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Proprietà: Francesca Romana Paci. - Stampa Sipiel - Milano

PAESAC.GI BENJAMINIANI.

Ptemessa, 1; G.A., Un

SZONDI, Speranza

ritrovamento di manoscritti di \lalter Benia-

min, 4; PIERRE KLOSSOWSKI, Lettera su \íalter Benjamin, 8; PETER

importante

nel passato. Su V/alter Benjamin,

10; G'A.' Intoduzio-

ne a Friedrich Heinle, 26; FRIEDRICH HEINLE, Poesie, l0; GIANNI

CARCHIA, Heinle e la "lingua della giovent(r", 42;

SELZ, Carteggio (1932-19)4), 47.

\7. BENJAMIN, J'

Babele: JACQUES DERRIDA, Des tours de Babel, 67; MAURICE BLANCHOT,

Sulla raduzione, 98.

Metaetica: ANTONELLA MOSCATI, FRANZ ROSENZ\íEIG, L'uomo

La piccola porta:

Nota su Rosenzweig e Benjamin, 101;

e il suo sé ovvero metaetíca, 114.

Beniamin e il demonico. Feli-

REMO BODEI, Le

'il/alter

Benjamin, 143;

tempo in Walter Be-

GIORGIO AGAMBEN,

cità e iedenzione storica nel pensiero di

malattie della tradizione. Dimensioni e paradossi del

njamin, 165; ANTONIO PRETE, Un'allegoria d'autunno. Baudelaire e Be-

niamin, 185; MASSIMO CACCIARI, Necessità dell'Angelo, 203.

Materiali: \íOLFGANG KEMP, \flalter Benjamin e la scienza estetica. I: i rap-

porti tra Benjamin e la Scuola Viennese, 216; VOLFGANG KEMP, \Talter

benjamin e la'scienza estetica.

BARBARA KLEINER, Nota bibliografica.

II: \íalter Benjamin

Aby \larbug,-234;

di Benja-

9-

Le fasi della ricezione

min, 26); EDOARDO GREBLO, Nota

Lia,269.

bibliografica. Benjamin oggi in Ita-

Des tours de Babel*

di Jacques Denida

Babele: in primo luogo un nome proprio, d'accordo. Ma oggi, quando di- ciamo Babele, sappiamo di che cosa e di dri stiamo parlando? Se conside- riamo la soprawivenza di un testo come un legato, il racconto o il mito della torre di Babele non forma un'immagine qualsiasi. Affermando quanto

meno I'inadeguatezza di una lingua rispetto a un'alúa, di un luogo dell'en-

ciclopedia rispetto a un altro, del linguaggio nei confronti di se sresso e del

senso, ecc., afferma anche la necessità della rappresentazione, del mito, dei

uopi, degli artifici, della traduzione inadeguat^

esso costituirebbe il mito del-

I'otigine del mito, la metafora della metafora, il racconto del racconto, la

molteplícità ci proibisce. In questo senso

pet supplirc a ciò c-he la

traduzione della traduzione, ecc. Lo sdoppiamento non awemebbe solo nella struttura in un modo particolare (anch'esso qaasi intraducibile, come

un nome proprio) e bisognerebbe salvarne l'idioma.

La "torre di Babele" non rappresenta soltanto la molteplicità irtiduci

bile delle hgo., ma mette in luce un'incompiutezza,l'impossibilità

di com-

pletare, di totùizzate, di saturare, di finire qualcosa che rinvia allbrdine

dell'edificazione, della costtuzione architettonica, del sistema e dell'atchi-

tettura. uveta', Questa molteplicità degli idiomi limita non solo una taduzione

una inter-espressione trasparente e adegaata, ma anche un ordine

strutturale, una coerenza del constructurn, Yi è, insomma, come un limite interno alla formaJtzzazione, una incompletuza della costruzione. Satebbe facile e fino a un certo punto giustificato, scorgervi la tmduzione di un si-

stema in decosttuzione.

Non si dovrebbe mai ttascurare il ptoblema relativo alla lingua in cui si

pone la questione della lingua e si raduce un discorso sulla uaduzione.

In primo luogo: in quale lingua fu costruita e decostruita la torre di Ba'

della quale il nome ptoptio di Babele po-

bele? In una lingua all'interno

* Si preferisce lasciare ril titolo in

odginale

psr fluntenerc úl gioco di patole ta

"des toars" (delle tomi) e "détours" (deviazio'rli) ln.d.t.l.

67

teva anche essere ftadotto, con una certa confusione, con iI termine ocon-

fusione". Il gome propdo Babele, in quanto nome proprio, dovrebbe ri- Eanerg intraducibile, ma, per una sorta di confusione asiociativa resa pos-

sibile da una sola lirgo", si pensò di poterlo tadurre in questa sressa lin-

gua, con un nome comune che significava ciò che noi ttaductamo con il

termine confusione. Cosl

tico, allavoce "Babele":

orientali significa padre, e Bel

significa Dio; Babele significa la città di

vano questo nome a tutte le loro capitali. Ma è incontestabile che Babele

Voltaire se ne stupiva nel suo Dizionaúo filoso-

olo

non so perché nel Genesi si dice che Èabele

significa confusione. Infatti Ba nelle lirgo.

Dio, la città sÀta. Gli antichi da-

ryol

dirg confusione, sia perché gli architetti furono confusi dopo avere

le lingue

pii

elevato lbpera loro fino a ortanturimila piedi giudaici, sia perché

si confusero, ed evidentemente è da allora che i tedeschi non intendooo

i cinesi; perché è chiaro, secondo il dottor Bochart, che il cinese è origina- riamente la stessa lingua che l'alto tedesco". La tranquilla ironia di vol-

taire vuol dire che Babele vuol dire: non si Úatta solamente di un nome proprio, la referenza di un significante puîo a un esistente singolare

e

ma di un nome comune rapportato alla ge- nome comune non significa solo confusione,

per quanto "confusioneo abbia abneno due sensi, ciò di cui Voltaire è con- sapevole: si tratta sia della confusione delle lingue, sia dello srato di con-

a questo titolo intraducibil. neralità di un senso. Questo

-,

-

fusione nel quale si ftovano gli architetti davanti alla struttura

già intziato ad assumere i due sensi del

termine 'confusione". Il significato di "confusione" è confuso, o almeno

cosicché una certa confusione ha

interrorta,

doppio. Ma Voltaire suggerisce ancora una cosa: Babele non vuole soltan-

to dire confusione nel duplice senso della parola, ma anche il nome del

padre, piú precisamente e piú comunemente il nome di Dio come nome di padre. La città porterebbe il nome di Dio padre, e del padre della città che

si chiama confusione. Dio, il Dio avrebbe segnato con il suo patronimico

capirsi. E

non è piú possibile capirsi quando c'è solo íl nome proprio, come non è

piú possibile capirsi quando non c'è

Nel dare il suo no-

uno spazio comunitario, questa città in cui non è piú possibile

me, nel dare tutti

piú nome proprio.

i nomi, il padre satebbe all'origine del linguaggio, e

di diritto a Dio padre.

Il

nome di Dio padre

Ma è anche quel Dio che,

questo potere appartenebbe

sarebbe il nome di questa origine delle lingue.

nel movimento della sua ira (come il Dio di Boehme o di Hegel, quello

che esce da se stesso, si determina nella sua finttezza e cosl produce la ste

confonde, semina la confu-

ria), annulla il

sione tra i suoi figli e awelena

dono delle lingue, o almeno lo

il presente (GiÍt-GiÍt).

È anche I'origine

delle lingue, della molteplicità degli idiomi, di ciò che abitualmente chia-

miamo madrelingua. Infatti tutta questa storia presenta filiazioni, genera-

zioni e genealogie: semitiche. Prima della decostruziqne di Babele, la gran-

68

de famiglia semitica stava fondando il suo impero (che voleva universale) e la sua lingor, che tentava di impone ugualmente all'universo. Il momen- to di questo progetto precede immediatamente la decostruzione della tor- re. Cito due traduzioni {rancesi. Il primo ffaduttore si mantiene abbastan-

za lontano da ciò che si vonebbe chiamare la

"letteralità', vale a dire l,im-

magine ebraicl per "lingua", mentre il secondo, piú preoccupato della let-

teralità (metaforica o piurtosro metonimica), diceì,labbro,, pàiché in ebrai-

co. si de_sigrra con-"labbro" ciò che noi chiamiamo, corì un'aiffa metonimia,

"lingua". Per indícare la

plicità di labbra e non di lirgo

Lorris segond, autore della Bibbia

confusione babelica bisognerà quindi dire molte-

A quesro propotito, il primo radumore,

segond pubblicara nel 1910, scrivei

famiglie, le loro lingue, i loro

figli di Noè, iecondo le

"Queslr

paesi, le loro nazioni. Queste sono le famiglie dei

i figli di Sem, secondo le loro

lono

loro generazioni e le loro nazioni. Da loro sono t"ti

sero srila t-erra dopo il diluvio.

i popoli che si spar-

Tutta la terra aveva una-sola lingua e le

stesse parole. Poiché erano partiti

paese di Schinear, e vi si srabilirono, dicendosi l,un l,altro: Su! Fabbd-

chiamo dei mattoni e cuociamoli al fuoco. E il mattone servl loro

da pietra

e il bitume servl loro da calce. Dissero ancora: orsú! costruiamo una cit-

e una torre la cui cima toccli il cielo, e facciamoci un flome, per non

venire dispersi su tutta la laccia della terra

dallbrigine trovarono una pianura nel

".

Non'so come interpretare questa allusione alla sostituzione o alla ffasmu- tazione dei matedali, il mattone che diventa pieÚa e il bitume che serve da

malta. Assomiglia già a una maduzione, a una traduzione della uaduzione.

Ma prcccdiamo- e sostituiamo alla

di Chouraqui, È recente e cerca di essere piú letterale, quasi aerbum pro

prima una seconda traduzione. È quella

oerbo, proprio come cicerone (in uno dei suoi primi coniigli al raduttore

che si possono leggere nel suo Libellus de

che non si deve mai farc. Ecco: "Ecco

optimo generc oratorum) diceva

i {igli di Shem /

per i loro clan,

per le loro lirgo" / nelle loro reme, per i loro popoli. / Eico i clan dei fi-

gli di Noah per le loro imprese, nei loro popoli:

popoli sulla terra, dopo il diluvio. / Ed è tutta la rerra: un solo

uniche parole. / Ed è nel momenro della loro paîtetlza dall'oriente: mo-

/ da questi si dividono i

labbro,

vano una valle sffetta, / nella terra di Shine'ar. /

cono, ciascuno al proprio simile: / 'Orsú fabbrichiamo

fiammiamoli alla {iamma'. / Per loro il matone divenne

malta. / Dicono: 'Orsú costruiamoci una città e una torîe. f La sua cima al cielo. / Costruiamoci un nome, / per non essere dispersi su tutta la fac-

cia della tetîa".

Vi si stabiliscono. / Di-

dei mattoni, / ín-

piera, il bitume,

Ma che cosa succede? In altri termini, per cJre cosa Dio li punisce dando

il suo nome, o piuttosto, poiché

do il suo nome, il nome

non lo dà a niente e a nessuno, proclaman-

proprio fi "6snfu5ione" che sarà il suo segno e il

69

|l F

t, 'I

suo sigillo? Li punisce per aver voluto costruire fino all'altezza dei cieli? Per aver voluto giungere fino al punto piú alto, fino all'altissimo? È molto

ptobabile; ma, senza dubbio, per aver voluto in questo modo larsi an flo- tze, sceglierci il proprio nome, costrilire da il proprio nome, dunitsi in

esso ("affinché non siamo piú dispersi

come nell'unità di un luogo che

')

è al tempo stesso una lingua e una torre, I'una e l'altta. Li punisce per aver voluto cosl assicurarsi autonomamente una genealogia unica e universale.

Infatti il testo della Genesi collega immediatamente, come se si nattasse

dello stesso disegno: innalzarc una toffe, cosffuire una città, farsi un nome

in una lingua

univetsale che sia anche un idioma, e riunire una filiazione:

'Orsú costruiamo una città e una torre. f La saa vetta: il cie-

"Dicono: /

lo, / Cosffuiamoci un nome, / per non venire dispersi

della tera'. YHlÙtrH scende a vedere la città e la

su tutta la faccia

che i figli del-

totre /

l'uomo hanno costruito. / YH'ùíH dice: / 'Sí! un solo popolo, un solo lab-

bro pet tutti: / ecco quello che incominciano a Îarcl

Con{ondiamo le loro labbra,

/

Orsú scendiamo!

/ l'uomo non comprenderà piú il labbro del

suo vicino"'. Poi dissemina la stirpe di Sem, e le disseminazione è in que-

stocaso decostruzione: f "Cosi YH\íH

tera. f Smettono di cosuuire la città. / Sulla

nome: Bavel, Confusione, / poiché qui YHWH confonde il labbro di tutta

quale egli ptoclama il suo

I disperde

su tutta la faccia della

latena, / e di qui YH'WH li disperde su tutta la f.accia della terra".

Non si deve dunque parlare di una gelosia di Dio? Risentito nei con- fronti di questo unico nome e di questo unico labbto degli uomini, egli im- pone il suo nome, il suo nome di padre; con questa imposizione violenta

provoca sia la decostruzione della torre sia quella della lingua universale; egli disperde Ia Íilrazione genealogica. Spezza la discendenza. Impone e

coîttetnporaneaftîente ptoibisce la traduzione. La impone e la proibisce, vi

che ormai porteranno il suo no-

me, il

nuto da Dio, disceso da Dio o dal padre (ed è ben vero che YIfIÙflH, nome

impronunciabrle, discende verso la torre), e segnato da lui, che le lingue si

dispetdono, si confondono o si moltiplicano,

nella sua stessa dispersione viene suggellata

dal solo nome che risulterà il

secondo una discendenza che

nome che dà alla città. È a partire da un nome propdo di Dio, ve-

ci costringe, ma come sotto scacco, dei figli

piú fote,

dal solo idioma che avrà avuto successo. Ma proprio questo

pona in sé il segno della confusione, vuole dire imptopriamente

I'imptoprio, cioè Bavel, confusione. La traduzione diventa allora necessa-

idioma

tia e impossibile come I'effetto di una lotta per l'apptopriazione

del nome,

n cerru.i" e proibita nelf intewallo tra due nomi del tutto

me ptoprio di Oio (dato da Dio) già si divide nella lingua, quanto basta

ptopri. E il no'

p.r ,ignifi""re anche, in modo confuso, "confusione". E la guera che di-

chiara esplode

bivalentg

innanzi tutto df interno del suo nome: diviso, bifido, am-

polisemico: Dio decostruisce ("And he 'w'ar", si legge in Fìnne'

70

i

gans Valee, e pottemmo seguire tutta questa storia dal punto di vista di

Shem e di Shaun. "He war' non si limita a riunire in questo luogo un nu-

mero incalcolabile di legami fonetici e semantici nel contesto immediato e

in tutto il libro babelico; la drchianzione di guerra (in inglese) di colui che

dice "Io sono colui che sono e che fu cosl lwarf", rendendosi intraducibile

nella sua stessa realizzazione alnzeno in quanto si enuncia in piú di una lin-

tedesco). Se anche una traduzione in-

finita ne esaurisse il fondo semantico, nadurrebbe ancora in una lingua

gua per volta (come minimo inglese e

e perderebbe la molteplicità dello be war. Rimandiamo ad un'altra occa-

sione una lettura meno affrettata di

miti delle teode della traduzione: esse trattano troppo spesso i passaggi

da una lirgou alI'altra e non considerano abbastanza Ia possibilità per al-

in un testo in piú di. due per volta. Come

questo

he uar e notiamo uno dei li-

cune lingue di essere implicate

tradurre un testo scritto nello stesso tempo in diverse lingue? Come

"rendere" l'effetto di pluralità? E se traduciamo in molte lingue contem-

pofaneamente, lo chiameremo ancora tradurre? Babele: oggi 1o si percepisce come un nome proprio. Certo, ma nome

proprio di che cosa e di chi? Talvolta di un testo narrativo che racconta

poco), di

una storia (mitica,

simbolica, allegorica,

una storia nella quale il nome proprio, che quindi non è piú

al momento importa

il titolo del

racconto, indica una torre o una città, ma una toffe o una città che ricevono

il loro nome da un awenimento nel corso del quale YIIWH "proclama il

suo nome". Ota, questo nome propdo che indica almeno tre eventi e tre

cose diverse, ha anche, e qui sta tutta la questione, come nome proprio la funzione di un nome comune. Questa questione racconta, ffa le altre cose,

della confusione tra le lingue, la molteplicità imiducibile degli

I'origine

idiomi,

il compito necessario e impossibile della traduzione, la sua neces-

sità corne impossibilità. Generalmente si presta poca attertzione a questo

fatto: per lo piú leggiamo questo racconto in ffaduzione. E in questa tra- duzione, il nome ptoptio conserva un destino singolare, in quanto non è tradotto nella sua apparizione di nome proprio. Ma un nome proptio in quanto tale rimane sempre inmaducibile, per cui si può considerare che esso non appartiene tigorosamente, allo stesso titolo delle altre parole, alla lin-

gua, d sistema della lingua, tradotta o traducente.

E tuttavia "Babele", evento in una sola lingua, quella in cui appare per

formare un "testo", ha anche un senso comune, una generalità concettuale.

mùzo di un gioco di parole o di una as-

sociazioni confusa: "Babele"

senso di "confusione". E allora, nello stesso modo in cui Babele è contem-

poraneamente nome proprio e nome comune, Confusione diventa nome pîo-

prio e nome comune, I'uno come omonimo dell'al6o, o ancie sinonimo,

111r ron equivalente, poiché non si rischia di confonderli nel loro valore'

Poco importa che ciò accada pet

poteva essere compteso in una lingua con il

71,

Questo vale per il traduttore in aancanza di una soluzione soddisfacente.

Il ricorso aiia apposizione e aila maiuscola (*Su cui proclama il suo nome:

in un'alua. Commenta,

Bavel, Confusione") non traduce

da una lingoa

spiega, pamÍtasa, ma non ffaduce. Tutt'al piú riproduce con una certa aF prossimazione, e dividendo I'equivoco in due parole là dove la confusione si radunava in potenza, in tutta la sua potenza, nella traduzione interna (per

cosl dire) che elabora il nome nella lingua cosiddetta odginale. Infatti nella

lingua stessa del racconto originario vi è una traduzione, una specie di tm- slazione che offre immediatamente (in modo un po' confuso) I'equivalente

semantico del nome propdo che, di per sé, in quanto puro nome proprio,

non avrebbe. In realtà questa traduzione infralinguistica si rcalizza imme-

diatamente; non si tratta neppure di un'operazione in senso stretto. Tut- tavia, colui che pada nella lingua del Genesi poteva prestare attenzione al-

I'effetto del nome proprio cancellando l'equivalente concettuale (come

"pierre" in "Pierre", e si tratta di due valori o di due funzioni assoluta-

mente eterogenee); a questo punto si sarebbe tentati di affermare in primo

luogo che un nome proprio, nel senso "proprio" del termine, non appar-

tiene propriamente alla lingua; non vi appartiene benché e percbé

richiamo la iende possibile (che cosa sarebbe una lingua senza possibilità di chiamate con un nome proprio?); quindi esso non può inscriversi pro-

priamente in una lingua se non lasciandosi tradurre, ci&, interpretdre nel

suo equivalente semantico: da quel momento non può essere piú accolto

rl suo

come nome

proptio. Il nome "pierre" appartiene alla lingua francese, e la

il senso. Ciò

non vale nel caso di "Pierre", la cui appartenenza alla lingua francese non

è assicurata e comunque non è dello stesso tipo.

Peter, in questo senso, non è una Úaduzione di Pierre, piú di quanto

sua traduzione in una lingua straniera dovrebbe conservrre

Londres non sia una traduzione di London, ecc. In secondo laogo, il sog-

getto la cui lingua cosiddetta madre sarebbe Ia lingua della Genesi può ben

comprendere Babele come "confusione"l in questo caso opera una tfadu- zione conlusa del nome proprio nel suo equivalente comune senza aver

bisogno di un'altra patola.

nimi di cui uno ha valore di nome proprio e l'altro di nome comune: tra

come se qui ci fossero due parole, due omo-

È

i due una traduzione che può essere valutata in modo molto diverso. Essa

chiama traduzione infralin-

appartiene, forse, a quel genere dre Jakobson

Translation (L959)

guale o dformulazione (reworiling)?

rapporti di uasformazione tra nomi

distingue tre forme di traduzione. La uaduzione infra-

linguale interpreta i segni linguistici per mezzo di altri segni della slessa

comuni e frasi correnti. Il saggio On

Non credo: il "reaording"

frgaarda

lingo". Ciò presuppone evidentemente che in ultima istanza si sappia de-

terminare in modo rigoroso l'unità e I'identità di una liogo", la forma de-

finibile dei suoi limiti. In seguito si avrebbe quella che Jakobson c-hiama

72

felicemente traduzione

$e

"propriamente detta', la

traduzione inteilinguale

lingo", il che riman-

rnterp-reta i segni linguistici per mezzo di un'altra

da al medesimo presupposto della traduzione infralinguaÈ. Infine vi sareb-

zn la ttaduzione intersemiotica o trasmutazione

c-he Lterpreta i segni lin-

peile

due fo-rme di

cuistici per mezzo di sistemi di segni non linguistici.

traduzione, che non sarebbero taduzioni "própriamente detteo, Jakobson

prcpone un equivalente definizionale

e un'al*a parcla. Egli "uàduce" la

infralinguale o ùfornurazione,

re-

priml con un'altra parola: traduzione

uording. E anche la terua: Úaduzione interseniotica o irasmutazione. rn questi due casi, la taduzione di "traduzione" è un'interpretazione defini-

zionale. Ma nel caso della raduzione "propriamente deita", della tradu- zione nel senso corrente, interlinguistico e post-babelico, Jakobson non

úaduce, riprende la stessa parola: "la traduzione interlinguale o ffaduzio- ne ptopriamente detta'. Egli suppone che non sia necessario tfadurre: tutti

capiscono ciò che questo vuol dire, perclé tutti ne

hanno espedenza; si

t"u ,tna lirg.tu

di lingua. Se

ritiene- che tutti sappiano che cos'è una lingua, il rapporto

e un'altra e sopra*utto I'identità o la differenza a pioposito

yi è una trasparenza che Babele non avrebbe intaccato, è proprio questa,

l'esperienza della molteplicità delle liogo. e il senso "propriamente detto'i della parola "traduzione". In rapporto a questa parola, quando si tratta di

traduzione "propriamente detta", gli altri usi della parola "traduzioneo

sarebbero una traduzione infralinguale e inadeguata, metaforica, insom-

ma, degli arti{ici (des tours ou tourfiures)

prio. Vi sarebbe quindi una Éaduzione in senso

e della taduzione in senso pro-

proprio e una traduzione

in senso figurato. E per nadume I'una nell'alffa, alf interno della stessa

liogo, o da una lirgo" all'alua in senso figurato o in senso proprio, ci si

inoluerebbe in vie che rivelerebbero ben presto ciò che vi può essere di problematico in questa uipatizione. In breve: nel medesimo istante in cui

pronunciamo Babele, scopriamo I'impossibilita di decidere se quesro nome appartiene, propriamente e semplicemente, ad una hngaa. Ed è imFortante

che questa indecidibilità provochi una lotta per il nome proprio all'interno

di una scena di indebitamento genealogico. Cercando di "farsi un nome",

una lingua universale e una genealogia uni-

di fondare

contemporaneamente

ca, i Semiti vogliono ridune il mondo alla ragione, e questa ragione può significare simultaneamente una violenza colonialista (poiché essi universa-

lizzerebbero cosl il loro idioma) e una uasparenza pacifica della mmunità

umana. Al conuario, quando Dio impone e oppone loro il proprio nome,

rompe la trasparenza nzionale, ma interrompe anche la violenza colonia-

lista o l'impetialismo linguistico. ECli Ii destína alla traduzione e Ii assog-

getta alla legge di una traduzione necessaria s imFossibile; con un colpo del

suo nome proprio taducibile-inraducibile

inaugura una ragione universale

(che non sarà piú sottomessa alf impero di una nazione pa*icolare) ma ne

73

limita contemporaneamente l'universalità stessa: trasparenza proibita, uni-

vocità impossibile. La taduzione divenra la legge, il dovere e il debito, ma dal debito non ci si può piír liberare. Questa insolvenza risulta direttamente

segnata nel nome di Babele, che si traduce e contemporaneamente non si

traduce, appartiene a una lingua setza appartenervi e s'indebita nei riguar-

di di se stesso di un debito insolvibile nei riguardi di se sresso come aluo.

Tale satebbe I'esito babelico.

Quest'esempio singolare, insieme archetipico e allegorico, potrebbe in-

prcblemi cosiddetti teorici della traduzione. Tumavia nes-

trodurre tutti i

suna teotizzazione, dal momento che si produce in una lingua, poffà mai

dominate l'esito