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Vita Quinto Orazio Fiacco nacque 18 dicembre del 65 a.C.

a Venosa, una colonia militare romana, al confine fra Apulia e Lucania. La sua famiglia era modesta: il padre era un liberto (probabilmente un exschiavo pubblico) e a Venosa possedeva una piccola propriet: pi tardi, trasferitesi a Roma, vi esercit il mestiere di esattore nelle vendite allasta. Nonostante la modesta condizione sociale, a Orazio fu assicurata la migliore educazione: compiuti i primi studi nella scuola locale, il padre lo port a Roma, dove Orazio pot frequentare la scuola del grammatico Orbilio: ammiratore dei poeti arcaici, costui usava le nerbate per convincere i suoi scolari a studiare lOdusia di Livio Andronico (Orazio escogiter per lui lepiteto plagosus). Attorno ai ventanni, come facevano i giovani di buona condizione, Orazio si rec in Grecia a perfezionare gli studi. Ad Atene approfond le sue conoscenze filosofiche, ascoltando le lezioni di maestri come Cratippo di Pergamo, filosofo peripatetico, e di Teomnesto, accademico. Ma la sua carriera di studente fu traumaticamente interrotta. La Grecia era allora teatro di storici avvenimenti: gli uccisori di Cesare ne avevano fatto la loro principale base di operazione, e fu naturale che il giovane Orazio, fresco di studi filosofici, fosse attratto dagli ideali della libertas (nonch lusingato da brillanti prospettive di carriera): egli si arruol nellarmata repubblicana di Bruto, ricevendo il comando di una legione con il titolo di tribuno militare (il che non era poco per il figlio di un liberto). La rotta di Filippi (42 a.C.) interruppe la sua carriera militare: con amara autoironia egli dir poi di avervi abbandonato (come Archiloco, Alceo e Anacreonte) lo scudo. Pot tornare a Roma nel 41 a.C., grazie a una amnistia: ma il fondo di Venosa era stato confiscato dai triumviri, ed egli dovette impiegarsi come scriba quaestorius, per guadagnarsi di che vivere. Cominci anche a scrivere versi, entrando in contatto con poeti e letterati. Probabilmente attorno alla met del 38 a.C. Virgilio e Vario lo presentano a Mecenate, ministro di Ottaviano, uomo di lettere e protettore di letterati. Nove mesi pi tardi, Mecenate lo ammette nel circolo dei suoi amici. Probabilmente nel 33 a.C. Mecenate gli dona un podere nella campagna sabina, che gli dar tranquillit economica e gli assicurer un apprezzato rifugio dagli affanni e dalle scomodit della vita romana. Da quel momento, la sua vita scorre senza eventi significativi, scandita soltanto dalla pubblicazione delle sue opere sotto il patronato di Mecenate e pi tardi, con il progressivo ritirarsi di Mecenate dalla scena, del principe stesso. Con Augusto, Orazio fu in relazione abbastanza stretta, fatta di devota cordialit, ma senza servilismi: quando il principe gli chieder di diventare suo segretario personale, Orazio potr declinare, con garbo e fermezza, lofferta. Nell8 a.C. Mecenate
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mor, raccomandando affettuosamente il poeta alla benevolenza di Augusto. Ma Orazio, doveva seguirlo nella tomba solo due mesi pi tardi, il 27 novembre. Opere Epdi Sono diciassette componimenti, scritti in un arco di tempo fra il 41 e il 30 e pubblicati insieme al II libro delle Satire. Il nome rimanda alla forma metrica: epodo propriamente il verso pi corto che segue a un verso pi lungo, formando con esso un distico. Orazio li chiama Iambi facendo riferimento al ritmo che prevale negli Epodi e, insieme, alludendo al recupero di quel tono aggressivo che fin dalle origini era tradizionalmente associato alla poesia giambica greca. La raccolta ordinata secondo il criterio editoriale metrico invalso a partire dallet alessandrina: i componimenti 1-10 sono in trimetri e dimetri giambici alternati: l11 in trimetri giambici ed elegiambi alternati, nei componimenti 12-16 lesametro si alterna con un altro verso (per lo pi il trimetro); infine un componimento (il 17) non epodico, in trimetri giambici. La raccolta caratterizzata da una variet di argomenti. Oltre al componimento proemiale, indirizzato a Mecenate (Orazio si dichiara pronto a condividere con lamico qualunque pericolo: forse quelli connessi alla spedizione di Azio?) si possono distinguere vari gruppi: i carmi di invettiva (l8 e il 12 contro una donna vecchia e vogliosa, il 5 e il 17 contro la strega Canidia, il 4 contro un arricchito, il 6 contro un ignoto maledico, il 10 contro un poetastro; il 3 uninvettiva scherzosa contro laglio e Mecenate che glielo ha imbandito); gli epodi erotici (11, 14, 15); gli epodi civili (il 7 e il 16 deprecazioni della guerra fratricida, il 9 celebrazione della battaglia di Azio); isolati lepodo gnomico 13 (un invito a bere in una giornata dinverno) e lambiguo epodo 2 (un elogio della vita rustica sulle labbra ipocrite di un usuraio). Satire Un primo libro di 10 componimenti (da un minimo di 35 esametri a un massimo di 143), dedicato a Mecenate, fu pubblicato forse nel 35 (e comunque entro il 33). Nel 30, insieme agli Epodi, appare il secondo libro (8 satire soltanto, ma la terza, considerevolmente pi lunga del solito, conta ben 326 versi). In totale le Satire contano pi di 2000 versi. Difficile la cronologia interna: sono ritenute fra le pi antiche le satire 1,7 e 1,2: alla satira 1,2 fa riferimento 1,4 che sicuramente anteriore a 1,10. Gli argomenti sono vari: alcune satire sono di argomento letterarioprogrammatico (oltre a 1,4, una satira di commiato e una proemiale: 1,10 e 2,1); 1,1 tratta dellincontentabilit umana e dellavarizia; 1,2
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contro ladulterio; 1,3 sullindulgenza nei confronti dei difetti; 1,5 , sul modello del luciliano iter Siculum, un diario di viaggio (Orazio, insieme ad altri amici del circolo, aveva accompagnato Mecenate in una missione diplomatica a Brindisi); 1,6 una riflessione sulla propria condizione sociale e i rapporti con Mecenate; 1,7 rievoca un battibecco fra un mercante greco e un proscritto di Preneste; in 1,8 una statua di Priapo racconta una notte di incantesimi; 1,9 una specie di vivacissimo mimo: il poeta mette in scena se stesso alle prese con un seccatore per le strade di Roma; 2,2 espone le argomentazioni di un contadino di Venosa, Ofello, contro il lusso della mensa; 2,3 un dialogo fra il poeta e Damasippo, neofita dello stoicismo, che riferisce una lunga predica del filosofo Stertinio contro i quattro vizi capitali, per dimostrare il paradosso stoico secondo cui tutti gli uomini, meno il filosofo, sono pazzi; in 2,4 Orazio espone la sua teoria gastronomica; 2,5 ha unambientazione mitologico-fantastica di tipo menippeo: Tiresia insegna ad Ulisse come rifarsi un patrimonio andando a caccia di eredit; in 2,6, come nella satira corrispondente del I libro, Orazio riflette su se stesso e i suoi rapporti con il patrono Mecenate; 2,7 ancora un dialogo fra il poeta e il suo servo Davo, che dimostra (riferendo di seconda mano gli insegnamenti dei filosofo Crispino) un altro paradosso stoico: tutti gli uomini, meno il saggio, sono schiavi. In 2,8 Fundanio racconta ad Orazio una cena in casa del ricco Nasidieno, che ha pretese di gastronomo (qualcosa di simile era in Lucilio e da questa satira trarr spunto Petronio per la Cena Trimalchionis). Odi (Carmina) Una raccolta di tre libri (88 carmi in tutto) venne pubblicata nel 23 a.C. Orazio vi aveva lavorato per circa sette anni: fra i componimenti databili, il pi antico 1,37 (un canto di gioia per la morte di Cleopatra, avvenuta nel 30 a.C.). Alla poesia lirica doveva tornare sei anni pi tardi, per comporre, su incarico di Augusto, linno che un coro di ventisette fanciulle e altrettanti giovinetti avrebbe eseguito nelle celebrazioni dei ludi saeculares ( il cosiddetto Carmen Saeculare, in metro saffico: una invocazione agli dei, soprattutto Apollo e Diana, perch assicurino prosperit a Roma e al regime augusteo). Orazio si dedic poi ancora alla poesia lirica e aggiunse ai precedenti un IV libro di Odi (15 componimenti): lultima databile (4,5) fa riferimento al ritorno di Augusto dal Settentrione (luglio del 13 a.C.). La lirica oraziana sperimenta metri vari: dominanti sono la strofe alcaica (37 componimenti su 103), la strofe saffica minore (25 componimenti), la strofe asclepiadea nelle sue varie forme (34 componimenti). Gli altri metri sono per lo pi rappresentati in esempi isolati. In totale, i quattro libri delle Odi contano 3034 versi, cui si aggiungono i 76 versi del Carmen Saeculare. Ci sono odi brevissime (la famosa 1,11 e 1,38 hanno per
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esempio solo 8 versi), odi brevi (di 16, 20 o 24 versi); ci sono odi pi lunghe, fino a un massimo di 80 versi (lode 3,4). Merita attenzione la disposizione dei componimenti allinterno della raccolta (lo spunto era venuto dalle edizioni alessandrine dei lirici greci). In poesia alessandrina e, per imitazione, in poesia romana, i libri poetici erano organizzati artisticamente, ordinati in una struttura architettonica significativa. Le odi di apertura e di chiusura sono indirizzate a personaggi di riguardo (1,1 e 2,20 a Mecenate; 2,1 a Pollione; 4,1 a Paolo Fabio Massimo e 4,15 ad Augusto) e spesso, secondo una tradizione consolidata, trattano questioni di poetica (1,1, 2,20 e 3,30 sono i casi pi noti). Anche il secondo posto, il penultimo, nonch la posizione centrale, sono sedi privilegiate. Spesso il poeta giustappone carmi di contenuto simile (ad esempio 4,8 e 4,9 sullimmortalit assicurata dalla poesia) e in un caso costituisce un vero e proprio ciclo (3,1-6) segnalato da un proemio (3,1) e da un proemio mediano (3,4) e dedicato ai temi dellideologia nazionale (sono le cosiddette odi romane). Ma il criterio favorito di organizzazione del libro sembra essere quello della variatio: sia dal punto di vista metrico-formale (i primi nove componimenti del I libro sono in nove differenti metri e in un altro metro ancora lode 1,11: quasi unesposizione in catalogo delle possibilit metriche oraziane), sia di tono e di contenuto (alternanza di temi politici e temi privati, stile alto e stile leggero). A differenza della lirica moderna, le odi di Orazio raramente danno voce a libere meditazioni o introspezioni: quasi sempre hanno unimpostazione dialogica, sono rivolte ad un tu che pu essere un personaggio reale ( il caso relativamente pi frequente, anche se meno frequente che nella poesia neoterica), immaginario (sono considerati tali le figure femminili e i personaggi maschili di nome greco), un dio o la Musa, una collettivit, perfino un oggetto inanimato. Epistole II I libro delle Epistole pubblicato nel 20 a.C. Orazio vi ha lavorato tre anni, dopo la pubblicazione di Odi I-III. La raccolta comprende 20 componimenti in esametri: si va dai 16 versi della quarta epistola ai 112 di 1,18. I versi sono in totale poco pi di mille. Lepistola proemiale dedicata a Mecenate ed una specie di presentazione-giustificazione della nuova forma letteraria; 1,2, a Lollio, una riflessione sugli insegnamenti morali ricavabili dalla lettura di Omero; 1,3, a Floro, chiede informazioni sullattivit letteraria degli amici di Tiberio; 1,4, ad Albio (Tibullo) contiene precetti epicurei allamico poeta; 1,5, a Torquato, un invito a cena; 1,6, a Numicio, sul tema filosofico della impassibilit; 1,7, a Mecenate, una garbata rivendicazione di autonomia (e soprattutto del diritto di vivere lontano da Roma); 1,8, ad Albinovano Gelso,
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sullinquieto torpore che affligge il poeta; 1,9, a Tiberio, un biglietto di raccomandazione; 1,10, a Fusco, su vita di citt e vita di campagna; 1,11, a Bullazio, sulla mania dei viaggi e la strenua inertia (smanioso torpore): 1,12, a Iccio, amministratore dei beni di Agrippa, che si interessa di filosofia; 1,13, contiene istruzioni a Vinnio, che incaricato di consegnare ad Augusto i primi tre libri delle Odi; 1,14, al fattore della villa sabina, sulla vita di campagna in confronto alla vita di Roma; 1,15, a Numonio Vaia, chiede informazioni per un soggiorno a Salerno e Velia; 1,16, a Quinzio, sullideale del vir bonus; 1,17, a Sceva, e 1,18, a Lollio, contengono una serie di consigli su come trattare con i potenti del mondo; 1,19, a Mecenate, di argomento letterario: Orazio polemizza contro gli imitatori servili e difende la propria poesia lirica; 1,20, rivolta al libro stesso, un commiato dalle Epistole ed una previsione sullaccoglienza che ad esse sar riservata. Il II libro, forse pubblicato postumo, fu composto negli anni fra il 19 e il 13. Contiene due lunghe epistole di argomento letterario: la prima, ad Augusto, critica lammirazione per i poeti arcaici e esamina lo sviluppo della letteratura romana; la seconda, a Giulio Floro, pi personale, una specie di congedo dalla poesia, con un quadro memorabile della vita quotidiana del letterato romano e unampia riflessione sulla ricerca della saggezza filosofica. Nel II libro molti fanno rientrare lepistola ai Pisoni, detta Ars poetica, sulla cui datazione si discute parecchio (probabilmente posteriore al 13, data dellepistola ad Augusto, ma alcuni la collocano tra il I libro delle Epistole e il Carmen Saeculare). LArs poetica un trattato di 476 esametri, che espone fondamentalmente teorie peripatetiche sulla poesia, soprattutto drammatica (secondo Porfirione, fonte di Orazio era Neottolemo di Pario, un grammaticopoeta del III secolo a.C.). Con una certa difficolt stata rintracciata una struttura interna dellopera: i vv. 1-294 parlano dellars, i vv. 295-476 dellartifex; a sua volta, la prima sezione sembra bipartita tra la trattazione della poesis (il contenuto dellopera, vv. 1-44) e la trattazione del poema (lo stile, vv. 42294). Fonti Fonte principale Orazio stesso, le cui opere sono disseminate di notizie autobiografiche e di allusioni relative alla realt contemporanea (in questi casi in genere utile consultare le spiegazioni dei commentatori antichi). Alcuni importanti manoscritti oraziani riportano una Vita Horati, dedotta dal De viris illustribus di Svetonio: in genere la si premette alle moderne edizioni critiche del poeta. Gli Epodi come poesia delleccesso
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La produzione giambica di Orazio sembra legata, come il poeta stesso dichiarer, alla fase giovanile della sua attivit poetica e alle particolari condizioni di vita che caratterizzarono il periodo immediatamente successivo allesperienza di Filippi (Epistole 2,2,50 segg.): ... ero a terra, le ali tarpate, privato della casa e del fondo di mio padre: sfacciata la povert mi spinse a fare versi A questa situazione di disagio quasi naturale collegare asprezze polemiche, toni carichi, linguaggio poetico violento. Ci, per molti aspetti, fa degli Epodi un caso isolato nella produzione poetica oraziana e ci consegna unimmagine del poeta molto diversa da quello stereotipo (buon gusto, affabilit, umanit cordiale, distacco dalle passioni, senso della misura) cui stata sempre collegata la fortuna di Orazio nella cultura europea. Parecchi interpreti oraziani esitano per giustamente a mettere in collegamento troppo immediato (e soprattutto meccanico) gli Epodi e questa esperienza autobiografica. Bisogna anzitutto saper valutare quanti, fra i tratti distintivi di questa poesia, risalgano alle regole del genere, alla imitazione dei modelli - quella letterariet non soltanto implicita, ma consapevole e dichiarata, che caratterizza complessivamente la poetica oraziana (Epistole 1,19,23 segg.): Io per primo trapiantai nel Lazio i giambi del poeta di Paro, seguendo i ritmi e gli spiriti di Archiloco, non gli argomenti e le parole che perseguitavano Licambe. Della imitazione in Orazio e nei poeti augustei in genere diremo pi avanti, a proposito delle Odi. Importa adesso osservare come questa dichiarazione, rispettosa ed orgogliosa ad un tempo, rivendica anzitutto labilit versificatoria, il merito di aver trasferito in poesia latina i metri di Archiloco (e in effetti la maggior parte degli schemi epodici oraziani ha riscontro con quanto ci testimoniato nei frammenti del poeta di Paro). Ma Orazio rivendica esplicitamente anche i diritti delloriginalit: egli afferma di aver mutuato da Archiloco i metri (numeri) e lispirazione aggressiva (animi), ma non i contenuti (res) e le parole che perseguitavano Licambe (Licambe era padre di Neobule, la fidanzata di Archiloco: secondo la tradizione, le invettive del poeta portarono padre e figlia al suicidio). Orazio non vuoi dire soltanto che gli Epodi non sono traduzioni e che egli attinge a una realt romana e personale, ma probabilmente vuole anche segnalare alcune peculiarit della sua ispirazione archilochea. Se una sensibilit esasperata da disagi e amarezze poteva fargli sentire delle affinit con la passionalit accesa e il feroce spirito polemico archilocheo, non dovevano sfuggire neanche a lui le differenze. Archiloco dava voce agli odi e ai rancori, alle passioni civili e alle tristezze di un
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aristocratico greco del VII secolo a. C. Orazio scriveva nella Roma dominata dai triumviri e sarebbe entrato presto nellentourage di Ottaviano; era figlio di un liberto, era appena uscito da una difficile e rischiosa esperienza politica. Laggressivit di Orazio non pu rivolgersi che contro bersagli minori: personaggi scoloriti, anonimi, o addirittura fittizi (un usuraio, un arricchito, una fattucchiera, una signora invecchiata). Tutto ci ha contribuito a dare unimpressione di artificiosit letteraria, e si detto anche che talvolta sono proprio le res a venire da Archiloco, senza che Orazio riesca e ricrearne gli animi. Un esempio famoso lepodo 10. In una specie di propemptikn (carme di buon viaggio) a rovescio, Orazio augura a Mevio di fare naufragio. Il modello qui un carme di Archiloco, di cui fortunamente ci giunto un significativo frammento (il cosiddetto epodo di Strasburgo). Ma dal modello Orazio risulta abbastanza lontano: non tanto perch non sia capace di riprodurre la seriet e la drastica ferocia dellinvettiva archilochea, quanto perch, a differenza di Archiloco (il cui nemico un ex-amico che lo ha offeso e tradito). Orazio lascia in sordina proprio il carattere personale dellinvettiva (non viene detto chi sia Mevio e perch Orazio ce labbia con lui). In questo, come in altri casi, la violenza delle minacce e delle maledizioni suona un po a vuoto e talvolta pu sembrare addirittura giocosa (come chiaramente nellepodo dellaglio, il 3). Ma non c dubbio che lo spirito archilocheo (indipendentemente dalla questione del carattere reale o fittizio dei singoli bersagli) doveva sembrare ad Orazio opportuno per esprimere le ansie e le passioni, le paure e le indignazioni di tutta una generazione: si pensi ad esempio allepodo 4, che reagisce ai repentini rivolgimenti sociali connessi alla rivoluzione romana, o alle inquietudini espresse negli epodi relativi alle guerre civili. Anche per influsso dei Giambi di Callimaco (un altro dei modelli greci importanti per gli Epodi) Orazio, in ogni modo, doveva sentire connaturata a una raccolta giambica lesigenza della variet. Lavorando contemporaneamente a Satire ed Epodi, egli sembra riservare a questi ultimi quella molteplicit di temi, di toni e di livelli stilistici, che la tradizione romana assegnava piuttosto allambito della satira. Un gruppo ben individuato costituito, per esempio, dagli epodi erotici, poesie damore che svolgono motivi e situazioni della lirica erotica ellenistica, e ne riproducono anche il linguaggio e lintonazione patetica, mentre la tradizione dellidillio rustico (insieme a motivi ideologici pi specificamente romani) si risente dietro lambiguo elogio della campagna dellepodo 2. E anche dal punto di vista dellespressione, nonostante che resti caratteristico degli Epodi un linguaggio teso e carico, che indugia sugli aspetti pi crudi e talvolta ripugnanti della realt, la poesia giambica di Orazio pu ospitare anche una dizione pi sorvegliata: accanto al poeta degli eccessi, intravediamo il poeta della misura.
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Le Satire
Un genere tutto romano: Orazio e Lucilio

Secondo il giudizio di Quintiliano, satura tota nostra est: egli non riusciva cio a indicare autori greci che fossero serviti come punto di riferimento agli autori di questo genere letterario. E anche Orazio, nei componimenti programmatici che forniscono le coordinate della sua poesia satirica, indica in Lucilio linventore del genere. Il che non era affatto scontato. Lasciando pure da parte lantica satura drammatica, su cui siamo poco informati (doveva essere unazione scenica rudimentale, accompagnata dal flauto, con mimica, danza e aggressioni buffonesche), aveva scritto satira Ennio. Anche qui manchiamo di notizie sufficienti: si ritiene in genere che le sue Satire fossero caratterizzate dalla variet (di metro, stile, contenuto) e prevedessero spunti autobiografici, riflessioni gnomiche, aneddoti, favole, dialoghi (molti elementi che torneranno nei poeti satirici successivi). Ma Orazio non nomina Ennio e anche Quintiliano lo escluder dalla linea che da Lucilio va ad Orazio, Persio, Giovenale. Lucilio era quindi identificato come colui che aveva fissato i tratti costitutivi della poesia satirica. A lui risaliva un elemento fondante (soprattutto nella cultura letteraria degli antichi): la scelta dellesametro come forma metrica della satira. Ma soprattutto Lucilio aveva praticato questo genere letterario come strumento dellaggressione personale, della critica mordace. Laggressivit pareva ad Orazio un elemento tanto caratteristico che egli si sentiva di mettere Lucilio in collegamento (piuttosto che con Ennio) con i poeti della commedia greca antica, Eupoli, Gratino, Aristofane (Satire 1,4,3 segg.): se cera uno che meritava dessere messo in berlina, perch furfante o ladro o adultero o sicario o altrimenti famigerato, lo bollavano senza tanti riguardi. Da qui Lucilio dipende tutto.... Secondo questo tratto orientante Lucilio organizzava dunque la rappresentazione della societ contemporanea, soprattutto del ceto dirigente. Nella sua poesia aveva per posto una grande variet di temi e di interessi: cerano polemiche letterarie, discussioni filosofiche, questioni linguistiche o grammaticali o lettere, conversazioni. Pi importante di tutti era lelemento autobiografico. La satira luciliana ospitava fatti, personaggi e osservazioni connesse alla vita personale del poeta. Anche in questo Orazio sar consapevole di raccogliere leredit del maestro (Satire 2,1,30 segg.):

Come a fedeli compagni, ai libri egli soleva affidare i suoi segreti, ne altrove ricorreva se le cose gli andavano male, ne se gli andavano bene: perci avviene che tutta la vita di questo vecchio ci sta davanti agli occhi, come fosse dipinta su un quadretto votivo.... Satira e diatriba: la morale oraziana Nella coscienza letteraria di Orazio, la sua satira era dunque luciliana perch da Lucilio ereditava i due segni distintivi dellaggressivit e dellautobiografia. Ma Orazio stesso non sottovalutava le differenze che lo separavano dallinventor del genere: egli per sottolineava principalmente quelle relative allo stile, criticando in Lucilio (soprattutto nelle satire 1,4 e 1,10) la sciatta e abbondante facilit. Importanti differenze cerano per anche dal punto di vista della forma dei contenuti. In Lucilio, che pure dedicava attenzione ai temi della riflessione morale, e riformulava motivi della tradizione diatri-bica, non era chiaro il rapporto tra diatriba e aggressivit. Caratteristico della satira di Orazio invece proprio un collegamento stabile e organico di queste due componenti. In Orazio, lattacco personale sempre collegato con una intenzione di ricerca morale. Al piacere gratuito dellaggressione (un tratto aristofanesco ancora vivace in Lucilio) Orazio sostituisce lesigenza di analizzare i vizi (gli eccessi, la stoltezza, lambizione, lavidit, lincostanza) mediante losservazione critica e la rappresentazione comica delle persone. Questa ricerca morale empirica non si propone il proselitismo, non cerca di convertire gli altri a un modello prefabbricato di virt, n di riformare il mondo, ma soltanto di individuare una strada per pochi (per se stesso e un gruppo illuminato di amici) attraverso le storture di una societ in crisi. In questo senso la satira oraziana intimamente collegata (pi ancora della lirica) al circolo di poeti, letterati e uomini politici che si raccoglievano intorno allintelligente guida di Mecenate. Laggressivit luciliana vistosamente convertita proprio mentre se ne rivendica leredit. Lucilio attaccava con virulenza i cittadini eminenti, avversari di cui condivideva la condizione. Ci non sarebbe stato possibile al figlio di un liberto: ma, quel che pi conta, per trarre insegnamento dalla condotta dei propri simili criticandone gli errori non era necessario scegliere bersagli di elevato livello sociale. Orazio guarda piuttosto a un piccolo mondo di irregolari (cortigiane, parassiti, artisti, imbroglioni, filosofi di strada, affaristi, popolo minuto). Come gli aveva insegnato suo padre, impara da chi gli sta vicino, da quelli che incontra per strada (Satire 1,4, 105 seg.). quel galantuomo di mio padre me lha insegnato, a fuggire i vizi, facendomeli conoscere uno a uno con degli esempi.

La morale oraziana ha dunque radici nelleducazione, nel buon senso tradizionale (e Orazio rivendica con orgoglio la componente italica e contadina della sua saggezza), ma costruita con i materiali elaborati dalle filosofie ellenistiche, che giungono ad Orazio anche attraverso il filtro della ditriba (la tradizione di letteratura filosofica popolare, illustrata da dialoghi e aneddoti). Gli obiettivi fondamentali della ricerca oraziana sono lautrkeia (cio lautosufficienza interiore) e la metrites (cio la moderazione, il giusto mezzo). Nessuno di questi concetti appartiene a una specifica setta (e nella tradizione della ditriba le distinzioni dottrinarie erano molto sbiadite). Lautrkeia nel patrimonio di quasi tutte le scuole, impegnate a proteggere lindividuo dai contraccolpi della fortuna e dalla schiavit dei beni esterni: se le formulazioni estreme sono di marca stoico-cinica, lesigenza dellautrkeia poteva non risultare estranea anche allepicureismo, che limitava i diritti della voluptas alla soddisfazione di pochi bisogni naturali. La morale del giusto mezzo aveva avuto con la scuola peripatetica la formulazione pi coerente, ma il concetto apparteneva alla pi antica saggezza greca, n la ricerca del piacere poteva essere confusa dagli epicurei rigorosi con una pratica degli eccessi. Insistiamo sullepicureismo perch caso mai questa la tradizione filosofica che ha un peso specifico maggiore nella satira di Orazio. Lempirismo e il realismo della morale oraziana (ci che ha impresso alle Satire quella bonaria, cordiale ragionevolezza apprezzata in ogni epoca) non poteva non entrare in conflitto con il rigorismo e lastrattezza degli Stoici (a questa polemica dedicata ad esempio la satira 1,3). Direttamente allepicureismo si collega la satira 1,2 contro ladulterio e le sue inutili follie (si raccomanda il soddisfacimento naturale del bisogno sessuale) e soprattutto il rilievo che nelle Satire hanno i problemi dellamicizia e la rappresentazione del gruppo degli amici. Laffinit intellettuale, lindulgenza, la dedizione, la comunanza di vita, la compattezza nei confronti dellesterno: tutto ci risente delle teorie epicuree e richiama il valore che la phila aveva nel sistema di pensiero di Epicuro e dei suoi seguaci. La ricerca morale non caratterizza soltanto le satire che si potrebbero chiamare diatribiche, quelle cio in cui sviluppata, alla maniera della ditriba, una discussione (con argomenti, obiezioni, esempi, aneddoti) su uno specifico problema morale (ad esempio 1,1; 1,2; 1,3), ma anche quelle in cui il poeta - sul modello del Lucilio autobiografico - rappresenta una scena, racconta un episodio, descrive una situazione. In questi casi, linteresse morale non separabile dalla rappresentazione stessa: come la lente attraverso cui il poeta osserva fatti e personaggi (gli esempi pi felici sono la satira del viaggio e la satira del seccatore). E non manca qualche caso in cui ditriba e rappresentazione sono coniugate in un medesimo componimento: la satira 1,6, ad esempio,
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passa dallautobiografia (origine del poeta, presentazione a Mecenate) allargomentazione sul valore della nascita e sullambizione, per tornare di nuovo alla rappresentazione autobiografica (rievocazione dellinfanzia e del padre, diario di una giornata romana). Il libro II e il nuovo assetto della satira oraziona II meccanismo fondamentale del genere satirico nella prima raccolta di Orazio consisteva nel confronto fra un modello positivo (lobbiettivo della ricerca morale del poeta e dei suoi amici) e tanti modelli negativi (i tipi della societ romana che sono bersaglio di aggressione comica). Questo assetto si rivela tuttavia estremamente precario, tanto che gi la seconda raccolta di Satire mostra dei mutamenti sostanziali. Registriamo anzitutto un brusco regresso della componente rappresentativo-autobiografica (nonostante un proemio impegnato in questa direzione, in pratica non c che la satira 2, 6). Nelle satire argomentative risulta poi dominante la forma del dialogo (ben 6 componimenti su 8) e per di pi, nella distribuzione delle parti, il ruolo dominante non spetta al poeta, bens allinterlocutore cui egli stesso concede la ribalta. Neanche in 2, 2 (che non dialogica) la parola spetta al poeta: le riflessioni sulla temperanza e la semplicit della vita sono condotte da un certo Ofello di Venosa. La coincidenza fra il poeta e la voce satirica (quella che argomenta e confuta) aveva assicurato un punto di riferimento alla ricerca morale del I libro. Ora che il poeta si ritira in secondo piano non resta pi la possibilit di estrarre un senso unitario dalle contraddizioni della realt. Tutti gli interlocutori sono depositari di una loro verit, anche se non tutte le verit sono equivalenti e parecchi discorsi si confutano da soli nella figura di una involontaria ironia. Ma il poeta non sembra ritenere pi che la satira possa essere il luogo di una ricerca morale capace di individuare empiricamente un sistema di condotta soddisfacente. Lequilibrio fra autrkeia e metrites, che assicurava un buon punto di osservazione del reale, sembra perduto: il poeta non rappresenta ormai la propria capacit di vivere fra la gente senza perdere la propria identit morale, ma permette piuttosto ai suoi interlocutori di denunciare (anche ingiustamente) le debolezze e le incoerenze delle sue scelte. Lunico rifugio ormai la villa sabina (Satire 2,6), dove lautrkeia si giova dellisolamento e non deve continuamente fare i conti con le contraddizioni della vita di Roma. Lo stile del sermo oraziano La satira, dice Orazio, non vera poesia: per essere definito poeta, ci vuole ispirazione divina e una voce capace di suoni sublimi (Satire 1,4, 40 segg.):
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ne infatti fare un verso conchiuso diresti che sia sufficiente: ne uno che scriva, come noi, pi vicino alla prosa, tu lo riterresti poeta. La satira dunque letteratura pi vicina alla prosa, distinta da questa solo per il vincolo del metro. Ma Orazio non va preso troppo alla lettera, e soprattutto non se ne deve dedurre che lo stile delle Satire sia frutto di facile improvvisazione. Il linguaggio della conversazione colta che egli si propone di riprodurre ad arte quello adeguato ad esprimere le confidenze di un uomo di mondo elegante ed istruito. Ma, in realt, la Musa pedestris richiede cure raffinate e pazienti, non meno faticose di pi apprezzati livelli della produzione letteraria. Questa esigenza avvertita da Orazio con chiarezza programmatica ed il solo punto in cui egli tiene a distinguersi puntigliosamente da Lucilio. Orazio mira a una lingua disciplinata e semplice. Di fronte allo stile rigoglioso e fangoso (lutulentus) di Lucilio (che dava spazio alla pi alata parodia letteraria, ma anche alla durezza del sermo vulgaris) egli cerca di ottenere effetti vigorosi con un grande risparmio di mezzi espressivi. Il poeta delle Satire mostra di avere ben assimilato lessenziale degli insegnamenti di Callimaco. Egli chiede alla satira uno standard espressivo tuttaltro che accessibile, pretende concentrazione e duttilit (Satire 1,10,9 segg.): ci vuole brevit, perch il pensiero scorra via e non simpacci con parole che appesantiscano e stanchino le orecchie; e ci vuole un tono ora austero, spesso giocoso, che sostenga la parte ora delloratore, ora del poeta, ora delluomo di mondo che risparmia il suo vigore e ad arte lo attenua.... E appunto mobilit e variet sono le caratteristiche prime dello stile delle Satire, che di volta in volta si modella docilmente sui soggetti: ora familiare, ora grave e oratorio, ora solenne e poetico (a volte ironicamente solenne). A ci bisogna aggiungere unaffettazione di negligenza prosastica (ripetizioni, costruzioni libere, giustapposizione di incisi). Per quanto riguarda landamento complessivo dellargomentazione, Orazio ha imparato dalleloquenza popolare, efficace, della ditriba: la conferenza cede continuamente al dialogo, coinvolge gli interlocutori, anticipa le obiezioni, introduce scene drammatiche, esempi del mito o della storia, parodie, aneddoti, giochi di parole. 3. Le Odi I presupposti culturali e letterari della lirica oraziana La lirica oraziana non pu essere intesa a prescindere dal rapporto organico con la tradizione greca. Ci, in realt vero per
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gran parte della poesia latina, e per la poesia augustea in particolare. In questi poeti la coscienza della dipendenza dai Greci talmente viva da essere esibita in esplicite dichiarazioni di poetica: se negli Epodi Orazio si dichiarava erede di Archiloco, per quel che riguarda la sua produzione lirica egli rivendica orgogliosamente il titolo di Alceo romano (Carmina 1,1,34; 1,26,11; 1,32,5). Ma simili dichiarazioni possono essere facilmente fraintese dal lettore moderno: esse rimandano in realt a un rapporto di imitatio che significa soprattutto obbedienza alla lex operis (le regole che organizzano il genere letterario in cui il poeta vuole operare) e quindi rispetto del decorum letterario, nonch creazione, nel destinatario, di un coerente sistema di attese. Limitazione, com intesa da un poeta latino, implica insomma la messa in opera delle vaste possibilit espressive offerte dalle diverse forme di memoria poetica: una componente del linguaggio poetico e non un ostacolo alloriginalit della creazione. Per la comprensione di queste caratteristiche della poesia latina le Odi offrono un punto di osservazione privilegiato. Non a caso la fortuna di Orazio lirico sempre stata collegata strettamente alla questione pi generale delloriginalit della letteratura latina nei confronti di quella greca. Del resto gli stessi poeti romani, e Orazio pi degli altri, cos come erano consapevoli della loro genealogia letteraria, erano altrettanto gelosi del loro originale contributo creativo e non mancavano di farsene vanto (Epistole 1,19,21 segg.): Io per primo posi i miei liberi passi per libero suolo, e non calcai col mio piede le orme degli altri.... Ci, naturalmente, vero anzitutto per il rapporto con Alceo. Latinus fidicen (cantore lirico) Orazio orgoglioso di averne divulgato per primo i modi: per ci egli ha diritto allapprezzamento che spetta a colui che apre vie sconosciute (Epistole 1,19,32 segg.). Queste orgogliose rivendicazioni (che finiscono per costituire un luogo comune della poesia augustea, il cosiddetto motivo del primus ego) fanno riferimento soprattutto alle difficolt tecniche del trasferire da una lingua allaltra strutture metriche ed espressive. In realt, il poeta si comportava, nei confronti dei suoi modelli, ben pi liberamente: nonostante temi, occasioni, situazioni spesso tradizionali, non manca mai unambientazione e una sensibilit romana, ne manca un linguaggio poetico specificamente oraziano. Nel richiamarsi ad Alceo, Orazio comunque non rispettava soltanto unesigenza del classicismo augusteo, ma approfittava dellauctoritas del suo modello per avvalorare la coniugazione di componenti diverse (non sempre facilmente conciliabili) del suo mondo lirico: lattenzione alle vicende della comunit e un canto pi legato alla sfera privata (lamore, lamicizia, il convito). Invocando la cetra eolica, simbolo della lirica alla maniera di Alceo,
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Orazio stesso indica la molteplicit di suggestioni che potevano venirgli dal modello (Carmina 1,32,3 segg.): Intona, suvvia, un carme latino, o lira modulata per la prima volta dal cittadino di Lesbo che, valoroso guerriero, tuttavia tra una battaglia e laltra, o se aveva legato allumida riva la nave sbattuta, cantava Libero e le Muse e Venere e il fanciullo che sempre le accanto, e Lieo bello di neri occhi e neri capelli. Alceo, per di pi, come sappiamo meglio dai rinvenimenti papiracei, era stato anche poeta gnomico: a lui dunque naturale collegare la forte componente moraleggiante della lirica oraziana, anche se essa deve certamente di pi a tradizioni culturali pi recenti. Un tratto caratteristico del modo in cui Orazio intende il rapporto con la lirica greca arcaica, e con Alceo in particolare, la ripresa dello spunto iniziale di un componimento. Diverse odi di Orazio partono con una ripresa evidente (a volte quasi una citazione che funziona da motto): poi per il poeta procede in maniera sua propria e il modello viene quasi dimenticato (i casi pi noti sono 1,9; 1,10; 1,14; 1,18; 1,37; 3,12). La famosa ode a Taliarco (1,9) si apre, ad esempio, con un paesaggio invernale che ricorda un frammento di Alceo: ad esso, come in Alceo, connesso un invito al bere. Ma poi il componimento si sviluppa in riflessioni gnomiche, per finire in un quadro di vita galante cittadina vicino al gusto del realismo alessandrino. Del resto, se importanti sono i tratti che accomunano Orazio e Alceo, certo non meno significative sono le differenze: i versi di Alceo erano espressione degli amori e degli odi di un aristocratico di Lesbo, impegnato in prima persona nelle aspre lotte politiche della sua citt. Legata com a vere e proprie occasioni sociali (un simposio, una festa religiosa), la lirica di Alceo aspira conseguentemente ad una eseguibilit che implica semplicit di temi e di linguaggio. In Orazio invece linteresse per la res publica vivace, ma quello di un intellettuale che, dopo un effimero coinvolgimento nelle tempeste civili, vive al riparo dei potenti signori di Roma. Per Orazio dunque la poesia come ristoro dallimpegno, come pausa in mezzo alle battaglie, era poco pi che unimmagine letteraria. Tanto pi perch laspetto privato della sua poesia non era separabile da quella ricerca della felicit inferiore, fatta di autrkeia e di tranquillitas animi, che era stato linsegnamento principale delle filosofie ellenistiche. La lirica oraziana inoltre scritta per la lettura, descrive spesso situazioni immaginate o almeno fortemente stilizzate, e aspira a un grado assai elevato di raffinatezza e di sofisticazione letteraria. Laltro grande rappresentante della lirica eolica, Saffo, ha lasciato una traccia minore nella poesia di Orazio. In unode famosa egli immagina Saffo ed Alceo che affascinano con il loro canto uno stupito mondo infernale. Le ombre sembrano preferire Alceo
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cantore delle tempeste civili a Saffo e i suoi appassionati lamenti (2,13,24 segg.): Orazio certamente ne condivideva il giudizio. La poetessa che aveva cantato la bellezza e gli sconvolgimenti della passione, solo episodicamente sembra suggerire spunti allerotica oraziana. Lode della gelosia, gi tradotta da Catullo, si risente in 1,13 e accenti saffiani caratterizzano, come spesso avviene, la rievocazione della poetessa in 4,9,10 segg. (cfr. anche 1,22,23 seg.). invece la poesia elegiaca romana che a Saffo deve qualcosa di pi per la propria rappresentazione dellamore. Pi significativo il debito di Orazio nei confronti di un altro lirico monodico, Anacreonte (1,27 e 1,23 sono i casi pi vistosi): la grazia delicata ed elegante del poeta di Teo, la sua malinconia per la giovinezza perduta, sembrano avere non poche affinit con i corrispondenti motivi della lirica oraziana. Un ruolo notevole svolto anche dalla lirica corale. Nonostante che Orazio stesso lo nomini con ammirazione, Stesicoro non sembra esercitare un influsso cospicuo, e lo stesso si pu dire di Simonide (Carmina 2,1,39; 4,9,8). Di pi ha contato Bacchilide, da cui prende spunto lode mitologica 1,15, con la profezia di Nereo a Paride rapitore di Elena. Orazio probabilmente, soprattutto in una prima fase della sua produzione, deve aver pensato a una lirica che ospitasse, a un livello stilistico pi elevato, una materia simile a quella dellepillio alessandrino e neoterico: in questa direzione pu aver agito limitazione di Bacchilide. Ma non c dubbio che il posto di maggior rilievo fra i lirici corali auctores di Orazio spetti a Pindaro. Nel riconoscerne la grandezza. Orazio avverte tutti i pericoli cui si espone laemulatio di un poeta tanto audace e difficile (Carmina 4,2,1 segg. Chi vuole imitare Pindaro si espone a un volo rischioso come quello di Icaro...; cfr. Epistole 1,3,10). Soprattutto nel IV libro, rispondendo anche a sollecitazioni culturali augustee, Orazio tenta una lirica pindarica. Ma anche nei libri precedenti (cfr. ad esempio il motto di 1,12, o la 4a ode romana) la ricerca oraziana del sublime, soprattutto nella poesia di argomento civile, sembra nutrirsi di suggestioni provenienti da Pindaro: periodi ampi, di andamento impetuoso, solenne gravita della gnome (la sentenza breve e concettosa di valore morale), ammonimenti improvvisi, transizioni audaci. E da Pindaro vengono ad Orazio idee importanti, come la coscienza dellalta funzione della poesia, la capacit del poeta di conferire limmortalit, lapprezzamento della saggezza eticopolitica. Da un punto di vista formale si pu dire infine che se dalla lirica monodica vengono i metri pi largamente usati nelle Odi, allinfluenza della lirica corale si deve probabilmente la complessit strutturale dellode oraziana. Il richiamarsi di Orazio alla lirica greca arcaica aveva indubbiamente le caratteristiche di una precisa scelta programmatica ed esprimeva la volont consapevole di distinguersi dallalessandrinismo dei neteroi. Ci non significa naturalmente
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per che Orazio non sia poeta moderno e che la sua lirica prescinda dallesperienza ellenistica. Da qui viene un vasto repertorio di temi, immagini, situazioni (relative soprattutto alla sfera dellamore, della relazione galante, ma anche di feste e cerimonie pubbliche, del convito, del paesaggio). Non soltanto: al mondo ellenistico Orazio attinge elementi centrali della sua cultura, della sua ideologia e della sua sensibilit di poeta. Limportanza e la ricchezza del rapporto con questa poesia oggi un dato acquisito (e la filologia italiana ha dato importanti contributi in questa direzione): resta pi incerto se gli elementi ellenistici largamente presenti in Orazio risalgano a un contatto diretto con lirica alessandrina per noi in massima parte perduta, o non piuttosto a contatti con tradizioni letterarie diverse ma contigue, come quelle dellepigramma e dellelegia. Ma, come lesempio di Alceo poeta civile incontrava in Orazio una esigenza attuale di attenzione appassionata per le vicende della res publica, cos neanche la poesia alessandrina pura suggestione letteraria: essa la forma della vita quotidiana di Roma metropoli ellenizzata: una mondanit fatta di amori, feste, conviti, danze, poesia. Importante, anche se spesso trascurata, la parte che nella cultura di Orazio lirico gioca la letteratura prosastica: non solo, com ovvio, la tradizione della ditriba filosofica, ma anche trattati ellenistici sul buon governo, scritti di panegiristica, trattatistica retorica. Temi e caratteristiche della lirica oraziana consolidata limmagine di Orazio poeta dellequilibrio sereno, del distacco dalle passioni, della moderazione: e limmagine tradizionale , in questo come in altri casi, abbastanza rispettosa della realt. Essa fa intuire, prima di tutto, il ruolo centrale che nella lirica oraziana svolto dalla meditazione e dalla cultura filosofica. naturale pensare qui al poeta delle Satire e allassimilazione, anche attraverso la tradizione diatribica, di concetti e problemi delle scuole filosofiche ellenistiche: il che rende sostanzialmente diverse la gnomica oraziana da quella della lirica greca arcaica. Non si tratta tuttavia pi di una vera e propria ricerca morale fondata sullosservazione critica degli altri. In un certo senso si pu dire che le Odi cominciano dove le Satire finiscono, con una raccolta meditazione su poche fondamentali conquiste della saggezza (soprattutto epicurea). A queste nozioni elementari, che devono parecchio anche al buon senso comune, Orazio ha saputo dare una formulazione tanto nitida e incisiva da consegnarle alleredit della cultura europea, che spesso ha attinto alla poesia oraziana come a un tesoro di massime. Il punto centrale la coscienza della brevit della vita, che comporta la necessit di appropriarsi delle gioie del momento,
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senza perdersi nellinutile gioco delle speranze, dei progetti o delle paure. Pi famosa di tutte lesortazione a Leuconoe (1,11,6 segg.): ... sii saggia, filtra il vino; e, poich il tempo breve, riduci la lunga speranza. Mentre parliamo sar gi fuggita la vita invidiosa: cogli il giorno, e non credere al domani. Aveva detto Epicuro (Gnomologio Vaticano 14): Si nasce una volta sola, due volte non concesso, in eterno non saremo pi. Tu, pur non essendo padrone del tuo domani, rimandi la gioia: la vita cos trascorre in questo indugiare e ciascuno di noi muore senza aver goduto della quiete. Il saggio affronter gli eventi, quali che siano, e sapr accettarli: egli conta solo sul presente, che cerca di cogliere nella sua fugacit, e si comporta come se ogni giorno della sua vita fosse lultimo. Il carpe diem non va quindi frainteso come un banale invito al godimento: in Orazio (come era anche in Epicuro) linvito al piacere non separato dalla consapevolezza acuta che quel piacere stesso caduco, come caduca la vita delluomo. Non resta che fabbricarsi, di fronte allincalzare della morte o della sventura, la solida protezione dei beni gi goduti, della felicit gi vissuta (3,29,41 segg.): ... vivr padrone di s, felice, chi di giorno in giorno potr dire: ho vissuto: domani il padre Giove occupi pure il ciclo di nera nube o di sole splendente; non render per vano tutto quanto alle spalle, ne canceller o disfar ci che lora, nel suo fuggire, ha gi portato. Questa meditazione pu talvolta tradursi in canto della propria serenit: la felicit dellautrkeia, la condizione del poeta-saggio, libero dai tormenti della follia umana e benedetto dalla protezione degli dei. Il favore divino si manifesta trasfigurando in miracolo circostanze dellesistenza quotidiana (vari episodi di scampato pericolo, dallinfanzia allattualit), ed sempre intimamente connesso con la vocazione di poeta: gli dei e le Muse salvano Orazio per riservarlo a quel destino. E tuttavia saggezza, serenit, equilibrio, padronanza di s, laurea mediocritas di chi sa fuggire tutti gli eccessi e adattarsi a tutte le fortune, niente di tutto ci un possesso sicuro, acquisito una volta per sempre. Il poeta delle Odi non ignora la forza insidiosa e attraente delle passioni, conosce le debolezze dellanimo, e sa che ci cui egli aspira e che consiglia agli amici va conquistato e difeso in ogni momento. La saggezza si scontra cos con i dati immutabili della condizione delluomo nel mondo: la fugacit del tempo, la vecchiaia, la morte (questi temi animano alcune delle odi pi belle: 1,4; 2,3; 2,14; 4,7). Nessuna saggezza ha la capacit di eliminare tanto peso negativo: contro le angosce e contro il dolore della vita si pu soltanto ingaggiare una lotta virile (che richiede energia e conosce qualche eroismo), per
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trasformare linquietudine e lamarezza in accettazione del destino (4,7,7 segg.): a non nutrire speranze immortali ti ammonisce lanno e lora che trascina via il giorno datore di vita... tuttavia nel cielo le rapide lune ripristinano ci che hanno perso: noi invece, una volta caduti dove il padre Enea, dove Tulio potente e Anco, siamo polvere e ombra. Laltro polo della lirica oraziana, la poesia impegnata sui temi civili e nazionali, con la celebrazione di personaggi, avvenimenti e miti del regime di Augusto, risulta per molti versi lontano dai temi privati; pur se in Orazio, con una differenza importante rispetto alla lirica neoterica, tutta la sfera privata aspira sempre a una validit generale, ad esprimere la condizione complessiva delluomo. La lirica civile, molto discussa nei suoi risultati, non manca certo di originalit. La poesia celebrativa legata ai monarchi ellenistici non fornisce pi che qualche tratto esteriore: su questo tronco (e naturalmente su quello della lirica greca arcaica) Orazio ha saputo innestare spunti nazionali, suggestioni provenienti dallepica e dalla storiografia. Loperazione era ambiziosa e rispondeva anche a profonde esigenze personali, ben radicate in una generazione che, dopo le lacerazioni delle guerre civili, guardava con speranza, entusiasmo, e qualche angoscia mal sopita, al principe vincitore e garante della pace. Non bisogna perci pensare soltanto alle pressioni energiche della politica culturale augustea. Limmagine di Orazio cantore della grandezza di Roma e dei valori eterni dellImpero pu essere oggi finalmente valutata al di fuori del sospetto che nel nostro secolo ha proiettato su di essa la retorica della romanit. La lirica civile di Orazio conosce la celebrazione, lencomio, lufficialit, ma non pu essere liquidata come propaganda in versi. Anzitutto perch, anche dove riflette con fedelt (preziosa per il sociologo e lo storico) i temi e le successive fasi dellideologia del principato, sa approfittare dellampiezza e della flessibilit di quella stessa ideologia per evitare chiusure dogmatiche ed esaltare il sublime della magnanimit: ad esempio, la lealt verso la causa repubblicana e i suoi eroi sventurati (2,7; 1,12; 2,1) o lammirazione per la virtus anche nel pi odioso dei nemici (celebre il quadro di Cleopatra che affronta impavidamente la morte in 1,37). E poi perch Orazio poeta della comunit sa spesso farsi interprete di incertezze e timori, di scoraggiamenti e poi di improvvise gioie liberatrici: dei sentimenti e delle aspirazioni profonde della societ contemporanea. Anche la lode del principe in genere sfugge alle movenze cortigiane dellencomio ellenistico, per dar voce alla sincera ansiosa gratitudine nei confronti del pacificatore dellImpero. Dellideologia augustea, la lirica civile oraziana condivide limpostazione moralistica: la crisi era derivata dalla decadenza dei costumi, dallabbandono di quel coerente
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sistema di antichi valori etico-politici e religiosi che aveva fatto la grandezza di Roma. Questa poesia moralistica pu incontrare a tratti la ricerca morale oraziana: nella critica del lusso, di stravaganze e follie, nellammirazione per lautosufficienza della virtus, nellapprezzamento della razionalit contro le forze del caos (ma, in genere, nella poesia civile suona una nota meno vitale, irrigidita in qualche durezza di saggio stoico). Pi facile era la conciliazione - o meglio la convivenza - fra sfera pubblica e sfera privata, quando risultassero dominanti alcuni tratti ellenistici della poesia civile. La pubblica ricorrenza (una festa, una cerimonia, un evento lieto) pu essere anche occasione di gioia privata: il poeta festeggia con un convito, con un incontro galante. Orazio inaugura cos una maniera che sar importante per altri poeti dellet di Augusto, per Properzio e soprattutto per Ovidio. La polarit cui abbiamo accennato naturalmente una semplificazione, che finisce per oscurare la variet e la vitalit tematica della poesia lirica di Orazio. Una variet che corrisponde spesso alle diverse categorie in cui si articolava lantica lirica greca (funzionali a occasioni diverse, esse saranno classificate normativamente come veri e propri generi dalla pi tarda trattatistica retorica). Abbiamo cos carmi conviviali (che rimandano ai sympotik, i carmi conviviali, di Alceo, ma devono molto anche allepigramma ellenistico): inviti, descrizioni dei preparativi, con il tradizionale apparato del simposio ellenisticoromano (vino, fiori, musica). Quasi un quarto delle Odi possono essere classificate come erotiche. La poesia amorosa di Orazio, a differenza di quella di Catullo e degli elegiaci, sembra nutrirsi del distacco ironico dalla passione. A parte qualche eccezione, lamore viene analizzato come un rituale il cui canovaccio piuttosto scontato: serenate, incontri, giuramenti, schermaglie, vita galante e sportiva, conviti. Spesso il poeta osserva con un sorriso la credulit del giovane amante, la seriet con cui ciascuno interpreta la sua parte, giura lesclusivit e leternit del proprio sentimento. Ma lironia oraziana non ignora la passione: ne conosce la crudelt, la rievoca con malinconia, la sente inopinatamente risorgere (4,1,30 segg.): ormai non mi piace ne la credula speranza di amore corrisposto, ne fare a gara, col vino, ne avvincere le tempie di fiori freschi. Ma perch, Ligurino, perch rara una lacrima scende per le mie guance? perch la mia lingua eloquente interrompe a mezzo le parole e cade in un silenzio poco dignitoso? Nei sogni, di notte, ecco, ti ho preso, ti tengo, ecco, ti inseguo che voli per lerba del campo di Marte, o per lacqua - tu duro - volubile. Ben rappresentato nella lirica oraziana anche linno. Qui naturalmente le differenze con la lirica greca arcaica sono cospicue, anche perch la lirica religiosa oraziana (a parte il Carmen
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Saeculare) priva del legame con una occasione e una esecuzione rituale: dellinno conserva spesso formulario e andamento (linvocazione in 2a persona, le epiclesi del dio, lillustrazione di prerogative e sedi del culto, gli inviti alla presenza, le stipulazioni e le richieste) ma intessuto di riferimenti e sviluppi di carattere letterario. Non sempre per facile collocare unode oraziana in un tipo ben definito, anche perch il poeta ama spesso contaminare, in un medesimo componimento, categorie liriche diverse (secondo il procedimento alessandrino dellincrocio fra i generi): ad esempio un propemptikn (carme di buon viaggio) e un carme mitologico (3,27); un inno e un carme mitologico (3,11); un epigramma sulla primavera e una poesia conviviale (1,4). Esistono poi temi ricorrenti che attraversano largamente carmi di natura diversa. La campagna di solito stilizzata secondo il modulo del locus amoenus, un gradevole paesaggio italico, che ospita il convito, il riposo, la semplice vita rustica; ma Orazio conosce anche il fascino del paesaggio dionisiaco: una natura montana, selvaggia e aspra, fatta di rupi, boschi e fonti, non domata dalluomo. Ma i luoghi pi propriamente oraziani sono quelli individuati dallo spazio limitato e racchiuso del piccolo podere personale: spazio caro perch noto e sicuro, inattaccabile perch appartato e volutamente modesto (1,17,17 hic in reducta valle, cfr. Satire 2,6,1 modus agri; ma per ritrovarsi gli basta qualche volta un qualunque pezzo di quieta campagna o una solitaria spiaggia sul mare). Questo spazio privilegiato funziona nel testo come una figura simbolica dellesistenza del poeta ( la forma dei suoi affetti), ma anche figura simbolica della sua esperienza poetica (ne la forma estetica, in quanto spazio che vuole rappresentare un ordine e un senso). Questo luogo-rifugio si fa figura letteraria nel tema dellangulus (2,6,13 terrarum mihi praeter omnes / angulus ridet, quellangolo di terra mi sorride pi di ogni altro). Langulus il luogo deputato al canto, al vino e alla saggezza. E per quanto il tema possa parere convenzionale, pur vero che esso trova in Orazio nuove funzioni, diventa il nucleo generativo di molta poesia in quanto si associa a due altri grandi temi: al tema della morte (anche il pensiero della morte che si avvicina col tempo, in questo spazio privilegiato, si fa meno amaro, si attenua in malinconia) e soprattutto al tema dellamicizia. Lamicizia, nelle Odi, come del resto in tutte le opere del poeta, ha un ruolo fondamentale e fornisce ai singoli poemi un ampio ventaglio di destinatari, ciascuno con la sua specificit di amico: e a ciascuno viene dedicata unattenzione affettuosa. Ma importante anche il motivo della vocazione poetica: il vates si sente in rapporto con le Muse e le altre divinit ispiratrici (Mercurio, Bacco, Apollo): attraverso la topica ellenistica, egli esprime entusiasmo per la sua missione, orgoglio per la sua opera. La perfezione dello stile uno dei marchi caratteristici della lirica oraziana: una raffinatezza che deve molto alla lezione di
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Callimaco e del callimachismo. Orazio usa un vocabolario molto semplice, che lascia spazio anche a parole sentite come prosaiche in altre tradizioni di poesia. La semplicit e lessenzialit guida anche la scelta dellaggettivazione, il moderato impiego delle figure di suono, la cautela delle metafore e delle similitudini. Meno scontata, ma pur sempre abbastanza semplice, la sintassi, che ama le ellissi, le costruzioni greche, liperbato, lenjambement. Lelevatezza dignitosa dello stile ottenuta con una sorvegliata riduzione dei mezzi espressivi, con una dizione libera da ogni ridondanza, asciutta e levigata. Lespressivit garantita anche dal virtuosismo metrico e dallarte (che gi era di Alceo) della collocazione delle parole. Collocare accortamente le parole nel verso vuoi dire seguire una strategia che, mentre lega le parole nella tessitura della frase, alcune le accosta fra di loro, altre le allontana e lascia che si richiamino a distanza; sicch parole usuali, ricevendo una propria evidenza, vengono percepite come se fossero nuove, come se fossero ora pronunciate per la prima volta: i loro significati, liberati dalla patina opaca dellabitudine, trovano nuova luminosit nel testo. La configurazione strategica che assumono gli elementi del discorso rivitalizza il senso esaurito di parole e di immagini che rischierebbero quasi di essere insignificanti. Per esempio: un aggettivo, staccato dal sostantivo che vuole completare o determinare, e dislocato in un punto della sequenza metrico-ritmica che in qualche modo lo metta in rilievo (pu essere anticipato o anche ritardato al verso successivo, per enjambement), figura come isolato nella frase e ritrova cos tutta la sua risonanza originaria. Altre volte, laggettivo (o il participio o lavverbio) pu aggiungersi a parola che non il suo referente proprio, e crea allora effetti nuovi o associazioni insolite, lascia emergere significati impliciti, fa germinare immagini latenti o ripropone sensi dimenticati. Orazio stesso, teorizzando, ricordava tra i procedimenti pi efficaci questo semplice artificio della callida iunctura (Ars 47 seg. dixeris egregie, notum si callida verbum / reddident iunctura novum, ti esprimerai in modo personale se un accorto abbinamento render nuova una parola nota). La massima economia di inventivit linguistica (cio lo sforzo innovativo ridotto al minimo: Orazio fa uso parsimonioso di neoformazioni) per avere il massimo di espressivit: il suo stile di composizione confida piuttosto su nuove analogie, preferisce affidarsi a nitide corrispondenze contestuali (membri ordinati in parallelo, elementi disposti semplicemente per contrasto o per antitesi): strutture ben disegnate, in cui le singole parole - le singole cose - per azione reciproca riacquistano intatta la propria energia comunicativa. Un effetto, insomma, di sobriet e di limpidezza classica, cui contribuisce non poco la struttura del singolo componimento, progettato in modo unitario e compatto. Il che non significa sempre secondo simmetria: la variatio principio stilistico non meno importante.
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Le Epistole: confessione privata e progetto culturale Dopo la grande esperienza della poesia lirica, Orazio ritorna allesametro della conversazione: come sermones il poeta designa complessivamente tanto le Satire che le Epistole, accomunate da un livello stilistico pi vicino a quello della prosa. Come era stato per le Satire, la nuova raccolta presenta componimenti che svolgono argomentazioni morali, con esempi, aneddoti, favole, e parlano spesso della vita personale del poeta, delle sue relazioni e dei suoi amici. La specifica identit delle Epistole assicurata anzitutto proprio dalla forma epistolare: tutti i componimenti hanno un destinatario e della lettera vengono talvolta esibiti i segnali caratteristici (formule di saluto e di commiato). Si discute anche del carattere reale di queste epistole: nessuno crede naturalmente a una vera e propria funzione privata, ma non si pu neppure escludere che singole lettere, pur pensate come opera di letteratura e destinate al pubblico dei lettori, siano state di volta in volta inviate, come omaggio letterario, ai rispettivi destinatari. Ad ogni modo, la componente epistolare assicura al sermo oraziano una intonazione pi personale, nonch la variet di modi e atteggiamenti che richiesta dallattenzione nei confronti del destinatario. Dal punto di vista formale le Epistole erano quasi certamente una novit: in quello che ci rimasto (o di cui abbiamo notizia precisa) della letteratura greca e latina, non troviamo niente di davvero simile. Sappiamo di epistole in versi (ce nerano ad esempio nelle satire di Lucilio, e sono dichiaratamente lettere alcune poesie di Catullo, come il carme 68), ed erano ben note trattazioni filosofiche sotto forma di epistole in prosa (basti pensare alle lettere di Fiatone e pi ancora a quelle di Epicuro ai suoi discepoli). Ma una raccolta sistematica di lettere in versi come quella di Orazio probabilmente sperimentazione originale, n, in questo caso, il poeta si richiama, come altre volte, ad un inventor del genere da lui praticato. La differenza pi vistosa rispetto alle Satire, dal punto di vista della forma dei contenuti, costituita dallassenza dellaggressivit comica. La riflessione morale non procede ora attraverso una osservazione critica della societ contemporanea, n prevede, per lautore, un punto di osservazione privilegiato. Corrispondentemente, la morale oraziana sembra prendere coscienza sempre pi nettamente delle proprie debolezze e contraddizioni: lequilibrio fra autrkeia e metrites, su cui si reggeva la possibilit stessa della satira, appare ormai irrecuperabile, e non si intravede nessun equilibrio diverso. Che sia proiettata verso se stessa - in una lucida e a volte spietata introspezione - o che si realizzi nel dialogo con linterlocutore e il suo punto di vista, la ricerca morale vivacemente animata, nelle Epistole, dalla necessit della saggezza. La sensibilit oraziana per il trascorrere inesorabile del tempo, acuita dallimpressione di una
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precoce vecchiaia, fa sentire la conquista della saggezza come urgente, improcrastinabile. Ma, al tempo stesso, Orazio non sembra pi in grado di costruire (n per gli altri n per se stesso) un modello di vita soddisfacente. La rinuncia alla vita sociale e allottimismo etico simboleggiata dalla fuga da Roma verso il raccoglimento della campagna sabina: un ritiro inquieto, ma per lo meno lontano da impegni, sollecitazioni, passioni, nei confronti delle quali il poeta si sente adesso indifeso. Lesigenza dellautrkeia - quel bastare a se stessi in cui pi di una scuola filosofica poneva il segreto della felicit umana - adesso pi vivace che mai: ma neanche lautrkeia sembra garantire al poeta un atteggiamento coerente e costante. Egli sembra oscillare, senza individuare mai davvero un punto di plausibile equilibrio, tra un rigore morale che lo attrae ma lo spaventa e un edonismo di cui avverte insieme concretezza e fragilit. Nella epistola che fa da proemio, Orazio si dichiara indipendente da ogni ortodossia filosofica (Epistole 1,1,19 segg.): io non sono impegnato a giurare secondo la formula di alcun maestro; dovunque il vento mi trascina, mi faccio portare come un ospite. Ora mi faccio uomo dazione e mi immergo nelle tempeste civili, custode e difensore inflessibile della vera virt. Ora, senza parere, torno a scivolare nei precetti di Aristippo e cerco di sottomettere le cose a me, non me alle cose. Non si tratta qui tanto di rivendicare una originale mediazione fra concetti e posizioni attinte a tradizioni filosofiche diverse (o magari alla tradizione sincretistica della predicazione diatribica). Orazio parla, programmaticamente, delle oscillazioni che caratterizzano la morale delle Epistole, in cui vengono, ad esempio, accostate lepistola 16, di impronta pi chiaramente stoica, centrata sul tema della libert interiore e sul vero ideale del vir bonus, e la coppia costituita dalle epistole 17 e 18, che presentano didascalicamente una serie di consigli e di riflessioni sulla maniera di vivere accanto ai potenti e di assicurarsene il favore. Alle aporie della ricerca morale oraziana sembra da collegare lo spazio notevole ora accordato al tema diatribico (gi mirabilmente svolto da Lucrezio e affiorato nel II libro delle Satire) dellinsoddisfazione di s, dellincostanza, della noia angosciosa e impaziente. Linquietudine presentata come una specie di male del secolo (Epistole 1,11,27 segg.): cambia ciclo, non animo, chi corre di l dal mare. Un torpore smanioso ci logora, noi che cerchiamo con navi e quadrighe la vita felice: quello che cerchi qui, ad Ulubre, se non ti manca lequilibrio dellanimo).

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Ma il poeta non si sente affatto al riparo, ne i propositi di saggezza sembrano capaci di assicurargli la guarigione dallinsidiosa e tenace malattia (Epistole 1,8,3 segg.): se ti chieder cosa faccio, digli cos: io, che molte e belle cose minacciavo, non vivo n secondo virt n secondo piacere: non perch la grandine mha ammaccato le viti o il caldo ha morso le olive, n perch il bestiame malato in pascoli lontani; ma perch, infermo nellanimo pi che nel corpo tutto, non voglio ascoltare, non voglio imparare quel che potrebbe alleviare il mio male, mi urto coi medici fidati, mi adiro con gli amici, perch saffannano a liberarmi dal mortale torpore; inseguo quello che, gi lo so, mi fa male; fuggo quello da cui maspetto giovamento; sono come il vento: a Roma mi piace Tivoli, a Tivoli Roma. Alla esibita debolezza della propria posizione etico-flosofica fa riscontro - quasi paradossalmente - una accresciuta impostazione didascalica del discorso oraziano. La forma epistolare stessa infatti corrisponde in qualche modo alla posizione di un intellettuale eminente e rispettato, che interlocutore e anche punto di riferimento dellelite sociale augustea. Nel rapporto a due che proprio di una lettera c spazio per confessare, ma anche per ammonire e insegnare, soprattutto se la persona di un destinatario inesperto (molte delle epistole sono indirizzate a giovani amici) sembra in qualche maniera richiederlo (Epistole 1,17,3 segg.): impara quello che sentenzia il tuo amico che avrebbe bisogno lui, ancora, di insegnamenti; come se un cieco volesse mostrare la via: guarda per se non dico anchio qualcosa che potresti avere interesse a far tua. Questo aspetto didascalico si accentua nelle epistole del II libro e soprattutto nellArs poetica. La societ augustea anche una societ di letterati e di amanti della letteratura: i problemi di critica letteraria, di poetica e di politica culturale sono fra quelli di pi viva attualit. Orazio interviene nel dibattito con lautorit che gli garantita da un sicuro prestigio e anche dal suo personale rapporto col principe. proprio anzi Augusto linterlocutore primario (esplicito o implicito) di questi discorsi sullarte e la letteratura. Per assicurare una pi ampia base ideologica e culturale al difficile compromesso sociale del principato. Augusto vedeva con favore una produzione letteraria nazionale e popolare. Alla richiesta di un poema epico-storico, che interpretasse laustera ideologia dei maiores e cantasse il destino imperiale di Roma, lEneide aveva dato una risposta, anche se solo parziale. Restava aperta (ed urgente agli occhi del principe) la questione del teatro latino: la generosa ricompensa concessa al Tieste di Vario dimostra quanta importanza venisse annessa ad una forma darte cui si accreditavano le pi
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larghe possibilit di penetrazione ideologica, in quanto pi capace di rappresentare valori e modelli culturali. La questione del teatro centrale nelle epistole letterarie di Orazio: nellepistola ad Augusto (2,1) il poeta polemizza contro il favore indiscriminato nei confronti dei poeti del teatro romano arcaico. In una specie di disputa degli antichi e dei moderni, Orazio si schiera decisamente dalla parte di questi ultimi, in nome del principio callimacheo dellarte colta e raffinata. Egli resiste, su questo punto importante, alle preferenze di Augusto stesso e raccomanda soprattutto al signore di Roma una attenzione benevola per la poesia destinata alla lettura, lunica che possa raggiungere, secondo lui, i livelli di eccellenza formale che la cultura e il prestigio stesso della Roma augustea richiedono necessariamente. Orazio non mostra di nutrire fiducia in una vera rinascita del teatro, anche perch un pubblico meno selezionato e raffinato di quello cui si rivolge la letteratura scritta non sembra disposto ad apprezzare una produzione drammatica di qualit e predilige invece il fasto spettacolare o le dozzinali buffonerie di mimi e acrobati. LArs poetica sembra tuttavia orientare la sua analisi dellarte e della poesia sui problemi della letteratura drammatica (non solo la tragedia e la commedia, ma addirittura il dramma satiresco, della cui vitalit a Roma non rimasta traccia). Ci dovr essere messo in rapporto con il posto privilegiato che il dramma aveva nelle trattazioni di ascendenza peripatetica (a partire proprio dalla Poetica di Aristotele), a cui Orazio si riconnette in maniera problematica, ma sicura. Non bisogna per pensare alla ricezione passiva di una fonte greca: dopo le perplessit e le resistenze espresse nellepistola ad Augusto, Orazio accetta di offrire con lArs poetica (la cronologia discussa, ma la posteriorit della lettera ai Pisoni assai probabile) il proprio contributo di teorico, se non di poeta militante, alla questione del teatro. Egli comunque resta fedele nellArs ai suoi principi, predicando unarte raffinata (v. 291: si raccomanda di perfezionare con il labor limae il proprio prodotto), paziente (v. 389: meglio tenere i propri scritti nel cassetto per nove anni, prima di renderli pubblici), colta (v. 268: bisogna leggere e rileggere i grandi modelli greci), attenta (i principi fondamentali sono quelli della coerenza e della convenienza o decorum). Nel quadro di queste riflessioni Orazio ha occasione tra laltro di disegnare preziosi tracciati di storia della cultura e della letteratura sia greca che romana, nonch di aprire interessanti squarci sulla vita quotidiana del letterato romano e dei circoli letterari della capitale (importante in questultima direzione lepistola a Floro, di intonazione pi personale). 5. La fortuna

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Nonostante qualche incomprensione e qualche freddezza, gi il pubblico dei contemporanei riconobbe in Orazio - cui il favore del principe garantiva una posizione di poeta laureato - uno dei grandi della letteratura romana. La fortuna di Orazio comincia prestissimo e conosce, fino ai nostri giorni, poche significative cadute. Come egli stesso aveva ironicamente profetizzato. Orazio entr gi nella prima et imperiale fra i testi che si leggevano a scuola: una diffusione che fu naturalmente accompagnata da una intensa attivit di editori e commentatori, a partire dalledizione curata in et neroniana dal famoso grammatico Marco Valerio Probo. Questo prezioso lavoro esegetico attorno al testo di Orazio non andato perso del tutto. Sono giunti fino a noi: (1) il commentario di Pomponio Porfirione (III secolo d.C.), il pi antico e importante; (2) il cosiddetto pseudo-Acrone (una raccolta anonima di scoli, attribuita arbitrariamente in et rinascimentale a un grammatico del II secolo d.C., Elenio Acrone, ma sicuramente molto pi tarda, posteriore a Porfirione e al commento virgiliano di Servio); (3) (3) il commentator Cruquianus, una sospetta raccolta di scoli di incerta autenticit messa insieme dallumanista olandese J. van Cruyck, sulla base di manoscritti (e anche edizioni) oggi perduti. Nel Medioevo, Orazio fu ben conosciuto a partire dallet carolingia (a cui risalgono i nostri primi manoscritti), anche se il suo ruolo fu certamente pi modesto rispetto a quello di Virgilio. Si apprezzava il poeta moraleggiante, da cui era possibile estrarre massime di saggezza per i florilegi, e si leggevano soprattutto le Epistole e le Satire (mentre le Odi avevano una circolazione assai pi limitata). La fortuna medievale del sermo oraziano (legata anche ad una persistente presenza del poeta nella tradizione della scuola) consacrata nella Divina Commedia, dove Orazio satiro fra i poeti del limbo. Orazio lirico invece, gi imitato dal Petrarca, venne esaltato a partire dallet rinascimentale, con punte significative nei poeti della Pliade e delle Anacreontee. Orazio diveniva cosi modello incontrastato della letteratura di stampo classicista, anche perch lautore dellArs poetica restava un punto di riferimento insostituibile nelle discussioni di poetica e di letteratura dagli Umanisti in avanti. Sotto Luigi XIV, il Boileau consacr la preminenza di Orazio componendo Satire, Epistole, e soprattutto unArte poetica, vero e proprio manifesto del classicismo francese. Il Settecento fu un vero e proprio secolo oraziano: la cultura illuminista e arcadica ammirava il poeta lirico elegante e raffinato, il razionalista arguto, il moralista pungente. Come altri poeti classici, soprattutto latini, Orazio sub in et romantica una decisa svalutazione, ma rest sempre caro ai poeti di formazione classica,
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come il nostro Leopardi. Giosue Carducci poi, con le Odi barbare, inaugurer una nuova stagione della fortuna oraziana.

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