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Quando le parole non bastano Nel suo libro Lordine del discorso Michel Foucault parla di diversi tipi

di esclusione dal discorso, nominando, in particolare, tre categorie: linterdetto; il folle; il falso. In particolare egli afferma: << In una societ come la nostra si conoscono naturalmente, le procedure desclusione. La pi evidente, ed anche la pi familiare, quella dellinterdetto. Si sa bene che non si ha il diritto a dir tutto, che non si pu parlare di tutto in qualsiasi circostanza, che chiunque, insomma, non pu parlare di qualunque cosa. [] Noter solo che, ai nostri giorni, le regioni in cui il reticolo pi fitto, in cui si moltiplicano le caselle nere, sono le regioni della sessualit e della politica. [] il discorso, in apparenza, ha un bellessere poca cosa, gli interdetti che lo colpiscono rivelano ben tosto, e assai rapidamente, il suo legame col desiderio e col potere. >> Alle categorie proposte da Foucault, per, si potrebbe aggiungerne una quarta, a mio parere, che prescinde da aspetti circostanziali o da specifici privilegi. Tale categoria si pu configurare come quella contenente le persone che non parlano, non per scelta di tacere o per imposizione censoria, ma per ragioni puramente fisiche. Sto parlando dei muti, anzi pi specificatamente dei sordomuti, in quanto la sordit la prima causa di mutismo nel mondo. Che considerazione si ha avuto nei confronti di queste persone nel corso della storia e come vengono considerate oggi? Si potrebbe opporre, al mio oggetto di tesi, la seconda figura proposta da Foucault, e cio, il folle. Il folle, infatti, parla a vanvera, senza dare senso alle sue parole, al contrario nei sordomuti la loro natura viene riconosciuta in quello che non dicono. La prima testimonianza di sordit da parte di uno studioso risale allincirca al 355 a.C. ed di Aristotele che nel libro Historia Animalium si pronuncia cos: << Il linguaggio proprio delluomo. Ogni essere che ha un linguaggio possiede anche la voce, ma non tutti gli esseri che hanno una voce possiedono un linguaggio. questo il caso dei nati sordi i quali sono sempre anche muti. Essi possono si ammettere qualche suono vocale, ma non hanno alcun linguaggio >>. Oltre a ci, Aristotele sottolinea la propria linea di pensiero con il suo concetto di uomo come animale linguistico, escludendo perci da tale gruppo i sordomuti, che a suo dire hanno solo la voce e non il linguaggio. Il linguaggio, secondo Aristotele, rende luomo un animale sociale capace di relazionarsi ai propri simili tramite esso. Dilag, su questa scia di pensiero (forse travisando allestremo gli scritti aristotelici), lidea che i sordomuti non mostrino segni dintelligenza, data lassenza di linguaggio e per questo motivo essi dovessero essere estromessi dai programmi distruzione in quanto considerati ritardati. Quasi contemporaneamente (360 a.C.) Platone nel dialogo del Cratilo, attraverso la figura di Socrate, avanza lidea che i sordi si esprimano attraverso una loro propria gestualit. Egli individua nel canale visivo - gestuale una delle possibilit attraverso cui pu essere declinata la prassi linguistica. Tale gestualit, importante quanto il linguaggio ed implica lintelligenza di coloro che la usano. Inoltre, Platone, considera il linguaggio come arbitrario, in quanto esisterebbe unaltra realt al di fuori del nome, rappresentata dalle cose a cui i nomi si riferiscono senza per alcun legame naturale con esse. Nel Medioevo i sordomuti vengono considerati al pari di altre figure ai margini della societ (come i folli presi in considerazione da Foucault), tale situazione viene testimoniata dal Corpus Iuris Civilis, redatto dallimperatore Giustiniano I, che impedisce ai sordomuti di tenere il controllo di propriet, scrivere testamenti validi e stipulare contratti. Tutto ci viene anche confermato dagli scritti di SantAgostino nel suo Contra Iulianum afferma che: << La sordit un male perch pu portare una mancanza di fede >>, anche se si contraddice nel libro De Quantitate Animae dove ammette di aver visto un << sordomuto in grado di esprimersi compiutamente attraverso la lingua dei segni >>. Gi nel 500, per, si hanno le prime notizie che riguardano leducazione dei sordi soprattutto con personaggi come Giordano Cardano e Pedro Ponce De Lon, che insegnava a parlare ai sordi prima con la scrittura e poi provocando movimenti della lingua. La svolta vera e propria si ha solo

con lavvento dellIlluminismo in Francia e con lidea rivoluzionaria dellabate Charles Michel de lpe. Questultimo simbatte in due gemelle sorde e osservandole capisce che le due bambine avevano sviluppato tra loro una complessa forma di comunicazione gestuale. Labate pens perci che si poteva far sviluppare ai sordi una comunicazione per loro naturale: i segni, essi, per, per costituirsi come una lingua vera e propria dovevano essere correlati da una struttura grammaticale. Nacquero, cos, le prime lingue segnate convenzionali del tutto autonome dal linguaggio naturale. Lpe istitu, inoltre, la prima scuola pubblica per sordi a Parigi nel 1755. Alla sua morte il direttore scolastico divenne Roch-Ambroise Sicard, che tramut la scuola dellabate nellIstituto Nazionale dei sordomuti. La lingua dei segni francese fu poi introdotta negli Stati Uniti da Thomas Gallaudet e si diffuse ampiamente anche l. Sar poi il figlio di questultimo a fondare la prima universit per sordi che utilizza i segni nellattivit didattica, la Gallaudet University. A questo periodo di particolare fervore culturale a favore dei sordo muti, segue un lasso temporale negativo determinato dalle teorie di Alexander Bell, il pi accanito oralista dellOttocento. Egli, infatti, appoggiava la teoria oralista che propone per i sordi un approccio medico-riabilitativo, che affianca luso di protesi a una terapia logopedica, per far divenire quanto pi possibile i sordi parlanti . Si pensava, infatti, che per unintegrazione del sordo nella societ era indispensabile lacquisizione della lingua verbale, considerata superiore sul piano cognitivo. Lapprendimento delle lingue segnate, invece, era considerato come un impedimento per lo sviluppo culturale dellindividuo. Per questo motivo fu vietato luso delle lingue segnate e il relativo insegnamento. Tutto ci rappresent un atto estremo di negazione dellidentit delle persone sorde. Solo dal 1960, con le teorie di William Stokoe, si assiste allennesima svolta nella storia dei sordi durante la quale si ha il definitivo riconoscimento scientifico delle lingue segnate. Alla fine degli anni 70, invece, in Italia, un gruppo di ricercatori, sotto la guida di Virginia Volterra, studia ed elabora il LIS, ossia la lingua italiana dei segni. Nel mondo abbiamo tante lingue dei segni ognuna indipendente dalle altre, in quanto non esiste una lingua segnata universale. Esse sono del tutto naturali, infatti, i bambini fin dalla nascita esposti tanto quanto ad una lingua vocale, la apprendono con la stessa rapidit seguendo gli stessi passi (commettendo perfino i medesimi errori). Un esempio eloquente della naturalezza che i sordi hanno nellapprendere la lingua dei segni rappresentato dalla nascita della lingua segnata nicaraguense (ISN). Fino al 1970 non cerano centri di accoglienza per sordi in Nicaragua, ma con la formazione di uno dei primi centri che conteneva circa 50 bambini sordomuti, si avvi una rieducazione basata su la lettura labiale e linsegnamento dello spagnolo, che per non ebbe molto successo. Quando la scuola si espanse fino ad arrivare ad un numero di 400 individui, si not che i bambini nei momenti dedicati al gioco, nei corridoi e sugli scuolabus, riuscirono da soli a sviluppare una comunicazione che gli permettesse di entrare in relazione tra loro. Avevano dato vita ad una vera e propria lingua, con accordi per esempio tra verbo e soggetto e altre convenzioni grammaticali. Infatti, come il linguaggio vocale le lingue segnate sono sistemi semiotici aperti, e cio, capaci di incorporare prestiti e neologismi, essendo anche soggette a cambiamenti di origine dialettale e variet regionali. Godono dei principi di metalinguisticit , sistematicit, sinonimia, arbitrariet (pur essendo pi iconiche, perch gestuali, rispetto alle lingue naturali). Esse inoltre utilizzano larea di Broca (area nellemisfero sinistro del cervello, che coinvolta nellelaborazione e nella comprensione del linguaggio) nello stesso modo in cui viene utilizzata dai parlanti. Prendendo atto della storia dei sordomuti ed osservando ci che sono stati capaci di creare, lecito domandare: come possibile che per secoli a questi individui non fu riconosciuta la loro identit di persone sordomute con capacit intellettive uguali ai normodotati? Come mai essi hanno dovuto occupare per tutto questo tempo posti nella societ rilegati a persone mentalmente ritardate? Forse tutto questo dovuto al loro silenzio? Per spiegare meglio quello a cui la mia tesi vuole giungere riprendo un passo tratto dal saggio Il problema del significato nei linguaggi primitivi di Bronislaw Malinowski. Egli enuncia che: << Per un uomo allo stato di natura il silenzio di un altro uomo non fattore rassicurante ma, al contrario, qualche cosa di allarmante e pericoloso >>. Egli continua dicendo che: << la rottura del silenzio, la comunione delle parole il primo atto per stabilire quei vincoli di amicizia che si consolidano durevolmente >>. Egli parla per questo di comunicazione fatica, cio di << un tipo discorso in cui si crea un legame col puro scambio di parole >>, le parole, infatti di questo tipo di comunicazione << adempiono una

funzione sociale >>. Malinowski continua dicendo che: << la situazione consiste proprio in questa atmosfera di socievolezza, in questa comunione personale, raggiunta in pratica attraverso il discorso; la situazione nei casi che andiamo esaminando creata dallo scambio di parole, dai sentimenti specifici alla base del cameratismo conviviale, dal dare e avere delle espressioni adatte alle chiacchierate >>. Nellaccezione malinowskiana, il linguaggio agisce, quindi assume la funzione di azione e crea uno spazio sociale. proprio questo che rende il nostro linguaggio unico, che ci distingue dagli altri animali. Ci per non toglie il fatto che, anche se le parole non vengono pronunciate, ci sia un linguaggio simile al nostro, con simili caratteristiche che permette, nonostante il silenzio, una funzione sociale. Questultima non viene adempiuta completamente a causa della scarsa conoscenza delle lingue segnate (a causa anche alle sciocche imposizioni poste dalla teoria oralista fino al 1960). Con una conoscenza pi ampia di tale lingua, si attribuirebbe senza dubbio una funzione sociale e quindi fatica anche ad essa. I sostenitori delle lingue segnate come il professore Tommaso Russo Cadorna e Virginia Volterra, hanno da sempre reso nota la loro pi grande utopia, e cio: << una citt progettata per tutti coloro che utilizzano la lingua dei segni, nella fattispecie la Lingua Americana dei Segni (ASL). Non una citt per sordi; una citt di segnanti, una citt in cui i sordi convivranno con gli udenti, agevolati da un ambiente concepito apposta per loro >>. (dal Bollettino Filosofico XXIV 2008). Questo il loro grande sogno, finora rimasto incompiuto.

Le procedure che controllano il discorso. Ad occuparsi delle procedure del discorso stato Paul Michel Foucault nel testo Lordine del discorso. Michel Foucault nasce nel 1926 a Poitiers e mor a Parigi nel 1984. I suoi primi interessi si concentrano sulla follia, sulla malattia e come queste si sono costituite come oggetto di scienza (psicopatologia, medicina clinica), analizza i luoghi di internamento in cui si istaura il rapporto tra medico e paziente. Egli segue il percorso che la medicina ha conseguito nel processo di conoscenza del corpo umano, della malattia, della salute e della morte. Tra le sue opere pi famose vi Storia della follia nell'et classica (1961) e Nascita della clinica (1963). Foucault ha influenze culturali dalla fenomenologia soprattutto da quella di Merleau-Ponty, dalla psicologia e dalla psicoanalisi sviluppata tra gli altri da Binswanger e lepistemologia di Canguilmem. Foucault fu influenzato in seguito dallo strutturalismo senza mai aderirvi totalmente. Egli inoltre affronta il concetto di episteme delle varie epoche storiche. Per lautore le varie epoche sono caratterizzate da varie episteme (scienza) in cui operano i saperi e regole inconsce. Il passaggio da un episteme allaltro non dettato dal progresso, ma avviene per salti e quindi non risulta spiegabile. Nell'opera Le parole e le cose. Un'archeologia delle scienze umane (1966) lautore ritiene che il filosofo Kant sia colui che ha realizzato la definitiva chiusura dallepisteme classica e lemergere di quelle nuove empiricit quali la vita, il lavoro e il linguaggio. Kant compie allinterno della filosofia la cosiddetta rivoluzione copernicana passando da una ragione esterna al soggetto (cosmica per Platone) ad una ragione soggettiva, egli sostituisce quindi allidea classica gi enunciata una dipendenza delloggetto al soggetto. La critica kantiana permette di interrogarci sui limiti e il fondamento della rappresentazione, si pone con tale filosofo la questione dei rapporti tra ambito dellempiricit e il fondamento trascendentale della conoscenza, al quale centro si pone sempre il soggetto che riflette imponendo loro i contenuti e lesperienza. Come si nota proprio con Kant il soggetto uomo collocato a fondamento di tutte le positivit, diventando partendo proprio dalla sua finitudine, la condizione di possibilit della conoscenza. Kant inaugura la soglia della modernit come sostiene Foucault, destinata a restare ancorata allessere umano, in cui il trascendentale e lempirico si richiamano e sinvertono. Foucault sostiene che possibile pensare solamente entro il vuoto dell'uomo scomparso con spazio non intende solo ununit che va riempita, ma uno spazio nuovo entro cui pensare.

Nietzsche colui che ha annunciato la morte delluomo dal momento che Dio e luomo si appartengono a vicenda, definendo cosi un punto nuovo di partenza per la filosofia contemporanea. Il testo Lordine del discorso gi precedentemente citato, rappresenta la lezione inaugurale pronunciata il 2 dicembre del 1970 al Collge de France. Proprio in questo stesso anno Foucault ricevette la nomina di professore di storia dei sistemi di pensiero, la pi prestigiosa istituzione culturale francese, diventando cosi un filosofo di capitale importanza nel panorama internazionale. Signor amministratore, miei cari colleghi, sono trascorsi quasi due anni da quando Jean Hyppolite aveva reso partecipi molti di noi, per altro pubblicamente, di un progetto rispetto al quale gli avevo dato il mio pieno consenso. Il destino ha voluto che oggi fossi solo, e proprio nelloccasione della sua morte, a riprenderlo, proponendovi di creare una cattedra di Storia dei sistemi di pensiero. (pag. 51) Il nucleo originario del colleg nel quale Foucault insegna risale al 1530, ad istituirlo Francesco I su progetto di Guillaume Bud. La nuova istituzione incontrer lopposizione della Sorbonne, visto che il colleg avr lesplicita funzione di incunearsi nel sistema delle facolt delle Universit di Parigi, rompendo il monopolio della lingua e di una corporazione. Listituzione del Collegium dotata poco pi di una cinquantina di cattedre, nel momento in cui una cattedra si rende vacante lAssemblea dei professori a decidere i candidati tra i quali il ministero dovr scegliere per mezzo del decreto presidenziale. Il colleg come sostenuto da P. Valery ad un ufficiale tedesco il luogo in cui la parola libera e coraggio e verit proferita davanti al potere, questo segner un avventura straordinaria per Foucault. Egli si mostrato modesto nel definire il suo lavoro come una serie di piste di ricerca, di idee, di schemi, di linee generali messi a disposizione a chi volesse applicarli o metterli alla prova in altre ricerche. Allordine del discorso sono stati dedicati dagli esordi a circa tredici anni di ricerca e lavoro che mostrano strumenti e materiali che proiettano in una nuova dimensione della ricerca. Tra i temi dellopera vi quello della volont di verit, restituire al discorso il carattere devento e infine toglier via la sovranit del significante. Nel testo lautore pone una complessa riflessione sul potere, sulla costituzione del soggetto moderno e della corporeit. Viene ripreso ancora una volta Canguilhem nel dualismo tra normale e a-normale che regola i sistemi di pensiero della societ occidentale. Foucault fa riferimento a Nietzeche definito filosofo del potere, egli ha il merito di aver mostrato che ogni discorso insita in s la volont di potenza. Ed Nietzsche ad aver indicato nella genealogia il metodo che permette di individuare i modi in cui i discorsi si generano e scompaiono. Foucault sostiene ogni societ ha il suo proprio ordine della verit, la sua politica generale della verit: essa accetta cio determinati discorsi, che fa funzionare come veri. Egli mette in evidenza come sapere e potere siano inseparabili: lesercizio del potere genera nuove forme di sapere e questultimo al contrario porta effetti sul potere. Per potere Foucault non intende quello che emana un sovrano che genera leggi positive, ma un potere che opera tramite meccanismi anonimi in ogni anfratto della societ. Il potere come viene presentato dallautore un insieme di rapporti di forza, diffusi localmente. Il potere attua selezioni e interdizioni, impedendo cosi il libero proliferare dei discorsi e originando una societ disciplinare che trova espressione in istituzioni come il carcere, lospedale, lesercito, la scuola, dove vengono applicate strategie di controllo del corpo, sanzioni ed esami. Il potere ha il compito positivo di produrre nuovi ambiti di sapere e verit. Tra le procedure in questione la pi evidente linterdetto. Sappiamo bene di non avere il diritto di dir tutto, che dobbiamo tener conto delle circostanze. Gli interdetti che colpiscono il discorso rivelano il suo legame con il desiderio e con il potere. La seconda procedura desclusione la follia. Lautore ha analizzato le forme di credulit che circondano i folli fin dai tempi pi remoti, il modo in cui vengono rappresentati nel teatro e nelle opere letterarie. Foucault ha cercato di capire nei suoi studi in che modo i folli fossero riconosciuti, esclusi e internati (in base a quali criteri). Egli ha definito entro quale reticolo istituzionale e di pratiche il folle si trovasse imprigionato. La follia rappresenta una separazione tra gli individui, questa esclusione possiede i suoi criteri, i riti e le sue sanzioni. In seguito interviene la medicina per spiegare e giustificare questa separazione. Nel medioevo il folle era colui che non era come gli

altri, la sua parola veniva considerata come nulla e senza effetto, a volte ai folli attribuivano poteri particolari, quello di dire una verit nascosta, di predire il futuro. Il discorso del folle era come una sorta di rumore non avendo un nesso con la ragione, la parola gli veniva concessa solo simbolicamente. Oggi questa partizione agisce secondo linee diverse, attraverso nuove istituzioni e con effetti che non sono affatto gli stessi. Proprio sotto questa luce Foucault inizia a profilarsi un nuovo oggetto di sapere investito allinterno di sistemi complesso di istituzione. Terza procedura quella del vero contro falso alla quale lautore si dedica maggiormente. Questa procedura pu anche non essere considerata tale perch a differenza delle altre la costrizione della verit non n arbitraria, n modificabile, n violenta. Ma se spostiamo su la questione di sapere quale stata, la volont di verit che ha attraversato la nostra storia, questa partizione regge la nostra volont di sapere, da questo punto di vista pu essere inserita nel sistema desclusione. E una partizione quindi legata alla storia. Gi nei poeti del VI secolo bisognava sottomettersi al discorso vero pronunciato da chi di diritto. Un secolo pi tardi la verit si sposta su quello che il discorso diceva. Si deve al periodo tra Esiodo e Platone la spartizione tra vero e falso. E come se a partire da questa spartizione la volont di sapere avesse la propria storia. Come gli altri sistemi desclusione anche questo poggia su supporto istituzionale, questo esercita sugli altri discorsi una sorta di pressione e quasi un potere di costrizione. Foucalt distingue un gruppo di procedure interne ai discorsi stessi che vogliono padroneggiare la dimensione dellevento. Primo tra tutti il commento. Nella nostra societ esistono discorsi che si dicono che passano con latto stesso di pronunciarli e discorsi che sono detti e che sono allorigine di atti nuovi (testi religiosi, giuridici). Il testo primario consente di costruire discorsi nuovi, il commento ha come ruolo di dire per la prima volta quello che era gia stato detto e ripetere ci che non stato detto. Esso consente di dire qualcosa di diverso dal testo stesso, ma deve pur sempre partire da un testo. Lautore un altro tra i principi di rarefazione che complementare al primo. Lautore considerato come raggruppamento dei discorsi, come fulcro di coerenza. Questo principio non viene adoperato in tutti i campi (ad esempio nelle ricette) ma di regola nella scienza, nella filosofia, nella letteratura. Nel medioevo lautore era indispensabile in quanto costituiva fonte di verit: Ma lei sta parlando dellautore, come la critica lo reinventa a cose fatte, quanto la morte venuta e non rimane che una massa ingarbugliata di scartafacci; bisogna pur, allora, rimettere un po di ordine in tutto questo; immaginare un progetto, una coerenza, una tematica che si chiedono alla coscienza o alla vita di un autore, effettivamente forse un po fittizio. Ma questo non impedisce che vi sia ben esistito, questautore reale, questuomo che ha fatto irruzione tra tutte le parole usate, portando in esse il suo genio o il suo disordine. (pg 14- 15) Altro principio di limitazione la disciplina. Questa si oppone al principio del commento e dellautore. Si differenzia dallautore perch la disciplina un sistema di tecniche e metodi che costituisce una sorte di sistema anonimo, senza che il senso o la validit sia stata legata al possibile inventore. Si differenzia dal commento perch ogni disciplina deve creare nuovi enunciati. Foucault descrive un terzo gruppo di procedure che consentono di controllare i discorsi e di determinarne le condizioni della nostra messa in opera. Rarefazione che riguarda i soggetti che devono essere qualificati per poter entrare nellordine del discorso. Vi sono discorsi che sono aperti e accessibili a tutti e altre regioni che non sono egualmente penetrabili. Lautore riporta un aneddoto quello dello shogun (nel XVII) che avevo sentito dire che la superiorit europea risiedesse nella matematica. Cosi apprese questo sapere grazie ad un marinaio inglese Will Adams che aveva appreso la geometria da autodidatta. Solo nel XIV secolo vi furono matematici giapponesi. Lo scambio e la comunicazione sono figure positive che operano in un sistema complesso, la forma pi visibile di restrizione si pu raggruppare sotto il nome di rituale, questo definisce il comportamento, i gesti, le circostanze e i segni che devono accompagnare un discorso (es. quelli religiosi, giudiziari e terapeutici non possono essere dissociati a questa utilizzazione di rituale). Di funzionamento in parte diverso ci sono le societ di discorso che proteggono i discorsi e li fanno circolare in uno spazio chiuso. Le dottrine sembrerebbero lopposto delle societ di discorso. La dottrina tende a diffondersi e unicamente mettendo in comune un solo insieme di discorsi, lega gli individui tra di loro e differenziarli per questo da tutti gli altri. Si parla infine di appropriazione sociale dei discorsi. Leducazione lo strumento con il quale

lindividuo in una societ pu accedere a qualsiasi discorso, ma tenendo presente ci chessa permette e ci che vieta. Foucault rintraccia alcune esigenze di metodo. Queste quattro devono servire da principio regolativi alla analisi: quella dellevento, quella di serie, quella di regolarit, quella di condizioni di possibilit. Il primo principio quello di rovesciamento: quelle figure che secondo la tradizione sembrano svolgere un ruolo positivo (autore, disciplina, volont di verit) bisogna riconoscerne anche il ruolo negativo. Altro principio quello di discontinuit: il fatto che ci siano sistemi di rarefazione non vuol dire che sotto di essi possa regnare un discorso illimitato. I discorsi devono essere trattati come pratiche discontinue, si possono incrociare, affiancare e talvolta anche ignorare e escludere. Il principio di specificit: il mondo non complice della nostra conoscenza, ma dobbiamo concepire il discorso come una violenza che facciamo alle cose e proprio in questa pratica trovano la propria regolarit. Quarto principio lesteriorit: si deve partire dal discorso stesso per arrivare alle sue condizioni esterne di possibilit. La volont di verit come sistema storico e modificabile trattato ne Lordine del discorso di M. Foucault. Lordine del discorso il testo della lezione inaugurale che Foucault pronunci al Collge de France il 2 dicembre 1970. In questa sua prima lezione egli presenta i temi principali e i metodi della sua ricerca. In queste pagine tratter il tema della volont di verit introdotto da Foucault sottolineando il suo carattere storico, relativo e modificabile attraverso i secoli. Innanzitutto vediamo in quale ambito di analisi lautore analizza il concetto di volont di verit. Lautore nota come in ogni societ la produzione del discorso sia controllata, organizzata e selezionata tramite delle procedure che ne limitano i poteri e i pericoli. Infatti egli avverte linquietudine generale nei confronti della parola scritta o parlata, limportanza attribuita alla possibilit di padroneggiare gli eventi discorsivi in una societ. Il discorso non solamente strumento di lotta (politica, sociale ecc.), ma anche e soprattutto ci per cui si lotta, il potere di cui si cerca di impadronirsi. Per questo , in ogni societ, troviamo differenti sistemi di delimitazione e controllo dei discorsi. Un primo gruppo di tali sistemi comprende le cosiddette procedure di esclusione. Esse si esercitano dallesterno dei testi stessi e riguardano la parte del discorso che mette in gioco il potere e il desiderio. Tra queste troviamo il meccanismo dellinterdetto, la partizione tra ragione e follia e lopposizione tra il vero e il falso. Esiste un altro gruppo di procedure di controllo e delimitazione del discorso. Si tratta di procedure interne; sono i discorsi stessi che esercitano il loro proprio controllo. Tali procedure fungono dunque da principi di classificazione, ordinamento, distribuzione. Si tratta di padroneggiare quella dimensione del discorso che riguarda levento e il caso. Le procedure che operano in questo ambito sono il commento, la funzione dellautore e lorganizzazione delle discipline. Lautore individua un terzo gruppo di procedure che consentono il controllo dei discorsi. Esse non tentano di padroneggiare i poteri dei discorsi, ma di determinare le condizioni della loro messa in opera, di imporre agli individui che li tengono delle regole e di non permettere cos a tutti di accedervi. In questo gruppo rientrano il rituale, le societ di discorso e la dottrina. Dopo questa breve classificazione delle procedure di controllo dei discorsi, voglio qui analizzare pi da vicino le procedure di esclusione, tra le quali rientra la sopra citata volont di verit.

Iniziamo dunque con linterdetto. Esso un procedura di esclusione perch fa riferimento al fatto che non si ha il diritto di dire tutto in qualsiasi circostanza. Si hanno tre tipi di interdetto: tab delloggetto, rituale della circostanza, diritto privilegiato o esclusivo di chi parla; essi formano un reticolo complesso. Nella nostra societ, tale reticolo diviene ancora pi fitto nelle regioni della politica e della sessualit; infatti proprio nel discorso che questi ambiti della vita umana possono esercitare i loro maggiori poteri. Esiste poi, nella nostra societ, un altro principio desclusione. Esso non funziona pi come un interdetto ma come una partizione o un rigetto. Si tratta dellopposizione tra ragione e follia. Il folle colui il cui discorso non pu circolare come quello degli altri. Dal Medioevo la sua parola considerata come nulla, non potendo autenticare un contratto, non avendo verit e importanza, non potendo far fede in giustizia. Al contrario, poteva accadere che venisse attribuita alla sua parola la facolt di pronunciare verit nascoste, o il potere di annunciare lavvenire, di vedere ci che la saggezza degli altri non pu scorgere. In ogni caso, per, sia che fosse esclusa dalla societ o segretamente investita dalla ragione, la parola del folle semplicemente non esisteva, non aveva effetto. La follia del folle si riconosceva proprio dalle sue parole. Oggi , si potrebbe pensare, la parola del folle non pi nulla, anzi vi si ricerca una senso. Si pensi alla psicanalisi, alla grande attenzione di medici del nostro tempo rivolta allascolto della parola del folle, alla volont di decifrarla. Tuttavia, tanta attenzione non cancella lantica partizione tra ragione e follia, anzi , tale opposizione continua a essere un sistema di esclusione che agisce in nuove forme, attraverso nuove istituzioni. Passiamo ora allanalisi del terzo tipo di procedura desclusione, ovvero lopposizione del vero e del falso. Sembrerebbe fuori luogo considerare tale opposizione come un ulteriore sistema desclusione, accanto a dei sistemi di controllo arbitrari e contingenti come linterdetto e la partizione tra ragione e follia. In effetti, se ci si pone a livello di una proposizione o di un discorso in generale, la partizione tra vero e falso non sembra arbitraria, n modificabile o istituzionale. Ma in realt, ponendosi ad un livello differente, analizzando, su larga scala, come sia stata considerata nel corso dei secoli tale opposizione, allora ci si ritrova di fronte ad un altro sistema di esclusione, anchesso storico, modificabile e istituzionalmente costrittivo. Si tratta dunque di una volont di verit che, attraverso i nostri discorsi e in diversi tempi e diverse circostanze , mutata; tuttavia essa ha continuato a esercitare una costrizione e una delimitazione dei discorsi. Lopposizione tra vero e falso dunque una partizione storicamente costituita, poich il criterio di scelta della verit dei discorsi cambiato nel corso della storia. Allepoca della sofistica e dei suoi inizi con Socrate, il discorso efficace, rituale, carico di poteri e pericoli si allineato sulla partizione tra discorso vero e discorso falso. Il concetto stesso di verit mutato nel corso della storia. I sofisti del V secolo a.C. introdussero il relativismo conoscitivo, mettendo in crisi il rapporto tra linguaggio, verit e realt. Anticamente si credeva che su ogni argomento esistesse un unico punto di vista vero ed un unico discorso capace di esprimerlo. I sofisti invece ruppero questo rapporto univoco tra linguaggio e realt sostenendo che ogni situazione pu essere analizzata da unottica diversa e dare quindi origine ad un discorso differente. Da questo punto di vista ogni verit relativa e il discorso vero ed efficace non pi solo quello le cui parole coincidono con La Realt e La Verit. Cos lefficacia e il potere del discorso non derivano pi dal suo rapporto univoco con il referente. La retorica come arte del ben parlare divenne larte della suggestione e della persuasione, dunque sede del potere e dellefficacia dei discorsi. Per i poeti e i filosofi greci del VI secolo, il discorso vero era il discorso pronunciato da chi di diritto, secondo il rituale richiesto; era il discorso che diceva la giustizia; era il discorso a cui bisognava sottomettersi. Ma il concetto di verit continu a cambiare. La verit non si trov pi in quel che il discorso era o in quel che faceva, bens in quel che diceva: la verit si spostata dallatto ritualizzato, efficace e giusto, denunciazione, verso lenunciato stesso: verso il suo senso, la sua forma, il suo oggetto, il rapporto con la sua referenza. Aristotele (384-322 a.C.) si oppose al relativismo dei sofisti esprimendo limpossibilit logica di affermare e negare nello stesso tempo uno stesso predicato intorno a uno stesso oggetto. Il principio di non contraddizione divenne criterio di riconoscimento di un discorso vero. Inoltre Aristotele ritrov un legame tra pensiero, discorso e realt (essere), dicendo che la verit nel pensiero o nel discorso, non nellessere o nella cosa; ma, allo stesso

tempo, la misura della verit lessere o la cosa, non il pensiero o il discorso. Il criterio di verit dei filosofi stoici (IVsecolo a.C), rimise ancora in primo piano il legame tra il discorso vero e il rapporto con il suo referente. Infatti essi distinguevano la concludenza (formale) di un ragionamento dalla sua verit materiale. Infatti, mentre la concludenza presuppone soltanto un rapporto schematicamente corretto fra le premesse e la conclusione, la verit comporta anche una precisa corrispondenza a determinate situazioni di fatto. Dunque nel corso dei secoli e attraverso i discorsi e i sistemi di pensiero la linea di confine tra vero e falso si spostata. Da un lato si considerato il discorso vero come quello che ha corrispondenza nella realt; da un altro lato, il discorso vero stato il discorso efficace, coerente, che segue alcune regole in determinate situazioni. Anche qui si hanno criteri interni ed esterni ai discorsi per giudicare la loro verit o falsit. Una posizione del tutto diversa presero i filosofi scettici del III secolo a.C.. La volont di verit in questo ambito di ricerca filosofica mut rispetto ai sistemi di pensiero precedenti, impegnati nella ricerca del vero. Nellambito della filosofia scettica non esisteva un criterio di determinazione del discorso vero e di ci che verit, in quanto si pensava che luomo non potesse accedere alla verit delle cose. Facendo un passo avanti nella storia vediamo che la partizione tra vero e falso come sistema di esclusione prese nuove forme. I concetti e i pensieri del passato e della filosofia greca hanno certo dato la forma generale alla nostra volont di sapere. Ma essa non ha per questo cessato di spostarsi: le grandi mutazione scientifiche possono essere viste come conseguenze di una scoperta, ma possono anche venire lette come nuove forme della volont di verit. Ovviamente il concetto di volont di verit del XIX secolo non coincide con la volont di sapere di unaltra epoca o di unaltra cultura. La volont di sapere si distingue in tempi diversi per le forme messe in gioco, i differenti campi di oggetti a cui si rivolge, per le tecniche che utilizza e cos via. Nel corso del XVI secolo d.C. apparve una volont di verit che per certi versi anticip le forme che essa prende nella nostra epoca. Infatti nacque e prese forma una nuova scienza dello sguardo, dellosservazione, dellaccertamento; si diffuse una sorta di filosofia naturale radicata su nuove strutture politiche e tecniche. Si trattava di una volont di sapere che designava i piani doggetti possibili, catalogabili, misurabili, che imponeva al soggetto conoscente una determinata posizione, un certo sguardo e una funzione. Tutto questo pose le basi per un nuovo modo di fare scienza, che determinava a quale livello tecnico sarebbero dovute arrivare specifiche conoscenze per essere considerate verificabili e utili. Facendo riferimento alla rivoluzione scientifica a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento che vide come protagonisti scienziati quali Galileo Galilei e Copernico, vediamo nascere una nuova concezione di ci che pu essere considerato un discorso vero e di ci che invece non verificabile. Con lintroduzione di nuove tecniche e nuovi metodi scientifici, la verit della scienza non era pi la verit che si basava sullautorevole parola e sugli scritti di antichi maestri (Aristotele, Tolomeo). In questo periodo storico si creata una nuova partizione tra vero e falso. La garanzia della veridicit di un discorso scientifico non derivava pi dallautorevolezza di chi lo pronunciava; il discorso vero ed efficace non era pi solo quello pronunciato da chi di diritto e sancito dal senso comune. La volont di verit prese nuove forme. Il discorso vero divenne quello basato sullosservazione, verificato attraverso strumenti tecnici ed esperimenti; tornava dunque in primo piano, ancora una volta, il legame del discorso con la sua referenza. Inoltre Galileo sottoline la possibilit per luomo di conquistare progressivamente la conoscenza della verit attraverso un ragionamento discorsivo. Egli rimise in campo la corrispondenza tra pensiero ed essere, la conformit tra ci che la scienza sostiene e il mondo qual veramente. Attraverso questi concetti, si formata una volont di verit basata su una concezione realistica della conoscenza. Sulla base dei nuovi concetti di scienza e verit si fece strada, nel XIX secolo, unideologia positivista nella quale ritroviamo lopposizione tra vero e falso in nuove forme. Infatti, con lavvento della societ industriale e la nascita della scienza moderna, troviamo ancora quella volont di verit come sistema di esclusione istituzionalmente costrittivo. Lideologia positivista (appoggiandosi anche sulla filosofia Kantiana che vedeva nel mondo fenomenico lunica realt accessibile alla conoscenza umana) riconosceva la verit solo in ci che si fondava sul metodo

sperimentale della scienza moderna. La verit non risiedeva in un concetto astratto di conoscenza (veniva rifiutata la filosofia metafisica), ma sui fatti, sulla conoscenza sensibile. Losservazione divenne criterio di verifica di un discorso e di ogni conoscenza. Non veniva dunque negata alla mente umana la possibilit di accedere alla verit, ma la stessa verit risultava limitata alle cose sensibili. Dunque il criterio di verit divenne lesperienza. La partizione tra vero e falso continuava a cambiare. Foucault sottolinea dunque il carattere storico e modificabile della volont di verit: E come se la volont di sapere avesse la sua propria storia, che non quella delle verit costrittive, ma storia dei piani doggetti da conoscere, storia delle funzioni e posizioni del soggetto conoscente, storia degli investimenti materiali, tecnici,strumentali della conoscenza. Nel corso dei secoli cambia il criterio di verit, cambiano gli oggetti della conoscenza, cambiano le funzioni dei soggetti conoscenti. Tutto questo costituisce un sistema di limitazione del discorso che continua, in nuove forme, ad agire nella nostra societ. La volont di verit poggia su un supporto istituzionale. Essa si fonda su pratiche istituzionalmente riconosciute come la pedagogia,che comprende i sistemi di insegnamento e i modi di fruizione della conoscenza. La volont di verit inoltre confermata dal sistema dei libri, dalleditoria, dalle biblioteche; essa rinforzata da un insieme di sistemi che rendono socialmente costrittiva la partizione tra vero e falso. In particolar modo, la volont di verit si ritrova nel modo in cui il sapere messo in opera in una societ, nel modo in cui distribuito e valorizzato. In questo modo la volont di verit esercita su tutti gli altri discorsi una pressione e una sorta di costrizione. In ogni ambito della conoscenza e in ogni epoca,i discorsi che vengono pronunciati o scritti devono far riferimento alla partizione tra vero e falso, al concetto di verit allinterno della societ. Ad esempio la letteratura occidentale ha dovuto per secoli cercare sostegno sul naturale, ha dovuto far riferimento al verosimile, trovare conferma sulla scienza; in generale ha dovuto fondarsi sul discorso vero. Allo stesso modo molte altre pratiche e scienze hanno dovuto trovare legittimazione e giustificazione sul discorso della verit. Il sistema penale ha cercato di fondarsi dapprima su una teoria del diritto e, a partire dal XIX secolo, su un sapere psicologico, medico, psichiatrico. Ogni discorso dunque, per essere confermato e riconosciuto, deve fondarsi sul concetto di verit. In questo, la partizione tra vero e falso gioca un ruolo importante di delimitazione dei discorsi. Infatti, anche altri sistemi di esclusione sopra citati, come linterdetto e la partizione tra ragione e follia, fanno riferimento allopposizione tra vero e falso. In conclusione, ogni discorso attraversato da una volont di verit che muta nei secoli e nelle societ, una volont di verit che esercita un potere nei discorsi e che costituisce un sistema storico e modificabile. Il discorso vero non pu riconoscere la volont di verit che lo attraversa; e la volont di verit, quella che si imposta a noi da moltissimo tempo, siffatta che la verit che essa vuole non pu non mascherarla (M.Foucault).

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