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SCOPO DELLA PENA

- Giovanni Cuccato -

Il nostro codice penale, all’art. 27, stabilisce che lo scopo della pena è quello di rieducare il
condannato, facendogli capire come e dove ha sbagliato, al fine reinserirlo nella società senza il
rischio che possa ripetersi un comportamento criminoso. In teoria, il nostro sistema penale,
sarebbe concepito in funzione della rieducazione, ma, a causa del sovraffollamento delle carceri, e
della permanenza all’interno di queste ultime di svariati tipi di soggetti criminali, questo non sempre
è possibile. La rieducazione non riesce ad essere attuata a causa dell’ambiente che si viene a
creare all’interno delle galere stesse: anziché capire dove ha sbagliato, e di comprendere come
non incappare più nello stesso errore, il carcerato, è costretto, dall’ambiente, a non risultare
ricettivo agli stimoli “rieducativi” (quali, ad esempio, il lavoro rieducativi) e a porsi in maniera
sbagliata nei confronti di questi ultimi e in questo modo evitando di seguire il corretto percorso atto
al suo reinserimento. Il condannato, finito in carcere con lo scopo di essere rieducato e reinserito,
rischia di diventare un sorvegliato o peggio, un prigioniero. Sorveglianza e prigionia, nell’ambiente
carcerario, erano già state teorizzate da Foucault, colui che ha progettato il “panopticon”, un
particolare carcere nel quale ogni detenuto era costantemente osservato al fine di piegare ogni sua
resistenza e di annullarne la volontà, anche facendo leva sul suo equilibrio psico-fisico al fine di
logorarlo. Il problema della non-ricettività dei detenuti, potrebbe essere parzialmente risolto
attraverso l’adozione di misure diverse dal carcere, quali potrebbero essere la semilibertà,
l’affidamento in comunità (particolarmente indicato per minori e tossicodipendenti) o l’affidamento
ai servizi sociali. Al fine di rieducare il condannato, bisognerebbe riuscire a responsabilizzarlo e,
prima di questo, a mio parere, di dovrebbero suddividere i vari detenuti in funzione dei crimini e dei
reati da loro commessi (in strutture apposite e separati), per poter così attuare il tipo specifico di
trattamento rieducativi, calibrato su ognuno di essi. A mio parere, questo sarebbe il modo più
giusto per correggere e radicare il carcerato, evitando così di ricorrere alla mera “giustizia punitiva”
e scongiurando, in questo modo, una ricaduta nel comportamento criminale.