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LE RIME

-^
DI

LORENZO STECCHETTI
CON DUE RITRATTI E UN FAC
SIMILE

Seconda edizione

BOLOGNA
DITTA NICOLA ZANICHELLI
1905

&26fi5fl

lOA^^"^

l'

editore
i

adempiuti

doveri eserciter

diritti

sanciti dalle leggi

1902

INDICE DELLE POESIE

Indice delle Poesie

Pag.

Saluto
Fac simile
I.

XV
XIX

Al Lettore

POSTVMA
I.

Poveri versi miei gettati al vento.


Natalizio

X3

II.

III.

Era una

notte conte questa e il vento


sia maledetta !

15

IV.

Primavera che tu
Medio evo
Vieni,

19

V.
VI.
VII.
VIII.

so
Siediti
.

Nerina!

22
24 25

E pur
Ben Come

mi

sento nel cervello anch'io


.

ritornato carneval giocondo


il

IX.

ricordo vago e m.al distinto.


.
.

27
28

X.
XI.
XII.
XIII.

No, non chiamarmi giovane.

Nel sonno mio credei di rivederla


Io morir, che la Jatal mia sera
.

29

30
31

Quando
Noia

Giacque

Ges dal sen fecondo


le

XIV. Quando cadran

foglie e tu vedrai

32 33

XV.

XVI. Nella capanna infondo

al

mio

cortile

36

VI

INDICE DELLE POESIE.

LXXXI.

Io piangeva ai suoi piedi e le chiedea


sei,

Pag. 134
.

LXXXII. Dove

dove sei tu che m'hai

detto.
.

135

LXXXIII. Donna vorrei morir, ma confortato

136
137

LXXXIV.

Preghiera della sera

LXXXV.

October

138
II.

Ad Otto Hoffmeister
Prologo

141

145

POLEMICA
I.

Ed
Il

anche a

me da
Maria

l'innocente cuna
.
.

227
.

II.

Idealisti

saggi ho molto amato


di

228 229

III.

nome

IV.

A
,

Giosu Carducci

230
e

V.
VI.
VII.
VIII.

Apostata,

marrano

rinnegato

233

Felice Cavallotti

234
237

Se nasco un'altra volta a questo mondo

Quando vedrai cader


Giovanni Bonge e
L'idea pura

le

foglie morte

238 239 340


241
,

IX.

detti

X.
XI.
XII.
XIII.

certi farisei

Alla

musa

242

Wiener Blut
Per nozze

248
251
.
.

XIV.

XV.
XVI.

No, sgualdrina non perch ricusa


In musica

252 253

XVII. In mare
XVIII. Candide tortorelle innamorate
.

254
. . .

256
257

XIX.

bianche nubi che nel del turchino

INDICE DELLE POESIE.

VII

XX.
XXI.
XXII.
XXIII.

Clam
Esser donna vorrei, gobba, schifosa
.
.

Pag. 258

261

su, l

su dove salir non anche

...
. .

262 263

Ai poeti pinzocheri

>

XXIV.

Proposta
Risposta
lustitia

(di

A. Guerrieri-Gonzaga).

269

XXV.
XXVI.
XXVII.
XXVIII.

270

.271
Bassini

A Ugo

274 275

Alle ostriche

XXIX.

All'Albergo

279
.

XXX.
XXXI. XXXII.

Nell'album della baronessa C. Gravina


Palinodia

280

.281

L'Annunciazione
uccelli,
il

285 288 289

XXXIII. Poveri

che al giardin volate

XXXIV.

Presto

giorno verr che per

le strade.

XXXV.

Cambia

la

moda

290
292

XXXVI. Dies irae XXXVII. Congedo


III.

309

ADIECTA
I.

LIBER CAIAPHAS
*

I.

Ahim!
Benedicimus
Caiaphas
1900
te

2,^Z

II.

3^5
318

III.

IV.

320
321

V.
VI.
VII.
Vili.

Festeggiandosi la Vergine di S. Luca

...

Sermone
Epifania

di Natale

'323

326
328

Due

voci

vili

INDICE DELLE POESIE.

IX.

Alla citt di

Fermo

Pag. 329

X.
XI.
XII.
XIII.
-

Chi

.sa

perch

330
331

Vissute invano

Per laurea

334

Egoismo

335 336

XIV.

Rime
Le
ballate del proces.so

XV.
XVI.
XVII.
XVIII.

338 340
341

Fu vero?
Tra un'udienza e
l'altra

Per un numero unico


Anniversario

343

XIX.

344 346
348

XX.
XXI.
XXII.
XXIII.

Mentre tuona

De

re rustica
.
.

Predica

350
352

Meditazione
Fidentiana
Pellegrini

>

XXIV.

...........

354 356
358

XXV.
XXVI. XXVII.
XXVIII.

Ciarle

Dal vero

360
,

De

profundis

361

XXIX.

XX

Settembre
.

364
>

XXX.
XXXI.
XXXII.
XXXIII.

Festa degli alberi

367 368

Sub sydera

poli
>

Paretaio cruschevole

370
372

Legenda trium sociorum

XXXIV.

Leggendo un'enciclica
Divorzio
Elegia
Elezioni

373 374
375

XXXV.
XXXVI.
XXXVII. XXXVIII.

^^o

Serenata elettorale
Pei liberali pentiti
Pei liberali ripentiti
,

383
,
>

XXXIX.
XL.

386
3S8

INDICE DELLE POESIE.

IX

XLI.
XLII.
XLIII.

Pei liberali pentitissimi

Pag. 390

La goccia
Via Crucis

392

'393

IL
I.

INTERLUDIUM
. ,

Il

mio

ritratto

395
397

II.

Dicembre

III.

Anno nuovo
Meridies

398

IV.

399
401

V.
VI.
VII.
Vili.

Partenza
Ai colleghi

402 403

Natale di bimbi

Natale di vecchi
Veglia romantica

405

IX.

407

X.
XI.
XII. XIII.

certi giornalisti

pudicissimi

409 410

Ronzio

d'insetti

>

Ruth
Sogni
Tristia

.412
.

418

XIV.

.420

XV.
XVI.
XVII.

Attesa

421

Novembre
Lettura serale

422 423

XVIII. Al veglione

428

XIX.

Neve
Trittico

429

XX.
XXI.
XXII.

'431

JVon domandate mai


Serenata

434
435

XXIII. Destino

XXIV. Nord

XXV.

Notte

'436 '437 '439

XXVI. Avventura

^^o

INDICE DELLE POESIE,

XXVII.
XXVIII.

Al

cospetto delle genti

Pag. 441

Per sempre

444 446

XXIX.

Mammona
Post

XXX.
XXXI. XXXII.
XXXIII.

Prandium

Perch
In

memoria

di

Cesare dalla Noce

Disse

XXXIV. .XXXV. XXXVI. XXXVII.


XXXVIII.

Morbus.
Visione
L'idillio

d'Orlando

Presso Tivoli

Dies

XXXIX.
XL.
XLI.
XLII.
XLIII.

Nox
Nel mille Nel settecento

Apennino
Adriatico

XLIV.

Parole

XLV.
XLVI.
XLVII.
XLVIII.

Musica
Saffo
:

a Venere genitrice

Scrive

donna Elvira

Fantasia egiziana
Iris

.........
della stella chometa.
.

XLIX.
L.
LI.
LII.

Fiorentina

Linn

Lauda nouissima
Altra serenata

Via Aemilia

LUI.
LIV.

Le
I

ballate dell'Autunno

sonetti

LV.
LVI.
LVII.
LVIII.

Studentesse

Nel 50 annivers. della miaVenuta

al

mondo

Romanze
Allora ed ora

INDICE DELLE POESIE.

XI

LIX.

In

memoria

Pag. 504

LX.
LXI.
LXII.
LXIII.

Gioved grasso
Sole d'inverno

506
508

Pedalando
Di nuovo in bicicletta
In bicicletta ancora
. .

510
.

5"
512

LXIV.

LXV.
LXVI.
LXVII.
LXVIII.

Canta Madonna e

si

dispera

514 516

Vita

517

Parabola

518
519

LXIX.

Amore
Et

....
pax
!

LXX.
LXXI. LXXII.
LXXIII.

in terra

520
522 523

Natale in

citt

Nevica

....
.

Romanza
Ora

524 526

LXXIV.

Finis asini
triste
. .

LXXV.

528

LXX VI.
LXXVIII.

Testamento

530
531

LXXVII. Novembre ancora


Il

mio cuore.
. . .

532

LXXIX.

Requie.

534

HI.
Tra due
1897 Alla bandiera
secoli

CIVILIA
535 537

I.

II.

III.

538

IV.

Memento
Pace
In morte di Manlio Garibaldi

540
544
545

V.
VI.
VII.

Per un' amnistia

547
548

Vili. Banca

Romana

SALUTO

SALUTO
Lascio stampare questo volume di rime
correggere
e
le

senza

vecchie, bench
la

ne vegga
cristiana

le

grinze
ve-

non mi sfugga

reazione

che,

lata di im.palpabilit liliali,

vuol ridurci
cui

ad una
la

rinuncia

buddistica
la

rassegnata,

vita

sembri ignobile e
faticato molto

verit

immorale.

Ne

avrei

ad

aristocratizzarle facendole
il colore

men
sino

piane, od a rammodernarle diluendo


alle nebulosit del simbolo;

ma

avrei
cos,

mentito

me

stesso

debbono

fimanere
e,

perch

cos

furono
dite

sentite

da m,e
o

al tempo loro, non


'

sgra-

tutti; anzi,

illudo,

aiutarono

gi a
ipo-

vincere qualche pregiudizio


crisia

inconsapevole

di

forma,

asserendo
sebben

che

non da
della

schi-

vare la

schiettezza,

cruda,

parola

XVIII

SALUTO.

o della frase l dove si tare la verit.

voglia

dire e rappresen-

se questo, fii,

anche

in

piccola

parte,

mi

basta

per

esser contento di

me

e del libro.

i versi

aggiunti son m,eno sinceri dei primi.

Indifferente al biasimo ed alla lode


passibilit forse

per una

im-

morbosa

ma

non

orgogliosa,

pei

migliori di

me

ebbi rispetto sempre, amicizia spesso,

invidia mai. Scrissi

come

dett il

breve

ingegno

quel eh'

io credetti verit,

sincero

anche

quando

fui o parvi

traviato.

Ed

ora, giunto oram,ai dove


la

dovr fermarmi,
e

guardo serenamente
giovani che

via

percorsa

sahito

mi seguono

nel

tempo

mi

sorpas-

sano nell'arte.

Giovani a voi!
bandiera
di

Non

sdegnate di
ve-

raccogliere questa
rit nello
vivere.

ch'io

credetti di

scrivere,

libert e di

giustizia nel
stan-

Raccoglietela da queste povere mani,


fedeli,

che

ma

deboli

ma

non

vili,

e portatela voi,

migliore e piti bella, in alto in


gloria dell' avvenire I

alto, nella

radiosa

Addio

Mafzo, 1903.

Olindo Guerrini.

^^^ AW^^^;

A^^>^^*^V ^^?5^^^^' ^'^^^'^''^

c^'s^^r^J^l,

/^^fs2-^

Stecchetti.

AL LETTORE

me

che pongo

il

mio nome

sotto

queste poche righe d'introduzione,

come ad uno
dell'

de' pi intimi amici


lui
fui

autore ed a
tutti

congiunto per
a parte
il

sangue; a
sue gioie
incarico

me
e

che pi di
suoi

delle
triste

de'

dolori,
la

toccato

di

tesserne

biografia.
chi legge,

Non

abuser

certo della
le

pazienza

di

tanto pi. che

vicende della

vita del

offrono

nulla di cos straordinario


il

mio povero amico non da tentare il


storia tutta in

narratore od

lettore.

La sua

quattro parole: mor a treni' anni.

Lorenzo Stecchetti mio cugino


furono sorelle) nacque
il

(le

nostre madri
in

4 ottobre 1845
Forlivese,

Fiu-

mana,
in

piccolo

comune

del

che giace
i

una

di quelle fertili valli cui sovrastano

primi

AL LETTORE.

contrafforti
villino

dell'

Appennino,
Di

precisamente

nel

chiamato Casella.

famiglia

non

ricca

ma
la

agiata, nel

madre

1847 gli manc il padre, nel 1850 mio padre assunse la tutela dell'orfano.
nel Collegio Municipale di
il

Fu educato prima
venna,
quindi,

Ra-

dopo

1859,

nel

Nazionale di
gli

Torino.

Ne

usc nel

1863, e comp
allora

studi in

quel Liceo

Cavour

del Carmine,

per veil

nire finalmente nel

1865 ad intraprendere
questa

corso

di Giurisprudenza in

Universit di Boloaltro

gna.

La nostra conoscenza, che non aveva


le

legame se non
morie

poche e quasi dimenticate mesi

dell'infanzia,

riannod
intima
la

qui in Bologna
amicizia.
lieta e

tanto da divenire vera ed

Qui
spen-

vivemmo

dal

1865

al

1869

vita

sierata dello

studente,
altri

meno
ci

nei pochi mesi del

1866 nei quali


ron,

doveri

chiamarono, e qui
il

egli dimenticava troppo spesso

Codice per By-

Heine

De

Musset,

che

egli

chiamava

la

sua Trinit.

Dopo

la

laurea

rimase a

Bologna.

In

una

notte d'inverno del 1870, che non saprei precisare


(era carnevale), nella sua cameretta
in via

Zam-

boni, egli
si

mi leggeva qualcuno dei


in

canti che ora

trovano

questa raccolta,

e,

poich io lo con-

fortava a pubblicarli,
il

mi

rispose

scherzando che

farlo

sarebbe stata mia cura quando egli fosse

morto.

Pur

troppo

lo

scherzo

divenne

profezia.

In quello stesso inverno sput sangue.

AL LETTORE.

Lo sapemmo
lo

tardi

perch in
la

principio

egli

nascose quasi con pudore

sua malattia,
lo

sapemmo

e noi tutti

che

ma pur amavamo fummo


no; e quando
sorrise amaraio
?

ben dolorosamente sorpresi.


gliene parlai per la

Egli
volta,

prima

mente dicendo
glio cos.

Tanto a che servivo


egli

Me-

sul

Era gi rassegnato.
tisico,

Cosa strana per un


illusioni

non ebbe mai


tuttavia
il

proprio
di

stato.

Continu
ed agli
al

suo solito metodo

vita

estranei

non
di-

parve mutato n
vent
il

al

fisico

morale. Solo

meno
Molte

gaio. Alle volte interrompeva a


e diventava

mezzo
tutto

riso incominciato

improvvisarnente

serio.

cose

che

prima

amava con

l'ardore della sua bella giovinezza, gli divennero


indifferenti.

Anche l'anima ammalava.


Gli

Viaggi.

avevano prescritto
si

il

clima di

Napoli, ultimo
rati

rimedio che
di

consiglia ai dispeloro
l'agonia.
straziante.

per

tisi,

a fine

prolungar
lui

E
di

questa
si

agonia fu

per

orribile,

Non

potranno mai dire

le

profonde disperazioni
si

un'anima che a poco a poco

sente

mancar

tutto d'intorno.
d'illudersi,

Ed

egli che

non sperava, cercava

voleva

far

credere a s stesso di spe-

rare ancora. Scriveva ad una donna:

Mi

spezza la testa. Io son malato


le

la

febbre mi brucia entro

vene.

Sono debole, giallo, dimagrato. Ma quando penso a te mi sento bene;

AL^LETTORE.

Ma quando
E
la

penso a

te cessa

il

dolore

speranza mi ritorna

in core.

Per non

soffrir cos vorrei

morire,

Ma quando

penso a

te voglio guarire. *

Ma

anche

la

speranza era fuggita.


si

Questa crudele agonia

prolung per molto


morte,
gli

tempo con
e di

una

lunga

vicenda di miglioramenti
la

peggioramenti.

Pareva che
lento

con-

dannandolo a questo

martirio,

dicesse

come

Vitellio alle sue vittime: voglio che tu senta

di morire.

In una sua

breve

dimora

in

Bologna

prese
nei

parte ad una lotta personale che ebbe luogo


fogli

pubblici.

Assunse

in quell'occasioue di
s

il

pseu-

donimo
colla

shakspeariano

Meradio

combatt

penna audacemente,
forse

che quel pseudonimo

non

dimenticato in Bologna, ed abbiamo

creduto bene di trovargli


* Taccio, per ragioni troppo

posto
facili

sul

frontispizio

a capirsi,

tutto ci che
il

riguarda ad amori del povero defunto. Del resto


trover molte traccie in questo libro.
I

lettore

ne

versi

qui sopra

citati

scritti sul dorso di un biglietto di visita ed inviati da Napoli ad una persona che ce li volle gentilmente favorire con altre cose pubblicate in questa raccolta. L'autore diceva

furono

di

non aver tempo

di esser

poeta e non

avea alcuna stima


foglietti volanti
il

de' propri lavori

che

gettava qua e l sopra

che

durammo
volta ecc.
nei

molta fatica a riunire. Cosi

sonetto

una
villa

Forse
una
diratto lo

fu scritto col lapis sulla

balustrata di
cui era

dintorni di Bologna.
lo

La persona

trascrsse,

conserv e ce ne diede copia.

AL LETTORE.

di

questo canzoniere. Ci asteniamo


i

per

dal

ri-

produrre

versi amari che l'autore scrisse in quei

giorni; prima perch di


cipale,
diretti
biti

argomento troppo munialtra

poi perch la persona contro la quale furono

ha pagato,

in

ben

guisa,

suoi de-

colla societ.

Finite queste lotte,

fin

anche

l'

energia mo-

mentanea che
del

lo

aveva sostenuto, peggior e doFinalmente, sul


finire

vette cercare aure pi miti.

1875, lo

vedemmo improvvisamente
occhi
soli

ricompa-

rire a

Bologna, cereo, macilento, curvo come un


;

vecchio
gli

gli

erano

vivi.

Non

ascolt

amici che lo pregavano di ritornare a Napoli


Pisa,

od a

volle
l'

inesorabilmente

ritornare

ai

suoi monti,

dove

inverno

1'

incrudeliva. Io
di
finirla

ho
una

sempre pensato che avesse deciso


volta.
Il

febbraio

1876 mi giunse un telegramma

che diceva
Il

Vieni a vedermi morire

Renzo.

giorno dopo partii e lo trovai in letto


Il

alle

prese colla morte.


triste

freddo era acuto

ed

il

suo

paesello coperto di neve e velato di nebbia.

Quando entrai non mi disse altro che grazie. Mi aspettava e mi tese la mano umida ed
erano
pi

agghiacciata, dove non


la pelle.

che

le

ossa e

La

notte lo vegliai
le

io,

seduto

al

suo

scrittoio,

frugando tra

sue carte,

povere

foglie
i

cadute
frutti.

da una pianta moribonda prima

di portare

AL LETTORE.

Che cuore

fu

il

mio,

povero
al

amico, tuo
si

leggendo

tuoi canti d'

amore vicino
giorno e
la

letto di

morte

Venne
passi.
Il
il

il

morte
uffici

avvicinava a gran

parroco faceva

per salire

ad eser:

citare

suo ministero.
no.
il

Ne
sua

parlai al

moribondo

rispose,

Verso
sue

mezzod

la

voce

sfinita e

fioca

era ridotta ad un soffio,


rare

tanto

che per

udire le
lui,

parole

dovevo

chinarmi

sopra di

quasi coll'orecchio sulle


la finestra

sue labbra. Fece


sole,
il

aprire
desi-

per

vedere
:

il

quest'ultimo

derio dei moribondi

ma

sole

non

e'

era.

Alle due pomeridiane

mi prese per mano.

poco a poco
cora
la

le

forze lo abbandonarono. Intesi an-

parola fine, poi pi nulla.

sepolto nel cimitero del suo paese sotto al

quinto cipresso a sinistra di chi entra.


funeraria non porta che
averi
li
i

La

pietra
I

nomi e

le

date.

suoi

lasci tutti alla beneficenza.


ci

Non

dissimuliamo che

questi versi escono

alla luce in

un'epoca poco propizia. L' individua-

lismo ha fatto ormai una virt dell'egoismo. Per

questo nessuno bada a ci che

pensa o soffie
se e

il

suo vicino e
tutti

la

massima ognuno per


il

diventata

canone della
del

vita
ci

Dio per sociale. Le


riguardano
ri-

gioie
pi,

ed

dolori

poeta

non

non

ci

commuovono, spesso
nell'attendere
alla

anzi ci fanno
ci

dere scetticamente. Questo

pensiero

ha spesso
dei

tormentato

pubblicazione

AL LETTORE.

canti

del

nostro

povero
il

amico;
libro

ma

tuttavia

ci

sorrise la speranza che

potesse

pure

in-

contrare qualche anima non

aduggiata
che un

dall'egoi-

smo;

ci

sorrise la

speranza

nome

a noi

caro fosse pure imparato a conoscere da qualche-

duno, che

il

nome

dell'amico nostro non passasse

ignoto sulla terra.

Ci siamo ingannati
no,

Sperando che
tempeste
della

abbandoniamo
Potremo
di

il

libro

alle

pubblicit.

aver

errato

credendo questi canti non indegni


sciuti
ci
:

esser conoall'

ma

se

1'

affetto

che

portammo
il

autore

fece velo

agli

occhi,

voglia
ci

lettore

perdo-

narci, e

queir affetto stesso

tutto

valga di scusa. Se
nostro
lo

errore

e' ,

nostro, e per

ac-

cettiamo.

Bologna, S febbraio 1S77.

DoTT. Olindo Guerrinl

1877

POSTVMA

p,overi
Rime
d' ira,

versi miei

gettati al

vento,

Della mia giovent memorie


di

liete,

gioia e di lamento,

Povere rime mie, che diverrete?

Ahi fuggite, fuggite

il

mondo

intento

flagellar chi
s

non l'am: premete


bugiardo accento,

L' inculto

ma non

Conscie dell'amor mio, rime discrete.

se la
le
il

Per cui

donna mia ritroverete angoscie della morte io sento.


segreto del mio cor sapete,

Voi che

Voi testimoni del perir mio


Quanto, quanto
1'

lento,

amai voi
al

le

direte.

Poveri versi miei gettati

vento!

14

POSTVMA.

II.

NATALIZIO
Cosi nel

mondo

Sua ventura ha ciascun dal

d che nasce.

Petrarca.

J.

riste chi
dell'

errando in quella notte cieca


ignoto
alle

Col terror

calcagna
la

Per queste selve, ud strider

bieca

Voce

del gufo ed ulular la cagna.

Tutti

fantasmi che
tutti,

la

notte arreca

Sceser qui;

e dalla sua montagna,


al

Solo

il

cupo ladron che

giorno impreca

Non

cal quella notte alla

campagna.

Come nembo
Sceser
le

di furie agitatrici
al

De' satanici amplessi

rito

immondo

streghe dalle lor pendici.

Triste colui che in quel terror profondo

Trasse della sua vita

primi auspici!
al

In quella notte io son venuto

mondo.

POSTVMA.

15

III.

EL/ra una notte

come questa

il

vento

Scuoteva urlando

la

mia porta invano:

Lunga come un lamento


Mezzanotte battea lontan lontano,

Cadea

la

pioggia a

rivi

Dalle gronde sonore e tu partivi.

Tu
Mi
Il

partivi per
in gi,
la

sempre ed
cltrice

io

sul letto,

Col viso

mordea;

strideva nel petto

singhiozzo del pianto e non piangea.

Cos tu m'hai lasciato

il

bacio

dell'

addio non

me

l'

hai dato.

Da

quella notte non

t'

ho pi veduta

pi nulla di te non seppi mai.


sei

Forse tu

caduta
stai.

Nel vituperio ed aspettando

Seduta

sulla porta,
il

Chi compri

bacio tuo; forse sei morta.

l6

POSTVMA.

Forse, e questo pensier pi mi tormenta,

Non
La
I

ti

ricordi pi del tuo passato,

E godendo

contenta

casta pace d'un

imen beato.
fu

Baci col labbro pio


figli

d'un amor che non

il

mio.

Nel tempo anch' io sperai che pur conforta, Che spegne pure ogni dolor pi greve.
Ti
volli

creder morta

Perch scordarsi degli estinti lieve,

dissi

al

cor mio gramo.

Dissi all'anima mia: dimentichiamo.

Invan.

Da

quella notte io porto in core


:

Come una
Odio

piaga che guarir non vuole

Chiuso nel mio dolore


la terra, la

maledico

il

sole.

Maledico

vita.
;

Perch non spero pi

tu sei partita

E E
a

partita per

sempre! e pur se sento


dalle

La piova ancor che


mezza notte
il

gronde scroscia
d' angoscia,

vento

Sonar come un lontano urlo


Dal mio guanciale
il

volto

Levo

e le voci della notte ascolto.

POSTVMA.

17

Cos mal desto


Velate

le

tue bianche forme,


io

come

in

sogno,

veggo

in

mente:

Tace per poco e dorme


Il

tarlo roditor che

lentamente

La mia

vita divora,
d' aspettarti

mi par quasi

ancora.

Pu

la

mente scordar
li

tutto

un passato.

Ma
I I

la

mia carne non

scorda mai

baci che m' hai dato,


misteri d'
notti
le

amor che

t'

insegnai.

Le

mie pi

liete,

tue volutt le pi segrete.

Ahi,

ma

dal

mio sopor

tosto destato.

L'atroce verit riveggo intera!

Ignudo

e forsennato

Levo

le

braccia nella notte nera

sulla coltre sola

Spasimo

il

pianto mi

s'

annoda

in gola.

Pianger non posso. Maledetto Iddio,

Se favola non come l'amore, Egli che il pianto mio

Come una
Egli che
ci

pietra

mi sald

nel core,

ha diviso
il

che

il

pianto mi nega e

tuo sorriso

Stecchetti.

l8

POSTVMA.

Oh, se pianger la morte mi facesse, Se una lagrima sola, un' ora sola
De' gaudi tuoi mi desse.

Ricada sovra

me

la

mia parola

Se

la

casa di grida
risonasse gi pel suicida!

Non

POSTVMA.

19

IV.

Maudit printemps reviendras-tu toujours ?

BRANGER.

P.rimavera
Che
fra
i

che tu sia maledetta!


tigli

rami de'

io la

vedea

Allor che sola al suo balcon sedea


L' inverno a far
l'

amore

e la calzetta.

Baciandoci cogli occhi,

alla

vedetta

Sempre stavamo
Gi
il

il

d,

n fronda rea

L' innocente baciar ci contendea....


difetto del

tempo

la gran fretta

E
Aura

il

mal tornato sole ora discioglie


i

L' amica neve e

tigli

alla

leggiera
le

del

novo

aprii

metton

foglie.

Un
Che

fitto

vel di fronde,
i

una severa

Siepe di rami

baci suoi mi toglie....

tu sia maledetta primavera!

20

POSTVMA.

V.

MEDIO EVO

JZjran

folte le

tenebre

Ed ogni

cosa nel Castel tacca,


in carcere,
:

Ma

il

biondo paggio

Solo col suo dolor, cos piangea

Ahi, troppo in alto, misero,

Ho E

la

speranza e l'amor mio levato


del re la figlia

Amai

vivo in questo avel m' han sotterrato.

Oh, se una sola lacrima

Io le fossi costato, un sol pensiero.

Questo sepolcro squallido


Io non lo muterei con

un impero

POSTVMA.

21

Quando una bianca imagine


Improvvisa comparye in sulla porta

trepidando

il

giovane
Chi
sei,

Le domand

povera morta?

Morta non son

La parvenza Non sai ? Le Son la figlia

gentil scolte

gli

mormora
tocca!....

guardami
:

dormono

del re: baciami in bocca.

22

POSTVMA.

VI.

Si fractus illabatur orbis

Impavidum ferient ruinae.

HORAT.

Vi
E
La
ti

ieni

Nerina! Siediti

Lieta sui miei ginocchi


scintilli

cupida

volutt negli occhi;

Vieni, ed

il

collo cingimi

Con

le

soavi braccia,

Io nel tuo sen che palpita

Nasconder

la faccia.

Squarci la terra

fumidi

Visceri suoi profondi.

Crollino

cieli

e riedano
i

Infranti al nulla

mondi,

POSTVMA.

23

A me
Labbro

non

cai

Se mio

il

roseo

sul labbro

Serri, Nerina,

impavido

Sfido la morte e Dio.

24

POSTVMA.

VII.

E
E

pur mi sento nel cervello anch'io

Qualche cosa che vive e che lavora,


pur quest' aura che
il

mio volto

sfiora

L'alito par dell'agitante Iddio!

Talor, cedendo

a'

sogni miei, m' avvio


il

Per

floridi sentier
i

che

mondo

ignora;
allora

Salgono

canti alle

mie labbra

spero e credo

dell'

ingegno mio.

Ma
Via per

quando
la
le

il

dubbio mi

risveglia,

quando

nebbia del mattin tranquille


larve che seguii sognando,

Sfuman
Colle

man mi

fo velo alle pupille


:

mi guardo nel core e mi domando

Sono un poeta o sono un imbecille?

POSTVMA.

25

Vili.

>en B,

ritornato carneval giocondo;

Eccomi

serio

ecco ripiglio, o mondo, La maschera bugiarda.


:

Oh, non tradire


Pallido aspetto

il mio dolor segreto. mio Mostrati lieto.


!

Che

la folla

ti

guarda.

Nelle feste giulive ognun m' addita

E
Ed

dice

vedi un cor che non ha vita

Guarda un uom senza fede!


io sorrido fra la
la

turba sciocca.
il

Ho

morte nel core e

riso in bocca,

Ma

il

cor nessun lo vede.

Oh, se sapeste
Sotto
al

ci che
riso

si

nasconde

mio

lieto

e che profonde.

Sanguinanti

ferite

M' han
Tutto

lacerato
il

il

core,

oh se sapeste

martirio mio, voi torcereste

Le

pupille atterrite!

26

POSTVMA.

E
I

tu,

ribelle cor,
il

perch

al

villano

muscoli robusti,

sangue sano

E
Candidi

r ignoranza invidi?
fior,

Eccoti danze,
petti,

chiome

fluenti,

volutt cocenti....
volta....

Ridi una

ridi

POSTVMA.

27

IX.

V_yome il ricordo vago e mal D' una speranza gio vanii caduta,

distinto

Come

il

ricordo d' un affetto estinto


sei

Nel mio vano sognar tu

venuta

E
Che

m'hai messo nel sangue un novo istinto


il

scalda

cor tediato e lo trasmuta;


la

Sul mio cammin

speme

hai risospinto,

La

tentatrice eh' io credei perduta.

L'

anima mia

cos lascia la stolta

Piuma dove ingrass

ne' sonni tardi


ascolta.

attenta

il

suono de' tuoi passi

Lasciar per te potrebbe

suoi codardi

Ozi ed amar

la vita un' altra volta,

Ma

tu le passi accanto e

non

la

guardi.

28

POSTVMA.

X.

N<
Perch
i

o,

non chiamarmi giovane


capelli miei

son lunghi e biondi

le

mie guancie

floride

Di molli

carni e di color giocondi.

Son come
Donna,
ti

il

frutto fradicio
il

Dentro e che serba

suo color di fuora.

sembro giovane

sono un morto che cammina ancora.

Chiusa per sempre ho


Alle dolci lusinghe ed
ai
;

l'

anima

conforti.

Donna, non mi sorridere Dpnna, non mi tentar


;

rispetta

morti.

POSTVMA.

29

XI.

X N el
Coir

sonno mio credei

di rivederla

Angel
ali

di paradiso

del color di madreperla

Sfiorarmi

il

viso.

Era bianco

vestita,

il

crin disciolto

Scendea sino

ai

ginocchi

Luce

d'

amor pioveva

dal suo bel volto,

Pioveva dagli occhi.

Ahi,

ma quando un
:

sorriso errar le vidi

Sulle labbra frementi,


Dissi

imago

gentil,

se

mi
!

sorridi,

sogno, o menti

30

POSTVMA.

XII.

L
E

.o morir,

che
e
il

la fatai

Volando giunge
gi la

mia sera tempo non s' arresta


e nera

tomba spalancata
s'

divorar la carne mia

appresta.

Quando

tutto ritorna a primavera

Io sol non torner. Sulla mia testa,

Dalla materia mia gi tanto altera

La maggiorana

crescer modesta.

L
L

vieni,

o donna:

il

tuo fedel t'invita.

sulla

tomba mia

cgli

L' erba che amavi dal

commossa mio cor nudrita.


liete
1'

Oh, non negarle un bacio, e

ossa,

Come

a'

tuoi baci gi solcano in vita,


la

Fremeranno d'amor dentro

fossa.

POSTVMA.

31

XIII.

/ Soulary.

'uando Q,

nacque Ges dal sen fecondo

Della vergine ebrea, l'orrida vesta

Scosse r inverno e rinverd giocondo

E Betlemme

ador di Dio

la gesta.

Sorse un inno
Iddio
s'

d'

amor

dal ciel profondo,


;

un degli uomini alla festa


il

Osanna, ognun grid, redento

mondo

Ma

r asino ed

il

bue scosser

la testa.

L' asino disse

o spalle mie, saprete


siete

suon

di

verghe se redente

Quando

Gerusalemme
bue:
le

il

condurrete!

Ed

il

mie costole sapranno

Un

giorno a Cana se redente


in bistecche

Quando

me

le

1' hanno mangeranno

32

POSTVMA.

XIV.

.uando Q,

cadran

le

foglie e tu verrai

A
E

cercar la mia croce in camposanto,

In un cantuccio la ritroverai
molti fior le saran nati accanto.

Cgli allora pe' tuoi biondi capelli


I

fiori

nati dal

mio

cor.

Son

quelli

canti che pensai


d'

ma

che non
ti

scrissi,

Le parole

amor che non

dissi.

POSTVMA.

33

XV.

NOIA

A.

.ria

ferma e corrotta, acque stagnanti,

Biscie, zanzare e rane,

Sabbie senza confin, corvi vaganti,

Donne

brutte e villane,
gialla e discortese
:

Gente ignorante,

Ecco questo paese.


Sbadigliando languir solo e soletto

Lunghi

e tediosi giorni,

Dormire

e ricader disteso in letto


il

Finch

sonno
il

ritorni.

Sentir la mente e

core in

etisia,

Ecco

la vita

mia.

la vita

che move

il

tenerume
;

Del polipo natante


il

vegetar del verro entro

al

pattume

Del brago ributtante;

Un medico
D'
Stecchetti.

direbbe

un caso bello

atrofia di cervello.

34

POSTVMA.

E
Ai

pur cos sempre non


Il

vissi,

e torna

mio pensiero
monti che

ai

lieti,

cari

la vite

adorna,

Ai

tranquilli oliveti.
riso,

Air innocente

alla gaiezza

Della mia fanciullezza.

Odorati rosai, dov' rivolta

Dove

Ogni speranza mia, il mio core am

la

prima volta

che r estrema
vi

fa.

Questo

giunga almen lontano addio,


dell'

Rosai

amor mio

Ahi, trascinando nella pigra noia

Questa

vita

inamena.
il

Vie pi m' duro

rimembrar

la gioia

Spensierata e serena

Che, non curante, delibai nel fiore

Del mio tempo migliore

mia Venezia

Allor non conoscea

Questi tedi mortali

Quand'

io soletto in

gondola correa

La

notte

tuoi canali,

Da' miei sogni cullato e dalla bruna

Onda

della laguna

POSTVMA.

35

E E

mirando
De'

nell'

acqua

il

tremolio

pallidi lampioni,
1'

tendendo

orecchio

al

mormorio

Di lontane canzoni,
Io gustavo r arcana ed infinita

Volutt della

vita.

Napoli;

Palermo!

rimembranza

De' miei cari vent' anni,

larve liete della

mia speranza
g'

Di

cui

piango

inganni,

Deh, perch tormentar quest' agonia

Che fortuna m'

invia

Lasciate consumar stupidamente

L'ozioso viver mio

Tanto

eh' io possa

addormentar
:

la

mente

Nel tedio e

nell' oblio

Cos riposer notti tranquille Cos morr imbecille.

S.

Maria del Salice (Maremma La


notte del 4 al

toscana).

s aprile 1870.

36

POSTVMA.

XVI.

N.
Il

ella

capanna

in
s'

fondo

al

mio
;

cortile

luppolo alle canne


e'

attorciglia

Neil' aria fresca

un odor gentile,
di

Odor

di

gelsomino e

vainiglia.

Un' Ebe quasi nuda,


Sorride e spia con
le

alta e sottile,

marmoree

ciglia

De' palombi

gli

amor

sotto al sedile

il

vento del mattin passa e bisbiglia.

Bisbiglia e narra di lontane aiuole Gli

amor

lontani a

un popolo giocondo
di viole.

Di gerani fiammanti e

Quanto amor, quanta gioia


Di pochi passi che
si

in

questo
!

mondo

desta

al

sole

Oh

quanta vita

Ed

io

son moribondo.

POSTVMA.

37

XVII.

EBBRO

N<
Noi
la

oi d'

Epicuro

sacerdoti siamo,

amor lieta rischiara, Noi l'opulenta mensa abbiam per ara


face d'

cantici di

Bacco

al

ciel

leviamo.

Frine con noi sacerdotessa abbiamo

Che

misteri del

Dio calda

e'

impara,

E
I

di

Pafo
i

alla

Dea
i

libera e cara

canti,

baci,

sacrifizi

diamo.

Noi non abbiam per

rito altro

che

il

riso

E non sognamo
D' una noia

il

travaglioso acquisto

infinita in

Paradiso

Ma

r uggia debelliam del secol tristo


il

In un femineo sen celando

viso.

Bevendo

in fresco e

bestemmiando

Cristo.

38

POSTVMA.

XVIII.

. I.o non voglio saper quel che

ci

sia

Sotto

la

chioma

al

bacio mio donata

E
Tu

se nel bianco sen, ragazza mia,

chiuda un cor di santa o di dannata.

Che cosa importa a me


Tra una promessa e
l'altra

se
t'

una Jjugia

scappata?

Che cosa importa far la notomia A queir ora d' amor che tu m' hai data

Non
Il

cercher se dentro

al

vin bevuto
:

Ci fosse qualche droga forestiera

tuo vino era buono e m' piaciuto.

Io non voglio saper quanto sei casta

Ci

amammo veramente Fummo felici quasi un

un' ora intera,

giorno e basta.

POSTVMA.

39

XIX.
Goethe.

,uesta Q,

notte allungai la passeggiata

Sino

al

balcon della fanciulla mia

vidi un'

ombra bianca ed
verso
la

agitata
via.

Accennar

di lass

Un brivido mi corse sotto un'ora che ci amiamo e

ai

panni

gi m'inganni!

Perch, perch questa finzione orrenda?

Amor

mio, che

t'

ho

fatto....

Era

la

tenda.

40

POSTVMA,

XX.

,uando tu Q,

sarai vecchia e leggerai


al

Questi poveri versi accanto

fuoco,
.

Rivedrai colla mente a poco a poco


I

giorni in che

t'

amai.

ti

cadr sul petto


la

il

viso smorto

Per

memoria

del tuo

tempo

lieto

A me

ripenserai nel tuo segreto,

A me E E
ti

che sar morto.

ti

parr d' udir


di

la

voce mia
il

Nel vento che

fuor suscita

verno,

parr d' udir

come uno scherno,


bieca ironia.

Una

E
I

la

voce dir

?
i

Te ne rammenti

pi

Te ne rammenti. Com' eran belli


tuoi capelli
!

tuoi capelli d' oro,

Sul bianco sen fluenti

POSTVMA.

Oh, come

il

tempo

t'
i

ha mutata

Oh, come

T' ha impresso in viso

suoi deformi segni,

Dove son dunque

tuoi superbi sdegni!

E
Sola
al

le

tue bionde chiome

tuo focolar siedi, piangendo


;

La

giovenil tua morta leggiadria


;

Io piango solo nella

tomba mia Vieni dunque t' attendo


:

Vieni e se in vita mi

fall

la

speme

Di viver teco

giorni miei sereni,


:

Ci sposeremo nella tomba. Vieni

Vi marciremo insieme

42

POSTVMA.

XXI.

CAFF CONCERTO

N<on
Superbo

pi lo scherno di Prometeo suona

in faccia al
i

Dio che

lo

percuote

Non
Il

pi sfregia

codardi in sulle gote


:

verso che flagella e non perdona

Non

pi, terror di regi, Eschilo


il

tuona
:

Dalla libera scena e

ferro scuote

Dormono

1'

ossa del tragedo ignote


di

Lungi dal verde pian

Maratona,

Ma
Tenta

Taide mima, a saziar


le

la

fame,

reni de'
il

moderni ciacchi

Levando

piede nella danza infame;

Ma

noi giacciamo nauseati e stracchi


affetto in cor,
et.

Senza un

sul reo letame

Di questa sozza

Noi siam

vigliacchi.

POSTVMA-

43

XXII.

\y siamo amati
Nel giugno azzurro

in faccia al sol raggiante tra le spiche


le

bionde:

Quelle querele laggi steser

fronde

Sopra

le

audacie tue, gentil baccante.

Le parole pi dolci Ce le dicemmo tutte, e


Arti di volutt eh'
altri

e le pi sante
le

gioconde
d fiammante.

nasconde

Noi

le

mostrammo

tutte al

Ma

r autunno torn,
i

ma

in

lungo stuolo
usate,

Tornano corvi, ed alle selve Dove salimmo insiem, ritorno

solo:

Ma
Cadon
Ahi, r

dal vento d' ottobre assiderate


le

foglie delle querele al suolo....


1'

amor tuo dur quanto

estate

44

POSTVMA.

XXIII.
I

FILOSOFI SALARIATI

o,
Ma
Tira
la

'r

non pi

tra le rabbie e le contese


filosofia,
la

Povera e nuda va
fa la

ruota a scuola e per


le

via,

paga e noi facciam


forca e
l'

spese.

Se regnano
Di San Tomaso Se torna
Inneggia

la fa

il

crimenlese

apologia,

in alto la
alla

democrazia

repubblica francese.

Ah, panciuta camorra

di

ruffiani

Che della verit strame vi fate. Ogni giorno che splende ha il suo domani

rivederci,

maschere pagate,

A A

rivederci, illustri mangiapani,

rivederci sulle barricate

* Vedi Les Philosophes salaris vecchio pamphlet del compianto senatore Giuseppe Ferrari, dalla cui lettura questo sonetto fu ispirato. Ci per tranquillizzare
credersi
feriti,
i

filosofi

che potessero O. G.

e poi perch la verit.

POSTVMA.

45

XXIV.
IN
DI

MORTE

UN MOLTO REVERENDO STROZZINO

Curia romana non petit ovetn sine lana: Dantes exaudit : non dantibus ostia claudit.
Antico distico leonino.

I,ntendi tu

il

lugubre

Lamento

de' bronzi

S dolce agli ipocriti,


S bello pe' gonzi
Il
?

tempio rigurgita
colli

De'

pi torti

Che lieti borbottano La prece de' morti.


Requeiscant in pace,

Requiescant in pace.

46

POSTVMA.

Implorai! que' cantici

La pace Che pria


Bar
/h,

al

banchiere

d' esser nobile

al

tavoliere.
l'

Mon

dice

epigrafe
sepolte,

Le infamie

Ma

noto che in Svizzera


sette volte.

Scapp

Requiescmit in pace,

Requiescant in pace.

Rubando al postribolo, Rubando al convento.


Prestando
al

suo prossimo

Al cento per cento,


Sul ricco e sul povero

Stendendo
In barba

la

mano

al

decalogo

Mor da

cristiano.

Requiescant in pace,

Requiescant in pace.

Ed
I

ora chinandosi

In umile aspetto
preti gorgogliano,
il

Battendosi

petto

Ges, ricevetelo

POSTVMA.

47

Nel coro dei santi

Gli eredi ci

pagano
!

pronti contanti

Requiescant in pace,
Requiescant in pace.

Pagare! All'intendere

Quest' aurea parola




Il

core

ci

palpita

Di sotto

alla stola!

noi, ricchi e poveri,

La borsa

recate
ne'

Sta scritto

Canoni

Pagate,

pagate!

Requiescant in pace,

Requiescant in pace.

Di preci e di lagrime

Il

ciel
il

non

si

appaga,
pontefice,

Ma

sommo

Assolve chi paga.

ver che

gli apostoli
1'

Sprezzavano
ver
;

oro,

ma

tenevano
?

La serva costoro

Requiescant in pace,

Requiescant in pace.

48

POSTVMA.

De' Volete

cieli
il

alla
?

gloria

diritto

Pagate, cattolici,
Pagate
1'

affitto
1'

forza che

anime
obolo

Passando Acheronte

Ammansin

coli'

Chi fa

da Caronte.

Requiescant in pace, Requiescant in pace.

Venite, la celebre,

La

santa Bottega
prezzi di

fabbrica

Vi scioglie, vi lega,

Fa spaccio
I

di meriti,

Cancella peccati....
Venite
!

solvibili
!

Saranno beati

Requiescani in pace,

Requiescant in pace.

POSTVMA.

49

XXV.

,uando Q,

scesi

di botte al

Vaticano

Lo Svizzero
Sternutiva in

di

guardia raffreddato
cos strano

modo
piove /

Che

dissi

mi

tirai

da un

lato.

Egli intese e

mugg
ti
:

Mein herr
'

taliano,

Da

che paese star

capitato ?

Io pronto replicai

Son di Milano

lei,

di grazia, in che cantone nato ?

Lo

Svizzero lev

le

man

pelose.

M'afferr, mi batt contro al portone,

Ed

arrotando

denti

mi rispose:

Ti,

puzzurre, star nato in un cantone,


citt star

Ma

mia

crande e star craziose


ss,

Ss Ffrascatano,
Stecchetti.

prute pufone

4.

50

POSTVMA.

XXVI.

LAZZARO
/.

Soulary.

sozzi lini del sepolcro scossi,

Ancor mal desto Lazzaro piangea E ii cupo Rabbi dai capelli rossi
Dell'osanna volgar
si

compiacea.

Il

In che peccai che

s
:

punito io

fossi

risorto discepolo dicea

In che

dunque peccai che


le

tu

m' addossi

Tutte

colpe della gente ebrea?

Mi dovevi

salvar quand' io moria

Ed

al

sepolcro la mia carne hai tolta


nel suo

Or che

dormir pi non

soffria.

E
Turba

tu,

Rabbi che amai, perch


il

la stolta

in te riconosca

suo Messia,
!

Mi condanni a morire

un' altra volta

POSTVMA.

51

XXVII.

N,
E
Mentre

eli'

aria della sera

umida
arati

e molle

Era r acuto odor de' campi

noi salimmo insiem su questo colle


il

grillo stridea laggi

nei prati.

L' occhio tuo di colomba era levato

Quasi muta preghiera

al

ciel stellato

Ed

io

che

intesi

quel che non dicevi

M' innamorai

di

te

perch tacevi.

52

POSTVMA.

XXVIII.
F. Coppe.

'omani D,

ella

verr

Domani

certo

Che il tempo mi parr lungo, mortale, Quando commenter sull' uscio aperto
Ogni passo che suoni
Verr! Verr!
Palpito e tremo
in sulle scale.

Ma

perch dunque, incerto,


collegiale
?
!

come un
non

Ah, purch tutto non


Purch
la

sia gi scoperto

mamma

sospetti

il

male
:

Dentro una voce susurrarmi sento


Verr....

doman

verr

Chi pi

1'

aspetta
!

Lo

ritrova pi dolce

il

gran momento

Come
Della sua

calda sar la prima stretta

man tremante

e lo spavento
!

De' primi baci dietro


*

alla veletta

Veramente suU' ultima parola di questo sonetto nell' oriuna cancellatura ma nessuna parola fu sostituita. Sappiamo bene che veletta nel senso di piccolo velo e specialmente di quello che portano le donne sul cappellino, non voce ortodossa, anzi gallicismo atroce, ma non oseremmo metter le mani in roba d' altri. Chi in queste cose soffre il solletico, chiuda gli occhi e immagini una filza di puntini.
ginale
:

O. G.

POSTVMA.

53

XXIX.

M^

.agre virt che vi scandolezzate


le

Se una donnina mostra un po'


Verginit feroci e stagionate

spalle,

Dai denti lunghi e dalle labbra


Chiudete
la finestra e

gialle,

non guardate
valle,

In questa nostra

lacrymarum
alle
le

Tornan
I

col
g'

maggio

nequizie usate
farfalle.

fior,

innamorati e

Chiudete

gli
i

occhi
fior,

Tornano
al

ai

capelli

Delle fanciulle

tornano

prato

Fino r agne di Cristo a


Chiudete
libro

far gli agnelli.

il

mio scomunicato
belli

Che

vi

potrebbe dir come son


le

Maggio,

peccatrici

ed

il

peccato.

54

POSTVMA.

XXX.

L
Ma

ja

guardi

mi diceva

il

sagrestano

La guardi un poco qui questa Con questi sbuffi di velluto in

pianeta
seta,
!

Se son cose da semplice piovano


che
le

pare

Un

parroco, un cristiano

Lisciarsi a mattutino

ed a compieta

Colla delicatezza d' un poeta.

Quando

il

papa prigione

in

Vaticano

Un
Un
Che

anno

fa

ci

venne un monsignore,

personaggio
scrive

illustre,
nell'

un

letterato

appunto

Osservatore.

Quello sapeva andar come va andato

Era

tutt'

unto, povero signore,


!!..

intabaccato, veda, intabaccato

POSTVMA.

55

XXXI.

v^onosco un vagabondo
De' pi straordinari

Che sciupa

suoi denari
al

Senza un costrutto

mondo.

Disutilaccio e tondo

Viaggiando senz'
Ozia
Siti

affari,

in tutti

pi vari

del

mappamondo.

Certe lingue di fuoco

Che

nel

mese passato
dappoco,

Lo chiamavan
Ora r han

battezzato....
?

Indovinate un poco

Francobollo di Stato !

56

POSTVMA.

XXXII.

w[jozzo di fango come un animale,

Poco

vestito

come un

africano,

Incontrai di Ripetta in sulle scale


Il

padre Tebro con un piego in mano,

gli

gridai

Ma
la

che pazzia

t'

assale

Cos col fresco, gran fiume romano,

D' andare a zonzo per

capitale
?

Con

questi calzoncini di pantano

Nella sua bianca barba d' eremita


In tono d' ironia ghign
il

vecchione,

mi rispose

d'

che

non

1'

ha capita

Col biglietto che vuol


Porto r augurio

1'

educazione
vita

una lunga

quei signori della Commisione.


/

gennaio 1874.

POSTVMA.

57

XXXIII.

p.enelope
Ma
Che

sei

tu che
il

il

ciglio china

che non china


la calunnia,
i

viso intemerato,
il

proci ed

peccato

^t

Sfida colla virt quasi divina.

Te

delle
1'

amiche tue

fin

la

caina

Lingua e

invido dente han rispettato.


t'

Tu non
La

sembri di carne. Iddio

ha dato

sacra maest d' una regina.

La veste meno che il pudor ti vela Quando superba nelle danze vai, Ed un tuo sguardo il desiderio gela.
Penelope
sei
tu,

che tesser

sai

A mezzogiorno la tua E meco a mezzanotte

bianca tela
la

disfai.

58

POSTVMA.

XXXIV.

,uesta Q,

notte in battello, in alto mare,

Del mondo
Ci dicevamo

ci

eravam dimenticati
parole care

le

Che san

soltanto dir g' innamorati

E
I

sentivam
sogni,
i

la

volutt cullare

lieti

sogni nostri usati,

Ed

alle

labbra su dal cor montare


d'

Quei discorsi

amor che son

peccati.

Quand'

ella

tacque da un pensier colpita

omero mio la testa bionda Improvvisa lev come atterrita,


dall'

E
Taci

colla faccia stranamente fissa,

Nella notturna tenebra profonda.

mi susurr

Laggi

e'

Lissa

Rimini, Luglio i86g.

POSTVMA.

59

XXXV.

.uando Q,

nell'

ombra

de' tuoi negri occhioni

Improvvise balenano e procaci

Le cupidigie che arrossendo taci E mi tenti e mi sgridi e mi perdoni


Quando, fingendo
di negar,

mi sproni

Co' tuoi sorrisi alle carezze audaci

Ed

alle

mie

lascivie

ed

a'

miei baci

L'umida bocca

e l'anima

abbandoni;

Quando
il

a'

ginocchi delirar mi vedi,

E silenzio ci E non contendi


Oh, se
d'

avvolge e
pi,

il

s'

invola
;

ma

sol concedi

amore eterno una parola


allor,

M'esce dal labbro

credila, credi.
sola.

Poich s'ama cos una volta

6o

POSTVMA.

XXXVI.

A VENEZIA

w^ei pur

bella,

Venezia, in mezzo all'onde


ai

Specchio tranquillo
Cui dal Lido

monumenti

alteri

Sei pur bella, canzon de' gondolieri,

muggendo
le

il

mar risponde

Amo, Venezia,

tue vie gioconde,

Gi testimoni de' domati imperi.

Amo
E
le

palagi tuoi superbi e neri

tue

donne

dalle treccie bionde.

V amo,
E

templi ove splende ogni tesoro

d'arti e di

memorie, ove Tiziano


capelli d' oro.

Pingea fanciulle dai

V amo,
Sogliole

trofei

rapiti al

mussulmano
amo,
v'

Di Candia e
fritte

di

Morea

v'

adoro,

e vin di Conegliano.

POSTVMA.

6l

XXXVII.
Kennst du das Land. ...?

Goethe.

'onosci tu
s'

il

paese

Dove non Dove alla

mortali,

fin

del

mese

Non scadon

le

cambiali?

Queir Eden ben pasciuto


Pieno di facce grasse

Che non han mai veduto


L'agente delle tasse?
Conosci tu

il

paese
i

Che non conosce preti, Le bettole, le chiese, Le ciarle dei poeti ?

Dove non c' soldati, Dove non e' catene. Dove g' innamorati
Si voglion

sempre bene

62

POSTVMA.

Ivi

nessuno ha detto
dice danno,
1'

Che donna

Perch lass

affetto

Esse scontar non sanno.

Oh,

chi trovar sapesse

Un' anima cortese


Qualunque, che potesse
Mandarti a quel paese
!

POSTVMA.

63

XXXVIII.

MEMORIE BOLOGNESI
A

Giovanni Vigna Dal Ferro.

Vi

igna, nel

mio

cortil

nereggia un

fico,

L' albero sarto del gran padre Io pranzo


all'

Adamo
t'

ombra

de' suoi rami e dico

gnese che

Vecchia Bologna,

amo

Questa poesia diretta a G. Vigna Dal Ferro, ora nell'America del Nord^ la sola di argomento esclusivamente boloci permettiamo di inserire in questa raccolta. Ai non bolognesi che non conoscono il Nettuno del Giambologna che il popolino chiama il gigante ed ignorano le ombre della Villa Reale di S. Michele in Bosco, non sar inutile dire che che il Sant' Isaia e Via Toschi sono due strade bolognesi Caff delle Scienze possedeva una fioraia arrivata alla cele:

brit per aver rappresentato la

sco in
sera

moglie di un Lucumone Etruuna mascherata che in piazza della Pace nei venerd d' estate la banda musicale cittadina rallegrava il nume:

roso pubblico co' suoi concerti. In quell' epoca fanatizzavano


i

brani dell' opera

Goti del Gobatti, cosi ingegnosamente

di-

Enrico Panzacchi. Quanto al biondo Ottone un buon birraio viirtemberghese, biondo cos cos, poich r emistichio rubato al Carducci, e che vende la birra
fesi dall' illustre critico

Le spiegaaioni di Vienna appunto in Piazza della Pace. sono lunghe, ma volendo inserire la poesia gi stampata nel giornale bolognese la Patria, allora diretto dal Vigna Dal
Ferro, erano troppo necessarie.

O. G.

64

POSTVMA.

T' amo, del senno antico antica madre,

un tesoro
le

d' affetti

in cor rinchiudo

Per

tue

donne

dalle occhiate ladre

Pel tuo gigante nudo.

O
Per
le

San Michele, anch'io

ci

son passato

tue strade solitarie e belle

E mi

scorgeva un luccicar velato

Di

lucciole e di stelle,

Neil' ora queta in cui

l'

odor de' prati

Umido

sai

da' tuoi valloni foschi,

Neil' ora in cui le serve

ed

soldati

Spariscon ne' tuoi boschi.

Sul tuo monte tessei romanzi anch'

io.

Profumati di cinnamo e di mirra

il

salario pagai dell'

amor mio

Con un

bicchier di birra.

Fu all'ombra
Ch'io
la trovai

de' tuoi viali, o

San Michele,
core.

la

donna

del

mio

La

giovinetta che mi fu fedele

Quasi ventiquatt' ore


Coi gomiti sul ponte
ella

volgea.

Come una santa, al ciel le luci belle, Ed io, poich V amor gi mi tenea.
Chiesi

guarda

le

stelle

POSTVMA.

65

Ella chinando gli occhi di colomba,


Gli occhioni di

colomba innamorata,
;

Rispose

no

sto qui a sentir la


la ritirata.

tromba

Suonar

Era bionda

e pareva un' angioletta.

Una

cosa di

ciel

che non ha

nome

E come un

casto odor di mammoletta,

Uscia dalle sue chiome.


Io le dissi

fanciulla.

Iddio
lui

ci

sente
!

La

gran parola in faccia a


Di', vuoi tu

diciamo

Di', giovinetta

bionda ed innocente.

amarmi?

io

t'amo.

Ella rispose

Stiamo

in Sant' Isaia,

come sei gentile numero tale,


di scale.

La

porticina in fondo del cortile,

Su due rami

Basta cos.

Non

posso pi badarvi.
:

Care memorie del mio tempo antico


Ci leggono
le

mamme

e per velarvi
il

Dovrei sfogliare

fico.

Stecchetti.

66

POSTVMA.

tacerei

ma

tu,

Vigna, mi scrivi
ti

strillare

Mercutio, a che
noi bruciati vivi

duoli

Lascia

Da

questi atroci soli

Noi che cuociamo, noi dobbiam


Diventati frittura.

strillare,

Tu

vivi al fresco,
All'

in

faccia al cielo, al mare,


!

immensa natura

Tu

dici ben,

Giovanni mio, fedele

E
Veggo

poliglotto amico

nel glauco

mar

le

bianche vele
al

Pranzando sotto

fico,

M' allegran
Freddo uh

gli

occhi la marina azzurra


le

ruscel nel bosco

campagne opime mio susurra


;

La natura

sublime!

Ma

questa carne di somaro infame

La pago per
Questo carton
lo

vitella.

pago per

salame....
!

Oh, cara mortadella


D' acqua e di poesia gonfio

il

ruscello

Fugge laggi

nei boschi,

Ma

il

rigagnolo mio com' pi bello

Che passa per

via Toschi

POSTVMA.

67

E come

cambierei questa

ficaia,

Questa vista divina,


Col Cafi delle Scienze e la fioraia Degli Etruschi regina

Canta

sul fico

mio
se

la capinera,

Ma

non

ti

dispiace

Io preferisco un bel venerd sera

In piazza della Pace,

Quando
Cava
gli

Antonelli col chepp alla sgherra

lo

spadon
i

sui tacchi

applausi e

bis di
del....

sotto terra

Coi Goti

Panzacchi.

bel venerd sera

Il

biondo Ottone

Versa birra gelata.


Gli zerbinotti

vanno
Dietro

in processione
la

fidanzata;

E E

le

ragazze van dove

e'

chiaro
il

Per mostrare
pescar colle occhiate
il

vestito

pesce

raro

Che chiamano
Questa
la poesia, la vita,

marito.

il

moto
sogna....
?

Che

la

mia mente

pieno

il

mio bicchier
Per
te,

senti

Lo vuoto
!

vecchia Bologna

68

POSTVMA.

Per

te,

Bologna mia! Canti chi vuole


natura, le pecore,
i

La

pastori,

Questo feroce sole

E
Venga

questo bosco pien di raffreddori.

1'

Arcadia a strimpellar canzoni


mare,
al

All' infinito

ciel

turchino,

Ai naufraghi mosconi
Cascati ad annegar dentro al

mio vino

Io nato ai gaudi del consorzio

umano.

Alle battaglie dell'intelligenza,

Del robusto villano

Non

invidio le spalle e

1'

innocenza

Ma

invidio voi che per le arroventate

Vie cittadine a lavorar movete.

Voi che m' invidiate.

Voi che

siete felici e

noi sapete.

Non

gridate cogli Arcadi e coi preti:

Lungi

dalle citt, lungi dal vizio.

Son

ciarle di

poeti:

L' innocenza dei campi un pregiudizio.

POSTVMA.

69

Ecco una donna

l,

sull'

erba verde,

Laggi, lungo

la via

che

al
si

bosco adduce, perde

il

suo

profil

Sfumato neir azzurro e


Chi sar
?

nella luce.

dove va

La chioma bionda
si

Saettata dal sol da qui

vede

Ella guata sull' onda.

Guata pei campi, origlia e poi procede.

la

pi bella bimba del villaggio,


pi cara di tutte e la conosco
:

La
Che Che
si

Perch questo vfaggio?


diavol cercher laggi nel bosco?
tratti
il

d'

amor

No

certamente
suo
si

Troppo

pudor

sul volto

vede

Ella troppo innocente....

No, no, mi
Esce un

sbaglio....

Oh

Dio, che mai succede?

uomo

dal bosco.... un

Io che nel fuoco avrei messo

la

uom davvero!... mano


! !

Madonna, come
Ah!... corpo d'

nero
!...

una bomba

il

cappellano

!...

Basta, basta cos

Non
si

pi al trotto

alla

carriera che

va

Fermiamo

E tu mio bel strambotto Vanne a Bologna e per me dille


:

Io t'amo.

70

POSTVMA.

T'

amo ed
T' amo,

affretto
t'

il

d
t'

del

mio

ritorno,
:

adoro,
ti

idolatro e dico

S' io

scordassi un giorno,
fico
!

Ch' io dondoli .appiccato a questo

Falconara, 1874.

POSTVMA.

71

XXXIX.
IRA

v_yieco

il

balen d' un' ironia feroce

Non E
ti

ti

vedea

sul viso

chiedevo colle mani in croce

La

piet d' un sorriso.

Come un bambino Come un

a te davanti gli occhi


chinai,

Trepidando
can flagellato
Vile,
a'

tuoi ginocchi,
;

mi

trascinai

China

1'

altera fronte,
Il

io

t'

ho baciato

lembo

delle vesti.

Ho

sofferto

1'

inferno,

ho bestemmiato.
e tu ridesti!

Ho

pianto....

Mi levo adesso dal codardo oblio, Le mie catene spezzo. Mi vergogno di te, dell' amor mio, Mi levo e ti disprezzo.

72

POSTVMA.

Or
Io,

di',

se

il

vuoi, che per te sola

ho pianto
!

Vinto, curvato, umile


te straziando nell'

audace canto,
sei yile.

Dir quanto

POSTVMA.

73

XL.

Il

CANTO DELL' ODIO

,uando Q,

tu dormirai dimenticata

Sotto

la terra

grassa

la

croce di Dio sar piantata


Ritta sulla tua cassa,

Quando

ti

coleran marcie le gote

Entro

denti malfermi

nelle occhiaie tue fetenti e vuote

Brulicheranno

vermi.
pace

Per

te quel

sonno che per

altri

Sar strazio novello

un rimorso verr freddo, tenace,

A
Un

morderti

il

cervello.

rimorso acutissimo ed atroce

Verr nella tua fossa

dispetto di Dio, della sua croce,

rosicchiarti

1'

ossa.

74

POSTVMA.

lo sar quel rimorso,

lo te cercando

Entro

la notte
d,

cupa,

Lamia che fugge

il

verr latrando

Come
Io con quest'

latra

una lupa.

ugne scaver
Per
te fatta

la terra

letame

il

turpe legno schioder che serra

La tua carogna

infame.

Oh, come nel tuo core ancor vermiglio


Sazier
1'

odio antico.
1'

Oh, con che gioia affonder

artiglio
!

Nel tuo ventre impudico

Sul tuo putrido ventre accoccolato


Io poser in eterno,

Spettro della vendetta e del peccato.

Spavento

dell'

inferno

Ed

all'orecchio tuo che fu

bello

Susurrer implacato
Detti che bruceranno
il

tuo cervello.
ferro infocato.

Come un
Quando
Io
ti

tu

mi

dirai

perch mi mordi
?

E
risponder
:

di

velen m' imbevi


ti

non

ricordi
?

Che

bei capelli avevi

POSTVMA.

75

Non

ti

ricordi dei capelli biondi

Che

ti

coprian

le

spalle

degli occhi nerissimi, profondi,

Pieni di fiamme gialle

?.,,

delle audacie del tuo busto e della

Opulenza

dell'

anca

Non

ti

ricordi pi

com'

eri

bella,
?

Provocatrice e bianca

Ma

non

sei

dunque

tu che

nudo
al

il

petto

Agli occhi

altrui porgesti

E, spumante Licisca, entro

tuo letto

Passar

la via facesti ?

Ma
Che

non

sei

tu che agli ebbri ed ai soldati

Splancasti le braccia,
discendesti a baci innominati

E
Ed
io
t'

me
io

ridesti in faccia

amavo ed
tu

ti

son caduto
e,

Pregando innanzi

vedi

Quando

mi guardavi, avrei voluto


Morir sotto
a'

tuoi piedi.

Perch negare

mi

me

che pur

t'

amavo

Uno sguardo
Quando per
te

gentile,

sarei fatto schiavo,

Mi

sarei fatto vile?

76

POSTVMA.

Perch m' hai detto

?io

quando carponi
tuoi lenoni
g' inglesi
?

Misericordia chiesi,

sulla strada intanto

Aspettavan

Hai

riso

Senti

Dal sepolcro cavo

Questa tua rea carogna,

Nuda

la

carne tua che tanto

amavo

L' inchiodo sulla gogna,

son

la

gogna

versi ov' io

ti

danno

Al vituperio eterno,

pene che rimpianger

ti

faranno

Le pene
Qui rimorir
ti

dell' inferno.

faccio,

o maledetta,

Piano, a colpi di spillo,

la

vergogna

tua,

la

mia vendetta
occhi
ti

Tra

gli

sigillo.

POSTVMA.

77

XLI.

SCRITTO SOPRA UN SASSO

V.

oi

che

salite

questo verde monte


il

E
Dov' pi
folto

silenzio cercate

il

bosco e chiaro

il

fonte,

Anime innamorate,
Piet di

me

Sul margin della via

Seggo
Ahi grave, amanti,

soletto e
la

gramo
!

sventura mia
!

Piet di

me

Non amo.

78

POSTVMA.

XLII.

NOZZE

N.
Ecco
la

o,

non chinar pensosa

Gli occhi e la fronte onesta;

stanza ascosa,

L' ara d'

amore

questa.

Qui
Scingi

la la

ghirlanda posa,
bianca vesta,

sul guancial di sposa

Piega, gentil, la testa.

Apri air amor

le

braccia

gli

spaventi

insani
;

Del tuo pudor discaccia

No,

colle bianche

mani

Non

ti

velar la faccia....

Arrossirai domani.

POSTVMA.

79

XLIII.

y.

Hugo

Q'. kO io
Se
fossi

fossi

ricco,

d'

oro e di

....
:

gioielli

Ti vorrei ricoprir da capo a piede Papa, per quest' occhi


:

belli

In Vatican rinnegherei la fede

S' io fossi

Imperator del

mondo
l'

intero,
:

Sol per un bacio tuo darei


S' io fossi

impero

Dio, con

me
t'

ti

condurrei

Ed

in ginocchio in ciel

adorerei.

8o

POSTVMA.

XLIV.

,uando, Q,
Il

al

fuggir della stagion nevosa,

verde aprii saluterai risorto,

Nel tuo giovane cor pi rigogliosa


Palpiter la vita. Io sar morto.

Amor
Fino

trascorrer di cosa in cosa


della

al fior

tomba

ov' ei m' ha scorto


lui

Dal cor mi crescer per

la

rosa
sorto.

Come
I

vivendo
canti del
fiori,

il

verso mio

v'

mio cor
fiori

li
li

hai colti, vero,

Ma
Chi

ohim, non
i

raccoglierai
?

li

raccoglie

in cimitero

Tu

di novelli
altri
il

amor
ti

lieta,

darai
il

Domani ad

bacio ed

pensiero,

pi di

me non

ricorderai.

POSTVMA,

8l

XLV.

NOZZE

la

rosa dicea: baciami, o sole,

De' tuoi pi caldi e pi fecondi baci,


Suscita ne
'1

mio sen
di

vie pi vivaci
:

Le fragranze

maggio

io

son tua prole.

Fammi

la pi
le
'1

gentil di queste aiuole

Che non de
Carezze ed a

farfalle

a le fallaci
1'

desio de
:

api edaci

Primavera mi crebbe

amor mi

vuole.

D'una dolce
Al
d

fanciulla io son disio,

de
la

le

sue nozze io son serbata


al

ne

notte estrema

viver

mio

Da

la

sua fronte verginal staccata


anch'io.
beata.

Su '1 talamo gentil, vittima Con r innocenza sua morr

Stecchetti.

82

POSTVMA.

XLVI.
IL

GUADO
IDILLIO

Filume
Fiume
dall'

che scendi gi dal Bolognese,

acqua

cristallina e cheta,

O
Tu

caro fumicel del


sol
i

mio paese,
poeta
cortese
segreta.
folta
:

m' hai
floridi

fatto diventar
la

Tra
Tra

giuncheti e

Delle tue fresche rive


la

ombra
prima

verdura tua serrata e


la

Ho

conosciuto amor

volta.

Sovra

la

sabbia d' r della tua sponda

Con un

fruscio gentil l'acqua fuggiva,


pili

dov'

chiara e

men profonda
riva.

Noi dovevam passar


Laggi, laggi tra

sull' altra

Ella cantava e la canzon gioconda


i

salici

moriva
1'

Ella era bionda, bella ed io

amavo

Glielo volevo dire, e

non

l'

osavo.

POSTVMA.

83

Stretti,

serrati insiem
all'

come due

sposi

Delle prime carezze


Soli

indomani,

camminavam per misteriosi Silenzi, all' ombra delle querce immani

dalle vesti sue, dagli odorosi

Capegli usciano quei profumi arcani,

Quei profumi

di carne e di salute

Che vanno

al

cor per vie non conosciute.

Al margine del guado

alfin

venuti

Un pensiero ci colse E cos ci fermammo


Cos tra
la

all'

improvviso.

irresoluti,

vergogna e
e

tra

il

sorriso.

Eravamo

soletti

non veduti
in viso
:

Ed arrossendo ci guardammo Con un fruscio gentil acqua


l'

fuggiva

E dovevam

passar

sull' altra

riva.

Pur mi
Vieni,
ti

feci

coraggio e
le

dissi

vieni.
:

porter tra
s,

mie braccia
i

Ella disse di

rise e

sereni
faccia.

Occhi mi
Io

fisse

arditamente in

mi

sentii

fuggir su per le reni


;

La volutt come una lama diaccia La lingua ribellossi alla parola

il

cor parea che mi saltasse in gola.

84

POSTVMA.

Chinato sovra

1'

erba

io

mi

scalzai

Ella avea gli occhi bassi e pur guardava

La
Io

presi in braccio e dentro all'acqua entrai.

me

la presi

in braccio, io

che l'amava

Cos la prima volta mi serrai

Forte contro

al

suo sen che palpitava

Come una

colombella spaurita

Palpita nella

man che

1'

ha ghermita.

bei piedini cos

ben

calzati,

Per non guardarla

in viso io vi

guardava.

Per non veder quegli occhi spaventati

Dove
Sotto

il

sorriso col timor lottava

a'

miei diti stretti ed agitati

Cedea

la

carne e

il

busto scricchiolava

alito

gentil del suo sorriso


al

Caldo e procace mi saliva

viso

E
Ad

si

serrava

al

petto mio,

mettendo

ogni passo un riso di spavento.


ciocca di capegli, uscendo
all' altre,

Ed una
Le
Il

Di mezzo
vidi
riflesso

m'

irritava

il

mento.

in viso
dell'

balenar fuggendo

acqua, e in quel
v'

momento

Divenni forte e non

ho pi guardati,
calzati
!

bei piedini cos

ben

POSTVMA.

85

Ebbi

il

coraggio di guardarla in

faccia,
;

Di guardarla negli occhi e non tremai

La sua carne fremea tra le mie Eravam sulla riva e mi fermai

braccia,

la

mal chiusa veste apra


li

la traccia

Di candidi misteri e

guardai,

Finch mi vinse amor.... Caddi a ginocchi,

La

baciai sulla bocca e chiusi gli occhi.

Che cosa avvenne poi

Vide ed

'intese

L' acqua del fiume cristallina e cheta,

E tu fiume lo Tu che m' hai


Lo sanno
i

sai del

mio paese,
;

fatto

diventar poeta

tuoi giuncheti e la cortese

Delle tue fresche rive

ombra segreta
folta

la

verdura tua serrata e


la

Dove conobbi amor

prima

volta.

86

POSTVMA.

XLVII.

SPES,

ULTIMA DEA

Ed

H,
egli

.o detto al

core, al

mio povero core:


?

Perch questo languor, questo sconforto

m' ha risposto

morto amore

Ho

detto

al

core, al

mio povero core

Perch dunque sperar se amore morto

m' ha risposto

Chi non spera, muore. -

POSTVMA.

87

XLVIII.

.uando Q,

schizzan

le

sorche innamorate
alla

Dalle tue fogne, o

Roma, ed

smorta

Luce
Pipan

de' tuoi fanali, in sulla porta


le

cortigiane inverniciate,

gi per

le

straducce addormentate

Urlano' gli ubriachi e nella morta

Nebbia che

il

sacro fiume al Ghetto porta

Fermentan

le

immondizie accumulate

Memorie

di

grandezza e di spavento.

Moli di gloria e di vergogna piene,


Io vi passo vicino e

non

vi sento.

Altro amor che di voi m'arde


Collatino non
e' .

le

vene

Bruto contento,

Lucrezia m' aspetta e mi vuol bene.

POSTVMA.

XLIX.

A CAROLINA

A,
N N
t'

.h,

vile!

vile
il

Il

tuo sereno
viso,

riso,

L' onesto detto,

verecondo

Furon dunque menzogna


acciec la disperata fame,
d'

un amante

la

lusinga infame
alla

Ti spinse

vergogna

Quando

la

prima volta
il

al

bacio osceno

Nudo

porgesti

giovenil tuo seno


la

E
Quando
la

guancia rosata,

veste verginal scingesti


ti

Sulle coltri del ricco e

facesti
!

Cortigiana sfacciata

Ma

nel cor basso e nella

mente rea

Libidinosa cupidigia ardea


Allor che in orgie liete

Non

arrossisti al

nome

vii

di

druda

E, calda Frine, spasimasti ignuda


In lascivie scerete
!

POSTVMA.

Strisciati

dunque

d'

una donna
chiedi

ai

piedi,

giovinetto, e delirando

Baci, carezze, amori

Piangi, sanguina, impreca e derelitto

Trascinati alla

tomba od
Ecco r

al

delitto

idol che adori

Ecco
Per
lei

la

donna

Il

duol tuo disperato


fia

sar trionfo e le
Il

grato

rider de' tuoi pianti.


tradito

Il

novellar dell'

amor tuo
Tra
le

Nelle impudiche veglie e nel convito


tazze spumanti.

Deh, guardate

L'amor che
non
1'

le

sfavilla

Nel molle tremolar della pupilla


Ella
1 Il

ha nel core

blandi detti suoi sono mendaci.


sorriso bugiardo,
i

lunghi baci
d'

Non

son baci

amore

Ecco

il

pudor vantato, ecco


il

la

bella

Modestia femminil che


Alito

mondo
!

appella

sovrumano
t'

invocata virt, dove

ascondi
al

Ti chiedemmo

all' istoria,

cielo,

ai

mondi.

Ma

ti

chiedemmo invano.

go

POSTVMA.

Quasi un candido vel tu


Alle mortali

ci

parevi,

Quasi un dolce mistero, e contendevi

brame

Un' incognita Dea

ma

ti

strappammo,

Ma

dietro al bianco vel

non ritrovammo
!

Che una baccante infame

POSTVMA.

91

L.

N,
Siamo
i

oi

sentiamo

il

furor delle baccanti,


;

L' estasi santa degli anacoreti


martiri noi, siamo
al
i

profeti

Noi che gridiamo


Parliam coi

mondo

avanti, avanti

fiori
i

e colle stelle erranti. suoi segreti


:

Amor

ci

disse tutti
all'

Solo a noi, nati

Arte, a noi poeti.

Prorompono

dal cor g' inni sonanti.

banchieri, o droghieri, a pi dannose


1'

Arti lo sprezzo e

ironia serbate

Noi non cerchiam

le

utilit dolose,

Noi non falsiamo

pesi e le derrate.

Che colpa

e'

nel preferir le rose


al

Alle candele,

pepe, alle patate

92

POSTVMA.

LI.

BRINDISI

Minister vetuli ptier Falertii Inger mi calices amariores.

CatullIj Carni.

zi lunghi canti la notte suona,

Dal crin mi pende rosea corona

nel convito tendo

il

bicchiere....

Servo, da bere!

Folle

d'

amore
1'

tentai la via,

Amai con

tutta

anima mia,

Per lunghe notti cupo vegliai.


Piansi, pregai....

Folle

Chi brama femineo core

Serrar ne' lacci del vero amore,

Abbia

sul labbro lusinghe infami.

Menta

non ami,

POSTVMA.

93

Mor

la fede,

la

speme,
il

tutto,
lutto.

di

me
ai

stesso io porto
morti....

Riposo

non

al

bicchiere
!

Servo, da bere

94

POSTVMA.

LII.

/Ha E, Io

dicea

tu

non

sei

mai giocondo
:

non

t'
il

ho mai veduto inginocchiato

Perch

tuo sguardo par cos profondo


?

il

tuo riso beffardo ed agghiacciato

Io le dicea

sovra

il

tuo capo biondo


:

L' atroce dubbio non ha mai pesato Io con quest' ironia sorrido
al

mondo

Da

che

la

prima volta ho dubitato.


l'

Ella dicea

anima tua non crede


?

Al Cristo,

al

tuo custode angelo pio

L' occhio della speranza in te non vede

Io le dicea

tu sei

l'

angelo mio,
la

Tu

sei

la

mia speranza e

mia fede

Parla d' amore e non parlar di Dio.

POSTVMA.

95

LUI.

r mma,
j

ti

lascio a tavola

Ed

io

ritorno a casa a prender fiato.

Bevi, bevi a tuo

comodo,
il

Sta tranquilla, che

conto gi pagato.

Son diventato
Ci son avvezzo
:

pallido

non
lo

nulla, taci.

M' han guastato

stomaco
i

Le

polpette dell' oste ed

tuoi baci.

96

POSTVMA.

LIV.

R
Un
Qui

orse una volta


ai la

al

tuo balcon seduta,


rai,

Delle tremole stelle

bianchi

Lontan lontano per


grido che
tra
si

notte udrai
ti

spegne e

saluta

fior

dove prima

t'

ho veduta

Una

lacrima un d ritroverai,
ti

Ma

parr rugiada e coglierai


il

Pe' tuoi capelli

fior

dov' caduta.

No, rugiada non che


Del
sol
le

al

tremolo

biancheggia come vivo argento,


vestigia son del pianto

Ma

mio

No

quel grido, non grido del vento.


t'

Ma

son io che mi muoio e che


1'

invio

L' ultimo bacio e

ultimo lamento.

POSTVMA.

97

LV.

MEMENTO. IN UN ALBUM
,uando, Q.
lettrice mia,
le

quando vedrai

Impazzir per

strade

il

carnovale,

Oh, non scordarti, non scordarti mai

Che

ci

son dei morenti

all'

ospedale

Quando,
Di
liete

bella e gentil, tu salirai


alle

danze

sonanti sale,

Volgiti indietro e la miseria udrai,

La miseria che piange

in sulle scale.

Quando

ti

rider negli occhi belli.

Come un

raggio di sol giocondo, amore,


ai

Pensa che amor non ride

poverelli.

Quando ti Che una perla

specchierai,

ti

dica

il

core,

rapita ai tuoi capelli.

Solo una perla, pu salvar chi muore.


Carnovale del i86g.

Stecchetti.

98

POSTVMA.

LVI.

V^aro
Forse

fior

di gagga,
d'

dove

sei

nato

nell' orticel

una beghina
covava

Che

la

tua piuma d' oro intabaccava


ti

Quando beatamente

Col naso ogni mattina?

non piuttosto,

di',

non non
?

sei

sbocciato

Sulla finestra della

donna mia
t'

Dimmi,
Il

l'alito

suo non

ha
t'

sfiorato,

suo labbro gentil non

ha baciato,
?

Caro

fior di

gagga

POSTVMA.

99

LVII.

AD UNA GIOVINETTA CIECA

o>
Povera

'h,

non

dolerti,
t'

no, bella infelice.


il

Se veder non
Cos bello non
cieca,

dato

nostro mondo.

, cos giocondo,
il

come

cor

ti

dice

Tu

la

bestialit fornicatrice

Ghignar non vedi

agli occhi nostri in fondo.


1'

A
La

te

il

desio brutal,

istinto

immondo.
lice.

nostra infamia a te veder non

Scorda

fantasmi che la mente


ti

sogna

E
La

il

perduto veder di che

duole:

belt cui tu

credi una

menzogna.

Tra r erba verde


Trascina
il

e le fiorite aiuole
la

rospo

vii

sua vergogna
al

Beati gli occhi che son chiusi

sole

lOO

POSTVMA.

LVIII.

G
Con un
Il

'i

si

sta tanto

bene accanto

al

fuoco,

In casa mia, coi pie sovr' al tappeto.


libro che sfoglio a

poco a poco,

caff sul

camino e

il

polso cheto!

Come
Le

nel

mio pensier contento evoco

fatiche del d;

come

ripeto
:

Basso dentro di me, quasi per gioco


Sei pur felice tu nel tuo segreto
!

Egoista
Sillogismi

dirai tu che di savi

ti

pasci e di fastidi
ti

Ma

mentre tu

sdrai ne' libri gravi.

Guarda, ridon per


Gli occhi dell'

me

sereni e
gli

fidi

amor mio,

occhi

soavi

Egoista!

dirai....

ma

tu m'invidi.

POSTVMA.

lOI

LIX.

L.
E
il

je

tue carezze le conosco io solo

tuo guancial per


di

me non ha
il

segreti

Viviam

notte

come

rosignolo
ai

E come

lui

cantiam sotto

roseti.

Guai se potesse dir quel

letticciolo,

Se potessero

dir queste pareti

Che

baci ardenti

come
follie

il

vetriolo,

Ch' ebbrezze, che

tu

non mi

vieti

Guai se sapesse alcun sino a che cosa


Ti trascina
la

carne e che certami,


!

Che

strane volutt tenti furiosa

E E

pur tu che mi cerchi e che mi chiami


ti

Sol eh' io
soffri

manchi un'

ora, e sei gelosa

e piangi e bruci, e pur

non m' ami

I02

POSTVMA.

LX.

'hi e,

potesse ridir quanto

1'

amai

Questa bianca belt che par

di cera,-

Questa beh che non sorride mai,

Che mai non piange

s'

abbandona

intera!

Quante volte a quest' occhi domandai

Un lampo sol di volutt sincera, E quante volte anima cercai Nel bacio suo, ma l'anima non c'era;
1'

quante volte nel secreto letto


fatai

Questo foco

che mi divora.

Folle, tentai di suscitarle in petto;

quante volte del dolor


il

nell' ora,

Quando sanguina
Questo spettro
d'

cor,

1'

ho maledetto
1'

amore, e

amo

ancora

POSTVMA.

103

LXI.

T- ho
'

fatto

il

precettore,
;

Ragazza, e ne son stanco

Non
La

t'

ha

fatta

migliore

scuola e

me nemmanco.
1'

Io

mi volea

amore

Non
Io
ci

la lussuria al fianco.

voleva un core
al

Sotto

tuo seno bianco,

Ma
La

tu la poesia

cerchi nei conviti

Grassi alla trattoria.

Dunque
Noi non
ci

finiam le
:

liti.

Scappa, ragazza mia

slam

capiti.

I04

POSTVMA.

LXII.

NEERLAND

V
Ad

orre stare in

Olanda
veneranda

Harlem, a Nimega od a Groninga,


nella pace

Perdermi
Della vita

fiamminga.

Gli aranci m' han seccato,

M' annoiano
I

gelati e

il

vin di Chianti

giornalisti poi
i

m' han stomacato

frati

zoccolanti.

Oh, questo

sol di
fin

brace,

Quest' odio senza

come mi

stanca

Datemi un po'

di nebbia,

un po'

di pace

una casetta bianca,

Una
Vicino

casetta, e

il

mare

all'

uscio e cacio in abbondanza,


di bottiglie rare

Una

raccolta

la santa

ignoranza.

POSTVMA.

105

Oh, come

d modesti

In quella dormirei pace profonda,

tu,

ragazza mia, come saresti


!

Grassotta e rubiconda

Porterei le brachesse

Colla bonariet d' uno scabino

Tu m'accompagneresti
In cuffia e gamurrino.

alla

kermesse

Ivi seduti accanto.

Parleremmo

d'

amor tranquillamente
spumerebbe intanto

La

birra bionda

Nel boccal

rilucente.

Tu
Voce

colla tua

gioconda

susurreresti

una

ballata.

Io succhierei con maest profonda

La pipa smisurata

E
Non
il

in quest' ozio

sublime

Tabacco fumerei, non porcheria,


pelo, gli stracci ed
il

concime

Della nostra Regia.

L non
Di
neri,

ci

son contese
e di turchini
;

di scarlatti

nella sabbia del natio paese


i

Dormono

contadini.

I06

POSTVMA.

L nessun

vi

domanda

Impieghi, dividendi o beveraggi.,

Oh, benedetti della mite Olanda


Pacifici villaggi
!

Villaggi fortunati

Che non avete n

carabinieri,

N N

superbia di sindaci avvocati,


preti cavalieri
!

POSTVMA.

107

LXIII.

JIL/ra d' inverno, tardi, e

sedevamo

Accanto

al

foco, soli, imbarazzati,

E, parlando del tempo, arrossivamo

Come due

collegiali innamorati.

Ella chinava gli occhi al suo ricamo,

Verso

al

soffitto

io

li

tenea levati
ci

Non

si

direbbe, eppur
ci

vedevamo

Meglio che se

fossimo guardati.

Ed

io

pensava
dell'

Sol per un sorriso


i

Ti darei

ingegno

fior

pi

belli

il

sangue giovanil delle mie


ella si

vene....

Quand'

lev pallida in viso.

Mi

cacci le due

man

dentro

ai

capelli

senti

rantol

ti

voglio bene!

I08

POSTVMA.

LXIV.

DOPO LE NOZZE
lan

pulcram quidem Diana,

lam Pleiades occiderunt, lam nox media est et hora


latn praeterit
:

ipsa vero
!

Ah

sola cubo misella


.

Sapho

Fragni, apid

Ephest.

el

tuo fiume regal sulla fiorente


natia,
te

Riva

bionda ed innocente

E
Seguir

bella

un
le

mirai
volo,

bambina

farfalle al

Ed

io

fanciullo disamato e solo

Quel giorno

t'

invidiai.

Ma

ti

rividi.

Alle bugiarde feste


le

Pensierosa salivi e fra

teste

Chinate a te dintorno

Forse una fronte amica in van cercavi

libero sol io fra tanti schiavi

Ti compiansi quel giorno.

POSTVMA.

109

Quando, invocata dagli amanti,


Spiega
la

in cielo

notte

1'

ingemmato
vola,

velo,

Quando per ogni cosa

Un

alito

d'amor tepido

Nel talamo regal forse tu sola


Piangi, negletta sposa.

Deh, quante volte

forse,

ignudo

il

petto,

Tu

ti

levasti sul tradito letto

r orecchio tendendo

Ai notturni rumor

viene

Ecco

dicesti

il

suo passo

e sola ricadesti

Suir origlier piangendo

Deh, quante volte forse


In che sboccian
le

alla

stagione
al

rose,

tuo
!

balcone

Vegliasti palpitando

E E

la

luna splendea

come
il

d'

argento

nella selva

susurrava
le

vento

Tra

fronde aleggiando.

Teco

forse pensavi oh se potessi Tra l'ombre anch'io vagar di quei recessi


:

Al braccio

d'

un amante

Su

quei

fiori

posar, presso quell'


le

onde

sentirmi baciar

treccie bionde
!

Da una

bocca tremante

no
Deh, perch

POSTVMA.

lieta d'

un natal modesto
lunge da questo

Disposata non

fui

Talamo lacrimato Dove ignota d' amor la gioia pura, Dove il bacio si pesa e si misura
Colla ragion di stato
!

T' amaron

tutti

un

d,

fior
ci

del

mio nome.
le
?

Ma

del

fiore

che
chi

ier
si

orn

chiome

Oggi
Povero
fior

sovviene
il

che porti
1'

nome
?

mio,
io

Non

senti tu venir

estate

Anch'

Sento r odio che viene.

Invan piangendo amor che


Sotto
il

t'

abbandona
bianca

peso

fatai

della corona

Pieghi

la fronte

Qual margherita che nel maggio ardente


China
il

pallido fior chiuso, morente,

Poich r umor

gli

manca.

A' tuoi servi piet domandi invano

Te

calunnia ghignando

il

cortigiano.
di

Te copre
Sposa e
figlia

il

vii

fango

Sol io che libert difendo e bramo.


di re
t'

odio,

non

t'

amo.

Ma

donna

ti

compiango.

POSTVMA.

1 1 I

LXV.

RESTITUENDO

UN RICCIO

DI CAPELLI BIONDI

Q,
Quando

.uesti

capelli tuoi eh'

oggi
li

ti

rendo

dal vecchio scrigno io


lo credi,
io
li

levai,

Forse tu non

io

li

baciai....

Tu non

lo credi,

baciai piangendo.

Fremer

Che r eco ancor della tua voce intendo tra queste mura ove t' amai.
non
li

E
I

tu quei d bei d che

ricordi mai,
?

vivemmo insiem ridendo


amarmi
in

Tu
Oh,
il

dicevi d'
le

in

f'

del vero

Protendevi

palme

faccia a Dio....
!

giuramento tuo com' sincero

Ma

forse pi tu noi ricordi, ed io


alfin

Per cancellarlo

dal

mio pensiero
li

Bacio questi capelli e te

invio.

112

POSTVMA.

LXVI.

ja L:

grigia nebbia di
i

novembre ammanta

Del paterno villaggio


Stridono
i

casolari,

tizzi

verdi in sugli alari,


il

Geme

il

vento di fuori e
le

corvo canta.
la

Oggi
Ogni

donne pie disser

santa
altari.

Prece dei morti a pie de' bruni


pietra,

ogni croce oggi compianta


sepolti
i

Dove dormon

nostri cari.

Ma Ma

sono agli
il

altri

questi d
al

men

gravi,

lieto

padre narra oggi

figliuolo

Le antiche

gioie e le virti degli avi,

Ma

r amor,

la

famiglia ad ogni duolo

Recan oggi conforto e pi soavi Sono i sorrisi, baci... ed io son solo


i

POSTVMA.

113

LXVII.

PER AMOR DI DIO

Kgnor, Si
Per

la carit

per un pezzente
!...
-

Veda, ho fame... son nudo

amor

del suo Dio!

Non
-

ti

do niente! >

Per gli occhi del suo amor!..

Prendi uno scudo.

Stecchetti.

114

POSTVMA.

LXVIII. ^f

goa&SW.

^uando Q,

scroscia la piova e fischia

il

vento

nella notte latra la tempesta,


ft-eddo origlier levo la testa

Se dal

Chiamarmi da lontano un

urlo sento;

E
Mi

sui cubiti allor pien di


il

spavento
s'

levo, ascolto e

respirar

arresta...

Ahi, la conosco, la conosco questa

Implacabile voce di lamento

Eppur nella Eppur r eterno


Sotto
le pietre

citt

dorme ogni
1'

cosa,

oblio

ossa conforta

bianche alla Certosa.

Sola

tu,

sola tu, dietro alla porta

Del monumento tuo vegli gelosa

mi chiami

mi vuoi, povera morta.

Bologna 1872.

POSTVMA.

115

LXIX.

O
Povero

fiorellin

di siepe

all'ombra nato,

fiorellin
l'

non conosciuto,

Tu come Tu come
Senza un

amor mio sei disgraziato, mio non sei veduto. l' amor
riso di sol

morrai serrato
sei cresciuto
;

Tra queste spine dove

senza un riso di speranza muore


!...

Ignoto r amor mio

Povero amore

Castellamare 1872.

Il6

POSTVMA.

LXX.

A RAFFAELE BELLUZZI

Et rose

elle

a vegu et que vivent les roses, L' espace d' uti matin.

.mico A.

mio, tra

le

vilt

pompose
la

Di questa rea Babel, traggo


Disutile, tediata,
imbecillita,

vita

Maledicendo

gli

uomini e
se
il

le

cose.

Amico mio,
Qualche forza

fato in

me

ripose
;

d'

ingegno, or m' fuggita


giace sfiorita.
le

La giovinezza mia

Giace e visse un mattin come

rose.

Invan tu parli a questo cor mio gramo

Chiuso

alle

gioie ormai, chiuso alle pene:

Non

credo pi, non spero pi, non amo,

E, dolorando, il primo nostro bene, Amore, amore ne' miei sogni chiamo... Guarda Invece d' amor la morte viene
!

Napoli 1872.

POSTVMA,

117

LXXI.

GRETCHEN
Mephistopheles Sie ist gerichtet Stimme {von oben) Ist gerettest!

Goethe.

Faust, Erster Theil.

luir s. uscio

della chiesa, orrida e nera


il

Come

le

streghe che

demonio abbraccia,
faccia.

Vidi seder nel fango una megera

Col marchio del bordello impresso in

Pur
Tal eh'

tra le grinze della fattucchiera


fasti

D' antichi

trasparia la traccia,

io le

domandai

disse

qual sorte fiera


ti

vender santi qui, vecchia,


Fui Margherita

caccia?

ed a contanti

Ho

venduto

miei baci e

le

scipite
;

Carezze, dopo Fausto, a mille amanti

Ma

le

mie carni all'ospedal marcite


ridotta a vender Cristo e
i

M' hanno

santi

Per comprarmi due soldi

d' acquavite.

1 1

POSTVMA.

LXXII.

u
La mia

n organetto suona per

la via,

finestra aperta e vien la sera,

Sale dai campi alla stanzuccia mia

Un

alito

gentil di primavera.

Non Non so

so perch

mi tremino
il

ginocchi.

perch mi salga

pianto agli occhi.

Ecco, io chino

la testa

in sulla

mano,

penso a

te

che

sei

cos lontano.

POSTVMA.

119

LXXIII.

AD UN POETA

D.
Ride

'eh,

perch levi nel tumulto


il

il

canto

sveli disperato
il

tuo dolor?
?

mondo, noi
l'

sai

del nostro pianto.

Premi
Piangi,

angoscia del tradito amor.


piangi sol nel tuo segreto.
l'

ma

Poich menzogna
Il

amist quaggi,
vieto,

nome Una

di fratello
fola

un nome

bugiarda

la virti.

Al tuo martirio cupida e feroce


Questa turba cui
Tutti, e nessuno
parli accorrer
;

Ti verranno a veder sulla tua croce


ti

compianger.

Oh, menti, menti


Celi,

Il

riso tuo
il

giocondo
;

maschera turpe,

tuo soffrir

La

verit

non

di questo

mondo,
!

un imbecille chi non sa mentir

20

POSTVMA.

LXXIV.

RESURREXIT

'all'arida D.

cenere
core,

Rinasce Ritorna

il

mio

la cetera

Ai canti

d'

amore,

Ai canti che narrano

Lo chiome fluenti Le labbra ridenti Che il labbro baci.


Veleggio un oceano

Di

luce, di suoni
nell'

Mi fremon

anima

Giulive canzoni.

Soavi memorie

D' amplessi,
Olezzo di

d'

amori.

fiori

Che

il

tempo

secc.

POSTVMA.

121

Le turbe mi lancino Lo scherno crudele, Il mondo m' abbeveri


D' aceto e
di fiele,

La

croce m' apprestino,

A me

non importa;
risorta,
1'

La Musa
Rinato

amor

Del mondo, Le rabbie non

degli uomini
curo.

Io vivo in un aere

Pi dolce, pi puro;

La bava

del rettile

spegner non vale

La fiamma immortale Che m' arde nel cor.

Anch'
Nel d

io,

vana polvere
infi-anto,

D' un idolo
dell'

angoscia
il

T' ho dato

mio
dall'

pianto,

T' ho svelto

anima.

Tradito amor mio.

T'ho dato l'addio Che ai morti si d;

122

POSTVMA.

Ed
Pi

Oggi resusciti
pi bello
il
:

lieto,

Ti strappi
Infrangi
1'

sudario,

avello....
i

Oh, riedano

cantici

Del tempo migliore,


Risorto r amore

Che pi non morr!

Amica, ridonami
L' affetto gentile!

Nel crine

t'

olezzano

Le

rose d' aprile.

Di baci son avide

Le labbra
Scintilla
il

frementi,

Negli occhi lucenti


desir!

Son queste di Venere Le forme divine, Son queste le rabide


Carezze di Frine
Ritornino
al
!...

talamo,
liete.

Ritornin pi

Le smanie

secrete
!

Del nostro gioir

POSTVMA.

123

LXXV.

MENDICA

iVXentre,

la ricca

imbandigion levata,

Tranquillo io

me

ne uscia,

Vidi una fanciulletta inginocchiata

Nel fango della

via.

Colle vesti cadenti a brano a brano,


Pallida e macilente,

Implorava col pianto e colla mano

La
In

piet della gente.

grembo
alla

le gittai

qualche moneta
:

E
Torna

dissi

o poveretta.
forse inquieta
t'

madre tua che


Per
te

piange e
errar vidi

aspetta.

Tremulo e mesto

un sorriso

Sulla sua bocca smorta,

al

ciel

volgendo
Disse:

lo

stremato viso

mia madre morta.

124

POSTVMA.

Disse

mia madre

morta

io

son digiuna

E
In terra a

la stagione cruda.

me non
Sono

pensa anima alcuna

orfanella e ignuda.

Io sentii che talvolta ancor bisogna

Pianger

dell' infelice.

innanzi alla miseria ebbi vergogna

D' esser quasi

felice.

POSTVMA.

125

LXXVI.

AD EMMA

^erch della tua porta, La vergona mi ferma


Perch
sei

Emma
al

gentile,

limitar?

tanto bella e tanto vile?


ti

Perch

bacio e non

ti

posso amar

Lieta tu pur m' accogli e ne' giocondi

Occhi di volutt trema un balen;

Piovon

disciolti

tuoi capelli biondi


il

Sulle giunonie spalle e

nudo

sen.

Oh,

le

lunghe carezze e

l'

infocate
le

Strane lascivie tue chi dir

pu?

Chi l'ha baciate,

di',

chi l'ha baciate

Le tue labbra frementi

e le scord?

Oh, quante volte stanco io chiusi gli occhi Poich la forza al mio desir fall,

il

capo riposai sui tuoi ginocchi


cos!

Desiderando di morir

126

POSTVMA.

Ma

quando
le tue

sull'

aurora una lontana


ci

Squilla di bronzi entrambi

dest,

Pagai

carezze, o cortigiana,
in cor

la

vergona

mi

ritorn.

Torna, sordida cagna,


Sotto
ai

al

tuo covile.

bruti irruenti a spasimar.

Torna

all'infamia tua; sei troppo vile,


;

Sei troppo vile

non

ti

posso amar

POSTVMA.

127

LXXVII.

lo mi volli levar Dove marcisce

dal reo letame


la

mia giovent.

Ti sputai sulla faccia un

nome infame
pi.

E
Ahim

mi giurai
la

di

non amarti

primavera oggi
l'

fiorita,

Vibra per

aer novo un acre odor

Ed un

possente palpito di vita


il

M'agita

sangue e mi

fluisce al cor!

Ahi, de' tuoi baci e delle tue promesse


Il

secreto ricordo ecco m' assai

Della tua bionda testa ancora impresse

Ecco

le

forme sovra
si

il

mio guancial
ribella,

Sento l'anima mia che

le

vampe

dell'odio in

me
ti

bruciar;
bella.

Io t'odio ancora,

ma

sei

troppo

Io t'odio ancora e non

so scordar.

128

POSTVMA.

Vieni, ritorna e vadano in oblio

La speranza
Suggi
T' odio,

la gloria e la virt.

co' baci tuoi l'ingegno

mio:

ma

torna e non fuggirmi pi.

POSTVMA.

129

LXXVIII.
IL

CASTELLO

DI

POLENTA
XXVII.

L' aquila di Polenta....

Dante

Inf.

O
Leva

passegger che per


Affretti
la
il

la

via deserta

passo,

fronte tua verso quell' erta,

Guarda quel

sasso.

sulla vetta

nereggiava un giorno

Bieco un castello

Ed

il

signor de' suoi villani intorno

Facea macello.
sangue che vers chiese vendetta

Il

E
Cadde
il

Dio

la fece

castello

ed un' umil chiesetta

Sorse in sua vece.

Ma

il

loco maledetto

fati
;

avari

Pace

n'

han

tolta

Regna
Stecchetti.

la

strage ancor ne' casolari

Come una

volta.
9

130

POSTVMA.

Di sangue

il

reo baron pi non colora

Valli e colline,

Ma

il

parroco bestiai decima ancora

Le contadine.

POSTVMA.

131

LXXIX.

VOCE
DA UNA TOMBA SULLA VIA APPIA
Populus Romanus.... moritur
et ridet.

Salvian.

De Gub. Dei

Lib. VII.

V
I

issi

anch' io che

ti

parlo e vivo amai


;

sorrisi d'

amor
di

beati e belli

Di pampini e
Ne' tripudi

di rose

inghirlandai
i

Bacco

miei capelli.

N, come

suoli,

tu,

solingo errai
;

Qui

nella notte a interrogar gli avelli


vii

Qui dubitoso e

non meditai
ribelli.

Biechi misteri alla ragion

Il

tuo Cristo non m' ebbe e sorridendo

Dissi alla vita che dal cor m' uscia

L' ultimo vale.

Tu

morrai piangendo.

Di semprevivi e
Gialleggia
il

di

melanconia
:

vostro cemeterio orrendo

Crescon

le

rose sulla

tomba mia.

132

POSTVMA.

LXXX.

FUORI DI PORTA

'lauche G.

le

luci,

bionde

le

chiome,
;

A me
Ed
Ebbe

davanti lieve pass


il

Tutta tremante disse

mio nome

arrossendo mi salut.

negli occhi

come un
dell'

desio,

Un Oh

verecondo lampo

d' amor....

dimmi, dimmi,
Presago forse

amor mio
il

parlotti

cor

De' miei sospiri forse parlotti


Ti disse
il

primo

de' miei pensier


notti,
?

Ti disse

sogni delle mie

vani amplessi dell' origlier

Disse che solo, solo una ciocca

De' tuoi capelli vorrei baciar

Che per un bacio

della tua bocca

Potrei la morte lieto sfidar?

POSTUMA,

133

Oh, se una voce nel tuo pensiero


Cos parlando
Credilo, bella,
ti
l'

ti

f'

arrossir,
il

disse

vero

T'

amo

amore non

sa mentir.

134

POSTVMA.

LXXXI.

Io

piangeva

ai

suoi piedi e le chiedea

Piet, curvato e vinto.

Annodandosi un nastro

ella dicea

Il

Mi

sta

come
donna

dipinto .

dipoi d' un' altra

in traccia

Io correa per la via,

Ed

ella

mi chiam, mi M' am per

apr le braccia,

gelosia.

POSTVMA.

135

LXXXII.

'ove D<

sei,

dove

sei

tu che

m'hai detto

Che ne' tuoi baci 1' anima mi davi E mi stringevi all' anelante petto Con parole d'amor cos soavi?
Ultima mia speranza, ultimo
affetto.

Se volevi mentir, perch giuravi? Perch m' hai preso il cor, perch m' hai
Nelle lascivie tue se non m'amavi?

stretto

Guarda:

E E

la
il

il mio cor, la gioventi t'ho dato mia giovent teco s' invola mio povero cor me 1' hai schiantato.

Ahi, rendimi un sorriso, una parola;

Fammi riviver tu del mio passato Una notte soltanto, un' ora sola
!

136

POSTVMA.

LXXXIII.

'onna, D,

vorrei morir,

ma

confortato

Dall' onesto tuo amor,

SentirtKalmeno una
i^j^

sol

volta

amato

Senza averne rossor.


Vorrei poterti dar quel po' che resta
Della mia giovent;

Sovra r omero tuo piegar

la testa

E non

destarmi pi.

POSTVMA.

137

LXXXIV.

PREGHIERA DELLA SERA


Libera nos a malo.

/e' miei semplici padri antico Iddio,

Se vana ombra non

sei,

Dio

di

mia madre

in cui,

fanciullo, anch' io.


;

Innocente credei

Se pur tu

scruti col pensiero

augusto
il

De' nostri cori

fondo.

Se menzogna non che tu

sia giusto

Con
Guarda Guarda
:

chi fu giusto al

mondo.

dell'

agonia patir

gli

orrori

Ogni giorno mi tocca;


l'

anima mia

di che dolori

di

che
le

fiel

trabocca

Abbrevia tu se puoi

maledette

Ore del mio soffrire. Avventami, mio Dio, le tue saette

Mio Dio, fammi

morire.

138

POSTVMA.

LXXXV.

CT O

B E

M,
Ferme

.uoio.

Cantan
nel

le

allodole
ciel,

sull' ali

profondo

il

sol d' ottobre tepido


il

Albeggia e rompe della nebbia


Caldo di vita un
Muoio. Cantan

vel.

alito

Sale fumando dall' arato pian.


le allodole

le

giovenche

muggon da

lontan.

La

vostra lieta porpora,

Roselline d' inverno, io non vedr.

Le carni mie si sfasciano... Domani al mio balcon non

torner.

II.

AD

OTTO HOEFMEISTER
BIRRAIO IN VIA FARINI MXLVI

BOLOGNA

caro,

questo libro tuo.

Te

lo

dedicai
volta

quando vide

la luce la

prima
e
lode,

in
tti,

quattordici

pagin9tte,

poich

non guastato dalla


cresciuto

continui fedelmente a tnescermi birra


delmeite
ti

ottima, fe-

ridedico

il

libro
lo

quattordici

volte e ristam.pato.

Te

meriti.

Non
mio buon
ce7'ti

aspettarti per di sentirlo lodare.


Otto,

Ahim,
a

ho dei vecchi conti da pagare


il libro

critici,

ed

che

ti

dedico stato e sar

il

capro emissario / Molti


il

mi

credette?'0

morto e por-

tarono
larlo
*'eci

mio cadavere
tutti

in

Campidoglio per tumu-

con
il

gli

onori;

ma

poich videro

che

morto, poich

mi veggono

saltar fuori dalla

142

DEDICA

bara, non dubitare,

ritenteranno precipitarmi dalla

rupe Tarpea.

Eppure, mi vedrai

tutte le

sere

seduto

tranle

quillamente nella tua bottega,

mi

sentirai

fare
l'

consuete chiacchiere cogli amici, giuocare


tresette,
e,

eterno

quel che pi.

ti

preme, mi guarderai
Tant'
,

bere la solita razione di birra.

le

lodi

sperticate ne le villanie letterarie

mi

leveran

m,ai

r appetito. Sar
pancia,

colpa della

mia tendenza a

m,etter

ma

cos.

Rallegrati dunque

che,

per

quanto

i critici

mi flagellino, non mi
critici e

vedrai bere

un

bicchiere di meno.

Dico di
sai che, se

certi

non

della

critica.

Tu

mi

piace la birra,

non mi piacciono

certe birrarie.

cose.

Non

creder

dunque che

io con-

fonda

le

due

Aborro

certe critiche beghine e


la critica,
i i cri-

certe birre

marcie: venero invece

tici onesti, il

buon re Gambrino, ed

bravi birrai.

Non

confondiamo.
te,

Il libro dedicato a
tispizio

ma

leggerai nel fronil

un

pr

domo
di

sua

ciceroniano

quale

vuol dire al lettore


nelle

non
si

arricciare il naso se

pagine che seguono

parla troppo in prima

persona del singolare.


ch
io
le

necessit di difesa, e poim.e,

critiche

furono fatte a me, proprio a


raccomando questo
libro.

non potevo
Otto mio,

certo rispondere in altra persona.


ti

lasciare sul banco tra i bicchieri e il

Non lo salame. I miei

DEDICA

143

buoni
sporco.

critici

diranno

abbastanza

che

il

libro

Non

dar loro ragione.


e sii

Amami
birra.

meno

idealista nel

mescermi
liquido

la

Te V ho gi
spum,a.

detto ;

damm,i

pi,

meno

PROLOGO

Stecchetti.

Si autevi

de veritate scandalum

sumitur

utilius

permittitur

nasci

scandalum, quam veritas reliquatur.


S.

Lib.

Gregor. Magn. I. Hom. VII.

Homiliae.

5.

PROLOGO

CCOTI, lettor maligno,


di

la

ristampa
rizzare
la

un

libro che

ti

far

chioma
la
Il

in capo, se l'hai;
il

intendo

chioma, non
di

capo.
d' insolenza,

libro cresciuto
le

mole e

sento di qui

accuse che tu

mi

scagli

di

cor-

rompitore della giovent e di introduttore di nuovi


iddii.

Appunto

1'

accusa del virtuoso Anito contro


e

Socrate.
virtuoso.

Ma

io

non sono Socrate

tu

non

sei

Intanto, lettor maligno,


di questa scuola

sentiamo

peccatacci

che tu chiami nuova, bench ab-

bia la barba lunga

come

il

Cantico dei Cantici.

148

PROLOGO.

Prima

di tutto,

dici,

non crede a Dio.


darsi,
al

che
al

proprio vero?

Pu

non

te

lo

nego,
sotto

Dio personale, che

Dio comestibile
ci

le specie del pane azimo e del vino puro,

creda
di

cos e cos
strada.

ma

di qui

all'

ateismo

e'

tanto

Lo

so anch' io che tra g' inni

elzeviriani
di-

ce ne son pochi de' sacri;


sgraziato, perch ha
il

ma

pare a te che un

viziacelo di scriver versi, sia

obbligato a credere nella immortalit dell'anima?

Ma

Lucrezio non ne scrisse dei


?

bellini

senza cre-

derci

fosse?

E Guido Cavalcanti E centomila altri?


poi,

che cerc se Dio non

vedi, tra questi elzeviriani che

ti

fanno
degli

l'effetto del
scettici,
listi,

rosso

ai

tacchini,

ce

ne sono

dei panteisti, degli hegeliani, dei materia-

e chi pi n'
il

ha pi ne metta.

Tu

intanto

ti

cavi
al
i

cappello

al

Kant, allo Schelling, all'Hegel,

Moleschott e chi pi n'ha ne metta. Credi che


loro studi,

comunque

la

pensi tu, siano un pro-

gresso del pensiero umano, ed hai ragione:


credi perch scrissero in prosa.

ma

lo

Se dubitavano
poveri
a

della
loro!
sulle

esistenza di

Dio

in

tante ottave,
saresti

Tu, buon
rovine

Geremia,
a

ancora

seduto
la

dell' arte

piangere come

fonte

del

PROLOGO.

149

Tettuccio. Dubitare di Dio


scienza,
1'

in

prosa,

passi.

La
un

umanit ed

altre belle cose,

ne hanno
in

bisogno pel loro avvenire.

Ma

dubitarne

sonetto! Sacrilegio, non vero? Sei logico.

Ma
lico, cieli

se

invece di esser

logico tu fossi
il

catto-

credi pure alla Immacolata che


te lo sei meritato e presta

regno de'
di

un

paio

oc-

chiali

a Luigi Alberti. Critico, una volta educato,


il

ha per

brutto vizio di non

leggere

il

titolo

dei sonetti.

Ne ha

portato in giro uno de'

miei

quello che finisce:

Bevendo in fresco e bestemmiando Cristo,

come meritevole
di

di

un giudizio severo. Non dico


alla
il

volere un bene sviscerato

seconda persona
faceva

della Santissima Trinit,

ma
il

titolo

pur

vedere che
e
la

il

sonetto

era

canto
l'

di

un

ebbro

chiesa

ammette pure
un birbante,

advocatus

diaboli!

Sallustio fu

ma non

giusto

giudiCati-

carlo dalla
lina.

orazione che mette in bocca

Dopo

questo, signor Alberti, non scriva pi


e pazienza se

versi emetici al Rospo,

non

vuol

stringermi
lei

la

mano che

pulita,

quantunque a
scrisse.

paia non lo siano le pagine che

Ijx-

sciva nobis
sta

pagina sed

vita

proba

est.

Tollera que-

massima, amico mio

Gnoli,

che

non

poi

cos delittuosa

come

tu credi e che certo veris-

150

PROLOGO.

sima.

Tu

poi,

lettor maligno,

che

ci

vorresti

ve-

dere coi pugni in faccia, brontola pure,


sto gusto

ma

que-

non

te lo cavi.

Dunque
chi
il

la

scuola nuova
infili

non

cattolica.

Ma

cattolico che
il

un sonetto
Infecondo

leggibile?

Non
t'

citarmi

Manzoni.

da quarann

anni,

morto senatore

e scomunicato.
cattolici,
il

No, non vogliamo essere n


rani,

lute-

n ebrei. Lasciaci sognare o


il

vago teismo
Lasciaci
ci

de' francesi, o
schi,

materialismo scientifico dei tederussi.

il

nichilismo buddista de'

pensare a

modo

nostro, credere a quel che

pare,

anche non credere, o fammi comprare un po' di


fede da chi la vende,

ma

che non sia


alla

sofisticata,

ed allora rinuncier

al

mondo ed

carne.

Ma
ca-

finch trottando per la via di

Damasco non
la

scher da cavallo, lasciami andare. Se

scuola

nuova non
esserlo.

cattolica,

ha millanta ragioni per non

Fagliene in vece aver millanta per esserlo

mi

far frate,

magari

gesuita, e confesser

le

educande che
line,
le

me

ne vorranno insegnar delle bellibri di

povere innocenti, quantunque per


i

premio non ricevano

nostri.

PROLOGO.

151

Altra accusa.
della patria.

La scuola nuova non


brilli,

parla mai

Ah,

lettor

maligno, come

come

capisci

bene che questo un punto delicato e mi aspetti


al

varco col fucile

alla

gota

Sentimi. Dato che noi facciamo professione di


dir le cose

come
e

sono, non parlare


carit.

della

patria
il

pu anche essere
dover
nostro

Altre

volte

facemmo

certo

non

fummo
del

austriacanti
guelfi dap-

prima del cinquantanove per diventare


poi e rimpiangere la santa lirica
del quarantotto.
Il

trentuno e

tacere.

Ora

il

meglio da

farsi

Carducci un giorno scagli


in faccia a chi
li

un

verso
i

che

ri-

marr storico

spinse

Cairoli
alla

al

calvario di villa Glori e


dei crocifissori.

abbandon
gli

ferocia
saettare
il

L' indignazione
la
i

fece

giambi infocati contro


battesimo
stardi.

commissione
piccio letti

araldica,

delle

navi,

lad'uncoli
il

ba-

Di' un poco, credevi tu che


tante

nostro bel

paese producesse

mele
al

fradice

quante

ne

furono scagliate addosso

povero Enotrio?
Italia

Ma

dovremo dunque
mettere in
d'

ricantare
il

mia,
quale

rima
si

Primato

del

dovremo Massimo
cantare
le

Azeglio

vergognava?

Dovremo

152

PROLOGO.

glorie di

Lissa, le libert di villa Ruffi,

la

opusa-

lenza de' bilanci, la moralit dei ministri, la

pienza
dal

de'

Parlamenti,

trionfi

che

riportammo
professione

congresso di Berlino?

Facemmo
non

di verit e

mancammo

alla

promessa tacendo;
rimproverarci,
dell'

ma
noi

tacere patriottismo.
piccini, se

non abbiamo

le

audacie

Alighieri

che tratt a quel

e la sua patria stessa.


carit del

modo gli uomini del suo tempo Non rimproverarci se, per
abbiam
chiuso

natio

loco,

Giovenale
Il

con sette suggelli. Grato m'


lo sai.

il sonno.

resto

poi, chi

ti

dice che,
gli

come

Cassio,

non
a

aspetil

tiamo anche noi

Idi

di

marzo bevendo

ce-

cubo? Chi

ti

dice che nel mirto sacro

Venere

non
fu

sia nascosta la

spada d'Armodio?

Ricordati, lettore morigerato, che la etra Leena

l'amante

di Aristogitone
forti

che

gli

ateniesi,
le eres-

proprio ne'

tempi della potenza loro,

sero una statua.

Non

c'
si

bisogno d'essere Catone

per amare
Catone.
Il

la patria e

pu cantarla senza essere


:

Branger diceva

A ux

drames du jour
la

Laissons

morale ;
la

Sans vivre

cour

J'aime

le

scandale

Paix, dit ce mot


Caton, qui fait raf^e;

PROLOGO.

153

Mais

il

prcche en

sol,

Moi je

ris en sage.

Boti

La far ira

dondaifte

Gai

La farira donde.

Senti, Catone, che bella voce aveva

il

vecchio

patriotta?

Parliamo male delle

donne; parliamo

di loro

come
mente,

se fossero tutte....

non so come

dirlo ideal-

ma

si

capisce bene.
poi,

Questa accusa
spesso
dalle

questo

il

pi bello, viene
dagli

donne, e spessissimo
esser donne.

uomini

che

dovrebbero
accusatrici,

Logica benedetta!
il

Le
alle

qualunque

sia

loro sesso, sono


civil

poi quelle che strillano perch nella

societ

donne non

si fa la

parte che meriterebbero; che


la

lamentano, ed a ragione,
sesso femminile; che

inferiorit voluta del

protestano colle pi efficaci

forme della rettorica

contro
fa

la

tendenza

mussul-

mana
mento
livello

dell'

epoca,

la

quale

della femina

un

istru-

di

piacere pel maschio e nuli' altro.


e

il

abbassato

l'istruzione

educazione e

154

PROLOGO.

Cornelia

madre

dei Gracchi e tutti gli altri luoghi

topici, logori fino alla trama,

sono

iscritti

per lungo

e per largo ne' libri polemici, gridati nelle orazioni

accedemiche,

strillati

nei convegni, urlati nei caff.

Ma

che

santa Maria
voi

Maddalena
riconoscete
il

vi

aiuti,
i

le

mie
ti-

donne, quando

che

maschi

ranni tengono abbassato

famoso

livello

apposta
dallo

perch non

vi

mettiate le brache;

quando
e che

Stuart Mill a Salvatore

Morelli tutti riconoscono

che

e'

molto
il

da

fare per voialtre

adesso
nel

non

siete

tipo

della

migliore delle

donne

migliore dei mondi


volete che diciamo
in

possibili,
il

perch

diavolo poi

contrario e che

mettiamo

rima

le

vostre perfezioni?
nei libretti d' opera
farlo
di-

Dobbiamo affermare come


che
la

donna un angelo? Possiamo anche


ci

e la rettorica

scuser.

Ma
ha

volete poi

che

ciamo che
capricci,
quelli del

la

donna non
istinti

debolezze,

non ha

non ha

e muscoli

brutali

come

maschio e forse peggio per cagione di


che

quel solito livello abbassato? Grideremo calunniosa


l'affermazione
capriccio di

molte

donne

profondono nel

un

vestito

quanto

basta ad un opesi

raio per vivere

un anno e che quelle che non

cavano questo capriccio perch non se


sono cavare? Diremo dunque che

la
la

lo pos-

signora A.
i

pi casta donna del


persino
la
il

nali citano

riosa

dietro

mondo quando numero della porta quale multorum absorbuit

gior-

misteictus?

PROLOGO.

155

Diremo che la signora B il modello delle spose quando vive con un amico divisa dal marito? O che la signora C... ma non basterebbero le lettere dell' alfabeto, e voi tutte

che queste cose

le

conoscete, sapete ancora

che se una

volta erano

r eccezione,
regola.

ora

fanno dei gran

passi
il

verso

la

Dica un
1'

buon

giudice,

signor

Bodio

che dirige
i

ufficio

centrale di statistica, se sono


le
case....

matrimoni

che

crescono o

soggette

a certi speciali regolamenti.

voi

reclamate per

questo

la

rigenerazione della donna e per questo


della

anche quello

donna

diventato,

come

si

dice adesso, un problema.

perch v\ lamentate

dunque quando diciamo quel che sapete?


Siate sincere,

donnine
ci

mie, e rispondete per

noi a quei signori che

accusano di cercare

le

modelle nostre nei fornici della Suburra, che non


e'

bisogno di scendere

fin

laggi

per

questo.

Si capisce che

non

vi piaccia

di vedervi cos fatte,

ma

noi

non sappiamo

far

le

funzioni della pez-

zuola che con tanta intelligenza svolazza sul centro


degli angioletti dipinti nelle chiese: noi

non

saple

piamo velare
ulceri

colle

massime
fanno

di

sant' Ignazio

aperte

come
i

con

tanta

vocazione

certi collitorti,

verso

al

muro

l'

quali quando peccano, voltano immagine della madonna. Addi-

tiamo

francamente,

sfacciatamente
sott'

se

volete,

il

male che vediamo e che avete


voi.

occhio anche
alla

Ci trover rimedio

il

medico,

ma

poesia

156

PROLOGO.

non spett mai


badi chi
ci

filtrar

decotti di legno santo. Ci


quelli che

deve badare, e
che non

piangono a
si

calde lagrime sulla decadenza


scino
dire

della donna,

la-

sono
di

galantuomini,

quando

rimproverano a noi

mostrarla decaduta.

Qui saltano
tutte le
lo dite
?

sul

palo

critici

e gridano
!

che
chi

donne non sono

cos.

Grazie tante
io,

Amo
voi
ci

Griselda

anch'

ma

parmi

che

anche
i

la

Belcolore

possa stare

nell'arte.

Urlano

critici:

parlate solo della Belcolore!

Non

so se

sia

vero,

ma

se

lo fosse,

scomunichiamo
esclu-

noi Griselda per questo? Cantatela voi e noi can-

teremo r
dere

altra e tutti pari.

Non vogliamo
sia accettata

Beatrice,

vogliamo che

anche

Fiammetta. Questo ci che voi

non

volete.

E
lassini,

qui dovrei parlare di un certo

signor Ganel
col-

egregio cattolico ed
Carlo a Modena,
Carlo)
offrirsi
il

insegnante
quale
la
(il

legio S.

Galassini,

non

S.

ha
allo

trovato che

iatura al suo
piira e

primo
tardi,

sguardo

dell'

uomo
altre

vergine ; vergine alle p.rim,e ore del mattino e pi

ed ha trovato una

filza

di

belle

cose

PROLOGO.

157

ed alcuni argomenti che non sono per da prendere a gabbo, ma ai quali tutti era gi fatta la
risposta del
in

primo getto
si

di questo

Prologo e che
facile

fondo non

appoggiano che sopra un


tesi.

rovesciamento di

Ma

lascio stare

anche per-

ch non uso trattare

con chi mi d del voi che


alle

non

si

d oggi nemmeno
chi

Guardie di Pubblica
letteraria-

Sicurezza; con

dopo

avermi dato,

mente

s'

intende, dell' asino e del porco per quainfilate,

ranta pagine

dichiara poi di

amarmi
le

e di

stringermi la mano.

Grazie tante,

ma

le

mani

io

me

lavo.

Accusa quarta. L' arte nuova carnale, oscena, brutale. Nientemeno!

davvero una reazione forte contro


poetici

le sve-

nevolezze degli amori

passati che tendedi


latte

vano a fare

dell' arte

un mare
dalla
lei

e miele.
ci
si

La donna era
salice piangente.

esclusa
di

poesia e solo
aereo,

ammetteva un ideale

sentimentale,

Questo

cani, questa ipocrisia erano


Il

innalzati agli onori di canoni d' arte.

Vittorelli
le

trionfava, e Nice, Silvia,

l'amica lontana erano

158

PROLOGO.

perpetue modelle.
all'

pi

audaci

arrivavano

sino

La donna vera colle sue Eva come la fece madre natura, era esclusa dal tempio dell' arte come gli scomunicati una volta: e quando ha tentato di entrarci, i leviti hanno gridato allo scandalo; eia vacuit pomposa del Guerzoni, le professeur malgr lui, la manzonaggine accapponata di cento
Elvira del Lamartine.

debolezze, la figlia d'

ipercritici

che sbagliarono mestiere,


di

la stitichezza
si

dogmatica
inacidite
altrui.

mille
le

dilettanti
al

illetterati,

sono

come Hanno

pulzellone

cospetto delle nozze

lordato gli Dei e inverniciato frate


trullato che
il

Cristoforo:

hanno
la

gran Pane morto

proprio nel giorno della sua risurrezione, bronto-

lando che

sposa era brutta perch natura neg

loro la capacit di esser mariti sul serio. Povero


ideale sceso agli uffici del mantello di

No, tolga

il

senno italiano che


narti

Sem

e Jafet a forza di trascile

piamente su tutte

vive libert del secolo,

facciano di te

un cencio, spregiato
!

anche dai

ri-

gattieri e dai preti

PROLOGO,

159

Il
il

rimedio, lo ammetto, radicale: ma, diceva

Botta, per raddrizzare

un arboscello storto non


ed a chi ha

basta costringerlo alla linea verticale, bisogna piegarlo dalla parte opposta
;

lo

stomaco

pieno di schifo per abuso di dolciumi, un po' di

pepe

di

Caienna glielo accomoda ed un sorso di


pii ci

gin vince

nausee che non faccia


rinfacciate,

il

laudano.

Oh, non
Parafrasi dei
Carlo
altri

l'Aretino!

Non siamo
e la
III e

noi che scriveremo la


sette

Vita di

Maria Vergine
farci cardinali.
le

salmi penitenziali. Giulio

V
le

non penseranno mai a


sacre

Ad

elocubrazioni

simpatie

della

chiesa.

facile

inquinare gli album con versi squi:

sitamente macaronici come questi

Ed

perci, caro signor Stecchetti,


in bei versi,
il

Che per quanto


Vo' che
si

sudiciume
si

spazzi e dal balcon

getti.

Ma

la

onesta scopa non bada che

ne

spazza

anche di quelli che

per

la

loro

innocenza
pedagogici

metra

ritarono r inserzione nei giornali


le

favolette

ed

problemi d'aritmetica.

Non

bada,
let-

la pia scopa,

che spazza quattro quinti delle

terature

europee antiche e moderne. Quasi tutta

l6o

PROLOGO.

la

poesia

greca

dovrebbe
quasi

cedere

allo

spazzail

tore,

tutta la latina,

compreso Virgilio ed
tutto
il

fortre-

moso pastore
cento,
tutto
il

Alessi,

nostro
ci

Risorgimento. Cari miei,


ci

vuol

altro che

una scopa benedetta,


il

vuol altro
lui

che
la

tirare in ballo

Giusti che scrisse anche

Mamma

educatrice e V

Ave Maria,

il

Parini che

fece tanti versi per nozze....

Leggeteli.

Ma

lo scopatore

santissimo qui m' interrompe.


tutto

Nella sua virginea modestia egli crede che

questo libro sia stato scritto contro di

lui.

Nella

sua cattolica morale crede lecito sparger copie di

un sonetto
che
io

scritto contro di
la

me,

ma non

crede

possa stamparne

chiusa. Nella sua

man-

zoniana rassegnazione scrive lettere dolciastre dove


si

mostra

in aspetto di

S.

Sebastiano martire,

ma

non dice

se le freccie che

ha

in

corpo

siano di

acciaio buono.

Che cosa rispondere a


Avien.

chi

non risponde?
sentir

Ma

quel che gli scotta pi di tutto


il

il

dire che

suo

sonetto

macaronico.

Eppure

PROLOGO.

l6l

quel sonetto non la sua cosa


gliore r

migliore.

La micrine di

Ode
1'

alla regina fatta a concorrenza del


il

Carducci,

Ode dove
dove
si

poeta sparge

il

una donna nientemeno che


apollinee e
fattura

di fronde, siano

pure

trovano versi di cos squisita

ed armonia come quello che comincia


la patria ecc.

Voi pur pugnaste per

Fattura

per che non riesce nuova a chi ricorda


tro

Pie-

Paolo pittor pinse pittura Per poco prezzo

ecc.

Via, via, scopatore santissimo, Enotrio alversi


li

meno

sa fare. Vittorio Imbriani e

lei

stanno di casa molto pi sotto, molto pi basso.

Lo

creda....

oh, lo creda

Un

altro idealista militante grida

Lungi questa del secolo

Smania

del ver proterva

Che a

la terrestre

Venere

L' arte e la vita asserva.

Benone

e tre strofe

dopo
il

O
Che
1'

viva, viva

turbine

anime frementi
nell' estasi
!

Rapisce insiem

D' ingenui abbracciamenti

Stecchetti.

l62

PROLOGO.

Come

negli occhi tremuli


;

amore, folgoreggi

Ne' baci ardenti ed umidi,

amor, come spumeggi

avanti

di

questo
di

passo.

Ma

intendiamoci

bene, per

amor

Dio

Volete degli amori ideali


?

che spumeggino ne' baci umidi

Ebbene,

ci

stiamo

anche noi! Volete, ebbri d'amore,

....

vivere
i

Tra

le

carezze e

canti

noi lo

stesso.

Ma

allora perch

chiamano noi
voi

sacerdoti di
siete

un putrido verismo f E dunque?


fa

che cosa

Come
copo
del

per

esempio,
a

il

signor Vitale {Jai

Fanfulla)

fulminare

poveri veristi
e poi a scri-

nella prefazione della sua

Primavera

vere

un volume
veristi
i

di versi,
le

molti dei quali perfet-

tamente
i

con

sue brave donne cos cos,


cornuti e tutti gli acces-

letti

osceni,

mariti

sori

ormai
?

andati

a male del teatro dove recito


stia

anch' io

Mi sembra che non


farlo

bene inalberare

una bandiera bianca per


pepe come quello e
gana.
il

coprire

un

carico

di

passare franco alla do-

Ma

che cosa questo?


Saltatelo,
;

paura di saltare
che avete
le

fosso?

benedetti

voi,

gambe buone

non

restate di l cogli spedati.

PROLOGO.

163

L' arte nuova corruttrice. Baie

L' arte

non

ha

mai

corrotto

nessuno

e,

in caso,

sempre
il

l'ambiente sociale che corrompe l'arte.

Non
non
li

Meissonier che ha messo


coli
;

alla

moda

quadri picvo-

sono

committenti

che

grandi

gliono.
si

forse

decaduta

la pittura

perch non

fanno pi affreschi con cinquecento figure come


li

Michelangelo
si

faceva?

Ma

nessuno

li

cerca.
le
il

Non

scrivono pi opere melodiche


il

come
?

scrive-

vano

Cimarosa ed
le

il

Rossini
ci

Ma

pubblico
?

fischia

cabalette.
si

Non
?

sono pi

architetti

Ma
Non

oggi
si

contentano di un maestro muratore.

scrivono

poemi

Ma

non
?

li

leggerebbe
le

nessuno.

Non
non

si

fanno tragedie
dell' arte

Ma
il

fischiano.

Ah
fino

no,

colpa

se

pubblico di-

vora certe

edizioni e certe

altre

non zoppicano
com-

alla terza che coli' aiuto de' professori


i

pari
libri

quali le fanno

comprare

agli scolaretti

come
pub-

di testo.

No, non colpa

dell'arte se

il

blico
dell'

legge

pi volontieri una brutta traduzione


i

Assommoir che
si

sempiterni Promessi Sposi.


si
i

Non
le

colpa dell' arte se

applaudono

proverbi

seminudi, se

comprano

quadretti di genere e

statuette senza foglia di fico.

164

PROLOGO.

Anzi chi vuol andare contro


mediatamente e ferocemente

la

corrente im-

punito. Cos al

mio
ode

Cavallotti tocc lo sfregio immeritato di

sentirsi
1'

lodare dal (con licenza) barone Mistrali per

che precede
tera al Prati.

la

traduzione di Tirteo e per

la let-

Un'
sezio

altra lode della stessa fabbrica di

concimi
al

toccata a

Leopoldo Marenco che scrive


i

Ber-

dolendosi che
il

critici

non parlino a modo


gli

suo e che
piacciono

pubblico legga
lui.

scrittori

che non
idilli

L' autore

di

tanti

celebri

comici chiama mostricciattoli questi poveri autori e


li

copre con un monte

di

contumelie biliose per


di

finire

di

maggior sapere e maggiore acume, quando non tristi per nai

dicendo che

critici

tura o per cieca passione sono


dati a giudicare le opere altrui. severit

meglio riguar-

La
:

loro stessa

non

scevra di rispetto

franchezza,

non villanie . Se fosse vero, padre Zappata E non vi domanderemo quali siano sani e forbiti scrittori che

brutalit: gentilezza di forma,


!

non

nessuno legge e che


tega.
1

librai

non tengono

in bot-

libri

del

De Amicis non

peccano di ve-

PROLOGO.

165

rismo e

le

donne che
;

ci

sono dentro sono scrulibri si

polosamente vestite
e leggono. Perch

eppure quei

comprano
corruzione
arte noiosi

non accade

lo stesso degli altri


la
1'

sani forbiti scrittori?

dubbio che

umana
sa
?

sia

giunta fino a non amar pi


i

Ci pensino
di

sani e forbiti scrittori che


li

dol-

gono
trebbe

non trovar pi un cane che


darsi
che,

legga. Poavessi
ra-

una volta almeno,

gione

io.

In Italia pochi
libri

anni fa non

si

leggevano che

francesi,
i

ed

il

nostro paese era lo sbocco pel

quale

romanzieri di terza e quarta classe scolaloro libri ebeti.


I

vano

lettori

vivevano

d'

im-

portazione e papa Gregorio, buon' anima sua, era


entusiasta
italiani

dei romanzi

di

Paolo de Kock. Libri


se

non se ne vendevano e non


Perch?

ne vedepo' di

vano.

Come

sta

invece

che un

emancipazione dal gran mercato


di
gli

di Parigi,

un po'

risveglio
scrittori
la

letterario

venuto appunto
di

quando
andare
ro-

non

si

sono pi ostinati
forza di tragedie,
?

contro

corrente

idilli,

manzi
la

storici

ed inni sacri

Come

gran morta, l'arte

italiana,

dunque che d segni di nuova

l66

PROLOGO.

vitalit e
risti

non solo combattiamo

noi,

ma

semina-

sconquassati dai superiori mi scrivono asinit


dalle case di salute per

anonime o pseudonime e
le malattie

che sapete, o dalle prigioni,

mi ven-

gono sonetti in difesa della morale ? Come dunque che bisogna essere alienati per non gridare
eppur
si viuovel e
il

pubblico,
volta,

il

pubblico stesso,

cos indifferente

una

prende

gusto persino
i

a queste inutili polemiche d' arte e legge


nali
fatti

gior-

apposta,

anche quelli (copio

dal vero)

che combattono la letteratura plasmatrice dei popoli,

che sostengono
il

mirmilloni da

trivio e

da

bordello ed

segno della educazione degli

cinismo spudorato ed altre galanterie, scrittori ? *

....

titoli

di

sgualdrina e donna da

bordello col re-

sto,

sono

le solite villanie di

monna

pezzente e di
;

monna
quali

sucida contro le
se alcuna di

ornate e splendide cittadine


e gridar

fra le
1'

mal costume, non onesto per


per
le vie

appiccare

a tutte

il

sonaglio

che

la citt tutta

un

postribolo.

se questo

modo

di

ragionare

non
:

fosse

ancora ben chiaro, il faremo pi manifesto dicendo Che in niun tempo penuria di cattivi scrittori non fu giammai ma che quando entrasi a giudicare dei vizi letterari di un se
;

colo^

non sano discorso


al

il

tirare le
il

conseguenze dal pari

ticolare

generale

giustizia

confondere
;

tristi coi

buoni

n onest il crederli tutti tristi n modestia il tener in pregio unicamente s stesso. E aggiungeremo, che, nel supposto naufragio universale delle buone lettere, repu;

tarsi

il

No

della

italiana Letteratura, e colla piccola


solo,

sua
g-

famiglia

mettersi tutto

come

il

solo

innocente, nel-

r arca

di salvazione, e gridar corrotta tutta la

immensa

PROLOGO.

167

rare

perch
il

gli

artisti

hanno cominciato a
si

caispi-

pire che
all'

segreto del trionfo sta nel sapersi


in

ambiente

cui

vive,

alla

verit di

oggi non a quella di cinquant' anni addietro.

Hanno

capito

che in arte bisogna essere del

proprio tempo o morire. Poco


biente non r ottimo
;

importa

se

l'

am-

in

quello bisogna vivere.

Poco importa
stesso
l'

se la societ

non sana; nel morbo


catena deve essere

il

segreto della evoluzione, la genesi del-

avvenire.

Ogni anello

della

al

suo posto sotto pena di soluzione di continuit.


il

Fate

pubblico raffinatamente bestiale ed avrete


;

Anacreonte e Batillo

fatelo

religioso e guerriero
;

ed avrete

cicli

cavallereschi

dategli entusiasmi
l'

edodi

patriottici

ed avrete Rouget de

Isle,

Riego,

Krner, Berchet,
dernare Omero,
processare

ma non
di

tentante mai di
il

rammodi

correggere

Decameron,
il

Madame

Bovary. Perderete
l'

tempo,
fa

poich in verit vi dico che non


la societ,

arte che

ma

la societ

che

fa

1'

arte a sua im-

magine

e somiglianza.

nerazione degli scrittori, e volerla tutta sommersa,

tal ca-

rit, che,

non sapendo noi


il

di

che

nome

appellarla, aspette-

remo che

pubblico

la battezzi

Vincenzo Monti, Appendice


epigrafe
s'

al trattato degli scrittori del

Trecento del Perticavi, nella Proposta. L' Alberti prende per ma della sua Polemica novissima V ultima frase
;

intende, non parla di quel che le sta sopra.

l68

PROLOGO.

poi dov'

questa

gran corruttela? Via,

si

pu giurare che Gustavo Droz


descrizioni di notti matrimoniali

colle sue allegre

non ha corrotto
intanto
di
i

non corromper nessuno.


proibiscono
dello
le

Ma

buoni
le

Filistei

alle

ragazze
e le

leggere

poesie

Stecchetti

conducono invece a

vedere

nudit ne' musei, dove, poverine, benefa

dicono r autunno che


gici

cascar le foglie. Siate loII

come

lo fu

Ferdinando

e seppellite la Ve-

nere Callipygos e la Danae del Tiziano. Bruciate


le

vanit

come

il

Savonarola e laudate con cemle

bali

bene sonanti chi mise


la

brache

ai

dannati di

Michelangelo e
del
del

camicia di rame
III.

alla Giustizia,
il

sepolcro di Paolo

Anche qui

Nettuno

Giambologna
la

fa

pompa

della sua virilit in

piazza; perch non gli mettete almeno le mutan-

dine che

Questura prescrive
lo fece,

ai

bagnanti

Un

cardinale logico

ma

voi proibite alle rale

gazze

Fernanda del Sardou e prendere il fresco all' ombra della


la
!

conducete a
Net-

virilit del

tuno

No,

Filistei carissimi,

Michelangelo, Tiziano,

Guglielmo della Porta, Giambologna, non corruppero nessuno


e,

fatte le

dovute proporzioni,
noi.

non

corrompiamo nessuno nemmeno

La

corru-

PROLOGO.

169

zione non

nasce

dalle

nostre

nudit,

ma

dalla

vostra ignoranza.

Ci son delle ragazze a questo


riconoscere questa dolorosa verit.
sono,
tanto
si

mondo

debbo
ci

Ma

perch

dovr scrivere soltanto

per loro e
si

sol-

in

modo

che
?

nel

leggerci non

sentano

r acquolina in bocca

pretender troppo. Disse

bene Ferdinando Martini; maritatele una volta queste benedette ragazze,


le

che possiamo finalmente dire


Il

cose

come sono!
dei
letti

meglio poi questo, che


tanto

se

facciamo

libri

innocenti

da

poter
i

essere

da queste eterne ragazze, ecco che


li

babbi non

comprano pi

babbi
il

pudicissimi

che nel Furioso cercano solo


chiusi in sole

canto

XXVIII
Salvo,

e
le
si

una biblioteca studiano minutamente


dei
trattati

incisioni

di ostetricia.

capisce,

ad urlar poi che

libri

di quella fatta doil

vrebbero star chiusi a chiave e che

Furioso non

pu essere
vesani.

tollerato che nelle sconciature dell'

A-

Purtroppo
alla castit

le

ragazze

ci

sono,

ma per

educarle

immacolata ed
e delle sue

alla meritoria
ci

ignoranza

del

mondo

pompe
che
il

sono educandati Giovanni

apposta.

Credo

anzi

professore

170

PROLOGO.

Rizzi {giacch bisogna zione di nominarlo,

che gli diamo la soddisfail

dice

Chiarini)

uno

dei pi

strenui e continenti avversari della

scuola nuova,

diriga qualche cosa di simile. Mandatele da lui le

ragazze, in

nome

di

Dio, che
marito,
nostro.

le

educher e

tro-

ver loro un casto


coi babbi a
listei,

modo
vizio.

ma lasciateci parlare E siate sinceri, Fila

ditelo

una volta che

virt per voi

l' i-

gnoranza del

Ditelo una volta che


n'
1'

per voi,

quando
e'

la

benedetta ignoranza se
1'

andata, non

altro rimedio che

isolamento,

infibulazione

e les maudits engins, fermoirs ecc.

vituperati dal

signor di Brantme.

Audio quid veteres


Pone seram,
cohibe.

olini

moneatis amici:
,

Sed qui custodiet ipsos


et

Custodes ? Cauta

est,

ab

illis

hicipit u.vor

*.

La
vocato

verit vera che siamo tornati alla batta-

glia dei romantici e dei classici, (e'

anche

l'

av-

Stoppani

di

Beroldinger **)

con questo

* Giovenale Sat. VI. * Vedi neir Emporio Pittoresco,


il

Anno

XV

(1878 n. 714)

seguente sonetto ideale.

Odi, canzoni, satira, stornello,

Che siete or voi per quella Diva ascrea. Che improntata di Vero, e fida al Bello,
Dalla Grecia nel Lazio
si

spandea

PROLOGO.

171

di

guadagnato che

la

polemica non pi un cas

pendable e che

nessuno dei combattenti, per ora


la

almeno, cerca di fare intervenire in suo favore


Polizia *.

Meno

s'

intende, quegli ingegnosi avvo-

Scordate d' Ugolino e di Sordello gran cantor che ai secoli schiudea Quel dritto senno, a Libert fratello,
Il

Onde

il

Vivo a Staglien

fra noi

splendea.

Levaste a realt novello altare

La fiaccola Spegnendo

febea, pura, divina,


tra
1'

asfite lupanare,

Con questa ipocrenea


Schifa del lezzo, che v'

tetra piscina,

Castalie dive, andatevi a celare,

ammorba

e inquina.

In questa edizione ho dovuto lasciare tutto quel che stava


nella prima,

ma

avrei

lasciato

indietro

volontieri questo so-

mi abbia risposto da persona educata appunto questo che ho maltrattato pi degli altri e lo ringrazio e lo ammiro. (Vedi 1' Emporio Pittonetto e r allusione. L' unico avveisario che
resco,

XVI,

1879, n. 757).

* Adagio
tite

un poco! Non chiamano

la

Questura ma.... sen-

questa.
Il

professore P. E. Guarnerio stampa dallo Zanichelli, (oralcuni suoi sonetti che intitola

Auxilium e che dedica (abominazione !) e che combattono per questa scuola che dicono nuova (ahi, sventura! sventura! sventura!). Sentite ora un poco come un certo signor X nel numero 6673 della Perseveranza finisce un articoletto mezzo melenso e
rore
!)

allo Stecchetti

mezzo peggio:
lia ?

Lavoriamo a insegnare a farne

di simili (so-

netti) ai giovinetti dei ginnasi e dei licei del bel

un

pericoloso ecc.

genere di lavoro che mi pare, lo Il Guarnerio professa in un

regno d' Itaconfesso, alquanto


liceo,

e qui

e'

172

PROLOGO.

cat

di

Genova che non avendo cause da difendere


al
i

fanno istanza
stri
i

procuratore del
giornali
e
i

Re
in

perch seque-

libri

ed

veristi

pronti poi a di-

fendere gli autori


dice

gerenti

Tribunale.

Si
ab-

che a tanto eccesso di comica furberia


il

bia riso persino

crocefisso della Corte d' Assisie.

Figuriamo
ger e

veristi!
il

Eppure anche
gli

buon Stoppani
c'

di

Beroldin-

amici Demosteni del fro genovese do-

vrebbero capire che

qualche cosa che

si

rin-

nova dappertutto, anche

nella letteratura del nostro


il

paese. Si sente pure che

mosto fermenta

e vuol

diventar vino, perch quello degli anni passati


diventato aceto.

La fermentazione

tumultuosa,

vero;

si

sviluppano gas malsani,


il

ma

l'intimo

la-

voro

c',

vino lo berremo. Se non sar Falerno,

pazienza; almeno sar vino schietto.

la personalit astiosa

che tende a metterlo

in sospetto,

ben-

ch

il

sospetto sia preceduto da

un mi pare

vestito

rendo padre. Ecco, questa sar un' azione ideale, quaggi, la chiamiamo una cattiva azione ; in lingua povera poi.... acqua in bocca. Intanto il professore Guarnerio per le conseguenze di quell' articolo morale ha avuto tali tribolazioni da dover buttar via il pane e non un signore e non ha
;

da revema da noi,

sposato

(questa volta bisogna dargli la soddisfazione di non nominarlo, perch si chiama X) il critico
Il

una

signora.

critico

conosce benissimo l'arte di accoltellare


e

la

gente nella schiena

r adopera

ma

badate per che un


delitti si

critico virtuoso, oh,

uno specchio

di virt.

Santa pudicizia, quanti

commettono

in

tuo

nome

PROLOGO.

173

Lo sanno
surano
disse
letri,
il

tutti

che nelle battaglie non

si

mi-

le

sciabolate: e' colpi 7ion si


I

danno a patti,
nqtri idea-

Cellini.
classici

romantici esageravano gli schegli

esageravano

Dei.

listi

rifuggono adesso con orrore sacro dal


il

manmanper

giar carne

venerd:
il

veristi affettano

di

giarne per dispetto

venerd santo. Questi,

necessario istinto, badano solo alla apparenza delle

cose senza sillogizzarci


gli

sopra e cercano

appunto
far spic-

argomenti e
la

le

forme che valgano a

care

loro reazione contro l'abuso


si

del

senti-

mentalismo. Quelli
a

attaccano agli antichi


antichi,

come
quel

tavole di naufragio, a quegli

Manzoni, che alla lor volta furono gridati rivoluzionari e corruttori dell'arte.

Dimenticano che anfu

che

il

Metastasio
la

a'

suoi tempi

un

ribelle

pronosticano
si

fine del

mondo ad ogni

tentativo,

chiudono nella loro ortodossia con un non pos-

sunuis intransigente e sognano un Sillabo letterario


cogli anatemi di rito.

Dove andiamo? grida spaventato


berti.

Luigi

Al-

Alle battaglie della libert.

174

PROLOGO.

Arcadia nuova!
di parlare d'

Ma

chi in Italia

ha

il

coraggio

Arcadia?

Ma

non
un

in Italia che le

accademie
monetario

hanno
al

lasciato
si

tipo,

un campione
tutti
i

quale

ragguagliano ancora

valori del mercato artistico? In letteratura la

moe lo
co-

neta tipo ancora

il

ducato del secolo

XVI
non

zecchino del XVIII.

nelle altre arti, chi

nosce
faello
al
il

pittori

che hanno per unit di valore Raftutto

Sanzio, gli scultori che ragguagliano


al

Buonarroti o

Canova,

musici che adorano

solo Rossini forse perch ignorano la e


il

Messa di
accade
ingover-

Papa Marcello
pure in
Italia,

Palestrina?

questo

nel paese

gi

dichiarato

nabile e dove regna ancora sovrano delle lettere Sua Santit Papa Leone X! Disse Hegel che tutto diventa, ma qui non lo sa nessuno. Le dottrine evoluzioniste, venute da
poi, rimasero
lettera

morta
il

pei nostri

critici,

quali

si

ostinano a misurare

Carducci colle unit

lineari del

perdono

il

tempo del Manzoni, senza capire che tempo proprio come quella brava gente
la

(perdonami Galileo Galilei) che sciupava


confrontando
1'

carta

Ariosto

col Tasso.

Possibile

che

PROLOGO.

175

non

si

capisca

come
alle
il

le

sono star dentro


Capitolina, che

forme cavate
Francesco
le

donne moderne non possulla Venere non


il

modo
di S.

di sentire di Garibaldi
d' Assisi,

pu esser quello
misurare con
e le nuove
la

che

misura stessa

opere

vecchie

come misurare l'anno col computo di Giulio Cesare dopo la riforma gregoriana? Le accademie stabiliscono la fede artistica come i concilii

la religiosa,

senza vedere che anche in

arte

la

fede uccide la ragione. Ci rimproverano di non


ci

aver nessuna fede e poi

dicono accademici; urla

liamo che

ci ci

vuole un po' di libert, ce

pren-

diamo, e

dicono arcadi. Santa pazienza!

L' amico

mio De Gubernatis, che


perch
scuola
?)

s'

immagina
che

anche

lui

(chi sa

di essere cordialmente

odiato da

questa

nuova,

ci

avverte

siamo fuori del seminato.


fecondo di
lieti

Infatti l'anno

1878, cos

e tristi avvenimenti,
le

non produsse
cose accadute.

che pochissimi versi buoni sopra

Ma
e'

non erra

egli

credendo

la

poesia

d'occasione

scaduta in Italia? Eppure non c' matrimonio, non


laurea,

non

c'

messa

nuova

quaresimale
poeti e pa-

vecchio che non faccia cantare molti


recchi bene.

Deve per

ridursi a questo la poesia?

Questa non sarebbe Arcadia e della peggiore?

176

PROLOGO.

Gli epigoni della santa e benemerita

Arcadia

sono quelli che non vogliono adattarsi a credere


che
ci

sia

qualche cosa

al

mondo capace

di

camci

biare.
sia

Costoro non possono supporre che oggi

una tendenza ad un paganesimo riformato, ad


al

un naturalismo, ad un panteismo materialista,


quale possono scagliar coppie di calci
suiti tutti
i

ge-

del

mondo ma che
rovescier
i

cresce tutti

giorni, inidoli

gigantisce e

templi

e
il

gli

dei

nonni. Pare eresia agli accademici


il

sostenere che

muore e che ogni religione rivelata bugiarda. Tornano piangendo ai lontani ricordi dell' infanzia, quando la mamma li faceva
cristianesimo

inginocchiare sulla culla bianca e susurravano colle

mani

in croce
ai

misteri della salutazione angelica.


la loro

Tornano

sogni beatifici che rallegrarono


si

prima comunione e
sentimenti passati
trovarsi la poesia e

chiudono nella memoria de'


se solo in quelli

come

potesse

la bellezza.

e'

nella reli-

gione e neir arte un mare morto, un mare di lau-

daium dove
combattere
le

le

anime pie che non hanno forza


altri

di
la

tempeste di
la

mari

cercano

pace rassegnata,

rinuncia quietista del De^ls de-

PROLOGO.

177

dit,

Deus

abstulit.

Annegano

cattolici desiderosi

dell'

ozio del pensiero e gli islamiti che aspirano


eternit del kief.
si

alla

E quando

gli

uomini e

la

societ

destano e
fataliste

si

muovono, queste
arti

religioni

immobili e

declinano insieme e rovinano,

meteore pallide, pianeti spenti, colle


ispirate.

da

loro

Ma
vero.
seliti

per

gli

accademici nostri tutto questo non

La

religione cattolica
s'

guadagna anzi prochiese,

ogni giorno,

innalzano

appaiono

Madonne

e la signorina Luisa Lateau ha le stimla carie


si

mate. Certuni poi che hanno

del rispetto

umano
goni
fanno
ai
il

nell' ossa,

cattolici

che

vergognano ^R
di esser
tetrasi

di esserlo,

che

il

giorno
la

credono
notte,

pregiudizi, e

quando tuona,
sillogismi

segno della croce


e per
il

sotto ai lenzuoli, ceri

cano altrove
confonderci

che nella religione


convincere pensare
il

per

prossimo
delle

che

opera scellerata
cristiane

fuori

massime
Rosmini.

ed

il

ribellarsi alla teosofia del


nell' arte latina
i

Non credono
vi

che

e cattolica, e se

provate a dire che anche


li

ribelli

hanno

affetti,
il

gioie e dolori,
Parini,
il

vedrete levarsi e gridare che


il

Manzoni,

Giusti

non pensarono,
che

non non

sentirono,

non

soffersero cos. Sentirete


arte materialista,

gridare

che non
si

ci

pu esser
il

pu concepire
il

bello colle teorie dello

Spencer
allievi

che

sublime non pu esser capito dagli

Stecchetti.

12

lyS

PROLOGO.

dello Schiff. Cos Orazio darviniano e gli arcadi

siamo noi

E
fuori

gli

accademici
nulla,
tesi

si

sfiatano e sudano. Per loro

non muta
delle

per loro

non

ci

pu

esser

arte

accademiche e ne
perch

conosco

pa-

recchi che, a letto,

scrivono commoventissime candell' esilio,


l'

zoni

sui

dolori
il

accademia
beli' ar-

trov che dopo

Berchet

1'

esule era

un

gomento.
le

Ma

non vedete dunque come galoppano

idee che vituperate ?

Non

vi

accorgete che

e'

qualche cosa che vi trascina pei capelli (ne avete?),

che vi trascina nelle lotte di Satana?


le

Non

vedete
vostra

transazioni che fate tutti

giorni colla

fede, le
alle

toppe che
candide

tutti

giorni

dovete
1'

ricucire della

vostre

stole?

Ecco

autore

Morale
lica,

cattolica
il

morto

fuori dell' ortodossia cattol'

ecco
dell'

povero Aleardi che cantava


costretto a nominare
il

immor-

talit

anima

professori

che non

ci

credono, e

Prati farsi

un Dio che
lo

vada

d'

accordo col regolamento del Senato e

Zanella ammalare per la necessit di cantare fuori


del Sillabo e tutti, tutti, tutti, fino ai minimi, fino
ai

pedagoghi

di ragazze,

dover scappare dalle

pri-

PROLOGO.

179

gioni della fede cieca,

intera,

romana per vivere

e per scrivere. Esiste l'arte anche fuori dalle for-

mole del Gravina e del Soave e e' tanta poesia nella coda di un fauno quanto nel piviale di un arcivescovo. Properzio poeta quanto e pi del
Manzoni, e
voi,

cavallari crudeli,
i

non potete pi

caricar di legnate
i

puledri

che vogliono correre

prati,
il

trovar nuovi pascoli e nuove vie. Maledite

pure

dottore in zooiatria che

li

lasci

stalloni,

ma

persuadetevi
il

che

poeti

laureati

non

ce

ne

sono pi e
nare n
il

Senatore di n
il

Petrarca

Roma non pu Baraballo.


ai

incoro-

il

popolo

che incorona oggi e dovete adattarvi


sti,

suoi gu-

alle

sue leggi, alle sue libert,

ai suoi

costumi

per quanto vi spiaccia. Dovete scendere in


a viso aperto e non protetti,

campo

come una

volta, dal

baluardo della fede e dovete


qui,
dire,

scendere in campo,
inter-

con noi e non potete pi disprezzare o

ma

dovete combattere. Venite

cattolici,

a ve-

dere che in

Roma

stessa vi tocca disputare sulla


:

venuta di San Pietro

venite, figli dell'


:

Aquinate

a disputare col Renan e collo Strauss


sti,

venite ideali-

a sentire quanti

figli

ebbe

1'

angelica

Laura

venite, venite, poich anche voi dovete combattere

per r esistenza ed
le

il

bargello non pu pi definire

questioni di fede e d' arte.

Non

ci

potete pi

schiacciare col silenzio e coli' indice e condannarci

come

parricidi

perch non accettiamo

le

convinv'
i-

zioni dei padri.

Combattiamo

il

Dio vostro

8o

PROLOGO.

spiri

la

lealt,

la

franchezza di chiamarvi crociati


la croce.

per Ges, paladini per

Combattiamo, voi
poich anche noi

per

la

fede, noi
arte,
il

per

la libert,

abbiamo un'
pudore.

un pubblico, una speranza, un


santi-

Ma

pudore nostro non quello

ficato dal

vostro Stanislao Kostha e chiosato dal

vostro Sanchez.

Abbiamo

un' arte anche noi, ma,

come

la

bocca

d' Ezechiele,

anche

la

nostra

non

rifugge dalle lordure.


del Sacro

Siamo

chirurghi, non

Dame

Cuore.

Oramai per anche


capita
e,

poveri

idealisti
si

\ hanno
af-

disperati del loro avvenire,

danno

fatto alla religione

che

mi pare

in brutte

acque

anche

lei.

il

destino delle peccatrici che diven-

tano vecchie.
la

pazienza

lodassero
si

l'

Altissimo e
pratiche

morale

cattolica,

ma

mettono
ed

alle

del culto esterno.

E
ai

pazienza anche questo,


carlisti

ma

ru-

bano
tolica.

il

mestiere

alla

Gioventii

Cat-

La

scolaresca dell'

Accademia

scientifico-let-

teraria di Milano, guidata

da quel comico perfetto


una rapproe

che Paolo

Ferrari,
altri

accompagnata da
da due
il

presentanza di
fessori

istituti

illustri
si

dei quali

non ricordo

nome,

rec, in

PROLOGO.

pio pellegrinaggio, alla casa del Manzoni.

Uno

che

pretende di aver fatto parte della spedizione, grida


nel giornale (con licenza) del

barone Mistrali:
sul

nella
di

....io

vi

assicuro che

primo entrare

come compreso devozione profonda, proprio come quando


sentii

modesta casetta mi

una

tacita prece

si

leva a

Dio

nel

silenzio di

un tempio suU' imbrunire

della sera.

Con

trepidante
particolari.

curiosit

ho voluto
ancora

vedere che
i

minimi

Non

istar a dirvi
al
il

mobili della

casa

si

trovano

medegrande

simo posto che occupavano quando

poeta era vivo e fiorente: vi dir

bens che a

un certo punto piansi


e
il

non
1'

potetti rattenermi e piansi:


scrittoio,

vedendo

umile

il

calamaio

tagliacarta e la

penna

di

Alessandro no-

stro; la

penna che ha vergato eterne pagine/


il

Ecco sopra un tavolo


e
il

cappello

di paglia

bastoncino su cui

vasi negli ultimi anni. piano superiore appesi in


retta
il

buon vecchio reggeEcco nell' anticamera del


il

un

altro cappello e
si

un mantello
came-

un angolo:
letto,

entra poi nella

da

dove tutto semplice e modesto,

letticciuolo, le sedie:

non

v' la

bra di lusso e di affettazione .

menoma omalla

Ci

manca

la

paglia della prigione


realisti

quale
il

questi scomunicati

hanno

condannato

pover'
ai

uomo

per tanto tempo, e poi siamo proprio

pellegrinaggi spagnuoli e belgi quando Pio

IX

l82

PROLOGO,

era ancora
e'

al

mondo Dopo
!

lo
i

squarcio qui sopra


veristi

la tirata d' obbligo contro


i

nani

pomada-

posi^

quali, a

quanto pare, non adoperano capmantelli, tagliacarte ecc.

pelli di paglia,

ma

si

giano nel lusso pi sardanapalesco, dormono sulla

porpora e sui

petti delle

donne,

mangiano __anail

nassi con salsa di tartufi, ballano

cayican dodici
idealisti

volte

il

giorno e bevono

sangue di
!

in
si-

crani di parroci.

Che

porci

Ha

ragione quel
la

gnore

di
!

piangere

dirotto

come

cascata del

Niagara

Cos gli idealisti

come

credenti

delle
!

reli-

gioni ammalate, cominciano

pellegrinaggi
al

Presto

vedremo

1'

obolo.

Intanto

davanti

cappello di
il

paglia del Manzoni


vine Costa,

la

<f

uno degli

scolari,

gioin-

prese

parola per esprimere,


i

terprete dei proprii condiscepoli, mirazione verso


1'

sensi d'

am-

opera del poeta e di adesione


di

ai

suoi

principii

moralit

di

castigail

tezza

nella letteratura.

lui ai

rispose

prof.

Ferrari,

facendo

plauso

sentimenti

mani-

festati e affermandoli pi

altamente,

come una
le

proposta concorde e solenne

contro

intem-

PROLOGO.

183

paranze d' una nuova scuola letteraria che


<<

si

com.

piace del lezzo d' un verismo inverecondo

Sembra
Livio
!

la

parodia di
di qui
ai
il

uno

squarcio

di

Tito

Vedete

giovanetto Annibale
sull'
il

che
cap-

giura odio eterno


pello di paglia del

romani e
ed

ara sta

il

Nume
le

gran

sacerdote

squassa orribilmente
stite

famose bende candide, vecoristi druidi della

con tanta disinvoltura dai

Norma. Lo studente Costa avr


sta farsetta
vis

certo

avuto

il

premio in fine d'anno e certissimamente poi queannuncia una


nell'

seconda

giovinezza

di

comica

autore della Bottega del cappellaio.

Con un
si

po' di musica

potevamo augurarci
Italia;
la
!

di as-

sistere al natale del vaudeville in

ma non
banda

pot, perch

il

municipio non concesse


la richiedeva.

e poi la tesi

non

Peccato

'

Ma
che
ci

via,
irriti

buona gente, non


i

gi

1'

idealismo

nervi.

Ohib! Accettiamo
Alessandro

tutta l'arte

del nostro paese, vecchia e nuova, cattolica anche,

da

Fra

lacopone ad

Manzoni,

per

quanto non siamo

cattolici, n vecchi, ne nuovi.

Ma

veneriamo
l'ideale

il

Petrarca,

non
sia

petrarchisti.
ricetta,

Ben
fai-

venga

quando non

una

una

l84

PROLOGO.

sariga,
fa ne'

uno stampo; quando non rimpianga, come


sonetti del prof. Rizzi, la voce

armoniosa

de' cigni antichi e

non

ci

mostri, con sale pi inil

glese che attico, la cuoca che medita di tirare


collo al canoro augello.

Queste stampiglie
del

erano
Veneris

vecchie

sino al

tempo

Pevigilium

dove

Loquaces ore rauco, Stagna


le

cycni perstre-

punt; non ce

date ora

come

le

colonne

d' Er-

cole dell' arte. Dateci

pure

dell' ideale,

ma non
le

modelli da sarto

per

tagliarci

sopra

giubbe

agli studenti di liceo.

Dateci

dell' ideale,

non del

brodo lungo.
della quale

E non
ci

adoratelo in una chiesa fuori

non

sia salute,

non

lo fate lo czar

di tutte le lettere

che sono una repubblica.

C
Klo-

posto per

tutti,
1'

pel Cavalca e pel

Boccaccio, pel

Tasso e per
suet, pel

Ariosto, pel Montaigne e pel Bose per lo Shakspeare,


pel

Dryden

pstock e pel Goethe e noi nell'arte non cederemo

mai n un palmo della nostra


tra delle nostre fortezze.

terra,

n una

pie-

Siamo

gelosi di Bice codell' Alfieri


;

me

di

Fiammetta, del Metastasio come


casta,

non abbiamo

non abbiamo
i

trib,

non

ab-

biamo
le

chiesa. Tutti

poeti

li

accettiamo,

purch

siano poeti e non saremo noi che scomunicheremo

Odi barbare
ai
ci

in

nome

della rima, per applaudire

poi

versi troppo

sciolti

del

primo scalzacane

che

lecchi le scarpe.

PROLOGO.

185

Tutta dunque questa


rannia
dell' ideale,

ribellione

contro

la

ti-

tutte queste scritture

polemiche

goccianti gi assiduamente dai


tese nel senso loro.

torchi,
i

vanno

in-

Non

gi che

combattenti

vogliano

la testa del

nemico, non che in

della fotografia vogliano bruciare le

nome madonne del

beato Angelico, o in

nome

della

sensazione rin-

negare
telli

il

sentimento. No.

Ma

anzi dicono coi fradi

De

Goncourt, non sospetti certo

meteoet clate

rismo ideale:
alors que le

Le
l'

ralisme

se

rpand

deguerrotype et la photographie
art diffre du vrai.
nell' arte
si

d-

montrent combien

Ma

tutto

questo accade perch anche


distinguere
nell'

voluto
l'a-

uomo

la

materia dallo spirito,


1'

nima

dalla carne,

mentre

uomo

uno

ed perintero,

ci che noi lo

vogliamo rappresentato tutto


nella deformit,

nella bellezza e

negli
1'

istinti

sui

blimi e nei bassi,

come

come
ed
i

hanno
lo

fatto

tempi, le religioni, le

virti

vizi.

Vorremmo
sentono,
deside-

che r amore

si

cantasse

come

tutti

non aspirazione platonica ad un


rio

tipo,

ma

sublime di una donna intera, spirito e carne;

di
sia.

una donna vera e viva, santa o peccatrice che


Cercare
la

deformit, accarezzarla, compiacer-

l86

PROLOGO.

sene, caso patologico;

ma

lo

altrettanto

fin-

gere che

la

deformit non
la lussuria

esista.

E
la

vizio

l'

eccesso

come
ch
il

il

difetto,

come

castit, e poi-

nostro secolo lo sa e lo dice, vogliamo es-

sere del secolo nostro.


sente,

Vogliamo

l'

arte

del predell' av-

non quella del passato, non quella

venire.
il

Vogliamo

sentire

come

nostri

nervi ed
al

nostro cervello comportano,

non attraverso

diaframma

delle sensazioni altrui.

come sappiamo amar noi, non nostri nonni. Vogliamo insomma essere del nostro tempo, e se il tempo non bello, non lo abbiamo
i

Vogliamo amare come amarono

fatto

noi e non ce ne

abbiamo colpa.

Questa ribellione non


nizzare r ideale e
tutt' al

si

fa

dunque per

detrofarne
i

ghigliottinarlo,

ma

per

pi un re costituzionale che divida

suoi

poteri,

chiuda

la

Bastiglia e

si

lasci

costringere
gli spar-

a largire la Carta.
tani

Almeno almeno, come


ammetta un collega

ed

siamesi,
:

agli onori

del trono

il

vero.

PROLOGO.

187

Ed

ecco

il

Cavallotti che

ci

crede

Carichi di saette pei pedanti

Di crani e

feti

e aborti d' ospedal,


le
il

Di vermi per mangiar D' upupe per cantarne

proprie amanti,
fnneral
;

ed egli l'uomo delle generose

illusioni,

dice:

Portiam

le

mode

del vecchio Parini


d'

Le mode rococ

Ugo

Manzon.

In questi versi intanto


adagio.
illustri

no
i

di

sicuro.

poi,

Dobbiamo

fare

come

chinesi che ai morti


?

erigono templi dove pregano e sacrificano


pellegrinare anche
al

Dobbiamo
il

noi

col

bordone e

sanrocchino fino

cappello di paglia del


all'

zoni? Ci condanneremo
e di Confucio
?

immobilit di
;

ManBudda

Ma

no, Cavallotti
studiarli,

grandi uomini

vogliamo onorarli,
li,

ma
i

adorarli e copiar-

no.

dunque che lungo tempo hanno acquistato


ti

Non

ricordi

crani e

1'

ossa da
ita-

la

cittadinanza

liana e fino da

quando

il

tuo Berchet

traduceva

PROLOGO.

e chiosava nel Conciliatore la Eleonora del

Burger
?

con grave scandalo delle parrucche italiane


ti

Non

ricordi

zava sulle
cero
ai

dunque che proprio 1' upupa che svolazcroci fu uno dei rimproveri che si feai

Sepolcri del Foscolo,

quali gli idealisti

d' allora preferirono la cattolica

risposta del Pin-

demonte
nalli dei

Non
gli

ti

ricordi

quel

che

disse

il

Ra-

Promessi Sposi
che

E bada
talia.

Ammaestramenti ? Ammaestramenti sono libro di


ne' suoi

testo in troppi licei di questo

povero regno
poesia
di

d' I-

Non

ti

ricordi di

una

un certo

Cavallotti nella quale certi scheletri salgono sulla

carrozza di certi principi


ire
?

Perch

Forse perch vuoi


?

vestirti

dunque tante come il vecchio


i

Parini
ti

Bada, non carnevale ed


contro
tutti
i

vestiti rococ

solleverebbero

torsoli di

cavolo
i

che vegetano in vai d'Olona. Ogni tempo ha


vestiti
:

suoi

tanto vero
Parini,
ti

che tu

non
sei
il

ti

vesti

affatto

come

il

ma

tu solo
il

sarto

de'

tuoi

versi e, se

dicessero

contrario, te ne avresti

a male.

PROLOGO.

189

Pare impossibile

Mentre dappertutto
coscritti

si

cam-

mina

in libert,

noi sentiamo prescriverci la luni


!

ghezza dei passi come


i

non sempre

passi

li

vorrebbero

fatti

avanti. Tutti sanno che

r adorazione cieca,
liano.

la superstizione,
il

difetto

ita-

Quando
fu
in

1'

idolo fu

Leopardi, guai a non


!

maledire

la vita
il

ed

il

sole in strofe libere


fu

Quan-

do r idolo
inni
sacri

Manzoni,
;

dovere
plagi

il

cucinare

settenari

dei
!

Promessi
u-

Sposi! Guai a scostarsi dai modelli


scire dal

Guai ad

chi

campo arato, seminato, Abbiamo ancora nelle ossa

esaurito dai vec1'

antica lue dei

petrarchisti.

Ma

ditemi, per Dio,


?

non era proprio


noi, rivoalle

ora di muoversi

Ma

non

vedete che

luzionari, scapigliati,

sanculotti,

siamo ancora

cinquantenni prefazioni del Cromwell e di Mademoiselle


altri
!

De Maupin? Immaginate
con tutto questo
si

dove

sono

gli

sentono

alte le

grida
li-

per
rica,

la

mancanza del romanzo, del


pittura,
!

teatro, della

della storia, della


io

dell' arte

italiana

insomma! Lo credo,

Guardate per esempio Leone Fortis, che


grazio pubblicamente, intanto, pel bene che
fatto

rin-

m'ha

scrivendo intorno

alle

cose mie, sia creden-

igO

PROLOGO.

domi morto che sapendomi


Fortis che ha

vivo.

Guardate Leone
nella

intelletto d' arte,

quantunque

furia delle battaglie gli avversari

glielo neghino.
;

Ebbene, del mio parere


tica
in
?

in teoria

ma

in pra-

Neil' Illustrazione italiana

uno che scriveva


fosse

vece sua e con idee che egli certo non rinne1'

gherebbe, accettava

arte
di

purch

arte e

non sconciatura, protestava


scollacciata

ammirare una donna


perch com-

purch

bella.

Ma dunque
?

battiamo

Tutto r odio dei nostri avversari cade


sui

la

dunque soltanto scuola nuova


che
gli

versi falsi

Ma

credono che
?

sia la scuola de'

versi falsi

Ma
?

tanti idealisti
folosi

non ne fanno dunque dei


ospizi marini
il

cos scro-

non

li

guarirebbero

S' intende che

maggior numero
poich oggi
lite
il

de' versi storpi

sono dei

veristi;

verismo oppo-

sizione e chi ha qualche

colla legge

sempre
i

coir opposizione e

non

coi carabinieri.
il

Quando

manzoniani erano opposizione,


di versi

maggior numero
li

degni
i

d' essere gettati


!

gi dal Taigeto

facevano

manzoniani (ahim

ne fanno ancora)
de'
versi
il

ma

era forse quella la scuola

falsi ?

versi del

Carducci tornano pure. Perch

Fortis,

accecato anch' egli


li

dalla furia del combattimento,


?

trascina alle

Gemonie

PROLOGO.

191

E
rata

poich sono col Fortis,


di

ci

sto.

Una donna

mala
in

vita fu macellata

e spa-

da un beccaio

Milano.

Ed
?
il

ecco

il

Fortis

che nella Illustrazione reputa

responsabili dell' a-

troce beccheria, immaginate chi

realismo ed

il

borghesismo

proprio
Je ne

il

caso di ricantare.

suis pas notaire.


la

C est
C est
ed
ai

fante a Voltaire.

Je suis

petit oiseau

la

fante a Rousseau!

Tali accuse furon gi fatte agli

enciclopedisti
ai

romantici.
il

Oggi

le

si

fanno

veristi.
?

Ah,
Leg-

ma dunque

beccaio era realista e borghese

geva dunque questi maledetti elzeviri? Povero me, che credevo di essere un buon avventore pel mio
beccaio ed invece m' accorgo che
il

beccaio

il

mio miglior avventore

Leggo
nera.

in

un giornale milanese
furono eseguiti
sei

Cronaca

Ieri

arresti.

Due

per

ubbriachezza,

uno per contravvenzioni all' ammonizione, due per rapina ed uno in persona di una donna per infrazione ai regolamenti di

sanit pubblica. Questi son

dunque

tutti veristi

192

PROLOGO.

Quanti ne arrestarono
sola citt
!

in

un

sol
il

giorno ed
!

in

una

E come

antico

verismo

Caino do-

vette essere verista perch accopp Abele, e

Giuda
elze-

certo trad Cristo per comprare un

volume

viriano coi

trenta

denari.

Pel

verismo

Milziade

Appio Claudio insidi Virginia, Nerone bruci Roma, Teodorico ammazz Simtrad la patria,

maco, Ravaillac
veristi

pugnal
il

il

Re
il

Furon
Verzeni

dunque
ed
altri

Gasparone,

Boggia,

assassini illetterati

il

Passanante? Oh,
il

se gli

avessero trovato in tasca

Polemica, che belle ore


!

mi

avrebber

fatto passare

Invece

gli

trovarono

un volume del Giannetto a maggior onore e gloria

eW arte
Che

educativa
!

rivelazione

[e suis tombe

par

terre,

C est
C est
Lasciamo
pio,

la

faute de Voltaire
le

Le nez dans
la

ruisseau,

faute Rousseau.

lo scherzo.

Il Il

Fortis porta un esem-

Giorgio Pallavicino.

venerato patriotta, nel


la

suo ideale della patria una, trov


sistere persino a dice,

forza di

resi
il

Giuseppe
produca

Garibaldi.
gli

Vedete,
;

come

1'

ideale

eroi

mentre

verismo non

produce che

beccai,

squartatori di

donne

PROLOGO.

193

Siamo sempre
prendere
teva,
si

l.

Siamo sempre
le
l'

all'

errore del
si

gli

effetti

per

cause. Nel
ideale

1860
Italia

pouna.

doveva avere

della

Ora che questa unit non pi n discussa n minacciata, come faremo ad avere lo stesso ideale e cantarlo? Forse dovremo fare dei meetings per
r
il

Italia irredenta f

Ma

e allora che cosa direbbero


Il

Pungolo

la

Perseveranza?

verismo
se

ed

il

borghesismo che cosa sono


di

dunque
di

non

effetti

uno

stato sociale,

momenti

una

evoluzione
li

civile? Cercate pi in alto le cause che


sero, discutete

produs-

quelle,

ma

consentite che verismo

e borghesistno
tabile,

esistono

ora

per

necessit inelutsociali

che sono un prodotto di organismi

sbagliati, se volete,

ma
i

esistenti.

Non

possiamo
pi

avere alcun ideale

perch

non ne troviamo

nessuno presente ed
al

vecchi

non sarebbero pi
societ,

loro posto in questo

Stato, in questa

in

questa famiglia. Fate che scatti fuori


al

un' idea

nuova, santa e che risponda


e scatter fuori e ci saranno
i

bisogno

dell'

epoca,
idea,
ci
il

anche

il

cantore di questa
i

confessori ed
ideali.

martiri
il

come

fu-

rono per

gli

altri

Ora

verismo ed

bor13

Stecchetti.

194

PROLOGO.

ghesismo sono
ranno cacciati
sori

al

loro posto necessario e

non
i

sa-

di

seggio se non quando


Lasciate
i

succesdi

saranno

maggiorenni.

dunque
perch

attribuire ai versi de' veristi


gli

delitti

dei beccai e

arresti per oltraggio

al

pudore,

non

otterrete altro che di farli ridere


di
farli

questi veristi e

cantare:

On
Et

est laid
la

Nantcf-re,

C est
C est

fante Voltaire,

bte Palaiseau,
la fatile Rousseati.

Mi hanno anche
ciare in

rimproverato

nella

Illustra-

zione italina la fanciullesca bizza che mi fece cac-

un verso

fiori bianchi,

quali, a di

quanto

pare,

si

possono ricordare con applauso


in

mezzo

mondo
padour,

un epigramma
non
in

alla

marchesa
ai

di

Pommar-

ma

un sonetto
belli

critici

che non
la

sono poi intangibili e


chesa.

come
si

lo

fu

Ma, domando
dibili

io,

come
a

fa

non prender
vero,

cappello quando un idealista stampa queste incre-

parole

Anche
pi,

me

piace

il

ma

il

bello

mi piace
e

fosse

anche un po' discosto


trae
la

dal vero

da questa eresia

conse-

PROLOGO.

195

guenza che un
per
le

peccato che certi


i

libri

vadano

quali non hanno bimani dei giovani sogno che gli scrittori mettano loro sott' occhio il vero nella sua nudit pi desolante, avendo

anche troppo

spesso

1'

occasione

d' incontrarlo

nella societ in cui vivono .

Vale a dire che


giovani non perdano
solo,

1'

arte

deve

tacere

perch
;

1'

ignoranza del male


il

non
an-

ma deve
un po'
altro,

dipingere eternamente
discosto

bello,
in

che se

dal vero, ossia,

lingua

povera, deve rimar bugie.

Un

pi franco,

sentenzia:

Certo

il

vero un grande maestro,


cero .

ma

spesso poco

sin-

Cio

il

vero spesso spesso non vero!

Si dovr ricorrere

dunque
dissi

non solo

alla re-

verenda scopa di cui

pi sopra,

ma

sciente-

mente tradire
orecchie
degli

la verit

per rispetto alle innocenti


di
liceo.

studenti

pazienza

si

portassero in giro soltanto

questi strampalati cain

noni che tutta assolutamente;


bito.

1'

arte

da Omero

qua smentisce

la

bizza fanchdlesca passerebbe sunella Illustrazione, proprio nella


gli

Ma quando

Illustrazione italiana, sotto


si

occhi del Fortis,


quello che
vi
si

commettono
sentirsi

sacrilegi

come
fa,

commise poche settimane


da
addosso
le

altro che bizza, e'

furie d' Oreste.

In quella sconcezza

(non trovo

vocabolo pi

parlamentare),
versi

in quella
il
.

sconcezza di quattordici
.

un signore aveva

aveva

la

insom-

196

PROLOGO.

ma
che

osava domandare

scusa alle signore

ed

alle

signorine pel povero Dante


lui

Alighieri infetto an-

di qualche taccherella di verismo!!

Ombra
in

del padre Bettinelli D. C. D. G. riposa


i

pace

anche

tuoi allori sono invidiati

No, qui non hanno che


reclame di casa Treves

fare la pretesa

Arcadia
de

dei giornali ebdomadari, n


la
:

la pretesa coterie

ci

ha che

fare qualche
la

cosa che meglio tacere, altrimenti


ciullesca

bizza fanse

mi torna addosso

domando

non ho

ragione ?

Ma

torniamo

alla

calma.
in

L' amico

mio Gnoli
di

una recensione della


Polemica,
della
inserita nel

prima edizione

questi

primo
si

fascicolo di

Giugno
e'

Nuova

Antologia,

meraviglia quasi che lo Stecchetti abbia scritto

un sonetto

dove

entrano
nei

affetti

famigliari, di-

menticando che anche

Postutna

ce

n'

erano

dei moralissimi, e fa press' a

poco queste domande

PROLOGO.

197

Se

sei

galantuomo, perch
se
scrivi

ti

fingi briccone

scrivendo? e

versi

da briccone
dipingi?

par-

land in prima persona del singolare,


ti

non ho
>>

io diritto di crederti quale

Qui, prima di tutto,


ria,

e'

un errore di
i

memousci-

poich era da ricordare che,


alla luce

Postuma

rono

in

persona

d' altri

e che,

soltanto

dopo, r autore, compiaciutosi della creazione della


sua fantasia,
si

tenne

il

pseudonimo come un

se-

condo nome,
proporzioni,

allo stesso

modo

che

fatte le debite

Ugo

Foscolo firm molte lettere col


di

nome

dell'

amico

Jacopo

Ortis,

Lorenzo Al-

derani.

Non

credo poi che in quel

libro ci sia nulla

che una onesta persona possa desiderare di


aver fatto o scritto.

non
della

Almeno

io,

all'

infuori
sulle

morte del protagonista,


spalle senza arrossire
sia cos

accetto

tutto

mie
ci

punto, e non credo che

frigido critico, a questo

mondo,

il

quale
cabi-

ne' suoi anni verdi


7iets

non

abbia condotto nei

particuliers del suburbio

qualche dozzina di
si

Emme
fu

o di Caroline. Anzi credo* che

dovrebbe

arrossire di
di

non averlo

fatto,

e Catone, che
il

non
che

manica larga, non biasim

giovane

usciva di dove sapete,

come farebbe

certo qualio.

che Catoncino schifiltosino che m' intendo


e'

L
che

poi altres
scrittori,

uno

di quei pregiudizi
il

critici

gli

anche coscienziosi come


belli

Gnoli, ac-

cettano troppo spesso

fatti

e per pigrizia

igS

PROLOGO.

di

pensiero e per incosciente conseguenza di teo-

riche gi accettate.

moda
giudicare
le

dir

col

Gnoli, teorica

adesso

il

opere
Il

d' arte

come

se

fossero tante
di
di

autobiografie.

Byron

fu

gi accusato

cono-

scere per prova le delittuose sensazioni


e del Corsaro, bench

Lara
vie

gridasse pure

judge
il

by

my

acts.
1'

Per

questo

pregiudizio
di

Satyricon
il

sarebbe

autobiografia

Petronio

Arbitro,
il

Metmnorphoseos
ther quella
del

liber quella di Apuleio,

Wertutti

Goethe, e cos

si

dica

per

quelli che scrissero in


il

prima

persona.

proprio

caso delle donnicciuole di Verona che credettero


dall' inferno
il

Dante tornato davvero


in

perch scrisse

prima persona ed ebbe

viso fuligginoso.

Non
l'

vi

pare che

si

abusi di queste deduzioni

per la fregola di ricostruire un

uomo

intero dal-

opera sua, come

il

Cuvier

si

vantava, conosciuto

un solo
finino

ossicino, di ricostruire

un intero megaterio

scomparso?

Non

vi

pare che queste teoriche condalla calliil

con quella del Desbarolles che

grafia di

una persona pretende


Gli
Inglesi
di quel

di
si

indovinarne
pentiti
s'

carattere morale?

sono

da

un pezzo

Shakspeare ipotetico che

erano
poeta

immaginati,

gabellando per sentimenti del

molti squarci messi in bocca ad

un eroe qualun-

que;

ma

noi intanto facciamo peggio, considerando


vita vera di

come

storia della

Dante

le

allucina-

zioni mistiche della

Vita miova.

PROLOGO.

199

Questo sbaglio mi pare che derivi da una


terpretazione troppo assoluta dell' oraziano:
.
. .

in-

Si vis

me fiere,
:

doleidum est
tia

Prinium

ipsi libi

tunc

me

infortimia laedent.

Non
che
tutti

si

bada che qui


attori comici
il

si

dice

soltanto

quello

gli

sanno bene,
agli

cio

che

per trascinare

pubblico

applausi
fatta

bisogna

sentire la parte,
nella vita.

non gi averla
lo Schiller

per davvero
bir-

Oh, allora

che razza di

bone sarebbe
pito
il

stato, egli

che ha pur sentito e scolla

Franz Moor

ne'

Die Rauber? E
la

Signora
la

Virginia Marini quando recita con tanta verit

Messalina del Cossa, per chi

prendete dunque

con questa teoria?


lo stesso significato
tista

Ma

date voi alla parola verit

nell' arte

che

le

il

compu-

ne' suoi libri? Allora siete pi veristi ^\ no\;


s

allora

che c' da gridare: arte mia, buona notte!

Non
tanto

diciamo
s'

che

si

debba
che
si

scrivere

soltanto
sol-

quello che

visto,
si

ma

deve scrivere

come

se

fosse visto.

Alle altre obiezioni del Gnoli

ho gi risposto
ri-

pi in su in questa predica e confesso d' aver

sposto molto prima che


censione.

egli scrivesse la sua re-

200

PROLOGO.

Le
press' a

obiezioni

infatti,

come

le

risposte,

sono

poco quelle stesse

che sul

cadere della
i

Restaurazione francese scambiavano tra di loro


classici

ed

romantici.

Il

postulato dell' arte


i

educativa, dal quale scendono tutti


tici

corollari cri-

dei romantici, nell' arte, troppo controverso


chiusi,

per essere accettato cos ad occhi

per

me, r ho gi detto, non credo

tutt' al

pi che ad

una influenza

riflessa dell' arte sulla societ,

molto
molte

causale e molto tenue.

Ho

gi

quasi

detto, che

se vero che la Marsigliese


battaglie,
sigliese.

fece

vincere

fu

per

la

rivoluzione che fece la

Margli

Se non

mi
1'

ammettete come causa


effetto di quel

entusiasmi francesi del 1792, non potrete mai, mai


e poi mai, avere

magico inno,
1'

nato
tore,

dall'

entusiasmo e non da altro poich


1'

au-

raffreddato

ambiente, non arriv pi a tale

altezza lirica, per quanto ci si provasse.

scelgo

appunto
che

il

massimo esempio
al
si

dell' arte

educativa,
di

perch quanto
i

resto,

nessuno mi leva
fatti

capo

giuochi

sarebbero
e
il

in

Olimpia anche
sarebbe
stato

senza

Pindaro,

quarantotto

quello che stato, anche

senza

il

canto Fratelli
di Sofocle

d' Italia. L' effetto educativo di


e di Virgilio,

Omero,

mi pare molto problematico, a meno


fra gli effetti educativi

che non
stabilit

si

ficchi
gli

anche

la

che

autori illustri
nel qual

danno
caso
il

alla

gram-

matica

di

una lingua,

Boccaccio

PROLOGO.

201

il

Raljelais sarebbero

molto pi

educativi

del

vSegneri e del Bossuet.

Nego dunque assolutamente


sta affermazione del Gnoli

e recisamente que

La

nostra lette-

ratura e specialmente la nostra poesia

hanno un
unit della

gran

merito

e impareggiabile,

quello di aver
1'

preparato e condotto patria.

la libert e

Nego, nego, nego.


la letteratura di

Prova, iunico mio, a pensare


cui
parli

portata

indietro,

per esempio,

mezzo
ot-

secolo nella storia.

Che
cui

effetti

avrebbe potuto

tenere ed

a che libert avrebbe potuto condurre


in
si

neir ambiente

trovava

Non

solo,

ma

come avrebbe potuto


proprio
?

esistere fuori dell'

ambiente

meglio
di

ancora, possibile concepire

r anacronismo

uno spostamento simile


presente,

Dun-

que non
r
Italia

fu la

letteratura che prepar e condusse

allo stato

ma

furono

le aspira-

rnzioni italiane che prepararono e crearono la lette-

ratura patriottica della quale tu parli. Letteratura


poi,

che salvo

le

opere di pochi sommi, non fu

certo quella del secol d' oro

come

arte, e

che se

ottenne

qualcuno degli

effetti

riflessi

di cui par-

202

PROLOGO.

lavo,
seca,

non

li

ottenne per
1'

la

sua perfezione intrin-

ma

per

entusiasmo che trov bello e pre-

parato negli

ascoltatori.
ci

Ed oggi
non
e'

la rettorica del

quarantotto

fa sorridere,

appunto perch quel pi, e

r entusiasmo giovanile
arte al

non

e'

mondo che

lo

possa resuscitare colla

sua

sola forza, per

quanto

grande

la si

voglia cre-

dere. L' arte

non ha mai modificato

le aspirazioni

d'un popolo o di una societ,

ma

sempre accaartista al-

duto
nulla,
l'

il

contrario. L'arte

non ha mai condotto a

tutt'al pi

ha condotto qualche

ospedale.

Ma

vedete. L' arte di Giovenale fu ben

terribile,

e pure

non

guar

nessuno. L' arte de'


il

padri

della

chiesa fu ben misera, e pure


al

cri-

stianesimo cangi faccia

mondo.

Ecco dunque

che non

1'

arte quella che corregge, che educa,

che rinnova.

Ma
e ne

tutto questo

non che

inutile ripetizione,
1'

domando
fa

scusa, L'

ho gi detto che
le

arte

non

le

rivoluzioni,

ma

subisce e

le

segue.

Dico adesso, che poi


a essere educativi

inutile volerci costringere

per progetto.
cassiere

Non

solo

l'

arte

non

fermer

nessun

che

scappi
dal

colla

cassa, e

non dissuader

alcun

baggeo

comci

prare cartelle del

prestito Bevilacqua,

ma, se

PROLOGO.

203

S
l'

prova,
inclita

si

far fischiare dal colto pubblico e dal-

guarnigione.

Non

ci

sono

le
il

favole del

Pignotti e
nale

queir aureo libro che


tenere
i

Codice peLa-

per

cittadini sulla via diritta?

sciateci

dunque
ai

in

pace,

poich ho ricordato
fa

Orazio ed una citazione latina


specialmente

un

beli' effetto, critici

novecento novantanove

che

non

la

capiscono,
Sit

jus

licetaqtie

perire poetis.
occidenti.

Inztum qui servai, idem facit

Un

signore
e

di vista

corta

dice
l'

che soltanto
,

lavoriamo

studiamo a far
i

amore

e ci

rimprovera di scordare
e

contadini e gli

operai

insomma

le

questioni pi gravi del nostro tempo.


!

Pover uomo

non stuzzichi

cani che

dor-

mono, e dorma
i

lui,

sognando a suo comodo che


di

nostri cuori

non siano capaci che

spasimare

per donnine ignude.


destarsi

preghi
queste

il

suo Dio di non


scaramuccie
societ
alla

quando
le

finite

inutili

verranno

battaglie vere,

quando questa

ipocrita, frolla e

senza cuore che noi mettiamo


poveri canti,
si

berlina nei nostri

trover in fac-

cia alla rivoluzione della giustizia.

Allora egli po-

trebbe accorgersi che non


a far
1'

abbiamo lavorato solo mani

amore e che

colle nostre picciolette

204

PROLOGO.

abbiamo
fortezze.

cavato anche
Allora
egli

noi

una pietra dalle sue


quelle

sentirebbe

bocche

stesse che oggi narrano freddamente le vigliaccherie

e le turpitudini di un
tare

mondo

in

decadenza, can-

ben
!

altri

canti,

levar ben altri peana!


tesi

in

cu-

rioso

Critici

che vogliono una


l'

anche

una

farsa,

che meritano
...

epitaffio

di

Atta

Troll,

Tendenzbr
:

sittlich

Religios

als Gatte brilnstig ;

Durch

V^erfiihrtseyn von

dem

Zeitgeist

Waldurrsprunglich

Sanskiilotte,

non

s'

accorgono
scuola

poi di

quello

che

sta sotto a
si

questa

ve7ista,

non vedono dove ben diversi da

va e
ser-

dove vogliamo andare, non sentono che siamo


bati a

vedere

trionfi

quelli

della

chiesa e della scuola del


a qual

Manzoni

Non

capiscono
le

rinnovamento sociale tendano concordi


nell' arte,

scuole positive nelle scienze e

e'sognano
e
li

ancora

la
!

risurrezione

del

cattolicismo

della

metafisica

Ciechi

Volete dunque che ve

can-

tiamo
voi,

in faccia

gl'inni socialisti? Volete


il

dunque dunque

che discutete sentimentalmente


il

divorzio, la

cooperazione,

diritto di sciopero, volete

che vi cantiamo in tanti endecasillabi dove noi cor-

riamo sapendolo, e dove, inconsci, correte anche


voi? Cari miei, non
vi

sembrerebbe

di avere ab1'

bastanza voce in corpo per invocare

ausilio del

Procuratore

del

Re

della

Benemerita

Arma

PROLOGO.

205

come fanno
questo,

gli

ameni giureconsulti genovesi. Uno


Corte

de' miei canti gi stato in

d' Assisie

per

o brava gente,
far
l'

cui

facile

gridare che
e'

lavoriamo solo a
di esser

amore

Ma

non

importa

martiri

cos

buon mercato. Vogliamo

fare qualche

cosa di meglio.
di

Siamo giovani
a

ab-

bastanza
Allora
ci

per rivederci
saprete

qui

parecchi anni.

dire se sotto al

verismo

e'

era

soltanto r oscenit, o se
di

non

e'

era

qualche cosa

pi grave. Allora ripeterete, se vi sentirete ablena

bastanza

addosso, sacro a tutti

il

lavoro;

ma

badate che bisogner lavorare sul serio.

E dopo
se

tutte queste chiacchere abbiate pazienza

mi resta ancora qualche cosa da dire. Ruppi la lancia pei veristi, feci un bel
carte

castel-

letto di

dove

fortificai

gli

argomenti della

scuola nuova.
il

Ma

la

lancia fu di legno dolce ed

castello

con un

soffio roviner. Infatti, tutte


veristi,
realisti,
idealisti,

que-

ste

distinzioni di

scuola

del

Manzoni,

e simili

sonanti

parole,

non sono
fatti

che vane apparenze, flatus vocis, imaginati e

apposta per
battagliero

leticarci

sopra

sfogare

il

vapore
dai

che,
in

dal

Caro

in qua,

fuma su

fegati letterati

Italia.

Chiacchere.

206

PROLOGO.

Altro r intento d' un libro, altro e l'arte con


cui fu scritto.

Mi pare che
zione

se facciamo

una

critica d' inten-

siamo fuori del campo


lecito
il

letterario.

Mi pare
del Sar-

che

sia

dire che le
alla

commedie
delle

dou sono perniciose

frigidit

ragazze,

ma mi
te.

pare anche che questa non sia critica d' arle

Invece

logomachie
proprio

fra

veristi e gli idea-

listi

pretendono

di esser critiche d' arte,

mentre sono, se pur


denze.
di

lo sono, dispute di sole tene'

Ma

che cosa

entra la moralit
l'arte

nell' arte

un

libro?

Ma

io

nego

morale, educatiil

va, pudica, poich la moralit, l'educazione,

pu-

dore
menti,

non sono
rettorica
arte di
;

niente

affatto tropi,

ritmi,

orna-

sono

ben

altro

Non

confon-

diamo r
stemi,
stile

uno

scrittore co' suoi concetti.


i

Quando

il

leggete

Dialoghi de' massimi

si-

sistema copernicano che vi piace, o lo


Galilei
?

del

Se

vogliamo
che
1'

fare

una

critica

d' arte

diremo
etica

quindi

arte dell' Aretino

pi

grande

di quella del

Vico. Se
il

facciamo una

critica

diremo invece che


forma

Vico un grande

filosofo e

r Aretino un gran porco.


la

Non

confon?

diamo dunque

colla sostanza.

Dico bene

PROLOGO.

207

Invece

quegli

uomini buoni che partono


il

ar-

mati in guerra

come

Marlbourough

della can-

zonetta (mh'onton mirontainej, trovano

comodo

ri-

mescolare ogni cosa e nei loro consigli di guerra


giudicare
te.

le

tendenze invocando
utile della

il

nome

dell' aril

La

confusione

ma non
e

giusta, e

cornuto

dilemma

forma

della sostanza
i

sar sempre l pronto


curuli e
i

a rovesciare

loro scanni

nostri castelletti di carte.

Ci sono

degli autori

che hanno delle cattive

intenzioni? Sta bene.


letteraria per carit
listi,
!

Ma
Non

non ne
li

fate

una scuola
entra. Dite

battezzate veristi, reae'

anticristi,

perch qui l'arte non


il

che

Caio

segue

Darwin,

che Tizio studia lo

Spinoza, che Sempronio ricorda Epicuro,


conduceteli
al

ma non
l'

giudizio
a

dei

letterati,
filosofi.

mentre doe-

vreste condurli
tica

quel dei
sbagliata,

Dite che

di

molti

ma non
1'

dite che la

poetica spregevole solo perch

etica di molti

non
nel
gli

la

vostra.

Cercate ne'

libri

del Mamiani,

Codice, nel

Galateo,

nella Dottrina cristiana


ai

argomenti da opporre ornamenti e

loro argomenti. Cer-

cate neir ingegno e nella fantasia dei vostri cate-

cumeni

gli

le

vesti pei vostri

filo-

sofemi, e le poesie

verginali

ed

romanzi orto-

208

PROLOGO.

dossi da contrapporre agli


racconti, giornali a
tesi

altri.

Fate commedie,
confondete
la tesi

ma non

con
rari

l'arte.

Le
le

tesi

delle

commedie

di Paolo Fer-

sono molto pi morali di quelle di A.

Dumas

figlio.

Ma

commedie sono pi

belle

Se
d'arte

farete

questa
di

distinzione

fra

la

critica

quella

tendenze,

ecco tutte queste

controversie bizantine fra scuola e scuola cadono

da

s.

Guardate.
la critica si
ci

Se non

fa

all'assunto

di

un

libro

all'arte,

sono degli scomunicati che dovreb-

bero esser beati e viceversa.

Ma

se confondete tutto

e sentenziate che gli idealisti sono gli autori morali,

ed

veristi gli

immorali, dir che

le trage-

die dell' Alfieri piene zeppe di pugnali, di veleni


e d'incesti,

sono veriste
dell'

in

sentenza vostra,

le

canzonette
il

abate

commendator Scavia sono

prototipo dell' idealismo.

vi dir

che

il

ri-

spetto,

non idolatra
far
i

ma

giusto, che sentiamo

pel
al

Manzoni, pu
rassegnazione
suiti,

dimenticare a noi,

ma non
i

Settembrini, che
all'

Promessi Sposi .predicarono


Italia assassinata,

la

ed

padri gela
Ifct

forse per questo, ne

raccomandarono

PROLOGO.

209

tura alle loro penitenti

*.

Vedete subito dove

ci

condurrebbero
fessioni di
bito
i

confronti, per esempio, colle Con-

un ottuagenario
Ortis con

del Nievo; vedete su-

bizantinismi che nascerebbero dal confronto

del Jacopo

Le mie
teorie

Prigioni.
linguistiche
l'

se

pensiamo

alle

dello

stesso Manzoni,

cresce

dismisura
si
l'

imbroglio.
1'

Dice bene

1'

Ascoli: Prima

aveva

ideale

della tersit classica, or sorge sita plebea.


sit plebea,

ideale della ter-

Tutti sappiamo che

questa
fu

ter-

ossia la lingua fiorentina,


I

l'ideale

del Manzoni.
le

sacerdoti galli

che

anatemizzano

nostre pretese fallofore, dovrebbero vedere di


leticare

non

prima

in casa e di saldare

insieme

il

Manzoni
cini

idealista nelle

tendenze col Manzoni

ve-

rista nei mezzi,

prima
critici

di giudicare noi poveri pic-

con

criteri

che non stanno n in cielo

n in

terra.

con questi

criteri

dove

si

andrebbe?

dite
vi-

che certi autori vollero appunto disgustare dal

zio dipingendolo orrido e schifoso, poich questo

* Vedi
Success.

le

Lettere scritte a

Le Monnier,

iSyS, pag.

Giacomo Leopardi. Firenze, 258. noto che Monaldo


p.

Leopardi era amico del Generale dei gesuiti

Roothan.
14

Stecchetti.

2 IO

PROLOGO.

fu

appunto l'argomento
ragionando
lui.

col quale

il

vescovo Ban-

dello volle scusare la sudiceria


e,

delle sue novelle

cos,

sarebbe morale ed idealista anpiuttosto

che

No;

dite

che

nelle

questioni

d' arte la

moralit non c'entra

affatto e

che non

da confondere la critica della tesi con la critica


della forma.

nessuno dei
la

pi

sfegatati

veristi

cadde mai in mente che


Varte nuova fosse
tire
il

parola

d'ordine

del-

il

rimar

porcherie per conver-

mondo

alla fede degli

adamiti olandesi od

alle pratiche di

Aloysia Sigea Toletana. Se ce ne


cos,

sono che scrivono


di

non scrivono perch


imponga,

il

credo

una scuola

artistica lo

ma
i

perch a

loro,

come

individui, quegli assunti

etici

paiono

buoni da rimare.
vostri agli

scuola che

Non fate dunque rimproveri artisti, ma agli uomini; non ad una non c', ma ad una perversione di coistinti

scienza e di

che

ci

pu

essere,
1'

bench
epistola

io,

miope, non
Pisoni,

la
il

vegga.
titolo
la

Non

invocate

ai

ma

VII, articolo 420 e segg. del

Codice Penale e
che
all'

legge sulla stampa; e credete


ci

le

scuole artistiche, se

sono,

badano solo
ci

arte e

non

alla tesi,

poich a quest' ultima

badano

la filosofia,

la politica,

l'economia ed altre
ta-

amene

scienze inventate per rompere le capaci

sche dei poveri contribuenti.

PROLOGO.

211

Vogliamo invece
parliamo

fare

una

critica d' arte?

Non

allora di moralit, di tendenze, di tesi,

che non furon mai cose d'arte:

ma

diciamo, que-

sto verso zoppo, questo aspro, questa


falsa,

immagine
e

questa linea sbagliata, questo colore conven-

zionale,
cos via.

questa sinfonia

piena di reminiscenze,

Ma

non

dite,

come
e'

fate

pur troppo, que-

sta poesia brutta perch

entra una donnaccia;

poich questa non critica

d' arte.

La

statua
fu bella;

di

Frine potr essere stata immorale,


le

ma

madonne

del Margaritone potranno esser state

moralissime,

ma

furon brutte.

poi

si

vede da
e analiz-

lontano, che stando nel

campo

dell' arte

zando bene queste


ci

scissioni casuistiche di scuole,

sarebbero degli idealisti pi veristi del Courbet.

A
che
si

che cosa
fa

si

riduce dunque tutto

il

fracasso
let-

ora nella turbolenta repubblica delle

tere? Al titolo di una

commedia

di

Shakspeare:

Much

ado about nothing.

212

PROLOGO.

verissimo che

ci

sono alcuni,
impresa

specialmente
i

giovani, che
del Carducci

hanno

tolto per

bei

versi

Odio

l'usata poesia.
al

Concede
e senza

comoda

vulgo
i

flosci fianchi

palpiti sotto

consueti amplessi
;

stendasi e

dorme

e per togliersi dalle rime

consuetudinarie

hanno

stimato,

come

Quintiliano, che tutte le parole sian

dette bene al loro luogo ed

hanno cercato appunto

quei luoghi dove


tere le parole

conservatori non osavano met-

ed

sentimenti veri, giusto per far


la loro intenzione.

vedere pi chiaramente
parola propria dove gli

Furono
la

chiamati veristi solo per questo,


altri

che usavano
la

usavano

metafora
gli altri

ed accennavano
velavano
sta?
il

al

sentimento vero dove

proprio.

Ma

pu esser una scuola quecolle parole


litro

Se

c' chi

ha cantato un'osteria

necessarie

a dipingerla,
si

chiamando
usa pi
scuola

non

nappo
che
si

il

recipiente che

spesso,

direte

messo

in

una

piuttosto

che

in

un' altra? Potete nell' ambito dell' arte trovare che


il

quadro mal dipinto: potete


che
il

nel calcolo
si

delle

intenzioni deplorare
tino le osterie

si

frequentino e

can-

dove

vino buono,
sia brutta

ma non
e'

po-

tete dire che quell'

opera

perch
i

entra

una

osteria.

Allora dove mi ficcate

pittori fiam-

minghi ?

PROLOGO.

213

E dove mi

ficcate la

traduzione della Pucelle


in

d' Orlans fatta dal

Monti e venuta
Il

luce

da

pochi mesi? Bel caso fu questo!

Monti, assunto

gi sugli altari dell' ideale, sta per esserne precipitato,

ed

filistei

si

alzano gi in punta di piedi

per gridargli raca. Bel caso!

E
tanto

pure quella traduzione

di

fatta

per

bene,
filistei

come

quella delle Satire

Persio,

pudicissimi. Scandalizzatevi pure, pusilli, che

noi
poi-

non

ci

metteremo

al

collo la pietra

molare

ch, se voi svolgete quelle pagine per trovarci gli

amori dell'asino con Giovanna, noi non cerchiamo


siffatte

cose.

Cerchiamo
a

quel

sale

attico

che

Aristofane

vers

piene

mani

nelle

sue libere

commedie
essi

e che gli ateniesi gustarono plaudendo,

che di quel sale attico probabilmente


sale attico

se ne

intendevano. Quel

che conserva
i

le

opere

d'arte vive e fresche,

mentre

dolciumi vostri pas-

sano cosi presto allo stanto. Ben

venga magari

anche

la

traduzione della G2ierre des Dietix di quel


il

Parny che
ben mal
fatta
fatta.

Rapisardi conosce molto. Se fosse

diremmo bene; diremmo male se fosse modi legVoi inorridireste in tutti


i

gendola avidamente cogli

occhi fosfo- rescenti.

214

PROLOGO,

Ecco intanto secondo


tici
il

vostri bei canoni

cri-

Monti diventato
allegro,

verista perch tradusse

un
ne-

poema
garlo ?

non vero?

Vorreste

forse

Ma
verista?

se lo negate, allora,

che

cosa vuol

dire

Che copia
pili

il

vero forse? No, perch nesribelli

suno dei
r arte

scamiciati

vuole

abbassare

all' ufficio

della fotografia.

Che cosa vuol


vero qualche
salsa per

dire idealista?

Che cerca

al di l del

cosa di impalpabile, di spirituale,


il

come
la

vero stesso
il

Vuol dire prendere una fornaia e


ritratto sino

modificarne

a farne

Madonna
il

della seggiola?
bet,

Ma

tutti,

gli artisti,

anche

Cour-

fanno a questo modo.

C solo differenza nel


parola
significa
fa

modo

di far la salsa; chi la fa cattolica e chi pa-

gana, chi dolce e chi piccante, e tira via.

Ideale!

Ma

se questa

quella
nei

cucinatura speciale del vero


suoi fornelli,
tutti
si

che

l'artista

sono

idealisti.

Non

lo

sono

pi

tutti

quando

vuol dare una interpretazione


per idealiideale

restrittiva a questa parola e intendere

smo

la

maniera

di

Caio o di

Tizio e per
il

la sola salsa

dolce.

Guardate un poco
vuol

preteso

idealismo dei pittori trecentisti, quel sentimento religioso e contemplativo che


si

vedere

per

PROLOGO.

215

forza nelle loro opere.


del tecnicismo dell' arte.

Non
Il

altro che ignoranza

sig.

Toschi nella Nuova


volute

Antologia riduce

alle

proporzioni
i

questo

preteso idealismo. Ci guardino


zoniani, che
e'

battaglieri

manche

da imparare molto e da corregaccademici


in corpo.

gere
tutti

molti e vecchi pregiudizi

abbiamo ancora

Dunque? Dunque non


Se mi
patria,
ratteri
lista
1'

vi

sono n

veristi

idealisti.

dite che l'esser


1'

galantuomo, l'amare

la

ammirare

arte del

Manzoni sono
ammirare
le

ca-

indelebili degli idealisti,

nessuno pi idea-

di

me. Se mi dite che


il

donne

belle,

bere

vino buono ed amare l'arte del Carcarattari dei veristi,

ducci sono

nessuno pi
la verit coi pro-

verista di me.
prii

Ma ognuno
1'

vede

occhi ed ha un ideale proprio.

Per esempio,
quello che
tiche
:

ideale della

mia donna

non
che

il

Vittorelli espose nelle sue anacreon-

il

mio

ideale

porta un vestito

grigio

costa 4,50 al metro.


11

mio

ideale della patria

non

1'

Italia

mia
elet-

melodrammatica,

ma

un'Italia nella quale

sono

tore ed ineleggibile.

2l6

PROLOGO.

Il

mio

ideale dei

bimbi

non quello che


bianche,
i

si

trova nei santini di Francia col suo bravo angelo

custode che

li

cova sotto

le

ali

ma

in-

vece in due bimbi che mi tirano


li

capelli

quando

prendo

in braccio.

Saranno
nobili,

ideali

meno

sublimi,

ma non meno
mi pafrasi fatte,

non meno degni


ci si

dell'arte, e nell'arte

re che
lucidi,
Il

possa star bene anche senza


artificiali,

entusiasmi

e pudicizie d'uniforme.
fu

Napoleone tutto nudo che

modellato dal Ca-

nova

colla sua brava foglia ideale,


i

non

mi

pare
del

che debba escludere dall'arte

Napoleoncini
tutti
i

Meissonnier; e la Trasfigurazione, con


apostoli
le

suoi
tutte

non esclude nessuna Kermesse con

sue donnaccie.

Perch vituperarci l'uno


in

coll'altro

mentre siamo
il

fondo d'accordo?

Il

Salmini finisce

suo Poly-

cordon colla obiurgazione d'obbligo alle serve che

mostrano

le

coscie veriste e poi un ribelle an-

ch'egli nella sostanza, nella


tolo.
i

forma e sino nel

ti-

scuole?

Dove sono dunque limiti di queste pretese Quando lo Zanella, frugando tra le ceneri
il

scaligeriane, acchiappa

tizzo che accese

gi

le

guerre letterarie per Cicerone e scrive una


zana a certi filologi tedeschi che
fa

pan-

veder proprio

PROLOGO.

217

la

inanit di queste battaglie


il

idiote fra

Varo

ed

Arminio, ascriveremo

peccato
!

ad

una scuola?
dico e
tene-

Non

ci

mancherebbe
all'

altro

State attenti
telo a mente.

aforismo che

vi

Non

ci

sono n

veristi n

idealisti.

Ci
altri

sono
che

degli autori che scrivono bene e degli

scrivono male; ecco tutto.

Perch dunque
gione? Chi
lo

questi

due

campi

senza
io

ra-

sa?

Non

lo so

nemmeno,

che

con tutta

la

persuasione della loro inanit scrivo


i

un libro contro
genioso hidalgo
lini

pretesi idealisti

come

gi el ini

si

rompeva

la

corna contro

mu-

a vento.

Non pu

esserci altra spiegazione che

nell'

i-

stinto battagliero fatalmente necessario alle


di preparazione e di transizione,
tutto,
all'
il

epoche

quale pervade
dalla
politica

dal

mestiere

alla

scienza,

arte.

Respiriamo

tutti

l'ossigeno ad alta dose.

Done-

mani avremo

le vertigini e

dopo domani o saremo


l'

guariti dai mali vecchi o

diverremo

humus

cessario alla vita delle generazioni avvenire.

Che Bismarck

ce la

mandi buona

2l8

PROLOGO.

Basta; ormai ora di

finire.

E
gambe

poi a che pr
ai

discutere?
altro!

Per

drizzare
essi

le

critici?

Ci vuol
il

Sono
il

che

hanno vituperato

Carducci che
parlarono a
fior

Carducci.
del

Sono Sono
credevano

essi

che

di labbra
gli

Panzacchi affettando di metterlo dopo


essi

altri.

che m'hanno applaudito quando mi


e

dopo m'hanno gridato pericoloso ed immorale perch hanno saputo che son vvo Al morto dissero peccato che
morto

due

giorni

non

sia vivo
!

Al vivo dicono

era meglio che fosse

morto

Chi r indovina con loro?

Si disse che questa

l'

et della critica, e
si

mi
for-

pare impossibile

negarlo quando
cos

vede un

micaio

di critici

numeroso. Gi chi non ha

nulla da fare a questo


si

mondo,

fa

il

critico, e quasi

potrebbe dire che


ozio ne
il

la critica la

madre

dei vizi

come r
tini

padre.

Questa

stravagante

tendenza

e questi ritrat-

deliziosi

di critici furono gi

molte volte de-

PROLOGO.

219

scritti

ed

il

Carducci ne fece un quadro che


fece Apelle.
il

il

si-

mile non

lo

Ma

il

pi bello,

il

pi

esilarante di tutti
tico,

ritratto del critico


io

che

altri

fece

ed

dogmanon voglio copiare. Solo


il

voglio
tico
tutti

dir

qualche cosa perch proprio

cri-

dogmatico quello che regna sovrano


i

in quasi

licei

di

questo

felice

regno

d' Italia e nei

giornali pi larghi e pi pesanti. Si sa.


sto,

Oggi
si
il

la critica necessaria. Si

vive pre-

non

ha tempo di leggere che un giornale


lettore

appena, ed

ha
i

bisogno di trovar

belli

e fatti nel suo giornale


te

giudizi sulle opere d' ar-

che escono
ignorante

alla

luce,

per non esser poi repuil

tato

nei

colloqui col suo prossimo,


lui la

quale studia anche


nale
e

letteratura nel suo gioril

giudica

manda secondo
a

critico av-

vinghia.
Gli
avvocati,

forza di ragionamenti,

sono

gi arrivati a persuadersi che tutte le cause deb-

bono esser
Strepsiade

difese,

anche
il

le

pi spallate, e che a difenderle.

dovere sacrosanto
di

sacrificarsi

Lo
1'

Aristofane

troverebbe anche oggi,


a-

e dappertutto, chi crede dovere di coscienza

dottare

il

ragionamento

giusto
1'

1'

ingiusto

se-

condo
i

la causa,

ed insegnare

arte di

non pagare
la

debiti a forza di dialettica.

Ma

siccome
offerta

legge
fatto

economica della domanda e della


che ormai sia pi grande
la

ha

produzione degli av-

vocati che quella delle cause

da difendere, accade

220

PROLOGO.

che molti giureconsulti, non avendo

clienti,

nemed

meno
hanno

per

le

cause spallate,

si

son
il

fatti

critici

portato

nella critica tutto

bagaglio dei
cos innal-

sofismi curiali.

Le logodedale furono
di

zate alla ennesima potenza, e perch avessero pure

un fondamento
la

severa logica,

si

invent la
fra
il

trionfante,

piramidale distinzione

bello

ideale

il

bello reale.

Lo

disser gi quei mera:

vigliosi sofisti che furono gli scolastici

saepe nega,

concede

parum, distingue frequenter. Non facile camminar spediti


si

nello spinaio
il

piantato da costoro. Pure


sco e
di
il

vede, cos tra

fo-

chiaro,

che

il

bello ideale

una specie

bello assoluto, V idea di


il

un tipo soprasensibile
fu certo

e perfetto, mentre
bile e perfettibile.

bello reale relativo, sensi-

Questa distinzione

una

delle

pi

felici

applicazioni dell' arte sognata da


delle cause spallate. In-

Strepsiade, alla necessit


fatti

questo

bello

ideale

ed assoluto nessun

1'

ha

visto,
lo

nessuno l'ha sentito e

che vi sia ciascun


sa.

dice

dove sia nessuni

lo
il

pi facile scri-

verne un trattato come fece

Gioberti, che darne


in

una definizione
tutti

chiara

ed

esatta

modo

che

la capiscano.

Ecco
metafisici

dunque come facile a questi critici l' aver sempre ragione. Sentenziano essi

che un' opera pi o


accosta
soluto.

meno bella, secondo che si meno a questo bello ideale ed asAmmesso questo postulato, tutto finito.
pi o

PROLOGO.

221

Mancando un termine
bello assoluto
l'

di confronto,
la

poich questo

araba fenice,

via pei difettivi


spia-

sillogismi e per le sentenze


nata.

dogmatiche gi

Cos

la

Pizia rispondeva invece del

Nume

cos certi critici

seggono

sul tripode

ed eiaculano

r oracolo da bravi
sico.

sacerdoti dell' assoluto metafi-

Cos sappiamo soltanto da loro quando un'osi

pera

accosta o
il

si

allontana

dal bello ideale ed

assoluto, ed

buon

lettore che studia le loro sen-

tenze dopo pranzo, non potendo far confronti per

mezzo
luto

del giudizio proprio, perch


lo

il

bello asso-

non

conosce
al

neppur
che

di
fa le

vista,

per forza

deve credere

critico

mostre di cono-

scerlo lui cos bene e di esserne intimo.

Speriamo che
la

il

progresso
di

dell' arte

critica e

crescente

produzione

avvocati

senza cause,

perfezioni questo

metodo sempre
al bello,

vittorioso, tanto

da applicarlo non solo

ma

a tutte le altre

qualit dei corpi e delle loro forme.

Speriamo
il

di

veder introdotto nella critica


luto,
la

d' arte

verde asso-

sonorit ideale ed altre


la

che mostreranno

fecondit del cervello


;

amene concezioni umano


supe-

neir immaginare sciocchezze


rata che dalla ingenuit di

fecondit non

chi se le beve.

Benedetti

avvocati

E
!

pensare che sono

lau-

reato in legge anch' io

222

PROLOGO.

benedetti

critici

Sono

diventati tutti qua-

queri! Si vede bene che se avessero le idee chiare


e potessero

esprimerle
dell' arte

chiaramente,
a questo modo.
valle di

descrivereb-

bero r ideale
prato,

Un

grande

magari nella classica


pecore
e
di

Tempe, pieno

di letterati

critici
il

mastini.
lo

Quando
azzanna
se-

un agnello scapestra, ecco


alle

mastino
i

orecchie e lo riconduce entro

termini
s'

gnati dall'
gli

erma

del

Manzoni

(priva

intende de-

ornamenti che Alcibiade tronc


Il

alle

erme
il

ate-

niesi).

buon pastore intanto ammazza


le

tempo
ai

recubans sub tegniine Jagi, soffiando nelle rustiche

avene o allacciando

brache di precauzione
ideale!
!

montoni innamorati.

Sublime
ai

Fuori

dal

gregge
alle

chi

non crede

dogmi

Abbaiate, mastini,

calcagna di chi non crede possibile un iden-

tico sistema di pesi e di


d' arte

misure per tutte

le

opere

da Zeusi
al

al

Morelli, da Jubal al Verdi, da

Omero
Il

Carducci. Abbaiate!...
arcadicamente bello,
colle

sogno
i

ma
si

pur troppo
moltiplicano

calano
i

montoni

brache e

lupi sanculotti.

Ma,

via,

perch discutere?

ora di

fare.
il

Ces-

siamo dalle chiacchere che fanno perdere

tem-

po

e lasciamo

ognuno

del proprio parere.

PROLOGO.

223

Concludo.
stolici

vero che non siamo cattolici apo-

e romani,

ma non

vero che

siamo corLocuste,

ruttori,

fabbricatori di veleni,

Canidie,

Borgia o Brinvilliers.
eccede
la

Ecceder

la ribellione,

ma
non

reazione, e ribellione
la tesi

reazione

sono che

1'

antitesi dalle quali trionfante

e gloriosa la sintesi proromper.

Oh,
poverino

lettor
!

maligno, dove sei? Ti dimenticavo,

Vieni qui e guardami.

Ho

il

polpastrello

del pollice sulla punta


distese.

del naso ed agito le dita

Cos

ti

saluto.

jo seltenibre i8y8.

POLEMICA

Stecchetti.

^5

A ureli
qui

Paedicabo ego vos et inrumabo, pathice et cinaede Furi,

me ex

versiculis nieis putastis

qued

sint niolliculi,

parutn pudicuni.
iiecesse est.

Nani castum
C. Val.

esse decet piuni poetarti

ipsum: versiculos nihil

Catull. Carni. XVI.

J_jd anche a me da
ridon due bimbi che
e quei
la
l'

1'

innocente cuna
;

amor mi diede
la

due bimbi son

mia fortuna, mia


fede.

mia

bella speranza e la

Anch'

io,

ne' chiostri

che

la notte

imbruna,
piede
:

anch' io singhiozzo d' una

tomba

'1

anch' io soffro, lavoro, amo, ed alcuna

vergogna a

'1

famigliar desco

non

siede.

L'

anime intanto castigate e buone


gli

che confondon

apostoli e

poeti,

r anime pie mi credono un briccone

perch

gli affetti
tutti

miei cari e segreti

non portai

quanti a processione

ragliando salmi

come fanno

preti.

228

POLEMICA.

L
de
la
tal

.dealisti

sagg^i,

ho molto amato
'1

mia giovent, ne

facil

corso:

chi molto

de

'1

mondo perdonato : vostro Ges suona il discorso.


'l

am ne

Cos, critici miei, tutto lavato,

senza

la

macchiolina

d'
'1

un rimorso,
Signor chiamato
a
dorso.

da
a
'1

la

gran voce de

cielo salir

con

1'

ali

'1

Ivi

la

donna mia sovra


1'

le

stelle,

angelo bianco, arcangelo giocondo,


bellissima vedr tra
altre

belle;

e furtiva verr de

'1

cielo in
frittelle

fondo

a farmi

le

carezze e

le

che mi

fa tanto

buone a questo mondo.

POLEMICA-

229

IL

NOME

DI

MARIA

N<on
che da
te

per tempo che mi divida o m'


gli

passi o lunga via


allontani,

non per mutarsi de

eventi

umani

potr dimenticarti, anima mia;

e ne lo spasimar de

l'

agonia,

giunto a

la

sera che non ha domani,


d fatti lontani

pensando a questi
il

nome

tuo singhiozzer. Maria.

diranno di
il

me
;

ecco

1'

ora de
aiuto

'1

pianto

ecco vinse

ribelle

1'

chiese d' un

nome benedetto

e santo.

Ma
in

no.

quel dolce

Su '1 nome
'1

letto funeral

caduto

lo dir soltanto

memoria de

ben che m' hai voluto.

230

POLEMICA.

A GIOSU CARDUCCI
E E
su
'l

ginocchio, come

Il gladiaior tirreno.

Poggiato,

io, fra le chiome ne 'l riarso seno La fresca aura sentendo.

Morir combattendo.
G. Carducci.

motrio, E,

dormi ed

alte a

'1

ciel

le

grida

de
la

la

battaglia vanno, e la bandiera,


i

tua bandiera dispiegata a

venti

sta ne la

pugna.

Stretti a coorte, giovani soldati,

lei

d'intorno combattiam per

lei:

tu nostro duce intanto e forza nostra

Enotrio, dormi.

Non
e
il

senti

dunque de l'incenso
le

il

puzzo
?

canto fermo e d' Escobar la voce


novelle

Antiche l'armi a
porta
il

pugne

nemico;

POLEMICA.

231

il

buffon
il

Mena da
viso,
le

'1

tuo forte schiaffo

segnato

tue laudi canta,


di ferirti cerca

ma

co

pugnale

dietro le spalle.

Oscenamente dondolando l'anca


Bavio spadone
d' assalir si

vanta

l'arte tua bella e di

tenerla sotto

ferma, domata;

e Lesbia, usata a glubere


flosci

nepoti

di
il

Remo

sotto gli angiporti,

gitta

tuo libro e con la lingua infame

turpe lo dice.

Ecco
gli

nemici, e tra di lor gli onesti,

canuti o pigri, che scordar

non sanno

antichi santi cari a la lontana

lor giovinezza.

Ecco

il

nemico. Destati. Le chiavi,

le chiavi

d'oro stan ne

'1

suo

vessillo.

Ecco, ne gl'inni lacrimosi invoca

papa Leone.

Le forti strofe contro lui saetta, prorompan gl'inni da '1 possente petto, gl'inni civili e il giambo avvelenato come una volta,

232

POLEMICA.

e vinceremo. vSu

'1

sudato campo
trofeo:

erigeremo
la

il

memore

fronda sacra cingerem, Poeta,

a la tua fronte.

Intanto Marsia a

'1

vergognoso tronco
trionfo
'1

udr legato, de

'1

il

canto,

Marsia che indisse co


a
te la sfida.

sottil

belato

Co
e
il

'1

suo coltello

le

caprine corna
:

vello infame gli trarrem di dosso

ad Evio sacro ne faremo un vasto


otre pe
'1

Chianti.

POLEMICA.

233

A,
de
'1

.postata,

marrano e rinnegato
1'

ecco bestemmier

arte che amai,

mansueto

ovil saggio castrato


a'

beler madrigali

macellai,

far

poemi

casti

a buon mercato,

rogiti in versi sciolti pe' notai,

mi confesser da

'1

mio curato
mai
:

tre volte al giorno se peccassi

Maledir
far
d'

la

carne di maiale,
la fantasia

un bambino con

un platonico amor

frutto ideale;

e ne

'1

nome
1'

di

Cristo e di Maria

amer, servir
se

arte morale

mi saprete

dir che cosa sia.

234

POLEMICA.

A FELICE CAVALLOTTI
Sar
il

caso di vedere se per ri-

temperarci al gusto antico vi sia bisogno di farci dare anche gli abiti a prestito dai nostri nomii.
F.

Cavalotti, Prefaz. di TlRTEO.

alla trad.

a,

per l'amor di Dio,

ma
li

che

t'

han

fatto

questi disgraziatissimi elzeviri

perch tu
per
gli orecchi

me

tiri

e gli sferzi ad ogni tratto?

Perch son piccolini di natura

me

li

vuoi prender

tutti

a scapellotti?

Ma, mio buon Cavalotti,


vorresti de gli in-foglio a dirittura?

Dio che a
tartufi

sindaci d prestiti a premi,


i

a l'amor mio, pomate a

calvi,

Dominedio
da
i

ci

salvi
i

libri

troppo lunghi e da

poemi!

POLEMICA.

235

Lo

SO,

costano troppo e son piccini,

pieni di fregi e d'altre gherminelle,

ma

son tanto
le

bellini!

Piacciono tanto a

donnine belle!
osso che crocchia,

il

budellame, gi,

l'

anatomie rubate a

lo spedale,

orgie di carnovale,

donne

scollate sino a le ginocchia,

e'

tutto quel che vuoi


se

ma

se

un po'

d' arte,

un po'

d'

ingegno, se un pochin di vita


calda, vera, sentita,

palpita e ride ne le tenui carte,

non

lapidarci,

non gridarci abbasso;


noi, soffrimmo, e
in canto
'1

perch

amammo anche
lo
i

il

pianto

tramutammo

quando

vecchi giuocavano a

ribasso.

Non badare

a'

trochei se
le

il

verso torna,
'1

non contar
de

minuscole a

Carducci

che in viso a Vanni Pucci


'1

giambo archilocheo squadra


la parte,

le

corna.

Tu

che di libert segui


la

che ne

pugna sua ti non ultimo


la libert

sei scagliato

soldato,

non

ci

negar

de

1'

arte.

236

POLEMICA.

Anche

1'

lascia

cammina e per adesso che gh elzevir vadano avanti. Se ce n' de' calanti,
arte
Italia

r arte d'

camper

lo stesso.

Sai, sessant'anni

fa,

quanto spavento,
e diversi
si

che vaticini

orribili

perch
barba a
la

disse in versi

barba e non V oror de

V mento!

L' arte,

si

disse, casca ruzzoloni


i

tornano

Goti,

Visigoti e

il

resto!

dopo

tutto questo
il

che cosa capit? Venne

Manzoni.

POLEMICA.

237

)e s.

nasco un'altra volta a questo


far prete

mondo

vi

d parola che mi

e sar cos ciuco e cos tondo

che mi faranno vescovo. Vedrete.

E
che
il

vescovo, sar tanto iracondo


papa, per lasciar la chiesa in quiete,

mi

far cardinale e in cos

fondo in fondo
credete.

non sbaglier

come

Poi sar Papa. Allora, oh, staran freschi


i

poveri poeti petrarcheschi


i

da

pudori cattolici e frateschi

Ch'

io crepi

adesso se cacciar non faccio

con una bolla lunga un mezzo braccio


cent' anni d'

indulgenza ne

'1

Boccaccio.

238

POLEMICA.

,uando Q,

vedrai cader le foglie morte

ed

il

lunario predir la neve


le

allungherai

tue maniche corte,


vestirai di greve.

mia freddolosa, e

Le
e
il
'1

belt velerai che bianche

ho scorte
breve
forte

e le scultorie braccia e la seno,


il

man
s

sen che palpit

primo bacio mio timido e

lieve.

Pur qualche volta


e
veli getterai

forse,
le

non invano,

per gli occhi pregheran


i

mie parole
;

per

me

lontano

e tolto

il

guanto che serrarla suole


la

nuda
il

ti

bader

bianca mano...,
critica

braccio no.

La

non vuole.

POLEMICA.

239

GIOVANNIN BONGEE
E DETTI.

L) arborin, Barborin,

te

l'ho

gi
f

diti,

fa no

la

dalla che son dree a dorm.


te

Te vedet no che

me

fee
/...

i galliti

Te vedet

no....

Salamm.

Salanim a

chi"^

Ma
che
te

cossa

l'

sta

razza de petitt
el venerd?
delitti

veut

mangia carna

L'

semper venerd? Che bel


son minga verista, cara
ti.

Mi

Hin
sti sti

i verista

quii chi

fan

sti coss,

balossad insci strasordenari,

peccaa de tirass

l'

inferna adoss?

Ma
tutt' in

mi, l'idealista leggendari,


d'
ti7i

bott deventaroo

tm baloss?

Brava, e

la religion?

Brava, e el salari?

240

POLEMICA.

L'

IDEA PURA

wjaliam,

fanciulle,

per

la via fiorita,

su per

la

via che in alto ci conduce.


lass,

una selva

verde e romita,

un tripudio

d' augelli,

un mar

di luce.

Venite meco se
di

il

deso

v' invita

conoscer

1'

idea che mi seduce.


i

Lass vivono
a
i

cor d' un' altra vita;


altro sol riluce.

fortunati

un

Leviam
da
la

le

penne a

cieli alti
si

e lontani,

poi che puro l'amor l

conserva

bassezza de gli

istinti

umani

Il

poeta cos caro a Minerva

canta, pieno

de

'1

rumina un terno e

Nume, e a dorme con

1'

indomani

la serva.

POLEMICA.

241

A CERTI

FARISEI.

o
slattati

piccoli pedanti
l'altro
ieri

che

fate
i

gl'importanti

ed

cacapensieri,

armento

d' ignoranti,

seme
fatti

di cavalieri,

lievito di birbanti

carabinieri,

censoruzzoli savi

che

le

forbici avete

ne

le

zampine gravi,

meglio usar
al

le

potete

mestiere de gli avi

che tosavan monete.

Stecchetti.

16

242

POLEMICA.

ALLA MUSA
.... si nonnulla Ubi paulo petulantiora videbuntur, erit eruditionis tuae cogitare summos illos et gravissimos vi"

ros qui talia scripserunt,


lascivia re^'um, sed

non modo

ne verbis quidam

nudis abstitiuisse.
C. Plinii Caec. Sec. Ep. IV. 14.

JT^overa Musa mia,


il

te l'han

pur detto

nome qhe

a le donne villania

perch t'han visto nuda in un sonetto


senza
la foglia

de

l'ipocrisia!

E
e
e

pur mi torni ed
'1

il

divino aspetto

concedi sempre a

cor che lo desia,


il

mi mi

lasci lasci

dormir sovra
sognar
la-

tuo petto

gloria mia.

POLEMICA.

243

Ahi,

ma de

'1

lauro tuo non


'1

mi

si

abbella,

Musa,
oriente

la fronte

che su
la

carme suda;
stella.

non v'ha per


purch su

mia

sia,

'1

petto ancor

ti

chiuda

come r amor superbamente bella, come la verit candida e nuda.

244

POLEMICA.

II.

jibero Li

il

seno eretto, a
la

'1

vento davi

ne
ed,

'1

notturno mister

chioma bionda
la

urgendo
'1

la

Dea, lungo

sponda
;

de

sacro Ilisso, Adone,

Adon chiamavi

o tra

le

messi d'oro ebbra levavi

r inno sonante a Cerere feconda,


o

Menade
'1

sfrenata e furibonda
sol la tua belt mostravi.

ignuda a

Io t'inseguia tra

g' inni

e tra le faci
i

ed un foco m' ardea


il

le

vene e

polsi,
piaci,

foco di quel

nume
ne

in cui

mi

finch le

man
1'

le
i

tue chiome avvolsi


caldi baci
colsi.

ti

tenni su

erba e

e la vittoria su'l

tuo labbro

POLEMICA.

245

III.

V-/
ed
e
ti

pallida Eloisa, anch' io salivo

tante volte di notte a la tua cella


il

segreto de

'1

mio cor

t'

aprivo

chiamavo benedetta

e bella.

A
e
i

r onda de
de

'1

tuo sen vergine e vivo

palpitando obbedia la tonacella,


brividi
la
'1

senso errar sentivo

ne

tua carne e ne la tua favella.

Livida sotto a

la pupilla
1'

stanca

non
de

t'

appariva pi

orma segreta

la virt

che a poco a poco manca,

quando

su'l molle aitar, vittima lieta,


la
1'

abbandonavi
sorridendo a

persona bianca

amor de

'1

tuo poeta.

246

POLEMICA.

IV.

N.
quando

mai r org-oglio tuo,

come Torquato,

bella duchessa, delirando offesi,


co'

baci che

non m' hai negato

ambo

le

chiavi de'l tuo cor

mi

presi.

Con

la

candida

man

tu

m' hai guidato

a giocondi misteri altrui

contesi....

talamo ducal, come beato,


a la tua gloria ascesi!

come superbo

Duchessa bionda,
cos furon per te,

versi miei novelli

pe

'1

roseo fiore

de

le

pompose forme

e gli occhi belli.

Cantai le notti in cui lasciommi amore

ne

'1

profumo dormir

de' tuoi capelli,


'1

fra le tue braccia

bianche e su

tuo core.

POLEMICA.

247

V.

Piiedini
fuori

che guizzate impertinenti

da

le

gonnelle inamidate,

labbra color di rosa e sorridenti,


riccioli

biondi e provocanti occhiate,

amor

cheti
1'

de

1'

alma e confidenti

intimit su

origlier cambiate,

spasimi, volutt, gaudi, tormenti

che r amor de

la

carne accompagnate,

rendete a
entro
l'

'1

labbro mio la fiamma chiusa


l' '1

accidia de

ingegno gramo

vita fatela voi

ne

carme

infusa.

Palpitate ne

'1

ritmo a cui vi chiamo,

candide nudit de la mia Musa:


v'

odian Tartufo e

g'

impotenti

io v'

amo.

248

POLEMICA.

WIERNER BLUT
WALZER
DI

lOHANN STRAUSS

(XTi TtwXot ^'a xpaci

np

TC3V

EupcTav

jXTrXXovTt Truxv y.oS'oiv

YXOviwat

API20<]&, AuCTtarpar-r], 1310-14.

vOenti

le

note di Strauss, che vibrano


1'

chiare, giulive ne

aria tepida,

r olezzo de'

fiori

e la molle

volutt che ne' volti traluce!

In

ampi

giri

le

vesti seriche

rotando, ascosi candor tradiscono.

Non

vedi?
i

Un

delirio sublime

gonfia

petti e

prorompe da
la

gli occhi.

Dammi
chinami

la
il

mano,

mano candida;
1'

biondo capo su
'1

omero

e insieme ne

vortice lieto

de

la

danza, fanciulla, voliamo.

POLEMICA.

249

Come
oh,

sei

bella

Come

ti

brillano

socchiusi gli occhi sotto le ciglia!

come
'1

la gioia sorride
'1

su

tuo labbro gentil, ne

tuo viso!

Voliam
gustiam

leggieri,
1'

voliam ne

'1

turbine,

ebbrezza de
1'

la vertigine.

Immote su

ali

distese,

cos volano in ciel le

palombe.

O
de

fortunata questa camelia


i

che bianca muore tra


'1

veli candidi

seno, socchiusi, agitati

da

'1

pulsar de le turgide forme!

O
de

fortunata che muore, e


la bellezza la

il

palpito

morte

allevia!

Oh, un' ora

piacerti e morire,

come un

fiore

morir su

'1

tuo petto!

Voliam, voliamo
ti

Tra
in

le

mie braccia

stringo tutta, materia ed anima.

Sei mia, mia,

come

sogno,
ti

non

lo sai? tra le braccia

tenni.

Voliam, voliamo insiem ne


lass fin
fin

1'

aere

dove
ci

dove

amano gli angeli, assume 1' amore


s'

ne l'azzurro

infinito de' cieli....

250

POLEMICA.

Ahi,

ma

le

note giulive cessano

fermarci forza, dobbiam dividerci....

O O
Tu

sogni, cos

mi fuggite!
m' abbandoni
!

mia

gioia, cos

maledetta voce de

1'

odio,

perch mi suoni bieca ne l'anima!

La pace de

'1

sogno m' hai


la

tolto

Ecco urlando a

pugna

ritorno.

Scherno a
ne
'1

l'

immane naso
anima mia,
t'

de' critici,

ritmo audace di un' ode alcaica,

delirio

de

1'

ineffabil

delirio,

incido.

POLEMICA.

251

PER NOZZE

,uando Q,
ne
co'
la
la

la

donna de

'1

tuo cor

l'

avrai

stanza secreta, ove la festa


t'
il

rumor non
ghirlanda ed

insegue, e da la testa
vel le scioglierai,

de r ignoto a
ed

'1

terror tu la vedrai

rabbrividir ne la virginea vesta


il

viso chinar tutta


1'

modesta
susurrerai
:

poich a

orecchio

le

Hanno promesso
'1

tutto

un paradiso

a la verginit fredda e dimessa, a la carne domata, a

senso ucciso;

ma
ed
io

tu,

mia donna, a

'1

talamo

t'

appressa,

donati tutta quanta in un sorriso,

sbugiarder

la rea

promessa.

252

POLEMICA.

Ne
le

o,

sgualdrina non perch ricusa


1'

comode bugie de
non
i

ideale,

no, sgualdrina

la

nostra

Musa

perch

voti

non ha de

la vestale,

Non
de
il
'1

l'accusate se velar

non usa
la

tempo suo

l'oscenit brutale;
il

vero quello,

vero

sua scusa,

peggio per voi se

lo faceste tale.

donnine da l'anima

di ghiaccio

che cantate Ges su


sprangate
1'

la spinetta,

uscio a doppio catenaccio;

passan Mirrina, Lalage, Fiammetta,


l'arte

de
i

'1

Venosino e de

'1

Boccaccio....

Curate

fiori

bianchi e la calzetta.

POLEMICA.

253

IN

MUSICA

l^asciali dir; tu vi' ami,


tu che

mi

stai nel core

ne per calunnie infanti


potrai fuggir da me.

T' ho dato

tutto

il

canto,

la giovent, l'amore....

Voglio m-orirti accanto,


voglio

morir con

te.

254

POLEMICA.

IN

MARE
Pobre barquilla mia
entre pe%ascos rota,
sin velas desvelada,

entre Las olas sola,

LoPE DE Vega. La Barquilla. Oda I.

X^assa
Vien
i

la

nave mia cupa tra

sibili

de' farisei che su la riva seggono.


la

tempesta.

Ne

le

negre nuvole

lampi azzurri strisciano.

schiumano l'onde che


fra le

la

prua schiaffeggiano,
la

corde distese urla

raffica:

laggi, laggi ne l'orizzonte livido


scomparsa la patria.

Solo ne

1'

ampio mar, solo ne

'1

turbine,

navigo arditamente a rive incognite.

La mia bandiera l'ho come una sfida a '1

inchiodata a
fulmine.

l'

albero

POLEMICA.

255

Passa

la

nave mia, tutte

le

candide

vele de l'aquilon donate a l'impeto;

passa cacciata ne

le

dense tenebre

da

'1

fato inesorabile.

Ahi, vola forse destinata a frangersi su


le

scogliere che da'


lei,

flutti

emergono!

Volo forse con

cosciente vittima,
!

a r agonia de' naufraghi

Vedr morendo de gli squali orribili gli occhi feroci dove brucia il fosforo,
le

aguzze scane sentir configgere


le

ne

mie carni lacere


tenerume de

co
a
'1

'1

le

bocche viscide
i

moribondo aderiranno
viscere,

polipi,

sentir di morir, sentir

suggermi

lentamente

le

ma non mi
de
'1

pentir,

ma

ne

gli

spasimi

mio lungo morir non voglio piangere,


il

ma

voglio

Dio

de'

farisei

deridere

con r ultima bestemmia.

256

POLEMICA.

v^andide
delizia e cura

tortorelle innamorate,

de

la

che de

'1

costante

donna mia, amor l' inno tubate

contente assai de la prigion natia,

candide tortorelle che ignorate


1'

uggia, la saziet, la gelosia


il

vecchio nido fedelmente amate

senza stanchezza e senza ipocrisia,

emblemi
simboli de
l'

sacri de' tranquilli affetti,

amor

serio e composto,

de

gli

amplessi periodici e corretti,

dite 'a critici miei che


vi

ad ogni costo

vogliono veder ne' miei sonetti,


s,

che mi piacete

ma

cotte arrosto.

POLEMICA.

257

O
come
quando

bianche nubi che ne


lana
il

'1

ciel

turchino

fiocchi di

vento spinge,
il

perch nova un' angoscia


lass vi

guarda

il

cor mi stringe mio bambino,

ed un desio mi assai che ne


azzurro a figger
gli
1'

'1

divino

occhi mi costringe,

un desio

di tentar

ignota sfinge
il

che r avvenir conosce e

mio destino
ci

Ma
e,

no,

bambino mio, non


il

diranno

queste nuvole bianche

gran mistero,

come

noi,

se viva Iddio

non sanno.
cimitero,

Io stanco scender ne
I

'1

tuoi riccioli biondi imbiancheranno,


il

povero bimbo, e non sapremo

vero.

Stecchetti.

17

258

POLEMICA.

CLAM
Sentio sub

me

validuni fialum,
est
:

vox mihi salda


si tneae laudes

quid

erti, Philippe,

canimus Zaninae f Accipe pivani.


Zanito7iella.

Merl. Coccai.

Ed.

I.

\J

deliciae deliciarum,

comam, dente avarimi tegumentum papillarum,


solve
abiice

subuculam.

Absit metus, nani censores

frustra rimani extra fores,


nec blanditias, nec lepores
nostros capiunt auribus.

Pande bracata pande


,

sinuni,
:

cane carnien fescenninum


nesciunt
critici

latinum

quamvis macaronicum.

POLEMICA.

259

Ecce -manet nos paratum,


hic sub

umbris molle stratum,

ecce vocat nos peccatum, ecce vocant praelia.

Flos laiarum, flos amoenus,


flos amoris mellis plenus,
Io,

guani dulcis ridet

Venus

in labellis roseis !

Io,

quam

fortis,

quam formosa,
pruriginosa,

Cinthia

mea

tendis ilia illecebrosa

amatorio impetu /

Io peccatum, Io blanditiae. Io convicium pudicitiae,


o postremus.
Io,
letitiae

apex

ine^^abilis !

lam

demissi sunt lacerti


collo

nuper

meo

conserti

languescentes et incerti
ecce pallent oculi.

Prostat pulvinar fucatum


flecte caput
sterne,

fatigatum,

Cinthia^ steme latum

prostat conscia culcita.

26o

POLEMICA.

Dum

671

Carmen susurrabo,
flabello ventilabo

Ubi somnunt conciliabo,

iuam

nuditateni candidam.

Dicani nunc amoris laudes


dicani basta,

amplexus, fraudes
Cinthia^ gaudes,

quibus

tu,

niea

quibus ego pereo.

Euge, impelle in hymni sonum


rabiem- frigidam.

spadonum,

stilum, censor,

sume bonum ; Euge. Rido ad lacrimas.

POLEMICA.

261

Jljsser donna vorrei, gobba, schifosa


ricca di scudi e di ribalderie,

seccante peggio de

le

litanie,

puzzolente befana e scandalosa,

perch l'arte pudica e virtuosa


lodasse tanto le bellezze mie

che tra
d'

marenghi e

le

vigliaccherie

un poeta ideal

fossi la sposa.

Io,
il

mucchio

di sporcizia e di letame,
gli
il

mio poeta da

amor

divini

lo metterei tra

vizio e tra la

fame

per

far

veder a

critici

norcini

chi la vincesse ne la lotta infame,

se la sua pudicizia o

miei quattrini.

202

POLEMICA.

u
forse
spiriti

j su,
'1

l su,

dove

salir

non anche

fu dato a

nostro desiderio intenso

un

d voleremo,

anime stanche
'1

vani e liberi da

senso.

su, l su,

dove

le

stelle
il

bianche
pi denso,

fan la notte pi bella e

ciel

anime volerem giulive e franche,


raggi di luce ne
l'

azzurro immenso.

Voleremo a
in
alto,

delizie interminate

in alto

luminose larve

eternamente libere e beate.

Scorderemo
e questo

l su
vii

l'

antico errore
ci
l'

mondo
1'

dove

parve

balsamo

odio e tossico

amore.

POLEMICA.

263

POETI PINZOCHERI
Plus
les

ntoeurs

s'

altrent, plus

on
vi-

devient dlicat sur les dcences.


raison, plus les
cietix,

Par

celie

hommes deviennent

plus

ils

applaudissent la pein-

ture des vertus.

Chamfort.

paffutelli

e morbidi sonetti

a Fillide, a Licori,

o zampogne

d'

Arcadia, o lascivetti

canonici pastori,

de r astigian bizzarro

il

duro

stile,

non v'ha, no, sterminati;


ritornano le agnelle a
'1

pingue
i

ovile,

rifioriscono

prati,

e voi tornate, Tirsi e Melibeo,

su

'1

carro trionfale
'1

a r antico mestier de

cicisbeo

cattolico e morale,

264

POLEMICA.

e r arte femminil che fu

mezzana

a r abate Trapassi,

r arte severa, pia casta, cristiana,


vi
fa beati

e grassi.

Damine
le

pie, no,

il

parroco no

'1

vieta

ricamate per loro


papaline di velluto in seta

con un fregio

d' alloro.

questa, questa di confetti piena


la vostra

poesia

Fate per

la

sua gloria una novena,

o figlie di Maria.

Ah, se

co' versi tuoi di miei gi pregni

e di cold-cream francese,

non

sali,

Arcadia, a

nobili

convegni

de

le

vecchie marchese,

se

madrigali de' pastori abati

r et mal

ti

consente,

eccoti idealisti inzuccherati

e poesia decente;

Vieni ed impera ne

'1

visin patito,

ne

le

graziette smorte

de

le

ragazze che cercan marito

pestando

il

pianoforte.

POLEMICA.

265

Vieni a sdraiarti su

giornali gravi

di cristiano furore

e su

'1

tavol da notte a le soavi

dame de

'1

Sacro Cuore.

Cantaci, canta, poesia custode

de r
la solitaria

Italia

morale,

venere che gode


d'

un amore

ideale.

Diventeremo

forti

e costumati
'1

ritornando a
Beati quelli che
si

Vangelo.

son castrati
il

per

regno de

'1

cielo.

266

POLEMICA.

II.

M.
de

.a

noi

non

ci

curviamo
dottrine,

la rinuncia

umile a

le

ma
a
'1

noi

non

ci

crediamo
beghine.

tisico

Ges de

le

Non han

prodigi

santi

e r inferno per noi non ha paure.

Avanti, avanti, avanti,

con

la fiaccola in

pugno

e con la scure.

Tutto un passato muore,


tutto

un mondo rovina intorno a noi:


morto,

morto

il

fiore.

de' poeti di Cristo e de gli eroi.

De

la

giudaica fola

e di Sion su la rovina
forte,

immane

superba, sola,
la

la nostra

Dea,

Verit, rimane:

POLEMICA.

267

la
il

Dea che

a poco a poco

mister de la vita a noi disserra.

Per
per
lei

lei domammo il domammo fulmini


i

foco,

e la terra.

Ecco, sino a
g' inni

le stelle
'1

e le grida

de

trionfo vanno,
ribelle
!

Ha

vinto
'1

il

gran

e le porte de

ciel

non prevarranno

Cadon
sfuman
con
le

gli

altari
'1

infranti,

larve de

passato impure.

Avanti, avanti, avanti,


la

fiaccola in

pugno
il

e con la scure!

No, non lordate


capo,
fanciulle,

biondo
;

con

la

cener vile
il

venite

bello
le

mondo

oggi rinasce con

rose aprile.

No, su

le aiuole
il

brulle
;

non incombon pi
oggi rinasce con

freddo e lo squallore

venite a noi, fanciulle,


le

rose amore.

Dolce amor de'


co
tirso e co

ribelli

venite a rallegrar la nostra danza


'1
i

capelli

coronati de' fior de la speranza.

268

POLEMICA.

Schiera festante, andiamo


l

dove

il

vero come

il

sol rsplende

lass,

lass corriamo
1'

dove giocondo

avvenir

ci

attende.

A
le vie

liberi,

costanti

de l'avvenir s'apron secure.


Avanti, avanti, avanti
fiaccola in

con

la

pugno

e con la scure!

POLEMICA.

269

PROPOSTA
Non
ego
;

nam

satis est equiteni niihi plaudere, ut

audax
Sat.

Contemptis

aliis,

explosa Arbuscula dixit.

HoRAT.

K_jome in
Il seme, e

grembo del suol


si svolge in

tacito

dorme

poi

foglia e in fiore,

Cos sonnecchia del poeta in core

L' opra sua che poi


Natura

veste eccelse

forme.

attinge in se le proprie norme.

arte educa inconscio il suo cultore,


m-osse dallo stesso amore.

Entrambe
Che

dell' eterna idea rintraccia l'

orme.

Or pi

rapidi vie schiude al poeta

Il cos detto vero, or la Bellezza,

Ch'era di pochi vision segreta,


Cerca

il

plauso de' molti, e

li

accarezza,

si

prodiga al par d' una moneta


quanto
pi, si spezza.

Che

pili si spende,

Anselmo Guerrieri Gonzaga.

270

POLEMICA.

RISPOSTA
Insani sapiens nomen ferat, aequus iniqui, Ultra quam satis est virtuteni si petat ipsam.

HORAT. Ep.

I,

6.

1. riste

colui che santi^mente


letto e de' suoi canti
'1

dorme
il

ne

'1

vacuo

fiore
core...

crescer

non sa co
il

sangue de
lui

'1

suo

Guai se

verso per

non ha che forme.

Non
e
d'

poeta chi le avare

norme
amore

serve de gli avi e se ne tien cultore

quando

la

sua carne arde


1'

d'

una frigida idea ricerca

orme.
di poeta

tra di noi

non
'1

v'
1'

ha cor

che tradisca de

ver

aspra bellezza

per qualche molle vision segreta.

Lusinga

di

sognar non

ci

accarezza.

La

bella verit
la
falsa,

non

moneta,

n re

n giudeo la spezza.

POLEMICA.

271

IVSTITIA

Amen, with

ali

my

hearal!
Otello
V, 2.

Shakspeare

Alla signorina Vera Zassoidilch.

v<

orrei che questa

mia povera penna


occhi la cotenna,

Fosse un ferro rovente

Per bollarvi tra

gli

canaglia prepotente.

E quando

in faccia a
la

miseri ruttate

vostra infame gioia,


ascoltate,
il

perdonatemi voi che m'

vorrei esser

boia

compir sopra voi


di chi

la

gran vendetta

per fame langue.


la

Vorrei vedervi con

gola stretta
'1

da

'1

singhiozzo de

sangue.

272

POLEMICA.

Io che pur soglio lacrimar di piet


de' vati su le carte,
io

ch'ho

in petto

il

gentil cor de

'1

poeta,

se

me

ne manca

1'

arte,

che piango insino

gli scordati eroi

d' Ilio
io

combusto e domo,
viscere d'

non ho senso

di piet per voi,

non ho

uomo.

voi n' avete cui

non basta a '1 gusto stracco la carne ignuda


il

per chi stentando

pane a frusto a

frusto,

sangue e lacrime suda;


per chi senza speranza e senza amore
vive ed invidia
il

cane,

per chi miniere a voi scavando, muore


senz' aria e senza pane.

Ridan

le

vostre

donne a
'1

cui ne

'1

petto
;

de r r brucia
ridan beate che ne

la sete

vostro letto
le

coniaron
e su
'1

monete,

talamo altrui de

le figliole

vendean
a la virt che vender
ecco,
il

la

bianca vesta
si

non

vuole,

delitto resta.

POLEMICA.

273

E
ma

grida, udite,

il

volgo macilente:

Noi, plebe, non morremo,


ne
'1

gran giorno,

in faccia a

'1

sol lucente

giustizia ci faremo.

Da

le citt,

da

gli abituri
il
'1

foschi

che
gi da
i

sol

mai non abbella,


gli aspri

monti, da

mar, da

boschi

che r aquilon
innumeri, feroci e disperati,

flagella,

noi plebe maledetta,

incontro a voi discenderemo armati


di ferro e di vendetta.

Siete voi che rideste allor che invano


piet per

Dio pregammo

ed una pietra

ci

metteste in

mano

quando un pan mendicammo.

Non

sperate piet

dunque ne
l'

'1

santo

giorno de

ira eterna.

Troppo, dinanzi a

voi,

troppo abbiam pianto.

Vigliacchi, a la lanterna!

Stecchetti.

i8

274

POLEMICA.

A UGO BASSINI

ho promesso un sonetto e
ed
ideale.

t'ho

promesso

di fartelo decente

Eccolo qui che


leggilo che

te lo faccio adesso;
e'

non

niente di male.

Vedi, qualunque petrarchista smesso


te lo

farebbe appunto tale e quale


lo taglio,

ed
su

io
'1

poich m' concesso,

modello cattolico e morale.


se qualche maligno

Ma

il

ti

osservasse,

esempligrazia, che codesto imbratto

pi sciocco che mai

si

perpetrasse,

di'

pure, amico mio,


ideal di

di'

che

t'

ho

fatto

un sonetto

prima

classe,

giusto perch non dice niente affatto.

POLEMICA.

275

ALLE OSTRICHE
EPICEDIO

Wir mahlen ntit Augeti der Liebe und Augen der Liebe mussten uns auch nur beurtheilen.
Lessino. Emilia Galotti,
I. 4.

o,
dove
le
i

'striche ghiotte

che aderiste a

pali

nonni legarono

navi trionfali,

intelligenti e nobili animali,

incarnazione e simbolo
di sublimi ideali,

poich

vati piagnoni,

ahi sconoscenti!

ne' flosci endecasillabi

non

v'

ebber mai presenti


a'

nemmeno quando
di volutt

pranzi succulenti

grugnirono

biasciandovi contenti,

276

POLEMICA.

ostriche verdi, a

miei bizzarri canti,

deh, spalancate docili


le

valve stravaganti.
il

Ecco
I

pepe,

il

limone,

il

vin di Chianti.

versi miei rallegrino

gli

ultimi vostri istanti.

Come
che
v'
il
'1

piagnoni, v'incrostate forte

a queir antico scoglio

assegn

la sorte,

ed
a

moto

v'uccide, e
vi

mezzo morte

mercato
le

comprano

per

feste di corte.

Come
d'

poeti onesti a
solitario

Dio pi

grate,

un casto e

amor

vi contentate

e senza volutt prolificate,


fredde,

mute ed immobili,

o bestie costumate!

E
le

quando
i

il

glauco mar non vi nasconde

nozze de

cetacei

maschiamente gioconde,
sigillate le valve

pudibonde

in faccia a tanto scandalo;

o bestie vereconde.

POLEMICA.

277

Ne
dando
la

le
1'

nicchie romite e tenebrose,

anima piccola
'1

a larve paurose,
vanit de

mondo

e de le cose

meditate in silenzio,

o bestie religiose.

bestie, bestie,

imagine e modello

de' vati neo cattolici,

che san castrare

il

bello,
!

questo ingrato mondacelo un gran bordello

Non
che

e'

nemmeno un
'1

critico
!

v'

abbia ne

suggello

Non
ne
i

e'

un pedante che sbagliando schiumi

libri

del suo prossimo

un paio

di volumi,

che dica schietto e senza tanti fumi:


signori, io
d'

sono un' ostrica

ingegno e di costumi.

il

peggio questo, che


secoli

v' capitato

dopo millanta

l'elogio meritato,

ma

in

un ritmo

cos sconclusionato

che r Arcadia, buon' anima,

m' avrebbe strangolato!

278

POLEMICA.

Prendete quel che


che
vi biasciano

e' .

Tanto quei

tali

a tavola

de' preti sensuali,

non sanno che belar salmi

ideali.

Mangiano

il

proprio simile!

Moralisti immorali!

Basta. Affogate ne

'1

propizio vino,

a morir ne
vi

'1

mio stomaco
destino.

condanna
'1

il

Quanto a

prossimo vostro, poverino,

andato a farsi friggere, e lo frigge Pasquino.

POLEMICA.

279

ALL' ALBERGO

.0

li

guardava da

la serratura.

Ella faceva molti complimenti,


egli schizzava apostrofi eloquenti

e le diceva

non aver paura.


'1

Ed

in lei

de

pudor

1'

estrema cura,

r istintive repulse ed innocenti


e le caste ignoranze e gli sgomenti a
'1

destarsi cedean

de

la natura.

Cos a r audacia de la
1'

mano amata
frale

ultimo de

'1

pudor velame

concedea vergognosa e rassegnata:


e tutto cadde, ed ella apparve quale

un asse

d'

acajou

liscia,

piallata....

Canchero

disse lui

troppo ideale!

28o

POLEMICA,

NELL ALBUM

DELLA BARONESSA COSTANZA GRAVINA

)e s.

un giorno rivedr Pizzofalcone

e lo scoglio di Frisio e Mergellina

mi
e

voglio travestir da lazzarone


cos fino a Resina.

camminar
Ivi

de r amor mio sotto a


l'

'1

balcone

canter la Ciccuzza e

Inglesina

con tanto

afltto e tanta
i

commozione

da

far

piangere

pesci a la marina;

il

canto mio sar cos perfetto


l'

tipo de

ideale in poesia,
bella s'alzer di letto

che

la

mia
1'

e ne

ombra

verr fuor de la via,

a pregar Dio con

me

perch

il

Prefetto

non

ci

mandi a dormire

in Vicaria.

POLEMICA.

281

PALINODIA

Poi sdraia nel porcil l' anivia sazia si mette a urlare. vigliacchi siam noi Potr darsi benissimo. Ma.... in grazia.... Se parlaste un pochino al singolare?

F.

Cavallotti. Nel giornale La Ragione. Anno IV, n. 22,2.

Di
e

'issi

noi siam vigliacchi

me
il

ne pento. Errai.
secolo de' Gracchi
;

questo che bestemmiai

ma

voi vi siete accorti


tutti
forti,

che siamo

forti,

forti.

L' evo romano,


eroico ritornato

l'

evo

ed

io

non

lo sapevo.

Ma

forse sar stato,

Bruto

me

lo perdoni,
le

perch non vado a

dimostrazioni.

282

POLEMICA.

Gi, In Italia nasciamo

Catoni e Cincinnati.

Ladri
e
i

Ma

non ne abbiamo

poveri avvocati

per non morir di stento

vanno a

farsi

le

leggi in Parlamento.

Oh, no, non


tra

ci

son

vili

un popolo
le

d' eroi,

ma
son che
li

virt civili
tra noi

s fitte

fin

gli

appaltatori
far

abbiam dovuti

commendatori.

Ipocrisia?

Davvero
!

non

ci

si

pu pensare
vi pare

Siamo un

po' furbi, vero,


? ?

ma
Oh,

ipocriti
li

abbiamo
il

aboliti
i

(leggete

Curci)

padri gesuiti

Deh, patria mia,

felice

come

ti

veggo
la

e lieta,

spregiar la corruttrice

copia de

moneta
lei

L'ebbe

di

ferro Sparta:

pi spartana di

tu

l'

hai di carta.

POLEMICA.

283

Su
che
ci

'1

tuo beato suolo


gli

fanno

uscieri

che serve

lo stuolo
? ?

de' tuoi carabinieri

In Svizzera, noi sai


cassieri e casse

non ne scappan mai.

le

donne

Oh,

le

donne

Che modelli Che


non

di spose,

di ragazze, di

nonne

virt portentose!

Se questo tempo dura,


e'

pi corna per la iettatura.

Uomini puri e forti Monaco ci andate


i

per compiangere

morti

de

le

cinque giornate?
si

Ma

questo

pu

fare
si

anche a Milano. Al club

pu

giocare.

Uomini
ne de
gli
1'

forti

e puri,

perch, perch scendete

angiporti oscuri

e ne
le

ombre
le

discrete
? ?

strade lontane

Cercate

virt repubblicane

284

POLEMICA.

Oh, non tocche da


virtuose persone,

'1

male,

voi siete

1'

ideale

sognato da Platone,
la

semente novella,
la

de

santa citt de

'1

Campanella,

ed

io per ritornare

in grazia vostra,

o puri,

parler a

'1

singolare
i

e scriver su

muri

r aforisma novello
che
e'

un corrotto solo ed io son quello.

POLEMICA.

285

L'

ANNUNCIAZIONE
Erat autetn Maria instar colunibae
educata in tempio Domini.

Protevangelion

Iacobi. Vili.

In Fabricii Cod. Apocr.

L.
ne
'1

ie

faci

impallidiscono
'1

tempio de

Signor vivente e vero.


cortine immobili
il

Giganti dietro

le

vegliano lo spavento ed

mistero.

Un
pesa ne
Ritti
i

silenzio terribile
1'

aria di profumi carca.


1'

ne r ombra,

ala

immane stendono
1'

cherubini d' oro intorno a

Arca,

ed una bruna vergine,


cui r

ne

la

immenso mister non ispaura, penombra de' fuggenti portici


a risvegliar scende secura.

le faci

286

POLEMICA.

Secura ne

le
'1

tenebre

passa costei de

suo Signor ne
'1

'1

nome

chiude
stillan

il

tenero pie ne

breve sandalo,
chiome.

di

nardo

le fluenti

Ella

ne
ella

gli

occhi di gazzella

non sa che inconscio amor


la stola le

le

dorme,

non sa come

candida

l'onda trad de

virginee forme.

Bruna

ma

bella.
il

Il

tumido
de
'1

labbro ricorda

fior
I

melograno.

Bruna

ma
i

bella.
colli

curvi lombi ondeggiano

come su

di

Samaria

il

grano.

Ecco da r

alto

un pallido
lei

raggio di luna sovra

discende

un azzurro baglior come di


gli

fosforo,

sculti

enigmi de

!'

altare accende.

Ecco ne

l'aria tepida

un cantico lontan palpita e muore.


Bella la notte.
sotto le

Le

fanciulle cantano
d'

palme

la

canzon

amore.

Come una
ne
le

bianca statua,
'1

pieghe de
su
i

vel candido avvolta,


1'

ritta

gradi de

aitar,

la

vergine

g' inni

che fremon ne

la notte ascolta.

POLEMICA.

287

Respira

molli balsami
fior le

che da lontani

porta

il

vento,

guarda
le

pe' vani

de

1'

intercolonnio
d' argento.

stelle scintillar

come
le

Ne' grandi occhi


le

passano

fiamme de

'1

deso

come un baleno
spirito
'1

commosse quasi da un arcano


turgide pulsan
le

belt de

seno.

Ella sente ne
il

1'

anima
'1

fremito passar de la tempesta,

ella sente bollir la

ne

sangue giovane
lei
si

potenza d' amar che in

desta

ed ecco da

le

complici

ombre che fascian d' Adonai 1' altare, s come un angel di bellezza splendido, a l'aspettante un giovinetto appare.
Apri
le braccia,
1'

donati

a le carezze de

amor, Maria.,..

Noi leviamo
tra

'1

Signor
il

1'

osanna, o popolo;

nove mesi nascer

Messia.

288

POLEMICA.

P<overi
il

uccelli,

che

al

giardin volate

de' poeti morali e religiosi e tra le frasche

pudibonde ascosi

biscottino solito aspettate,

poveri uccelli, non ve ne fidate,


poveri uccelli, siate

men

golosi.

Se

gli

uomini con voi son maliziosi,


i

fingono

vati per mestier.

Badate.

Conosco pi
che
d'

d'

un arcade patito

adorarvi ne' sonetti ostenta,

ne' sonetti di

zucchero candito,

ma quando
si

1'

eco de' suoi gridi spenta,

rassegna a pranzar con appetito

e gli piacete assai

con

la polenta.

POLEMICA.

289

P.resto
proromper

il

giorno verr che per

le

strade

cos ricche quest'

oggi e cos
la

belle,

come fiumana che


l'

messe invade,

esercito ribelle.

Fiammeggeranno
tinte

in alto allor le

spade

ne

'1

sangue

d'

una gente imbelle,

ed

il

clamor de

la fraterna clade
le
stelle,

orrendo salir fino a

e tutto suoner d' urla e di pianti e la vendetta veglier fatale

de

le

citt

su

ruderi fumanti.

O
quello
e

correttori
il

de

1'

altrui

morale
avanti
!

tempo sar di predicar Manzoni e 1'

farvi

ideale

Stecchetti.

19

-29

POLEMICA.

CAMBIA LA MODA

l\.h, queste donne bionde

amor de gli che porgon

Stecchetti,
1'

anche tonde

e gli insolenti petti,

sgualdrine invereconde
che,

abbandonando
le

letti,

mostran
ne
'1

pance immonde
i

mezzo de

sonetti,

la

smetteranno ormai

di distillar la loia in tanti calamai,

Taidi venute a noia,


scarti di fiaccherai,

cittadine di Troia

POLEMICA.

291

II.

o,
ma
le

de

le

bionde non sappiam che farne


di

dame cerchiam
i

pelle scura,

che sian marchese almeno e che mostrarne

possano

quarti de la figliatura.

Debbono

essere spolpate e
la letteratura

debbon darne

prove provate a

con l'esser senza petto e senza carne,


ossa, pelle, merletti e imbottitura.

Debbon andar con


e

le
le le

pupille basse

non dar confidenza a


la

persone,
sgridasse,

che

critica

mai non

come
il

gi sogn re Faraone,
le

dopo
le

passaggio de

vacche grasse,

vacche magre andranno in processione.

292

POLEMICA.

DIES IRAE
POEMA
Oh, quand f aurais une langtie de fer Toujours parlant, je ne pourrais suffire, Mon che lecteur, te nombrer et dire Combien de saints on rencontre en enfer!

Voltaire La

Pucelle,

e.

V.

Canto
.uando Q,

I.

partor le rondini

e gli ozi lascio

de

1'

autunno anch'

io,

mi prende un desiderio
di conciliarmi co
'1

Signore Iddio,

E mi
su

raccolgo e medito
di tante cose....

la fragilit

Dio

di misericordia,

come

fan presto ad appassir le rose

Solo

il

cipresso,

il

simbolo
'1

de r umana miseria e de
solo
il

dolore,

cipresso vegeta
'1

anche ne

freddo, e

il

verde suo non muore.

POLEMICA.

293

ripenso

ai
'1

Novissimi,
Giudizio Universale,

specialmente a

quando
ci

le

trombe angeliche
il

romperanno

sonno sepolcrale.

buon Ges, che imbroglio


la

quando mi dester dentro


e ne le fredde tenebre,

fossa

povero me, non trover pi

1'

ossa

il

Destatevi, destatevi

e ditemi, vicini, in cortesia,

mio povero

cranio,
1'

ditemi un po', chi

ha portato via?

Era una
d'

testa

giovane

piena di sogni e spesso innamorata,

Emma
non
la

su

le

ginocchia

io

posso aver dimenticata.

C
che
sia

forse qualche critico

venuto qua senza


:

la testa

ed abbia detto
poich
la

diavolo
1'

mia non

ho,

prendiamo questa

Avrebbe preso un granchio


facendo
il

suo mestiere anche da morto.

Non
la

s'

adatta a le vertebre,

testolina mia, d'

un

collo torto.

294

POLEMICA.

Lo
10
11

scopriranno sbito,
arrostir co' rei.

manderanno ad

mondo de
altro

gli spiriti,

come r

non pien

di baggei.

Ahi, non potr pi leggere,

poich con
i

gli

occhi non ho pi gli occhiali,

sermoni clorotici
i

che laudano Ges dentro

giornali.

Non vedr
e
i

pi le candide

verginit che ne' sonetti ho viste


poeti che sudano
le

per salvar la virt de

modiste.

POLEMICA.

295

Canto IL

O,uando
e sopra
il

la testa

mia

1'

avr spiccata

da

'1

collo a qualche critico

mio

1'

avr bene attaccata,

me
Ahi,
fedeli di

ne ander a

'1

Giudizio.

Cristo

ahi questa scena


!

come
Tutti staremo ne
1'

sar terribile

immensa arena
Josaphat,

de

la valle di

nudi

ci

starem. Calzoni e gonne

quel giorno non

si

portano.
!

Ignudi

tutti

quanti

uomini e donne Che immenso colpo d' occhio


;

Ma
le

poich ne

'1

gran d

ci

sveglieremo
e giovani,

belli,

ben

fatti

nostre nudit le guarderemo

senza rossori

ipocriti.

296

POLEMICA.

Solo

poeti casti e purgativi,

morali fino a

1'

ultimo,

imiteranno co'

gli

attucci schivi
de' Medici.

la

Venere

Poeti magri,

amor segreto
de
le

e cura
isteriche,

donnine

ci

rivedremo senza imbottitura,


e guai per
i

rachitici,

oh, guai

Le

verit pericolose

e le pance cattoliche

nude vedranno

alfin le

vostre spose
le

che mai non ve

videro.

Che disinganni

allor,

poveri voi

che pioggia di rimproveri


Basta: verremo a consolarle noi,
se saranno passabili.

Seduto intanto ne

l'

immenso trono
il

star r ultimo Giudice

ed uscir da

la

sua bocca

tuono
il

e da' suoi occhi

fulmine.

A A

'1

segnai de gli angelici trombetti

farem due schiere sbito.


la destra di

Dio staran
la sinistra

gli
i

eletti,

reprobi.

POLEMICA.

297

Curvi sotto r eterna onnipotenza,


ne
'1

silenzio terribile,

attenderemo

1'

ultima sentenza
e r ultima giustizia.

Ma, sorridendo, un'anima

sorella
'1

mi spinger co

gomito....
bella
!

Emma

bionda, sei tu

Come

sei

Ma

sei

nuda....

Vergognati.

298

POLEMICA.

Canto

III,

Vw^ome si stava comodi, come si stava bene a 1' altro mondo


Ti ricordi
le liriche
te,

che scrivevo per

demonio biondo

tu matta, le forbici

cacciavi

sempre dentro
belle

a'

miei sonetti.

Le mie pi

pagine
a'

diventaron modelli

tuoi colletti.

Ti ricordi

le lucciole
le

che inseguimmo lass lungo

mura

Quante
ne
'1

stelle brillavano
la

cupo azzurro de
r inverno
ricordi
1'

notte oscura!

E
Te
e
il

le

maschere

lo

ultimo veglione,

povero geranio
'1

che di freddo mor su

tuo balcone

POLEMICA.

299

Ed
sopra
i

racconti eretici
capricci de le nostre notti

che misero lo scandalo

ne

la santa tribi de' paolotti

Care memorie
cos lieti a quel

Tornano
i

tempo

miei pensieri

Eran parecchi
che stavo a
la

secoli

Certosa.

tu dov' eri ?

Emma,

perch promettermi
?

che non m' avresti abbandonato mai

Oh, laggi ne

'1

mio tumulo,
sai
!

povera donna, m' annoiavo,

Quanti, quanti cadaveri


calaron gi ne
la

mia fossa muta,


venuta.

ed

io

povero scheletro,
il

cercavo

tuo,

ma non
morta
in

ci

sei

Dimmi,
cenando

sei

maschera

co' gli amici in carnevale?

Sei forse morta tisica


in

un autunno

triste

1'

ospedale

Oh, se almeno
a
'1

t'

avessero
!

vecchio amico tuo sepolta accanto


la terra fracida
!

L ne

avevo freddo e m' annoiavo tanto

300

POLEMICA.

Zitti

L' eterno Giudice


alto le parole estreme

rugge da T

Siam dannati.

Rallegrati.
ci

Ecco, a r inferno

anderemo insieme.
gli

Oh, 'non invidio


Vieni mia bella
cos brutto

angeli,
felice,

perch teco laggi sar


!

11

diavolo
si

non come

dice.

POLEMICA.

301

Canto

IV.

W^Jquadra

le

fiche al

'1

ciel.

Vadano

santi

e
in quel

poveri di spirito
zoccolanti

fetor di frati

che rivolta lo stomaco

a goder le graziette tabaccose

de ed a baciar
le

le

beghine sudice,

stimmate schifose

de

le

badesse idropiche.

Ivi

ne

'1

cielo che

non ha mai
beati, a frotte

notte,
:

dormir non possibile


ivi

su

'1

capo de'
i

cherubini ronzano.

Perch Dio non

li

acciechi a
1'

'1

guardo schermo

fan de
e cantano in latino a
i

ala gli arcangeli,

canto fermo.
'1

salmi de

breviario.

302

POLEMICA.

r eterno rumor de' tamburelli,


de' cembali e de' timpani,

friggon de' santi

poveri cervelli
i

Sotto a

nimbi che scottano,

ed abbagliati de

'1

Signore

il

viso

eternamente guardano....

Che

rottura di tasche

il

Paradiso

Che
Talor, compreso da
di
'1

divina seccaggine

bisogno urgente
di

un po'

refrigerio.

Iddio permetter,

ma

raramente,

una qualche accademia.

Con

lieti

squilli

1'

aspettato
le

avviso
;

daran

tube angeliche

immenso tuoner ne

'1

paradiso
di giubilo.

un clamore

Abbandonato
voleranno

l'

inginocchiatoio

dove stavan da'


i

secoli,

beati a

'1

Serbatoio
Arcadia.

de

la celeste

Con r
e
i

ala a

'1

dorso, dentro

1'

ampia

sala

pioveranno
gesuiti co
'1

le

monache

cappel di gala,
e
i

poeti virginei.

POLEMICA.

303

Sopra un palco

di stelle,

in

lunga schiera

aspettan gli accademici.


I

cherubini accendon la lumiera.

Comincia
Zitti,
zitti

lo spettacolo.

Lisciandosi
e
i

il

ciuffetto
aristocratici,

baffi

un bel signore

recita

un sonetto
:

morale, in questi termini

304

POLEMICA.

Canto

V.

.Noi
a cui
la

siam

felici

ne l'eterna calma
ci

grazia di Ges

assunse.

L' anima nostra fortunata, giunse

a coglier de

la f'

1'

eterna palma.

Deposto
d' inni

il

peso de

1'

antica salma,

soavi
il

un bel desio
Signor che

ci
si

punse,

e cantiamo

congiunse
1'

a noi ne

'1

gineceo casto de

alma.

Cos levando

il

cantico
1'

fraterno,
ali,

ne r infinito

ciel

spiegando
'1

voliamo incontro a

refrigerio eterno.

G' inni santi, pudichi e celestiali

invidiateci pur gi

ne
ver,

1'

inferno,

voi che cantaste

il

brutti

maiali

POLEMICA.

305

Canto

VI.

M=

.a

da

gli

abissi
'1

un cantico
si

fino a le case

de

Signor

leva.

Sia benedetto Satana


il

che porse

pomo de

'1

peccato ad Eva:

e lodato l'Altissimo

che seppe giudicar


e liber gli eretici

1'

anime

tutte

da

'1

paradiso de

le

donne

brutte.

Qua
e
il

gi tra noi non scesero


gli

de r antico vangel
parroco ed
il il

antichi errori,

sindaco
a'

non torcono
Salir a

capestro

nostri

amori.

'1

ciel
il

la

monaca

morta

di tabe e

francescano immondo,

ma
le

qui tra noi calarono


migliori belt vissute a
'1

mondo.

Stecchetti.

306

POLEMICA.

e son belle, son giovani,

e noi ne

amiam quante possiamo amarne


ribelli

e pecchiam senza scrupoli

de r anima

e de la carne.

Contemplate
viso di

lo splendido
gli

Dio

co'

occhi abbarbagliati

andate, andate in estasi

cantando salmi, poveri beati:


trionfate co gli angeli

de

'1

paradiso ne le sante chiostre,

ma

le

pompe

di

Satana
le

sono pi belle de

pompe
fegato
ci

vostre!

Abbiamo sano
e r invidia di voi
la
ci

il

non

tormenta

compagnia

de' diavoli

tien chiara la bile e ci contenta.

Qui de
rifioriscono

'1

tempo saturnio
gaudi e
i

miti amori;

puton

d'

incenso gli angeli,


le

olezzan qui per

dannate

fiori.

Voi
tutto
il

di

Dio ne
l'

la faccia

passato e

avvenir leggete,

ma

r onda sua benefica


1'

largisce a noi

obblivioso Lete.

POLEMICA.

307

Da' santi suoi


chiede
a'

1'

Altissimo

la prece,

1'

umilt, la fede;

figli

suoi Lucifero

ogni pi cara libert concede.

Ma

voi r ingiurie solite,


i

santi soprani, a

reprobi cantate!.

Deh, poveri

di spirito,
ci

deh, se sapeste che piet

fate!

308

POLEMICA.

Canto VII ed ultimo.

V
e se

a,

poema

infernale e paterino,
ti

dove
t'

porta

il

caso:

ingiuria

mai qualche scaccino,


tanto di naso.

fagli

POLEMICA.

309

CONGEDO
Intro hinc abeanius, nunc

jam

saltatutn satis

Vos, spectatoreSj plaudite, atque ite

pr vino' st. ad vos comisatuvi


V. 755-56.

Plaut. Stichus,

oce che in cor mi

parli,

che bieche parole mi

dici,

perch mi mordi come un rimorso antico?

China
e

la stanca fronte
il

su

libri
'1

vegliati, t'ascolto
'1

ciel

s'

imbianca de

giorno a

primo lume.

Cantano su

le

gronde destate

le

passere a

1'

alba,

da' campi arati bianca la nebbia fuma,

canta ne' boschi

il

vento fragrante di freschi profumi,

color di rosa ride l gi l'aurora,

tutto rivive a

'1

mondo

ne' baci

de

1'

alba e d' amore,

io solo, io solo,

misero me, non amo!


versi maligni trabocca
fiele
il

L'odio che in

me
il

fermenta ne'

mi brucia

sangue, m'empie di

core.

3 IO

POLEMICA.

Oh, maledette queste battaglie che l'odio avvelena


Sia maledetta questa fatica mia
!

giambi Voce che in cor mi parli, che solo un momento, solo un momento
i

feroci
taci!

mi

detti

Ecco, da
i

'1

sol destati

che allegra
le

le

candide cune

miei bambini mi tendono

braccia.

Splende

ne'

ricci

biondi

il

tremolo raggio de
il

'1

sole

e su le bocche vermiglie

riso splende.

miei bambini, orgoglio, speranza de

l'

anima mia,

o miei bambini, voi mi guarite. Prendi,

prendi

il

mio

libro,

Mevio, inchiodalo pur su


ti

la

croce;

da queste cune sorrido e

perdono.

III.

ADJECTA

LIBER CAIAPHAS
Et niisit eutn Annas ligatum ad Caiapham pontificem. JOH. XVIII. 24.

AHIM!

O
il

forte
i

Romagna
compagna
di soldati,

de

tempi passati

nudrice,
d' eroi,

sangue
ne
i

ti

stagna

polsi gelati

e sei la cuccagna

de

preti e

de

frati.

314

ADJECTA.

Co

'1

seno possente,

gentil leonessa,

nudristi

un serpente

ed or genuflessa,
pentita e piangente
ascolti la

messa!

ADJECTA.

315

BENEDICIMUS T

X orme
liete
i

divine, su
di fiori,

1'

are candide

benedicevano
sacri laureti
giulivi,
g' inni

Numi. Ne'

sonavan

g' inni

a la bellezza.
le

Fuggano a

i,

salici

driadi bianche, mal de le spendide


i

nudit vietando a
la

mortali
il

dilettosa vista e

trionfo,

e da

'1

sereno

ciel

sorridevano
gli di benefici
;

miti su r

uomo

e
si

1'

uomo

signor de la terra
si

senta forte,

senta grande,

allor

che un vento nero, da


soffi

gli aridi

monti di Giuda,
curv

su
'1

popoli,

le loro teste
i

suolo,
1'

rovesci

templi distrusse

are,

316

ADJECTA.

simulacri giocondi caddero

de

gli

arsi

lauri

sopra
il

le

ceneri.

Cessaron gl'inni e
pes su
'1

dolore
i

mondo de

penitenti.

Dove

le

ninfe procaci tesero,


le
il

chiedendo amore,
fu visto

braccia rosee,

ghignare

Nimico,

furon sentite grida d'inferno,

e l'uomo pianse stancando gli omeri


sotto la croce per lunghi secoli,

non pi regnator de

la terra,

ma
quando
de
l

servo abietto di vane fole;

dove l'onda cerulea


'1

'1

Reno a

Tanno
le

corre pi rapida,

dove

ne' fonti e ne' cori

vivcano ancora

bianche ondine,

un uomo curvo sopra


di

le

tessere
la

piombo, assorto ne
'1

nova opera
il

de

torchio, rinvenne

segreto,

trov la forza liberatrice.

poco a poco, su da

le

pagine
l'alito

impresse, vivo levossi


d'

una giovinezza novella


il

santo grido de la rivolta.

ADJECTA.

317

poco a poco

gli

di rivissero,

mentre

fantasmi giudei svanivano,


il

e l'uomo, gittato
si

cilicio,

sent ancora signor

de

'1

mondo.

Te

benedetto, per cui siam

liberi,

per cui siam grandi, torchio di Guttemberg!

Benedetto

il

tuo sacro legno,


!

poi eh' egli vinse quel de la croce

31

ADJECTA,

CAIAPHAS

umeri e palpi l'oro


la

con

mano che
de
'1

liscia

ed accarezza.

La

vista

tesoro

la tua volutt, la tua dolcezza

e chi sa da che fogna

le

fauci

de

'1

reo scrigno colato!

Chi sa da qual vergogna con


la fetida

man

l'hai

razzolato.

Ma

per chi
la

1'

ha raccolta
e

moneta non pute

non ha

orecchi.

L'usura non ascolta


pianto di bimbi o gemito di vecchi.

L'onor de
il

le

fanciulle,
i

lavoro de

padri,

il

pan de

figli,

tombe, talami,

culle,
i

ghermiscon tutto

tuoi rapaci artigli.

ADJECTA.

319

Che importa

se

il

denaro

fu salario di ladri o d'omicidi?

molto, e con l'avaro

occhio a goder lo torni e gli sorridi.

Ma

quando

il

tuo sorriso
il

Mostra pi

gaudio de

'1

deso satollo,

ecco, a notte, improvviso,

Satana viene che

ti

torce

il

collo.

320

ADJECTA.

1900

D
Il

ice l'anno

che muore a quel che nasce


figlio

Povero

mio, capiti male

mondo

triste
la

come un

funerale
si

perch soffre

fame o mal

pasce.

Mangiano pochi

furbi a

due ganasce
a
tuo natale
le

ma
il

digiunano troppi a l'ospedale,


figlio,
'1

mentre, povero
prete ed
il

questor tesson

fasce!

Io saluto cos l'ultima sera,

larga lasciando eredit di pianto


e tu nasci tra
il

nembo

e la bufera.

Ma

crescerai de' sacerdoti a

'1

canto,

ne

'1

fresco educator
'1

de

la

galera
!

e ne

timor di Dio. Sei l'anno santo

ADJECTA.

321

QUANDO
IL

MUNICIPIO DI BOLOGNA

FESTEGGI LA

B. V. DI S. LUCA ESPONENDO I CENCI ANTICHI PER INVITO DEI CLERICALI MASCHI E FEMINE

l_/icono

Ges mio, quanto schiamazzo


!

p^r due vecchi tappeti

Nemmen
gli

se ritornassero in Palazzo
i

Svizzeri ed

preti

contadini a
ci

non

vederli esporre
;

credevan birbanti
elettori anch'essi e

sono

quando occorre

votan pei ben pensanti.

Che v'importan
recitar

quei cenci o
scuole?

Credi

fatti

ne

le

Siam

liberali.

Non

badate a

badate a
Stecchetti.

le

parole.

gli

atti,

322

ADJECTA.

Rispondiamo

tappeti a la ringhiera

non son

stracci e

cimosa:

cencio di pochi palmi una bandiera,

ma

vuol dir qualche cosa.

Confessatelo, via, siate

leali,
:

poich non siete


voi pascete di

scaltri
i

fumo

liberali
altri.

e d' arrosto.... quegli

E
de

v'

chi dice poi


le

Bisanzio ancora

con
i

ciarle si

regge
la

cento legulei de
gli

malora

che

falsan la legge.

Lasciamoli cianciar de
lasciamoli garrire; noi

'1

pii

e de

'1

meno,

guardiamo pi

in alto,

ad un sereno,

ad un santo avvenire.

Noi guardiamo pi
miseria non
ci

in alto e

questa bassa

tange.
il

Con ben
la

altra

eloquenza

cor

ci

passa

voce di chi piange!


pianto cesser e verranno
allora

Ma

quando

il

feste pi sante,

quelle coltri lass, riscalderanno


il

letto

a chi lavora.

ADJECTA.

323

SERMONE

DI

NATALE

O
Non
in cui

Messia profetato a

sofferenti,
'1

pietoso un d consolator de

mondo,

inutilmente ormai torni a

le

genti,

bambino biondo!
pi
il

tempo

in cui

l'amor potea

illuminar le menti e incender l'alme,

per te Gerusalemme avea

osanna e palme.

O
tra
il

dilettose a

'1

cor notti stellate


i

de' colli galilei su

dolci clivi,

canto de

le

donne innamorate,

sotto gli ulivi;

o susurranti a

'1

sol gaie fontane,

di solinghi riposi allettatrici,

cui sala la

canzon de

le

lontane

spigolatrici;

324

ADJECTA.

o vigne d'Israel che

dolci frutti

maturaste a l'uml schiera seguace,


voi

non r udrete pi chieder per


giustizia e pace!

tutti

tu,

benigno, che a cercar scendevi


si

l'agnel che

smarr ne

la

campagna

e l'Evangelo

de l'amor dicevi
su
la

montagna,

guarda
Pietro che

Un' idolatria cauta e discreta


neg, batte moneta;

a gli apostoli tuoi cresce l'entrate,


ti

Tommaso
Il

frate.

sangue che grond da

la

tua croce

oggi feconda l'odio e non l'amore.


Presso a
'1

complice aitar veglia feroce


r inquisitore.

L'astuta ipocrisia de l'egoismo

che. la ragione a
distilla le

l'util
'1

suo sommette,
catechismo

bugie de
ne
le

scolette

e ne la Chiesa che

chiamar non sdegna


pia,

santo l'inganno e

la

menzogna

angelico Dottor, Barabba insegna"


teologia.

ADJECTA.

325

Perch tornar se a

la

novella pena
il

oggi

trarresti

inutilmente
la

fianco?

Pi carezze non ha

Maddalena

pe

'1

rabbi stanco.

Non
ma,
a
'1

si

ricorda pi d' averti amato,

isterica

romea, co
'1

'1

bacio scende

laido pie che, de

tuo

nome

ornato,

Caifa le stende

e colei che chiamar e ne


'1

madre

ti

piacque

sepolcro
i

il

corpo tuo compose,


e

or vezzeggia

clienti

vende l'acque

miracolose.

Fuggi, fuggi da noi bambino biondo:


torna piangendo da
Il
'1

prespe a
'1

'1

cielo.

Sillabo di Pio cacci da


il

mondo

tuo Vangelo.

Da
la

l'avarizia vinta e

da

'1

peccato

tua fede mor povera e nuda.


'1

Oggi ne

nome tuo regna

Pilato,

governa Giuda.

326

ADJECTA.

EPIFANIA

IN ella
passava
il

profonda tenebra

disperato urlo del vento;

sulla terra
la

pesavano

neve, la miseria e lo spavento,

arse nel ciel

quando una fiamma vivida come una immensa face


e un santo coro d'angeli

cant:

a Dio gloria ed alla terra pace!

Lieti
i

pastor salirono
la via

sotto quel

lume per
v'

deserta

e doni assai recarono,

poich fede non

ha senza

1'

offerta.

Ma

quando

Magi udirono
l'

r inno di pace andar per


Se l'inno canta

universo,

ebber paura e dissero:


il

vero,

il

regno perso!

ADJECTA.

327

sui

cammelli posero

molt'oro, poca mirra e

meno

incenso

ed a Betlemme vennero
in carovana,

pel deserto

immenso.
misero

Giunti

Re

dentro

al

prespe, albergo dell'Amor divino,


i

doni anch' essi offrirono,


la

adorando

Madre ed

il

Bambino:

ma
e,

pur curvati ed umili,

volsero gli occhi attentamente intorno


visto quel che vollero,

ripresero la via col

nuovo giorno

e consolati dissero:
Finch l'asin digiuna e per noi e
i

il

bue lavora,

non

e'

pericolo

nostri figli

regneranno ancora!

328

ADJECTA.

DUE VOCI

Jr

ace,

Cristo dicea, pace

al

fecondo

dorme la futura messe, all'officina che mugghiando tesse, alla nave che varca il mar profondo,
solco in cui
al ai

vecchio bianco ed

al

bambino biondo,

re possenti ed alle plebi oppresse,

pace
Il

Dio manterr mio regno non


!

le

mie promesse.

di questo

mondo!

Ma
un
finch
il

il

prete dice

Ah, no, tu non avrai

istante di pace, o

mondo

indegno,

tuo Cristo mi rinfaccerai.

Ferro, sangue, velen sar


finch pentito
l'oro,
i

il

mio sdegno
regno.

non mi renderai
la

gendarmi,

mannaia,

il

ADJECTA.

329

ALLA CITTA DI FERMO CHE RIDESTA ED ONORA LA MEMORIA


DI

GIUSEPPE CASELLINI, IGNAZIO ROSETTANI ENRICO VENEZIA


DECAPITATI
IN OLTRAGGIO ALLA GIUSTIZIA IN VITUPERIO DELLA RELIGIONE DA PIO IX

PONTEFICE MASSIMO
.... non inane Auspicium pietas renascens

Leo

XIII.

N.
or che
pietosa

obil citt che spregi e che detesti

chi giustizia
ai

non rende all'innocente,


manifesti,

martiri tuoi liberamente


sei
ti

come
i

consegna
all'istoria

traditori e

disonesti

che prova e che non mente,


i

ma
gli

mostra

capi mozzi e grida

gente,

assassini,

per Dio, non furon questi!

Qui, fatto forte delle altrui paure,

non ministro
Pio strinse
Il
il

di

Dio

ma

suo

flagello.

freno con le mani impure.

prete, qui, che decret

il

macell,

venne per scherno a benedir


e

la

scure

Fermo

disse

L'assassino quello!

330

ADJECTA.

CHI SA PERCHE?

N.
che,

el

tempio

il

buon Ges vide un

abietto

branco di mercatanti e di mezzani

come

nostri preti e sagrestani, e


il

vendevan l'amuleto

moccoletto.

Acceso

allor di santo

sdegno

il

petto,

prese un randello colle sante mani


e gi legnate che

nemmeno

ai

cani....

Sia lodato in eterno e benedetto!

Di
il
il

reliquie n'ho visto in ogni canto,

vin di Cana, l'acqua del costato,

sudore,

il

prepuzio,

il

sangue,

il

pianto.

Eppur per quante


preti,

chiese abbia frugato,

nessun frammento del randello santo,


chi sa perch?

non l'ho trovato.

ADJECTA.

331

VISSUTE INVANO

J.

overe suore,
il

chiudete

core,

coprite gli occhi


col vel raccolto,

chinate

il

volto
!

sino ai ginocchi

Dal vizzo petto


l'ultimo affetto

v'hanno strappato
e
il

vto forte
la

come

morte

v'ha mutilato.

Il

cereo viso

senza un sorriso
s'affila

e langue;

malsano e bianco
nel
vi

vacuo fianco
stagna
il

sangue.

332

ADJECTA.

dolci canti

cari agli

amanti

non

li

sapete;

tolte al

fecondo

gaudio del mondo

donne non

siete.

E
ci

pur qui fuori


fiori

son dei
li

per chi
e
trilli

coglie

e gridi

Saigon dai nidi


sotto le foglie.

Passan col vento


tepido e lento
baci e parole e sul creato

innamorato

fiammeggia

il

sole.

pur,

non

vinto,

l'umano

istinto

veglia e v'aspetta
e la parola

tu vivrai sola

Dio non

l'ha detta,

ADJECTA.

333

ma
verdi,

tra gli ulivi

pe

clivi

di Galilea,
il

Cristo biondo
il

la vita e

mondo

benedicea

Deh, penitenti
pe
i

godimenti

che non provaste,


perch, spietate,
martirizzate
le

carni guaste?

Ah, vero! Eterno


brucia l'inferno

per chi felice


e

Monsignore
un
fiore

se sboccia

lo maledice.

334

ADJECTA.

PER LAUREA

'uando Q,

il

ciuco sent lenta la briglia,

come

tra

ciuchi avvien, divenne ardito,

digrign

denti ed inarc le ciglia,


il

ragliando che

saper mora

fallito;

e r altre bestie della sua famiglia

d'ogni
si

pel,

d'ogni razza e d'ogni

sito,

trovaron d' accordo a meraviglia

tutte neir applaudir lo scimunito.

Ma

tu che ormai con

l'

occhio e col pensiero

vedi quel che veder non pu costui


e della vita intendi
il

gran mistero,

or deridendo

l'

ignoranza

altrui
il

per la via del saper raggiungi


e mostri al

vero
lui.
,

ciuco che

il

fallito

ADJECTA.

335

EGOISMO

o
che
i

fortunato chi sa viver bene,

mangiar, bere, dormire allegramente,


intento solo a canzonar la gente
vizietti

e le

donne

gli

mantiene,

non lavorare
esser

e aver le tasche piene,

somaro

comparir sapiente,

non pagar punto ed incassar sovente,


esser birbante e comparir

dabbene

e sapersi cavar tutte le voglie

senza soffrir di scrupoli indiscreti;


curar la pancia e non sentirci doglie,

tutti

saper del prossimo

segreti,

esser caro al marito ed alla moglie....

Ah, come l'hanno indovinata

preti

336

ADJECTA.

RIME

Fi
come
nel

itte

nel

capo mio ronzan

le

rime

nell'alvear d'api
il

uno sciame,

che colse

miei dalle corolle opime

vagabondo errar da stame a stame.

Lo
e se
il

colse per le valli e per le cime,

senza fren di regina o di reame,


libero voi
alle

non

fu sublime,

l'ala fu pari

modeste brame.
/
.

L' alba le vide uscir col

primo lume

e la sera tornar nell' ore estreme,

pel seren, per la piova e per le

brume

ed
le

io

che tutte

le

conosco a nome,

veggo lavorar ronzando insieme poi fuggir di nuovo e non so come.

ADJECTA.

337

IL

A,
sotto
il

.pi

vestite d'or, strette in cintura,

senza posar giammai da


bacio del sol

mane

a sera,

l'ala

leggera

aprono spensierate

alla

ventura

n, se

ben

picciolette,

hanno paura,

che ciascuna di lor


sa

fatta guerriera, sottile e fiera,

una lama snudar

che gocciola velen nella puntura;

e guai se

l'

offensor
lui

non

si

ritira,

poich tutte su
e

volano a gara
.,^

non

lo lascian pi finch respira.

Chi

le

stuzzica

dunque

in sua

malora

sappia che presto ed a suo danno impara

che

la

rima velen, che

il

verso fora!

Stecchetti.

338

ADJECTA.

LE BALLATE DEL PROCESSO

V.
voi

erit,

libert,

luce, progresso,

mi conciaste bene

che mi trovo per voi sotto processo!

L'affare

and
\a.

cos.

Pietro pescava

cercando con

rete

il

suo profitto.

Gi per l'acqua corrente io me n'andava ed ei mi prese per godermi ft-itto, poich all'arrosto non ci ha pi diritto
dal d che tra le pene
il

rogo, grazie a Dio, non c' l'han messo.

Ma
dalle

il

santo pescator che m'afferrava,


si

mie spine

sent trafitto.

L'altrui rabbia

cristiana e la pia
;

bava

mutaron
che, se

la

puntura in un delitto

ed per questo che son tanto

afflitto

ben mi sovviene,
riso

non ho mai

come

rido adesso!

ADJECTA.

339

II.

,uando Q,
Ges, lungo
il

per l'arsa Galilea passava


tragitto,

d'amor, di carit cos parlava:

<<

Fratelli,

il

regno mio non concesso

a chi, assalendo, la vendetta ottiene.

il

triste

Fariseo che genuflesso

chiede pel fratel suo ceppi e catene e va nel tempio con le tasche piene!...

Disse e in croce confitto,

benedicea morendo e perdonava.

E
ma

gli

Apostoli suoi dicean lo stesso


le

abominando

vilt terrene:
fu,

inchiodato che

chieser

sommesso:
?

Quanto guadagno dai carismi viene Quindi molti a Ges volser le schiene;
poich
si
il

trova scritto:
gallo cant,

Quando

Pietro negava.

340

ADJECTA.

FU VERO?

X^ace! Pei lunghi


lento l'amor procede,

secoli

ma dove pone
germoglia
e le messi
in

il

piede
il

pace

grano,

maturano
lavoro umano.

pingui

al

Lente
e

le

idee

si

movono
loro,

noi

moviam con

compagni

nel lavoro

e nell'amor fratelli;

tardano assai,
gli

ma
i

spezzano

scettri

ed

coltelli.

Pace!...
i

Ma

indarno aspettano

sofferenti ancora
ciel

che sorga in
e
la
il

l'aurora;

Rabbi che bandiva


anche
mentiva!

gran novella agli uomini,


lui

forse

ADJECTA.

341

TRA UNA UDIENZA E

L'

ALTRA

X_jcco, torno

al

silenzio

ed

alla

pace

della

mia cameretta

or che per poco a

me

d'intorno tace

l'urlo della vendetta.

nel bacio de' miei, sincero e sacro,


il

cor torna giulivo

e r

anima

si

in un lavacro d'amor perenne e vivo.

monda

Dal famigliare

asil

passa lontana

l'ira delle

tempeste;

non

qui,

non qui

della malizia
la

umana
peste.

pu fermentar

Qui, sulla fronte affaticata, un raggio


santo d'affetto piove,
qui riprendo la forza ed
il

coraggio

per

le battaglie

nuove;

342

ADJECTA.

Le

battaglie del ver colla

menzogna,

dell'ombra con la luce,

dove

il

prete di Dio senza vergogna


l'odio a pugnar conduce.

Ma

se lungi dal

campo

e dal

nemico

oggi venni a posarmi,

domani

all'

ombra

del vessillo antico


1'

pronto sar con

armi.

Tu

santa libert, se ancor lo puoi,

mi Se vinco,
il

sarai

guida e scorta.

vero vincer con noi


e se cadr, che importa?

Soldato umil che nel combattimento


le

rime

al

verso intreccia,

ammazzato da un prete a tradimento


morir sulla breccia.

ADJECTA.

343

PER UN

NUMERO UNICO

VENDUTO PER BENEFICARE

-uando Q,

la

Carit stende la

mano

pietosa e per chi soffre ausilio implora,


la politica ladra e traditora
la spia

cupidan|ente da lontano,

indi sfodera l'ugna e piano piano

ruba l'oro raccolto e


Calabria
e grida
il

lo divora;

sa che se ne duole ancora

il

nome

de' suoi ladri invano!

Ma
ma
il

qui, perch

temer?

Non hanno impero

qui de' preti le fraudi o la rapina, cor non mente e l'animo sincero.

Ci che

ai

dolenti carit destina


via,

va per aperta

dritto

ed intero,

dove

il

pianto l'aspetta e la rovina.

344

ADJECTA.

ANNIVERSARIO

o,
lieto,

'r

compie l'anno e Monsignor gradiva


l'omaggio e
il

de' figli suoi

dono

e nobilmente dall' aitar bandiva


la

parola di Dio:

pace e perdono!

>>

Cristo

ci

perdon quando moriva,


cen che
all'

Cristo r agnello mansueto e buono.

Con Giuda

egli

lo tradiva,

e di Pietro sorrise

abbandono.

Io son l'Unto di Lui che con la


e col cor generoso

mano

ha benedetto
il

l'adultera, lo scriba e

pubblicano.

Io son fonte d'amor,


io

fiamma

d'aflfetto;

sono
la

il

Padre rinnegato invano;


il

son

pace e

perdono. Iddio l'ha detto

ADJECTA.

345

II.

.ddio L

l'ha detto e della

sua parola,

preti di Cristo,

mi ricordo anch'io,
bont di Dio.

che m'insegnaste da bambino a scuola,


a suon di nerbo
la

Ma,

col crescer degli anni,


il

il

tempo invola

all'anima

candor credulo e pio


trovai peggio del mio.

e se dal petto vostro alzai la stola,

sempre un cor

ci

Perdono e pace

pur, se bene
la

ho

visto,

non confuse l'amor con

loquela,
il

ma

il

sangue sparse perdonando

Cristo.

Perdono e pace

Ma

se
ti

un verso cela
tristo,

l'ombra d'un cenno che

sembri

sacerdote di Dio, mi dai querela!

346

ADJECTA.

MENTRE TUONA

L
che
la

ja

mia povera vigna


va, pari

cos fatta

debbo vangar

tre volte l'anno,

potarla

come

ed

esatta,

per legarla di poi, sempre a mio danno;

e
ci

non appena

il

sol

me

l'ha rifatta,

rimetto del mio sapone e ranno

tra zolfo e

rame a mantenerla

intatta

dalla nebbia, dal

male e dal malanno.

Quando
tutta l'ira di

grappoli poi diventan neri,

Dio

nel cielo accolta

sopra

ci

si

rovescia e volentieri.

Ed
serbati

allor

buona notte! Addio

raccolta,

addio tasse pagate, addio panieri,

sempre per quest'altra volta!

ADJECTA.

347

II.

L
e

ja.

vigna del Signor

quella, s'intende

che piantata non fu dal Nazareno

non chiede

al

possessor tante faccende

compensa

di pi chi

spende meno.

Sicuro

il

frutto dal suo tralcio


alla

pende

ingrossando

nebbia ed

al

sereno

ed

il

mille per cento e meglio rende


le sia

per poco che

dolce

il

terreno.

Si coltiva in poltrona e senza costo,

non
la

ci

crescon
le

1'

ortica o la

gramigna,

grandine

sta

sempre discosto,

E
c'
il

se chi passa, nel guardar, sogghigna,

Tribunale che lo mette a

posto....

Oh,

la

vigna di Dio, che bella vigna!

348

ADJECTA.

DE RE RVSTICA
Gallus in sterquilinio suo

plurimum

potest.

Seneca, Apocol.

pur

mio quel gallo che


il

alla

prima luce

coll'ingrato cantar saluta

giorno

e gi vecchio, spennato e disadorno,


la cresta insolente al sol

produce.

Devasta

seminati e s'introduce
il

tra le siepi a rubar tutto

contorno,

indi all'usato sterquilinio intorno


le

sue galline a razzolar conduce.

Poi quando vien


pallide in ciel le

la sera e

son gi sorte
accese,

prime

stelle

appollaiato sulle

gambe

storte

Dice
ch'io son

alle

sue galline:

Ora

palese

tremendo

rispettato e forte

e la bestia

maggior del mio paese!

ADJECTA,

349

II.

.o L

penso intanto: Se
il

tirassi

il

collo

per non vedermi guasto

seminato,

a questo gallo vecchio e spennacchiato

che quanto mangia pi,

meno

satollo?

poi,

che ne far? Se fosse un pollo,

benedetto l'arrosto e lo stufato!

Ma
sul

un demonio malsano ed arrabbiato far di questo, non sar mai frollo.


Lasciamolo campar! Vada all'inferno

se lo voglion le volpi o le faine,


o,

se piace al Signor, viva in eterno!

Schiva

il

gallo cos l'ultimo fine

e in virt dello sprezzo e dello scherno,

regna sovra

capponi e

le

galline.

350

ADJECTA.

PREDICA

I.

wDacerdote d'un Dio che non hai

visto

ma

di cui nel tuo rito

il

sangue bevi,

sacerdote di Dio che in alto levi

r Ostia di pace simbolo di Cristo:

se tu ci credi e se all'eterno acquisto

dei battezzati affaticar

ti

devi,

perch, se

il

giusto al bacio tuo ricevi,

scacci l'errante e maledici al tristo?

Dolce del Figlio


al

di

Maria
al

la

voce

nemico parl come


all'

fratello,

clemente

offensor, mite al feroce.

il

Si tolse in grembo lo smarrito agnello buon Pastor che perdonava in croce, se la frusta us, non fu per quello.

ADJECTA.

351

II.

.orremo M,
al

entrambi

e,

se dicesti

il

vero,

di l della terra e della vita,

nella luce
ci

suprema ed

infinita

troveremo

in faccia al

Gran Mistero.

Nessun labbro facondo e lusinghiero


venderci allor potr l'arte scaltrita,

n mantel di monarca o di levita


potr coprir
la

carne od

il

pensiero.

Io Gli dir:

Dalla tua legge appreso

ho

sol l'amore

ed ho nel mondo amato.


fui

Tu

dirai:

Maledissi e

difeso.

Io dir

tu dirai

Se Quando

soffersi,

ho perdonato.
ofiTeso,

mi tenni

la Giustizia del

Re m'ha

vendicato!

352

ADJECTA.

MEDITAZIONE

N.

ella

valle

giudea di Giosafatte,
la

nel d che

nuda mostrerem

pelle,

vescovi (che bellezza!) e pecorelle,

vecchie fetenti e giovani ben

fatte,

in quel rimescolio di

tante schiatte

diverse di colori e di favelle


se

Dio

n'aiuti,

ne vedrem di quelle
le

da restar con

ciglia esterrefatte!

Come?
ci

Il

vivo color di quella faccia

parve giovinezza e fu pittura?


Il

Come?

tumido sen

fu

carta straccia?

Come?

Colui che gi facea paura

scagliando l'anatema e la minaccia,


era fatto con questa architettura?

ADJECTA.

353

IL

J_j peggio poi sar quando vedremo

non solo ignuda

la

mortai carogna,
alla

ma

l'anima salir

come

gogna

senza l'ipocrisia d'un velo estremo,

e dolorosa innanzi a noi l'udremo


intera confessar la sua

vergogna

scoprendoci

il

mister della

menzogna
il

ch'ebbe l'impero e meritava

remo.

Oh, sciagurato

allor chi

la

mercede
la

numer

del peccato e fu convinto

che ben s'acquista in vendicar

Fede!

Oh,
misero

nel giorno

tremendo e

nel recinto

della valle fatai, per chi ci crede,


il

vincitor, beato

il

vinto

Stecchetti.

354

ADJECTA.

FIDENTIANA

W^e
fussi

contingesse mai che da

'1

Pontifice

Episcopo facto in Concistorio,

dormiterei pedendo in faldistorio,


potato et pasto abunde et honorifice;

inde,
le

concusso, erigerei mirifice


l'

Spezie di Jes ne

Ostensorio
e
'1

et

quidem

la

Sequenza

Responsorio
artifice.

pulcre concinnerei

come un
il

De
parum

l'util

Fede

sacro sancto semine


diligentia

infunderei cos
ne'

cum

maschi

et valde

ne

le

femine;

sed heu

che non son io quella Excellentia

che preme
et
li

il

throno cun

le

cluni

gemine

psalmi di Dio cane in Faventia!

ADJECTA.

355

II.

c
s

'ane

ducendo

le

capelle al pabulo
infallbile,

per lo itinere sacro et


che, flexo,
il

propinquo hirco
le

terribile

non quate pi
Mite
la

corna e

'1

tintinnabulo.

cum Beniamin come cum


prelio di

Zabulo,

dulcedine Sua pare impossibile;

ma
co

ne
'1

'1

Dio, mile invincibile,


'1

solo aspecto fa spavento a

Diabulo

Sed mox,
il

alfin la

Sua Mansuetudine

petaso vedr d'Eminentissimo


di poi Beatitudine....

evadendo

Ehu, tunc, Te quaeso, Pastor mio sanctissimo,


cedimi
et
el

pallio tuo per gratitudine

San Jovese havr

culto dignissimo

356

ADJECTA.

PELLEGRINI
L

R
sul

on un'ombra

di

palme

all'orizzonte,

candor delle sabbie arroventate,


in ciel,

non una nube


per
le

non una fonte

povere turbe

affaticate!

Come
lacere,

il

Profeta volle, accorser pronte,

macilenti ed assetate,
la

ma

con

speme

in cor,

la

fede in fronte,

benedicendo Iddio che

l'ha chiamate.

E
i

pellegrini dell'Amor superno,

docili al voler del


le

Sovrumano,

hanno

piaghe del martirio a scherno.

Che

vai se d'ossa seminato

il

piano?

Chi muore nel Signor, vive

in eterno....
il

Questa

la

fede falsa ed

Corano.

ADJECTA.

357

II.

M.
dice:

.onsignor che s'annoia

in.

prima
tasse

classe

a sbadigliar coi salmi dell'Uffizio,

fedeli miei

pagan
il

le

perch

la ferrovia faccia

servizio

ed invece

il

cuscino

come

un'asse,

l'imbottitura peggio d'un cilizio


e,

senza molle,

le

mie

parti grasse
al

non

me

le

sento pi. Sono

supplizio!

E
il

poi, la cioccolata era brodosa,

consomme pareva

stato in gelo....
!

Ah, che martirio, giurammio, che prosa


Certo che
il

pellegrin soffre pel cielo,


cosa!...

ma

il

comodacelo suo, che bella


la

Questa

fede vera ed

il

Vangelo.

358

ADJECTA.

CIARLE

Mi
che non
questi

.i

son lasciato dir

Ma

non

t'

avvedi

ci

garban pi questi

sonetti,

epigrammi a coppia,

in cui ci
i

metti
?

quel sempiterno Monsignor tra

piedi

La
le tue

storia

lunga ormai pi che non credi,


e

son

rifritture
te,

non

concetti.

Altro vogliam da

vecchio Stecchetti,

e le fischiate avrai se

non provvedi
consento

Via,

non avete

torto, anzi

che

vi cominci,

a diventar stanto

questo reverendissimo argomento;

ma
lasciate

se del

poco e
lo

vii

denaro mio

Monsignor che

palpa pur contento,

un po' che

me

lo

goda anch'

io.

ADJECTA.

359

IL

E.
Io,

ira.

un

duello.
l'armi,

Egli m'avea sfidato


il

prefiggendomi

luogo e

l'ora.

povero babbeo,
il

ci

sono andato,

ma

prode sfidator non venne fuora.

Vidi un procurator, qualche avvocato


e
i

Giudici del

campo

in

mia malora.

Han discusso, han dormito, hanno sudato, ma il prode sfidator l' aspetto ancora.
Solo
il
i

padrini suoi disser:


le

Sentite:

condottier che

Romagne ha dome,
! otite .

oggi non pu venir. Soffre

Otite? Io le darei tutt'altro

nome
come!

e se siamo d'accordo, acconsentite


ch'io

mi diverta

col malato.... e

360

ADJECTA.

DAL VERO

L
in

.eri

conobbi

la Giustizia.

Stava

un tugurio lurido ed

infetto,

su certe sedie reduci dal ghetto

che

la

pidocchieria contaminava.
la veglia

Tra

ed

il

sonno interrogava
col dialetto

dei cafoni col

gergo e

e miagolando in tono di falsetto, se stessa, gli altri e


il

Tribunal seccava.

Poi ghignando mi disse: Io t'ho legato


le

man,

la lingua,

piedi e del tuo scritto

nulla davanti a

me
il

voglio provato.

Io

t'

ho messo

bavaglio e t'ho prescritto


tirare
il

che non possa

nemmen

fiato.

Or

difenditi pure.

il

tuo diritto .

ADJECTA.

361

DE PROFUNDIS

X^overi morti

miei, che

mi chiamate

con voi dalla remota oscurit,


vorrei vivere ancor poche giornate

per questi

figli

e poi venir cost.

Il

mio santo dover sar compiuto


il

quando
quando

nido potranno abbandonar,

nel d dell'ultimo saluto


li

tranquillamente

potr baciar.

Allora,
gli

oh

allora chiuder contento


il

occhi che

sol

non rivedranno pi
fu.

il

capo piegher senza un lamento

per questa vita che crudel mi

Poveri morti, e voi m'accoglierete

come
e

il

figlio

lontan che ritorn;

quel che avviene quass domanderete

come

in

sogno

io vi risponder.

362

ADJECTA.

Nel mondo che


l'uomo e
portan
la la

lasciai,

poveri morti,

donna son malvagi ancor,


i

croce

deboli pei

forti,

la vita

piena d'odio e non d'amor,

segno
Si

segno

di virt

1'

esser crudele,

di debolezza la bont. in ogni casa


il

mangia

pan

col fiele,

agro di

bile e di perversit.

L'istinto del

dover pi non rimane


sue porte apr.
rincara
il

dove
e se

la

Borsa

le

Se lavoro non
il

c',

pane
cos.

volgo ne muor, meglio

e le
Il

La terra pei ladroni paradiso commende fan rubar di pi.

ministro di Dio s' circonciso

e tien banco all'insegna di Ges.

Che
e
i

se tarda dal ciel vien la saetta


si

il

Sant'Ufficio mal

regge

in pie,

vescovi oramai chiedon vendetta


ai

per uno scherzo,

Giudici del Re.

Fino

al

Genio

latin sincero e sano,

che vivea di giustizia e verit,


Zaratustra parl che
dice bello
il

al

Sovrumano

delitto e la vilt.

ADJECTA.

363

La

rea fortuna e le stagion mutate


l'aria

han guasto

ed hanno

infetto

il

suol,

l'inverno caldo e nevica l'estate,


la terra stanca e si

raffredda

il

sol.

Cos la vita non ha pi conforti


di fede, di

bellezza e carit....

Oh, meglio, meglio assai, poveri morti, dormir nel buio dell'eternit.
Meglio dormir dove
la

il

silenzio serba

maest solenne del dolor,


voi,
si

meglio dormir con


cresce tacendo e

dove
il

l'erba
fior.

non

coglie

Eppure..,, ahim, felicit perfetta

nemmen tra morti ritrovar si pu! Non conoscono ancor la bicicletta


i

e allora

non c' gusto! Aspetter.

364

ADJECTA.

XX SETTEMBRE

'iceva Di un Monsignor

Se

il

calendario

non segna una bugia,


oggi
il

Venti Settembre, anniversario


solenne a Porta Pia.

Oggi

l'alloro,

l'inno e

l'

orifamma
i

trastullano

Romani
telegramma

ed oggi

il

Re

spedisce

il

pei fogli di domani.

Come

tutto

mut

L'istess breccia

che pareva un tracollo


fu rovina di pietre alla corteccia

che non tocc

il

midollo.

Prima, s'intende, facevamo

morti,

ma lavorammo
e quando
i

poi

furbi se

ne sono accorti,
noi.

comandavamo

ADJECTA.

365

Ma
col

ce ne volle!

Santi e
il

le

Madonne
donne

furono
Viva
il

primo saggio,

Papa-Re

delle pie

giunte inpel legrinaggio.

Congressi, banche, fraterie, giornali,


ci

dieder poi buon frutto.

Guadagnammo

Consigli e Tribunali

entrammo da per
Ora insegnam
e solitari a

tutto.

de' framassoni ai figli


di

Don Bosco
i

prodigi

Mondragone

gigli

cresciamo a San Luigi.

Ah,

il

vecchio regno,

il

piccioletto
lo

mostro,

ormai chi pi

stima?

Oggi

l'Italia

intera

regno nostro
!

e stiam meglio di prima

Manca

soltanto

un

po' d'Inquisizione,
la

ma
la

vedremo

presto....

Sia benedetta la rivoluzione,


breccia e tutto
il

resto!

Ah, Monsignore, attento


se

alle voltate,

no
ciel

l'asino casca.

Di questo calmo

non

vi fidate;

pu venir

la burrasca.

366

ADJECTA.

Badate, Monsignor, che la grandezza

non
Il

vi serva d'intoppo.

soverchio

tirar la

corda spezza

e voi tirate troppo.

Badate, Monsignor, che se a raccolta la vecchia tromba suona,


se apriremo la breccia un'altra volta,

sar la volta buona!

ADJECTA.

367

FESTA DEGLI ALBERI

L.
noi

je

piante giovinette, o
al

commettiamo

madre terra, tuo grembo fedel.


ciel.

Salvale tu dal foco e dalla guerra,


dalla rabbia degli

uomini e del

Fa che crescano
Alleva, o

al sol tra

fior

vermigli,

simbolo di fortezza e di belt.

madre

terra,

ai

nostri figli

l'albero santo della libert!

368

ADJECTA.

SVB SYDERA POLI

D.
le stelle

'alle

brume

del ciel, sottili e fioche,

guardati la deserta ghiaccia;


le

nell'ombra sepolcral taccion

roche

volpi, strisciando alla notturna caccia.

Dormon
sul desolato

l'anatre bianche in sulle

poche

alghe del nido che la neve agghiaccia;


pian russan le foche

poi che lungi dell'uomo la minaccia.

Candida

l'orsa scivola tra

massi

del ghiaccio secolar, quasi per

tema

d'esser tradita dal fruscio dei passi;


e in fondo alla polar pace suprema,

nessun urlo di Vescovo che passi


il

raca vomitando e l'anatema

ADJECTA.

369

II.

pura, eterna ed ineffabil pace


s

che drizzasti da noi

lunge
l'

il

volo,

dunque pi non vorrai


volger benedicendo
al

ala fugace

nostro suolo?

Dunque
se a regger se
il

il

Verbo di Dio parl mendace V alme l' Iscariota solo,


immensit del polo
?

tuo viso immortai s'asconde e tace

nella deserta

Ah

no, torna con noi! Lascia l'incanto

dei silenzi nevosi, ove natura

par che in ghiaccio converta

il

nostro pianto

Torna! Brillan
e sale
al

le

falci

alla
il

pianura

ciel

de' mietitori

canto....
!

la sacra

messe a chi sper, matura

f^TRccnp.TTi

54

370

ADJECTA.

PARETAIO CRUSCHEVOLE
Ad
Alberto Bacchi Della Lega.

I.

A,
e

.vacciati,

Masin;

le

ragne appanna

giochi assetta, imperocch non piove.


il

Appaia

Ribaltone e

il

Montegiove

dietro la vite della salamanna.

Che
oggi
si
i

se lo

mio volume or non m' inganna,


o tu
lo vedi?....

vuol passar sessantanove....


tordi!....
il

zirlano

o dove?....

Ha

fatto

campami, sorte tiranna!!

Guata, guata, Masin. Dietro lo spazzo


quiritta,

tra la quercia e tra

1'

abete,

hacci covelle! Scopri lo stiamazzo!

Doh, Masino, che


c'....

stai?

Tira

la rete

come

nero!....

com'

grande!... ah... pazzo!

m'era sembrato un tordo ed era un prete!

ADJECTA,

371

IL

Di

'ica,

Don

Pietro, 'mi doventa matto


la
al

che alato se ne va per

mia tesa?

Oh,

scusi!

Andava

mattutino in chiesa

e cos, per la via, sono distratto.

fatto?

non

Eh

Vien dal rccolo suo? Quanti n'ha


!

mica troppi. Trenta


!

in

una presa.
gatto;

Poffare Iddio

Di

qui,

con tanta spesa,


il

riesco a fermar

nemmeno

ella

Lo

so,

ma

glielo dico apertamente;


al

non ferma un pigliamosche

volo

perch questo mestier vuole altra gente.

Dottor mio caro, per


lo

tirar l'aiuolo,

stampi pure e se lo metta in mente,

vai per cento di loro

un prete

solo.

372

ADJECTA,

LEGENDA TRIUM SOCIORUM

c
Ma

orpulento, paffuto e crapulone


dice

a'

compagni suoi
la

frate

Giocondo:

Credo che

miglior carne del

mondo

sia quella del

cappone.

ritto e

sodo come una colonna,


basilisco,

con l'occhio incantator del


frate

Lupo risponde
la

Io preferisco

carne della donna;

fra'

Leon, che tra


il

le

zampe sue
neh' incertezza,

stringe

boccal ricolmo e lo carezza,

conclude

le

Quanto a me,
adopro
tutt'

e due.

ADJECTA.

373

LEGGENDO UNA ENCICLICA

Di

'ice la

quarta pagina:

Lettori,

la nostra inalterabile tinttira

restituisce alla capigliatura


il lucido, la

forza ed

i colori.

Approvata da

tutti i

professori

inoffensiva, pratica e sicura,

una

bottiglia basta

per

la cura.

Guardarsi bene dai


Dice

contraffattori.

il

Papa

// rimedio radicale,

brevettato e
il

premiato con medaglia,


e

mio che sana ogni


Rinforza

qualunque male.

e rende al

i buoni, purga la canaglia Papa Roma e il Temporale.

Effetto garantito.

Unire

il

vaglia.

374

ADJECTA.

DIVORZIO

>^jrridano
alla

preti

Ecco un novello sfregio

sposa di Dio l'inferno appresta!

La legge sul divorzio un sacrilegio! La ricerca del padre disonesta! >


Indi chiaman le donne, onore e pregio
di

Santa Chiesa, a scriver

la protesta

contro r infamia del Governo Regio....

Ma

la

ragione degli sdegni questa

Che
e'

se

un

prete,

quest' oggi, a
la

fin

di

bene,

genera un

figlio

con

moglie
lo

altrui,

un marito che paga e

mantiene.

Ma
se
il

se la legge libera costui,

figlio

pu cercar
allor chi

di

dove viene,
lui!

povero prete!

paga

ADJECTA.

375

ELEGIA

Xxmici, A.

addio! Col vostro amaro pianto,

col fraterno dolor

non

contristate

questo eh' io vi consacro estremo canto!

Al tragico destin m' abbandonate


serenamente! Siate
forti

e grandi

Nessun per me deve morir. Giurate!

O
il

chiaro

sol,

che su

la
i

terra spandi
santi
ci

calor della vita e con


dell'

raggi le fiamme

amor
i

mandi,

o chiaro

sol,

che

tuoi sublimi incanti

agli occhi de' mortali hai conceduto,

che dai polline

ai

fior,

baci agli amanti,

che nel profondo


i

ciel

fermo hai veduto

secoli passar
sole,

come

giornate,
ti

o dolce sole, io

saluto

37^

ADJECTA.

Ah, moglie,
Forse, chi sa?

ah, figli miei,


ci

non lacrimate!

rivedremo ancora.

pi clemente Iddio che non pensiate!

Un

bacio,
il

figli,

un

altro bacio!

Ed

ora

mi stringa
e de' rei

birro le catene ai polsi


trascini alla

mi

dimora!

Cos parlai nel punto in che mi sciolsi


dai replicati amplessi e d'esser forte
pili

che Regolo istesso in

me

risolsi.

Fieramente portai

le

mie

ritorte,

superbamente
regalmente

al

cielo alzai la fi-onte,

sorrisi alle

mie
s'

scorte.

La

turrita prigion

ergea sul monte

squallida e cupa ed allorch v'entrai


udii levarsi cigolando
il

ponte.

Nel fondo della torre


sul fracido terren

ivi

calai

e solo, stanco, pesto e scorticato,

mi

coricai,

ma non
che mi
si

avevo ancor ripreso

il

fiato

fece adosso

un aguzzino

con un nerbo di bue ben lavorato.


Costui per forza mi cacci supino
e con quel nerbo

me

ne diede tante

che qui, guardate! sono ancor turchino.

ADJECTA.

377

Poi sulla carne rotta e palpitante

mise per condimento aceto e


il

sale,

manigoldo

mi dicea

Birbante,

Sei dunque tu che osasti in un giornale

empio, scomunicato, e maledetto,

un Vescovo

trattar

come un mortale

Sei tu, bestemmiator, che in


offendesti la sua Magnificenza

un sonetto

e parlasti di Lui senza rispetto

Disinteresse, carit, prudenza,

farti

condannar

1'

han consigliato

or degli scherzi tuoi fa penitenza.


Starai qui fra le biscie incatenato,
in questa

buca sozza e nauseante,

nudo, sempre allo scuro e bastonato.

Avrai per cibo scarso e rinfrescante


la

simbolica fava,
il

il

dur cece

fagiolo canoro e petulante.

Qui legger
mai non
Accidenti
ti

libri

non
la

potrai, "ma invece

mancher

Santa Messa.
li

ai

sonetti e a chi

fece

Non
la

e'

piet per chi

non

si

confessa

e se non chiedi a Monsignor perdono,

colpa mai non

ti

sar rimessa!

378

ADJECTA.

Disse ed usc. Di quella voce


io

al

suono

mi tenni perduto e disperai


abbandono

e in un' ora di strazio e d'

piansi,

come

vedete, e m' impiccai.

ADJECTA.

379

ELEZIONI

M,

.usa

mia dolce, che non hai


1'

le alterigie

de' carmi arcigni


tu che rallegri

sul viso,

ore mie grigie

di stravaganti scoppi di riso

e volentieri mostri la pelle


dai larghi strappi de le gonnelle,

musa mia
alla solinga

dolce, vieni, discendi


;

mia cameretta

avide
libera

ai
i

baci le labbra tendi,


lacci della fascetta,

sciogli la

chioma bruna e

ricciuta

e chiudi r uscio.

L' ora venuta,

r ora in cui

1'

odio fermenta e invade,


i

lurida peste, le menti e


in cui la

cuori;

gente gi per

le

strade

rutta bestemmie, rece rancori


e,

masticando laide querele,


fiele.

inghiotte o sputa veleno e

380

ADJECTA.

Ognuno
morde o

in queste turpi giornate

calunnia, froda o minaccia.


il

Lo
all'

sterco e

fango colto a manate


si

avversario

scaglia in faccia.

Riddano

in piazza, lerci e impudichi,


ruffiani e plichi,

spie, deplorati,

e
la

giornalisti,

tinta di loia

meretrice penna d'acciaio,


sia
la

pur che

piena la mangiatoia

vendon

feccia del calamaio


altrui,

per imbrattarne l'onore

quasi superbo che paghi Lui.

Indi, nell'ora concessa al voto,

cupi, nervosi,

van

gli

elettori,

parlando basso con viso immoto,

guatando come cospiratori


e in ogni canto dice un cartello:

Votate questo

/....

Votate quello

/....

Entro
sozza la

la sala

buia e fetente,
vernicia
i

gromma

muri

e intorno a

un desco men che decente


occhio cogitabondo

seduti in cerchio cinque figuri

veglian con

l'

r urna di vetro dal doppio fondo.

ADJECTA.

381

S' apre la chiama.

Nel pigia pigia

vota ciascuna pecora sciocca.

Ardono
ad
altri

alcuni di cupidigia,
1'

ira torce la bocca,


tutti,

ma

quasi
il

dopo

votato,

palpano

prezzo del lor mercato.

e tutti, uscendo, da
attossicato sentono
il

un reo contagio
malvagio,

cuore.

Chi entr dabbene

n' usc

chi entr ribaldo n' usci peggiore,


chi vinse,
il

turpe bottino aspetta,

chi perse, spera nella vendetta.

Ecco
se
dall'

comizi

Di quando
sinistro,

in

quando,

non accade qualche


urna
falsa
al

sbuca onorando
Ministro,

un frodolento caro
e r un

o un imbecille pien di commende;


si

compra,

l'

altro

si

vende.

Or perch debbo

far

da mezzano
?

air ingordigia di Calandrino

Perch mi debbo lordar


scrivendo
il

la

mano

nome

d'

uno strozzino?

Perch gettarmi nella battaglia


sotto gli sputi della canaglia
?

382

ADJECTA.

Musa mia

dolce, sulla tua faccia

ride un giocondo color di rosa.

Passer lieto fra


il

le
1'

tue braccia

giorno laido,

ora schifosa.
ricciuta

Sciogli la

chioma bruna, e

e chiudi r uscio. L' ora venuta.

ADJECTA.

383

SERENATA ELETTORALE

JZj
in

notte.

Il

conte Grsoli

si

desta

una posa che non ordinaria,


e le reni per aria.

cio coi piedi al posto della testa

In camicia cos, cogitabondo,


dice
il

rosario e medita

1'

impresa
il

di convertir,
ai

non che Ferrara,

mondo

dogmi

della Chiesa

quando, ad un

tratto,

ascolta per la via

un coro

di lamenti e di preghiere....

Son

fedeli

che vanno in compagnia


il

cantando

MiserereJ

Dio
al
e,

sia lodato

Il

conte allor

s'

affaccia

balcone in sottile abbigliamento

spalancando
grida

le
:

gagliarde braccia,
o stelle, che sento
?

384

ADJECTA.

Chi siete, o pellegrini, e dove andate?

A Roma forse, a Roma pontificia O fratelli, per Dio (Bacco), parlate


presto!

Sono

in camicia!

Risponde
fatti

il

coro

Ahim

Fummo

galletti

capponi per comun vergogna


purtroppo,
il

fu,

Cavalier Minghetti
!

che

ci

castr a Bologna

Quando

il

libero Stato era di

moda

peccammo, come Lui, malvolontieri


e qualche

penna

della nostra
ai

coda

donammo

bersaglieri.

ma nella stia ma il grano era per noi noi dettavam la legge al popol fido,
;

quando

ribelli

ci

cacciaron via
!

e siam fuori del nido

Cos nel

grembo
al

dell' antica

fede

tornando e

culto de' ministri suoi,

a maggior gloria della Santa Sede

veniamo

a'

piedi tuoi.

Miserere, Signor, dei nostri

falli

e nella immensit de' tuoi poteri,


se di capponi
facci

non puoi

farci

galli,
!

lmen Consiglieri

ADJECTA.

385

Deh, conte, ora che sai le nostre pene,


aiutaci

ad uscir dal ginepraio


la sai

ed insegnaci, tu che

bene,
!

la strada del pollaio

Udendo
poi,

il

conte dei pentiti

il

duolo,

ebbe un sorriso arguto e perspicace,

moderando
disse:

alla

camicia

il

volo,

me

ne dispiace!

La

strada questa,

ma

evitate

il

bosco

e andate dritti per la via maestra.

Del

resto,

mascherine, io vi conosco

chiuse la finestra.

Stecchetti.

386

ADJECTA.

PEI LIBERALI PENTITI

jodiamo L<

Iddio col cuore e col midollo


dell'anima e dell'ossa.

penitenti con la corda al collo

ritornano a Canossa!

Pei fangosi sentieri e per

le

vie

gi poste in abbandono,

con un lungo alternar

di litanie

vanno a chieder perdono


ed
Pastor che lega e che discioglie
in cielo a

il

suo talento,

apre

le

braccia e nell'ovil raccoglie


il

ravveduto armento.

II

terror della colpa e del peccato

aperse gli occhi a

tutti.

Oh,

il

prete che di notte ha seminato,


coglie di giorno
i

frutti

ADJECTA.

387

Al tuo

pie'

genuflesso eccoti a squadre


il

popol tuo devoto;

deh, non negargli, o male offeso Padre,


la carit del

voto

Scorda
Gi

il

venti settembre e le bandiere e


i

discorsi imprudenti.

tappeti eran pochi alle ringhiere

lumi quasi spenti.

Non
non

lo

faranno pi
le

ma

poi che reggi

sorti

d'Israele,

far

che salga del


il

Comune

ai

seggi

popolo infedele.

Scegli tra

penitenti

Abbandonati
i

lascieranno

migliori,

contenti assai se gli ultimi soldati

godranno

tuoi favori,

e,

benedetti poi dal Santo Erede


e Successor di Pietro,

se sono indegni di baciargli


gli

il

piede
!

bacieran...

didietro

388

ADJECTA.

PEI LIBERALI RIPENTITI

'unque D,

sui nostri colli, e

me

n'incresce,

dunque
non
si

nel piano antico

torce pi corda e pi

non cresce

un albero

di fico?

Eppur
c'

c'

Giuda che

gli

artigli

avari

apre all'ingordo acquisto;


il

prete che gli d trenta denari

perch

gli

venda Cristo

Ma

no.

La

corda, per mestiere antico

dovete

farla voi
fico,

e insaponarla bene. In quanto al


ci

penseremo
colle nostre

noi.

Lo pianteremo
come simbolo
e

mani

presso la vostra porta,

stemma, oggi o domani,


il

che

tempo non importa:

ADJECTA.

389

ma

l'onor vostro e delle vostre schiere


vi

pender impiccato,

patriottardi dalle

due bandiere,
onesti....

a buon mercato.

E
chi

sia!

L'Italia offriste al Sant'Ufficio

come bagascia ed ora


vergogna non ha del meretricio,
lo voti, in sua

malora

390

ADJECTA.

PEI LIBERALI PENTITISSIMI

IN on
Ora

pi

il

tempo

di

tramar congiure

in

congreghe notturne.

chi vuol tradir, tradisca pure nel segreto dell'urne


:

ma
chi

chi

non

volle arruffianar

promesse

trafficar parole,

non seppe mentir per


parli

interesse,
in faccia al sole

ed

e dica: ora tu

sai,

vecchia Bologna,
!

la

verit dov'era

or conosci la frode e la

menzogna
!

di chi volt bandiera

Eccoli

Guarda

Barattando

pegni,

combinaron
coi

l'affare

Padri Gesuiti. Ecco

sostegni

del trono e dell'altare!

ADJECTA.

391

Li credesti campioni e cavalieri


de' tuoi colori santi,

mentre

il

core, la faccia

ed

pensieri

eran di zoccolanti

ed or che infido

si

mostr

al

comando

l'esercito fuggiasco,

ritornano

all' o vii,

cappucci nando
la via di

per

Damasco

e riprendono

il

basto e la catena

colla fronte dimessa..,.

Ah,

liberali

dalla pancia piena

andate a servir messa

Noi no

Noi

colla fronte alta e diritta,

dopo
non curiam

il

dover compito,
o
la sconfitta
!

la vittoria

Noi non abbiam tradito

392

ADJECTA.

LA GOCCIA
DA V. Hugo.

L
e
il

ja

sorgente cadea gi per

la roccia,

gi nel tremendo mare, a goccia a goccia,

mar tremendo che

le

navi infrange,

disse

che vuol da me
finisce
il

costei che

piange?

Io sono la tempesta e lo spavento

giungo dove

firmamento.

Io son l'immensit dell'orizzonte,

che bisogno ho di

te,

povera fonte

la fonte

rispose al

mar tremendo
ti

ma

l'amara immensit non


ti

contendo,
:

do quel che non


ti

sapresti avere

una goccia

do che

si

pu

bere.

ADJECTA.

393

VIA CRUCIS

kDe un

infame ladron dalla montagna

cala co' suoi pidocchi alla pianura

e trafficando della sua

compagna

ne cava assai da esercitar l'usura,

al

primo scudo che


l'arte alla

cos

guadagna

insegna
la

progenitura:

cresce ladra, sordida, taccagna

nei coperti sentier dell'impostura.

Poi

la veste

da prete e l'accompagna
in

passo passo dal trivio alla tonsura,


fino a

che giuri

il

falso

cappa magna.

Cos per forza d'arte e di natura

uno scagnozzo reo d'ogni magagna


ottiene
i

fiocchi

della prelatura.

II.

INTERLVDIVM
....Minuentur atrae

Carmine curae.

HORAT.

IV.

II.

IL

MIO RITRATTO

L
il

.o

conosco l'applauso e
il

la

fischiata
il

lo schiaffo e la carezza,

bacio e

morso,

velen del pensiero e del discorso,

la

calma della fede intemerata.

La
il

strada del dolor l'ho insanguinata,

sentier della gioia io l'ho percorso,


la vita

ho bevuto
e

a sorso a sorso

depongo

la tazza

ormai vuotata.

396

ADJECTA.

E
la

pur se con

la

mente

alla passata

et ritorno

ed

al

cammin

trascorso,

mia serenit non

turbata.

Seguon l'anima e l'occhio in alto il corso lieve del fumo con la pace usata e in fondo del bicchier non c' il rimorso.

ADJECTA.

397

DICEMBRE

N,

el

ciel

grigio e sonnolento

una gran malinconia,


nel fango della via.

e la neve senza vento

muor

Un
assal

mortale increscimento

l'anima mia;
il

agghiacciato

cor mi sento

nel sudor dell'agonia.

Muore

il

giorno e
fa

al

mondo

invia

un addio che
un singhiozzo

spavento,

d' elegia.

Muore

1'

anno

e lento lento

nel languor dell' etisia

r amor nostro, ecco,

s'

spento

398

ADJECTA.

ANNO NUOVO

iZjcco nel plumbeo


verso
e
i

ciel

mesto s'avvia

regni del nulla un anno ancora


triste

men

a se stesso

ognun desia

l'anno che nasce con la nova aurora,

ma
benigno

indarno. Ai sogni della fantasia


il

cielo

non sorride un'ora.


la

Della vita mortai dura


e
il

via
la

tempo per passar non

migliora.

L'anno che nasce una speranza porta

sempre con

se che a confidar c'invita

e l'anno vive ancor quand'ella morta.

Una

miseria non ancor finita

che viva dal suo ceppo un'altra sorta.

Sperare e disperar, questa

la vita

ADJECTA.

399

MERIDIES

A.

.1

sol di

luglio disperatamente

friniscon le cicale;

dagli arsi prati vaporar

si

sente
;

una fraganza calda e sensuale


nel

meriggio fulgente
e
il

aleggiano

l'idillio

madrigale.

Gentil belt da la fiorente gota,


ascolta.

Ecco, risuona

nel deserto senti er la voce nota

che

spesso d'amor teco ragiona.


Gitta l'anfora vuota,

accorri sorridendo e t'abbandona.

Egli

ti

dice

a che pi tardi

Andiamo
traccia.

de l'ombre amiche in
Il

piccioletto pie posa sul


il

ramo

che

rimoto sentier sbarra ed impaccia.

Varca
e
ti

sicura.

Io t'amo

ricever nelle mie braccia.

400

ADJECTA.

Con

la

cupida man, senti? t'ho stretto


i

fianchi baldanzosi

Avidamente

nel formoso aspetto

figgo, ardenti d'amor, gli occhi bramosi,

mentre porgendo
su l'omero
il

il

petto
posi.

gentil braccio

mi

Sotto

la forte

man che
ti

ti
il

sostiene

come

batte
le

core!
!

Come Come

di
le

fiamme

pupille hai piene


!

guance tue mutan colore


Apri a l'amor che viene,

apri le braccia e

de

la

bocca

il

fiore

Vedi

Il

bosco, laggi, fido nasconde


chi nel suo sen ricetta.

A
il

quelle oscurit fresche e profonde

deso non

ti
!

chiama e non
Sotto
le

ti

alletta?

Vieni

fronde,
ci

entro l'ombre silenti

amor

aspetta

ADJECTA.

401

PARTENZA

vOotto
s''

le

rosee

brume
il

laggi scomparve

sol,

desto r usignol,

mormora
e sovra
in
il

il

fiume

pian

dell'
il

onda
ciel,

cui

si
il

specchia
navicel

leggero

lascia la sponda.

Densa

tra
il

poco e
coprir,

fida

la notte

ma

in porto

giunger;

r amor lo guida.

Stecchetti.

26

402

ADJECTA.

AI

COLLEGHI

J.

angheri di poeti

che, se andate in amore,

raccontate

segreti

di tutte le signore,

siate

meno

indiscreti

negli affari di cuore

e imparate dai preti

che non fanno rumore.

Chi spiffera in tribuna


quello che
il

cor gli detta,

non

far

mai fortuna.

Le donne non han mica


scrupoli a darvi retta
:

temono che

si dica.

ADJECTA.

403

NATALE

DI BIMBI

.nnocenti L

fanciulli,

che non suggeste ancora


il

velen della vita;


et,
fiorita

gioconda

nel riso dell' aurora, nel

gaudio dei

trastulli

anime ignote
coscienze serene,

al

male,

bocche senza segreti,


tornano
i

giorni

lieti

ed
col

il

dicembre viene
di Natale;

ceppo

speme
gloria ed

di forti padri,

gioia dei d fugaci,

amor
ai

del

mondo,

porgete

il

capo biondo
baci

alle carezze,

delle festanti madri.

404

ADJECTA.

Ahi,

come

triste

l'

ora

per r anime inquiete,


pei cuori avvelenati
!

bimbi, o voi beati,

perch non intendete, perch ignorate ancora


!

ADJECTA.

405

NATALE

DI

VECCHI

O
o cuori
e
il

vecchi dolorosi
affaticati,

occhi che avete pianto

desiderando

il

santo

sonno dei trapassati


giorno dei riposi,

ecco r estremo verno


batte alle vostre porte

neir

ombra densa
verno che

e bieca.

il

il

vi reca

sonno della morte


il

ed

silenzio eterno.

Tolta dai rami suoi


la foglia inaridita

torna alla terra antica.

Lo

strazio e la fatica

della dolente vita

finiscono per voi

406

ADJECTA.

Ecco, profonda tace


la

notte in camposanto

la notte

senza fine

Chiudete
gli occhi

gli occhi alfine

che pianser tanto


;

!.

Pace, vegliardi

pace

ADJECTA.

407

VEGLIA ROMANTICA

Di

'isse

il

fantasma

Non mi
per te
;

ravvisi?

eppure

io piansi tanto

eppure un giorno per


e
il

te

m'

uccisi
!

sangue corse

fino a' tuoi pie

M' avevi dato la tua promessa quando al meriggio saliva


e la tua porta, la sera istessa,

il

ad un amante nuovo

s'

apr.

Dormono
e
il

morti,

ma
li

veglia
fa levar

il

fato

che nella notte

giuramento dimenticato
ti

vien dai

lieti

sogni a destar.

Hai pur giurato che mi


or
parola che

saresti

eternamente sposa fedel:


la

me

ne desti
1'

tener la devi dentro

avel.

408

ADJECTA.

Lascia, le piume, sali la

groppa

meco
verso

di questo nero corsier

che nella chiara notte galoppa


le

croci del cimiter.

Gli occhi di fuoco schizzano lampi


sotto la frusta, sotto lo spron;

passa

le case,
i

vola sui campi,

ma
Perch

pie leggeri

non danno un suon.

alla briglia stendi la

mano
?

Perch, mia bella, gridi cos


Il

mio sepolcro non


vi

lontano,
d.

giungeremo prima del


vi

O, come bene

posan

l'

ossa
!

nella mollezza del

pingue suol
la fossa
!

Che

larghi

fiori

sopra

sotto gli ardenti baci del sol

Tumuli,

croci,
1'

colonne mozze.

Per noi

umano dolore
ti

alz....

Ah, che giocondo


bella,
il

letto di nozze,

tuo sposo

prepar

Ecco,
.

la

pace del cimitero

la

tua promessa mi manterr.

Senza memoria, senza pensiero,


vi

dormiremo

1'

eternit

ADJECTA.

409

A CERTI GIORNALISTI PUDICISSIMI

P<omografia
ma
che
il

Sta bene

siete voi sicuri


fine

ognun misuri

dalle apparenze oscene?

appunto a voi conviene


sanno

d' esser sprezzanti e duri

quando

lo

muri
?

che fondo vi mantiene

Tartufi rugiadosi,

quanto prendete

al
?

mese

per esser virtuosi

di

candor modello,

chi vi ril le spese

del gioco e del bordello

4IO

ADJECTA.

RONZIO D'INSETTI

N.
vampa
fiamme

eir arso mezzod, nella feroce

del sol che brucia e par che getti


sul

mondo, parlano

g' insetti
;

cautamente
e dicon
dell'

fra loro e sottovoce

sia lodato

il

sol

che cuoce
e
i

uom

le

membra,
ci

le

campagne
ci

tetti,

poi che viver

fa

senza sospetti

del pericolo nostro e

non

nuoce.

L'

uomo
suo

riposa ed or

non
ci

ci

molesta

con
e
il

la falce ne'

prati o nelle messi

terribil pie

non

calpesta.

Peccato

il

nascer piccoli e dimessi

Fossimo grandi, o sorte disonesta, noi non vivremmo timidi ed oppressi

ADJECTA.

411

IL

M.
e r

.a

un saggio scarabeo che discendeva


e

dagli adorati scarabei d' Egitto

uomo

fatti

suoi ben conosceva,

pallottole facendo a suo profitto,

Disse: o popol minuto, e che rileva


il

chiacchierar di torto e di diritto,


si

quando, se alcuno a ragionar


viene la forza che

leva,

lo fa star zitto?

Che importa

all'

uomo

della nostra razza

Ei sort da natura

il

cor brutale

e la speranza di mutarlo pazza.

L'

uomo non ha
prossimo suo

piet dell' animale.

Guardate come frusta e come ammazza


fino
il
!

Dico

il

maiale.

412

ADJECTA.

RUTH
Hic autem erat
nios antiquibus in Israel.

Ruth, IV,

7.

Di
le

'isse

Noemi

nuora,

mie parole

ascolta.
folta

Nella tua

chioma

la giovinezza odora, sul fior della tua bocca la volutt


e dalla candido
s'

accende

colme bende
il

sen trabocca.

Beato chi sul bianco tuo viso avr la faccia,

chi cinger le braccia


al tuo superbo fianco
!

No, puro fior di neve, no, vivo fior di rosa,


la tua belt, nascosa

cos, morir non deve

ADJECTA.

413

Se Iddio non
il

ci

concesse

delle dovizie

dono,
?

vedi quei campi

Sono

pingui di bionda messe

e,

se

li

vuoi, sagace

r arte d' averli trova, poich belt

non giova

se nell'inopia giace .

E
le

Ruth mond

nel fonte

rigogliose forme,

torse la treccia

enorme

come corona
al

in fronte,

mobil fianco cinse

larga la fascia bruna

ed a cercar fortuna

mossa da Dio

s'

accinse.

Arse dai raggi


tacean
le

estivi

fronde stanche,
le

dorman
al

agnelle bianche
ulivi,
ai

rezzo degli

ombre chiedeano
boschi
le

muti

cavriole,
il

era al meriggio
e
i

sole

campi eran mietuti.

414

ADJECTA.

allor

che Ruth discese

gi dal pendo deserto


e sovra
il

piano aperto
stese.

r avido guardo
Rattenne
il

passo, intenta

a noverar le biche
delle recise spiche,

poi seguit contenta.

Ridea
sonavano

la

giovanetta

col labbro e le pupille,


le

armille

sulla caviglia schietta,

e le die un balzo e le die


1'

il

core

occhio un lampo
nel

quando scopr
la

campo

tenda del signore.

Al piano addormentato
cauto lo sguardo volse,
il

breve pie disciolse

dal sandalo annodato,


gitt la

negra benda
anca

che
e

la stringea sull'

seminuda

e bianca

entr sotto la tenda.

ADJECTA.

415

Oh,
il

il

bel

metiggio

Ardeva

sol

nel chiaro azzurro,


soffio,

n un

n un susurro

suir arso pian fremeva


e sulle stoppie gialle
gli

stanchi buoi posando

sognavan, ruminando,
il

buio delle

stalle.

Oh,
al

il

bel meriggio

Ascoso,

cor giungeva un senso

grave, solenne, immenso,


di

calma e di riposo.
in

Immersa

un languore
la vita,
l'

di volutt infinita

parea dormir

ma non dorma

amore.

Popol
nel
sul

di

Dio, riposa
;

sonno tuo profondo


talamo fecondo
sal
il

ecco

la

sposa

Oh
e

bel meriggio
t'

Hai chiesto

Dio

ha benedetto,

poich sul santo letto


il

Patriarca desto.

41

ADJECTA.

Ma quando
sui colli di

un roseo

velo,

come un vapor di gemme,


Betlemme
al

mut colore
Ruth, con
e
il

cielo,

le

gote accese

petto ansante ancora,

verso la sua dimora


lenta
il

cammin

riprese

e al tetto suo venuta,

pensando
sent

al

d trascorso

come un rimorso
il

della virt perduta,


e ricord

marito

a cui le braccia aperse

quando
sul

se stessa offerse
fiorito.

talamo

E Ruth
Ecco, io

disse a
ti

Noemi:

tenni fede.

Quei campi son mercede ai favor miei supremi


;

ma
ti

se le spighe d' oro

porto fra le braccia,


alzer la faccia

come

innanzi al

Dio che adoro

ADJECTA.

417

Disse Noemi: Bada

non

fu fu
ti

il il

consiglio mio,

ma

voler di

Dio
ulivo

che

segn

la strada.

L'ombra del sacro


il

coperse

fior

di rosa

e nel tuo sen di sposa

il

Re

di

Giuda vivo!

Stecchetti.

27

ADJECTA.

SOGNI
I.

vJTocciava dai rami bagnati


la

nebbia salita dal piano

e l'umida stesa dei prati

non era che un largo pantano.


vento ne' lunghi ululati

Il

avea qualche cosa d'umano;


gracchiavano
i

corvi affamati

lontano, lontano, lontano.

Ma
morivan

pur
le

se,

cedendo
v'iole

al

destino,

tarde

anch'esse nel nostro giardino;

in faccia alle squallide aiuole,

nel buio del

nembo

vicino,

sognavo

la

gloria del sole.

ADJECTA.

419

II.

wjognavo che
salia nell'azzurro

il

sol trionfante

profondo.

La
le

terra schiudeva all'amante

valve del

grembo fecondo,

ne' boschi olezzavan le piante


fiorite all'aprile

giocondo;

un

fiotto

d'amor spumeggiante

bolla nell'arterie del

mondo.

In cielo canta van gli uccelli,

un'aura di nozze saliva


aulente dai bocci novelli

e in faccia alla festa giuliva


de' sogni pii cari e pi belli,
la

speme

nel cor

mi moriva.

420

ADJECTA.

TRISTIA

J_ja tristezza

il

voi spalanca

sulle squallide contrade.

Tace

il

vento,
il

il

giorno manca,

ogni cosa

tedio invade.

Oh,

la

neve bianca bianca,

lenta lenta,

come cade
l'ala

adagiando
sovra
i

stanca

tetti

e per le strade!

Non
la citt

un'ora e gi ravvolta

nel suo funebre mantello

dorme

sepolta.

Ma

quant' che, fredda e greve

come il marmo d'un avello, sul mio cor pesa la neve?

ADJECTA.

421

ATTESA

w^on

tre giorni

che vivo

in sulle spine,

son tre notti che veglio, aspetto e spero.

Sento che sovra

me

passa un mistero

carico di tempeste e di rovine.

Dove
in

siete

oramai lunghe mattine

pace date all'operar severo,

giorni sereni senz'alcun pensiero,


notti liete di voi,

Muse

divine?

Ora
ed
che
il

livido

il

cielo e tace

il

vento

in silenzio la natura aspetta

primo lampo accenda

il

firmamento.

A me

d'intorno la famiglia stretta,

palpitando d'angoscia e di spavento,


attende lo scrosciar della saetta.

422

ADJECTA.

NOVEMBRE

N.
in cui

ei

grigi e dolenti

piange ogni cosa,

torna la dolorosa
folla degli

studenti

che van, sforzati e


nell'alba freddolosa

lenti

ad inghiottir

la

prosa

dei testi e dei

commenti

e chiusi nell'oscura

scuola che

al

sonno

invita,

subiscon la tortura...

Cosi, dalla fiorita


et,

comincia e dura
per la vita!

la lotta

ADJECTA,

423

LETTURA SERALE

v_Xela di
curvi, di

fuori.

Lenti,

mal umore,
gli

entrano

studenti

nel tepido chiarore

de

l'aule graveolenti,

tratti

a sciuparvi l'ore

pi da la cruda brina

che dal puro desio de

la

dottrina;

il

capo rassegnato

abbassan sul volume


che l'uso ha verniciato
di secolare

untume,

ma

il

gergo avviluppato

del giuridico
affatica

acume

ben presto

l'ingegno ancor giovenilmente onesto.

424

ADJECTA.

Quindi
il

sul libro chiuso


si

gomito

posa

con un senso confuso


di tristezza

penosa

il

tanfo di rinchiuso

in quest'aria vischiosa

scende nei

petti

e pesa
i

come

la coltre

sovra

morti stesa;

ma

migliori a gli sciocchi


il

lasciando

ghigno insano,

inerte sui ginocchi

lascian cader la

mano,
gli

mentre levando

occhi

guardan lontan lontano


e,

immemori
desti

del

mondo,

sognano

un avvenir giocondo;

se pur ne l'alta calma

de l'atmosfera immota
chinata su la palma
la giovinetta gota,

coi

fissi

occhi de l'alma
la

non veggon
la

remota,

memore
la

casetta,

dove

madre

pia prega ed aspetta,

ADJECTA.

425

od
da de
rise
la

il

veron coperto

dai fior di primavera,


cui,

nel raggio incerto


sera,

la

morente

ne l'aere aperto

bocca lusinghiera

che all'inesperto core

prima insegn che cosa fosse amore.

Ahim, che

il

sogno

lieve

come un soffio passato e ognun riprende in breve


il

libro

abbandonato!
il

Vincendo
la lotta

tedio greve

del lavoro forzato,

per

la vita

a se le menti giovanili invita.

vita

mal concessa,

che dura legge questa


se su la soglia istessa

bieco
se,

il

dolor
fati
si

ci

arresta,

gi dai

oppressa,
desta
il

l'anima che

mentre dispiega

volo,
al

sente l'ala spennarsi e cade

suolo?

426

ADJECTA.

Ecco.

Non han

vent'anni

e covan l'odio in seno.

D'ansie, d'error, d'affanni


il

core han gi ripieno. Di meditati inganni


il

distillano

veleno

e del torvo interesse

han gi

le

rughe su

la fronte

impresse!

E
l'et

pur cos

li

vuole

bassa ed indegna
le

che da
la

fredde scuole

cupidigia insegna,
al

che nega un posto

sole

a chi servirla sdegna

ed

giovani avvezza
la virt

a gittar

per

la

ricchezza

Ah

no, giovani uscite

L'aria di fuori sana.

Qui stagna
de

la mefite

la tristizia

umana,

qui le carte erudite

puton di cortigiana
ed
il

cavillo appesta

con

l'ulcera venal l'anima onesta!

ADJECTA.

427

Uscite! Io vecchio e stanco

qui veglier soletto,

chinando

il

capo bianco

sul libro prediletto.

Ecco: su questo banco,

rimango solo e aspetto


da
il

la

benigna sorte
e....

riposo

chi sa? forse la morte.

428

ADJECTA.

AL VEGLIONE

N<on
1

sentite in

mezzo

al

canto

come l'eco d'un lamento come un grido di spavento


entro cui singhiozza
il

pianto?

Non

sentite?
di

lunga tanto

una notte

tormento

senza pane, a foco spento,

quando

il

cor sanguina infranto,

fa

pensare

quando un lungo struggimento al camposanto


allo stento!...

come termine

Ah, pietosi! in questo incanto non scordatevi un momento


che
la

fame urla qui accanto

ADJECTA,

429

NEVE

N.
fra
i

elle

soffitte squallide

cenci desolati,
la

morde

fame

visceri

dei bimbi assiderati,

ma

le

innocenti lacrime
la terra

fredda

beve....

quante miserie piangono


sotto la bianca neve
!

Traggon
i

l'oscene maschere

passi titubanti

all'osterie
urli,

che ruttano
e canti;

bestemmie

brucia l'ebbrezza ignobile

come una fiamma


quanti
coltelli

breve....

uccidono

sotto la bianca neve!

430

ADJECTA.

Scalzo nel fango, un lacero


stuolo di forme

umane

chiede

il

diritto a vivere,

vuole lavoro e pane;

ma

l'onta
il

ed

il

rimprovero

e non

pan

riceve....

quante vendette covano


sotto la bianca neve
!

Guata su l'acque
il

livide

vecchio pensieroso

e l'acque gli promettono


la gioia del

riposo.

Ai

vinti,

ai

mesti, ai deboli,

gittar la vita lieve....

quanti sepolcri s'aprono


sotto la bianca .neve!

ADJECTA.

43 1

TRITTICO
i.

AMATA

M,
gemono
che
lieto

.entre di fuori
al

tremando

le

fronde

vento autunnal che

le miete,

pupille larghe, pupille profonde,

maggio sognando vedete


silenzio de'

Mentre
il

il

vespri diffonde

suo languor nelle stanze segrete,

labbra di rosa per chi sorridete,


ghiotte di baci e d'amor sitibonde
?

Pupille nere che dolci splendete,

labbra di rosa fiorenti e gioconde,


felici

voi che l'amor conoscete,

l'amor che

il

pianto del vero v'asconde


liete,
!

con un tumulto d'imagini

con un delirio d'ebbrezze feconde

432

ADJECTA.

IL

SPOSATA

P<oi
t'aflfacci

che

la

bianca ghirlanda riposa

sul casto velo lasciato

piangendo

e delle nozze al mistero


bella,

tremendo

innocente, amorosa,

sei

vinta e gi colla bocca di rosa

tutta te stessa concedi ridendo,

mentre

lo

sposo t'avvinghia cogliendo

l'intatto fior

de

la

forma vezzosa.
che tentavi fuggendo,

Sei vinta
lui lui

lui

che con l'occhio cercavi pensosa, che


la

notte sognavi

dormendo;
ti

ed or che
suggi
le
il

il

labbro sul labbro

posa,

suo bacio ed impari arrossendo

volutt benedette di sposa.

ADJECTA.

433

IH.

LASCIATA

vOuonan
va su
e
le

tra

rami del bosco spogliato


;

canzoni e risa che passano a volo


nevi d' amanti uno stuolo
trionfa del verno gelato.

amor

tu che avevi creduto ed amato,


solo,

povero core che sanguini povero uccello pigliato


al

lacciolo,
?

non

sarai

dunque mai pi consolato


fior sotto

Dormono

il

bianco lenzuolo,

ma

nel tripudio del

maggio aspettato
belli

uscir

dovranno pi

dal suolo.

Ma
ma
le

le

dolcezze del tempo passato,

speranze recise dal duolo,

chi pi le rende

ad un cor disperato

TECCHETTI.

28

434

ADJECTA.

NON DOMANDATE

MAI.

N,on

domandate mai perch


'1

le stelle

ritornano a vegliar ne

ciel

sereno,
belle

non domandate mai perch son


n perch cos
lieto
il

lor baleno.

Sotto quegli occhi de


veglianti faci,
1'

la notte,

a quelle

uno a
1'

1'

altro in seno

cadon

gli

amanti e
'1

anime

sorelle

mesconsi a

lume

lor soave e pieno.

Fino a r alba
pi gioconde

cos,

fino a

domani

le stelle e scintillanti
ciel.

sorrideranno in

Lungi, o profani

Non

vi

diranno mai

le

stelle erranti

queste dolcezze di fecondi arcani


noti a loro soltanto

ed a

gli

amanti.

ADJECTA.

435

SERENATA

k3e

il

canto e

le

parole
te,

salgono fino a

sorriderai per me,

raggio di sole

Se

nel tuo bianco petto

trova r

amor merc,

olezzerai per
fior

me
di

mughetto

e se al fedel cantore

sordo

il

tuo cor non

risplenderai per me,


stella d'

amore

436

ADJECTA.

DESTINO

O
porse
la
il

felici

del

mondo, a
in
1'

cui la sorte

chioma fortunata

mano,

a cui natura die

anima
il

forte,

gaudio della

vita,

sangue sano,

improvvisa dal

ciel

piomba
le

la

morte
:

sulla miseria dell' orgoglio

umano
porte

col dito traditor

segna

e chi spera fuggir, lo spera invano

e l
le

dove
segno

il

piacer prodiga e spande

volutt pi caramente liete,


1'

di quel

orror sembra pi grande.

Come un
ivi
ivi

gocciar di lagrime segrete


fior

cadono

dalle ghirlande,
il

cessa la danza ed entra

prete.

ADJECTA.

437

NORD

JT^oich, Anfitrite, di lasciar


il

ti

piacque

tepor delle miti aure tirrene

e r incanto dell' acque

che sanno

la

canzon delle Sirene,


iperboreo gelo

visita

dunque
il

1'

dove
le

pallido sol male tramonta

e sotto al

plumbeo

cielo

nevi eterne senza

umana impronta.
di Tritoni
le schiere,

Di Novelle Nereidi e
candidi alcioni,
trichechi giganti e
1'

non conosciuti ancor vedrai


i

orche nere.

Ivi nel balenar di strane

aurore

coronata sarai del mar regina


e nel rosso bagliore

bianchegger

la

forma tua divina.

438

ADJECTA.

Va, poich
pi sul tuo

la

canzon delle Sirene


natio

mar

non

alza

il

volo,

poich

Roma
le

ed Atene
;

sognan

freddolose arti del polo

e non tornar mai pi.


inarid spregiato
gli
il

Su

questi
canti,

liti

fior dei

Dei sono
il

fuggiti,

veleggiano

tuo mar solo

mercanti.

ADJKCTA.

439

NOTTE

J__iento lento sul canale


il

crepuscolo discende,
1'

non un remo

acqua fende,
sale.

non un canto, un grido


Sotto

il

raggio d' un fanale


;

r acqua immobile risplende

ampio intorno
il

si

distende

silenzio sepolcrale.

Ma
ad un

sul piano sonnolento,


tratto,

un'

amorosa

melodia fremer

io sento,

sull'
il
il

acqua che riposa

passa

brivido del vento

come

bacio d' una sposa.

440

ADJECTA.

AVVENTURA

S' erano
lei

amati troppo e poi


lui

divisi,

per dispetto e

per gelosia

e quando ella part, tra due sorrisi


disse

Tu mi
ai

farai

1'

anatomia

Ei ritorn
de'

maestri, ai

lieti

visi

compagni,
i

allo studio,

all'

allegria,

ma
lo

rimorsi profondi ed improvvisi

tormentavan come una malia.

Un
perch

d,

sul

marmo

a cui miseria guida

r umana carne non ancor sepolta


il

coltello indagator

l'

incida,

la

trov morta, in un sudario avvolta

il

viso bianco della suicida

sorrideva per lui

come una

volta

ADJECTA.

441

Stabant auteni iuxta crucetn


Joh. XIX, 25.

A.

.1

cospetto delle genti


la

r Aspettato alz

voce

Pace ai buoni, ai sofferenti

che confessano la croce da cui sparsi moribondo


r innocente sangue e pagai dinanzi a tutto
il

mio
Dio

debito del

mondo

Sono

il

verbo del Signore


e son la luce
il

son

la vita

che feconda

campo

in fiore,

che riscalda e che produce.

Sovra
cresco

il
1'

culmine dei monti


ilice

superba,
dell'

movo

il
il

sommolo

erba

lungo

margine dei

fonti.

442

ADJECTA.

Pace agli umili aspettanti

il

giudizio che promisi;


all'

pace

anime penanti
la mia gloria, mio perdono.
!

degli oppressi e dei derisi.


Per

r abbietto
il

pel caduto

Tutti a

me

venite

Io sono
!

la giustizia e la vittoria

Cos disse. Affettuosa

discendea sui cor

la

voce,

quando un' ombra mostruosa


si

lev dietro la croce

e in quell'ombra un ceffo

immondo

con

la

bocca spalancata

fuoco e tabe attossicata

vomit sul

triste

mondo.

Indi l'acqua inverminita


brulic di biscie attorte;
sulla terra inaridita
stette r

ombra
ciel

della

morte

arse

il

di

vampe immense

e levossi

un ululato
spense,

furibondo, disperato,

che in un rantolo

si

ADJECTA.

443

ed
afferm

il

mostro audacemente

Io soltanto,
ti

Sono il Nemico umana gente,


t'

governo e
la peste,
il

affatico.
la guerra,

Son

son

sono

fulmine improvviso....

regna Iddio nel paradiso ed io regno in questa terra


!

444

ADJECTA.

PER SEMPRE

.1 II mostro

s'

allungava

come un serpe

schifoso

e viscido di bava,
gonfio, gelatinoso,

apra larghi ed attenti


gli

occhi fosforescenti,

trascinandosi lento
sulla ventraia oscena

col pigro

movimento

ed

il

senso di pena

del rospo impegolato


nel motriglio gelato.

Poi con

la

cauta insidia

del polipo che caccia,

simulando

1'

accidia
le

cerchiava con

braccia

cupidamente aperte

l'nmana preda

inerte,

ADJECTA.

445

la

preda rassegnata

che di levar non osa


la

mano
il
il

incatenata,

la vittima crucciosa

che

suo destino accetta


martirio aspetta.

ed

Ah, guai per chi seguendo


r error del vizio abietto,

vedr del mostro orrendo


lo scellerato aspetto
!

Guai

Nelle sue ritorte

star tino alla morte.

Oblio, riposo e pace

invocher,
la stretta

ma

invano

pi tenace

d'

ogni contrasto

umano
Rimorso

ed aspettar soccorso

non

vai contro

il

446

ADJECTA.

MAMMONA

. I.magine deforme
nel fosco ciel che tuona

r Assirio Iddio

Mammona

erge in un nimbo enorme


il

capo di sparviero

sordidamente nero.

Scuote
forza,

il

flagello d' oro,

strumento e segno

del suo ribaldo regno

ed

il

flagel

sonoro

nella implacabil

mano

gronda

di

sangue umano.

Dal pugno che

la serra

una catena pende


che
si

disnoda e scende
a terra,

come una serpe


i

quasi nasconder tenti


biechi avvolgimenti.

ADJECTA.

447

E
tu
ti

tu,

secol civile,

che r onta tua non vedi,


trascini ai piedi

di questa

imagin

vile

e strisci e baci e preghi


e la piet rinneghi
!

Or va!
va
!

Poi che tu mostri

del cor la lue profonda,

Nella polve
al

immonda
ti

bene

tuo Dio
dell'

prostri.

il

Dio

oro e ormai

pi degno Iddio non hai.

Ma
Mandan
un

bada

Una

saetta

squarcia la densa notte.


le

nubi rotte

urlo di vendetta....
!

Bada

Vedrai tra poco

piovere sangue e foco

1'

hai voluto

Ultrice

V ora

t'

incalza e stringe,
ti

la terra
il

respinge,

ciel

ti

maledice
t'

e al colpo che
il

uccide
ride
!

tuo

Mammona

448

ADJECTA.

POST PRANDIUM

L<
canta
1'

ie laudi

del convito

adulatore
il

ed urla
gli

parassito
al

evviva

suo signore.

Le donne han
e sovra
il
il

lo scaltrito

sguardo che finge amore


sen
fiorito

vezzo tentatore.

Ma
piega
il

intanto la cervice

signor trafitto

neir anima infelice

1'

occhio torvo e

fitto

sovra

la

mensa, dice

che

il

cor cela un delitto.

ADJECTA.

449

PERCHE?

V-^he dolci pareli diceva

Che

strette di

mano mi dava
bocca parlava
!

Ma
il

quando
il

la

core,

suo core taceva

Dormendo

apparir

la

vedeva

e un gaudio di baci sognava,

ma quando
il

l'aurora spuntava,

sogno,

il

mio sogno cadeva

Un
di

ultimo fiore io nudriva

speme
il

ma venne
il

la

piova

fiore

bel fior

mi moriva!
che giova

mar

della vita,

varcarti, se giunti alla riva

l'Amore, l'Amor non

si

trova?

Stecchetti.

29

450

ADJECTA.

IN

MEMORIA

DI

CESARE DALLA NOCE

P<overo
che

fascio d'ossa tribolate


ier notte alla
le

recammo
per

Certosa,

vie desolate
fitta

sotto la pioggia

e freddolosa,

povero fascio d'ossa ove


soffr

la

mente

dell'infelice ora sepolto,

riposi finalmente

entro

al

sudario in cui t'abbiam raccolto?

Ahim che

triste notte! Il

freddo vento

l'eco parca recar d'urli lontani,

lungo come un lamento


s'uda pei campi l'uggiolar dei cani

seguivam per
dietro

fracidi sentieri

del carro funeral la pigra rota


al

chiaror de' ceri

che tremava sull'erba e sulla mota.

ADJECTA.

451

La

bara,

come

in

lagrime, gocciava

della gelida piova alla percossa e cos se ne


la

andava
la fossa!

giovinezza tua verso

Felice in questo almen che


l'antico del dolor

pii

non

senti

morso tenace!
ai

Noi restiamo
tu

tormenti,

dormi

il

sonno dell'eterna pace,


invan

E
la

pure....

la verit ci

mostra

fossa in cui per

sempre avrai dimora,

che nell'anima nostra,


nel

memore

pensier rivivi ancora

e parliamo di te

come

aspettato

negl'intimi colloqui a cui venivi....

Perch non hai bussato


oggi a quest'uscio che una volta aprivi

e con la faccia tua


al

buona

e sincera

fido crocchio tra le ciarle usate

non vieni questa sera


a dirci

Amici miei, mi ricordate?

Perch coi motti dell'ingegno arguto

non

torni a rider pi

meco
sei

in disparte?

Perch non

venuto
chi parte?

almeno a dirmi addio, come

452

ADJECTA.

Ahi, quell'addio che dar tu mi dovevi


io lo dissi alla tua

memoria
la

cara,

ma

tu

non

l'intendevi,

povero fascio d'ossa entro

bara,

povero fascio d'ossa tribolate


che recammo
per
ier
le

notte alla Certosa,


vie desolate,
ftta

sotto la pioggia

e freddolosa

ADJECTA.

453

DISSE....

G
Il

'adde squarciato

il

velo

dagli occhi del Veggente!

fantasma giungea col capo


il

al

cielo,

guizzava come un serpe

crine ardente,

apra le fredde mani,

stringea gli aguzzi artigli

sovra

pi sacri degli
il

affetti

umani,
figli.

sulla vita dei padri e

cor dei

lagrime di sangue
figli

piangete, o

d'Eva

Io son la forza che nulla

giammai non langue; placar mi pu! Cos diceva -

per voler divino,

finch sarete al

mondo,
il

vi muter in veleno

pane e
il

il

vino,

vi strazier con l'ugna

cor profondo.

454

ADJECTA.

Non

c' tra voi chi

possa

vincer la forza mia. Io vi stritoler le carni e l'ossa


dall'utero

materno

all'agonia.

No. Per staccar la fiera


<f

ugna dal vostro core non giovan le bestemmie o

la

preghiera,

ma

bisogna morir. Sono

il

Dolore!

ADJECTA.

455

MORBVS

c.
sotto
e,
i

'hi,

quando
il

il

giorno muore,

ode, seguendo
la tortora

Gange,

che piange

roseti in fiore

lungo l'acque stanche


alle

specchio

palme nere,
le

vede passar
delle

schiere

pagode bianche.

lento discerne ancora

fumar dal tardo fiume


il

denso putridume
al

che in faccia

sol vapora,

e galleggiar sull'onde

carogne ornai

disfatte

che l'acqua gialla sbatte


sulle fangose sponde.

456

ADJECTA.

Lungo
piangono
e
i

giuncheti pigri,

nidi di serpi

immani,

caimani
le

ruggono

tigri,

mentre

nell' aria

bassa

del crepuscolo torvo

gracchia sinistro

il

corvo

sazio di carne grassa.

Allor nel plumbleo cielo


s'erge dall'acqua oscura

d'un angiol

la

figura

chiusa da un fosco velo,


e sale a poco a poco
sul livido orizzonte,

gocciando dalla fronte


sangue, veleno e fuoco.

Sale gigante e solo


dell'universo in faccia,

tende

le

negre braccia,
volo....
le

apre l'immenso

Ah, invan chiudi


trista

porte,

progenie d'Eva;
si

ecco, su te

leva

l'angelo della morte!

ADJECTA.

457

E
sovra
sovra

passa infaticato

sulle citt fastose,


le
il

ville ascose,

Castel merlato,

sul casolar

che ride

di sue virt contento....

Passa solenne e lento


e dove passa, uccide.

Sul suo cammin, segnato


dai morti e dai morenti,
alto le

umane genti mandano un ululato.


L'orror
dell'

ecatombe
braccia
tombe....

fin

la

speranza scaccia
le
le

mancano

per iscavar

Del cor premendo


sbarrando
inchiodano
le

moti,

gli
i

occhi tardi
vegliardi

bare dei nipoti;

col pianto sulle gote


le

madri moribonde
le teste
le

piegan
sopra

bionde

culle vote.

458

ADJECTA.

Dubita l'uom che venga


il

mondo
il

all'ore

estreme

e guata in alto e

teme
si
il

che

sole in ciel
gli

spenga,

mentre

grida

prete:

Guai nel gran giorno all'empio!

Portate l'oro
poich

al

tempio,

doman morrete!

Sul sacro limitare

cadono
lordan
le

allor gli oranti


gli

agonizzanti

pietre dell'altare

e pur la turba stolta

che ciecamente adora,


inginocchiata implora
Iddio, che

non

l'ascolta.

Turba, che

il

vacuo gelo

della tua fede or tocchi,

muori, volgendo
inutilmente
al

gli

occhi

cielo.

Alle pupille offese


il

vero or
ti

si

disserra:
la terra
lei
ti

non

ment

quando per

chiese.

ADJECTA.

459

Non

ti

giur promesse

d'un avvenir mal certo,

ma
ti

dal suo fianco aperto


la

germogli

messe,

Giovin, dell'odio invece,

l'amor

ti

accese in seno,

e per un giorno

almeno
fece.

miglior di Dio

ti

460

ADJECTA.

VISIONE
Et l'idi A ngelnm forieni predtcantem voce magna.

Apoc. V.

3.

X"^ass rapidamente
nel silenzio solenne

un batter
sul

d'ala,

un fremito

di

penne

capo del Veggente.

Sovra

la terra stava

freddo di nebbia un velo


e nella grigia immensit del cielo

l'Angiol di Dio parlava.

Sorgi, o

Veggente
i

disse

e annuncia

d novelli:
sette suggelli

ecco

il

Verbo spezz

e apr l'Apocalisse.

Vedi?

Colui che vuole

l'abisso apre le porte e nel freddo, nel vuoto e nella

morte

spento s'affonda

il

sole;

ADJECTA.

461

indi, senza governo,


la terra insterilita senza fior, senza luce e senza vita, cade nel buio eterno.

Non

pi campagne arate,
sui monti,

non pi selve non pi

riso d'aurore o di tramonti

non pi bocche baciate!

<i

Umanit superba,
le

che

saette hai

dome,

domani morirai, strappata come

una festuca d'erba

e sul detrito e sulla


maest dell'oblio,

solo idea
star per

non bugiarda
sempre
il

e solo Iddio
.

Nulla

Sovra

la terra e
il

l'acque

pass ruggendo
s'alz

vento,
di spavento

un urlo d'angoscia e
si

e l'Angelo

tacque.

462

ADJECTA.

L'IDILLIO DI

ORLANDO

Che non pu far d'un cor ch'abbia soggetto Questo crudele e traditore Amore, Poich ad Orlando pu levar dal petto La tanta f che debbe al suo Signore !

Ariosto

Ori. Fur.,

e.

IX,

i.

.pparia A,
la

tremolando all'orizzonte

tenue luce della nuova aurora

e la

vaghezza delle rosee impronte

crescea pi viva coll'andar dell'ora,

quando, sul fido Brigliadoro


usc

il

Conte

pensoso

di

Baldacco fuora

e d'ignoti sentier sull'erba molle

lentamente discese

il

verde

colle.

Come

giovine sposa, allor che

il

sole

fra le cortine del

balcon s'affaccia,

lascia lenta le coltri e volger suole


al

conscio letto con desio la faccia,


rivestita por,
i

ma,

rimemorando

baci e

non pi si duole scaccia, il sonno


il

indi lieta intrecciando

crin disciolto
le

canta allo specchio e

amor

ride in volto,

ADJECTA.

463

la

natura cos malvolontieri

dai notturni riposi uscir parca

semi velata dai vapor leggeri


che lenta l'aura del mattin movea,

ma
in

poi ridesta e de' color primieri

rifiorendo col di, tutta fremea

un gaudio fecondo,
d'amore e

in

una ebbrezza

di giovent,

di bellezza.

Non

sgomentati del cavallo

ai

passi

l'inno di gioia ripetean gli augelli.

Pareano susurrar tra l'erbe e


giocondi epitalami anche
e
i
i

sassi

ruscelli

caprifogli penduli dai massi,


i

scotendo

rami a guisa di
sottil

capelli,

gocciavan perle di
sulle

rugiada
la strada.

nozze de'

fior

lungo

Nel tripudio d'amor ringiovanita


la

natura parca tutto un giardino

che vaporasse tepida e squisita


la
s

fragranza de'

fiori

al

ciel

turchino,
vita,

che pien di deso, gonfio di


il

s'apriva

chiuso cor del Paladino

e conquisa cedea l'anima fiera


alle

lusinghe della primavera.

464

ADJECTA.

Dimentic
e
i

Re

Carlo e

suoi baroni

il

santo gonfalon del fiordaliso,

giganti, le fate e gli stregoni,

Gano

schernito ed
gli

Agramante

ucciso.

Dimentic

assalti e le tenzoni
il

tra lo stuol battezzato e

circonciso

e vide col pensier mille rosate

imagini di donne innamorate.

Rivide Olimpia, offerta all'esecrando


mostro, chieder merc nuda e tremante
e passar sorridendo e sospirando

Fiordispina, Isabella e Bradamante.

Vide Marfisa non curar pugnando


le

salde nudit del petto ansante

e d'Angelica sua gli occhi procaci

languir di gaudio di

Medoro

ai

baci.

Allor

si

sent solo e in cor gli scese

gelida un'onda di malinconia,


tal

che a se stesso dubitando chiese

se la gloria

non
in

fosse

una pazzia;
al

ed un voce
dirgli;

fondo

core intese

che vai la tua cavalleria,

che

valgon

le

tue gesta e

il

tuo valore

senza

un bacio di donna e senza amore?

ADJECTA.

465

Discendeva cos fantasticando


intorno a questa sua doglia novella
e sospirava fieramente,

quando

vide dal bosco uscire una donzella

che raccogliendo
soavemente, e
la

fior

venia cantando

persona bella
lo prese e
la

di tal vivo deso

punse
raggiunse.

che spron Brigliadoro e

Si trasse

1'

elmo,

dall'

arcion
le

si

sporse

e con voce tremante

amor
il

chiese.

Lentamente a mirarlo
la

viso torse

giovinetta ed a sorrider prese.


le

L' occhio
la

scintill,

ma quando
il

scorse

croce suU' usbergo e sul palvese,

la scintilla si

spense ed

sorriso

subitamente

le

spar dal viso.

E
del

<i

disse:

Cavalier, tu porti in petto


il

Dio che adori

segno e

la dottrina.
;

Tu
io

segui Ges Cristo, io

Maometto
1'

tu sei di stirpe Franca, io Saracina;

cingo

fiori

al

capo e tu

elmetto,
;

tu sei

nato possente ed io tapina


ti

vanne e
t'

basti sol eh' io

ti

confessi

che

amerei se tu a

Macon

credessi .
30

Stecchetti.

466

ADJECTA.

Deh, come
cantavano
gli

lieti

tra le verdi fronde


i

augelli
d' aprii

novi amori,
le

come

all'

aura

rubiconde
i

corolle aprivan tripudiando

fiori,

come splendeano come ridevan gli


allor

al

sol le

chiome bionde,
diede
!

occhi incantatori,
si

che

il

Paladin vinto

e per

un bacio rinneg

la fede

ADJECTA.

467

PRES SO TIVOLI

A
sabini,
tra cui
il

voi,

fecondi clivi

a voi vestiti

di frondeggianti viti

e di feraci ulivi

muggendo

viene

turbolento Aniene,
a voi, nel roseo incanto

del

moribondo

sole,

sante d'

amor parole
il

disse d'Orazio

canto,
il

ma

del tripudio

giorno

pass senza ritorno.

Oggi,

ai

pendii fiorenti
le

dove ridean
germoglian
agli

vigne,

le

gramigne

sparuti armenti

Roma
il

guarda e ride
suo
fiato

perch

uccide

468

ADJECTA.

DIES

.1 I. sole brucia implacabile, uguale,

le

stoppie gialle del pian vaporoso,


ciel

r azzurra volta del


riflette

luminoso
estivale.

in terra la

fiamma

Non move
turba la pace
solo

foglia.

La

vita animale
:

langue in un grave sopor neghittoso


al

meriggio affannoso
frinir

un molesto

di cicale.

Suir erba verde, nel bosco frondoso,


fresco
t'

ho

fatto di fiori

un guanciale
al

e tu vi adagi le

membra

riposo.

Dormi
ed
1'

discinta nell'
l'

ombra

ospitale

io

contemplo con

occhio bramoso
e che sale.

onda del petto che scende

ADJECTA.

469

NOX

D.
un

'eir alta
il

notte la negra

maga
nel core
;

m' empie
soffio

cervello,
sull'

mi

filtra

passa
soffio

anima mia,
d' orrore.

un freddo

che m' empie

Sente di

fuori,

1'

orecchio che spia,

strani bisbigli che

metton terrore,
s'

ma

nelle case la vita


in

oblia

come annegata

un denso stupore.
laggii, della via,
1'

Solo nel buio,


dietro una tenda,

immobil candore
invia.

un lume

fioco

da lungi m'

Rischiara forse quel tardo bagliore


lo

spasimar
il

d' un' atroce

agonia
d'

od

gioir d'

una notte

amore ?

470

ADJECTA.

NEL MILLE

A.
la
Il

^1

suo balcone
tratta dal

s'

affaccia beata
fiorente.

dama,

maggio

sol carezza la treccia dorata,

la

rosea gota ed

il

labbro ridente.

Il

giovin paggio da lunge

la

guata

e tutto caldo d'

amore

si

sente,

gli

par cosa terrena e creata,


di cielo angioletta vivente.

ma ben

Correr vorrebbe a battaglie cruente,


soffrir

pugnando una morte

spietata

sol

per averne uno sguardo clemente;


e pur la

dama

dagli occhi di fata,

e pur la bianca angioletta piacente


dal d che nacque

non

s'

pi lavata

ADJECTA.

471

NEL SETTECENTO

.ormora M,

1'

arpa toccata in sordina

lento un motivo che par minuetto.

Lenta

la

dama danzante

s'

inchina,

tutta eleganza, sussiego e belletto.

Di
sotto

nei segnata, la pelle argentina


sottil

manda un profumo
una nebbia
i

di zibetto:

di candida trina

ansano

bianchi segreti del petto.

Danza e
col

sul molle tappeto trascina

la ricca vesta

ed

il

pie piccioletto

portamento

d' altera regina.

Tutti scoraggia col rigido aspetto,

con r occhio pieno


e lo staffiere
1'

di

calma divina,
letto.

attende nel

472

ADJECTA.

APENNINO

o
il

monti, albergo di pace

infinita,

ancor nel vivo ricordo rimane


susurrar delle chiare fontane

tra la fragranza dell' erba fiorita

il

tremolar della luce

salita

coir alba fresca alle cime lontane


nel rado vel delle nebbie

montane
di-

su

boschi pieni di canti e

vita

e nel tepor della rorida


fioco
il

mane

belar dell' agnella smarrita

od

il

rintocco di meste campane....

Oh,
e tra

nel mister della selva romita


lei

fuggir con
i

dalle cure

mondane

capelli sentir le sue dita!

ADJECTA.

473

ADRIATICO

.1 I, mar lambendo instancabile, lento,

la

sabbia fina dell'umida sponda,

con ritmo uguale mandava un lamento,


quasi un singhiozzo, alla notte profonda.

Occhi benigni,

le

stelle d'

argento

guardavan
ed

fisse

la

terra feconda.

Amor vagava

nel ciel sonnolento

io sperai la fortuna

seconda.

Il

cor

t'

apersi con timido accento,

sfiorai

col labbro la

chioma tua bionda

ed

al

trionfo credetti un momento....

Addio, fantasmi

d'

un'ora gioconda,

sogni d'amore dispersi dal vento,


care speranze cadute nell' onda
!

474

ADJECTA.

PAROLE

D,
presso
i

'olci

parole d'amor, susurrate


fioriti

cespugli

di rose,

parole dolci, parole gioiose,

appena dette che mai diventate

Salite al cielo col vento e volate

degli angioletti alle labbra amorose,


o,

come accade

dell'

ottime cose,
tornate?

parole dolci, nel nulla

Ahi, che piuttosto


s

all'

inferno dannate
e schifose,

come streghe mendaci


di

forma e veleno

biscie pigliate

e,

tra

cespugli nativi nascose,

mordete

al

core

gli

amanti e

li

fate
!

vittime e strazio di cure gelose

ADJECTA.

475

MUSICA

L' ultime
muoiono come
in
in

note languenti, velate,


sospiri sonori
di di

un tripudio un profumo
e
il

mazzi di

fiori

donne
le

scollate,

sangue tende
gli occhi

arterie gonfiate,

passan su

fugaci bagliori;
di fuori

tutta la vita

prorompe

sotto r impulso

di forze ignorate.

Allor

le

forme

ci

sembran mutate

e ridipinte di strani colori,

quasi fantasmi di cose sognate.

Poi tutto passa;

ma

resta nei cuori

come un rimpianto di gioie come un presagio di nuovi

passate,
dolori.

476

ADJECTA.

SAFFO
A VENERE GENITRICE
In
lectulo

quem

diligii

meo per anima

noctes quaesivi
m.ea
:

quaesivi

illuni et

non inveni.
III.
I.

Cant. Canticor.

^<

V_Juarda, mortai,

le

fiamme

de' larghi occhi lucenti

e le
sulle

chiome
superbe

fluenti

mamme.
copriva

Guarda! L'estremo lembo


gittai
la

che

ti

pubert giuliva
in

che mi fiorisce

grembo.

Vieni e sui
e

fior
;

ti

giaci

me

sui fior ricevi

tra le
il

mie labbra bevi

dolce miei de' baci,

lombi miei circonda


le

con

possenti braccia,

stringimi al sen la faccia


e

r amor mio feconda.

ADJECTA.

477

Cos parl e sorrise


la

Dea, porgendo

il

fianco

soavemente bianco
al

giovinetto

Anchise,

poi volse le parole


in gemiti

sommessi

e dei divini amplessi


fu testimonio
il

sole.

Vittima anch' io d'

Amore

omai dispero mi sanguina

aita

poi che la sua ferita


nel core,

n lacrimar mi vale
n maledir, costretta
a spasimar soletta
sul

vergine guanciale.

Che
di

se fugaci istanti
al

pace

sonno chiedo,

mille fantasmi

vedo

pel rosso ciel vaganti.

Passa sul campo arato


caldo di nozze
il

vento

e in se recar lo sento
la

febbre del peccato.

478

ADJECTA.

Desta cosi

all'

ebbrezza

del germinar, la terra


le

viscere disserra

del sole alla carezza

e con le carni e
arsi

il

core

da fiamme arcane,

urlan le genti

umane Amore, amore, amore!

Tra r ombre
delle
si

e gli spaventi

materne selve
le

stringono

belve

in ciechi

accoppiamenti

e dalle fulve arene

che

il

mar commosso esclude


le

perfidamente ignude

mi chiaman

Sirene,

mentre
roche per
le

di
gli

Bromio stanche
ebbri canti,

lubriche Baccanti

gittan le vesti bianche

e sui compressi fiori

curvan

le

rosee forme

sotto r impulso

enorme

dei Fauni assalitori.

ADJECTA.

479

E
sul

allor

mi desto sola

letto

immacolato

coir urlo disperato


del

mio martirio

in gola..,

Deh, morrei pur gioiosa


se fossi in quel

momento

segnata dal cruento

stigma di nuova sposa,

se nella gonfia mole


dell'

utero fecondo
il

balzar sentissi

pondo

della concetta prole,


se,
al
fin

delle

mie pene,
il

lieta chiudessi

ciglio
figlio
!

addormentando un
tra le

mammelle piene

O
dal
al

Dea, Madre, Signora

dei vivi e della vita,

mar
il

di

Cipro uscita

bacio dell' aurora,

che

premio a noi concedi


vigor maschile
del sangue chiedi.

nella tenzon gentile

ed
il

al fior

480

ADJECTA.

se di perenni rose
t'

ornino ancor

1'

altare

le

verginelle ignare

e le conscienti spose, se r atra


il

onda Letea

biondo

piet di

Adon ti renda, me ti prenda


!

Madre, Signora, Dea

ADJECTA.

481

SCRIVE DONNA ELVIRA.

X
zitta,

^prlina

mia, la neve

turbina in alto e cade


noiosa, greve,

sui tetti e sulle strade.

Invan

la notte

pesa
;

sulla citt che tace


la

coltre bianca stesa,

ma

nulla

dorme
di

in pace.

Rugge
si

fuori

il

vento

e r urlo furibondo

spegne

in

un lamento

di

bimbo moribondo
e uscir dall'

dall'
il

ombre ombre paurose,


pianto delle cose.

senti,

pianto dei viventi


il

Stecchetti.

3^

482

ADJECTA.

Ma
e tra
il

dall' orror,

dai

lutti,

dolce un pensier m'invola dolor di


tutti

sono

felice io sola!

Ah, degli umani


Zerlina, a

affanni,

Io sento

me che importa? Don Giovanni


alla

che batte

mia porta!

ADfECTA.

483

FANTASIA EGIZIANA

Al
.1

Nilo, al Nilo!
1'

Nasconderemo
deriso,

laggi mia bella


l sconosciuti

amor

noi

ci

faremo
paradiso,

non una casa


sul chiaro

ma un

margine

dell'

acque calme
le

dove

si

specchiano verdi

palme.

Il

chiosco vedi eh' io

t'

ho

fiorito

di cento rose

come un giardino!

Dentro

ai

bracieri d' oro brunito

fuman
e dal

le

lagrime del benzoino

marmoreo balcone aperto vampe d'amore manda il deserto.


Nera
nel cielo color di rosa

che nel tramonto caldo risplende,

come una lupa


e grave

libidinosa:

accoccolata la sfinge attende,

un

alito di strani

amori

l'acre vivifica nozze dei fiori.

484

ADJECTA.

Alle carezze molli del vento

data la lunga cesarie d'oro,


neir onda tenue del vel d' argento

nudo
sarai

del bianco seno

il

tesoro,

mia sempre, mia


ci

tutt' intera,
il

se

non

viene prima

colera.

ADJECTA.

485

IRIS

FLORENTINA LINN.

Fiior
fior

dell' incanto,

di giaggiolo

azzurro e santo
del ciel figliuolo,

che come un manto


ricopri
al
il

suolo

primo canto
usignolo,

dell'

per
parli di
fior

me

soltanto

duolo
incanto

dell'

e muori solo
sul cor
fior di

che ha pianto,
giaggiolo!

486

ADJECTA.

LAVDA NOUISSIMA DE LA STELLA CHOMETA

x\.
perch

l'ultima uentura

parati esser conuene,


la stella

uene
la

per lo creato et per

creatura!

Ohimei, chome faremo,

donne piagenti

et belle,

quando chader
la luna,
el

uedremo
le

sol,

stelle

et r altre baghatelle

che uan pel cielo a uolo?

Deh, che a pensarlo


sento
el

solo,
la

core tremar da

paura!

ADJECTA.

487

Ohimei, tapine donne,


che
balli

danzarete

quando
et gli

sotto le

ghonne

arder u sentirete

huomini uedrete
pe
'1

per

la terra et
le
li

mare,

sanza

brache andare
fabric

chome

madre natura?

Chome
la

fa la

candela
al

che abruscia sino

fondo,

chometa

di Biela
el

chos struger
et

mondo

uedremo el profondo mare cum l' onde incese, quasi un punch inghilese facto col rhum et l'aquauite pura.

Gratia, bellezza,

moda

amor,

letitia,

tucto,

da

la

tremenda choda
:

arso sar et destructo

piouer dapertucto

solpho bogliente et foco;


haurassi in ogne loco

puzo

di

mocholaia

et di

frictura.

488

ADJECTA.

Sciolto dal caldo


et

enorme

reducto in uapori,

questo libro deforme

non haur pi non escluso

lectori

e tucti gli scrittori,


el

presente,

potranno finalmente
hauer dirieto
la

litteratura

et lieti del riposo,

andranno da qui uia


et

soura

el
1'

prato herboso,

ouero a

hosteria,

beueran tuctauia,
espectando sereni
lo apparir

de

baleni

et el prencipio

de

la schotatura.

Ohimei, donne tapine,


se uera la nouella

che siamo gionti per chason de

al

fine

la stella,

se pronta la padella,

che u state tremando,


intorno a uoi guatando
se l'aria se fa chiara o se fa schura?

ADJECTA.

489

Ahi no, donne piagenti,


se
'1

cielo

anchor sereno,

quest'ultimi

momenti godeteueli almeno


gli

et stringeteui al seno

amanti che bramate.

Amate, amate, amate


et fate presto

perch

e'

premura

A
perch

V ultima uentura
uene
la

parati esser conuene,


la

stella

per lo creato et per

creatura

49

ADJECTA.

ALTRA SERENATA

'ome c.

col

capo sotto

1'

ala bianca

dormon

le

palombelle innamorate,

cos tu adagi la persona stanca

sotto le coltri molli e ricamate.

La

testa

bionda sul guancial riposa


sogni suoi color di rosa

lieta de'

e tra le larve care al tuo sorriso

una ne passa che

ti

sfiora

il

viso.

Passa e

ti

dice che bruciar le vene,


il

che sanguinare
Passa e
ti

cor per te mi sento.


ti

dice che

voglio bene,
il

che

sei

la

mia dolcezza e

mio tormento.

Bianca tra un nimbo di capelli biondi

dormi
eh' io

e sorridi ai sogni tuoi giocndi....


destarti,

Ah, non

fior

del Paradiso,
baciarti in viso.

vengo

in

sogno per

ADJECTA,

491

VIA EMILIA
(in

bicicletta)

v<davano
senza lasciar
tepido a

le

rote incontro al vento

la traccia in sul

terreno

e dal pian taciturno e sonnolento

me

sala

1'

odor del

fieno.

Nella profondit del firmamento

cominciavan

le

stelle

a venir

meno

tremava una

sottil

riga d' argento

su r orizzonte limpido e sereno,

quando, su da
per
il

le

case ormai destate,


al

le

finestre aperte,

ciel

saliva

canto delle donne innamorate

e ne

1'

alba del d, nella giuliva

serenit de la feconda estate,

bianca davanti a

me

la via

fuggiva.

492

ADJECTA.

LE BALLATE DELL'AUTUNNO

Vjriovani amanti e donne innamorate,


se
vi

mi volete bene,
sovvenga
di

me quando

pregate.

Queir albero che resse


nella stagion
1'

alla

bufera

nevosa e
fior

nell' asciutta,

albero che
d'
1'

di

primavera
le

e che or che

agosto matur
inverno viene

frutta,

sente cader le foglie assiderate.

Non
non pi
sotto

pi nidi sui rami e tra


trilli

le

fronde,

d'amor nell'ombra densa.


la

Or r avvolge

nebbia e lo nasconde
di mestizia

un sudario

immensa

e morir gli conviene

senza speranza di veder

l'

estate

ADIECTA.

493

II.

Oi
di

'h

come

tristi

son queste giornate

e queste notti piene

cose morte e non dimenticate!

Queir albero son


che di rime

io

che sotto

il

raggio

mattutino del sol rinverd tutto,


fior

nel dolce

maggio,
il

che matur nel caldo agosto


e neir ore serene
la

frutto

speranza ospit delle nidiate;

ed or che

il

triste

verno

s'

avvicina,

perdo
sento

le

foglie della poesia,

venir la nebbia e la pruina

ed

il

freddo agghiacciar

1'

anima

mia....

Oh, piangetemi bene,


giovani amanti e donne innamorate
!

494

ADJECTA.

SONETTI

I.

N.
come

el

grigio ciel talvolta


il

miei sonetti
;

falchi solinghi alzano

volo

neir azzurro talor, semplici e schietti,

tripudian

come

le

colombe a

stuolo.

Or

si

librano in alto ed or costretti

dalla fralezza lor

radono
sotto
i

il

suolo

ora tuban

d'

amor

boschetti

ed ora

in cimiter

piangon di duolo.

sen vanno cos cercando

il

mondo,

di pensiero in pensier, di lido in lido,

col volo spensierato e

vagabondo

ma quando
quando
ecco,
i

a sera

mugge
il

il

vento infido,
profondo,

la

notte ingombra

ciel

sonetti miei tornano al nido.

ADJECTA.

495

II.

J_-)en tornati, o sonetti, al dolce nido


eh' io vi

B.

composi del mio core


all'asil

in

fondo,

ben tornati

morbido

e fido

dove giunger non pu voce dal mondo.

Con che amor


figli

vi

accarezzo e vi sorrido
!

d'

un genitor troppo fecondo


d' affetto
il

Con che piena


le

io

vi

confido
!

rime

tristi

od

pensier giocondo

Rimanete con me, senza


d' invidia,

sospetti

di malizia o di lacciuolo,
stretti
!

entro

al

nido natio securi e

Non

lasciatemi pi deserto e solo,

restate nel cor

mio

cari sonetti....

tornato

il

seren,

prendono

il

volo

496

ADJECTA.

STUDENTESSE

J_jccole curve, povere


sulle

figliole,

pagine gravi e faticose


testi

a contender coi

con

le

chiose,

far

1'

anatomia delle parole.

Eccole curve nelle chiuse scuole


a

domar

pertinaci e coraggiose

nel silenzio di

lunghe ore penose


il

r anima che

rifiuta,

cor che duole.

Ed

eccole intristir, stanche, nervose,

sui saggi

enigmi e

sulle dotte fole


!

dei versi antichi e delle antiche prose

Questa matrigna

civilt,

che suole
le
!

chiamarsi buona ed crudel,

pose

a combatter cos, deboli e sole

ADJECTA.

497

II.

fuori,

e fuori, ah

come

ride

il

sole

sulle pianure verdi e luminose,

baciando

fior dell'

ultime viole,

aprendo

bocci delle prime rose!

Come

cantano

al

sol le boscaiole

e cantano con lor le selve

ombrose

Ecco Amor che


r inno dei

trionfa e che rivuole

fidanzati e delle spose.

Amore, Amor, che a senno suo dispose


dell'

universo

la

feconda mole,
delle cose
!

anima dei viventi e

E
come

voi qui senza nozze e senza prole,


la

nuova
il

civilt v'

impose,
! !

studiate

greco, povere figliole

Stecchbtti.

32

498

ADJECTA.

NEL CINQVANTE6IMO QVARTO ANNIVERSARIO DELLA MIA VENVTA AL MONDO QVESTI DVE SONETTI A ME STESSO BENE AVGVRANDO OFFRO
I.

.n L

alto,

in alto,

de

le

bianche

stelle

per

la
i

divina e scintillante via,


venti, le nubi e le procelle,

sopra

in alto, in alto ascendi,

anima mia.

Gitta

il

carico reo d' ossa e di pelle,

vesta di tradimento e di buga,

poich col

latte

de

le

sue

mammelle

te la incorrotta Verit nudrla.

E
dove

sali
il

e sali nell' azzurro

immenso
e governo,
;

sol

non ha pi forza
finito

dove nulla

e nulla denso

e nel salir del tramite superno,

r immortale vedrai, negato


splendor della Giustizia e

al
il

senso,

Vero eterno.

ADJECTA.

499

IL

J_j pur, se r occhio del pensier non erra


scrutando
la
il

corso delle

umane
i

sorti,

Giustizia verr dal cielo in terra


i

a giudicar sovrana

vivi e

morti

dando
lasciando

il
il

grano a colui che

lo sotterra,

frutto a chi coltiva gli orti,


la

ira

cessando e

fraterna guerra
in

che insanguina

la

spada

mano

ai

forti.

benedetti e lungamente

attesi

giorni santi di pace e d' abbondanza,

fremer vicina

l'

ala vostra intesi

Lento,

ma

certo,

il

regno tuo
de
gli

s'

avanza

Giustizia, o dei traditi e

offesi
!

ultimo sogno ed ultima speranza

500

ADJECTA.

ROMANZE

(Sentimentale)

.uando Q,

sento

il

suo passo per

la va,

palpito e volo alla finestra mia.

Lo guardo
non alza
Gli
gli

di nascosto e

non mi vede,
mia
fede,
!

gli

occhi e indifferente va.


la

ho dato

mia

vita e la

voglio tanto bene e non lo sa

E
Ch'
io

se dinanzi a lui

tremando passo,
gli

impallidir

mi sento e

occhi abbasso.

amor forse indovina e del martirio mio sente piet. Lo porto fitto in cor come una spina lui che mi tormenta e non lo sa
soffro per
!

E
Sente

forse ora

e pensa che
la

un mistero

mi guarda ed qui accanto nel mio canto.


sta.

voce dal dolor turbata,

intende che un segreto in cor mi

E, mentre chiede chi m' ha innamorata,


io

canto per

lui

solo e

non

lo sa!

ADJECTA.

501

IL
(Drammatica)

N<on
ma
e
il

ti

ricordi quel che dicevi


stavi ai piedi
?

quando una volta mi


Tante lusinghe
cor

sul labbro avevi,


il

pregavi tanto che


il
1'

cor

ti

diedi

hai preso per farlo a brani

sangue gronda dalle tue mani.

Non

ti

ricordi

come ho pregato
anch' io
?

a mani giunte, supplice

Ma

tu,

che avevi dimenticato,

hai riso e ridi del pianto mio.

M'hai preso
e
il

il

core,

1'

hai fatto a brani

sangue gronda dalle tue mani.


Stanimi lontano

Guai se mi tocchi
?

A
la

te

che importa del mio destino

Non mi
M'

guardare

T' arde negli occhi

bieca fiamma dell' assassino.


hai preso
il il

core,

1'

hai fatto a brani


!

e gronda

sangue dalle tue mani

502

ADJECTA.

ALLORA ED ORA

M
e
i

gilardavan

le

donne anticamente
sente

colla faccia

guardinga e mal sicura


si

di chi nel bosco minacciar

dall'insidia del lupo

ed ha paura.

Parlavano arrossendo e cautamente,


sorridevan con studio e con misura
segreti del corpo e della

mente

m' interdicean con pudibonda cura.

Ma

il

cor delle ritrose io combattei

e ne tenni qualcun

come

in ostaggio

a testimonio de' trionfi miei;

ed or

le

poich di quanto
d' altrettanto
s'

donne han sovra me il vantaggio, 1' ardir mio perdei,


accrebbe
il

lor coraggio.

ADJECTA.

503

II.

P.ersuase
che r

oramai queste signore

uomo

alla

mia

et
al

non comprometta,
confessore
bicicletta.

mi dicon
e

tutto

come

mi voglion con loro

in

Stanno sole con me, parlan d'amore


e s'allacciano
il

cinto alla calzetta

senza pensare a mal, senza timore,


poich
la

mia virt non

sospetta;

e nei colloqui lunghi e confidenti

una non ce

n'

pi che mi nasconda

desideri, bellezze o sentimenti.

Sempre cos questa vitaccia immonda denti, Quando era scarso il pane avevo
i

or che

denti se

n'

vanno,

il

pane abbonda

504

ADJECTA.

IN

MEMORIA
I.

B e.

M.

R
la

orse meglio cos.


il

Non

aspettata

morte

capo giovenil toccava


vero incominciava.

quando
ed
il

l'et dei sogni era passata

terribil

La bocca sua che non


al

fu

mai baciata
:

cortese mentir non

si

piegava

e candida, serena, intemerata,


fra le lodi sala,

ma non

guardava.

Nulla

il

cor nascondea, nulla

il

pensiero,

e la bont che a bene

amar costringe

dal volto traspara calmo e sincero;

e pur r
oltre la vita

enigma che a cercar ne spinge


ed
al

di l del vero,

velava

luminosi occhi di Sfinge.

ADJECTA.

505

II.

iott L.
la

la

giovinezza inorridita,

giovinezza che morir non vuole,

lott col fato invano.

Era
le

finita

Nessuno udr mai pi

sue parole.

La

finestra per lei

s'

era fiorita

di giacinti novelli e di viole,

quando, cogli occhi a cui fugga


entrata in agonia, cercava
il

la vita,

sole.

Cos, povero fior che piega e manca,


nel silenzio seren d'

un giorno cheto,

chinata sul guancial la fronte stanca,

s'

addorment

nel sol tepido e lieto


nella
il

come una bimba


e port nella

cuna bianca
suo segreto.

tomba

5o6

ADJECTA.

GIOVED GRASSO

I.

'uando Q,

il

giorno appar, livido, lento,

tra la nebbia del ciel rannuvolato,

l'ultimo lume per le vie fu spento

e l'ultimo cancan fu galoppato.

Le mascherine

allor,

col sonnolento

passo e col volto dalla veglia enfiato,


luride di sudor, gialle di stento,

usciron barcollando e senza

fiato.

Pierrot, disfatto che mettea spavento,

mezzo briaco
il

mezzo addormentato,

ritratto

parea del pentimento

e Colombina intanto a lui da lato,

balbettando dicea: Bada.... mi

sento....

con

la testa al

muro ha vomitato.

ADJECTA.

507

II.

vOotto
che
le

cenci di seta entrava

il

vento

carni

mordea
dentro

freddo, spietato,

e la lordura che cadea dal

mento

colava a

fiotti

il

sen slacciato.

Il

povero Pierrot tutto sgomento,


le

tossendo

chiedea

<<

Che cosa
pavimento

stato

e guardava sorpreso
dalla

il

compagna sua contaminato.

Poi quando quell' orror fu terminato,


la

mascherina

si

frug un

momento

in sen col fazzoletto ricamato:

indi, ripreso

un poco

il

sentimento,

ruppe

in

un

riso stridulo,
:

ammalato
!

e spar urlando

Ah, che divertimento

508

ADJECTA,

SOLE

D'

INVERNO

(in bicicletta)

N,
ed ho

el

pallido meriggio alle romite

vie che corsi

ed amai son ritornato


tenaci erbe del prato.

visto fiorir le margherite


le

bianche tra

Un

cinguettar di passere stordite

nel tepor luminoso e profumato,

come un canto

di

nozze acconsentite

pel deserto sentier m' ha seguitato

e le ruote leggere hanno volato


sotto l'impulso mio, quasi rapite

meco

nel

sogno

dell' aprii

rinato.

Oh,

col bacio del sol

morbido e mite,
fiorite!

quanti dolci pensier m' han visitato,

quante rose nel cor mi son

ADJECTA.

509

IL

con

le

rose ho fatto una ghirlanda

per
la

la

sepolta giovinezza mia,

giovinezza cara e

memoranda
folla.

eh' era

saggezza e mi parea

La riveggo

nel

sogno e mi domanda
pia,

un buon ricordo, una parola


povera morta che
nel
si

raccomanda
!

nome
Corro

santo della poesia

cos la solitaria landa


sol la fantasia
le

e m'

accompagna
le

che sospinge

ruote e

comanda

e vivo e volo! Ah, benedetta sia


quest' ora lieta che
il

destin
il

mi manda,
sol

questo raggio d' amor che

m' invia

5 IO

ADJECTA.

PEDALANDO

J.

utte le case

han

le

finestre aperte

primi nidi cantan gi sui tetti.


di fior

Le campagne
l'aria

sono coperte,

odora di donna e di mughetti

ed

io

rimo per

te

queste parole
il

in bicicletta, respirando

sole.

Chi d'Arcadia parl? L'Arcadia questa!

Ecco

le

bianche agnelle ed
1'

pastori,
festa

ecco la terra e

uomo

in

una

di profiimi, di canti e di colori,

ecco

la

maest

dell'infinito,
l'

la poesia, la gioia e

appetito

ADJECTA.

511

DI

NUOVO

IN BICICLETTA

N.
la

el

roseo lume della prima aurora,

nella vermiglia pace dei tramonti,

o nel meriggio che avvampando indora

messe
lungo

al

piano e

la

vendemmia

ai

monti,

la siepe

che di salvie odora,


le

lungo

verdi sentier,

fresche fonti,

dove

il

guardo intercluso e dove esplora

meravigliosi e liberi orizzonti,

presso
entro
tra
il

il

giardin ridente o

il

campo

arato,

le

selve susurranti al vento,


i

canto degli uccelli e

fior del

prato

sovra

il

ferreo corsier passo contento

come a

novella giovent rinato

e sano e

buono e

libero

mi

sento.

512

ADJECTA.

IN BICICLETTA

ANCORA

Al

^11'

impulso del pie veloci e pronte


le rote e

consentono

m' incammino
all'

mentre un lume rosato


annuncia
il

orizzonte

sole

ad apparir vicino.

L'ultima
i

stella

tramont sul monte,


il

primi bocci aperse


il

biancospino,
la fronte,
il

tepido

vento mi baci
il

canta vigile

gallo.

Ecco

mattino

e su dagli orti ancor mal desti e soli,


nella nebbia sottil che
si
i

disperde,
giaggioli.

olezzano

mughetti ed

Fugge
fra
il

la

strada e

il

mio pensier

si

perde

neir estasi del sogno e par che voli


ciel

turchino e

la

campagna verde.

ADJECTA.

513

IL

vJTiunto quasi
r immenso piano e

al

meriggio

il

sole indora

la

deserta via

da cui torno canuto


terra

alla natia

dove bambino ebbi dimora.


giubilando ed ora

Di qui mi

tolsi

vengo

della tristezza in compagnia....

case bianche della terra mia,


?

case de' miei, mi conoscete ancora

Ma
su

chi

mi chiama?

Il

camposanto inchina
suoi

me

la vetta de' cipressi


1'

e parla basso al cor che

indovina.

No, morti! Or lungi

la

mia casa e poi

non

sepolta qui la

mia bambina,
!

poveri morti, e non verr tra voi

Stecchetti.

33

514

ADJECTA.

CANTA MADONNA E

SI

DISPERA

w^i levan
I

sospinti dal vento


;

bianchi vapori dei monti

nel cielo di

piombo

le

nubi d' argento


il

cacciate, travolte,

nascondono
dei

sol.

Recendo
traboccan
la
le

la

mota

letti
;

torbide fonti

piova scrosciando rovina dai

tetti
il

e un largo pantano contamina

suol.

Languisce

la terra sopita

nel soffio del freddo aquilone;


ai

rami gelati non torna

la
s'

vita,

le

gemme

aspettanti

non

aprono ancor.

fosche giornate d' orrore,


?

dov' la novella stagione

Dov' primavera fragrante


che scalda e feconda
le

d'

amore
fior?

nozze dei

ADJECTA.

515

Deh,

riedi e coi giorni pi miti,


il

maggio, conduci
1

sereno

canti dei nidi sui peschi

fioriti,

l'odor delle rose risveglia con

te.

Infondi coi baci del sole


la vita
fiorisci

nel freddo terreno,


le zolle
i

di fresche viole,

ravviva

ligustri degli alberi al pie.

O
a tutti

maggio, e doman tornerai


;

dai fior salutato e dal canto

domani

la

gioia darai,
ti

io sola

piangendo tornar

vedr.

10 sola son morta


io sola letizia

all' affetto,
;

mi struggo nel pianto di vita non sento nel petto,


d'

germoglio
11

amore

nel

sangue non ho.

verno da

me
il

pi non toglie
;

r orror delle bianche pruine


al
il

sole di

maggio

gel
il

non

si

scioglie,

gelo di morte che


Il

cor mi copr.

primo capello canuto

quest' oggi

mi

svelsi dal crine....


s

Ah, giovane tempo,


con
te la

presto caduto,
!

speranza quest' oggi mor

ADJECTA.

D.

'al

del smorto,

dal piano freddo e grigio

r aria fuggita
e della vita

non ride pi

vestigio.

Tutto morto!

Ma
il

improvviso
rifulge d' oro,

ciel

gigli e

colombe
le

copron
e
e

tombe
lo alloro

germinan
il

sorriso;

Tutto

in fiore

nel piano sterminato e tra le foglie

La Donna
il

coglie

fiore

insanguinato
!

dello

Amore

ADJECTA.

517

VITA

w^Dale una bianca teoria di vergini


ai

poggi verdi e ne inghirlanda


il

il

culmine;

neir aria chiara vola

canto e palpita

come

un' ala di rondine.

Scende dai poggi


carezza
e bacia

e,

sotto ai densi pampini

delle vitalbe, la sorgente


1'

mormora,

erbe, ride al pie' dei salici

giunchi tremuli.

Ed

ecco

veli

del tramonto scendono

dal cielo grigio sulla terra livida

e r orizzonte nei vapor del vespero

fuma, rosseggia, sanguina.

Ed
geme come

ecco

il

canto delle vinte vergini


;

piange sui poggi come un coro funebre


nell'
stille

ombra

il

fonte e

1'

acqua gocciano

di lagrime.

ADJECTA.

PARABOLA
Doctrinam oris audite EccL. XXXIII.
filii

7.

JQjra pazzo

Digiuno e mal coperto,


la

sognando un Dio d'amor, fugg


inascoltato

gente

e solo e ritto in faccia al sol rovente,

predic

al

deserto.

Ma
il

dalla sua caverna usc


l'

all'

aperto

feroce leon che


1'

innocente
col dente
lacerto.

squart con

ugna e maciull
non rest un

cos che ai corvi

Ma
se,

il

Dio che predic ben


1'

lo soccorse

finalmente consolata,
dell'

alma

dorm nel seno

eterno Forse.

Che
per
la

se nel nulla ritorn la salma,

rena dove

il

sangue corse
la

fu fecondata e

gener

palma.

ADJECTA.

519

AMORE

Neon
su
gli

senti tu rabbrividir le
'1

cime

verdi de' pioppi ne

meriggio ardente

e un alito passar quasi rovente


arsi

campi e

tra le messi

opime
ci

Senti ne l'aria immobil che


senti tu

opprime,

ne

'1

silenzio
ci

un dio presente,
ci

un mister che
qualche cosa

vede e che

sente,
?

d'

ignoto e di sublime

amor
che
alle

che vibra ne
il

le

cose, e desta

del sol fecondo

vivido calore,
i

nozze notturne

fiori

appresta.

E amore
vita

in cui

s'

acqueta ogni deso,

che prorompe da

tutto....

Amore, amore,
di

de

'1

mondo ed anima

Dio.

520

ADJECTA.

ET IN TERRA PAX!

Bilanca
>

vigilia del
la

Santo Natale
il

hai tu per tutti

pace e

ristoro

Cantan l'osanna per ogni mortale


le

note allegre

dell'

inno sonoro

Se
non
e'

nidi ai nati

non scaldano
strilla

1'

ale,

la

fame che

per loro

e sulle soglie fastose del male

mancan pezzenti che piangano

in coro

Mancano
esporre
al

ciuchi che credon lavoro


1'

riso

aspetto regale
?

della Giustizia nell' ozio invernale

E
non

dalle mense, dai calici d' oro,

dalle fragranze d'anguilla e d'alloro,


senti
1'

odio che

sale,

che

sale... ?

ADJECTA.

'

521

IL

A, .h

no

Tu

rechi col

fumo che

sale,

ghiotte fragranze d' anguilla e d' alloro


e larghi lampi di porpora e d' oro

sprazzan dai vetri nel buio invernale.

Stende
sulla citt

la

neve

il

suo manto regale


il

dove posa

lavoro,

e intorno al fuoco, stringendosi a coro,

cantano

bimbi che ignorano

il

male.

Ridon
le

le

madri cantando con loro


l'

e in alto, in alto, dirizzano

ale

note allegre

dell'

inno sonoro.

Oh, benedetta, se ad ogni mortale


rechi la gioia, la pace,
il

ristoro,

bianca vigilia del Santo Natale.

522

ADJECTA.

NATALE

IN CITTA

'entro, D.

nell' aria

sana ed olezzante,

nel caldo allegro delle nostre sale

simbolo
torna
il

d'

innocenza e di morale,

ricordo del Divino Infante.

Abbiam
abbiam
suonano
gli

sul labbro le parole sante,


1'

nel cor la pace e

ideale,

inni al mistico Natale,


brilla
il

fuman

le

mense,

vin spumante.

Fuori

sibila

il

vento e per

la

via

erran, fantasmi lividi e distrutti,


la miseria, la

fame e

l'

agonia.

Guardan con
lo

gli

occhi lucidi ed asciutti


1'

splendor dei balconi e

allegria,
tutti.

chiedendo se Ges nacque per

ADJECTA.

523

NEVICA!

N,
quando
bevendo
e

el

la

mio tempo miglior che fu s breve, giovent m'ardea ne' polsi,


la

spesso ignuda
il

fronte al ciel rivolsi

freddo

come

vin

si

beve,

quando

vidi turbinar la

neve
ne dolsi,

neir inverno crudel, non

me

anzi sul ghiaccio e sulla neve colsi

spesso

la

rima che

l'

idea riceve.

Ma
quando

tutto in

me
1'

cangi cogli anni ed ora


il

nel ferreo ciel sibila

vento,

fuggon non che

idea le rime ancora

e la neve che

amai mi

fa

spavento,

poich fiamma d' amor non mi ristora


e
il

freddo della morte in cor mi sento.

524

ADJECTA.

ROMANZA

L
che

;a

quercia poderosa
le

che con

chiome dense

e con le braccia

immense

copria la valle ombrosa,

al

verno, agli aquiloni,

come un leon ruggiva e al maggio si copriva


di nidi e di canzoni,

la

quercia fulminata

giace distesa al suolo


e
1'

ultimo usignolo
1'

ha pianto e

ha

lasciata.

ADJECTA.

525

II.

A,
le

.neh' io sento cadute

ormai dal ramo verde


foglie e
il

tronco perde

la

forza e la salute.

Anch'

io,

se ascolto

il

core,

sento che m' sfuggita


la gioia della la

vita,

fiamma

dell'

amore.

Tramonta
fin

si
il

scolora
raggio....

della

speme

Ah, chiaro

sol di

maggio,
?

potr vederti ancora

526

ADJECTA.

FINIS ASINI..

vJTuardate

1'

asino

Magro, slombato,

tutto pillacchere, loia e

marame,

trascina
fin

il

carico spropositato

che

gli

durano

le

forze grame.

Sovra
le

il

suo misero dorso piagato

mosche ronzano come uno sciame,


1'

povero scheletro di tribolato


cui soli restano

ossa e

il

corame

fino

che

all'

ultimo vinto, spossato,

coperto

d' ulceri,

morto

di
il

fame,
fiato.

cade sul lastrico recendo

Tutti allor fuggon dal suo carcame,

ma

uom

di spirito che

1'

ha ammazzato,
!

sorride e

mormora

Quanto salame

ADJECTA.

527

IL

come

l'asino trascino anch'io


sfinita,

la

soma, povera bestia

su l'erta ripida, gi dal pendo,

male

al

discendere, peggio in salita.

L'ore che passano, con un ronzo


d' insetti,
il

frugano

la

mia

ferita

cor che sanguina non ha un deso,


1'

l'ingegno e

anima non han pi

vita;

ed or c^e
e
io
il

il

ridere passato espio

mondo

a vivere

pi non m' invita,

cado e rantolo nel pianto mio.


Amici, ah,
ultima prova compita

l' 1'

Amici, datemi

estremo addio
farsa finita
!

Questa

terribile

528

ADJECTA.

ORA TRISTE

V^uando
ed
i

tra la sottil
la folla

nebbia serale

vo con
urlando

anch' io
il

monelli vendono
il

g;iornale

nome

mio,

mi sento

dir vicino a voce bassa:

Guarda Stecchetti quello ed un occhio mi scruta e mi trapassa,


:

freddo come un coltello.

Anch'

io

mi volgo

allora e leggo aperto

nel cor di chi

mi guarda

indovino

il

pensier chiuso e coperto

dalla faccia bugiarda.

di

dentro

il

dolor piange,
gli

ma
;

fuori

sorridon

occhi asciutti
i

sanguina una

ferita in tutti

cuori

ma

la

nascondon

tutti.

ADJECTA.

529

Ah
Il

no, fratelli miei,

non

e'
!

ferita

che

si

possa coprire

destino cos, questa la vita;


soffrire e poi

soffrire

Anche

le le

spalle
spalle,

mie portan
ahi,

la croce,
forti
!

non pi

dico spesse volte a bassa voce

Come

stan bene

morti!

Son

trascinato anch' io dalla

mia

sorte

col guinzaglio al collare.

Cammino come

voi verso la morte....


!

Lasciatemi passare

Stecchetti.

34

530

ADJKCTA.

TESTAMENTO

,uando Q,

morr, lungo

la terra

mossa

non piantate
io la

il

cipresso e la mortella;
la

mia tomba non

voglio bella,
si

ma

giovevole altrui pi che

possa.

A
le

che servono

fior

sopra

la

fossa

se r alito d' aprii

non rinnovella
le

membra, il cor, la vita e vestito un giorno ed anima


Piantateci una vite
il

cervella,

dell'

ossa

Il

suo giocondo,

suo celeste grappolo spremuto,

diverr vino ghiotto e rubicondo,

e cos, bench morto, in


ai

mio

tributo

vivi pagher,

rendendo

al

mondo
ho bevuto.

qualche goccia del vin che

gli

ADJECTA.

531

NOVEMBRE ANCORA

.ddio A,

sorrisi dell'albe rosate,


d'

addio tramonti che

oro parete

Novembre

porta

le

tristi

giornate

e delle nebbie la bigia quiete!

Gli uccelli

migran

in

file

serrate
liete,

cercando a volo contrade pi

ma

noi restiamo, calcando immutate,

sul fango vecchio, le vie consuete.

Restiamo e sempre
infliggeranno

le

stesse infinite

noie e le stesse speranze remote


e'

le

stesse ferite,

finch abbassando le teste canute,

chinando

al

suolo

le

pallide gote,
foglie cadute.

qui marcirem

come

532

ADJECTA,

IL

MIO CUORE

L
ma

.1

mio cuore

uno scrigno
sigillato.
il

di

velluto

che con sette

sigilli

Molti voUer saperne

contenuto,

nessuno finor

1'

ha indovinato.

Lungamente il segreto ho mantenuto e il labbro come il cor tenni serrato, ma pi a lungo tacer non ho potuto
ed
i

sette sigilli

ho

lacerato.

Sappiate dunque che nel cor segreto

chiudo
i

ricordi del

tempo remoto,
mio
lieto,

fiori

secchi dell' aprii

fra cui

quest'oggi, e gi ne son pentito,


1'

scendo a frugar con

animo devoto

per cavarne un sonetto impallidito.

ADJECTA.

533

II.

u
fior

n povero sonetto impallidito,

dell'anima mia morto e seccato,


le

che tra

foglie sue reca smarrito

come un lontano odor

del

mio

passato,

un' eco lieve del

come un ricordo vago e scolorito, tempo beato,


infinito

un rimpianto profondo ed

di tutto quel che in giovinezza

ho amato.

Ed
da
la

ecco che

il

sonetto esce discreto

prigion dove dormiva ignoto

e rivede

tremando

il

mondo
fior

lieto.

Va dunque,
porta a chi m'

o mesto

da

me
il

cresciuto,

ama

del

mio core
il

voto,

ed a chi m' odia porta

mio

saluto.

534

ADJECTA.

REQUIE

. I.n mezzo
fiorita

al

mar verdeggia, o
isoletta

l'ho sognato,

sempre un'

breve

che non vide giammai fiocco di neve,

n saetta cader dal

ciel

turbato.

Ivi

una casa bianca


il

in

mezzo

al

prato

dalle finestre aperte


le
il

sol riceve,
il

fontane son

fi-esche,
il

vento lieve,

silenzio profondo,

suol beato.

Nella pace dei


serenit che
ivi

libri

e nella forte
oblia,

perdonando

riposan l'anime risorte

e se tanto sperar
al ivi

non

folla,

di l della vita e della

morte

riposer l'anima mia.

CIVILIA
Et
si

ceux qui vivent


qui sont morts

s' s'

endorment,
I.

Ceux

veilleront.

V.

Hugo. Les

Chtinients,

TRA DUE SECOLI

vOcendi

ne' limbi della storia,

o secolo

nato ad incoronar Napoleone,

per morir tra


nenie che
ti

le

misere

cant papa Leone.

Scendi ne' limbi della


fu

storia.

Inutile

domandar
il

giustizia e

non vendetta.

Caldo

sangue dei martiri


il

ancor vapora ed

giudicio aspetta.

536

ADJECTA.

morti combattendo, o dei patiboli


il

vittime sante, indarno


e negli anni che
tutto

ver sapremo

vengono
?

da capo cominciar dovremo


le squallide

Per

vie l'urlo del popolo

dovremo
suonar
le

forse udir

come una

volta

e nelle chiuse tenebre

trombe

al

fuoco ed a raccolta?

Ah

no,

non

sia!

Nasci pi

lieto,

o secolo,

pi libero, pi buono e

men

rapace

per chi soffre e desidera

un po' pi

di giustizia e

un po'

di pace!

ADJECTA.

537

897

Hjcco, gi l'anno muore


ignobile, triviale,
e,

come

il

malfattore,

finisce in tribunale

lasciando

al

disonore

un ricordo immorale,
e

mezzo "commendatore mezzo clericale.

pur non son corrotte


menti ancora
;

tutte le

dalle iraconde lotte

e pur,

dopo
1'

la

mora

della dolente notte,

risorger

aurora!

538

ADJECTA.

ALLA BANDIERA

bandiera, B=

nostra forza e nostro orgoglio,

che

ci

guidasti per la sacra via

e da Castelfidardo a Porta Pia


trionfante salisti al Campidoglio;

Bandiera
di

tricolor,

che sullo scoglio

Quarto

fosti

fiamma e poesia,

non abbassata mai per codardia, non abbrunata mai che per cordoglio
bandiera santa,

lembi tuoi ripiega

ormai

sull' asta,

contrattata e resa
alla

come cencio impegnato


poich sul capo
al

bottega,

traditor
ti

non pesa
rinnega

nemmen

pi la vergogna e

pel bianco e giallo della Santa Chiesa!

ADJECTA.

539

IL

N<on
n tradita
che
salisti

da

tutti

per dimenticata,

sarai,

vecchia bandiera,

a Mentana insanguinata
d' acquistar

quando speranza

non

e' era.

Pochi vivono ancor che incatenata

ebber per

te la

mano

alla galera

troppi son morti,

ma

dai morti nata

nuova una giovent che attende e spera.

E
che
il

questa giovent, sovra


tuo

la

traccia

cammin segn,

fedele avrai

nella mente, nel core e nelle braccia.

sacro tricolor, levati ormai,


faccia
!

libero segno, al Vaticano in

Non mentirono

tutti

e lo vedrai.

540

ADJECTA.

MEMENTO!
ANNIVERSARIO dell' Vili AGOSTO 1848
IN

BOLOGNA

'uando Q,

al

cielo

il

clamor della battaglia

'

col

denso fumo andava


la

ed

il

cannon ruggiva e
per
le

mitraglia

vie grandinava,

molti,

volgendo ancor nella memoria


il

recente passato,
la vittoria

supplicavano Iddio per

dell' invasor croato

e nel segreto della chiusa stanza

pregavano

Signore,

doma

ribelli
<<

nostri e la baldanza

che diventa valore.


stesso
il il

Guida tu

piombo
ci

e fa che infranga

petto dei ribelli.


sar che pianga,
pii

Se qualche madre

far gli occhi

belli,

ADJECTA.

541

ma

dacci ancora un popolo di schiavi


e lo scudiscio in

mano
!...

rendi

al

vessillo delle sante chiavi


il

suo poter sovrano

Pass vinto
la

il

nemico

oltre

confini,

lunga

ira sepolta,

ma

molti

ah, noi scordate, o cittadini!


!

pregan come una volta

542

ADJECTA.

II.

kDon
il

cinquant' anni ed

il

cannon tuonava
;

vomitando
Bologna,

la

morte

mite cuor di Pio cos bussava,


alle

tue porte.

Son

cinquant' anni ed or dormi secura,

n pensi

al

tempo

antico.

Non

veglian

pii

le

scolte alle tue


il

mura

e pur veglia

nemico,

gran tempo non


che
ti

la

non
in

l'

hai veduto

guardava

faccia,

ostentando, insolente e pettoruto,


lo

scherno e

minaccia.

In quel giorno cont la numerosa


schiera de' suoi soldati
e pens che
e'

posto alla Certosa


fucilati
;

per

altri

ADJECTA.

543

pens che curve ancor sotto

la

piena

possanza del Maestro,


filan

nell'ombra Marta e Maddalena


per torcerti un capestro
;

pens che a vendicar


gli

l'

antico sfregio

basta alzar la mano,


tuoi

ora che

figli

vanno

al

collegio

del Padre Flamidiano.

tu frattanto, leonessa ignava,

dormi nel pigro covo

Son cinquant' anni che il cannon tuonava, ma pu tuonar di nuovo.

544

ADJECTA.

PACE!

.rdon A.

le case.

Le donne fuggono
gli

nel buio, urlando.

Piangono

orfani

sui padri morti e calano


i

corvi sui cadaveri.

Che importa

PEI' Africa

dove riboccano
!

troppe ricchezze per gente libera

La

nostra Europa misera

e le catene costano.

Ardon
le

le

case.

Di sangue corrono
asiatico

strade,

cadono nel freddo


uomini
la patria....

assassinati gli

che difendon

Che importa
gridiamo pace
e
i

Brucino

la

Cina e

1'

Africa,

noi civilissimi, nelle accademie


ai

popoli
!

gesuiti

godono

ADJECTA.

545

IN

MORTE

DI

MANLIO GARIBALDI

G
dall'

'hiusa la tomba, nel


i

silenzio eterno
il

non dormiranno

morti e

giovinetto,

amplesso paterno

riconfortato e stretto,

t'

Padre
il

susurrer

la

padre, mi senti?

Io sono

Manlio tuo, son

carezza

che degli anni cadenti


addolc r amarezza
!

Ma
O,

non mi domandar,

dell' infelice

terra che

amammo,
i

le

sinistre sorti.

tre volte felice

chi riposa tra

morti

Meglio narrarmi come un d lanciavi


al

fiero assalto le

camicie rosse

e la terga incalzavi delle schiere percosse.

Stecchetti.

35

546

ADJECTA.

Dimmi
su cui
la

Calatafimi ed

il

ciglione

schiera degli eroi saliva,

ricordami Bigione
e chi per lei moriva.

Ricorda tu quel che


e strappar le catene
dalle braccia piagate.

soffrir

conviene

per mantener le libert giurate

Oh, meglio

in

questa tomba, o padre mio,


al

che vigile gendarme

Vaticano

Meglio r eterno oblio


che lo sdegnarsi invano.

Meglio anzi tempo reclinar


che goder nella festa
di chi la

la

testa

morta, della speranza in sulla soglia,

madre

spoglia.

Oh, padre, non temer! Parlami.


Questa plebe
L' Italia
d'

sorda

ingordi

a' detti

tuoi.

non ricorda
i

nemmeno

morti suoi

ADJECTA.

547

PER UN'AMNISTIA

1.

rasibulo che vinse alz la


sulle teste chinate

mano

e la

Paura

inorrid,

ma
:

invano,

quand' egli disse


Indi la libert rese ad
intera e
le

andate

Atene
pene

non mendace,
le

colpe cancell, tolse

e consacr la pace.

Fu

giustizia o

clemenza
il

pur fu spento

cos r odio

pi vivo

e vera gloria fu
d'

1'

esser contento
d' ulivo.

una fronda

548

ADJECTA.

BANCA ROMANA

M.
il

.eglio,

Trento, per te se dalle mura

sante aspettasti invano


vessillo

che

patti

e la paura

respinsero lontano.

Meglio, Trieste, indarno a queste sponde


tener
1'

anima

fissa;
1'

meglio indarno aspettar che lavin


la

onde

vergogna

di

Lissa.

Deh, non cercate della madre


poich

il

petto,

figlie aspettanti ancora,


il

fi-acido

cancro ond' egli infetto

o uccide o disonora.

La madre,
s'

del vessillo a tre colori fatta

un

origliere

per fornicar, co' suoi commendatori


scappati alle galere.

ADJECTA.

549

Vende

1'

onore de' suoi


gioca
le

figli

morti,

glorie avite

e fa copia di s negli angiporti delle

banche

fallite.

Questa, questa colei per cui sperate


cessar le vostre pene

ed essa per paura ha patteggiate


fin

le

vostre catene

ed

essa,

in
la

Roma, penitente adora


fraude vaticana
rea

baciando

la

man

che gronda ancora

del

sangue di Mentana....

Ah

no, questo di vizi

ampio carcame
prostra,

che

al

bacio

vii

si

ah no, per Dio, questa bagascia infame

non
Ment chi
'1

la

madre

nostra.

disse

voi,

dai fortunati

sepolcri ove dormite,

martiri nostri ormai

dimenticati,

levatevi e venite!

Voi che gridaste


vi

Italia
la

il

piombo intanto
santo

rompea

parola,
il

voi che ne confessaste

nome

col capestro alla gola.

550

ADJECTA.

smascheratela voi

la

svergognata

che adulter col prete;


dite a questa

carogna incoronata
la

che non

conoscete.

Altra la sacra

Italia,

amor

dei forti,

che un d

fu

vostra cura.

Oh, destatela
se
i

voi, vivi

poveri morti,

hanno paura

Fate che torni e nella destra rechi

una spada infocata


contro questi ladroni obliqui e biechi

che r han vituperata.

Arda
tagli

col

foco suo

fin

che bisogna

questa stalla d'Auga,


col

ferro la civil

vergogna
!

e la giustizia sia

ADJECTA.

551

IL

il fico disse
il

1'

Biondo
al

al

mar correva

sacro Tebro, l dove


la lupa,

mio piede
1'

Acca

ritrovar

doveva
e
altro erede.

del regno d'Alba

uno

Deh,
la

la

mia

foglia
il

come piacque ad Eva,


pudor
le

breve foglia che


ai

diede

Deh, come bene


il

rami miei pendeva


!

traditor di Cristo e della fede

Or
o
il

se presso di

me

passa
1'

il

fallito

reo che nell'altrui

artiglio ficca,

decorato, superbo ed arricchito,

io,

quasi donna che tentando ammicca,

protendo
Passa
il

ramo mio come un Commendator, ma non


il

invito....
s'

impicca.

552

ADJECTA.

HI.

DA CAPO
Consurgite
et

ascendamus in meridie.

Jerem. vi,

4.

>e s.

nella

mesta
Caprera

sera,

cinto di luce strana,


lo scoglio di

air occidente levasi

superbo sulla nera onda lontana,

il

marinar che passa

sull'agile naviglio
tien la bandiera bassa

e tra le
il

palme ruvide duro capo abbassa e china


L, nella calma enorme

il

ciglio.

della

morente
il

luce,

sotto

granito informe,
le

presso

acacie

l'ultimo sonno

memori dorme il nostro duce.

ADJECTA.

553

Dorme
dorme
che
il

il

Messia invocato

nel giorno del dolore,


gentil soldato

am come una
s'

vergine
il

e col suo

fermato

nostro core.

Quando

il

leon scoteva

l'ampia cesarie d' oro

un popolo sorgeva
bello,

gagliardo e giovane

che

la

pugna chiedeva e non


gli

l'

alloro

sorgean
che
il

eroi sublimi

duce taciturno
ai

primo davanti
guidava
all'

primi

ardua carica
;

contro Calatafimi e sul Volturno

poi, rotta nel la schiera e

cimento

pur non doma,

cadea senza un lamento,

mal vendicata vittima


sul colle di

Nomento

in faccia a

Roma.

alcun tendea la

mano

a mendicar mercede,

n per voler sovrano,

n per clamor di popolo

mentiva

il

capitano alla sua fede.

554

ADJECTA.

che

il

duce ed

il

soldato

chiudean ne' petti ardenti


il

cor di Cincinnato

e ai solchi ritornavano
del plauso

non cercato

assai contenti.

Ed
o

or che resta

santo

sangue versato invano,


fior d'Italia,

pianto

un
or

d
ti

con tante lacrime,


mette
all'

incanto

il

pubblicano

O
pura
alla

gloria unica al sole,


in tante vicende,

crescente prole

pura dovevi scendere


e
ti

compra

chi vuole e

ti

rivende

Tutto governa

1'

oro

tutto sottil garrito


di legulei nel foro

e de' comizi
frutta

il

trafifico

come

tesoro al pi scaltrito.

Il

suo veleno occulto


la

ci

mesce

menzogna
barattano
l'insulto e la vergogna.

e gli ebri, nel tumulto


dell'ira,
si

la calunnia,

ADJECTA.

555

Ahi, della prima schiera

non resta alcuno

in vita

Dunque
col

laggi a Caprera
italico
?

biondo Cristo

r incolpevol bandiera seppellita

Ah
ti

no

Sacra coorte,

per r ultima battaglia

risparmi

la

morte
terribile

inerme e pur
di

Roma

su

le

porte ancor
essa
ti

ti

scaglia.

Non sangue

chiede,

ma

invoca

difensori.

Schieratevi

al

suo piede,

voi forti, e proteggetela

con r incorrotta fede e

gli

alti

cuori.

Trombe
Correte
alle

dal

sonno scosse,
!

sonate alla raccolta

riscosse,

salvate voi la patria,

vecchie camicie rosse, un' altra volta

Alto

il

vessillo alzate

de' traditori a fronte....

Ma

voi, deh,

riposate

nelle giberne lacere

cartucce non sparate all'Aspromonte!

556

ADJECTA.

IV.

NOTTE D'AUTUNNO

I nfuria

il

vento e nella bieca notte

fredda la piova incalza.


L' acqua che stroscia dalle gronde rotte
sui ciottoli rimbalza.

Entro V oscurit profonda e vuota


delle vie taciturne

guizzan, specchiate nell'immonda mota,


le

fiammelle notturne

e nel sordido fango e nel pattume


putrefatto del suolo,

miserabile spettro, agita


e fruga
il

il

lume

ciccaiolo.

Quand' ecco dal


e tra la pioggia,

silenzio esce

il

lontano

scalpito d'
il

una rozza
vento ed
il

pantano,

appare una carrozza

ADJECTA.

557

che in un diruggino di chiavistelli


trabalza oscenamente,
col profilo dei birri agli sportelli

e le lanterne spente.

il

ciccaiol che vive razzolando

nel

brago e nel

fetore,
:

sente lo schifo e brontola sputando


Passa

un commendatore!

558

ADJECTA.

BOXERS

)cendono Se
ai
il

le

feroci

orde

alle

valli

pingui campi nella pace assorti,

sangue corre e

di sognati
i

falli

sugi' innocenti fan vendetta

forti.

Accorron degl' incendi ai lampi nuove stragi a recar nuove coorti


e sotto al pie de' barbari cavalli

gialli

crocchian

le

fracassate ossa dei morti.

Plaudite

al

vincitor che

ben confida

delle battaglie nel possente Iddio

e lieto ascolta di chi

muor

le

strida,

udite.
il

Al rosso ancor ferro natio


sangue, alteramente grida

tergendo

Guardami Europa. Son

civile anch' io

>

ADJECTA.

559

ANARCHICO

jenta L.
la

nei lunghi secoli

dea Giustizia incede,


il

ma dove pone
germoglia
e le messi
in

piede
il

pace

grano

maturano

pingui

al

lavoro umano.

Lente

le

idee

si

movono,
loro
.

ma

noi

moviam con
nel lavoro
fratelli.

compagni
e neir

amor
non

Sono
le

le

idee che vincono


i

idee,

coltelli.

ahim. Tra

sogni torbidi

della pazzia tu

vedi

l'odio soltanto e credi


tra
il

sangue esser pi
con

forte

se uccidi per uccidere

e scherzi

la

morte

560

ADJECTA.

Ah
re

no, tu r orde d' Attila

dominar dovevi
impor
la fede,

se ai deboli volevi
col ferro

se

il

laccio del carnefice

strozza chi a te non crede!

Furtivo nelle tenebre


rechi la morte e
e scavi a
il

foco

poco a poco
cadaveri

sotto

il

terren la mina,
i

che inghiottir

neir ampia sua rovina.

che? Mostri di Nini ve.


d'

Templi

Assr

lucenti,

superbie di possenti,
torri

adunate a stuolo,

chi vi ridusse in polvere,

chi vi spazz dal suolo?

Non
non
che

fu la rabbia o

l'

impeto

della vendetta bieca,


fu la forza cieca
vi

schiant dal fondo,

ma
d'

un solo raggio, un palpito


il

amor che scosse

mondo

ADJECTA,

561

Lungi
ira

di qui la livida
!

ed

sogni orrendi

Negli ipogei discendi


tra
i

mostri e

le

chimere.

Giustizia e

non

carnefici,
!

questo dobbiamo volere

Stecchetti,

36

562

ADJECTA.

RESURREXIT

X^oich
ed
il

le

guardie han perso

il

sonno e

il

fiato

a vigilar la banca d' Isacchetto

misero vuol dal fortunato


la

la giustizia,

pace,

il

pane e

il

letto,

povero vecchio Iddio,


sotto r

t'

hanno chiamato
eletto

arme

di

nuovo

t'

hanno

vice Mazzini a custodir lo Stato

e a far da barbacane al Gabinetto.

Vieni e se

il

guasto spirito moderno

ha

il

principato de' borghesi a noia


il

aiuta

Ministero

dell' Interno,

riconduci a guardar la mangiatoia


i

tuoi vecchi spaventi dell' Inferno,

il

diavolo,

tuoi preti ed

il

tuo boia.

ADJECTA.

563

III

NOVEMBRE

u.Itimo
o
la
fior

fior

dell'

epopea romana,

nato di sacrificio e di virt,


di villa Glori

e di Mentana,

tua radice non

germoglia

pi.

Il

vermiglio color di fiamma viva


alla vilt
il
;

parve pericoloso

troppo gagliardo
ai

calice

s'

apriva

primi baci della libert

e tosto
la

bocci sullo stel fiorente


castr,

moderata forbice
sacra terra che

poi r italico bue stupidamente


la
ti

crebbe, ar.

Sotto

il

pungolo
1'

vii
il

dell' interesse,

dei martiri tra

ossa

solco apr
la

ma quando
il

biondeggi pingue
ne impadron.

messe,

publicano se

564

ADJECTA.

E
cos,

ben

ci

sta.

Come

la

nebbia incombe
il

sui colli sacri

dove crebbe

fior,

freddo l'oblio, copre


dell' Italia
il

le

tombe

dove riposa
il

cor,

generoso cor che non pesava,


il

nelle battaglie

quando ed

il

perch,

ma

che del sangue suo crocesignava,


i

crisma divino, sulla fronte

Re.

Ed
troppo

or,
la

poveri morti,

ai

soddisfatti

soma

del dover pes.


i

L'istessa lingua che giurava

patti,

ruppe

la fede

data e spergiur,

mentre voi che giuraste


dove, quadrata,

o Roma, o morte

r eterno sonno lo dormite qui,


1'

ultima coorte

gitt r ultimo grido e poi mor.

Ultimo
o

fior

dell'epopea romana,

nato di sacrificio e di virt,


fior di

Villa Glori e di Mentana,


!

la tua

radice non germoglia pi

ADJECTA.

565

AFFRICA

MENTRE PARTONO

T,u

che aprendo

il

mercato

alla

menzogna

alto salir potesti

e che senza piet, senza vergogna,


vivo, di noi ridesti,

or nella

tomba dormirai contento


di

buon vecchio

Stradella,
al

che accompagnar solevi

tradimento

l'arte di Pulcinella.

Dormi, buon vecchio, ormai dimenticato


dai servi e dai rivali e sogghigna se
i '1

puoi. T' han perdonato

morti di Dogali.

ben pi grave e pi feroce guerra


r
Italia

condannata;

nuovo sangue
dell'

latin

beve

la terra

Eritrea bruciata.

566

ADJECTA.

Nuove
e

vittime ancor di rei consigli

cadran sull'arse arene

nuove madri cresceranno


per ingrassar
le

figli

iene

Lascia, scarno villan, lascia

il

sudato

solco a te non diviso

Tu non

devi morir dove sei nato,


t'

dove amor

ha sorriso.

La

gentil civilt de' tuoi signori


ti

spinge

alla

battaglia.

Va, povero villano, uccidi e muori.

Dopo, avrai
e mentre
legulei

la

medaglia,

ti

lauderanno

con sonanti parole,


oh,

come

l'

ossa tue biancheggeranno


al

gloriosamente

sole

Sulla sabbia deserta e funerale

rotoleranno

al

vento,

ma

in

qualche trivio della Capitale


sorger un monumento,

su cui tra

bronzi

falsi

e le sculture

dell'arte a

buon mercato

sar

il

tuo nome, o buon villan, se pure

non l'han dimenticato.

ADJECTA.

567

Piange intanto colei che


piange

la tua culla

vegli amorosa e forte,


le tristi
le

nozze una fanciulla,


la

nozze con

morte,
rivolto

ma
dice

il

padre invece,
giunte
le

al

ciel

il

ciglio,

palme grame,
te,

beato

povero

figlio,
!

che non avrai pi fame

568

ADJECTA.

II.

IN

ANTICAMERA

1 moretto
e se
gloria e

in livrea

che r Eccellenza assedia


si

si

bea
rimedia,

un pranzo

ci

chiama una grande idea


questa brutta commedia
di

Colonia Eritrea

che finisce

tragedia!

L' oblio dei deplorati

giusto che
col

si

paghi
soldati,

sangue dei

e poi, laggi, son vaghi


d' esser civilizzati

dal capitan Livraghi

ADJECTA.

569

HI.

ALPINI

,uando Q,
esser
l'

1'

ora verr,

1'

ora che deve


al

estrema che vedrete

mondo,

voi cercherete invan col

moribondo

occhio r alpe natia, bianca di neve


e indarno de' ghiacciai la brezza lieve ricercherete nell' ansar profondo....

Oh, quanto lungi


saran
le

al
il

labbro sitibondo

fonti

ove

camoscio beve

Ahim, madri dolenti

e fidanzate
il

dolenti, dite voi se questo


il

santo
?

giocondo avvenir che sognavate

Vanno
cui

all'

inutil sacrificio e intanto

noi veneriam le vanit sfacciate

piacque

il

sangue loro e

il

vostro pianto!

570

ADJECTA.

IV.

ULTIME NOTIZIE

L.

ie

madri, nel tormento

crudel d' un dubbio arcano,

cercan con

l'

occhio intento

qualche speranza invano.

Non
dall'

sale

un noto accento
vento
!

aspettante piano,
al

non una vela


sul

freddo mar lontano

Ed

ecco,

il

messaggero

nunzio della fortuna


passa sul lor sentiero,

e a lui chiede ciascuna,

bianca d' angoscia,

il

vero

Che novit ?

Nessuna

ADJECTA.

571

V.

ALLE MADRI
Dedicato

ad

Anna

E.

M.
la

.adri,

lo ricordate

il
il

sereno

in cui d'

amore

pegno
?

prima volta nel fecondo seno


vi

die di vita un segno

Con che orgoglio


allor vi

gentil del
!

grembo

incinto

compiaceste
col
gli

Come

la culla

materno
faceste
!

istinto

morbida

poi che al suo vagir tacque


del fianco insanguinato,

il

dolore

con che speranze, o madri, e con che cuore


benediceste
il

nato

572

ADJECTA.

e nutrito di voi lo riscaldaste

stringendolo sul petto,


e se morte
il

gherma, glielo strappaste

col prepotente affetto!

Lo

cresceste cos, bianco fanciullo,

sovra

fidi

ginocchi,
il

vegliando

il

primo passo e

suo trastullo

con r anima negli occhi.


e speraste veder l'ore

supreme
baci e quanta
!

in braccio a lui pi liete.

Quanto amor, quanti

speme

o madri che piangete

Ed

ora?

vostri figli a

mille a mille

cadder lungi da voi


perch un ladro impazzito e un imbecille
si

son creduti

eroi.

E
ma

vi

tentano ancor,

gli

scellerati,

con
i

le

astute parole,

cadaveri nudi e mutilati


si

putrefanno

al

sole,

ma

gi dai loro

immondi
le

antri,

le iene

calando irsute e scarne,


leccano
il

sangue de

vostre vene,
!

straccian la vostra carne

ADJECTA.

573

il

delitto cadr nel


in

grave oblio
?

che ornai tutto langue


voi,

No, levatevi

donne, perdio,

raccogliete quel sangue,

gettatelo ululanti e scapigliate


dei colpevoli in faccia;

quando

il

giorno verr, non dubitate,


la traccia
;

ne troverem

e dite agli

altri,

o neghittosi, o incerti
:

Piet di noi vi prenda

La

nostra patria qui, non nei deserti


dell' Abissinia orrenda.

Piet, chiediam piet,

madri dolenti,

figlie, sorelle, spose; piet, per g' insepolti e pei morenti su r ambe sanguinose
!

Non

tolga vite
la

ai

campi, a
:

le

officine,

conquista rapace

la nostra patria qui.

Datele alfine
!

la giustizia e la pace

Dite

cos.

Ma

se

domani ancora
i

Tripudieranno
e

ladri

moriranno

g'

innocenti, allora,

o dolorose madri,

574

ADJECTA.

non porgete pi
che
s'

latte al
al

mite Abele,
destino,
il

acconcia

ma

raccogliete ne le

poppe

fiele

per allevar Caino.

ADJECTA.

575

VI.

AGLI EROISSIMI

\_Jiusti della

fallita

Apocalissi,

Marci Porci Catoni, in questo errai


che delle birberie forse ne
scrissi,
feci

ma non Oh
di

ne

mai.

se n' avessi fatte, e lo potevo,

che frasche m'avreste incoronato!


tra
i

Un'abiura e

grandi anch'io sedevo,


deplorato!

illustre

Ma

l'arte di
il

lustrar le scarpe ai ladri

curvando

dorso, mi neg natura;

perci gridate che incitai le madri

a strillar di paura.

Chi parla di vilt? Chi con gagliarde


frasi,

dopo

il

caff,

facil

tribuno,

povere donne,

vi

chiam codarde
?

perch vestite a bruno

576

ADJECTA.

Chi,

fumando

in poltrona,

empie

giornali

di vendette, di stragi e di rovine,

da

la

ciambella moderando

1'

ali

dell'aquile latine?

Chi dei debiti nuovi


le

alla

conquista

apostrofi

all'

onor guida

in falange

soggioga

lo

Scioa dal liquorista,


insultando chi piange
*

Ah,
in cui r

siete voi

Salute o ben pensanti,


si

onor

s'

imbotta e

travasa

Ma

dite

un

po',

perch gridate avanti


e poi restate a casa
?

Perch, lungi dai colpi e dai

conflitti,

comodamente
baritonando
ai

d' ingrassar

soffrite,

poveri coscritti
armiamioci e partite
?

Partite voi, se genoroso

il

core
vi

sotto al pingue torace

il

ciel
si

diede.

Baiardi, laggi

dove
il

muore
si

che

coraggio

vede,

non

qui, tra le balorde zitellone,

madri spartane di robuste prose,


che chieggon morti per compor corone
d' alloro,
ahi,

non

di rose

ADJECTA.

577

Ma

no,

non partirete

questi tempi,

se dovesse

mancar

la

parte sana,

chi resterebbe a predicar gli

esempi

della virt

romana?
detti
?

Chi resterebbe a consolar coi


le

vedove belt che


li

il

bruno adorna

Chi

farebbe

brindisi ai banchetti

per chi parte o chi torna

Ah,

forti

Alaci della guerra a fondo,

ussari della morte, ah,


d' uscir di

non tentate
il

qui per conquistare

mondo,

perch, se ve ne andate,

forse la vigna che godeste voi


fruttar

potrebbe ad operai pi

scaltri....

no, restate, restate a far gli eroi

con

la pelle degli

altri

Stecchetti.

37

578

AJDECTA.

VII.

AI

REDUCI DALLO SCIOA

N-Cuando spuntar vedrete a


e la brezza natia su
il
1'

1'

orizzonte

questo suol benedetto e sospirato


arsa fronte
;

bacio vi dar del ben tornato

quando
i

in folla calar vedrete al lido

cari
il

vostri a salutar le

prore
il

e
vi

dolce vento de la patria,


1'

grido
;

porter de

aspettante

amore

quando
e,

nel cor di
la

rimembranze pieno
tempesta

r impeto cesser de
consolati, sul

materno seno
;

riposerete alfin la stanca testa

se vi parr d' udir

fioco

un lamento

che seco

il

pianto e la tristezza porti

ascoltatelo pur senza

sgomento

quella la voce dei

compagni morti,

ADJECTA.

579

che dice

A
ci

1'

avvenir sorridevamo
lui

quando

il

destino

port con

ed ecco che con voi

non ritorniamo,

noi mal sepolti ne la terra altrui.

Ma,

dite,

la giustizia alz
i

il

flagello
?

su gli eroi

da poltrona e

paladini

Chi
il

come

bestie ci cacci al macello,


?

supplizio sub degli assassini

Voi rispondete
del triste

Ahim, dormite

in

pace

campo
delitti

nel silenzio

enorme
tace,

Qui dei

la

memoria

qui stipendiata la giustizia dorme.

Sovra

tumuli vostri erra feroce


il

la iena e ne la notte urla

leone,
la

ma

gli

eroi

da poltrona hanno

croce

e gli assassini vostri

han

la

pensione .

580

ADJECTA.

Vili.

ARRI!

'him, O,

quanti scambietti!
nitriti
!

Oh
I
li

Dio, quanti

poveri muletti

veggo

imbizzarriti!

Che

siate benedetti,
:

muletti riveriti

ma

che? Per due versetti


inferociti?

strillate

Adoperate ingegno,
badate
!

Non

conviene
lo

mostrar cos

sdegno.

Tirate calci

Ebbene,
bene?

ma
che

questo non segno


v'

ho

frustato

ADJECTA.

581

OTTOBRE

1899 IN

PALERMO

'he c.

gli

giov r oltracotante possa


del

pugno audace
gii nella

e forte?

Guardatelo calar

fossa

sacro alla mala morte,

guardatelo sparir,
d'

triste

rovina
gloria,

una bugiarda
s'

censurato pigmeo che


ai

incammina

limbi della storia.

Ecco,

la

dura fronte ormai curvata,


lotta col

sonno eterno,

e la canizie sua contaminata

trema sotto

lo scherno.

scherno ed ironia son

le

corone

e g' inni de' seguaci,


cui la

vergogna del passato impone


di

rimaner mendaci.

582

ADJECTA.

Oh, se

il

morente

all'

opere nefande
i

pi non volge
lasciatelo

pensieri,

morir senza ghirlande


e senza vituperi.

Lasciate seppellir tranquillamente


il

cencio imputridito,

e r ala dell' oblio copra clemente


la

tomba

del

fallito.

Fallito

quando
si

1'

onor suo da prima

scont sul mercato,


orror d'

e fallito

all'

Abba Carima
!

che non ha mai pagato

Se vanno

in pace
all'

il

ladro e la bagascia

ultimo riposo,

lasciamolo morir

come
il

si

lascia

morire

can rognoso.

Incoroni d' allr

1'

oscena gogna

chi volentier si prostra,

e noi

dimentichiam questa vergogna,


che fu vergogna nostra.

ADJECTA.

583

QUANDO SI DISSE NON SE NE PARLI PI!

L
oggi

.eri,
il

e fu tardi,
lezzo
ci

si

tur la fogna
la

d'onde
si

venne e

sciagura;

copre
il

la

comun vergogna
la

come

fa

gatto con

sua lordura.

sia

Si taccia

ma

per bisogna
far

che rimanga un ricordo a


e che del lungo

paura

error la rea carogna

pi non risorga dalla sepoltura.

E
e
si

se udrete talor chi quel passato

difenda a viso aperto in suo linguaggio


vanti costante ed immutato,

quel che vi sembra fedelt, coraggio,

generoso

sentir,
i

petto indomato, fondi del malandrinaggio.

non son che

584

ADJECTA.

QUANDO
/

l'

amico MIO

FELICE CAVALLOTTI
FU scannato

Caussa mali tanti.... ViRG. Ma. XI, 480.

d or che
il

in

bocca
ti

la

civil

rampogna

ferro

recide,

Verre, beato nella sua vergogna,

Verre,

il

ribaldo, ride

e tripudia dicendo:

In

tuo malanno,

lingua troppo sincera,


ora
i

complici miei m' assolveranno


e

non andr

in galera

anzi, grazie

all'

eroe che
all'

t'

ha mandato

finalmente

la

inferno
il

bigamia,

le

corna e
al

peculato
!

torneranno

governo

ADJECTA.

585

Verre, t'inganni! Nel mortai duello

non non

fu tua la vittoria.

Con un colpo
si

di

spada o

di coltello

uccide

la Storia:

Doma
ma
il

dallo scudiscio e dallo sprone

Italia cieca e sorda,

sangue che grond per tua cagione


la Storia lo ricorda

ed

ella sa

che

il

labbro tuo sorrise


la vendetta,

gustando
ella sa

che
sei

la rea

punta che uccise


1'

tu che

hai diretta.

Fuma
il

di

sangue

la Sicilia,

prima
lutto,

sempre

alla gloria e al

sangue giovenil

d'

Abba Carima

non

per anche asciutto

ed ecco sangue ancora scaturito


dall'

opre tue furtive

ma

la

storia in quel

sangue intinge

il

dito

apre

il

suo libro e scrive.

Scrive

L'uno a

virt volse l'intento,

r altro fu disonesto

Scrive

Quegli lott fin che fu spento

e chi r uccise questo

586

ADJECTA.

Or va!

non

Superbo, com' tuo costume,

Verre, sorriderai,
nia la scritta di
si

sangue

in quel

volume

cancella mai!

ADJECTA.

587

PRIMO ANNIVERSARIO

DELLA MORTE

DI FELICE

CAVALLOTTI

P=are
che per

un sogno bugiardo e compie


l'anno dai giorni mesti,
1'

1'

anno,

altrui

fortuna e

il

nostro danno

nel sangue tuo cadesti.

Specchio de'

forti

e fior de' generosi,

anima

fiera e

buona,

mal nella fredda eternit riposi


or che la tromba suona
;

r istessa tromba che a pugnar traeva


i

battaglion vermigli,
libert chiedeva
figli
!

quando l'oppressa
il

soccorso dei

Ed
Chi

ecco

il

della battaglia
sei

venne

quando non
al

con

noi.

tuo detto trem, chiese ed ottenne


e tu parlar

non puoi.

588

ADJECTA.

Al tuo seggio deserto indarno

gli

occhi

abbiam sperando

alzato....

Ahim

la libert

strozzan gli sciocchi,

ora che

t'

han scannato!

ADJECTA.

589

SECONDO ANNIVERSARIO

DELLA MORTE

DI FELICE

CAVALLOTTI

F<olla
che
t'

briaca e stolta

allegri

al

clamor del baccanale,

turba d' ignavi, ascolta

che

triste

voce dalle tombe sale

e dice

Ahi, d' altre grida


!

sonavano
ben

le

vie

quando vivemmo

Sotto ben altra guida


altre feste celebrar

sapemmo

Soffrir ci

parve poco

quando

amor d' Italia in cor ci nacque sfidammo il ferro e il foco


1'

e per la libert morir ci piacque.

Reciso
il

fior

che langue,

furor

ci

miet delle tempeste,


voi, del

ma

nostro sangue,
?

voi, della libert

che ne faceste

590

ADJECTA.

O
tu

patria sventurata,

non

sei

dunque pi che un nome vieto?


un decreto
suona
il

O
ti

libert giurata,

si

pu

confiscar con

Dunque
e
le

in faccia vi

del prete vincitor beffardo

canto

Roma

vinta intuona
dell'

cupe salmode

Anno Santo
la
alle

Dunque
e

1'

onta e

fame

son guadagno de' ladri

masnade

come fango infame


camorra invade
?

tutto la maffia e la

Ah,

la

tua

tomba cheta
lascia per noi;

che una spada

t'apr,

canta, civil poeta,


di

Leonida

1'

inno e degli eroi

Alla pazzia feroce


scaglia le strofe tue
la

come rampogna;

generosa voce

alza in faccia agli eroi della vergogna. Vieni, poeta, e canta


la strofa di Tirteo viva e sonora....

Chi sa

Forse

la

santa

fiamma

in

Italia

non spenta ancora!

ADJECTA.

591

ANCORA
Tliere
's

bleod upon Ihy face Shaksp. Mach, iii 4.,

.'

jady Macbeth fiutava

l'odor del sangue caldo in ogni cosa


e nella notte folta e paurosa

come uno

spettro errava.

Ah, sciagura, sciagura

Ecco, un segno vermiglio ha sulla mano,

un segno accusator, lavato invano


con ostinata cura
e quel segno

non langue

per volont che duri a cancellarlo,


tutta

r acqua del mar non pu


il

lavarlo....

chi lo lava

sangue?

E
ai
e,

pur chiese costui


il

figli

sangue ed

alle

madri

il

pianto

fatta d'

ogni casa un camposanto,


altrui
;

volle la

roba

592

ADJECTA.

ed

or,

lo sciagurato
si

che nel fango giacca,

leva in piede,

osa parlarci, vuol lavarsi e chiede


il

catino a Pilato

No

Se

il

ricordo langue

per audacia, per forza o per fortuna,


c' chi conta le macchie ad

una ad una.

chi lo lava

il

sangue

Basti
il

all'

ugne rapaci
e della fogna.
se

relitto dei ladri

Abbi prudenza
china
la

non
!

hai vergogna,

testa

e taci

ADJECTA.

593

PER LE CANNONATE ITALIANE ALLA CANEA

,uando Q,
le

vividamente in

ciel

la

sera
in s,

fiamme del tramonto accoglie


s'

e nel bacio del sol

alza Caprera
le

su l'onda rotta che

mugge

al

pie,

il

vigile nocchier volge le attente


luci a la

tomba che da lungi appar,

r orecchio intende ed una voce sente


alta e

sonora sul deserto mar,

che dice:

madre
dove

Italia,

io t'ho lasciato

un retaggio

di gloria e di
l'

virt

madre

dei forti,

hai gittato,
?

che Garibaldi non ricordi pi

pure

il

vento un lungo suon di trombe,


!

quasi chiedenti aiuto, a te rec


e pure un cupo brontolar di

su r onda sacra

nell'

bombe Ego pass

Stecchetti.

38

594

ADJECTA.

Spenta dunque

l'

idea che forti mosse

a ribellar le tue cento citt?

Dunque non
per
le

ci

son pi camicie rosse


?

battaglie della libert

Dove dorme ormai


del tuo

chi la parola
al

Vangelo
tuo

popolo band,

e col capestro attraversato in gola

benedisse

il

nome

e poi mor,

chi sul
il

campo

il

sangue suo

t'

offra,

sangue generoso, e

lo vers

quando

nel singhiozzar dell' agonia


ti

col viva dell' addio

salut

miei Mille ove son, belli e giulivi


tra la mitraglia,
di

Milazzo
i

al

pie?...

No, se
si

in

tanta vilt giacciono


i

vivi,

leveranno

morti intorno a

me

Venite, o morti miei


spaldi,

Sovra
la

fumanti
sta.

superba

bandiera
!

Carabinieri genovesi, avanti

La tromba
Di questa Europa

squilla

ed

il

nemico
cura,
infierir
?

l!

vii

chi pi

si

che sui deboli scende ad


Lasciatela affogar nella paura,
la

sozza vecchia che non sa morir.

ADJECTA.

595

Che

se cercasse alcun questa favilla

spegner, che tanta fiamma accender pu,


forte citt

dove nascea

Balilla,

levati tutta per risponder

no

Genova

1S97.

596

ADJECTA.

DUE OMBRE
L' infamia di Creti....

Dante

Inf. xii, 12.

N
che,

Oli

puoi dunque dormir,


tra
i

Re

Ferdinando,

putridi antenati

il

sozzo lembo del sudario alzando,


levi la testa e guati
?

E
di

dici

la

Ah, se

il

Signor non mi prendeva,


io

sarei

pur degno anch'

questa civilt che mi diceva

negazion di Dio

Sovra

sudditi miei
le

fatti

ribelli
feci,
i

bombe io ma r Europa civil manda


piover
al

vascelli

massacro de' Greci.


che non
?

Nel sepolcro che


Vieni a veder

fai

ti

levi,

general Filangieri
i

come tuoi degni ammazzan volo ntieri


;

allievi

ADJECTA.

597

vieni a palpar,

come a Messina,
;

buchi

fumanti del bersaglio

vieni a veder quanti fedeli eunuchi

fan la guardia al Serraglio

come sanno
la

schiantar da la trincea

croce insanguinata,
i

come ingrassano

corvi a la
!

Canea

di carne battezzata

Domani impiccheranno.
Eppure
e
io

Intanto

morti

marciscon senza tomba....

non negavo

il

beccamorti
!

mi chiamavan Bomba
dici,

Cos ben

o vecchio Re, contento


nepoti,
e,

di questi tuoi

oggi

birri

del turco

al

buon momento,

birri

dei sacerdoti.

Ben

dici e sfreni
il

con superba gioia


boia,

riso alto e sonoro,


il

tu che, regnando con la forca e


fosti

miglior di loro.

Ma

questo almen

ti

affligga e dei ferini

gaudi
che tra
i

il

tripudio arresti,
gli assassini

bombardatori e
e'

non

chi tu vorresti.

598

ADJECTA.

Vedi
e

Quando manca la

le

navi alzan la gala,

tua bandiera,

il

tricolor che sventol a Marsala

non guida pi
n tra
gli

la

schiera

squilli che,
ciel

salendo in
sublimi,
all'

alto,

vibrano in
s'

ode

la

tromba che suon

assalto

sotto Calatafimi.

Memori ancora de
cinta d'

la

nostra istoria,

del Gianicolo in vetta,

un

trionfai

nimbo

di gloria,

vediamo un' ombra


che, su la

eretta

cima quirinal lontana


le

figgendo
chiede
:

pupille,

Potresti ereditar
i

Mentana

e mitragliare

Mille?

ADJECTA.

599

PRESAGIO

h
ed

r ala molle del vento increspa l'onda,


le

bacia e fa sussurrar
al

selve al

monte

signor che della messe bionda


la giuliva fronte;

gode, accarezza

ma
s'

nella pace del seren

profonda
orizzonte

alza

una nuvoletta

all'

e quella nube, piccola e leggera,

prima

dell'

annottar sar bufera

600

ADJECTA.

PRIMO MAGGIO
....

proximis

idibtis senties,
I.

Cic. Catil.

P.assano

lenti.

Un

lampeggiar febbrile
il

arde a ciascun

ciglio.
file

Passan solenni e da

le

dense

non
Toccandosi

si

leva un bisbiglio.

le

mani ognun
il

di loro

cerca

vicin chi sia.

Se

calli

suoi

non

vi

segn

il

lavoro,

quella una

man
il

di spia.

Sotto r aspra fatica e

reo destino

molti gi son caduti, molti


il

career ne tiene od

il

confino,

e pur sono cresciuti.

Striscia

il

gran serpe de
i

la folla

oscura

de

ricchi su le porte.
la

Dentro, ne lo stupor de
si

paura,

ragiona di morte.

ADJECTA.

60 1

Intanto

il

passo de

la
si

muta schiera

allontanar

sente

e nel silenzio de la losca sera

spegnersi lentamente.

Ecco

allora Epulon, vinto

il

terrore,

socchiude
e dice
:

1'

uscio e guata

lode a Cristo ed al Questore,

anche questa passata

passata,

ma

invan te ne compiaci

ne l'allegre parole,

son

gli

antichi rancor troppo tenaci

per tramontar col sole.

Nel ferreo pugno non hai pi

la

plebe
;

che serva un d schernivi

germina

l'

odio da

le

pingue glebe
coltivi.

che mieti e non

Ne

le

officine

fumiganti e nere
si

contro te

cospira:

sotto la casa tua, ne le miniere,

pronta a lo scoppio

l'

ira

602

-ADJECTA,

mal

ti

giover crescer guardiani


a le porte sbarrate;

r armi, custodi del tuo aver, domani

da chi saran portate?


Chi
difender domani, quando
le

ti

turbe mal nutrite


le
il

assedieranno

tue case, urlando:

primo maggio

aprite

Oh, ben

gli

sguardi noi tendiam levati

a r avvenir fecondo
e tu chini la fronte
!

tuoi peccati
il

hanno stancato

mondo.

ADJECTA.

603

SCIOPERO IN RISAIA

Vv^uir argine fangoso e desolato,


sotto
il

ciel

che

s'

oscura,
il

come ingiunto

gli

fu veglia

soldato

e guarda la pianura.

Non un

canto lontan, non un susurro


;

dai muti casolari

non un allegro
s'

fil

di

fumo azzurro

alza dai focolari.

Sol di bimbi affamati un gemer lento

sembra morir

lontano....

La fame,

la

miseria e lo spavento
triste

pesan sul

piano

Pensa

il

soldato

Ahim, lacrime
l'

umane

noi vi freniam con

armi

Oggi, se a casa mia non c' pi pane


ci saranno

gendarmi

604

ADJECTA.

QVANDO
PREFETTO DEL RE E IL SINDACO DEL COMVNE RENDEVANO OMAGGIO A SVA EMINENZA REVERENDISSIMA
IL

DOMENICO SVAMPA
PRETE CARDINALE DEL TITOLO DI SANT' ONOFRIO ED ARCIVESCOVO DI BOLOGNA QUESTO CARME BENE AVGVRANTE FU DEDICATO

^^ignor, poi che

ti

sta supplice ai piedi

questa F^elsina tua che un d sdegnosa


bacio di prete sofferir non volle
costei che, infranto
il

trono in cui tu

siedi,

cercando libert tinse gioiosa


del suo sangue miglior
1'

itale zolle,

absolvi or la pentita e le concedi

r amplesso del perdono

dimenticando
Sii

dell'

error

1'

audacia.

generoso e buono
la

con chi come a Signor,


misericorde ascolta

man

ti

bacia
io,

e poi che piango ravveduto anch'


il

canto mio.

ADJECTA.

605

Un

tempo, e ben lo

sai,

morta

di

fame,

schiava del tuo stranier tempr la plebe

ceppi a s stessa su

la

propria incude

pe' sarcedoti tuoi le turbe

grame

reser feconde le sudate glebe


e sul solco natio caddero ignude
ai

campi della Chiesa

util

letame;

ma un Dio
turbe nate
e che
felici

consolatore
:

da' sacri templi a lor dicea


al

Soffrite,

dolore

nel dolor morite,


il

poi che v'aspetta in ciel di Dio


e sol de' tribolati
il

sorriso

paradiso

Dolci tempi, o Signor,


in cui la libert disse
la
il

ma

triste

il

giorno

suo

nome

prima volta

nella rea Parigi,

poi che le turbe allor volsero intorno

torbido r occhio e scossero le

some
ritorno.

brandendo l'armi ad operar prodigi


di che
all'

anime pie duro

il

Germogli del mal seme


crebbe
il

tristo

terren le idee novelle;

compresso indarno, freme


tra
i

nuovi ceppi

il

popolo

ribelle

e poi che in cor gli agonizz la fede

non pi

la libert,

ma

il

pan

ci

chiede.

6o6

ADJECTA.

grida

Senza gioia e senza

luce,

martiri del lavoro e degli stenti

moriamo e

il

pane ancor

ci

si

rifiuta.

Aprimmo
altri altri

il

solco e

non per noi produce,


guardiam
l'

ha
ha

le lane e noi la

gli

armenti,

messe e noi
tiranno
i

abbiam mietuta.

Nuovo un
e, ci

servi suoi riduce

a maledir la vita

come

bruti a litigar le ghiande

calca inferocita

la

gente nuova che facemmo grande,


lieto
il

ma

d della riscossa arriva

corriamo

all'

armi e

la

giustizia viva

Deh
rinnovar

soccorri, o Signor
le

Pi non

ci

giova

catene ed

tormenti

o sfrenar

birri
l'

alle cercate stragi.


i

Troncata
e
i

idra

capi suoi rinnova


i

pubblicani ed

giudei dolenti
e nei palagi
si

tremano su

gli scrigni

dove

il

tripudio del goder


macilente,

prova.

La turba

accorre e di morir non ha paura


poi che, soffrendo, sente

che a

lei

la vita e
ci

non

la

morte

dura....

Deh, Signor,

soccorri e se al desio
ci

mancan

le

Guardie,

difenda Iddio

ADJECTA.

607

se
i

il

tuo Dio
al

ci

costa, a noi

che importa

quando

ribelli
ci

timor suo riduce


il

e delle turbe

rida

governo
1'

quando quando
r
util

agli eletti suoi


tra
i

ausilio porta,

volghi creduli conduce


il

minaccia ed

terror d' inferno

ed ha

demonio pauroso a il Ben venga Iddio se reca


r obbedienza cieca,
il

scorta

fede agli umili, securt ai possenti,

catechismo,

preti,

sacramenti,

de' frati tuoi la sacrosanta loia,


il

Sant' Ufficio, la mordacchia e

il

boia.

Ben vedi che


i

timor,
a'

non
ti

cortesia,

magistrati nostri

pie

caccia

inginocchiati a far debita


Ieri nemici,

ammenda.

ognun

di lor fugga

fino

il

pretesto di guardarti in faccia,

ma
ed

la

tema del poi

gli

animi emenda
e Maria.

eccoli a gridar

Ges

Reca dunque, o
alla citt pentita,
al

Levita,

benedetti dal ciel giorni soavi

Senator che te ne d

le chiavi

stringi la briglia nella

man

paterna

e questo popol tuo reggi e governa.

6o8

ADJECTA.

Canzon, vanne

alla

sede

del Pastor cui fu prto

omaggio
e se
gli

di

paura e non di fede.

Egli saggio ed accorto

ben tu

lo

guardi
:

leggerai sul viso

troppo tardi

ADJECTA.

609

CHE

PER UN GIORNALE S' INTITOLAVA DA

TITO LIVIO CIANCHETTINI


MATTOIDE PERIPATETICO

MORTO MISERO
E LIBERO

V.
dell'

ecchio, lacero, scalzo e rassegnato

all'ingiurie del vento e della piova,

umana

folla
t'

misera prova,

l'antico tribolar

ha consumato.

Nella nebbia dei sogni hai brancolato

come

fa

l'

ebbro, che

il

cammin non

trova,

inseguendo un' idea malcerta e nuova


tortura e strazio
al

tuo pensier malato.

Ludibrio de' pasciuti, ogni amarezza


soffristi

lungo

la

dolente via,

senza un' ora di pace o di dolcezza.

Lieve

la

poca terra ora


!....

ti

sia

dove

riposi

Dell' altrui saggezza

era forse miglior la tua pazza.

Stecchetti.

39

6lO

ADJECTA.

II.

tu pure
d

una madre, o poveretto,


ti

avesti

un

che

cull cantando,

che

ti

am, che sper, beata quando


ti

sorrider

vedea sovra

il

suo petto.

Povera madre
moribonda,

t'

abbracciava stretto,

del torbido avvenir forse


poi,
il

tremando

viso tuo cercando,


t'

dal profondo del cor

ha benedetto.

Ben fortunata sogno non divin

se nel suo
l'

materno

orror del vero


1'

e della vita tua tutto

inferno,

n n
ti

ti

vide morir nel vitupero,

seppe scagliato, ultimo scherno,


!

nella fogna di tutti al cimitero

ADJECTA.

6ll

III.

o
la

Padre, ed anche a noi punse

la

mente

pazzia della stampa e del giornale,


il

che se fortuna

nostro mal consente,


all'

anche noi moriremo

ospedale.

Per ci r imagin tua grama e dolente

sempre negli occhi abbiam, viva


povero
che
il

e vitale,

stolto,

povero innocente,
facesti
il

ben cercavi e non

male.

Ah, negli oscuri

vegliaci accanto

come padre
serenamente

fedel,
la

tu che soffrivi
il

miseria e

pianto,

il

tuo lungo martirio in noi ravvivi,


il

pi luminoso e manifesto,

santo
!

sogno

di libert per cui morivi

6l2

ADJECTA.

A GIUSEPPE MAZZINI
nell' anniversario della sua morte

,uando Q,
pochi, alla

venivi,

Apostolo sereno,

a predicar la libert nel

mondo,
ardeva
in seno,

Fede che
il

ti

aprivan docilmente

cor profondo.

Fuggiva
s'

il

ricco e di paura pieno,

ascondeva smarrito e tremebondo,


i

mentre
t'

re col capestro e col veleno

insegui van proscritto e vagabondo.

Ora
i

tu

dormi e schizzan dal covacelo


in

conigli,

giurando

sacramento
il

d' averti

dato, con la mente,

braccio

e poich
la stessa

morti non fan pi spavento,

man

che

t'

apprestava
al

il

laccio

porr

la

prima pietra

monumento.

ADJECTA.

613

PROCESSO CELEBRE

N,

el

tanfo denso della sala e nella


il

puzza che

caldo fuor dai corpi caccia,


avvocati alza
le

un branco

d'

braccia

e rece a gara la plebea favella.

Asino, camorrista, pulcinella,

urlano e sputa

1'

uno

all'

altro in
la

faccia,

mentre serpeggia intorno


della mafia che insidia

minaccia

ed

accoltella.

Giustizia sei qui? Lordi tu

il

piede

calcando questo fango avvelenato

che di menzogna vaporar

si

vede?

O
ma
se
ti

Giustizia, sei qui

Tace
si

il

Giurato,

nel secreto suo pensier

chiede

ricordi pi dell'ammazzato!

6l4

ADJECTA.

NATALE AL TRANSVAAL
MCMI

U.n

clamor

d' ululati

e di lamenti
sale
?

lungo nell'ombra
e quel clamor per te
il

Britannia senti

canto di Natale.

Il

canto dice

Il

sol

mai non tramonta


impronta

sul tuo

impero, Inghilterra,
lasci
1'

e r

ugna tua crudel

sovra tutta

la terra.

Seminasti

l'

inganno e

la discordia

dove regnar
se

volevi,

n conoscesti mai misericordia

guadagnar potevi.

Ora r Africa
dove
le

strazi e di

scellerati

campi

morte inventi
i

madri martirizzi e

nati

uccidi cogli stenti.

ADJECTA.

615

Su

chi difende la sua terra invochi

dal ciel rovina e morte

e sterminando
ti

deboli ed

pochi

vanti d'esser forte!

No,
e

la forza

non
s
i

hai di che
la

ti

vanti

non hai che


il

moneta

colosso

caro

ai

tuoi mercanti

ha

pie di fragil creta.

Roma
ma

regn
al

cos.

Spieg

l'artiglio

par del tuo possente,

dalla terra al ciel

fum vermiglio

troppo sangue innocente,


e vinta ed arsa, delle colpe orrende

pag nel sangue il fio. Piomba sovra colui che men 1' attende
la collera di

Dio

Sia maledetto chi per primo ha tolto


fuor dalla terra
l'

oro

e chi primo la decima ha raccolto

sopra

l'altrui

lavoro.

Maledetto chi opprime e chi tormenta


le

creature
il

umane
si

e schernisce

meschin che
il

lamenta

e gli rifiuta

pane.

6l6

ADJECTA.

Maledetta

la
il

madre
figlio

a
lei

e mai sorrida
sul petto

che

ti

sa crudelmente infanticida e

non t'ha

maledetto!....

avara e rea Cartagine moderna,


ascolta

come

sale

neir ombra, verso la Giustizia eterna,


il

canto di Natale

ADJECTA.

617

NON
I.

IO

Mi
e
i

.i

chiede

la

pagina bianca:

perch, sciagurato, non scrivi


versi di cui

mi

fiorivi
?

racchiudi nell' anima stanca

Riprendi coraggio, rinfranca


la

fiamma dei
1'

versi giulivi

ritorna nel

mondo

dei vivi
!

che

ai

forti

applauso non manca

Ed

io

sonnolento rispondo

Io vissi. De' morti nel regno

riposo in un sonno profondo.

Tu
ed
io

d' arte

mi

parli e d'

ingegno

per

1'

applauso del
il

mondo

non ho che

fastidio e lo sdegno.

6l8

ADJECTA.

IL

A.
lusinga

.h
le

r arte

Ne' chiusi
annoiate,

salotti

dame

abbrevia
e
il

le

lunge giornate
alle notti
;

sonno concilia
o tenta
g'

ignavi e

corrotti

coi canti e le

danze

sfacciate,

o chiede
il

alle

tazze vuotate

lercio profluvio dei motti.

La
il

disser gi pura e modesta,

ricinta di

candide bende
la testa,

vergine seno e

e invece del ricco che spende


rallegra le

pompe
si

e la e

festa....
si

Ah

l'arte

compra

vende.

ADJECTA.

619

III.

N.
incombe

el

grigio tramonto

il

villano

con r imjaeto cieco del bruto


sul
i

e squarcia

vomere acuto maggesi del piano.


di

Vedr biondeggianti
i

grano

campi che ignudi ha veduto,


indarno! Sul solco mietuto
altri

ma
ben

distese la

mano

Ah,

vinti
i

Parlate con loro


cieli

dell'arte che

spalanca
!

tessendo ghirlande d' alloro

Non
rimanga

io.

Qui, dinanzi alla stanca


rifiuta
il

mia man che


la

lavoro,

pagina bianca.

620

ADJECTA.

HUNYADI JANOS
Alla menioiia del Signore

Aniirka Saxlehner.

N<on
le

pi anelanti a

pascoli latini

barbare cavalle Attila caccia;


il

rivisse

fior

de

g' itali

giardini

su la sua traccia.

Tacque indarno
dove r
alta

il

deserto e crebbe
;

1'

erba

Aquilea fumando giacque

da

le

fecondi ceneri superba

Venezia nacque.

Il

Danubio lav

le

curve spade

grondanti di gentil sangue romano,

ma

di

quel sangue mai goccia non cade


versata invano,

e con le

stille

che tingevan
la

1'

onde

de
di

'1

pescoso Tibisco e de
il

Drava
sponde

Roma

fato a fecondar le

barbare andava,

ADJECTA.

621

e di' messi la steppa e di vitigni


rise,
i

ed a

'1

sol
i

che

civilt

conduce

biechi de

mongoli occhi sanguigni


vider la luce;

n pi r Europa giudic minaccia

ma

baluardo de' magiari


il

il

petto,

quando

Corvino alz

la

spada

in

faccia

a Maometto;

n pi imprec
a
i

il

latino in vai di

Pado

varchi onde cal di

Dio

il

flagello,

ma

r unno che mor sotto Belgrado


disse fratello.

Oh, benedetto
sotto
se
il

il

suol che trepidava


la

il

galoppo de

santa schiera

vincitor Giovanni alto levava


la

sua bandiera!

Oh, benedetto
se de r

il

suol che de la
le

buona

ausonia civilt reca

impronte
a noi sprigiona

Unnade

in

nome

salubre un fonte

ne
le

'1

cui salso licor

Natura mise

virt sue pi santamente buone,

se pi genti salv che

non ne uccise

Napoleone.

622

ADJECTA.

Canti a gli sciocchi gli epinci suoi


chi r umile bont sprezza e deride

o novera tra

grandi e tra

gli eroi
:

solo chi uccide

dica l'alta epopea le stragi orrende,


le citt

divampanti e combattute;
io canter
1'

modesto

acqua che rende

vita e salute.

Altri faccia sonar strofe


eh' io dir sottovoce
il

ammirande,

canto umile

il

cantor degli eroi sar pi grande,


io pi civile.

ADJECTA.

623

AURORA

Mla

uore l'antico

mondo

e pur l'invade

ferocia d'

un tempo e ancor minaccia.


le

Ardono i fuochi e a fucinar mancano ormai le braccia,


e
i

spade

tardi vecchi, cui negli occhi ladri

rosseggia un lampo di pensier cruenti,

tolgon per forza


i

ai
;

baci delle madri

giovani fiorenti

segnan

le

schiere e dicon loro:


il

Andate
!

Vii chi piangendo volge indietro

viso

Dateci sangue e vivi non tornate


se

non avete ucciso.

Ma

tra le schiere

un fremito

si

sente,

un sussurrar che cresce ad ora ad ora.


Tutti appuntan lo sguardo
all'

oriente

verso una nova aurora,

624

ADJECTA.

e aspettano cos

1'

astro fatale,
;

che

le

tenebre

alfn

far sparire

aspettan rutilante e trionfale


il

sol dell' avvenire

ADJECTA.

625

FINE

>on s<

la

fontana che riasce sui monti


i

limpida e gaia tra

sassi

sonanti,

fresco ristoro di greggi vaganti,

vergine ancora di mura e di ponti


e che, ingrossata

da torbide
valli

fonti,

bagna e feconda
poi,

le

aspettanti,

ferma

in

larghe paludi stagnanti,

vapora febbri nei grigi tramonti;


indi travolta a citt pestilenti,
livida inghiotte le

salme dei

vinti

e scalza e scuote le reggie possenti,

finch, gli spazi del


tra
si
i

mare

raggiunti,

flutti

eterni dal vento sospinti

perde e gode l'oblio dei defunti.

Stecchetti.

40

INDICE DEI CAPOVERSI

A,
Ah Ah
Ah,

-ddio sorrisi dell'albe rosate,


!

Pag. 531

r arte

Ne' chiusi

salotti

618
521

no! tu rechi col fumo che sale,


vile! vile!
Il

tuo sereno

riso,

88

Ah, queste donne bionde


Al cospetto delle genti

290
441

All'impulso del pie veloci e pronte


All'ultima ventura

512

486
483

Al Nilo! Al Nilo! Nasconderemo Al sol di luglio disperatamente

399

Al suo balcone s'affaccia beata

470
375
116

Amici, addio! Col vostro amaro pianto,.


tra le vilt

...

Amico mio,

pompose

Anch'io sento cadute


Api vestite d'or
strette in cintura,

525 357
233

Apostata, marrano e rinnegato

Apparia tremolando all'orizzonte

462 544 33

Ardon

le case.

Le donne fuggono

Aria ferma e corrotta, acque stagnanti,

voi fecondi clivi


;

467

Avvacciati, Masin

le

ragne appanna

370

628

INDICE DEI CAPOVERSI.

B.
Ben

'andiera, nostra forza e nostro orgoglio.


te
l'

Pag. 538

Barborin, Barborin,

ho gi

diti
.

239
25

ritornato carneval giocondo;


tornati, o sonetti, al dolce
vigilia del

Ben

nido

495

Bianca

Santo Natale

520

a
Caro

'adde squarciato

il

velo

453 256 355


98

Candide

tortorelle innamorate,
le capelle al

Cane ducendo
fior di

pabulo

......

gaggia, dove sei nato?

Che Che

dolci parole diceva!


gli

449
581

giov l'oltracotante possa


ridir
il

Chi potesse

quanto l'amai

102

Chi quando

giorno

muore

455
545
71

Chiusa

la
il

tomba, nel silenzio eterno


balen d'un' ironia feroce
al sol
al

Cieco! e

Ci siamo amati in faccia


Ci
si

raggiante

43
100

sta tanto col


il

bene accanto

fuoco

Come Come

capo sotto l'ala bianca

490
27
61

ricordo vago e mal distinto


il

Conosci tu

paese

Conosco un vagabondo
Corpulento, paffuto e crapulone

55

372

D.
Dalle

al ciel

smorto


sottili

5^6
120

Dall'arida cenere

brume

del ciel
levi nel

e fioche
il

368
119

Deh, perch

tumulto

canto

Dell'alta notte la negra

maga

469

INDICE DEI CAPOVERSI,

629

Del tuo fiume regal sulla fiorente


De' miei semplici padri antico Iddio,

Pag. 108

137

Dentro

nell' aria

sana ed olezzante

522
371

Dica,

Don

Pietro,

mi diventa matto

Dice r anno che muore a quel die nasce


Dice
la

.... ....

320
373

quarta pagina:

Diceva un Monsignor:

Lettori^ Se calendario ...


il

364
321

Dicono

Ges mio, quanto schiamazzo


la notte

Di lunghi canti
il

suona,
ravvisi?

92

Disse

fantasma
:

Non mi

407
412
281

Disse
Dissi

Noemi

nuora,

noi Siam vigliacchi

certo

Dolci parole d' amor, sussurrate

474
52
136 135
138

Domani
Dove

ella verr!

Domani

Donna, vorrei morir,


sei,

ma

confortato

dove

sei tu che*

m' hai detto

Dunque

sui nostri colli, e

me

n' incresce,

....

E,

'eco, gi

l'

anno muore
figliole,

537

Eccole curve, povere

496
398
341

Ecco nel plumbeo


Ecco, torno

ciel

mesto s'avvia
ed
alla

al silenzio

pace

E come E con le

l'

asino trascino anch' io

527

rose ho fatto
l'

una ghirlanda

509
227

Ed anche a me da Ed or che in bocca

innocente cuna

la ci vii

rampogna
il

584
497
81

E E

fuori, e fuori, ah,


la

come

ride

sole

rosa dicea: baciami, o sole

Ella dicea: tu

non

sei

mai giocondo,
alla

94
348

mio quel gallo che


ti

prima luce

Emma,

lascio

a tavola

95

630

INDICE DEI CAPOVERSI.

Enotrie, dormi ed alte

al ciel le
si

grida

Pag. 230

E E E

notte.

Il

conte Grsoli

desta

383

peggio poi sar quando vedremo

353
24

pur mi sento nel cervello anch'

io

pur, se l'occhio del pensier non erra


tardi, e

499
107

Era d'inverno,

sedevamo

Eran

folte le

tenebre

20 518
15

Era pazzo? Digiuno e mal coperto

Era una notte come questa e Era un duello. Egli m'avea

il

vento

sfidato

359
261

Esser donna vorrei, gobba, schifosa

tu pure

una madre, o poveretto,

610

ior dell'incanto

485

Fitte nel

capo mio ronzan

le

rime

336
82 589

Fiume che Forme

scendi gi dal Bolognese,

Folla briaca e stolta


divine, su
cos.
al
1'

are candide
aspettata

315

Forse meglio

Non

504
96

Forse una volta

tuo balcon seduta

v-J^ela di fuori. Lenti

423
492 513 575
132

Giovani amanti e donne innamorate

Giunto quasi

al

meriggio

il

sole indora

Giusti della fallita Apocalissi

Glauche

le luci,

bionde

le

chiome,

Gocciava dai rami bagnati

418 374 476


526

Gridano

preti

Ecco
le

un novello fiamme

sfregio

....

Guarda, mortai,
l'

Guardate

asino

Magro, slombato,

INDICE DEI CAPOVERSI.

63 1

H
Ieri
Ieri,
Il Il

o detto al core,

al

mio povero core

Pag.

86

-Lddio l'ha detto e della sua parola,


Idealisti saggi

345
228

ho molto amato
Stava

conobbi

la Giustizia.
si

360
583
551

e fu tardi,

tur la fogna
al

fico disse

Biondo

mar correva

mar lambendo

instancabile, lento,
di velluto

473 532

Il
II
Il

mio cuore uno scrigno


moretto in livrea

568 444 468

mostro

s'

allungava

Il

sole brucia implacabile, uguale

Imagine deforme
In alto, in alto, delle bianche stelle
Infuria
il

446
498

vento e nella bieca notte


al

556
534

In mezzo

mar verdeggia, o

1'

ho sognato,

...

Innocenti fanciulli,

403
45 395 279
127

Intendi tu

il

lugubre

Io conosco l'applauso e la fischiata


Io
li

guardavo dalla serratura

Io mi volli levar dal reo letame


Io morir, che la fatai Io

mia sera
ci sia
il

30
38

non voglio saper quel che

Io penso intanto:

Se

tirassi

collo

349
134

Io piangeva a' suoi piedi e le chiedea


I

sozzi lini dal sepolcro scossi,

50

L
La

^ady Macbeth fiutava


grigia nebbia di

591
112

novembre ammanta

632

INDICE DEI CAPOVERSI.

La guardi

mi diceva

il

sagrestano
l'

Pag.

54

L' ala molle del vento increspa

onda

599

La mia povera vigna La quercia poderosa


Lasciali dir; tu

cos'i

fatta

346
524
253

m'ami^.
la roccia

La
L
La Le Le

sorgente cadea gi per


su, l su, tristezza
il

392
262

dove

salir

non anche

voi spalanca

420
347
285

La vigna
faci

del Signor

quella,

s'

intende

....

impallidiBcono

laudi del convito


nel tormento
secoli

448

Le madri,

570
559 439 367
101

Lenta nei lunghi

Lento lento sul canale

Le piante

giovinette, o
le

madre

terra

Le tue carezze
Libero
il

conosco io solo
'1

seno eretto^

vento davi

244

Lodiamo Iddio

col cuore e col midollo

386 505 475

Lott l giovinezza inorridita


L' ultime note languenti, velate,

M.
Magre

-adri, lo ricordate

il

di sereno

571

virt che vi scandolezzate


di Dio,

53

Ma, per l'amor

ma

che

t'

han

fatto.

...

234
411

Ma un
Mentre

saggio scarabeo che discendeva

Meglio, Trento, per te se dalle


di fuori

mura

54
431
123

tremando

le

fronde

Mentre, la ricca imband igion levata,

Mi chiede

la

pagina bianca:
le

617

Mi guardavan Mi son

donne anticamente
:

502

lasciato dir

Ma non

t'

avvedi

....

358

INDICE DEI CAPOVERSI.

633

Monsignoi- che s'annoia in

prima

classe

....

Pag. 357

Mormora

l'arpa toccata in sordina


e,

471 351
138

Morremo entrambi
Muoio. Cantan
le

se dicesti

il

vero,

allodole

Muore

l'

antico

mondo

e pur

l'

invade

.....

623 379

Musa mia

dolce, che le alterigie

N.

ei di

grigi e dolenti
,


cortile

422 397 494 619

Nel del grigio e sonnolento


Nel grigio
ciel talvolta
il
i

miei sonetti

Nel grigio tramonto

villano
al

Nella capanna in fondo

mio

36
326
51

Nella profonda tenebra


Nell'aria della sera

umida

e molle

Nell'arso mezzod, nella feroce

410
352

Nella valle giudea di Giosafatte,

Nelle

soffitte

squallide
s

429
523

Nel mio tempo miglior che fu


Nel pallido meriggio
alle

breve

romite

508
511

Nel roseo lume della prima aurora


Nel sonno mio credei di rivederla

29

Nel tanfo denso della sala e nella Nel tempio


il

abietto

613

buon Ges vide un

....

330
246

N mai
Nobil

l'

orgoglio tuo,

come Torquato,

citt

che spregi e che detesti


i

329
2)^

Noi

d'

Epicuro
il

sacerdoti siamo,

Noi sentiamo

furor delle baccanti,

91

Non da

tutti

per dimenticata,

539

Non domandate mai perch le stelle Non pi il tempo di tramar congiure


No, non chiamarmi giovane

434
390
28

634

INDICE DEI CAPOVERSI.

No, non chinar pensosa

Pag.

78
229

Non per tempo che

passi o lunga via

Non Non Non Non Non Non Non

pi anelanti

ai

pascoli latini

620
42

pi lo scherno di Prometeo suona

puoi dunque dormir, Re Ferdinando


sentite in
senti tu
ti

....

596
428

mezzo

al

canto

rabbrividir le cime

519
501

ricordi quel che dicevi

un'

ombra

di

palme

all'

orizzonte

356
252

No, sgualdrina non perch ricusa

Numeri

e palpi

l'

oro

318

o
O

bianche nubi che nel

ciel

turchino

....

257

deliciae delicianitn
felici

258

O O O O

del

mondo

a cui la sorte

436
115

fiorellin di siepe

all'ombra nato,

forte

Romagna
son queste giornate
!

313 335 493

fortunato chi sa viver bene,


tristi

Oh come
Oh, non

Ohim, quanti scambietti

580
99
323

dolerti, no, bella infelice,


ai sofferenti

O O O O O O O O
Or

Messia profetato

monti albergo

di

pace

infinita,
la

472
611

Padre, ed anche a noi punse


paffutelli e

mente

....

morbidi sonetti

263

pallida Eloisa, anch' io salivo

245
129
241

passegger che per


piccoli pedanti

la via

deserta

pura, eterna ed ineffabil pace


1'

369
344
291

Or compie

anno

Monsignor gradiva

delle bionde

non sappiam che farne

INDICE DEI CAPOVERSI.

635

Or non pi

tra le rabbie e le contese


ai

Pag.

44.

Ostriche ghiotte che aderiste

pah

275.

vecchi dolorosi,

405

P
Pace
!

ace, CrisLo dicea, pace al fecondo

....
.

328
340

Pei lunghi secoli


1'

Pare un sogno bugiardo e compie


Passa
la

anno

587 254

nave mia cupa


lenti.

tra

sibili

....
. .
.

Passano

Un

lampeggiar febbrile

600

Pass rapidamente

460
il

Penelope

sei tu

che

ciglio

china
gentile,
. .
.

57
125

Perch della tua porta,

Emma

Persuase oramai queste signore


Piedini che guizzate impertinenti

503 247
.
.

Poich^ Anfitrite, di lasciar

ti

piacque

437 432

Poi che la bianca ghirlanda riposa

Poich

le

guardie han perso

il

sonno e

il

fiato

562

Pornografia? Sta bene:

409
detto
.

Povera Musa mia,


Povere suore,

te

l'han pur

242
33-^

Poveri morti miei che mi chiamate Poveri uccelli, che


al

giardin volate

.... ....
.

361

288
13

Poveri versi miei gettati al vento

Povero fascio
Presto
il

d' ossa tribolate


le
!

450
strade
.
.

giorno verr che per


sia

289
19

Primavera che tu

maledetta

Q,uando
Quando,
al

al ciel

il

clamor

della battaglia

...

540 80
32

fuggir della stagion nevosa


le foglie

Quando cadran

e tu verrai

636

INDICE DEI CAPOVERSI.

Quando

il

ciuco sent lenta la briglia,

Pag. 334

Quando
Quando
Quando
Quando,

il

giorno appari, livido, lento, stende


la

506
343
251

la Carit la

mano
1'

donna

del tuo cor

avrai

lettrice
1'

mia, quando vedrai


1'

97

Quando

ora verr,

ora che deve


la terra

569 530
31

Quando morr, lungo

mossa

Quando nacque Ges dal sen fecondo Quando nell' ombra de' tuoi negri occhioni Quando parton
Quando per
1'

...

59

le

rondini

292

arsa Galilea passava

339

Quando Quando
Quando

scesi di botte al

Vaticano

49
87
114

schizzan

le

sorche innamorate
il

scroscia la piova e fischia

vento

...

Quando Quando

sento

il

suo passo per


all'

la via

500
578
528
^t,

Quando spuntar vedrete


tra la sottil

orizzonte

nebbia serale

Quando
Quando

tu dormirai dimenticata
tu sarai

vecchia e leggerai

40
238
612 593
39 58
iii

Quando
Quando

vedrai cader le foglie morte


venivi apostolo

sereno,

Quando vividamente
Questa notte allungai Questa notte
in

in ciel la sera
la

passeggiata

battello, in alto
ti

mare

Questi capelli tuoi ch'oggi

rendo

s. "acerdote

d'

un Dio che non

hai visto

....

350
517

Sale una bianca teoria di vergini

Saliam, fanciulle, per la via

fiorita,

240
535
558

Scendi ne' limbi della

storia, o secolo
alle valli

Scendono

le feroci

orde

INDICE DEI CAPOVERSI.

637

Se contingesse mai che dal Pontefice Se


il

Pag. 354

canto e

le

parole

435

Sei pur bella, Venezia, in

mezzo
questo

all'

onde

Se nasco un'

altra volta a

mondo

.... ....

60
237

Se nella mesta sera


Senti
S'
le

552
248

note di Strauss, che vibrano


divisi,
;

erano amati troppo e poi

440
280 393
113

Se un giorno rivedr Pizzofalcone

Se un infame ladron dalla montagna


Signor, la carit per Signor, poi che
ti

un pezzente!

sta supplice ai piedi

604
514

Si levan sospinti dal vento S' io fossi ricco, d' oro e di


gioielli

79

Sognavo che

il

sol

trionfante
il

419
54*

Son cinquant' anni ed Son


Son
la

cannon tuonava

....

fontana che nasce sui monti

625
421

tre giorni
i

che vivo in sulle spine


il

Sotto

cenci di seta entrava

vento

507
401

Sotto le rosee

brume

Sozzo

di fango

come un animale,

56

Sull' argine

fangoso e desolato

603
117

SuU' uscio della chiesa, orrida e nera

Suonan

tra

rami del bosco spogliato

433

T
-^

angheri di poeti
il

. .
.

402
103

T' ho fatto

precettore,

T' ho promesso un sonetto e


Trasibulo che vinse alz la

t'

ho promesso

...

274 547
14

mano
dorme
alla

Triste chi errando in quella notte cieca


Triste colui che santamente

270
565.

Tu

che aprendo
le

il

mercato

menzogna

....

Tutte

case han

le finestre

aperte

510-

638

INDICE DEI CAPOVERSI.

u,
Un Un Un

Itimo fior dell' epopea

romana

Pag. 563

clamor d' ululati e di lamenti


organetto suona per
la via,
. .

614
118

povero sonetto impallidito,

533

ecchio, lacero, scalzo e rassegnato

609
338
22

Verit, libert, luce, progresso

Vieni Nerina

Siediti
cortil
ti

Vigna, nel mio

nereggia un

fico,

dici

63
131

Vissi anch' io che

parlo e vivo amai


parli,

Voce che
Voi che

in cor

mi

che bieche parole mi

309
77
491
271

salite
le

questo verde monte

Volavano

rose incontro al vento

Vorrei che questa mia povera penna

Vorrei stare in Olanda

104

erlina mia, la

neve

FINITO DI STAMPARE
IL D V

MAGGIO MDCCCCV

NELLA TIPOGRAFIA DELLA DITTA NICOLA ZANICHELLI


IN

BOLOGNA

3f

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UNIVERSITY OF

TORONTO

LIBRARY

PQ ^707 G3AI7 1905

Guerrini, Olindo Le rime di Lorenzo Stecchetti


2. ed.