Sei sulla pagina 1di 16

Debussy me demanda de ne pas respirer à cet endroit 1

a S.

C'era questo cancello girevole che mulinava professori e studenti tutti assieme, senza distinzione di classe, soltanto indugiava un po' di più quando accarezzava il sedere delle ragazzine di terza, quelle già cresciute, con il seno indifeso e la lunga schiena flessibile, insomma quelle che mettono in imbarazzo i professori scapoli o sposati tutti assieme, me compreso, sia chiaro, (me compreso tra gli scapoli) non è che mi interessa passare per quello che gli altri son depravati e io no, soltanto che questo cancello girevole riverberava nelle mie budella – intolleranti al latte, che invece era apprezzato dalle papille gustative, e se il mio corpo non andava d'accordo con se stesso, bisognava lottare ogni mattina, far vincere la papille e poi correre al bagno, in una corsa precipitosa prima che quella roba marrone precipitasse nelle mutande – riverberava tutto il suo sozzo cigolio da vecchio laido, bavoso, con la mano sottile come le falangi rotte di un ombrello, e la ruggine, risalente all'età del ferro, ormai, così tanta ruggine da prendersi il tetano all'istante, alla faccia di tutti i vaccini che quelle

dottoresse con le caramelle dai gusti esotici possono averti fatto, infatti due metri dopo aver varcato il cancello vedevi frotte di studenti presi da irrigidimento della schiena, contorti in pose rococò, o forse era soltanto l'intolleranza alla scuola a farli apparire afflitti da tetano. Così c'è da poggiare la mano su questo cancello, farlo girare, le sue vertebre gemono, i bambini ti spingono senza pietà né rispetto, non che sia una cosa per cui indignarsi, è la normalità in questo paese che se non è il buco del culo del mondo, sorge di lì a poco, un quarto d'ora a piedi, (“soltanto da qui è possibile scorgere, in lontananza, la caratteristica Depressione del Buco del Culo”) in un terreno dove la fauna locale è composta da bouquet di mozziconi di sigaretta, per tacere della ghirlanda di siringhe che circonda l'istituto, una rete di filo spinato così efficiente che prima o poi arriverà qualche americano del Pentagono a studiarne le caratteristiche, e quell'americano resterà piacevolmente sorpreso dall'industriosa cura che i tossici delle Indias de por acà hanno nel camuffare le siringhe, non che lo facciano apposta, loro lasciano il relitto della loro noia lì dove cade, è la terra a fare il resto, ingegnosa come sempre, e sordida, ghignante. Non a caso li chiamano istituti comprensivi, ovvero comprendono tutti i tipi di degradati e reietti, i tossici li abbiamo citati, ma non taciamo dei barboni da supermercato, sconti sostanziosi (50 c. per aiutarmi a vivere, dove la trovi un'offerta così allettante per pulirti l'anima?), e le zingare più sfortunate del pianeta, son finite nell'unico posto al mondo dove le

auto non servono - a cosa volete che vi servano intorno al buco del culo? - e quindi non possono mica pulire parabrezza immaginari, allora si arrangiano come possono, lucidando scarpe, raccattando insulti o prendendosi una siringa nella pianta del piede – com'è scortese la lingua non letterale – e a quel punto la folla di individui afflitti da tetano s'infittisce, ci si mettono pure queste zingare, storpie e blateranti in lingue studiate per blaterare, e ogni mattina hai davanti questo gregge di zombie, stile rococò contaminato con b-movie anni '70 sotto un chiaroscuro di zanzare da espressionismo tedesco, cose che ti fanno venire una gran voglia di migliorare la condizione dell'istituto comprensivo, che fra poco comprenderà anche te, senza contare che solo adesso ti accorgi di figure professionali ritenute estinte, nella

fattispecie arrotini intenti a vagolare e ad urlare “coltelli,

forbici, punteruoli, picche

martelli, cannoni, cannoni, dinamite

Non si sfugge al

vortice, ci si finisce dentro tutti assieme. E dunque abbiamo varcato il cancello, ci soffermiamo un attimo sull'arte rupestre tipica di questi luoghi, variopinti

murales tutti riconducibili all'età delle Grandi Scoperte, peni scoperti, seni scoperti, vagine scoperte, con tanto di reminiscenze erudite, come la didascalia sotto ad ogni graffito, come facevano i greci con i vasi perché non si capiva mica quello che disegnavano, roba che prima o poi arriverà quel critico d'arte naïf e si prenderà una siringa nella pianta del piede, l'arte come sofferenza, eccetera, però prima di inserirsi tra le fila degli afflitti da tetano,

archibugi, mortai, falci e

ribadirà con forza la sua idea di arte costituita da

elementi universali che emergono dappertutto

nostra fortuna il critico stramazza al suolo - sarebbe successo lo stesso, tanto il suo discorso si preannunciava lungo; e tutto questo benché non siano da biasimare i ragazzini dediti a comporre quell'atlante anatomico, è l'unico modo efficace che conoscono per sondare il folle mistero della nascita, dacché nessuno vuole spiegarglielo come si deve senza ricorrere a strane storie di zoofilia o peggio ancora dendrofilia. All'interno non è che le cose vadano meglio, vorresti parlare con il preside, chiedergli che cosa c'è da fare, domandare consigli, istruzioni, ma quello non c'è nel suo ufficio, allora ti rivolgi ad un bidello, ovvero quell'uomo lì ricoperto da cima a fondo di garza bianca antibatterica, ci mancava solo la mummia, ma quel signore ha capito tutto degli istituti comprensivi e sa bene che là dentro si muovono quantità innumerabili di batteri letali, in grado di ucciderti in venticinque modi diversi, e allora tu alzi l'indice un po' perplesso e anche riverente, perché per un attimo ti viene il dubbio che quello sia davvero un faraone sbucato fuori dall'armadio in vetro del laboratorio di storia (supponendo che ci sia, questo laboratorio), e un po' ti senti stupido perché quella volta di tre anni fa hai rifiutato di fare un corso di egittologia e papirologia, tre anni fa, quando le provavi tutte, e ora non sai come approcciare il bidello-faraone, così lo approcci come approcceresti un bidello qualunque e quello ti risponde come un bidello qualunque, emette un grugnito

ma per

che fa tremare la campanella, però tu hai sempre il dubbio che forse anche i faraoni usavano esprimersi a questa maniera e quindi te ne stai lì e aspetti che passi qualcuno che mostri di non avere qualche millennio d'età

o che non sia afflitto da tetano. È un'attesa lunga, da

quelle parti. Mezz'ora passata ad ascoltare l'uso improprio che i ragazzini fanno da queste parti della loro bocca, e io son qui proprio per insegnare loro il contrario, non ci crederete facilmente, ma quei ragazzini che spernacchiano allargando le guance come Dizzy Gillespie nella famosa foto non lo sanno ancora che io sono il supplente del professore di musica, perché se lo sapessero non limiterebbero il loro repertorio di musica concreta alle pernacchie, ma si esibirebbero in numeri più

complicati, in armonizzazioni a sette voci, in glissandi in 7/4, in contrappunti alla Bach, sfoggiando virtuosismi che

in anni ed anni di esercizio hanno raggiunto la perfezione,

la perfezione nel farti sentire uno schifo, e inutile, sfiduciato. Però a un certo punto finalmente arriva qualcuno dall'aria più affidabile, deambulazione regolare, atteggiamento distinto, non ha la faccia di quello che vorrebbe comprenderti, nel senso che sappiamo, soltanto che è intento a fissare un foglietto, con acutezza, deve essere qualcosa di davvero importante se per poco non mi pesta il piede, così l'unico movimento che posso fare è quello di ritrarre il piede, suscitando cattiva interpretazione nell'uomo con il foglietto, che lo scambia per un tentativo maldestro di sgambetto. Fa tutto parte

del vortice. Un foro qui, uno là, prima o poi ci si finisce dentro. Allora l'uomo mi guarda con fare interrogativo, così mi sento in imbarazzo e dico questa sciocchezza qui:

- Salve, sono qui per il flauto.

Ovviamente quello capisce subito a cosa mi riferisco, nel

senso che capisce il contrario di quello che intendevo, però non pare troppo sorpreso della mia esternazione, si

vede che è una cosa di tutti i giorni; ciononostante cerco

di sopperire alle ambiguità e mi spiego meglio, gli dico che

sono il supplente del professore di musica, non mi ricordo neanche come si chiama in questo momento, lui però non ci bada alla mia dimenticanza, perché le sue sinapsi convergono subito su un pensiero, quello del professore

di musica, due giorni di malattia per una brutta diarrea di

quelle che non ti lasciano il tempo di scongiurarle e sei

già pronto per l'Evacuazione Pubblica. Poi mi dice che cercava proprio me, guarda un po' che le cose piano piano non si aggiustano, e mi passa proprio quel foglietto che finora ha studiato con acutezza, e accompagna al gesto queste parole:

- Bene, questo è l'Aggiornamento del Percorso. Le caselle

segnate da una “x” indicano i punti in cui lei farebbe meglio a non passare, quelle segnate da un cerchio, così

“o”, sono quelle dove lei può mettere piede senza il rischio di passare la prossima settimana all'ospedale. È l'unico aggiornamento che facciamo in questo istituto, quindi non dovrà preoccuparsi d'altro.

A quel punto fa una strana risatina, i suoi baffi rossicci

spennellano chiazze porpora sulle guance sbarbate, e poi

dice:

- Le conviene seguire la mappa. L'ultimo che non l'ha fatto ora è sul cesso ad espurgare la sua negligenza. Se ne va. Resto da solo a guardare la cartina, in effetti ci sono delle “x” e dei cerchi “o”, più “x” che “o” a dire il vero, e poi c'è quest'altro simbolo di cui il tipo di prima ha pensato bene di non rivelarmi il significato, ma dalla sua potenza icastica non ci vuole molto a capire che cosa significhi, infatti è un teschio con due ossa incrociate dietro. Ha un aspetto vagamente familiare, come di un teschio dopo che sei morto di tetano. Anche di questi teschi ce ne sono molti. Ho lezione alla seconda ora. Aspettiamo tutti assieme che il bidello-faraone emetta il suo grugnito e la campanella suoni e la classi si svuotino e si riempiano di nuovo. Guardo un attimo l'armamentario che sto reggendo con la mano destra. Un piccolo stereo. Una custodia rigida che potrebbe contenere un flauto come un lungo vibratore. Tutti mi guardano come se la seconda possibilità fosse quella più probabile. La prossima volta non mi faccio la barba. Poi avviene quello che deve avvenire, grugnito- campanella-strilli-corse e dall'aula dove devo fare lezione chi sbuca fuori, se non l'insegnante di religione, il quale, istintivamente, per prima cosa fissa l'ambigua custodia che stringo nella mano, poi fissa me, poi di nuovo la custodia e infine decide che non mi lascerà entrare in quell'aula senza avermi sottoposto ad un breve esame di coscienza. Non se ne esce da qui, è una trafila

infinita di doppi sensi sull'esatto significato della parola flauto con la persona con cui meno vorresti avere questo tipo di discorsi, e mi fa venire in mente quella volta che confessai per la prima volta di essermi unito carnalmente ad una donna prima di essere a lei legittimamente sposato, una sfilza di avverbi in -mente che rendevano la mia confessione stranamente morbosa, enfatizzando a dismisura l'entità del mio peccato, ma a quel punto l'insegnante di religione abbandona la sua posizione e

lascia libero il passaggio. E non è questo l'ingresso che mi aspettavo di fare, pensando a quella prima volta, in fondo non fu così bella, sicché cerco di pensare a qualcos'altro, ad esempio alla mia perversione preferita, suonare un flauto dove ad ogni foro corrisponda uno sfintere anale,

e al posto delle dita ma no, non va bene neanche

questo; tuttavia, grazie al cielo, un canto gregoriano di ruggiti, fischi, squittii e altri versi che ancora non hanno un nome giacché devono ancora invertarli animali tanto bestiali ha finalmente il potere di travolgermi e farmi ritornare al presente. Ad attendermi, non proprio seduti sulle sedie, ma sparsi un po' dovunque eppure tutti assieme, mostrando una predilezione insana per la Passeggiata Sui Banchi, numero circense in cui tutti ci siamo esibiti almeno una volta nella vita e che quindi mi spinge a perdonare tale attività, ad attendermi ci sono circa venti ragazzini, in posa neoclassica questa volta, mi ricordano tanto quel dipinto

lì, Le sabine di David, soltanto che al posto delle lance

impugnano flauti acuminati, non so spiegarmi il perché,

ma sembrano proprio acuminati, e questo istrice di flauti si muove in direzione contraria all'altro istrice di flauti schiacciato lungo la parete destra in attesa di subire l'attacco; al centro di tutto questo ammasso di linee rette c'è una ragazzina, la Sabina, proprio una di quelle già cresciute, il che non migliora certo la mia situazione, vestito strappato là dove decenza consiglia altro, fatto sta che la sabina placa le due fazioni avverse e si dimostra essere l'unica interessata ad adoperare il flauto per quello che è fatto, ovvero suonarci. I ragazzini, tutti assieme, ripongono i flauti nelle rispettive vagine – per la miseria – anche se il flusso di minacce e insulti ondeggia ancora per un po' nell'aria. Poggio il mio armamentario sulla cattedra pericolante, usata in precedenza come scudo collettivo. Sistemo la mia giacca sull'appendiabiti, nella fattispecie una scopa sotto l'etichetta “appendiabiti”, altro esempio di arte erudita mista a umorismo alla Magritte, rivolgo lo sguardo alla lavagna, dove sono disegnate due S spigolose, eh sì cari miei, SS, però faccio finta che siano un integrale doppio, la qual cosa mi spinge a credere che questi ragazzini in fondo sono dei geni, un po' indisciplinati come è giusto che sia, ma pur sempre geni che risolvono integrali doppi in terza media; ciononostante prendo il cancelletto e cancello quella sigla, prima che mi venga da pensare una cosa strana, ad esempio che l'ha istoriata l'insegnante di religione. A questo punto mi rivolgo alla sabina e le chiedo cosa stanno facendo del programma di musica, e lei mi dà

quella risposta che ogni insegnate di flauto alle scuole medie s'aspetta e al tempo stesso aborrisce con tutto il cuore:

- Facciamo un arrangiamento di Greensleeves. L'ha scritto

il professore apposta per noi in Do, così è più facile.

L'Arrangiamento di Greensleeves, signori, voi non ci crederete, ma l'ottavo anno di conservatorio per gli aspiranti flautisti si compone di un unico brano, Greensleeves appunto, da arrangiare secondo tutte le

varianti combinatorie possibili all'interno delle tonalità. Ogni insegnante di flauto che si rispetti ha nel suo repertorio almeno dodici di queste variazioni, da conoscere a memoria, perché non si sa mai, nel momento

del bisogno, può tornare sempre utile ricordarle, magari

quella volta che in metro hai un tizio di duecento chili

che decide di svenire proprio su di te, allora ti suoni in mente la quinta variazione in Si bemolle di Greensleaves

e vedrai che in qualche modo ne esci fuori, o comunque decedi facendo il tuo lavoro.

Mi rassegno. Per ora, mi rassegno. Magari loro sono

diversi, magari loro non fanno parte dell'Associazione Studenti delle Scuole Medie Inferiori che Stonano Ogni Singola Nota di Greensleeves Dopo Tre Anni che la Suonano, e lo fanno per una questione di rettitudine morale, perché se provi a suonare bene a quel punto il tuo orientamento sessuale è evidente, ed è quello sbagliato; passerai la vita con addosso epiteti che neanche Omero poteva inventarli. Ed è curioso notare che gli studenti dell'Associazione di cui sopra sono gli

stessi che, raggiunta l'età adulta, si iscrivono in massa al Partito dei Flautofobi, i cui doveri principali sono: 1. insinuare l'idea, tramite opportuna campagna denigratoria, che il flauto sia uno strumento da saltimbanchi (ah, ecco perché la Passeggiata sui Banchi); 2. circuire l'uditorio inserendo in ogni discorso, almeno una volta, la parola *flautolenza, sicché il flauto venga associato artatamente all'emissione di gas intestinali (“Ma non era

flatulenza?”, “Si sbaglia, mio caro

”);

3. giocare sempre e

comunque sull'ambiguità semantica della parola flauto, di modo che lentamente al significato originario di strumento musicale si sostituisca del tutto quello che rimanda alla sfera genitale. E vi assicuro che non esistono partiti con iscritti più convinti e zelanti dei Flautofobi, perché tutti lo siamo stati almeno una volta nella vita, anche gli insegnanti di flauto alle scuole medie inferiori, soprattutto loro. Così mi ascolto mentre dico:

- Bene, prendete lo spartito di Greensleeves. Sentiamo un po' come va. I ragazzini fanno un frastuono incredibile per prendere questo spartito e per sguainare i flauti. L'esecuzione del brano è preceduta da un atto che in condizioni normali dovrebbe essere igienico, e parlo della pulizia interna del flauto, ma che in quell'aula acquisisce significati drammatici, roba da scena in cui gli scagnozzi del padrino di turno fanno lo shampoo al poveraccio inerme con l'acqua del cesso, per tacere di tutte le sostanze nutritive che vi si aggiungono per una pulizia più

completa; in quel momento i flauti sono delle condotte idriche piene di falle e gorgogliano tutti assieme con lena torrentizia, che se non fosse saliva sarebbe anche un suono rilassante e un po' virgiliano, da antica virtù campestre. Ce n'è uno con i denti storti che ha messo il foglio al contrario; un eversivo, uno che non ci sta. Così glielo raddrizzo, ma per i suoi denti posso fare ben poco, magari è capace di suoni mai sentiti. Ed è quello che succede due minuti più tardi, tutti quei ragazzini sono capaci di suoni mai sentiti, inclassificabili, a meno che il professore non abbia arrangiato il pezzo posseduto dallo spirito di Schoenberg; non se ne esce vivi da quella tempesta di trilli sbilenchi, fischi ultrasonici, sbuffi come dallo sfiatatoio della balena, mitragliate di note che ti si conficcano dentro i timpani, e altri suoni che normalmente vengono prodotti da altri fori, dei quali suoni taciamo le rispettive onomatopee; senza contare il fatto che tutti si stanno dando al free jazz più sfrenato, misure mai viste, ce ne uno che suona in 27/16, per non parlare della sezione poliritmica che i due biondi in fondo all'aula stanno suonando, roba che i più grandi musicisti di tutti i tempi ci hanno perso la serenità per scoprire queste cose e ora una classe della terza media inferiore le ripete con disinvoltura e anche un po' di spocchia, da musicisti dai capricci inveterati. All'improvviso, timidamente, in mezzo all'apocalisse avanguardistica, la sabina ha il coraggio di accennare la melodia principale del pezzo e cosa ottiene se non una recrudescenza ulteriore del rumore infernale dei suoi compagni, i quali

tutti assieme ora ci si mettono davvero d'impegno per creare disarmonie in grado di farti perdere l'udito; eccola la lugubre sfilata di tritoni, così tanti tritoni che a un certo punto hai l'impressione che quei ragazzetti stiano evocando il demonio, l'accordo del diavolo lo chiamano, ma forse è troppo anche per lui, dato che preferisce restarsene nel ventre ovattato della terra. Dovrei fermarmi qua, scappare frettolosamente da quell'istituto, ma non posso tacere un fatto, ovvero quei ragazzetti, non so se per canzonarmi o per altro, stanno comunque leggendo lo spartito, come se su quello spartito ci fosse scritta davvero la musica che stanno eseguendo; c'è chi sfoglia le pagine, c'è chi ha ingaggiato una ragazzina

apposta per girare le pagine; altri si fermano, rispettando le pause ed attaccando poi con sincope sull'ultimo sessantaquattresimo terzinato della battuta, cose che ci vuole il metronomo piantato al centro del cuore per farle. Sapete, sembrano tanti formichieri, un flauto come muso, intenti a sbavare sulle note-formiche, è uno spettacolo che genera una certa compassione in me, mi duole ammetterlo ma è così, in fondo che colpa ne hanno quei ragazzini se per tre anni hanno stonato solo

questo pezzo, potevano stonarne migliaia e invece

ma

siamo sicuri? Siamo sicuri che non abbiano suonato nient'altro? È per rispondere a questa domanda che scaravento sulla cattedra quella palla di piombo che si trova nell'armadietto, mio Dio, vi chiederete cosa ci fa una palla di piombo nell'armadietto di un istituto comprensivo, e me lo chiedo pure io, però in questo

momento l'unica ragione della sua presenza è questa, interrompere bruscamente i venti ragazzini proprio mentre si avviano verso il gran finale, finale che si annunciava davvero da fine del mondo, roba che gli angeli dell'apocalisse ne sarebbero usciti umiliati con i loro tromboni e Dio li avrebbe sostituiti con la mia Orchestra Escatologica. Stranamente, la palla di piombo provoca una voragine all'interno della cattedra a cui nessuno ci fa caso. Li fisso tutti, uno ad uno, poi torno dalla sabina e le chiedo, con speranza:

- Oh, signore. Ce l'avete un altro pezzo più tradizionale? Ce l'hanno, incredibile ma vero, ce l'hanno. L'inno nazionale. Ebbene, gli do il quattro, partono come solo loro sanno fare e trenta secondi dopo, affacciandomi alla finestra sporca di cicche indurite, disperato, vedo l'amato tricolore che lentamente scende lungo la sua asta e a metà si ferma. Bandiera a mezz'asta, è quel che mi merito per non impegnarmi davvero con questi ragazzetti, manca un quarto d'ora e il mio lavoro può dirsi concluso, ho fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi supplente, anzi, non ho neanche letto la prima pagina del giornale sportivo, provocando ulteriore sdegno verso me stesso. Allora faccio quello che avrei dovuto fare fin dall'inizio, lascio che i ragazzetti continuino a suonare la loro marcia traballante, per non dire completamente antinazionalista, mi dirigo verso il mio strumento, lo afferro, assumo la posizione del fenicottero tipica di Ian Anderson e comincio a fare proprio quella cosa lì, a

suonare, a suonare appena oltre la soglia del silenzio, eppure è un suono prepotente, che con cautela incanta i miei allievi uno ad uno, la marcia perde pezzi, restano solo i più convinti assertori della libertà musicale, ma poi cedono anche loro e all'improvviso cala quel silenzio necessario a distinguere la musica, suono un pezzo che loro non hanno mai sentito in vita loro, lo si legge dai loro sguardi, suono Syrinx di Debussy, proprio quel pezzo, musica classica, puah, ma finché non lo sanno va tutto bene, va benissimo, prendo dimestichezza con l'ambiente e con il pubblico, vario le posizioni, scorro tra i banchi portandomi dietro la mia messe di occhi luccicanti, sì, luccicanti, i ragazzetti si stanno emozionando, e a vederli così presi da quello che sto facendo, un po' mi emoziono anche io e sapete a un certo punto mi vengono in mente strane idee, ad esempio mi chiedo ma com'è che gli aerei fanno a volare e com'è che le barche galleggiano nonostante il peso, cose banali che non ho mai saputo, ma è quello il momento per farsi queste domande, perché sai che qualunque risposta andrà bene, sai che tutti coloro che ti ascoltano stanno anche ascoltando quella risposta e si sentono meglio, per un attimo non hanno paura delle risposte, hanno tutto il mondo pendente sul loro lobo e ascoltano il suono che fanno tutte le cose che lo percuotono cadendo, attratte dalla gravità, e scoprono un ritmo regolare, una pulsazione profonda, una pulsazione inestinguibile, che non puoi contenere nello spazio delle battute, perché Debussy aveva capito tutto, non puoi contenere neanche nel

brevissimo momento in cui devi fermarti a riprendere fiato, e allora non lo riprendi, lasci che quella pulsazione respiri attraversi i pori della pelle, ora fori, e senti di aver fatto la cosa giusta, tre anni fa, a rifiutare quel corso di egittologia e papirologia pur di suonare il flauto lì in mezzo, tra le nuvole, tutti assieme nonostante il peso.