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DALLA PARTE DELLINCONSCIO Marco Focchi Vorrei cominciare considerando la posta in gioco politica di questo Convegno, che nel

titolo chiede esplicitamente una presa di partito per linconscio, invita a schierarsi, sollecita ciascuno di noi a pronunciarsi per dire se dalla parte dellinconscio oppure no. Potrebbe sembrare una domanda retorica, con una risposta scontata. Se siamo qui come psicoanalisti, in fondo, proprio perch riteniamo che lesperienza dellinconscio non si possa accantonare, perch consideriamo che tutti coloro che esercitano la psicoanalisi hanno fatto questa esperienza e si adoperano a renderla possibile per i loro pazienti. Il problema per: si tratta di unesperienza che abbiamo fatto, e che conclusa, o si tratta di qualcosa che ancora ci traversa, che continua a interrogarci, che rimane aperta? Lacan ci ha formato allidea che linconscio abbia dei tempi di apertura e di chiusura, dei momenti in cui si manifesta e altri in cui si occulta, e che non si rivela mai una volta per tutte. A Freud piaceva scherzare sullidea una lapide che ricordasse ai posteri come nella notte del 24 luglio 1895 la verit dellinconscio si era manifestata in un sogno. Ma nessuno meglio di lui sapeva quanto costi inseguire il lampo fuggevole dellinconscio, quali forze contrarie occorra superare: aveva imparato, e lo ha scritto, perch anche noi potessimo tenerne conto, che la partita non mai vinta in modo definitivo. Linconscio non il sacco delle cose dimenticate, il solaio dove sono accantonati i balocchi dellinfanzia, che si recuperano e si rispolverano per versarci sopra il nettare dolceamaro della nostalgia. piuttosto un battito temporale, una pulsazione a cui prestare sottilmente attenzione, brevi attimi che costellano e interrompono il flusso della quotidianit, delle cose da fare, delle costanti occupazioni che ci distolgono da noi stessi. Freud aveva il gusto delle metafore archeologiche, che fanno pensare a un lavoro di scavo, di disseppellimento dei resti. Ma i reperti che ne vengono fuori non sono reliquie del passato, sono resti attivi, fecondi, che non sono destinati a finire nella bacheca di un museo. Tutta la nostra battaglia degli ultimi anni andata nella direzione di contrastare una concezione museale della psicoanalisi. Se stato cos, se abbiamo avuto bisogno di questa battaglia, perch questa concezione esiste. Prendiamo limmagine dello psicoterapeuta che ha fatto la propria esperienza di
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analisi e magari, nel corso di questa, con diligenza, ha scritto i sogni annotandoli su un quaderno. Considera poi terminata la sua formazione e i suoi sogni restano l, ordinati come in un erbario, sulle pagine a quadretti dove li ha trascritti. Da dove trae la propria autorit clinica questo psicoterapeuta? Dal piccolo museo che il suo quaderno. La trae dal passato, un passato perfetto, che si concluso producendo uno specialista di sogni e di lapsus, uno specialista coscienzioso che senzaltro si aggiorner andando ai Congressi e leggendo le pubblicazioni di settore, e che potr convincersi di vivere, se non nella fine della storia, almeno nella conclusione della dialettica conflittuale dellinconscio. Non faticate certo a riconoscere che questo modello di formazione non coincide con quello da noi promosso, che piuttosto un modello di formazione permanente, di confronto con linconscio, in cui lo psicoanalista e lo psicoanalizzante questo stato il tema delle giornate di Parigi lo scorso autunno stanno dalla stessa parte rispetto allinconscio: nessuno ha chiuso la propria partita con linconscio, e nessuno lha messo in un museo. Una prima discriminante politica passa per come si fa formazione, e la Scuola di Lacan non un corso in cui si formano gli specialisti dellinconscio. Se una Scuola si misura con il sapere, la nostra Scuola non mette il sapere nel posto della parvenza, per noi occupato dalloggetto, lascia spazio a S barrato, e produce un inconscio che non semplicemente un luogo della memoria. Vorrei sottolineare che il tema della formazione ha in s un carattere eminentemente politico, anzi il tema del primo grande testo di filosofia politica del pensiero occidentale: lApologia di Socrate. Limpegno di Socrate, nelle sue argomentazioni difensive, prende Anito e Meleto, i suoi accusatori, per quello che sono: i portavoce di un umore diffuso, gli ambasciatori di una classe intellettuale ateniese che sente minacciata la propria posizione. Il rappresentante pi in vista di questo gruppo sociale Aristofane, il poeta, che dipinge Socrate intento a occuparsi di cose che stanno per aria mentre insegna a rendere forti gli argomenti deboli. La posta in gioco politica del processo a Socrate infatti stabilire chi abbia legittimamente diritto di formare i cittadini ateniesi: i poeti o i filosofi? Il giovane di Atene deve passare per la paideia consacrata dalla tradizione, dove la fonte dautorit lispirazione di un dio, alle cui parole il poeta attinge senza sapere, sul modello Cantami o Diva..., o deve entrare nella palestra argomentativa del filosofo, dove la sola autorit quella della dimostrazione? La figura del re-filosofo, nella Repubblica, la risposta al quesito posto nellApologia, e insieme allincoronazione del re-filosofo c la cacciata dalla citt di
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poeti, musici, cantastorie, forgiatori di miti, e per riportarci al nostro tempo, possiamo aggiungere registi, cineasti, produttori televisivi, realizzatori di serial, direttori di telegiornali, guasconi, venditori dottimismo a buon mercato, narratologi, attori, conduttori di talk show e illusionisti in genere. Socrate caccia dalla citt la societ dello spettacolo nel suo rutilante insieme quella societ che governa con il suo corteo di prestigiatori, nani, ballerine e pupattole per far posto allintransigenza del logos. Naturalmente anche la citt platonica unillusione, con la sua severit spartana, con la messa in comune dei figli, con la nobile menzogna funzionale alla legittimazione del potere, e sono tutte le parvenze del potere costituito che lesperienza psicoanalitica, esperienza senza precedenti nella storia, vanifica senza riserve. Dietro la preoccupazione di tutela della salute dei cittadini, che i governi europei hanno espresso quando si sono dedicati a studiare le diverse regolamentazioni delle psicoterapie tema con il quale ci siamo confrontati in questi anni ricompare infatti il problema della formazione come posta in gioco di un controllo sociale. Non si tratta pi di chi deve formare la giovent, questione di come usare lo strumento pedagogico, si tratta di come si devono formare gli psicoterapeuti, e il problema quello di un ulteriore passo nella via della medicalizzazione, che si estende dal governo del corpo al governo dellinteriorit pi intima. La minaccia, quindi, ancora pi seria, di natura orwelliana. Le analisi di Foucault mostrano infatti come i medici, con la normalizzazione dellinsegnamento della medicina iniziato in Germania, siano stati trasformati nellavamposto di un progetto di amministrazione della salute, inglobando il corpo in un piano di controllo attraverso progressive estensioni dei domini di competenza medica. il momento ora degli psicoterapeuti. Negli anni Quaranta il piano Beveridge, in Gran Bretagna, ha inventato il diritto alla salute, diritto che si trasformato man mano in un dovere, prendendo possesso delle coscienze e della vita dei cittadini, dalligienismo, allossessione del fitness, alle attuali restrizioni repressive contro gli obesi. Oggi il piano contro la depressione, animato dalleconomista psicologizzante Richard Layard, fondandosi sulle basi dellutilitarismo classico, si prefigge di offrire la felicit al maggior numero di cittadini possibile, e arruola le psicoterapie cognitivocomportamentali come provati strumenti, evidence-based, per costituire un drappello di diecimila psicoterapeuti da destinare a una titanica battaglia contro quelle che sono state individuate come le maggiori responsabili dellinfelicit, depressione e disturbi
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dansia, e sferrare un lotta analoga forse solo a quella che Christian Jensen pot realizzare contro il vaiolo. chiaro il rischio che la psicoanalisi corre oggi se modula il proprio intervento sintonizzandolo semplicemente sulla ricerca delleffetto terapeutico: essere arruolata nellesercito che milita per il diritto-dovere alla salute, far parte del battaglione dassalto che considera la lotta contro il disagio della civilt, aderire al grande progetto di creazione di una scienza della salute, ovvero di una salute che vada bene per tutti. Se il tema della salute singrana nelluniversalismo della scienza e del diritto, se la felicit diventa la parola dordine di un piano governativo, se il pensiero positivo diventa il mantra incantatorio che stigmatizza la morale pessimista, lultimo ricorso per i non drogati dallottimismo di mercato sembra essere allora larte come la intendeva Adorno, unarte che non fatta per appagare, ma piuttosto per far sentire il pungolo dellinfelicit, il Wozzeck di Alban Berg per esempio, unarte destinata a mettere a disagio, a svegliare, a far emergere le disarmonie come leva per scardinare le potenze del conformismo. Di fronte agli imperativi totalizzanti dellottimismo acritico la scelta di una moderata scontentezza, o di un temperato malumore, possono apparire persino preferibili, se non pi salutari, che non una ricerca della salute standard a tutti i costi. La psicoanalisi non vuole curare a tutti i costi, Freud metteva in guardia dal fanatismo terapeutico. Sul fondo della nostra clinica c una scelta: la psicoanalisi unesperienza che rende liberi. Per il soggetto sganciarsi dai significanti identificativi che hanno condizionato la sua esistenza un modo di svincolarsi dalle determinazioni inconsce che hanno costituito per lui un binario obbligato. Questo distacco dallinconscio come discorso del padrone indicato nel nostro lessico dal termine separazione, segnale del momento in cui il desiderio entra in gioco prevalendo sullalienazione significante. In un certo senso la scansione della separazione un tempo di sganciamento dallinconscio e dalla sua struttura linguistica. Questo non va allora nel senso di mettere da parte linconscio come ci dai cui labirinti condizionanti ci si affrancati? Lo sarebbe se linconscio fosse solo fatto di significanti. E ancora lo sarebbe se lanalisi fosse unoperazione che termina quando sono fatte vacillare le parvenze, nel momento tragico, durante il banchetto di Baldassarre, siglato dallapparizione del dito che indica le lettere sul muro con la condanna dei giorni contati per il re sacrilego. Sappiamo per che smascherare le parvenze nellesperienza psicoanalitica non
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significa prendere la via cinica di staccarsene, n quella sediziosa di denunciarle e di abbatterle. Si possono assumere senza bisogno dellaura che faceva credere a una trascendenza, a qualcosa al di l. Il contraltare dellepisodio di Baldassarre la fiaba di Andersen: il re nudo, si pu ridere, ma questo non vuol dire dar corso allanarchia. Che la psicoanalisi faccia cadere i baldacchini del potere costituito non vuol dire che prenda la china nichilista del rifiuto di ogni forma di potere. La decostruzione del potere costituito sprigiona lenergia di quel monstrum che mette in imbarazzo la teoria del diritto abituata a ragionare in termini di legittimante-legittimato quel monstrum che il potere costituente. Lo stesso enunciato provocatorio di Lacan, che lanalista si autorizza soltanto da s, un modo di far appello a questa fonte non formalizzabile di ogni Costituzione. La destabilizzazione delle parvenze condotta dalla psicoanalisi non semplicemente unoperazione iconoclasta. Non demolisce infatti la parvenza ma suggerisce Lacan la rende talmente spudorata da intimidire ogni tentativo di circoscriverla in qualche forma. Quando Lacan dice che latto non sopporta la parvenza perch va alla radice delloperazione psicoanalitica, che non passa attraverso la legittimazione dello stendardo, emblema di un potere cristallizzato, ma attraverso ci che lo buca, attingendo alla fonte liquida del potere della cura, al momento genetico, o rigenerativo, che plasma il linguaggio, i significanti, le immagini, le parvenze, deponendole dal senso in cui sono istituite, per farle entrare nel gioco temerario e sfacciato della creazione. Credo che in questo senso sia interessante riprendere unopposizione concettuale che Lacan formula negli anni Cinquanta, ma che alla luce di quanto detto si rivela essere di una sgargiante attualit. Mi riferisco al binario tra soggetto costituente e soggetto costituito, che Lacan articola in Varianti della cura tipo. Questo binario, a suo tempo, serviva a Lacan per criticare la tendenza a oggettivare lio presente nellego-psychology, tendenza che induce a pensare che lio un oggetto osservabile, al pari di tutti gli altri oggetti di cui si occupa la scienza. La psicoanalisi dunque, in questa prospettiva, sarebbe una scienza come tutte le altre, con il proprio specifico oggetto dosservazione e dintervento. Il correlato di questa posizione la definizione dellanalista come osservatore, analoga a quella dello scienziato, che raccoglie dati empirici per formulare una spiegazione, una legge, e questa legge viene poi applicata nella pratica per
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trasformare la natura. Linterpretazione diventa cosi nellego-psychology spiegazione, e leffetto atteso quello di un insight grazie a cui, per dirlo con il titolo ironico di Jonathan Safran Foer, ogni cosa illuminata. Lio dellego-psychology per eccellenza il soggetto costituito, irrigidito nella propria oggettivit, correlato di un osservatore neutrale, a lui esterno, disempatizzato, che scruta, come al microscopio, nel suo gelido camice bianco, le variegate alchimie tra lIo lEs e il Superio. Potr sembrare che tale tipo di pratica appartenga al passato, e in effetti lo stallo clinico in cui era caduta lego-psychology, ha fatto fiorire altri orientamenti, nuove vie da esplorare rispetto ai vicoli ciechi in cui si era cacciata, dallempatia di Kohut allintersoggettivit democratica californiana. In realt questa posizione oggettivante ancora presente in tutti gli orientamenti psicoterapeutici pi attuali, cognitivo-comportamentali, che mimano nel loro approccio la procedura scientifica e quindi ottengono i maggiori punteggi in quelloceano di falsa scienza che sono gli studi sullefficacia. Loggettivazione del paziente ha il correlato di un terapeuta che possiamo definire come un soggetto costituito, padrone di s e della propria tecnica, consapevole della propria identit e degli obiettivi che vuole raggiungere, determinato ad avere successo. Al terapeuta soggetto costituito, incentrato sulle insegne della propria identit, noi contrapporremo lo psicoanalista che procede da quella che Lacan chiama, ne La direzione della cura, la struttura costituente del desiderio, che non parte dallaffermazione di insegne identitarie, n d luogo a una pratica evidence-based garantita da formule scientifiche. Cosa dobbiamo intendere allora per struttura costituente del desiderio? Dove sono le nostre formule se non sono quelle della scienza? Questa struttura si rivelata originariamente per noi nel sogno, il cui desiderio non assunto dal soggetto che parlando dice io. Il primo sogno in cui questa struttura si fatta luce quello famoso delliniezione di Irma, ed un sogno di Freud, il primo psicoanalista-psicoanalizzante, il primo, non tanto ad avere scoperto linconscio, ma a essersi messo dalla parte dellinconscio. Lacan nel secondo seminario fa unanalisi memorabile di questo sogno, che ne traversa le opacit immaginarie il trio di clown dei colleghi di Freud: Otto, Leopold e il misterioso dott. M; il trio mistico delle donne: Irma, la sua amica e la moglie di Freud per andare al cuore di una formula che sigla in ultima istanza il desiderio
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inconscio nella famosa formula della trimetilamina, che Freud visualizza e che Lacan trascrive. Questa formula, che sorge al di l del frastuono della parole, degli scambi di accuse e delle ciarle presenti nel teatrino immaginario del sogno, questa formula non ha nessun senso, non metafora di nulla, pura lettera, puro contorno di un buco, lultimo limite oltre il quale non c nulla. la formula, la lettera, il segno che appare quando cadono le parvenze. La struttura costituente del desiderio questa formula insensata, nitido litorale che affiora al ritrarsi della mareggiata di parole, di spiegazioni, di identificazioni, di inganni, di lusinghe, di fughe e di ritorni. Noi dobbiamo essere in grado di portarci su questo litorale, saper trovare in esso la risorsa della nostra pratica, nel punto di assoluta singolarit che segna e che fa si che un analista non sia uguale a un altro, il che vuol dire anche che fare unesperienza danalisi con un analista diverso da farla con un altro. Non n meglio n peggio, non una graduatoria, solo diverso, perch tenersi al momento costituente del desiderio rende inutili le scale della quantificazione, perch reintroduce limpalpabile ricchezza del fattore qualitativo, quellsprit de finesse su cui Miller ha incentrato il suo seminario lanno scorso, e che costituisce il nostro inestimabile antidoto alla macina tecnologica del mondo contemporaneo.