivamente verificato e N il numero di volte delle prove effettuate, la frequenza relativa di un evento E data da

, per cui la probabilit di E .

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In questo caso il calcolo delle probabilit si basa sullosservazione dei risultati di prove effettivamente fatte. Tuttavia, anche linterpretazione frequentista incontra dei problemi. Il primo dovuto al fatto che essa, esattamente come linterpretazione classica, non in grado di rendere conto della probabilit di eventi singoli, come Michael Jordan segner il prossimo tiro libero, non potendo ovviamente fare affidamento diretto sullosservazione dei risultati delle prove (dei tiri liberi) gi effettuate in quanto ognuna delle precedenti era caratterizzata in modo pressoch unico (nel nostro esempio, la unicit di ogni prova era dovuta allabilit di Jordan, al suo grado di allenamento, al suo essere perfettamente in forma o meno, ecc.). Il secondo problema che, come nellinterpretazione classica non banale affermare che i casi devono essere equiprobabili, ora non banale dire che le prove devono essere ripetute nelle stesse condizioni. Il terzo problema invece relato al fatto che bisognerebbe che il numero delle prove fosse infinito per poter essere sicuri che la frequenza relativa osservata del verificarsi di un evento sia effettivamente la probabilit di quellevento. A questo proposito, si noti che la frequenza osservata, essendo limitata a un numero finito di casi, pu essere del tutto fuorviante alla determinazione del valore limite per infiniti casi. Supponiamo infatti di aver osservato il verificarsi di un evento con una frequenza n/N. E piuttosto rischioso affermare che questa anche la sua probabilit. Infatti, pu sempre essere che le seguenti M prove permettano losservazione del verificarsi m volte dellevento, in modo che la frequenza diventi (n+m)/(N+M)? n/N e che sia proprio (n+m)/(N+M) il valore che pi si avvicina alla probabilit. Limitarsi al primo risultato avrebbe comportato cadere in una fallacia, segnatamente nella fallacia della generalizzazione indebita. Ovvero, se dopo 1000 lanci di un dado non truccato si trova che la frequenza delluscita della faccia con il numero 3 8/1000=1/125 sarebbe fallace affermare che 1/125 la sua probabilit. E questo, come vedremo, un aspetto da tenere ben presente quando si usa la probabilit nellinterpretazione frequentista in ambito biologico.

5.6.

Ritorniamo alla biologia


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Lo spazio per linterpretazione classica della probabilit estremamente ridotto in biologia ed anche estremamente poco significante, se si esclude il suo uso in sede didattica. Sappiamo che ogni codone, essendo formato da 3 nucleotidi ed essendo ogni nucleotide una delle 4 basi (adenina, citosina, guanina, timina), ha una probabilit pari a 1/43, considerando equiprobabili tutti i 43 codoni. Sappiamo che una sequenza di n nucleotidi ha una probabilit pari a 1/4n, naturalmente se consideriamo equiprobabili le 4n sequenze possibili. Sappiamo pure che se abbiamo una proteina formata da m amminoacidi, essa visto che ci sono 20 amminoacidi - ha una probabilit pari a 1/20m, se le 20m sequenze sono equiprobabili. Tuttavia sappiamo anche che n i 43 codoni, n le 4 n sequenze nucleotidiche, n le 20m sequenze amminoacidiche sono equiprobabili. Tra questi tre dati uno solo pu essere considerato rilevante e cio quello legato al numero delle sequenze nucleotidiche possibili (non equiprobabili , si badi bene). E questo solo quando si calcola, attraverso un modello statistico relativamente semplice, limpatto sullevoluzione della variabilit della discendenza dovuta a mutazione del DNA rispetto a quella dovuta al riassortimento genetico conseguente alla meiosi, sia inteso come crossing over che porta a nuove combinazioni di geni nei cromosomi, sia inteso come nuove combinazioni di cromosomi. A proposito dei modelli statistici, si tenga comunque presente che ogni modello statistico, se ben fatto, , da un lato, necessariamente consistente con gli assiomi del calcolo delle probabilit e, dallaltro, presuppone una certa interpretazione del calcolo delle probabilit. E sicuramente linterpretazione classica non quella che buon andar bene. Invece quella che sicuramente pi idonea quella frequentista. Ed in effetti pare essere linterpretazione frequentista quella di base in ambito biologico, anche se deve essere usata con le dovute cautele. Prendiamo un maschio e una femmina di Drosophila . Supponiamo che il maschio sia omozigote recessivo, in loci associati, per gli alleli occhi viola (v) e corpo nero (n). Quindi avr genotipo vn//vn. Supponiamo invece che la femmina abbia un fenotipo selvaggio con alleli rispettivamente V e N e che sia eterozigote dominante. In tal

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caso il suo genotipo pu essere VN//vn o Vn//vN. Supponiamo che losservazione della discendenza, formata da 300 individui, abbia dato questo risultato:

Fenotipo 151 con occhi di tipo selvaggio e corpo di tipo selvaggio 8 con occhi viola e corpo di tipo selvaggio 10 con occhi di tipo selvaggio e corpo nero 131 con occhi viola e corpo nero

Genotipo VN//vn vN//vn Vn//vn vn//vn

Si vede che ci sono 18 individui che hanno nuove combinazioni alleliche. Vogliamo adesso calcolare qual la probabilit di avere una discendenza ricombinante (levento E). Ossia troviamo

, dove che nel nostro caso diventa

Come dovremmo leggere questo risultato? Se dicessimo che la probabilit che un essere vivente abbia un genotipo ricombinante dellordine del 6% incorreremo nella fallacia della generalizzazione indebita prima menzionata. Daltronde chiaro sapendo quali sono i problemi dellinterpretazione frequentista e, come detto, piuttosto rischioso affermare qualcosa di generale basandosi su un numero finito di osservazioni. Infatti, nel nostro caso, 1) verificarsi m pu sempre essere che le successive M osservazioni comportino losservazione del volte del genotipo ricombinante, in modo che la frequenza diventa

; 2) pu essere che in esseri viventi diversi da Drosophila le cose siano diverse.

Tutto ci banale nel caso appena visto e nessuno, forse, incorrerebbe qui nella fallacia in considerazione. Ma non affatto banale la morale che ci sta sotto. Tutti i modelli statistici usati in biologia che ammettono, consapevolmente o meno da parte dei loro costruttori o utilizzatori,

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uninterpretazione frequentista devono essere considerati con grande attenzione relativamente ai loro limiti di validit, in modo di non incorrere nella fallacia della generalizzazione indebita.

5.7. Riconsiderando lambito biologico considerato da Monod Una volta prodotta un po di chiarezza terminologica, ossia una volta stabilito di non menzionare pi la necessit perch non si sa bene che cosa voglia dire, specie in biologia, e una volta stabilito di pensare al caso solo in termini di probabilit a posteriori, posso passare a considerate lo stesso ambito fenomenico considerato da Monod. Far questo tenendo come riferimento le acquisizioni che oggi sono considerate standard, ossia quelle che vengono usualmente insegnate nei manuali [per es., Alberts et al. 1994]. Partiamo considerando qualcosa del tutto generale che avviene dentro la cellula. Sappiamo che le catene molecolari sono tenute assieme da legami covalenti e che tra parti della stessa molecola o di molecole diverse si possono istaurare legami non covalenti. Tuttavia un singolo legame non covalente, essendo da 10 a 102 volte pi debole del legame covalente - specie in una soluzione acquosa come quella che si ha dentro la cellula - del tutto insufficiente a tenere uniti due siti della stessa molecola o di due molecole diverse. Ad aumentare la difficolt dellunione vi lagitazione termica che comporta il moto caotico delle molecole e quindi se, da un lato, porta le molecole ad interagire, dallaltro comporta che le due molecole che stanno interagendo, oltre i moti propri, sono soggette ad urti che tendono a rompere il legame che si sta formando o che si formato. Ne segue che le due molecole riusciranno ad unirsi non covalentemente in modo relativamente stabile quando i due siti di contatto sono tali che fra gli atomi in gioco si stabilisce un numero sufficiente di legami. Vi quindi una probabilit pi o meno alta, a seconda della conformazione sterica delle molecole in questione, che esse possano effettivamente legarsi. Ma consideriamo il caso pi generale di una qualunque reazione intracellulare fra due molecole. Per far questo consideriamo una molecola del tipo M di cui supponiamo essercene m. Supponiamo pure che dentro tale cellula ci siano m1, , mn molecole del tipo, rispettivamente, M1,
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, Mn. In tal caso, sia pM/Mi la probabilit che una molecola del tipo M urti una molecola del tipo arbitrario Mi , probabilit che dipende fortemente dalla concentrazione delle molecole dei due tipi. Una volta fissata tale probabilit, dobbiamo anche fissare qual la probabilit che vi sia un urto che possa concludersi con un buon esito, ossia con linstaurarsi di un legame. Affinch ci possa realizzarsi, le due molecole devono avere unenergia cinetica sufficiente per superare le barriere repulsive dei due siti. Tale energia cinetica sar in funzione del grado di agitazione termica, cio della temperatura T. Sia pT questa probabilit. Ci manca un ulteriore passo. Questo connesso con la determinazione della probabilit che le due molecole che si sono urtate e che sono riuscite a superare le rispettive barriere di potenziale, presentino veramente siti tali da stabilire il legame necessario o i legami necessari. Sia pA tale propriet, dove A sta per laffinit al legame delle molecole in questione. Ne segue che la probabilit, sia pL, che una molecola stabilisca un legame con unaltra molecola pL=pM/Mi ? pT ? pA Se poi in gioco entrano anche gli enzimi, la situazione cambia in quanto bisogna tener conto pure della probabilit dellinterazione fra enzima e il primo sostrato, pe/s1, e la probabilit delleffettivo legame fra di essi, pe+s1. Inoltre bisogna tener conto della probabilit dellinterazione fra il complesso (enzima-primo sostrato) e il secondo sostrato, p(e+s1)/s2, nonch della probabilit che da questa interazione sortisca un effettivo legame, p(e+s1)+s2. Ossia, nel complesso si ha pL= p e/s1 ? pe+s1 ? p(e+s1)/s2 ? p(e+s1)+s2 Qui tutte le probabilit in gioco sono mutate rispetto al caso precedente, specialmente tenendo conto che con lentrata in campo dellenzima una sola reazione catalizzata e quindi la probabilit che il complesso (enzima-sostrato) si leghi con il secondo sostrato estremamente pi elevata della probabilit che il legame si instauri fra i due sostrati singoli. Questo semplice modello qualitativo [Ageno 1986] permette di capire chiaramente che ci che accade dentro la cellula deve essere affrontato probabilisticamente e che perci del tutto
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fuorviante qualunque tentativo di descrivere in modo deterministico linterazione fra due molecole, magari catalizzate da enzimi (cio altre molecole). Inoltre, esso chiarisce bene pure il fatto che fisiologico che vi siano degli errori metabolici. Questo tipo di errori allinterno della cellula non sono qualcosa di anormale o di in s patologico, quanto qualcosa di non evitabile e di totalmente compatibile con le leggi della chimico-fisica e della probabilit: tutte le reazioni, anche le pi energeticamente sfavorevoli, hanno una certa probabilit di realizzarsi . Questi errori sarebbero impossibili solo se vi fossero barriere di potenziale infinite fra le molecole. Ma questo fisicamente impossibile. Prendiamo ora in considerazione la struttura primaria del DNA e vediamo a quali principali modificazioni pu andare incontro [Lindhal 1993]. 1) Modificazioni dovute a fluttuazioni termiche. Sono modificazioni casuali dovute

allagitazione termica causata dalla temperatura intracellulare. Per esempio, sappiamo che a causa di tali fluttuazioni pu accadere la rottura dei legami fra le basi puriniche (adenina e guanina) e il desossiribosio. Sappiamo anche che, nel caso di una cellula umana, la frequenza giornaliera di tale depurinazione di circa 5?103 basi. E sempre alle fluttuazioni termiche sono da imputarsi le deamminazioni che trasformano la citosina in uracile con una frequenza giornaliera di circa 102 basi per genoma 2) Modificazioni dovute a radiazioni elettromagnetiche di frequenza pari o superiori

allultravioletto. Sono modificazioni casuali dovute allinterazione fra fotoni con energia medio-alta o alta e la struttura molecolare del DNA. Per esempio, gli ultravioletti possono causare legami covalenti fra due basi pirimidiniche adiacenti). 3) Modificazioni dovute ad agenti chimici . Sono modificazioni casuali dovute alla

presenza di agenti chimici che possono perturbare la corretta sequenza nucleotidica. Per esempio, al posto della timina, alladenina potrebbe legarsi il 5-bromouroacile, dando cos poi luogo a una nuovo accoppiamento errato con la guanina.

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Tuttavia contro queste modificazioni della struttura primaria del DNA la cellula ha evoluto dei meccanismi di riparazione che consentono cos di evitare i conseguenti effetti letali che si avrebbero sia per lindividuo che ne oggetto sia per la specie a cui esso appartiene. Segnatamente c un insieme di una ventina di enzimi il cui compito proprio quello di ripristinare la sequenza corretta del filamento modificato. Addirittura certe cellule hanno evoluto meccanismi che sono indotti proprio da gravi modifiche accidentali del loro patrimonio genetico [Walker 1985]. Questo significa che non tutte le migliaia di modificazioni accidentali persistono, trasformandosi cos, se sono avvenute dentro cellule germinali, in mutazioni, cio modificazioni ereditabili. Si calcola che la probabilit che una modificazione accidentale della struttura primaria del DNA sfugga alla riparazione e che si trasformi allora in una mutazione minore di 10-3. Ma modificazioni possono avvenire anche in fase di duplicazione del DNA. Ed anche qui ci possono essere errori che portano, in seguito a fenomeni di agitazione termica o in seguito alla presenza di agenti chimici, allincorporazione di una base invece di unaltra. Per esempio, le basi possono presentarsi nella forma solita o nella forma tautomerica dovuta allo spostamento, causato dallagitazione termica, di un atomo di idrogeno da un gruppo funzionale ad un altro. In tal modo, anche se estremamente bassa la probabilit della forma tautomerica non standard (ossia dellordine di 10-4 - 10-5), si apre la possibilit che si verifichino, durante la duplicazione, accoppiamenti errati. Pu cos accadere che, data ladenina A e il suo tautomero A, invece dellaccoppiamento tautomerica). Tuttavia anche nel caso della duplicazione esistono dei meccanismi, cosiddetti di correzione di bozze, che ripristinano i giusti accoppiamenti. Tuttavia, anche in questo caso tali meccanismi non sono cos precisi da permettere sempre una duplicazione totalmente fedele. E se qualche errore scappa si ha nuovamente una mutazione. corretto timina-adenina, si abbia laccoppiamento citosina-(adenina

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Ebbene si calcolato che la probabilit che ci sia una mutazione dovuta a duplicazione errata nel caso del genoma umano, che composto di circa 3?109 coppie di basi, di minore di 10-9, ossia veramente una probabilit piccolissima. Come si vede, sia la probabilit che ci sia una mutazione dovuta a modificazioni della struttura primaria del DNA o una mutazione dovuta a un qualche errore nella sua duplicazione estremamente bassa. Si noti poi che non sempre tale mutazione ha veramente effetti fenotipici. In primo luogo, la mutazione pu cadere in regioni che n codificano per proteine n hanno altre funzioni, e che sembrano costituire una gran parte del genoma negli organismi superiori. Inoltre, anche se i cambiamenti avvengono nellambito di sequenze codificanti non sempre si hanno effetti fenotipici, specie se si nel caso di mutazioni puntiformi in cui un singolo nucleotide di un codone mutato. In effetti, di solito mutazioni puntiformi nella terza base sono ininfluenti in quanto non portano a un codone codificante un amminoacido diverso: se il codone AUA muta in AUC o in AUU non accade nulla in quanto entrambi codificano lisoleucina. E lo stesso effetto pressoch nullo si ha quando una mutazione di un codone che codifica per un certo amminoacido porta a un codone diverso che codifica per un diverso amminoacido purtuttavia simile per propriet chimicofisiche al precedente o posizionato in un punto della proteina le cui modificazioni sono ininfluenti. Oppure vi possono essere mutazioni in alleli recessivi. Insomma non vi affatto una correlazione deterministica fra mutazione e modificazione fenotipica, n fra mutazione e modificazione fenotipica svantaggiosa (anche perch una mutazione pu rivelarsi svantaggiosa in un contesto e vantaggiosa in un altro). Pure in questo caso siamo in una situazione probabilistica la cui entit quantitativa varia da caso a caso. Per rendere ancora pi completo il quadro probabilistico che sto disegnando, bisogna ricordare che i meccanismi riparatori nel caso di modificazioni della struttura primaria del DNA o di errori nella sua duplicazione svolgono bene il loro ruolo solo se funzionano bene, ossia se la loro struttura amminoacidica, se sono enzimi, quella corretta. Ovvero per funzionare bene come

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meccanismi correttori, gli enzimi non devono n essere stati codificati da geni mutati n essere il risultato finale di un processo di sintesi proteica in cui qualcosa non ha funzionato. A questo proposito forse il caso di soffermarsi brevemente sulla sintesi proteica, dal momento che solo ricordando le varie tappe di questo processo si pu avere un quadro reale del ruolo giocato dalla probabilit in biologia. Consideriamo un gene che codifica per una proteina. Ebbene, come sappiamo, vi sono, almeno schematicamente, sei passi per giungere alla proteina vera e propria. Ossia, vi 1) la pre-trascrizione con la formazione di una particolare struttura cromatinica a livello di una particolare sequenza di DNA; 2) la trascrizione di questa sequenza di DNA in modo da ottenere il preRNA; 3) la formazione dellmRNA maturo grazie allescissione degli introni (stiamo considerando cellule eucariote); 4) il trasporto dellmRNA fuori del nucleo; 5) la traduzione dellmRNA a livello dei ribosomi e la conseguente sintesi proteica; 6) la definitiva maturazione della proteina sintetizzata (fig. 5).

dentro il nucleo
pre-trascrizione trascrizione DNA preRNA escissione mRNA trasporto mRNA

fuori del nucleo


traduzione proteina maturazione proteina matura

controllo di trascrizione controllo della pre-trascrizione

controllo di escissione

controllo di trasporto

controllo di traduzione

controllo di maturazione

fig. 5

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Ognuno di questi passaggi controllato in modo estremamente sofisticato, ma se uno solo di essi regolato male, e probabilisticamente ci pu accadere tenendo conto degli inevitabili errori metabolici, la proteina non ha la corretta sequenza e quindi il suo funzionamento pu essere solo parziale, o nullo o totalmente diverso da quello standard. Non qui il caso di soffermarsi analiticamente su tutti i passi, ma vale la pena considerarne brevemente su alcuni. 1) Lespressione genica gestita dalle proteine regolatrici le quali in tempi diversi, a seconda del tipo di essere vivente e di tessuto in cui si situa la cellula nonch con modalit diverse, lattivano, ossia permettono che inizi la trascrizione. La corretta espressione avviene solo se la parte promotrice del gene non ha subito modificazioni limitanti e se le proteine regolatrici hanno la corretta struttura, ossia se esse stesse sono il prodotto finale di una sintesi corretta di un gene non modificato. 2) La trascrizione vera e propria, ossia la sintesi del filamento di preRNA, dovuta alle RNA polimerasi. Ma anche in questo caso, come avviene per la duplicazione del DNA, ci possono essere errori dovuti ad agenti chimici o a fluttuazioni termiche. Tuttavia bisogna notare che gli errori nel caso della trascrizione hanno conseguenze del tutto diverse dagli errori che si hanno in fase di duplicazione. Qui lerrore che diviene mutazione viene mantenuto con risultati che possono rivelarsi letali per lessere vivente. Nel caso della trascrizione tutto ci non accade in quanto anche se una molecola di RNA fosse stata trascritta in modo errato, sarebbe solo una delle moltissime prodotte dallRNA polimerasi e quindi il suo effetto sarebbe pressoch nullo. 3) Lescissione degli introni dal preRNA, in modo da formare lmRNA, pu essere autocatalitica o pu avvenire attraverso gli splicesomi. Sappiamo che ci sono cellule in cui possono avvenire diverse escissioni alternative permettendo cos che da un unico gene si abbiano proteine diverse, dal momento che escissioni diverse permettono sequenze nucleotidiche diverse e quindi codoni diversi di mRNA, che portano alla sintesi di proteine diverse caratterizzate da sequenze

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amminoacidiche diverse. Tuttavia, ci possono essere escissioni patologiche dovute ad errori metabolici o a regolazioni sbagliate. 4) La traduzione dellmRNA e la sintesi della proteina corrispondente avviene nei ribosomi grazie alle molecole di tRNA che trasportano gli amminoacidi giusti. In questo caso ci possono essere errori sia nellaccoppiamento corretto (codone dellmRNA)-(anticodone del tRNA), sia nellerrato accoppiamento fra tRNA e amminoacido. Fortunatamente la cellula anche in questa situazione ha evoluto dei meccanismi di correzione sia nel caso dellerrato accoppiamento codoneanticodone sia nel caso dellaccoppiamento errato fra tRNA e amminoacido. Ma, come sempre, qualche errore pu scappare. In definitiva, osservando le sequenze amminoacidiche standard e quelle con un amminoacido errato si potuto stabilire che la probabilit di un errore nella sintesi proteica circa 10-4. Anche questa bassa, ma non nulla.

5.8.

Da caso e necessit a minori e maggiori probabilit

Questa rapida ricognizione sia delle mutazioni dovute a modificazioni della struttura primaria del DNA o a errori nella sua duplicazione, sia degli errori nel processo che porta alla sintesi proteica non pu non portarci a concludere che ci che avviene entro la cellula non solo stupefacente ed enormemente complesso, ma anche che non pu essere affrontato se non in modo probabilistico, segnatamente in un modo probabilistico che tenga conto delle osservazioni che effettivamente si sono fatte. Ossia i processi intracellulari, nella fattispecie quelli che soggiaciono alle modificazioni della struttura primaria del DNA, alla sua duplicazione e alla sua espressione, possono essere affrontati correttamente solo con metodi probabilistici a posteriori. Si noti che questo non significa affatto abbandonare la causalit: gli eventi biologici che abbiamo considerato sono eventi causali: i raggi UV causano modificazioni del DNA, lagitazione termica causa modificazione del DNA, agenti chimici causano modificazioni del DNA ecc. Solo che essi devono essere interpretati entro un quadro di causalit probabilistica la cui espressione quantitativa forzatamente ancorata alle
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osservazioni a cui abbiamo accesso. Tuttavia si badi bene questo significa che possiamo sempre incorrere nella fallacia della generalizzazione indebita evidenziata precedentemente. Ritorniamo ora una frase di Monod: una volta inscritto nella struttura del DNA, lavvenimento singolare, e in quanto tale essenzialmente imprevedibile, verr automaticamente e fedelmente replicato e tradotto, cio contemporaneamente moltiplicato e trasposto in milioni o miliardi di esemplari. Uscito dallambito del puro caso, esso rientra in quello della necessit, delle pi inesorabili determinazioni. Ma questo esito necessitarista forse non proprio corretto. Da quanto visto, ci varrebbe solo se accadesse quanto segue: 1) quel gene (o quella parte di gene) effettivamente codifica per una sequenza

amminoacidica; 2) tutti i meccanismi di controllo che portano alla sintesi proteica funzionano alla

perfezione, o funzionano alla perfezione i meccanismi di correzione di bozze; 3) non vi escissione alternativa non patologica, altrimenti la stessa sequenza di

preRNA permetterebbe pi sequenze diverse di mRNA che codificherebbero per proteine diverse; 4) tutti i meccanismi di duplicazione funzionano alla perfezione, o funzionano alla

perfezione i meccanismi di correzione di bozze; 5) non vi alcuna ulteriore modificazione della sequenza primaria del DNA in

questione, o funzionano alla perfezione i meccanismi di riparazione. Tuttavia nessuno garantisce che tutto ci accada sempre. Invece, come visto, tutto ci deve essere inserito in un quadro probabilistico. Ne segue che cos scompare ogni richiamo alla necessit. Infatti, anche se sapessimo - cosa che per non sappiamo - che cos, sarebbe scorretto parlare degli eventi che hanno come punto terminale la sintesi della proteina matura come di eventi necessari; in realt dovremmo parlare di eventi che hanno unalta probabilit di realizzarsi, segnatamente una probabilit dellordine di (1 - 10-4) Inoltre, possiamo anche ammettere che la selezione operi su effetti di modificazioni divenute mutazioni con controparte fenotipica rilevante dato quel certo ambiente. Ma nemmeno essa cos
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necessaria come si dice usualmente a partire da Monod. Anche la selezione ha una certa probabilit di risultato: dipende da qual lambiente selezionante e dipende da come il fenotipo interagisce con quellambiente. Ma nulla, neppure qui, necessario. In conclusione non molto corretto sostenere che levoluzione avviene attraverso il caso e la necessit, sia perch il termine caso ambiguo data la sua polisemanticit, sia perch non molto facile capire che cosa significhi il termine necessit. Sarebbe pi corretto (anche biologicamente e non solo filosoficamente) affermare che levoluzione avviene grazie a meccanismi probabilistici, ossia quantificabili grazie alla teoria della probabilit, aventi a che fare sia con comparsa di nuove mutazioni sia con ricombinazioni geniche e riassortimenti cromosomici. E questi meccanismi creano la materia su cui, poi, agisce la selezione, la quale nuovamente un meccanismo probabilistico la cui alta o bassa probabilit di incidenza dipende sia dal tipo di ambiente selezionante sia dalla particolare correlazione fra questo e il fenotipo selezionando. Insomma, mentre non sappiamo bene che cosa sia il caso e non sappiamo affatto che cosa sia la necessit, sicuramente sappiamo che cosa voglia dire probabilit, almeno nellinterpretazione frequentista. E questo sufficiente, se non cadiamo nella fallacia della generalizzazione indebita.

6. BIBLIOGRAFIA INDICATIVA 1) Per unidea sui problemi della filosofia della scienza, cfr. G. Boniolo, P. Vidali,

Filosofia della scienza , Bruno Mondadori, Milano 1999. Oppure i pi accessibili G. Boniolo, P. Vidali, Introduzione alla filosofia della scienza, Bruno Mondadori, Milano 2003; G. Boniolo, P. Vidali, Strumenti per ragionare, Bruno Mondadori, Milano 2002. 2) Per avvicinarsi alla storia della biologia e ad alcuni aspetti teorici, cfr. J.A. Moore,

Science as a way of knowing. The foundations of modern biology, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1993 (divulgativo ma completo da un punto di vista della scienze biologiche); E. Mayr, Storia del pensiero biologico , 1982, trad. it. Bollati Boringhieri, Torino 1999 (analisi storico-critica della biologia evoluzionistica); M. Ruse, The evolution wars. A guide to the debates,
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Rutgers University Press, New Brunswick (N.J.) 2001 (ricostruzione brillante e coinvolgente dei maggiori dibattiti della storia della biologia evoluzionista). 3) Le principali opere di C. Darwin, fra cui Lorigine della specie e Lorigine

delluomo e la selezione sessuale , possono essere trovate, in traduzione italiana, nel volume C. Darwin, Levoluzione, Newton Compton, Roma 1994. 4) Sfortunatamente in italiano non esistono ancora delle buone e complete introduzioni

alla filosofia della biologia, se si eccettua quella apparsa in traduzione una trentina danni fa, ossia M. Ruse, Filosofia della biologia, trad. it. Bologna 1976. In lingua inglese si trovano invece dei buoni lavori, cfr. A. Rosemberg, The structure of biological science, New York 1985; E. Sober, Philosophy of biology, Oxford 1993; M. Bunge, M. Manher, Foundations of biophilosophy, Springer Verlag, Berlin 1997; P.A. Griffith, K. Sterelny, Sex and death: an introduction to the philosophy of biology, University of Chicago Press, Chicago 1999. 5) In Italiano non vi nulla di particolarmente significativo dal punto di vista filosofico

sui rapporti fra biologia e formalizzazione. Si pu comunque vedere L. Galzigna, Matematica e biologia, UTET, Torino 1998. Sullevoluzionismo e la teoria dei giochi, un aspetto classico dei rapporti fra biologia e matematica, si veda R. Axelrod, Giochi di reciprocit, trad. it. Feltrinelli, Milano 1985. Per lapproccio semantico, cfr. lintroduzione contenuta in R.N. Giere, Spiegare la scienza, trad. it. Il Mulino, Bologna 1996 e P. Thompson, The structure of biological theory, State University of New York Press, Albany 1989. Per lassiomatizzazione in ambito biologico, bisogna armarsi di pazienza e cercare nelle riviste specializzate. 6) Relativamente ai temi bioetici, da intendersi nel senso pi lato possibile, la

bibliografia immane, anche in italiano. Indicare un paio di titoli impresa assai ardua, anche data lideologicizzazione della questione. Ritengo perci che ognuno debba orientarsi, anche correndo il rischio di perdersi. Comunque, mi si permetta di indicare qualcosa di piuttosto eclettico rispetto al panorama usuale: G. Boniolo, Il limite e il ribelle. Schegge fra etica,bioetica, naturalismo e darwinismo , Cortina, Milano 3003 (giugno).
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7)

Seguono i testi citati nell'analisi di caso e necessit:

Ageno, M. (1986), Le radici della biologia, Feltrinelli, Milano. Alberts, B. et al. (1994), Molecular Biology of the Cell , Garland, New York. Boniolo, G. Vidali, P. (1999), Filosofia della scienza, Bruno Mondadori, Milano. Dennett, D. (1995), Darwins dangerous idea , Touchstone, New York. Galilei, G. (1632), Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo , in G.Galilei, Le opere, Giunti Barbera, Firenze 1968, vol. VII. Lindhal, T. (1993), Instability and Decay of the Primary Structure of DNA, Nature, 362, pp. 709715. Monod, J. (1970), trad. it. Il caso e la necessit, Mondadori, Milano. Ruhla, C. (1992), The Physics of Chance, Oxford University Press, Oxford. Walker, C.G. (1985), Inducible DNA Repair System, Ann. Rev. Biochem., 54, pp. 425-457.

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Pierluigi Barrotta

FILOSOFIA DELL'ECONOMIA

Versione 1.0 - 2004

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SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia Rivista elettronica di filosofia - Registrazione n. ISSN 1126-4780

Linee di Ricerca SWIF Coordinamento Editoriale: Gian Maria Greco Supervisione Tecnica: Fabrizio Martina Supervisione: Luciano Floridi Redazione: Eva Franchino, Federica Scali.

AUTORE Pierluigi Barrotta [barrotta@fls.unipi.it] si laureato in filosofia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e in economia presso lUniversit di Cambridge. Dopo il Dottorato di ricerca in Filosofia della scienza, stato Visiting Fellow al Center for the Philosophy of Science dellUniversit di Pittsburgh e, pi volte, al Center for the Philosophy of the Natural and Social Sciences della London School of Economics. Oltre alla filosofia delleconomia, i suoi interessi riguardano la dialettica scientifica e la storia del pensiero scientifico ed economico. Tra i suoi lavori ricordiamo: La dialettica scientifica. Per un nuovo razionalismo critico, UTET-libreria, Torino 1998; Epistemologia ed economia, in collaborazione con T. Raffaelli, UTET-libreria, Torino 1998; I demeriti del merito. Una critica liberale alla meritocrazia, Rubbettino 1999; Controversies and Subjectivity, volume curato in collaborazione con M. Dascal, Benjamin, di imminente pubblicazione. Attualmente Professore associato di Metodologia delle scienze sociali presso il Dipartimento di Filosofia dellUniversit di Pisa. La revisione editoriale di questo saggio a cura di Gian Maria Greco.

LdR un e-book, inteso come numero speciale della rivista SWIF. edito da Luciano Floridi con il coordinamento editoriale di Gian Maria Greco e la supervisione tecnica di Fabrizio Martina. LdR - Linee di Ricerca il servizio di Bibliotec@SWIF finalizzato allaggiornamento filosofico. LdR un e-book in progress, in cui ciascun testo un capitolo autonomo. In esso l'autore o l'autrice, presupponendo solo un minimo di conoscenze di base, fornisce una visione panoramica e critica dei temi principali, dei problemi pi importanti, delle teorie pi significative e degli autori pi influenti, nell'ambito di una specifica area di ricerca della filosofia contemporanea attualmente in discussione e di notevole importanza. Il fine quello di fornire al pubblico italiano un'idea generale su quali sono gli argomenti di ricerca di maggior interesse nei vari settori della filosofia contemporanea oggi, con uno stile non-storico, accessibile ad un pubblico di filosofi non esperti nello specifico settore ma interessati ad essere aggiornati. Tutti i testi di Linee di Ricerca sono di propriet dei rispettivi autori. consentita la copia per uso esclusivamente personale. Sono consentite, inoltre, le citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purch accompagnate dall'idoneo riferimento bibliografico. Per ogni ulteriore uso del materiale presente nel sito, fatto divieto l'utilizzo senza il permesso del/degli autore/i. Per quanto non incluso nel testo qui sopra, si rimanda alle pi estese norme sui diritti dautore presenti sul sito Bibliotec@SIWF, www.swif.it/biblioteca/info_copy.php. Per citare un testo di Linee di Ricerca si consiglia di utilizzare la seguente notazione: AUTORE, Titolo, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca, SWIF, 2003, ISSN 1126-4780, p. X, www.swif.it/biblioteca/lr.

LINEE DI RICERCA FILOSOFIA DELLECONOMIA PIERLUIGI BARROTTA Versione 1.0

1. IL RUOLO DELLA RAZIONALIT IN ECONOMIA In qualsiasi scienza, il concetto di razionalit svolge un ruolo fondamentale. Non certamente casuale che la scienza venga considerata lattivit umana per eccellenza razionale. Quando uno scienziato sostiene che una certa teoria ben confermata - oppure che una teoria preferibile ad unaltra teoria o che un fenomeno ben spiegato dalle leggi scientifiche esistenti, e cos via - fa implicitamente riferimento a criteri di razionalit scientifica. Parte del compito della filosofia della scienza consiste precisamente nel chiarire tali criteri impliciti di razionalit. Leconomia non fa eccezione. Sin quasi dalla sua nascita, economisti e filosofi si sono impegnati a chiarire il tipo di razionalit scientifica che caratterizza leconomia. Specialmente nel secolo scorso, tale indagine si arricchita delle pi generali riflessioni epistemologiche e abbiamo di conseguenza assistito ad applicazioni in campo economico del neopositivismo, della metodologia popperiana e lakatosiana, della filosofia di Kuhn e di Laudan, della retorica ed anche dellermeneutica. In termini approssimativi, la domanda principale che si pone questo genere di riflessione cos riassumibile: con quali criteri possibile valutare la correttezza di una teoria?. Si tratta, evidentemente, di un problema che si ripresenta in modo analogo in qualsiasi scienza, sia pure con le specificit proprie di ciascuna indagine. Per altri versi, tuttavia, leconomia una scienza peculiare. La razionalit a cui gli economisti fanno riferimento non semplicemente la razionalit scientifica. In quanto scienza sociale, leconomia interessata a studiare le azioni di esseri umani, ed proprio delleconomia giungere a tali spiegazioni attribuendo agli agenti un comportamento strettamente, o almeno in gran
P. Barrotta, Filosofia deleconomia, in L. Floridi (a cura di), Linee di Ricerca , SWIF, 2003-4, pp. 394-428. Sito Web Italiano per la Filosofia ISSN 1126-4780 www.swif.it/biblioteca/lr

Pierluigi Barrotta Filosofia delleconomia

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parte, razionale. Perci, in economia il concetto di razionalit rappresenta anche l oggetto della ricerca scientifica. Detto in altri termini, non avrebbe molto senso chiedersi in fisica quale razionalit esibisce un elettrone. Al contrario, scientificamente interessante chiedersi quale tipo di razionalit informa il comportamento di un imprenditore o di un consumatore. Ci contraddistingue leconomia anche rispetto ad altre scienze umane. In psicologia, in sociologia o in antropologia il concetto di razionalit svolge sicuramente un ruolo assai pi modesto. Per chiarezza espositiva, dunque utile distinguere, da una parte, la razionalit scientifica, e, dallaltra, la razionalit pratica, ovverosia la razionalit che attribuita agli agenti, il cui comportamento oggetto dellindagine scientifica. In questa breve esposizione, divideremo dunque gli argomenti trattati in tre sezioni principali. La prima sar dedicata ai problemi inerenti alla razionalit scientifica in economia. La seconda sar invece dedicata a quella che abbiamo definito la razionalit pratica. La terza allindividualismo metodologico, che prende in considerazione tematiche che riguardano sia la razionalit pratica sia quella scientifica. Lesposizione non intende essere esaustiva. Piuttosto, il lettore trover unintroduzione ad alcuni dei principali temi della filosofia delleconomia, insieme alla possibilit di svolgere approfondimenti grazie ad un insieme di riferimenti bibliografici appositamente selezionati.

2.

LA RAZIONALIT SCIENTIFICA

Qualsiasi riflessione filosofica sulla razionalit ha avuto conseguenze, pi o meno importanti, nella scienza economica. Unesposizione dettagliata condurrebbe ad una eccessiva frammentazione, che confonderebbe il lettore. Tuttavia, anche considerando il diverso impatto che esse hanno avuto in economia, possibile riunire le varie correnti filosofiche in tre gruppi: lapriorismo, lempirismo e lapproccio retorico. A ciascuno di esse verr dedicata una sezione.

2.1

Lapriorismo
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Gi i primi economisti notarono come leconomia fondi la sua indagine su alcuni postulati di razionalit piuttosto ovvi. Ad esempio, tutti sono pronti ad ammettere che in genere gli imprenditori preferiscono possedere una maggiore ricchezza rispetto ad una minore ricchezza. In modo analogo, si conceder che in genere i consumatori preferiscono avere a disposizione il maggior numero possibile di beni. Parimenti, sebbene questo sia forse pi controverso, si conceder che le persone in genere preferiscono al lavoro lozio e il tempo libero. Secondo lapriorismo, queste asserzioni rappresentano gli assiomi (nel senso antico di verit autoevidenti) da cui si derivano i teoremi delleconomia. Non sorprendentemente, sovente gli aprioristi affermano che leconomia simile alla geometria nei suoi procedimenti metodologici: una teoria (o teorema) convalidata se deducibile dagli assiomi comportamentali propri delleconomia. Ovviamente, si potr obiettare che con le moderne geometrie non euclidee gli assiomi della geometria non sono pi considerati intuitivamente veri. Tuttavia, bisogna considerare che molti aprioristi scrissero prima della scoperta delle geometrie non euclidee. Inoltre, unanalogia solo una analogia. Anche dopo la loro scoperta, lapriorismo in economia ha infatti visto molti aderenti. Da un punto di vista epistemologico, conviene distinguere due diverse concezioni dellapriorismo, che pure condividono lo stesso metodo di controllo o di validazione: lapriorismo empirico (espressione che, come vedremo, non affatto un ossimoro) e lapriorismo razionalista.

2.1.1. Lapriorismo empirico Secondo questa concezione dellapriorismo, le verit autoevidenti, su cui si basa leconomia, sono ottenute grazie allindagine introspettiva . Questa idea fu assai popolare solo sino alla seconda met dellOttocento, sebbene il famoso saggio metodologico di Lionel Robbins [1932] sia chiaramente da essa influenzato. Forse lautore che con pi chiarezza ha sostenuto lapriorismo empirico J. E. Cairnes, lultimo dei grandi economisti classici. Si pu tuttavia ragionevolmente sostenere che anche John Stuart Mill ader allapriorismo empirico nei suoi scritti di metodologia delleconomia.
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Lapriorismo empirico presta il fianco a due obiezione, che appaiono difficilmente superabili. La prima epistemologica. Per gli aprioristi, il metodo introspettivo assimilabile allinduzione di Francesco Bacone, anche se si tratta di uninduzione assai peculiare. Tuttavia, i resoconti introspettivi sono difficilmente controllabili. Se qualcuno negasse di preferire maggiore ricchezza a minore ricchezza non si farebbero molti progressi se venisse invitato a guardare meglio dentro di s. Ovviamente si potrebbe esaminare se il suo comportamento, intersoggettivamente controllabile, coerente con quanto afferma. Tuttavia, ci significherebbe spostare lattenzione dallintrospezione allindagine empirica (e statistica, nel caso di popolazioni intere), ovverosia ad un tipo di metodo radicalmente diverso. Oggi molti epistemologi sono disposti a dare allintrospezione un certo ruolo nella ricerca scientifica, ma nessuno sembra disponibile a difendere lidea che lintrospezione fornisca la certezza epistemica richiesta dallapriorismo, secondo il quale leconomista inizia con la conoscenza delle cause ultime (Cairnes [1875], p. 75). La seconda obiezione metodologica e riguarda il controllo delle teorie (o teoremi) derivabili dalle assunzioni autoevidenti delleconomia. Negli scritti di metodologia delleconomia, J. S. Mill [1843 e 1844] si pone correttamente il seguente problema: Sovente la teoria economica viene contraddetta dallesperienza. Tuttavia, se si ragiona correttamente, la teoria economica dovrebbe avere la stessa certezza epistemica delle premesse. Qual dunque la ragione del frequente insuccesso delle previsioni economiche?. La risposta si trova in una famosa tesi di Mill, secondo la quale le leggi economiche sono leggi di tendenza, i cui effetti possono essere contrastati da fattori di origine psicologica o sociologica. Dunque le leggi economiche sono vere sotto lassunzione che non operino fattori contrastanti. Quando una previsione fallisce, ci non significa che la teoria sia falsa. Piuttosto il fallimento della previsione indica che leconomista non ha preso in considerazioni i fattori contrastanti che operano nelle circostanze date. Una simile concezione economica conduce ad uninaccettabile conservatorismo

epistemologico. A volte, necessario che i fattori contrastanti siano esplicitamente presi in


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considerazione dalla formulazione teorica, conducendo con ci ad una modifica della stessa teoria. Il primo a sollevare questa obiezione stato probabilmente J. N. Keynes [1917, p. 118], il quale osserva che le stesse modificazione pratiche di cui parla Mill richiedono un trattamento scientifico e dovrebbero, perci, avere un loro posto nella scienza.

2.1.2. Lapriorismo razionalista Rispetto allapriorismo empirico, lapriorismo razionalista rappresenta una concezione

filosoficamente pi solida, ed ancora oggi sostenuto da unagguerrita minoranza di economisti. Per questa forma di apriorismo, le assunzioni fondamentali delleconomia non sono derivate mediante induzioni basate sullintrospezione, poich sono verit di ragione, valide indipendentemente da qualsiasi esperienza. Il pi famoso e sistematico razionalista senza dubbio Ludwig von Mises. Per Mises tutta la scienza economica si basa sulla verit autoevidente che il concetto di azione umana include in s il mirare consapevolmente ad uno scopo. Non possiamo neanche pensare ad una azione umana (contrapposta alla mera reazione a stimoli) senza pensare con ci stesso ad uno scopo intenzionalmente perseguito. Ci stabilito, il criterio di controllo delle teorie economiche interamente deduttivo: Chi vuole attaccare un teorema [economico] deve, passo dopo passo, risalire indietro sino a quando raggiunge un punto in cui viene smascherato un errore logico []. Ma se questo processo a ritroso di deduzioni finisce con la categoria dellazione senza aver scoperto un legame vizioso nella catena dei ragionamenti, il teorema pienamente confermato (Mises [1976], pp. 71-2). Mises fonda questa sua concezione sulla filosofia kantiana, ma molti razionalisti seguono uno dei suoi pi brillanti allievi, M. Rothbard [1976], nel ritenere maggiormente idonea allapriorismo la filosofia aristotelica. Dal punto di vista del lavoro pratico svolto dalleconomista, pu sembrare che non ci siano molte differenze tra le due forme di apriorismo, lempirica e la razionalista. Su questa base, il gi citato Robbins [1938] tent una loro sintesi. Tuttavia, come abbiamo gi sottolineato, lapriorismo
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razionalista rappresenta una concezione filosoficamente pi solida. In primo luogo, si evita un dubbio ricorso allintrospezione. In secondo luogo, i razionalisti ritengono che la comprensione della realt sia assai pi importante della possibilit di fare previsioni. Ciononostante, pochi economisti oggi aderiscono al razionalismo. Senza dubbio, essi ritengono che la previsione (con tutte le sofisticate indagini econometriche che ne conseguono) sia un valore troppo importante per essere trascurato. Inoltre, stato notato come lo stesso Mises sia costretto ad aggiungere, implicitamente o esplicitamente, assunzioni la cui natura a priori risulta quantomeno discutibile. Il concetto di azione umana appare una base troppo ristretta per dedurre lintera scienza economica.

2.2

LEmpirismo

Se ci concentriamo sul secolo appena trascorso, per empirismo in economia si pu legittimamente intendere lapplicazione in campo economico delle varie e pi generali filosofie della scienza via via proposte. Come abbiamo detto, non c stata posizione epistemologica che non abbia avuto qualche ripercussione nei dibattiti sulla metodologia e filosofia delleconomia. In questa sede, ci occuperemo esclusivamente della metodologia popperiana e dello strumentalismo, poich hanno dato origine a discussioni particolarmente vivaci.

2.2.1

Karl Popper e gli economisti

Vi sono vari motivi per ritenere che la metodologia popperiana sia difficilmente applicabile in economia. Innanzitutto, si pu notare una certa incongruenza tra il Popper metodologo delle scienze naturali e il Popper metodologo delleconomia. Popper [1985] sostiene che il principio di razionalit deve essere considerato infalsificabile nellinteresse della complessiva controllabilit empirica dei modelli economici. Nel caso di mancato successo previsionale, leconomista dovrebbe attribuire la colpa al modello, cio al modo in cui stata descritta la situazione in cui si trovavano gli attori economici. Se si tiene presente che le assunzioni di razionalit funzionano come leggi da cui
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vengono derivate gran parte delle proposizioni delleconomica pura, diventa comprensibile perch D. Hands [1985] ritenga che Popper finisca col prescrivere una politica metodologica assai simile allapriorismo: nel caso della mancata verifica di una previsione, leconomista dovrebbe semplicemente esaminare se il modello stato correttamente applicato nelle circostanze date. Prima di Hands, anche Spiro Latsis [1976] ha classificato la posizione di Popper come una forma di apriorismo, che rappresenta chiaramente unepistemologia assai distante dallempirismo difeso da Popper in metodologia delle scienze naturali. Nuovamente, per usare la terminologia popperiana, tutte le difficolt empiriche dovrebbe essere sempre imputate al fatto che non abbiamo ben caratterizzato la logica della situazione. Inoltre, indipendentemente dallaccusa di apriorismo, la debolezza di questa posizione consiste nel non rilevare che parte del lavoro delleconomista consiste nel raffinare cosa si debba intendere per razionalit. Con ci leconomista introduce teorie della razionalit, che sono modificabili alla luce della loro fecondit euristica. Questo importante aspetto della ricerca economica celato dal fatto che Popper formula il principio di razionalit nei termini assai generici di un mero postulato metodologico, secondo il quale dobbiamo sempre assumere che gli agenti agiscano in modo appropriato alla situazione data. Cos formulato, il postulato non dice nulla su come valutare le varie teorie della razionalit. Gli economisti hanno inizialmente mostrato interesse verso Popper perch hanno creduto di trovare nei suoi scritti un modo per liberarsi dalla tradizione aprioristica. Il Popper metodologo delleconomia non fornisce speranze al riguardo. Pu forse il Popper metodologo delle scienze naturali essere maggiormente di aiuto? Ci equivale a chiedersi se il falsificazionismo sia applicabile in economia. In altri scritti, Popper riduce grandemente lapplicabilit del falsificazionismo in economia. I motivi da lui addotti sono gli stessi che hanno riscoperto successivamente gli economisti popperiani, i quali inizialmente si concentrarono su Popper [1959], che riguarda soprattutto le scienze della natura. Gi Popper in Popper [1957, tr. it p. 127] - aveva notato che i parametri della
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teoria economica, nonostante siano presentati come costanti, in realt funzionano essi stessi come variabili, il cui valore oltretutto pu anche mutare velocemente. questa una lezione che egli con ogni probabilit apprese precisamente da Robbins. Come conclude lo stesso Popper, ci riduce grandemente la possibilit del controllo empirico della teoria economica. Nel caso di una smentita sperimentale, sempre possibile imputare il fallimento alla variazione di uno o pi parametri. Sviluppando ragionamenti simili, economisti e filosofi come G. C. Archibald [1959], D. Hausman [1988], J. J. KLant [1984], per citarne solo alcuni, hanno ritenuto che il falsificazionismo sia una metodologia inadeguata per leconomia.

2.2.2 Lo strumentalismo Lo strumentalismo in economia associato ad un famoso saggio di Milton Friedman [1953], ancora oggi considerato da molti economisti un fondamentale punto di riferimento metodologico. In realt, in questo saggio Friedman non aderisce esplicitamente alle tesi strumentalistiche, sebbene questa sia linterpretazione pi consolidata (peraltro successivamente avallata dallo stesso Friedman). Le affermazioni metodologiche di Fridman hanno sollevato molti problemi interpretativi. Qui ci concentreremo sulla sua affermazione pi controintuitiva e che maggiormente ha sollevato discussioni. A parere di Friedman [1953, p. 14] In generale, pi significativa una teoria pi irrealistiche sono le sue assunzioni. La ragione semplice. Unipotesi importante se spiega molto con poco, cio se astrae gli elementi comuni e cruciali dalla massa delle circostanze complesse e dettagliate che circondano i fenomeni []. Per essere importante, perci, una teoria deve essere descrittivamente falsa nelle sue assunzioni. Friedman ha in mente una precisa posizione metodologica in economia, che egli intende criticare. Data la gi notata difficolt di controllare le conseguenze predittive della teoria economica, molti economisti ritengono che debbano essere controllate non solo le conseguenze, ma anche le assunzioni della teoria. Ad esempio, tramite questionari si dovrebbe controllare se gli imprenditori massimizzano realmente il guadagno atteso. Per Friedman, al contrario, irrilevante
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controllare le assunzioni della teoria. Alleconomista non interessa sapere come gli imprenditori giungano a prendere le loro decisioni. Ci che importa assumere che gli imprenditori agiscano come se massimizzassero il profitto e controllare la teoria confrontandola con la classe dei fenomeni che egli intende spiegare, ovverosia i complessivi fenomeni di mercato (prezzi, quantit, ecc.). precisamente lenfasi sulle previsioni e il rifiuto della comprensione dei processi decisionali a far ritenere che Friedman abbia in mente una posizione strumentalistica, secondo la quale le teorie sono solo strumenti utili per fare previsioni. Presa alla lettera, la posizione di Friedman non sostenibile. Infatti, se potessimo affermare la verit della proposizione gli imprenditori cercano di massimizzare il profitto atteso saremmo anche in grado di affermare la verit di tutte le sue conseguenze logiche, le quali riguardano anche i fenomeni del mercato. Dunque non corretto affermare che la verit delle assunzioni sia irrilevante. Lo stesso si deve dire per laffermazione che pi le assunzioni sono irrealistiche e pi la teoria empiricamente significativa. Con ci, probabilmente Friedman intende sostenere che ogni buona teoria inevitabilmente trascura fattori causalmente rilevanti (per riprendere un suo esempio, lattrito dellaria nella velocit di caduta di un grave). Tuttavia, la necessaria economia di pensiero non va confusa con laffidabilit predittiva di una teoria. Prendere in considerazione lattrito dellaria aumenterebbe le capacit predittive della teoria e, in alcuni casi, sarebbe un passo necessario (si pensi alla velocit di caduta di una foglia). Infine, a volte Fiedman si esprime come se intendesse sostenere che ogni teoria deve fare necessariamente astrazione di molti fattori causalmente irrilevanti . Ci vero, ma sarebbe unaffermazione metodologicamente innocua. Qualunque insieme di proposizioni descrittive, per quanto accurato, non potrebbe esaurire gli infiniti tratti anche di un singolo oggetto. La posizione di Friedman viene a volte considerata irrimediabilmente confusa. Tuttavia, possibile ricostruire le sue affermazioni in modo da renderle assai pi sofisticate di quanto facciano apparire queste semplici osservazioni critiche. Vari autori hanno infatti cercato di interpretare Friedman lungo questa direzione (per il dibattito rimando alla scheda bibliografica).
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Indipendentemente dal successo di questo lavoro interpretativo, va comunque rilevato che, da un punto di vista storico, lo strumentalismo acquista una certa plausibilit quando ci sono teorie che uniscono un alto potere predittivo a difficolt concettuali nellinterpretazione dei loro principi fondamentali. Leconomia, al contrario, mostra un modesto potere predittivo e unalta verosimiglianza delle sue assunzioni di base. Di conseguenza, lo strumentalismo in economia appare come unopzione epistemologica arbitraria.

2.3 La retorica La retorica si oppone alla convinzione, tipica dellempirismo, che in ultima analisi la scelta tra opposte teorie avvenga solo in base a considerazioni fattuali. In Italia, la retorica stata inizialmente introdotta nel dibattito epistemologico da M. Pera [1991]. Nel campo delleconomia, gli autori pi influenti sono sicuramente D. McCloskey [1985 e 1994] e A. Klamer [1984]. In termini generali, la retorica afferma che, oltre ai fatti, rientrano nella razionalit scientifica anche i valori (epistemici e morali) e che dunque la scelta teorica richieda anche la valutazione dei fatti. I criteri di scelta si spostano dai metodi di ricerca empirica ai metodi di persuasione di un interlocutore. La retorica attenua (anche se non necessariamente annulla) la divisione tra scienza e attivit non scientifiche. Forse il modo migliore per apprezzare il ruolo svolto dalla retorica nella scienza offerto dalla analisi delle metafore, ampiamente sviluppata da McCloskey. Il linguaggio economico ne pieno. Si pensi a espressioni come equilibrio o velocit della moneta. Le metafore, assai comuni nel linguaggio poetico, svolgono nella scienza un importante ruolo cognitivo. Ad esempio, con la metafora del capitale umano leconomista comprende subito la stretta analogia tra linvestire in beni capitali ed investire nellistruzione. Con ci stesso, la teoria della produttivit marginale viene estesa al mercato dellistruzione. A volte i sostenitori della retorica sembrano adottare posizione concettualmente anarchiche, ma in genere viene sottolineato che lenfasi sul ruolo della retorica non implica
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labbandono dellargomentazione logica, ma piuttosto la sua estensione in ambiti tradizionalmente esclusi dalla tradizione empiristica.

3. LA RAZIONALIT PRATICA La razionalit pratica connessa con la celeberrima figura dell uomo economico. Sovente si afferma che luomo economico si caratterizza per un comportamento egoista e avido. Vedremo con maggiore precisione sotto quali assunzioni questa affermazione risulta corretta. Inoltre, vedremo come in numerosi fenomeni sociali, economicamente rilevanti, sia opportuno ampliare le motivazioni soggiacenti alla figura delluomo economico. Oltre alle motivazioni, luomo economico solleva problemi legati alle informazioni possedute dallagente e alle sue capacit cognitive. Per quanto riguarda le informazioni, leconomia distingue le decisioni prese in condizioni di certezza, di rischio, di incertezza e di incertezza radicale. Soprattutto questultimo concetto solleva interessanti problemi epistemologici. Per quanto riguarda le capacit cognitive, a volte si sostiene che la teoria economica troppo esigente, nel senso che nessun individuo in grado di soddisfare le sue richieste. Infine, tutti questi temi si intersecano con i problemi posti dalle decisioni prese in situazioni in cui lagente deve considerare le azioni di altri agenti. Tali situazioni strategiche sono studiate dalla teoria dei giochi, che oggi uno dei settori trainanti della teoria economica. Dato il carattere introduttivo di questo lavoro, non ci occuperemo degli specifici problemi sollevati dalla teoria dei giochi, e ci limitiamo a segnalare la sua importanza.

3.1 Luomo economico e la motivazione morale forse opportuno esaminare la razionalit pratica attraverso una specifica teoria: la teoria del consumatore, che pi di ogni altra ha raggiunto una rigorosa veste assiomatica. Sebbene la distinzione non sia presente nei manuali, chiariremo perch concettualmente utile distinguere il principio di razionalit, da una parte, e luomo economico, dallaltra. La figura delluomo
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economico, infatti, deve essere vista come un modo per apportare restrizioni al pi generale principio di razionalit. Ci, inoltre, ci aiuter a capire le relazioni tra il comportamento delluomo economico e il comportamento connesso anche a motivazioni di tipo morale.

3.1.1 Principio di razionalit e uomo economico Come abbiamo detto, sovente si afferma che la teoria economica presuppone che gli uomini siano sospinti solo dal proprio interesse personale. Esaminiamo, in via preliminare, il significato e luso in economia del concetto di "razionalit". In primo luogo, la razionalit del comportamento richiede che l'agente abbia un insieme razionale di preferenze. Un insieme di razionale di preferenze rispetta fondamentalmente due assiomi. Il primo assioma quello di "completezza". Esso ci dice che date due qualsiasi opzioni, A e B, ogni agente in grado di dire se preferisce A a B oppure se preferisce B ad A oppure se per lui le due opzioni sono indifferenti. Il secondo assioma l'assioma della transitivit. Esso ci dice che, per qualsiasi opzione A, B e C, se un agente preferisce A a B e preferisce B a C allora l'agente preferisce A a C. Si dir dunque che un agente si comporta razionalmente se 1) l'insieme delle preferenze razionale e 2) non esiste un'opzione a lui disponibile che sia preferita a quella da lui effettivamente scelta. Quando gli economisti dicono che gli individui "massimizzano la loro utilit" vogliono semplicemente dire che gli individui scelgono razionalmente, nel senso appena definito. Il termine "utilit" non ha dunque il significato dato al termine dai primi utilitaristi. Non una sensazione (di piacevolezza o di felicit). Un individuo che agisce razionalmente semplicemente un individuo che sceglie coerentemente con le proprie preferenze. importante comprendere che la teoria della razionalit non presuppone un comportamento egoistico. Abbiamo infatti detto che massimizzare l'utilit significa esclusivamente soddisfare le proprie preferenze o, in altre parole, fare ci che si preferisce maggiormente fare. Il comportamento egoistico non risiede nella soddisfazione delle preferenze, ma nella natura delle preferenze da
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soddisfare. Un altruista, che preferisce soddisfare prima i bisogni del prossimo, massimizza la propria utilit al pari dell'egoista, il quale si preoccupa esclusivamente di se stesso. Allo stesso modo, dal punto di vista della teoria della razionalit, un santo massimizza la propria utilit al pari di un sadico o di un misantropo. Seguendo la teoria economica, alcuni sono portati a pensare che, in realt, anche un santo agisce in vista del proprio interesse, poich evidentemente ricava piacere nellagire in modo altruistico. Cosaltro si pu voler dire quando si afferma che anche i santi massimizzano la propria utilit? Losservazione profondamente errata e mostra solo quanto fuorviante possa essere lespressione massimizzazione dellutilit. Abbiamo gi sottolineato che la teoria economica non ha bisogno di postulare lesistenza di un "oggetto" o sensazione (piacere o felicit) che gli uomini si sforzano di massimizzare aldil o oltre le preferenze. Affermare l'esistenza di tale "oggetto" conduce ad immaginare una finalit ultima in grado di spiegare il comportamento altruistico con lo stabilire una relazione causale tra le preferenze altruistiche e la motivazione soggiacente, la quale consisterebbe appunto nella sensazione di gratificazione per aver agito in quel modo. Una simile teoria psicologica appare rozza e implausibile. Perch la gratificazione personale dovrebbe essere l'unico movente? Inoltre, ed questo il punto fondamentale, dal punto di vista della teoria della razionalit, l'osservazione sbagliata perch l'utilit solo un indice che mostra ci che una persona preferisce, indipendentemente dalle ragioni o dalle cause che la hanno condotta ad avere certe preferenze anzich altre. In termini sintetici, il principio di razionalit si basa esclusivamente sulla coerenza tra il comportamento ed un insieme di preferenze date. Il principio di razionalit estremamente astratto e non ha un chiaro contenuto economico. Ad esso necessario aggiungere altre propriet. Nella teoria del consumatore, in primo luogo le opzioni sono definite in termini di panieri di beni o di servizi. In secondo luogo, vi un importante assioma, il cosiddetto assioma di non saturazione, il quale stabilisce che per qualsiasi bene non viene mai raggiunta la completa saziet. Cosicch se due panieri di beni sono del tutto uguali tranne per il fatto che il primo contiene 10 frigoriferi e il secondo 11 frigoriferi, il secondo paniere verr
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preferito al primo. In terzo luogo, si assume che le preferenze di un consumatore non influenzino le preferenze degli altri consumatori. Mentre la teoria della razionalit definisce la natura dell' "uomo razionale", sono queste altre propriet a definire pi precisamente la natura dell' "uomo economico". Questo il motivo per cui opportuno distinguere la "teoria della razionalit" dalla "teoria della razionalit economica". L'economista non indaga sul modo in cui si formano le preferenze. Egli, ad esempio, non interessato a spiegare perch un individuo preferisce la margarina al burro. Tuttavia, con l'introduzione dell'uomo economico si aggiungono delle restrizioni alla natura e alla struttura delle preferenze. Con ci stesso si introducono caratteristiche di comportamento chiaramente connesse con la morale. Abbiamo detto che nella teoria del consumatore si assume che le preferenze di un consumatore non influenzino le preferenze degli altri consumatori. In questo modo, si esclude che la funzione di utilit sia definita da preferenze basate su altre preferenze. Ci non sempre vero. Ad esempio, sono abbastanza comuni gli atteggiamenti imitativi (tutti hanno quella cravatta dunque la voglio anchio) oppure, al contrario, gli atteggiamenti snobistici (se tutti comprano quella cravatta allora io non la comprer mai) oppure, ancora, comportamenti che caratterizzano il cosiddetto effetto di Veblen (voglio quella cravatta solo perch carissima e pochi possono permetterselo). Gli economisti sono ovviamente consapevoli di questi fenomeni e sovente si avverte che la teoria standard del consumatore implicitamente li esclude dal proprio campo di indagine. Dal nostro punto di vista, tuttavia, l'indipendenza delle preferenze dei singoli consumatori rilevante perch esclude atteggiamenti chiaramente morali, quali l'invidia e l'altruismo. La soddisfazione di cibo da parte dei bambini del Terzo Mondo, per fare un facile esempio, non ha alcuna influenza sul livello di utilit dell'uomo economico. L'uomo economico un uomo "avido" (anche se non invidioso) perch interessato solo ad acquisire e consumare il maggior numero di beni. Il carattere avido dell'uomo economico comprensibile anche tramite l'esame dell'assioma di non saturazione. Per l'assioma, infatti, una maggiore quantit di un bene sempre preferita ad
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una minore quantit. Si noti che, con un po' di fantasia matematica, possibile immaginare, rimanendo all'interno della teoria economica, che il consumatore raggiunga un punto di saziet. In questo caso, pu il consumatore acquisire un bene, di cui sazio, con lo scopo di donarlo? Un comportamento del genere sarebbe incompatibile con la teoria. Infatti, se con il decimo frigorifero il consumatore raggiunge la saziet, per la teoria economica accettare l'undicesimo frigorifero sarebbe irrazionale (nel senso gi specificato), poich con ci egli sceglierebbe un paniere di beni che peggiora la sua situazione. Quindi si esclude che il consumatore possa acquisire il bene avendo in mente uno scopo filantropico o altruistico. Troviamo qui un altro motivo per cui l'altruismo escluso dalla teoria economica. L'uomo economico rappresenta una caricatura che non si trova mai nella realt. Anche l'economista pi ortodosso non pu essere sino a tal punto un misantropo. Tuttavia, l'uomo economico considerato una "finzione" utile per comprendere i fenomeni di mercato. Come gi scrisse John Stuart Mill [1844, pp. 115-6]: L'economia politica considera il genere umano solo in quanto dedito all'acquisizione e al consumo [...]. Non gi che qualche economista sia mai stato cos folle da supporre che gli uomini siano fatti in questo modo. Si tratta semplicemente del modo in cui la scienza deve necessariamente procedere.

3.1.2 Regole di condotta morale e comportamento economico La figura delluomo economico giustificata perch si tratterebbe di una buona idealizzazione, capace di semplificare la teoria senza eccessive perdite nelle sue capacit esplicative e predittive. In alcuni ambiti, ci appare ragionevole (si pensi alle decisioni che riguardano il consumo di beni privati). Tuttavia, in altri ambiti appare inevitabile introdurre considerazioni relative alle norme di comportamento morale. Ci avviene gi nellesame del funzionamento dei contratti. I contratti sono spesso incompleti, cos come lo sono le informazioni dei contraenti. La fiducia tra i contraenti perci un valore morale economicamente importante, perch completa tacitamente la definizione di un contratto e sorregge il suo rispetto. Senza norme di condotta morali, le transazioni economiche
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avrebbero costi assai pi elevati (causati, ad esempio, dal tempo richiesto per acquisire di tutte le informazioni rilevanti). La letteratura relativa ai contratti assai ampia e nota (si veda, ad esempio, Sacconi [1991], specialmente il cap. 6). Tuttavia, possibile giungere a conclusioni assai pi radicali, poich con esse viene sfidato lo stesso paradigma delluomo economico. Ci stato fatto soprattutto da Amartya Sen, leconomista che pi di ogni altro ha difeso limportanza delle considerazioni morali nellambito dei fenomeni economici. Sen [1987] distingue due tradizioni allinterno della teoria economica. Mentre la prima connette lo studio economico alletica, la seconda fa riferimento al modello offerto dallingegneria. La famosa definizione di Robbins delleconomia chiaramente influenzata dal modello ingegneristico, poich fa riferimento alla relazione tra mezzi e scopi dati. A parere di Robbins [1935, tr. it. p. 20] leconomia la scienza che studia la condotta umana come una relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi. La definizione di Robbins ebbe uno straordinario successo, sino a far scomparire una pi antica tradizione, la quale vedeva leconomia come una branca della filosofia morale. Contro il modello ingegneristico, Sen ritiene che in molti casi le motivazioni morali debbano essere prese esplicitamente in considerazione. Per Sen, luomo economico possiede un insieme di motivazioni troppo ristretto. Tra i contesti economici ove le motivazioni morali svolgono un ruolo importante troviamo gli incentivi al lavoro, le negoziazioni salariali, lefficienza industriale, e lefficiente allocazione dei beni pubblici. Per chiarire il punto, opportuno spiegare la distinzione proposta da Sen (si veda, ad esempio, Sen [1977]) tra simpatia e obbligazione. Sebbene per ragioni diverse, i comportamenti diretti dalla simpatia e dalla obbligazione sono incompatibili con luomo economico. Nel primo caso si lascia cadere lindipendenza delle preferenze, poich la preoccupazione per il benessere degli altri influenza le decisioni della persona che agisce. Tuttavia, la simpatia non necessariamente incompatibile con il comportamento egoistico, nel senso che possibile assumere
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che la preoccupazione per laltrui benessere sia solo una conseguenza della ricerca del proprio benessere. Abbiamo gi visto come la generalizzazione di una simile assunzione conduca ad una psicologia piuttosto rozza. Tuttavia, in alcuni casi si tratta di unassunzione ragionevole. Per riprendere lesempio di Sen, vedere un uomo torturato pu semplicemente provocare disgusto, il quale diminuisce il nostro benessere. In questi casi, prendere in considerazione il benessere dellaltro solo una conseguenza della ricerca del nostro benessere. Lobbligazione, invece, rappresenta un allontanamento assai pi radicale dalluomo economico, poich i casi di obbligazione sono definiti da quelle decisioni che comportano un livello di benessere personale inferiore rispetto alle alternative disponibili. Chiaramente, le obbligazioni sono strettamente connesse con i valori morali. Come abbiamo detto, Sen ritiene che le obbligazioni abbiano un ruolo importante in molti fenomeni economici. Probabilmente, un esempio assai facile da comprendere dato dalle motivazioni al lavoro. Come scrive Sen [1977, tr. p. 165]: certamente oneroso [] un sistema di supervisione con ricompense e penalizzazioni []. Ciascun sistema economico ha cercato, perci, di fare affidamento sullesistenza di atteggiamenti verso il lavoro che sostituiscano il calcolo del guadagno netto ricavabile da ciascuna unit di sforzo. Il condizionamento sociale gioca qui un ruolo estremamente importante. Per rendere conto delle obbligazioni, Sen propone una teoria del comportamento economico pi complessa, che include non solo un ordinamento delle preferenze da parte dellagente, ma anche un ordinamento di ordinamenti di preferenze. Non possibile qui riassumere la teoria di Sen. Va invece sottolineato un aspetto epistemologicamente importante di quanto abbiamo detto. Lingresso di considerazioni morali in economia non comporta necessariamente labbandono della tesi dellavalutativit delle scienze sociali. Ci siamo qui limitati a rilevare come leconomista debba essere sensibile alle considerazione morali per spiegare vari fenomeni economicamente importanti. Di per s, ci compatibile con la tesi dellavalutativit, secondo la quale laccettabilit di una teoria dipende esclusivamente dai fatti che essa intende spiegare.
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3.1.3 Leconomista e lingegnere Il modello dellingegnere ha avuto influenze che vanno ben oltre il modo in cui gli economisti concepiscono i fenomeni che intendono spiegare. Esso ha infatti influenzato anche il modo in cui gli economisti concepiscono se stessi nellattivit di consulenti. Ancora una volta entra qui in gioco il modello "mezzi-fine". Mediante una scelta di valore, la comunit o i suoi rappresentanti decidono il fine da raggiungere e l'economista dice quali sono i mezzi pi appropriati per il raggiungimento del fine. Poich proposizioni del tipo "x condizione sufficiente (o necessaria) per il raggiungimento del fine y" sono strettamente fattuali, sovente si afferma che leconomista pu ignorare i valori morali e concentrasi esclusivamente sul valore di verit delle proposizioni con quella forma. Leconomista Gunnar Myrdal [1958 e 1969] ha incessantemente criticato il modello ingegneristico perch ritiene che mal rappresenti lattivit effettivamente svolta dagli economisti. Myrdal ha certamente buone ragione nel sostenere che il modello ingegneristico troppo astratto. In primo luogo, si presuppone che tutte le opzioni di valore possano essere relegate nella scelta del fine. Ci chiaramente scorretto. In realt, gli stessi mezzi raramente risultano moralmente neutrali. Ad esempio, non moralmente neutrale far aumentare l'occupazione mediante una riduzione delle tasse oppure mediante un aumento della spesa pubblica (assumendo che le due politiche siano ugualmente efficaci). Infatti, la scelta di uno dei due mezzi favorisce differenti gruppi sociali. In secondo luogo, il raggiungimento di un fine produce altri risultati, i quali possono essere essi stessi oggetto di valutazioni non necessariamente positive. Ad esempio, il conseguimento di una rapida riduzione dell'inflazione (il fine) assai probabilmente causa una diminuzione temporanea dell'occupazione (conseguenza del raggiungimento del fine). Qui vediamo che la distinzione mezzifine non affatto semplice. Data la complessit del mondo sociale, il raggiungimento di un fine a sua volta sempre un mezzo verso il conseguimento di un altro fine, positivo o negativo. Ci significa che l'economista assai raramente si trova di fronte una lista completa di fini reciprocamente indipendenti, ciascuno dei quali pu essere raggiunto da un certo numero di mezzi.
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Piuttosto si trova davanti un complesso sistema di obiettivi e di mezzi, tutti carichi di valori morali, che deve cercare di chiarire e di mettere in ordine. Un esempio paradigmatico, assai importante e recente, offerto dalla transizione, nei paesi dell'Est, verso le economie di mercato. difficile sottovalutare limportanza delle obiezioni di Myrdal. Tuttavia, meno chiare sono le conclusioni filosofiche che dovremmo trarre dalla sua analisi. Quanto detto implica sicuramente che l'economista deve necessariamente comprendere gli impegni morali della comunit a cui offre i suoi suggerimenti. Altrimenti non potrebbe fare chiarezza sulla complessa relazione dei mezzi con i fini. In altre parole, per l'economista agire come un "tecnico" non equivale ad affermare che egli, in quanto tecnico, pu ignorare le questioni di valore. Al contrario, se vuole essere un buon tecnico egli deve essere sensibile al discorso morale. Partendo da queste giuste osservazioni, Myrdal ritiene che leconomia, in quanto scienza sociale, sia necessariamente valutativa e dunque violi la tesi dellavalutativit. Questa conclusione non concettualmente garantita dalle premesse. La tesi dellavalutativit si basa sulla cosiddetta legge di Hume, secondo cui non possiamo derivare proposte o conclusioni valutative da premesse esclusivamente fattuali. Gli argomenti di Myrdal ci inducono ad inserire tra le premesse gli impegni morali dellindividuo o della comunit che chiedono la consulenza delleconomista. Questi, tuttavia, pu considerare tali impegni come un dato di fatto da cui, insieme con le teorie economiche positive, derivare prescrizioni indipendenti dai suoi specifici valori morali. Perci, da un punto di vista logico gli argomenti di Myrdal non sono incompatibili con la legge di Hume e, dunque, con la tesi della avalutativit. Tuttavia, le difficolt insite nei tentativi di ricostruire correttamente la struttura di valori dellindividuo o della comunit, unitamente ai problemi del controllo empirico delle teorie economiche, fanno s che i personali giudizi di valori di un economista influenzino i suoi suggerimenti assai facilmente.

3.2 Informazioni, incertezza e limiti cognitivi

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Sino ad ora abbiamo trattato i problemi filosofici delleconomia attraverso la teoria del consumatore. Ora, per motivi esclusivamente espositivi, opportuno volgere lattenzione alla teoria elementare dellimpresa e, in particolare, alla teoria della concorrenza perfetta. In questa teoria vi , innanzitutto, una dettagliata descrizione della situazione in cui si trova limpresa. Si assume (a) una grande quantit di imprese che producono uno stesso bene e (b) la possibilit delle imprese esistenti di lasciare lindustria in cui operano oppure di nuove imprese di entrarvi. Oltre a ci, si assume che (c) le imprese posseggano tutte le conoscenze rilevanti (funzioni dei costi e situazione della domanda, insieme allimpossibilit di influenzare il prezzo del prodotto a causa della condizione posta da (a)). Data la situazione, viene posto il seguente quesito: quale sar il livello di produzione scelto da ciascuna impresa? Entra qui in gioco il principio di razionalit, che in questo caso consiste nel postulare che le imprese cercano di massimizzare il profitto. Per usare la terminologia di Popper, il principio di razionalit ad animare il modello. Si tratta infatti dellunica motivazione che necessario attribuire alle imprese per dare una risposta al nostro quesito. Dato il principio di razionalit e la descrizione della situazione, le scelte delle imprese sono univocamente determinate. La teoria della concorrenza perfetta esemplifica nel migliore dei modi quel programma di ricerca che Latsis [1976] ha felicemente definito col termine determinismo situazionale. Se approfondiamo leggermente le caratteristiche della teoria possiamo ulteriormente capire le ragioni della definizione di Latsis. Supponiamo, infatti, che in una data industria le imprese abbiano un profitto puro positivo, perch il prezzo corrente al di sopra del minimo costo medio di produzione. Per la condizione posta da (b), nuove imprese entreranno nellindustria e il processo continuer sino al punto in cui il profitto puro uguale a zero. In questa situazione, definita di equilibrio, ciascuna impresa avr di fronte solo la seguente scelta: scegliere il livello di produzione che massimizza il profitto oppure uscire dal mercato! Vediamo qui con ancora maggiore chiarezza perch la descrizione della situazione a determinare le scelte dellimpresa.

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Ci che Latsis ha definito determinismo situazionale stato criticato da diversi punti di vista. In primo luogo, si afferma che lassunzione della conoscenza di tutte le informazioni rilevanti svuota di ogni significato il termine concorrenza. In secondo luogo, nella teoria viene ignorato il ruolo del tempo e dell incertezza. In terzo luogo, il determinismo situazionale rende irrilevante lo studio delle procedure o regole decisionali adottate dalle imprese. Nelle successive tre sottosezioni, esamineremo ciascuna di queste osservazioni critiche. Infine, nella sezione 4, esamineremo come il determinismo situazionale sia connesso con limportante tema dellindividualismo metodologico.

3.2.1. Il processo di concorrenza in uneconomia di mercato La concorrenza perfetta richiede, tra le altre cose, una conoscenza perfetta. Come abbiamo visto, lo stato di equilibrio a cui essa conduce tale che il prezzo di un prodotto uguale al minimo costo medio di produzione. Nei manuali si legge che questa un ottima giustificazione in favore della concorrenza. Lungo la sua vita, Friederich von Hayek ha incessantemente polemizzato contro questa concezione della concorrenza e del mercato. Per Hayek, il vantaggio della competizione risiede precisamente nella diffusione delle conoscenze che la teoria della concorrenza perfetta presuppone come gi acquisite. Detto in altri termini, lo studio sugli stati di equilibrio cela limportante ruolo che la concorrenza riveste come attivit o processo che consente la scoperta di fatti nuovi da parte degli individui. Per chiarire il punto, Hayek [1969, e 1982 tr. it. pp. 439 e segg.] accosta i processi di mercato al metodo scientifico. Le procedure scientifiche sono preziose perch ci consentono di esplorare la realt e di giungere con ci stesso alla conoscenza di fatti nuovi e oggi imprevedibili. Allo stesso modo, il mercato consente di scoprire chi in grado di svolgere al meglio un certo compito. Attraverso il meccanismo dei prezzi relativi, che include il loro continuo cambiamento, gli imprenditori si sforzano di percepire quali opportunit di investimento sono a loro disponibili. N il
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metodo scientifico n il mercato consentono di scoprire in anticipo quali fatti saranno scoperti dagli scienziati o dagli agenti economici. I loro rispettivi meriti possono essere valutati comprendendo i processi che li caratterizzano, non confrontandoli con stati finali (la verit o le caratteristiche della competizione perfetta). Seguendo questa linea di ragionamento, Hayek sostiene che anche il monopolio o loligopolio possono a volte essere visti come il risultato della concorrenza pi che una deviazione da essa. Tranne nei casi in cui essi sono il frutto di privilegi tesi ad impedire lingresso nella data industria di concorrenti, sia il monopolio che loligopolio sono perfettamente legittimi ed efficienti. Infatti, essi derivano da abilit specifiche o dalluso di fattori particolarmente adatti alla produzione di beni oppure ancora dallaver colto prima di altri le opportunit offerte dal mercato. In questi casi, tuttavia, i vantaggi acquisiti risultano in genere temporanei. Ad esempio, si pensi al caso di una merce che viene venduta ad un prezzo maggiore in una citt rispetto ad un'altra. Tralasciando il costo del trasporto (per non complicare l'esempio), un commerciante che si accorgesse della situazione otterrebbe un facile guadagno col comprare la merce dove costa di meno per rivenderla dove costa di pi. In questo modo egli otterrebbe un profitto che sorge da una opportunit di arbitraggio. Cos facendo, tuttavia, egli farebbe aumentare la domanda nella citt dove costa di meno e farebbe aumentare l'offerta dove costa di pi. Inoltre, altri commercianti lo imiterebbero e, alla lunga, scomparirebbe la differenza di prezzo. Abbiamo detto che Hayek sostiene lesistenza di una stretta analogia tra il metodo della scienza e i processi di mercato. Tuttavia, allo stesso tempo egli sottolinea unimportantissima differenza. I fatti scoperti dalla scienza sono fatti riproducibili. Essi, infatti, rappresentano uniformit empiriche. Al contrario, come mostra lesempio del commerciante, i fatti scoperti nel processo del mercato sono fatti temporanei , poich dipendono da specifiche circostante relative ad un certo tempo e ad un determinato spazio. Per Hayek, uno dei pi gravi errori dei sostenitori delle economie pianificate consiste nellaver confuso i due generi di fatti. I fatti e le conoscenze scientifiche possono essere concentrate in ununica mente o in ununica istituzione, mentre i fatti e
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le conoscenze del mercato sono disperse tra innumerevoli individui. Lo Stato non potr mai concentrare in s tutta la conoscenza rilevante e, di conseguenza, leconomie pianificate sono destinate a fallire perch pi inefficienti dei processi spontanei del mercato. Hayek considerato uno massimi esponenti della cosiddetta economia austriaca, che, come abbiamo apprezzato, ha caratteristiche sue proprie, indipendenti da quelle del mainstream in economia.

3.2.2. Lincertezza e lo scorrere del tempo I limiti dellinformazione sembrano strettamente legati a situazioni di incertezza. Tuttavia, concettualmente necessario distinguere due diversi ambiti di problemi. Quando gli economisti parlano di incertezza, essi si riferiscono ad eventi che accadono in periodi di tempo futuri. Al contrario, i limiti dellinformazione possono riguardare la conoscenza imperfetta di avvenimenti che accadono nel presente. Perci, a differenza dellinformazione, lincertezza non pu essere separata dal ruolo delle aspettative e dallo scorrere del tempo. A volte, lincertezza viene distinta dal rischio. Questa distinzione dovuta a F. Knight [1921]. Per Knight, possibile cautelarsi dalle situazioni di rischio mediante unassicurazione, mentre in situazioni di incertezza ci non sarebbe possibile. Dietro questa distinzione, vi una ben precisa concezione della natura della probabilit. Nelle situazioni di rischio, Knight riteneva possibile una misura oggettiva della probabilit (si pensi alla probabilit che esca rosso nel gioco della roulette). Tuttavia, dai tempi di Knight linterpretazione soggettivistica della probabilit, o concezione bayesiana, si lentamente imposta sulle interpretazioni oggettivistiche (teoria frequentistica e logicismo), rendendo poco chiari i fondamenti della distinzione. Sia le situazioni di rischio sia quelle di incertezza sono compatibili con il comportamento massimizzante. In particolare, si sottolinea sovente che linterpretazione soggettivistica o bayesiana della probabilit compatibile con lidea che i processi di mercato convergano verso una situazione di equilibrio. Infatti, gli individui possono inizialmente avere aspettative assai diverse, ma
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dimostrabile, sotto alcune assunzioni, che con il crescere dellesperienza le diverse aspettative convergono verso ununica e oggettiva distribuzione della probabilit. Come scrive uno statistico bayesiano: le opinioni a priori diventano sempre meno rilevanti rispetto alle opinioni a posteriori quando vengono osservati sempre pi dati. Lopinione a priori sommersa dai dati, cosicch lopinione a posteriori controllata solamente dai dati. [] Liniziale opinione soggettiva portata a contatto con i dati attraverso le operazioni del teorema di Bayes e con abbastanza dati le differenti opinioni a priori sono fatte convergere (Phillips [1973], p. 78). Per i sostenitori dell incertezza radicale tale processo di convergenza non possibile nel mondo sociale. In genere, i fenomeni naturali mostrano una certa ricorrenza nelle loro manifestazioni. Ad esempio, vari individui possono avere opinioni diverse sulla periodicit del sorgere del sole, ma alla lunga essi saranno costretti ad avere aspettative convergenti, a causa della ricorrenza del fenomeno. Al contrario, nel mondo sociale le aspettative sui movimenti del prezzo del petrolio o delloro sono destinate a rimanere divergenti. chiaro che simili considerazioni conducono ad una notevole dose di scetticismo a riguardo sia dei meccanismi di autoregolamentazione del mercato sia delle possibilit della teoria di prevedere i risultati dei processi di mercato. Nel secolo appena scorso, stato soprattutto G. L. S. Shackle ad affrontare i problemi posti dallincertezza radicale (si vedano, ad esempio, Shackle [1953] e [1972]). Aldil delle sue specifiche critiche alla statistica bayesiana, che non possiamo qui affrontare, le concezioni di Shackle affondano le loro radici in una peculiare metafisica del tempo. Gli economisti sbagliano nel considerare il tempo, al pari dello spazio, come un qualcosa di omogeneo. Nel mondo sociale, il tempo soggettivamente esperito e dunque disomogeneo: con il trascorrere del tempo, emergono sempre nuove conoscenze e nuovi piani di azione. Non si tratta, dunque, semplicemente di rivedere la probabilit di successo di diversi piani di azione, tutti predeterminati allinizio del periodo in cui comincia lapprendimento dallesperienza. Sulle orme di Shackle, anche L. Lachmann (si vedano, ad esempio, Lachmann [1976] e [1977]) ha messo in discussione la capacit del mercato di giungere ad una posizione di equilibrio.
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Linteresse della posizione di Lachmann e dovuta al fatto che egli un eminente rappresentante della scuola austriaca, la quale ha sempre mostrato una gran fiducia nelle capacit di autoregolamentazione dei mercati. Allinterno della scuola austriaca, Lachnmann stato sovente accusato di nichilismo teorico, perch col negare la rilevanza del concetto di equilibrio egli priverebbe la teoria economista di ogni capacit esplicativa, riducendosi ad una mera storia dei processi economici. In realt, Lachmann ha sempre rifiutato letichetta di nichilista teorico. Pi corretto affermate che egli cercasse nuovi paradigmi esplicativi. Seguendo i suoi suggerimenti, un allievo di Lachmann, D. Lavoie [1990], ha introdotto lermeneutica in campo economico. Inoltre, indipendentemente dallermeneutica, non sono mancati coloro che hanno cercato di offrire teorie compatibili con lincertezza radicale difesa da Lachmann (si veda scheda bibliografica).

3.2.3 La razionalit limitata Il concetto di razionalit limitata associato allopera di Herbert Simon (si veda, ad esempio, Simon [1985]). Da un punto di vista metodologico, la posizione di Simon diametralmente opposta a quella di Friedman. A parere di Friedman, ricordiamo, irrilevante controllare se realmente gli imprenditori cercano di massimizzare il profitto (o i consumatori lutilit). In questo senso, i processi decisionali dellimpresa vengono posti al di fuori dei fenomeni di stretta competenza delleconomia. Negli scritti di Simon, si possono reperire almeno tre argomenti contro questa tesi. In primo luogo, nella scienza la comprensione tanto importante quanto la previsione. In secondo luogo, arbitrario escludere i processi decisionali dellimpresa dai fenomeni propri della scienza economica. In terzo luogo, a parere di Simon, il principio di massimizzazione del profitto non affatto un buon strumento predittivo. In Simon, i problemi posti dalla razionalit scientifica si intersecano con quelli della razionalit pratica in modo tale da renderli difficilmente separabili. Per cercare di limitarci allultima, possiamo subito dire che Simon rifiuta in modo inequivocabile quello che abbiamo definito il determinismo situazionale: La teoria classica della razionalit onnisciente
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singolarmente semplice e affascinante. []. Tutta la potenza predittiva proviene dallaver caratterizzato la forma dellambiente in cui ha luogo il comportamento. Lambiente, combinato con le assunzioni della razionalit perfetta, determina completamente il comportamento (Simon [1985], p. 285). Per Simon, vi sono almeno tre ordini di problemi nellidea di una razionalit onnisciente. Innanzitutto, molte decisioni avvengono in condizioni di incertezza sulle conseguenze delle varie alternative disponibili. Inoltre, sovente vi sono informazioni incomplete sullo stesso insieme delle alternative disponibili. Infine, la massimizzazione di una grandezza richiede capacit di calcolo eccessive. In particolare, lultimo aspetto ad assumere unimportanza decisiva nellopera di Simon. Seguendo leuristica del determinismo situazionale, si potrebbe supporre che i limiti della conoscenza costituiscano semplicemente un ulteriore vincolo proprio dellambiente in cui avviene la decisione. In questo modo vi sarebbe un costo nella raccolta ed elaborazione delle informazioni necessarie per la decisione. Posta in questi termini, si potrebbe continuare a vedere la decisione come un problema di massimizzazione (nel caso di un imprenditore, il problema consisterebbe nel massimizzare il profitto atteso al netto del costo per la ricerca delle informazioni). Tutto ci, tuttavia, non semplificherebbe, ma al contrario accrescerebbe a dismisura la difficolt dei processi computazionali. Per questi motivi, Simon insiste che la ricerca deve spostarsi dallambiente esterno alla mente dei decisori. Con ci si apre la strada allo studio dei processi cognitivi e alla psicologia. La razionalit della decisione non viene pi valutata dal risultato della massimizzazione, ma dalla procedura seguita nel prendere le decisioni. La razionalit procedurale dunque uninevitabile conseguenza dei limiti della ragione umana. Pi in concreto, Simon propone un modello di razionalit pratica basata sul concetto di satisficing (soddisfazione). Si prenda il gioco degli scacchi, su cui Simon si molto soffermato. Date le difficolt computazionali, fuori luogo immaginare che lo scacchista abbia di fronte un problema di ottimizzazione (ovverosia, la ricerca della mossa migliore). Piuttosto, egli si affida a regole euristiche. Esattamente come gli imprenditori, lo scacchista un rule-follower, non un maximiser. Le regole lo aiutano a selezionare
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il numero di mosse da esaminare. La ricerca finisce quando egli, seguendo alcuni criteri di valutazione, trova una mossa soddisfacente (di nuovo non ottimale).

4. LINDIVIDUALISMO METODOLOGICO Lindividualismo metodologico a volte confuso con lindividualismo ontologico . Ovviamente, accade frequentemente che in un autore siano difese entrambe le forme di individualismo (si veda, ad esempio, Hayek [1952]). Tuttavia, sono concettualmente distinti. Lindividualismo metodologico prescrive che tutte le spiegazioni dei fenomeni sociali si debbano basare, in ultima analisi, su una teoria dellazione individuale. Lindividualismo ontologico afferma che esistono solo gli individui, non le entit collettive (come la societ o lo Stato). Mentre lindividualismo ontologico assai discusso, si pu tranquillamente affermare che lindividualismo metodologico accettato dalla grandissima maggioranze degli economisti. Data linsistenza sullimportanza di una teoria dellazione umana, lindividualismo metodologico sembra naturalmente condurre allidea che le scienze sociali debbano avere a proprio fondamento la psicologia, la quale studia le motivazioni degli individui. Come noto, questa idea rintracciabile negli scritti di John Stuart Mill (si veda Mill [1843], in particolare il libro VI, capp. V e VI). Tuttavia, come abbiamo gi pi volte avuto modo di constatare, tale idea non trova riscontro nelleffettiva pratica ed evoluzione di gran parte delleconomia contemporanea. Se si esamina nuovamente la teoria della concorrenza perfetta, si vedr che le leggi psicologiche non hanno alcun ruolo. Lunica motivazione presente quella dettata dal principio di massimizzazione. Oltre al principio, ci che veramente importante la descrizione della situazione in cui si trova lagente. Karl Popper ha ben colto questo aspetto della teoria economica. Come egli scrive: Lanalisi della situazione, la logica situazionale, svolge un ruolo importantissimo sia nella vita sociale che nelle scienze sociali. Essa , di fatto, il metodo dellanalisi economica (Popper [1945, vol. 2], tr. it. p. 129].

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Contro lindividualismo metodologico basato sulla psicologia, Popper ha proposto un individualismo metodologico basato sulla logica della situazione, la quale include le istituzioni che caratterizzano la data situazione. Sorge qui un problema: se le istituzioni sono date, in che modo esse vengono modificate? Popper sostiene che lo psicologismo conduce ad una teoria ingenua della nascita delle istituzioni, le quali sarebbero semplicemente il frutto della progettazione di alcuni individui. Ci non plausibile, perch molte istituzioni appaiono emergere in modo del tutto spontaneo. Dunque, in termini generali, in quale modo lindividualismo metodologico in grado di spiegare lemergere spontaneo di nuove istituzioni? La risposta rintracciabile non solo negli scritti di Popper, ma anche in una lunga tradizione di pensiero che del tutto interna allevoluzione delleconomia. Lemergere spontaneo di nuove istituzioni spiegato col fatto che sovente le azioni intenzionali hanno conseguenze non intenzionali. in questo modo che, ad esempio, Carl Menger [1883, libro III, cap. II, 4] spiega la nascita del denaro. In uneconomia di baratto ciascun individuo si trova a dover risolvere il problema di scambiare le proprie merci con quelle da lui maggiormente desiderate. Ci non sempre di facile attuazione. Ad esempio, dati due individui A e B, certamente possibile che A sia interessato alle merci possedute da B, ma che B non sia interessato alle merci possedute da A (o viceversa). Per risolvere il problema, alcuni individui notano che certe merci soddisfano un bisogno molto diffuso. dunque conveniente, quando si presenta la possibilit, acquisire tali merci perch con ci si aumenta la possibilit di ottenere le merci desiderate. In seguito, si nota che tra queste merci alcune hanno altre qualit importanti per lo scambio, poich risultano facilmente trasportabili, sono durevoli e facilmente divisibili. Inizialmente, solo pochi individui riescono a risolvere efficacemente il problema di facilitare il pi possibile i propri scambi commerciali. Il denaro nasce quando, attraverso un processo imitativo, un piccolo insieme di merci esce dalla cerchia delle altre merci per essere accettato da tutti gli individui in cambio delle merci da loro possedute. importante osservare che, in questa spiegazione, nessun individuo si mai posto la questione dal punto di vista dellinteresse pubblico. Ciascuno ha cercato

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di risolvere al meglio un proprio problema. La nascita del denaro viene cos spiegata come conseguenza non intenzionale delle azioni intenzionali degli individui. Abbiamo visto come lindividualismo metodologico sia in grado di spiegare la nascita spontanea di nuove istituzioni. Lo stesso ragionamento si applica ai fenomeni del mercato (prezzi, quantit, ecc.). Si esamini ancora una volta la teoria della concorrenza perfetta. In questa teoria, tutti gli imprenditori finiscono con lavere un profitto puro pari a zero. questa situazione, infatti, che definisce la posizione di equilibrio in un mercato concorrenziale, Tuttavia, del tutto ovvio che nessun imprenditore abbia come fine acquisire un profitto pari a zero. Le loro azioni, al contrario, sono mirate ad avere il pi alto profitto possibile. Perci, esattamente come nel caso del denaro, la situazione di equilibrio nasce come conseguenza non intenzionale delle azioni intenzionali degli individui.

BIBLIOGRAFIA RAGIONATA Per una panoramica dei problemi che riguardano la razionalit scientifica in economia, il testo migliore probabilmente Hausman [1992]. In lingua italiana, e con un taglio storico-critico, si veda Barrotta e Raffaelli [1998]. Sullapriorismo empirico, il lettore pu consultare Barrotta [1992], dove sono reperibili diversi riferimenti storici e filosofici. Lapriorismo razionalista usualmente associato alla cosiddetta scuola austriaca, ma non mancano razionalisti che appartengono ad altre scuole economiche. Si veda, ad esempio, il saggio di Hollis e Nell [1975]. Il capolavoro di Mises Mises [1949]. Per una critica al kantismo di Mises, si veda Barrotta [1996]. Una complessiva critica metodologica delleconomia austriaca, sovente citata, offerta da Nozick [1977]. Il libro curato da N. de Marchi, de Marchi [1998], offre unampia panoramica della ricezione di Popper tra gli economisti. Ho sviluppato pi in dettaglio le linee critiche qui esposte in

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Barrotta [2000] e [2002]. Il lettore interessato allargomento dovrebbe per completezza vedere la letteratura sulle proposte metodologiche di Imre Lakatos, che di Popper fu uno dei pi brillanti allievi. In filosofia delleconomia vi stato infatti un ampio uso di