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CULTURE POLITICHE LOCALI



Negli anni 70 si comprese che la cultura poteva influenzare tantissimo lo sviluppo socio-
economico e l'evoluzione politica. Durante le ricerche che portarono a questo risultato, la
cultura politica italiana venne definita scarsissima e con poca fiducia nella politica e nelle
istituzioni. In questo periodo si apr un dibattito sul ruolo di una particolare subcultura
tipica del meridione che ne impediva lo sviluppo. Uno studio che suscit molto interesse fu
quello che Banfield, esegui a Montegrano, un paese agricolo in provincia di Potenza. La
ricerca di Banfield si bas sui pricipi psico-antropologici, che prevedevano interviste in
profondit e test attitudinari tematici ai paesani. Banfield prese Montegrano come esempio
per l'arretratezza del sud e cerc di capirne i motivi di questo mancato sviluppo, che
osserv fossero:
- il mancato sviluppo di associazioni volontarie;
- la scarsa importanza dei partiti politici;
- l'assenza di stampa locale;
- l'inesistenza di attivit solidaristiche;
- la mancanza di pressioni sulle autorit per ottenenere miglioramenti della qualit della
vita;

Banfield si interrog quindi sui motivi che spingevano le persone a non creare azioni
collettive per migliorare la situazione, scartando le interpretazioni pi comuni, quali
l'ignoranza politica dei contadini, la povert che non permette di spendere energie se non
per la sola sopravvivenza, l'antagonismo di classe, la sfiducia nello stato.
Banfiled propose un'ipotesi alternativa, secondo qui, la povert del paese si intrecci con il
familismo amorale, cio l'incapacit per gli abitanti di organizzare un azione collettiva per
il benessere collettivo, o per qualsiasi obbiettivo che non sia l'interesse immediato del
nucleo familiare. Secondo alcune ipotesi predittive, in una societ di familiristi amorali:
- nessuno perseguir l'interesse collettivo, a meno che non abbia vantaggi personali;
- solo in funzionari pubblici si preoccuperaano degli affari pubblici e solo perch sono pagati
per farlo, in pi gli stessi lavorerano esclusivamente il minimo per non predere il posto;
- dato per certo l'esclusivo interesse per se stessi, l'organizzazione sar molto difficile, in
quanto vi prevista una buona dose d'altruismo;
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- la legge sar violata se non c' ragione di temere una punizione e gli impiegati pubblici si
faranno corrompere se sanno di non dover temere niente;
- vi sar poca fiducia nei partiti e qualsiasi gruppo sia al potere agir esclusivamente per i
propri ineteressi e sar corrotto;

Banfield si interrog anche su come nasce un familista amorale, rispondendo con 5
condizioni, la grande miseria, le condizioni lavorative umilianti dei contadini, la forte
mortalit, l'assenza di famiglie estese e i scarsi rapporti di solisarit nelle stesse, i metodi
educativi basati su premi e punizioni. Banfiled si concentr sopratutto sulle ultime 3,
dicendo che sono collegate e che creano una specie di sindrome che porta al familismo
amorale. Banfiled dice l'alta mortalit provoca che il contadino ricerca vantaggi immediati,
in quanto ha paura di non poterli godere in futuro, e quest'ansia per la morte accentuata
dal fatto che mancano famiglie estese, ridimensionate proprio dalla stessa morte, inoltre da
bambini gli abitanti di Montegrana sono cresciuti con un'educazione basata su punizioni e
ricompense, quindi l'individuo agir esclusivamente in base al premio o alla sanzione.
Banfiled conclude dicendo che se questa sindrome parte dell'arretratezza del paese, lo
stesso non potrai mai avere uno sviluppo.

LA MARGINALITA' STORICA: Perch non c' niente da fare a Montegrano?

Lo studio di Banfield suscit numerosi consensi ma anche pesanti critiche.

Banfield venne accusato di etnocentrismo per aver utilizzato la piccola comunit si St.
George (Utah) come modello di democrazia, considerando la presenza delle classi sociali e
quindi dell'antagonismo di classe, come un fattore di per se negativo.

Banfield venne criticato per il suo comuno-centrismo, in quanto utilizz per tutte le sue
ipotesi l'orami obsoleta mitizzazione della comunit, in quanto per effettuare un'analisi sullo
sviluppo e la modernizzazione c' bisogno quantomeno di una realt almeno regionale.

Una nuova critica fu proposta da Pizzorno basata sull'irrazionalit del comportamento dei
paesani di Montegrana, che scegliendo il proprio interesse individuale si comportano come
qualsiasi homo economicus, e anche la voglia di ricercare vantaggi immediati si pu
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considerare un comportamento razionale, sopratutto se non si in grado di poter
prevedere di vivere a lungo. Pizzorno indica anche che normale che i cittadini non
abbiano volont a effettuare azioni colletive se come dice Banfield sarebbe inutile se non
fosse appoggiata dal potere centrale. Proprio da questa ultima affermazione, Pizzorno parte
per la sua critica pi pesante, accusando di etno-centrismo Banfield, in quanto a differenza
dell'America e quindi di St. George, in Italia come in gran parte dell'Europa, non vi alcuna
legge che contempla la trattativa tra privato e funzionario pubblico, per stabilire interessi
reciproci a un determinato provvedimento. Infatti in questi paesi le leggi per l'interesse
collettivo vengono fatte esclusivamente in maniera autoritaria dalla pubblica
amministrazione, in quanto si ritiene che il rapporto tra privato e funzionario pubblico possa
portare a privilegiare alcuni interessi nei confronti di altri. Pizzorno aggiunge che
Montegrano non pu essere considerata una comunit, in quanto non vi solidariet
interna, seppur Banfield parl di alcuni solidariet familiari che comunque anche se in
maniera lieve possono influenzare sia l'economia che la politica.

La critica pi importante per quella per cui Montegrano in una situazione di
marginalit storica, che spiega molti elementi del familiarismo amorale. La paura della
morte si pu desumere dall'idea che il contadino viveva su un filo dipendendo totalmente
dal proprietario terriero. I contadini non cooperano perch riescono a malapena a
sostenersi e quindi sono in guardia da chi o cosa pu colpire il loro gi bassissimo reddito.
Galtung aggiunse che i contadini non tendono ad associarsi, ma che i ceti medi seppur
creano associazioni sono quelli meno legati all'interesse colletivo e sono propensi ad
abbandonare la comunit per emigrare. Pizzorno conclude dicendo che la caratteristica di
Montegrano definibile pi che dal feudalesimo (riscontrato anche nelle societ avanzate)
da una dimensione che sta fra i due poli dell'essere al centro o ai margini del progresso
storico, e Montegrano sicuramente ai margini. La sede del progresso storico quella
dove si realizzano i successi individuali, dove i beni vengono prodotti e sostituiscono i
vecchi, la sede del potere e il posto dove tutti vogliono arrivare. Al contario la marginalit
storica e quella situazione in cui il processo non si genera automaticamente, dove non vi
sono ambizioni, dove i prodotti giungono da altre sedi, dove il contadino sa di essere in una
situazione peggiore paragonandosi a luoghi ove vi il progresso, sapendo di non poter mai
ragiungere i valori di quei luoghi. Un luogo in cui qualsiasi sforzo pu solo "ammobiliare
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l'inferno" e Banfield non capisce che chi sta all'Inferno la cosa migliore che pu fare non
migliorarlo, perch qualsiasi sforzo insopportabile.
Nella marginalit storica non vi quindi una comunit e non vi ancora societ, in
quanto le stesse le societ capitalistiche non sono ancora riuscite ad integrare queste zone
nel loro processo di sviluppo economica. I contadini attendono che lo sviluppo arrivi
dall'esterno o emigrano.




LA STRUTTURA DEI CONFLITTI TRA CENTRO E PERIFERIA

Il concetto del conflitto fra centro e periferia riemerso negli anni sessanta dalla
ricerca condotta da Rokkan e Urwin, dopo che sembrava essere scomparso
nell'immediato dopoguerra. Oggi i concetti di centro e periferia sono basilari per lo studio
delle scienze poltiche. Il concetto centro-periferia riguarda non solo la ditanza geografica
ma anche concetti di distanza di tipo piscologico, culturale, economico, politico.

Il centro pu essere definito come un area privilegiata del territorio dovee i detentori delle
risorse culturali, economiche e poltiche si concetrano e si riuniscono per esercitare il
proprio potere.

La periferia inanzitutto distante geograficamente da dove si prendono le decisioni,
dipendente dal centro, in una situazione di arretratezza economica, spesso una regione
conquistata o una colonia, avr una cultura marginale e molto probabilmente gli abitanti
saranno consci della dimensione in cui vivono e tenderanno a creare una propria identit,
espressa di solito con una lingua o una religione diversa dal centro. Rokkan ed Urwin
aggiungono che ogni periferia diversa dall'altra a seconda dei valori e delle realt che
conserva e che spesso l'arretratezza economica e la marginalit politica non sempre
procedono di pari passo. Per l'instaurazione di un conflitto fra centro e periferia, non
sempre le questioni economiche e politiche sono l'elemento pi importante, caratterizzato
sicuramente dalla cultura, dalla voglia di creare una propria identit, che spesso si
manifesta con la lingua.
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Per comprendere le differenti caratteristiche del conflitto territoriale, Rokkan ed Urwin,
ricostruiscono la storia delle varie lingue esistenti nei centri e nelle periferie europee tra
l'800 e il 1200, in un'epoca dove vi fu un notevole progresso economico e culturale grazie
all'invenzione della stampa. Rokkan ed Urwin studiano le possibilit di sopravvivenza delle
lingue periferiche e osservano che questa molto difficile se la lingua periferica non fosse
diventata un mezzo di comunicazione di massa prima dello sviluppo industriale. I due
scinziati osservano comunque che vi erano circostanze storiche che aiutavano la
sopravvivenza delle lingue non ancora standardizzate, il fatto che la lingua fosse un
simbolo di identit territoriale, che la lingua avesse avuto un'espansione in forma scritta,
che vi erano sforzi per diffonderla e scuole per insegnarla.

Rokkan ed Urwin studiano che le tensioni fra centro e periferia sono molto diffuse, ma che
solo alcune di queste spingono i cittadini della periferia a mobilitazioni generali in
movimenti etnico-nazionalisti per la difesa della propria identit, culturale, economica e
politica. Alcune circostanze possono aiutare il conflitto etnico:
- la concentrazione dell'etnia in un unico territorio;
- l'occupazione di un territorio con un importante posizione strategico-militare;
- una periferia ricca di risorse e con un'economia di buon livello.
Tramite questi catalizzatori, Rokkan ed Urwin riuscirono anche a elaborare la tipologia di
periferie europee. Aggiungesero inoltre che una volta politicizzati i conflitti fra centro e
periferia tendevano a cristallizzarsi, durando per parecchio tempo.

I due scienziati individuarono due grandi ondate di mobilitazioni:
- le rivoluzioni industriali e democratiche: nel 19 secolo che produssero i primi partiti
a difesa di identit periferiche, aiutate sopratutto dai nuovi concetti di libert economica e
di pensiero.
- lo sviluppo economico del dopoguerra: negli anni 60-70 in cui vi fu una notevole
ripresa delle proteste in periferia contro il centro. Una tendenza al revival culturale della
periferia, in cui gli abitanti riprendevano la lingua tradizionale, chiedevano che fosse
riconosciuta la possibilit di creare scuole e strutture che utilizzassero questa lingua e in
posizioni estremiste si chiedeva autonomia governativa o addirittura territoriale. Questa
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ondata mino il cobcetto di stato-nazione, che al giorno d'oggi innaturale, guardando alla
maggiorparte dei paesi mondiali dove convivono etnie e tradizioni diverse.

In occasione di questa ondata, si iniziato ad usare il concetto di movimento etnico-
nazionale, per riferirsi a persone che si riuniscono in organizzazioni e si mobilitano,
chiedendo il controllo di uno specifico territorio. Negli anni e a seconda di movimenti gli
obbiettivi sono diversi, vanno dalla difesa delle sole tradizioni culturali, fino all'estremismo
dell'autonomia territoriale. Si possono individuare obbiettivi culturali, economici e
politici. Le strategie di questi movimenti vanno dalla rielaborazione culturale, con
manifestazioni, campagne sociali per la riscoperta e la difesa delle radici, fino
all'estremismo del terrorismo e quindi della violenza, sopratutto negli ultimi anni.
Importanti sono anche le definizioni del conflitto, che negli anni sono cambiate, Seiler
ha cercato di individuare i diferenti periodi del conflitto contro lo stato-nazione:
- la prima fase quella della reazione legittimista, in cui i movimenti combattono contro
l'affermazione nazionale;
- la seconda fase quella della contromobilitazione etnonazionalista in cui dopo aver
combattuto il nazionalismo, i movimenti lo fanno proprio diffondendolo nella periferia;
- la terza fase quella della rimobilitazione nazionalitaria in cui il nazionalismo classico
cede il passo alla volont di emancipazione nazionale, in cui si rifiuta il concetto di stato-
nazione;

Diana e Melucci hanno evidenziato anche che tramite l'analisi dei conflitti tra centro e
periferia scoppiati negli anni 60-70, la maggorparte dei movimenti etnico-nazionalista era
contraddistinta da una colocazione politica a sinistra, infatti alla mobilitazione nazionalista
si accompagnava anche un orientamento anti-capitalistico. La sinistra portava avanti anche
il discorso dell'eguaglianza fra centro e periferia che accompagn spesso le naturali
rivendicazioni dei movimenti etnico-nazionalisti, anche se questo legame negli anni 80 si
attenuato, con la nascita di movimenti di tipo regionalista, che chiedevano autonomie di
governo ed economico con il decentramento delle istituzioni. Il termine eguaglianza si basa
sul concetto discriminazione economica afrontato da Marx secondo cui i capitalisti sfruttano
le perfiferie che continuano a vivere nel degrado. Comunque vero che di solito, la peiferia
a livello economico dipende totalmente dal centro e della scelte di chi detiene le imprese
che sfruttano il territorio periferico e la manodopera a basso costo. Bisogna aggiungere
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per che in conflitto con le parole di Marx e del concetto di arretratezza economica delle
periferie, c' la ricerca che ha testimoniato che nelle zone periferiche con pi risorse e in
quelle pi ricche nascono sempre pi spesso i movimenti etnico-nazionalistici, in partivolare
i movimenti pi estremisti, quelli che cercano l'autonomia o addirittura la scissione dello
stato, consci di potersi mantenere con le proprie risorse e le proprie tradizioni, nel proprio
territorio.

Bisogna ora analizzare le reazione del centro al conflitto dei movimenti etnico-nazionalistici.
Il centro di solito reagisce assecondando le richieste dei movimenti periferici, spesso non le
attua ma gli da credito, evidenziando che i problemi esposti devono essere effetivamente
risolti, ma fondamentalmente non fa nulla, o qualche volta, attua politiche di aiuti alla
periferia, che poi spesso si concretizzano con la sola ricerca di appoggi politici, mostrandosi
benevoli verso le richieste pronunciate dai movimenti.

Negli ultimi anni hanno assunto una particolare rilevanza i partiti etno-regionalisti,
studiati in particolarmodo da De Winter, che sono presenti in gran numero in tutti i paesi
europei e spesso hanno rilevanza anche a livello nazionale. I partiti etno-regionalisti sono
tutti quei partiti che rappresentano gruppi territoriali e/o etnici concentrati in una regione
che affermano di costituire un identit specifica e che di solito chiedono di autogovernarsi.
A seconda del grado di radicalit sono stati distinti in:
- partiti protezionisti, per la difesa dell'identit culturale;
- partiti autonomisti, che chiedono un trattamento speciale per la propria regione da
parte dello stato;
- partiti nazional-federalisti, che chiedono il federalismo;
- partiti euro-federalisti, che chiedono autonomia o indipendenza della regione nel
contesto dell'Europa delle regioni;
- partiti separatisti, che chiedono la piena indipendenza della regione;
- partiti irredentisti, che chiedono l'annesione ad un determinato stato.

Emergono altre diversit fra i vari partiti nati come etno-regionalisti, come la collocazione
politica (spesso centro sinistra ma anche estrema destra).

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Le caratteristiche pi importanti di questi partiti, sono la presenza di un leader
carismatico che spesso coincide nel fondatore e in cui i militanti si riconoscono, i militanti
sono stati riconociuti come provenienti dalle campagne e comunque non da citt, ma gi al
giorno d'oggi si sa che spesso sono interclassisti, cio provenienti da tutte le classi sociali.
Questi partiti crescono e praticano di solito all'interno dell'opposizione, ma ci sono casi in
cui hanno partecipato a governi nazionali, in coalizione con altri partiti, questo dovuto
sopratutto al fatto che gli stessi sono notevolmente cresciuti e hanno un congruo bacino di
voti. Questa crescita di consensi si attribuita al calo di consensi dei partiti nazionali e
tradizionali, altri dicevano che era il risultato dell'insuccesso della modernizzazzione e dello
stato-nazione, altri ancora invece hanno osservato che questi partiti sono nati proprio
grazie alla modernizzazione che rimuovendo le barriere fra i gruppi etnici, ha portato
competizione.
Il voto regionalista comunque risultato pi frequente nelle zone economicante
privilegiate. Sicuramente questi partiti sono nati anche in zone che avevano scarsa cultura
politica nel tentativo di imitare i primi che avevano magari avuto delle vittorie a livello
politico e che il successo degli stessi dovuto alla loro modernizzazione dei programmi, che
accoglievano richieste d'identit varie insieme a richieste su temi nazionali o comunque
emergenti, di impatto nell'opinione pubblica in quel momento, le ricerche hanno portato
anche a determinare che i partiti con pi successo hanno tutti un determinato leader
carismatico che ha avuto successo anche individualemente e che conta a livello nazionale.

TRADIZIONI CIVICHE E RENDIMENTO ISTITUZIONALE

Le ipotesi che l'arretratezza sia effetto delle culture locali, riemersa anche in alcune
ricerche efettuate negli anni recenti. Il politologo Putman nel suo libro intitolato la
tradizione civica nelle regioni italiane riprende il concetto di cultura civica per spiegare il
rendimento istituzionale delle regioni italiane. Putman, dice che l'attenzione che lui da
all'Italia dovuta dal fatto che nelle 15 regioni a statuto ordinario, vi sono amministrazioni
uguali che per hanno differenze nella capacit organizzativa. Putman utilizza un'enorme
quantit di dati, provenienti dalle sue ricerche (interviste, sondaggi, esame delle norme
legislative), per calcolare il rendimento istituzionale. Putman osserva che vi sono regioni
che differentemente dalle altre hanno lavorato meglio, ottenuto i migliori risultati e che
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queste regioni sono apprezzate dall'elettorato. Putman ipotizza due spiegazioni di questo
diverso rendimento:
- analizzando gli indicatori di modernizzazione economica, egli osserva che seppur ci sia
una correlazione fra modernizzazione e rendimento, la modernizzazione non comunque in
grado di spiegare il rendimento;
- dice che i cittadini perseguono si i propri scopi, ma che questi spesso non mettono a
repentaglio il raggiungimento del bene comune, e che questo accade nelle comunit
civiche.

Putman sceglie 4 indicatori per misurare il grado di civismo di una comunit: la
partecipazione all'attivit di gruppi che si occupano di tempo libero e assistenza sociale, la
lettura dei giornali, la partecipazione elettorale ai referendum, e l'utilizzazione del voto di
preferenza all'interno di liste. Putman indica che la comunit civica ha una alta
partecipazione associativa, un alto tasso di lettura e un'alta partecipazione ai referendum,
ma una scarsa utilizzazzione del voto di preferenza. La divisioni tra regioni civiche e regioni
non civiche, coincide con la divisione tra regioni del nord e regioni del sud.

Le radici della comunit civica vengono fatte risalire al medioevo. I normanni al sud
applicarono a pieno le regole del feudalesimo, mentre le repubbliche e gli stati autonomi
del nord, hanno ampliato i concetti di associazione e cooperazione. Anche dopo
l'unificazione la situazione non cambi affatto, e le regioni-civiche del nord seppur non
fossero economicamente avanzate, superarono in rendimento quelle del sud.

Nelle regioni civiche la cooperazione facilitata dall'esistenza del capitale sociale inteso
come un insieme di norme che regolano la convivenza, reti di associazioni, elementi che
migliorano l'organizzazione sociale. In queste regioni le esperienze positive dovute alla
cooperazione, spingono a continuare e quindi ad aumentare il capitale sociale. Putman
osserv che il capitale sociale influenza notevolemente la qualit della vita e il rendimento
delle istituzioni, indicando che il capitale sociale produrrebbe buon governo e che produca
un'ottima qualit della vita. Putman indica inoltre che l'associazionismo indice l'individuo ad
avere fiducia negli altri e nelle istituzioni.

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La ricerca di Putman ha numerosi estimatori ma anche molti critici. Le critiche pi accese
sono quelle di Coleman che indica che non sempre la presenza di capitale sociale
presuppone un buon governo, anzi pu favorire il conflitto e quindi pi facile individuarlo
nelle societ frammentate e polarizzate piuttosto che in quelle che funzionano meglio.
Inoltre disse che la cooperazione non migliora automaticamente il rendimento del governo
democratico, perch vi possono essere associazioni che minano la democrazia, con un
cttivo capitale sociale, basti pensare alla mafia, ai nazisti, ai terroristi.
Boix e Posner hanno individuato che le associazioni non sempre producono fiducia e
cooperazione, ed inoltre seppur si crea fiducia spesso limitata all'interno dell'associazione
e non si estende ad altri contesti.
Tarrow critic Putman dicendo che gli indici per calcolare il civismo delle comunit non
sono indipendenti dai partiti politici e quindi che secondo Tarrow il civismo prodotto da
una poltica progressista.
Infine vennero criticati anche l'affidabilit dei dati utilizzati da Putman, in quanto si avvi
una ricerca che dimostro che esistevano pi associazioni nelle regioni non civiche che in
quelle civiche.

SUBCULTURE TERRITORIALI E LOCALISMO

Nello stesso periodo di Putnam, vennero iniziate due ricerche che si basavano sul principio
di subculutre territoriali concetto che gi esisteva da molti anni in Italia. Queste due
ricerche vennero svolte sullo sviluppo di due citt meridionali, Sassari e Salerno.

La ricerca su Sassari venne eseguita da Pizzorno e Balbo, che cercarono di capire come
mai nella citt non vi fosse sviluppo industriale. I due sociologi osservarono che quando
l'economia tradizionale sassarese (fondata sull'agricoltura) andava in crisi, non si
sviluppava nessuna altra forma di economia sostitutiva. Questa mancanza derivata dal
fatto che la classe dirigente si ispirava ai tre tipi di modelli di carriera: la libera professione,
la carriera accademica e la carriera politica. In queste condizioni quindi lo sviluppo pu
venire solamente dall'esterno. Questo meccanismo per porta degli effetti a livello politico,
in quanto l'imprenditore esterno prima di investire in una zona deve avere necessariamente
delle garanzie a livello politico e quindi cercher di accaparrarsi delle simpatie nei politici e
nei funzionari pubblici. Questo porta i politici a fungere quindi da mediatori delle decisioni di
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investimento e quindi comporta che l'imprenditore scelga la zona dove investire, non
secondo la produttivit ma dove ha appoggi politici. I confini tra stato ed economia si
confondono con effetti negativi sullo sviluppo economico.

La seconda ricerca fatta su Salerno, viaggia sulle stesse ipotesi di quella su Sassari ed
stata eseguita da Bonazzi, Bagnasco e Casillo. La ricerca stata fatta per individuare gli
efetti del rapporto tra centralit e marginalit sui processi di sviluppo e sottosviluppo.
L'ipotesi di fondo che la dominanza del centro sulle aree marginali produca e riproduca un
aggravamento delle differenze di sviluppo tra le due aree. In particolare i prestiti del centro
alle aree sottosviluppate creano un'ulteriore aggravamento della situazione di differenza.

Da tutte e due le ricerche si pu intuire come la cultura delle zone sottosviluppate si
intrecci con la mancanza di sviluppo. Ad esempio se la marginalit produce una cultura che
scoraggia l'associazionismo, lo stessa mancanza di associazionismo aggrava la marginalit.
Si manifestano quindi delle subculture politiche, tipiche di alcune aree territoriali che si
radicano nella tradizione e si riproducono con la creazione di infrastrutture.
Il sistema delle influenza della cultura sullo sviluppo economico stato ripreso per spiegare
le differenze tra subcultura rossa e subcultura bianca, due tipi di subcultura politica. Lo
strudio pi importante venne fatto da Trigilia che cerc di comprendere quale relazione
lega le subulture rosse e bianche a l'organizzazione economica che negli anni ha
privilegiato le piccole dimensioni e il lavoro autonomo. Pr affrontare questo tema Trigilia
richiama la categoria della subultura politica territoriale, cio un particolare sistema
politico locale, che gode di un buon consenso e di una buona capacit di aggregazione e
mediazioni negli interessi collettivi a livello locale. Vi sono aree in Italia in cui prevalente
una determinata tradizione politica, ed radicata un complesso di istituzioni legate alla
stassa tradizione.
Caciagli affront la discussione sulla differenza di ricostruzione della nazione tra varie
aree, associandola alle enormi differenze territoriali.
Lo studio delle subculture politiche territoriali stato molto utile per definire i collegamenti
tra le mappe del voto e le mappe sociali, scoprendo in particolare quali zone sono subulture
bianche e quali rosse.
La subcultura bianca quella derivata dal credo religioso, in cui l'attore principale in poltica
fu la DC e che si radicata nelle zone del nord Italia, mentre la rossa derivata dallo
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spirito socialista e comunista e si radicata nelle zone del centro Italia. Si compreso
come queste aree siano state influenzate da questi partiti o istituzioni gi da secoli e che
anche dopo il ventennio dei fascisti, riemersero e cercarono di ricreare una propria identit,
espandendo i propri membri del partito. La subcultura rossa si appogiava sul ruolo svolto
nell'antifascismo e sul mito dell'Urss, mentre la bianca si riorganizz intorno alla chiesa e
allo spirito di democrazia. Queste due aree avevano delle cose in comune, come l'alta
percentuale di partecipazione al partito, la fedelt di voto e l'alta partecipazione alle urne, e
in ultimo i valori della famiglia, la contrapposizione al capitalismo e l'etica del lavoro.
Trigilia cerc di individuare perch anche dopo il ventennio le subculture rimasero forti e a
parte la tradizione storica, studio la capacit delle subulture a riprodurre consenso,
favorendo una mediazione di tipo localistico degli interessi coinvolti nella crescita delle
piccole imprese, individuando tre aspetti di questa mediazione: lo specifico stile di
mediazione degli interessi di tipo localistico, il mantenimento di un quadro culturale ed
istituzionale tradizionale e l'influenza della subultura rossa e bianca nella formazione di una
particolare etica del lavoro.

Da questo punto di vista il concetto di subcultura sfumato nel concetto di localismo
inteso come l'insieme di attivit produttive di piccola dimensione in prevalenza
monosettore, caratterizzate da forti reti di interdipendenza e da uno stretto rapporto fra
attivit economica e istituzioni territoriali. Queste piccole imprese dipendono
produttivamente l'una dall'altra e vengono protette dal governo locale con norme che
tutelano le attivit tradizionali e gli individui che fanno parte della comunit.

Negli anni 70 si inzi a discutere sulle crisi delle subculture territoriali, che si manifest con
lo sgretolamento delle roccaforti della DC. In particolare si compreso come l'allontamento
di questo partito dai valori tradizionali (chiesa)cre una perdita di consensi cos alta da far
nascere nuovi partiti che riprendessero i valori tradizionali. La subcultura in cui l'attore
principale era la DC perde la connotazione di bianca. La subcultura rossa resistette pi
tempo alla crisi anche perch ebbe dei benefici quando il governo nazionale tenuto dalla DC
entr in crisi, infatti per la prima volta il PCI entr a far parte delle istituzioni grazie al
consenso dei delusi della DC. Ma la crisi trader solo di qualche anno e inizier con il crollo
dell'Urss e del mito del socialismo. Una ricerca condotta da Caciagli e Baccetti sul Medio
Valdarno Inferiore, descrisse proprio gli elementi oggettivi e la percezione soggettiva di
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questa crisi, con la raccolta di numerosi dati provenienti da interviste a militanti del partito
e studi sulle elezioni dal 1985 al 1992. I valori della subcultura rossa si stavano perdendo,
c'era una bassa fiducia nelle istituzioni, critiche al partito e ai sindacati ormai dominati dai
vertici. In definitiva la caduta del socialismo aveva portato con se una perdita di fiducia
negli altri e nel futuro. La causa della perdita dei valori tradizionali fu attribuita ai ricchi
anni ottante che avevano procurato benessere, un mutamento dei rapprti fra le persone e
un calo dell'associazionismo. La resistenza della subcultura rossa nei confronti di quella
bianca fu associata al fatto che nelle aree rosse la fiducia nel PCI era dovuta alla solidit dei
valori tradizionali e del rapporto diretto con le istituzioni locali.

CLIENTELISMO: DEFINIZIONI, CLASSIFICAZIONI, TIPOLOGIE

Il clientelismo definisce un rapporto tra due individui con differenti risorse di staus,
prestigio e ricchezze. Il termine cliente deriva dal latino clientes, cio il cittadino romano ch
in cambio di protezione offriva servizi al patronus. Gli scienziati sociali hanno collegato al
rapporto cliente-patrono un certo numero di propriet, le relazioni patrono-cliente:
- sono basate su uno scambio di favori;
- sono reciproche, in quanto il patrono da protezione al cliente che lo ricambia con i servizi;
- nella relazione vi si entra solo volontariamente;
- lo scambio diretto in quanto comprende benefici materiali e diffuso, perch spesso
comporta vari tipi di risorse e crediti a lungo periodo;
- la restituzione del favore non imposta da contratto, ma da un senso di gratitudine e
lealt;
- gli antropologi sottolinenao la natura diadica del clientelismo anche se la scienza politica
ha incluso nel clientelismo anche relazioni complesse fra attori collettivi

La vaghezza del termine clientelismo ha prodotto la necessit di dividerlo in varie tipologie
e classificazioni, nate dalle differenti caratteristiche che pu avere il rapporto patrono-
cliente:
- Le risorse oggetto di scambio possono essere distinte tra dirette (in cui il patrono
controlla direttamente le risorse) e indirette (in cui il patrono ha rapporti con chi controlla
le risorse);
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- L'obbligazione che lega patrono e cliente pu variare a seconda della situazione affettiva
tra i due, a seconda dell'esistenza di sanzioni per le due parti, a seconda della durata del
patto, a seconda che vi siano o no legami di parentela tra le due parti (nepotismo);

Queste classificazioni fanno si che si possa dividere il clientelismo in due tipologie:
il clientelismo dei notabili: quello tradizionale, in cui il notabile una persona che ha
risorse perlopi extrapolitiche, che usano il potere ed il denaro per crearsi reti di protetti,
che lo ricambiano in servizi. I notabili perdono forza quando la struttura dello stato si
espande;
il clientelismo di partito: quello moderno che si sviluppato nelle societ moderne e ha
sostituito quello dei notabili. La figura potente diviene il politico che utilizza le risorse
pubbliche come se fossero sue. Lo scambio quasi sempre materiale e il motore di questo
clientelismo sono i contributi dei privati, che vengono gestiti per ottenere consenso in
cambio di posti di lavoro e welfare. Dallo studio di Wolfinger sulla comunit di New Haven,
si pu dedurre come i politici ricompensano coloro che gli sono fedeli con posti di lavoro e
gli ultimi contraccambiano fornendo contributi significati che i politici utilizzano per pagare il
costo del mantenimento della loro posizione (campagne elettorali).

Perch si verifichino situazioni di clienteismo, rilevanti dal punto di vista politico, vi devono
essere delle condizioni:
- prima di tutto ci deve essere una situazione di diseguaglianza sociale in cui il patrono
ha molto da offrire e il cliente un grande bisogno di chiedere;
- dal punto di vista economico, il clientelismo si viluppa in situazioni di bassa
specializzazione e innovazione tecnologica. Importante capire che non sono solo i poveri
a cercare clientelismo, ma sopratutto coloro che essendo pi ricchi possono trovare favori
pi consistenti;
- dal punto di vista politico, il clietelismo avviene in aree in cui solidificato lo scambio, in
cui fondamentale l'onore, la mediazione, il ruolo della famiglia e quindi in una situazione
di familismo amorale.

Il clientelismo pi probabili in societ in fase di transizione che non sono ancora
capitalistiche ma che hanno gi conosciuto sviluppo e urbanizzazione. Con la nascita delle
democrazie moderne il clientelismo non per scomparso. Negli anni 60-70, molti sociologi
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hanno stusiato che il crescente potere dello stato ha creato tantativi sempre pi aggressivi
di accapararsi le risorse pubbliche attraverso rapporti privilegiati con i politici. I politici al
tempo stesso hanno spesso fatto favori a interi gruppi in campio di blocchi di voti. Lo
scienziato politico Shefter ci spiega come mai i partiti politici scelgono di distribuire
benefici collettivi o una distribuzione clientelare delle risorse. Sono numerose le variabili
che intervengono nella scelta fatta dai partiti, scrive Shefter e consistono nell'orientamento
e le preferenze degli elettori, gli interessi e le preferenze degli attivisti, l'ammontare delle
risorse disponibili per il partito.

Riflettiamo quindi sulle conseguenze del clientelismo. Vi sono numerosi studiosi che hanno
attribuito al clientelismo delle conseguenze positive, come l' integrazione sociale verticale,
un'alternativa alla violenza nella risoluzione dei conflitti sociali, lo sviluppo degli scambi tra
centro e periferia. E' stato inoltre osservato come spesso il clientelismo ha portato i poltici
a prendere decisioni vantaggiose per la classe operaia.
MOlti studiosi per si sono rifiutati di attribuire benefici al clientelismo, criticando da subito
il fatto che avrebbe aiutato anche gli operai, e dicendo che porta numerosi rischi per la
democrazia, in quanto vi sono sempre pi persone che vogliono entare nelle reti di
rapporto clientelare e quindi vi la necessit di reperire da parte dei patroni numerose
quantit di risorse e quindi non concentrarle nalla spesa pubblica.

Infine il clientelismo interagisce spesso con la corruzione, anche se giusto fare delle
distinzioni. La corruzione si basa sullo scambio di denaro, a differenza del clientelismo che
si basa sulla protezione, in pi la corruzione relativa a prestazioni immediati e precise,
mentre il clientelismo si basa su prestazioni di servizi non definiti e spesso assolti nel lungo
periodo. Oltretutto la corruzione chiaramente illegale mentre il clintelismo non di per se
illegale, anche se pu diventarlo.
Nonostante la giusta distinzione si verificato che clientelismo e corruzione interagiscono
alla perfezione e hanno numerosi punti in comune, infatti sono relazioni di scambio, i valori
dell'amicizia strumentale sono ugualmente importanti in entrambe le patologie, i politici
tendono a considerare la propria posizione come una qualsiasi attivit imprenditoriale.
Inoltre le due patologia si intrecciano in quanto in presenza di clientelismo collegato un
voto di scambio, la necessit di acquistare i voti aumenta i costi dei poltici che devono
quindi raccogliere risorse per poi darle a chi pagandole in denaro permette agli stessi di
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investire le tangenti in acquisti dei voti. Vi anche un'altro intreccio che ci spiega come i
cittadini spesso sono spinti ad entrare nelle reti del clientelismo e della corruzione, quando
vi il fenomeno della cattiva amministrazione.

CLIENTELISMO E MEZZOGIORNO

Il clientelismo si viluppa in situazioni in cui c' un'estrema polarizzazione delle ricchezze e
del potere. Nel Mezzogiorno, che rientra in questa tipologia, lo sviluppo del clienteismo
stato sempre collegato al dualismo territoriale, alla differenza di sviluppo economico fra
nord e sud. Di fronte al dualismo economico, la calsse dirigente sudista, fece si che il
governo passasse nelle mani della borghesia del nord, in cambio della possibilit di
rimanere forti del proprio potere sui contadini. Nel secondo dopoguera si tentato di
intervenire sullo stato di degrado economico del sud, con alcune istituzioni, come la Cassa
del Mezzogiorno e con alcuni interventi, come la riforma agraria, facendo si che il sud
divenne un enorme bacino di consensi per il governo che attu questi investimenti. Come
osservo Trigilia in definitiva l'intervento pubblico nel Mezzogiorno, a fronte degli effetti
incerti dal punto di vista economico, costitui esclusivamente una base solida di sostegno al
governo dirigente e quindi anche un bacino di potenziali consensi da ottenere. Trigilia,
aggiungeva che il clientelismo si sviluppava in maniera direttamente proporzionale al calo
della legitimizzazione del governo attraverso i programmi, la spesa pubblica e il
buongoverno.

Molti studiosi attraverso ricerche fatte sul partito dominante nel sud, la DC, hanno
osservato come nel dopoguerra nel Meridione si sia passati dal cientelismo notabiliare al
clientelismo di massa. Infatti fu osservata la trasformazione della DC dal 1949 in cui era
organizzativamente molto debole al 1959 quando inizi il declino dei notabili e l'ascesa del
politico di professione, che utilizzava la spesa pubblica per accaparrarsi consensi. Cosi il
comune e la provincia venivano colpiti da un pesante deficit, ma allo stesso tempo c'era un
bom dell'occupazione. I politici, attraverso la gestione dei posti di lavoro, si creavano i
clienti elettori, mentre attraverso gli appalti e i crediti, tentavano di clientizzare tutta la
citt, creando rapporti anche con gli imprenditori.
Percy Allum nella sua ricerca sul clientelismo a Napoli, dice che la macchina clienterale si
rafforz quando il locale inizi ad interagire con gli organi nazionali. Gli uomini di potere
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della DC venivano incaricati di detenere il controllo di questa macchina nella propria
regione, direttamente dal partito. Non a caso i principali leaders della DC del secondo
dopoguerra (Moro, Gava ...) furono tutti sottodegretari di stato nei governi precedenti alla
loro nomina a presidente del consiglio. Si cre cos il sistema del boss del Mezzogiorno.
Importante era anche il ruolo delle sezioni di partito che servivano per la raccolta di
consensi, il segretario di sezione era in diretto contatto con il segretario di partito, e
attraverso una fitta rete di delegati, acquisiva consensi ed in cambio riceva posti di lavoro
negli enti pubblici o nomine di prestigio negli enti. La situazione si modific quando vi fu
un'occupazione delle istituzioni da parte degli uomini della DC. Gli elettori non prendevano
pi contatto con i dirigenti del partito tramite le sezioni ma tramite gli uffici pubblici.
La macchina clientelare viene controllata dal boss che funge da distributore delle risorse
pubbliche, ma anche da mediatore delle stesse, in quanto il governo da a lui la possibilit
di ridistribuire le risorse assegnate alla zona di sua influenza. La DC diviene cos una
dimostrazione per eccellenza del partito clientelare di massa, in cui il partito
solamente proiettato verso la gestione del potere, tramite l'assegnazione di benefici.
Tra gli effetti della macchina clientelare ci lo spreco di risorse, in quanto il conseno viene
acquisito tramite una serie di favori pagati con denaro pubblico. Il partito diviene di fatto
una sorta di scalata al potere per i politici, che crea forti spinte centrifughe all'interno dello
stesso. Ci accade sopratutto se l'opposizione debole e non pu opporsi alla situazione.
Negli anni 70 ci fu per una crisi creata da queste lotte interne al partito, ma la DC
sopravisse, modificando il rapporto patrono-cliente. In quegli anni l'economia italiana era in
grave crisi, quindi le risorse da distribuire erano diminuite, il rapporto quindi si modific e
cos il cliente non aveva pi benefici, ma intratteneva rapporti con i politici per mantenere
la situazione in cui si trovava, per avere cio il minimo indispensabile.

Cos non solo il clientelismo non stato sconfitto, ma si esteso anche al nord, dove fino ad
allora la DC si era affermata oper le proprie ideologie pi che per il clientelismo. Allen dice
che la forma di clientelismo nordista era diversa, ma molto vicina a quella del sud, nel nord
infatti il vescovo, fungeva da acquisitore di consensi, da consigliere nelle scelte su a chi
affidare le cariche pubbliche, diveniva di per se una specie di boss, anche se non
distribuiva risorse.

CLIENTELISMO, CORRUZIONE E CRIMINALITA' ORGANIZZATA
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Negli anni 90 Mani pulite fece si che vi fu un importante freno alla macchina clientelare
democristiana. Le ricerche sulla corruzione poltica ci spiegano anche in che modo riuscita
un'organizzazione cos forte e diffusa a sgretolarsi in un cos reve periodo. Tralasciando le
indagini, gi nel 1977 Caciagli aveva individuato una frammentazione nel partito, infatti i
segretari di sezioni, acquisendo potere si ribellavano al boss di turno. Su una ricerca
effettuata in Calabria, venne osservata come il clientelismo dei notabili si era modificato ma
si basava sempre su rapporti di protezione, creati per tra politici, imprenditori e gruppi
professionali che avevano costituito una specie di lobbies o comitato d'affari, mentre si
era notevolmente ridotto il clientelismo individuale.
La frammentazione era favorita che per molti esponenti della DC si era rilevato redditizio
passare ad altri partiti politici portando con se i propri consensi. Un esponente con 5000
voti in un partito che raccoglie 100000 voti ha molta gente sopra di lui, mentre in un
partito da 7000, sar il primo esponente. I politici tendono anche ad affermarsi nelle
cariche pubbliche per ottenere vantaggi individuali, tramite tangenti, in cambio delle risorse
pubbliche. Si deve sottolineare come si avvicinarono alla politica anche diversi specialisti di
alcuni settori, medici, architetti, ingegneri, che potevano trarre dal loro potere politico
anche benefici nel proprio settore.

Cominci a nascere il politico d'affari, ogni politico aveva un suo ruolo all'interno della
macchina clientelare, chi era il boss, chi il cassiere di partito, chi il portaborse, chi i
professionisti protetti che erano nelle commissioni che decidevano gli appalti.
I politici corrotti cominciarono cos a creare veri rapporti di tangenti solidali e duraturi con
gli imprenditori, che divenivano a loro volta ricercatori di consensi, per mantenere il politico
nel luogo del potere che li aiutava. I politici iniziarono a lavorare esclusivamente per le
tangenti e quindi tentarono di aumentare le risorse e quindi anche le spese e le attivit dei
loro enti e allo stesso tempo utilizzavano il loro potere di corruttela cio la possibilit di
concedere favori ad interi settori o gruppi da cui il compenso poteva essere maggiore, si
vendevano al miglior offerente.

La macchina clientelare e della corruzione ha trasformato la politica. Iniziano a nascere i
collegamenti della poltica con la criminalit organizzata. E' questa una causa molto
importante della debacle della DC. L'uomo politico tende a farsi proteggere dalle
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organizzazioni criminali, egli oltretutto assume una reputazione di criminalit che gli
utile per intimorire gli avversari politici, scoraggiare le denunce alla magistratura e
sopratutto a proteggersi dagli eventuali bidoni di chi deve pagare le tangenti. Difatti la
totale illegalit in cui si raforzano questi rapporti, comporta anche una scarsa regolarit
negli scambi, ognuno vuole fregare l'altro. LA criminalit organizzata offre anche pacchetti
di voti, acquisiti tramite la sua forza tradizionale negli equilibri sociali e tramite la paura che
i cittadini hanno nel contraddirla o non fare ci che gli stato consigliato. Il politico in
cambio fa favori al capo-cosca, evitandogli noie giudiziarie e assegnandogli appalti. La
ricerca sulla corruzione ha stabilito che i primi rapporti fra mafia e poltica furono proprio
derivati dalla voglia dei criminali di gettarsi nell'assegnazione dei lavori pubblici. Il controllo
della distribuzione degli appalti secondo la magistratura di Palermo, viene svolto tramite un
intervento della mafia nel processo di assegnazione: la mafia influenza le scelte delle opere
pubbliche da finanziare, manipola le gare, gestisce i subappalti afidandoli a cosche locali e
ricerca compiacenze e omissioni nella fase dei lavori e dei succesivi collaudi.
Questo controllo viene svolto in quanto da la possibilit alla mafia di controllare il territorio,
perch ha influenze, sui politici, sui funzionari pubblici, sugli imprenditori, sui gruppi
specialistici. Quando raggiunge questo potere il rapporto poltico-mafia si modifica e
interviene una situazione di estorsione della mafia sui poltici che erano scesi a patti con lei,
facendo si che i mafiosi divenissero pi importanti dei poltici e che i politici dovettero
scendere a patti con i mafiosi per avere una determinata carica o per venire eletti.

In conclusione la corruzione, tende a distruggere i partiti a livello locale e sgretola i partiti a
livello nazionale. Tutti i partiti scomparsi nel 1992 erano oramai macchine in cui la
corruzione aveva gi creato una frammentazione e una sgretolazione diffusa. La crisi dei
partiti clientelari di massa, creer nuovi conflitti tra centro e periferia. Non a caso proprio
dalle ceneri della Dc nascer un nuovo partito politico rappresentante di una realt locale,
la Lega Lombarda.

La frattura centro-periferia in Italia apparsa almeno tre volte che sono state identificate
in periodi ben specifici:
- la prima nell'immediato dopoguerra, in cui il passaggio tra fascismo e democrazia favor la
nascita di movimenti secessionisti, come quello siciliano e quello valdostano;
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- la seconda durante la fine degli anni 60 e l'inizio dei 70, il famoso 68, in cui iniziarono
proteste verso chi era al potere e il sentimento port all'accostamento di un revival
culturale a idee anticapitalistiche che sfiociavano nell'estrema sinistra;
- la terza fu alla fine degli anni 80, quando nacque il fenomeno delle leghe. Nacquero
diverse associazioni in tutto il nord che rivendicavano le loro identit sociali e inneggiavano
all'autonomia e qualche volta al secessionismo.

Nel 1992 gran parte di questi movimenti si riunirono nella Lega Nord, con leader Umberto
Bossi. La Lega si propose come un movimento contro i partiti corrotti e contro il governo di
Roma. La Lega Nord si propose come movimento per la difesa dell'identit di varie ragioni
che per potevano essere raggruppate in quanto composte dalle stesse tradizioni e dalla
stessa cultura, quella del lavoro e dell'onest. La Lega ha sempre rifiutato di collocarsi a
destra o a sinistra, in quanto rappresentava tutti, il suo elettorato spaziava dall'estrema
sinistra all'estrema destra.

Le Leghe che formeranno la Lega Nord sono nate in difesa di territori ben specifici con
esigenze e richieste ben specifiche. La Liga Veneta era molto pi estremista della Lega
Lombarda, i veneti chiedevano proprio l'autonomia totale addirittura l'indipendenza, mentre
la Lega Lombarda chiedeva di autogovernarsi su alcuni temi dell'organizzazione pubblica,
come la scuola, gli enti pensionistici, assegnazioni di case ... etc ....

La lega Nord raggruppando varie ideologie e richieste si fece promotore dello spostamento
del potere al Nord, eliminando il potere di Roma ladrona. Le loro campagne di propaganda
inneggiavano alla propria cultura, con manifestazioni folkloristiche e con simbologie tipiche
delle zone rappresentate o create ad hoc per implementare proprio l'dentit dell'elettore
della Lega. Quando la Lega entr nel governo nazionale nel 1994, logicamente le parti del
programma pi estremiste vennero riviste e la spinta seppur leggera dell'ala secessionista
riapparve solamente dopo che il governo venne ribaltato proprio grazie alla Lega Nord e
iniziarono delle manifestazioni che inneggiavano al secessionismo della Padania.

Come scrive Roberto Biorcio la Lega era composta da tante identit diverse e proprio
questa mancanza di radici etniche ben definite, ha fatto si che la Lega possa essere letta
come un movimento populista che si fa garante davanti gli elettori non delle tradizioni e
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dell'identit etnica, ma si pone come movimento dalla parte del popolo e contro lo stato,
garante della soluzione dei problemi della criminalit e dell'immigrazione che nel momento
pi preoccupano gli elettori. Il populismo della Lega sarebbe composto da tre principali
elementi: razzismo, antistatalismo, antipolitica.
Un'altro elemento importante il neo-liberismo del movimento. La lega contro lo Stato e
le tasse che ne fanno parte, attacca la ridistribuzione degli introiti provenienti dalle tasse,
favorisce l'intervento privato e rinnega l'iontervento pubblico, chiede la privatizzazione
degli ospedali, della scuola, l'abolizione dell'Inps. Ci proviene dal fatto che gli elettori della
Lega hanno una grande sfiducia nelle istituzioni.

Biorcio rilegge il fenomeno della lega anche accostandolo al concetto di localismo, infatti
la Lega non propone l'abolizione dello stato-sociale, ma una gestione autonoma delle tasse
provenienti dal suo territorio. Su questo punto la Lega si discosta anche del neo-liberismo,
perch non chiede meno poteri allo stato, ma ne chiede di pi per il proprio territorio.

Molti studiosi hanno analizzato come le leghe sono riuscite a svilupparsi cos velocemente.
Il risultato stato che la Lega Nord ha avuto pi espnasione proprio nelle zone a subcultura
bianca anzi possiamo dire che sostitu quasi interamente la DC e la zona divent a
subcultura verde. Ed proprio in questa subcultura verde che la Lega si attestata dopo il
ribaltone del 1994, dove i valori della religione civile hanno sostituito quelli della religione
cattolica della DC, infatti gli elettori della Lega sono tutti richiamati intorno a questa specie
di religione civile, di lavoratori instancabili, padri di famiglia, onesti e tenaci.

Dal 2000 la Lega entrata in crisi, i suoi successi sono scomparsi nel nulla e i suoi elettori
sono rimasti quelli dello zoccolo duro, pi che altro con tendenze ancora secessioniste.
Hanno perso il voto di molti industriali, quando effettuarono una strategia antieuropeista, in
vista della moneta unica e ha perso numerosi consensi con lo spostamento dei neoliberisti
in Forza Italia. Come dice Diamanti la Lega si trasformata nella lega degli uomini
spaventati in quanto oramai il programma della Lega verte su due punti, la lotta
all'immigrazione clandestina e alla criminalit.


PARTECIPAZIONE E MOVIMENTI URBANI
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Il politologo americano Lipsky fu il primo studioso che tent di comprendere come la
protesta possa essere una risorsa politica. Lipsky vuole ricercare le precondizioni che
permettono l'inizio di una protesta, i problemi che la protesta comporta e i possibili effetti
sul sistema politico e sui partecipanti alla protesta. Oggetto empirico dello studio lo
sciopero degli affitti a New York nel 1960. La protesta vide coinvolti cittadini neri poveri che
si riunirono in questo movimento per chiedere una nuova legislazione sugli affitti visto che
la met delle case affittate a questo tipo di persone era inagibile e a rischio di crollo.
Obbiettivo della ricerca di Lipsky dimostrare la validit della concezione che il governo
americano sia pronto a rispondere alle domande dei gruppi pi emarginati. Lipsky chiama
in causa anche la ricerca sul New Haven di Dahl che concluse dicendo che i gruppi senza
potere possono influenzare le poltiche pubbliche.

Il concetto centrale dello studio di Lipasky comprendere il potere della protesta come
risorsa politica. Lipsky intente capire se la protesta pu essere utilizzata dai gruppi
emarginati come arma per migliorare la propria situazione. Lipsky inanzitutto analizza le
dinamiche della protesta, definendo i vari attori ed il loro ruolo:
- protest constituency, cio la base direttamente interessata alla protesta;
- leadership, cio chi guida le azioni della protesta e tratta i rapporti con l'esterno;
- mezzi di comunicazione di massa, cio coloro che diffondono i messaggi;
- pubblico di riferimento, cio coloro che hanno influenza su chi ha il potere;
- bersagli della protesta, influenzati dal pubblico di riferimento, che rispondono alla
protesta distribuendo due tipi di ricompense: materiali e simboliche.

Secondo Lipsky la protesta non deve avere solamente stimoli negativi, ma anche stimoli
positivi che possono influenzare chi ha accesso ai posti decisionali sulle politiche pubbliche,
coloro cio che possono influenzare le risposte di chi ha il potere. In questo modo la
protesta diviene una risorsa politica nelle mani del leader.
La protesta per offre delle situazioni e delle scelte del leader, che rendono insicuri
l'organizzazione e l'esito finale della protesta. Inanzitutto il leader dovr preoccuparsi delle
modalit della protesta, se essa radicale magari anche violenta, il gruppo si solidificher
ma l'opinione pubblica non appogger la protesta e quindi la stessa avr scarse possibilit
di ottenere ricompense materiali. Se il leader dovesse essere un moderatore sicuramente si
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accativera le simpatie dell'opinione pubblica verso la protesta ma rischia di frammentare il
gruppo protestante, che conta anche i radicalisti che non credono nella potenza della parola
e della mediazione. Il leader oltretutto dovr intrattenere i rapporti con i media,
importantissimi per gli esiti della protesta, egli dovr si riuscire a recuperare pi pubblicit
possibile, ma dovr tener conto anche del tipo di messaggio che i media offrono degli
accadimenti e quindi delle richieste della protesta. I leader si dovranno quindi confrontare
anche con quelle parti che gli saranno alleate, riscontrabili per di pi in associazioni sociali,
liberisti, come a New York dove i neri vennero appoggiati dai sindacati e dai riformatori. Il
leader dovr quindi cercare di attirare la loro simpatia in quanto queste parti hanno diretta
influenza sul sitema politico. Il leader deve inoltre gestire i rapporti con chi decide le
politiche pubbliche che spesso rispondono assecondando le richieste della protesta, ma non
sempre cambiando la situazione. I politici offrono soluzioni simboliche, risolvendo i casi pi
disperati o facendo campagna sociale, ma la siutuazione per cui la protesta si mossa
difficile che subisca radicali cambiamenti.

Lipsky tent di eleaborare quali fossero le condizioni per sperare in un successo della
protesta ed evidenzi che inanzitutto i leader devono essere bravi ad accrescere la
tematica della protesta. In secondo luogo comprendere se la legge possa prevedere in
effetti delle ragioni alla protesta e sopratutto valutare le alleanze. Lipsky dice che spesso
queste condizioni, sono difficli da trovare, soprattutto alleanze e ragioni perch la protesta
sia risolta con effettivi cambiamenti politici.

Lipsky aggiunge che se anche la protesta raggiungesse un buon livello e arriverebbe al
governo per essere assecondata materialmente, sarebbe difficile per il leader entrare a far
parte delle sedute decisionali, in quanto spesso ne il leader ne altri esponenti del gruppo
hanno conoscenze avanzate per poter trovare delle soluzioni, oltretutto come di Lipsky i
politici tendono ad attendere perch la ricerca ha portato a capire che questi gruppi nel
lungo periodo perdono coesione. Spesso nelle sedi decisionali partecipano quegli enti che
hanno appoggiato la protesta.
Conclude Lipsky che di solito se la protesta appogiata dall'opinione pubblica, il leader
moderato riscuote un discreto successo individuale, ma che in qualunque caso difficile
che vi siano cambiamenti materiali per gli individui senza potere. Le risposte dei politici
erano state date agli neti che li appoggiavano e non a coloro che effettivamente avevano
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fatto la protesta. Quindi Lipsky deduce che per i gruppi di individui senza potere
difficilissimo farsi sentire dai politici ed quindi difficile che influenzino il sistema politico e
le scelte decisionali.

La ricerca di Lipsky ha comunque i consueti limiti del case-study, infatti studiando
esclusivamente il fenomeno degli scipoeri degli affitti non si pu indagare sugli effetti della
protesta sulle decisoni politiche ne tantomeno una ricerca condotta solo sui poveri di colore
newyorkesi, pu definirsi esaustive anche per comprendere gli effetti con gruppi di protesta
diversi.

Dopo lo studio di Lipsky, l'attenzione sui movimenti sociali nelle citt assumera
particolare rilevo sia in America che in Europa. Questi movimenti urbani non-partitici come
scrive Lowe possono influenzare il mutamento sociale.
Guardando ai tanti movimenti di protesta che si tavano creando nel mondo ci si chiese se
questo fosse un modo nuovo di fare politica. Il sociologo Manuel Castells cerc di definire i
movimenti urbani dapprima confrontandosi con l'ideologia marxista, che diceva che i
movimenti urbani esprimevano i nuovi conflitti, legati all'intervento dello stato nel campo
dei consumi collettivi, ma poi rinunciando a questa sua teoria e definendoli come promotori
di sistemi politici e culturali nuovi.
Secondo Castells i movimenti urbani sono organizzazioni non partitiche che mobilitano le
masse sui temi della fornitura dei servizi pubblici e sull'ambiente. Castells rileva l'esistenza
di tre tipi di movimenti:
- il sindacalismo per consumi collettivi: esprime movimenti di tipo economico, con
parole d'ordine come salario sociale e qualit della vita. L'obbiettivo ottenere una citt
organizzata secondo l'utilit e non come se i servizi urbani fossero una merce. L'avversario
la borghesia;
- i movimenti di comunit: rivolti alla ricerca di identit culturale, difendono la
comunicazione fra la gente, faccia a faccia, contro il monopolio dei media e la
standardizzazione della cultura. L'avversario la tecnocrazia.
- i movimenti di cittadinanza: orientati in modo politico. Chiedono maggiore potere del
governo locale, un decentramento dellle decisioni e autonomia per le istituzioni locali. Il
nemico lo stato, distante e accentratore.

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In tutti e tre i casi, i movimenti si presentano come attori urbani, non sono ne movimenti
di classe operaio ne movimenti di ceti medi, ma movimenti multi-classisti, per una semplice
ragione, non si riferiscono direttamente alle relazioni di produzione ma a quelle di
consumo, comunicazione e potere. Dice Castells, un movimento urbano ha successo
solamente se riesce a combinare questi tre elementi, rimanendo autonomo dai partiti
politici, seppur con una serie di collegamenti con i media, i tecnici e gli stessi partiti politici.
Se Castells riteneva che i movimenti urbani fossero gli attori dei nuovi conflitti, altri studiosi
rimasero dell'idea che questi movimenti erano gli attori dei nuovi conflitti di classe nel
periodo della new economy, in cui le classi sono due e ben definite, chi guadagna dalla
propriet e chi guadagna dal salario. Il governo esprimerebbe gli interessi dei proprietari e
quindi i salariati farebbero nascere il conflitto sociale, che quindi conflitto di classe.

Castells guard sopratutto al senso dei nuovi movimenti urbani, mentre Eisinger ha
cercato di capire le precondizioni della protesta. Per fare ci il politologo coni il concetto di
della struttura delle oppurtunit politiche. Egli scrisse che l'attivit dei cittadini per il
perseguimento delle mete politiche influenzata da 4 fattori: la natura dell'esecutivo, il
modod di selezione dei consiglieri comunali, la distribuzione delle capacit e status sociali e
il grado di disintegrazione sociale.
Per misurare l'effetto di queste 4 variabili Eisinger costruisce una banca dati con tutte le
notizie relative a proteste apparse sui quotidiani in 5 mesi del 1968. Questi dati sono messi
in relazione ad alcuni indicatori delle variabili sopra descitte, l'assetto istituzionale della
citt e la distribuzione del potere nella comunit. Per quanto riguarda l'assetto istituzionale
guarda se la citt ha strutture istituzionali aperte con possibilit di partecipazione della
popolazione alle scelte decisionali o viceversa un sistema chiuso. Importante anche la
dimensione del distretto elettorale, per comprendere quanto potere possono avere i
rappresentanti della minoranza eletti. Per quanto riguarda la distribuzione del potere,
bisogna rifarsi a indicatori come la criminalit e la dimensione della classe media. Eisinger
da questa ricerca empirica, arriva a dei risultati in cui afferma che la protesta nella citt
non si sviluppa ne nei sistemi chiusi, perch sarebbe impossibile per la mancanza di
risorse, ne nei sistemi molto aperti, perch non sarebbe necessario. La ricerca individua
anche che la protesta si diffonde nelle citt pi grandi, dove il sistema istituzionale pi
aperto, dove i partiti hanno pi peso e dove c' una cattiva distribuzione del potere.
Eisinger definisce quindi il paradosso della protesta, dicendo che la protesta di per se
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una condanna ai sistemi chiusi, ma si sviluppa esclusivamente nei sistemi che hanno
caratteristiche aperte.

La definizione di movimenti urbani ambigua, al giorno d'oggi comprende tutte le
forme di protesta presenti a livello locale. Dal 70 le forme di protesta sono
notevolemente aumentate grazie alla crisi del welfare state, che ha peggiorato la qualit
dei servizi pubblici offerti, la crescente domanda di democrazia dal basso e una
maggiore sensibilit per i temi dell'ambientalismo.

Fino agli anni 70, in Italia la protesta locale passava dai partiti, attraverso le sezioni che poi
esponevano il problema al segretario di partito. Dopo gruppi di cittadini hanno iniziato ad
organizzarsi e a protestare individualmente in movimenti urbani, nel 1968 la protesta inizi
dagli universitari, con l'occupazione di alcuni atenei, fino ad arrivare agli operai, agli
impiegati e coinvolse gran parte dei salariati. Sicuramente il primo movimento a rientrare
nei movimenti urbani stato il movimento studentesco, a cui poi segui il movimento
delle donne. I movimenti attivi nelle citt italiane in questo periodo furono definiti i
movimenti della sinistra libertaria in quanto, come nel socialismo, il gruppo ha sfiducia
nel mercato e negli investimenti, mentre sono fiduciosi per una distribuzione egualitaria.
Sono anche libertari perch si oppongono alla burocrazia privata e pubblica dello stato nei
confronti dell'individuo e della massa.

I movimenti urbani condividono con i movimenti della sinistra libertaria, la voglia di
giustizia e di democrazia, una democrazia diversa da quella che l'Italia dal dopoguerra
stava costruendo. Negli anni 70 la grande crisi economica, favor la nascida di quei
movimenti che Castells, defin sindacalismo per consumi collettivi, infatti proprio i
sindacati furono gli attori della protesta. Nacquero decine di gruppi di quartiere che
chiedavano delle inizative per la risoluzione di problemi collettivi, che vennero definiti da
Castells, come movimenti di cittadinanza. Per tutti questi movimenti l'attenzione ai
diritti civili si estese al diritto di protestare, con un repertorio che i movimenti della
sinistra libertaria avevano decisamente ampliato con nuove forma d'azione, le
manifestazioni, i cortei, l'occupazione, i sit-in e la resistenza pacifica, utilizzata proprio dai
movimenti pacifisti. In quegli anni sia il movimento studentesco che il movimento delle
donne si diedero all'occupazione di edifici pubblici, privati e abitazioni per protestare contro
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lo stato e le istituzioni capitalistiche. Questo port anche a escalation di violenza durante
queste forma d'azione, sopratutto per l'intervento della polizia per far sgombrare i luoghi
occupati.

La struttura organizzativa di questi movimenti era sempre stata malandata, erano gruppi
creati dalla riunione di pi gruppi scarsamente organizzati e di piccole dimensioni. Il
movimento studentesco, si riuniva in assemblee in cui tutti potevano entrare, si eleggevano
i leader che dovevano decidere le forme d'azione a cui i vari gruppi poi facevano la loro
parte. Simile era anche il movimento delle donne, che rifiutava la burocrazia e l'ascesa al
potere, in quanto tipicamente maschile. Frammentario fu anche il movimento giovanile,
strutturato intorno a circoli di quartiere e associazioni. I movimenti urbani quindi sono
caratterizzati da questo decentramento, in quanto erano attivi sopratutto sulle riforme del
governo locale e quindi ognuno creava le sue forme di protesta e decideva l'argomento a
seconda delle esigenze della citt, quasi mai si riunivano tutti i gruppi, solo in pochi casi
come scioperi generali o manifestazioni nazionali per temi di interesse mondiale. Tra i
movimenti famosi che hanno avuto successo, dobbiamo elencare anche il movimento per
la pace attivissimo contro le guerre e gli armamenti che in America ebbe come
predecessore i figli dei fiori durante la guerra del Vietnam, il movimento ecologista, che
tra l'altro ha creato associazioni quali il WWF e Legambiente che appoggiati da partiti
politici (i verdi) hanno al giorno d'oggi anche qualche potere decisionale sui propri interessi.

Durante gli anni 80, l'importanza che questi movimenti avevano nella societ comport un
cambiamento sia nelle strutture organizzative sia nelle forme d'azione. Le forme d'azione
divennero pi moderate, anche perch questi movimenti iniziarono a coinvolgere tantissime
persone e il peso nella societ comportava frome d'azione meno radicali. La struttura
organizzativa si deline in due forme: la prima era quella che riprendeva i vecchi
movimenti, gruppi solitari autonomi l'uno dall'altro, coordinati da organizzazioni-ombrello,
la seconda, la pi importante fu la nascita delle associazioni, organismi dotati di statuti e
regolamenti. Queste erano vere e proprie piccole societ in cui il leader veniva eletto e
organizzava forme d'azione molto moderate, come l'associazione della pace che in Italia
alla nascita coinvolse circa 600 gruppi, nati nelle scuole, nei circoli, nei posti di lavoro.
Queste associazioni vengono coordinate oltre che dal leader da veri e propri sistemi di
informazioni, quali riviste, giornali, manifestazioni, pubblicit. Negli stessi anni di fronte alla
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sconfitta dello stato sull'assitenza sociale, nacquero delle associazioni di volontariato
laico, che a differenza del volontariato cattolico effettuato perlopi nelle parocchie,
molto professionale e raccoglie infiniti tipi di persone con infinite possibilit di volontariato.

Quest'aumento di partecipazione e di importanza degli oramai sviluppati movimenti urbani,
ha fatto si che anche le istituzioni locali e nazionali fossero pi influenzate dai movimenti,
questo dovuto sia al fatto che la partecipazione veramente notevole ma sopratutto
perch anche lo stato come per esempio con le associazioni di volontariato, ci guadagna in
quanto offre contributi e detassazione a queste societ, mentre negli anni passati offriva
interamente il servizio, ora offerto anche con le donazioni dei privati. E' per questo che
negli ultimi anni si pu affermare che i movimenti urbani possano influenzare il governo
locale, perch al giorno d'oggi ne interagiscono.

Altri movimenti sono nati, gruppi che proteggono interessi di un piccolo determinato
territorio all'interno della citt, detti, comitati spontanei di cittadini o comitati di
quartiere, spesso criticati come forme egoistiche di movimenti, ma in altri casi apprezzati
come forme di partecipazione dal basso per i problemi della comunit. Studi sui comitati
hanno evidenziato che nascono nei quartieri-dormitorio poveri (ghetti) della citt,
sopratutto quelli dei centri storici, i leader sono di solito di ceto medio e dotati di buona
cultura scolastica, mentre i partecipanti provengono da tutte le classi. I comitati sono dotati
di statuti formali, ma si riuniscono poco e quindi il coordinamento scarso. Le forma
d'azione sono tipiche dei movimenti di sinistra, manifestazioni, volantinaggio, anche se a
differenza dei movimenti di sinistra i comitati non si collocano politicamente. Ricerche
empiriche hanno testimoniato che hanno ottime possibilit di successo anche se raramente
le proteste sono durature, il motivo del successo dovuto al fatto che spesso le proteste
hanno parecchio spazio sui media, in quanto rappresentano le angosce dei cittadini, quindi
gli amministratori pubblici locali sono obbligati a prestare notevole attenazione agli
accadimenti. La ricerca empirica ha dimostrato come i comitati si siano contraddistinti per
la difesa del quartiere o del territorio dalla costruzione di edifici o impianti industriali, in
quanto il rischio di una protesta organizzata, tende a modificare le scelte degli imprenditori
sia pubblici che privati.

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In conclusione possiamo dire che a parte gli aspetti e le richieste individuali di ciascun
movimento, tutti loro tendono a richiedere e a portestare per una nuova concezione di
democrazia. Criticano il modo di fare politica, clientelare e corrotto, la democrazia
parlamentare e i partiti nazionali. Questi movimenti vogliono la democrazia diretta
un'idea di democrazia che critica la democrazia parlamentare, secondo cui gli elettori
votano il rappresentante, che rimane in carica per tutta la legislatura, che ha delega per
decidere su qualsiasi argomento e che spesso la decisione strumentalizzata ed indotta dal
partito cui il rappresentante fa parte.
La democrazia diretta prevede l'elezione di un candidato per ogni singola decisione, un
decentramento delle decisioni per farle essere pi vicino possibile alla gente, con un turn-
over negli organi decisionali, in cui ci pu essere solamente chi decide sulle questioni
facendo riferimento alla giusta causa e al senso di giustizia morale. Questa la democrazia
che i movimenti urbani, vorrebbero e chiedono, una democrazia che parte dal basso e
che come vedremo spesso e volentieri ha influenzato il sistema politico.

LE ISTITUZIONI DEL GOVERNO LOCALE

Con l'espressione governo locale si intendono le istituzioni di governo in ambiti territoriali
sub-nazionali.
Gli organi del governo locale sono di due tipi: gli organi periferici dello stato
direttamente dipendenti dai diversi ministeri e gli enti territoriali cio gli organismi elettivi
che si concentrano a livello locale, comuni, provincie e regioni.

I tipi di governo locale sono molto vari, basti pensare che in Europa ce ne sono circa
80.000. Questi vari tipi si distinguono tra loro in base al grado di decentramento politico
territoriale. Si possono quindi distinguere stati forti accentrati, dotati di esecutivo con
notevoli capacit di governo e stati deboli fortemente decentrati, con una pluralit di
accesso alle decisioni politiche, e quindi un esecutivo con bassa capicit di governo. Gli
indicatori per definire il grado di centramento sono: le variabili demografiche e
geografiche, ripartizione delle funzioni e la capacit di spesa, gli strumenti di
controllo, l'apertura alla partecipazione dal basso, le caratteristiche delle
istituzioni del governo locale.

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Questi indicatori sono stati utilizzati anche per definire diverse tipologie di stati: stati
federali e stati unitari, dove come dice Allum i primi rappresentano il massimo di
autonomia e i secondi il minimo; stati di tipo duale e stati di tipo fuso, in cui i primi gli
organismi centrali dettanto le linee di indirizzo e le amministrazioni locali gestiscono i
servizi per i cittadini, gli stati a modello fuso, invece sono caratterizzati da un forte potere
di coordinamento da parte dello stato centrale.

Il federalismo

Il termine federalismo deriva dalla parola foedus che vuol dire patto. L'ideale federalista
nacque dall'ipotesi che il buon governo si potesse fare esclusivamente nelle piccole
comunit e che per ragioni militari si alleano tra loro per difendersi. Ancora oggi il concetto
di federalismo, impone numerose definizioni. Politicamente parlando, il federalista
favorevole ai valori della mediazione e dell'amicizia, rispetta le differenze territoriali e
valorizza il concetto di pluralismo attraverso una maggiore divisione dei poteri. Il
federalismo incarna quin di i principi di libert dell'individuo, dell'autonomia della societ
civile e della pace.

Il federalismo nelle forme di stato, si rif ai principi suddetti ed infatti deve mettere
d'accordo contemporaneamente il principio di separazione con una ripartizione dei
poteri tra due ordini di governo, centrale e locale, il principio di autonomia, e il
principio di partecipazione dei tarritori federati alle decisioni federali.
In generale il federalismo prevede una divisione di compiti e poteri a vari livelli, ogni
istituzione gestisce in modo autonomo il potere attribuitogli e partecipa nelle decisioni che
riguardano se stessa e le latre istituzioni del proprio livello. Un esempio di federalismo
classico la Svizzera, gli Usa, il Canada, l'Australia, l'India. Proprio dallo studio della
politica federalista si questi paesi si giunti all'individuazione di alcune caratteristiche
secondarie del federalismo, si notata infatti la presenza in tutti gli stati federali; di una
costituzione scritta, il diritto degli stati di partecipare alla nascita o alla modifica della
costituzione, l'eguale peso delle unit pi piccole negli organi di governo, un sistema
bicamerale, capitali piccole che possano rimanere neutrali nei conflitti sub-nazionali.
Vi sono altra caratteristiche differenziano invece gli stati federali nel mondo, che il governo
sia presidenziale o parlamentare, e i diversi gradi di federalismo come disse Riker
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giungendo alla definizione di federalismo massimo in cui chi governa la federazione
decide su un numero ampio di tematiche e federalismo minimo in cui chi governa la
federazione decide su un numero limitatissimo di tematiche.

Gli studiosi hanno individuato che al federalismo vi si arriva tramite vari processi di
federalizzazione, in cui comunit separate decidono di unirsi per adottare politiche
comuni per i problemi comuni. Di recente per vi sono casi in cui il federalismo stato
adottato per evitare il disgregamento di stati come la Spagna e il Belgio. I fattori che
determinano la volont di attuare un processo di federalizzazione possono essere
economici, politici e culturali. Riker scrisse che il federalismo si sviluppa quando vi sono
due presupposti: il desiderio di aumentare il territorio controllato e la disponibilit di
accettare una limitazione della propria sovranit.

Gli studiosi si sono soffermati anche nello studio degli effetti del federalismo, osservando
che il federalismo ha dei tratti benefici, come riguardo ad alcune tipologie di servizi che
sono gestite meglio dalle autorit locali, offre pi livelli di accesso e di risposte ai cittadini,
espressione di pluralismo territoriale in cui etnie sopravvivono tranquillamente e
pacificamente nello stesso stato. Conludendo per Pasquino tramite una ricerca effettuata
comparando stati federalisti a stati unitari, osserva che ne per lo sviluppo economico ne per
la forma di democrazia gli stati federalisti risultano migliori di quelli unitari.

Il meso-governo

A partire dal 70 nelle scienze sociali si incominciato a dare rilevanza al concetto di meso-
governo intendendo con questo l'istituzione delle regioni nel Sud Europa e la diminuzione
sostanziale dei comuni nel Nord Europa. In Italia, come in Francia e Spagna, venne creato
questo livello intermedio tra stato centrale e governo locale, le regioni.
Alcuni studiosi hanno osservato che il mesogoverno stata la riforma istituzionale pi
importante degli ultimi vent'anni e che questa riforma dovuta alla crescita dei fenomeni
dei movimenti etnico-nazionalisti, la presenza di una seconda rivoluzione urbana con uno
spostamento delle masse dal centro alla periferia e di una terza rivoluzione urbana in cui le
masse sono tornate nel centro, la crescita dell'ideologia del decentramento come elemento
di crescita della democrazia. Nonostante l'importanza sdi questo nuovo livello di governo, la
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definizione di regione non mstata comunque facile. Inanzitutto perch il regionalismo
spesso molto vicino al federalismo, anche se una differenza sostanziale tra una regione e
una comunit federata, che la comunit federata originariamente isolata si unit ad
altre, mentre la regione nata da un processo inverso di decentramento.

Secondo lo studio di Putnam, Leonardi e Nanetti, la regionalizzazione in Italia si svolta in
tre fasi:
- tra il 1946 ed il 1972 vi la fase minimalista, in cui l'Italia sceglie un via intermedia
tra stato unitario o federale, nomina 15 regioni ordinarie e 5 a statuto speciale. Le regioni
avevano scarsa competenza legislativa ed amministrativa che riguardavano comunque i
servizi sociali. La DC promotore della regionalizzazione, mentre il PCI contrario, allo
scoppio della guerra fredda, la situazione si capovolge, il PCI vuole il decentramento dei
poteri per potersi insinuare in modo assoluto in alcune zone italiane, la DC preoccupata
dalla possibile nascita di zone comuniste, ripiega su un decentramento minimo, con uno
stato controllore e decisore in cui le regioni sono totalemnte dipendenti dallo stato centrale.
Difatti ancora peggio della modifica dell'ideologia della regionalizzazione, mentre le regioni
a statuto speciale nell'arco di dieci anni dalla fine della guerra sono tutte avviate, la
situzione infelice della politica italiana porta le regioni ad essere istituite solo nel 1970,
dopo la nascita del primo governo di centro-sinistra affidato a Moro che var alcune leggi
che stabilirono le risorse economiche necessarie al processo di regionalizzazione, le
modalit di elezioni dei rappresentanti locali e le tematiche affidate al governo locale.
Comunque le pirme leggi rigurdanti il trasferimento delle tematiche, mantennero un forte
controllo e una forte discrezionalit sui trasferimenti a carico del governo centrale rispetto
a quello locale.
- tra il 1972 ed il 1977 in cui vi la fase di mobilitazione del fronte regionalista. Infatti
nel 1972 vennero varati alcuni decreti in cui si mettevano le basi della riforma massimalista
della regionalizzazione. Questi decreti facilitarono la nascita di un fronte regionale,
costituito da alcuni governi locali, alcuni rappresentanti dello stato centrale e anche il PCI
che intendeva avviare attraverso la regionalizzazione, una riforma generale dello stato e
della societ, per avvicinarsi alle richieste dei cittadini. Questo fronte port alla modifica di
alcuni decreti, con conseguente trasferimento alle regioni di tutte le tematiche che la
Costituzione aveva gi individuato come attribuibili ai governi locali. In questo periodo e in
periodi successivi la regionalizzazione port molti studiosi a trarre dei bilanci provvisori sul
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processo: peresempio Dente si disse scontento del processo, attribuendo le colpe al fatto
che lo stato centrale ha affidato pochissimo potere ai governi locali e che quindi questi si
sono trovati nella condizione di ricercarsi da soli alcune tematiche da poter amministrare e
sui cui avere competenze per affermare il loro peso nella scena socio-politica. Dente
contestava anche le istituzioni dei governi locali, secondo lui inefficenti. Putnam, Leonardi e
Nanetti invece seppur constatando il ritardo nel processo di regionalizzazione,
individuarono anche un aspetto molto positivo, cio che il decentramento riuscito ad
imporre le istituzioni del governo locale dinanzi ai cittadini e che da essi sono riconosciute
come un elemento importante nella vita politica.
- la terza fase iniziata proprio dal dibattito sui limiti dei poteri delle regioni, che hanno
riaperto un discorso incentrato sulla possibilit di creare in Italia un processo di
federalizzazione. La necessit di un decentramento politico-territoriale dovuta al fatto che
dopo la seconda guerra mondiale molteplici realt locali isolate minavano l'instaurazione di
uno stato nazionale. Dopo la scelta della regionalizzazione, negli anni 90 si appunto
riaperto il discorso sul federalismo, sopratutto dopo i successi della Lega. Inizia cosi negli
anni 90 la fase delle numerose riforme in direzione federalista. Le competenze delle
regioni riguardano: i servizi sociali, pianificazione e uso del territorio e governo
dell'economia (turismo). Numerosi decreti hanno fatto si che vi fosse un notevole
trasferimento di funzioni amministrative, praticamente lo stato trasferisce ai governi locali
l'amministrazione di tutte le tematiche tranne quelle che necessariamente sono riservate
allo stato, come la politica estera, la gestione delle forze dell'ordine, la politica monetaria,
cultura, ricerca ed univarsit. I nuovi decreti provvedono anche alla definizione del modello
poltico delle regioni che segue quello parlamentare: la giunta viene eletta dal consiglio, il
quale viene eletto tramite elezioni, come anche il presidente della giunta regionale. Le
regioni hanno acquisito competenza legislativa sul sistema elettorale e sulla forma di
governo, allo stesso tempo diminuiva il potere di controllo dello stato centrale sulle regioni,
gli statuti regionali non devono obbligatoriamente essere approvati dal parlamento
nazionale, che li pu esclusivamente impugnare dinanzi la Corte Costituzionale.
Nel 2001 con l'approvazione della riforma del Titolo V della Costituzione si applica la pi
corposa riforma riguardante i governi locali e riguarda:
- la formale abolizione della supremazia gerarchica dello stato perch la repubblica
costituita in situazione di perfetta parit da stato, regioni, citt metropolitane, provincie e
comuni;
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- una pi definita differenza di competenze in materia legislativa, con l'istituzione di
competenze esclusivamente statali, competenze concorrenti stato-regione, competenze
esclusivamente regionali;
- ogni regione a statuto ordinario pu richiedere l'attribuzione di ulteriori competenze
rispetto a quelle gi affidategli dalla Costituzione;
- le regioni ottengono il diritto di concludere intese con altre identit regionali di altri paese
e il diritto-dovere di adempiere alle direttive dell'Unione Europea;
- inoltre abolito qualsiasi controllo statale sulla legislazione regionale, con la sola
possibilit da ambo le parti di ricorrere alla Corte Costituzionale, per la verifica della
legittimit di una legge regionale o statale che sia.

Si tratta quindi di una notevole mole di riforme che cambia decisamente la realt regionale
italiana, bisogner per attendere alcuni anni per vedere i primi effetti di queste importanti
implementazioni del potere regionale. Rimane irrisolta invece la questione della creazione
di una camera delle regioni che possa rappresentare le istituzioni locali nello stato
nazionale.

Provincie e comuni

Se le regioni sono l'espressione del livello intermedio del governo italiano, provincie e
comuni sono gli organi del governo locale, insieme alle circoscrizioni che la legge 142/90
ha previsto come istituzioni obbligatorie per i comuni capoluoghi di provincia e per quelli
con pi di 100.000 abitanti, mentre quelli con una popolazione da 30.000 a 100.000
possono scegliere se crearle o no. Le circoscrizioni elette a suffragio diretto, hanno il
compito di relazionarsi direttamente col cittadino, incentivandolo alla partecipazione e
gestendo i servizi di base. Uguali alle circoscrizioni sono le comunit montane e su base
volontaria i consorzi per la gestione congiunta di servizi da parte di pi unit del governo
locale. Inoltre la legge 142/90 ha previsto la citt metropolitana come ente retto da
elementi eletti a suffraggio diretto, con compiti di coordinamento. Altri enti locali sono le
universit, le aziende municipalizzate, le ASL.

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La struttura degli organi locali segue con alcune trasformazioni il modello napoleonico,
gi utilizzato nel regno piemontese e poi nel regno d'Italia. Questo modello prevede alcuni
elementi che erano ancora presenti nell'ordinamento locale italiano all'inizio degli anni 90:
- generalizzazione del regime comunale;
- concezione di un comune per ogni comunit;
- uniformit del regime comunale;
- elettivit degli organi municipali;
- distinzione tra funzioni proprie e funzioni delegate;
- attribuzione alle autorit centrali di poteri di tutela amministrativa;
- istituzione di un livello provinciale e di un prefetto.

Le riforme degli anni 90 portarono alla modifica di alcuni di questi elementi del modello
napoleonico. La legge 142/90 rivede il discorso dell'uniformit del regime comunale, infatti
prevede che ogni comune abbia una propria autonomia statuaria, la stessa legge inoltre
prevede le aree metropolitane con compiti di coordinamento su alcune tematiche
particolari. E' rivisto anche l'elemento che riguarda il potere di tutela e controllo da parte
dello stato centrale, difatti stata molta pi autonomia legislative e amministrativa al
governo locale. La stessa legge ha inoltre aumentato almeno sulla carta le possibilit del
cittadino di partecipare alla legislazione locale, istituendo dei referendum su una tematica
di interesse comune. Importante stata anche la legge 265/99 che prevede ulteriori
obblichi da parte dell'ente locale nei confronti del cittadino, come l'instaurazione della
figura del responsabile del procedimento amministrativo.

Ora rapporteremo le caratteristiche del nostro governo locale rispetto ai governi locali
europei:
- guardando al numero dei livelli di governo possiamo dire che abbiamo in Francia e
Germania, come in Italia, tre livelli, mentre in Inghilterra ne troviamo due, discrict e
county;
- guardando alla situazione finanziaria l'Italia in una posizione intermedia, sia per
quanto riguarda la ripartizione del personale, sia per quanto riguarda le spese;
- guardando al tipo di finanziamento l'Italia ha visto dapprima un forte accentramento
e poi un accentuato decentramento. Fino al 72 il finanziamento dei comuni derivava dai 2/3
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delle entrate locali. Poi il finanzaimento stato gestito direttamente dallo stato, per poi
ritornare ad una situazione simile a quella del 72;
- guardando alla distribuzione delle competenze fra i diversi livelli di governo, bisogna
dire che in Italia, questa distribuzione stata confusa e con frequenti sovrapposizioni. Le
provincie hanno compiti strettamente sociali, e non si provveduto alla loro abolizione,
esclusivamente perch fanno da filtro fra regioni e comuni. I comuni sono l'istituzione
fondamentale del governo locale, hanno funzioni obbligatorie e funzioni facoltative. I
comuni vengono definiti come organi a vocazione universale con competenze in
vari aspetti della vita locale. Gestiscono l'uso e la pianificazione del territorio, offrono un
servizio demografico e di analisi della popolazione, protezione ambientale, lavori pubblici,
servizi sociali, spesso gestiti anche col coordinamento di provincie e regioni. A livello
europeo si denota che i paesi hanno una distribuzione delle competenze confua come in
Italia, anzi forse in alcuni casi peggiore, perch si notano diversi enti a pi livelli che non
hanno alcun potere.
- la cosa comune in tutti i paesi europei e che il governo locale retto da organismi
elettivi anche se i sistemi elettorali sono diversi. Il sistema elettorale precedente alla
riforma prevedeva l'elezione di un confsiglio comunale, che eleggeva il sindaco e la sua
giunta. Ora i cittadini eleggono il sindaco e danno un voto di preferenza alla sua giunta.
Vige il sistema maggioritario secondo cui eletto chi ha la maggioranza assoluta dei voti e
se non la raggiunge nessuno previsto il ballottaggio tra il primo e il secondo classificato.
Gli organi di governo sono in Italia, il consiglio, la giunta ed il presidente. La riforma ha
fissato i compiti di tutti e tre gli organi, il consiglio ha un ruolo di indirizzo e controllo, la
giunta ha competenza generale-residuale cio attua tutti quei compiti che non sono
previsti per gli altri organi, il presidente (sindaco e presidente della provincia) convocano
giunta e consiglio, rappresentano l'ente e sovrintendono al funzionamento dello stesso,
mantenendo il ruolo di ufficiale di governo.
- guardando alla classe politica, il politologo Barberis ha osservato che in Italia, i
consiglieri comunali sono in prevalenza, maschi, adulti, occupati professionalmente ed
istruiti.
- guardando al sistema di controllo sui poteri provinciali e comunali prima direttamente
effettuato dallo stato centrale ora si differenziato. Dalla nascita della Repubblica, il
controllo lo hanno i prefetti: Dal 1972 l'organo di controllo il Comitato Regionale di
controllo, nominato dal consiglio regionale, mentre al Prefetto rimane l'incarico di analisi,
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organizzazione e raccogliemnto di informazioni sugli enti pubblici, insieme alla difesa civile
e all'ordine pubblico.

POLITICHE PUBBLICHE E POTERE LOCALE: Dal governo alla governance

Le politiche pubbliche sono definite come un insieme di azioni, compiute da un insieme di
attori, che agiscono in relazione ad un problema collettivo. L'attenzione sulle politiche
pubbliche arrivata alla ribalta grazie allo studio di Ted Lowi che analizz il potere a New
York tra il 1898 e il 1958, ripercorrendo tutte le nomine fatte dal sindaco riguardanti posti
di diridenti pubblici. Lowi nella sua ricerca cita spesso un'altra ricerca effettuata da Sayre e
Kaufman, che osservarono quanto il potere disperso, provenendo da un molteplice
numero di fonti. I due scienziati osservarono che la dispersione portava alla necessit di
costruire alleanze tra vari attori, e che le decisioni avvenivano dopo lunghi negoziati. Lowi
riprese queste ipotesi e osserv che ad ogni tipo di politica pubblica corrisponde una
specifica configurazione del potere. Esegui quindi una distinzione fra politiche
redistibutive e politiche regolative. Le politiche redistributive sono contraddistinte da
un potere in mano alla classe ricca che agisce in contrapposizione con le associazioni dei
cittadini della classe medio-bassa, quindi il conflitto quello di classe. Le politiche
regolative sono contraddistinte invece dalla realizzazione di un fine comune ma il conflitto
nasce perch i vari attori che agiscono in queste arene vogliono raggiungere questo fine in
modi diversi, quindi il conflitto ci pu essere per motivi economici, ma raramente sar di
classe.

Lo studio delle politiche pubbliche, divenuto cos il tema pi vivace della scienza politica.
Negli anni recenti, si affermato il concetto di governance, dove importante
l'interazione tra stato e societ, che riporta in primo piano il ruolo degli attori non
governativi. Il concetto di governance sottolina frammentazione, eterogeneit ed
incoerenza dei processi di decisione pubblica. L'autorit locali diviene quindi un attore come
tanti altri, le autorit nazionali, gli esperti, i privati etc.... e quindi il concetto di governo
locale diviene obsoleto.

Le politiche urbane o territoriali

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Le politiche urbane condividono alcune delle caratteristiche principali delle politiche
pubbliche in generale. Esse sono selettive in qaunto riguardano alcuni problemi collettivi
ma non tutti, sono cumulative perch composte dall'insieme delle soluzioni date nel
passato e nel presente, sono radicate all'interno di alcune istituzioni. Le politiche urbane
sono state definite come tutte quelle politiche in cui vi maggior peso delle istituzioni
locali. L'attenzione alle politiche urbane cresciuta con lo sviluppo dell'ipotesi del cosidetto
stato duale, in cui stato centrale e stato locale si dividono i compiti. Lo studio sullo
stato duale propone una distinzione fra funzioni di investimento sociale (riservate al
centro) e funzioni di consumo sociale detto anche welfare (delegate al locale). In
poche parole mentre al centro si decide la politica di produzione, il locale gestisce la
riproduzione di forza lavoro. Di recente si anche studiato come la crisi fiscale dello stato
non abbia intaccato il ruolo delle politiche locali, difatti le citt quando non si sono trovate
pi i finanziamenti provenienti dal centro, hanno instaurato una competizione l'una contro
l'altra per accaparrarsi risorse economiche provenienti dai privati, quindi ad emanare
incentivi economici che invogliassero gli industriali a spostarsi nelle loro citt. Una
evoluzione simile si notata sopratutto in Europa, dove politiche di sviluppo economico
locale sono state emanate negli anni 70 durante la crisi fiscale dello stato. E' importante
comprendere come questa concorrenza e gestita e quali effetti abbia. Molti studiosi hanno
verificato che al contrario di qaunto si dicesse l'iperpluralismo delle citt crea
ingovernabilit in cui ognuno fa la guerra all'altro. In contrasto con questa linea di
pensiero, la regime theory che si viluppo negli anni 80, che afferma che il potere delle
citt non affidato a pi ruoli ma esclusivamente a chi controlla gli investimenti, anche se
questo controllo richiede poi un negoziato con vari attori. Per regime si intende infatti il
negoziato fra attori pubblici e privati che influenzano le decisioni di poltiche pubbliche. Un
regime urbano quindi una coalizione di maggioranza formata da soggetti pubblici e
privati. Infatti le scelte politiche di sviluppo nelle grandi citt saranna caratterizzate
dall'interazione tra:
- sforzi degli amministratori pubblici e imprenditori locali per costituire un'allenza
focalizzata allo sviluppo economico della citt;
- sforzo degli amministratori pubblici per organizzare coalizione elettorali;
- sforzi della burocrazia locale per ampliare la propria autonomia.
Lo sviluppo economico come le ricerche hanno evidenziato strettamente legato al
consenso elettorale. Grossi investimenti in grandi opere offrono benefici a livello elettorale,
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in ugual misura anche i privati ci guadagnano in quanto gli investimenti in politiche di
sviluppo mobilitano favorevolemente associazioni private, sindacati, universit, banche.

La nuova politica locale si basa quindi sull'allenza tra gli attori economici legati alla
comunit e il governo locale, in vista di programmi per lo sviluppo economico sociale delle
citt. Alcuni studiosi hanno per criticato l'idea che le politiche di sviluppo beneficino tutti,
in quanto la ricerca dello sviluppo economico e dello status di una citt non tiene mai
minimanete conto degli effetti ineguali della crescita, con una costante disgregazione
sociale, fra le citt, e nelle citt fra centro e periferia e fra ricchi e poveri. La crescita delle
diseguaglianze stata sopratutto notata con lo studio sulla globalizzazione, in cui si
notato come in alcune citt globali contraddistinte dall'essere, sedi di comando
nell'organizzazione dell'economia mondiale, localizzazioni e piazze di mercato per le
industrie di punta del periodo attuale, le principali sedi in cui le industrie di punta
producono le innovazioni, siano aumentate le diseguaglianze socio-economiche.
A seconda della forza degli attori chiamati in causa nelle decisioni di politiche di sviluppo,
nascono diversi conflitti che portano a varie forme di regime urbano: regime pluralista
caratterizzato da politici forti, regime elitista caratterizzato da forti imprenditori, regime
corporatista caratteriazzato dalla forza di entrambi, regime iperpluralista caratterizzato
dalla debolezza di entrambi.

Importante anche lo studio sulle risorse che gli amministratori pubblici utilizzano e a
seconda di quelle che utilizzano in prevalenza (legali o politiche) si hanno due tipi di politica
locale, la prima orientata alla gestione dell'amministrazione attraverso forme
collegiali di governo, la seconda interessata alla raccolta del consenso attraverso
la mobilitazione di individui potenti. Nel primo caso priprio del Nord Europa, si ha una
distribuzione degli incentivi universalistica, nel secondo proprio del Sud Europa e dell'Italia
in particolare si ha una distribuzione degli incentivi di tipo individualistico-clientelare.

Gli attori delle politiche territoriali in Italia

Gli attori nelle politiche territoriali in Italia, si possono dividere in attori istituzionali dotati
di compretenze decisionali dirette e altri attori portatori di risorse di natura poltica, legale,
economica o informativa e di conoscenze tecniche.
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Gli attori istituzionali, mentre prima si calcolava i livelli di potere sulla base del diritto di
emanare un atto, ora il potere lo si osserva nel guardare le fitte reti di relzioni che
intercorrono fra i diversi livelli di governo (rapporti intergovernativi), difatti alcuni
studiosi hanno osservato che alcune decisioni di politiche pubbliche a livello nazionali erano
gi state attuate a livello locale e che spesso vi sono infine scelte politiche che non possono
essere affrontate a livello nazionale, come alcune forme di politica sociale. Analizzando
quindi i rapporti intergovernativi si notato come abbiano assunto un ruolo importante i
partiti politici, in quanto permettono spesso agli organi locali di entrare in contatto e
negoziare con il centro. Il forte peso dei partiti nella politica locale italiana si pu constatare
dal fatto che l'80% dei consiglieri comunali iscitto o simpatizzante di un partito politico.
Sopratutto si evidenziato come i partiti politici abbiano un ruolo fondamentale nella
carriera di tutti i politici locali, anche se pochi di questi si spostavano poi alla politica
nazionale. Bisogna dire per che se vero che spesso gli amministratori pubblici sono
sempre accompagnati da un partito, questo non porta alla nascita di programmi concreti o
ad elaborare strategie redditizie, anzi i partiti quando una decisione non mette in gioco il
consenso politico se ne disinteressano delegando la totale risoluzione all'amministratore,
che prima decider secondo la sua idea e poi al limite comunicher al partito politico i
motivi della sua decisione, per far si che il partito possa rispondere all'opinione pubblica
sulla questione specifica. Numerosi aspetti apre anche il discorso sulla corruzione politica
in base alla quale gli amministratori gestiscono la spesa pubblica, rispetto alla possibilit di
recuperare tangenti dai privati che beneficiano delle decisioni degli amministratori. La
diffusione della corruzione, oltretutto porta i partiti e gli amministratori a concentrarsi sulle
attivit meno controllate e con pi possibilit di lucro nel breve periodo, senza tener conto
delle politiche che offrono benefici nel lungo periodo. Un altro attore istituzionale la
burocrazia caratterizzata dalla scarsa possibilit di azione autonoma, e da una debole
capacit d'influenza nelle decisioni di politiche pubbliche. In Italia sopratutto si notato
come la burocrazia sia oramai in rapporto diretto con i partiti, vista la scarsit del
cambiamento del panorama politico italiano in cui vi sono sempre gli stessi partiti e gli
stessi politici. Anche qui la corruzione ha fatto da collante, tra burocrati e politici che invece
di norma dovrebbero essere in conflitto. Le carenze della burocrazie, danno forza al ruolo
degli attori privati, in pirmo luogo degli esperti che oramai di regola, elaborano le
proposte avanzate da amministrazioni, partiti e gruppi di interesse, facendo ricorso alle
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proprie conoscenze professionali. Questi esperti intervengono in tutte le fasi e influenzano
in modo drastico le proposte e quindi le decisioni. La corruzione anche con gli esperti ha un
ruolo importante, perch gli stessi, vengono messi in ruoli decisionali all'interno delle
amministrazioni dai partiti, in cambio gli stessi partecipano all'analisi delle proposte, alle
gare di appalto e spesso anche al controllo dei lavori pubblici. Anche i gruppi di interesse
fanno parte degli altri attori, ma hanno pochissima influenza, sono associazioni, movimenti
con interessi specifici in alcune politiche pubbliche, ma anche loro sono oramai organizzati
e alimentati dai partiti politici. Inoltre la corruzione entra in gioco anche nei rapporti fra
gruppi di interesse e decisioni politiche.

Il contenuto delle politiche pubbliche in Italia

Bisogna ora prestare attenzione al contenuto delle politiche pubbliche in Italia.

- In primo luogo l'Italia si caratterizza per il carattere fortemente distributivo-erogatorio
delle politiche, cio la forte presenza di politiche basate sulla distribuzione di benefici alla
popolazione, attraverso trasferimenti monetari o benefici monetizzabili. Persempio nella
politica urbanistica, in mancanza di proposte attuabili e di investimenti nell'edilizia pubblica,
il conmsenso politico stato cercato attraverso la tolleranza verso gli abusi edilizi e la
costruzione delle baraccopoli.

- In secondo luogo il contenuto caratterizzato dal carattere emergenziale del processo
decisionale. Nel dopoguerra avvenuta una politica urbanistica che ha stravolto le citt sia
nel centro che nelle periferie con la cementificazione dilagante, ora la politica urbanistica
prende decisioni come i piani regolatori, che dovrebbero rappresentare la premessa per
delle decisioni sostanziali e definitive. Oltretutto sembra sempre pi spesso che le
emergenze reali e prodotte nell'urbanistica hanno dato vita all'aumento della relazione fra
inefficenza ed illegalit. L'emanazione di decisione spesso legata all'approvigionamento di
tangenti, per cui chi per situazioni di emergenza deve accelerare i tempi delle decisioni
spesso costretto ad elargire somme di denaro per vedersi accontentato.

- In terzo luogo le politiche pubbliche sono reattive, in quanto non essendoci nessun
quadro programmatico delle politiche pubbliche, la pubblica amministrazione procede
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mediante iniziative confuse, che spesso portano solo a decisione prese sulla carta, anche
nei rapporti con i privati, oppure nell'apertura di cantieri che poi rimangono aperti in attesa
che qualcuno vi lavori. Oltretutto la corruzione accentua anche questa tendenza, in quanto
proprio il desiderio di guadagnare illecitamente porta gli amminsitratori pubblici a prendere
decisioni che non guardano all'utilit dell'opera o al soddisfacimento della popolazione,
quindi si aprono cantieri in zone assurde, che non ne hanno bisogni, cantieri sempre aperti,
il cui risultato non viene controllato e di norma non mei quello per cui era stato aperto.

- In ultimo, vi la gi menzionata frammentazione delle competenze, dovuta proprio ai
numerosi rapporti intergovernativi sviluppatisi per qualsiasi decisione.
Nell'impossibilit di ridurre la frammentazione si quindi deciso di governarla. Il governo
nazionale negli ultimi anni ha iniziato a favorire la programmazione dei progetti dei governi
locali, coordinando i vari livelli fra loro. Analisi dei risultati hanno per osservato che
neanche il tentativo di goveranre la frammentazione riesce nel suo intento, il fallimento
dovuto sopratutto alla corruzione che oramai viaggia insieme alla cattiva amministrazione.
E' un circolo vizioso, perch se da una parte le debolezze della pubblica amministrazione
hanno avvantaggiato la corruzione, visto che la scarsa capacit di progettazione ha portato
a richiedere i servizi esterni. La cattiva amministrazione si quindi unita alla corruzione,
tutto ci comporta una perdita di fiducia dei cittadini e dei privati che per lavorare o
solamente per vedere i propri diritti assolti devono trovare canali privilegiati, con le
tangenti. La corruzione accresce l'inefficenza amministrativa e rimette in moto il circolo.

I nuovi sindaci

Questo circolo vizioso tra cattiva amministrazione e corruzione sembra essersi interrotto,
grazie alle indagini su Mani Pulite e grazie alle riforme istituzionali degli anni 90. Una delle
riforme pi importanti stata quella relativa al ruolo del Sindaco. Fino al 1993 il Sindaco
era pi che altro un simbolo pi che un policy-making, aveva scarse risorse ed era spesso
del consiglio comunale. Le ricerche di alcuni studiosi hanno portato a dividere i tipi di
Sindaci esistenti prima della riforma:
- mediatore, che relazione con tutti gli attori;
- valvassore, che relaziona esclusivamente col leader politico nazionale o regionale;
- chierico, prigioniero del partito, ha rapporti solo col partito;
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- attivista amministrativo, relazione con i burocrati pubblici;
- amministratore delegato, legato a un gruppo economico;
- demagogo, relaziona con i cittadini;
- outsider autorevole, distante da tutti, collabora in generale;
- avventizio, senza relazioni, isolato.

Con la legge 142/90 e 81/93, le cose sono cambiate, inanzitutto il Sindaco il primo capo
di governo ad essere eletto direttamente nella Repubblica. Ci gi comporta un'enorma
modifica del suo ruolo, il Sindaco odierno tende ad avere pochi contatti, sia con i burocrati
sia con il partitom sia con i poltici che gli ruotano attorno. Ha acquisito potere, la scelta
degli assessori viene effettuata tra i tecnici, geometri, ingegneri ..., e la giunta spesso la
squadra del sindaco. A livello nazionale i Sindaci si sono spesso riuniti in assemblee, hanno
stretto collaborazioni e hanno partecipato a manifestazioni. Negli ultimi anni queste novit
sono state un p oscurate dal fatto che sempre pi spesso i Sindaci sono risultati legati ai
partiti, anche perch alle elezioni si notato come dopo l'euforia del 93, in cui i cittadini
tendevano a votare l'uomo, ora sembra che si sia tornati a votare per il partito a cui
l'uomo legato. Questo riporta frammentazione all'interno del consiglio e scarsa possibilit
che il Sindaco riesca ad avere determinate risorse per poter affermare le proprie decisioni.


INTEGRAZIONE EUROPEA E IDENTITA' REGIONALI

Analizziamo dapprima i concetti di:
Europeizzazione: il processo di integrazione che si realizza nel quadro dell'Unione
Europea;
Regionalizzazione la creazione e il rafforzamento di istituzioni substatali all'interno degli
attuali stati nazionali dell'Europa Occidentale;
Regionalismo: il processo mediante il quale un movimento sociopolitico manifestandosi in
forme diverse, quasi sempre in veste di partito politico, vuole rappresentare e difendere la
cultura di una popolazione che occupa un certo territorio nello stato nazionale.

Il concetto di Europa delle Regioni nasce gi dagli anni 30, ma negli utlimi anni ha preso
piede grazie alla crisi dei governi nazionali e alle drammatiche conseguenze delle loro
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rivalit. Questa idea che riprese piede negli anni 80 ha portato all'affermazione delle
regioni nell'odierna Unione Europea.

Il regionalismo stato spesso chiamato in causa per identificare quelle minoranze spesso
sottosviluppate che occupavano una parte di paese facendo capo ai finanziamenti del
governo nazionale o delle regioni pi ricche. Durante le proteste degli anni 70 i regionalismi
hanno indebolito fortemente gli stati nazionali. Quello che emerse che sempre pi spesso
le aree che protestavano contro gli il centralismo degli stati nazionali, non erano quelle
povere, ma quelle che godevano di un buon sviluppo tecno-economico. Questi movimenti
col tempo hanno dato vita a partiti politici o hanno rivitalizzato quelli che gi si erano
costituiti e hanno fatto la loro entrata nelle elezioni prima regionali, poi nazionali, per
arrivare fino a quelle per il parlamento europeo. Questi fenomeni hanno portanto gli stati
nazionali a creare o a rafforzare le istituzioni regionali, effettuando dei pesanti trasferimenti
di funzioni e talvolta rendendo autonome le decisoni su alcune tematiche politiche. In
Europa tutti gli stati sono stati colpiti dal fenomeno. Geramnia ed Austria meritano un
discorso a parte perch sono stati nati federalisti, con vari lander (regioni) autonome. Il
Belgio divenuto federale dal 93, grazie proprio ai movimenti regionalisti che avevano
minato lo stato unitario. Cos come la Spagna costretta a riconoscere l'autonomia
governativa ad alcune zone, famose per la lotta per la propria identit. Questo ha portato
poi altre zone meno attente alla politica a richiedere a loro volta istituzione locali, che la
Spagna ha dovuto accordare, anche perch alcuni movimenti etnico-nazionali nati in queste
aree erano estremamente violenti. Ugualmente l'Italia nel dopoguerra ha diviso il territorio
in regioni, anche se da subito hanno iniziato a funzionare quelle a statuto speciale, cio
quelle pi autonome sia dal lato politico che economico. Nel 1970 sono finalmente nate
anche le regioni a statuto ordinario. La Francia negli anni ottanta ha varato una grande
riforma che ha diviso il territorio in 22 regioni. Ultima in Europa la Gran Bretagna che ha
dovuto per gli stessi motivi della Spagna, dare autonomia sia al Galles che alla Scozia. Gli
stati minori dell'Europa non conoscono ancora forme di decentramento regionale, anche se
in alcuni vi sono dei movimenti etnico-nazionali che stanno attirando l'attenzione dei
governi centrali.

I partiti politici nel parlamento europeo sono entrati da circa 20 anni, partendo da 5 partiti
arrivando fino a 20 con una 50 di rappresentanti. Questo fenomeno dovuto al fatto che
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alle elezioni europee non vi grande partecipazione dei cittadini e quindi i partiti pi grandi
perdono tanti consensi, mentre i cittadini facenti parte delle regioni dei partiti regionalisti,
hanno una grande affluenza alle urne, proprio perch sanno che il momento buono per
farsi valere. Peccato che i partti regionalisti non hanno grande peso sulla politica europea,
in quanto tutti i rappresentanti di questi partiti non si sono mai trovati daccordo per craere
una coalizione, troppe sono le differenze che li dividono. Spesso un partito ricorre
all'alleanza con partiti di stampo nazionale per vedere soddisfatto i suoi interessi.

La regionalizzazione ha portato numerosi benefici agli stati, il decentramento politico ed
economico ha aiutato la creazione e lo sviluppo di nuove realt, velocizzato la burocrazia,
alleggerito di compiti lo stato nazionale. Le regioni hanno un senso anche in Europa, visto
che si notato come alcune regioni di vari paesi europei si siano coalizzate per interessi
comuni, peresempio la comunit di lavoro delle Alpi centrali, di quelle orientali e di quelle
occidentali, tre differenti gruppi nati dalla coalizione di regioni italiane, austriazhe, svizzere,
francesi e tedesche.

Nel 1985 le organizzazioni interregionali hanno dato vita all'assemblea delle regioni
d'Europa (ARE) che comprende 160 regioni, tra cui anche quelle di stati non presenti
nell'UE. Questo tende negli anni all'allargamento naturale dell'Unione Europea verso quegli
stati che hanno regioni che gi sono unit a quelle degli stati compresi nell'EU. Nello stesso
momento le regioni degli stati UE hanno preso l'iniziativa per farsi sentire nel Parlamento
europeo, facendo nascere uffici a Bruxelles, e uffici nelle proprie regioni specializzati nel
rapporto con l'Unione.

C' da dire che l'UE sempre stata attenta ai governi locali nazionali, favorendo anche
alcuni accordi a livello internazionale fra regioni di paesi diversi, ha inserito come caposaldo
dei propri principi il federalismo e la regionalizzazione o comunque qualsivoglia tipo di
decntramento che comporta benessere a livello sociale ed economico. Non a caso anche
l'Unione Europea tipicamente una congregazione federale, con tanti stati membri con un
governo autonomo, coordinato dalle istituzione europee di Bruxelles. L'Europa delle regioni,
quindi emerge lentamente nel nuovo panorama europeo, grazie alla relazione fra diversi
fattori, l'inziativa delle regioni, l'autonomia data dagli stati centrali e la dinamica politica
dell'EU.
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