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Story Calendar, 99

GEN FEB MAR APR MAG GIU LUG AGO SET OTT NOV DIC
GEN FEB MAR APR MAG GIU LUG AGO SET OTT NOV DIC
GEN FEB MAR APR MAG GIU LUG AGO SET OTT NOV DIC
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GEN FEB MAR APR MAG GIU LUG AGO SET OTT NOV DIC
GEN FEB MAR APR MAG GIU LUG AGO SET OTT NOV DIC
GEN FEB MAR APR MAG GIU LUG AGO SET OTT NOV DIC

WdH’2k Production
Studio Sonda Project
Featuring Stefano Lanzavecchia, Marco
Zondini

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Gennaio ‘99
Stefano Lanzavecchia

“Love me, because love is free”

Nuda. E non è la prima volta. Perché nei sogni tutto è possibile.


Tutte le volte è diversa. Talora è alta e dallo sguardo deciso. In altre
occasioni è piccola e dolce. Ma sempre ed immancabilmente, siamo io
per lei e lei per me.
Stamattina era castana chiara, capelli corti, un sorriso ingenuo
sulle labbra appena umide di baci. Sdraiata sul mio letto (riconosco la
trapunta) mi abbraccia gentilmente. La testa dalla parte della finestra,
all‟opposto di come dormo io di solito.
Le dico: “sei cosí bella che ho quasi paura”. E poi piú vicino ad
un orecchio: “anzi, ho paura”. Della tua bellezza. Allora non sospettavo
che fosse solo un sogno destinato a sparire con un colpo di palpebra.
Non so come si chiamasse. Né quanti anni avesse o da dove
venisse. Come ci fossimo conosciuti. Le sue forme agili non
richiedevano nessuna spiegazione. O il suo amore sincero per me.
Quando mi sono svegliato, ho scoperto che il gatto si era
accoccolato ai miei piedi. Per una volta non mi sono svegliato solo.
Dopo colazione ho visto una sua foto in una rivista che non
avevo mai sfogliato prima. Aveva i capelli piú scuri, ma non ho nessun
dubbio che fosse lei. Forse un giorno la ritroverò in un altro sogno.

4
Febbraio ‘99
Stefano Lanzavecchia

“If I marry you, I will never have a normal life,


If I miss you…”
Mork e Mindy

C‟è una terra dove la voce del vento è sottile, eppure le nuvole di
bambagia si muovono veloci, quasi minacciose, gettando delle ombre
immense contro il cielo azzurro, il tempo congelato in un eterno primo
pomeriggio primaverile.
C‟è una musica leggera, un profumo nell‟aria che accompagna le
rondini spensierate.
C‟è una città sterminata, di case bianche, rosa, mattone, palazzi le
cui vetrate a specchio d‟argento riproducono fedelmente i laghi, le
ninfee, i cigni regali e gli alberi senza età del parco, pini maestosi,
cipressi eleganti. I raggi del sole rimbalzano e incendiano gli spigoli
arditi dei grattacieli.
Ci sono strade, attraversate da veicoli multicolori, da biciclette e
da innumerevoli persone. Sguardi che si incrociano, sorrisi scambiati nel
traffico, clascon, infinite piccole mutazioni. Una madre spinge una
carrozzina, una porta si apre, un dito si allunga su un interruttore, due
amanti si salutano in punta di labbra, un cucchiaino mescola lo
zucchero in un caffé, una campana suona l‟ora.
Ci sono tentazioni, ci sono canzoni, c‟è la vita che si espande,
come una ragnatela, come una mania. Forse vi sorprenderà sapere che
questa città, con i suoi abitanti, le sue strade variopinte, la sua natura, le
sue imponenti fondamenta, è appoggiata sulle spalle di una statua
gigantesca. Bianca, di marmo levigato, sfida le stagioni ed il passare del
tempo, nessuno sforzo dipinto nelle fattezze regali del viso da antico
eroe greco.
Ci sono angeli, esseri di luce e pensiero, in volo intorno alla
statua.

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C‟è か め 1 , uno dei protettori del mondo, una tartaruga di
proporzioni inimmaginabili sulla cui corazza incrostata di generazioni
posano i piedi della titanica statua. Nel tempo in cui l‟animale muove
uno dei suoi passi, regni ed imperi nascono, raggiungono il culmine di
prosperità e poi decadono.
Ci sono le quattro Querce della Saggezza, su cui posano le zampe
di か め . Ci sono le maestose radici, nodose e contorte come un
labirinto che si confondono nella nebbia che circonda una sfera di
acqua e cristallo. Pura e pacifica, racchiude nel suo cuore il segreto
stesso della vita, come un gioiello, come una pietra preziosa, come la
lacrima di un amante.
E c‟è Adam, un bambino di nove mesi, sul cui indice, paffuto e
morbido è appoggiata in equilibrio la sfera della vita. Niente turba i suoi
giovani riccioli d‟oro, il suo sorriso appena accennato, quel sentimento
che cresce nel suo petto ed un giorno sarà gioia.

1 かめ (pronuncia Kame): tartaruga in Giapponese.

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Marzo ‘99
Stefano Lanzavecchia

Vita

I l piccolo signore delle foglie si accorse ad un tratto di essere


affamato. Il pensiero lo colse mentre sognava ad occhi aperti,
suggestionato da una delle distese di foglie secche piú belle nel
suo regno. I colori dell‟autunno avevano già arrossato le guance delle
sue amiche, le sue uniche compagne da sempre. L‟aria era frizzante ma
ancora non si soffriva il freddo che gli scoiattoli avevano previsto
Calma e silenzio avvolgevano il sottobosco e i suoi pensieri. Aveva
passeggiato a lungo cercando nella natura un segno che gli indicasse
come doveva comportarsi ma da anni ormai aveva perso la sensibilità
necessaria per interpretare le figure suggerite dai rami di un cespuglio
controluce, le nodosità di una radice o della corteccia di un vecchio
albero, le ombre e riflessi di una pozzanghera, la forma delle nuvole.
Però si sentiva ancora attratto dai misteri del bosco, dagli angoli bui,
dalle improvvise radure coperte di erba umida, dalle pozze nascoste, dai
ruscelli, il loro fresco gorgoglio. Alle sue narici arrivava il profumo dei
funghi freschi, della resina, dell‟humus, delle mele sugli alberi nel vicino
prato, delle noci, del tasso già nascosto nella sua calda tana a riposarsi,
e, lontano, della neve che era caduta sulle cime piú alte a nord.
Era turbato ma non ne capiva la ragione. La luce accarezzava
dolcemente le lievi ondulazioni del terreno producendo un‟indefinita
sequenza di chiaroscuri appena accennati. C‟era qualcosa fuori o dentro
di lui che non andava. Il fatto di essersi scordato della colazione era un
segnale evidente dell‟anomalia. Pensare rientrava nel suo compito di
signore perché le sue elucubrazioni, per quanto astratte potessero
essere mantenevano la sua mente pronta a risolvere e, preferibilmente,
prevenire i problemi che uno qualunque dei suoi sudditi, o meglio,
compagni, avrebbe potuto porgli. Per questo era molto amato e la sua
presenza non era mai stata di peso per alcuna delle creature del bosco.
Da un po‟ di tempo in qua le sue speculazioni l‟avevano portato
ad interrogarsi su questioni che credeva di aver risolto solo pochi anni
prima e con suo stupore si accorgeva giorno dopo giorno che le sue

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vecchie risposte non lo convincevano piú. La sua visione del mondo
chiara e rotonda, prima, come una goccia di rugiada, si andava
annebbiando. Nuovi dubbi confondevano le immagini di armonia e
coerenza, che, seppur debole, aveva dipinte a rappresentazione del
mondo, le mescolavano, illuminavano nuovi inaspettati particolari,
rendevano sempre piú intricata la rete dei collegamenti necessaria a
spiegare le cose. Cominciava a credere indispensabile una revisione
completa di tutti i suoi valori. Allora aveva cominciato ad insinuarsi la
sensazione di una indefinita mancanza. Con l‟avvicinarsi dell‟autunno,
insieme ai colori vivi dell‟estate si era stinta anche la sua serenità che
aveva lasciato posto ad un sentimento che prendeva sempre di piú
l‟aspetto della malinconia ma era, forse destinato, a cambiare ancora in
chissà cosa.
Cosí quella mattina aveva provato a vagare con la mente, a
viaggiare lontano, cercando una porta nella vaga bellezza della
variopinta distesa di foglie. Sulle ali dell‟aquila che chiamava fantasia
aveva viste le cime bianchissime delle montagne, le pinete alle loro
pendici, le sorgenti sui ghiacciai, aveva seguito il grande fiume che ansa
dopo ansa si snoda nella vasta pianura fino al mare. Il suo cuore aveva
accelerato al ricordo dell‟immensa distesa che poche volte aveva visto,
cosí diversa dal suo regno, per questo tanto affascinante. Aveva
indugiato, cercato di far riapparire lo spettacolo di quei tramonti di
fuoco, sperando di poter immaginare un‟alba che mai aveva vista, le
lunghe dita rosee dell‟aurora che riabbraccia il mondo salendo
dall‟orizzonte come un presagio di felicità tra le onde. Aveva creduto di
respirare il vento odoroso di salsedine, di sentire il calmo respiro della
battigia che si mescola con l‟impressione che il vento parli. Aveva
contate le conchiglie sul bagnasciuga per poi riscuotersi a causa di un
brivido improvviso proprio mentre stava per sfiorare l‟acqua.
Il viaggio non l‟aveva rasserenato: si sentiva addosso come un
desiderio insoddisfatto. Sapeva che una volta nulla gli sarebbe stato piú
gradito di una simile fantasticheria ma faceva finta di non ricordarsene
per non rimuovere il problema senza averlo risolto veramente. Non
voleva convincersi di non avere niente, soltanto per paura di affrontare
una situazione nuova, un nemico apparentemente meno pericoloso di
un lupo o di un falco, eppure da temersi di piú perché intangibile.
Decise di muoversi e cercare del cibo per rimediare alla dimenticanza.

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Tornò al prato dei meli dove, sfruttando la sua agilità, colse e
gustò dei frutti deliziosi. Seduto su un ramo con le spalle appoggiate al
tronco di uno degli alberi lasciò nuovamente che i suoi pensieri
corressero liberi e le idee si affollassero, dapprima disordinatamente, poi
prese a seguirne alcune.
Vivo: ogni mattina un raggio di sole, un canto lieto mi
svegliano ed io sento dentro di me la gioia di potermi alzare e
correre per il bosco, salutare i piccoli abitatori dei nidi,
contemplare il cielo azzurro e restare senza fiato per la
bellezza dello spettacolo. Penso, produco, ed intorno a me vedo
piccole tracce che testimoniano il mio lavoro, la mia presenza
nel bosco. Ma non so chi o cosa sono. Ho l’impressione di
vedermi vivo soltanto quando il riccio ricorda di quella volta in
cui l’ho salvato fortuitamente dalla corrente del ruscello,
quando ascolto la rana Vverde raccontare alle altre signore
dello stagno di quegli spensierati pomeriggi in cui giocavamo a
saltare tra le ninfee, a spruzzarci, a nuotare in apnea. Esisto
solo di riflesso negli altri, ovvero non esisto senza di loro. Forse
mi manca proprio un rapporto piú intimo con un essere a me
simile. Sí, non uguale: sarebbe come confrontarmi con la mia
immagine in una pozza: da principio sarebbe narcisisticamente
appagante, ma poi diventerebbe noioso. Invece l’estraneo,
l’imprevisto, il retro della medaglia… la scoperta del diverso…
Una fola di sensazioni non descrivibile a parole lo assalí. Si lasciò
sopraffare dai sentimenti: la prospettiva di un cambiamento, il sogno di
una presenza al suo fianco, palpabile, dolce come le colline coperte di
teneri germogli a primavera, i fantasmi di episodî passati e futuri
mescolandosi fra loro gli misero addosso una smania di correre e
cantare. Con un sol balzo si trovò a terra. Con le ali ai piedi si precipitò
per i sentieri, gli occhi umidi, irritati dal vento della corsa e da una
irresistibile voglia di piangere. Si fermò col fiatone sulla sponda dello
stagno, tranquillo come d‟abitudine in quella stagione. Si asciugò una
lacrima trattenendo un singhiozzo. Una foglia posandosi sulla superficie
dello specchio d‟acqua confuse la sua immagine. Seguí con lo sguardo
l‟onda fino alla riva opposta come avrebbe voluto insguire il suo futuro.
La sua ansia andava stemperandosi in una tranquilla malinconia a mano
a mano che le sensazioni si spegnevano poiché gli riusciva impossibile

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tenerle vive razionalmente. Intorno a lui tornò a riempire il bosco
soltanto il silenzio della natura, lo stesso silenzio che occupava allora la
sua mente.
Raccolse un sasso appuntito e prese con quello a tracciare segni
su di una grossa pietra liscia. Siccome si accorgeva di non riuscire a dare
una forma ai pensieri che lo avevano spinto cosí d‟impulso se ne stancò
presto e si sdraiò. Il contatto con la fredda roccia gli fece accapponare
la pelle.

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Aprile ‘99
Marco Zondini

Il treno stava per partire. Il teschio bianco su campo nero,


spiaccicato sul palo della luce, era già ricordo nella sua memoria a breve
termine. Volatile.
È strano come centinaia di volte si sogni di viaggiare, e come ogni
volta non si senta il battere delle ruote ferrate sulla pista di acciaio.

Fulvia si era appena addormentata.


Era una di quelle leziose giornate primaverili.
Strozzapreti al ragú, carote bollite, polpa di granchio, e un po‟ di
quelle viscide cose del Sol Levante.
Poi si torna in camera, si chiude la porta, si selezionano tre tracce
dal CD e si stampa la faccia sul cuscino.
Le tracce due e tre erano un qualcosa di indistinto. Pastoso.
L‟unico rumore che Fulvia era sicura di avvertire, sempre, consisteva
nello scatto magnetico che la testina del lettore al termine della terza
traccia. Rimaneva soltanto il sole del primo pomeriggio a sussurrare
dolci, molli canzoni, proiettandosi con tenue pallore sulle bianche pareti
della camera.
Il suono del telefono, improvviso. Violento e fastidioso. Lontano.
Fulvia si alzò. Nella sua visione degli eventi, ingannata dal
dormiveglia, ebbe l‟impressione di mandare il suo spirito a rispondere
all‟apparecchio, mentre il corpo rimaneva a covare quella calda
sensazione di tepore nel letto. Trucco imparato da fin troppi anni
passati a studiare cartoni animati giapponesi. Uno specchietto per le
allodole della mente. La voce impastata di Fulvia sembrò uscire da una
grotta lontana, con qualche secondo di ritardo.
- Pronto?
Nessuna inflessione. Non un‟interrogazione, non una risposta.
Solo la prima parola a portata di neurone.
- Ma… parlo con Fulvia?
- Sí… sí scusa, stavo dormendo.

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- Come! A quest‟ora? Aprile dolce dormire! Ma…
Fulvia non stava ascoltando. Stava aspettando che l‟eco lontano
di quei suoni raggiungesse il suo antro sperduto. Poi incominciò a
capire.
- Ma… pensi di fare qualcosa oggi pomeriggio?
- Non so… è una cosí bella giornata… magari un giro in treno.
- Ma… io stavo dormendo…
Ora. Fulvia sapeva che era solo Aprile, e anche Zerodue - ebbene
sí, Fulvia era una di quelle a cui piace „catalogare‟ i ragazzi - ma lasciateli
sognare. Lei indossava una vivace, ma semplice, T-Shirt rossa. Dalla
cinta in giú solo un paio di shorts dello stesso colore. Il resto
dell‟abbigliamento era lasciato alle sue bellissime gambe, che non
avevano bisogno di commenti.
- Certo che sei proprio carina! Ma non hai freddo?
- Il primo raggio di sole…
- Sai cosa dicevano i Greci dei raggi di sole…
- Porco!
Il paesaggio scorre via, scivola lontano dai finestrini. Sul treno
non c‟è nessuno. Del resto sono solo le due del pomeriggio e qualcosa.
Frammenti… Frammenti…
I primi peschi in fiore, pronti a spargere i loro petali d‟amore,
timide gemme che fanno capolino dai rami dei castagni selvatici, la luce
del sole che accende le case di campagna, l‟invitante ombra di un
lontano boschetto, il tutto sparato a velocità supersonica, come se
Zerodue non esistesse.

- Com‟è che ci fermiamo qui?


- Non vorrai mica andare a fare un giro in centro con questa
giornata.

Il campo era bellissimo. Di fiori non ce n‟erano ancora tanti, ma


la smisurata distesa di verde era sufficiente a seppellire il ricordo
dell‟inverno.
- Look!

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Lontano alcuni cavalli stavano galoppando senza padrone.
- Chissà dove corrono…
- Vanno al lago
Il sentiero cominciava a diventare meno distinto, e gli alberi piú
fitti. Ben presto Fulvia e il suo Zerodue si ritrovano nel cuore del
bosco.
- Guarda laggiú Fulvia. Questo è il mio posto segreto.
Non era ancora molto chiaro ma… laggiú, oltre ad una
imponente quercia… in mezzo alle rocce…sí! Nella penombra di quel
boschetto era visibile un piccolo lago. Che meraviglia. Fulvia era stata
preparata a queste cose soltanto dalle fiabe che il nonno le raccontava
quando era piccola, o da qualche strana fantasia sussurrata da un
ragazzo per gioco. Un laghetto. I raggi di sole, sbirciando dalle fronde
dei salici, si facevano spazio fra le mille forme della natura per poi
tuffarsi in quel piccolo mare. E che incanto vederlo quindi risplendere.
- Per te esistono lucciole marine?
Le parole di Fulvia non trovarono interlocutore.
Dietro di lei il suo Zerodue non c‟era piú.
Forse era dietro alla quercia, pensò, oppure era sufficiente voltarsi
dal‟altra parte.
Nessuno. Sola nel bosco.
E il sentiero? Dov‟era il sentiero, Fulvia? Quante volte avrai
ascoltato quella storia dei sassolini? Quante volte? Perché allora non ci
hai pensato ora? E chi poteva immaginarselo…
Paura. L‟unica sensazione che le ingombrava la testa, e le calava in
gola, soffocandola, come se avesse distrattamente inghiottito un
macigno. Che fare? Che fare?
- Hai visto che bello?
Improvvisamente Fulvia si sentí risollevata. La voce di Zerodue.
Indubbiamente.
- Ma dove cavolo ti eri nascosto, imbecille!
- Calma… calma… era solo una prova…
- Ma che prova… ma che bella prova del cazzo! Ma ti sembra
roba? Dove cazzo ti eri nascosto?

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Sotto la sua maglietta rossa il suo petto stava ancora visibilmente
ansimando.
- È un piccolo trucco ninja che ho imparato dai cartoni
anima…cgh…
La rossa bocca di Fulvia si era dischiusa a metà, e il bianco dei
suoi denti si prodigò al meglio per illuminare quella penombra di
ghigno iracondo. Lo scatto fu repentino. Le sue braccia si erano
proiettate in avanti. La presa era ben salda al collo di Zerodue. Avrebbe
voluto ricacciargliela nella trachea quella battuta cretina.
- Un trucco ninja? Un trucco ninja dici? Lo vuoi vedere un bel
trucco ninja?
Zerodue non sarebbe mai riuscito a risponderle. Non potette
liberarsi da quella presa che schiacciava la sua schiena tanto forte contro
la quercia, come se fosse un fastidioso insetto del bosco, senza
importanza o consapevolezza propria. Fulvia stava ancora ansimando.
Lasciò il collo del suo ex-amico scocciatore con le bianche impronte dei
polpastrelli ancora vivide sul collo.
- Un trucco…, disse perplessa, quasi stupita. Sembravano le ali di
una farfalla.
- Fulvia…
Fulvia schiuse gli occhi. D‟istinto gettò uno sguardo all‟orologio.
Era sempre la prima cosa che faceva quando si svegliava. Quanto le
restava ancora da dormire?
- Fulvia. Le tue mani…
- Cosa? Mamma…
- Aprile…
Ci volle un mese per far passare alla ragazza dai lunghi capelli
amaranti quella strana sensazione di vuoto. Viscida, come il sushi che le
scivolò fra le dita.

14
Maggio ‘99
Stefano Lanzavecchia

…da un‟antologia letteraria per licei classici e scientifici…

Scheda dell’autore: Stefano Lanzavecchia


Le notizie disponibili sull‟autore milanese contemporaneo (1971-) sono
scarse e frammentarie. La relativa facilità con cui si può entrare in
possesso dei suoi lavori è dovuta piú alla sua tenacia che alla loro
validità. I suoi scritti, che spaziano dalla novellistica alla poesia
informale, dagli editoriali per una rivista informatica alla canzone pop,
ci permettono di ricavare la filosofia di base di ogni suo lavoro creativo:
“se scrivo è perché mi aspetto che un giorno qualcuno legga”. Per evitare che le
sue aspettative venissero frustrate, andava incontro ai desiderî dei
possibili lettori bombardandoli con copie manoscritte o dattiloscritte
dei suoi lavori, spesso ancora prima che il suo supposto pubblico
venisse a cercarli spontaneamente. Presentiamo qui a titolo
esemplificativo un racconto breve, forma prediletta dall‟autore, in cui si
immagina il tentativo di un giovane di sfruttare un‟imprevista guerra
scoppiata nello stato in cui vive, per poter stare un poco con la ragazza
che ama pur senza esserne ricambiato. Come in altri racconti, l‟autore
mescola la sua esperienza personale con avvenimenti fittizî.

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“Come un sogno” ovvero “Guerra e pace”
…Who watches over me.
Make a little birdhouse in your soul.
T.M.B.G.2

Qualsiasi riferimento a fatti, persone,


avvenimenti che potrebbero o non
potrebbero accadere, sogni fatti
dall’autore, luoghi realmente esistenti
forse è puramente casuale. Forse no. Se
il racconto non vi è piaciuto per qualunque
ragione mi scuso umilmente. Ma ci
riproverò3.
Immaginate un giovane qualunque, di un paese qualunque. Per
noi sarà un ragazzo di circa vent‟anni, altezza media, capelli scuri, un
poco di barba, corporatura esile 4 , ma se vi va di pensarlo biondo,
altissimo, con le gote arrossate, oppure corvino, con baffi e pizzetto e
pochi capelli, fate pure. Un giorno qualunque, sul finire del pomeriggio,
quando già il minestrone stava fischiando dentro la pentola a pressione,
alla radio fu data una strana notizia. La situazione internazionale stava
degenerando da qualche tempo e l‟annuncio di un ulteriore
peggioramento nei rapporti con la confinante ……a5 non rappresentava
piú una novità. Era inusuale che fosse interrotto il programma di
musica per una comunicazione che avrebbe trovato il suo spazio nel
notiziario che, a quell‟ora, era di prossima trasmissione. Inoltre i termini

2L‟interpretazione della dedica è controversa. Alcuni critici pensano si tratti dei


versi di una canzone di un gruppo pop che ha avuto scarsa fortuna (They might
be giants) noto per i testi surrealisti, che l‟autore ha ricordato al momento di
scrivere il racconto forse per averli risentiti casualmente alla radio. È noto che
il Lanzavecchia accompagnava spesso il suo lavoro creativo con musica. Ad
ogni modo si ritiene che la citazione non debba avere un senso in particolare.
3 Ecco una conferma dell‟ostinazione con cui l‟autore tormentava amici e

conoscenti con i suo lavori.


4 Si concorda nel pensare che la descrizione sia uno schizzo delle fattezze

dell‟autore all‟epoca della prima stesura.


5Inutile chiedersi di quale nazione si tratti in realtà. A proposito si veda anche

la nota 6.

16
in cui veniva riportata lasciavano adito a qualche sospetto, ma da piú fu
considerata alla stregua degli altri annuncî dati nei giorni precedenti.
Anche Jacques 6 (John, Franz, Paolo, come vi pare) non ci fece
attenzione e continuò a sfogliare il quotidiano per passare il tempo che
mancava alla cena. Poco dopo comparve nel salotto il fratello
lamentandosi per il malfunzionamento del telefono:
- Non dà libero, non dà occupato. Niente.
Jacques si alzò per controllare:
- Sarà di nuovo un‟interferenza con il cordless del vicino. Un
giorno quel telefonino lo faccio volare dalla finestra.
Né staccare la spina, né cercare di comporre qualche numero
dava risultati, per cui decisero di aspettare un po‟ lasciando stare le cose
com‟erano prima di informare il servizio guasti. Il giovane riprese in
mano il giornale ma qualcosa lo aveva lasciato turbato. Un minuto7.
- Perché questo silenzio? Si è guastata anche la radio?
Spenta e riaccesa, dava sempre solo il ronzio di non sintonia per i
canali nazionali, mentre le reti private sembravano riceversi
perfettamente. Si spostò in sala e accese il televisore non senza tradire
un poco di emozione. Stessa situazione. I canali nazionali non
trasmettevano.
- Guardate che strano! Anche in televisione sono sparite le reti
…i. Chissà cosa è successo.
- Venite ad apparecchiare la tavola.
- Arrivo.
Jacques allungò un dito per spegnere il televisore ma prima che
arrivasse a fine corsa comparve un‟immagine: uno studio elegante, il
presidente della nazione con la faccia pallida sotto i riflettori,
visibilmente emozionato.

6Non si deve pensare che la scelta di nomi francesi debba per forza situare la
narrazione nel paese d‟oltralpe. In realtà, come l‟autore stesso ci fa notare, il
nome dei protagonisti è ininfluente e serve soltanto a celare le persone cui si
riferisce. L‟ambientazione in un paese francofono è dovuta, probabilmente,
all‟amore dichiarato del Lanzavecchia per la Francia.
7Notevole la presenza di numerosissime sentenze nominali nel racconto.

17
- Ho8 una terribile notizia da darvi. La missione diplomatica non
ha avuto gli esiti sperati. Tutti i tentativi di scongiurare il peggio sono
falliti. I confinanti ……i hanno pochi minuti or sono hanno superato il
confine con un piccolo gruppo di militari in assetto da combattimento.
Sono stati facilmente respinti ma il messaggio che portavano era
inequivocabile. Da ora fino a nuovo ordine sono sospese tutte le
trasmissioni radio e televisive. Tutte le linee telefoniche civili sono
disconnesse fatte eccezione per quelle di ospedali ed altri enti pubblici.
Fino a che non saremo in grado di darvi notizie piú precise, vi
preghiamo di non allontanarvi dalle vostre abitazioni. Mi dispiace dirlo.
Siamo in guerra.
Nero e silenzio sul video. Un brivido corse per la schiena di
Jacques. Un solo commento dalla madre:
- Mio Dio…
Sedettero intorno al tavolo.
- Mangiamo prima che si raffreddi.
Consumarono una cena veloce, poi si spostarono in salotto.
Jacques provò a vedere se contrariamente agli ordini presidenziali vi
fosse ancora un canale che trasmetteva. Con sua grande sorpresa ne
trovò uno. Un giornalista parlava veloce, circondato da una grande
agitazione di persone che si muovevano. Spiegava che, nonostante
l‟imposizione di silenzio ai media, ritenevano un loro dovere informare i
cittadini di quanto stava accadendo minuto per minuto. Avevano per
questo approntato uno studio di emergenza in un luogo sicuro. Non
disponevano di un trasmettitore sufficientemente potente per coprire la
quasi totalità della nazione ma erano in contatto con una rete di gruppi
locali simili al loro e si sarebbero ingegnati per scambiarsi informazioni.
Attendevano dispacci dagli inviati volontarî sparpagliati un po‟
dovunque. Jacques si allontanò dalla sala in preda ad una violenta
emozione e si rifugiò in camera. Fuori dalla finestra la città sembrava

8 Il discorso dell‟ipotetico presidente della repubblica è conciso.


Evidentemente improvvisato, manca di tutte quelle circonlocuzioni tipiche
degli uomini politici che fanno annunci importanti. In realtà, l‟autore del
racconto era alquanto ignorante di tutto quanto riguardava la politica e
dunque, neanche volendo, avrebbe potuto dare una veste piú realistica al
laconico messaggio.

18
immutata. Il sole al tramonto incendiava il cielo ad ovest, mentre le
prime luci si accendevano negli appartamenti dei condominî che
circondavano il suo. Aprí la finestra. L‟aria era fresca e calma. Però
dentro di sè sentiva una grande tensione. Il suo pensiero correva veloce
e si raffigurava una moltitudine di episodî accaduti e che potevano
accadere. La trascorsa estate, l‟università, le ultime nevi, la distesa del
mare all‟alba, le nuvole in alto, gli uccelli liberi, la sua musica, un
pomeriggio in piazza del Duomo9, al parco. Poi si insinuò un‟idea, che
da timida ed insensata prendeva sempre piú spazio fino ad occuparlo
completamente.

Si10 trovò in bicicletta che correva per la statale prima ancora di


rendersi conto che aveva accettato di commettere una pazzia una volta
tanto.
- Scusate se sono scappato ma non posso resistere. Non questa
volta.
La strada era vuota a parte qualche automobile che gli sfrecciava
accanto velocissima. I lavoratori che rincasavano in fretta, tornavano
alle loro famiglie.
- La mia famiglia. Se ci penso adesso impazzisco. Qualcos‟altro,
presto.
Il tachimetro segnava orgoglioso 35 chilometri all‟ora.
- L‟allenamento mi ha fatto bene. Ma sono troppo nervoso. Non
resisterei a lungo. Però se va tutto bene sarò presto arrivato.
Ricominciò suo malgrado a ricordare. Si era cambiato in fretta,
aveva riempito lo zaino alla rinfusa. Poi silenziosamente aveva sfilato le
chiavi della cantina dal cassetto sotto il telefono ed era uscito
trattenendo il fiato. Un paio di scarpe comode. Gli occhiali da vista,

9Si trattenga il lettore milanese dall‟immaginare il Duomo di Milano. In molte


altre città italiane e straniere si considera luogo d‟incontro e di svago
pomeridiano per i fine settimana la piazza della basilica principale.
10 La cesura sposta il quadro dalla casa del protagonista alla strada. Le

proposizioni nominali aumentano e il punto di vista del narratore si fa molto


piú soggettivo, tanto che spesso appaiono nella parte fuori delle virgolette
citazioni del pensiero di Jacques senza verbi di introduzione.

19
non si sa mai. Poi di corsa per le scale. Meglio non fidarsi
dell‟ascensore.
- Se tolgono la corrente la mia avventura è finita prima ancora di
essere cominciata.
Dagli altri appartamenti uscivano rumori contradditorî. Forse
qualcuno stava piangendo. In cantina valutò per un secondo se era
giusto portare via l‟unica pompa funzionante per i pneumatici delle
biciclette.
- Ma sí. Adesso serve di piú a me.
Quando mosse la prima pedalata il cuore gli batteva fortissimo in
gola. La gola era già secca.
- Forse avrò freddo. Ma no, è solo un‟impressione. Passerà se mi
muovo.
Si riscosse dai ricordi notando da lontano un gruppo di militari
fermo proprio all‟uscita della città. Fu di nuovo sul punto di rinunciare
ma ormai le gambe si muovevano da sole. Istintivamente rallentava a
mano a mano che si avvicinava, ma cercava di convincersi che sarebbe
di sicuro stato scambiato per uno studente che tornava a casa dopo
essersi fermato qualche mezz‟ora di troppo al bar con i compagni.
Poteva vedere le facce dei soldati. Giovani, magari di leva.
- Potrei essere uno di loro.
Sembravano nervosi. Aspettavano senza parlare. La radio
gracchiava senza parole. Non voleva guardarli perché lo notassero.
- Ce li ho dietro la schiena ancora qualche metro poi sarà andata.
- Hey, tu…
Il sangue gli si gelò nelle vene.
- Lascialo andare. È a posto.
Non si girò a guardare. Continuò a pedalare a testa bassa. Senza
accelerare. Non voleva dare l‟impressione di stare scappando. Era in
ritardo. Ecco solo questo.
- Con quello che è successo mia madre sarà preoccupata. Vado a
casa per mostrarle che sto bene. Lo vedete no.
Mentiva a se stesso. Forse sua madre era preoccupata nonostante
il biglietto che aveva lasciato.

20
- Non sono un bambino. Poi non starò via per sempre. E questa
follia non può durare.
Non ci credeva. Voleva solo convincersi per resistere al panico.
In verità se n‟era andato senza salutare nessuno.
- Non m‟avrebbero lasciato andare. Dovevo.
Doveva davvero? Voleva crederci. Finalmente era arrivato alla
vicina cittadina di ……e, la sua meta. Nemmeno lí c‟era gente per
strada.
- Passo col rosso. Tanto chi ci fa caso. Adesso a destra.
Quel cancello. I genitori di lei erano in montagna. Forse si
sarebbero mossi per tornare.
- Ma questo adesso non importa. Ecco, le dirò “ciao, come va?
Sono venuto a tenerti compagnia.”
Gli avrebbe risposto un po‟ spaventata che era felice che ci fosse.
Sí, era sicuro. Non c‟era niente di male. In fondo non poteva lasciarla
da sola. Chissà, forse l‟avrebbe abbracciato. Si fermò col fiatone davanti
al citofono. Amava quella casa bianca con i fiori sul balcone. Suonò.
- Sí?
- Sono Jacques.
- Ciao…
- Posso entrare?
- Sí…
Che sorpresa le aveva fatto. Non se l‟aspettava davvero. Jacques
attraversò il cortiletto accompagnando la bicicletta. Sentiva i passi di lei
scendere le scale. Si trovarono di fronte sulla soglia. Piccolina, i capelli
lunghi, chiari, un naso perfetto, tante piccole lentiggini, quegli occhi
grandi cosí dolci, felpa e jeans11. Il giovane era raggiante di gioia. Non
sapeva cosa dire. Era solo felice. Poi un rumore demolí tutte le sue
sicurezze. Altri passi sulle scale. Stava per chiedere ma fu preceduto
dalla ragazza che doveva aver intuito il suo improvviso turbamento:
- È François…
- Passavo di qui e ho pensato di farti un salutino. Forse per un
po‟ non ci vedremo.

11Tenerissima la descrizione.

21
- Vuoi fermarti?
- No, grazie. A casa i miei saranno preoccupatissimi. Se corro
dovrei fare in tempo a rientrare prima che succeda qualcosa.
Parlava velocissimo. Non voleva incontrarlo. Nella fretta
dimenticò persino di baciarla. Si girò e si affrettò all‟uscita. Sentí da
dietro due voci che lo salutavano, quella che amava tanto e l‟altra, cosí
dannatamente sicura. Con la coda dell‟occhio gli parve di vedere le mani
dell‟altro appoggiate sulle spalle della piccola Evelyne12. Ricambiò con la
voce rotta il saluto. Il cancello si chiuse e l‟eco metallica rimbombò per
un secondo infinito nel cortiletto.

12Alcuni sostengono che Evelyne sia stato realmente il nome di una ragazza
per cui l‟autore aveva preso una cotta. È fuori di dubbio però che in questo
racconto non si riferisca a quella persona: si noti, invero, come il Lanzavecchia
non perda un‟occasione per giocare con i nomi ed i fatti, creando una rete di
rimandi che probabilmente ci è impossibile ricostruire completamente.

22
Giugno ‘99
Marco Zondini

“Utsukusii hoshi ni sumu


utsukusii hitobito
utsukusikute tooi hoshi no
natsukashii hitobito
itsuka boku o
omoidashite”
Pizzicato 5

Visioni silenti. Salme digitali. Voci disperse nei cavi telefonici. Tracce nel
cielo.

Aveva ancora i capelli bagnati. Era stata una giornata discreta. Lo


stereo, che di stereo aveva solo il minimo indispensabile, si lasciava
suonare canzoni dei Pizzicato, mentre il giorno finiva oltre al muretto
del giardino. Tanto c‟era l‟autoplay. Mancavano solo quattro giorni e
poi… altro che „saluto all‟edificio scolastico‟. Biosfere e via andare! Con
l‟asciugamano in testa ora toccava i capelli, e distrattamente non potè
fare a meno di notare che in fondo non era una brutta ragazza. “Meliii!!!
Al telefono… È quel tipo…”. Chi? Fra dieci minuti incomincia X-Files
e devo ancora finire di sistemarmi.

Paure ancestrali. Apatia. Mancanza di concentrazione.

Era rimasto a bocca aperta con i pugni sul tavolo. “No. Non può
essere vero…”. Se ne era accorto troppo tardi, e ormai la frittata era
fatta. Perché era una frittata, non è vero? Alcuni moscerini sfioravano la
sua t-shirt verde, di tinta militare. Era talmente ovvio che fosse la sua
ragazza. Ma perché allora non si era seduta vicino a lui fin dall‟inizio? La
pallida illuminazione del ristorante dava uno strano risalto
all‟abbronzatura delle sue braccia. “Ma… è lei? Io pensavo che…”

23
Attesa. Vuoto mentale. Soddisfazione latente.

Era molto grosso. Sembrava quasi un mostrotarlo della giungla


tossica. Un attimo prima il nulla… e poi… quel terribile… quel terribile
„coso‟ davanti alla finestra… La fioca luce del tramonto, che a giugno
sembra non finire mai, non permetteva di coglierne bene i particolari. E
non ci teneva nemmeno a coglierli. Il mostro continuava a sbattere,
sbattere, agitare le ali. Le ali oscene. Per fortuna che aveva chiuso le
finestre. Misura preventiva piú che dovuta quando vuoi tenere la luce
della scrivania accesa d‟estate.

Curiosità. Stupore. Brama di bellezza.

Un‟altra sequenza, un‟altra immagine. E suoni a non finire.


Eppure era solo una scatola, e neanche tanto grande. Non c‟era proprio
nient‟altro di meglio da fare in quella lunga notte d‟estate?
“Ciao Manuel… lo stai guardando? Becca bene… non ci avrei
guardato… ma ho telefonato ad una mia amica di Padova, e allora me
ne sono ricordato. Deve essere veramente una puntata grandiosa… ma
se la stai registrando non ti voglio anticipare niente. No! Quant‟è
ironico! Guarda! Che figa è venuta fuori! Lei l‟ho già vista in Star
Trek… hai ragione… si riconosce lo stile…”

Stanchezza. Insoddisfazione ridondante. Secondo episodio.

La Luna era immensa quella sera. Sembrava… sembrava…


l‟ultima attrazione di Disneyland… o l‟astronave di „The Final
Cuntdown‟. Cosí luminosa, opaca, irreale. E quella canzone anni
settanta che si fondeva al refrain delle cicale. Earvest Moon? Proprio
come quando mi diceva che era un effetto cinematografico. Mi rimarrà
sempre in mente. E lei è cosí bella.
“Spostati! Non vedo Aurora!”
“Ma con chi stai parlando?”
Non l‟avrebbe mai capita.

24
“Filmami un attimo! Filmami un attimo! Non sembro una
protagonista di un manga? Mmmmm…”
Il sorriso piú carino, malizioso e vuoto che abbia mai visto sotto
questa Luna. Ma era cosí bella. Che carina.
“Sai? Io sono una grande appassionata di Georgie…”
No reply.
“E ho pure visto tutte le puntate dei Cavalieri… ho letto anche i
Manga… sai… vanno oltre le storie della televisione…”
No reply.
Era senza risposte. Voleva, davvero, con tutto il cuore cercare un
argomento per riuscire a gettare un ponte verso lei. Ma non ci riusciva.
Cosí affascinante, irraggiungibile, femminile… Il suo vestitino era
completamente bianco. La bionda acconciatura elegante ed elaborata,
quasi come un cucciolo alieno adagiato sulla sua testa. E a quel punto
mi meravigliavo che i suoi occhioni blu non sparassero raggi congelanti.
È mai possibile che con tutti i manga che esistono in Giappone lei non
ne conoscesse uno che leggevano entrambe?

Ostinazione stoica. Falsità giustificata. Colpo del destino.

Era ormai in canottiera, e aveva abbandonato i suoi abiti trendy


sulla sedia. A dire la verità la mini era sul letto, ma era troppo stanca, e
aveva troppa fretta per metterla a posto.
“Francesca? Hai messo in ordine?”
“Sííííííííííí…”
E poi chi vogliamo prendere in giro? Era disordinata, ma ne
andava fiera. Si grattò un po‟ la parte destra delle tempie, vicino al
ciuffo di capelli arancione. Poi riprese a battere. Aveva pensato di
andare a prendere un‟altra razione di latte alla vaniglia, ma era finito, e
un bicchier d‟acqua non era un‟esca sufficiente per farla staccare dalla
tastiera. Invio. E l‟ultima modifica all‟home page era stata uplodata. Il
frigorifero era pieno di altre cose buone… ma ci teneva alla sua linea, e
non aveva esattamente quella che si definisce vita stretta. Cosí
Francesca continua a battere… con noncuranza, come stesse tessendo

25
un vestito, o contando granelli di sabbia. Certo che faceva proprio
caldo…

Pausa. Messaggi promozionali. Impudenza.

Si incomincia sempre con due segni affrettati. Ma di tempo ce n‟è


poco. E fra dieci minuti passeranno a prenderlo. Subito a china veniva
meglio, ma bisognava essere bravi e fortunati. Upside-down. La
seconda faccia l‟aveva sbagliata completamente. Ma c‟era rimasto
ancora un po‟ di spazio sulla sinistra, e si poteva adottare
quell‟espediente, ritagliando il cartoncino. Super deformed uno, super
deformed due. „Tanti auguri da due amici di carta‟. Non male. Però
potrebbe anche arrivare prima che ci passino a prendere per firmare
anche lui!

Caldo torrido. Ironia programmata. Finzione.

Ferma cosí. Come un cagnolino. O in questo caso un grazioso


cucciolo. Il fotoritocco è un‟arte cosí nobile. Ti impratichisci un po‟ e i
sogni possono crescere insieme a te. E passi da sognatore a Morfeo.
Che suona un po‟ meglio di Mujaki, ma è solo una questione di look. Il
riquadro alle sue spalle diviene piú sfumato e regolare, i passanti dietro
le sue piccole spalle perdono la loro consistenza nel giro di pochi clock,
e divengono affresco per la graziosa figlia del monte Elicona. Lui ci
credeva. Gli piaceva credergli. E passava da illusione a illuso, mentre
dipingeva stelline attorno al suo buffo graziosissimo viso di bambina.
Quegli occhi cosí intensi ed espressivi. Promettevano bene. E se gli
occhi sono lo specchio dell‟anima non c‟era un filtro abbastanza
potente nel suo programma di grafica per riuscire a farli risplendere di
piú. Era cosí carina. Il piú era merito del fotografo.

Preoccupazione. Ansia del momento. Nostalgia.

Venere è una stella come altre, ma nelle notti di giugno è in grado


di dare cosí tanto. Splende nel cielo di un bagliore incantante. È magica.
È comprensiva, è piena d'amore. Non c‟è proprio piú nessuno, ed è ora
26
che provi la mia parte ad alta voce. “Quando ero piccolo… quando ero
piccolo…” Cosí non funziona. I need somebody. Fuori dalla finestra,
oltre gli alberi, il cielo, in una stupenda cromatura in gradazione da blu
scuro a blu elettrico.
Ma sí. Basta spalancare la finestra, girare la sedia, coprire il foglio,
fissare bene quella luce luminosa e …
“Quando ero piccolo, avevo seri problemi di cuore…”
Peccato che in una notte cosí bella, in città, sia la sola a brillare in
un cielo cosí caldo e buio.

Repulsione fisica. Vigliaccheria. Abbandono.

X-Files ormai è finito. Non le importa del fratello. Ha già spento


la televisione e rischiacciato play nel registratore. Proprio due belle
puntate. Sapete cosa avrebbe fatto adesso? Prima di dormire? Si sarebbe
infilata il pigiama, lavata i denti, buttata sul letto con in mano il
portatile, avrebbe composto le cifre magiche, e avrebbe continuato a
parlare per altri quaranta minuti con lui di Kakugo. Ma era invadente?
Non era meglio rimanere con questa emozione speciale sotto quelle
maniche cosí corte?
Gli veniva in mente quella parte del manga in cui le anime dei
tremila dicono a Kakugo di desistere, aspettare ad affrontare il nemico e
tornare indietro per amare la donna del suo cuore, e trarne la forza
necessaria per combattere al massimo. Ma lui prosegue ugualmente,
perché sa già che quella forza in lui è già al massimo, e non ha bisogno
d‟altro. Melissa guardò fuori dalla finestra per scrollarsi di dosso un po‟
di radiazioni da tubo catodico, e guardando il cielo si chiese perché le
persone speciali dovevano per forza essere cosí distanti fra loro. E disse
buona notte a quella stellina.

27
Luglio ‘99
Marco Zondini

“Il secondo grande merito della filosofia milesia è aver creato la nuova immagine di un
universo ordinato e razionale, dove gli accadimenti sono collegati fra loro secondo principi
regolari e costanti.”

Aristotele

Classe Arke
C’era una volta un universo, dei mondi, perfino delle persone, degli oggetti,
delle speranze. E delle delusioni. Un universo pieno di altri universi, dove
in mondi che si ignoravano a vicenda correvano persone come input su
sinapsi impazzite. Senza una precisa destinazione. Alberi, canzoni,
dolori intestinali, vento che scoppia nelle menti distratte di ragazze in
pigiama, chitarre elettriche nuove nuove, chitarre elettriche sfasciate,
pruriti, pulsioni, salse iperpiccanti da spargere un po’ ovunque. E agli
angoli di questa cosa anche un po’ di zucchero. E il lato oscuro di tutte le
cose. E il lato oscuro del niente. E i sogni. E la fine delle lacrime. E
l’origine di tutto. E la fine di tutto. Il sempre. C’era una volta quello che
non conosciamo.

Classe _26Ore
- Hai preso su tutto?
-…
- Ti sei ricordata delle aspirine?
- Ma sí sí…
- E le ciabatte?
- Mamma… ho fatto la valigia due giorni fa…
- Mmm… è un viaggio cosí lungo… ti ricodi la via?
- Sì, Via della Libertà 34…
- E i treni?

28
- Sí sí…
- Scusa… ma l’ultima volta che ti ha visto quanti anni avevi? Facevi già le
medie?
-…
- Comunque quando torni ti tagli i capelli…
- Ma Mamma! Non sono lunghi!
- Però potresti trattarli un po’ meglio…

Monica si caricò l‟immenso zaino sulle spalle e prese sotto


braccio il borsone, ancora piú grande.
- … Mamma… mi apriresti la porta?
- Certo cara. E parlagli di noi.
- Gli parlerò di voi…
- E salutacelo…
- Ve lo saluterò…
- E fagli vedere le nostre foto…
- Gli farò vedere le vostre foto…
- Monica…
- Mm?
- Ciao Monica…

Classe TheChanging
“Quanti secondi aspetterò prima di accendere il walkman?”. Era
questo il pensiero principale che avevo, mentre aspettavo Teresa alla
stazione di Cesena. Di fronte a me la notte. L‟affascinante notte. Non
sarebbe stato bello se lei, come per magia non fosse arrivata, se le regole
si fossero infrante e se fossi potuto partire verso una destinazione
assolutamente sconosciuta? Una non destinazione, dove avrei potuto
lasciarmi trasportare dagli eventi senza troppe preoccupazioni o stupidi
formalismi. Invece con Teresa… Lasciamo perdere. No no… non
lasciamo perdere… questa settimana uscirò pazzo… Però ancora non si
vede…
- Ciao…
- Ciao…

29
Facciamo i cordiali ancora per un po‟… in fondo il viaggio è
lungo. A essere scortese faccio sempre tempo.
- Sai… io non ce l‟ho proprio fatta a dormire, dovevo andare a
letto presto, tipo le nove, o giú di lí, ma poi hanno dato quella
trasmissione che devo sempre per forza seguire, e cosí ho fatto tardi, e
poi la sera prima ho fatto ancora piú tardi.
Per non essere scortese, nonostante fossero soltanto le cinque del
mattino, ho trovato la forza per rispondere.
- Io sono andato a letto alle nove.
Potevo aggiungere che avevo fatto la valigia all‟ultimo secondo,
come otto mesi di permanenza a Langhirano mi avevano insegnato, e
che l‟ultima traccia che ho ascoltato addormentandomi era „The
Masterplan‟ degli Oasis… ma tanto a lei cosa gliene fregava… Teresa
considerava la musica una di quelle cose inutili, che non portano niente,
e quindi non meritevoli di considerazione. Le poche idee che aveva in
merito quindi si conformavano a quelle di Tv Sorrisi e Canzoni, ovvero
della massa, e ne sapeva quanto basta per riempire la casella trentotto
verticale del nuovo quiz della settimana enigmistica. Perché darsi della
pena quindi?
Non so come ero riuscito a resistere fino a Bologna… un po‟
fissando fuori dal finestrino…

È ovvio che lo sguardo cade per primo sulla ragazza. Un po‟ di


lentiggini e due occhi azzurri stupendi. Dei lineamenti cosí dolci. Come
zingari dello spazio dividono i posti di quel vagone Eurostar, nel mio
stesso universo, nel mio stesso istante. Mentre il sole sta sorgendo
dietro le colline di Prato sulle note di Tak Matsumoto. Sono dei
musicisti, e hanno caricato gli strumenti vicino ai loro sedili. Tutti
giovani. Tutti fuori di testa, come è giusto che siano dei giovani
musicisti.
- Hey! Allora siete qui!
- Mmm? Sei salito anche tu?
- Pensavamo che fossi rimasto a piedi..
- Sí… insieme ai barboni a Milano…

30
- No… sono salito in tempo… è che mi aspettavo che dentro il
treno ci fosse un casino pazzesco… tipo gente che suonava fra gli
scompartimenti… e invece…
- Guarda che la strada è lunga… siediti…
- È occupato questo?
- Fatti piú in là puzzola…
-…
- Oh! Tratti cosí la nostra gitana?
- Senti Max… dopo a Roma Termini dobbiamo prendere l‟aereo?
- … a meno che tu non voglia arrivare a Catania in bicicletta…
- Che palle… però l‟ultima volta che abbiamo suonato a Padova
ci siamo divertiti…

Tunnel.

- Volete un biscotto?
- Ma che razza di marca è?
- Sono buoni…
- In croato infatti vuol dire biscotto…
- Perché puzzola… tu sai pure il croato adesso?
- Vuol dire biscotto. Ah! Bello quel libro!
- L‟hai letto Puzzola?
- No…
- Ah! Ti piace il colore!

Il libro è City di Barricco. Lo stesso che ho nella valigia. Ma con


la copertina.

Tunnel.

Per fortuna Teresa dorme.


La porta del vagone si apre. Automaticamente. E ogni volta
finisco col pensare che ai tempi della „serie classica‟ pensavo fosse pura

31
fantascienza, e che nella mia vita non avrei mai visto una porta aprirsi
da sola. Entra una ragazza. Di quelle mostruose. Grosse massicce e che
incutono terrore. Una disordinata e picaresca chioma di capelli rosso
sbiadito. Giacca di Jeans. Di quelle che sembrano rubate ad un barbone.

- BUUUU!
- Chi cazzo è?
- Ma ti pare il modo?
- Ma vaffanculo! Sei tu! Ma che cazzo ci fai qui?
- Eeeeh! Sapete… sapevo che eravate qua… allora vi sono venuta
un po‟ a rompere i coglioni…
- Ma ti pare il modo? Hai svegliato tutti quanti?
- Andate ancora giú a suonare?
- Sí, ma abbassa la voce…
- Ciao Aurora? Ancora con loro?
-…
- Ma che cazzo di biscotti sono?
- Abbassa la voce… è da prima che ce lo chiediamo. Lei sostiene
che sono croati o giú di lí…
- Croati? Ma Claudio, leggi ancora la settimana enigmistica?
-…
- Certo che l‟ultima volta avete fatto proprio un bel casino. Chi
c‟è questa volta?
- Ma… c‟è un gruppo di Roma..
- In quanti sono?
- In dodici…
- Non saranno mica quelli dell‟altra volta…
- Ma… c‟è caso…

E io vorrei tanto fuggire con loro

Tunnel.

32
Ci avviciniamo alla stazione di Roma. Si alzano. Il ragazzo
riprende in mano la custodia del suo sassofono, con tanto di sassofono,
e raccoglie i suoi capelli, come per farne una coda di cavallo. Poi prende
un cappellino di lana dall‟aria asiatica e si incappuccia per bene. La
bellissima ragazza, impeccabile, si toglie la maglia di lana grigia e rimane
in maglietta. Si toglie la maglietta e rimane con una t-shirt, come Anna
degli Spiriti ha un cuore rosso di lana ricamato sopra. E se ne va.

Classe Tunnel
Io oggi la metro non la prendo. Perché dovrei prenderla? È cosí
soffocante. Quasi quasi preferivo Milano. Chissà come saranno gli altri.
E se sapranno programmare. Be‟… se non altro passerò una settimana
fuori dall‟ufficio. Chissà quando potrò tornare in Sardegna… mi manca
tanto… quella strada vicino alla scuola… quella collina in cima in cima
dove d‟estate ci rotolavamo giú…
- Signora… mi sa dire che ore sono?
- Le otto e tre quarti…
- Bene bene…
Ci sarà un po‟ di casino. Ma è molto meglio della metro. Non
voglio prendere piú la metro…

Classe ToiEtMoi
- … ed è per questo che Java viene considerato un vero e proprio
linguaggio ad oggetti. Quindi mi dispiace per lei signorina che ha
studiato il C… ma per questa volta si trova piú avantaggiato chi è a
digiuno di programmazione… occheí? Cosí non sarete costretti a
disimparare per poi imparare, e avrete la mete sgombra da preconcetti,
occheí? Mi state seguendo?… dovete imparare a considerare tutto il
mondo come un enorme insieme di classi… occheí?… Come nel
progredire dei linguaggi informatici si è sempre cercato di avvicinarsi al
linguaggio piú vicino a quello comprensibile all‟uomo, di generazione in
generazione, allo stesso modo la Sun ha pensato di abbandonare un
tipo di programmazione f u n z i o n a l e, come per esempio il Basic…
o il Pascal… a favore di un linguaggio oggetti. Mi seguite? Il mondo è
fatto di oggetti. Tutti i giorni, nella nostra vita quotidiana, utilizziamo
oggetti, veniamo in contatto con oggetti… oggetti a loro volta costruiti

33
da altri oggetti… come ad esempio un vano cucina, dove troviamo un
oggetto Frullatore, un oggetto Lavastoviglie… e tutti questi oggetti, o
classi, possono interagire fra loro o con noi… occheí?… ed ognuno è
costituito da una parte, o metodo, che viene reso pubblico, e da una
paaaarte di cui non c‟è dato sapere il funizonamento… occheí?… tipo
… la macchinetta del caffé… tutti sappiamo che spingendo un tasto
mettiamo lo zucchero… che schiacciandone un altro esce fuori il
caffé… ma non c‟è daaaato sapere con che metodo il caffé è stato
preparato… se a vapore o… non lo so… con l‟acqua bollente…
comunque…

L‟insegnante è un tipo di Napoli. Il suo accento non è poi


effettivamente cosí tanto marcato. Barba, giacca e cravatta, capelli con
taglio nel mezzo, il volto è una strana commistione fra come sarebbe
stato mio zio da vecchio e come probabilmente era DeCrescenzo da
giovane. E subito con la mente vengo scaraventato ai ricordi di quando
il filosofo/informatico faceva lezioni sui computer la domenica a
mezzogiorno in una trasmissione chiamata Bit.
La luce che pervade la classe è magnifica. La luce del mattino. La
luce che dava il buon giorno alla sala di mia nonna quando la domenica
attendevo alle sette la prima esplosione di Star Blazer, o una fugace
apparizione di Five. Col registratore portatile al mio fianco. Una parte
riesce a scaldare appieno l‟aula, e il tappeto viola che percorre il
pavimento, ripartendo in due le macchine Solaris. Altri raggi mi
ricordano giornate piú quotidiane ma altrettanto piacevoli, quando solo
alcuni spiragli si luce riuscivano a filtrare le serrande, e a proiettarsi netti
e distinti sulle buie pareti in una giornata che stava lentamente
ingranando.

- … mi state seguendo? L‟importante ora è prendere confidenza


un po‟ con le macchine… per esempio, ora vi proietto uno dei MIEI
lucidi… provate a battere il listato sulle vostre macchine…

Battere i listati. Era cosí che avevo imparato senza accorgermene


il basic sul Commodore 64. Quanti ricordi… troppi… e troppo dolci…
altri tempi… tempi da età dell‟oro. Quando battevo interi listati per

34
tutto un pomeriggio a casa di mio cugino per ricreare il sintetico rumore
si una mareggiata sintetica… quando c‟erano i mitici corsi di Video
Basic… quando un array non era nient‟altro che un lungo bruco blu
pieno di cassetti, ascoltavo Variabile suonare l‟Ave Maria e nella mente
continuava
e continua
a riecheggiare nella mia mente quella musichetta a 8 bit…
„Gruppo editoriale Jackson…‟ „Gruppo editoriale Jackson…‟. E i
Jacksoniani? Le mitiche avventure testuali che anch‟io avevo provato a
costruire? Chissà se anche loro pensavano, come nella mia ingenua
mente di bambino anni ottanta, che tutto quell‟universo sarebbe esistito
per sempre. Video killed the radio star. E il mondo è andato avanti.

- Voi cosa ne dite? Secondo il mio ragionamento l‟oggetto


Aereoplano può estendere l‟oggetto Bicicletta? Come si fa?
Il mondo è fatto di classi… la classe matita, la classe pesce, la
classe uomo… trovo che il metodo sia molto Aristotelico… e forse lui
c‟era già arrivato e ora se la sta ridendo. Allora consideriamo le grandi
classi generali… gli esseri viventi e non, animali vegetali e rocce… terra,
acqua e fuoco…. gli elementi… che seguissero queste speculazioni i
greci quando sono giunti ad ipotizzare un Arke? Un principio generante
di tutte le cose? La superclasse. La classe astratta da cui deriva tutto.
Forse i numeri. Stupido chi dice Dio. Forse farei meglio a stare
attento…

Classe Aereo
- Benvenuti sul nostro volo, la principale compagnia aerea
Australiana ha il piacere di ospitarvi durante questo viaggio. Ci
auguriamo che tutto possa essere di vostro gradimento. In caso di
pericolo seguite le indicazioni sulle pareti come indicato a monitor.
Durante il viaggio vi verrà servito pranzo e cena. Prossimo scalo
previsto a Hong Kong, dove l‟aereo si fermerà per circa due ore. Buon
viaggio.

Il film che stanno proiettando non è male. Vedere Sean Connery


nella parte del ladro non è neanche poi tanto sbalorditivo. Le evoluzioni

35
della ragazza invece… ma sarà poi una controfigura? Ma sí dai… sarà
senz‟altro una controfigura… con quello che sono richieste adesso che
vengono tutte rimpiazzate da effetti computerizzati… E lui come starà?
Sarà ancora vivo? Gee… e la strada? Come si chiama quel posto?
Parona? Pavona? Calma Monica… è tutto nel bigliettino… speriamo
che il mio italiano sia sufficiente… È proprio l‟altra parte del mondo…
ma ne varrà la pena… l‟Italia… tutti quei monumenti… la cucina poi…
Sí sí… la cucina… ne ho una nostalgia… Ma chi voglio prendere in
giro… Io mi sto cagando sotto…

- … nella maniera piú semplice! Un tocco di genio!


- E sarebbe?
- L‟ho spedito per posta!
- Ah sí… l‟hai spedito per posta… Ma tu non consideri una cosa
mia cara…

Figuriamoci se adesso a Sean Connery non facevano fare la parte


di uno Scozzese…

Classe UnGiornoSenzaTe
Luca Pandolfini mi è passato a prendere come stabilito. Avevamo
tutti e due il biglietto. Il biglietto per il college party organizzato da
MTV. Arriviamo sul posto.
- Luca.. è da cinquant‟anni che non ci vediamo!
- Sta zitto animale! Come va?

Nella stanza, poco piú che una palestra, poco meno che un aula,
ci sono un‟altra dozzina di ragazzi che si fanno piú o meno i cazzi loro.
La luce delle tre del mattino, che penetra dall‟alto, fa risplendere
l‟ambiente di colori irreali, mentre la musica Brit-Pop di MTV si
diffonde nell‟aria. Tutti ragazzini. Piú o meno. Ad un certo punto uno
studente si distacca dal gruppo… è il loro leader.
- Luigi!
- Tu lo conosci?
- Luigi Facchetti!

36
Luigi era sempre stato un leader, fin dall‟elementari. Un leader
Ariano e carismatico. E non mi meraviglia affatto rivederlo ora a capo
di un gruppo di bastardelli inglesi di buone maniere, con le loro
magliette larghe a strisce e jeans topo di due taglie di troppo.

- Ciao Marco! Come va?


-…
- Questa è la nostra festa. Quindi o vi sedete o sloggiate…
- Ma chi si crede…

E io e Pandolfo combiniamo un gran casino, dimostriamo di


essere i veri leader, e scappiamo… a bordo di un non ben delineato
veicolo, mentre nella City sta spuntando l‟alba.

- Cazzo… questo avrei dovuto scriverlo… peccato non aver


portato con me il mio Libro dei sogni…

Era già la quarta volta che mi svegliavo.

Classe Professore
Entro tre giorni, forse tre mi toccherà lavarmi i capelli. Quel
ragazzo oggi mi ha incuriosito. Chissà come faceva a sapere delle tre c.
Però… che stress… certo che il caffé come lo fanno a casa mia non lo
fanno da nessuna parte. Del Mondo. Chisto è paese du mare… ma chi
me l‟ha fatto fare… certo che si prende di piú che un semplice
stipendio da professore universitario… ma l‟aereo… le valige…
l‟albergo… GLI STUDENTI… che palle… Che palle…

Classe AllStar
L‟albergo fa veramente schifo. Ma non poco. Tanto.
Primo Piano. Analisi cliniche e Scuola Guida.
Secondo Piano. Hotel Baltic.
Terzo Piano. Appartamento Custodi.

37
Quarto Piano. Reception. Hotel Baltic.
L‟ascensore è infernale. Quasi Steam Punk nello stile. Incastonato
in un immenso gabbione di metallo la piattaforma semovente
contrapposta alla carrucola è poco piú di un assemblato di quattro pezzi
di legno marcio che va su e giú. Per fortuna anche su. Non è un
prodigio della tecnica, ma ogni volta arrivati al quarto piano ti vien
voglia di gridare al miracolo.

- E la colazione?
- E la colazione si fa al bar… quaggiú… a due passi dietro
l‟angolo, in via Venti Settembre. Voi vi fermate anche la domenica?
- … no… noi ripartiamo venerdí…
- Peccato! Servivamo la colazione in camera. Vediamo… la
fattura è 12 25.

E quando il destino vuole giocare sporco…

Punto uno. L‟appartamento è ATTACCATO alla reception. Per


attaccato intendo dire che tutto ciò che sussurra l‟uomo dietro al
bancone lo posso sentire anch‟io a porta chiusa e tutto ciò che sussurro
io lo può sentire anche l‟uomo dietro al bancone a porta chiusa. Però lui
urla. Anche di notte. Non parliamo dei clienti che suonano il
campanello. Ci vuole un po‟ per abituarsi e capire che non c‟è nessuno a
cui andare ad aprire la porta.

- No guarda… non posso parlare di piú… e non posso neanche


spiegarti il perché… aspetta di leggere il mio resoconto…

Lato positivo. Il letto è una piazza e mezzo.


Lato negativo. Non c‟è l‟acqua calda.
Lato negativo. Per fare la doccia mi dovrei sedere nel water.
Lato positivo. In camera c‟è un televisore, e fra i trenta canali
privati che fortunatamente si possono ricevere a Roma c‟è MTV Italia.
Meraviglia. È da piú di due anni che non vedo MTV. MTV era come
una droga per me. Passavo ore e ore davanti a MTV. MTV è la cultura

38
dei giovani. È globalità. È arte moderna. È cratività. MTV è droga.
Colori suoni luci. Giovedí fenomenale. La serata della mia vita. O del
mio weekend se non altro.
20:30 Beavis and ButtHead
21:30 Celebrety Death March
22:00 Daria

Non pensavo che Beavis and ButtHead fossero cosí esplosivi.

- Ue‟ Pirla… guarda queeeelo con gli occhi neriii


- Figo… eh!eh!eh!
- Cazzo…
- Ue‟… mi piacerebbe anche a me di averceli cosí… eh!eh!
- Ah sí?… ora ci penso io…
- Ahio!!! Ma sei cretino? Eh!eh!.. figo però… Eh! Eh!… adesso
tocca a te…
-…
- Ahio!! Ma sei scemoooo? Non intendeeeevo in quel seeenso?
- Ah! No?
- NO! Dovevi essere tu a essere colpiiitooo…
- Ah Sí?…
- Ahio!! Ma ancoraaaaa.
- Ue‟ Pirla… mi sono mancaatooo…

Daria è troppo tenero. E innocente. Me ne aveva parlato una mia


amica di Pavia… e sembrava questo qualcosa di cosí trasgressivo…
invece…

La la la la la.
La la la la la .

Ipnotico. La sigla mi è rimasta in testa per giorni. La la la la la .


Forse l‟hanno cantato all‟incontrario.. .come la perdita dell‟innocenza

39
sullo sfondo di chitarre distorte. Ma io l‟ho comunque trovato cosí
innocente… in un mondo dove nessuno manda a fanculo i genitori,
dove se sei un ragazzo inglese dei per forza dire qualcosa di giusto e
suonare in un gruppo che se non è hard-core è hip-hop… e dove anche
Daria, la supercinica incrollabile, scappa via dolcemente quando Cupido
riesce a strapparle il nome del ragazzo che ama. Che carino. La la la la
la. La la la la la.

Classe Stop
- Che ore sono signorina?
- Le dieci e venti. Ormai venticinque
- Si vede niente là davanti signorina?
- No. Solo macchine ferme…
- Ma porca putt…

Domani mi sa che riprenderò la metro. Che figura… al secondo


giorno però. E dire che è da mesi che prendo il tram a Roma… Non so
proprio piú a che ora partire… Se non arrivi con mezz‟ora di anticipo
finisce che… Ma porca… fra un po‟ prendo su e vado a piedi.
Imbottigliata nel traffico… sempre meglio che rimanere bloccati in
metropolitana… certo che è distantissimo…

Classe TwoTimes
Ero rimasto folgorato fin dalla sera scorsa. Avevo visto centinaia
di volte il quadro degli orologi deformi che si squagliano sulla
spiaggia… ma trovarmi di fronte ad una riproduzione reale,
tridimensionale, tangibile e imponente è stata una rivelazione.
Un‟epifania. Salvator Dalí era il mio artista preferito, ed ora ne avevo la
prova inconfutabile. Avevo l‟esposizione completa a portata di mano e
non dovevo fare altro che tornare nel medesimo posto e pagare il
biglietto.
- La differenza fra un matto e una persona normale…
- … è che io sono normale!
… proseguiva la frase sotto la gigantografia del volto spiritato di
Dalí.

40
A Teresa, che in rari momenti di insanità mentale parlava di
quadri, e di come fossero bravi lei e suo fratello, e di come fossero
brutti gli altri, e quanti ne avesse visti in tanti musei all‟estero, all‟ultimo
momento ha dimostrato il suo vivissimo interesse bidonandomi, e
andando a fare shopping in Piazza di Spagna. Per fortuna, durante le
passeggiate-pausa pranzo, ero riuscito a incuriosire con la mia enfasi
Pasqualina, una ragazza del corso che viveva a Roma da un anno, ma di
origine Sarda.
- Allora? Come andiamo?
- Ma non so… sei tu di Roma… poi io mi perdo…
- Autobus?
- Va bene…

Se sapevo che Alex Britti innaugurava la riapertura della Ricordi


Mediastore nella valigia mi portavo dietro anche una bomba…

- Dalí è assolutamente geniale. Mentre la maggior parte degli


scultori e dei pittori hanno composto le loro opere sotto la pulsione di
riuscire in qualche modo ad elevarsi ad una dimensione eterna nel
ricordo dei posteri, le opere di Dalí sono tutte percorse da un dramma:
Lo splendore dell‟uomo, la sua genialità e bellezza contrapposta alla
caducità di un tempo crudele e inesorabile. Dalí grida la morte e si
strugge. Non è un caso che abbia realizzato opere ispirate a Shakespeare
e a Dante.
Guarda le coincidenze.
- … proprio l‟altro giorno si parlava di Freud…

Una delle sculture piú belle è rappresentata da un immenso


lumacone. Roba da La Storia Infinita. Un lumacone di bronzo immenso
con le ali. Sul suo dorso un uomo senza volto dorato che eleva una
bacchetta biforcuta, simbolo Daliniano di razionalità, in quanto
struttura in grado di sorreggere qualunque cosa.
E viene fuori che Dalí era un grande ammiratore di Freud, e lo
andava spesso a trovare.

41
Il giorno del loro primo incontro Dalí vide una lumaca sul sellino
della bicicletta di Freud, e siccome Dalí credeva che a livello cosmico
non esistessero coincidenze, eresse la lumaca a simbolo della razionalità.
E in effetti il suo guscio ricorda parecchio i lobi del cervello umano. Un
genio. Un uomo che rimane impresso dal fagiolo catalano perché è allo
stesso tempo concavo e convesso non può essere che un genio, o il
figliolo smarrito di madre natura. Riposa in pace Salvatore. E una volta
uscito da una mostra di Dalí, fra profumerie e negozi di arredamento
locale, non riesci piú a distinguere se sei dall‟altra parte della vetrina o
ancora all‟interno della mostra.
Come di consueto ritorno in albergo. È da un pezzo che non
leggevo cosí intensamente. Che non divoravo un libro, e lo lasciavo
vivere, crescere dentro di me e le mie giornate. È toccato a City, del
bravissimo Barricco. Questa volta una strana miscela che amalgama
Salinger, Pennac e Brizzi. Ottimo lavoro. Geniale gioco di scatole e
ottima palestra per esercizi stilisitco-mentali. Leggere City è l‟unica
forma di svago che mi è concessa in una stressantissima giornata dove
non c‟è via di fuga dal corso o da Teresa. Leggere mi dà forza, e dà un
senso alle mie giornate.
Il capitolo di oggi parla di uno strano professore d‟arte…
Guarda le coincidenze.
Racconta le sue esperienze in un museo d‟arte e la sua smisurata
passione per Monet. Ok… non è proprio Dalí, però…

Classe GetOnTop
- … e poi la settimana prossima sarò a Milano , a vedere Star
Wars
- Star Wars! Ma va‟! Io stravedo per Star Wars!
- Sul serio?
- Sul serio! Pensa che ho letto anche tutti i libri!
- Ma va? Allora non vedrai l‟ora che esca Episode I…
- Davvero! Penso già di prenotare i posti al Warner Village…
- Scusa?

42
- Il Warner Village! È un parco che hanno costruito vicino
all‟Eur… è fenomenale… pensa che puoi prentare i tuoi posti prima di
arrivare…
- … anche a Milano…
- … e ti siedi in comode poltrone…
- … anche a Milano…
- … e poi quando hai finito puoi pure andarti a mangiare una
pizza lí all‟interno… e poi hanno tutti quegli effetti audio digitali…
pensa che mi sono vista la triologia…
- Anch‟io in una sala simile!
- Incredibile!
- Bellissimo!
- … le astronavi che ti passano sopra la testa…
- … la pioggia nell‟antro di Yoda…
- … e quando entra Darth Vader?
- Bellissimo…
- Incomincia a tremare tutto quanto…
- … di un boato perfino piú forte di quello di un‟esplosione!
- Io non vedo l‟ora di vedere la guerra dei Cloni…
- Perché… scusa… allora sono veramente i Cloni? Non i Quoti?
- No… li hanno chiamati cosí in italiano… in realtà sono i
Cloni…
- Lo sapevo io…
- Io quel giorno rimarrò a vederlo due volte…
- Anch‟io a Milano…

Una scelta. Una forza. Episode One.


E ancora non avevamo incominciato a parlare di Shakespeare, di
Freud, e del fatto che in realtà lei era un‟Etrusca impiantata.

Classe Delusione
Questo corso non è servito a niente. Tornerò nella mia azienda e
continuerò a programmare in C. Mi diranno che avrò buttato via dei
soldi e addio. Se lo sapevo prima. Ma ormai sono qui. Se non altro ho

43
conosciuto delle persone interessanti. Che tanto non vedrò piú. Ma che
me frega. Se non altro ho visto tutti i giorni mia cugina. Se non altro
servirà per i prossimi. È quasi ora della pausa caffé. Chissà se oggi
riusciamo ad abbinare il té gratis con i pasticcini. Chissà…

Classe DarlingDiscoteque
Questo esercizio non mi riesce proprio. Mancano ancora due ore.
Devo sopportare tutto questo ancora per due ore. Passeranno…
passeranno…

- Vediamo un po‟ cosa ha combinato il nostro signor Marco…

Basta. Teresa non la sopporto piú. Questa volta si attacca. Io non


l‟aspetto.

Sono le diciotto. Non è solo al fine di una giornata, o di una


settimana. È la fine di un‟insopportabile convivenza senza via d‟uscita,
una pentola a pressione a cui finalmente si decidono a spegnere il gas
per svuotarla. Non è vero che la stazione Termini sia questo casino…
Ci si orienta benissimo… anche se file sono smisurate. Angela ci aveva
ricordato che avremmo avuto difficoltà a trovare posto su un
pendolino, nella giornata e nell‟orario in cui tutti tornano a casa da
lavoro.
Siamo in fila davanti ad uno sportello qualsiasi. Davanti a noi una
ragazzina, nel senso che è un po‟ bassotta, con un‟enorme valigia
caricata su un montapacchi, ed uno zaino nero sulle spalle. È un po‟
trasandata. Maglietta rossa e acconciatura stranissima. I capelli castani si
dividono in una doppia coda centrale, sorretta da un unico elastico.

- Ma quanto cazzo ci mettono lí davanti!

Ha un po’ di brufoli sul collo. Ad un certo punto si volta, e


timidamente mi chiede.
- Do you speak english?
- … well… just a little bit…

44
- Ah! Per fortuna… sai quanto si impiega per arrivare a Pavona?
- Un attimo… Teresa… sai dov‟è Pavona?
- Io no…
- Ma non è dalle parti di Parma?
- Non lo so proprio…
- Hai detto Pavona?
- Sí…
- Mi dispiace.. non lo so…
- Fa’ niente… grazie…
-…
-…
-…
-…
- Sai… ho fatto un lungo viaggio… vengo dall’Australia…
- Dall’Australia!! Cavoli!
- Sí sí… il tuo inglese è veramente buono..
- Ma dai!
- Veramente. Dove l’hai imparato?
- Be’… un po’ a Dublino… un po’ a Londra… ma anche il tuo italiano è
molto buono…
- No…
- Quanto hai viaggiato?
- Ventisei ore…
- Ventisei ore! Tantissimo. E com’e vivere in Australia?
- Be’… come in tutte le grandi città immagino.
- Sei di Sidney?
- No… un altro grande centro a sud.
-…
-…
-…
- Sai… sono qui per mio nonno… nonno… i miei genitori sono
Italiani, anche se io sono nata in Australia. Lui ha novanta, novantasei anni, è cosí

45
io sono venuta perché… vedi… io l’ho vista solo una volta da piccola… e ventisei
anni… sai… sai…
- Capisco. Buona fortuna.
- Oh! Grazie… mille. Un biglietto per… Pavona… Pavona…

Sul display vedo i led rossi formare i caratteri 3.200.


Piú o meno il prezzo per andare da Cesena a Forlí.

- Ci impiegherai piú o meno quindici minuti.


- Oh!… Grazie mille
- Ciao, buona fortuna.
- Grazie mille.

Perché le persone normali non possono chiedere un indirizzo


senza passare per maniaci o malati di mente? Eppure la sentivo la magia
quando mi guardava negli occhi. Ed era una storia cosí bella. Da
scriverci un libro, o da incominciare una nuova saga per Le bizzarre
avventure di JoJo. Fa male. Attimi. Incroci. E via.
Se almeno avessi saputo come si chiamava? Potevo almeno
chiederle un nome. Un nome è cosí imortante per poterci aggrappare
dei ricordi…

Classe Pensieri
Il treno è quello giusto.
- E fra poco sarò dal Nonno.
Ventisei ore. Le valigie. Non so come faccia a non essere esausta.
Crollerò di botto quando arriverò al casale. E lo zio aprirà la porta, il
cane mi verrà ad abbaiare contro, e vedrò il nonno. Nonno. Ciao
nonno. Sono Monica. Ti ricordi di Monica? L‟angelo della mamma… e
la mamma… ma parliamo di te? Quante parole di italiano mi saranno
sufficienti prima di piangere o ridere? Piangere o ridere? Speriamo di
potergli dire ciao. Come a quel ragazzo, che ho visto solo per un
secondo, e con cui sarei potuta andare da tutt‟altra parte. Ma dove
voglio andare ancora. Chissà se anche lui si chiamava Marco…

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Classe RoadTrippin
Anche in EuroStar, prenotazione o non prenotazione, rimani col
fiato sospeso fino a quando non sai chi ti capita vicino. È come un
gioco a premi, che so, la ruota della fortuna. O della sfiga. E a me sono
capitati due energumeni. Sapete? Il classico stereotipo di energumeno
senza cervello! Proprio loro. Solo che erano anche sfigati duri,
vestivano attillatissime magliette Dolce-Gabbana per mettere in risalto
otto mesi di intensa palestra, giocavano col GameBoy, telefonavano a
Nizza ad amiche, pure loro con figli, e sfogliavano Donna, con la D
maiuscola, e Arte Moderna. Il classico stereotipo di energumeno senza
cervello. Di fronte a me una ragazza. Dalla telefonata al cellulare
deduco che appartiene ad una non specificata squadra di non so che
cosa. Assomiglia incredibilmente a Madonna ai tempi di Like a Virgin.
Arrivo a Firenze. I due stereotipi sfigati devono cambiare l‟ennesima
volta di posto, visto che slittavano in continuazione su poltrone già
prenotate.
Di fronte a me ora due simpatici ragazzi Fiorentini. Madonna
prende posto al mio fianco.
Le new entry sono una ragazza modestamente carina dai capelli
lunghi e neri e un ragazzone dalla barba incolta. Entrambe hanno una
faccia molto simpatica. Ogni tanto butto un occhio. Estrazione
dell‟oggetto di culto degli anni ottanta: un lettore walkman. Da brava
coppietta si spartiscono la stereofonia. E schiacciano play.

- O che palle… questa la saltiamo…


- No daiiiii…
- Ma questa mi ha rotto…
- Ma Heidi è bellissima! È troppo incazzata…

Heidi? Incazzata? No… non può essere…

Però Furia lo sentiamo almeno due volte… mi piace troppo


Furia…

47
Sono decisamente loro. Affido il segno ad una card di Nadesico,
chiudo City ed entro in campo.
- Ma non starete mica ascoltando Gli Amici di Roland!
- Sí! Miticooo! Li conosci anche tu?
- Quando avete parlato di Heidi incazzta non poteva che trattarsi
di loro!
Pensa che abbiamo appena visto un loro concerto a Firenze…

E quando si comincia a parlare per mezz‟ora degli Amici di


Roland con tanto entusiasmo è poi un nulla per la conversazione
tornare ad animarsi sui cartoni animati, su Beavis and Butthead, su
MTV, Paolo Rossi, Elio e le Storie Tese, i quartieri piú malfamati di
Firenze, le reti private, Kenshiro, le metropoli, la fermata. Bologna. Ci
sono i centri sociali a Bologna. Ci sono i miei sogni a Bologna. Ci sono
persone che hanno illumianato angoli della mia vita e dei miei sogni, e
poi hanno preso un altro treno.

48
Agosto ‘99
Marco Zondini

Mi sembra di volare.
No no. Mi sembra di precipitare.
È cosí deliziosamente piacevole sentire le fresche carezze del
liquido percorrere l‟intera lunghezza dei miei muscoli. Sulla nave era
cosí caldo. Mi piacerebbe che questa sensazione durasse per sempre.
Ma già mi scoppia il cuore. Akira mi raccontava che lui riusciva anche a
tenere gli occhi aperti. A me pare assurdo, come quando da bambina
cercavo di gridare qualcosa ai miei amici.

Ole olo clee

Non ci capivi proprio nulla di quella strana comunicazione


marina. Ma era bello provarla. Gridarla.

I only know that I love her.

Faceva cosí quella canzone? Era passato cosí tanto tempo…

The girl of my dreams I must find her.

Qui non è mica come a Okinawa. Laggiú non mi immergerò piú


di certo. Che impressione tutti quei pesci… avranno pensato che fossi
uscita completamente di cranio quando mi hanno visto uscire dall‟acqua
a tutta velocità.

Thinking of time we’ll be spending.

Qui i fondali sono meno popolati, ma io preferisco cosí. Chissà


cosa aspettano gli altri ad immergersi. E chissà cosa starà facendo lui in
questo momento.

49
Thinking of the love we’ll be sharing.

Starò ingrassando? L‟ultima volta che sono venuta qui a fare dei
tuffi è stato cosí tanto tempo fa. Allora non avrei neanche immaginato
di poter conoscere una persona che abita dall‟altra parte del mondo. Di
amarla poi non ne parliamo.

I’ll know that girl when she comes near.

Ormai sto rallentando. Mi sa che fra un po‟ toccherò la sabbia


con la testa. Ma ho ancora abbastanza fiato nei polmoni.

Filling my heart with these dreams.

Avrò esagerato nel dirgli che se dovesse venire da me l‟amerò


completamente? Perché… non sarebbe bello? Ma in fondo sono quei
pensieri spiccioli da due secondi… che fanno in tempo a salire a galla
con le bollicine. Proprio perle custodite nelle profondità del mio cuore.
Che senso avrebbe se le liberassi?

But I know that until then I’ll feel alone.

Ecco. Ho toccato il fondo. Ma come faceva quel tipo in quel


cartone animato a tenere il fiato cosí a lungo? Anch‟io vorrei rimanere
quaggiú di piú. Mi sa che non riesco a resistere ancora per molto.

Love is everything.
Love is to share with you.

Gli erano rimasti solo tre minuti di scheda telefonica. O cosí mi è


parso di aver capito. Chissà quanto gli è costato telefonare da laggiú.
Certo che è stato proprio carino. E io che scema… ero cosí
imbarazzata che non riuscivo a fare a meno di chiedergli di aspettare.

50
Two eyes speaking of love.
Two arms hold two lips that know.

Mi piacerebbe cosí tanto. Almeno per una volta. Riascoltare


quella canzone. Camminare nel parco mano nella mano con lui…
anzi… meglio… poter riemergere, lasciarmi trascinare in cima al mare,
scrollarmi di dosso tutte le gocce dalla testa e poterlo vedere,
strofinandomi gli occhi per cacciare la salsedine. Come se fossi
veramente incredula nel vederlo. E proprio lui di persona… non la sua
copia sbiadita su un minuscolo photo-print adesivo. Dovrei fare la
regista. O cominciare a riemergere.

How good it is to be together.

Ma lassú lui non c‟è.

Like in a dream,

Non c‟è nessuno che mi voglia veramente bene. Bene come mi


immagino che possa il mio amato,

Love only glows and it grows.

Non fa poi cosí male aprire gli occhi in fondo all‟oceano. Sembra
che tutto esista riflesso in uno specchio distorto, dove ogni cosa è piú
grande e lucente. Quei raggi di sole che penetrano il muro d‟acqua
sembrano acquistare consistenza nel mondo marino. Tutto è tranquillo.
Che pace. E ci sono cosí tante conchiglie nella sabbia. Rimaniamo
ancora un po‟…

Love is everything.
Love is to share with you.

51
Settembre ‘99
Stefano Lanzavecchia

Le Strigidi Rivelate
“Avete bucato?
Ma no, io vado sempre in montagna con i pneumatici sgonfî!
Paperino, Aprile 1995

Introduzione
La scarsità della letteratura disponibile sulle strigidi non deve far
pensare che si tratti di un argomento poco importante. Non solo recenti
studî comparati mostrano che esse sono piú numerose e piú diffuse di
quanto si credesse in passato, ma il semplice fascino per un essere che
nessuno ha mai visto e i cui effetti sono però innegabili dovrebbe essere
ragione sufficiente per un saggio sull‟argomento.
Esporrò quindi nei successivi paragrafi tutto lo scibile sull‟elusivo
volatile.

Le strigidi di spelonca
Il trattato di riferimento sulle strigidi di spelonca, ormai accettato
nell‟ambiente come vero e proprio testo sacro sull‟argomento, è la
raccolta Paperino dell‟aprile 1995 (n. 178) che si apre con la storia
inedita “Paperino e la Parentesi Strigidiforme”. Il fatto che le pagine 9 e
8 siano state scambiate in fase di stampa e rilegatura non confonde di
sicuro gli studiosi, i quali si trovano di fronte ad un testo ricco di
preziosi dettagli.
Innanzitutto a pagina 12 ci viene data l‟indicazione del luogo in
cui è piú comune trovare le strigidi di spelonca, ossia la Contea Orror,
una zona desertica d‟altura, in cui le strette valli sono infossate tra
scoscese pareti di nuda roccia abitate da condor. La flora è limitata a
pochi cactus giganti, e non è ben chiaro di cosa vivano gli indios che
hanno eletto a dimora i piccoli villaggi, apparentemente costruiti a

52
modello di quelli messicani. Nonostante abbiano fama di essere custodi
di ricche vene di metalli preziosi, le numerose spelonche, le cui bocche
punteggiano le montagne, nascondono una insidiosa minaccia.
A pagina 21 incontriamo le strigidi per la prima volta: le loro
fattezze sono celate dall‟oscurità dell‟antro, ma gli occhi malvagî
rilucono anche in mancanza di illuminazione. A pagina 22 scopriamo
che esse sono in grado di volare, ed il loro volo sgraziato ma veloce,
carico di presagî funesti, turba persino la pacifica luna. Gli indigeni, che
conoscono il loro terribile segreto, si danno alla fuga in presenza del
pericoloso nemico, mentre i paperi incoscienti che si sono inerpicati tra
quelle vette alla ricerca di un facile guadagno, ignorano i loro
ammonimenti.
È da un pastore che veniamo a conoscenza della fantastica
capacità delle strigidi: esse sono in grado per sola vicinanza di
trasformare in strigide 13 un malcapitato che sia a portata delle loro
grinfie. Nonostante il testo non ne faccia cenno mi sembra logico
derivare dai disegni e dallo svolgimento dei fatti che in realtà la
trasformazione è solo parziale. Un papero che sia diventato una strigide
non solo non è in grado di concepire pensieri intelligenti ma non
sembra emettere esattamente gli stessi versi delle strigidi di spelonca né
tantomeno sembra essere in grado di trasformare a loro volta i suoi
vicini in strigidi (come dimostra il fatto che Paperino e Quo possono
essere curati a casa loro da Qui e Qua senza che vi sia pericolo di
ulteriore contagio).
Grazie ai disegni di pagina 31 possiamo finalmente farci un‟idea
dell‟aspetto di un papero in fase strigidiforme: la coda di penne
allungata ed arruffata, gli occhi dilatati, le braccia e le mani trasformate
in candide ali, ed i piedi palmati arricciati a mo‟ di quelli di un
pappagallo, in equilibrio su un trespolo, il malcapitato emette il
caratteristico verso “Cluck, cluck”.
Per il solo fatto di trovarsi nella caverna maledetta anche Quo
comincia il processo di trasformazione, proprio dalle corde vocali,
passando dalla parlata normale di un papero, al cluckare (neologismo
onomatopeico introdotto a pagina 34) del papero strigidificato. Quanto

13 Prego di notare che “strigide” è un sostantivo irregolare: al singolare “la


strigide” corrisponde il plurale “le strigidi”.

53
alle strigidi, esse alternano alla parlata di una creatura intelligente, versi
piú appropriati ad un mostro delle tenebre, del tipo “Eek, Eoooo,
Skerekek Kek”.
La trasformazione in strigide è per fortuna un processo
reversibile, che il professor Blob, emerito anti-strigidopolo, è in grado
di accelerare con una cura di sua scoperta. Mentre la trasformazione
inversa delle sembianze è un processo graduale, l‟intelligenza e la voce
sembrano ritornare improvvisamente, lasciando il paziente alquanto
stupito e imbarazzato di trovarsi su un trespolo. L‟apparente mancanza
di intelligenza non sembra impedire ai trasformati ancora in fase
strigidiforme di guardare ed apprezzare la televisione (pagina 33) a
riprova del fatto che la televisione è una forma di intrattenimento alla
portata di qualunque intelletto, anche dei meno capaci.
Ci sarebbe molto da dire su questa interessante osservazione, ma
lascerò a menti piú degne e preparate l‟approfondimento per
concentrarmi ancora sulle conseguenze della trasformazione. Poiché le
strigidi di spelonca sono abituate al buio, è naturale che i loro occhi
siano in grado di operare in condizioni estreme di mancanza di
illuminazione. E questa sensibilità ai raggi infrarossi permane anche nei
convalescenti che sono ritornati paperi dopo la spaventosa
trasformazione per un certo periodo di tempo. Si tratta di un effetto
collaterale di indubbia utilità, solo in parte ridotta dal fatto che la
sensibilità agli infrarossi è meno utile di giorno, quando l‟inquinamento
termico in effetti confonde la visione anzichè aiutarla. Nonostante si
tratti di un effetto non persistente, esso può nondimeno essere messo a
buon frutto dai parenti previdenti ed affaristi quali lo zione Paperone.
Il testo ci permette di conoscere alcune altre abitudini e capacità
delle strigidi di spelonca. Esse sembrano capire il linguaggio dei paperi
di Paperopoli, nonché quello degli indios e sembrano essere in grado di
udire i discorsi dei terricoli dal profondo dell‟antro in cui si nascondono
notte e giorno. Inoltre sembrano apprezzare i videgiochi dei nipotini
quando questi vengono loro offerti come distrazione.

Altre strigidi
Quanto esposto nella precedente sezione è ciò che è stato reso
pubblico a tutt‟oggi (escludendo il presente saggio) sulle strigidi. Però la

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mia attenzione di scienziato è stata di recente attirata da alcuni strani
fenomeni che mi portano a pensare che ci sia di piú.

Il metodo
Innanzitutto mi si lasci spiegare il metodo di cui mi sono servito
per giungere alle conclusioni che seguiranno. Il metodo galileano
dell‟esperimento non può evidentemente essere applicato alla biologia.
Inoltre un teorico non si sporca, letteralmente, le mani andando a
rovistare in grotte, paludi, acquitrini. I risultati della mia ricerca non
sono quindi inquinati da osservazioni, ma sono tutte frutto di un
preciso lavoro di ingegno e di quel poco di fortuna che mi ha permesso
di giungere a delle conclusioni tanto semplici prima degli altri
ricercatori. Il famoso episodio del Bipecoroide Anatolico dovrebbe essere
in sé sufficiente a scoraggiare chiunque voglia applicare alla scienza pura
i metodi degli esploratori naturali, che sono chiaramente dei barbari se
possono esporsi impunemente all‟arbitrio e all‟inclemenza degli
elementi e goderne.

Le strigidi di superficie
I puristi della lingua mi perdoneranno la traduzione un poco
avventata della locuzione inglese “ground-something” che definisce
esattamente la sottospecie, indicandone allo stesso tempo l‟habitat
naturale. Si tratta infatti di strigidi che preferiscono alle profondità di un
antro di tregenda la superficie della terra.
Data l‟elusività che le ha tenute nascoste all‟occhio della zoologia
moderna, sono stato fortunato a trovarne una colonia in prossimità
della mia abitazione a Milano. All‟estremità nord di via Padova, la strada
asfaltata incrocia le acque del canale della Martesana, di cui è possibile
seguire il corso per quattro chilometri in direzione sud-ovest lungo la
sua alzaia. Due settimane or sono, mentre praticavo una passeggiata
salutistica sono stato colpito da uno strano verso proveniente dal
canneto che ripara parte della massicciata di cemento sulla sponda
opposta a quella presso cui mi trovavo. Dovete sapere che il naviglio
della Martesana si snoda come un fiume imponente, raggiungendo in
piú punti la ragguardevole ampiezza di 5 metri prima di buttarsi nelle
profondità del sottosuolo cittadino. Una tale stupefacente portata

55
d‟acqua non può che permettere lo sviluppo di una fauna variegata e
variopinta. Per questo la spiegazione di mia madre che mi
accompagnava quando le ho fatto notare il verso, spiegazione che
attribuiva ad un qualche semplice animale di stagno il suono inusuale,
mi ha lasciato perplesso. Ma il mio disorientamento è durato poco.
Come un fulmine mi ha colpito la certezza: non poteva trattarsi che
della sottospecie delle strigidi di superficie. Mi sono complimentato con
me stesso per la scoperta e non ho dubitato nemmeno un attimo che la
conclusione fosse un quantomeno prematura. In fondo anche menti
meno addestrate della mia alla deduzione su fondamenti puramente
logici, avrebbe rapidamente associato il verso udito al gruppo di volatili
elusivi che finalmente faceva il suo ingresso per la porta principale nel
grande corpus della scienza ufficiale.
A voler essere sinceri, non ci sono prove che anche questa
sottospecie sia in grado di volare, ma il pensiero viene spontaneo
quando si pensa che, pur mancando della protezione delle spelonche, la
strigide di superficie riesce a vivere anche in una metropoli moderna
senza farsi notare. C‟è da dire che, per lo piú, i cittadini dei nostri giorni
sono impegnati in attività troppo importanti (quali la comunicazione
tramite telefono cellulare, l‟improperio gratuito verso il loro prossimo,
la sgasata nei motori di veicoli grandi e piccoli, l‟autocompiacimento per
l‟acquisto di costosissimi abiti o scarpe, l‟occhiata lubrica alla dama
scosciata) per interessarsi alla vita del modesto ma misterioso volatile.
Sfortunatamente questa mancanza di attenzione da parte dei piú
fa sí che la nostra conoscenza delle strigidi di superficie si riduca a
questi pochi dati. Sulle abitudini alimentari, ludiche e stanziali del
volatile altro non ci è dato di sapere. Non sappiamo, ad esempio, se la
mancanza di casi di contagio trasformativo sia dovuta all‟assenza di tale
caratteristica tra quelle proprie delle strigidi di superficie o i casi siano
stati meticolosamente nascosti alla stampa. Ancora non sappiamo se i
videogiochi interessino questi volatili, anche se siamo propensi a
pensare che, data la loro abbondanza in città, non debba essere
particolarmente difficile soddisfare questa voglia per gli esemplari di
ogni età e collocazione, anche quelli di periferia. La grande presenza di
televisioni ed antenne è, invece, quasi garanzia del fatto che le strigidi di
superficie, almeno quelle annidate nelle città, possano facilmente
soddisfare il loro desiderio di televisione, qualora ne siano colte.

56
La ricerca continua.

Le strigidi di pelago
Ancora piú clamorosa e fortuita è stata la scoperta della
sottospecie delle strigidi di pelago, che, come dice il nome, prediligono i
luoghi in prossimità del mare quiali dimore. Lo strano rapporto con le
popolazioni umane locali è perfettamente esemplificato dal caso di
Monterosso. A fare sí che mi accorgessi della presenza delle strigidi di
pelago è stata la luminaria a forma di stella marina che ogni sera tra le
21 e le 22 (quando, in settembre, la notte è già scesa) viene accesa sulla
costa della punta Comediavolosichiama. La punta è probabilmente
conosciuta con un altro nome da quei rozzi dei locali che ignorano la
vera denominazione, prontamente prodotta da mia madre, mio unico e
insostituibile assistente in queste ricerche all‟avanguardia. La presenza di
tale stella può essere spiegata soltanto come richiamo per le strigidi di
pelago, richiamo non a scopo predatorio, visto che dubito ci sia
qualcuno interessato a mangiare l‟inusuale volatile semi-anfibio, ma a
scopo d‟aiuto. Non è un fatto noto, ma è certamente piú che plausibile
il fatto che l‟alta concentrazione di costruzioni e turisti renda difficile
alla strigide di mare procacciarsi il cibo. Qualcosa che non ci è noto, è
nascosto e allo stesso indicato dalla stella marina, bello spettacolo anche
per i turisti umani, ancorché un poco innaturale. Affascinante come un
faro sembra sospesa sulla tela scura della notte visto che le luci del
lungomare rendono difficile la distinzione dei contorni del
promontorio.
Ma qualche spaventoso mistero deve essere legato alle strigidi di
pelago come testimonia la presenza di una squadra di cacciatori di
strigidi che si può notare, alquanto sfaccendata, sul lungomare prima
delle 23, costituita quasi sempre da una coppia di locali, un giovane con
i capelli rossi, lunghi e ricci, ed un altro, corputo e dal viso inquieto, e
come prova la croce di minute lampadine che si staglia su di un basso
passaggio a portico proprio nel centro del paese. La squadra deve essere
stata istituita da una parte della popolazione legata alle vecchie
superstizioni, e chissà che non siano loro ad aver ragione, viste le
preoccupanti abitudini delle cugine di spelonca. La croce, oltre a
ricordare a noi buoni cristiani la vicinanza di una chiesa, per la sua
posizione inusualmente lontana dal luogo di culto, mi induce ad

57
ipotizzare un secondo scopo non dichiarato per la sua presenza. È
probabile che, in collegamento con il loro spaventoso segreto, le strigidi
di pelago siano in qualche modo tenute alla larga, come i vampiri (piú
propriamente i Nosferatu), dal simbolo. Un avvenimento che ormai
deve appartenere alla storia passata dei luoghi ed ormai sconfina nella
leggenda deve aver indotto i paesani ad una precauzione supplementare.
Come nel caso delle strigidi di superficie, la mancanza di interesse
da parte dei piú combinata con la probabilmente giustificata ostruzione
dei locali fa sí che nient‟altro sia noto sulle strigidi di pelago. Ci
riteniamo comunque soddisfatti per aver ottenuto risultati cosí avanzati
nella nostra ricerca.

Ringraziamenti
Vorrei ringraziare innanzitutto Rodolfo Cimino, autore dei testi e
lo Staff di If autore dei disegni (autori del già citato “Paperino e la
Parentesi Strigidiforme”), per avermi indirizzato su questo appagante
filone di studi.
Un pensiero speciale a mia madre che ha incoraggiato i miei primi
passi nell‟ardua materia.
E un‟immancabile brindisi ai vignaioli responsabili per il bianco di
Imperia che ha accompagnato gli stadî avanzati della ricerca in terra
ligure.

58
Ottobre ‘99
Stefano Lanzavecchia

Campana
Bong.
Una campana rompe la calma della mezzanotte. Il suo e la sua
eco riempiono lo spazio. Un segno del tempo.

Bong.
Avete mai viaggiato al fianco di un falco? Il vento che sostiene le
sue ali. I suoi occhi fissi sull‟orizzonte. Lassú, re del mondo…

Bong.
Respira sulla riva, onda dopo onda, immenso e pacifico: il mare.
Dello stesso colore del cielo, presto il mattino. Come una madre…

Bong.
Veloce sulle rotaie, attraverso nazioni e secoli si muove il treno.
Ti porterà a casa. Che il viaggio cominci…

Bong.
Dentro ai vostri computer, dentro la vostra testa, scintille
microscopiche, un instancabile flusso di energia e informazioni, che
segue le regole della probabilità. Lavoro straordinario…

Bong.
In un piccolo villaggio in riva al mare, dall‟altra parte del mondo,
la sposa lentamente si avvicina al suo promesso. Un lungo vestito
bianco constrasta con i suoi capelli perfettamente neri. Un sorriso. La
cerimonia può cominciare…

Bong.

59
Anche se è notte fonda, non può essere troppo stanco per
scvrivere la lettera. Cosí tante storie da raccontargli, cosí tanti sogni da
condividere. È bello avere un amico…

Bong.
La fata danza sul soffice letto di foglie. Sorella Estate ha già
lasciato il bosco, e gli alberi si sono cambiati d‟abito. Fratello Autunno
siede sul suo trono di legno…

Bong.
Non una stella, eppure luccica come se lo fosse. La prima ad
apparire nel cielo della sera, Venere è come una lacrima. Cosí sola…

Bong.
In cima alla montagna, il sole è cosí luminoso, ma i suoi raggi
sono troppo freddi per scaldare il cuore della ragazza. Tutto quello che
desiderava, un frammento di amore…

Bong.
かがやく空と君の声感じたい 14 。Ai figli di Babele basta
ancora uno sguardo per capirsi. Même si les mots sont differents15. We
feel the same music in the air16.

Bong.
L‟ultimo colpo. Da qualche parte un neonato piange per far
sapere al mondo che è finalmente arrivato.

Questo è il mio compleanno.

14 (kagayaku sora to kimi no koe kanjitai) Giapponese, letteralmente: voglio


sentire il cielo luccicante e la tua voce. Si tratta del primo verso di una canzone
tratta dall‟album DoCo Second.
15 Francese: anche se le parole sono diverse.
16 Inglese: noi sentiamo la stessa musica nell‟aria.

60
Novembre ‘99
Stefano Lanzavecchia

Sarebbe
“Perché non c’è solitudine quando si è soli”

Adesso lascio correre lo sguardo sulla distesa verde, innumerevoli


steli appena mossi dalla brezza del mattino, come un mare tranquillo,
mentre il sole all‟alba allunga la mia ombra. Respiro a pieni polmoni e
prima di girarmi, mi concedo un ultimo sospiro. Non so perché mi
senta addosso tutta questa fretta: in fondo due milioni di anni sono
parecchio tempo. Ma anche molte sono le cose da cominciare, tutte
quelle cose che qualcun altro finirà per me. È stato ieri che mi sono
reso conto, di fianco a te, che il mondo, questa nostra Terra, sarà
popolata dai nostri sogni, dalle nostre speranze, dalla nostra volontà,
dalla nostra sottile follia.
Era un pomeriggio, questo me lo ricordo, ma nonostante sia
passato (o dovrei dire passerà?) relativamente poco tempo, non saprei
dire se fosse aprile o maggio. Era primavera sicuramente, e il profumo
dei fiori appena risvegliati nel parco si insinuava timidamente, facendosi
largo tra le automobili parcheggiate in seconda fila e l‟arroganza senza
ironia degli arrampicatori sociali. Forse il loro sereno richiamo me lo
immaginavo solo, visto che quando ho incontrato Ettore per la prima
volta, ero in ufficio. Non è che l‟avessi proprio incontrato. Mi stavo
sciogliendo i muscoli con una breve passeggiata lungo le finestre aperte
nel lato dell‟edificio che dà sulla strada. Se anziché essere al piano
rialzato l‟ufficio fosse stato al quarantesimo, cento metri sopra il
marciapiede, forse tutto questo non sarebbe mai cominciato. Invece,
eccolo evitare una ragazzina che sotto il peso della cartella avanza a
testa bassa e improvvisamente alzare gli occhi come colto da una
ispirazione. Cosí i nostri sguardi si sono incrociati. Ho notato subito
che i suoi occhi erano chiari come il ghiaccio. Chissà quante donne
erano state ammaliate e l‟avevano cercato armate anche solo di una
patetica scusa. Non lo rividi fino alla settimana successiva, né mi sarei

61
aspettato di vederlo. Con la cuffia del walkman nelle orecchie che mi
sparava un paio di decine di decibel di troppo, percorrevo la strada che
dall‟ufficio porta alla vicina fermata del metrò. Ho (davvero dovrei dire
avevo, o per lo meno avrò) sempre una scusa buona per giustificare il
volume eccessivo: qualche volta è per zittire il ronzio della depressione
incipiente, qualche volta è per congratularmi nell‟esaltazione di un
piccolo successo, talora solo perché la sirena di una volante mi ha
costretto a manipolare la rotellina zigrinata del volume. Con la
protezione della musica che ascolto, cammino (-avo, -erò) come una
modella su una passerella, con la sicurezza di un acrobata, di una
ballerina. In questa condizione di micro-estasi artificiale mi avvicinavo
alla scala che, all‟estremità del parcheggio, sotto la debole luce
dell‟insegna conduce al mezzanino,. Un urto mi spense il walkman, e
prima che potessi riaccenderlo una voce, innegabilmente rivolta a me,
mi fece trasalire:
- Mi scusi…
Non era il responsabile dell‟urto che si era già allontanato
silenzioso imbacuccato nel suo cappotto e sotto il cappello. Si trattava
di Ettore. Non so voi, ma io ancora non mi sono abituato a sentirmi
dare del “lei”. Nell‟estremo tentativo di restare bambino, ancora piú che
non ragazzo, mi imbroncio subito quando mi sento apostrofare come
un vecchio. Non è una questione di rispetto. Ma divago.
- Cosa?
Come se non avessi capito.
- Mi scusi…
- Sí?
Non c‟è modo in cui modulando la voce, fingendo leziosità con
un ciuffo di capelli che mi ricadeva sulla fronte coprendo quasi un
occhio, socchiudendo appena le labbra in un sorriso che doveva
esprimere al contempo serenità ed attenzione, non c‟è modo, dicevo, in
cui avrei potuto eguagliare l‟effetto di quegli occhi.
- Venga con me, per favore.
Credo sia giustificabile l‟esitazione con cui mi mossi. Ma il mio
compagno si era già girato, rivolto verso est puntava verso i giardini
dall‟altra parte della piazza.

62
- Perché no? - sussurrai, come per zittire tutte le buone e meno
ragioni che avevo per non seguirlo.
Ancora, mi stupii quando il giovane uomo salí in piedi su una
panchina e con un gesto semplice mi invitò ad imitarlo. Poi indicò
verso est e disse parole che non avrei piú dimenticato:
- Non le pare che il cielo sia piú viola del normale?
Seppi solo deglutire.
“Ho trovato uno piú pazzo di me?” pensavo. Eppure c‟era
qualcosa di anormale nel colore del cielo. A quell‟ora, l‟ora del tramonto
già passata, il cielo ad est avrebbe dovuto essere di quel nero rovinato
dall‟inquinamento luminoso della città che si riflette sulla cappa di
smog. Invece, come una armonica superiore in una tessitura musicale, la
dominante cromatica era indubbiamente di qualità purpurea.
Senza aspettare la mia conferma, concluse (una volta ancora,
concluderà):
- Stanno arrivando.
In quel momento surreale, fu un ispirazione inspiegabile, a
suggerirmi la mia replica:
- Cosa dovrei fare?
- Un salto.

Quando riaprii gli occhi davanti a me si stendeva una vetrata


immensa, aperta come un occhio gigantesco su… lo spazio.
Punteggiato di stelle luminosissime, colorate, innumerevoli. Tanto
spazio. Piú spazio di quanto avessi potuto immaginare. Sentivo il cuore
battermi in gola, come impazzito, ma nel silenzio dell‟osservatorio mi
sembrava di udire la musica delle sfere celesti, regolari, nel moto caotico
permesso dalla fisica della gravitazione.
Sapevo che in qualche modo lui era stato responsabile per quel
salto ed anche che non l‟avrei piú rivisto. Vi sento già urlare inferociti:
ma come non l‟avresti piú rivisto!?! E allora come hai saputo che si
chiamava Ettore? Telepatia? Impianto mentale? Ipnosi? No. Molto piú
semplice. Ettore è come lo chiamo io, nei miei ricordi che saranno
storia. Anche se lo conoscessi, probabilmente il suo nome non saprei
nemmeno pronunciarlo.

63
Cominciarono cosí le mie avventure di girovago della galassia. Ma
anche le impetuose tempeste di fuoco di Aldebaran che stuzzicata dalla
coda di una cometa sembra starnutire, le deflagrazioni della guerra
interplanetaria tra le due fazioni rivali della confederazione del sistema
di Antares, l‟inquietante oscurità della nube di Magellano, le sei
consecutive albe mozzafiato sul pianeta acqueo di Eulora che lasciano
lo spettatore esausto di emozioni, l‟immensità del cratere su Zamork,
come lo si può vedere appoggiati al parapetto della torre che sfida tutte
le leggi della statica, la variopinta congrega di razze che si incontra nelle
bettole del nodo di transito della quindicesima giunzione stellare, la
magnificenza del palazzo reale della antichissima dinastia Monadir, il cui
numero di stanze è prossimo al numero di asteroidi nella cintura esterna
di Saturno, la voce possente dell‟essere Gaia, grande come un pianeta, la
stessa apocalittica visione della distruzione della Terra in un
documentario iperrealistico che ho trovato nella Biblioteca Wazoniana
Minore, distruzione occorsa poche ore dopo il mio incontro con
Ettore, distruzione da cui ero stato salvato, sono poca cosa se
confrontate con il destino che mi era stato riservato. Mi dilungherò
sulle meraviglie e gli orrori della galassia un‟altra volta. E magari,
sempre un‟altra volta, vi racconterò anche del mio incontro con Ford
Prefect.
C‟è un sistema di trasporto, inventato da un brillante scienziato in
una serata in cui era piú ubriaco del solito, basato sul principio di
massima improbabilità. Gli estremi dell‟universo spaziale, cosí come
quelli dell‟universo temporale sono alla portata del motore costruito
intorno ai principî della geniale scoperta. Ma nonostante le solide basi
scientifiche si direbbe che a guidarne gli spostamenti sia una sorta di
volontà superiore e non la fredda razionalità del computer che calcola le
combinazioni di probabilità e improbabilità con cui alimentare il
motore. Ed anche io ho sentito la presenza di questa capricciosa
volontà quando, durante uno dei frequenti viaggi, mi sono trovato di
fronte ad un pianeta che dallo spazio appariva come una pacifica distesa
blu, striata di venature bianche. È stato lí che ti ho incontrata, come me,
esule dello spazio e del tempo. Indossavi una gonna lunga, chiara, e un
paio di occhiali sottili, cosí anacronistici, in un universo come il nostro
senza tempo, senza malattie, senza confini. Dicesti solo:
- Vuoi una tazza di té?

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Allora non mi parve di aver mai sentito un benvenuto che mi
trasmettesse cosí chiaramente e semplicemente la sensazione di essere
arrivato a casa. Accettai una tazza del liquido bruno e profumato e tu
accettasti me, la mia presenza invadente, il mio ottimismo
approssimato, il mio inquieto egocentrismo, la mia imbarazzata
espansività. Fu come in un sogno. Partimmo per un fine settimana al
mare, rigorosamente a piedi per non rovinare quel senso di ritorno alle
origini che dava il vivere in un mondo dove si stiracchiava ancora
sonnolenta l‟età della pietra. Questo aveva significato partire tre giorni
prima, ma tanto i calendarii non erano ancora stati inventati e quindi
potevamo estendere e comprimere le settimane e nostro piacimento. E
ci divertivamo molto in questo gioco. Mentre mi asciugavo dopo il
bagno del pomeriggio (“Ma come sei buffo! Hai delle regole anche su
quando si può e non si può fare il bagno al mare!”) di colpo intravidi in
un anomalia del continuo spazio-temporale, probabilmente dovuta al
rilascio improvviso della carica di tachioni che avevo assorbito durante i
recenti spostamenti molto longitudinali nel continuo spazio-temporale,
uno squarcio del futuro di quel luogo. Innegabile come un ingorgo il
giorno della discussione della tesi di laurea, stavo rosolandomi sulla
spiaggia che di lí a due milioni di anni avrebbe ospitato il bagno Venezia
di Cesenatico. Poco dopo mi assopii. Ma al risveglio non l‟avevo
dimenticato. Eppure mi ci vollero ancora tutto il viaggio di ritorno e
una cena abbondante innaffiata di vino rosso speziato e di grappa
genuina (è uno dei segreti che non voglio mi riveli mai dove avevi
trovato quelle bottiglie) per realizzare l‟ovvio.
Noi eravamo Adamo ed Eva. Il pianeta su cui stavamo vivendo i
piú belli dei nostri giorni era la Terra al suo quarto risveglio post-
glaciale, immacolata come l‟abito di una collegiale al suo ingresso in
società, e pura come l‟acqua di un torrente. Adesso capite anche voi
perché non sapevo bene che tempi usare per raccontare la mia storia. Il
mio passato era in realtà il futuro remoto piú probabile del mio ultimo
viaggio. E vi sarà chiaro anche la ragione della mia ansia: le nostre
azioni avrebbero plasmato tutta la storia dell‟umanità;
nell‟incommensurabile susseguirsi di cause ed effetti, avrebbero dato la
forma a città e nazioni, avrebbero ispirato opere d‟arte, avrebbero
trasmesso nei geni dei nostri pronipoti la sottile paranoia dei prodotti di
una civiltà post-industriale, ma anche l‟anelito a salire verso le stelle,

65
finché un giorno saremmo rinati a chiudere il cerchio della nostra storia,
nel piú splendido dei paradossi temporali. Un lavoro di tutta
responsabilità, se chiedete a me, e per questo mi sembrava giusto
cominciare senza indugî. Ma prima, mi sarei comunque concesso un
altro té.
- Buongiorno! Ne vuoi anche tu?

66
Dicembre ‘99
Marco Zondini

È come se questo tepore la stesse sciogliendo.

Era da un pezzo che non facevo ritorno alla casa.


Avevo lasciato lí tutti i miei amici. I miei ricordi.
La casa era un posto sperduto fra le colline, abbastanza lontano
dalla grande metropoli. La cosa non mi dispiaceva, seppure ormai
dicembre fosse arrivato trascinando il suo lungo manto bianco alle
spalle. Un manto affascinante, regale, ma ingombrante, e i piú piccoli
spostamenti sembravano allungare il tempo a dismisura.
Non un suono attorno, e già vedevo le candide murature
confondersi fra la neve.
Alcune macchine parcheggiate di fronte. Sicuramente da poco,
viste le minime tracce di neve. Ma quante persone abitavano ora nella
casa? Uscii subito dal veicolo per scoprirlo. Il cielo era di un grigio
molto terso, ma non si vedeva una nuvola, e le precipitazioni si erano
fermate ormai da piú di una giornata. Almeno questo era quanto dato
sapere dalle previsioni del tempo di Radio Akai.

“Questo era l‟ultimo pezzo degli Hangar… e ora passiamo alle


previsioni per la giornata, su tutta le regione ancora tempo siderale, ma
almeno questa orribile nevicata ha finito di farci preoccupare per il
traffico, non credete? Comunque niente di particolare anche per
quest‟anno… stiamo attendendo tutti l‟ultimo incontro del campionato
locale di hockey prima di poter pregustare qualche evento piú piccante
o l‟arrivo delle slitte di Babbo Natale, anche quest‟anno interpretato dal
sindaco del paese, come vuole la tradizione, ma proseguiamo con il
prossimo brano… “Crazy”, di Pitty Shield…”

Alla porta non arriva nessuno. Se non altro mi viene cordialmente


aperta. Una voce, in perfetto accento britannico, mi dice di
accomodarmi nella stanza al piano terra. È una voce di donna, e

67
proviene dall‟alto delle lunghe scale di legno. La stanza che mi è stata
assegnata è molto spaziosa. La conosco bene. È la stessa stanza dove
ho vissuto mille avventure con i miei amici. Ora è molto diversa. È stata
riordinata, ma al posto di quelle finte stampe di quadri famosi, c‟erano
poster di fumetti e collage di nostre foto. Ricordi di tempi che sono
stati spazzati via, forse per sempre. Ma se c‟era una cosa che avevo
imparato vivendo nella Casa Universale, era che nulla venica perduto, e la
frase “per sempre” indicava semplicemente l‟esistenza di tutte le cose
che hanno reso piú piacevole la nostra vita. Non ricordo chi di noi fu il
primo ad attribuire quel nome assurdo alla casa. Fu battezzata in questo
modo perché è sempre stata un porto di mare, per quanto assurda
possa sembrare questa espressione fra i colli di montagna. Nei miei otto
mesi di permanenza si erano alternate tantissime persone, tutte quante
interessanti. Hanno reso queste pareti qualcosa di piú che un esempio
mediocre di architettura popolare urbanistica occidentale. Il passaggio
di queste persone ha fatto vivere le mura che ora mi stanno ospitando.

Il pretesto ufficiale è una trasferta lavorativa. Sono ospite della


famiglia Layer, una ventina di pazzi scatenati australiani, a quanto
dicono. Il vero motivo, che risiede sempre dietro a spostamenti
insensati come questi, è trovare Yuki.
Non ho mai visto Yuki, se non in foto, ma la sento bene o male
tutti i giorni per affari. Non è la prima volta che viene nello Yorkshire.
È la prima volta che viene per incontrarmi. Dovrebbe essere già arrivata
da un giorno, e risiedere al piano superiore. Ma prima è meglio
presentarsi al padrone.

Salite le scale proseguo fino al salone principale. Spalancato il


portone trovo ad attendermi la famiglia Layer al completo. Tutte le
persone che animano la sala sono diverse tra loro. La maggior parte
bionde, ma si intravedono anche un paio di bambini castani che
giocano a rincorrsi nell‟immenso spazio della stanza. Due ragazze
stanno bisbigliando fra di loro in un angolo, mentre non noto la
presenza di anziani. Il proprietario della casa nota la mia presenza, e
prima di farsi avanti verso di me richiama l‟attenzione della caotica
combriccola familiare. Il padrone non perde tempo, mi dà il benvenuto
nella sua dimora.
68
- Come avrà notato siamo una famiglia numerosa, in piú devi
contare gli altri ospiti che vivono qui. Quindi non perderò tempo a
presentarle tutti quanti nome per nome, sono sicuro che non ne
ricorderebbe uno. Se non ha nulla in contrario, preferisco essere io ad
introdurla ad i presenti. So che lei viene dalla Francia, e magari si trova
un po‟ impacciato nella lingua…
- Se non le dispiace, - ribatto io - vorrei provare a cavarmela da
solo.
E mi prodigo al meglio di quanto cinque anni di permanenza in
paesi stranieri mi ha potuto consentire di imparare.
- Salve a tutti. Piacere di fare la vostra conoscenza. Volevo solo
dirvi quanto sia importante e onorevole per me avere ancora una volta
l‟occasione di potere alloggiare in questa casa. Ha significato tantissimo
per me. E ancora una volta è piacevole vivere nei ricordi. Voglio
ringraziarvi per la vostra cortesia quindi, sperando di non arrecarvi
troppo disturbo. Grazie mille.
Tutti quanti sembrano rallegrati dalle mie parole, e, forse stupiti
per il mio inglese, mi compiacciono con un piccolo applauso
spontaneo. È proprio una bella famiglia.

Scendo nel cortile. Sono le quattro e mezza del pomeriggio. Uno


dei miei orari preferiti. Mi ricorda quando ero piú piccolo e piú libero. Il
sole sta incominciando a spegnersi, e da dietro le colline-parasole
diffonde una pallida luce gradevolissima alla vista.
- Ciao Jean!
Mi volto. Pensavo non mi avesse seguito nessuno. Ne ero sicuro.
- Sono cosí felice di vederti…
È Yuki.
- Tu… Sei Yuki, vero?
La ragazza giapponese fa cenno di sí con la testa.
- Bugiardo… - dice avvicinandosi a me.
- Avevi detto che…
Il mio cuore batte a mille.
-… eri almeno sei centimetri piú alto…

69
Non so veramente cosa risponderle.
- … invece…
La mia bocca è asciutta.
- …dovevi dirmelo subito! Siamo alti uguale… è una cosa perfetta
Meno male.
- Sono felicissimo di vederti Yuchan - rispondo. Dovrei
abbracciarla? Posso abbracciarla? La risposta si avvicina stringendomi
con dolcezza.

Eppure c‟è qualcosa fuori posto… lei è molto bella… ma non è la


stessa faccia delle foto.

- Allora? Tutto bene? Il viaggio?


- Benissimo. È fantastico riuscirti a vedere finalmente.
- Domani andiamo a visitare il villaggio?
- Certamente?
Io continuo a guardarla… Il suo volto… non è lo stesso…
- Hanno detto che fanno dei dolci particolari qui…
- Certo… e non è la sola specialità…
… non quello delle foto… Non che sia brutta… Ma non è lei…

Rincasiamo… Un ultimo sguardo prima di tornare nelle nostre


stanze. Lei in cima alle scale e io all‟uscio del mio alloggio. Una
posizione da Romeo+Juliet.
- Allora ci vediamo domani…
- Buona notte…
- Senti… - non posso fare a meno di dirglielo… - … il tuo volto
è diverso…
- Diverso?
- Lascia stare… buona notte.

Non si sente un rumore nella campagna. I sonni piú tranquilli li


ho dormiti qui. Il silenzio della notte annulla velocemente i miei
pensieri… diluendoli nei grandi spazi aperti che circondano la casa.
70
Ogni bel ricordo diventa un fiocco di neve, e lentamente coprono il
mio ultimo sentimento. Sono felice.

La mattina successiva non mi sveglio troppo tardi, e faccio una


abbondante colazione. Il cibo mi è stato lasciato direttamente nella sala
che funge da mensa. Aspetto Yuki. Per circa un‟ora, ma non si fa
vedere. Neanche l‟ora successiva.
Gioco un po‟ nel cortile con l‟husky del padrone, che si chiama
Whisky. Ma Yuki non scende.
- Buongiorno!
È il padrone di casa
- Buongiorno a lei…
- Ha passato una buona nottata?
- Certamente. Mai passata nottata migliore. Questa notte ha fatto
una bella nevicata vero? Radio Akai diceva che avrebbe smesso…
- Certe cose non si possono prevedere, signor Jean.
- Ha visto Yuki per caso?
- Certo. Questa mattina. All‟alba. Ha lasciato questo. Per lei.
In mano ho un bigliettino piegato in piú parti. Al centro c‟è
disegnato un cerchio con una faccia stilizzata. Leggo quello che segue.
Addio. Yuki.

71
Appendice ‘99
Stefano Lanzavecchia

(Segue per i puristi la versione originale del racconto Ottobre `99, concepito e scritto
in inglese prima di essere tradotto in italiano dallo stesso autore.)
Bell
Bong.
A bell breaks the calm of the midnight. The sound and its echo
fill the space. A sign of the time…

Bong.
Have you ever flown by the side of a falcon? The wind, which
sustains his wings. His eyes fixed on the horizon. Up there, king of the
world…

Bong.
It breathes on the shore, wave after wave, immense and peaceful:
the sea. Same colour as the sky, on an early morning. Like a mother…

Bong.
Fast on the rails, across countries and centuries moves the train.
It will take you to the place where you belong. Let the trip begin…

Bong.
Inside your computer, inside your head, microscopic sparks,
restless flow of energy and information, according to the rules of
probability. Amazing work…

Bong.
In a little village by the sea, on the other side of the world, the
bride slowly approaches her promised. A long white dress to contrast
her perfectly dark hair. Just a smile. The ceremony can start…

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Bong.
Although it‟s late at night, he cannot be too tired to write the
letter. So many stories to tell him, so many dreams to share. It‟s nice to
have a friend…

Bong.
The fairy dances on the soft bed of leaves. Sister Summer has
already left the wood, and the trees have changed their dresses. Brother
Autumn sits on his wooden throne…

Bong.
Not a star, yet it shines like one. The first to appear in the
evening, Venus is like a tear. So lonely…

Bong.
At the top of the mountain, the sun is so bright, but its rays are
too cold to warm her heart. All she wanted, a little piece of love…

Bong.
かがやく空と君の声感じたい 17 。Ai figli di Babele basta
ancora uno sguardo per capirsi18. Même si les mots sont differents19. We
feel the same music in the air.

Bong.
The last strike. Somewhere a newborn cries to let the world know
that he is finally there.

This is my birthday.

17 (kagayaku sora to kimi no koe kanjitai) Japanese, literally: I want to feel a


glittering sky and your voice. It‟s the first verse of a song from the DoCo
Second album.
18 Italian: For the sons of Babel, a glance it‟s enough to understand each other.
19 French: even if the words are different.

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