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Il libro

La linea di fondocampo il posto pi dimenticato del tennis. L posso dire e fare di tutto: il mondo mi guarda, ma nessuno mi raggiunge. Il tennis lo sport pi individuale di tutti e chi vuole emergere deve diventare una macchina fredda, egoista, sola contro il resto del mondo. Bisogna avere costanza nellallenarsi, sapere rinunciare alle tentazioni, girare il mondo come una trottola, sopportare che chiunque si senta in diritto di esprimere giudizi su di te, anche a sproposito. una vita di cui si vedono solo le luci, che invece ha anche moltissime ombre. Flavia Pennetta una delle migliori tenniste del circuito, ma rimasta una ragazza semplice, allegra, con una gran voglia di vivere. La prima professionista italiana a entrare nella top ten, la numero uno del doppio, con tre Fed Cup vinte, non ha mai smarrito la coscienza di s e delle sue origini. In Dritto al cuore la Pennetta racconta la sua favola sportiva e personale. la storia di una ragazzina che nasce in una bella famiglia del Sud con il tennis nel sangue, di unadolescente che si diverte a fare il maschiaccio ma molto sensibile allamore, di unaspirante tennista alta quanto la rete che affronta let del cambiamento lontana da casa, di una giocatrice che combatte su ogni palla e raggiunge i suoi obiettivi, di una donna che vuole vincere tutto, nello sport e nella vita privata. E che oggi si ritrova a un solo punto dal match.

Lautore
Flavia Pennetta (Brindisi, 25 febbraio 1982) la prima tennista azzurra a entrare nella top ten della classifica mondiale. Ha vinto 23 titoli WTAe 16 titoli ITF fra tornei singoli e doppi, oltre a 3 Fed Cup con la Nazionale italiana.

Flavia Pennetta

DRITTO AL CUORE

Dritto al cuore

Introduzione Lei enorme: 73 chili per 1.85, quasi tutti di gambe. Se alza il braccio, con la racchetta sfiora i tre metri. Non siamo in tante a conoscere direttamente i danni che pu fare una pallina sparata a duecento chilometri orari da quellaltezza. Lei una leggenda: Venus Williams, ed oltre la rete che sto guardando. Mi danno per spacciata. Venus mi ha massacrata la settimana scorsa in semifinale a Seul, 6-2, 6-2, ed andata a vincere il torneo come le persone normali vanno, che so, a prendersi un gelato. Sono tredici centimetri pi bassa di lei e recentemente ho perso dieci chili. Sembro una ballerina classica, ho raccolto i capelli in uno chignon e sono tutta vestita di bianco, con il gonnellino al posto del tut, ci casco come una bimba nelle scarpe con il tacco della sua mamma. Ma sono una donna. sorprendente come crescere sia, in fondo, una questione di prese di coscienza. Non cambia nulla, apparentemente, eppure tu vedi le cose in modo diverso. Eppure tu ti vedi in modo diverso. Io oggi, 13 ottobre 2007, sono una donna, una giocatrice di tennis, e sono brava. Questo torneo una delle mie prese di coscienza. Questa partita lo . Se batto Venus in semifinale vincer il torneo. Lo so. Lo sento. Posso farcela. Lei immobile a fondo campo, le basta allungare il braccio per colpire qualsiasi palla. Patapm, patapm, patapm, patapm: sembra una macchina lanciapalle da quanto precisa, chirurgica, costante e potente. Io, per, lo sono di pi: io corro, sono veloce, scattante, agile. Sono pi piccola, e si vede. Venus batte uno smash imprendibile: corro allindietro e glielo rispedisco. Lei lo ribatte ancora pi forte, ancora pi fulmineo. Ritorno oltre la riga di fondo campo saltellando, per poco non cado ma ci riesco: lo riprendo. La volta dopo vole, avanti tutta, ci arrivo per un soffio. Spedisco la palla in rete, lei lo fa qualche volta pi di me. Si sta innervosendo. Vinco il primo set 6-4. Pausa. Torniamo alle nostre panchine. Mi asciugo via il sudore, guardo la racchetta e sistemo le corde: la mia difesa da sempre. Ho dodici anni e il tennis ancora un gioco, ma per poco. Sono in un campo di terra rossa di fronte ad Anna Floris. Non vedo nemmeno la graziosa bambina con la coda e un completino rosa, vedo solo la giocatrice: mancina, aggressiva, alla ricerca del colpo vincente da fondo campo. Anna il mio incubo: contro di lei ho sempre perso. Durante le sette ore di macchina da Brindisi a Modena, in parte notturne, pap e la nonna rispettano il sonno e la fragile concentrazione della bimba caricata sui sedili di dietro. Penso a una sola cosa: Speriamo che non mi tocchi Anna Floris. Quando arriviamo, tutte le altre concorrenti si stanno gi riscaldando. Io non voglio entrare in campo con loro prima del tempo. Trovo un muro nascosto e mi metto l, da sola, a sfogare lansia e il nervosismo e a cercare di non far tremare il braccio con la racchetta: sette ore di paura e adesso ora. Il sorteggio implacabile: mi tocca Anna Floris. Pap deve ripartire, gira la macchina e mi lascia con la nonna. La nonna che sa di cosa si tratta, sempre al mio fianco. Guarda da lontano mentre costruisco la mia difesa da sola. Se batto il muro batto Anna. Batto il muro, batto Anna 6-2, 6-2 e la nonna telefona a pap: La palla impazzita, la Floris non lha nemmeno vista!. Ha gi fatto trecento chilometri ma non ci pu credere e valuta seriamente lipotesi di tornare indietro per vedere con i suoi occhi la vittoria di sua figlia contro la paura. Linizio del secondo set porta via tutto. Venus commette qualche errore gratuito, fatica a far entrare le prime di battuta. uno spiraglio: ne approfitto. Mi sento forte, sicura. Non ho paura e voglio che lei lo veda. Sono solida, un muro. Invece di rimanere a fondo campo a farmi dominare e infilzare dai suoi lungolinea corro da tutte le parti, vado a rete, torno indietro, ribatto le palle pi imprendibili, la costringo a cambiare gioco. Con un ace arraffo il 2-2 e tengo il servizio. Venus va alla battuta: doppio fallo. Si arrabbia e imposta il gioco su un livello spaventosamente alto, mi supera con un diritto prima e una vole poi. Ma sbaglia ancora. Di nuovo doppio fallo. Lultimo scambio dura uneternit. Finisce con un break. Gabriel Urpi, il mio coach, seduto al mio angolo e si stringe nelle spalle. Teme di crederci. Una delle regole fondamentali del tennis non pensare mai al risultato finale. Mai. Soprattutto quando manca un soffio. Potrebbe ribaltarsi tutto, potresti perdere la concentrazione. Venus, infatti, arriva in un baleno a 40-0. Ma io non voglio rinunciare al mio vantaggio. Le annullo tutti i break point e torno in panchina con il mio game. Sul 4-2 Venus risale rapidamente e tiene il servizio. La palla torna a me: comincio ad accusare un po di stanchezza ma non mollo. Venus mi urla contro la palla pi che colpirla e vola in parit: 4-4. Al game successivo rimandarle due smash che sembravano vincenti non basta: si avvantaggia 4-5. Porto a casa il game successivo, Venus quello dopo: 5-6. Vado a servire ripetendomi che non devo, non devo, non devo mollare. Venus probabilmente fa la stessa cosa, perch pareggiare 6-6 mi costa correre come una dannata, arrivare a prendere qualche diritto imprendibile e inventarmi un paio di colpi che abitualmente non sono nel mio carnet. Tie-break. I rigori del tennis. Serve Venus e io, letteralmente, stecco: sento la palla fare stoc sullintelaiatura della racchetta e rimango per due secondi incantata nel vederla volare via nella direzione sbagliata. Al terzo riprendo il controllo, mi incazzo e mando la palla in rete. Venus anche, poi fuori. Sbagliamo a turno finch non mi trovo in vantaggio: 5-6. Per me match point. Serve Venus: una cannonata. Rispondo troppo bassa, troppo lenta, troppo fiacca. Rete. Cambiamo campo. Sono esausta. Uno scambio lungo e un paio di errori mi portano a un secondo match point. Una grazia che non posso sprecare. Ho scherzato col fuoco una volta, vorrei evitare di ricascarci. Me lo sto ancora ripetendo mentre rispondo al servizio di Venus e vedo la palla finire, di nuovo, in rete. Mi scappa un sorriso tirato. Odio la rete, odio la palla, odio Venus che una statua non solo fisicamente ma psicologicamente: non perde la concentrazione, non cede, non si piega, nemmeno ha paura. Non avr paura di vincere io, vero? Se vinco diventa vero: sono una donna, una giocatrice di tennis, sono brava. E sono sola. Se vinco diventa vero e un po difficile da gestire.

Perdere e tornare a crogiolarmi nel mio dolore quasi una tentazione, ma scelgo di non farlo. Quella persona non sono io. Io sono quella che guarda Venus sbagliare, quella che serve per il match, quella che si avvicina alla rete verso lavversaria con il pi luminoso dei sorrisi, che stringe la mano a lei e allarbitro e, poi, si porta al centro del campo per prendersi gli applausi. Io sono quella che va in finale. Sulla carta Yung-Jan Chan pi scarsa di me. Pensarci, per, fa solo male: crea aspettative. E di aspettative ne ho fin troppe: a Bangkok sono arrivata dopo aver giocato i quarti di finale a Kolkata contro Maria Kirilenko, una russa fortissima che incidentalmente assomiglia a una fotomodella, le semifinali a Seul e a Tokyo. Ho perso entrambe, le prime contro Venus, le seconde con Virginie Razzano, francese dal fenomenale rovescio a due mani. Arrivare cos in alto e non arraffare mai il primo premio porta a chiedersi quando toccher a noi. Forse adesso: al primo turno batto senza problemi Noppawan Lertcheewakan, una thailandese di quindici anni; al secondo mi trovo di fronte Casey Dellacqua, una mancina australiana che gioca benino. Ci prendiamo a randellate per un tempo infinito nel campo pi piccolo del Circolo, lontane da tutto e da tutti: gioco malino ma lotto. In gergo si dice remare: voglio vincere, cos corro e salto e corro ancora e vinco, sfinita, al terzo set. Il giorno dopo, ricaricata da una seduta di massaggi thai, gioco benissimo contro la numero 15 al mondo: lisraeliana Shahar Peer. Vinco al terzo set, super-gasata perch avrei potuto prendermi la rivincita con Venus. La supero ed finale. Scendo in campo nervosissima. Contro Venus non avevo avuto nemmeno il tempo per riscaldarmi causa acquazzone thailandese: due diritti, due rovesci, due vole e due servizi con Gabi dallaltra parte e via a giocare. Nonostante tutto, per, non ero cos nervosa. Non mi mai capitato di provare fastidio per un bambino che piange in tribuna. Oggi s. Chan, per, pi nervosa di me. giovane e ha visto come ho giocato finora. Incasso il suo rispetto dal primo scambio: gioca malino, io la aggredisco e chiudiamo la partita in due set, 6-1, 6-3. Bel tentativo, peccato che fosse il mio turno. Esce su tutti i giornali. Limpresa, la rimonta, la vittoria. Mi sento brava e viva. Mi sento nel posto giusto, dove dovrei essere, a fare quello che dovrei fare. Peccato non avere nessuno con cui condividere questa gioia. Vinco il quarto torneo della mia vita e non ho un amore a cui raccontarlo. Le amiche mi telefonano urlando e io piango. commozione o nostalgia? Non lo so. Gabi, il mio allenatore, mi guarda sorridere con gli occhi tristi e mi chiede se sono contenta: S... sussurro. Contenta lo sono per davvero. O meglio, soddisfatta: ho battuto i miei fantasmi e in meno di un anno ho guadagnato quaranta posizioni nel ranking mondiale. Non riesco a esprimerlo, per. Mi sento come il sole quando piove: sono vittoriosa e sconfitta al contempo, e non so scegliere tra le due sensazioni, la superpotenza e la malinconia. Superpotente perch tutti i miei sforzi, la mia fatica, il mio sudore, la mia costanza e la tenacia e tutto il lavoro fatto da quando ho cinque anni a oggi trovano un senso. Terribilmente sola e fragile ed esposta da quando i giornali scavano nella mia vita privata e scandagliano palmo a palmo il mio volto in cerca di un segno di dolore per quel tradimento che non sopporto. Secondo la medicina tradizionale cinese le emozioni si annullano lun laltra, a coppie di due: langoscia e la gioia si equilibrano. il mio stato. Sono felice e inquieta, il che forse significa che non provo niente, che mi sento semplicemente vuota. Volo a Zurigo senza passare a Maiorca n a Brindisi, gioco il doppio con Anabel Medina Garrigues ma ci fermiamo ai quarti. La settimana dopo a Linz perdo al primo turno, sia in doppio che in singolo. LAustria, evidente, mi porta male. Poi, finalmente, il 2007 finisce. Avevo cominciato lanno con il polso sinistro sfasciato, ero precipitata oltre la novantesima posizione del ranking. Ora sono la numero 40, sono una donna, una giocatrice di tennis, sono brava e lo so. La differenza tutta l.

1 Flavia Pennetta, born to run in Brindisi nel 1982, anno in cui Martina Navrtilov e Chris Evert-Lloyd vincono due slam a testa. Mia madre ha ventisette anni e io sono la sua seconda figlia. cos giovane che suo padre si rifiuta di farsi chiamare nonno, dice che non pronto, cos per me lui babbo. Bellissima, ha sposato luomo che ama e, naturalmente, un talento del tennis, gioca in serie C. In casa mia solo il gatto non gioca a tennis. Mio padre, ex seconda categoria, presiede il Circolo della citt; mia sorella, Giorgia, una promessa assillata dai miei genitori; la zia, la sorella di mamma, Elvy Intiglietta, della quale si ricordano due vittorie strepitose: una contro Maria Fiume, laltra che le valse i tricolori Under 18. Oggi insegna, guarda caso, tennis. Prima che faccia in tempo a rendermene conto, mio padre mi ha gi messo una racchetta in mano: la sua. Ho cinque anni e frequento gi il Circolo. Faccio il tifo per la mamma e per Giorgia, sono una specie di mascotte. Lanno dopo sono con tutta la famiglia a Roma per gli Internazionali. Abbiamo comprato i biglietti da un bagarino, piove e siamo tutti ghiacciati sotto gli ombrelloni, dai quali mia madre scatta fulminea appena vede passare qualche giocatore interessante: si lancia e chiede lautografo. Non possibile: mia madre per me una campionessa, mio padre un idolo, mia sorella un mostro sacro, mia zia una leggenda. Sono stanca e infreddolita e non mi sembra giusto che noi dobbiamo stare l a congelarci. Un giorno verremo come protagonisti dico. Senza la mia famiglia sarei tutta unaltra cosa. Siamo tanti e rumorosi e mangioni: fino a non troppo tempo fa, a Natale, ci siamo ritrovati tutti nella taverna dei miei, una trentina di persone almeno, con mamme e nonne e zie mescolate che cucinavano quantit impressionanti di cibo, mentre la pasta la si faceva sul momento. Qualcuno si vestiva da Babbo Natale e noi bambini tremavamo di meraviglia e credevamo che la vita fosse una magia in grado di sorprenderci ogni giorno. Il mio Sud caldo e accogliente e mi regala la libert sin da piccolissima. Di pomeriggio scappo fuori e mi lancio in ogni genere di avventura con Alberto, il figlio dei vicini. Il cortile il nostro regno: giochiamo a palla, a basket, a pallavolo, andiamo in skate, ci arrampichiamo sugli alberi, ci spiaccichiamo a terra e ci sbucciamo le ginocchia, ci rialziamo senza piangere granch e ricominciamo. Sono un maschiaccio e me ne vanto: pi piccola di Alberto di un anno e un palmo, gareggio con lui alla pari in tutti gli sport. Insieme stracciamo senza nessuna piet Luca, un altro bambino del quartiere, buono e timido e terrorizzato quando sua madre gli dice amorevole: Vai Luca, esci a giocare con Flavia e Alberto!. Il quartiere vicino al mare, fuori dal centro e dalla confusione. una specie di Wisteria Lane, con la differenza che al posto delle ville di gran lusso ci sono poche casette tutte simili, a tre piani. Ci si possono fare cose che, altrove, non sarebbero permesse, come il grande fal il giorno dellEpifania: si brucia lalbero di Natale e, con lui, gli spiriti dellanno vecchio, dando il benvenuto a quello nuovo. Oggi credo che gli alberi siano di plastica. Ci siamo trasferiti l quando avevo una settimana, fresca di ospedale. Per combinazione la sera stessa saltata la luce, i miei sono andati a chiedere delle candele ai vicini, i genitori di Alberto. Era il suo compleanno, stava spegnendo la prima candelina. Cresco in una comunit di bambini che con la scuola ha poco a che fare: c Alberto, ci sono Fiorella e Greta, le mie cugine. Fiorella assomiglia a me: ama lo sport, ama correre, non ha paura di niente. Greta pi timida, meno avventata. In compenso furba: quando ne fa una, la nonna mi d automaticamente la colpa e lei tace. Io le prendo dalla nonna, Greta le prende da me: non fa una piega. Siamo bambini casinisti in una famiglia che dinverno si mette in colonna e occupa unintera corsia dautostrada dalla Puglia allAustria per andare tutti insieme a sciare. Altrove si direbbe unita. Da parte di mamma siamo pochi: zia Elvy e due figlie, la nonna e babbo. da parte di pap che i Pennetta sallargano a dismisura: Oronzo, detto Ronzino, il primo di otto tra fratelli e sorelle. La leggenda vuole che le donne Pennetta siano pi forti degli uomini, ma che loro siano dei personaggi. Tutti e quattro i figli maschi sono la copia esatta di mio nonno, scarsi di capelli e ricchi di spirito. Il nonno, amatissimo da tutta Brindisi, aveva unimpresa di rifornimenti per le navi, Pennetta Petroli. La nonna morta di tristezza un anno prima che nascessi. Una delle sue figlie se nera andata a soli diciassette anni. Si chiamava Fiorella, mia cugina porta il suo nome. Era rimasta incinta e aveva paura. Non disse niente a nessuno e and da una mammana. Torn a casa che stava male, la febbre non passava, nessuno in casa capiva, nessuno in casa sapeva. Fecero tutto quello che potevano, poi la portarono allospedale. Emorragia interna. Mio padre stava tornando in macchina da un torneo con la mia mamma e sent per radio un annuncio: cercavano sangue di un certo gruppo sanguigno per Fiorella Pennetta. Dissero il nome perch il nonno era stimatissimo, e pensavano che cos sarebbe accorsa pi gente. Cosa che in effetti avvenne. Ma era troppo tardi. Morta damore, o forse di paura, a diciassette anni. La nonna non se l mai perdonato. Il nonno resistette qualche altro anno e se ne and prima che io ne compissi dieci. Mi credevano troppo piccola per il funerale, cos che era morto me lo disse la mia mamma, sulle scale di casa, e indicando il cielo mi spieg che il nonno mi guardava da lass. Mi arrabbiai tantissimo perch qualcuno mi stava rubando il tempo da passare con lui. Niente pi pomeriggi in giardino a piantare pomodori e a strappare le erbacce, a imparare le cose da maschi. Nessuno si aspettava che nascessi femmina. Per la forma della pancia. Ne erano cos convinti del contrario che lecografia nemmeno la fecero. Il ginecologo lo dava per certo, mio padre pure, mio nonno era entusiasta: finalmente avrebbe avuto un ragazzo non impressionabile da portare con s nelle battute di caccia, uno a cui insegnare tutto quello che sapeva degli animali, dei boschi e della vita. Il 25 febbraio 1982, fuori dalla sala parto, mio padre cammina avanti e indietro. Spunta il ginecologo, suo amico da una vita, oggi il presidente dello stesso Circolo tennis che presiedeva mio padre: Oronzo, femmina. Allargando le braccia, come a dire: Mi sono sbagliato, perdonami.... E lui a imprecare: porca di qua, ne ero certo di l... Nel tempo libero, cio poco, seguo mia sorella come unombra. Giorgia, ben sei anni pi di me, che a quellet sono una distanza siderale, propenderebbe per il sorellicidio, ma in fondo vuole bene a questo botolo che smania per raccoglierle le palle e la tratta come una dea. Non solo voglio fare le stesse cose che fa lei: io la ammiro e la amo talmente tanto che voglio proprio essere lei. Insisto per avere lapparecchio, quello fisso, terribile: me lo mettono e non faccio che sorridere perch finalmente ho i denti come Giorgia. A quattordici anni lei riceve una Vespa, bianca, nuova fiammante, stupenda. Io ho solo nove anni ma la voglio, la voglio disperatamente e comincio a rognare. La ricevo anchio a quattordici: blu, Giorgia a Parma, alluniversit. Ha smesso di giocare a tennis ed una sorellona grande alla ricerca della sua dimensione. Probabilmente per diventare come lei che comincio a giocare a tennis. Poi diventa una passione vera. Una cosa mia.

Passo interi pomeriggi dietro casa: io, la pallina, la racchetta e il muro. Aspetto che mio padre torni la sera per spostare i divani e fare due tiri con lui. Mia madre prima minaccia: Se mi rompete qualcosa..., poi sta a guardare mentre pap sospira e mi fa locchiolino. Lamore per il tennis supera quello per tutti gli altri sport. Cos Ronzino comincia a portarmi al Circolo pi spesso. Conosco l il mio primissimo, romanticissimo amore: il figlio del maestro di tennis. Abbiamo i capelli tagliati identici, a scodella, se non palleggiamo ci teniamo per mano. I miei sorridono e stanno attenti a non comportarsi come con Giorgia, che ha lasciato. Caratterialmente siamo molto differenti: lei pi chiusa, pi meditativa, pi fragile di fronte allo stress che comporta uno sport a livello agonistico. Piangeva e andava in crisi nera per ogni risultato non eccellente, o quando doveva sfidare unamica. In campo cattivissima, ma preferisce perdere che rischiare di compromettere unamicizia. E credo non sopportasse la rigidit dei nostri genitori sugli allenamenti, gli orari, i maestri, la gestione del tempo libero, lalimentazione... cose cos. Ha fatto bene a lasciare e a riprendere quando stata pronta. La sua dimensione lha trovata pi avanti e altrove, campionessa di beach tennis e coordinatrice regionale. Io sono diversa: obbedisco poco, mi ribello molto. Mi ribello per modo di dire, Agassi non chiamerebbe ribellione lo stare dietro casa a sbattere la pallina contro il muro per delle ore invece di andare in campo ad allenarsi, io s. La calma intorno a me, al mio talento che cresce, in parte stata un regalo di Giorgia, in parte me la sono conquistata con questo caratterino, in parte dovuta al fatto che da bambina sono una sega. Divento di interesse nazionale intorno ai tredici anni, dopo aver perso tutto il possibile nei campionati Under 12. Ad altre ragazzine andata molto diversamente. Ricordo Emily Stellato: una star! Osannata come prossima campionessa dallItalia intera, parte per Bradenton. Destinazione: lAcademy di Nick Bollettieri, scuola per modo di dire dove si allenano talenti tennistici. L capisce che il mondo parecchio pi grande di come se l immaginato, che in Florida non aspettavano lei e che, in buona sostanza, una delle tante. Scende dal piedistallo e torna a casa. A quattordici anni scopre di non essere chiss chi e non sa pi chi . Ci penso spesso: se fossi stata pi brava allora forse avrei perso il senso delle cose, forse mi sarei trovata a non sapere pi chi ero. Depredata della mia identit di vincente, avrei dovuto costruirmene una nuova. Non facile. Decisamente meglio essere una bambina normale, con degli amici normali, che va in una scuola normale e di pomeriggio fa le cose normali. Con la differenza che ogni domenica pap mi porta a Bari dal maestro DellEdera. stato un professionista, oggi allena promesse come responsabile regionale del settore tecnico: raccoglie ragazzini da tutta la Puglia. La mattina alle sette e un quarto siamo gi fuori per il risveglio muscolare, poi colazione bilanciata e via in campo. piuttosto severo, ma la sua inflessibilit su cibo, orari da dedicare al riposo e al gioco utile. Le regole sono fondamentali, e assaggiare quelle con cui si avr a che fare se si sceglie il tennis di grande aiuto. Io non ascolto sempre, per. Non ascolto il maestro DellEdera quando si tratta di non baciare in pullman il mio primo fidanzatino, un tennista di Barletta conosciuto giusto ai suoi raduni. Non si cresce solo tennisticamente, quindi per me e Michele ogni coppa o torneo fuori porta unoccasione irripetibile. DellEdera ci guarda dallo specchietto e tuona: Basta! Dovete smetterla voi due, pazzesco!. Noi lo guardiamo di sottecchi e ricominciamo a darci i baci. Non ascolto nessuno quando arriva la prima tuta della Nazionale: lattesa lentusiasmo pi puro, la totale soddisfazione, un folle desiderio di farmi vedere. Io invece no, non ne voglio sapere e frustro ogni aspettativa ripiegandola e mettendola in un cassetto. Mi mette ansia, assolutamente non voglio sfoggiarla al Circolo. So che posso giocare per Flavia, non sono certa di poter giocare per la Nazionale. Il tennis ancora un gioco quando si in Nazionale, o qualche cosa daltro? Prima di capire cosa ci posso fare scappo a gambe levate. Nascondo la tuta e nascondo me stessa da tutte le responsabilit che rappresenta. Ho quattordici anni quando mi chiedono per la prima volta di andare a Roma al Centro federale. Mia mamma mi guarda e mi chiede: Tu come la vedi?. So gi che lei pensa: Non se ne parla neanche, ma non c problema: lo sto pensando anchio. Anzi, io per lesattezza penso: Io da qua non mi muovo proprio. Punto. Bugia. Lanno dopo sono allAcqua Acetosa. Mio padre consuma vari treni di gomme di una Croma bordeaux sulla A14 (Bari-Roma), per venire a trovare me. Poi prosegue sulla A1 verso Giorgia, che studia Economia a Parma. La mamma si trovata da sola in una casa enorme, lunica salvezza per mio padre portarla a trovarci, altrimenti non farebbe altro che occuparsi di lui. Insieme a me ci sono Francesca Schiavone, Roberta Vinci, Maria Elena Camerin. Siamo allenate da un terzetto di allenatori, uno dei quali anche preparatore fisico. I maschi dormono da unaltra parte ma di giorno stiamo sempre insieme. Divento inseparabile da Federico Luzzi, Potito Starace e Florian Allgauer: i miei nuovi compagni di zingarate. Al mattino alle otto siamo in classe, studiamo qualche ora e poi ci alleniamo, ci alleniamo, ci alleniamo. Gli allenamenti non finiscono mai e, soprattutto, non si interrompono mai, nemmeno destate. La scuola nel giro di due anni si trasforma in un tormento. Il primo anno frequento il liceo scientifico a Brindisi, il secondo sono a Roma e seguo lezioni da privatista. Passo un luglio dinferno insieme ad Antonella Serra Zanetti tra tornei, allenamenti e studio: siamo le uniche due dellintero Centro federale a dover dare gli esami per venire ammesse allanno successivo. Mentre palleggiamo ripetiamo le lezioni. La realt che abbiamo perso rapidissimamente labitudine allo studio e abbiamo la testa da unaltra parte. Il tennis richiede concentrazione, come lo studio, ma una concentrazione diversa. A sedici anni so mantenere i nervi saldi durante una partita, per lunga che sia, ma non so pi rimanere presente mentre preparo per un pomeriggio linterrogazione di storia. Cos, dal terzo anno di scientifico, al quale mi ammettono, passo a ragioneria: apriti cielo. Francese, non so una parola. Ragioneria, cos? Me la cavo per i due anni successivi, mentre la maturit una vera resa dei conti. una lotta titanica tra il mondo dello sport e le sue regole e quello della scuola: a diciannove anni viaggio spessissimo, partecipo a tornei di alto livello, sono molto pi affaticata e ho meno tempo da trascorrere sui libri. I professori sono disperati e comprensivi. Mi salvo dopo una performance straziante condivisa con la Camerin, nel frattempo diventata semplicemente la Came, e Roberta Robertina Vinci. Prima di produrci in raffinate disquisizioni allorale nonch nelle tre prove scritte, passiamo varie settimane ad alternare agli allenamenti sedute con manualetti Bignami di tutte le materie, sulla base di un programma serratissimo che prevede la suddivisione degli argomenti. Leggi: ciascuno studia qualcosa e poi lo ripete agli altri, nella vana speranza che sentendolo dire a voce alta e sforzandoci di stare attente qualcosa ci rimanga attaccato. La lettura individuale, infatti, ha su di noi un tragico effetto soporifero al quale non riusciamo a resistere: separate nelle nostre stanze, ciascuna di noi passa dalla fatica sovraumana data dallo svolgere il compito per il bene della collettivit al sonno pi profondo. Il vero dramma, per, sono le lingue: il francese continuo a non saperlo, linglese lo conosco per modo di dire. Lo parlo perch la lingua del circuito, ma non lho mai studiato. O, meglio, lho studiato come uninvasata alle medie, perch volevo comunicare con le tenniste che partecipavano al torneo di Brindisi: voler chiedere loro di palleggiare e non avere le parole per farlo mi sembrava unoscenit. In prima media cantavo a memoria le varie units del libro. La prof, per, prese a farmi pagare le assenze causa torneo, interrogandomi a bruciapelo il giorno

immediatamente successivo, trovando il modo per darmi 4 e spiegarmi che lo sport e la scuola non vanno di pari passo, devi fare una scelta: la scuola.... Qualche mese e smisi di studiare linglese e di farmi interrogare: non mi alzavo nemmeno per andare alla lavagna. Per mia fortuna sono una specie di MacGyver delle lingue: mi arrangio, sbaglio ma non me ne vergogno e tiro dritto, anche a costo di mescolare parole di lingue diverse nella stessa frase. La gente mi guarda un po stupita ma di solito risponde. Nel giro di una settimana bene o male mettiamo insieme quattro nozioni e varie cartucciere di bigliettini da portare agli scritti. Un paio di fondamentali colpi di fortuna e il gioco fatto. Salva. E tragicamente consapevole di tutta la mia ignoranza. Oggi quando mi capita di avere qualche giorno di vacanza organizzo tour nei luoghi della storia, cos do una ripassata. Questa una delle cose che voglio fare quando smetter di giocare: imparare la storia, le lingue, la geografia di tutti i posti nei quali sono stata e che non ho mai visto. Ho girato il mondo e ho visto solo dei circoli tennis. Non possibile.

2 Gli anni al Centro federale sono la mia adolescenza: cresco e mi abituo a ritmi diversi da quelli degli altri ragazzini quelli che vanno a scuola, hanno i pomeriggi liberi, praticano uno sport per hobby ma mi va bene cos. Mi piace. So di aver fatto una scelta importante, una scelta che segna, ma anche che posso tornare indietro in qualsiasi momento, cos come posso decidere la direzione da percorrere per andare avanti. Mia madre e mio padre sono solidali con me e mi appoggiano quando rifiuto di andare in America e rimango a Roma. S, potrei forse progredire molto velocemente, ma significherebbe anche mollare gli ormeggi e lasciare del tutto la mia casa. DallAmerica non potrei essere a Brindisi in due ore. E i difetti tecnici me li correggono egregiamente Claudio Galoppini e Vittorio Magnelli: per esempio, ho smesso di volare e cammino, ho imparato cosa significa avere un equilibrio psicofisico e a rispettare le regole (quasi tutte). Per esempio, bisognerebbe uscire poco e tornare presto. Lo faccio finch non arriva Francesca Schiavone, lamica perfetta con cui divertirmi. Roberta Vinci e Antonella Serra Zanetti sono ragazze deliziose ma brave e ubbidienti, non tipe da scappare la sera per andare in discoteca. Franci s. Quando la vedo arrivare al Centro so gi chi , lo sanno tutti: la pi forte. Ha qualche anno pi di me, stimolante averla vicino e una gioia percepirla come una sorella maggiore. Sono convinta che senza di lei non sarei arrivata dove sono, non avrei vissuto cos come li ho vissuti le Federation Cup, le Olimpiadi, i tornei. Francesca mi ha trascinata, con la forza della sua passione e della sua personalit. Appena conosciuta ne sono intimorita: non mi azzardo a dirle niente. A lei va bene cos: una persona riservata, in fondo, e io sto alle sue regole. Poi ci scopriamo. Siamo diverse in tutto, dal carattere alla fisicit, due poli opposti che si attraggono. Scopro che possiamo andare a cena insieme dopo esserci mandate a quel paese. Scopro che le piace ballare. Anzi, una vera dancing queen. Il sabato sera usciamo di nascosto dallAcqua Acetosa per andare al Gilda, in minigonna, canottierina e con le scarpe con i tacchi in mano. Il terzo sabato di fila conosciamo il proprietario, i dee-jay ci fanno lasciare i giubbotti dietro la consolle e il buttafuori ci fa saltare la fila. Siamo come a casa nostra. Dopo un anno al Centro comincio a vincere. Palermo, campionati Under 16. lultima volta che mio padre mi accompagner, ma non lo so ancora. So per, perfettamente, che io e lui non siamo adatti a condividere queste situazioni. Lui un passionale, fumantino, si arrabbia, si dimena, mi fa segni con le braccia, non riesce a stare fermo nello stesso posto per pi di cinque secondi e io non lo sopporto. Mi mette agitazione. Mi deconcentra. Dovrei pensare alla partita e invece mi ritrovo a pensare a mio padre: Dov? Cosa star facendo? Che figura sto rimediando?. La prima sera lo stupisco facendogli spegnere le luci alle dieci meno un quarto, perch devo riposare. Lui allibito, ma dato che lunica alternativa cambiare stanza si rigira nel letto finch, finalmente, non si addormenta. La mattina dopo, durante il riscaldamento, sono nervosa e lo prendo letteralmente a pallate, vaneggiando cose come mi fai uscire di palla!. Lui cerca di trattenersi con uno sforzo titanico e, incredibilmente, ce la fa. Finch non arrivo in semifinale. A quel punto io sono andata, bollita, distratta. Sto perdendo con Maria Paola Zavagli 4-3 quando ci fanno cambiare campo. Scivolo in silenzio, occhi bassi, di fianco a mio padre, che mi dice: Fla, vuoi farmi un dispetto?. Al che esplodo: Ma andate a cagare tu e il tennis!. Mi tira fuori una cosa che facevo da bambina: per fargli i dispetti non prendevo la pallina, neanche se mi passava a un metro di distanza. Ma questa volta un dramma, lui non si rende conto. Finalmente ci sono, ho la mia occasione e sto perdendo. Mi viene addirittura da piangere. Poi entro in campo e vinco, 6-4, 6-0. allora che Ronzino telefona a mia madre e le dice una frase che ama raccontare spesso: Senti, io non la accompagno pi, altrimenti la ammazzo!. Di motivi per ammazzarmi, volendo, ce ne sarebbe un altro. Mi sono innamorata. Lui Florian Allgauer, ovviamente tennista. Ci incontriamo a Sestola, diciamo per caso: siamo entrambi convocati a un raduno estivo del Centro federale. Florian arriva per ultimo, dopo Ferragosto. Noi comuni mortali, invece Federico Luzzi, Nicol Cotto, Alessandro Piccari, Roberta Vinci, Francesca Schiavone, Antonella Serra Zanetti, Maria Paola Zavagli e Stefania Chieppa siamo blindati in Appennino gi da un pezzo e stiamo impazzendo di tristezza. Sestola si sviluppa attorno a una sola via, a guardare con attenzione deve vedersi ancora il nostro solco. Con noi ci sono Galoppini, che ci cazzia ogni tre secondi perch piantatela di fare casino nelle camere, e Gianluca Pasquini. La sera di Ferragosto i ragazzi decidono che in albergo non ci vogliono stare, cos evadono alla volta della Tana, micro-discoteca nel centro del paese. Al ritorno incontrano Pasquini che torna da una cena con la fidanzata, li illumina in pieno con i fari ma, miracolosamente, tira dritto. Noi ragazze decidiamo di non uscire, altrimenti ci massacrano, ma di festeggiare in camera. Facciamo un po di rumore ma non troppo e la passiamo liscia. Il 16 giorno di partenze. Io e Roberta siamo le uniche riconfermate per lanno successivo, le due fortunate che vincono qualche altra bella giornata di permanenza in Appennino. Veniamo convocate da Pasquini e Galoppini, che ci chiedono: Ragazze, ieri a che ora siete andate a letto?. Io guardo Roberta: Undici e mezzo, mezzanotte.... Galoppini esplode, minacciando di farci fare una pessima fine, e conclude decidendo che ci dobbiamo allenare da sole in un campo sperduto. Quindi, suprema ingiustizia, io e Roberta, racchetta in spalla, nellunico giorno in cui avremmo dovuto riposare: Bam! Questa per Galoppini! . Bam! Unaltra palla contro il muro. Questa per Pasquini! Le tipiche cretinate da bambine. Il giorno dopo arriva Allgauer, dalla Sardegna: abbronzato, belloccio, il migliore quellanno, lunico in ritardo al ritiro, quindi ribellissimo per quanto ne potevo sapere. Mai avrei pensato che si sarebbe interessato a una mocciosa pi piccola di lui di tre anni. Finch, una sera, non andiamo tutti al cinema a vedere Titanic. Non c posto, cos ci sediamo sugli scalini. Florian dietro di me e passa tutto il tempo a farmi i grattini sul collo. Io sono stecchita dallimbarazzo, non so cosa dire, quindi nel dubbio rimango immobile e faccio finta di niente. Emozionatissima, non dico niente a nessuno, nemmeno il giorno dopo. Tutto finisce l, anche perch non ho ancora un cellulare. Ci rivediamo a

Roma, in autunno. Io nel frattempo mi sono procurata un telefonino, ci scambiamo numeri e messaggi finch lui non ritorna dai tornei che sta disputando. Allora ci mettiamo insieme. San Valentino quando facciamo lamore la prima volta. Il pomeriggio lo passiamo in piazza di Spagna a comprarci dei regalini: una fedina dargento, i Baci Perugina... Cose romantiche, come aspettare per mesi e nel frattempo darsi tanti baci. Rimaniamo insieme tre anni, durante i quali Florian mi mette non so quante corna, ma veramente un sacco. L per l sono talmente presa da lui che non ci faccio nemmeno caso. Gli amici, stupefatti, me lo dicono cercando di aprirmi gli occhi, ma io li ignoro, cos lui fa tutto quello che vuole, soprattutto quando si trasferisce a vivere a Firenze. In quel periodo comincio un tour de force che solo a pensarci mi stanco: il mercoled pomeriggio non mi alleno, cos Federico mi accompagna in stazione, prendo il treno, ceno a Firenze con Florian, la mattina alle sei riprendo il treno, Federico viene a riprendermi e andiamo direttamente ad allenarci. Con il rischio che ogni volta ci scoprano: un ritardo e potrebbero sbattermi fuori, visto che i nostri allenatori Galoppini e Magnelli per me, Barazzutti per lui sono tutti abbastanza severi. Per questo facciamo tutto di nascosto. Subito funziona, tant che Galoppini, non sospettando niente, torna a casa per i weekend e affida noi ragazze ai grandi, Florian e Federico. Guardatemele voi, mi raccomando.... Cerrrto, come no? Man mano che passa il tempo, per, finisco per espormi. Cominciamo a fare una cosa vietatissima: quando Florian ancora allAcqua Acetosa, io alle dieci e mezzo scappo dalla mia stanza per addormentarmi abbracciata a lui. La mattina mi sveglio prestissimo, torno in camera e alle 8 entro bella come il sole nella sala per le lezioni. Niente di male, una cosa romantica, per non si potrebbe: come in una gita di classe, maschi e femmine devono dormire separati. Punto. Un giorno la sveglia non suona. Sto ancora dormendo quando sento bussare alla porta come se dovessero buttarla gi. Guardo lora: 8.05. Aiuto, sono finita. Tempo di pensarlo e realizzo che non posso fare niente, nemmeno calarmi dalla grondaia perch non ci sono le finestre ma i vasistas. Panico: Vai tu. Florian si avvicina terrorizzato alla porta: Chi ?. Dallaltra parte un sussurro: Sono la Robby, Flavia dov?!. Esco in volata, iniziamo a correre e ci buttiamo in aula. Due minuti e passa Galoppini per verificare che siamo tutte in classe. Mi beccano nel 1999, a Cagliari. Vinco il torneo, che maschile e femminile. Io e Florian dovremmo dormire in due hotel diversi ma, pensandomi furba, spedisco Roberta al piano di sopra con unaltra giocatrice che in camera da sola e tengo Florian con me, come un clandestino nellharem. Due settimane dopo Pasquini, Galoppini e Magnelli mi convocano serissimi e mi dicono: Flavia, ci stato detto che tu e Allgauer state insieme, che a Cagliari vi hanno visto molto vicini.... Nego fino alla fine. Una volta fuori mi viene da piangere per la paura che mi mandino via. la prima volta che mi trovo davanti a un possibile bivio: Florian o il tennis, e non so cosa scegliere. Ho diciotto anni e voglio tutto. Voglio rimanere al Centro, lasciare il segno, ma voglio anche Florian, voglio lamore, voglio il sogno. Mio padre mi prende in giro dicendo che sono nata fidanzata. Pi o meno vero, da quando gioco a tennis un fidanzato, pi o meno ino, ce lho sempre avuto. E pi le cotte diventano incandescenti, meno mi riesce facile conciliare le due dimensioni della mia vita. Men che meno a diciotto anni, tutta istinto. Lascio la Federazione. Il maestro Galoppini che per ragioni di et praticamente un fratello maggiore va in tilt di fronte alla mia storia con Florian, io impazzisco perch cerco di difendere la mia vita privata, rivendico il mio diritto a farmi gli affaracci miei e lo faccio nel modo peggiore: come quando non prendevo le palline per fare i dispetti a mio padre. Sono arrabbiata con il mondo e non colpa di nessuno, nemmeno mia. Muore Maria Antonietta. Era mia zia, ed era il sole. Era malata, ma nessuno pensa mai che il sole possa spegnersi davvero. Il sole tramonta ma risorge il giorno dopo: cos vanno le cose. Invece lei ha compiuto quarantanni, ha fatto una bella festa con tutta la famiglia e la mattina dopo ci ha piantati l, con ancora il sorriso per il giorno prima, la speranza nel cuore e il funerale gi organizzato. Non sono nemmeno riuscita a piangere. Sembrava quasi naturale scegliere la sua stessa serenit. Ma non per me. Quel pianto mancato si trasforma in rabbia di nascosto da me, e assorbe nel suo buio le mie pretese di adolescente che si sente adulta. Torno in campo e sono distratta, ho la testa altrove, disubbidisco tutte le volte che posso. Fuori sono intrattabile, non riconosco lautorit di Galoppini e, in poche parole, divento ingestibile. Peggio di cos non potrei comportarmi, Galoppini daltra parte non riesce ad accettare che nella mia vita non ci sia solo il tennis e che magari voglia passare parte del mio tempo non in campo, ma altrove. In pratica non accetta che sia cresciuta. Durante un battibecco gli esce: Io ti mando a casa. Non mi mandi a casa tu, me ne vado io. Addio alla Federazione. E crisi nera con Florian. C sempre uno che ama di meno: in questo caso lui. Comincio ad accorgermene e sto ancora peggio. Tragedia su tutta la linea. Il tennis mi sta rovinando la vita? O me la sto rovinando io, con le mie mani, per giocare a tennis? Torno a Brindisi distrutta, a testa bassa. Sono professionista dal 25 febbraio 2000, ma non voglio pi giocare e rimango inerme sul divano per almeno un paio di settimane. Finch mia madre, esausta, decide di fare qualcosa. Chiama Barbara Rossi, coach di stanza a Milano che mi ha seguita nei tornei Under, e le spiega cosa mi sta succedendo. Barbara allena Giulia Casoni e Alberta Brianti ma decide che c posto anche per me. Portamela su. A Milano mi trovo subito bene. Facciamo una prova di dodici giorni durante la quale gioco benissimo. Barbara entusiasta, mamma anche. Rimane con me un mese, prima in una stanza del Circolo Bonacossa, poi in un appartamento nello stesso palazzo di Barbara. Quando riparte per Brindisi sono ufficialmente adulta: niente compagne di stanza, nessuno con cui mangiare la sera, nessuno che mi aspetta. Nessuno che pulisca, si occupi della spesa, rifaccia i letti. Sola con la mia mania dellordine, una dieta da non poter sgarrare pi di tanto e ore di allenamento faccia a faccia con Barbara. Comincio a crescere sul serio. Accolgo nella mia vita la solitudine, ma ancora presto per approfondire la nostra conoscenza: sono troppo impegnata ad autogestirmi. Il Centro federale era un contesto protetto, ovattato, me ne rendo conto solo ora: non dovevo occuparmi di niente, funzionava come una foresteria nella quale, tecnicamente, gli sportivi non hanno obblighi specifici. In casa da sola gli obblighi ce li hai per forza, se non altro quelli legati alla minima sopravvivenza. Devo maturare in fretta e imparare ad arrangiarmi nella vita quotidiana, nellorganizzazione dei viaggi, nella gestione delle mie ansie. Sono lunica responsabile di me stessa. Ho voluto a tutti i costi essere grande e finalmente lo sono. Mamma mi ha accompagnata fino l, poi come se mi avesse mollato su una bicicletta senza le rotelline: queste sono le regole, le conosci, adesso vai. Il sostegno lo cerco dentro di me, perch da fuori non me ne arriva. Amo Florian come si amano i primi amori, con inconsapevolezza e incoscienza. Non ho paura della distanza, non mi sono nemmeno posta il problema. Non sono una che ha bisogno del bacio della buonanotte, di

una routine consolidata per sentirsi al sicuro. So che esce con altre ragazze, ma faccio finta di niente perch sono convinta di essere una costante nella sua vita, quella che alla fine sbaraglier le avversarie e vivr per sempre felice e contenta. Cerco di tenere insieme questa relazione sbilanciata tra Milano e Firenze praticamente da sola. Lui non telefona, non manda messaggi, non si sposta per venire a trovarmi, non mi racconta di s n vuole sapere. Quando lo cerco, mi sembra di disturbarlo. E s che dovrebbe essere il mio fidanzato... Insisto pi volte perch venga ad allenarsi a Milano. Al Bonacossa, Barbara Rossi allena me, mentre Maurizio Riva i ragazzi: Stefano Tarallo e Marcelo Charpentier. Per Florian sarebbe una situazione perfetta. Niente, non si muove di un millimetro. Dopo una bella serie di urla, strepiti, capricci e scenate mi stanco e scelgo di tenermelo cos com. Lasciarlo sarebbe impossibile: il mio amore, non posso rinunciare. Ho bisogno dellidea di lui, di un uomo vicino, per sentirmi a posto. Ho rinunciato al Centro federale perch non volevo vivere di solo tennis. Lasciare Florian sarebbe come capitare sulla casella sbagliata nel Gioco delloca e dover tornare al via.

3 Nel 2001 continuo a partecipare a tornei da 50-75.000 dollari. Lanno prima ho tentato le qualificazioni per vari tornei , ma non le ho superate. Gioco un paio di tornei in gennaio, non mi sento granch bene ma penso di scontare due settimane di vacanza a Brindisi. Mi sono allenata meno e non sono stata attenta alla dieta. Tant che di domenica siamo andati, come vuole la tradizione familiare, a mangiare il pesce al ristorante e appena ho visto i frutti di mare e le crudites sono impazzita. Insieme a mio padre ho divorato unintera scodella di schiuma di mare, bianchetti crudi, quei pesciolini che nel resto dItalia si mangiano fritti. Parto comunque per Dubai e gioco le qualificazioni di un torneo da 75.000 dollari. Sono con Marco Danelli: allenamento al mattino, spiaggia di pomeriggio. Un giorno mi addormento al sole e mi risveglio cotta, tremando di freddo. Sono cresciuta sul mare, dovrei saperlo che dormire al sole va evitato... Mi fustigo, vado a letto con i brividi e la mia insolazione. Il mattino dopo gioco la prima partita e la vinco. Nel pomeriggio spedisco Marco in spiaggia da solo e rimango in hotel. Vengo aggredita da un gelo mai visto, cos mi metto sotto le coperte tutta vestita, con anche i calzini. Il giorno dopo sto meglio, torno in campo e vinco di nuovo. Dato che ho giocato con una tuta nera sotto un sole che spacca le pietre e a stento ho sudato, vado dal medico. Che mi misura la febbre: ho 37,5 e lipotesi che entrambi accreditiamo che mi sia surriscaldata a causa dello sforzo in partita. Torno in hotel e crollo: il freddo non se ne va, in compenso mi viene male ovunque, alle ossa, alla testa, alla pancia... Marco torna dalla spiaggia e mi trova in tuta tremante sotto un covone di coperte, lenzuola, asciugamani, vestiti, tappetini del bagno... Mi prova la febbre: 40,5. Sbianca: gi magro, sembra un fantasma. Chiama aiuto e nel giro di poco la camera completamente occupata da una delegazione dell , giudici di gara, medici, allenatori, preparatori fisici e fisioterapisti. Nessuno capisce che cosho, e nel dubbio nessuno fa niente. Il mattino dopo mi sento un po meglio e testona come sono vado in campo contro ogni raccomandazione. Dopo quattro game ho crampi ovunque, non riesco nemmeno a stare in piedi. Mi portano negli spogliatoi a braccia. Comincio a preoccuparmi perch non ho mai sofferto di crampi, forse li ho avuti una o due volte. Arrivo in hotel congelata come il giorno prima. Marco prende in mano la situazione e stabilisce che dobbiamo tornare a casa. Prenota due biglietti e affronta con me un viaggio straziante: il volo alle due e mezzo di mattina, ogni tre minuti devo correre in bagno per vomitare. Sono abituata a viaggiare, anche da sola, non ho paura di perdermi n di arrivare tardi, prendo bonariamente in giro chi non ha consuetudine con gli aeroporti e si presenta al check in con quattro ore di anticipo, ma questa situazione non la so gestire. Non mi mai capitato niente di simile. Una volta al sicuro, nel mio appartamento di Milano, chiamo Barbara Rossi, che invia un medico a visitarmi. Diagnosi: influenza. Se non mi fosse passata nel giro di qualche giorno con i medicinali prescritti, sarei dovuta andare in ospedale a fare dei controlli, perch potrebbe aver contratto qualcosa a Dubai. Benissimo. Mia cugina Fiorella, impavida, ignora ogni pericolo di contagio e decide di prendersi cura di me. Viviamo insieme da un paio di mesi: si trasferita a Milano per frequentare luniversit e la sera lavora in un bar, per essere indipendente. Sono felice: non amo la solitudine. una sorella: siamo cresciute, io ho lasciato Brindisi presto, ma siamo ancora vicine. Conta molto per me. Milano insieme a lei diventa un posto, non il in fondo allindirizzo del Bonacossa: sa dove andare, cosa fare, cosa vedere. Io vivo nei campi del Circolo, lei vive la citt. La amo perch mi riporta nel mondo. La sua vita completamente diversa, con problemi altri, aspettative e sogni che non conosco mi interessa. Lei mi interessa. Per qualche giorno mette da parte i libri e mi sta vicino. Di mattina sto meglio, cos facciamo lunghe colazioni e mi tuffo nel suo mondo. Ridiamo quando ci torna in mente che, da bambina, Fiorella era come Willy Coyote: tragicamente goffa e tenace. Un Natale, era tardi, pensavamo di aver sentito Babbo Natale arrivare. La mia camera al terzo piano: siamo scese di corsa gi per le scale, Fiorella inciampata ed planata sul pianerottolo come un proiettile gigantesco. Io ero muta per il terrore, poi lei si messa rapidamente in piedi, sistemandosi la camicia da notte, affrettandosi a specificare: Non ho niente, sono perfetta! e ha ripreso come niente fosse, tirandosi dietro anche me. Anchio con la goffaggine ho avuto qualche scontro doloroso, a onor del vero, come quando mi sono spiattellata contro un palo della seggiovia che mi era sfuggito mentre tentavo di roteare splendidamente sciolta sugli sci, recuperando al contempo una racchetta che mi era caduta. Troppe cose in una volta... I pomeriggi sono noiosissimi, mi aggravo, tornano il freddo, la stanchezza, il male ovunque. Continuiamo a essere convinte che si tratti di uninfluenza: per quanto brutta, passer. Una notte mi sveglio alle tre con dei brividi incontrollabili. Fiorella costruisce un nido di coperte, asciugamani, lenzuola, cuscini dei divani, accappatoi, cappotti... Mi copre con tutto quello che trova in casa, poi chiama lospedale e spiega la situazione alla guardia medica. Le dicono di darmi un antibiotico e di bagnarmi i polsi e la fronte con lacqua gelida. Nellincoscienza immagazzino limmagine di mia cugina con una bacinella in braccio che mi infila le mani gelate nellacqua gelata. La mattina sono perfetta. La febbre non c pi. Sono stanchissima, Fiorella a pezzi. Mia madre insiste per venire a Milano, io insisto perch rimanga dov, cosa vuoi che sia uninfluenza? Alle quattro del pomeriggio Fiorella e Stefano Tarallo si danno il cambio. Lui fa un po di cabaret, qualche battuta per sdrammatizzare, apre tutte le finestre per far uscire i germi e alle sei e mezzo se ne va. A quel punto mi sento stanca di colpo, imprigionata sotto una coperta di stanchezza. Mi dico: Con la notte che ho passato... Ora vado a letto, dormo, domani mi sveglio e ricomincio la mia vita. Come mi sdraio, mi si blocca il respiro. Annaspo, mi sembra di affogare. Cerco di alzarmi ma non ci riesco, guardo intorno e tutto lontano: il telefono lontano, il cellulare lontano, la porta lontanissima. Laria entra nei polmoni fischiando e non mi sazia. La vista mi si offusca e penso: fatta. Cado gi dal letto e la botta mi rianima. Non sono ancora morta. Striscio fino al telefono e compongo il numero di Peppino, il padre di Barbara Rossi, il mio vicino di casa. Non so come, mi riconosce dalla flebile voce che esce tra un rantolo e laltro. Corre da me. Striscio fino alla porta per aprirgli. Mi dice che sta arrivando lambulanza, si china e mi prende la testa fra le braccia. Svengo ascoltando la sua voce e il suo cuore che batte. Dopo meno di dieci minuti i barellieri mi mettono una maschera dossigeno, mi caricano in sedia a rotelle e poi in ambulanza. In ospedale la febbre cala dopo uniniezione e ricomincio a respirare regolarmente. Sono ancora terrorizzata quando vedo arrivare mia madre. Come diavolo ha fatto? Brindisi-Milano in dieci minuti? Mi spiega che partita quella mattina nonostante le avessi detto di non venire. Una volta a Milano ha telefonato a casa, siccome non ho risposto ha chiamato Barbara, che ha provato a minimizzare la situazione con scarsi risultati e lha accompagnata in ospedale. Passa mezzora e vedo arrivare Fiorella: cianotica, con ancora il grembiule del bar indosso, mi si getta al collo chiedendomi di scusarla, ripetendo che colpa sua, che se fosse rimasta a casa tutto questo non sarebbe successo. Scemenze. Piuttosto, io comincio a pensare con una certa inquietudine che potrei averle attaccato la malattia ancora ignota che ho, quindi la stacco da me e provo a tranquillizzarla da lontano,
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continuando a pentirmi di essere stata cos deficiente da averla lasciata bere dalla mia bottiglia al grido di: Voglio anchio questo virus, non vedi come sei dimagrita?. Mentre le donne della mia famiglia si agitano, si spalancano per me le porte del reparto Malattie infettive, sotto-reparto isolamento per malati di malattie ignote, sotto-sotto-reparto camera singola con vista fuori attraverso un vetro. Nel disastro, mi sforzo di vedere i vantaggi: no discussioni per la televisione, bagno tutto mio, la mamma tutta la giornata insieme a me. Lei e Fiorella sono le uniche a poter entrare coperte da un camice, tutti gli altri visitatori possono solo farmi ciao da dietro il vetro. Crollo in uno stato di dormiveglia che non mi abbandona pi per i giorni successivi. Non riesco a dormire n a rimanere cosciente, la febbre si assesta sui 40 e non cala. Dopo una settimana arriva la diagnosi: tifo. Da cosa lho preso? Dalla schiuma di mare? Da qualcosa che ho mangiato a Dubai? Non ne ho idea. Ma ce lho. Se non altro curabile. Rimango in isolamento ventuno giorni, con mia madre accanto. Il ventunesimo giorno firmo per uscire. Non sono pi infettiva. I medici vorrebbero tenermi ancora in osservazione, fare qualche analisi per verificare se sono del tutto ristabilita, ma non ne posso pi. Ho bisogno di una parvenza di normalit, della mia casa, del mio letto. Sono dimagrita undici chili, uno scheletro. Per i successivi tre mesi non posso fare sforzi, nemmeno minimi: rischio che le ulcere interne, che si stanno cicatrizzando, sanguinino e scatenino emorragie. E in ogni caso mi sento ancora cos stanca che lipotetico sforzo non riuscirei a compierlo nemmeno volendo: ho laffanno anche nel fare una rampa di scale! Mamma decide che si torna a casa, a Brindisi. Rimango ferma cinque mesi a meditare sulla mia carriera. Come tennista sono finita? O ho ancora delle possibilit? Salir mai in classifica o sono destinata a giocare solo tornei da 75.000 dollari? come se scoprissi che il tennis il mio sogno e la mia passione in quel momento. Fino ad allora non ho dato il cento per cento: una cosa che faccio bene, la cosa che faccio meglio, e questo tutto. Mi sono lasciata portare dagli eventi, non li ho determinati. Non sono mai stata spinta dai miei genitori, non mi sono allenata tutti i giorni per ore e non ho rinunciato a niente per il tennis. Sono sempre stata una ragazza come le altre: andavo a scuola, il sabato sera uscivo con gli amici, i miei mi aspettavano al bar a mezzanotte per portarmi a casa. S, di pomeriggio andavo al Circolo, la domenica a Bari dal maestro DellEdera, ma non vivevo una vita speciale. I miei genitori non pensavano concretamente a fare di me una campionessa. Sono arrivata a questo punto quasi per caso: ho vinto il torneo di Cagliari e quello di Grado, ma non stavo seguendo un percorso stabilito. Semmai inseguivo il sogno generico di giocare un Grande Slam, ma non mi ero posta il problema di come arrivarci. Decido che se voglio continuare a giocare deve funzionare diversamente. Decido che io devo funzionare diversamente. Mi pongo degli obiettivi: ho diciannove anni, non voglio continuare ancora a lungo con i tornei . Non perch non vada bene: molte giocatrici lo fanno, anche fino a trentanni. Semplicemente, non quello che voglio per me. Io credo che ciascuno di noi abbia una dote: non sfruttarla un delitto, di qualsiasi dote si tratti. La passione unaltra cosa. Non penso che valga la pena di soffrire e lottare per una passione quando le vere doti di cui si dispone sono altre. Se a ventun anni non avr fatto un salto di qualit vero, se sar ancora a quel livello smetter di giocare da professionista. Far altro. Senza drammi. Ci sar spazio e tempo per scoprire in cosa davvero sono portata: universit? Insegnamento? Chiss. Prima, per, devo mettercela tutta e provare a farlo, quel salto di qualit. Dando il cento per cento. Mi do un anno di tempo per fare tutto quello che necessario per provare a migliorarmi.
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Mettere ordine nella mia vita privata una delle cose da fare. Florian doveva giocare mentre ero in ospedale, doveva allenarsi mentre ero a Brindisi, deve partire mentre io organizzo il mio ritorno a Milano. Florian non ne vuole sapere. Leonardo invece ne vuole sapere eccome. Scopro che ci sono uomini attenti, premurosi, presenti. Che telefonano, mandano messaggi, fanno la corte. Parto da Brindisi in direzione Milano per rimettermi in moto. Florian sa che sono in treno da sola e che sono preoccupata: sono mesi che non gioco e ho il terrore di aver perso tutto quello che ho costruito in termini di tecnica e di agilit fino a quel momento. Normalmente passerei il viaggio a far montare la rabbia: Potrebbe almeno chiamare... e, immancabilmente, finirei per cercarlo io. In fondo, sono io quella che ha bisogno... In fondo sono una donna moderna... In fondo siamo nel 2000: una ragazza pu ben telefonare se vuole, no? Questo viaggio, per, diverso. Non ho tempo di arrabbiarmi e di darmi della stupida per aver mandato le solite montagne di a Florian, perch Leonardo mi chiama: mi chiede come sto, si preoccupa che sia da sola per cos tante ore, scomoda, fragile dopo la malattia. Pensa che potrei essere ansiosa, avere paura di tornare, di ricominciare. Sa cosa sto passando perch un tennista anche lui. Come per magia mi sento capita, non data per scontata. Un altro mondo possibile, per mia fortuna, ma lascio tutto congelato fino ai campionati assoluti, che nel 2001 si tengono a Reggio Emilia. Il torneo maschile e femminile: vedr Florian, lo guarder negli occhi e decider cosa fare. Pessima decisione. Al primo turno gioco con Cristina Campese, una giovane ligure, e passo senza problemi ai quarti di finale. Devo affrontare Gloria Pizzichini, sette anni di vita e di esperienza pi di me. Gloria piccolina e mobile, grazie al suo notevole senso tattico stata tra le prime cinquanta al mondo. La sua carriera in declino a causa di una serie di infortuni quasi impressionante, ma lei una che cade e si rialza, e ha tutto il mio rispetto. unavversaria che temo, Florian lo sa e devessere per il suo mirabile senso delle situazioni che la sera prima decide di dirmi la cosa pi brutta che si possa dire a chi ti ama: Flavia, io ti voglio bene come a una sorella. Bam! Una porta in faccia. So che non sar come le altre duecento volte che mi ha lasciato ed tornato implorandomi di riprenderlo dopo un paio di settimane. Ti voglio bene come a una sorella ha unaria vagamente definitiva. E non un qualcosa che posso accettare, rielaborare, far sparire. Se le altre volte che mi aveva lasciato ho pianto e mi sono disperata, questa gli chiedo: Sei sicuro?. Lui, stupito di avere di fronte una persona cos calma: S...?. Va bene, ma sappi che questa volta se torni non ci sono. Perch mi stai dicendo cos? Perch dopo questa frase non puoi dirmi tra dieci giorni che mi ami e sono la donna della tua vita, non esiste. chiaro? Per te va bene? mi domanda. S, per me va bene. Rimane di sasso per la totale assenza di quelle reazioni che ho sempre avuto grida, lacrime, strepiti... Per la verit sono stupita anchio di me stessa, e fiera per come ho gestito la situazione. Mi stava maltrattando, e io mi sono protetta. Il giorno dopo vinco il primo set sullonda dellautostima, ma il successivo sono costretta a remare come una dannata. Secondo il mio fisico sarebbe ora che il 2001 finisse. Al terzo set sono esausta, sento piombarmi addosso tutta la stanchezza della malattia, della ripresa faticosissima,
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del fallimento con Florian. La Pizzichini si guadagna la semifinale vincendo il terzo set 6-1. Le stringo la mano pensando che voglio essere capace di cadere e rialzarmi come lei. Chiudo lanno al numero 289 del ranking. tempo di organizzare il cambiamento. Ho bisogno di un preparatore atletico privato. Se voglio crescere non posso allenarmi in gruppo, come ho sempre fatto. Il mio uomo Claudio Botton: viene dallatletica, ha fatto parte della Nazionale salti. Lavoro con lui per quattro, intensissimi mesi e la mia vita milanese si trasforma in qualcosa di folle. Non vedo nessuno, non conosco nessuno, non mi concedo mezza distrazione: da un inverno cos o esce una ragazzina frustrata nelle sue pi cinematografiche aspirazioni di gloria o unatleta pazzesca. La mattina mi alzo, prendo il tram, il 19, vado al Duomo, cambio e salgo in metropolitana, scendo a San Donato. Alle nove ho gi fatto unora di strada. Mi alleno per tutta la mattina con Botton, che mi strema, mi definisce e mi aiuta a diventare pi flessibile e veloce. Poi riprendo la metropolitana, il tram e sbarco al Bonacossa, cio dallaltra parte di Milano, per allenarmi in campo. La sera, a casa, finalmente crollo. Comincio anche la dieta a zona sotto controllo medico, perch a causa del tifo ho vitamine e ferro bassi. Nel gennaio 2002 provo a partecipare agli Australian Open, ma fallisco la qualificazione. Comincio a frequentare pi seriamente Leonardo, che mi aspetta a braccia aperte dopo la rottura con Florian. Insieme stiamo bene, simpatico, ridiamo moltissimo. Ma geloso, per sentirsi sicuro ha bisogno di avere sotto controllo coordinate fondamentali come dove sono, con chi, cosa sto facendo. Io non sono capace di dargliele, lui impazzisce, mi sento amata e oppressa allo stesso tempo. Sono distratta perch comincio a giocare alla grande. Vado a Ortisei, e vinco. Gioco una finale al cardiopalmo contro la tedesca Angelika Bachmann, posizionata decisamente meglio di me in classifica. Il primo set lottatissimo, il secondo cedo il passo, nel terzo ritrovo la concentrazione e la stendo con una serie di lungolinea. Da Ortisei a Roma, dal sintetico alla terra rossa. Vinco. In finale mantengo la calma e massacro Alexandra Kravets 6-4, 6-0. A quel punto parto per lAsia con mia madre. Stiamo via un mese. Ci nutriamo solo da Pizza Hut perch nessuna delle due pu soffrire lodore di aglio e di fritto e dormiamo in camere talmente piccole che se una vuole spostarsi, laltra deve rannicchiarsi per farla passare. Mio padre, duro maschio pugliese, telefona tutte le sere alla dolce Conchita, superando addirittura lostacolo di parlare in inglese con la reception. Se rispondo io mi chiede: Di alla mamma che mi manca tanto!. Diglielo tu, scusa! Te la passo... No, diglielo tu. Dille che vado al Circolo a cena da solo e la gente si pensa che la mamma mha lasciato! Fantastico. Capisco che devo sbrigarmi, altrimenti mio padre potrebbe morire di nostalgia. Gioco quattro tornei, tutti tra i 50.000 e i 100.000 dollari, tre sul veloce, uno sullerba sintetica: due volte arrivo in finale, due in semifinale. Al mio ritorno in Europa il mio ranking notevolmente migliorato, ma non voglio cantare vittoria. Rinuncio al Roland Garros e partecipo al torneo di Fano. In finale incontro Mara Santangelo. Il match attesissimo, due italiane in finale, una rarit. Gli spettatori rumoreggiano, mi agito e Mara mi inchioda nel primo set a tre game. Nel secondo, per, non c serve and volley che tenga: vinco 6-4. A quel punto io sono gasata e Mara nervosa: la lascio a bocca asciutta e porto a casa la partita e il torneo. Due settimane dopo sono di nuovo in finale, questa volta a Biella. Di fronte a me c Sandra Kleinova, una tennista che ha quattro anni e una carrettata di esperienza pi di me, ed stata qualche decina di posizioni pi in alto di me nel ranking . Non c sport, per, nel quale i pronostici contino meno che nel tennis: unintera partita pu capovolgersi in un secondo e per mille ragioni. E infatti spedisco a casa la Kleinova, 6-3, 6-2. La ringrazio per la partita, stringo la mano sua e quella dellarbitro, e mi viene da piangere e da ridere: chiudo lanno novantacinquesima, tra le prime cento al mondo! Ci avrei scommesso? Forse no. Ma il tennis mi ha stupito. Io mi sono stupita. Ce lho fatta, mi sono guadagnata un altro anno da giocatrice professionista. Sono dove volevo essere, sto facendo quello che mi piace, e ho scoperto che, se mi ci metto, posso riuscire bene.
WTA

Alla fine del 2002 mi sento una vincente. Ho persino di fianco a me luomo che amo. Lamore mi ha preso in contropiede. Florian ha scoperto la storia con Leonardo ed tornato allattacco: Non posso pensarti con unaltra persona. Un bambino, lo so, ma mi fa sentire desiderata. Dopo anni passati a inseguirlo in tutti i modi, finalmente lui a volere me. E io sto con un altro. Ci sto per poco, per. Leonardo meraviglioso ma non posso dargli quello di cui ha bisogno, cio presenza, costanza, telefonate abituali: sicurezza, in una parola. Lui ci soffre, si sente trascurato e non amato, io mi accorgo che ha ragione: non lo amo. Non perch non gli telefono tutte le sere prima di dormire, per: perch quando sono via non farei pazzie per vederlo anche solo qualche ora. Ci lasciamo e mi abbandono perfidamente al corteggiamento di Florian. Che pi perfido di me: mi conosce da quando ho sedici anni, sa cosa dire, quali tasti toccare, quando chiamare e quando, invece, ho bisogno di stare sola. Mi fa capire in ogni modo che vuole me e soltanto me. Voglio vedere leffetto che fa. Ed bello. Bellissimo. Viene a vivere e ad allenarsi a Milano. Si insedia nel mio appartamento e ci trasformiamo nella coppia ideale, quella che si muove allunisono. Nessuno pretende nulla dallaltro e nessuno pensa solo a se stesso. Non discutiamo, ci confrontiamo. Fiorella ci osserva con gli occhi grandi che si allargano per lo stupore.

4 Comincio lanno gasatissima. Ad Auckland, in Nuova Zelanda, vengo scelta come testa di serie, ai primi di gennaio volo in Australia incontro al mio sogno: gli Open. A Canberra supero Maja Matevi e Clarisa Fernndez, e mi tocca il derby con la Schiavo. Farei sinceramente a meno di giocare con una che mi conosce perfettamente, che sa quali sono i miei punti deboli e come fare per battermi, ma non posso evitarlo. Scendere in campo contro le amiche: rischio del mestiere. Richiede una certa dose di antagonismo e di autocoscienza sportiva: dallaltra parte della rete non c Francesca, o Roberta, o Maria Elena, c lavversaria. E lavversaria va, se possibile, sconfitta. Punto. Ho scoperto negli anni che la parola incontro per definire una partita un eufemismo. Incontro sottintende una comunicazione amichevole di base, uno scambio, una parola molto sportiva, molto corretta, molto english. In realt contro le amiche dobbiamo imparare a giocare una partita: una vince, una perde e brucia maledettamente, per ci vogliamo ancora bene. Per fortuna la Schiavo come me: maschiaccio al punto giusto perch limpresa di randellarci in campo per poi andare a cena insieme la sera sia fattibile. Francesca non unavversaria semplice: audace, decisa, si sposta senza difficolt da rete a fondo campo e ritorno, ha un diritto vincente e, quando stanca e provata, non crolla ma libera listinto creativo. Scendo in campo determinata a sfoderare tutta la mia precisione e un solido gioco dattacco. Poi trovo la Schiavo. Che angola le prime di servizio con un certo qual compiacimento: non le interessa il rischio perch troppa la goduria quando vede la pallina rimbalzare sulla met esterna della riga dellarea di battuta e sente ace! Merda. Glielo lascio fare due o tre volte, tempo di trovare una strategia efficace. La strategia : addio solido gioco dattacco, benvenuta difesa. Comincio a correre. Angolo destro, sinistro, fondo campo, sotto rete: sono ovunque e prendo tutto, sbagliando un po troppo spesso se la Schiavo riesce a portare a casa il primo set per 6-3. Nel secondo approfitto spudoratamente del bioritmo della mia avversaria: parte forte, poi rallenta e per tornare in partita le ci vuole un po. Diventa fallosa, cos la favorisco con colpi esplosivi, veloci e potenti. La faccio correre, la chiamo a rete, la sorprendo con qualche geometria che solitamente non gioco. Voglio che veda che sono cresciuta, voglio che la nostra sia una partita vera. Tutta questa convinzione mi vale un secondo set lottato, faticoso e impegnativo. Il terzo decisivo. Diventa chiaro, lampante, che vogliamo entrambe la stessa cosa. Sembra scontato, ma finch si rimane concentrati sul gioco, sul singolo game, sui punti, il senso generale della partita si perde. Quella partita vale un turno, la possibilit di avanzare nel torneo. O io o lei. Cerco il ritmo giusto per metterla in difficolt, ma sono in ritardo. La Schiavo mi batte sul tempo e cambia ritmo: siamo al terzo game quando mi strappa il servizio. Mi infastidisco e a mia volta le rubo il suo. Sono in vantaggio. La Schiavo arrabbiata: una grande tennista. Gioca colpi incredibili e mi lascia letteralmente a secco, ferma al mio misero 2 mentre lei avanza implacabile verso il 6. Suo il set, sua la partita. Tra il caldo, la stanchezza e la rabbia in spogliatoio mi sento svenire. Mi accascio su una delle panchine e faccio chiamare un fisioterapista. Sono dolorante dalla testa ai piedi, mi pare che il braccio sia altro da me e mi aspetto che da un momento allaltro si sviti dal resto del corpo per andarsene in giro per conto suo. Non mi spiego perch la sconfitta debba fare cos male. Ho vinto due partite importanti prima di quella con la Schiavo: come mai gli effetti si sono gi esauriti? Tutto dimenticato nel giro di poche ore? Ebbene s. La Schiavo arriva con il suo carico di applausi e soddisfazioni ma stravolta almeno quanto me. Mentre si accascia l vicino mi sorride e mi dice: Cominci a capirne, di tennis. Se me lavesse detto Steffi Graf mi sarei esaltata di meno. Dai, in effetti sei arrivata ai quarti... penso. I miei primi quarti di un torneo del World Tour, non certo roba per signorine. Ho anchio un buon motivo per festeggiare, cos rilancio: Dove andiamo a cena stasera?. La settimana dopo sono agli Australian Open. Gioco contro Silvia Farina e ho poche speranze: Silvia ha dieci anni pi di me ma fisicamente molto preparata. una delle migliori giocatrici italiane di tutti i tempi. Mi sembra di dover sostenere un esame e gli esami mi agitano: non tengo una palla in campo nemmeno durante il riscaldamento, figuriamoci in partita. Silvia estrae dal cilindro qualcuno dei suoi eleganti rovesci e si guadagna la possibilit di proseguire la corsa. Esco dal campo furiosa: so di non essermi fatta valere abbastanza. Avrei dovuto essere pi esplosiva, invece sono stata remissiva, sono stata al suo gioco. Arrabbiatissima, mi infilo in camera e ci rimango: non voglio parlare di tennis, non voglio vedere giocatori di tennis, allenatori, preparatori fisici, nessuno. Rimango arrabbiata un paio di giorni, il tempo di realizzare che ho una possibilit di riscatto. Volo in India, a Hyderabad. Il Circolo il tempio del colonialismo inglese: allinterno indiani magrissimi gironzolano in calzoncini stirati con la piega e polo bordate dazzurro, anchesse perfettamente stirate nonostante i 40 gradi; fuori il caos dellIndia che assomiglia a se stessa, con il suo trionfo di odori e colori. Peccato che io li veda solo dal finestrino di una macchina. Al primo turno incontro Martina Such, che penso di conoscere e poter battere senza problemi, infatti mi sorprende con un gioco dattacco implacabile per tutto il primo set. Sto perdendo miseramente quando realizzo che c qualcosa che non va. Mi ritiro in una bolla a fondo campo e cerco di capire che cosho. Ho che non me laspettavo. Pazienza. Forza Flavia, forza Flavia, forza Flavia. Non c sport pi solitario del tennis. Il fondo campo lontano dal resto del mondo come un pianeta inesplorato. Parli e nessuno ti sente, sei talmente concentrato su te stesso e le tue sensazioni, fisiche e mentali, che lavversario nemmeno lo vedi. con te stesso che lotti, nel novanta per cento dei casi. Non c nessuno a dirmelo, quindi me lo ripeto da sola: Forza Flavia, forza Flavia, forza Flavia. Nel secondo set cerco di assumere il controllo e di dettare le condizioni: scatto qualche volta di troppo, ma questa volta stupisco io la Such e arraffo game dopo game dopo game: chiudo 6-3 e sono pronta per il terzo. Siamo in parit, ma quello che la mia avversaria non sa quanto io voglia vincere. Anche lei certamente vuole vincere, giochiamo per questo. Io, per, ho bisogno di dimostrare a me stessa che posso migliorare. Torno nella mia bolla e mi concentro sulla palla, cercando di minimizzare i miei difetti, che comincio a conoscere bene: un servizio su cui lavorare, una muscolatura che ha ancora bisogno di essere potenziata, unesplosivit che devo imparare a dominare. Vinco il terzo set 6-2 e guadagno il confronto con Cristina Torrens Valero, spagnola inquadrata e metodica, tra le prime trenta al mondo. La temo perch rispetto lesperienza. Probabilmente lei teme le nuove leve, o forse accusa qualche problema fisico, perch la liquido in poco meno di unora, vincendo la partita 6-2, 6-0. Non so ancora cosa mi sta aspettando. La scelta tra laustraliana Evie Dominikovic e Mary Pierce. Dovessi decidere io, ci metterei un secondo, peccato che decida la Pierce, battendo la Dominikovic 6-3, 6-3. Mary Pierce una di quelle giocatrici con cui un onore e al contempo una sfortuna colossale confrontarsi. talmente preparata fisicamente

che la chiamano The Body, ha vinto contro tutte le pi grandi, da Jennifer Capriati a Monica Seles, da Steffi Graf a Lindsay Davenport, ha portato a casa due Slam, un Australian Open e un Roland Garros. Per di pi, una delle giocatrici che imploravo per poter palleggiare al Circolo. Batterla unimpresa. Non provarci un insulto. Scendo in campo con tutta la concentrazione di cui sono capace. La Pierce possente. Non tanto pi alta di me, ma cos muscolosa che sembra Braccio di Ferro e lo rimarca a ogni colpo. Cerco di sembrare aggressiva, o quanto meno di tener ferme le ginocchia, che avrebbero il desiderio folle di tremare e, possibilmente, uscire dal campo con me al seguito. Il risultato un gioco piuttosto fisso, da fondo campo: pi potente possibile, pi lungo possibile, pi sul rovescio possibile. Man mano che i game si accumulano nel tabellone, realizzo limpensabile: io e la Pierce ci equivaliamo, stiamo procedendo in parit. Mi esalto. Devo strapparle un break. Mi ci vuole uno sforzo titanico per mantenere la concentrazione nonostante il caldo si divori i pensieri, le tattiche, le geometrie. La Pierce non deve stare molto meglio, perch la treccia smette di ondeggiare e per un minuto smarrisce il comando del gioco. la mia occasione: mi getto a corpo morto in quello spiraglio e scaglio dallaltra parte della rete un paio di terribili rovesci che cadono dove devono cadere. Non si sa mai, con queste cose gialle e pelose. Ora conduco io. Merda: conduco io! Mi sento un gigante. Altro che Braccio di Ferro! Allibita almeno quanto la Pierce, perforo il suo gioco fino a trascinarla al tie-break. E lo vinco. Torno in panchina senza fiato. Mi domando se ho le allucinazioni o se tutto vero. Mi stroppiccio gli occhi e guardo il tabellone. Ok, vero. I tifosi applaudono stancamente, anche loro distrutti dalla temperatura. Allinizio del secondo set ho gi il fiatone. La Pierce prova a sfondare il mio campo con qualcuna delle sue delicate battute, io gliele restituisco una per una con tutta la forza che ho in corpo, aggiungendo una direzione precisa: quella che voglio io. La palla obbedisce e piomba velocissima nellaltra met campo, nel punto esatto che ho scelto. A forza di punti mi trovo a servire per il match. talmente surreale che fisso larbitro per un minuto buono prima di decidermi a far volare quella pallina per aria. Non sono certa di colpirla con la racchetta, forse la spedisco di l con lurlo che mi esce dalla gola, consumando le ultime energie che ho a disposizione. Game, set, match. Miss Flavia Pennetta passa il turno e si guadagna la semifinale. Tamarine Tanasugarn trentunesima, testa di serie numero 2 del torneo. Arriva a questo incontro dopo aver sgominato, nella sua parte di tabellone, una discreta rappresentanza di giocatrici dellEuropa dellEst: Yulian Beygelzimer, Tatiana Poutchek, Maria Kirilenko. Spero che accusi la stanchezza e la aggredisco, nel giro di pochi game urliamo e sbuffiamo e imprechiamo, io in italiano, lei in thailandese. da subito testa a testa, ciascuna cerca unapertura per fare il break allaltra, scorgo la possibilit di compiere un secondo miracolo: far fuori una che staziona una cinquantina di posizioni sopra di me in classifica, ma non ce la faccio. come se non finalizzassi. O semplicemente la Tanasugarn pi forte. Perdo la mia primissima semifinale importante, ma con onore: 5-7, 4-6. Non c spazio per il rimpianto: ho dato tutto quello che potevo e lo sforzo mi vale due posizioni nel ranking.Scelgo di tentare le qualificazioni a Memphis, nella seconda met di febbraio, saltando un paio di tornei che sarebbero sulla rotta aerea, e guadagno tre giorni da passare a Milano con Florian. Sto cominciando a viaggiare con una certa frequenza, lui tiene un ritmo alto e le occasioni per vederci sono sempre meno. Florian ormai fa parte di me. A mio padre continua a non piacere tende a diffidare di quelli con i capelli lunghi che si sono comportati male con me anche solo mezza volta mentre a me piace sempre di pi. Ritorno nella nostra routine come in un nido caldo: dopo tanto viaggiare da sola sono di nuovo io. Mi riconosco nella nostra vita insieme, nei nostri ritmi e nei nostri sforzi per minimizzare la distanza e le frequenti separazioni. Il fatto che anche Florian sia un tennista aiuta: sa quali sono le regole del nostro mondo, fa il tifo per me e non si aspetta che io rinunci ad alcunch per lui. Non insicuro, non ha paura del fatto che conosca tante persone, non ha bisogno che lo chiami tutte le sere alla stessa ora, che gli faccia sapere in ogni momento dove sono, cosa sto facendo e con chi. Impazzirei. il solito Florian, che tende a farsi gli affari suoi con quel distacco da figo imprendibile. Solo che mi ama, e me lo fa capire in mille occasioni. Parto per Bogot pensando alla fine di marzo: sar di nuovo a casa. Tra me e la Colombia subito amore. Scappare dal gelo milanese in febbraio impagabile e il Centro de Alto Rendimiento Deportivo non vede lora di accogliere me e circa altre tremila persone in occasione della Copa Colsanitas. Mi sento bene: energica, tonica, in forma. Scivolo ai quarti senza troppa fatica, battendo due giocatrici parecchio pi in basso di me nel ranking. Mi piace la terra rossa, mi piacciono i suoi rumori, quando ci si striscia sopra per arrivare quel tanto pi in l da prendere un colpo lontanissimo, quando la palla rimbalza e il suono viene come assorbito dal campo. Mi piace il fatto che sporchi i calzini e le scarpe, che lasci il suo segno su di me e che io possa decorarla a mia volta con un reticolo di colpi. DallItalia cominciano seriamente a fare il tifo per me. Gianni Clerici mi chiama Piccola Penna. Spero che sar cos ancora molto, molto a lungo, ma non mai detto: potrebbe finire domani. Cos mi godo ogni singola riga, anche se tra altre duemila notizie di sport c scritto che la tennista brindisina si arresa nei quarti di finale del torneo di Bogot alla slovena Srebotnik con il punteggio di 7-5, 6-4. Ok, ho perso, ma non tutto: La Pennetta ormai entrata stabilmente tra le prime cento giocatrici al mondo. Evvai! Esisto. Da Bogot faccio rotta su Acapulco. la mia prima volta anche in Messico. I paesi di lingua spagnola sono i miei: intorno i colori che amo, cibi eccellenti, una lingua che non parlo ma che pi o meno capisco. Mi sento a mio agio. Affronto Paula Garcia e Patricia Wartusch, guadagnandomi il passaporto per i quarti di finale contro Amanda Coetzer. La sudafricana ha pi o meno una decina di anni pi di me e centinaia di partite alle spalle: professionista dal 1988, io da quanto? Laltro ieri? Sono cresciuta osservandola, ammirandone il gioco potente e preciso. Dubito seriamente di poterla battere, ma mi piacerebbe. Una volta in campo, profondo tutte le mie energie nel primo set. E lo vinco. Per 6-4. Mi sento potentissima, invincibile, una macchina da guerra. Comincio a fantasticare di poter raccontare ai miei figli che la mamma ha battuto nella stessa stagione Mary Pierce e Amanda Coetzer. Poi comincia il secondo set. E la Coetzer mi d una grande lezione: se devi giocare una partita intera, non bruciare subito tutte le tue risorse. Mi sconfigge sonoramente, lasciandomi in totale la bellezza di tre game, due nel secondo set, addirittura tre nel terzo. Sono indecisa se esserle grata per il prezioso insegnamento o se arrabbiarmi, ma propendo per la prima. Posso sempre dire ai figli che la mamma, dopo aver battuto Mary Pierce, si valorosamente battuta contro Amanda Coetzer, e insegnare loro limportanza di raccogliere le perle di saggezza che altri con pi esperienza di noi lasciano cadere. Dal Messico volo in California, poi a Miami, poi a Milano, poi a Casablanca e a Estoril. Da l in Svezia, poi in Croazia, a Berlino, a Roma, Madrid, Parigi, Birmingham, s-Hertogenbosch, Wimbledon, Sopot, Helsinki, ancora Stati Uniti, per lesattezza a New Haven, poi i mitici campi di Flushing Meadows, vicino a New York City. la volta dellIndonesia, per il torneo di Bali, cui seguono quello di Shangai e quello di Tashkent, in Uzbekistan. Tempo tre giorni a Milano e sono di nuovo in volo, questa volta verso il Lussemburgo. Chiudo lanno in Thailandia, a Pattaya. Poi, invece di gustarmi spiagge e monasteri buddisti, torno a Milano. In totale ho visitato zero paesi, scattato zero fotografie, scoperto zero usanze. I circoli tennis sono tutti uguali, il che in qualche strano modo

quasi confortante. Voglio dire: potrebbe trattarsi pi o meno sempre dello stesso posto se non fosse per il colore della pelle di chi ci lavora e per il clima. Avevo viaggiato anche gli anni scorsi, ma questo completamente diverso. professionismo vero. Costa non solo la fatica delle partite, degli allenamenti, degli spostamenti, ma anche quella di stressare il proprio corpo per adattarlo, almeno in linea di massima, a orari che cambiano in una notte. Nel giro di qualche mese divento un mostro di elasticit: dopo viaggi di ore e ore in economica, con le gambe rattrappite e un certo mal di testa da aria pressurizzata, scendo dallaereo, mi sgranchisco, vado a cena, dormo le ore che riesco e il mattino dopo sono in campo per allenarmi. Il mio corpo ce la mette tutta per ribellarsi, fa cose come non avere fame allorario giusto e farsi prendere da attacchi notturni di golosit che nemmeno la pi capricciosa delle donne incinte, non voler dormire, essere fiacco per ripicca mentre mi devo allenare. Ma non ha capito che non mi sono fatta tutto questo mazzo per farmi ricattare da lui: la disciplina questione di testa. E con la testa lo piego alle mie esigenze. In cambio guadagna alimentazione sana, tanto sport (ma tanto) e il maggior numero di ore di sonno possibile, anche se sparse in una giornata ideale di, ipotizziamo, quarantotto ore. La mia vita nascosta tra tutti questi chilometri. A Indian Wells, in California, avanzo al secondo turno dopo aver battuto una wild card, Bethanie Mattek-Sands: oltre la centocinquantesima posizione nel ranking, ma mi fa sudare il turno come una dannata. Lo stesso risultato che ottengo io contro Meghann Shaughnessy, una giocatrice che assomiglia pi che altro a un treno in corsa. A Miami compio la ragguardevole impresa di strappare, lasciandola ferma a due game, un secondo set a Lindsay Davenport, la settima al mondo. A dispetto del nome da cheer leader, Lindsay praticamente una montagna: staziona immobile a fondo campo e gestisce il gioco in modo da non muoversi e da sfondare ogni difesa dellaltra giocatrice; trovarsela di fronte e avere il dubbio che le corde della racchetta possano cedere nel rispondere a una sua palla tuttuno. fortissima, ma anche pesante e lenta. Riesco a farla correre solo nel secondo game, poi riprende la palla lei e mi massacra lasciandomi ferma a un solo game. Impacchetto lesperienza e la etichetto, come quelle contro Coetzer e Pierce, come cose da raccontare ai posteri. In aprile, nonostante due ritiri a causa di un infortunio al polso destro che mi impedisce di giocare, mi chiamano dalla Federazione: Corrado Barazzutti, coach della Nazionale, mi ha scelta per gareggiare in Fed Cup. Siamo attese il 26 e 27 aprile sui campi di Lynkoeping per sfidare la Nazionale svedese. Mi commuovo quasi: la maglia azzurra, quella stessa che non sapevo come gestire. Ok, adesso s, mi sento allaltezza. La responsabilit mi galvanizza invece di mettermi in soggezione e porto a casa tre punti: due singoli contro Hanna Nooni e Sofia Arvidsson e il doppio in coppia con Roberta Vinci, un elfo abilissimo nel gioco sotto rete e veramente una delle migliori doppiste che lItalia abbia mai dato alla luce. Siamo abituate a stare sempre sole, a pensare a noi e solo a noi. In squadra tutto diverso: c un intero gruppo di persone che cerca di fare il massimo perch tu possa giocare bene, sentirti a tuo agio... e poi non giochi solo per te, ma per la Nazionale! Sullonda dellentusiasmo tento le qualificazioni a Berlino, ma fallisco. Nel ranking sto rimontando alla grande: sono sessantatreesima quando metto piede al Roland Garros. Al primo turno supero una wild card, Amandine Dulon, e mi guadagno lincontro con Lisa Raymond, una gigantessa del tennis. Vinco dopo un secondo set che dura una mezza eternit. Arrivo al terzo turno. Un terzo turno del Roland Garros, un Grande Slam, non un terzo turno normale: c pi frenesia, pi attesa. Guardo appena oltre e vedo gli ottavi di finale. Una promessa. Se fosse presente mio padre scommetterei con lui, niente cos motivante come il desiderio nemmeno tanto recondito di fargliela. Ci scherziamo al telefono, tra un in bocca al lupo e laltro. Non saprei dire chi pi agitato tra i due. Tutta leuforia pre-partita scema alla velocit della luce durante il rapido incontro tra me e Petra Mandula, la mia avversaria ungherese. Perdo il primo set in quattro e quattrotto. Si direbbe che lo lascio andare, visto che sbatto fuori una percentuale decisamente alta delle palle che mi arrivano. Il sogno si infrange al secondo set, quando la Mandula accelera il ritmo di gioco e, a tratti, mi sorprende con unimprovvisa smorzata. Imprendibile. Sbattuta letteralmente fuori dal campo, segue unimbarazzante conferenza stampa: non so cosa dire, non ho capito cosa successo. I giornalisti mi bombardano di domande tecniche, io sinceramente vorrei solo cercare di distaccarmi da questesperienza per pensarci possibilmente mai pi. Se proprio devo, pi avanti. Scappo da Parigi e mi tuffo nel tour, facendomi avvolgere dallidea di me come professionista. Gioco tantissimo, vinco poco ma combatto, mi faccio le unghie come i gatti. il mio primo anno da giocatrice con la valigia ed una prova lunga, difficile e faticosa. A novembre posso dirmi soddisfatta: sono la numero 69, ho guadagnato pi di venti posizioni. Decido di giocare un ultimo torneo, a Pattaya, in Thailandia. Perch no? Il primo giorno mi presento in campo per gli allenamenti. Sto palleggiando quando sento il ginocchio destro cedermi, come quando mi tremano le gambe per lemozione. Per un pelo non vado lunga per terra. Mi tiro su, ignoro la faccenda e continuo lallenamento. Altra corsa, altra torsione del ginocchio: bam, altro cedimento. E un male bollente che si spande dal centro del ginocchio fino su nella coscia. Ok, ho capito. Zompetto sullaltro piede verso la panchina e mi siedo. Guardo il ginocchio: sar dieci centimetri in pi del suo gemello. Pensando ostinatamente a qualche rognosa scemenza, una qualche distorsione risolvibile a furia di massaggi, chiamo il fisioterapista e mi faccio accompagnare negli spogliatoi. Lui analizza la situazione, mi guida nelleseguire i vari movimenti del ginocchio, rotazione, distensione, piegamento e cos via. Quando mi torce il piede verso linterno urlo dal dolore: una scheggia mi si conficca allesterno del ginocchio e sale velocissima fino a conquistare tutta la coscia. Ho limpressione che la gamba ceda anche se sono sdraiata. Il terapista mi dice di rimanere dove sono e se ne esce con la dichiarata intenzione di convocare un piccolo conciliabolo di medici. Sono abituata a venire manipolata, massaggiata, controllata da estranei, ma non mi era mai successo di avere cos paura del loro parere. Alla fine di un anno del genere, farmi male seriamente in allenamento, peraltro sarebbe un crimine. Un crimine contro me stessa. Lortopedia un po come la meccanica: il risultato quello ma tutti vogliono intervenire per dire la loro. Il consulto procede per una buona mezzora, con ciascuno dei gentili convenuti che allunga la sua mano, verifica con i suoi polpastrelli, torce e rigira e allunga e flette ed estende. La diagnosi implacabile: lesione al menisco. Stampelle alla mano torno in Italia per sottopormi a tutti gli esami del caso e farmi operare. Faccio stampare la risonanza magnetica in versione gigante e la appendo in casa in bella vista, a imperituro scoraggiamento per quando, lanno prossimo, mi sorprender a pensare: Perch non giocare ancora un ultimo torneo?.

5 Mia madre paradossalmente felice di potermi accudire per un po mentre sono stampellata. Credo che pronunci anche la frase come ai vecchi tempi, ma la cancello subito dopo, perdonandole questa evidente e dolcissima sindrome del nido vuoto. Ha passato una vita ad accudire me e mia sorella, scarrozzarci, nutrirci, vestirci, chiacchierare con noi, preparare da mangiare, organizzare la vita nostra e di pap, tenere insieme un sistema familiare ipertrofico, aiutarci con i compiti e a scoprire chi eravamo che da quando ce ne siamo andate, prima una e poi laltra, una per luniversit e laltra per il tennis, ritiene che la sua vita sia praticamente vuota. Una grande menzogna: pap da accudire peggio di un bambino di cinque anni, se lei esce per unora con unamica si sente gi abbandonato. Riempie talmente tanto del suo spazio, probabilmente senza accorgersene, che quando devo ripartire lo faccio a cuor leggero. Una volta in piedi, torno alla mia vita milanese con Florian e Barbara. Riprendo con calma gli allenamenti, per paura di rompermi o di rimanere immobilizzata di nuovo da quel dolore improvviso. Barbara mi incoraggia, mi consiglia, mi affianca seguendo sapientemente i tempi di ripresa del mio corpo. Comincio la stagione una settimana in ritardo sulla tabella di marcia. Il 12 gennaio sono a Canberra. Forma fisica: scarsa. Forma mentale: debole. Temo di farmi male mentre gioco, cos mi affanno a trovare il movimento perfetto tutte le volte che devo appoggiare la gamba operata, a verificare che il ginocchio sia perfettamente in linea con il piede, che non ruoti o, se ruota, che lo faccia il minimo possibile. Sono nella stessa met del tabellone di Tamarine Tanasugarn, colei che mi ha strappato dalle mani la vittoria a Hyderabad: voglio la rivincita. Al primo turno batto Natalia Gussoni, una ragazza argentina stabile oltre la centocinquantesima posizione del ranking. A parte unossessiva ricerca della perfezione da parte mia, non incontro particolari problemi e mi guadagno la possibilit di sfidare la thailandese. Come scendo in campo, mi dimentico del ginocchio, del male che potrei sentire e delleventualit di rovinare il lavoro del chirurgo: vedo solo la mia avversaria, voglio massacrarla. Attacco e lei inizialmente cede al mio gioco, rimane in difesa, respinge i miei colpi penetranti, corre a destra e a manca nel tentativo di prendere tutto il prendibile. Sembra me quando sono sotto pressione. Non mi capacito di averla osservata: siamo talmente abituati a pensare a noi stessi, le nostre sensazioni, che spesso non ci accorgiamo nemmeno di chi c di l e cosa sta facendo. Rimango cos stupita che per un attimo mi distraggo. La Tanasugarn lo nota e si butta: mi fa break. Non doveva. La bombardo con tutta la forza che ho e porto a casa il primo set per 7-5, evitando il tie-break. Nel secondo dovrei essere stanca, fisicamente non sono ancora in forma, ma non lo sono. Sono esaltata dalla possibilit di sconfiggerla, dal fatto di essere un passo avanti a lei. Sul 2-2 le faccio break. Poi un altro, un altro ancora. Vinco tutti i quattro game successivi, lasciandole la possibilit di fare pochissimi punti. La partita mia. Scopro cosa pu fare la rabbia, e cosa il down che segue una simile esplosione: il giorno dopo perdo contro Julia Vakulenko, vigorosa ucraina che avrei potuto battere se non fosse che il mio personale torneo lavevo gi vinto. Agli Australian Open mi ricongiungo con una bella fetta di italiane che hanno partecipato al torneo di Sydney. Mi produco in performance al limite del disastroso: al primo turno del doppio, in coppia con Tathiana Garbin, vengo scavalcata dal duo Gisela Dulko/Milagros Sequera; nel singolare perdo lottando, ma perdo con Antonella Serra Zanetti. Questultima una di quelle sconfitte per le quali mi mangerei le mani. Antonella forte ma parecchio pi indietro di me in classifica, avrei dovuto passare al secondo turno senza troppi problemi. Credo di non aver ancora interiorizzato la lezione della Coetzer: partendo da una forma fisica ridicola, ho dato tutto nella partita con la Tanasugarn e non mi rimasto pi nulla. Peccato che sia agli Australian Open e che mi sia giocata una possibilit spaventosamente attraente. Il giorno dopo, mentre sto circolando per il Melbourne Park, mi si avvicina Giorgio di Palermo, tour manager dell , che mi dice: Flavia, non sai che ti sei persa ieri!. Pensando che stia cercando di commentare la mia sconfitta lo mordo immediatamente: Giorgio, guarda, non mi parlare di tennis!. No, quale tennis! Ieri ero al casin con Carlos Moy, ha passato tutta la sera a chiedermi il tuo numero. E tu? Eh, non ce lavevo con me... Cosa?! Ti uccido! Moy il Grande vuole il mio numero e Giorgio non ce lha. Roba da matti. La sera stessa mi vesto carina e vado al casin in carne e ossa. Uno dei pi grandi tennisti di tutti i tempi vuole conoscermi, non sar io a negarmi... Carlos bello e forte, ma non mi interessa come uomo. Anche perch nel circuito ben noto come single irriducibile: ho gi spuntato la casella narcisista che non ti fila anche se lo ami disperatamente, ma si fa perfidamente inseguire. E con la nuova versione di Florian sto bene. Carlos mi interessa come tennista: voglio scoprire se posso discutere con lui da pari a pari, o se devo limitarmi a chiedere anche a lui un autografo. Se devo essere sincera con me stessa, flirtare un po rientra tra i miei programmi per la serata. Ho addosso quellagitazione adolescenziale che viene quando ottieni il pass per il backstage del tuo cantante preferito e speri che lui, al solo vederti, si innamori pazzamente di te. Il sapere che questo non accadr non fa che rendere il tutto meravigliosamente favolistico: un vero sogno a occhi aperti. Domani sar tutto svanito e potr tornare alla mia vita, alle mie sicurezze, alla mia routine. Varco la porta e scandaglio la sala tavolo per tavolo: non c. Meglio, molto meglio evitare la scenetta da sit-com nella quale lui si sta facendo tranquillamente gli affari suoi, io lo vedo e rimango impalata sul posto come una statua di sale. Cambio qualche dollaro e mi posiziono alla roulette, assumendo la mia miglior espressione da giocatrice incallita, quando mi sento sussurrare allorecchio: Stai vincendo o perdendo?. Sto vincendo... Dietro di me Carlos, il suo allenatore e Giorgio di Palermo. In dieci secondi netti perdo tutto: sono cos rilassata che non mi vengono nemmeno pi in mente i numeri su cui puntare. Nel tentativo disperato di non assomigliare a una fan qualunque cerco lo sguardo e laiuto di Giorgio di Palermo come unancora nella tempesta. Lui se ne esce con un magistrale: Giochiamo il numero di Carlos!. Qual il numero di Carlos? chiedo ingenua. L1. stato il numero uno al mondo. Sei stato il numero uno!!!
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Aiuto, il tappo saltato, e la dignit con lui. Carlos elegante risponde: S, ma per poco... in un misero ma apprezzabile tentativo di modestia. Punto quel poco che mi rimane sull1, sperando di perdere e di poter uscire da l. Chiss che fine fanno i miei pochi denari: sono troppo concentrata su Carlos. Passiamo il resto della serata a chiacchierare, anzi, a cercare di capirci: io parlo inglese male e spagnolo zero, lui inglese poco, italiano scarso. Alla fine della serata Carlos mi chiede e-mail e numeri di telefono. Io non prendo i suoi perch so che non gli scriver mai: troppo per me, troppo forte, troppo bello, troppo stronzo. Mi riprometto di parlarne a Florian non appena ci vedremo. Temo che raccontarglielo da sedicimila chilometri di distanza possa farlo sentire un po insicuro, anche se si tratta di una scemenza. linizio di febbraio quando rimetto piede a Milano. Ho in progetto di giocare a Memphis, ma ho davanti almeno unintera settimana da passare insieme a lui. Florian sta continuando ad allenarsi, ma ha un problema a una spalla che gli impedisce di rendere al massimo, quindi ha deciso, daccordo con Massimo Riva, di rallentare il ritmo. Ha ventiquattro anni e, nonostante sia un eccellente tennista, non ancora riuscito a imporsi. Quando gli racconto che Moy brevemente sceso dal suo empireo per parlare con me e poi tornare da dove venuto, cio lontanissimo, si irrigidisce di brutto. Non capisco nemmeno bene il motivo: gliene ho parlato come una ragazzina esaltata che abbia incontrato per strada Justin Bieber... Ma lui insiste: Flavia, scusa, se presentassero a me una super famosa e super bella saresti contenta?. S? No? Mah? Chi se ne frega? Non so rispondere: surreale la sola ipotesi che il mio rapporto con Moy possa andare oltre a una superficiale conoscenza e ancora pi surreale che il mio fidanzato la pensi diversamente. stata una bella serata, ma finita l. Florian rimane immusonito per tutto il giorno e per quelli successivi. C qualcosa che non va e capisco cosa solo quando gli chiedo di accompagnarmi in America. Mi guarda allargando gli occhi, con unespressione che dice: Come puoi chiedermi una cosa del genere?. La risposta ufficiale, invece, che non se la sente. Il tour americano prevede come tappe Memphis, Bogot, Acapulco, Indian Wells e Miami. Bogot un torneo solo femminile, gli altri sono misti. Se la probabilit che io giochi a Memphis bassa, giocher invece di certo ad Acapulco: questo il problema. Florian non si sente di presenziare solo come fidanzato di, senza poter partecipare. Lo capisco. Ma so anche di esserci stata tutte le volte che lui ha avuto bisogno di me. Questa volta ho bisogno io. E lui si sente a disagio. Il ginocchio mi fa male, sono lenta e affaticata e ho voglia di coccole, di vicinanza. Ho voglia di Florian. Il mio talento mi sta strappando via da tutti e mi sta consegnando alla solitudine. Pensavo di conoscerla, ma mi sbagliavo. Essere soli in una casa, in una citt nella quale si ha una routine e qualche conoscenza diverso dallessere soli in albergo. In tanti alberghi di seguito. E non per un viaggio di piacere, ma perch volare in tutto il mondo per giocare a tennis il mio lavoro. Il mio talento ha deciso che la mia vita diventata: aeroporto, aereo, aeroporto, albergo, Circolo tennis di giorno, ristorante di sera, albergo di notte, ancora Circolo, ancora albergo, ancora ristorante, ancora aeroporto e ancora aereo. Pi stelle hanno, pi sono uguali, gli alberghi: hanno tutti lo stesso odore di deodorante per ambienti, la stessa fascetta per segnalare ligiene perfetta del , la stessa idiota mancanza di ripiani dove appoggiare le cose in bagno e di prese dove attaccare il caricatore del cellulare vicino al letto, lo stesso tipo di carineria gelida e piacevole un cioccolatino sul cuscino la sera prima di dormire, la frutta fresca che ti aspetta in camera. Cresco tennisticamente e una parte di me vuole rimanere piccola, piccolissima. Vuole tornare indietro, a Brindisi, a un mondo di relazioni, di voci conosciute, di persone da abbracciare in ogni momento della giornata. E di infinite possibilit. La caccio via, ma lei spunta fuori la sera, quando mi rigiro in quei letti con le lenzuola pastello che sanno di lavanderia e una coperta che non la mia e respiro laria condizionata. Allora mi alzo e svuoto la valigia. Lo faccio sempre, automaticamente. una specie di rito: rendere casa un posto estraneo. Metto tutto in ordine negli armadi, appendo i vestiti, piego i completi e infilo la biancheria nei cassetti. Trovo un angolo per la sacca da tennis. Srotolo un asciugamano sul bordo della vasca da bagno e sopra allineo il contenuto del beauty: prima le creme, il contorno occhi che costa una fortuna, quella protettiva per la pelle del viso e lidratante per la notte, il tonico e il siero, poi il bagnoschiuma, lo scrub, il vaso di crema per il corpo, lo shampoo, il balsamo, la spazzola e la pochette con tutti gli accessori per i capelli, spille, elastici, forcine e mollette. Infilo lo spazzolino e il dentifricio nel bicchiere e mi guardo allo specchio. Ho messo tutto a posto. Nessuno ha messo a posto me, ma mi sento meglio. Un po pi a casa. E domani, un momento prima di aprire gli occhi, quando mi aspetter di vedere una cassettiera, una finestra, un comodino che non c, perch rimasto nellalbergo della settimana prima o della notte prima, in quellistante di disorientamento prima di prendere coscienza e di capire dove sono, chi sono e cosa sto facendo, avr il mio ordine cui attaccarmi. Noi tennisti siamo abituati a parlare da soli. A chiacchierare con noi stessi, anche a voce alta. Se ci sentono chi se ne frega, il fondocampo il luogo pi dimenticato dal tennis. Posso dire e fare di tutto l: il mondo mi guarda ma nessuno mi raggiunge. Anche in camera: Niente panico, Flavia, puoi aprire larmadio e riconoscerti. E il cuore si calma.
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Vorrei Florian in questo viaggio lungo. Vorrei condividere le cose, non raccontargliele per telefono. Ho paura che al mio ritorno, tra un mese e mezzo, tutto sar diverso. Lui sta giocando meno, io sto giocando sempre di pi. Non lo so se il nostro rapporto elastico abbastanza da inglobare la distanza siderale che potrebbe crearsi. Se cresco e vinco. Se riesco nel mio lavoro. Non mi ero nemmeno posta il problema: quello forte sempre stato lui. Mi guarda comprimere la mia casa in una sacca e una valigia e mi bacia sulla soglia. Vorrei dirgli: Ci vediamo pi tardi, ma non cos. Salgo in macchina con Barbara e improvvisamente mi sento esausta: chi me lo fa fare? Sono malandata fisicamente ed emotivamente. Non che possa aspettarmi chiss quali performance. Guardo Barbara e ritorno a un anno fa: quando sono entrata tra le prime cento al mondo, quando ho scoperto che tutto sarebbe stato possibile. Credere in me significa anche credere nel mio tennis. So di poter migliorare, so di poter agguantare il mio sogno. Io sono quella Flavia che lotta, fa progetti, inventa obiettivi, trova soluzioni. Almeno a Memphis devo arrivare. Il che il minore dei problemi. Mi qualifico ma esco al primo turno, battuta da Tathiana Garbin, una ragazza veneta riuscita in una serie di imprese eccezionali, come battere Monica Seles. Il ginocchio mi fa male. Non riesco a correre avanti e indietro alla velocit che vorrei e muovermi di fianco mi costa dolore e fatica. Nonostante i cinque anni di differenza a mio favore non reggo il confronto e Tathiana mi batte in due set, 6-1, 62. La sera sono piuttosto depressa, Barbara cerca di tirarmi su ricordandomi che lanno prima sono arrivata ai quarti di finale sia a Bogot che ad Acapulco: sono i miei tornei, non posso perderli. Ma sono anche certa che far pena. Fisicamente sono a pezzi, psicologicamente sto, se possibile, anche peggio. Mi sento impotente perch sto combattendo contro un nemico imbattibile che detta le regole: il ginocchio si gonfia e io non posso impedirglielo. Non posso nemmeno lottare come farei contro qualche giocatrice che mi bombarda vigorosamente di palle a non so nemmeno quanti chilometri orari: in quel caso posso resistere, difendermi, tentare di prendere in mano la situazione. In questa occasione no. Non

dipende da me. Barbara insiste: Se non ci provi non saprai mai come potrebbe andare. Inoppugnabile. Salgo sullaereo per Bogot carica dei peggiori presagi. Che, puntualmente, trovano riscontro nella realt, una realt terribile nella quale Catalina Castao, colombiana, mi batte al primo turno. Il primo set finisce cos rapidamente che fatico a crederci. Il secondo me lo aggiudico sulla spinta di un rigurgito dorgoglio, ma mi esaurisco e il ginocchio mi pianta in asso nel terzo. Rimango in campo fino alla fine, non voglio dargli la soddisfazione di avermi rovinato del tutto lincontro. Fatto sta che perdo il match. Come se non bastasse, anche in doppio esco al primo turno. Delusa, arrabbiata, dolorante: un disastro. Mi viene un desiderio irrefrenabile: fermarmi. Ad Acapulco non ci voglio andare: il ginocchio mi fa male, non riesco a giocare come voglio, continuare inutile. Barbara per insiste: Dai, Flavia, proviamo.... Barbara, se mi fermo al primo turno ad Acapulco, a Miami e Indian Wells non ci vado. Basta, sto male! S, per vediamo almeno come va, no? Per un attimo mi sembra di stare a Brindisi: ho sei anni, pomeriggio e la mamma mi sta accompagnando dalla zia. Prima di uscire e mi dice: Niente picci. Punto. Che vuol dire: non fare capricci perch vuoi restare a dormire con le cugine, perch vuoi cenare con gli zii o perch vuoi le caramelle. talmente decisa che nemmeno insisto, tanto non c speranza. Poi si cresce e la complessit aumenta. Infatti sono dallaltra parte del mondo e sto discutendo con la mia allenatrice su come gestire il mio immediato futuro professionale. Ci sono due scelte: una giusta e laltra sbagliata. La testa mi dice una cosa, la pancia unaltra. Sto ancora rimuginando quando mi collego a Messenger per consultarmi con le amiche e, dopo cinque minuti, ricevo un messaggio di Carlos: Come stai? Io sono a Buenos Aires, ci vediamo la settimana prossima ad Acapulco. Merda! Non ci posso credere, sta succedendo: Carlos vuole rivedermi. Vorr fare quattro chiacchiere? Gli sono simpatica? Pensa che possa dargli qualche consiglio sul suo gioco? innamorato dellItalia e vuole andare in vacanza a Brindisi? Aiuto. No. Gli piaccio. Merda. Florian. Merda. Rispondo neutra: Io arrivo il 28, ci vediamo l, a presto. Accantono la chat con lui e contatto immediatamente Fiorella: a qualcuno devo pur dirlo che Carlos Moy vuole rivedermi! Mi sta venendo la tremarella come alle adolescenti, merda, quellagitazione insopportabile che significa indiscutibilmente che qualcuno ti piace, anche se non te ne sei nemmeno accorto. Io infatti non me ne ero accorta, merda. Ma si pu, a ventun anni, non accorgersene? Evidentemente s. Merda. Fiorella tra lesaltato (Fla, ma quant bello?!) e il divertito, ma tutto sommato mi assolve e io mi sento subito meglio. Il problema che non mi assolvo io. Decido di andare ad Acapulco per vedere Carlos. Poi, s, daccordo, anche per giocare. Ma un po di pi per rivedere lui e capire che effetto mi fa. Sicuramente buono, e io sono sicuramente un mostro. Devo chiamare Florian: chi ha il coraggio? Decollo cercando di non pensarci, ma il pensiero di Florian da solo a Milano che non sospetta niente mi perseguita. S, se lui fosse stato insieme a me non sarebbe successo, ma non basta. Non regge. Sono fidanzata con lui e mi piace un altro. E che altro! Sto dando un mezzo appuntamento al pi bellex numero 1 del circuito a diecimila chilometri di distanza da Florian. Il povero, affaticato e tennisticamente frustratissimo Florian. Sono un mostro. Un mostro. Un mostr... Otto ore di volo mi conciliano il sonno. Per fortuna. Riprendo a torturarmi allarrivo, poi nellauto che mi porta allalbergo, poi mentre sistemo tutte le mie cose, poi mentre vado al ristorante. Pausa per cena perch devo chiacchierare con altri, poi riprendo a flagellarmi nel letto. Finch non vengo colta da unilluminazione: ma certo, posso evitarlo. Crollo sentendomi un mezzo geniaccio. E nei due giorni successivi mi salvo. Gioco contro Samantha Reeves, unamericana dieci posizioni pi in alto di me nel ranking. Data la mia forma fisica tutto meno che brillante potrebbe mettermi in difficolt: in effetti mettere me in difficolt fa parte del suo lavoro e lo fa, lo fa anche bene. Vince il primo set per 6-4 con il dichiarato scopo di finirmi il prima possibile. Guardo Barbara, dice qualcosa che interpreto come forza. Forza, gi. Peccato che con questo ginocchio... Mi sembra di essere condannata: gioco, magari bene, poi invariabilmente quello si gonfia. Lo guardo: normalissimo. Controllo meglio, usando laltro come pietra di paragone: perfetto, sciolto, flessibile. Mi alzo dalla panchina e mi piego, faccio due o tre saltelli: niente. Sta benissimo. Miracolo. Corro in campo e lancio dallaltra parte un paio di siluri, giusto per far capire alla Reeves in che guaio si trova. La vedo rimpicciolirsi pian pianino, occupare sempre meno spazio, allargarsi sempre meno, cominciare a giocare in difesa, correre rapidamente per rispondere ai miei attacchi. Uno pari. Il terzo set una passeggiata. Lascio la Reeves ferma a tre game mentre il mio punteggio sale e sale e ancora sale a 6. Match Pennetta. Il secondo turno un massacro: sono carica di tensione come in quei momenti in cui tutto pu succedere. Carlos non mi ha ancora cercata, io lo sto evitando ma sotto sotto voglio vederlo. No, voglio evitarlo. No, voglio vederlo. Merda. Ho perennemente le farfalle nello stomaco: potrebbe spuntare da un momento allaltro, ma anche no: pu capitare che la mia tecnica di evitamento funzioni e che io finisca per partire per Indian Wells con un carico extra di farfalle in via destinzione. Fremo per giocare, per sfogarmi, per occupare il mio tempo con qualche cosa di costruttivo, fisico e faticoso. Mi voglio stancare. Faccio correre Arantxa Parra Santonja da una parte allaltra del campo dal primo scambio, la costringo a venire a rete e a tornare immediatamente indietro, infilandola con passanti che perde la speranza di raggiungere mentre le sfilano accanto. Alla fine del primo set talmente stanca che mi lascia vincere il secondo per 6-1. la sera del mio secondo giorno ad Acapulco quando ricevo una telefonata. Pronto. Flavia! Merda. lui. Cerco di fare la disinvolta, ma mi viene malissimo. Se chiudo gli occhi da una parte vedo la faccia di Florian, dallaltra Carlos. Merda. Dove sono le interferenze quando servono? Non sapendo cosa dire n come dirlo mi butto a pi pari sulla tipica conversazione da cocktail in un misto strano di spagnolo, che non so, e inglese: Hi Carlos! Todo bien el viaje?, sperando di mascherare limbarazzo. Lui, scioltissimo, mi chiede se voglio passare in camera sua per salutarlo. Merda. Prendo tempo. Girello unoretta. Albergo-Circolo-albergo mio-albergo di Carlos. Toh, eccomi qua. Busso. Carlos mi apre la porta e non ho neanche il tempo di pensare a come comportarmi che mi d un pico, un leggero bacio sulle labbra. Perfetto! Il disastro incombe e io non ho nessuna voglia di fermarlo. Passiamo insieme tutta la settimana, abbracciati e stupidi come due adolescenti. Ci baciamo in tutti i cantoni, prima e durante e dopo la colazione, alla sera quando ci salutiamo (Barbara mi uccide se non mi vede in camera alle undici e mezzo), prima delle partite, dopo le partite, in spiaggia, in strada, al Circolo. Sempre abbastanza nascosti dal mondo: non ne parliamo con nessuno, preferiamo non farci vedere insieme. eccitante e mi sento una ragazzina. strano: ho ventun anni e sono unadulta. Unadulta vera, con gli orari, le responsabilit, il commercialista e tutto il resto. Le mie amiche studiano e lavorano, ma si divertono, escono, flirtano, improvvisano. Io sono una tennista e alle tenniste non
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concessa limmaturit. Devi crescere presto e crescere inquadrata, pena il non farcela e far volare dalla finestra anni di sforzo e sudore. Non mi ero accorta di averne nostalgia. Carlos mi fa sentire cos leggera, cos sognante, cos in bilico tra la felicit pi assoluta e la delusione pi atroce. tutto troppo bello: bello lui, bella la nostra storia, belle le nostre risate. Belle le mie partite. Mi guadagno la semifinale contro Maria Snchez-Lorenzo, la grande favorita, testa di serie numero 3, battendo abbastanza agevolmente Nicole Vaidiov, una promessa: non ha ancora quindici anni e semina il terrore in tutti i tornei pro cui partecipa. Entro in campo e la stendo con un secco 6-2, 6-3. In finale incontro Iveta Beneov, numero 99 del ranking. Io sono la centesima. Lho gi vinta una volta, ai quarti del torneo di Orbetello, posso riuscirci di nuovo. Voglio riuscirci. Sono cos determinata che le strappo il suo primo servizio. Iveta per mantiene la pazienza e si mostra aggressiva a sua volta durante i miei turni di battuta. Quando siamo 5-4 si spezza qualcosa. Sto servendo per il match, la Beneov mi fa contro break e si aggiudica il mio servizio. Andiamo al tie-break. Il sogno cos vicino, lo voglio cos tanto che perdo. Perdo il tie-break per 7-5, perdo il secondo set per 6-4, perdo gli Open del Messico. Quando salgo sul secondo gradino del podio e mi consegnano una medaglia, un premio, non capisco nemmeno perch, dato che ho perso. Poi esco dal campo. Un messaggio di Carlos dice che sono stata bravissima, a Barbara brillano gli occhi. La tua prima finale. Il giorno dopo mi informano che ho guadagnato venti posizioni nel ranking. Venti, in un colpo solo: ad Acapulco ci deve essere qualcosa di magico. La sera esco a cena con Carlos. Una volta in albergo penso a Florian, non posso non dirgli niente. evidente: sto con un altro. Non una storia pubblica, ma qualcosa c. Devo chiamarlo e parlargli. Gli scrivo da Indian Wells: Flo, mi dici quando sei a casa, cos ti chiamo? Ti devo parlare. Non so bene nemmeno io cosa mi stia succedendo, come faccio a trasmetterlo a lui? Ricorro alla strada che istintivamente mi corrisponde di pi: la sincerit. Gli dico che non credo che la storia con Carlos possa crescere pi di tanto, ma che lui mi piace, che ho voglia di viverla. Florian ascolta in silenzio, poi comincia a parlare. Calmo di una calma invidiabile, di una calma che deriva dalla sicurezza delle proprie scelte, di una calma che desidererei per me. Non si arrabbia, non urla, non rinfaccia. Florian mi spiega che mi vuole troppo bene per pensare che io possa mandare a monte tutto per una persona con la quale impossibile avere un futuro e mi d tutto il tempo del mondo per riflettere e capire cosa voglio realmente. Quando tornerai a casa ne discuteremo insieme. Rimango senza parole. Non so se ringraziarlo o stare zitta. Nel dubbio scelgo la seconda ipotesi. E mi prendo il tempo che mi ha concesso. Volo a Miami, mi qualifico a Key Biscayne e vado in campo contro Teryn Ashley, carica come una molla. Non basta: la Ashley si aggiudica il primo set, io il secondo. Quando attacchiamo il terzo so che devo portarmi in vantaggio subito. Arrivo a 5-2, ma la Ashley mi annulla tutti i match point, uno dopo laltro, come un rullo compressore. Non riesco a segnare mezzo punto. Quando arriviamo al tie-break non sto giocando a modo mio. Sono come imbambolata. La mia avversaria ne approfitta e un match quasi vinto mi sfugge di mano. la fine di marzo quando atterro a Milano. Il padre di Barbara viene a prenderci in aeroporto. Sto friggendo. Ho ancora addosso ladrenalina del gioco e si sta aggiungendo quella del chiarimento con Florian. Al telefono stato luomo che tutte le donne sognano in questi casi comprensivo, attento e rispettoso , un faccia a faccia unaltra cosa. Ho paura di scoprire come si sente davvero, cosa prova. Ho paura di avergli fatto un male che non meritava, ho paura di vedere che soffre, ho paura di capire che lui luomo per me un attimo dopo averlo mandato via. Apro la porta con il cuore in gola. Lui non c. Non c pi. Lappendiabiti vuoto, le sue chiavi non sono sulla consolle, il suo stereo e la montagna di sono scomparsi. Ha portato via le sue cose. Me laspettavo? S, che fosse orgoglioso lo sapevo. Deve aver concentrato nella telefonata tutto il distacco di cui era capace, e la razionalit. Poi se ne andato. Appoggio i bagagli allingresso e mi aggiro per casa mia come se fosse una stanza dalbergo con cui fare conoscenza. Non mi ero accorta di quanto spazio occupasse Florian nella mia vita. Era il mio nido, la nostra casa lo raccontava. Le stanze sono le stesse, il divano bianco sempre lui, anche la cucina vecchiotta e il tavolo pieno di briciole sono sempre loro. Eppure mi sono estranei, non li ho nemmeno scelti, non hanno pi senso. Mi siedo in cucina, dove si chiacchiera, dove si cucina e si vive. Il vuoto mi fa male. La solitudine, il silenzio: non mi piacciono. Ho bisogno di persone, di voci, di accogliere altri nei miei spazi, di poter allungare una mano e trovare qualcuno. Il vuoto mi terrorizza. Scappo fuori, con la scusa di fare una sorpresa a Fiorella.
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6 Riparto dopo pochi giorni. Aprile mi vede a Casablanca e a Estoril, poi a Budapest. Non so neanche quanto tempo che non passo la Pasqua come si deve, a tavola con i nonni e gli zii e le cugine. E i miei. In Portogallo, a un mese da Acapulco, ritrovo la Beneov, la bestia nera della mia stagione. Vince di nuovo e vince nello stesso modo: enorme vantaggio mio, annullato dal suo presentarsi in partita quando i giochi sono gi cominciati da un pezzo. Mi frega, la Beneov: un diesel, nel primo set pensi di trovarti di fronte a una giocatrice, al secondo compare al suo posto una gemella cattiva fresca come una rosa. Mi riprometto di fare di tutto per batterla a Budapest. Lei nella parte bassa del tabellone, io in quella alta. Se tutto va per il meglio rischiamo di giocarci unaltra finale. Invece ci fermiamo entrambe in semifinale: io sconfitta da uninvincibile Jankovi, lei da Martina Such. Torno a Brindisi con un carico di sorprese per i miei: Giorgia sa gi di Carlos, i miei genitori no. Abbiamo deciso che a Roma ci presenteremo insieme, per finirla con la faccenda della storia segreta, e voglio che i miei genitori lo scoprano da me, non da una voce di corridoio. Mia madre non dice niente per una ventina di secondi, poi mi chiede: Sei sicura?. Al mio S, spifferato da sotto un sorriso risponde: Ora dobbiamo dirlo a pap. So gi cosa mi dir, quindi non ho niente di cui preoccuparmi: un grande giocatore (il gioco prima di tutto, ovviamente), ma non adatto a te. Come, daltronde, penso anchio. uno sportivo di altissimo livello, bello, ricco, stronzo come pochi, e nel circuito questo perfettamente noto. Ovunque vada si muove con unaria distaccata e uno sciame di ragazze di ogni et e razza che lo segue come se fosse il pifferaio magico. Io sono una brava tennista, una ragazza carina e simpatica, piena di valori e di ironia, ma non sono scema. Lo so che non pu essere luomo della mia vita: io voglio una famiglia, santo cielo. Lo so che non lo potr cambiare, lo so che non posso aspettarmi pi di tanto, lo so che questa lontananza un ostacolo non da poco... so un sacco di cose, ma quando mi chiama mi si chiude lo stomaco, mi manca continuamente, farei trenta ore di volo per dargli un bacio e poi tornare indietro. Sono talmente innamorata che se mio padre lo scopre mi ammazza. A Roma ci teniamo per mano. Un incrocio tra un coming out e una scossa elettrica: finiamo (anzi, finisco: Carlos abituato) su tutti i quotidiani, dal Corriere al Messaggero. Le cronache rosa si scatenano e mi trattano come Cenerentola: io, Flavia da Brindisi, numero 71 al mondo, conquisto Carlos Moy, numero 9 e nellOlimpo dei belli secondo la rivista People. Vengo assalita da giornalisti che, teneramente increduli, per orgoglio patrio fanno comunque il tifo per me. E scopro una cosa utile: il mondo della stampa un tritacarne. Rilascio dichiarazioni che vengono puntualmente riscritte, modificate, gonfiate, colorate. Gioco ma a nessuno interessa, perch la vera notizia altrove, a bordo campo. O, meglio, sotto rete, come scrive un quotidiano. Carlos, invece, se ne frega. Mi presenta i suoi genitori, Andreu e Pilar, con grande naturalezza. Lo spagnolo continua a essere una nota dolente cos comunichiamo a gesti per qualche decina di minuti, durante i quali sfodero i miei migliori sorrisi. Non mi riesce difficile perch mi piace che me li abbia presentati, mi fa sentire importante. E poi mi sento a mio agio nelle situazioni chiare, limpide, quando tutti sanno tutto e non c bisogno di raccontarsi bugie o di omettere particolari. La sua presenza mi sprona a fare meglio. Ma non solo: voglio impormi in campo a ogni costo, voglio giocare partite-capolavoro. Comincia a venirmi uno strano tic alla mascella: digrigno i denti. Mai successo. Forse perch sono felice e sorrido troppo. Forse perch voglio essere allaltezza di Carlos. Forse perch ho bisogno di fargliela vedere, a chi mi considera una mezza calzetta non allaltezza. Carlos sta battendo i suoi avversari uno a uno, come se fossero birilli da bowling. Al primo turno sbaraglio Laura Granville, bionda tennista di Chicago. Scendo in campo sentendomi sobbollire dentro la stessa rabbia di Spartaco: vinco 6-0 il primo set, nel secondo Laura tenta debolmente una rimonta ma la prendo a pallate e porto a casa una delle partite pi rapide che mi sia mai capitato di giocare. Gioco il secondo turno al Pallacorda. Dallaltra parte della rete c Nadja Petrova: sesta al mondo, fortissima, che serve come un treno. Il Pallacorda la aiuta, il campo pi veloce del Foro italico. Tempo di fare quattro palleggi che la Petrova comincia il bombardamento costringendomi a correre da una parte allaltra. Alla fine del primo set suo, ovviamente avr gi percorso una decina di chilometri. Lei, invece, perfetta. Il secondo set comincia nello stesso modo. Finch, sul 3-1, non mi viene in mente una cosa: non voglio fermarmi al primo turno e lunica persona che pu fare qualcosa per evitarlo sono io. Non sono in guerra, le palle della Petrova non rischiano di ammazzarmi. Posso provare a fare diversamente. Mi prendo qualche rischio e azzecco due palle consecutive, infilandole due diritti lungo linea a tre centimetri dalla riga di fuori campo. Nel tennis si dice che non mai finita fino allultima palla: vero. Risorgo. Lottiamo per una terza palla, pazzesca: lo scambio sembra non finire mai finch non la prendo in contropiede. La Petrova nemmeno si muove: guarda sfilare il mio rovescio allangolo opposto del campo. Dentro. Sono 4-3. Il pubblico prende vita. Non mi mai successo di sentirmi in uno stadio: oggi s. Il Pallacorda straborda e fanno tutti il tifo per me: applaudono, urlano il mio nome, si alzano in piedi a ogni punto. Vinco dopo quasi due ore, chiudendo il secondo e terzo set 7-6 e 6-4. Immagazzino il ricordo di una partita che, lo so, mi sentir addosso per anni. Dopo unimpresa del genere sarebbe bello non perdere, ma non strettamente necessario. Ci sono sconfitte che pesano per settimane, per mesi; la vittoria, inspiegabilmente, alleggerisce per molto meno. Ma qualche giorno la sensazione di aver conquistato il tetto del mondo, come una nuvola o un monaco tibetano, dura. E mi regala il lusso di non arrabbiarmi troppo quando perdo contro la numero 21, Anna Smashnova, che dopo due set vinti 6-2, 6-2 mi ricaccia nelle tribune ad assistere alla vittoria di Carlos contro un insicuro David Nalbandian. Da Roma partiamo direttamente per il Roland Garros. Veniamo sconfitti entrambi, io al primo turno, Carlos al quarto. Da l io mi sposto nei Paesi Bassi, nel bel mezzo di una pianura sotto il livello del mare, precisamente a s-Hertogenbosch, dove si gioca nella prima met di giugno un torneo su erba preparatorio a Wimbledon. Sono al settimo cielo. Io e Carlos siamo una coppia. Non ci siamo detti Da oggi stiamo insieme ma praticamente cos. Abbiamo programmato di tenerci, in luglio, un po di tempo per noi e di passarlo tra Palma di Maiorca e Ginevra, dove Carlos vive. Tennisticamente sono serena. Il dolore al ginocchio che lanno scorso mi aveva bloccata solo un ricordo, ho battuto la Petrova e ho la convinzione che potr fare grandi cose. Forse la presenza di Carlos, ma comincio a credere che i sogni si avverino. Una mezza fortuna: sono nella parte bassa del tabellone. Jankovi, Petrova e Pierce compaiono nella met alta. Per sorteggio al primo turno

devo giocare contro Arantxa Parra. Ci siamo gi viste in marzo ad Acapulco: lho battuta al secondo turno e spero che il ricordo di quella partita serva a metterla in soggezione adesso. Non credo che ci sia uno sport individuale che permette di stabilire un rapporto con lavversario esile ma stretto quanto nel tennis. In atletica gli avversari a stento si vedono, nella boxe si toccano. Nel tennis lavversario esiste e non esiste: per il novanta per cento del tempo di una partita si gioca contro se stessi, le proprie sensazioni, le proprie paure. Qualsiasi esse siano. I pensieri da campo sono come sogni: fuori perdono senso, ma l, nel momento, sono la realt. E la realt fila perfettamente. Per il restante dieci per cento si gioca contro qualcuno. S, ci sono partite difficilissime, colpi imprendibili, giocatori con tecniche superiori, ma non avversari imbattibili. Lavversario costruisce il proprio gioco con la testa, quella non imbattibile. Per questo scendere in campo avendo vinto lincontro precedente un bellaiuto. Arantxa una combattente, ma io lo sono di pi. Mi fa dannare nel secondo set, ma al tie-break finalmente riesco a chiudere e portare a casa il punto decisivo. Mai fidarsi delle previsioni. I bookmaker danno per certa la vittoria di Emilie Loit su Barbara Schett. Emilie mancina e ha un rovescio che per bellezza, potenza ed eleganza non ha niente da invidiare a quello di moltissimi colleghi maschi. Invece niente: una fascite impedisce a Emilie di continuare a giocare, Barbara passa il turno e sar la mia avversaria. Ci siamo incontrate a Budapest, anche l per un secondo turno. Ho vinto io, rapidamente per giunta, portando a casa il 6-2, 6-1 che mi ha condotto allincontro con Sanda Mami. Scendere in campo avendo vinto lincontro precedente un vantaggio, ma non sempre. Solo quando lavversaria non decide che tu sei diventata il suo nemico numero 1 e che batterti per la sua identit di giocatrice questione di vita o di morte. La Schett lha deciso. Combattiamo durante tutto il primo set: lei mi bombarda con una serie di prime di servizio esattamente a centro campo, io cerco di farla correre e di infilarla ma non ci riesco abbastanza. Per 7-5 sale in vantaggio lei. Il secondo set a senso unico: ciascuna tiene il suo servizio, poi Barbara mi fa break e si avvantaggia. Ora serve: pochi scambi ed in vantaggio di due. Non voglio dargliela vinta, colpisco un paio di vincenti e porto a casa il mio servizio, ma Barbara ha bisogno di questa vittoria. Io la voglio, ma diversamente: mi piacerebbe continuare il torneo, mi piacerebbe arrivare ai quarti, poi in semifinale, in finale e magari vincerlo. Alla peggio c Wimbledon la prossima settimana. C Carlos a Wimbledon la prossima settimana. Ci sono giorni da passare insieme che ci aspettano. Lei vuole battere me: Flavia Pennetta, che lha sconfitta sonoramente il mese scorso e ha contribuito a ricordarle che ha ventotto anni, che il mondo fuori dal campo la chiama, che tutte noi abbiamo una data di scadenza. questione di testa. Infatti vince Barbara, dopo una lotta durata non so quanto. A forza di advantage e deuce ho perso il conto anche dei minuti. Scappo dai Paesi Bassi a gambe levate. Destinazione: Wimbledon, il tempio del tennis. Carlos mi aspetta in albergo. Barbara comincia a friggere sin dallaeroporto: convinta che avere la testa altrove danneggi il mio gioco. A me sembra di non aver mai giocato bene come questanno. La sua insofferenza e il tentativo costante di dirmi cosa fare e quando cominciano a darmi sui nervi. Ripenso alla lite con Galoppini. Nonostante laddio al Centro federale non andata tanto male, ma sarebbe stupido fare la stessa cosa. Sono cresciuta, Barbara stata fondamentale e lo tuttora. Non voglio rinunciare a lei perch la ribelle che in me a forza di allenamenti, diete controllate e tornei non ha potuto sfogarsi abbastanza. Vorrei riuscire a non farmi trattare come la diciassettenne sprovveduta precipitata nella grande Milano che ha conosciuto qualche anno fa. Non so ancora che strategia adottare, quindi nel frattempo litighiamo sulla sistemazione, io scappo con Carlos e ci rivediamo sui campi il giorno dopo. Uno sfacciato colpo di fortuna mi vuole avversaria di miss Nadja Petrova, colei con la quale ho giocato un vero capolavoro non pi tardi di qualche settimana fa. Dubito seriamente di poter riuscire a batterla nuovamente. Se la terra del Pallacorda mi ha permesso di intercettare le sue micidiali prime di servizio, sullerba di Wimbledon non penso di farcela. Lerba la superficie pi veloce: imprime alla palla i rimbalzi pi brevi e quindi favorisce i giocatori che attaccano. il mio primo Wimbledon e c tutto quello che immaginavo: le donne con i cappelli, gli ombrelli verdi e viola che spuntano dalle tribune, una quantit impressionante di inglesi pallidi ed educatissimi, personale pronto a soddisfare una qualsiasi delle esigenze di noi giocatori. Mi lascio incantare dal blasone e mi infilo, come da regolamento, in un completino bianco. Forse se rispetto le regole, anche quelle non scritte, anche la tradizione, potrei riuscire ancora nellimpresa e guadagnarmi il secondo turno. Nadja Petrova non della stessa idea. Scende in campo con lidea di farmi a pezzi e lo fa, senza troppi problemi, nel primo set. Mi arrabbio, urlo, sbaglio e urlo ancora, cazzo merda vaffanculo, tutto il repertorio non maiuta ad andare oltre un misero 6-3. Alla fine penso che non sono allaltezza, non ne sono capace. Lasciatemi stare. Dura qualche minuto. Poi realizzo: se sono in campo contro di lei un po di talento ce lavr, lho gi battuta, alla fine solo una partita. Una partita in mezzo a centinaia. solo una partita. vero. Cos gioco quella: la partita, non il torneo di Wimbledon against miss Petrova. Rischio, non ho altra chance. Rischiando infilo la mia avversaria con qualche lungo linea di quelli imprendibili, rischiando mi porto a rete, rischiando angolo il pi possibile il servizio, per rafforzare un mio punto debole. Lo stupore della Petrova per il cambio di registro mi permette di vincere il secondo set. Come noto, per, lo stupore unemozione che non dura a lungo: Nadja si riprende alla grande e mi manda a casa al primo turno di questo Wimbledon soleggiato e inaspettatamente carico di aspettative. Carlos perde contro Lleyton Hewitt, suo avversario per eccellenza, al limite della rivalit. Il dispiacere mi passa quando saliamo su un aereo con il muso rivolto verso Barcellona. Mi casa es tu casa: Carlos mi apre le porte del suo appartamento, un loft bianco e familiare, e io mi ci accomodo alla ricerca di un mio posto nel suo mondo. La casa solo un appoggio, in realt, ma mi sembra di vivere in una favola: tra un torneo e laltro trovo il tempo di imparare lo spagnolo, scoprire la citt, familiarizzare con il Circolo, fare la spesa, cucinare. Anche Carlos va e viene, e quando torna illumina la stanza, la casa, me. Ama le sorprese e capita che me lo veda comparire allimprovviso quando mi aveva detto che si sarebbe dovuto fermare altrove facendomi cadere tutto quello che ho in mano dalla gioia, o che si faccia ore e ore di volo per stare con me anche solo due ore. Voglio trascorrere insieme a lui pi tempo possibile, cos in estate gioco tre soli tornei: Palermo, mentre lui a Umag, in Croazia, Sopot e Cincinnati in agosto, mentre lui a Pechino. Nellordine, finale, vittoria, quarti di finale. Niente male per la prima della lista delle escluse da Atene 2004. Mentre la Nazionale azzurra sfila in Grecia, io sono in Polonia, da sola, senza nemmeno lallenatore, in una triste cameretta beige, davanti alla televisione: guardo la cerimonia dapertura e per poco non mi scappa una lacrima. Carlos alle Olimpiadi mentre io batto la Koukalova in tre set, vincendo il primo e il terzo, e perdendo il secondo e qualche anno di vita. Carlos

alle Olimpiadi mentre vinco il mio primo torneo . Mi mangio una ventina di posizioni in un sol boccone: da sessantottesima mi ritrovo numero 45. Cerco istintivamente qualcuno nel mio angolo, ma vuoto. Mi gira la testa, o forse gira il campo intorno a me. Sono piena di terra rossa fino sugli occhi e sta per venirmi da piangere. Ma mi trattengo. Che maschio pugliese sarei se piangessi in pubblico? Mio padre non mi avrebbe insegnato niente. Prima di Carlos, prima delle amiche, prima delle giocatrici con le quali ho condiviso moltissimo, prima di tutti immagino lui, pap, a chilometri e chilometri di distanza, che si guardato la partita in streaming da solo urlando improperi irripetibili in dialetto stretto, scattando a ogni net, a ogni prima di servizio out!, incapace di stare fermo. Lo immagino ancora davanti allo schermo, mentre la mamma al piano di sopra a guardare la partita per conto suo, calma quel poco che pu ma almeno seduta, senza quello gnomo impazzito che le circola intorno. Guarda, pap: ce lho fatta, ho vinto.
WTA

Tennisticamente sto crescendo, la felicit in amore cancella tutto il resto: la nostalgia dei miei, degli amici, del mio paese. Non riesco a immaginare niente di meglio, ma mi sbaglio. A settembre Carlos butta l unidea: Potresti trasferirti in Spagna e allenarti qua. Sa che in Italia non vedo per me nessuna possibilit di miglioramento. I tre anni con Barbara Rossi e Maurizio Riva sono stati determinanti per la mia carriera, ma per crescere ho bisogno di una svolta. Il mio tennis progredito, mentre il rapporto con Barbara si sta logorando: mi vede ancora come la diciassettenne arrivata da Brindisi, mi impone limiti e mi d ordini. Non ci sopportiamo pi come, a un certo punto, non si sopportano pi madri e figlie quando cambiano le routine e gli equilibri si devono adattare: lei non pu tollerare la mia insofferenza, io rifiuto di farmi trattare come una bambina. Ho convissuto con lei troppo e troppo a lungo per non essere sicura di questa scelta, cos decido di assecondare Carlos quando mi segnala che Gabriel Urpi pare essere libero: allenava Beto Martn, ma ha smesso dopo il Roland Garros. noto per aver allenato anche Arantxa Snchez, che con lui ha raggiunto, prima spagnola, il numero 1 del ranking. Sono sicura di due sole cose: ho bisogno di una persona che mi marchi stretto, che si concentri completamente su di me (e in Italia, per quanto ne so, sono tutti impegnati); ho bisogno di un coach uomo per evitare di ripetere con qualcun altro gli stessi errori che ho commesso con Barbara. La confidenza che si crea tra donne pu essere unarma a doppio taglio, mentre con gli uomini rimane sempre un distacco di fondo, anche quando si amicissimi. In autunno ricomincio a giocare a un ritmo alto: Bali, Pechino, Guanzhou, Zurigo, Linz. Quando Gabriel mi chiama per una prova sono trentanovesima. Vado a Barcellona per incontrarlo ed amore: per la sua tecnica, il suo metodo, il suo modo di fare. Rimango. Laccademia Snchez-Casal diventa la mia seconda casa per linverno. Scopro che in Spagna tutto diverso: il tennis uno sport pi riconosciuto rispetto allItalia, dove seguito con attenzione da poco. Anche quel poco, per, pu fare la differenza: non mai troppo tardi per innescare circoli virtuosi. Pi il tennis si vede, pi ha appeal, pi i ragazzi si iscrivono alle scuole, pi aumenta la speranza di trovare nuove leve valide. Con il nuoto accaduto lo stesso: prima di Federica Pellegrini non richiamava tanto pubblico, ora qualcosa cambiato. Mi dispiace che noi non calciatori dobbiamo fare cose eclatanti per essere visibili, ed evitare che tutta lattenzione e il budget finiscano nel gorgo del calcio: negli altri paesi diverso. In Spagna gli allenatori condividono un metodo di lavoro che fa s che tutti abbiamo le stesse basi, e che tecnicamente permette di crescere. Nellinverno del 2004 Gabi si concentra su questo: la tecnica. Colonizzo e adotto lappartamento di Carlos, lui sta a Maiorca e lo raggiungo tutti i weekend: indubbiamente il periodo pi lungo trascorso con un uomo. Imparo a conoscere e ad amare la sua isola, i suoi genitori, la grande rete di cui fa parte. Scopro che, per certi versi, ci assomigliamo: condividiamo lo stesso amore per la famiglia, la dedizione alle amicizie. un tipo tranquillo, al contrario di quello che si potrebbe pensare. Chi lo incontra la prima volta portato a identificarlo come il tipo umano che, dato che ricco e famoso, si d un sacco di arie e rifiuta di dare confidenza. Se si ha la pazienza di aspettare che si sciolga, per, si viene premiati con la scoperta della persona che , simpatico, ridanciano, con uno spirito un po malizioso. uno che ama la compagnia, gli scherzi, stare con gli amici. E mangiare. Se non avesse fatto il tennista, senza difficolt avrebbe potuto fare carriera come assaggiatore di professione: ha buon gusto, appassionato di alta cucina, si intende di vini. Mio padre accusa il colpo quando, al telefono, mi capita di dire che vado a casa. Casa non solo un indirizzo: famiglia, rifugio, sicurezza. Non si capacita che la mia sia altrove, lontano da lui e dalla mamma e da tutto il clan Pennetta. Ci mette un po ad accettare che non sono semplicemente girovaga, ma che vivo da unaltra parte. Io, invece, ci ho messo pochissimo: Carlos ha riempito la mia vita con una routine accogliente e, in qualche modo, familiare. Quando abbiamo la possibilit di vederci ci piace stare insieme, rintanati in casa o in albergo, pronti a mettere il naso fuori solo per una cena in un buon ristorante o un drink con gli amici. Impacchetto e nascondo in un armadio la Flavia che va a ballare, esce e fa rumore, riempie ogni momento libero di telefonate, e-mailate, skypate e prende appuntamenti con mesi danticipo per poter mantenere i rapporti con il suo mondo. Mi va bene cos: lo amo, ci vediamo poco, non voglio discutere su chi decide dove andare a cena e con chi. Chi se ne frega.

7 Carlos ricco, smodatamente ricco. Per non lo fa notare, e io amo questo suo atteggiamento. generoso; non solo economicamente. generoso di s, di tempo, di energia, in termini di adattamento. Non vive nel lusso, non gli interessa: ogni tanto si concede qualche sfizio una cena galattica, una bottiglia esagerata ma non ha la puzza sotto il naso e, se deve scegliere, rinuncia volentieri ai comfort per stare con gli amici. Per esempio, quando mi porta in vacanza con due suoi amici e fidanzate al seguito, prenota una posada carina per tutti, nel rispetto delle rispettive possibilit. attento nel mettere ciascuno a suo agio, a far sentire bene le persone che lo circondano, a creare un clima piacevole. Anche con me: quando estraggo il portafoglio per pagare sorride e mi invita a rimetterlo da dove venuto. Non riesco a offrirgli nemmeno una colazione, un caff, un bicchiere dacqua. Rifiuta in modo garbato, senza ostentare le sue possibilit, forse perch anche lui ha la fortuna di aver mantenuto rapporti che durano da moltissimi anni con amici che vivono totalmente al di fuori del circuito tennistico, che hanno una routine normalissima e guadagnano in proporzione. Chiaro che si pu permettere cose cui gli altri rinunciano, me compresa, come il posto in business in aereo. Ma su quello sono stata chiara sin dal primo momento: il lavoro il lavoro, tu a modo tuo, io a modo mio. Cio in economy. Mi offenderei se funzionasse diversamente, lui lo sa e lo rispetta. Sono molto fiera di mantenermi da sola. Guadagno bene, ho possibilit che alle ragazze della mia et solitamente sono negate, per anche vero che un tennista una piccola industria: deve pagare viaggi, voli, alberghi, non solo per s ma anche per lallenatore, che naturalmente prende anche uno stipendio, per eventuali altri accompagnatori, poi c il preparatore atletico, quello mentale, il fisioterapista, il medico dello sport... Lo tengo sempre presente, come monito quando mi viene la tentazione di lasciarmi andare e comprarmi qualcosa che, in quel momento, magari sembra fondamentale e che, invece, fondamentalmente inutile. Mio padre dice che sono avara, sin da bambina. Io preferisco dire che ho sempre amato i piani a lunga scadenza. Delle paghette non ho mai speso nemmeno una lira per togliermi uno sfizio: mi costruivo un obiettivo e raggranellavo tutto il possibile per raggiungerlo. Oggi faccio la stessa cosa, con laiuto di quella meravigliosa ncora che mia mamma. Ogni tanto la chiamo e le chiedo: Mamma, posso?. Lei non mi dice: Certo, amore, ma Sei sicura?. grazie a lei e agli amici normali che riesco a mantenere il senso della realt. Pi sali nel ranking, pi il contesto nel quale ti muovi tende a falsare la percezione delle cose. Nei circoli tennis in giro per il mondo ci trattano come di: hai bisogno di andare in farmacia? Basta dirlo: a breve comparir unauto con driver che ti accompagner ovunque tu voglia. Sei nel posto pi sperduto del mondo e vuoi unestetista a tua disposizione? Ma certo, basta chiedere e qualcuno la trover. Nel mondo reale questo non accade: nessuno ti d una mano cos, semplicemente perch sei bravo in quello che fai. Ho fior di amiche bravissime nel loro lavoro che lestetista se la prenotano durante la pausa caff. Mantenere i rapporti con loro aiuta a mantenere i piedi per terra. Sapere di essere una privilegiata mi responsabilizza, nei confronti del mio paese, della mia famiglia, del mio futuro. Da sportiva, so di avere una data di scadenza. Meglio arrivare a quel momento preparate a tornare nel mondo piuttosto che incapaci di interagire con gli altri. Tornare nel mondo: sono a Parigi quando comincia a sembrarmi allettante. Ho lasciato la dolce routine di Barcellona-Palma di Maiorca-qualche puntata a Brindisi per giocare in Australia; a Gold Coast mi fermo al terzo turno, a Sydney esco al primo, agli Open perdo malissimo al primo turno con Magdalena Maleeva, quasi-trentenne che non ha nessuna intenzione di ritirarsi: ex numero 4 al mondo, al momento numero 25, continua a lottare per migliorare e migliorarsi. A Carlos va meglio, ma non troppo: dopo la vittoria a Chennai, esce al primo turno sia a Sydney che agli Australian Open. Nemmeno il tempo di disfare i bagagli a casa che gi ora di ripartire: io per Parigi, lui per lArgentina. Al primo turno incontro Selima Sfar, numero 114. Io sono trentacinquesima, la mia vittoria data per scontata. Invece perdo. Lotto, ma perdo. In due set. 7-6, 6-4. La Sfar non pi forte di me, non ha colpi imprendibili, non vuole vincere pi di me, non fisicamente pi preparata. Questa una partita contro me stessa, e la perdo. Da una parte c la persona, dallaltra la giocatrice. Non c sport schizofrenico quanto il tennis, e la solitudine del fondo campo non aiuta. La verit: sto bene con Carlos, sto bene a casa, sto bene nellidea di noi due insieme, della nostra futura famiglia. Voglio sposarmi e avere dei figli, lho sempre voluto. Maschiaccio s, ma fino a un certo punto: voglio labito bianco, due bambini, Matteo e Zoe. Anche Carlos vuole una famiglia, ne parliamo spesso. Non ho nemmeno ventitr anni e smetterei di giocare domani per realizzare questo sogno. Diventare madre e cercare di essere almeno simile alla mia mamma, diventare compagna per la vita e provare a costruire un rapporto che assomigli a quello tra i miei genitori. Ogni tanto mi fermo a fantasticare: noi due, insieme, in una casa bianca a Palma di Maiorca, con i figli, i cani, le famiglie, gli amici. Uno dei problemi che sognare una cosa, smettere di giocare unaltra. Ho paura di una scelta cos radicale: e se poi non mi basta? Sono abituata a essere indipendente, a gestirmi da sola, a fare scelte che non riguardano altri che me. Sono disposta a fare spazio a dei figli, non vedo lora, ma a rinunciare a tutto per amore? E se un giorno mi svegliassi e scoprissi che non mi basta pi? Ho smesso di studiare troppo presto e troppo tempo fa per poter ricostruire una qualsiasi familiarit con i libri. Mi aspetterebbe un futuro da maestra di tennis? Mi sento soffocare solo allidea. Mi mancherebbero il mio gioco, le sfide e gli obiettivi che mi pongo quotidianamente, il campo, gli allenamenti, il sudore e la fatica e persino il male ai piedi. Il tennis vita, fermento, tattica, passione, abnegazione. Ho dato tutta me stessa a questo sport: mi ci sono dedicata, ho rinunciato a una vita normale, a ritmi socialmente accettati, a una cultura decente, alla mia comunit. Ho scelto la solitudine e il girovagare, nel quale di fascinoso c poco, se non una certa qual malinconia che mi pervade costantemente. Lo chiamo il senso dellaeroporto: la promessa di un nuovo viaggio, il male acuto di vivere i propri affetti a intermittenza, la sicurezza di tornare un po diversa, la paura di non trovare pi tutto identico, cristallizzato, allo stesso posto. Mi riprometto di parlarne con Carlos. Ci vedremo ad Acapulco tra un paio di settimane. Nel frattempo volo a Bogot: uno dei miei posti preferiti. Bogot e Acapulco sono i tornei che ho nel cuore: paesi latini, sento aria di casa, con la gente che tira tardi, mangia dal mattino alla sera e ha il coraggio di passeggiare anche nel caldo pi sfacciato. A Bogot nato il pensiero della storia con Carlos, sono arrivata per la prima volta ai quarti di finale in un torneo del World Tour, ho giocato una partita memorabile contro Katarina Srebotnik, allora trentaseiesima al mondo. Acapulco stata la mia prima finale importante, una lotta senza esclusione di colpi con Iveta Beneov. Lei ha vinto il torneo, io la paura di perdere. E ho scoperto che, anche se la rabbia fa parte del gioco, c modo e modo di tornarsene a casa. Quella volta sono tornata a casa nel modo giusto. Tutti si ricordano degli eroi, ma nelle favole i personaggi fondamentali sono molti di pi. Per esempio, gli aiutanti. Cenerentola senza topolini non avrebbe mai sposato il principe azzurro, io senza Gabi e Viloca non avrei affrontato Bogot e Acapulco come ho fatto.

Dicesi Viloca il delizioso, bello e tranquillo ai limiti dellingenuit Juan Alberto Viloca, allenatore in seconda. Gabi non pu accompagnarmi ma non mi manda sola. Mi affida a lui, e lui talmente giovane e ansioso che non mi perde di vista un secondo. Intuendo il suo punto debole, lo faccio ammattire con scherzi di ogni tipo. Guardiamo le partite insieme, saltello su e gi dalle gradinate e, improvvisamente, fingo di cadere a terra urlando: La cavigliaaa!. Il povero Viloca sbianca a tal punto che non resisto e comincio a ridere prima che mi abbia raggiunta. Oppure, a Bogot, eludo la sua sorveglianza ed esco. Quando, al ritorno in albergo, lo trovo preoccupatissimo, lo guardo dritta negli occhi e gli racconto di essere stata a pochi metri da una retata: Juan, non puoi immaginare, narcotrafficanti ovunque, incendi, sparatorie... La polizia che caricava! Guarda, per poco non mi colpiva una pallottola volante proprio qui e gli indico il ginocchio. Smetto quando capisco che potrebbe non arrivare alla fine di questo viaggio in mia compagnia. A Bogot, complice la presenza assidua di Viloca e i suggerimenti non solo tecnici di Gabi, sfodero energie che non immaginavo nemmeno di possedere. Affronto Frederica Piedade: vinco; gnes Szvay: vinco; Barbora Strcov: vinco; Clarisa Fernndez: vinco. Tutte senza particolare impegno, senza straordinari sforzi. Sono in finale e a momenti non me ne sono neanche accorta. Mi aspetta Lourdes Domnguez Lino. Ha disperatamente bisogno di questa vittoria: un paio di anni fa risultata positiva alla cocaina, ne sono seguiti tre mesi di sospensione e poi la lenta risalita, nel tentativo di dimostrare di essere anche altro. Infatti non molla, Lourdes. Sotto di un set, dopo un break, non ha paura e cerca di tenere il controllo del gioco. Provo a spiazzarla cambiando ritmo, ci casca ma si riprende rapidamente. oltre la duecentesima posizione del ranking, ma unavversaria di tutto rispetto. Chiudiamo la partita al tie-break: a ogni palla penso che non possibile, sta succedendo a me, sto per vincere un torneo del World Tour, oddio, fino ad adesso non avevo realizzato, forse non sto realizzando, magari pure presto per realizzare, e se adesso non vinco?, tutto pu cambiare in un attimo, basta una palla fuori, basta che mi deconcentri, basta che pensi ad altro, basta che io mi perda e la Domnguez Lino intervenga, perch nessuno ti regala niente in questo sport, servo, ancora una, ancora una, ancora u... Dentro. Ho vinto. Evvai. Salto dalla gioia, non so se volando altissimo o buttandomi a terra, non mi rendo conto. Stringo la mano della mia avversaria e, per questa volta, sono io a tornare al centro del campo, a battere la racchetta con una mano mimando lapplauso verso il pubblico, il mio pubblico. Flavia, ce lhai fatta mi dico. Ho vinto e sono la numero 30 al mondo. Ricevo telefonate da tutti: mamma, pap, amici, parenti, Carlos. Rimangono un po interdetti perch da me si aspettano unesplosione di entusiasmo mentre io, appena uscita dal campo, ho ritrovato una delle mie maschere preferite: la donna-cheesprime-emozioni-poco-per-volta. La donna-che-esprime-emozioni-poco-per-volta utilissima su tutti i versanti: dalla gioia al dolore, dalla commozione alla frustrazione, dalla nostalgia alla tristezza. unarma dei tennisti importante almeno quanto la racchetta. Nella migliore tradizione wimbledoniana, infatti, non fine lasciarsi andare, mai: una bella stretta di mano e poi ciascuno nascosto nel suo spogliatoio, nella sua auto, nella sua stanza. Conta il tuo gioco, non chi sei. Tutto questo ci aiuta a diventare egoisti, concorre alla formazione di personalit fredde perch distaccate soprattutto da se stesse. Dopo qualche anno di circuito difficile anche riconoscersi. Vorrei evitarlo, ci provo, ma per alcuni versi fatico a vedermi quando, abituata come sono a muovermi da sola, a fare programmi autonomamente, ignoro completamente esigenze o desideri altrui. Il tennis uno sport individuale. Individuale perch si gioca per di pi uno contro uno, ma anche perch induce a concentrarsi su una sola cosa: se stessi. Se stessi e il proprio gioco, il proprio ritmo, i propri colpi migliori e quelli peggiori, senti il tuo corpo, ascolta le tue sensazioni, il tuo soliloquio. A non starci attenti si diventa dei mostri. Forse campioni, ma persone a met, talmente concentrate sul proprio ombelico da non saper pi interagire con il mondo. Mi ha salvato lessere una mezza calzetta da bambina, altrimenti anchio, forse, sarei stata cos: un esserino egoista e rompipalle che si aspetta solo riconoscimenti e non ha nemmeno un orecchio disposto ad accogliere gli altri. Quando sono partita per il Centro federale mio padre mi ha detto: Devi prendere quello che gli altri ti possono dare e stare attenta a non dare troppo, altrimenti rischi che se ne approfittino. Me lha detto per proteggermi: di carattere sono una compagnona, non fatico a fare amicizia e a entrare in confidenza, mi capita di espormi tuttora con persone che non conosco bene, figuriamoci a quindici anni! Capisco perch me lha detto. Per capisco anche che la sua frase una frase di mio padre mi ha cambiata dal di dentro, mi ha aiutata a modellarmi sulla base delle esigenze del mio mestiere, mi ha fatto da guida quando ho dovuto prendere una qualche decisione, anche stupida, sul da farsi: ha fatto di me una tennista. Una che gioca uno sport individuale. E chi gioca uno sport individuale non deve esporsi, altrimenti gli altri si approfitteranno del suo senso di solitudine, della sua nostalgia di casa, della sua frustrazione perch ha perso male, del dolore per la morte di una zia. E s, anche della sua gioia perch dopo anni di sacrifici arriva un risultato che ripaga e conferma nella propria scelta. Molto meglio un sano, corazzato riserbo inglese. Da Bogot prendo un aereo per Acapulco. Sono felice di tornarci: un anno da quando Carlos mi ha invitata a bussare alla sua porta, un anno da quel primissimo pico sulle labbra. Abbiamo di che festeggiare. Carlos si ferma al secondo turno, io invece arrivo alla sera del mio compleanno con alle spalle una bella serie di vittorie contro Julia Schruff, Mariana Daz-Oliva, Lilia Osterloh e Antonella Serra Zanetti. Decisamente i miei genitori, che sono venuti a vedermi giocare, mi portano bene. Il giorno dopo mi aspetta la finale contro Ludmila Cervanova, tennista ceca una sessantina di posizioni pi in basso di me nel ranking, ma il cui rovescio sulla terra pu risultare micidiale. Sono tesa, la seconda finale nel giro di un mese, e nonostante Viloca cerchi di tranquillizzarmi continuo a lottare con le aspettative. Carlos decide dufficio che non posso passare la sera del mio compleanno in preda alle paranoie, rimanda il tennis e tutto ci che lo riguarda al giorno dopo e mi porta fuori a cena, noi due soli. Sfodera una delle sue maschere preferite: il giullare, quello che fa ridere e distrae e parla continuamente e strappa sorrisi nel momento giusto. Gliene sono grata. Il giorno dopo mi sveglio con un doloretto alla gamba sinistra che non promette niente di buono. Convoco la fisioterapista e in preda a una crisi di nervi le dico che deve fare qualcosa per riuscire a mandarmi in campo. A tutti i costi. Non posso ritirarmi: devo giocare la finale! Si tratta degli adduttori. Mi massaggia, spalma e manipola finch non sono in grado di stare in piedi e, stringendo i denti, di correre. La gamba si fa sentire gi mentre attraversiamo il corridoio che dagli spogliatoi porta in campo. Mantengo il mio turno di battuta, la Cervanova fa lo stesso. Ok, andata, sto giocando. Le faccio break, ma lei vince i successivi quattro game, senza che io riesca a farle nemmeno mezzo punto. Mi innervosisco. Ho passato met del set ad ascoltare la gamba, con la paura che mi facesse male, e adesso sono in svantaggio. Metto da parte i timori e mi lancio alla rincorsa di un recupero: conduco 2-0 quando sento una fitta alla gamba destra. Cos, uno scherzo? Prima la sinistra e poi la destra? Non riesco a muovermi: a destra la gamba mi fa male, la sento pulsare, forse gonfia, a sinistra va meglio, ma non cos meglio.

La Cervanova vince tutti e tre i game successivi. Dalla gamba destra il dolore si spande in alto: sale alla schiena, al braccio destro, alla mano. Mi sembra di non avere una presa sicura sulla racchetta, cerco di giocare di rovescio per rinforzare presa e colpo con il braccio sinistro ma non posso ignorare che mi manca un colpo. Il diritto una tortura, torcermi per imprimere forza ai colpi e piantarmi una spada nel fianco tuttuno. Chiedo di interrompere il match e chiamo la fisioterapista. Guardo Viloca, forse dovrei ritirarmi. Mi fa segno di aspettare e di vedere cosa succede. Comincio a tornare in vita dopo cinque minuti di stop. Non sento niente: n dolore n benessere. Perfetto. O almeno sufficiente per rientrare in campo. Per cedere una finale c sempre tempo. Approfitto di un paio di game per testare i movimenti. Niente. Bene. Mi sembra di essere stata graziata: non so chi stato, ma per ringraziarlo ho un solo modo, vincere questa partita. Metto la quinta e scateno il mio miglior tennis: la Cervanova regge fino alla fine del secondo set, quando vinco il tie-break. Mi aggiudico il match al terzo set: il decimo di seguito. In conferenza stampa sono ancora stupita: mi sembra impossibile arrivare a un passo dal ritiro e poi vincere. E vincere cos. la mia terza coppa . Sul volto mi si dipinge unespressione tra lo stupefatto e il massimo della soddisfazione. Parlo poco e sorrido a tratti, naturalmente: continuo a essere la donna-che-esprime-emozioni-poco-per-volta.
WTA

Allinizio di marzo siamo a Indian Wells, da l voliamo a Miami. I risultati non sono esaltanti: in California esco al secondo turno, a Miami Anastasia Myskina mi batte al terzo turno. La sconfitta cos cocente che il secondo set non riesco a vincere nemmeno un game, e chiudo rovinosamente 60. Mi auguro di prendermi la rivincita in Fed Cup alla fine di aprile: Barazzutti mi ha convocata contro la Russia. Sono strafelice: giochiamo a Brindisi, al Circolo dove sono letteralmente cresciuta. Passo un paio di settimane a Barcellona con Gabi: mentre Carlos gioca a Montecarlo impariamo a stare insieme, passando con scioltezza dal campo da tennis al tavolo di un ristorante. Scopro non solo un grande allenatore, abile nel comunicare e nel capire, ma una persona meravigliosa, sincera, coltissima. una vera enciclopedia, piacevole a parte quando scende troppo nei dettagli: allora diventa di una noia mortale e lo devo stoppare, con garbo, ma stoppare. Ha amici ovunque nel mondo e adora chiacchierare, parlerebbe anche con le piante se gli rispondessero. Andiamo molto daccordo anche se abbiamo due et molto diverse: lui ha cinquantanni, io qualcuno meno. Giorno dopo giorno mi rendo conto di quanto la mia tecnica migliori con il suo aiuto e di quanto la tecnica, da sola, non basti. Gabi mi illumina, letteralmente, con un punto di vista che non avevo mai considerato: Per vincere non devi essere perfetta. Ah, no? No. Per vincere non detto che tu debba per forza giocare il tennis pi bello della storia: devi farti vedere solida. Passare, riuscire a fare scambi lunghi, intensi, nei quali corri tu, corre laltra... Che a un certo punto si dice: mezzora che siamo 3-2 e questa non mi ha regalato un punto.... E va alla ricerca di qualcosa in pi. E si prende dei rischi. E sbaglia. E ti regala dei punti. Gratis. Ancora: Farsi vedere solida significa anche tenere il ritmo. Nel tennis le cose si capovolgono in un secondo: se stacchi la spina e abbassi lintensit del tuo gioco, lavversario cresce. La tua palla non pi cos pesante comera un punto prima, quindi concedi allaltra la possibilit di prendere in mano le redini, perch laltra non l a fare la bella statuina, laltra attacca. Piuttosto che regalarti un punto o, peggio, una partita, vola dallaltra parte della rete e ti ammazza. Devi essere sempre pronta. Se sta andando male, stai perdendo, sei sotto di un set, breakkata e sul 40-0 stai giocando il match point altrui, stai l: lo sai cosa pu succedere? No. Infatti pu succedere di tutto. Per questo non bisogna far caso al risultato, ma al gioco: il risultato una conseguenza. difficilissimo, ma se ti fermi a pensare che sei vicina al traguardo, si allontana sempre di pi. Sei vicina e lasci spazio a tutte le paure, le ansie, alla possibilit di non essere pronta a una vittoria del genere, e questo involontariamente ti ricaccia indietro, a fondo campo, irrigidita, a tirare pianino nella speranza che lavversaria sbagli. Quindi cosa bisogna fare? Puntare a migliorare come giocatrice. Vuoi vincere gli Australian Open? Bene, non sei lunica. Non guardare al desiderio di vincere, ma costruisci la strada per quella vittoria: cosa ti manca? Dove puoi fare meglio? Quali aspetti tecnici, mentali, fisici puoi mettere a punto? Manca poco alla Fed Cup quando, durante una corsa, sento mille e mille aghi che mi si piantano in un istante sotto la pianta del piede destro. Sapevo che poteva succedere, ma nessuna descrizione rende giustizia al dolore allucinante della fascite plantare. Risultato: non posso nemmeno camminare. I medici mi prescrivono riposo assoluto per un tempo troppo lungo perch possa partecipare alla Fed Cup. Lunica cosa che mi consola il ritiro della Myskina per un problema alla spalla destra. Raggiungo comunque le ragazze, non posso giocare ma tifare s. La Schiavo trionfa nel primo match con la Safina: promette fin troppo bene. Ci pensa la Dementieva a ristabilire i rapporti di forza, sconfiggendo Tatiana Garbin e la stessa Schiavo, e spianando la strada alla Bovina contro Maria Elena Camerin. Si prendono pure il doppio, le sovietiche, e noi dobbiamo dire addio al trofeo, almeno per questanno. Alla fine di aprile sto meglio e parto per Estoril con Carlos. Lui perde contro Robredo, ai quarti di finale; la Savchuk invece ferma me al primo turno, una performance decisamente non entusiasmante. Ci godiamo un paio di giorni sulla costa portoghese prima di separarci di nuovo e mi riprometto di fare meglio a Berlino. Senza troppe difficolt supero Anca Barna, una giocatrice tedesca per la quale tutto lo stadio fa il tifo. La dea bendata mi regala un secondo turno contro Jelena Jankovi: ventottesima al mondo, la Jankovi fa paura. una macchina da guerra, non per niente ha passato ladolescenza a colpire palle di mattino, pomeriggio e sera allAcademy di Nick Bollettieri. Per di pi entra in campo perfetta truccata, acconciata e profumata e alla fine della partita identica a quando ha iniziato. I casi sono due: o non suda o negli anni ha dedicato tempo a studiare una tecnica per asciugarsi senza incidere sul trucco, come quelle donne che quando piangono si tamponano le lacrime da sotto le ciglia per evitare le strisciate nere di mascara. In entrambi i casi lo trovo un dettaglio un po inquietante. Lanno scorso a Budapest mi ha sonoramente battuta. Voglio la rivincita, ma so che non facile. So che se voglio vincere devo prendermi dei rischi e, alla faccia della Coetzer, mi do anima e corpo nel primo set. Sbaglio il giusto, Jelena pensava di trovarsi di fronte Biancaneve e ha trovato la strega cattiva. Si ferma un secondo e sospira. Una breve defaillance: quello che mi serve per affondarla 6-2. Quando iniziamo il secondo set temo che non avr la forza di reggere questo ritmo fino alla fine della partita, cos decido di seguire il consiglio di Gabi: solida, non perfetta, ma solida. Tutto pur di non regalarle mezzo punto. La Jankovi arrabbiata: se questa partita fosse in un cartone animato qualcuno le avrebbe disegnato occhi fiammeggianti. Resisto al suo attacco furibondo allungando gli scambi il pi possibile. Tengo quattro game nel secondo set. Sono stanca ma talmente esagitata che mi gira quasi la testa. Funziona, vero: lei ha le redini, ma io posso imprimere allo scambio il mio ritmo. Posso metterla in difficolt, posso combattere. Pu succedere di tutto: come dice Gabi. Arriviamo al tie-break nel terzo set. La Jankovi si rivela spietata. Precisa, determinata, aggressiva. Gioca ogni punto come se a ciascuno fosse appesa la sua vita. Con questo tipo di furore io non posso competere. Rimango ferma a 1. Gabi sorride, per, e anchio. stata lunga, stata faticosissima, ma stata una partita stupenda.

Da Berlino volo a Roma. Carlos perde al primo turno contro Potito Starace: non so nemmeno cosa provo perch Potito, anche se ci sentiamo poco e ci vediamo meno, un amico-fratello dai tempi del Centro federale. Una sorta di revanscismo patriottico mi fa godere come una dannata vedendo uno dei nostri tennisti maschi, cos vituperati dalla stampa e dal pubblico, battere il numero 14 al mondo, anche se quel 14 il mio fidanzato. Forse lo stesso sentimento lo prova Alberto Martn, giocatore spagnolo che al secondo turno vendicher Carlos sulla pelle del povero Potito, sbattuto fuori dal torneo in tre set. Io mi fermo al secondo turno dopo una lotta furibonda con la russa Evgenia Linetskaya. Lei parecchio pi indietro di me nel ranking, i bookmaker mi danno vincente ma, come dice Gabi, nel tennis non si sa mai. Entro in campo pensando: Non posso perdere. Errore madornale: con unidea del genere la sconfitta matematica. Rimango stupefatta dal gioco della mia avversaria nel primo set: al punto che lo perdo 6-2, praticamente glielo regalo grazie a una ragguardevole lentezza nelle risposte. Mentre lei mi prende a pallate, sono imbambolata a chiedermi: Ma com possibile?. Nel secondo realizzo che se non mi muovo la mia corsa si ferma: se non altro glielo faccio sudare. Mi ci vuole il terzo per ripensare alle parole di Gabi e levarmi il risultato dalla testa. E il terzo un gran bel set: lo perdo, ma 7-5. Salvo la dignit e imparo qualcosa: seguire sempre e pedissequamente i consigli di Gabi. A Parigi batto la polacca Domachowska per poi arrendermi, al terzo turno, a Patty Schnyder. Gli ottavi del Roland Garros rimangono nella mia immaginazione. A Wimbledon, invece, riesco nellimpresa, ma il sogno si infrange contro le mazzate di Mary Pierce. Mi tornano in mente i versi di Kipling, quelli impressi nel corridoio che porta dagli spogliatoi ai campi: If you can meet with Triumph and Disaster / and treat those two impostors just the same. Se sai incontrare il Successo e la Sconfitta / e trattare questi due impostori allo stesso modo. No, non lo so fare. Lequidistanza non di questo mondo, o forse semplicemente non ancora del mio. Torno in Italia. Sullonda della rabbia arrivo alle semifinali di Modena, dove trovo Anna Smashnova. Ci siamo incontrate quattro volte e ho sempre perso: non sopporto il suo gioco lento, che mi imbriglia in una palude di attese e doppi sensi tennistici. Sono data per favorita ma linsofferenza mi mangia viva: non riuscire a capire cosa far la mia avversaria mi stressa. Sono in vantaggio 4-3 nel primo set, quando la palla della Smashnova tocca la rete e finisce, per un millimetro, nella mia parte di campo. Linsofferenza si trasforma in fastidio, il fastidio in premonizione, la premonizione in realt. Mi sento segnata e lascio andare la possibilit di vincere il torneo. La semifinale fatale anche a Palermo, dove gioco contro una Koukalova in formissima. Sul volo per San Diego cerco di fare il punto, guardare le cose come stanno. Gabi mi dice che sto giocando bene, che sto crescendo. Prendo le ultime settimane e le sbuccio come una cipolla: se tolgo la delusione per le sconfitte, se tolgo linsoddisfazione per gli errori, se tolgo la rabbia perch qualcosa in pi forse lo potevo fare, se tolgo la frustrazione per non esserci riuscita, allora rimangono un terzo turno al Roland Garros, gli ottavi di finale a Wimbledon, due semifinali in Italia. Togliendo anche questo, emerge un nocciolo duro di tenacia e determinazione. Mi ci attacco e, nonostante due performance non favolose a San Diego e a Los Angeles, a Toronto agguanto i quarti, agli US Open la finale in doppio. Arrivo a Bali quando la Schiavo gi l da due giorni. Cerco di coinvolgerla in un giro di camere per risparmiare: se lei dorme con me e Gabi sta in camera sua, io pago una camera in meno. Francesca piuttosto esigente sullo spazio di un disordine quasi maniacale, quindi ha bisogno di pi metri quadri possibile per poter spargere cose e riuscire a girarci intorno e mi dice che le camere sono piccole, quindi non se ne fa niente. Ok, prendo atto e, aspettandomi una specie di tana, vado a ritirare la chiave alla reception. Al di l della mia porta una suite pazzesca! Al che la richiamo: Senti, sono nella camera 10, passi a salutarmi?. Quando vede la stanza non ci crede: Io non capisco perch a te danno sempre le suite!. A quel punto si installa da me e si scatena una dinamica folle: la Schiavo abbandona abiti e oggetti in giro, io la inseguo mettendo tutto a posto, piegando gli asciugamani, sistemando i vestiti nei cassetti, nascondendo le valigie in un angolo. Tutte le volte lei si finge stupita: Scusa, ma passata mia madre?. Poi ci facciamo una risata. Veniamo da New York e alle sei del mattino siamo gi in piedi, pronte per una bella passeggiata sulla spiaggia. Dopo aver battuto facilmente Martina Mueller mi tocca la cinese Jie Zheng, un mastino che non molla losso nemmeno se la si prende a cannonate. Siccome anchio sono cos, la partita un infernale susseguirsi di break e contro break, momenti di scoramento e rimonte. Per loccasione compare sugli spalti mio padre, fortunatamente tenuto a bada da Maria Elena Camerin, che si sforza di placarlo mentre gesticola, urla, parla e diventa paonazzo. Ogni due secondi le chiede: Quanto sta?. Oronzo, siediti qua, calmati e guarda gli dice lei. Non ce la faccio, non ce la faccio! E non ce la fa davvero, tant che a un certo punto il giudice di linea non chiama fuori una palla, e Oronzo esplode: Ma no, fuori!. Lui esattamente in mezzo alla linea di fondo campo. Il giudice lo guarda malissimo, mio padre lo squadra e gli fa: Cornuto!. Con anche il gesto delle corna! Seguono imbarazzanti secondi in cui i due si fissano modello Far West, mancano solo le pistole fumanti, finch Oronzo pi Clint che John rincara, caso mai laltro avesse avuto qualche dubbio: Proprio tu, cornuto!. E via di nuovo le corna. La Camerin piegata in due dal ridere, io non so se ridere o piangere, la Zheng non capisco cosa pensi, vai a sapere cosa significa il gesto delle corna in Cina... Il pomeriggio Franci mi dice: Flavi lei mi chiama cos, ti porto in un posto bellissimo che ho scoperto qua vicino. Per devi metterti il cappellino e guardare solo a terra, altrimenti ti perdi limpatto favoloso della scena nel suo insieme. Ok. Abbasso la visiera e parto agganciata alla sua mano. A un certo punto, mentre attraversiamo degli scogli, visto che devo guardare solo dove metto i piedi vedo una pozzanghera. Dentro la pozzanghera, un serpente. Mi si blocca la favella: la Schiavo mi tira da una parte, io la tiro dallaltra, lei non capisce, io sono terrorizzata. Andiamo avanti cos qualche secondo, poi lei si innervosisce: Oh! Muoviti!. Fra, guarda a terra! Al diavolo lo scenario impattante: corriamo via urlando entrambe. Manco fossimo in una partita, Franci non demorde: ha deciso che dobbiamo fare qualcosa quel pomeriggio e qualcosa faremo. Sostituisce prontamente la gita con unesperienza che giura essere memorabile e per niente pericolosa a bordo di un cosiddetto fly fish: un gigantesco aquilone su cui ci si sdraia per venire trainati da un motoscafo. Flavi, non ti devi preoccupare, favoloso! Benissimo. Saliamo, ci agganciamo e partiamo, vento alle spalle. Il fly fish sobbalza sulle onde, tutm tutm. Fine del gioco. Franci, ma che roba ? Aspetta, adesso... Il motoscafo vira, torniamo nellaltra direzione, con il vento contro. Il fly fish si alza dallacqua almeno dieci metri, vola! Io cerco di rimanere attaccata e fisso lacqua gi pensando: Oddio sono finita, sono finita, sono finita.... Sale e scende, battendo contro la superficie del mare, per tornare poi in alto. In uno dei voli cadiamo storte, la Schiavo penzola letteralmente gi

dal mostro e mi implora: Flavia, aiutooo!!!. Ci metto un po a capire che veramente in difficolt, perch non riesco a tenere gli occhi aperti dal ridere. Quando la salvo prendendola per il costume lei si incazza perch dovevo salvarla prima. Continuiamo cos fino a sera: io che rido sgangheratamente e lei che dice che per poco non ha rischiato di morire. Siccome la Schiavo, me la fa pagare in partita, vincendomi ai quarti di finale. La stagione praticamente conclusa. Gioco unultima partita con la Pierce a Mosca, lei vince, io perdo, ma bilancio il secondo turno guadagnandomi i quarti sia a Filderstadt che a Zurigo. Alla fine del 2005 ho ventitr anni e sono la ventitreesima giocatrice al mondo. Il 23 un bel numero. Se guardo indietro a questo mio secondo anno da professionista a 360 gradi, che gioca tutti e quattro i tornei del Grande Slam, vedo unadulta che sta via di casa una trentina di settimane lanno, vive lontano dai genitori, mantiene da sola la sua piccola squadra: ne sono fiera. Sono riuscita dove volevo, sono in alto, molto in alto. E non sono da sola: Carlos mi chiede di trasferirmi a Palma di Maiorca durante la pausa invernale, per vivere insieme. Gabi disponibile a spostarsi, cos, per la seconda volta, impacchetto tutte le mie cose e le sistemo nel nostro nuovo appartamento. Quando entriamo praticamente vuoto: stupendo. Tutto da disegnare insieme. Passiamo ore a giocare con le piantine della casa, a cercare di incastrare mobili che abbiamo visto in giro, immaginando gli accostamenti, i colori, gli spazi. Sono ventitreesima, ho ventitr anni e sono felice.

8 Comincio il 2006 con il botto: arrivo in finale a Gold Coast battendo Ekaterina Bychkova, Na Li, la francese Tatiana Golovin e, soprattutto, Martina Hingis, fresca di rientro a tempo pieno sui campi. Lungo tutto il primo set non riesco a capacitarmi di chi mi trovo davanti: la ragazza prodigio, la pi giovane numero 1 della storia. La rispetto, per la sua storia e il suo talento. Sarebbe un bello spunto di conversazione a cena, la sera, davanti a un piatto di gamberoni freschi del Pacifico, ma siamo in campo e questo tipo di rispetto unarma a doppio taglio. So che per batterla devo giocare a un livello altissimo, so che non mi regaler mezzo punto, so che devo rischiare se voglio guadagnarmi i punti della vittoria. Tutto questo mi mette pressione, e la pressione blocca. Martina vince tutti i suoi game, io ne tengo solo uno. Cominciamo il secondo set e mi manca laria. Martina tornata per vincere e si vede. Mette in campo tutte le sue armi migliori: acume tattico, gioco sotto rete, colpi fluidi e precisi da fondo campo. Mi spiazza il suo giocare diversamente dalle avversarie con le quali sono abituata a battermi: non punta sulla potenza, sul gioco muscolare, sulla velocit. Non mi prende a pallate: cerca di piazzare ogni singola palla nel punto pi inaspettato. Sul 6-5, Martina serve per il match, io capisco che devo giocare a scacchi. Le strappo ogni match point impedendole di farmi punto. Carica come una molla stravinco il tie-break e mi lancio nel terzo puntando su quello che mi differenzia da lei: la preparazione fisica, la continuit nel gioco ad alto livello. Martina appena rientrata nel circuito: ha qualche problema alla gamba sinistra e non ha la mia stessa consuetudine allagonismo. Sfruttando questi punti deboli la lascio ferma a due game nel terzo set e mi guadagno la finale con la ceca Lucie afaov. La sera mi pare che il mondo sia mio. Lo scenario aiuta: grattacieli sulla spiaggia, luci accecanti, muscolosi surfisti che sfilano su decine di chilometri di onde... tutto giovane, tutto nuovo, tutto cos promettente. Il giorno dopo mi alleno con la calma di chi sa di aver dato il massimo. Sono tranquilla, vorrei vincere ma la mia finale lho gi giocata. La afaov molto diversa dalla Hingis: pi giovane di me, mancina, gioca il tennis delle sorelle Williams e della Sharapova, puntando su colpi potenti, forti, su servizi veloci e angolati. Forse sono sotto lincantesimo di una vittoria importante, ma la afaov mi batte in due set, con due soli break. Mi importa, naturalmente mi importa: avrei portato a casa il quarto trofeo della carriera. Non sono arrabbiata, per. Guardo il positivo: lanno cominciato alla grande, aver giocato la finale mi vale il mio best ranking, numero 20, e ho portato a casa lo scalpo della Hingis in una partita spettacolare. La sera esco a festeggiare comunque, con Gabi, Robertina Vinci, la Schiavo, Antonella Serra Zanetti e rispettivi allenatori e preparatori. Cerchiamo di non parlare di tennis ma finisco a scherzare con la Schiavo sul mio ingresso nella top 20. Lei quindicesima. Sar una di noi la prima italiana nella storia a entrare nella top ten, lo sentiamo. Quello il sogno, ed cos vicino che se allunghiamo la mano quasi lo tocchiamo. A Sydney, Carlos si ritira al secondo turno durante lincontro con Blake, dopo una magnifica partita con Grosjean. Io non vado oltre il primo. La cinese Na Li vuole la rivincita: scende in campo aggressiva e decisa. Questa ragazza ha una prima di servizio che spacca il campo esattamente a met, non si sa con che colpo riceverla. Sfilo sulla sinistra per giocare di diritto, e regolarmente lei mi rimanda da fondo campo un passante che mi infila e va a cadere nellultimo centimetro di campo disponibile. Perdo la partita con un risultato secco, 6-4, 6-1, ma il tennis, se non altro, concede innumerevoli possibilit di rimonta. Gli Australian Open aprono i battenti la settimana successiva. Parto con slancio contro Cara Black, giocatrice dello Zimbabwe, portandomi a 4-0 in soli dieci minuti di gioco. Per un eccesso di sicurezza commetto qualche errore, la Black ne approfitta ma non riesce a portarmi via il set, che chiudo con un diritto fulminante sul 6-2. Il secondo set un disastro: sbaglio tanto, sbaglio troppo. Rischio per chiudere velocemente i punti, i game, il set e guadagno solo una mezza dozzina di doppi falli e una quarantina di errori gratuiti. Alla Black non sembra vero: rientra in partita rapidamente e si aggiudica il set grazie a due break. Con un inizio del genere sto perdendo. Sto perdendo male. Mi tornano in mente le parole di Gabi: Non pensare al risultato, mai. Il risultato una conseguenza del tuo gioco. Mi concentro sulla tattica, sui colpi, sui cambiamenti di ritmo e mi ritrovo. Riscopro il mio tennis. Accelero, rallento, costringo la Black a stare al mio gioco, la faccio correre e la sorprendo con colpi potenti e precisi. Chiudo set e incontro sul 6-3, apprestandomi a sfidare Martina Such, numero 96 della classifica mondiale. La tentazione di fare due conti, di affidarsi ai numeri e alle probabilit forte. Peccato che un pensiero come non dovrei avere problemi sia la premessa per una disfatta al cento per cento. Non riesco a non ripetermelo, mi do della cretina e cerco di cacciare la frase dalla testa. Appena mi rilasso non dovrei avere problemi ancora l, di nuovo l, inamovibile come non mai. Mentre attraverso il corridoio che dagli spogliatoi porta in campo dietro a Martina Such sto ancora cercando di cancellarlo. Non c niente da fare, e infatti gioco il primo set nervosa, sbagliando spesso. Solo nel secondo riesco a riprendere il controllo: divento un muro, solida e impenetrabile. Nel giro di un paio di game la Such non sa pi letteralmente dove mettere la palla e perde la testa. Vinco il set pi veloce della storia e in meno di mezzora la partita mia, e il terzo turno con lei. Le cose si complicano: dovr affrontare un astro nascente del tennis mondiale. Nicole Vaidiov astro per il ranking ( numero 16), nascente per let, solo diciassette anni. Una bomba. Reggo per tutto il primo set, giocando una partita equilibrata fino al 4-4, poi la ceca si impone con un break, tiene il suo servizio e conquista il primo turno. Nel secondo set praticamente non gioco: sono distratta, stupita, arrabbiata e nervosa. Mi riprendo solo sul 5-0, strappandole un servizio che vale lonore. Perdo rovinosamente ma, grazie al terzo turno, guadagno altre quattro posizioni nel ranking e mi attesto al sedicesimo posto. Sulla strada per Parigi mi fermo a Milano per questioni legate agli sponsor. Non ho pi sentito Florian da quando ci siamo lasciati. So che ancora a Milano, che si ritirato e poi rientrato nel circuito, che si dedicato anima e corpo alla preparazione fisica ma la spalla continua a dargli problemi. Vorrei rivederlo ma non ho cuore per sentire la sua voce per telefono, cos gli mando un . Lo invito a prendere un caff. Non passa neanche un minuto che risponde: Ok. Fissiamo in uno dei nostri posti: un baretto non troppo vicino al Circolo e alla nostra ex casa. Ex fidanzato, ex casa, ex nostro posto: una scena da film. Solo che Florian non mi corre incontro abbracciandomi come un vecchio amico, e la tensione non si scioglie in un secondo. Entro e mi siedo a un tavolino, pallida come un cadavere. Sono tesissima, ho la faccia talmente contratta che temo di non riuscire ad aprire bocca. Vedo Florian arrivare da lontano: identico, bello come potrei dirlo di mio fratello. Alla fine aveva ragione lui: siamo come fratello e sorella. Si siede di fronte a me senza darmi un bacio, una mano appoggiata sulla spalla, niente. Siamo lontanissimi. Non abbiamo ancora detto niente e vedo Florian estrarre dalla tasca un fazzoletto per asciugarsi la fronte. Lo guardo meglio: sudato manco avesse appena finito di giocare la finale di Wimbledon. Non estate, non fa caldo: suda per la tensione. Scoppio a ridere, lui di riflesso. Lo conosco da quando ho sedici anni, troppo per perdere tempo in sudarelle e paranoie.
S MS

Comincio a parlargli della mia vita, dei miei ritmi, delle mie difficolt. Non scendo troppo nei dettagli, non siamo in confidenza come una volta. E poi ho paura di fargli male, non vorrei mai ferirlo, di nuovo. Lui mi racconta della sua nuova routine, della sua ricerca di nuovi punti cardinali, del suo cambiamento di ruolo nel mondo del tennis. Non parla damore ma non mi interessa, non ora. Scopro che lamicizia si impara, se c una buona base. Io e Florian ci vogliamo bene, siamo cresciuti insieme, stato il mio primo amore: emozionante prendere il nostro rapporto, cos delicato, e trasformarlo in qualcosa daltro. Il caff diventa una merenda, poi un aperitivo. Ci sono cose da dire. Lo lascio allora di cena l dove ci siamo incontrati, vicino alla macchina, al Circolo, alla nostra ex casa, al nostro ex posto. Con la speranza di aver seminato bene: odio gli abbandoni e gli addii, vorrei che tornasse nella mia vita, un amico nuovo di zecca. Compiere gli anni a Bogot sta diventando unabitudine. Essere la campionessa uscente mi d euforia e ansia allo stesso tempo. Le mie avversarie lo avvertono: Katerina Bohmov per esempio, che incontro al primo turno, nettamente in soggezione. Man mano che procedo nel tabellone, per, come se dovessi dimostrare qualcosa, se dovessi arrivare per forza alla finale e vincerla, perch quello che tutti si aspettano da me. Tiro un sospiro di sollievo quando vedo lultima palla di Maria Snchez uscire dal campo: troppo lunga, out. Sono in finale. Per ironia della sorte chi la mia avversaria? Lourdes Domnguez Lino. Mi chiedo se veramente il 2006 oppure se sono la protagonista involontaria di un flashback: tutto identico allanno prima. Forse cambiano i completi che indossiamo, ma il clima quello, il campo lo stesso, persino il giorno, 26 febbraio, non cambiato. Ho un anno in pi, ecco una cosa decisamente diversa. Sono diciottesima al mondo, ecco unaltra cosa diversa. Ok, il 2006. Nel primo set evidente che la Domnguez ha preso la cosa sul personale: vuole il titolo che si vista sfilare da sotto gli occhi lanno scorso e per averlo batte come un treno, non sbaglia mezza volta, mi induce allerrore. Casco con tutte le scarpe nel suo gioco e lei vince con lo stesso identico punteggio che stato mio lanno precedente. Non so se ridere o arrabbiarmi: avevo a portata di mano la possibilit di conseguire il mio primo en-plein vincendo il singolo e il doppio in un torneo . Sarei avanzata nel ranking invece di retrocedere di due posizioni e presentarmi ad Acapulco al ventesimo posto. Come atterro raggiungo Carlos. Nessuno dei due deve giocare il giorno dopo, nessuno dei due sa con certezza che ora sia, nessuno dei due ha la bench minima voglia di pensarci. Il giorno dopo ci svegliamo tardissimo (ora locale). Addio al buffet della colazione, benvenuto room service. Tempo di ordinare che Carlos estrae dal cassetto del comodino una scatolina nera. Una piccola scatolina nera. Di velluto nero. Tuffo al cuore. Tutto il sangue mi si concentra non so dove e mi viene freddo, divento pallida e mi tremano le mani. Penso di avere un mezzo attacco di panico. Lui mi guarda divertito: Aprila!. La prendo tra il pollice e il medio della mano destra, lentamente, guardandola come si guardano le cose strane, fragili e inaspettate: attonita. Laltra tremebonda mano ci mette un po a far saltare la chiusura, aumentando il mio senso di inadeguatezza. Per tutelarmi butto l: Compleanno, no?. Certo fa Carlos, rassicurante per il compleanno, non ti preoccupare... E ride. Ride, lui, capito? S, per il compleanno.... Che scherzi sono? Relativamente calma, riesco ad aprire la scatola: dentro c una fedina doro bianco con dei brillantini, bellissima. Bellissima e terribile, mi ha fatto venire un colpo! Carlos mi prende in giro, e ho il vago sospetto che continuer a farlo per mesi. Passo il resto della giornata insieme ai miei genitori. Mi hanno raggiunto per vedermi giocare e, dato che ho quasi dodici ore per me, a parte gli allenamenti, voglio passare un po di tempo con loro. Se devo fare altro fortunatamente non si offendono: sono abituati ad avere a che fare con i cambi dumore e le strane esigenze di una tennista sin da quando feci spegnere la luce a mio padre in albergo alle dieci meno un quarto ai campionati Under 16 a Palermo. Sanno che ho bisogno di rispettare una routine fatta di allenamenti in campo, preparazione atletica, fisioterapia e concentrazione. Capiscono e si autogestiscono: uno dei mille motivi per cui sono assolutamente grata loro. Oggi, per, sono quasi tutta per loro. Nei giorni successivi gioco con Antonella Serra Zanetti e Tathiana Garbin: batto entrambe. Non sono partite facili, ma il match che mi strema quello con la Snchez: lo vinco al terzo set, dopo aver perso il primo, lottato al tie-break per il secondo e stravinto il terzo. Per fortuna in febbraio in Messico non si soffoca dal caldo, altrimenti dubito che mio padre avrebbe retto allansia per una partita cos lunga... Dopo lincontro con Maret Ani, una tennista estone che naviga intorno al centesimo posto della classifica, sono in finale. La mia avversaria la teutonica Anna-Lena Groenfeld, teutonica di nome e di fatto: viene dalla Germania ed pi alta di me di dieci centimetri buoni. Tennisticamente ha un servizio che una bomba, e infatti le vale il primo set, vinto per 6-1. La speranza di bissare il successo dellanno prima incredibilmente non si spegne. Forse perch ci sono i miei, forse perch c Carlos. Chi lo sa. E poi, ha importanza? Decido di cambiare gioco: alta cos, provo a farla correre. Questa volta tengo tutti i miei turni di battuta, e al nono gioco le faccio break. Evvai. Il secondo set mio. Nel terzo sono stremata. La Groenfeld ha capito la mia tecnica e cerca di smontarla a colpi di ace. Non le riesce nemmeno troppo difficile, e questo tipo di gioco molto meno faticoso di quello che avevo impostato io. Riesco a tenere due turni di battuta e a piazzare qualche punto bello. Salvo la dignit, conquisto tre posizioni nel ranking, mi vesto carina e me ne vado a festeggiare con Carlos e i miei. A cena mio padre fissa insistentemente il mio piatto, e non riesco a capire perch. Forse i frutti di mare... vai a sapere. Non mi ci interrogo perch nonostante la sconfitta sono spudoratamente felice: molte delle persone che amo sono sedute a questo tavolo insieme a me. Finch Carlos comincia a darmi di gomito: Dai, Flavia, di a Ronzino perch li hai fatti venire.... Oddio: mio padre guarda la fedina, atterrito, non il piatto! Carlos, sornione, continua a torturarlo: Dai, digli il vero motivo per cui sono qua. Sono qua perch... e si ferma. Mio padre sempre pi bianco, mia madre comincia a deglutire con una certa frequenza, io percepisco nettamente un calore diffuso al volto: probabilmente sono del colore che avevo dopo la finale. No, pap... per il compleanno, solo un regalo... Ride per sdrammatizzare, ma io lo conosco: lo so che adesso gli ci vogliono almeno un paio di giorni per riprendersi dallo shock. Per fortuna non devo ripartire subito, cos ho il tempo che serve per fargli capire che leventualit di un matrimonio, parola stregata, di l da venire.
WTA

Continuo a mantenermi tra la ventesima e la diciassettesima posizione fino alla fine di marzo, quando sono costretta al ritiro a causa di una distorsione alla caviglia destra. Faccio in tempo a tentare una performance piuttosto deludente ad Amelia Island, dove perdo al secondo turno contro Elena Vesnina, prima di volare a Nantes: si gioca la Fed Cup. La criticatissima Coppa Davis del circuito femminile io la adoro: do il meglio quando gioco non solo per me ma per una squadra. Questanno il

gruppo eccezionale: oltre a me e alla Schiavo, ne fanno parte Roberta Vinci e Mara Santangelo. Sfidiamo la Francia e Francesca vince contro Nathalie Dechy. Io scendo in campo contro Amlie Mauresmo: un massacro, 6-1, 6-1. Il mattino dopo la volta di altri due singolari e del doppio. Non voglio giocare, non voglio vedere nessuno n parlare di tennis. Voglio solo stare a letto ed quello che faccio: rimanere distesa al buio. Quasi non sento Francesca quando entra in camera e mi si butta letteralmente addosso, facendomi il solletico e dandomi fastidio per farmi alzare. Vuole che giochi io, non qualcun altro. Scendo dal letto capricciosa e rompiballe, un incrocio mostruoso tra la principessa sul pisello e i bambini quando puntano i piedi. La Schiavo non ha tanto tempo per corteggiamenti e lusinghe varie: tocca a lei giocare contro la Mauresmo. Ha deciso che vincer e vince dopo una partita pazzesca, da guerriera. Vendetta fatta. Entro in campo contro la Dechy con la testa tempestata di brutti pensieri: ho ancora problemi alla caviglia, la Mauresmo mi ha stracciato, anche la Dechy mi straccer, perder e con me perderanno tutte, limpresa della Schiavo sar stata inutile, deluder le mie compagne, deluder il mio paese, deluder me stessa... Tra un palleggio e laltro guardo nel mio angolo: tutta la squadra e Corrado Barazzutti, lallenatore, che urla: Rema! Rema e non sbagliare!. E mi fa segno di tenere duro, con le mani chiuse a pugno. Me lo ripeto allo sfinimento, come un mantra, e miracolosamente il Rema e non sbagliare del caccia la confusione, sconfigge le profezie che si autoavverano e mi accompagna passin passetto alla vittoria. Grazie al mio punto ci guadagniamo le semifinali contro la Spagna.
CT

Quelle semifinali diventano una specie di fissazione nei mesi successivi: gioco sei tornei, due del Grande Slam, e mi sembra che siano tutte partite preparatorie a quelle che si terranno a Saragozza, in luglio. Qualche giorno a casa, con Carlos, ed ora di ripartire per Estoril. Batto la stessa Elena Vesnina che mi aveva fatto fuori ad Amelia Island, approfittando della mia caviglia in condizioni non ottimali. La batto in tre set, cedendole il secondo ma recuperando alla grande nel terzo. Mi arrampico nel tabellone fino alla semifinale, dove trovo Jie Zheng, testa di serie numero 6. Niente da fare: Zheng prende ogni palla, arriva ovunque. Se la vedessi volare potrei crederci, invece corre. E per di pi ha un rovescio potentissimo, a dispetto dellaltezza. Ti sorprende. Anche Carlos esce in semifinale. Lui giocher direttamente a Roma, io faccio il giro largo passando per Berlino dove al primo turno mi trovo nuovamente di fronte Martina Hingis. Entro in campo pensando positivo (o almeno convinta che, remando, posso farcela). Mi piace giocare con la Hingis. diversa da tutte le altre, sfidarla migliora il mio tennis. Perdo il primo set 7-5, dopo aver conquistato due break point, mentre nel secondo sono costretta alla resa. Ma non dispero, e faccio bene. Ci rivediamo a Roma, la settimana successiva, ai quarti di finale. Arrivo a lei dopo le vittorie contro Kateryna Bondarenko, Catalina Castao e Anabel Medina-Garrigues: accuso una certa stanchezza ma il fisico regge, la preparazione atletica massacrante alla quale Gabi mi sottopone e gli allenamenti costanti danno i loro frutti. Ci sono, mi sento bene, so che posso farcela. La Hingis sta bene almeno quanto me: sempre pi a suo agio in campo, ha riconquistato la piena forma fisica e la consuetudine al gioco agonistico. Al terzo turno ha battuto Francesca Schiavone: esco dallo spogliatoio sognando una performance come la sua contro la spietata Amelie Mauresmo. Gioco la mia partita migliore del torneo. Reattiva, veloce, mantengo una concentrazione ferrea finch la Hingis non conquista un break nel terzo gioco. Sta cambiando qualcosa e reagisco in attacco. Intraprendenza, per, significa anche avventatezza: porto Martina a sbagliare ma commetto errori a mia volta. La Hingis risponde con cinismo e decisione ma riesco a tenere i miei servizi. Sul 5-3 annullo un set point, poi un altro, poi un altro ancora. La Hingis si sta innervosendo, serve decisa, rispondo con fermezza e sbaglia. Quarto set point annullato. Nel tennis cambia tutto in un secondo. questione di attimi, di reazioni. La Hingis potrebbe sfiduciarsi, o avere un attacco isterico, o scegliere di giocare in difesa per non sbagliare, palle lente e da lontano, cercando di indurre me in errore. Oppure potrebbe mantenere buddhicamente la calma e, con grande autocontrollo, scegliere la migliore tattica di gioco a seconda della situazione. Oppure, ancora, potrebbe arrabbiarsi, incanalare la rabbia in qualche colpo e prendersi il set. Non mai detto, fino alla fine. Si arrabbia: serve, rispondo, diritto, punto. Torniamo alle nostre panchine. Quando cambiamo campo non ci scambiamo nemmeno uno sguardo. La Hingis si porta subito 2-0. ancora arrabbiata. Conquisto il terzo game dopo una lotta furibonda: non molla lei, il suo servizio e non ne vuole sapere; non mollo io, il suo servizio e lo voglio a tutti i costi. lultimo game che riesco ad arraffare. Martina vince la partita e va a prendersi il trofeo. di nuovo la fine di maggio. Parto con Carlos per Parigi. Vorrei tornarci per una vacanza, un weekend romantico, invece anche questa volta giochiamo al Roland Garros. Sono abituata quasi a tutto della vita del circuito, ma non riesco a fare pace con il viaggiare per il mondo e non vederlo. Sono stata a Parigi almeno quattro volte e non lho mai vista: non sono salita sulla Tour Eiffel, non ho visitato il Louvre n il Muse Rodin, Montmartre me lhanno raccontata. Carlos teso: a Roma uscito al primo turno contro Rafa Nadal, che sta giocando come un dio e prendendo tutto, ma veramente tutto. Non pu nemmeno odiarlo in santa pace perch sono amici da anni, il che rende la cosa vagamente frustrante. Io sono nella parte bassa del tabellone: la mia prima avversaria Bethanie Mattek-Sands, statunitense. La batto senza patemi danimo e con un secco 6-3, 6-1 mi guadagno il secondo turno. La mia successiva avversaria Kirsten Flipkens, proveniente dalle qualificazioni. Se vinco contro di lei lincontro successivo potrebbe essere con la Schiavo: il bilancio delle nostre partite precedenti nettamente favorevole a lei (Schiavo 2-Flavia 0), ma sono tentata. In fondo, giocare al Roland Garros con lamica di una vita ha un suo senso, un qualcosa di avventuroso e crudele che, nel bene o nel male, mi tenta. Sconfiggo la Flipkens, la Schiavo supera la tedesca Martina Mueller e il 2 di giugno siamo in campo. Ho passato la sera precedente a meditare sul suo gioco, sui suoi punti deboli, sul modo di aggirare i suoi improvvisi cambiamenti di ritmo, la sua rapidit di movimento e labilit nel gioco sotto rete. Risultato: la mattina dopo sono tesa come una corda di racchetta. Francesca una minaccia per me: mi conosce bene, ha visto crescere me e il mio tennis, sa come gioco, quali sono i miei trucchi, quali le tecniche che preferisco, come mi comporto quando sono sullorlo della disperazione. Ed una macchina da guerra quanto a concentrazione. So di doverla stupire, cos mi vesto di nero. Io in nero, lei in bianco: la rappresentazione mediante completini di un match fratricida. E che match: al Roland Garros, una specie di passaporto per limmortalit, la competizione che tutte vorremmo vincere. Francesca entra subito in partita e mi schiaccia nei primi tre game: 3-0 per lei. Non sono passati nemmeno quindici minuti, forse non me ne sono neanche accorta. Guardo nel mio angolo e vedo Gabi che cerca di assomigliare a una sfinge, chiss cosa star pensando. Forse che devo mostrarmi solida, forse che sto facendo pena. Propendo per la prima. Mi torna in mente Barazzutti: Rema e non sbagliare. Remando e cercando di mostrarmi solida riprendo terreno: due servizi della Franci diventano miei, due li tengo e la lascio ferma a tre game mentre la supero di uno: 4-3. Mi sembra di aver compiuto unimpresa e comincio a crederci. La Franci si arrabbia: proprio furibonda, e quando furibonda fa paura. In pochi minuti di gioco mi toglie il servizio. Male, malissimo: contro break, game e set. Per 6-4 porto a casa il primo set.

Contro qualche altra tennista potrei pensare che una mezza vittoria, dai, ci siamo quasi. Contro di lei no. La Schiavo lincarnazione della meraviglia e della crudelt del tennis: fino allultima palla, allultimo punto, allultimo rimbalzo non mai detta. La conosco bene: seduta in panchina cerco di tirare il fiato, di respirare a fondo e di riposare per quello che posso braccia, gambe e schiena, perch devo tornare in campo e la Schiavo vuole farmi vedere chi . Serve lei, tiene il game. Servo io, tengo il game. Il gioco ripassa alla Franci. Imposta un gioco di movimento (mio) e di colpi dalta classe (suoi). In meno di mezzora porta a casa il secondo set. Iniziamo il terzo set con la consapevolezza che o la va o la spacca. I servizi contano pochissimo, giochiamo con colpi potenti e angolati. Francesca mi fulmina un paio di volte da sotto rete, io rispondo da fondo campo, infilandola con il migliore dei miei diritti. Sul 6-6 sono stanca: mi tremano le gambe e mi fanno male i piedi. La mano che stringe la racchetta del colore del campo, e al Roland Garros si gioca sulla terra rossa. Altrove si disputerebbe il tie-break, ma qui tradizione vuole che si continui a giocare finch uno dei due contendenti non supera laltro di due giochi. Continuiamo. Adoro la pressione che si trasforma in adrenalina, la rabbia che prende la forma di un colpo perfetto. Allora do il meglio. Mi porto sul 7-6: ho due match point a disposizione. La Schiavo annulla il primo. Daccordo, ne ho ancora un altro. Annullato anche laltro. Ero cos vicina. I quarti di finale erano cos vicini. Non faccio in tempo a riprendermi dalla sorpresa di aver perso che la Schiavo, galvanizzata, mi manda a gambe allaria. Porta a casa set e partita per 9-7. Io mi carico sulle spalle il mio zainetto di rabbia e mi avvio gobba verso gli spogliatoi, a gustarmi la mia stanchezza e la frustrazione. Passo un giorno senza voler vedere nessuno. Mi chiedo perch la sconfitta debba essere cos atroce, fare cos male. Rimango a letto convinta che non mi passer mai. Le telefonate degli amici sono staffilate alla mia fragile autostima, perch un tennista che perde ragiona per aut-aut: con quella vittoria sarei stato felice, avrei vinto il Roland Garros, sarei stato strafelice, sarei entrato nella top ten, sarei stato stra-ultra-felice... Ma non sar mai cos perch ho perso, se ho perso vuol dire che sono una mezza calzetta, quella partita e solo quella era loccasione giusta per dimostrare quanto valevo, non lho fatto e quindi evidente che... Spirali. Le odio, le ho sempre odiate. Rispondo a mia madre nella speranza che non voglia mettere anche lei il dito nella piaga, e poi ho voglia di coccole. Annusa il mio malessere da duemila chilometri di distanza: ma come fa? Come fa a sapere esattamente di cosa ho bisogno? Tesoro, ti ho visto, sei stata bravissima. Ci vai domani a fare il tifo per la Franci? Trucchi da mamme. A s-Hertogenbosch mi fermo al primo turno, a Wimbledon va decisamente meglio. Arrivo ai quarti dopo una partita durissima al primo turno contro Sandra Kloesel, un secondo turno di tutto rispetto contro Laura Granville e un colpo di fortuna: la caviglia destra di Shuai Peng, che viene da una vittoria sulla temibile Shahar Peer, d forfait durante il nostro incontro. La cinese, stoicamente, resta in campo ma la menomazione si fa sentire, anche se cerco di non forzare il gioco. La mia prossima avversaria una stella, Maria Sharapova. Testa di serie numero 4, prima al mondo non pi tardi di due anni fa, la Sharapova fa paura. So che questa volta remare non basta e so che, se voglio vincere, devo sfoderare il mio miglior tennis. Il giorno prima di giocare per spezzare la tensione vado in un parco giochi. Tutto molto inglese, tranne lautoscontro. Mi ci butto e boom! contro le altre macchinine. La Camerin e il suo allenatore mi guardano soffrendo: Questa domani deve giocare... Pensa se si fa male!. Fortunatamente non mi spiaccico troppo e di pomeriggio sono in campo, a lavorare sul gioco a rete e sul servizio. Gabi sviscera i miei movimenti. A un certo momento, visto che non riesco a ottenere quello che vuole dal servizio, si mette alle mie spalle con un cesto di palle accanto: Se non alzi quel gomito ti tiro una pallata. E fa roteare la pallina gialla e pelosa, lanciandola e riprendendola: sembra John Wayne quando rigira la Colt tra le mani. So che la minaccia non reale, ma il gomito lo tiro su. allora che sento una fitta nel fianco: bom! Flavia, se non sto qua dietro tu sbagli! Lo prego di rimettersi esattamente nello stesso posto lindomani: la Sharapova serve a pi di 150 chilometri orari, il mio servizio deve essere perfetto. Ci siamo incontrate nel 2004, a Indian Wells. Era un secondo turno, avanz lei e perse un paio di turni dopo contro la Myskina. Giocammo tre set, mi presi il secondo e cedetti il terzo. Di quella partita ricordo la lotta, la sensazione di crescere tennisticamente mentre giocavo, leuforia che mi dava la presenza di Carlos nelle prime settimane della nostra storia. Pensavo di vincere perch lui mi stava guardando. Prima di entrare in campo riepilogo con Gabi i fondamentali: non pensare al risultato, mostrati solida, concentrati solo sul tuo gioco, cerca di imporre tu il ritmo, corri e prendi anche limprendibile, vedi di non farti fregare dal suo servizio. Il primo set una guerra: cinque palle break per me nel quinto game, la Sharapova mi strappa il servizio subito dopo. 4-2 per lei: sembra una partita segnata ma Maria commette due doppi falli. Non uno: due. Break assicurato. Al tie-break sono provata: la Sharapova non ha mollato un attimo, non ha dato segni di nessun tipo di cedimento qualsiasi cosa io abbia fatto. Si assesta rapidamente a 4, io prendo un misero punticino. Penso che sia fatta, finita, che devo considerare concluso il primo set e probabilmente lincontro quando Maria sbaglia: doppio fallo, una volta, due volte. Di nuovo. Non ci posso credere: allora umana anche lei! Mi galvanizzo e riconquisto terreno, infilandola con un colpo imprendibile: 4-4. Ora s, ce la giochiamo. Vince lei 7-5. esausta, si vede e ne approfitto. Nel secondo set mi porto avanti 3-0. Serve lei e sullo 0-30 improvvisamente si riprende: ritrova il filo del discorso, porta a casa il game e il break in quello successivo. Da questo momento perdo tutti i game nei quali sono alla battuta e sottraggo alla Sharapova tutti quelli nei quali serve lei. Sarebbe una sorta di assoluta paradossale parit, ma il vantaggio iniziale gioca a mio favore e vinco il set, 6-3. Praticamente si ricomincia da capo, con in pi la consapevolezza che questo il set decisivo. Questa volta la Sharapova a portarsi avanti: subisco il break al quarto game, a causa di un doppio fallo. Mi mangerei la racchetta e le mani fino a quel maledetto gomito ma non ho tempo. Rimango ferma a 2, mentre Maria sale a 3, poi a 4, poi a 5. Annullo un primo match point e mi aggiudico il game. Ne annullo un secondo ma non posso nulla sul terzo: Maria vince la partita. In conferenza le chiedono cosa pensa della Dementieva, la sua prossima avversaria, a me cosa penso di aver perso la possibilit di eguagliare il record italiano appartenente a Lucia Valerio, Laura Golarsa e Silvia Farina, arrivando ai quarti di finale. Rispondo che mi dispiace e penso che di solito non faccio i conti, non gioco pensando ai record che potrei eguagliare e perdo per strada. Forse avrei dovuto osare di pi, forse avrei dovuto rischiare e portarmi a rete, forse avrei... Odio ripensare alle partite, rimuginare su quello che non ho fatto e avrei potuto fare. In parole povere odio le sconfitte. In particolare odierei quelle in Fed Cup. A Saragozza, il giorno prima della partita vado a fare shopping con la Schiavo.

Citazioni libere dal nostro dialogo. Io: Fra, non ti preoccupare che domani ti faccio entrare sull1 a 0. Lei: Tranquilla, domani entri 1 a 0 sopra. Miseri tentativi di darci sicurezza a vicenda. Il giorno dopo la Schiavo batte Lourdes Domnguez Lino, io Anabel Medina. Il secondo giorno Francesca perde con la Medina, io riesco a portare il punto contro la Domnguez. Saluto il gentile pubblico pensando parecchio intensamente al trofeo di Bogot saldamente nelle sue mani e mi gusto la vittoria sorridendo sotto i baffi: il tennis ti d sempre modo di recuperare, sempre. finale. Festeggio qualche giorno a casa con Carlos, prima di ripartire per Palermo. Perdo al primo turno. Passaggio rapido a Brindisi, una due giorni senza sonno di mamma-pap-sorella-mare-nonna-amici-zii-cugini-parenti ed gi San Diego. Al terzo turno rivedo il mio incubo di questanno: Martina Hingis. Stiamo due match a uno per lei, tutti nel 2006. Al momento del nostro incontro ho giocato una partita in pi, lei ha usufruito di un bye al primo turno, quindi sono pi stanca. Battere Lisa Raymond prima e Jamea Jackson poi non stata esattamente una passeggiata. Parto malissimo, rimanendo nettamente sotto nel primo set. Nemmeno il secondo promette bene, ma se voglio vincere almeno devo provare a reagire: vinco cinque giochi di fila e dall1-3 con il quale la Hingis si stava portando avanti passo a un pi ragionevole 6-3. Il terzo set sembra una burla: Martina mi prende letteralmente a randellate, a dispetto del suo gioco abitualmente tattico e non di potenza. Giochiamo sul cemento e questo la favorisce quanto a velocit e precisione. troppo efficace perch io riesca a fermarla. Vinco il game dellonore ma perdo la partita. La settimana dopo sono a Los Angeles. Scendo in campo contro Bethanie Mattek-Sands. Questanno lho gi battuta a Bogot e al Roland Garros: non ne ho paura, so di poterla dominare. Quello che non posso dominare il mio polso. Comincia a farsi sentire durante lincontro, ma non lo ascolto e vinco il secondo set. Siamo 1-1 e io sono convinta di poter vincere questa partita e poi di dedicargli tutta lattenzione che richiede. Niente: non ha pazienza e mi costringe a rovesci stentati e a lanci imprecisi alla battuta, costringendomi a cedere al gioco della statunitense. Esco dal campo pensando a una sola cosa: la Fed Cup, non posso perdere la finale di Fed Cup. Mi butto nelle mani di dottori e fisioterapisti, che mi esaminano con cura e diagnosticano uninfiammazione ai legamenti. Guaribile. Mi imbottisco di antidolorifici e volo a Montral. Passo il primo turno senza troppe difficolt contro una ragazza russa, Galina Voskoboeva. La vittoria mi vale la sfida con Marion Bartoli: decisamente una campionessa. Mi convinco che va tutto bene, il polso sta guarendo e il dolore pu essere tenuto sotto controllo. Scendo in campo pi aggressiva che mai e costringo la Bartoli a sudare il primo set. Vince 7-5. Torniamo alle panchine, mi faccio spruzzare del ghiaccio secco. Il polso si fa vivo proprio adesso, che avrei bisogno di una mano in pi piuttosto che di una in meno. Ritorno in campo: la Bartoli tiene il suo servizio. Tocca a me e, nonostante la fatica e il dolore, voglio provare a finire questa partita. Il game mio. Guardo il polso: gonfio, rosso e fa maledettamente male. Faccio finta di giocare per un altro game ma sul 2-1 sono costretta al ritiro. Troppo dolore, troppo alto il rischio di peggiorare la situazione e dover saltare la finale di Fed Cup. Con una bella fasciatura me ne torno a Maiorca. Se sto ferma e salto tutti i tornei da adesso fino a met settembre ce la dovrei fare. I medici la pensano diversamente: dopo un altro giro di visite il verdetto inappellabile: bisogna operare. Io non ne voglio sapere: devo giocare quella Fed Cup a qualsiasi costo. Barazzutti mi d della matta ma mi sta a sentire quando gli spiego il mio piano perfetto: mi faccio fare delle infiltrazioni di cortisone, gioco, mi opero. Strettamente in questordine. Il coro di no unanime ma non sento ragioni. Mi faccio infiltrare il polso a Charleroi, in Belgio. Linfiltrazione una tortura: infilano un ago lunghissimo e discretamente grosso il pi vicino possibile alla zona infiammata. Lo sento scivolare oltre la pelle, sfiorare le ossa, schivare i vasi sanguigni e attraversare lo strato sottile di carne attorno al polso, per andare a spargere il suo fuoco dove fa pi male. Dura il lampo di un minuto: poi il caldo si spande, sento il nocciolo duro di dolore sciogliersi nellabbraccio del cortisone. Prendo la racchetta e faccio due palleggi in aria: Henin, aspettami. Il pubblico italiano riempie le tribune: latmosfera di attesa, speranza. Guardo la coppa insieme a Francesca, Roberta e Mara. Ci diciamo: Non fissiamola troppo, non fissiamola troppo che porta male.... Il primo giorno scendo in campo contro Justine Henin: perdo 6-4, 7-5, ma la soddisfazione di fargliela sudare me la tolgo. Francesca invece massacra letteralmente Kirsten Flipkens, entrata come seconda singolarista dopo la defezione di Kim Clijsters. Il giorno dopo il polso mi fa troppo male, non riesco nemmeno a tenere in mano una bottiglia dacqua, figuriamoci giocare. Barazzutti decide di schierare Mara Santangelo che, dopo un inizio titubante dovuto alla pressione, massacra la Flipkens a sua volta. La Schiavo ce la mette tutta contro la Henin, gioca benissimo per deve cedere al terzo set. Il doppio Schiavone/Vinci una mezza sicurezza: Roberta una grandissima in questa specialit, e con Franci gioca benissimo, credo di non averle mai viste perdere in Federation Cup. Scendono in campo molto aggressive, finch la Henin non fa un gesto al suo allenatore, indicando il ginocchio. Noi a bordo campo facciamo gli scongiuri... Dopo due game la Henin chiama la trainer e si fa mettere un tape, dopo altri due fa cenno allarbitro che non ce la fa. Si ferma. Il pubblico esplode: Fratelli dItalia, lItalia s desta, dellelmo di Scipio.... Abbiamo vinto! Per tre secondi ci siamo guardate interdette: ma come? Non abbiamo ancora finito di giocare! Poi ci siamo accodate al coro e alla festa. Il tricolore riempie e colora le tribune, sono tutti in piedi che cantano e urlano: Po-po-po-po-pooo... Barazzutti, commosso, viene lanciato in aria dai preparatori fisici, dagli allenatori della , da qualcuno che passa di l e si ferma perch italiano. La coppa nostra a trentanni esatti dallultima vittoria. Come si dice? Siamo sul tetto del mondo. vero, ci si sente cos quando fior fior di campionesse devono alzare la testa e guardare in su per vedere la squadra italiana. Una vittoria di squadra nello sport pi singolare della terra: sono cos felice che quasi mi viene da piangere.
FIT

9 Dopo uninterruzione si ricomincia da capo, nel tennis. Proprio dallinizio. Se ci si ferma per qualche ragione fisica bisogna imparare di nuovo a muoversi in un certo modo, a conquistare lo spazio intorno e a gestire se stessi e quellappendice utilissima che la racchetta. Nel mio caso si tratta del polso, quello sinistro: subito dopo loperazione il fisioterapista mi insegna a muoverlo, come se fossi una bambina che deve fare i primi passi. Mi d una serie di attrezzi per testare la presa della mano, verifica che esegua gli esercizi nel modo giusto e che sia in grado di controllare autonomamente quanta forza imprimere a ogni singola flessione. Ci vogliono settimane prima che sia in grado di maneggiare la racchetta in sicurezza. Appena posso corro in campo a fare qualche palleggio. So che laltra cosa che si perde con una lunga sosta il feeling. dicembre e non ho pi labitudine alla partita, dimestichezza con il gioco contro qualcuno. Ancora, ho perso il rispetto degli avversari: ero sedicesima quando mi sono dovuta fermare, sono scesa al ventottesimo posto a causa di tutte le assenze, anche se giustificate. In agosto la tennista che scendeva in campo contro di me sapeva di dover giocare contro una tra le prime venti al mondo, ora sa di dover giocare contro una che stata ferma, si operata e, probabilmente, ci metter parecchio tempo a rimettersi. Carlos fa il possibile per sostenermi, sono io che sono insostenibile. Sono convinta di aver ancora cose da dare, possibilit concrete di migliorare il mio gioco, ma uno stop di pi di tre mesi una batosta. Ricominciare da capo la seconda. Divento diligente e ubbidisco alla schiera di camici bianchi che si occupano di me tra Barcellona e Verbier. Carlos mi coccola, mamma e pap mi incoraggiano, Gabi sfodera tutto il suo senso paterno. La mia rentre un vero disastro: esco al primo turno a Gold Coast, Hobart e agli Australian Open. La prima partita una disfatta: la Kirilenko mi scavalca 6-1, 6-1; le altre due, anche se perse con punteggi dignitosi, sono comunque pessimi segnali: Aiko Nakamura, che proviene dalle qualificazioni, mi batte a Hobart mentre Kala Kanepi, settantasettesima al mondo, complice il caldo africano, approfitta delle mie difficolt e passa il turno. Perdo posizioni in classifica e rimbalzo al trentottesimo posto: un anno di lavoro cancellato, scomparso, annullato. Come se niente fosse. Accuso il colpo e scelgo di tornare a casa: per un mese mi alleno con Gabi a ritmo serrato. Voglio recuperare prima che le mie avversarie pensino che non torner pi quella di una volta, e per farlo alla grande devo dar prova di essere la stessa del 2006. Carlos rimane al mio fianco per qualche tempo: un regalo enorme. Dopo la finale a Sydney fa rotta verso la Spagna e possiamo fare finta che sia vacanza, che la stagione non sia ancora iniziata, che davanti ci siano solo giorni da passare insieme. Il sogno reale: parliamo spesso di come sar la nostra famiglia, delle facce dei nostri figli, della gioia dei nostri genitori nel vederli, di come gestiremo i nostri impegni, di cosa faremo una volta smesso. Non sono programmi per domani in senso letterale, ma ci sono. E sono importanti, per me, mi motivano a dare il massimo adesso perch i miei figli siano fieri di me, perch non voglio dover sottrarre tempo a loro e alla loro cura per rincorrere qualche sfida lasciata a met. Mi piacerebbe assomigliare di pi a mia madre che a una di quelle signore in minigonna che sentono troppo tardi il bisogno insopprimibile di star fuori fino alle cinque del mattino perch non lhanno fatto prima. Sarebbe un po la stessa cosa: essere vittima dellillusione di poter ancora raggiungere un obiettivo o vivere unesperienza quando si tragicamente fuori tempo massimo, senza nemmeno vedere leffetto ridicolo che si fa. Mi impegno per leggere la presenza di Carlos per quello che un sostegno ma non ci riesco del tutto. Una parte della mia testa dice: adesso basta, tutta questa fatica per cosa? Sei una brava tennista ma puoi essere anche altro: una compagna, una mamma, una che tesse i fili della vita. Perch insisti? Cosa vuoi dimostrare? Laltra parte di me vuole che esca dallempasse e che mi muova, facendo le mie scelte, decidendo per me sola, in uno spazio di autonomia e indipendenza che la parte dice tutto. Perso quello, persa Flavia. Non posso darle torto, a quella parte. Per Carlos ho trascurato gli amici, la famiglia, la mia terra, il mio tempo libero, le mie serate: parecchio. Suoi gli amici, sua la famiglia vicino alla quale viviamo e che frequentiamo, sua la terra, suo il mio tempo libero, sue le scelte su come passare una serata. Se smetto di giocare a tennis chi sono? Potrei essere una compagna, una madre... potrei reinventarmi e diventare altro. C una disciplina, la kinesiologia, secondo la quale il corpo d risposte che la testa, presa com a discutere con se stessa, non in grado di dare. A Bogot lui a lasciar andare il braccio, il polso, la mano. Il mio corpo non ha pi paura del dolore. Ha preso la sua decisione e mi sta dicendo: Devi giocare, sei capace, la tua strada. strano che, da rinchiusi come siamo dentro, seguire il proprio corpo faccia sentire cos liberi, cos in sintonia con se stessi, con i propri desideri profondi. Il mio, di desiderio profondo, giocare, provare a migliorarmi, seguire la mia strada e mantenere uno spazio solo mio. Il mio desiderio non perdermi. Lascio andare il mio braccio e batto Tatjana Malek, Mariana Duque Mario, Nathalie Vierin. Arrivo in semifinale. Ne avevo bisogno. La mia avversaria sar Roberta Vinci. la mia compagna di doppio in questo torneo ed mia amica da quando, la domenica, i rispettivi genitori ci scarrozzavano a Bari dal maestro DellEdera. Era quellet in cui un anno solo fa la differenza e lei per me sempre rimasta quella piccola, quella da proteggere, la mia Robertina. Siamo cresciute e Roberta si protegge da sola: mi aggiudico il primo set, poi il suo turno e incamera il secondo al tie-break. Un altro terzo set alla quarta partita di seguito, pi i doppi, decisamente troppo per la mia condizione fisica e Roberta si impone nettamente, lasciandomi ferma a due game a guardarla vincere prima il nostro incontro, poi il trofeo che, due anni prima, stato mio. Arrivo ad Acapulco il giorno dopo il mio compleanno. Mi sento bene, matura, solida, serena. Vacillo solo quando, di fronte ai tabelloni, scopro che al primo turno dovr affrontare Lourdes Domnguez Lino. Ci siamo combattute le finali di Bogot nel 2005 (mia) e nel 2006 (sua), questanno abbiamo perso entrambe in semifinale, entrambe contro due italiane: io Roberta e lei Tatiana Garbin. Vorrei poter evitare questa sfida perch comporta un impegno psicologico cui non desidero sottopormi e che, soprattutto, non credo di essere in grado di sostenere. So quanto la testa condizioni il mio gioco: mi piacerebbe staccarmela con tutto il suo centrifugato di pensieri, apprensioni, preoccupazioni, impressioni sbagliate e giuste e, semplicemente, giocare a tennis. Mi piace il tennis, mi stufo a rimuginare, girando in tondo attorno alle stesse quattro cose, che per l per l sembrano bombe pronte a esplodere non appena smetto di concentrarmici. Ultimamente sto cercando di evitarla cordialmente, la mia testa. Me la porto dietro perch non posso farne a meno, ma cerco di non ascoltarla, di metterla da parte.

Forse questo il trucco che mi porta a stravincere contro la Domnguez Lino: due set e meno di unora di gioco mi bastano per spedirla a casa. Al secondo turno affronto ancora Roberta. Questa volta vinco, nettamente: 6-0, 6-2. Dopo di lei incontro Alice Cornet e poi Sara Errani: continuo a lasciar andare il braccio, a seguire il gioco. La finale di Acapulco: la quarta volta che mi capita, vorrei vincerla per la seconda volta. Contro Emilie Loit scelgo di partire aggressiva, sfoderando da subito i miei colpi migliori: accumulo un bel vantaggio e quando mi assesto sul 52 commetto lerrore di pensare. Ormai fatta, dai che il primo set chiuso... Non dovrei darmi ascolto: la francese ritrova la concentrazione e mi infila quattro game consecutivi. Il tie-break sarebbe una concreta possibilit, peccato che io rimanga imbambolata di fronte a cotanta ripresa per quasi tutta la sua durata. Errore mio, e un pessimo motivo per darla per persa. Cerco di cancellare il tie-break dalla memoria e passo al secondo set. Distanzio subito la Loit con un break e mi porto sul 2-0. Lei mi insegue, conquista un break a sua volta: parit. Mi allungo nuovamente sul 4-2, ma mi sembra di giocare al tiro alla fune quando vedo il punteggio del tabellone salire lentamente verso una nuova parit: 4-4. Mi prende lagitazione: voglio la coppa, e se non la vinco?, e se la vinco?, e se poi andiamo al terzo set e non ce la faccio?, e se adesso il polso mi molla? A forza di e se commetto qualche errore gratuito di troppo. La Loit, esausta, tira comunque fuori abbastanza forze per rigirare il coltello nella piaga e vince i successivi quattro game. Tutti. Set, partita. Lei campionessa di Acapulco, io tennista in confusione. Comincio a giocare male. O, meglio: a non giocare abbastanza bene senza distinzione di clima, torneo, avversaria. Pi passano le settimane pi aumenta la mia frustrazione: a Indian Wells, Miami e Amelia Island esco al primo turno, a Charleston subisco la seconda sconfitta consecutiva da parte della stessa giocatrice, Meilen Tu. In alcuni casi combatto, in altri meno. Stabile, limpressione di non essere in grado di fare abbastanza. Non a livello fisico, ma a livello mentale. come se la testa mi abbandonasse e non fosse pi in grado di seguire contemporaneamente il suo flusso di coscienza e il mio gioco. Lunica partita che mi rende orgogliosa di me quella contro Shuai Peng, per la Fed Cup. Giochiamo a Castellaneta Marina, provincia di Bari: genitori, amici, amici di amici, amici di genitori, tutti a vedermi. Merda. Chiudo un primo, umiliante, set a 0, nel secondo un rigurgito di orgoglio mi porta a guadagnare quattro game, ma Peng in vantaggio per cinque, e sta battendo per il match point: 40-0. L capisco. Non cosa sta succedendo, ma che se devo scegliere ununica partita per cui lottare nella mia stagione imbarazzante deve essere questa. Con la forza della disperazione agguanto Peng e la porto al terzo set, sfiancandola di colpi angolati. Si arrende per dolore alla coscia. Non bello, ma utile: Tatiana Garbin ha vinto contro Sun Tian Tian, siamo 2-0, e il mio punto decisivo. Ci sarebbe di che festeggiare: la squadra procede al turno successivo. In luglio sfideremo la Francia. Purtroppo, lasciare Castellaneta coincide con un mio ritorno a corpo morto nella spirale di insoddisfazioni che mi ha cos premurosamente accompagnato da inizio anno. A Estoril perdo contro Gisela Dulko, mia compagna di doppio, con la quale, guarda caso, ci fermiamo al primo turno. Berlino una Caporetto contro lucraina Julia Vakulenko, a Roma non riesco a superare Tatiana Garbin, al Roland Garros Nicole Pratt mi ferma immediatamente. Quando arrivo a Barcellona la sensazione quella di essere finita, in ginocchio. La classifica lo rispecchia: sono ottantasettesima, a un passo dal precipizio. Comincio a sentirmi costantemente in bilico tra la fine e lo sforzo titanico che devo compiere per tirare avanti. La tentazione di chiudermi in casa a Maiorca a preparare manicaretti pugliesi per Carlos forte. una fuga? Oppure sto bene l, e allora una mia scelta? Ci perdo il sonno. Con il quale se ne vanno le energie, quel poco entusiasmo che mi rimasto, una parvenza di normalit. Mi scordo le cose, ho la mente come appannata, perennemente altrove. Sento benissimo ma devo chiedere a quasi tutti quelli che mi dicono due parole di ripeterle, perch le dimentico nellesatto istante in cui le pronunciano. Mi ci vuole un aiuto. In fin dei conti quando ho avuto bisogno di ricostruirmi fisicamente ho chiamato Botton. Cerco un esperto di teste e di caos, un preparatore mentale, e salta fuori Guglielmo. Mi d appuntamento nel suo studio, arrivo con cinque minuti di anticipo. Varco la porta e mi sento morire: sono una debole. Sono una di quelle isteriche da film di Woody Allen, che vanno in analisi, sono piene di paranoie e tutto il resto. Come metto piede nella stanza provo unistintiva repulsione verso larredamento, atto a favorire un clima terapeutico efficace: la poltrona per il paziente, la sedia per il terapeuta, una scrivania con una seggiolina piccola e scomoda davanti. Mi metto l e mi rifiuto di schiodarmi: io sulla poltrona reclinata a parlare della mia infanzia non ci voglio finire. Guglielmo mi guarda, mi studia, mi fa qualche domanda e decide che, se voglio, possiamo incontrarci altrove: in un parco, in un ristorante, per strada e fare una passeggiata. Ok, vada per il ristorante. Ci diamo appuntamento per il giorno dopo. Intorno a uno di quei tavolini spagnoli quadrati, piccolissimi e carichi di piattini di tapas mi fa qualche domanda. Amo cos tanto parlare di me, di faccende personali e dei miei pensieri intimi che la tentazione quella di dargli il numero di Fiorella e di dirgli: Ecco qua, lei sa tutto, potete sbrigarvela tra di voi. Suppongo di non essere molto convinta dellutilit di un preparatore mentale, di base, ma sto talmente male che mi sforzo. E comincio a parlare. Apprezzo il suo modo di ascoltare, di rimandarmi i miei stessi ragionamenti cos che io possa capire da sola quando sto dicendo una scemenza, quando mi sto coprendo con una scusa. Sar perch sono italiana, e italiana del Sud, dove la tavola un rito e condividere il desco ha un significato. Faccio immediatamente posto a Guglielmo. Ci sono persone che tendono a occupare troppo spazio nella vita altrui: allenatori o preparatori fisici che vogliono mantenere a tutti i costi il controllo, chi se ne frega se poi la giocatrice in loro potere e senza di loro non in grado nemmeno di ordinare al ristorante. Guglielmo mi piace perch non mi sta con il fiato sul collo, mi conosce, sa quando mi pu punzecchiare e quando ho bisogno di stare da sola. Imposta con me un rapporto flessibile: ci vediamo fuori dallo studio, niente scadenze fisse, argomenti a scelta. Non mi dice mai cosa devo o non devo fare, non mi d nemmeno consigli. Mi accompagna in un percorso solo mio. Che funziona. Alla faccia dei miei dubbi. Incidentalmente a Barcellona gioco anche a un torneo. Forse per la scossa data dal ranking, forse perch Guglielmo ha un effetto positivo dallappuntamento numero 2, forse perch sento vicino Carlos, forse perch sono gli ultimi spasmi di vita di una giocatrice agonizzante... fatto sta che vinco. Vinco contro Conchita Martnez, Tatjana Malek, quella stessa Emilie Loit che mi ha strappato dalle mani la vittoria ad Acapulco e mi guadagno la semifinale contro Meghann Shaughnessy. Gabi la ritiene superabile. Io sono entusiasta, salto letteralmente dalla gioia: ho sconfitto il mio fantasma, sono uscita dalla spirale di fallimenti. Carlos a Maiorca e gli chiedo di venire a vedermi. Ho bisogno della sua presenza, della sua energia, del suo sostegno. Non bravo a dire di no, Carlos. O io non sono particolarmente brava a sentirmi dire di no quando sono convinta che qualcosa mi spetti di diritto,

in qualche modo. Gli sono stata vicina quando si fatto male a una spalla, quando ha vissuto sulla sua pelle la stessa mia frustrazione degli ultimi mesi, ho passato innumerevoli serate al suo fianco, ad ascoltare e a condividere dubbi e apprensioni. Lho fatto con tutto lamore di cui sono capace, perch lo amo, Carlos, e voglio esserci per lui. Mi piacerebbe che fosse lo stesso anche per lui, e non sentirmi dire che: Tesoro, non riesco, sto preparando Wimbledon, non posso perdere due giorni di allenamenti. La reciprocit evidentemente manca nel nostro rapporto. Attacco il telefono giurandogli che non c problema perch, comunque, del nostro rapporto non posso occuparmi: faccio la tennista e i tennisti giocano. Il campo centrale mi chiama. Esco dagli spogliatoi ancora furiosa: con la Shaughnessy perch devo giocare e se avessi gi vinto o perso potrei occuparmi daltro, con Carlos perch non venuto, con me perch continuo a lasciare che il dilemma su cosa sia pi mio, cosa conti di pi tra privato e professionale non lho ancora risolto. La mia testa non lha ancora risolto. E in campo si vede. La Shaughnessy mi prende a pallate nel primo set, lo vince 6-0 e torna alla sua panchina sorridendo. Non un sorriso maligno, ma io di motivi per sorridere ne ho decisamente pochi: la odio per quel suo sorriso, per la sua presenza nel gioco, per la sua concentrazione. il mio specchio: quello che potrei essere io se... se... se... La rabbia si trasforma in colpi vincenti. Lo stupore per trovarsi di fronte non lombra di me che sono stata nel primo set, ma Flavia Pennetta tutta intera la lascia imbambolata: vinco il secondo set con un pi che dignitoso 6-4 e aggredisco il terzo. La Shaughnessy si risveglia quando sto conducendo 3-1 e tira fuori le unghie: comincia a correre forsennatamente, prende tutto, dalla vole a un centimetro dalla rete al rovescio lungo linea che la ricaccia a fondo campo. Mi cascano le braccia. Letteralmente. Lasciavo andare il braccio, e vincevo, oggi lascio andare la partita. Di colpo mi sento fragile e vittima e faccio quello che si fanno le vittime: del male, trovare motivazioni per stare ancora peggio. La Shaughnessy vincer il torneo, io mi produrr in invidiabili sconfitte nella ridente cittadina di s-Hertogenbosch ai quarti, contro unimbattibile Dinara Sfina , nella mitica Wimbledon e a Palermo. Carlos? Parliamo per qualche minuto, gli chiedo perch, lui mi ripete quello che mi ha gi detto, io faccio finta di non arrabbiarmi per la seconda volta. Ok, mi dico, mentre preparo i bagagli per Bad Gastein, in Austria: stato uno stronzo. Per una volta stato uno stronzo, per ci lavoreremo su, magari questinverno, in vacanza, con calma. Mi vengono in mente mio padre e mia madre insieme: vorrei diventare cos, ma per raggiungere questo obiettivo mi dico bisogna accettare qualche compromesso. Carlos non perfetto. Stiamo insieme da tre anni ma il tempo trascorso insieme talmente poco che, forse, non me ne sono accorta. Ok, ha fatto cos ma non un dramma.

10 25 luglio 2007, devo giocare contro la Cibulkov. Prima della partita mando un a Carlos. Lho chiamato la sera prima ma non mi ha risposto, cos gli scrivo: Ciao amore, ti sei addormentato ieri sera? Gioco tra poco, ci sentiamo dopo la partita, un bacio. Risposta: In bocca al lupo. Oddio: successo qualcosa. Qualcosa di grave: Carlos non mi ha mai risposto cos. Provo a telefonare: niente, non risponde. Continuo a pensare che sia successo qualcosa e che lui me lo stia tenendo nascosto. Vado in campo stressatissima, perdo il primo set, la Cibulkov va in bagno e io approfitto per prendere il telefono. Lo accendo. C un messaggio: Quando hai un momento e sei sola chiamami che ti devo parlare. Oddio. morto uno dei cani? Sta male qualcuno? C stato un incidente? Torna la Cibulkov, continuiamo a giocare, non so come vinco il secondo set, poi perdo il terzo. Finalmente libera dalla partita, brandisco il telefono e mi dirigo in un fazzoletto derba vicino al campo. Gabi in zona, mi guarda ma non si avvicina. Strano. Carlos finalmente risponde. Non lo faccio nemmeno parlare: Che successo? morto qualcuno? I cani come stanno?. No, tranquilla, a casa stanno tutti bene, tranquilla. Meno male. Allora che cazzo successo? Non ti ha detto niente nessuno, non ti ha chiamato nessuno? No, di che stai parlando? Eh, sono uscite delle foto mie su un giornale. Mi calmo allistante: che scemenza... Carlos in Spagna un mito e la stampa agguerrita, gi capitato che sia stato paparazzato. Ok, che foto sono? Sono con una mia amica, una di Madrid che era qui ad Amersfoort in vacanza. S, ma state parlando? Siete abbracciati? Che foto sono? Ci baciamo. Merda. Un dolore fisico, fortissimo, subito. Gabi che mi guarda da lontano: lo sa, chiaro. Scopro dopo che Carlos lha chiamato al mattino presto, chiedendogli di sequestrarmi il telefono perch non lo scoprissi prima della partita. Gabi ha cercato di spiegargli che la partita sarebbe un danno collaterale di poco conto, ma Carlos insisteva nel pensare al torneo. Parliamo al telefono ma non si capisce niente: io piango e lui piange; io gli chiedo chi lei, lui mi risponde con un nome che chiudo nel cassetto con letichetta ; lui dice che preoccupato, io che, se fosse stato cos preoccupato, sarebbe venuto a dirmelo di persona, oppure non si sarebbe messo in quella situazione, dato che, essendo entrambi piuttosto famosi, cera da aspettarselo che qualche paparazzo sarebbe comparso. Prima o poi. Gli sbatto il telefono in faccia, corro in hotel, prendo il computer e mi piazzo nellarea della lobby a cercare ossessivamente la foto incriminata su Internet. Gabi cerca di strapparmi il computer di mano, ma io sarei disposta a uccidere per vedere quella foto: sono talmente arrabbiata che non riesco nemmeno a piangere. Ci metto un po ma la trovo. Lui il solito, cappellino bianco al contrario e polo, lei una specie di vedette bionda, capelli lunghi e fluenti. Sono ripresi di spalle, seduti accanto: lui si gira e la bacia, con gli occhi chiusi. Spengo il computer e vado in camera. Gabi dietro, terrorizzato che possa combinare qualche scemenza. Lo chiudo fuori praticamente sulla porta. Crollo solo l dietro. Tre giorni prima avevo sognato di raggiungere Carlos a Umag, in Croazia, e di trovarlo a letto con unaltra. Ero stata malissimo e mi ero svegliata alle tre del mattino senza riuscire a riaddormentarmi. Lavevo raccontato ridendo alla Camerin. successo veramente. I dettagli sono diversi ma il succo quello. Chiamo Maria Elena. Piango talmente tanto che non riesce a capire che cosa sto dicendo. Cerca di decifrare se c unemergenza, se mi sono fatta male, rotta qualcosa. Se piango dal dolore. Le dico di no, ma non vero: piango di dolore. Gabi, impalato davanti alla stanza, mi fa chiamare da Fiorella e dal preparatore fisico. Organizza un tour di telefonate perch ha paura che rimanga sola, che faccia troppo male. Un uomo che mi protegge: doveva essere Carlos, Gabi. Il telefono diventa rovente; mi chiamano alcuni amici di Carlos, persino Nadal, per dirmi: Flavia, Carlos ha fatto una grande stronzata. Non so neanchio cosa dirti perch non me laspettavo.... Vuole tranquillizzarmi a tutti i costi ma non c niente da fare. Riattacca solo quando crede di avermi calmata. E in effetti sono pi calma: la calma gelida di quelli a cui hanno spezzato il cuore. Non c pi cuore dentro di me, non c pi sangue. Ho pianto per sei ore e adesso mi sono fermata, di colpo. Faccio pena. Mi butto nella doccia prima di andare a cena con Gabi e altre persone. Non ho fame, ma ho bisogno di una parvenza di normalit. Cerco di sembrare disinvolta, ma il nodo alla gola mi sta uccidendo. Corro in bagno dopo un della mamma di Carlos: Sono senza parole. Cosa dovrebbe dire? Mi aggiusto la faccia alla belle meglio e torno a cena. Mi chiama mio padre ma mento spudoratamente, non so nemmeno perch: vuole sapere se sono al corrente delluscita di un servizio su Carlos con una ragazza. Sdrammatizzo, dicendo che certo, lo so, pap, ma tutta una montatura! Non riesco a mangiare nulla. Rimando indietro i piatti che Gabi mi ha ordinato senza che dovessi dirgli nemmeno fai tu. Torno in camera per passare la notte sveglia, a stringere il cuscino e a fissare un soffitto che mi sembra si avvicini ogni ora. tutto finito. Il mio mondo imploso: tutto quello che avevo immaginato, programmato e vissuto, la vicinanza costruita giorno dopo giorno con la sua famiglia, i rapporti con gli amici, la nostra casa arredata insieme... finito. La mia vita, i miei punti cardinali, le mie sicurezze, la mia casa: tutto scomparso. La fine di un amore. Non ci credevo. Quando me lo raccontavano non ci credevo. Era vero. Carlos era dentro di me, lavevo accolto e amato come un compagno, un amante, un amico. Avevo costruito insieme a lui, avevo puntato sulla solidit della nostra coppia, sulla nostra capacit di essere forti della nostra reciproca indipendenza, fuori dalla gabbia del bisogno di essere vicini tutti i momenti, di telefonarsi sempre a una data ora, di tenere in piedi un rapporto solo sulla base di abitudini precostituite. Eravamo diversi: sicuri, innamorati, felici di rivederci, entusiasti delle reciproche sorprese, disposti a esserci luno per laltro. Eravamo noi. Credevo. Io.
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Andandosene mi ha portato via lorizzonte, le stelle e un pezzo di me. Mi sento monca e muta, incapace di muovermi e di parlare, di chiedere. Nulla conta pi perch lui non c e io non so pi chi sono. Ringrazio come fosse un angelo il primo debole raggio di luce che si infila tra le tende. Ok, posso telefonare alla mia mamma e smettere di mentire. successo: sta con unaltra. Come ha potuto e perch non lo capisco. Il giorno prima diceva di amarmi e il giorno dopo sono comparse queste foto in cui bacia tale Carolina Cerezuela. Piango al telefono con la mia mamma, sapendo di essere capita, che dallaltra parte c qualcuno che non ha paura della mia disperazione. Devo andare via, a casa. Avverto la trainer che non posso giocare il doppio e improvviso un allucinante viaggio Bad Gastein-Brindisi. Gabi, ladorabile Gabi, mi accompagna e rimane ad ascoltare il mio silenzio. Prendiamo un autobus fino allaeroporto, da l un volo, a Roma sono costretta a noleggiare unauto perch non ci sono aerei in partenza per Brindisi. Guido i successivi 350 chilometri stando zitta. Unameba. Non mangio, non bevo, non parlo. Gabi rimane a Brindisi un paio di giorni, tempo di capire che l c gente che mi vuole bene. Mi affida a mia madre e vola a Los Angeles con Sania Mirza. Rimango cinque giorni chiusa in casa. Passo dal letto al divano, inondando tutto di lacrime: cuscini, coperte, mia madre e mia sorella. Mio padre no, mio padre il punching ball per la rabbia. Osa smontare brutalmente tutto quello in cui ho creduto per anni: Fla, io mi sorprendo che non sia successo prima! Carlos famoso, un bel ragazzo, un giocatore di successo, viaggia tanto, vi vedete poco, non era impensabile... Poi considera che uno pu anche commettere un errore: non vuol dire che se lha fatto una volta lo rifar.... Pi parla pi lo odio. Da che parte stai?!? Scappo via da quella mezza verit, dal suo strano modo di consolarmi come se fossi una donna anni Cinquanta: ma s, una scappatella, si pu perdonare. Perdo il sonno. Mia madre chiama il medico, che mi prescrive delle pastiglie per rilassarmi, mi raccomanda di prenderle a stomaco pieno e di bere tanta acqua. Non riesco a mangiare ma le pastiglie le prendo lo stesso e mi trasformo nella prova vivente che gli effetti collaterali esistono: mi si annebbia la vista, vedo mia madre sdoppiata, perdo lequilibrio da sdraiata. Non mi interessa. Lunico pensiero cui do spazio Carlos. Faccio lautopsia della nostra storia: ho fatto qualcosa? Ho mancato in qualcosa? stata colpa mia? Cerco ossessivamente di darmi una spiegazione, ma non la trovo. Mi chiedo dove sia, cosa stia facendo, se sia con lei. Mi connetto decine di volte a Internet per scoprire tutto su Carolina Cerezuela: chi , da dove viene, la sua storia. Pi fisso le sue foto pi realizzo che il mio opposto, ma uguale alla fidanzata che Carlos aveva avuto prima di me. Sono indistinguibili: sono io a non centrare. La stampa spagnola lo fa garbatamente notare, non considerandomi nemmeno. Il grande campione si fidanzato con la bella, punto. Prima non cera niente: non solo non esisto pi, non sono mai esistita. La faccia pubblica del dolore ti spella. Non puoi selezionare gli interlocutori, perch tutti sanno. Sei bombardato da richieste di interviste, fotografie, domande. I giornali vogliono sapere di pi, danno per scontato che tu voglia utilizzarli come mezzo per comunicare, come strumento della tua vendetta (perch naturalmente ci deve essere una vendetta). Tu vorresti scomparire, che il tuo ormai ex fidanzato scomparisse con lei, senza di lei, con unaltra... non importa: basterebbe non sentirlo pi, non vederlo pi. Carlos per non vuole scomparire. Mi manda degli : dice che confuso, che non sa cosa fare. La versione di Ronzino regge e lui, tronfio, insiste per smorzare la cosa, perch non le dia cos tanta importanza. Finch, nel weekend, non mi chiama Cristina. Cristina: una delle mie migliori amiche, meravigliosa, presente, amorevole e assolutamente contraccambiata. Bionda e bellissima come lo sono le donne che meritano un dipinto, perch una fotografia non basta. Me lo dice piano, Cristina, perch ha paura di rompermi e che sia troppo fragile: Sono uscite delle altre foto. Ma va? Pensavo che fosse confuso, ritirato come uno stilita solo nel deserto a pensare al da farsi. Invece ci pensa al mare, con Carolina, al da farsi. Torna fuori la rabbia, e la rabbia vita, azione, esplosiva, non accetta di rimanere confinata nel recinto del mio corpo sempre pi piccolo. Mi incazzo. Mi incazzo proprio. E mio padre impazzisce. Perde il controllo. Urla e schiamazza su quanto sia stronzo: Sa come stai, se ne sbatte e va al mare? Che si affoghi!. Comincia a preparare comunicati stampa, organizzare conferenze, scrivere alle agenzie: Lo devo dire a tutti quanto stronzo!. Prontamente, mia madre lo ferma, dicendo che non riguarda lui, riguarda me. E se nel giro di un mese io avessi deciso di tornare insieme a Carlos, lui sarebbe stato quello che ha fatto casino. Puoi sentirti male per lei, perch la vedi soffrire e quello che in teoria la dovrebbe proteggere si sta facendo i fatti suoi, ma tu non devi intervenire, capito? Capito. Per deve sfogarsi. Cos chiama Lavinia. Altra mia amica che vive a Barcellona. Che ha un padre. Che fortunatamente l in quel momento. E Lavinia, una volta decifrato chi era al telefono, glielo pu passare, cos da padre a padre vi capite.
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Sfodero tutto il mio self control quando Carlos mi scrive chiedendomi se deve portarmi in America qualcosa da casa. Non pi il tempo delle scuse, del capo cosparso di cenere e della immaginifica creazione di un pietoso epilogo alla nostra storia. Sa perfettamente che nulla torner come prima, che io non far mai marcia indietro. Avrei potuto perdonarlo nei primi minuti: tutto pur di non sentire quel dolore, cos intenso, cos fisico, cos acuto. Dopo, no. Sono sola, sono io. Io con il mio male al cuore, con la mia paura di dover ricominciare tutto da capo, io con la mia testa, che deve ragionare da sola, valutare cosa era successo, capire come andare avanti. Tentare di convincermi che ha commesso lerrore di una sera, cosa vuoi che sia?, peggiorerebbe solo le cose. Non posso crederci: troppe coincidenze in questa storia. Lui ad Amersfoort per un torneo, lei casualmente capitata l in vacanza con le amiche? Continuo a passare al setaccio la nostra storia: forse cerano state delle avvisaglie che non avevo notato. Forse era gi successo, forse Carlos mi prendeva in giro da anni e io non me nero accorta. Forse quella volta che avrebbe potuto accompagnarmi al torneo e non lha fatto, forse quella volta che poteva rimanere e invece partito. Roba da impazzire. Forse lho talmente idealizzato da non rendermi conto di quello che succedeva, da non volerlo semplicemente vedere. Sospetti, sospetti su tutto. Per fortuna li dirado in fretta: s, ci vedevamo poco; s, bello, famoso e fortissimo; ma con me sempre stato presente, premuroso, attento. Non avrei avuto ragione di credere che potesse tradirmi. Sapevo che le ragazze gli si buttavano letteralmente addosso, ma mi ero sempre divertita ad assistere a queste scene: giovani e lunghe fanciulle che facevano di tutto per attirare la sua attenzione e che in discoteca magari sgomitavano per avvicinarsi a lui. Intervenivo solo se vedevo che con qualcuna parlava un po di pi, mi presentavo, marcavo il territorio, dandogli un pizzicotto sulla gamba da farlo rigirare dal dolore, e me ne andavo con grande nonchalance. Lui capiva che era il momento di mettere uno stop e la figliola veniva gentilmente invitata ad allontanarsi. Un piano perfetto. Quasi. Una volta, una gli stava raccontando non so cosa da venti minuti, pensando di pizzicare la gamba di Carlos presi quella di un suo amico l accanto, che salt sulla sedia e mi disse: Adesso ho capito come funziona!.

I suoi amici mi adoravano per questo: le loro fidanzate rischiavano il tracollo pur di vigilarli, mentre io rimanevo solo se ne avevo voglia, se mi veniva sonno me ne andavo, senza farmi troppe paranoie. Avrei dovuto farmi pi paranoie? S, no, forse. Chi lo sa. Non credo che sarebbero servite. Quelle paranoie. Chi ha bisogno di pi spazio finisce per prenderselo, in una maniera o nellaltra. Magari avrei potuto essere un po pi attenta, meno fiduciosa, ma non penso che sarebbe andata diversamente. Anche perch le cose tra noi andavano alla grande. Il giorno prima che uscissero le foto abbiamo seguito a distanza il MotoGP: tifo spudoratamente Valentino Rossi e abbiamo passato unora al telefono a gufare Pedrosa e Stoner e, tra un giro e laltro, a dirci smancerie. Forse chi si perso non Carlos, ma io. Lui un bastardo, niente da dire, ma io se ho commesso un errore stato dedicarmi troppo a lui e lasciar andare me stessa per fare spazio. Avevo costruito una realt riempita totalmente di Carlos: gli amici erano quelli di Carlos, la casa era dove voleva Carlos, la famiglia che frequentavo era quella di Carlos. Persino la lingua era quella di Carlos. Carlos agonisticamente in difficolt? Ok, io ci sono. Carlos vuole andare a mangiare fuori? Sono stanca morta ma daccordo, via, fuori al ristorante. Carlos sta giocando alla Playstation e non ne vuole sapere di accompagnarmi a una partita, una cena, un aperitivo? Ok, pazienza, resto a casa. Ho messo da parte tutto per assecondarlo. Se conto le volte che lho fatto, probabilmente viene fuori un numero in s ridicolo, ma enorme rispetto al tempo che abbiamo passato insieme. Pensavo che quelle poche volte che ci vedevamo fosse bello stare vicini, condividere tutto quello che la nostra professione ci consentiva. Cos avevo chiuso la porta a Flavia e aperto alla simbiosi. Dopo tre anni cos mi sentivo arrivata: una donna fatta e finita, pronta per lasciare e mettere su famiglia. Balle: ho venticinque anni e moltissimo da dare. Per Carlos mi sono allontanata dallItalia, dalla mia famiglia, dai miei amici. La mia passione stata lui, mi sono data totalmente, e ho perso lequilibrio. Devo ritrovarlo. Devo ripartire da l. Sono senza fidanzato, senza casa, senza sogni, senza progetti. Lunica cosa certa tutto il lavoro fatto per arrivare cos in alto nel circuito. Gioco da quando ho cinque anni, me ne sono andata a quindici per cosa? Per rimanere sul divano a soffrire per un bastardo? Mai. Finalmente, la cosa giusta. Finalmente io, finalmente il mio braccio, o quel che ne rimane, di nuovo libero di muoversi. tempo di valigie. Vado in America a riprendermi la mia vita.

11 linizio di agosto quando atterro a Los Angeles. Al Circolo, Gabi mi individua da lontano, ma non mi riconosce. Mentre mi sto allenando, sento addosso uno sguardo. Mi giro e lo vedo. Vorrei andargli incontro e ringraziarlo, perch in tutto quel casino c stato. Vorrei dirgli che ho voglia e bisogno di riprendere a lavorare presto, e chiedergli in prestito un po del suo entusiasmo. Mi blocco quando capisco che non risponder al mio sorriso perch non certo di chi io sia. Si avvicina incredulo: Flavia, ma mangi? Quanti chili hai perso?. Non lo so... Non lo so davvero. Mi guardo, dallalto in basso, senza specchio, in campo, per la prima volta dopo che Carlos mi ha lasciata. Fa caldo, gli altri tennisti sudano anche da fermi. Io non lo sento. La pelle miracolosamente attaccata alle ossa, ma forse sarebbe meglio dire appesa. Se dovessero infiltrarmi il polso adesso dubito che potrebbero scansare losso: non c niente intorno. Niente. Mi guardo la spalla aspettandomi di vedere una curva, invece c uno spigolo. Non capisco come le caviglie possano reggermi: forse mi reggono le scarpe, se le tolgo cado. Peso dieci chili di meno. Sono brutta, secca, provata. Non capisco da dove prendo le forze per stare in campo. Tennisticamente devo ricominciare da capo. Di nuovo. Non ho feeling, fatico a entrare in partita, le avversarie mi vedono e non capiscono chi hanno davanti. Potrebbe essere un punto di forza, ma sono cos debole che devo puntare tutto sulla tattica: non sono in grado di giocare di potenza. La mia esplosivit, che ha fatto di me quella che sono stata una tra le prime venti al mondo scomparsa. A Los Angeles scendo in campo contro Madison Brengle, che mi supera senza fare una piega. A Toronto passo il primo turno, poi perdo malino contro Patty Schnyder. A New Haven non centro nemmeno la qualificazione. Lascio la partita a Matilde Johansson e il posto alla bulgara Olga Govortsova. In doppio arrivo al secondo turno in coppia con Bryanne Stewart, poi cediamo il passo a Iveta Beneov e Bethanie Mattek-Sands. Mi arriva una e-mail di Carlos: Sono confuso, non so cosa voglio eccetera eccetera. Vediamoci. Cosa? Non rispondo nemmeno. La mia analisi lho gi fatta. Parto per gli US Open con una gioia: arriva Giorgia. La mia sorellona sta scappando da Brindisi per raggiungermi. Dice che mi porter a fare shopping, che ci meritiamo qualche giorno tra sorelle. Amo le persone che ti aiutano senza farti notare il perch. Carlos irrompe prepotentemente nel nostro programma women only con un : Ti prego, vediamoci, ho bisogno di parlarti. C un secondo livello di lettura, questo: non sapendo quale sar la tua reazione nel rivedermi, temendo scenate o brutte figure al Circolo, in mezzo a tutti, vederci da soli, prima, potrebbe essere una brillante soluzione. Farei anche a meno: rispondo che la situazione per me molto chiara, dato che sta con unaltra. Battibecchiamo sulla sua confusione: per me non esiste, lui mi assicura che, invece, molto disorientato. Ok. Passa da me. Giorgia vince la straordinaria possibilit di trascorrere qualche simpatica ora tra la hall dellalbergo, Starbucks e le varie ways nei dintorni, mentre io, di sopra, ascolto Carlos biascicare le solite cose, anche se non c niente da dire: Sono uno stronzo, Non so cosa voglio, Flavia tu ti meriti di meglio... Certo. Si aspetta che pianga, che lo picchi, che faccia una scenata. Non capisce e mi guarda interrogativo: Insultami, dimmi qualcosa!. Se ti insulto, ti schiaffeggio, cosa cambia? Niente cambia. Non mi conosce abbastanza bene. Ho pianto tutti i giorni da quando mi ha lasciata, tutti. Ma per questa occasione ho raccolto ogni briciola di energia per essere gelida, distaccata, per non tradire lombra di unemozione. Per non fargli vedere quanto male mi ha fatto. Lo guardo e penso che non pi mio, che si trasformato: un altro, uno che mente, uno con il quale non voglio pi condividere il futuro. finita. Per sempre. Carlos lascia la mia stanza stravolto alle sei del mattino. Passando, finisce per svegliare Giorgia, addormentata su un divanetto della hall, e le dice, in italiano: Tua sorella una grande.
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Agli US Open batto Shuai Peng: io ottantatreesima nel ranking, lei quarantasettesima. Cedo il primo set per poi risollevare le sorti dellincontro e passare il primo turno. La mia prossima avversaria la ceca Nicole Vaidiov. Perdo, ma gioco bene: sento la partita, ritrovo il ritmo, sono presente, concentrata e lucida. Sento un dolore intimo, costante, ma lo supero nel momento in cui attraverso il corridoio che dagli spogliatoi porta in campo. Il prossimo torneo Kolkata, a met settembre. Giorgia mi aiuta a decidere che posso permettermi qualche giorno senza allenamenti. Faccio rotta verso Milano: Florian mi ha vista in televisione magra stecchita, si preoccupato e mi ha chiamato per dirmi: Sono a Milano con Stefano Tarallo, vieni qua due o tre giorni... Stiamo un po insieme, ti coccoliamo.... Mi piacerebbe. Florian e Stefano: due amici di Flavia. Prenoto il biglietto per lindomani. Sto preparando le valigie quando mi arriva un messaggio di Carlos. Un altro. Stai per partire? Io mi sono fatto male alla caviglia, non posso giocare, potresti passare al mio hotel? Ti devo parlare. Penso: Di nuovo?. E rispondo: Sei sicuro?. Insiste: Per favore, ho bisogno di parlarti. Scelgo di andare anche se sono stufa di pensare a lui, a me e lui, a noi due insieme, a noi due separati, alla casa che non abbiamo pi... Basta. Che stanchezza. In camera incontro il suo fisioterapista, che conosco perch lavora anche con me qualche volta. Quattro chiacchiere e ci lascia soli: io seduta sulla scrivania con i piedi ciondoloni, lui sul bordo del letto, la schiena curva e le mani incrociate. Comincia a intavolare gli stessi identici discorsi della volta scorsa, ma questa volta lo fermo: non ce la posso fare. Carlos, piet. Cos, se non altro, arriva al punto: Volevo sapere cosa farai, dove andrai.... Eh? Non sono pi tornata a Maiorca, naturalmente, quindi tutte le mie cose sono ancora l. Decido di sfruttare questa occasione per confrontarci su temi pratici, dal momento che non ho nessuna intenzione di tornare nella nostra ex casa. Carlos, senti: io a Maiorca ora come ora non ci torno. Quindi possiamo fare cos: preparami o fammi preparare un bel pacco e me lo spedisci. No, dai aspetta... Perch devi fare cos? Perch dovrei lasciare delle cose l? Per favore, spediscimi tutto. Quando arrivo in Spagna o in Italia ti faccio avere lindirizzo. Ma adesso dove vai, che fai? Non ti deve interessare, Carlos, dove vado e nemmeno cosa faccio... Ma io mi preoccupo... Si preoccupa?! Soffoco una mezza risata (sarcastica) ed estraggo il mio miglior tono piccato: Ti preoccupi adesso? E prima?. Trattengo le parole che mi scappano di bocca, perch non voglio parlare di nuovo di come sono dimagrita, della figura di merda in

mondovisione che mi toccata, della sofferenza che mi consuma da dentro come unerbaccia che non so come estirpare. Volevo dire che se hai bisogno di andare a Barcellona puoi stare nel mio appartamento... troppo. Mi menti, mi tradisci, mi molli, mi infliggi questa sofferenza e hai bisogno di sentirti buono e gentile e comprensivo perch hai provveduto a me anche se non mi volevi pi e mi hai piantata a met del viaggio, lasciandomi senza amore, senza casa, senza prospettive, senza niente? Non esiste. Solo come punto dappoggio finch non ti sei organizzata. Mi ci vuole tutto il mio self control per ricordarmi che, per quanto bastardo, non un sadico. Lintenzione quella di rendersi utile, di partecipare al riordino del caos: si rende conto che per lui tutto rimane identico, mentre quella che non sa pi dove vive sono io. Ma non esiste. No Carlos, ti ripeto: tu vai a Maiorca, impacchetti le mie cose e io quando mi sono sistemata ti mando lindirizzo al quale spedirmele. Due giorni dopo sono a Milano, ospite di Florian e Stefano. Hanno deciso che devo mangiare, ma non semplicemente mangiare: mangiare bene, cos mi ingolosisco e mangio tanto. Hanno studiato un itinerario gastronomico ipercalorico: trascorriamo le giornate a spostarci da un ristorante allaltro, loro due ormai obesi per darmi il buon esempio, io ancora schifiltosa e lievemente disgustata. Che amici, per: una sera mi portano in pizzeria e mi obbligano a rimanere seduti a tavola finch non finisco la margherita che ho nel piatto. Quando mi alzo barcollo: il mio stomaco non pi abituato a mangiare cos tanto. Mi sento sazia e coccolata come una bambina piccola.

12 Da Milano faccio rotta su Barcellona: ho bisogno di una parvenza di normalit. Mi rifugio in casa delle tre migliori amiche che possano esistere: Fiorella, mia cugina, che abita con Cristina e Lavinia. Sono i miei angeli, la mia sponda, la mia famiglia. Sono quanto di pi simile a una casa io riesca a immaginare in questo momento. Infatti lindirizzo della loro casa che comunico a Carlos perch mi mandi le mie cose. Suono il campanello, Lavinia mi apre e non mi guarda nemmeno in faccia, si limita a prendermi tra le braccia. Cristina, l accanto, fissa incredula il mio braccio e le dice: Mamma mia, questa solo ossa!. Ci pensiamo noi decidono, scambiandosi uno sguardo dintesa che assomiglia tanto a un abbraccio di quelli belli. Oddio, un altro tour gastronomico: aiuto. Adduco qualche scusa, ma come, a Milano ho mangiato come un maiale, ma non c niente da fare. Mi hanno preparato una camera e si sono organizzate per ingozzarmi, anche se loro lo chiamano rimettermi in forma. Non me lo confesso, ma ne ho parecchio bisogno. Da Barcellona volo a Mosca, per la finale di Fed Cup. In luglio le ragazze hanno battuto di nuovo la Francia. La Schiavo stata straordinaria: ha bissato la vittoria contro Amlie Mauresmo, poi passata a Tatiana Golovin, la russa di Francia, e ha sconfitto anche lei. Il 15 settembre allArena Luniki ci danno sfavorite. Ci sta: le nostre avversarie sono la Kuznetsova, la hakvetadze, la Petrova e la Vesnina. Barazzutti sceglie le singolariste: Schiavone, Santangelo. Sappiamo perfettamente che molto dipende dalla prima giornata, che le prime due partite sono fondamentali per imprimere landamento giusto alla finale, perci siamo tesissime. Mi arriva un messaggio di Carlos: Mucha suerte. Rispondo: Grazie. Il giorno dopo la Schiavo non parla fino alla fine della competizione. Mara fa pi o meno la stessa cosa, si concede solo qualche scongiuro. Il match con la hakvetadze inizia alle due, dura il tempo che la russa realizzi che la Schiavo la sta massacrando. A quel punto rimonta, rimonta in una maniera inarrestabile, come fanno solo le giocatrici che militano in una squadra. E vince. Merda. Mara entra in campo contro la Kuznetsova e viene brutalmente presa a pallate, portando a casa un totale di tre game. Il risultato finale 6-2, 6-1. La sera chiaro: vinceranno loro. Il giorno dopo la Schiavo fa sudare in ogni maniera il punto alla Kuznetsova, ma non riesce comunque a fermarla. Il tabellone recita 3-0 per loro quando Mara si appresta a sfidare Elena Vesnina. Con uninvidiabile concentrazione rimane in partita per tutto il tempo necessario, solida e tenace, ma la Vesnina ormai si sente la vittoria in tasca, sente il freddo metallo della coppa tra le mani, vuole essere lei, questanno, sul tetto del mondo. Da Mosca ce ne andiamo mogie e depresse, ciascuna verso la sua prossima destinazione, senza nemmeno il tempo di rielaborare la sconfitta. Questa brucia di pi, una ferita che ci riguarda tutte, che dura un intero anno, che per essere medicata richiede innumerevoli incontri. Non ho nessuna voglia di ripartire da me, da quella me sola e vittima che non mi abbandona e che trova ogni buona occasione per spuntare e richiedere la mia attenzione. Non ne posso pi di pensare a Carlos, di ricevere telefonate di persone che mi dicono che purtroppo non vorrebbero, ma sai com, se poi lo scopri da qualcun altro..., e quindi sono cos premurosi da avvisarmi, mentre sono letteralmente dallaltra parte del mondo a tentare in ogni modo di ignorare la questione, che Carlos andato al mare con Carolina, a ballare in discoteca con Carolina, a fare shopping in centro con Carolina, a cena in un bel ristorante con Carolina... A Kolkata, immersa in un caldo soffocante che toglie il respiro oltre alla voglia di compiere movimenti anche minimi, realizzo: basta. Adesso basta. Chi se ne frega di Carolina. Chi se ne frega di Carlos. Arrivo ai quarti battendo una ragazza indiana, Tara Iyer, e luzbeka Agkul Amanmuradova: due vittorie pulite, semplici, sudate pi per il settanta per cento dumidit che per la tattica delle avversarie. Le ho dominate. Finalmente. Un buon motivo per essere fiera di me. La mia prossima sfidante Marija Kirilenko, e qua le cose si complicano. La Kirilenko lartefice della disfatta con la quale ho inaugurato questo irripetibile anno a Gold Coast. Non ero granch in forma, al tempo, ma non posso non pensare che lei non abbia contribuito a lasciarmi ferma a un game per set. Come tutte le russe ama il gioco di potenza, fatto di colpi veloci e ben piazzati. Il cemento la superficie ideale per questo. Il giorno prima dellincontro mi arriva un nuovo di Carlos, che recita pi o meno: Sono contento che stai giocando meglio, complimenti, in bocca al lupo per domani. Non rispondo. Perch, mi chiedo, devi lavarti la coscienza complimentandoti per i miei risultati? Io dovrei darti corda e rinfrancarti, ringraziandoti per il gentil pensiero? Non se ne parla neanche. Sinceramente, vaffanculo. Con tutto il cuore, proprio. Vediamo: pi di quattro ore di fuso. Niente, non posso ancora chiamare Cristina per sapere se sono arrivati da Maiorca i pacchi con le mie cose. Impegno la successiva mezzora scrivendo mail a lei, ai miei, ad altri amici. Cerco di dedicare alle persone che mi sono vicine pi tempo possibile, compatibilmente con il tennis. Avevo una rete immensa formata da amicizie sostanziose, con persone che riconosci anche se le vedi una volta allanno, alle quali hai cose da dire pur non condividendo la stessa routine. Sono stata cos astuta da metterle da parte per tre anni: vedevo solo Carlos, frequentavo solo chi andava a Carlos, passavo il mio tempo libero solo con Carlos. Che cretina. E Carlos nemmeno mi manda le mie cose. Il giorno dopo la Kirilenko mi sconfigge brutalmente: non saprei dire se pi per il caldo e lumidit, perch una giocatrice in forma migliore di me, perch al mattino ho letto la risposta di Cristina, no, per te non arrivato niente. Una volta intascato lennesimo 6-3, 6-1 di questo anno mirabolante, posso finalmente occuparmi della mia roba. Roba = vestiti per tutte le stagioni, borsette, scarpe, cappelli, cinture e accessori, regali ricevuti da genitori, amici e sorella per gli svariati compleanni trascorsi a Bogot e i Natali a Brindisi, completi da tennis, racchette, tape, nastri, corde, sacche, palline, pesetti e attrezzi da palestra, cd, qualche libro e tante guide per quando vedr il mondo davvero, apparecchi elettronici di varia natura, oggetti darredamento, unautomobile, la bicicletta, il computer, prodotti di bellezza, per il bagno, per i capelli, asciugamani, accappatoi, volendo anche le lenzuola che avevo scelto con tanta cura, ma quelle e tutto il resto che ho comprato per la casa pu pure tenerselo. Le altre cose no. Telefono a Miguel, un amico comune che vive a Maiorca e gli chiedo una grande, enorme cortesia: Per piacere, siccome Carlos non mi manda le mie cose, puoi farglielo presente tu? Gli ho gi scritto lindirizzo, ora lo do anche a te, cos vado sul sicuro, puoi aiutarmi?. Miguel, praticamente un santo, mi promette che assolutamente se ne occuper lui. Perfetto. Parto per Seul un po pi tranquilla, sapendo di essere in buone mani. Sbircio lAsia dal finestrino dellaereo. Rimbalzando da un Circolo di tennis allaltro non me ne ero quasi resa conto: sono veramente dallaltra
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parte del mondo. Per una volta, mi sorprendo ad amare la solitudine. unoccasione per pensare, per ritrovare un centro di gravit. Permanente o meno, poco conta: mi basterebbe affittarne uno per qualche settimana, tempo di ritrovare un orizzonte, un sogno, un indirizzo. Voglio prendere questa distanza e metterla tra me e Carlos, la spedizione delle cose, la nostra storia andata a rotoli, le foto sue su tutti i giornali con laltra ragazza. Basta cos. A Seul la decisione si rivela quella giusta: volo in semifinale. Il sorteggio mi favorisce e la mia prima avversaria Akiko Morigami, una giocatrice giapponese che naviga attorno allottantesima posizione. Considerando che avrei potuto trovarmi subito contro Venus Williams o, forse peggio, la temibile Marija Kirilenko, mi andata bene. Battuta Akiko, scivolo senza troppi problemi oltre i successivi due turni, contro Pauline Parmentier e Ayumi Morita. In semifinale trovo Venus Williams. Nella parte bassa del tabellone sta avanzando minacciosamente Marija Kirilenko: delle due luna. Venus, dunque. Enorme, spaventosa, fortissima. Una leggenda. E un muro. Perdo e perdo male, incredula di fronte alla scarsit del mio gioco. Anzi: quale gioco? Venus mi bombarda di palle a duecento allora, sono pi quelle che non prendo di quelle che riesco a ribattere. Quando, raramente, capita, cascano spesso prima della rete o fuori dalle righe. A conclusione del disastro esco dal campo gobba per lumiliazione. La sera controllo le e-mail di sfuggita: mamma, spam, Giorgia, Potito, lavoro, lavoro, lavoro, spam, Florian, lavoro, lavoro, Cristina, Miguel. Clicco su Cristina e leggo che va tutto bene, bla bla bla, lamore bla bla bla, il lavoro bla bla bla, la palestra bla bla bla, Lavinia, Fiorella bla bla bla e bla e bla e bla e i famosi pacchi non sono ancora arrivati, vuoi che faccia qualche cosa?. Mi girano le palle che non ho. Richiamo Miguel, furibonda, perch passata pi di una settimana e secondo me una settimana sufficiente, se non per inscatolare e spedirmi i vestiti, almeno per mandare un dicendo: Me ne sto occupando. Stop. Carlos. Miguel alza la cornetta nella sua beata tranquillit e nel giro di pochi secondi viene catapultato nel terribile mondo di Flavia, al momento popolato da mostri che non mollano le cose altrui, costringendo quegli stessi altri a continuare a tenere in vita un rapporto ormai defunto. Mi spiega che ha parlato con Carlos e che gli ha fatto presente lurgenza pi di una volta. Giura che gli riparler e tenta una debole difesa biascicando frasi come sai, sempre fuori... sai come va la vita di voi tennisti.... Benissimo. Non ho voglia di discutere intavolando una bella polemica sul fatto che quando si vuole fare qualche cosa il tempo si trova, visto che continuano a uscire foto di loro due a destra e a manca, e mollo linnocente Miguel facendomi giurare che riferir a Carlos che sono veramente arrabbiata e che veramente sta passando il segno. A Tokyo comincio a vincere. Trasformo lincazzatura in gioco, in bel gioco, e vinco. Per Ahsha Rolle non ce n, Abigail Spears deve fermarsi al secondo turno, contro Sania Mirza chiudo 6-4, 6-4. Sono soddisfatta: sono tutte partite vere, partite giocate, partite che richiedono uno sforzo, movimento, sudore e fatica. Mi gratificano, il sudore e la fatica. Mi gratifica correre, studiare la tattica migliore in un secondo, inventare linee e geometrie, mantenere alta la concentrazione per ore e sentirmi esausta subito dopo. In semifinale incontro Virginie Razzano, francese dal fenomenale rovescio a due mani. Di lei ho paura, ma anni di esperienza mi hanno insegnato la sublime arte della dissimulazione: fingo di essere sicura, colpisco la palla in modo netto e preciso. Crescono i game a mio favore e comincio a sentirmi sicura di me per davvero. La Razzano, al contrario, sta cedendo a una crisi: lo capisco dal suo linguaggio corporeo. Mi lascia il primo set per riprendersi sul secondo: diventa aggressiva, cerca di dettare il ritmo e di assumere il controllo. Cedo il set alla sua prima di servizio, ma non senza lottare. Chiudiamo 7-5, entrambe con la consapevolezza che il terzo set, quello decisivo, sar duro. La Razzano alza la posta: ci mette la testa, io lesplosivit. Scelta sbagliata: cado nella trappola degli errori gratuiti. Gli errori gratuiti deprimono, e fanno anche un rumore cacofonico quando la palla rimbalza in malo modo sulla racchetta. Dopo un certo numero di out perdo lucidit: la Razzano vincer. Ne sono talmente sicura che succede, e in effetti nessun altro a parte me avrebbe potuto fermarla. Una volta negli spogliatoi ripenso alla partita e mi mangerei il cappello, come Rockerduck. Gabi mi dice che s, ho perso, ma sono unaltra persona rispetto a inizio anno, unaltra rispetto ad agosto. Dopo la Fed Cup ho giocato tre tornei: per una volta sono arrivata ai quarti, per due in semifinale. Quando ho perso, lho fatto lottando, non ho mollato il colpo lasciandomi travolgere. Sono furibonda ma non posso dargli torto. un buon risultato. Sono stata brava.
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A quanto pare anche Carlos dello stesso parere. Mi scrive una e-mail e si complimenta per come sto giocando, dicendosi felice dei miei risultati. Si scusa tanto perch non riesce a controllare la situazione: Carolina, lavorando in TV, sempre al centro dellattenzione e lui non sa come fermare i paparazzi. Povero, quasi mi commuovo. Nella riga successiva insiste sulla sua confusione, dice che non sa che fare, che tutto quello che mi ha detto a New York vero. Infine, la mirabile chiusura recita che vorrebbe tanto spedirmi le mie cose ma ha perso lindirizzo, puoi rimandarmelo?. Poi mi chiede se possiamo sentirci perch ci sono superiori questioni pratiche che dovremmo sistemare. Per favore rispondimi. Ma certo, una risposta non si nega a nessuno: Il tempo delle spiegazioni finito. Puoi fare quello che vuoi, la vita tua e non devi giustificarti con me per come la gestisci, quindi smettila. Lindirizzo il seguente: Avenida... Gli aspetti pratici secondo me si riassumono nella spedizione. Se manca qualcosa te lo far sapere.

Mucha suerte
Flavia Schiaccio invio e mi dico: finita per davvero. So gi cosa sta succedendo, lo conosco: Carlos paradossalmente crede che il suo continuare a scrivermi, a complimentarsi, a essere presente possa servirmi come aggancio in un momento in cui ho perso tutti i punti di riferimento. Quindi si fa vivo, credendo di fare la cosa giusta, di fare il meglio per me. Peccato che io debba smettere di sentirlo per stare meglio. Ho bisogno del suo silenzio, che mi ignori e mi dimentichi, non che continui a insistere con questa storia della confusione, con questioni pratiche. Basta. Non ho pi riferimenti, appunto: un ottimo motivo per trovare qualche punto fermo esterno a lui. ottobre quando atterro a Bangkok. La sera prima che il torneo cominci gli organizzatori tengono una festa di inaugurazione al Circolo. Queste feste, soprattutto in Asia, assomigliano in modo inquietante ai balli della scuola cos come sono ritratti nei film di infima categoria: poche ragazze stufe, che non si conoscono tra loro, un angolo con palchetto per il karaoke, un altro con band che si produce stonando in successi degli anni Ottanta. Il tavolo del buffet non male, ma nemmeno particolarmente invitante. Il fatto che, se non devo compiacere nessuno, continuo a mangiare poco, cos assaggio un po di frutta e mi faccio versare un bicchiere di vino. Io non bevo alcolici di solito, nemmeno il bicchiere di rosso ai pasti, quello che fa bene alle coronarie, e men che meno mi capitato di

ubriacarmi. Anche perch non reggo lalcol, e dopo due bicchieri sono gi addormentata, sai che divertimento... Be, quella sera, alle nove siamo tutte ciucche, e quella una delle feste pi belle che ci ricordiamo: rimaniamo in dodici, a notte fonda ormai amiche per la pelle, a cantare e ballare da sole in questo salone gigante. Lultima cosa che ricordo uno sguardo di Gabi che mi fa sentire bene, perch ancora l e se c lui so che non mi potr succedere niente di male. Il giorno dopo mi sveglio con un saporaccio di marcio in bocca e lo stomaco rivoltato dal disgusto. Il mal di testa ha preso possesso della mia calotta cranica e mi sento debole e idiota. Mi guardo intorno e non riconosco niente: n la stanza, n lorientamento del letto, n il comodino. Niente. Ok, ci sono abituata, niente panico. Mi giro nel letto per prendere contatto con lambiente, aspettandomi di riconoscere quella stanza come la mia camera dalbergo, ma vedo unaltra sagoma. C una persona che dorme accanto a me. Merda: che cosa ho fatto?! Chi ?! Comincio a darmi della deficiente, non si pu ubriacarsi a una festa terrificante e poi finire a letto con non so chi! Il giorno prima del torneo, per giunta. Merda. Zompo gi dal letto nel misero quanto ridicolo tentativo di non toccare quella persona nemmeno per errore, e mi rendo conto che c qualcosa fuori posto. I miei vestiti. Sono tutti ordinatamente addosso a me, comprese le scarpe. Ok, non pu essere andata cos male, no? Se mi sono fatta rimorchiare da uno che non so chi in preda ai fumi dellalcol comunque dobbiamo essere crollati una volta arrivati in camera... Il senso di colpa comincia a scemare e gli occhi sono pronti per passare dalla penombra alla luce: vado in bagno e mi ci chiudo dentro. Lascio una fessura aperta per sbirciare la persona nel letto e la riconosco. Cretina. Sei una cretina. Tanto rumore per nulla: Arantxa Parra, la mia compagna di stanza. Sono dove dovevo essere, con chi dovevo essere. Arantxa si sveglia solo con il rumore della doccia. Anche lei non sta benissimo... Scendiamo per colazione carrozzate come in incognito: io con un cappellino calato sulla fronte, lei con gli occhiali da sole. Cerchiamo di ripercorrere la serata, voglio capire come sono arrivata in camera, non me lo ricordo e mi vergogno come una bestia. Anzi, sto proprio male: non mi mai capitata una cosa del genere. A un certo punto sento la voce di Gabi rimbombarmi nella testa: Come stai stamattina? Era tanto che te la dovevi prendere questa sbronza.... Mi spiega che verso le due del mattino, a festa ormai conclusa, ero ancora carichissima in mezzo alla hall a rotolarmi sul tappeto credendo di ballare Flashdance. A un certo punto sono crollata a terra, come morta, Fla, e lui pietosamente mi ha raccolto con il cucchiaino e trascinato in camera. Lungo le scale mi sono risvegliata e, nella totale incoscienza, ho biascicato frasi senza senso passando dal riso al pianto senza soluzione di continuit. Con un particolare strano: piangevo senza lacrime, eppure Gabi era certo che quello fosse pianto. Una volta in camera mi ha infilata sotto le coperte tutta vestita. Ringrazio Gabi, Arantxa e tutti quelli che mi hanno sopportata per lenire linutile senso di colpa post-sbronza, ingoio un paio di protettori gastrici e mi spiaccico su un lettino a bordo piscina, dove rimango tutta la mattina a cavallo tra sonno e veglia, mangiucchiando continuamente nel tentativo di averla vinta sullacidit di stomaco. A essere mezzi distrutti per la verit siamo in parecchi: non dico che lunione fa la forza, ma se non altro fa sentire meno deficienti. Di pomeriggio mi alleno unoretta nel campo dellhotel, grata al destino che non ha voluto che dovessi giocare proprio oggi, per poi strisciare di nuovo in piscina. Marted entro in campo contro una giovanissima wild card, Noppawan Lertcheewakarn: vinco. Mercoled gioco contro Casey Dellacqua: vinco. Ai quarti sfido lisraeliana Shahar Peer, praticamente una soldatessa, numero 15 al mondo: vinco. Semifinale contro Venus Williams, ottava nel ranking ma vincitrice di Wimbledon, che vale ben pi dei numeri: vinco. Il mio capolavoro. Manca la finale. Mi trovo davanti Yung-Jan Chan, cinese di Taipei, non un fenomeno ma nemmeno una mezza calza, e dopo cinque ore e mezza, di cui quattro di interruzione per pioggia, vinco! Meraviglioso. La coppa mi vale un balzo in avanti in classifica di dieci posti: sono trentanovesima.
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Rieccomi. Ciao Flavia, piacere di rivederti. Questa sono io. In luglio mi sono addormentata e mi sono svegliata completamente solo ora. Sono rimasta protetta sotto una calda coperta di ottusit: giocavo ma non ne ero del tutto consapevole, vivevo ma non mi importava pi di tanto. Potevo perdere, farmi male, venire assalita da amiche amorevoli o compagne di squadra festanti e tutto rimaneva sotto la linea della coscienza. Succedeva a me, eppure io ero altrove. Mi ero anestetizzata per non sentire pi dolore senza pensare agli effetti collaterali: ho perso la gioia, la fatica, la fame, lo sforzo. sorprendente come crescere sia, in fondo, una questione di prese di coscienza. Non cambia nulla, apparentemente, eppure tu vedi le cose in modo diverso. Eppure tu ti vedi in modo diverso. Io oggi, 14 ottobre 2007, sono una donna, una giocatrice di tennis, e sono brava. La sera stessa dallaeroporto chiamo Arantxa, che gi partita. Volevo dirti che ho vinto il torneo. No, dai, non dire cazzate, ma va... Arantxa, ti giuro! No puede ser! Non ci crede! Io invece s, e parecchio. Mi sono svegliata, sono di nuovo io, spogliata di tutte le scuse: Carlos e la sua bella, il polso dolorante, il feeling... Non credevo che sarei mai tornata a giocare al livello dellanno precedente. Ero arrabbiata perch pensavo di essere una meteora, una che in campo lotta quanto le pare ma mentalmente regge fin l. Unillusione. Non cos. Volo a Zurigo senza passare a Maiorca n a Brindisi, gioco il doppio con Anabel Medina ma ci fermiamo ai quarti. La settimana dopo a Linz perdo al primo turno, sia in doppio che in singolo. LAustria decisamente mi porta male. Poi, finalmente, il 2007 finisce. Ero precipitata oltre la novantesima posizione del ranking. Chiudo lanno numero 40. Sono una donna, una giocatrice di tennis, sono brava e lo so. La differenza tutta l.

13 autunno inoltrato quando decido che non comprer un intero guardaroba invernale. Se Carlos vuole tenere in piedi una parvenza di legame tra di noi, sarebbe bello che lo facesse in un modo diverso dal fingere di dimenticarsi delle mie cose. Chiamo lagenzia e prenoto un biglietto per Maiorca, con lidea di tornare a Barcellona dalle ragazze via nave, con tutto il mio carico di scatoloni e vestiti e mezzi di trasporto vari ed eventuali. Il piano consiste in: chiedere a Miguel se passa a prendermi allaeroporto, in alternativa prendere un taxi con destinazione casa dei genitori di Carlos nonch di Carlos stesso, salutare gentilmente la famiglia tagliando senza piet qualsiasi conversazione imbarazzante, raccogliere tutto, stipare lauto e sgommare verso il molo. Fierissima, chiamo le amiche: No!, Cosa fai?!, Da sola?. Decidono dufficio che qualcuno deve venire con me perch temono che il mio fragile equilibrio appena ritrovato si possa smarrire durante le nove ore di traghetto. Nessuna pu venire, io minimizzo, non sento ragioni e parto. Mi sento sicura di me, non ho paura e non intendo ubbidire ai timori altrui. Let dellinnocenza (e dellubbidienza) finita tempo fa. Avviso la famiglia di Carlos, per sicurezza. La sorella, gentilmente, si offre per venire a prendermi allaeroporto. Non posso rifiutare e ci imbarchiamo nel primo di una serie di incontri mortificanti per i parenti di Carlos: la sorella mi abbraccia, la madre e il padre mi sorridono tirati e dispiaciuti perch, in fin dei conti, abbiamo vissuto insieme tre anni. Vengo persino invitata a rimanere per la notte ma rifiuto fermamente e, dopo aver caricato tutto quello che posso e chiamato un corriere per il resto, scompaio in casa di Miguel. Il giorno dopo sono di nuovo l, a pranzo con tutto il clan Moy, come dabitudine la domenica quando Carlos non cera: i bambini mi abbracciano, i cani mi leccano, le donne portano in tavola fior fior di meraviglie. Non sono abituata a essere guardata con commiserazione, compassione, compatimento... non so nemmeno come si chiami quella cosa l, quando la gente ti vede e pensa: Poverina, quindi sdrammatizzo, rido, scherzo, faccio finta di niente. Non mi esce dalla bocca mezza frecciatina. Mi commuovo nel salutare i genitori di Carlos prima di andare: sono stati la mia famiglia per un bel tratto della mia vita, ci vogliamo bene. Gli occhi di suo padre si arrossano e me li porto nel cuore mentre mi dirigo in aeroporto a prendere Fiorella che, povera, ha annullato tutti i suoi impegni per non farmi attraversare quella striscia di mare da sola. Penso che, in fondo, ho fatto bene a venire, avevo bisogno di salutarli perch tutto fosse in ordine, come piace a me. Il giorno dopo riparto via nave, finalmente, grata a Fiorella per avermi costretto ad ascoltare una montagna di chiacchiere mentre ogni angolo di Maiorca mi parlava di un amore finito. Il mare, normalmente piatto, si produce in una tempesta forza 8 e passo lintero viaggio in bagno a vomitare. Colonizzo la casa di Fiorella&Co. con scatoloni, sacche grondanti vestiti e pacchetti. Prometto di cercare una casa, o almeno un magazzino dove parcheggiare tutte le famose cose delle quali sono trionfalmente rientrata in possesso. Sono del tutto disabituata a stare nello stesso posto per pi di una settimana, per di pi senza un fidanzato che fa richieste per quanto riguarda il tempo libero, cos vengo presa dalla frenesia: in casa faccio tutto io, organizzo la cena, le uscite, porto tutte in palestra, prenoto weekend, quando usciamo sono lanima della festa. Se non ho intorno nessuno da intrattenere telefono ad altri. Italiano, spagnolo, uguale: ormai lo spagnolo la mia seconda lingua, la mia seconda casa, una cosa mia. Lho imparato con le mie forze. In unaltra vita forse potrei studiare lingue. Ricucio i rapporti con chi avevo perso di vista: mi faccio raccontare le loro vite, mi faccio dare della cretina da una legione di amici maschi che mi hanno vista pelle e ossa in televisione o in campo subito dopo la rottura con Carlos. A dicembre torno in Italia. A Roma partecipo alla festa della Federazione, vestita da donna. Ho la fortuna di avere un fisico che, per quanta palestra faccia, non si ingrossa pi di tanto, la massa bene o male rimane la stessa, quindi se mi infilo dentro un tubino almeno non sembro un pugile vestito da signorina. Per loccasione mi metto addirittura i tacchi, che adoro ma sui quali godo di unautonomia minima. Li sfilo sotto il tavolo durante la cena, Federico Luzzi mi guarda tra il sarcastico e il divertito. Quando comincia a prendermi in giro capisco che tutto come prima: non ho perso niente, non mi sono fatta sentire per un po ma tutto a posto. Cos tiro fuori un vecchio gioco. Al Centro federale lui era quello forte e quello bello, io lo massacravo dicendogli che era brutto, ma talmente brutto che neanche se fosse stato lultimo uomo sulla Terra... E lui: Ma come brutto? Sei lunica donna che mi vede brutto!. Fede, guarda, magari non proprio brutto... Forse non sei il mio tipo... Potito rincara a mio sfavore, dicendo che io in realt non sono una donna, ma un uomo: ragiono come un uomo, mi comporto come un uomo. Una signorina perbene non toglierebbe mai le scarpe... Mi sembra di essere tornata sedicenne. Quando la Schiavo annuncia: E adesso tutti a ballare! comincio a credere seriamente nei balzi temporali. Usciamo di corsa, Fede mi fa: Tu, in macchina con me. Obbedisco e monto sulla due posti dopo aver raccattato qualche vestito pi adatto alloccasione. Mentre mi sto infilando i pantaloni sotto il vestito mi chiede: Vuoi parlare?. Sottinteso: Di Carlos. Frase stringata, ma se non altro evita tutti gli epiteti poco lusinghieri che, ne sono certa, gli passano per la testa. No. Tutto pur di non tornare perennemente l, alla stessa storia. Ok, allora parliamo daltro. Amo avere amici maschi anche per questo: offrono la loro disponibilit e rispettano la tua risposta, qualunque essa sia. Le cose sono come le dici, non immaginano seicento livelli di lettura. Scesi dalla macchina, Fede guarda Potito e gli fa un segno come dire: Tutto ok. Quasi mi commuovo. Mi si fanno intorno, uno da una parte e uno dallaltra e con le braccia rotonde come una teiera me li abbraccio entrambi mentre ci dirigiamo verso la discoteca. Poi tutto continua. di nuovo Natale (famiglia), poi gennaio (tennis). Australia, Australian Open, Asia, Sudamerica, Nordamerica, Europa, Nordafrica, Roland Garros, Europa, Wimbledon, Italia, Stati Uniti, US Open, Indonesia, Cina, Russia, coda in Europa e, volendo, Canada. In mezzo, la Fed Cup. Uguale tutti gli anni? Pi o meno. Mi annoio? No. Mi piace, mi piace da matti. Chi non vive nel circuito potrebbe pensare a una specie di girone dantesco, nel quale i dannati sono costretti a giocare a tennis continuamente, facendo una fatica bestiale, sfidando sempre gli stessi avversari (preferibilmente le loro bestie nere, e perdendo, ovviamente), stazionando negli stessi posti fuori contesto, che dicono poco o nulla dei paesi nei quali si trovano, dormendo in alberghi asettici, tutti gli anni, per saecula saeculorum. Amen. Un incubo. Invece a me piace: la mia vita, me la sono scelta, mi assomiglia. Il mio amico Alberto mi chiama tigre, un po mi prende in giro, un po ha ragione. In fondo, sono cresciuta con un padre che mi incoraggiava a

essere pi grintosa anche quando vincevo... Ladrenalina, lazione, la caccia al trofeo, al punto, allo scambio bilanciato, alla vittoria e al colpo imprendibile: sono io. Mi infiammo ogni volta per il brivido che d la sfida, per la soddisfazione che mi fa urlare da fondo campo quando vedo la pallina cadere esattamente dove volevo, anche se c vento o piove o la gente mormora o chiss cosaltro, per la velocit e lo sforzo fisico e mentale che richiede una partita, e per lesaurimento subito dopo, quando temo di non riuscire ad arrivare al letto perch non sento pi le braccia, le gambe e figuriamoci i piedi. Ogni volta che perdo la frustrazione talmente incombente che considero una vittoria su me stessa e il mio ego riuscire a liberarmene. E ci sono le vittorie. I cosiddetti risultati, i record, la sequenza di numeri che tutti noi tennisti diventiamo una volta smesso di giocare. Quello ha vinto quattro Slam, questaltra stata litaliana pi alta in classifica, la terza arrivata agli ottavi del tal torneo. I numeri non parlano, per. Non dicono degli applausi, dei sorrisi, della paura di lasciarsi andare, di concedersi di essere troppo felici e di perdere il controllo. Labitudine alla vittoria un rischio, crea dipendenza, va maneggiata con cautela. Tranne in caso di Nazionale. Allora si in tante a reggere lurto, questo lo posso fare. Adoro il tennis quando diventa uno sport di squadra e fa di me un soldato in mezzo a tanti, meno esposto eppure fondamentale. Mi piace nascondermi nelle pieghe della collettivit, fare qualcosa che conta anche per altri: mi fa sentire bene, generosa e altruista. Anche se non gioco. Sara Errani s ammalata una volta: non scesa in campo ma le venuto 38 di febbre per lagitazione. Pi vado avanti pi i ricordi si assottigliano. La testa affida un sacco di dettagli alla cronaca. Mi restano attaccate le partite impossibili, le vere imprese, quelle durante le quali mio padre si prodotto in qualcuna delle sue memorabili sceneggiate, quelle nelle quali non contavo solo io. Nel 2008 ho giocato con Venus una partita pazzesca, sul campo centrale del Roland Garros: unora e venticinque minuti di assoluto dominio. Sono talmente concentrata durante che non mi giro nemmeno per guardare come vanno le cose nel mio angolo. Fuori dal campo, negli spogliatoi, mentre aspetto che il fisioterapista mi aiuti a tornare alla vita, prendo il cellulare: scoppia di messaggi. Tutti gli amici, per, non mi scrivono Brava, hai vinto, complimenti, no. Mi raccontano che si sono rotolati dalle risate perch la regia riprendeva il box dove stava mio padre con gli allenatori, e tutte le volte che facevo un punto era talmente contento che si girava a urlare con quello dietro, ma dietro non cera nessuno! Qualche settimana prima, mentre io mi davo da fare in campo a Roma, il codazzo di amici e parenti si sollazzava giocando a Cerca Ronzino: vinceva chi vedeva mio padre per primo, dato che si spostava continuamente, su e gi dagli spalti, e avanti e indietro sulla stessa gradinata. Dopo Venus mi tocca la sfida con la Surez. Perdo. E mi mangio le mani. Gli ottavi del Roland Garros: il miglior risultato allora per unitaliana al torneo. Se li avessi superati sarei entrata nella storia. Invece niente: la Surez gioca benissimo, io rimango tesa tutto il tempo sapendo che unoccasione buona. Voglio vincere talmente tanto che non ci riesco. Se fossi stata pi tranquilla... Se mi fossi goduta di pi il momento... Se, se e ancora se. Detesto i congiuntivi, soprattutto quelli imperfetti. Sono cos arrabbiata che scappo. E questa una cosa che mi ricordo bene, perch non sono scappata quasi mai. maggio, mollo l tutto e me ne vado quattro giorni a Formentera con Giorgia, Fiorella, Cristina e due amiche. Sei donne, una casa e due macchine: il massimo della libert. Il giorno uno si svolge in spiaggia, la sera siamo cotte ma non demordiamo. Il giorno due io e Cristina ci incrociamo in cucina al mattino presto. Prepariamo la colazione per tutte, diamo una sommaria pulita per tacitare la coscienza, poi saliamo in macchina: direzione mare. Guido io. Scendo per la strada sterrata verso la spiaggia a velocit folle, facendo le curve con il freno a mano e cantando a squarciagola. Cristina terrorizzata, poi capisce che non sta succedendo niente, in giro non c nessuno e la cosa peggiore che pu capitarci testare le sospensioni. Proprio quando si butta anche lei nel canto prendo una curva troppo larga e rischio di spiaccicare lauto contro lunico muretto nel giro di chilometri. Inchiodo e Cristina mi zompa addosso per la paura. Ripartiamo a quaranta allora, radio spenta e aria circospetta: si sa mai che qualche muretto spunti allimprovviso. Il terzo giorno organizzo una gita a Espalmador, isoletta che si raggiunge a piedi con la bassa marea. Lasciamo tutto in macchina e ci lanciamo in una camminata di quarantacinque minuti sotto il sole. Con noi c il preparatore fisico con il quale lavoravo a Maiorca, ci ha raggiunto per salutarmi. A Espalmador ci spalmiamo di fanghi e ci sdraiamo al sole a farli asciugare, per poi buttarci in mare. allora che comincia a piovere: il fango ci cola negli occhi, nessuno di noi vede niente. Ci sciacquiamo in mare, ma le cose per asciugarci dove sono? In macchina. Dov la macchina? Sullisola di fianco. Arrivati sulle sponde del guado una coppia ci dice che la marea si alzata: siamo intrappolati. Anzi no: c una barchetta che trasporta dallaltra parte i ritardatari. Ma dove sono i nostri soldi? Esatto, in macchina. Per poco non mi viene da piangere. Finch il preparatore decide: Adesso basta, si passa. Noi zitte, con lacqua alla gola, attraversiamo il guado in quattro minuti netti, spingendo come pazze. Ancora soli quarantacinque minuti sotto la pioggia e siamo alla macchina. Un incrocio tra Fantozzi e Indiana Jones. Peccato che nessuna abbia trovato un tesoro. N un amore. Alle Olimpiadi del 2008 io e Sara Errani ci innamoriamo duecento volte al giorno: passa uno, Oddio che bello; passa un altro, Flavia, sto impazzendo. Io perdo la testa per un ragazzo che intravedo alla cerimonia di apertura. Non conosco la sua nazionalit, il suo nome, niente, lo trovo bellissimo e basta. Potito e i ragazzi della Nazionale di pallanuoto cominciano a prendermi in giro: mi sembra di tornare bambina, quando i compagni di classe venivano a dirmi: Flavia, mi ha detto Marco che gli piaci, vuole sapere se vuoi essere la sua ragazza. Fabio Violetti decide che me lo far conoscere lui, io mi tiro indietro al grido di giammai una figura cos! e vado a scattargli foto di nascosto alle gare di ginnastica artistica. Quando Fabio, per, si presenta con un numero di telefono, lo prendo. Fortunatamente non sono abbastanza impavida da digitarlo: mi avevano passato il numero di un altro pallanuotista! Nel frattempo comincia a girare un pettegolezzo su di me e Potito: questi due sono sempre insieme, quindi hanno una storia. Come no? In verit siamo gli unici a dormire poco: io arrivo direttamente dallAmerica, con pausa di ventiquattro ore in Italia nella quale ho infilato un pranzo con i genitori a Ostia e qualche ora di sonno leggero in un albergo vicino allaeroporto. Sono massacrata dal fuso orario. Potito dorme poco in generale, cos passiamo il tempo insieme, a mangiare al ristorante aperto 24/24, o guardandoci un film. Uh, guardare un film nella stessa camera, che peccaminoso! Succede invece che in singolo rimediamo un disastro collettivo, mentre in doppio io e la Schiavo partiamo a scheggia e cominciamo a pensare: chi ci ferma pi? Ci fermano le sorelle Bondarenko al quarto turno. Perdiamo la partita che ci sarebbe valsa la semifinale con due match point a nostro favore. Annullato. Annullato. Via, a casa. Fine del sogno. Fa male ancora adesso, ad anni di distanza. Da Pechino volo direttamente a New York. Agli US Open gioco benissimo, alla faccia delle sorelle Bondarenko, che si fermano una al primo e una al terzo turno. Io volo al quarto battendo la Vogele, la Peng, la Petrova e la Mauresmo con una partita capolavoro. Dopo un avvio equilibrato, con quattro break, capisco che posso farcela e infilo nove game consecutivi. La Mauresmo mi guarda come se avesse visto un fantasma. Non so nemmeno io da dove abbia tirato fuori quellenergia. Fatto sta che in ottantatr minuti di gioco surclasso per 6-3, 6-0 lex numero 1 del mondo e mi preparo a sfidare Dinara Safina. Mi agito: i quarti di finale degli US Open non sono un gioco. Cedo in due set, complice lemozione e il diritto della Safina, che picchia come se volesse sfondarmi la racchetta. Volo a Bali, poi a Tokyo. Ho qualche giorno di pausa. Chiamo la Came: ci vediamo sempre meno nel circuito e mi piacerebbe passare del tempo con lei. a Milano per unesibizione, se voglio c posto anche per me. Mi aggrego immediatamente.

La sera prima usciamo con gli amici. Come grandissima trasgressione, decidiamo di bere una tequila. N io n lei reggiamo lalcol, solo che mentre io, fedifraga, fingo di bere e sputo tutto in un altro bicchiere, la Came ingolla veramente il cocktail: in mezzora tarantolata e non riusciamo a portarla a letto prima delle cinque. Pi o meno a quellora si spegne, cos ce la possiamo caricare finalmente in spalla e portarla in albergo. Tempo di infilarla sotto le coperte che ci addormentiamo tutti, di botto, sul lettone attorno a lei. Visti da fuori dobbiamo sembrare una strana cucciolata di adolescenti cresciutelli e troppo stanchi per stare fuori fino al mattino. Alle nove mi sveglio, distrutta, e scivolo via in silenzio, in camera mia. Mezzora e mi chiama la Came. una sorta di sussurro, il suo, ma dentro c del panico: Fla, che cazzo ho fatto?! Perch sono tutti qui?! Oddio, Fla, non mi ricordo niente!. Came, guarda che io me ne sono appena andata dalla tua stanza, non hai fatto niente! Lei sospira, io sghignazzo. Scendiamo in campo distrutte dal sonno. Ogni tanto mi capita: stare malissimo, essere sfinita, ma riuscire a rimanere concentrata quel tanto che basta da sembrare accettabile al mondo esterno. Ecco, lesibizione va cos. La sera a letto presto e il giorno dopo in aeroporto: mi aspettano Stoccarda, Mosca, Zurigo e Linz. A Stoccarda gioco male, a Mosca batto Venus e perdo con la Jankovi ai quarti di finale. Il match mi scappa per tanto cos, rosica anche Potito, che venuto a vedermi. Mi propone un weekend in stile vecchi tempi, io, lui e Fede, tutti e tre insieme a Roma. Muoio dalla voglia ma devo giocare in Svizzera. Stendo la Petrova e mi ritrovo di nuovo a giocare contro la Jankovi. Diciamo che i pronostici non sono a mio favore: cinque incontri, cinque sconfitte, lultima la settimana scorsa. Roba da piangere, ma non voglio fasciarmi la testa. Scendo in campo con la racchetta piratescamente tra i denti. Ho la faccia talmente contratta che faccio fatica ad aprire la bocca. Perdo il primo set 5-7, ma qualche vincente lo affondo. La Jankovic stanca, io sono stanca, ottobre e non ne possiamo pi. Lei ha un attimo di cedimento, me ne accorgo e mi galvanizzo. Mi infilo tra le pieghe della sua fragilit per riemergere dopo due ore e ventisei minuti di gioco spettacolare, vittoriosa sulla numero 1 al mondo. Esaltarmi e pensare di chiamare Poto (non sono con loro ma ne valeva la pena, no?) tuttuno. Grande Fla, bravissima, sono contento! Laltra sera ci sei mancata, Fede ho dovuto trascinarlo fuori a forza, aveva mal di testa e non voleva uscire...! Penso che s, avrei voluto esserci ma forse non mi sono persa la serata del secolo, e mi concentro per affrontare la Srebotnik. Sono carica come una molla, chiudo il primo parziale con un ace, dopo aver fulminato la mia avversaria nel gioco precedente con un rovescio lungo linea imprendibile. Il secondo set una gioia per le mie orecchie (soprattutto quando larbitro dice che sono sopra di 4 giochi a 0): chiudo 6-2. Vinco contro Anabel Medina e mi guadagno senza troppi problemi la finale. Venus o Ivanovi, questo il problema. Lo risolve Venus per me: e non solo lenigma dellavversaria, ma anche lenigma della vincitrice del torneo. Combatto per il primo set come uno spartano alle Termopili, ma perdo per 7-6. Vincendo anche il secondo lei si aggiudica la partita, io un balzo in classifica: sono quattordicesima quando parto per Linz. Esco ai quarti ma guadagno tre posizioni: sono numero 11 al mondo. Gabi prende carta e penna e comincia a fare i conti: se gioco in Qubec la prossima settimana, anche una sola partita, potr entrare come riserva al Master di Doha, il massimo dei massimi della gloria tennistica. Decidiamo di partire e facciamo i biglietti: fino a Monaco in treno, da l aereo fino in Canada. Ma s, settimana pi, settimana meno. Tanto al ritorno sar tutto l ad aspettarmi. la certezza dello zingaro: le cose cambiano, ma mai troppo in fretta. Poi arriva la vita. Provo a chiamare la Schiavo ma sbaglio numero: nella rubrica del telefono Fra appena sotto Fede. Quando me ne rendo conto penso a quanto mi prender in giro, ma non mi risponde. Sono le 22:02 di venerd 24 ottobre. Il mattino dopo mi arriva un di Florian: Chiamami. Tempo di salire in treno e lo chiamo. Flo. Flavia... sta morendo. Chi? Cazzo dici? Chi sta morendo? Fede. in coma dalle dieci della sera prima. Non ci credo. Mi prende la frenesia. Telefono a Poto: non riesce a parlare, non sa cosa dire, urla e piange. Telefono a mio padre perch contatti un medico, qualcuno che ci spieghi cosa sta succedendo. Lo dico a Gabi, glielo dico una ventina di volte, gli faccio tutte le domande che mi sto facendo, poi mi rispondo da sola. Lui rimane l, lo specchio muto del mio dolore, della mia paura. passata solo unora quando mi arriva un altro : Fede non c pi. Federico Luzzi mio amico, mio fratello muore il 25 ottobre 2008. Leucemia mieloide acuta, tre di quelle parole che non impari se non sei costretto. Perdo il controllo del volto e della voce: basta suoni, basta luce, basta tutto, perch Fede non ce li ha pi. Vaffanculo il Qubec. Ho bisogno di andare da Fede, a casa sua, ad Arezzo, al suo funerale, con i suoi amici, la sua famiglia. A Monaco scendo dal treno, Gabi parte per Barcellona, io per lunico posto dove vorrei gi essere.
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Davanti alla camera ardente la ragazza di Fede mi saluta e mi abbraccia, mi ringrazia per essere venuta. Ancora mi guarda negli occhi quando comincia a piangere. Non so cosa dire, cos sto zitta, come la statua nella quale mi sono trasformata. Io non piango, io non tremo, io chiss dove sono, sotto quanti strati di pelle tesa e bianca dalla paura e dal dolore. La mamma di Fede sembra una fata, una fata buona. Fa una magia: mi vede mi vede per come sono in quel momento e decide di prendermi per mano: Vieni, ti accompagno io da lui. Io non voglio, io non ho mai visto la morte, io non voglio vederla attraverso di lui. Lui chiss dov ma non di sotto, in una bara. Per lei la sua mamma, mi ha preso la mano, la mia fredda e piccola nella sua e cos mi faccio portare, come una bambina. Mi giro e vedo gli altri in cortile, Poto e Filippo e altri amici. Ci vengono tutti dietro, in fila indiana, come alle elementari. Per qualche ragione il corpo di Fede l, con la racchetta tra le mani, la sua preferita, e la giacca con lo scudetto dellItalia, e succede che rimaniamo fino a tardi tutti intorno, tutti insieme, a scherzare con lui come se ci fosse per davvero, dandogli del grandissimo stronzo che star ridendo di tutti noi, che siccome monsieur doveva uscire alla grande, guardaci qua come siamo ridotti... La mattina mi svegliano le lacrime. Torno alla camera ardente e davanti c una marea di gente: decine e decine di persone, amici, conoscenti, fan, sostenitori, tutti a dirgli ciao. Mi infilo gi per le scale perch ho bisogno che il mio ciao sia da soli, io e lui, romantico e scherzoso e affettuoso, come eravamo io e lui insieme, come quella sera a cena sui Navigli: Fede mi versava vino rosso da signori, io dicevo che non sono unintenditrice, lui mi prendeva in giro, io rispondevo che non era il mio tipo. Poi ci siamo presi sottobraccio e abbiamo fatto una passeggiata nelle luci della sera, in quel silenzio che si crea vicino allacqua che scorre. Mi avvicino e lo guardo. Mi sono portata il profumo che adorava, la sua mamma mi ha detto che posso spruzzarglielo. Ha deciso di far chiudere la bara prima della cerimonia in chiesa, cerco di rimanere fino allultimo ma quando arriva il momento non ce la faccio: mi viene un attacco di panico, non riesco a respirare, non riesco a stare ferma, devo uscire. Corro su per le scale ripetendo: Non lui, non l, quello non lui. Ho sete di aria e di luce e ho paura.

La sera dopo sono a Milano. Passo met del viaggio in treno al telefono con Potito: furibondo. Per lingiustizia. Per il male che fa. Per il furto del suo migliore amico, del suo coinquilino, di suo fratello. Non mangia, non dorme. Cova la sua rabbia come se fosse un tesoro prezioso, un legame con Fede. Durante i giorni successivi decide che non pu pi vivere ad Arezzo. Lo appoggio e gli propongo di venire ad allenarsi una settimana a Barcellona, stiamo un po insieme, parliamo. Dice ok. Gli compro tutte le cose che so che gli piacciono: lui ha fatto mangiare me, io faccio mangiare lui. I corpi sanno cose che noi umani nemmeno immaginiamo. Insieme, al sicuro, possiamo permetterci di crollare. Dovevamo allenarci, passiamo la settimana in casa: Poto con 39 di febbre, io con un ascesso. Il 20 dicembre siamo tutti di nuovo ad Arezzo: abbiamo organizzato un torneo di beneficienza, per legare il ricordo di Fede a qualcosa di costruttivo. Il ricavato va all , lAssociazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma. Durante il collegamento con Quelli che il calcio, Volandri, il pi mediatico di noi, mi sfotte in diretta nazionale per la guancia da scoiattolo: Flavia, dovete scusarla, ma stata presa a botte.... Forse siamo tornati quelli che eravamo, forse non siamo cambiati, forse s. Non lo so. So, per, che mi sveglio. Fede ha ventotto anni quando muore, io ne ho ventisei. Rema, Flavia, e non sbagliare.
A IL

15 Nel 2009 sono in stato di grazia. Carlos un ricordo sfumato: riesco a girellare per il mondo senza pensare a quel cantone come al primo posto in cui ci siamo baciati ad Acapulco, a quel casin a Melbourne come al primo posto nel quale lho incontrato, a passeggiare per New York senza rivedere minuto per minuto tutto litinerario gastronomico che ha organizzato una calda estate dopo gli US Open. So chi sono e mi piaccio. Mi sto staccando dalla me gelida che ero diventata lanno scorso, talmente terrorizzata da farmi coinvolgere dal mondo (e ferirmi) che preferivo evitarlo del tutto. Oggi vorrei avere pi tempo per me e per gli altri, vorrei una storia bella e intensa, un amore folle ma solido, al quale regalare la Flavia commossa che tengo nascosta quando riesco a vincere: quello che vorrebbero tutti. Gioco come non avevo fatto mai e metto insieme una collezione di risultati che lasciano stupita persino me, tra semifinali e finali e vittorie. Il massimo, per, la Fed Cup. In febbraio sfidiamo la Francia, che sospetto non ci voglia pi vedere neanche dipinte. Giochiamo a Orlans, in territorio nemico. Il primo giorno mi tocca la Mauresmo. Comincio malissimo, molto tesa, molto rigida, sicura che perder perch gi successo. Lei, al contrario, fresca e riposata. Bene o male riesco a entrare in palla e nel secondo set finisco per complicarmi la vita da sola. Larbitro una ragazza giovane e bionda, non so quanta esperienza abbia ma poco conta: un arbitro, io sono un giocatore e devo obbedire. Per tutta la partita mi fa chiamate per cose assurde, addirittura un fallo di piede. Tutte le volte mi innervosisco e devo metterci del bello e del buono per non mollare la racchetta e volarle al collo per avermi fatto perdere la concentrazione. Comunque. Al tie-break, cinque pari, alla chiusura di uno scambio pazzesco, la Mauresmo a rete e io a fondo campo, la infilo con un rovescio lungo linea. In netto ritardo, il giudice di linea chiama out. Merda. Cerco affannosamente di tranquillizzarmi, isolandomi un attimo, guardando a terra. Provo a tornare sulla riga di fondo per procedere con il gioco ma irrefrenabile: tutto il mio corpo dice No!. Sono talmente convinta che mi abbiano rubato il punto, che mi avvicino allarbitro, le punto il dito contro e le sibilo: Te la stai facendo sotto, eh? Te la fai sotto perch siamo in Francia.... Il resto della scena lo vivo da fuori, guardandomi come in unesperienza di pre-morte: c una che mi assomiglia parecchio che scandisce hija de puta a un arbitro biondo e inesperto in un campo di Orlans. Quando riprendo il controllo mi rendo conto di stare indietreggiando con ancora la mano per aria. Oddio, cosho fatto?! Entra il super visor, lei gli racconta cos successo e lui decide che dobbiamo continuare, visto che siamo al set point. Mi salvo in corner. La Mauresmo non si accorta di niente, non si sa come, quindi va a servire e in pochi scambi porto a casa il set. Il terzo lo vinco per 6-4. Match Pennetta. Con contorno di insulti e senso di colpa. In conferenza stampa tutti mi chiedono cosa mi sia successo e mi rifugio nella verit: Ho perso il controllo, non era contro il pubblico. I francesi, naturalmente, si sono offesi. Francesca gioca una partita lottatissima contro la Cornet, vinta al terzo set 8-6. La sera la vergogna vince su tutto e mi suggerisce di non presentarmi per cena. Non mi mai capitato di perdere il controllo cos vistosamente. Per successo, e ci devo fare i conti. Vado a letto senza mangiare e il giorno dopo mi consulto con Barazzutti e Gabi. Il piano che io scenda in campo e mi comporti come se fossi dentro una stanza insonorizzata: non devo sentire niente. Se sento qualcosa, devo fare finta di niente ed evitare tassativamente qualsiasi gesto, anche minimo, che possa essere frainteso come sgarbo alla Francia. Entro in campo contro la Cornet a testa bassa, di fianco a me uno stoico Barazzutti. Veniamo ricoperti dai fischi. La Cornet arriva accompagnata da Escud, il loro allenatore, che aizza il pubblico perch continui a darmi addosso. Io, per, niente. Una sfinge. Durante la partita guardo solo la palla, nei momenti di pausa a terra. Gesti: quali gesti? Vinco a mani basse, 6-2, 62. Sara Errani sconfigge la Mauresmo e il giorno dopo portiamo a casa anche il doppio. Vittoria su tutta la linea. La sera gli altri festeggiano facendomi il predicozzo. La Mauresmo simpatica: a Wimbledon, qualche mese dopo, mi prende in giro facendomi ti. In aprile giochiamo le semifinali a Castellaneta, vicino a Bari, contro la Russia. Vinco la prima partita contro la hakvetadze, Francesca gioca benissimo contro la Kuznetsova. Il giorno dopo per la Kuznetsova mi massacra e perdo rovinosamente, 6-0, 6-3. Francesca per vince il punto decisivo contro la Pavlyuchenkova, e Sara e Roberta portano a casa il doppio. Siamo di nuovo in finale. Sullonda dellesaltazione arrivo in semifinale al torneo di Stuttgart, polverizzando di nuovo la hakvetadze, dopo di lei la Petrova e la Jankovi (non esattamente polverizzata, comunque mi guadagno il turno). Mi ferma Dinara Safina, testa di serie numero 1 del torneo. Riparto con il tour, con una specie di visione: ce la possiamo fare. O forse ci credo talmente tanto da rendere possibili alcuni eventi lungo il percorso. Che non facilissimo. A Madrid arrivo con il numero 14 e uno zaino pesantissimo di attese sulle spalle: ovunque mi giri, qualche giornalista, qualche collega, qualche amico, qualcuno insomma, mi chiede: Quando succeder? A quando lingresso nella top ten?. Passo un paio di mesi a pensarci affannosamente, perch tutti se lo aspettano, perch sarebbe un sogno, perch scriverei il mio nome nella storia del tennis italiano. Perch sarei la prima, la prima del mio paese a riuscire in questa impresa. Per una sorella minore essere la prima in qualcosa non roba da poco. Sarebbe epico: Flavia Pennetta da Brindisi la prima tennista italiana a entrare nella top ten. Me lo sento gi nelle orecchie. Me lo sento nelle orecchie mentre dormo, passeggio, faccio la doccia, mangio, sto al computer, mi alleno. E mentre gioco. Mannaggia. A Madrid esco al primo turno, idem al Roland Garros. Una Glatch stratosferica mi straccia mentre io, a fondo campo, perdo tempo a pensare alla classifica. Mi do della deficiente da sola e sposo una strategia pi zen: se deve accadere, accadr sia che io ci pensi tutti i momenti sia che ignori la faccenda. Vado a s-Hertogenbosch fresca come una rosa e guadagno il terzo turno, che non sar il massimo ma senza dubbio parecchio meglio del primo. A Wimbledon batto Llagostera Vives e King, ma i miei sogni di gloria si infrangono miseramente contro la grinta della Mauresmo e la mia ansia. Arrivo a Bastad numero 15 e volo in semifinale battendo la Schiavo al primo turno. Trovo Caroline Wozniacki e tutto quello che riesco a fare rubarle il secondo set. Ma che set! Perdo ma sono carica, rilassata, sciolta. Parto per gli States con cinque vittorie consecutive in tasca: un intero torneo, quello di Palermo. Mi aspetta Los Angeles e mi viene la malinconia. Lanno prima avevo visto Fede, che si era iscritto a una scuola di teatro. Ci eravamo visti un paio di sere, non avevamo fatto niente di straordinario perch io stavo procedendo nel torneo. La sera prima di giocare la finale contro la Safina mi aveva detto che era stanco, che gli faceva male tutto... si lamentava e io avevo minimizzato: Capirai, chiss i casini che combini!. Il giorno dopo ero in campo tesissima a controllare le racchette prima della partita, avvertii una presenza alle spalle. Non feci in tempo a girarmi che mi

sentii schioccare un bacio leggero sulla nuca. Era lui, bellissimo e ambrato, come un vero californiano, che sorrideva e mi prendeva in giro perch con il completino da tennis bianco addosso sembravo molto pi scura. Tempo di perdere la finale e fare una doccia che siamo andati a cena. Avevo voglia di festeggiare venire sconfitte dalla prima al mondo pur sempre un onore, in fondo e volevo offrire la cena sia a Gabi che a lui. Apriti cielo: Una donna che mi paga la cena, mai!. Era cos. Un signore. Mi faceva sentire bella come solo i fratelli sanno fare. Passo una settimana a passeggiare in riva al mare da sola e a vestirmi e truccarmi: la sera mi guardo allo specchio e mi sembra di essere un mostro. Gabi mi studia divertito pensando che abbia qualche filarino: credo che non mi abbia mai vista cos curata e femminile. Incidentalmente gioco. E gioco bene. Le vittorie consecutive da cinque diventano sei, poi sette, poi otto e nove e dieci. Lundicesima la finale del torneo, contro Samantha Stosur. Chiudo 6-3 e alzo occhi e braccia al cielo: saluto Fede, gli regalo la mia vittoria e poi posso permettermi di sorridere. Arrivo a Cincinnati con il numero 11, a cento punti da Nadia Petrova. Supero senza problemi Ayumi Morita e gnes Szvay e ritrovo Venus, la mia avversaria preferita dallottobre 2007. dura, ma vinco io, in due set. Sono ai quarti e penso: Ce lho fatta, sono nella top ten. Non sono una che fa i conti, controlla ossessivamente le classifiche e calcola le probabilit. Cedo queste piccole gioie a mio padre... Per questa volta mi dico: Venus perde punti, io salgo, ci siamo, ora. Niente: sono pari punti con Ana Ivanovi, io rimango inchiodata allundicesimo posto perch Ana ha giocato meno tornei rispetto a me. Non ci posso credere. Lundicesimo posto una specie di maledizione: prima di me sono arrivate cos in alto solo Silvia Farina e Francesca Schiavone, ed entrambe non sono riuscite a sfondare il muro della top ten. Il giorno dopo mi aspetta Daniela Hantuchov. Ho due possibilit: stare in albergo a rimuginare o uscire. Mi faccio preparare dei tape per i piedi, tempestati di vesciche dopo settimane di gioco ininterrotto, e me ne vado al luna park con Francesca, Sara e il suo allenatore, Pablo Lozano. Cincinnati un mezzo deserto, non c niente di niente, nessun posto dove andare a parte un campo da golf, un acqua park e, appunto, il luna park. Tre bambine. Cariche come molle, io con le ciabatte perch le scarpe non riesco a portarle, ci buttiamo sulle giostre: giri della morte a go-go. Dopo qualche corsa comincio a sentirmi male: mi gira la testa, mi viene da vomitare e lunico pensiero che mi riempie la testa : La Hantuchov, devi giocare con la Hantuchov! Raccolgo ci che resta dei miei piedi e torno in albergo, come una brava tennista disciplinata. La sera, a cena, chi vedo arrivare? Schiavone, Errani e Lozano, tutti e tre bianchi cadaverici, con i capelli sparati in aria per il vento che hanno preso. Contro la Hantuchov gioco bene: lei un po stanca, io invece mi sento incredibilmente solida. Impiego sei match point a chiudere, infliggendo indicibili sofferenze a Gabi e, sicuramente, anche a mio padre. Fino ad allora sono riuscita a scacciare il pensiero della classifica, nel momento decisivo il maledetto si riaffaccia, mi fa agitare e mi tocca utilizzare delle energie per ripetermi: Toglitelo dalla testa, toglitelo dalla testa.... Me lo dimentico per un attimo, chiudo e sono decima. Come fare uniniezione. Basta non pensarci. Sospiro di sollievo; adesso se mi chiedono: Ma quando...? posso dire: Adesso!. il 14 agosto 2009 e io sono la prima italiana nella top ten della classifica WTA. Il peso delle aspettative, lansia dei numeri, il pensiero fisso, la pressione mediatica: tutto scompare. Mi sento nuda e mi riapproprio di Flavia, quella che giocava a tennis da bambina contro il muro di casa, che faceva i dispetti a suo padre non prendendo palle facili nei tornei Under 12, che a quindici anni viveva fuori di casa e non lo diceva ma le mancava la mamma. Forse dovrei saltare dalla gioia, esaltarmi e pensare che sono una specie di leggenda vivente del tennis italiano, assumere un maggiordomo e comprarmi unauto decappottabile, ma noi Pennetta, si sa, siamo gente semplice. Io, poi, preferisco mescolarmi agli altri al brillare da sola, sono una da gioco di squadra. Brindo con Gabi bevendo champagne dai bicchieri di carta, poi accendo il telefono e la grandezza dellimpresa mi appare in tutta la sua immensit. Il cellulare non riesce a registrare tutti gli in arrivo, i bip bip si sovrappongono e vengo sommersa da una valanga di complimenti, saluti, congratulazioni. Sono dentro il sogno, e questo mi d una strana calma. Non ho voglia di strapparmi i capelli, di saltare, di urlare. Ce lho fatta, come se avessi superato un esame faticosissimo che ha richiesto ventidue anni di lavoro: dai cinque ai ventisette. Gli amici come al solito si aspettano una reazione pi esplosiva, e continuano a chiedermi: Ma sei contenta?. Mi viene il dubbio di non capire esattamente cos successo. Lo fugo qualche settimana dopo. Continuo a giocare: da Cincinnati vado a Toronto. Vinco contro Marija Kirilenko, perdo con Virginie Razzano. Non ho pi forze e decido di farmi un regalo per essere stata brava: pomeriggio nella dellalbergo. Esco rigenerata, giusto in tempo per partire per New York. Laereo rimane inchiodato sulla pista a causa di una tempesta. Per qualche secondo mi faccio delle domande sul karma, sulleventualit che una grande soddisfazione debba o possa venire bilanciata da una grande sfortuna. Non cos, o forse il karma considera una grande sfortuna perdere in semifinale con la Wozniacki, chi lo sa. Qualche giorno e sono a Flushing Meadows con Gabi, Stefano Baraldo, che mi segue nella preparazione fisica, e Max Tosello della Federazione. Mi informano che devo tenere una pre-conferenza: mai successo. La sala strapiena, i giornalisti mi bombardano di domande. Ok, mi dico, qualcosa cambiato. Vinco i primi tre turni battendo la Wozniacki e cancellando per sempre ogni implicazione karmica in proposito e mi tocca la Zvonarva. Una partita pazzesca: nove di sera, il centrale di Flushing Meadows. Lei settima, io decima, teoricamente dovrei perdere. Sono sotto di un set, nel secondo la mia avversaria ha sei match point. Li annullo tutti, uno dopo laltro. Non riuscendo a chiudere la Zvonarva impazzisce: grida, strilla, si stacca le fasce dalle ginocchia. Il pubblico si esalta, i giornalisti italiani si alzano in piedi sulle sedie e si danno a urla da stadio. Tengo il secondo set e il terzo una passeggiata. Ai quarti perdo contro Serena Williams, questione di servizio. A ogni palla mi dico: Ce la faccio, ce la faccio, ce la faccio. Ma non vero, contro quelle bombe non ce la faccio. Per poco, per. Torno in Italia con il mio bel carico di soddisfazioni. E scopro che un posto nel ranking pu voler dire molto: vengo travolta dallattenzione. I programmi di intrattenimento mi vogliono, i giornalisti di sport mi vogliono, le riviste mi vogliono. Aiuto. Vorrei gridare che sono solo una che gioca a tennis, ma in fondo un po mi lusinga. Mi godo il mio quarto dora di celebrit prima di riprendere la mia vita, ringraziando di non essere diventata decima al mondo mentre ero in Italia, dove tutto questo affetto avrebbe soffocato il mio gioco e gli avrebbe tolto qualcosa. Fuggo per una minivacanza con Cristina, Fiorella e Lavinia e si rivela il lato B dellingresso in top ten: credo di essere la numero 10 al mondo pi stanca della storia del tennis. Andiamo al mare e dovrei godermela, festeggiare, essere una molla, invece sono sfinita, esausta, kaputt. Dormo ovunque, in qualsiasi posizione e su tutte le superfici: in spiaggia, sugli scogli (tre ore al sole, schiena ustionata e faccia con lo stampo delle rocce e nemmeno me ne accorgo), in macchina, sul traghetto. Come mi fermo mi addormento, non c niente da fare. Le ragazze mi prendono in giro: Un piacere venire in
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vacanza con te, sei troppo di compagnia!, per capiscono. Capiscono che ho dato tutto, ho remato remato remato e ora che il risultato arrivato, ora che ce lho fatta, ora che sono numero 10, come se fossi svuotata di ogni energia, come se la dinamo si fosse spenta. Un po scombussolata raggiungo lAsia. A Tokyo esco al primo turno, a Pechino ritrovo Vera Zvonarva al terzo turno. Vorrebbe uccidermi con le sue mani, ma dato che il tennis uno sport da gentlemen le tocca farlo con la racchetta. Impiega tre set ma ce la fa, con tutto il suo contorno di urla e scenate. Mi balena nella mente la faccia di Potito che dice: Tu, Flavia, in realt sei un uomo.... Nemmeno fosse destino, a Mosca gioca anche lui. Lo vedo sugli spalti accanto a mio padre prima dellinizio del match con gnes Szvay. Parto bene e tengo il primo set. Nel secondo, per, avverto un doloretto al ginocchio. Per non fare danni metto radici al centro del campo. Tempo che che la Szvay si porti in vantaggio di tre set e capisco che il dolore non mi passa. Mi ritiro. Volto la testa verso mio padre e vedo Potito che si sganascia dal ridere e Oronzo distrutto. Faccio segno di raggiungermi e Poti mi racconta che durante il primo set mio padre gli diceva: Guarda com bella, eh? La vedo proprio bene, bella, con questo vestitino blu! Poi le gambe, guarda com tornata in forma!. Tempo qualche minuto e zac: ginocchio fulminato. Mi sganascio anchio e comincio a prendere in giro mio padre. Smetto quando capisco che ha paura che non lo voglia nel mio angolo durante la finale di Fed Cup. La giochiamo a casa: Reggio Calabria, in un Circolo bellissimo, un vero stadio del tennis, cosa non cos frequente in Italia. Giocare in casa stupendo e terribile allo stesso tempo. Da una parte ti senti padrone della situazione, dallaltra la paura di non fare bene davanti ai connazionali tanta che spesso si rischia di non giocare benissimo. Gli avversari sono gli Stati Uniti, il tabellone sostiene che le sorelle Williams non sono previste. Sembra un segno del destino. Sabato mattina mi sveglio allalba per la tensione. Alle 7.30 vado a fare colazione e lentamente accolgo tutte le compagne: prima la Schiavo, poi Sara e Roberta. Nessuna parla: fissiamo zitte le nostre tazze. Alla presentazione sono bianca cadaverica, lansia non mi passa. Prima della partita mi viene addirittura da piangere per la tensione. Gabi mi guarda sconvolto: non mi ha mai vista piangere per il tennis. Mi scendono dei lacrimoni da bambina e comincio con una sequela infinita di capricci. Il paziente Gabi sopporta e mi incoraggia: Flavia, devi rilassarti, goderti il momento.... Bravo! Goditelo tu il momento! rispondo, insieme ad altre bestialit che per mia fortuna non ricordo. Tesa come una corda, entro in campo e, non so come, vinco contro la Glatch. Franci lotta come una leonessa contro la Oudin e porta a casa il punto. Due a zero. La mattina dopo devo giocare di nuovo per prima. A colazione c solo Barazzutti: le altre sono spaparanzate davanti al TG, che parla di noi. Tutte contente, tanto gioca Flavia, no? Basta una frase: Oh! Non leggiamo niente e concentriamoci che non ancora finita!, e ripristino in pochi secondi latmosfera del giorno prima, con la tensione che striscia e il silenzio che si fa palpabile. Al match point contro la Oudin tiro un passante, poi seguo la scena al ralenti, con ancora la racchetta per aria: Non sbagliare, non sbagliare, non sbagliare, non sbagliare.... Vinco, la coppa nostra. Mio padre sugli spalti comincia a piangere di gioia. la seconda volta nella mia vita che lo vedo in lacrime. La donna-che-esprime-le-emozionipoco-per-volta costretta a sciogliersi: lascio scendere un paio di lacrimoni prima di riprendere un perfetto autocontrollo ed esibire il mio collaudato sorriso da flash.

16 Per me le stagioni non esistono proprio. Le mezze non so nemmeno pi cosa sono. Me le hanno rubate insieme agli orari e al ritmo sonno/veglia. Non so pi come sia passare un intero inverno in un posto dove fa freddo e unestate a bollire sotto il sole, avvolta dallafa, con il respiro che si blocca, senza riuscire a pensare. Mi capita indifferentemente, in ogni momento dellanno. Non che a Brindisi nevichi, ma ad Auckland, a gennaio, fa un caldo asfissiante. Lunica nevicata mai registrata risale al 1939. La mia stagione dura da gennaio a ottobre e si compone di una media di venticinque tornei. Clima variabile, precipitazioni preferibilmente scarse, anche se in Asia non si pu mai dire. Ad Auckland comincio con ancora addosso la sensazione di onnipotenza e orgoglio della vittoria della Fed Cup. Arrivo immediatamente in finale, battendo, tra le altre, quella Cibulkov contro la quale ho perso rovinosamente nel maledetto torneo di Bad Gastein, nel 2007. Vedermi vincere su quella avversaria, con la quale ho incidentalmente condiviso quel momento, mi fa pensare a un nuovo inizio. A febbraio sono a Kharkiv, ridente cittadina in mezzo ai ghiacci di impatto estetico decisamente sovietico, per la Fed Cup. Larrivo mio, della Schiavo e di Gabi funestato dalla perdita del bagaglio di Franci, che contiene, fra le altre cose, le sue racchette. Niente in confronto a Sara, Roberta e Barazzutti: il loro volo non pu atterrare perch la pista ghiacciata, quindi viene dirottato su un altro aeroporto, che si trova a sole otto ore di pullman dalla mitica Kharkiv. Quando si dice la gioia delle trasferte. Per sdrammatizzare decidiamo di farci qualche passeggiata sul ghiaccio: giocatrici davanti e allenatori dietro. Barazzutti non fa in tempo a sgridarci perch rischiamo di cadere che bum! frana rovinosamente a terra. Sulla carta per lUcraina non ci sono chance: i nostri ranking vanno dal numero 7 al 35, il migliore delle nostre avversarie il 105. Eppure. Alona Bondarenko, la migliore delle ucraine, batte Francesca Schiavone, la migliore delle italiane. Io gioco malissimo ma contribuisco al recupero punti: vinciamo tutte le altre partite, doppio compreso. In fin dei conti siamo le campionesse in carica: non possiamo mollare subito. Salto a pi pari i miei tornei, Bogot e Acapulco, e volo a Dubai. Esco al terzo turno contro una agguerritissima Agnieska Radwaska, che mi scavalca letteralmente e andr a farsi schiacciare in semifinale dalla Azarenka. Vinco, invece, il torneo di Marbella, contro una legione di russe e prendendomi limmensa soddisfazione di sconfiggere la stessa Carla Surez che mi ha eliminato dal Roland Garros un paio danni prima. Il Roland Garros, come tutti gli Slam, una sfida psicologica. Tutto pi lucido, pi intenso, pi veloce. Le vittorie hanno il sapore delle promesse. Se le disattendono, tocca raccogliersi con il cucchiaino per raggiungere gli spogliatoi. Nel 2010, dopo tre partite vinte contro Anna Keothavong, Roberta Vinci e Polona Hercog mi trovo davanti Carolina Wozniacki: un muro. So di dover fare il punto molte volte, uscire dai miei schemi, andare di pi a rete... Facendolo allungo la partita, la allungo a dismisura: vinco il secondo set portandomi in parit, ma non ho pi energia. Lascio andare il terzo, la Wozniacki chiude e io mi incazzo, senza giri di parole. Mi incazzo come una bestia: sono convinta di aver perso unopportunit unica, che quella non sia la volta buona per colpa di chi? Mia, ma guarda un po. Per giorni ripenso a come sarebbe andata se avessi vinto quel match: avrei dovuto giocare contro la Schiavo, sarebbe stata una partita tesissima, chiss come sarebbe finita. Invece niente. Ho lasciato andare e non mi rimasto altro che andare a tifare la Schiavo. Che ha trasformato lansia e la tensione in fattori positivi, ha vinto sulla Wozniacki, la Dementieva e la Stosur ed entrata nella storia con un largo sorriso e la coppa (lucidissima) in mano. Gabi dice: Tanto nuotare per arrivare sulla spiaggia e morire. vero: corri, recuperi, lotti, sudi, per mesi, per anni, poi arrivi l e perdi lattimo. Allora ti incazzi, vorresti tornare indietro, ma non puoi. Puoi solo andare avanti. Mi sento male quando penso che qualunque cosa io possa fare non mai sufficiente. frustrante, e lo rimane in qualunque posizione della classifica. Il pensiero faccio tutto quello che devo, sono costante, sono attenta, ma non basta mai mi esaurisce. So che sbagliato guardare attraverso questa lente, ma ogni tanto capita. Capita perch mi faccio un mazzo cos dal mattino alla sera, ma dietro ce ne sono altre venti, e appena mi lascio minimamente andare mi volano addosso. una rincorsa continua. Anche quando sei stanca e da brava bestia vorresti solo un po dombra per fare un pisolino non puoi fermarti. Nel tennis non ci sono pause. Il tour chiama, quando il tour finisce ci sono ancora gli allenamenti per la Fed Cup se tutto andato bene e le partite. andato tutto bene. Alla vittoria sullUcraina seguita quella sulla Repubblica Ceca. Disputiamo la finale a San Diego, contro gli Stati Uniti. Un anno per uno. La nostra formazione invariata, la loro vede Bethanie Mattek-Sands al posto di Alexa Glatch, mentre Coco Vandewenghe sostituisce Vania King. Quando vedo lultima palla infilare la Vandewenghe so che abbiamo vinto. Di nuovo. Lemozione diversa perch non siamo a casa, perch la terza volta, perch non dobbiamo giocare il doppio, per un sacco di ragioni. Ma comunque una soddisfazione che mi strappa le lacrime dagli occhi, perch restituisce senso a quel lavoro che sembra sempre uguale e che faccio da ventitr anni.

17 E adesso un qualcosa che non da me, dalla Flavia che mette tutti i sentimenti pi intensi al sicuro, poi li sigilla con cura e li nasconde dietro a un sorriso. Adesso un intermezzo sentimentale. Le cose che non si riesce a fare da soli si fanno in due. E c anche pi gusto. A fine 2009 io e Gisela Dulko ci guardiamo negli occhi e decidiamo di giocare il doppio insieme. Io e lei siamo simili come due persone molto diverse che, per, hanno fatto le stesse cose nello stesso momento: Gise pi tranquilla e riflessiva, io pi esagerata e impulsiva, in campo sembriamo Lucignolo e la Fata Turchina. Io urlo, strepito, mi arrabbio, lei sorride, dice sempre la cosa giusta, mi calma con uno sguardo. Siamo sorelle nate lontane che sono state catapultate nel circuito senza avere nemmeno unamica e si sono trovate; siamo state lasciate a pochi mesi di distanza da due tennisti bellocci e mediatici e abbiamo sofferto in contemporanea, abbiamo parlato per ore, vinto e perso e sudato e poi abbiamo deciso che era lora di ridere. Cos abbiamo riso, riso fino ad avere male alla pancia e alla faccia e a non riuscire a prendere la racchetta perch avevamo le mani molli, e allora abbiamo capito che se dovevamo trovarci un compagno con cui fare il compito, be, con chi se non insieme? Insieme siamo le numero 1! Il che, da boutade, si trasformato in un cartellone dove c scritto Ranking Pennetta-Dulko: 1. Abbiamo fatto la foto con il cellulare, a stento potevamo credere che bastasse cos poco essere in campo come siamo fuori per arrivare cos in alto. Inauguriamo il 2010 con i quarti di finale agli Australian Open: vinciamo il primo set, tempo di pensare ce la facciamo che Lisa Raymond e Rennae Stubbs ci spediscono a casa senza nessuna piet, stravincendo i set successivi con due secchi 6-2, 6-2. A Indian Wells giochiamo due soli turni, poi voliamo a Miami e ci rifacciamo. Battiamo la Kuznetsova e la Molik e ritroviamo, come in un girone infernale, la Snchez e la Vives, che ci avevano fermate a Indian Wells. Vogliamo la rivincita, abbiamo deciso che il nostro turno, qualcuno ci guarda da lass... non lo so, fatto sta che dopo una sfiancante partita, con il terzo set che dura una ventina di game, tenute in piedi solo dalladrenalina, ci guadagniamo il turno e la partita successiva, contro la temibile coppia Kirilenko/Radwaska. l, nel torneo di Miami che io e Gise diventiamo quello che siamo oggi in campo: impariamo ad aiutarci naturalmente lun laltra, senza pensare, come le due mani di una stessa persona. Vinciamo 6-3, 7-5. Ci toccano nuovamente Raymond e Stubbs, le distruttrici del nostro inizio glorioso. Sembra un brutto film con la sceneggiatura gi scritta, ma per loro: la finale nostra, e in due soli set. Scendiamo in campo contro Nadia Petrova e Samantha Stosur. Se il doppio fosse semplicemente la somma della forza dei singoli giocatori finiremmo rase al suolo. Ma il doppio unaltra cosa: responsabilit, condivisione. In qualche modo con Gise di sicuro famiglia. In panchina mi d di gomito e mi dice: Fla, non puoi capire!. Cosa non posso capire? Quanto potremmo vincere oggi! Fla, dai, te lo dico... Gise, non me lo dire che mi metti ansia! Ma te lo devo dire! Ma metti che gioco un punto cruciale e sbaglio? Sarebbe colpa tua... Iniziamo la partita tirate come corde, non ci lasciamo scappare neanche mezzo sorriso, nemmeno quando chiaro che il primo set nostro. Non ancora finita e lo sappiamo. Infatti perdiamo il secondo set e lo perdiamo per poco, 4-6. Recuperarlo si trasforma in unimpresa: trasciniamo il terzo fino al tie-break, un supplizio e un giro alla roulette, con la partita che cambia di minuto in minuto. Non ce la facciamo praticamente pi per la tensione, perch se quella palla entra allora abbiamo vinto e allora vero, non siamo solo amiche: siamo una squadra. Quando ci mettono in mano il trofeo, un vaso di cristallo, lo teniamo con la punta delle dita, per paura di romperlo: io in giallo e Gise in arancione, nelle foto sembriamo due ragazzine vestite da mare in preda a un attacco di ridarella. Da quel momento chi ci ferma pi? Vinciamo a Stoccarda, Roma, Bastad, Montral e Mosca, arriviamo in finale a Madrid e Pechino, giochiamo i quarti al Roland Garros e agli US Open. Gi che ci siamo scendiamo in campo anche a Cincinnati, dove ci tocca unoverdose di algide giocatrici dellEst, quelle che si sono staccate due minuti prima dalle pagine di un giornale di moda e non si capisce da dove prendano la forza, con le braccia cos sottili. Arriviamo ai quarti di finale come un tornado, e l incontriamo una coppia fortissima: Black/Rodionova. A partita appena iniziata, nel secondo game servo un servizio perfetto, velocissimo, potentissimo e guadagno un punto spettacolare. Oltre la rete scatta la rabbia: una delle due va dallarbitro e comincia a fare polemica. Me ne accorgo a stento perch sono nel mio mondo, a fondo campo, a convincermi che una vittoria possibile, poi vedo Gise che saltella minacciosa e brandisce la racchetta come una katana, e penso: Oddio, adesso vola di l e la uccide. Corro a rete e cerco di calmarla: Gise non si arrabbia mai, ma quando succede meglio essere lontani. Sto cercando di recuperare dalla memoria cosa mi dice lei quando sono furibonda e butto l un debole: Dai, Gise, non importa... quando vedo che lavversaria, girandosi, mi lancia uno sguardo di fuoco e mi fa: Fucking bitch. Mi si annebbia la ragione, nella mia testa parte una scena al rallentatore: lei che cammina verso gli spalti, io che dimentico ogni intento pacifico e, come un bullo fuori dalla scuola, mi sporgo oltre la rete urlando: Vieni qua! Vieni qua se hai coraggio!. Gise che si volta stupefatta e mi ripete le stesse identiche parole che fino a due secondi prima stavo dicendo io a lei, larbitro che allarga gli occhi incredulo e si trincera dietro al microfono. Non sento niente perch strillo e urlo finch non ricominciamo a giocare. Sono talmente incazzata che chiudo la partita in un baleno, vincendo 6-4, 6-4, pur di non trovarmi la sua faccia di fronte. La fatica si fa sentire il giorno dopo, quando veniamo stracciate da Azarenka/Kirilenko, dinamico duo di fotomodelle-tenniste tanto belle quanto crudeli, che si guadagnano la finale e il torneo. Io, per, qualche soddisfazione me la tolgo pi avanti. La vendetta un piatto che va servito freddo, e non c freddo paragonabile a quello di Mosca, dove le schiacciamo in semifinale, dopo un primo set al cardiopalmo. la fine di ottobre quando, per la prima volta nella mia vita, gioco al Master di Doha. Primo turno: vinciamo. Secondo turno: vinciamo. E diventa vero: siamo le numero 1. Non ci possiamo credere: guardiamo dallalto in basso tutte le prime giocatrici della classifica . In conferenza stampa tutti si complimentano e poi ci chiedono qual il nostro segreto. Eh, a saperlo. Non lo so spiegare. Non la so spiegare lalchimia di unamicizia come la nostra, n perch in campo siamo cos forti. Vorrei dire che difficile nel circuito riuscire a costruire un rapporto cos, nel quale lo spazio che di solito viene occupato dalla competizione pieno di solidariet. Vorrei dire che vinciamo perch siamo amiche, ma non mi sembra una risposta particolarmente sostanziosa dal punto di vista tecnico, cos di solito taccio. So, per, com raggiungere un risultato cos pazzesco in due. rievocare decine di volte lo stesso aneddoto su quel punto vincente, una roba che stroncherebbe anche il pi volenteroso degli ascoltatori. sapere che c qualcuno che capisce perch cera, perch fisicamente giocava insieme a te, faceva la stessa fatica, prendeva le stesse pallate, guardava in faccia le stesse avversarie. Per una che fa fatica a raccontarsi una
WTA

bella fortuna, un regalo che fa felici. A fine anno entriamo a far parte dellesclusivo club dei premiati come migliori giocatori dallInternational Tennis Federation. Insieme a noi Nadal per il singolo maschile, la Wozniacki per il singolo femminile e i gemelli Bob e Mike Bryan, doppisti maschili premiati per la settima volta, un record. Ritireremo il premio al Roland Garros, il 31 maggio, devo chiamare mia sorella e chiederle consiglio su cosa mettermi. Se non fossimo tenniste potremmo pensare di aver raggiunto il massimo, invece abbiamo i sensi e lambizione deformati dallagonismo, e vogliamo di pi. Cominciamo il 2011 agli Australian Open. In singolo arrivo ai quarti, battendo Lourdes Domnguez Lino e Shahar Peer, poi vengo travolta dalla nuova guardia: la gigantesca Petra Kvitov, otto anni meno di me, mancina come la Navratilova e il paragone non del tutto fuori luogo picchia fortissimo e corre alla velocit della luce. Cerco di farla sudare e domino nel primo set, peccato che poi Petra sia ancora fresca come una rosa e io piuttosto incredula. Perdo i successivi due set 6-3, 6-3 e tengo le energie per il doppio: devo giocare i quarti. Il giorno dopo affrontiamo Natalie Grandin e Vladimra Uhlov. Sul cemento sono abbastanza forti, ma noi lo siamo di pi e portiamo a casa lincontro. In semifinale giochiamo contro Liezel Huber e Nadia Petrova, teste di serie numero 3. Se fosse un singolo avremmo le gambe infiacchite dalla paura, invece un doppio, e per di pi contro di loro abbiamo gi vinto una semifinale, a Roma, lanno prima: io e Gise ci sentiamo invincibili, e scendiamo in campo sentendoci le numero 1. Funziona, perch ci guadagniamo la finale, contro la Azarenka e la Kirilenko. Ancora loro. Per noi sono come la Spectre per Bond: a volte perdi, pi volte vinci e comunque la sfida sempre ad altissimo livello. E ci sono delle situazioni di contorno che non ci rendono la vita facile. Per esempio, riesco a immaginare decine di attivit pi rilassanti del giocare la finale di uno Slam. Gli Australian Open sono il mio sogno, e sono combattuta tra pensare nessuno questa volta potr portarmelo via e oddio, e se poi vinco cosa sogno da domani?. Cerco di mettere da parte tutto e mi torna in mente Elena Dementieva, con la quale ho giocato la finale degli US Open nel 2005. Dopo venti minuti era chiaro che la Raymond e la Stosur ci stavano asfaltando, stavamo facendo una pessima figura. Alla fine del primo set, perso 6-2, Elena mi ha detto: Flavia, una finale! Dobbiamo riuscire a rimanere in campo almeno unora!. Ci eravamo fatte forza e avevamo vinto il secondo set, per poi perdere piuttosto dignitosamente il terzo e, con lui, la coppa. Ritrovo quel ricordo e faccio mie le parole di Elena: la prima finale di Slam per Gise, cos mi atteggio a quella che la sa lunga e le dico la stessa identica frase. Prima di cominciare a giocare, per: farei volentieri a meno di perdere il primo set per 6-2. Partiamo carichissime, per poi afflosciarci nel secondo set: noi non molliamo, loro non mollano, poi arrivano quei due o tre servizi giusti della Azarenka e cominciamo a commettere qualche errore di troppo. Ci guardiamo e proviamo a concentrarci sul nostro gioco ma non basta: i punti calano, le palle volano fuori. Ci sediamo in panchina completamente demoralizzate: io penso siamo fuori, finita, Gise anche ma fa finta di niente e prova a motivare me per motivare se stessa. Poi vediamo Gabi. Fa dei segni, dice: Guardate di l!. Siamo tenniste, dove vuoi che guardiamo? Torniamo in campo credendo che le stesse provando tutte sullonda della disperazione, per smettiamo per un attimo di pensare a come dobbiamo giocare noi e guardiamo di l con molta pi attenzione: di l ci sono due trentenni sfinite, che stanno in piedi per pura forza di volont. E allora capiamo. Cazzo, se capiamo. Bastava guardare di l! Le facciamo correre, movimentiamo il gioco, prendiamo il pallino e non lo lasciamo pi, finch la Azarenka e la Kirilenko non comiciano a sbagliare. Quando lultima palla finisce in rete pura gioia: lascio andare la racchetta, corro nelle braccia di Gise e saltelliamo per tutto il campo abbracciate, impacciate come in una corsa dei sacchi, indecise se fare luna cosa o laltra. La coppa pesa quintali e, per fortuna, nei mesi ci siamo costruite un morigerato sorriso da campionesse che possiamo sfoderare per le foto. il sogno e scopro di non averne paura. Semmai, scopro che non si esaurisce, che non smetto di voler vincere ancora. Scopro che sono strafelice di condividere quella coppa con lei (che anche ordinata e ha una casa vera dove metterle, tra laltro, tutte queste coppe). Scopro che vero: quello che non si riesce a fare da soli lo si fa in due. Io, per, sono stata brava. E il ranking lo dice: il 28 febbraio 2011, appena prima di scendere in campo con Gise a Indian Wells, prima italiana nella storia, sono la numero 1 nella classifica delle doppiste, considerate non in coppia ma come singole giocatrici. Ho 10.070 punti, e sono ex aequo con unaltra. Gise. Bellissimo. A ventinove anni: meraviglioso.

18 Sono molto affezionata alla mia et anagrafica, mi sembra una vittoria sulla Grande Decisione Imminente: il momento del ritiro, quello su cui ultimamente mi interrogano i giornalisti. Cosa pensi di fare quando smetterai? Oddio. Non ci ho mai pensato concretamente. Unaltra domanda? Hai un fidanzato? Oddio. No. Ci ho pensato eccome, ma no. Non capisco questa attenzione per la vita amorosa delle tenniste. A Murray mica gli chiedono se fidanzato. Non sono molto a mio agio nella parte della fidanzata, per la verit. Sono diventata pi chiusa, pi protettiva nei confronti di me stessa. Odio ripetere gli stessi errori. Anche questa versione di me non mi corrisponde al cento per cento, rimango una Flavia spontanea, solare, istintiva, ma se prima di Carlos non mi faceva paura buttarmi senza la sicurezza di un paracadute, ora s. Poi sento una responsabilit nei confronti del mio tennis: sto attenta a non farmi coinvolgere troppo, a non rischiare di perdere quellequilibrio che ho faticosamente ricostruito e che mi ha portata a ottenere i migliori risultati della mia carriera. So che, se mi apro a una relazione, se accetto di lasciar entrare unaltra persona nel mio mondo, cambia un po tutto. Magari non subito, ma cambia. Ho conosciuto ragazzi fantastici, attenti, molto presenti tutti sportivi ma mi sono sempre ritirata nel mio guscio: non ho trovato la persona per cui sono disposta a cambiare. Quando queste storie avrebbero potuto fare un salto di qualit ho sempre preso le distanze. Nel rispetto mio e dellaltro, per non imporgli i miei ritmi massacranti, il mio bisogno di stare da sola, il mio totale disinteresse per la routine amorosa considerata normale. Laltro un io totale, che prova emozioni, ha desideri, aspirazioni, bisogni, pensa, si muove, parla, ha idee e opinioni, non un fantoccio a mia disposizione quando ci sono e quando torno dallennesimo torneo per un paio di giorni. Sarebbe pi facile, forse, avere un rapporto con una persona cos, ma non sarebbe adatto a me. Mi hanno spiegato che non do certezze, perch quando sono fisicamente presente sono dolce, trasmetto lidea di stare costruendo qualcosa insieme, poi appena parto scompaio. La verit che stacco la spina, che la mia vita professionale non comporta duecento tra messaggi e telefonate al giorno, con contorno di mi manchi ma quanto mi manchi, ti amo ma quanto ti amo, e che questo inquieta perch sono in viaggio per trenta settimane lanno, frequento un ambiente sportivo pieno di ragazzi attraenti, ogni giorno mi capita di conoscere qualcuno di nuovo. Se la persona che cerca di starmi vicino parte al mattino da casa, va in ufficio, poi la sera torna a casa lungo la stessa strada, giorno dopo giorno dopo giorno, capisco che il mio mondo possa sembrargli uno scrigno pieno di possibilit e tentazioni. Non lo , ma lo sembra. Vorrei un uomo che prima di tutto si rispettasse, mantenesse la sua vita, i suoi interessi: la base per avere rispetto per gli altri, e quindi anche per me. Lo vorrei con un atteggiamento ridanciano nei confronti della vita, uno che ami scherzare e che sappia sdrammatizzare. N troppo stronzo n troppo coccolone, n troppo saputello n spiaccicato ai miei piedi. Vorrei uno giusto, giusto per me. Uno nel quale tutto si combina in modo da completarmi, senza fagocitarmi n tenermi a distanza. Non sar semplice, perch non sono semplice io. Credo che sia un po disorientante una donna troppo indipendente, che magari guadagna pi del suo compagno, che non ha concretamente bisogno di lui per vivere. Io, per, sono sempre stata cos: decapitavo le Barbie e organizzavo la battaglia navale con il vicino nella vasca da bagno, e lo stracciavo. Mia madre dice che alla fine, dopo tanto cercare, trover pace con qualcuno che conosco da una vita, dai tempi del Centro federale, che sa chi sono forse meglio di me e mi vuole bene in quello strano modo che si crea quando si stati lontani per tanto tempo ma sempre allinterno di una storia comune, senza mai rompere il filo. Forse dovrei fidarmi di lei e basta, e fare qualche telefonata. Togliendo quelli sposati, quelli fidanzati, quelli che anche no, quelli che non sono giusti per me non avanza molta gente... Forse Potito? Magari lui quello perfetto per me. Chiss. Mentre setaccio lagenda mi allieto con le relazioni che mi affibbiano i giornali, con quasi tutti i giocatori del circuito: da Rafa Nadal a Simone Bolelli, da Juan Carlos Ferrero al mio partner di doppio, Marcelo Melo... Per non parlare della mia storia con un giocatore del Milan, spifferata, come dicono i paparazzi, in occasione di una cena da Mimmo a Milano: io con Fiorella e due amiche, lui con colleghi e manager vari in un altro tavolo. A un certo punto Mimmo mi chiede se pu presentarmeli, perch uno appassionato di tennis: io mi alzo, stringo mani, sorrido, accetto linvito a vederli giocare e torno al mio tavolo. La settimana dopo vedo il titolo: La prima uscita pubblica... Incredibile! Come quando ho letto, su unaltra copertina, la scritta: Pennetta-Rossi, sar amore? Dentro, un articolo di due pagine: una dedicata alle foto di Valentino, unaltra alle foto mie. Sembravamo bamboline di carta da vestire: Vale elegante contrapposto a Flavia in abitino, Vale sportivo e Flavia in tuta, Vale in moto con Flavia in campo. Storia completamente inventata. Gli mando un : Vale, ti comunico che siamo fidanzati. Mi risponde spiegandomi che in unintervista gli hanno chiesto: Con quale sportiva potresti stare?. E lui ha fatto il mio nome. Allora non sono lunica a cui fanno questa domanda!
S MS

Sono fiera di aver adattato il circuito a me, e di aver minimizzato leffetto contrario, mantenendo unarea di sicurezza esterna, solo mia, nella quale trovo tempo e faccio spazio per amicizie vecchie e nuove, lamore quando ci sar, la mia famiglia. questo equilibrio a salvarmi. Il tennis non pu pretendere che gli sacrifichi tutto. Rinchiudersi dietro un vetro e non far passare niente e nessuno pu funzionare per qualche anno, ma non appena capita di provare qualcosa daltro il vetro si incrina. E si spacca. E fa male. Per questo sono grata ai miei genitori per come mi hanno cresciuta. Non mi hanno costretto a fare rinunce in momenti in cui non ero disposta a farle: ho avuto come tutte lamica del cuore, la festa di compleanno a casa, il fidanzatino e i pomeriggi in giro per il centro. grazie a questo se sono in grado di conciliare vita privata e tennis. chiaro che non ho avuto i risultati di chi sacrifica tutto, una Ivanovi per esempio; ma il giorno che la Ivanovic scopre che esiste anche altro o, semplicemente, invecchia, sapr come fare, come reagire, avr gli strumenti? Ne dubito. Teoricamente la tennista professionista dovrebbe pensare solo a s, fare scelte solo in base allo stato del suo gioco. Per me impossibile vivere senza uno spazio fuori dal tennis. Mi verrebbe lansia pensando che se perdo quello perdo tutto. Letteralmente. Sono egoista e lo so, lo so bene perch devo esserlo, perch il giocatore deve venire a patti con la dimensione della solitudine, perch deve concentrarsi sul suo gioco e ignorare il resto. Trascuro gli altri per mestiere, ma non sono viziata, non sono mai caduta nella trappola delle conoscenze dopportunit, delle persone che ti ronzano intorno appena cominci ad avere un minimo di successo. Magari senza nemmeno troppo interesse, solo per poter brillare del successo altrui. Una rete superficiale, questa: non minteressa. Mi salva sapere chi sono e da dove vengo. Mi salvano gli amici, gli stessi da una vita, che se faccio una scemenza mi mandano, eufemisticamente, a cagare.

Mi salva la rete di protezione che ho intorno, che mi ricorda che esiste una Flavia anche senza tennis, che la Flavia che gioca brava e forte, ma che quella che non gioca unaltra cosa. Mi ricordano che esiste altro sotto la maschera della donna-che-esprime-emozioni-poco-per-volta. Esiste la bambina che mimava i film con sua sorella e che la guardava come si guardano le dee, con un misto dammirazione e invidia e amore. Una bambina entusiasta che non si era dedicata a niente di preciso e ha accumulato passioni: per la danza, il basket, la pallavolo, persino la corsa campestre e lo sci. la stessa Flavia maschiaccio che si dedicata con grande costanza ad attivit pericolose come precipitare gi da una pista nera a tutta velocit senza farsi beccare dai genitori (oggi dalla mia parte adulta, che cerco di fregare con identico zelo). Invariabilmente qualcuno mi becca, senza che faccia in tempo ad accorgermene. Esiste una Flavia che organizza, smuove mari e monti per fare sorprese o regali, e quella schiva che quando esce con le amiche, se le domandano: Ti ho gi vista da qualche parte...?, risponde di far parte della Nazionale di pallavolo. Esiste la Flavia che a Brindisi si sente tranquilla, perch quella la sua citt e la sua gente e sa che l le vogliono bene. Esiste la Flavia grata ai suoi genitori per trattarla come la sorella, n pi n meno, per non essersi innamorati della figlia tennista e per continuare ad amarla per quello che . Grata per lascolto e i consigli, anche se fa di testa sua perch ha la zucca pi dura della famiglia, perch lhanno lasciata sbagliare per conto suo e cos ha preso le misure e imparato qualcosa. Grata per averle insegnato la schiettezza e il rispetto di s, perch le hanno permesso di diventare la donna che oggi. E di non avere paura del futuro. Di cosa succeder quando smetter di giocare. Ho visto molti giocatori distrutti dal non riuscire ad abituarsi a un ritmo di vita normale. Non facile, certo, per lo un po di pi se si mantengono i contatti con il mondo, se si guarda oltre il circuito. Il mio avere tanti amici che lavorano in ambiti molto diversi dal mio mi aiuta a mantenere i piedi per terra, a rendermi conto dei miei privilegi, a non perdere di vista la realt delle cose. Spero che quel giorno avr una persona accanto che voglia costruire con me un nucleo simile a quello che ho avuto in dono dal destino la mia famiglia e che mi manca. Ci vorrebbe un valente cavaliere che, possibilmente, non scappi urlando quando scopre causa convivenza le mie manie su ordine e pulizia; uno che eventualmente mi ferma se il caso e mi invita a trovarmi qualche cosa da fare per occupare il tempo invece che continuare nevroticamente a sfregare lo stesso punto del piano lavoro in cucina. Mio padre guarda con terrore al momento in cui dovr fermarmi. Il fatto questo: mi tratta da maschio da quando sono nata, mi parla come parlerebbe a un maschio, una volta credo che si sia persino lasciato sfuggire qualcosa a proposito di unavventura con una ragazza prima della mamma... Be, vede tutti questi giocatori maschi che non riescono a cambiare vita, che partecipano al senior tour, da soli nella player lounge, additati da tutti come vecchie glorie... Terribile, in effetti. Terribile come non smettere di suonare se si una rockstar dannata e finire per far ridere, terribile come fingere di essere una ventenne a settantanni e non poter sorridere per i troppi lifting. Terribile. Ronzino non teme che possa fare questa fine, ma che io soffra perch un giorno, di colpo, lattenzione nei miei confronti scemer: per mia fortuna, lunica cosa alla quale non mi sono mai, ma proprio mai interessata. Nonostante le assenze, la distanza, il poco tempo, ce lho messa tutta per seminare bene con le persone a cui tengo. Certo, non facile. Torno a Brindisi talmente poco che, da una volta allaltra, mi accorgo dei nuovi segni sul volto della nonna, faccio caso al fatto che la zia fa fatica a portare pesi, che il pap ha qualche capello bianco in pi. Se c un motivo per cui sar felice il giorno che smetter di giocare sar questo: potr godermi le persone a cui tengo, non perdermi niente di loro. Per adesso mi tocca continuare con le frequentazioni surrogate: via telefono. E infatti pago delle bollette allucinanti. Un giorno mi sono presentata nel negozio del mio gestore per non so quale ragione, la ragazza controlla i miei dati sul computer e mi fa: Scusi, ma quante linee ha?. Una, solamente una. Mi rincuora vedere come mia madre, piuttosto, creda in me: convinta che regger lurto e che trover un modo per agire nel mondo che mi corrisponde. Per adesso ho pensato due cose, anzi tre. La prima: far un viaggio per vedere tutti i posti nei quali sono stata ma che non ho visitato in questi anni. Bisogna vedere con chi, perch queste sono esperienze che vanno condivise. La seconda: mi piacerebbe contribuire alla diffusione e alla crescita tecnica del tennis in Italia, aiutare nellimportazione di un metodo che aiuti i giocatori futuri a essere pi solidi, pi preparati. Attualmente mi pare che abbiamo molti buoni tennisti, tutti molto creativi e pieni di estro poetico, ma che spesso non conoscono la grammatica di base. Non intendo dire che tengono male la racchetta, ma che se chiedi loro di remare magari sono in difficolt, e non parlo di ostacoli psicologici o chiss cosaltro. Gabi dice che per vincere non bisogna per forza e sempre giocare bene. vero. Perch incaponirsi a giocare dei top spin quando, a volte, basta un back? Il problema avere il polso della situazione e capire quando mettere in campo un colpo o laltro. E per arrivare a questo risultato ci vuole una cosa sola, che in Italia secondo me non c: metodo. Siamo fermi ad Adriano Panatta, ci concentriamo sul bel tennis, tutto molto attraente, molto fluido e incantevole da vedere. Va molto bene se uno deve fare delle foto: vengono benissimo. Per crescere di livello credo che bisognerebbe curare di pi la parte fisica. Un giocatore deve avere come obiettivo costante superare se stesso, i propri limiti. In allenamento deve provare a farlo ogni giorno, altrimenti come far in partita a reggere tre o quattro ore di gioco, con in pi dallaltra parte uno che certamente non molla e la pressione psicologica del voler ottenere il risultato? I ragazzini che mi capita di incontrare quando mi alleno in Italia mi lasciano stecchita: mi capitato che al Circolo mi facessero fretta perch lora dopo avevano prenotato il campo e io non avevo ancora sgomberato. Daccordo, mi sbrigo, ma perch non mi chiedi di giocare due palle? Perch non ti fermi a guardare come gioco? Alcuni in allenamento lavorano sulle gambe a un livello molto pi basso di quello che useranno in partita: sbagliato! Sono bravi, sono belli da vedere, corretti nei movimenti, ma sono come sfaticati, non hanno fame di vincere, credono di essere degli di e che i risultati siano dovuti. E non hanno un orientamento deciso, non sanno cosa vogliono, nessuno li ha inquadrati. Come cambiare questa mentalit? Forse con una strategia dei piccoli passi, dando e dandosi piccoli obiettivi raggiungibili, per creare una routine che spinge ad andare avanti invece che a fermarsi. Il che, tra parentesi, credo che valga per qualsiasi mestiere, non solo per il tennis. Sul come provare a fare tutto questo ho poche idee e molto confuse. Per ho potuto vedere la differenza tra Italia e Spagna, a livello pratico, so dove attingere per gli spunti. Poi sono riuscita a raggiungere risultati molto positivi in carriera: se sono riuscita a entrare nella top ten, prima italiana nella storia, a vincere la Fed Cup e un numero che spero cresca ancora di tornei, sono sicura che trover un modo positivo e fecondo di trasmettere la mia esperienza, un modo utile per gli altri e per il tennis. Un modo da donna, in definitiva. Trasformarmi in una sequela di numeri mi darebbe abbastanza fastidio, in effetti. E poi c la terza cosa. Che volli, sempre volli, fortissimamente volli. Una famiglia. Due bambini. Almeno. Vorrei essere una mamma giovane, piena di energie e di tempo da dedicare, come stata la mia per me: dura quando cera bisogno, capace di regalare a me e mia sorella regole e principi, lasciandoci comunque libere di essere noi stesse e di seguire le nostre inclinazioni. Ci ha accompagnato nello scoprirci, senza violare se stessa e mantenendo un rapporto assolutamente privilegiato con mio padre. A volte essere figli di genitori che si amano tanto, che hanno un equilibrio cos perfetto difficile, come se le mie aspettative nei confronti dellamore fossero troppo alte. Il dubbio che non valga la pena tentare

per qualcosa in meno di quello che hanno loro sempre presente. Poi, riflettendoci, mi dico che erano giorni diversi: forse i valori erano pi ferrei, i binari pi rigidi, forse oggi abbiamo smarrito, me compresa, una certa qual predisposizione al compromesso. Per, per... per loro secondo me sono una coppia modello. Anzi, sono il mio modello, quello che conosco meglio e che ammiro: Oronzo e Conchita si rispettano e rispettano le proprie differenze, si amano anche per quelle. Vorrei, vorrei, vorrei. Sembro una bambina viziata. Forse lo sono, perch so che i sogni si avverano. Vederne avverare uno, poi un altro e un altro ancora porta a credere che tutto sia possibile. Che sia proprio come mi dicevano da piccola: Flavia, tu puoi fare tutto. Non credo di essere cos potente, per so che, se finalizzo, remo, se scelgo bene i colpi e non bado troppo ai risultati, le cose succedono. Non provarci sarebbe ammettere una sconfitta, e a trentanni non sono ancora pronta. Continuo a volere tutto: voglio un amore sconfinato, voglio fare bene nel mio lavoro, voglio lasciare un segno, voglio viaggiare e vedere e scoprire posti e vite. Voglio il sogno tutto intero, da mordere e abbracciare. Ci ho messo venticinque anni per realizzarne la prima met, per la seconda ci risentiamo tra altri venticinque.

Ringraziamenti Sono stati parecchi i momenti nei quali mi sarei volentieri accovacciata in un angolo, nascosta, a osservare il resto del mondo muoversi e andare avanti, ma sono stati trascurabili, perch sono una persona fortunata: c sempre stato qualcuno che ha guardato nella mia direzione, mi ha sorriso e ha allungato la mano per aiutarmi ad alzarmi. Voglio ringraziare tutti loro non servono nomi, sanno chi sono per esserci stati, sempre, e aver condiviso il mio cammino, il mio sogno.

INSERTO FOTOGRAFICO

Cinque anni, palla, racchetta e uno dei campi in terra rossa del Circolo tennis di Brindisi: chiss che fine ha fatto quel vestito bianco...

Tutte le donne del presidente (del Circolo tennis):la mia mamma bellissima, la mia sorellina lunghissima e io, il funghetto di tre anni. Il presidente laffascinante signore sulla destra.

Nel 1997 vinco i campionati Under 16 di Palermo, con immensa gioia mia e colossale sospiro di sollievo di mio padre che, possibilmente, aveva sofferto pi di me...

Direttamente dai furenti anni del Centro federale, la vittoria ai mondiali Under 16 a Cuneo: Claudio Galoppini (allenatore) e Gianluca Pasquini (preparatore fisico) scortanole spettacolari Came (Maria Elena Camerin), me e Robertina Vinci.

Della serie Come eravamo: io sono il caschetto sulla sinistra; il biondo accanto a me Tommy Robredo; alle mie spalle, in felpa grigia, Filippo Volandri; la faccia che spunta dietro di lui di Francesco Piccari. La bionda di fronte a me Laura DellAngelo e il capellone che spunta tra lei e Tommy Feliciano Lopez.

Le mie inseparabili amiche: Fio(rella), Cris(tina) e Lav(inia). Qua siamo allaeroporto di Barcellona, in partenza per una toccata e fuga a Formentera.

Voglia di tornare zero...

Nel 2004, ol, vinco Acapulco e non mi tengo: la mia terza coppa WTA!( Eduardo Verdugo/ La Presse)

Sul tetto del mondo!!! Con Mara (Santangelo), Robertina Vinci, la Schiavo e Corrado Barazzutti riconquisto la Fed Cup a trentanni dallultima vittoria italiana. ( Julian FDinney/Getty Images)

In campo vado io, ma senza di loro sarebbe tutto diverso: festeggio la coppa con Giorgia, mio padre e mia madre.

Dimagrisco, ma non mi piego: il PTT Bangkok Open del 2007 mio! ( P. Kittiwongsakul/AFP/Getty Images)

Anno nuovo, casa nuova: finalmente un punto fermo! Io e le ragazze siamo ufficialmente coinquiline e Giorgia festeggia con noi.

Il 2008 inizia in modo fenomenale: vinco il torneo di Via del Mar, in Cile, e poi Acapulco, per la seconda volta! Bisogna festeggiare, e Potito non si tira certo indietro...

Giovani tennisti crescono... Nel 2008 esco dal guscio e torno nel mondo, gli amici miracolosamente mi hanno aspettato. Qua sono con Poto e Filippo Volandri.

Fede, questa per te: nel 2009 vinco Los Angeles e penso a Fede Luzzi, che dal tennis era passato al cinema lanno prima, che era venuto a salutarmi su quei campi e che ho perso il 25 ottobre 2008, e mi si spezzato il cuore. ( Jeff Gross/Getty Images)

14 agosto 2009: il momento adesso! Batto Daniela Hantuchov ai quarti di finale di Cincinnati e sono numero 10 al mondo, la prima italiana a riuscirci.( Kevin C. Cox/Getty Images)

Labbraccio con Gabi liberatorio!( Jeff Gross/Getty Images)

Nel 2009 la sorte mi regala la possibilit di giocare contro Melanie Oudin la partita decisiva per la Fed Cup. Siamo a casa, a Reggio Calabria, la tensione mi sta divorando. ( M. Paternostro/AFP/Getty Images)

Per farla breve, ce lho fatta! Mando a casa la Oudin con il punteggio di 7-5, 6-2 ed gioia pura. ( Emanuela Quaranta)

Quelle che amo di pi sono le vittorie condivise, di squadra. Insieme a me hanno lottato la Schiavo, Roberta Vinci e Sara Errani. ( Emanuela Quaranta)

Pennetta, Schiavone, Vinci ed Errani, altrimenti dette tenniste infilate in improbabili tailleur: stiamo per giocare la finale di Fed Cup nel 2010.

Alla finale di San Diego battere Bethanie Mattek-Sands mi costa una fatica bestiale ma ne vale la pena: porto lItalia sul 2-0. Supero la Vandewenghe e siamo 3-0: senza nemmeno il doppio gia Fed Cup! ( M. Ralston/ AFP/Getty Images)

La scalata alla posizione numero 1 comincia da qua: io e Gise nel 2010 vinciamo il torneo di Miami, la prima di sette vittorie. ( Clive Brunskill/Getty Images)

Suggerisco caldamente di non dire mai, nemmeno per scherzo: Se vinciamo ci tingiamo i capelli!. Pena finire cos, come me e Gise dopo la vittoria al Master di Doha nel 2010, e come i nostri allenatori, Alessandro (il finto biondo) e Gabi (con tinta aliena, sulla destra).

Gli Australian Open, il mio sogno, il nostro sogno: io e Gise apriamo il 2011 con la nostra prima vittoria a uno Slam. ( Rob Griffith/La Presse)

Gianni Brucculeri

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