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Collana I Sogni

Promos

Un Lavoro dAutunno

Soloparole Edizioni Indice

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Introduzione.3 Un lavoro d'autunno Capitolo I6 Capitolo II8 Capitolo III:11 Capitolo IV:13 Capitolo V:15 Capitolo VI:17 Capitolo VII:19 Capitolo VIII:21 Capitolo IX:23 Capitolo X:25 Capitolo XI:27 Capitolo XII:29

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Introduzione a cura di Adsus Biografus

Un'aria Mozartiana (di Cos fan tutte) recita "...L'Araba Fenice, che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa.." Pensando a Promos e dovendo parlare dei suoi dati biografici mi vengono in mente queste parole. Ma Perch? Perch attorno a Promos girano tante voci, ma nessuno sa veramente chi egli sia. Si dice che il suo nome sia Claudio, che sia nato in riva ad un lago, il lago Maggiore, forse. Voci non confermate narrano che egli si trovi attualmente in una grande citt insulare dove ha ambientato anche alcuni suoi racconti, e poi? Non si conosce la sua et, non si sa cosa egli abbia fatto dopo aver lasciato il lago e prima di trasferirsi nell'Italia insulare. Voci, solo voci corrono, "veloci come i pensieri "direbbe Promos. Tra una ridda di supposizioni cerchiamo di trovare elementi sulla sua vita da offrire ai lettori dei suoi racconti, s perch Promos scrive racconti, e bene; lui direbbe "scrivo solo per i fichi secchi", "per la gioia dei lettori", scriviamo noi. Da fonti piuttosto certe abbiamo appreso che dopo aver completato gli studi, presso un ateneo del nord Italia non precisato, egli abbia iniziato la sua attivit come libero professionista. "Collaudatore di casse acustiche" per la precisione. "Mi trovai a collaudare casse acustiche e impianti hi-fi, un lavoro per il quale avevo una passione, che mi porto ancora dietro" dichiara Promos in una intervista rilasciata ad un settimanale di cui non si conosce il nome e di cui si persa ogni traccia. Arriv per il momento "delle decisioni irrevocabili", "mi stancai del mio lavoro, la reiterazione dei comportamenti non era pi sopportabile, mi ero stufato del mio incarico, che nato da una passione mi si stava ritorcendo contro, diventando per me una gabbia". A nulla valsero le offerte di lavoro della RCF e della JBL per prendere con s Promos, che fu tentato anche dalla Bose, ma poi decise di cambiare strada. Si imbarc su un cargo battente bandiera Siberiana (la bandiera Siberiana quella completamente color ghiaccio con una tigre al centro), che si occupava del trasporto di licheni e muschi della taiga verso la Francia dove venivano utilizzati per l'industria cosmetica e farmaceutica. Tre anni Promos rest imbarcato sul cargo "Balalaika" dove apprese dal cuoco cieco della nave l'arte del liutaio. "Decisi dopo tre anni di mare che troppo ghiaccio avevano visto i miei occhi, onde immani che spazzavano il ponte mentre la prua affondava nei flutti neri del Mare del Nord. Decisi ancora una volta di dare una brusca virata alla mia esistenza, tornai in Italia e a Cremona mi feci assumere da un liutaio esperto nel restauro di antichi violini. Ancora una volta il suono e la musica entravano nella mia vita, questa volta fu di sicuro per reazione al silenzio assordante dei ghiacci. Mi ritrovai cos a fare il liutaio nella citt di Stradivari.

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Costruire e restaurare strumenti dal suono perfetto fu per Promos fonte di immense soddisfazioni, perfezionista all'estremo, dedicava tutte le sue forze alla costruzione dello strumento dal suono assoluto. Si dice che una volta costru uno strumento ad otto corde, capace di suscitare nell'ascoltatore una pace e una gioia inusitata, aveva raggiunto la perfezione, distrusse lo strumento (si dice per la contentezza) e decise di cambiare ancora rotta. C' chi dice sia stato inviato all'estero per un grande giornale, chi afferma che abbia per anni viaggiato per l'Europa, compiendo lavori saltuari, alla scoperta dell'essenza della cultura occidentale, chi lo vuole Ranger in un parco americano e pescatore sulle coste di Bahia, quasi forse uno dei personaggi di Jorge Amado, ma non si hanno notizie certe sino al suo ritorno in Italia. Torn sul suo lago in una brumosa giornata di novembre; "avevo bisogno di riabbracciare il mio passato, di vedere se le virate compiute nel corso della mia vita mi avevano portato da qualche parte, e quale posto era migliore del lago dove sono nato per acquisire questa consapevolezza?". Tre mesi si ferm l, e per tre mesi il San Carlone lo supplic di restare, ma virate e ancora virate si aspettava Promos dalla sua vita. Scomparve ancora per qualche tempo, c' chi dice fu mercante di seta a Shangai, chi crede di averlo visto in un ospedale di un paese del terzo mondo prestare soccorso ai bambini, c' chi crede abbia fatto il dj in una radio locale famosa per la trasmissione di Musica etnica, non si sa. Si sa che ora, forse ogni volta che si affaccia dalla finestra di casa, sente il profumo del mare e il profumo di arance. Passeggia per strade un tempo percorse da cavalieri normanni e da mercanti arabi, e scrive racconti. Racconti dei quali non voglio parlare, sufficiente leggerli per capirne il valore. Anche se una cosa la voglio dire. Sembra che Promos non faccia fatica a scriverli, sembra che la spontaneit e la "leggerezza" dei suoi scritti non gli costino fatica. L'impegnativa attivit dello scrivere sembra non pesargli anche adesso che non scrive pi per i "fichi secchi", ma per l'esclusivo diletto dei suoi lettori. (Alcuni dei quali- io cio - lo invidiano per la sua bravura) Tutto ci che si dice a proposito dei racconti completamente vero, per quanto riguarda i dati biografici non si sa.

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Un lavoro d'autunno

Di Promos

Capitolo I

La sveglia trill sul comodino. Erano le 7.30 quando Elena apr gli occhi per pigiare quel maledetto pulsantino che ogni mattina si prendeva beffa di lei e del suo sonno, spostandosi nei posti pi impensati. Questa sveglia ce l'ha con me" pensava "ogni giorno aspetta la parte pi bella del sonno per mettersi a suonare" Ancora con gli occhi chiusi riusc a spegnerla.

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"Finalmente un po' di pace" e si raggomitol sotto la coperta ancora leggera. Le piaceva poltrire un poco la mattina, prima di perdere completamente quello stato magico di semi incoscienza, quella sensazione di quasi distacco dal mondo e dalle sue cose che precede il completo risveglio. Cinque, dieci minuti, chi pu dire quanto dura la felicit di quello stato di abbandono dove le immagini della notte si confondono con le incombenze del giorno, ma lo fanno senza creare affanno, come uno scorrere sereno di immagini, come un film che guardiamo ma che non ci vedr mai protagonista? Si stiracchi ancora sotto le coperte. Alzarsi era il momento pi difficile, occorreva determinazione e concentrazione, un sinergico concorso di volont inconscia e di collaborazione di tutto l'apparato senso motorio. Il corpo fatica e ritrovare l'equilibrio dopo una prolungata fase di riposo supino. Il sangue deve riprendere a scorrere dal basso in alto, lungo un asse verticale e non pi, semplicemente, fluire comodamente disteso, da sinistra a destra e viceversa, lungo il corso di un comodo giaciglio. Ecco. Era in piedi, e subito apr le persiane. Amava scoprire le incognite che il tempo riservava. Era un gioco che iniziava gi dal letto dove cercava, con il primo sguardo, di carpire dalla debole luce che filtrava, se c'era il sole o se pure si preparava il temporale. Era una bella giornata, la luce intensa del mattino invase la stanza. Il cielo era di uno splendido azzurro. Si sent subito bene. Amava il sole e quel giorno le sembrava ancora caldo tanto da far pensare che quel principio d'autunno fosse ancora una quasi estate. Nella doccia l'acqua scrosciava bollente. Amava quel massaggio e quel calore che a molti sarebbe sembrato insopportabile "Qualche volta ti ustionerai! Dovremo portarti in ospedale..." Era il tormentone con cui la ossessionava sua madre quando era ancora a casa, ma quel giorno sua madre non c'era, in quella casa, che era la sua casa, sua madre non c'era. Poteva quindi godersi la sua doccia, alla temperatura che aveva sempre desiderato senza dover giustificare niente a nessuno. Certo non era stato facile convincere sua madre che era giusto che lei abitasse da sola: "Oh certo, vivendo da sola potrai portarti a casa tutti ragazzi che vorrai! Farai la fine di una..." Non aveva terminato la frase, o forse s. Elena non lo sapeva. Durante il loro ultimo litigio se ne era andata sbattendo la porta lasciandosi dietro le sue ingiurie. Per lei quella casa non era necessaria per portarsi a casa i ragazzi. Dopotutto anche i ragazzi avevano le loro case e per fare l'amore poi, una casa non strettamente necessaria. Quella casa la voleva perch sentiva di volere un suo mondo. I suoi spazi da organizzare, i suoi muri da dipingere, i suoi armadi ed i suoi cassetti da riempire. Gli angoli in cui accatastare i suoi ricordi, le sue esperienze. Trovare quella casa non era stato facile.

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Lei la voleva piccola, ma soprattutto luminosa e poi la voleva con un bel terrazzo, da riempire di piante e fiori e per metterci un gatto, Lumiere, chiamato cos in onore dei fratelli che inventarono il cinema. Elena amava il cinema. Ogni volta che poteva si chiudeva in una sala, da sola o con gli amici e guardava un film. Aveva imparato ad usare il cinema come terapia. Ci curava i momenti di malinconia ma anche di eccessiva euforia. Quando aveva un problema sceglieva un film a caso, lo guardava e l trovava la risposta. Avete presente il libro dei King? Ecco, Elena usava i film allo stesso modo. Ci scrutava il suo futuro, ci trovava le risposte ad ogni sua domanda. Pass in cucina, Lumiere la stava aspettando affamato ma quieto. Le miagol appena un saluto vedendola arrivare e lei ricambi con una valanga di complimenti e di coccole. Apr il frigorifero. Il cartone del latte era quasi vuoto. "Uffa" disse fra s pensando che a breve avrebbe dovuto fare la spesa. Ne vers un poco nella ciotola a Lumiere e per lei ne rimase solo mezzo bicchiere. Guard quel poco latte pensierosa. "Questo mese dovremo tirare un poco la cinghia caro Lumiere" disse con tono affettuoso al gatto. Aveva fatto la cameriera in una gelateria per tutta l'estate ma adesso che la stagione era finita... Impiegata stagionale, cos l'avevano chiamato all'ufficio di collocamento. "Beh, continu accarezzando il gatto sul collo mentre bevevano entrambi il loro latte non disperiamo! Fra poco inizia la nuova stagione e qualche posto da commessa in qualche negozio lo potr anche rimediare. Non trovi Lumiere?" concluse grattandolo con dolcezza fra petto e pancia. "Ron....ron..." Rispose il gatto facendo le sue fusa e strofinandosi contro la mano di lei. "Per prima cosa oggi andr in edicola e prender io giornale degli annunci, vedrai che qualcosa salter fuori" Si vest e detto fatto scese per strada. Il tempo stava cambiando cos che il cielo che s'era preannunciato tanto luminoso ora appariva coperto in parte da nubi scure. Un rombo lontano lasciava presagire che un temporale stava arrivando. Giunse di buon passo all'edicola dove acquist il quotidiano ed il giornale degli annunci economici. Era quasi a casa quando iniziarono a cadere le prime gocce di pioggia e questo la fece correre per non inzupparsi. Sal sempre correndo anche le scale. Le case antiche, nel centro storico non hanno ascensori. "E' un modo economico per fare ginnastica e rimanere in forma!" rispondeva sempre a quelli che le chiedevano se non le pesassero tutti quei piani a piedi. Entr in cucina e pos i giornali sul tavolo. "Ecco cosa mi sono scordata!" d'un tratto esclam. Il calendario appeso sul muro aveva ancora la data del giorno precedente. Era uno di quei calendari a fogli singoli con i numeri grandi. Ad Elena piaceva perch poteva vedere sempre e solo un giorno alla volta. Era un modo, diceva, per scordarsi dei giorni passati e per non pensare a quelli che verranno. Per vivere pienamente un giorno alla volta. Per avere, ogni giorno, soltanto un giorno come protagonista. Perch ogni giorno potesse essere davvero unico e speciale. Strapp il foglio dal calendario e compar la data di quel mattino: 21 settembre. "Oggi inizia l'autunno Lumiere! esclam rivolgendosi al gatto oggi cambia una stagione, vuoi

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scommettere che cambieremo qualcosa anche noi? Vieni guardiamo assieme il giornale, vedrai che troveremo un bel posto di lavoro!" Con quell'entusiasmo nuovo si sedette col gatto accoccolato sulle ginocchia, e cominci a cercare.

Capitolo II
Quel giorno si sentiva...

Quel giorno si sentiva particolarmente infelice. Neppure la lettura della spumeggiante logica di Bertrand Russell riusciva a donargli un poco d'euforia, prov a trovare quiete nel rigore e negli elementi di Euclide. Niente, nulla riusciva colmare quel suo strano senso di ansiet. Giacomo era un matematico che di professione faceva l'insegnante. Uno di quei matematici puri che fin dalla primissima infanzia vedi far di conto. Con tutto, in ogni occasione. Il primo regalo che dest in lui un grande interesse fu infatti un grosso pallottoliere, all'et di due anni. In casa si pens che fosse per via di quelle grandi palle colorate. "Si vede che ha talento artistico!" sentenzi una zia. E tutti a darle corda. A sostenere il piccolo artista con regali che dovevano sviluppare quell'innato talento. Furono anni di pastelli e di colori, di album da disegnare che, regolarmente, finivano accantonati ancora nuovi. "Sar portato per la musica, allora" questa diceria nacque perch, in fondo uno zio del nonno paterno era stato musicista e un talento d'artista doveva in qualche modo doversi manifestare. A cinque anni inizi a prendere lezioni di pianoforte. Anzi, per fare le cose in grande gliene venne comperato uno verticale. Di fronte a cotanto strumento Gioacchino, ch'era piuttosto bassino rispetto alla sua et, si sentiva in grande imbarazzo. Sostenuto dall'entusiasmo dei parenti cominci a sciorinare scale. Erano i pomeriggi pi lunghi della sua vita. Picchiava sui tasti senza alcuna voglia n volont. Spesso anzi incespicava ed allora il maestro scuoteva gravemente la testa. "Il ragazzo molto portato esord un giorno parlando alla madre. Disse questo pi per compiacerla e per mantenere quel magro compenso che per viva convinzione tuttavia appare...come dire... svagato... non si concentra abbastanza... Poi, pensando di aver detto troppo e di rischiare di compromettere in quel modo il suo futuro di docente

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del piccolo, leggendo negli occhi della madre una viva apprensione, s'affrett a concludere, tutto d'un fiato D'altra parte uno spirito simile tipico dei piccoli talenti. E' lo spirito dell'artista, del vero artista" A sentire quelle parole la madre si rassicur. Quella donna, convinta che la sua missione fosse quella di far scaturire la gioia dell'arte da quel figliolo moltiplic le sue cure e le sue attenzioni. "Forse sar un po' debole...non vedi come mangia poco?" era la voce della nonna paterna che sentenziava. Inizi il periodo cosiddetto "ricostituente". Ogni mattina per colazione c'era un uovo fresco da bere, e poi pane, burro e marmellata, ed una tazza colma di latte addolcito col miele. A pranzo un'abbondante piatto di pasta riccamente condito con il rag, due frutti ed un pane, perlopi riempito di prosciutto e formaggio. Alle quattro si faceva merenda con pane burro e zucchero, o con la cioccolata, a seconda delle stagioni. La sera passato di verdura ed una fettina, perch la carne faceva crescere... Questa teoria in effetti non trov molto riscontro, oltre il suo metro e sessanta Gioacchino, da grande non sal mai. Sta di fatto che in quell'anno Gioacchino crebbe, crebbe a dismisura ma solo in larghezza. Fu solo dopo l'avviamento della prima elementare che tutti scoprirono la sua vera passione. Al primo giorno di scuola sua madre parl con la maestra. "E' Molto portato per le arti e per la musica, ma un po' svogliato..." lasci la frase in sospeso come volesse dire "ci pensi lei, per favore...". Ma non concluse quel suo discorso. Furono le prime nozioni di matematica a svelare la sua vera inclinazione. Ma tutto questo era storia ormai lontana. Per farla breve dir solamente che l'unico a felicitarsi di quella strada fu il padre. Da sempre messo un po' in disparte in una famiglia composta da moglie sorella e madre, le ultime due, soprattutto, di forte tempra. In cuor suo non gli dispiacque che il figlio avesse lasciato la via dell'arte troppo spesso confinante "con scelte cos ambigue che...non voglio neanche pensarci!" Gi s'immaginava un figlio effeminato, in preda a chiss quali turpitudini ed invece, insperatamente "Diventer un ingegnere, un grande ingegnere!" sentenzi alfine un giorno alle donne di casa. Nessuna di loro gli diede ascolto, ormai il sogno di un artista in famiglia era svanito, per il resto sarebbe stata la volont del Cielo. Loro, la loro parte l'avevano fatta tutta. Il resto del suo corso di studi lo potete facilmente immaginare. Gettato alle ortiche il progetto di farne un vero artista nessuna donna di casa tent di contrastare quella sua passione per i numeri. Il padre poi non fece in tempo a vederlo laureato. Mor improvvisamente, in un incidente, che ancora non aveva finito il liceo. All'universit s'iscrisse al corso di matematica pura. Quello che concedeva davvero poco in fatto di scelte. Ma lui aveva scelto benissimo.

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"Voglio fare l'insegnante" disse il giorno del suo 21 compleanno. La notizia fu accolta in silenzio dalla madre e dalla zia. La nonna aveva scelto di riposare d'un sonno ben pi lungo di quello d'una notte, poco dopo la morte del figlio. Gli anni dell'universit passarono veloci. Gioacchino studiava instancabilmente. Del resto madre natura lo aveva ben aiutato a non concedersi grandi distrazioni! Non era tanto per la sua altezza fermatasi non oltre i centosessanta centimetri, no, su quella si sarebbe potuto sorvolare. Era l'insieme di vari elementi. La calvizie incipiente, il naso un poco adunco ed aquilino, gli occhi grandi coperti da spessi occhiali. Passate le et dello scherno con l'infanzia e l'adolescenza, quando i compagni lo chiamavano "Gufo" o, a volte, "Civettone", passata l'epoca in cui le ragazze ridevano, dietro ai quaderni, quando lui facevano le sue timide avances, passato tutto questo incominci per lui una vita ai margini delle abitudini sociali. Mai una volta a ballare, mai un invito ad una festa, mai una vacanza in compagnia e, naturalmente, mai una ragazza. A poco a poco si abitu a quell'esistenza invisibile. Solo quando entrava in aula, con il suo registro, trovava una vera identit. Seduto dietro alla cattedra incuteva rispetto e terrore. Insegnava matematica perbacco! Mica una di quelle discipline secondarie. Un cinque in storia era comunque discutibile, un cinque in matematica era quasi inappellabile. Genitori ed alunni avevano tutti rispetto per lui. Ma quel giorno si sentiva inquieto. Eppure tutto era in ordine! Dopo la morte della madre, un anno dopo la scomparsa della zia, s'era trovato completamente solo e dovette imparare ad occuparsi di quella grande casa che gli era rimasta in eredit. Impar a lavarsi ed a stirarsi, impar a cucinare, cosa che invero non gli riusciva troppo bene, cos che, spesso, si rifugiava in piati pronti da riscaldare. Era diventato un esperto in fatto di zuppe precotte e sughi buoni subito per condire. Il suo rapporto con il cibo era variabile. Alternava periodi di assoluta bulimia con altri in cui toccava appena vivande. Ma quel giorno era in un periodo in cui amava mangiare. Usc di casa e pens di passeggiare un poco in centro. " Forse pens vedendo un po' di gente attorno mi calmer Era un'ansia strana, quella. Iniziava la notte, prima di addormentarsi. Il sonno lo conduceva verso sogni che poi aveva vergogna persino a ricordare. Nel sogno s'incontrava con donne e con loro faceva quelle cose che vedeva nei film. Oddio non poteva neanche pensarci. Lui era un professore! E di matematica! Non un pornografo!

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Camminando arriv fino in centro dove c'era la migliore gelateria della citt. Era goloso in quel periodo e faceva davvero caldo quel giorno. Si sedette ad un tavolino e ordin una coppa di gelato "Di gelsi, per favore, con panna montata" diede l'ordinazione senza guardare negli occhi la cameriera tanto era il suo senso di colpa per quello strappo che si concedeva ad una dieta che avrebbe dovuto essere ben pi rigida. "Mi dispiace signore, oggi non abbiamo panna montata, la macchina s' guastata" Era una voce di giovane donna quella della cameriera. Gioacchino alz lo sguardo ed incontr il suo volto. Era bellissima! Due occhi chiari in un viso perfettamente ovale incastonato dai capelli castani raccolti sulla nuca. Arross sorpreso di vederla sorridente e serena mentre lo guardava. "..Come ha detto signorina..?" chiese appena riusc ad articolare qualche parola. La giovane ripet. "Non importa, non importa disse Giacomo va bene senza panna La ragazza lo serv velocemente. Giacomo mangiava con molta attenzione il suo gelato. Lo gustava ma ancor di pi gustava la vista della ragazza. Doveva avere ventiquattro o venticinque anni. Il portamento agile, il sorriso sempre presente. Sembrava che niente di tutto quello che di brutto potesse capitare al mondo la potesse mai incontrare. Era lo specchio della felicit e portava allegria il guardarla. Chiese il conto. "Posso chiederle come si chiama, signorina" domand a bassa voce quando lei port il resto "Come?" rispose la ragazza. "No...niente... Riprese Gioacchino sempre pi rosso ed impacciato era solo una curiosit....una stupida curiosit" prese il resto dal tavolo, lasci le monete per mancia e si alz per andarsene. La ragazza lo guard goffo ed impacciato e si mise a ridere. Quando fu un po' pi lontano gli grid: "Elena, mi chiamo Elena... e ho anche un gatto! Un gatto che si chiama Lumiere! Torni a trovarci, signore" Gioacchino si ferm, come trafitto da una freccia invisibile. Sud freddo guardando la ragazza che lo salutava con la mano alzata "Torner disse tra s torner."

Capitolo III:
Come pestar acqua in un mortaio

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"Lumireeeee...Lumireee...dove sei micio..." erano ormai pi di cinque minuti che Elena cercava il suo gatto per tutta la casa e per il balcone. Un comportamento strano per Lumiere, sparire cos. Di solito se ne stava raggomitolato beatamente intento a dormire in un angolo della cucina o si concedeva una passeggiata sul balcone strusciandosi contro tutti i vasi. E' vero, non gli mancavano le uscite per strada, ma lo faceva con lei sempre ad una certa distanza. Non era, per cos dire, un gatto dagli istinti troppo felini. S'era adattato bene a quella vita domestica tanto che, certe volte, Elena lo schermiva chiamandolo "gatto di pezza". Quella sparizione era perci un evento straordinario e per questo Elena era in preda ad una certa preoccupazione. Aveva sentito dire che il gatto di una sua conoscente era precipitato dal balcone, sfracellandosi a terra. Non avrebbe mai pensato che Lumiere avrebbe potuto fare una cosa del genere. Non lo aveva mai visto intraprendere un'azione che potesse anche solo sembrare pericolosa. Mai lo aveva trovato su di un cornicione o sul davanzale. Mai sulla ringhiera. Guard in basso, verso la strada, con un briciolo di esitazione, temendo quasi di poter essere smentita. Niente. Nulla sul marciapiede o sull'asfalto lasciava presagire il peggio. "Meno male" pens fra s. La casa non era grande, un piccolo ingresso dal quale si poteva accedere in successione, in una stanza che serviva da soggiorno e cucina e poi alla camera da letto confinante con un bagno microscopico con i servizi ed una doccia. Quello era il suo cruccio. Nella casa dov'era vissuta con la madre, dopo che i suoi avevano divorziato, c'era un grande bagno, molto luminoso, ed una vasca immensa dove lei amava immergersi nell'acqua bollente, profumata di essenze, e fantasticare. Passava momenti indimenticabili chiusa in bagno. Proprio chiusa, perch per assicurarsi di non essere disturbata amava fare il bagno chiudendosi con la chiave anche se in casa c'erano solo lei e sua madre. Questa cosa sua madre non la capiva proprio. Capitava quindi che i suoi momenti di sogno venissero interrotti da quella voce che le intimava. "Apri Elena! Apri subito! Devo prepararmi per uscire" oppure "...devo andare al lavoro e devo pettinarmi" oppure pi semplicemente "...Sbrigati che devo usare il bagno!" I motivi per entrare potevano essere i pi vari. Sempre e comunque unica era la conclusione "Non capisco perch tu ti debba chiudere a chiave per fare il bagno. E starci delle ore poi! Lo sai benissimo che ne abbiamo uno solo in casa e che serve a tutt'e due. Io non ti dico di non fare il bagno, ma almeno di lasciare la porta aperta quando siamo solo io e te!" Si accorse d'un tratto che la piccola finestrella che aveva nell'ingresso e che dava sul pianerottolo era socchiusa. Non era mai uscito da solo Lumiere da quella finestrella, perch avrebbe dovuto farlo allora. Apr la porta e si trov sulle scale: "Lumireee....Lumireee..." chiamava sul pianerottolo.

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Scese di un piano, e poi di un altro ed un altro ancora. Arriv gi, sino al primo piano, il cosiddetto "piano nobile", cos chiamato perch il suo appartamento aveva il prospetto ed il relativo balcone proprio sopra l'imponente portone d'ingresso. La porta era socchiusa. Elena infil la testa e cominci a chiamare con un grido soffocato a mezza voce: "Lumiere, sei qui?" L'appartamento era bellissimo anche se completamente disabitato, anzi privo di ogni mobilio. I tetti erano alti ed affrescati. Lumiere era appallottolato fra le braccia di un uomo che lo accarezzava mentre lui, beatamente faceva le fusa. Vedendo quella scena Elena disse con voce pi decisa ed arrabbiata: "Lumiere! Cosa fai qui? Lo sai da quanto tempo che ti cerco?" Lumiere alzo il muso verso la padroncina, socchiuse appena gli occhi sopraffatto dalle coccole che l'uomo continuava a fargli accarezzandolo nel sotto gola. "E' un bellissimo gatto" disse l'uomo porgendoglielo. Elena lo accolse fra le braccia e cominci ad accarezzarlo. Lumiere si accoccol. "E' il mio gatto... Lumiere.... Lo stavo cercando... E' strano che sia uscito di casa in questo modo, non lo fa mai da solo" "La discontinuit un segno di intelligenza. disse l'uomo. Solo gli animali molto stupidi o molto annoiati fanno sempre le stesse cose, si comportano sempre allo stesso modo. L'imprevedibilit l'essenza dell'atto intelligente. Sa quando un essere vivente dimostra di essere intelligente?" Elena guardava l'uomo che le parlava e con la mano accarezzava Lumiere. Avr avuto poco pi di quarant'anni. La prima cosa che di lui l'aveva colpita erano i capelli d'un color cenere dalle molte sfumature, mossi agli estremi da un accenno di riccioli naturali che li facevano sembrare dei boccoli da cherubino. Sembravano la chioma d'un bambino posata sopra il capo d'un adulto. "L'annoio signorina?" le chiese l'uomo che aveva notato una sorta di vaghezza nel suo sguardo. A quelle parole Elena ebbe un impercettibile sobbalzo, come se si destasse da una sorta di ipnosi. Riprendendo coscienza rispose prontamente: "No, affatto, anzi mi interessa moltissimo" "Ha presente l'esperimento della scimmia nella gabbia che deve raggiungere il casco di banane oltre le sbarre?" Elena scosse il capo "No" disse semplicemente. L'uomo prese questo segno come un incoraggiamento a continuare. "Orbene si mette una scimmia in una gabbia e le si pone di fronte un bel casco di banane ad una distanza tale che la scimmia non possa arrivarci con le zampe per quanto si sporga. All'interno della gabbia vengono messi alcuni attrezzi fra i quali un bastone. La scimmia dapprima tenter di raggiungere le banane sporgendosi fra le inferriate, poi, a poco a poco, prover con altri strumenti. Ad un certo punto capir che con il bastone potr avvicinare il casco di banane. Avr imparato ad usare un mezzo esterno al proprio corpo per raggiungere uno

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scopo. Avr organizzato un pensiero, quello sar il suo atto intelligente" Elena ascoltava l'uomo parlare. Aveva una bella voce, calma. Le parole sembravano uscire fluide, avvolgenti. Si sentiva bene ascoltandolo parlare. Il suo timbro era chiaro come quello di chi non ha nulla da nascondere. Parlando la guardava dritta negli occhi e lei poteva cos guardare i suoi. Erano scuri, vivaci, brillanti e coloravano l'intero volto, forse l'intera stanza, facendo contrasto con le cento sfumature del cenere dei capelli. "E, secondo lei, Lumiere avrebbe fatto un gesto intelligente uscendo dalla finestrella che d sul mio pianerottolo e scendendo fin qui?" domand Elena con tono un po' ironico. "Certamente rispose lui prontamente, poi dopo una brevissima pausa continu "...cos mi ha dato modo di conoscerla" Elena arross impercettibilmente "Permette che mi presenti? e senza aspettare risposta continu: mi chiamo Marco Bolzoni..." Allung la mano che Elena strinse rispondendo: "piacere, mi chiamo Elena...Elena De Martini... E lui soggiunse, riferendosi al suo gatto Lumiere, ma ho visto che siete gi buoni amici..." Fece una breve pausa silenziosa poi, staccando lo sguardo dai suoi occhi e volgendolo alla stanza che li circondava, continu: "Verr ad abitare qui? E' una casa bellissima...bellissimi questi pavimenti...e questi soffitti affrescati....io abito all'ultimo piano" E poi, ridendo divertita continu "Direi che pi che una casa vera e propria un abbaino...ma la mia prima casa, cio la prima casa dove vivo da sola, e io l'adoro Poi cambiando tono e ritornando improvvisamente seria continu "Lei ci verr a vivere da solo?" "No" disse subito Marco, poi abbassando un poco il tono della voce come a celare una sorta di piccolo imbarazzo "Con mia moglie" "Sposatissimo dunque lo incalz Elena con una sfumata ironia nelle parole. Marco, quasi a giustificarsi rispose: "...mia moglie si occupa di pubbliche relazioni per una casa di caschi per motociclette. Per questo suo lavoro spesso in giro per il mondo...sa, segue i piloti, le gare dei campionati...." "Bene, signor Bolzoni soggiunse Elena con un tono che lasciava presagire un imminente congedo, mi ha fatto piacere conoscerla Spero che verr presto ad abitare in questa casa.... con sua moglie, naturalmente" "E' stato un piacere anche per me disse Marco. accompagnandola alla porta. Poi, mentre lei stava salendo le scale verso il piano superiore soggiunse "Sono architetto, architetto restauratore!" Elena si ferm un attimo sui gradini poi rispose "Io lavoravo come cameriera in una gelateria. Ora spero di trovare un posto da commessa...o qualcosa d'altro...vedr"

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Si mise a correre sulle scale verso la porta di casa. Marco la segu dapprima con lo sguardo poi rest sull'uscio ad ascoltare il rumore dei suoi piedi sugli scalini. Quando arriv in casa ad Elena batteva forte il cuore, e non era solamente per la corsa appena conclusa.

Capitolo IV:
Vent'anni dopo

Era uscito di casa per trovare un po' di conforto a quell'ansia che lo tormentava e vi rientrava ancora pi agitato di prima. Questa del ritorno era per Gioacchino ben diversa da quella che, di primo pomeriggio, l'aveva condotto per le vie del centro e poi, in quella gelateria. Non riusciva a distogliere i pensieri dal volto di Elena. I suoi capelli e soprattutto i suoi occhi, chiari. E poi la sua voce, quel timbro cos allegro! Quel suo modo di prestare attenzione, di rivolgere attenzione. Di far sentire, con una sola parola, l'interlocutore come l'essere pi importante del mondo. Quel pensiero lo riempiva di euforia ma egualmente di disagio. Sembrava far affacciare una sensazione sempre tenuta sopita: la paura delle solitudine, il timore di invecchiare. E poi c'erano quei capelli, li aveva visti raccolti alla nuca ma li poteva immaginare sciolti a toccare appena le spalle. Li avrebbe carezzati con le dita, con gli occhi. Sent il fiato farsi un poco pi corto ed il cuore accelerare. Cos'era quel senso di vuoto che gli bloccava la bocca dello stomaco poco sotto il diaframma? E quella vertigine acuta che colpiva il suo corpo quando pensava pi intensamente al volto di Elena?. "Basta" si disse, recandosi verso la libreria dove, ordinati lo attendevano i suoi libri, perlopi di matematica. Cerc quasi febbrile l'argomento... dov'era quel libro... doveva placare la sua agitazione, lo doveva trovare... "Eccolo...finalmente!" Guard un poco la copertina ancora chiusa. Si sent un poco sollevato, quel libro lo avrebbe dovuto calmare. Era la lettura in cui si immergeva nei rari momenti di euforia: la raccolta dei tentativi mancati della tripartizione dell'angolo. Era il libro che avrebbe offuscato le sue emozioni. La prima volta che lo lesse cadde in forte depressione. Era un insieme di dimostrazioni in cui la logica magnifica della matematica, il motore di tutta la sua vita, veniva sopraffatta, o meglio, non portava al risultato voluto. Leggeva, immergendosi in ogni capitolo, ma di quando in quando, infingarda presenza, fra le righe ed i passaggi pi ardui, compariva lei, il volto di

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quella cameriera conosciuta in gelateria: il volto di Elena. Una raccolta d'insuccessi della logica. "Dove la logica muore cosa prevale dunque? L'irrazionale, forse il sentimento!" Ebbe un fitta al cuore. Quel libro non placava la sua ansia, anzi la faceva lievitare. Il crollo della ragione portava alla prevalenza del cuore. Nell'alchimia magica dell'amore il pensiero dell'amato che prevale sulla sua vera figura. Come muove i primi passi un sentimento? E' l'irrazionale di un attimo, un particolare: a volte l'aspetto, altre una battuta di spirito, altre ancora un ombra degli occhi o un loro brillare. E' la scintilla che mutare d'attenzione. Sino ad un istante prima quell'uomo o quella donna erano folla, gente. Un figura indistinta. D'un tratto quell'uomo o quella donna diventano oggetto di speciale attenzione. Nasce il desiderio di approfondire quella conoscenza fino ad allora superficiale. Nascono le prime domande e su queste le ipotesi di risposta. "Come sar il suo modo di fare...di pensare...?e mi penser...?" Ecco, il pensiero la macchina che muove l'amore. Si pensa ad un persona appena vista. Si immagina, si creano delle aspettative. Si attende con ansia il prossimo incontro nell'attesa di provare conferma ai desideri suscitati "Sar come io l'ho immaginato?". Al nuovo incontro si cerca di capire se le idee, le aspettative maturate trovano corrispondenza. Ma forse a quel punto gi non si vedono pi le risposte obiettive. L'altra persona gi diventata una costruzione. Il frutto di un processo cognitivo dove si sommano impressioni e desideri. La si vuol vedere in un certo modo. Ed allora la si affronta con un'attenzione selettiva che scarta gli indizi che potrebbero rivelare un risultato differente. Poi, quando il sentimento prevalso definitivamente e ha sopraffatto ogni ragione si scarta l'evidenza con una frase risolutoria quanto ambigua: "Lo so che la persona sbagliata... Ma io lo far cambiare..." E la legge del pi forte torna a dominare. L'innamorato soffre e l'amato vive l'ebbrezza di quella vita che gli si dona totalmente. Sente la forza di quel potere invisibile che fa soggiacere chi l'ama oltre la sua stessa dignit. Il sentimento soffoca la ragione. Cos quando una storia finisce, l'innamorato lasciato odia l'altra parte non per quello che realmente , ma per ci che rappresenta. Soffre per quanto l'altro porta via del suo s: il tempo a lui o a lei dedicato, i cento pensieri, le mille volte che si rinunciato. Quello che manca, a chi lasciato, non in realt l'altro o l'altra che se ne sono andati, sono quelle parti di s che col tempo ha dedicato e lasciate attaccate a quella persona che se ne va. L'innamorato soffre per il s perduto.

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Ma tutto questo l'innamorato non lo sente o non lo sa. Crede d'aver perso la met del cielo, o il cielo intero. Il sentimento obnubila la mente, la copre con una coperta calda di emozione. L'amore nasce dunque dal pensare all'altro come se fosse quello che si vorrebbe. Gioacchino in quel momento pensava, ormai senza alcun freno della ragione. Fantasticava, con la mente volava, era alla gelateria, guardava Elena, anzi le parlava. Lei gli sorrideva e lo ascoltava, con quella sua aria allegra, con quegli occhi chiari. Lui le sfiorava la mano e lei non la ritraeva. Dio come impazziva il suo cuore! Erano anni che non pensava cos ad una donna. Dagli anni delle superiori, quando s'era innamorato di una compagna, Margherita. Era quella che tutti avrebbero detto " la pi brutta" o, per essere gentili "...la meno carina" Le sopracciglia folte che si univano quasi sulla fronte, il labbro inferiore sporgente un poco leporino, il naso schiacciato e gli occhiali spessi. Era la pi brava di tutte per in classe. Per schernirla, di nascosto, la chiamavano "secchiona" ch'era un modo in pi per emarginarla. Ma poi tutti la cercavano quand'era il momento di copiare. Gioacchino la guard per giorni e giorni, seduta al suo banco. Nell'intervallo sedeva con le due amiche del cuore, che per quello strano gioco delle complicit femminili, erano anche le pi belle di tutta la scuola e di questa amicizia lei traeva i vantaggi del sentirsi attorniata dai cento ragazzi che la volevano conoscere per arrivare alle altre due. Lei ancora che non aveva scoperto il fine di quel gioco, si sentiva particolarmente attraente e, per questo, un po' spocchiosa. Una mattina Gioacchino si sedette accanto a lei ed inizi a parlare. Non era molto bravo a conversare. Lui che non aveva amici neppure fra i compagni. Lo chiamavano "Gufo" o anche "Civettone" per via di quegli occhi grandi e di quel naso aquilino, per via, forse di quegli occhiali spessi, come i suoi, come quelli di lei. "Pensi che ti sia andato bene il compito di latino?" lui le chiese dopo aver atteso un bell'attimo in silenzio. Lei lo guard come sorpresa che le avesse rivolto la parola: "S, penso di s, quasi sicuramente" rispose lei con tono un po' altezzoso. "A me piace la matematica... s'interruppe, le frasi uscivano a fatica dalla bocca di Gioacchino, arross d'un tratto e poi disse di filato "...studieresti con me qualche pomeriggio?" Lei si volt, lo guard con l'aria pi stupita del mondo. Smise persino di masticare, poi rispose gelida "Ma ti sei visto bene? Neanche se fossi l'ultimo essere vivente di questa terra!" si alz e corse a confabulare con le amiche. Di tanto intanto tutt'e tre lo guardavano e ridevano. Rosso in viso con le tempie che gli scoppiavano, scapp in bagno. Si present in classe che l'intervallo era gi finito da un pezzo. Il professore lo rimprover, stupito, ch da lui non se lo sarebbe mai aspettato. Gioacchino aveva il capo abbassato ed approfitt di quella posizione per arrivare al suo posto senza guardare in faccia nessuno, principalmente lei. Fu quella l'unica volta che Gioacchino, prima d'allora, aveva ascoltato il suo cuore.

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Poi per vent'anni, l'aveva nascosto dentro ad una gabbia, matematicamente chiusa.

Capitolo V:
La realt come appare

"So a cosa stai pensando, sai Lumiere? E non mi piace per niente!" Era un tono fintamente seccato quello che Elena stava usando con il suo gatto che se ne stava accoccolato con l'espressione beata nel suo cestino; "Non avrai intenzione di tornartene al primo piano da quel...quel... Elena si sforzava di non ridere fingendo di rimproverare il suo micio, poi, come se avesse ricevuto un suggerimento continu "Ecco, appunto...quell'architetto? Vedi che ci stavi pensando?" Lumiere stiracchio le zampe anteriori come per giocare. In fondo stava giocando con la sua padrona, un gioco di specchi, di riflessi, di luci e di proiezioni. Adesso siamo diventati di gusti facili, eh Lumiere? continuava Elena con lo stesso tono di finto rimbrotto "Ti sono bastate quattro carezze e un paio di occhiate dolci e ti sei fatto un nuovo amico... Poi si avvicin al gatto, lo sollev portandogli il muso all'altezza del suo volto ed avvicinando il proprio naso al suo, gli disse dolce e ridente, come facesse una confidenza all'amica del cuore: "Hai visto i suoi occhi Lumiere? Eh? Sembravano illuminare tutta la stanza." Strofin il suo naso e quello del gatto che, ricambiando quel gesto d'affetto, la lecc leggermente. Appoggi a terra il gatto e poi gli disse: "Scommetto che hai voglia di una bella passeggiata, vieni, dai, usciamo" e dentro di s, una voce che pure voleva scacciare, che non voleva ascoltare, le disse, forte "...che magari, passando, lo incontriamo" Scese le scale di corsa, com'era suo solito fare. Solo quando giunse sul pianerottolo del primo piano rallent i passo. Guard la porta di Marco, era chiusa; dal di dentro non proveniva alcun rumore, neppure quello degli operai che stavano restaurando l'appartamento. Ebbe un piccolo tuffo al cuore per quella speranza che seppur invisibile e nascosta, andava delusa. In strada, camminando con Lumiere poco distante, pensava a lui:

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"Chiss dove sar, ora.... Forse era con la moglie, tornata da chiss quale parte del mondo, o forse...forse era solo, chiss dove" Quel pensiero le addolc il cuore. Un rapido accelerare delle palpitazioni, solo per un momento, le fece avvampare le guance. Perch pensava a lui in quel momento? Era sposato, una storia impossibile...una di quelle che lei non avrebbe mai accettato. Eppure i suoi occhi avevano brillato in un modo strano quel giorno che l'aveva conosciuto. Forse si sentiva triste...forse la moglie troppo spesso lontana... Le erano parsi gli occhi d'un uomo ancora con un fondo di bambino. Fors'anche per via di quei capelli che gli si poggiavano sul capo con quell'accenno di boccoli tanto dolce e strano in un adulto...forse...forse... La sua mente si affollava di domande a cui dava ogni volta una possibile risposta, senza accorgersi che ogni risposta le appariva plausibile solo quando provocava concordanza fra la ragione ed i battiti del suo cuore. Pian piano stava costruendosi un'immagine di "Lui" su misura di ogni sua aspettativa. Riempiva l'involucro di quegli occhi d'ogni risposta alla sua voglia di compagnia. Era l'eroe romantico e paziente. Dolce seppur dominante. Era l'insieme di risposte chiare a quell'insieme di bisogni indistinti e contrastanti, ch'erano i suoi, di giovane donna, come quelli d'ogni vivente. Il suo amore lo avrebbe voluto pieno di tratti tanto grandi quanto discordanti che ad esser tutti presenti ci sarebbe voluto, se non un esercito o un battaglione, almeno un plotone d'esseri umani. Quanti sono i bisogni d'un essere umano? Potenzialmente infiniti. E pure, a volte, contrastanti. E' la magia di un attimo che rende possibile lo scatenarsi della meccanica dell'amore. Un brillare d'occhi, il fondo d'un essere ancora bambini, aveva scatenato in Elena la sensazione che tutto quanto potesse richiedere ed aspettarsi, fosse possibile e reale. Avesse almeno un corpo. Una meta verso cui potersi volgere e guardare. La testa di Elena lavorava all'unisono con le segrete aspettative del suo cuore. Si preparava a cercare quelle mille conferme che le avrebbero dovuto rivelare che la sua intuizione non s'era sbagliata. Quell'uomo avrebbe potuto essere un uomo speciale. Avrebbe potuto raccogliere e donare, scambiarsi ed essere ricambiato. Era forse l'anima gemella, la sua stella polare... Le persone non cambiano sono gli occhi di chi li guarda a vederli sotto una luce diversa. L'uomo un diamante dai mille volti, dalle infinite sfaccettature. A seconda di come prende luce mette in risalto una sfumatura dell'animo o del carattere, per chi la vuol vedere. Cos, quella luce tanto abbacinante, sembra l'unica e la sola, e fa dimenticare le altre facce in attesa che una luce diversa, un fatto nuovo, le possa mostrare.

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Le persone non cambiano, cambiano gli occhi di chi le guarda. Cambia il modo di guardarle, cambia la faccia che si vede, ed appaiono le altre angolature. Cambia la faccia che appariva l'unica possibile, compaiono altre mille sfumature. Lumiere le si avvicin un poco. Forse aveva colto quel suo fantasticare e s'era messo a strusciarsi contro le sue gambe, quasi a volerla, in qualche modo, svegliare. Elena lo raccolse e si mise ad accarezzarlo. Aveva sul volto uno strano sorriso. I suoi occhi guardavano un punto indefinito della strada, fissi verso un'ipotesi di futuro. Si sentiva felice, rientrando. Salendo le scale si ferm un attimo dietro la porta di Marco. Mand un impercettibile bacio. Era il segno della caduta di ogni sua difesa. Il suggello definitivo di una scelta che le aveva preso, in quel giorno, il cuore.

Capitolo VI:
Parlar con Li animali

Gran cosa avere un gatto con cui parlare. Se cercate un amico fedele nel senso pi stretto della parola girategli al largo, scegliete un cane. Ma se volete un amico che vi sappia ascoltare con il dovuto distacco e con quello anche consigliare, allora il felino l'amico ideale. Un cane no, lui vi troppo affezionato, si farebbe ammazzare per voi e nulla farebbe che potesse contraddirvi a meno che gli abbiate causato un grave dispiacere. Ma se lo far sar solo per farvi un dispetto e farvi accorgere che vi siete scordati di lui. Il gatto invece anche nei rapporti pi intimi ed esclusivi, conserver una sua indipendenza, una sua personalit. Sapr farvi capire d'esser presente, che vi vuol bene, con mille attenzioni ma...... ma rester sempre legato a certe sue abitudini, ad un suo mondo e modo di fare. Cos dovrebbe capitare anche fra amici, dove in amicizia un giudizio differente non pregiudica il rapporto. Fra amici ci si dovrebbe dire tutto, non vero? Anche le cose sgradevoli, anche quello che non si vorrebbe mai sentire. Chi pu criticare se non un amico? Una madre non fatta per vedere i difetti del figlio; fra marito e moglie i difetti dell'uno tendono a diventar gli spigoli tondi pronti ad accogliere le insenature dell'altra. La convivenza infatti aiuta a modellare.

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Fra fidanzati i difetti non esistono, finch c' l'amore. Poi, se l'amore finisce, i difetti dell'altro sovrastano ogni cosa e diventano gli aspetti pi odiosi del suo carattere fino a quando la tempesta si placa ed il ricordo diventa, con gli anni, una brezza gentile, ed allora, ma solo allora, si riesce a guardare indietro, come in un cielo terso, e leggere le nuvole passate e quindi le colpe, spesso equamente distribuite. Non sempre cos, sia ben chiaro. A volte le colpe dell'uno sovrastano indefinitamente quelle dell'altra. Si parla per casi, per cos dire, generali. Elena parlava spesso con Lumiere, gli confidava ogni emozione, ogni pensiero, anche il pi nascosto. Lumiere del resto si comportava bene come amico e non andava mai a confidare ad alcuno i loro discorsi. Era da qualche giorno che le loro conversazioni vertevano su un unico argomento: l'architetto Marco Bolzoni, il loro vicino di casa del primo piano. Dopo il primo incontro nessuno sembrava essere tornato pi in quella casa che, chiusa, aspettava di tornare ad essere abitata. Lumiere a dire il vero, cercava in ogni modo di smorzare gli entusiasmi della sua padroncina verso quell'uomo. E' vero che, in fondo, era stato lui la causa di quella conoscenza e di tutto quel trambusto che ne stava seguendo, ma, insomma... Lui s'era accontentato di qualche coccola, di una carezza...mica s'era deciso a cambiar vita per questo. Purtroppo, come spesso accade, chi chiede consiglio all'amico cerca solo una conferma alle risposte che s' gi dato dentro. Non si aspetta un parere opposto, e per intendere quel che Lumiere le voleva dire, Elena avrebbe dovuto prestare ben pi di una semplice attenzione. Capit cos che Elena gli chiedesse, al termine di un lungo monologo "...non sei d'accordo Lumiere?" e il gatto rispondesse con uno scuotimento tale della testa, come a dire: "No, non se ne parla nemmeno!" cosa che Elena intese invece come uno starnuto e gli dicesse: "Hai visto che ti sei raffreddato? Sempre in giro per il balcone, anche con questa pioggia!" Erano i primi giorni d'autunno ed anche se ancora non faceva molto freddo le giornate piovose erano naturalmente pi frequenti. Lumiere, se avesse potuto, avrebbe allargato le zampe, come a dire:"...io c'ho provato!" ma una gatto, allenato dalla natura alle serenate notturne, un essere romantico e sa bene quanto un cuore innamorato possa chiudere le orecchie. Allarg la bocca ed allung una zampetta volendo attirare l'attenzione. Elena pens invece ad un'improvvisa voglia di giocare: "Ti sembra il momento di giocare questo? Fra poco devo andare al lavoro...o vuoi che faccia tardi cos che poi mi licenzino e non ti possa pi comperare da mangiare?" Lumiere la guard un poco sconsolato.

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Cos'altro avrebbe potuto fare per farsi intendere? Elena non aveva il lavoro come scopo della sua vita, era, per il momento, una necessit. Non aveva ancora risposto alla domanda "cosa far da grande?". Le sarebbe piaciuto per la verit un lavoro che la mettesse a continuo contatto con le persone. La cosa che le riusciva meglio, infatti, era proprio quella di entrare in rapporto con la gente. Il riuscire ad instaurare un naturale rapporto di simpatia. Ma tutto questo non aveva ancora trovato una meta distinta. L'estate precedente aveva lavorato come cameriera in una gelateria ed adesso era riuscita a scovare un posto come cassiera in un piccolo supermercato. Il lavoro erano soldi ed i soldi servivano per l'affitto, il cibo per Lumiere, quello, poco, per lei, qualcosa per vestirsi, non che fosse particolarmente esigente in questo, e soprattutto il cinema. Elena amava il cinema e, quando poteva, frequentava i cineforum. L i film costavano meno e di solito, in quelle rassegne, passavano tutte quelle pellicole che avrebbe voluto vedere. Non aveva un genere preferito, certo c'erano i film che proprio non sopportava. A lei piacevano le storie. Di ogni trama sceglieva un personaggio e s'immedesimava. Aveva pianto spesso al cinema. Da un po' di tempo preferiva i film inglesi e, da sempre, le pellicole francesi con quelle storie d'ottobre, un poco cupe e tristi. Facevano contrasto con la sua naturale allegria. Aveva pianto a "Lezioni di Piano", s'era emozionata con "Storie di Ragazze" e commossa con "L'ospite d'Inverno". Soprattutto questo le era piaciuto con quel rapporto conflittuale fra la protagonista e la madre. Sua madre. Da quanto non la sentiva? Oh certo, anche lei poteva telefonare se voleva, il suo cellulare era sempre acceso. Ma di sicuro, orgogliosa com'era, non lo avrebbe fatto tanto facilmente per prima. "Basta pensarci" si disse fra s, e scaccio in un altro angolo del cervello l'idea della madre. "Il calendario!" disse gioiosa. Era il momento che tanto le piaceva, di prima mattina staccava il foglio per passare al giorno dopo. Amava, ma ormai cosa nota, quei fogli che riportavano un solo giorno alla volta. Era un modo per attirare la sua attenzione solo su quella data, rendendola esclusiva. Un giorno passato era un giorno da accantonare, e nuove storie e nuove emozioni da provare in quello che le si presentava. Fu proprio il sentir battere un martello di muratore al primo piano che la fece sobbalzare. Qualcuno era dunque entrato nella casa di Marco, forse Marco stesso era l. Sent l'impulso di correre e guardare. Lumiere tent allora l'estrema carta per poterla dissuadere. Proprio mentre stava per imboccare la porta per uscire le si infil fra le gambe, come per fermarla.

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Ma quando comanda il cuore, l'amico non ascolta altro consiglio, non si lascia dissuadere e vede e o sente solo ci che la propria emozione vuole. Il cuore di Elena, come tutti i cuori in subbuglio, faceva Elena sorda e cieca e quindi le fece intendere che Lumiere voleva una carezza per cui gli disse: "Non il momento di coccole, Lumiere, non senti? Qualcuno sta lavorando al primo piano? Andiamo a vedere Poi soggiunse a bassa voce con tono complice: "ma senza far capire che ci stiamo andando apposta, mi raccomando!?"

Lumiere cap che l'amica era ormai irrecuperabile, da gatto saggio quale era non disse niente, la lecc semplicemente sul naso per farle capire che comunque sarebbe andata a finire quella storia, lui le sarebbe stato vicino.

Capitolo VII:

Discorsi "di caf"

"Buongiorno signore, sono contenta di rivederla" Era proprio la voce di quella ragazza, di Elena, quella che lo stava accogliendo? Gioacchino che aveva fatto il tratto di strada che lo portava da casa a quella gelateria in centro quasi in trance, ebbe un sussulto. Era pallido, sudava, guard la ragazza ma non riusciva ad articolare parola. Vedendolo visibilmente agitato Elena soggiunse "Si sente bene, signore?" "...s alla fine riusc a rispondere Gioacchino con la voce malferma ...mi sento bene...grazie Parlava intercalando pause fra ogni parola, come se il respiro gli stesse per mancare. ...sar un po' di caldo... cerc di argomentare mentre si sedeva ad un tavolino. "Vuole ordinare subito o aspetta un poco?" gli chiese Elena. Gioacchino prese al balzo quell'inaspettata pausa nella quale avrebbe potuto cercare di ricomporsi e subito rispose:

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"...aspetto un attimo...grazie" Era una bella giornata e, pur essendo mattina appena inoltrata, il sole gi faceva la sua parte riscaldando quell'aria d'un caldo che si preannunciava opprimente. La gelateria non era per niente affollata a quell'ora, difficilmente, infatti, la gente vi si recava per fare colazione. Gioacchino si godeva dunque quel posto e, soprattutto, la visione di Elena che, non avendo nulla da fare, se ne stava un po' in disparte ma comunque a lui vicina, in attesa di poter prendere la sua ordinazione. Passarono quattro o cinque interminabili minuti. Le palpitazioni di Gioacchino sembravano essersi placate un poco, cos come la sudorazione. Chiam la ragazza con un cenno della mano e lei subito si avvicin. Gioacchino la guardava mentre si avvicinava. Com'era bella con quel suo muoversi leggero eppure deciso. E sempre con quel sorriso sereno scritto sul volto. Appena giunta acconto a lui Elena gli disse con un tono allegro e quasi confidenziale: "Ha visto che bella giornata oggi? Far caldo, certo, per io adoro il sole, mi mette di buon umore...ha deciso cosa posso portarle signore?" Ecco cosa lo colpiva di lei, quel suo modo naturale di dare confidenza alle persone, di non farle sembrare unicamente degli anonimi clienti. "Vorrei un caff... disse, ed una bottiglietta d'acqua." "Gliela porto naturale o gassata?" "Come?Naturale...naturale, grazie..." concluse Gioacchino. Una cameriera qualunque si sarebbe limitata a chiedere l'ordinazione. Elena invece ci metteva del suo, parlava come se lo stesse facendo con un conoscente, un amico. Era quello il suo modo speciale di far sentire a proprio agio le persone. Elena riusciva cos subito simpatica. Era quel tipo di persona che messa in uno scompartimento di treno, sale con altri anonimi sconosciuti e, lungo il viaggio riesce a parlare con tutti cos che, quando scende, s' fatta dei nuovi amici. A lei avrebbero raccontato i loro fatti personali, persino quelli che mai avrebbero confidato ad un amico d'infanzia, ad un parente. Elena aveva il dono di far sentire subito a proprio agio le persone. Una naturale vocazione al dialogo.. Quando arriv l'acqua Gioacchino se ne vers subito un bicchiere colmo e lo bevve d'un fiato. Sentiva un'arsura dentro che lo prendeva. Ne bevve un altro, pi lentamente, ma si accorse che l'acqua non placava quella sua sete. Sfinito allora s'apprest a sorseggiare il suo caff. Quando l'ebbe terminato Elena gli si avvicin e gli chiese "Tutto a posto, signore? Posso fare ancora qualcosa per lei?" Gioacchino la guard e le rispose

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"...Tutto bene...grazie Poi, raccogliendo tutte le forze che possedeva ebbe il coraggio di domandare: "...E... da molto che lavora qui signorina?" Elena stava sparecchiando il tavolino, pos bottiglia bicchiere e tazzina sul vassoio. "Dai primi di maggio, da quando la stagione s' fatta bella Poi fu lei a chiedergli qualcosa: Lei di questa citt o qui come turista?" Gioacchino prese quella carta che la conversazione gli offriva. Era un argomento semplice che avrebbe potuto affrontare senza particolare difficolt e che gli stava dando la possibilit di parlare con lei, almeno per un poco. "No...sono di qui, sono nato qui e lo erano anche i miei...da tre generazioni" "Elenaaaa!" si sent chiamare da dietro il bancone, era la voce del titolare. Elena guard un attimo verso il punto da cui la stavano chiamando poi si volt verso Gioacchino e gli disse con un tono che a lui parve di dispiacere "Mi stanno chiamando...aspetti qui. E poi soggiunse con voce pi bassa e quasi confidenziale: torno subito." Gioacchino segu la ragazza con uno sguardo sorridente. Quel veloce scambio di battute se da un lato gli avevano placato un poco quell'ansia che si portava dentro, dall'altro lo aveva reso ancora pi desideroso di continuare a parlare. Come il primo boccone per l'affamato o il primo sorso per chi e roso dall'arsura, non placano n fame n sete ma fanno pregustare la saziet, cos quel breve dialogo aveva indotto in Gioacchino la sensazione di una felicit che avrebbe potuto appagare se solo lei avesse continuato a rimanere l con lui. Elena sbrig brevemente quanto il proprietario della gelateria le comand di fare e poi torn vicina al tavolino di Gioacchino e, come se nulla li avesse disturbati continu il discorso interrotto poco prima "Anch'io vivo qui fin dalla nascita. Mi piace questa citt, mi ci trovo bene" Stimolato da quella specie di confidenza che s'era aperta fra di loro Gioacchino trov il coraggio di domandarle: "l'altra volta mi ha parlato di un gatto..." Il volto di Elena s'illumin ancora di pi con un largo sorriso. "Se lo ricorda? Lumiere, il mio gatto, anzi, il mio amico...coinquilino...confidente. Lumiere tutto per me. Io e lui viviamo in una casa nel centro, piccola ma ha un bel balcone dove ci tengo le piante e Lumiere pu prendere il sole e passeggiare senza pericolo di cadere o di farsi travolgere dalle macchine. Le piacciono i gatti?" Gioacchino che era rapito da quel modo naturale di parlargli, avrebbe risposto di s a tutto pur di continuare, avrebbe ammesso di amare anche i serpenti a sonagli, ch'erano, come tutti i serpenti, la cosa che pi lo facevano inorridire, tanto da non poterli vedere neanche in televisione, rispose subito: "S, s...certo adoro i gatti..." "Ne ha uno anche lei?" gli chiese allora Elena.

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"...no rispose Gioacchino, ...sfortunatamente no" "Io non saprei vivere senza Lumiere..." disse Elena con un tono che s'era fatto leggermente malinconico. "Vuole che le porti il conto, signore?" Gioacchino che s'era perso in quella conversazione che avrebbe voluto far durare all'infinito, s'accorse che era passata pi di un'ora da quando si era seduto a quel tavolino. Come di soprassalto rispose: "...Certamente...certamente grazie" pag, lasciando una mancia alla ragazza che mentre si stava alzando lo salut dicendo: "Arrivederla a domani, signore" Gioacchino ebbe un sussulto a quelle parole. "...S... disse ...a domani, a domani." E se ne and convinto di avere un appuntamento per il giorno dopo. Un appuntamento da rispettare.

Capitolo VIII:

Finch morte non ci separi

Un appuntamento, un appuntamento. Anche se uno non un tipo ansioso, se ha un appuntamento, ci pensa. "Che giorno oggi?...." e gi nella risposta implicito che l'indomani c' qualcosa da fare. Poi, quando arriva il giorno ogni volta che si guarda l'ora, uno lo deve ricordare: "sono le 10 e mezza si dice per fare un esempio, e come un tarlo ecco che supera la soglia di attenzione: l'appuntamento. E ci si pensa per forza, meccanicamente: "oggi alle tre, per le tre..." Poi, almeno un'ora prima, ci si comincia a preparare per uscire, oppure se si sta facendo altro, ci si affretta a concludere, perch: "fra un'ora....". Tutto questo poi si amplifica se l'appuntamento con una persona speciale, colei o colui che si vorrebbe. Man mano che s'avvicina il momento cresce l'ansia di pari passo. Se poi l'ora passa e l'altro anche un po' in ritardo l'ansia si trasforma in dubbio poi, ancora in frustrazione.

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"Arriver? Perch non viene? Sar successo qualcosa, oppure un imprevisto, oppure..." Naturalmente oggi i cellulari hanno risolto molti di questi inconvenienti, quando si usano: "Scusa, sono in ritardo" oppure "arrivo fra mezz'ora" o anche un SMS, insomma, oggi si pu comunicare pi rapidamente, in tempo reale, si dice, ma fino a qualche anno fa, mica qualche lustro, solo qualche anno fa, un ritardo era un spasmo del cuore. Gioacchino se n'era andato dalla gelateria con un appuntamento per il giorno dopo: "arrivederla a domani" gli aveva detto Elena. Non un generico arrivederci, che avrebbe potuto differire all'infinito un loro prossimo incontro. "Arrivederla a domani", una precisa disposizione di tempo e di luogo. Era da intendersi come un esplicito invito? Anche lei desiderava dunque rivederlo? Gioacchino era confuso, si sentiva felice in questa sua condizione di sospensione fra desiderio ed ansia. L'avrebbe rivista il giorno dopo e non per una banale coincidenza, ma perch lei lo aveva invitato. O forse, si stava sbagliando, tutto era una semplice coincidenza. No, non poteva sbagliarsi :"arrivederla a domani" non un normale "arrivederla" Arriv a casa con l'espressione trasognata, con gli occhi che gi grandi di loro, apparivano ancora pi dilatati dal fluire delle immagini. Si gett sul letto e chiuse gli occhi con un sospiro che sapeva d'attesa e di liberazione. S'addorment col lampo di quegli occhi nel cuore. S'addorment con l'alito di quel sorriso sulle labbra.

Elena torn a casa subito quella sera, ad attenderla, come sempre Lumiere che quando entr dalla porta si alz dal suo angolo per andarle incontro e raccogliere una carezza. Elena non lo deluse, in questo non lo deludeva mai, e lo riemp prontamente di coccole, carezze ed attenzioni. "Lumiere! esclam felice, come stai micio, micio?" E mentre gli parlava lo accarezzava tutto e Lumiere si raggomitolava per meglio godersi quello straripare d'affetto. "Vieni qua Lumiere che ti devo raccontare una cosa...." Elena si mise su di una sedia con il gatto sulle ginocchia, continuando ad accarezzarlo sotto il muso che Lumiere protendeva per godersi in ogni centimetro quel piacevole massaggio. "Oggi ritornato un signore che era gi venuto ieri, che buffo Lumiere! Dovresti vederlo! Ha gli occhi cos, e mentre parlava con le mani faceva vedere al gatto il diametro pari a quello di una scodella, e il naso Lumiere!

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E con le mani mimava il becco di un rapace. Per tanto timido...Fa quasi tenerezza... e poi, ti devo dire, credo di piacergli un po'... cos goffo quando mi parla! Sembra sempre che debba incespicare su ogni parola!" Il gatto la guardava quieto, cercava di capire il motivo di quell'entusiasmo. Elena gli parlava di quell'uomo con un che di compassione, tenerezza e derisione. Cosa voleva da lui? Gli umani, a volte non riusciva a capirli. "Gli ho detto "arrivederci a domani", sai? Mi ha fatto un po' pena, mi sembrato tanto solo, ed ho pensato di essere gentile con lui" Lumiere la guardava socchiudendo gli occhi sopraffatto dalle coccole. La guardava per capire, ma tutto gli sembrava inutilmente artefatto e complicato. Se una gatta gli piaceva, lui glielo faceva ben capire con le consumate tecniche della natura e lei, se era nel periodo degli amori, contraccambiava, se no una gatta era una gatta qualunque, mica ci si perdeva per compassione. Elena per non era un gatto, anche se le donne a volte, sembrano felini quando giocano con le loro prede. Si rendono docili e fanno le fusa, pronte per a colpire in modo mortale. Le diresti domestiche eppure conservano sempre dentro a s l'animo selvaggio ed irrequieto. Guardi una donna ed anche se la vedi pianura di grano in un ozioso pomeriggio di maggio, sai che dentro lei cova l'onda del mare che pu essere giocosa o di tempesta. Imprevedibile. Deliziosa. Viva. Incostante. Amabile. Donna. Non sapeva cosa chiedere a quell'uomo dai grandi occhi e dal naso buffo, dai modi goffi ma gentili. Lei non avrebbe avuto niente da dargli, eppure quelle attenzioni le facevano piacere. E' pi difficile rinunciare ad essere amati piuttosto che ad amare. Perch quell'amore, la sensazione d'essere per l'altro colei che decide le vie del giorno e domina la notte col sogno, riempie di significato quella voglia d'essere importanti e di potere. Quel desiderio di possedere, che comunque un significato dell'essere umano. Soprattutto quando l'innamorato resta nell'ombra. Cyrano che da dietro alla siepe fa salire la voce del cuore, e con la voce accarezza il tuo cuore. Proprio tu Cyrano che di giorno saresti ripugnante, essere indesiderabile agli occhi d'una Rossana, detta Elena, bella dei suoi pochi anni e del suo sorriso, del suo seno pieno e dei fianchi che a stringerli sentiresti d'avere fra le braccia tutte le gioie del mondo. Tu Cyrano, di notte diventi l'anima di contrasto. Il tornasole del suo bisogno d'attenzione, quelle tue goffe sembianze spariscono nell'ombra e restano vivide quelle attenzioni che donano in lei il senso di un potere nuovo e sconosciuto. Il potere d'essere colei che decide le vie del giorno e domina la tua notte col sogno.

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E' pi difficile rinunciare ad essere amati, piuttosto che rinunciare ad amare. Lumiere, da gatto, non conosceva i percorsi tortuosi del cuore, o della coscienza, o, semplicemente, dei bisogni dell'essere, comunque, umani. Guard Elena, la sent eccitata quantunque non ancora felice. Si accoccol sulle sue gambe. Elena si zitt, pensando a quella sensazione d'essere importante. D'essere colei che decide le vie del giorno e domina la notte anche in sogno.

Capitolo IX:
Calmarsi, a volte, conviene

Entr nella casa senza neanche bussare. La porta era socchiusa ed i rumori degli operai che stavano iniziando la ristrutturazione erano inequivocabili. Marco era in piedi in mezzo alla stanza principale e teneva delle carte in mano parlando con un muratore. Stava probabilmente spiegando il progetto. Elena non parl subito. Rimase un attimo a guardarlo, non vista, in silenzio. Come in un attimo di tempo sospeso Elena guardava Marco come non avrebbe potuto farlo in pubblico. Lo guardava come fosse il suo uomo e a lui pensava, in quel momento, come se lui fosse tutto nel mondo. Guard quegli occhi, brillanti anche quando parlavano di qualsiasi cosa, e quei capelli. Sent in brivido scenderle per la schiena. Pu l'amore trasformarsi in un brivido? Farsi sentire mentre attraversa tutto il corpo. Sent le labbra inumidirsi come se stessero per accogliere la bocca di quell'uomo che, poco distante, era l e parlava. Sogni di ragazza, si disse, senza per esserne troppo convinta. Elena era cos, caparbia, tenace, combattiva. Non si lasciava scoraggiare per niente. Non lo aveva fatto neppure a sedici anni, quella sera che sua madre le disse: "Se esci anche stasera, al ritorno troverai la porta chiusa!"

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Elena usc quella sera e rientr pure pi tardi del solito, anche se non ce n'era bisogno. Eppure la porta la trov come sempre. Entr in casa, accese la luce della cucina. Tutti dormivano. Si fece una camomilla calda e la sorseggi lentamente, con un sorriso trionfatore stampato sulle labbra. Aveva vinto, pens, quella che credeva una guerra. Il tempo le avrebbe poi mostrato ch'era solo una battaglia. S'accorse un po' alla volta che di tutta quella libert poteva farne anche a meno. Non era il fare una certa cosa che l'appagava, quanto piuttosto il sapere di poterla fare. Niente le doveva essere precluso. Oggi quell'uomo che era di un'altra donna, che lo lasciava continuamente solo, dimostrando di non meritarlo, era il nuovo confine della sua libert. Sapeva che lei avrebbe potuto farlo felice. Avrebbe potuto far ridere quegli occhi e ridendo, quell'uomo avrebbe mosso quei capelli che gli si poggiavano sul capo, come quelli di un bambino. Quegli occhi che brillavano anche soli, con lei sarebbero stati felici. Marco alz gli occhi dal progetto e vide Elena accanto alla porta. Le sorrise "Buongiorno, le disse con tutto questo rumore non l'avevo sentita entrare..." "Non tutto di quel che accade subito manifesto..." disse Elena a mezza voce. "Come ha detto? chiese Marco. Poi, senza attendere risposta continu "Venga... non ho molte comodit da offrirle... qui i lavori stanno mettendo tutto sotto sopra" Elena ch'era immersa nei suoi pensieri ebbe come un sussulto che la svegli dal torpore delle sue fantasticherie e, con allegro entusiasmo, si avvicin a Marco chiedendo: "Mi fa vedere come verr la casa dopo i lavori?" Marco le porse il foglio del progetto e cominci ad indicare i locali segnati sulla carta. "Questo sar un grande locale, il centro della vita della casa. Da questa parte verr una piccola cucina, qui ci sar il mio studio...la camera da letto con il suo servizio e lo spogliatoio...qui, vede, verr il bagno pi grande, con una vasca, la doccia sauna ed una piccola palestra" Il progetto era ben fatto e sfruttava al meglio tutti gli spazi di quella casa, ma Elena questo non lo voleva dire, per cui soggiunse con tono quasi di sufficienza "S... abbastanza carino... poi con tono allegro e quasi canzonatorio, concluse: "Per si poteva fare anche di meglio" Marco la guard con sguardo interrogativo. "Se fosse casa mia la vorrei un po' diversa, continu Elena mentre Marco la guardava divertito "Niente studio in casa, a casa non si lavora...ci sono cose pi piacevoli da fare e lo disse con tono sorridente e malizioso. E poi, continu ci vorrei una bella camera per i bambini...due bambini Alz gli occhi dal progetto e guardando dritta negli occhi Marco gli chiese: Non volete bambini lei e sua moglie?"

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Marco abbass il suo sguardo come fosse imbarazzato, stette un po' in silenzio, poi, con un po' di difficolt rispose "... un discorso difficile... ne abbiamo parlato varie volte con mia moglie... poi abbiamo deciso che era meglio di no...nessuno di noi potrebbe dedicarci il tempo...il col mio lavoro senza orari...lei che spesso in giro per il mondo... Aveva detto tutto questo a mezza voce, come se stesse parlando da solo, come se stesse ripetendosi un discorso troppe volte ridetto, una ferita mai chiusa. Alla fine riprendendo il controllo con la piena ragione, riusc a ritrovare la conclusione solita e razionale, quella che gi tante volte aveva chiuso quel discorso che rischiava di minare la sua sicurezza, la sua immagine, che lo rendeva egoista, che non gli piaceva: "Abbiamo fatto una scelta consapevole, disse, riprendendo a guardare Elena negli occhi abbiamo scelto per quello che potevamo dare. La vita una sola, purtroppo, e non tutto dato di poter scegliere. A volte si sceglie la famiglia, alte il lavoro e la carriera". Tacque un poco, Elena lo guardava e non parlava, allora Marco sent crescere dentro quel senso di colpa che altre volte lo aveva turbato e riprese a parlare abbassando lo sguardo "Io li vorrei dei figli...avevo detto a mia moglie che avrei anche rinunciato a degli incarichi...che senso hanno i soldi se poi servono solo ad essere accumulati...o ad accumulare cose di cui poi ti stanchi, ed allora hai bisogno di altri soldi per comperarne altre che ti stancheranno in egual modo. Avrebbe dovuto cambiare anche lei, per, avrebbe dovuto rinunciare almeno a seguire le gare, in giro per il mondo...lei per non ha voluto...dice che per quel posto ha dovuto faticare parecchio...ed ha pure ragione..." Ebbe un sorriso triste, guardando Elena "Vede com' difficile, a volte, scegliere... Poi, cambiando completamente tono e riacquistando il suo normale le disse: Ma io la sto annoiando con queste chiacchiere. Elena lo guard fissa, con lo sguardo che parlava tutte le lingue del cuore, gli appoggi la mano sul braccio e lo strinse leggermente poi soggiunse "No...per niente". Marco guard Elena e poi quella mano posata sul braccio. Rimase immobile, piano piano sfil il braccio sino a far scivolare in quella mano ch'era rimasta ferma, la sua. Le due mani si strinsero. Quella di Elena era un po' sudata, per l'emozione, e poi tremava. Marco sent quel tremore passargli dalla mano a tutto il corpo. Un brivido, un'emozione. Non aveva mai pensato a quella ragazza i quel modo. Non aveva mai tradito la moglie. I pensieri si affollarono tutti assieme nella mente. Una vertigine lo colse, un attimo dopo la sua bocca cercava quella di Elena che lo accoglieva, morbida, sensuale, dolce, serena. Fu un bacio che gli svuot la mente, in quel bacio non c'erano pi pensieri, angosce, paure, non pens pi a niente per quell'attimo. Il mondo fuori era come fermo. Non c'era sua moglie, non c'erano i muratori, non c'era rumore, non c'era il rimorso di un figlio voluto e non avuto. C'era un universo di pace come se tutto il peso della vita e del mondo fossero svaniti in

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quell'istante. Dur, quel bacio, quanto pi a lungo le due bocche poterono resistere.

Quando si staccarono Marco guard Elena in silenzio. Le sorrise un po' impacciato. Elena aveva gli occhi lucidi per l'emozione. Ora tutto il corpo tremava. Come aveva sempre sperato potesse tremare per un uomo.

Capitolo X:
Si pu star fermi in un posto solo?

Il giorno seguente Gioacchino fu puntuale al suo appuntamento con Elena e lei lo accolse con il consueto sorriso, e il giorno dopo ancora, e poi un altro giorno, ancora. I loro incontro si susseguivano cos come i loro discorsi, che rimanevano quantunque vaghi. Gli studi di lei, la sua casa, Lumiere, sempre presente. Pensando di compiacerlo Elena gli chiese della matematica. Gioacchino s'illumin potendo parlare di quella cosa che pi amava, o per meglio dire, dell'unica cosa che aveva amato, prima d'incontrare lei. "La matematica inizi con l'aria seria eppure felice, gli occhi sgranati ed illuminati da un sorriso la matematica l'essenza del mondo. La chiave di lettura dell'universo. Noi possiamo comprendere tutto attraverso la sua logica, e proprio la logica ci aiuta a capire quello che ci pare incomprensibile. Anche i concetti astratti con la matematica diventano semplici, nozioni che si possono padroneggiare" era felice Gioacchino, aveva imboccato la via maestra, una strada che lo vedeva sicuro, infatti il suo parlare era scorrevole, mai impacciato. Sciorinava formule, esempi, nomi e date di grandi matematici, di scoperte di teoremi. Elena lo lasci parlare per quasi mezz'ora, poi gli domand dolcemente: "Se la matematica pu spiegare tutto, come lo spiega l'amore?" Gioacchino s'impacci, sent un fitta al cuore, arross e poi sud, tutto in un istante. Elena venne chiamata dal proprietario della gelateria, e lui approfitt di quella pausa insperata per ricomporsi. Non aveva mai pensato all'amore, quel sentimento cos violento che lo tormentava lo aveva sempre scacciato, tenuto a bada con la logica della matematica che riusciva a frenarlo, a contenerlo, a volte

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anche a distrarlo, ma non poteva spiegarlo. Pag prima che Elena ritornasse al tavolo e si allontan facendole un cenno di saluto da lontano. Elena ricambi con un largo sorriso ed un cenno che voleva dire, "ci rivediamo". "Si ricordi della matematica, professore, di come spiega l'amore" gli grid mentre lui si allontanava. Aveva bisogno d'aria e passeggi per il centro. La testa gli sembrava d'un peso insopportabile eppure completamente vuota. Non riusciva a pensare. Non riusciva a trovare un nesso logico, una formula, un teorema, che gli schiudesse quel mistero del cuore. L'amore era inspiegabile attraverso le formule a lui note. Giunse cos pensieroso a casa. Si sedette al tavolo della cucina. Davanti a s un foglio bianco su cui cominci a tracciare delle linee. "Siamo rette parallele che s'incontrano all'infinito pens oppure io sono la tangente e tu il cerchio e questo punto d'incontro, il caff la mattina, l'unico che abbiamo" Sent montare dentro a s la malinconia e lo sconforto. La sua mano tracciava ora segni senza senso sul foglio. Righe oblique, scarabocchi. "Se fosse un solido calcolerei il volume, se fosse un perimetro lo misurerei, ma come faccio a calcolare l'area di questo amore?" Gioacchino guardava con sconforto il foglio pasticciato. Qual era la misura da cogliere fra lo spasmo del suo cuore ed il respiro che arrancava? Il calcolo dell'emozione, la visione notturna ed il volume di quel vuoto che sentiva dentro? Come calcolare l'intensit di un sogno, la forza della molla che di notte lo faceva sobbalzare, e alzare dal letto? Il volume dell'acqua che beveva quando sentiva un'arsura insolita nascergli dentro, quello lo poteva misurare, ma il fondo della sue sete, che quell'acqua non spegneva, quella era la misura imponderabile. Aveva voglia di gridare, si sentiva sopraffatto da quei numeri che non vedeva. Mille miliardi di cifre, di teoremi, di formule...tutto appariva senza senso, senza significato di fronte a quel mistero che lo avvolgeva. L'amore non aveva alcuna spiegazione logica. La matematica era formula incapace di contemplare quella realt , perch lui lo sapeva che l'amore era un oggetto reale, lo provava in ogni cellula del suo corpo, era dolore, esaltazione, oppressione, gioia incontenibile. Era l'accelerazione di ogni palpitazione, era il suo sudore, era in respiro breve, l'ossessione notturna, la ragione d'ogni suo giorno di vita. Elena era questo amore, cos desiderabile, cos tanto lontano. La matematica dunque non gli spiegava la vita, la racchiudeva, come un scrigno, a scomparti. Quando una verit ingombrate s'affacciava, la matematica con la sua logica la classificava e l'ordinava. E se una verit si faceva troppo ingombrante, la matematica la sopprimeva, esiliandola nei cassetti pi nascosti. La verit dell'amore ormai debordava in Gioacchino. Lo possedeva interamente. Quell'amore cos totale, quel desiderio tanto vitale aveva mutato la prospettiva di tutta la sua vita. Si alz con gli occhi quasi spiritati, sudava. Si avvicin alla parete attrezzata dove, ordinati per autore e poi per dimensione e poi per argomento, c'erano tutti i libri della sua matematica. Li guard un attimo tutti perfettamente allineati. Lanci un grido atroce e si scagli contro quei libri. Era un grido d'angoscia, di dolore ed assieme di liberazione.

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Gioacchino con le mani strappava i libri a quell'ordine perfetto e li gettava urlando in mezzo alla stanza. In preda ad un cieca forza distruttiva disordinava quell'ordine, disubbidiva alla fondamentale legge dell'entropia. La logica non spiegava l'amore, e neppure l'ordine. L'amore era il caos, quello stesso che provava dentro ogni parte del suo cuore e della sua mente. La logica era soccombente rispetto all'amore. Il caos vinceva dunque sull'ordine. Si plac, la stanza era ridotta ad un campo di battaglia. Ansimando guard il frutto del caos. Sorrise, dentro di s compiaciuto di quel gesto forse troppo a lungo covato e desiderato ed ora, finalmente sperimentato. Sent suonare al campanello. Apr la porta e vide la sua vicina, anziana donna che s'intendeva di tutte le faccende del caseggiato, che, messa in allarme da quel trambusto tanto insolito in un'abitazione dove tutto era sempre stato misurato, gli chiese: "Tutto bene Professore?" mentre con la testa cercava di guardare dentro casa per capire cos'era successo. Gioacchino non la fece entrare. Aveva l'aspetto congestionato, la camicia sbottonata ed ansimava. "Adesso s...signora...grazie...ora va molto meglio" Vedendo che la vicina di casa non tendeva ad andarsene ma, anzi cercava di incunearsi per meglio curiosare, la conged dicendo: "Ho molto da fare, adesso, signora, la ringrazio per la cortesia". E chiuse la porta lasciando interdetta l'anziana signora. Si volt e ritornando nella stanza cominci ad infilare i libri dentro ad un grande sacco della spazzatura. Era calmo, stavolta, consapevole che stava compiendo un gesto necessario. Stava dando il giusto peso al suo passato, a quella cultura che lo aveva reso schiavo per tutta una vita. Le convenzioni, le regole, i modi di dire, tutto doveva essere cancellato. Tutto poteva essere cambiato. Riemp un sacco, e poi un secondo ed un terzo. Riordin alla bell'e meglio la stanza e port i sacchi nel cassonetto dell'immondizia. Poi prosegu verso il centro dove trov un negozio di poster e stampe. Entr, non aveva mai considerato i quadri se non come ornamento. Per la prima volta li guard come espressione del cuore. Ne vide una e vi si specchi. Era il percorso di mille scale, dove gli uomini salivano e scendevano occupando uno spazio senza dimensione, senza alto n basso, senza fronte n retro. Era la sua immagine che si ritrovava dentro al labirinto di quel sentimento: "Lo compro! disse risoluto al commesso, me lo pu incartare?" Poi ne vide un altro, gli occhi del gatto in un infinito ch'era cielo e mare. Pens a Lumiere, pens ad Elena e glielo voleva regalare. "Prendo anche questo " disse ancora al commesso, un pacchetto separato, per favore" Il commesso incart la tavola di Escher poi prese "il Gatto" di Magritte e ne fece una confezione regalo.

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Capitolo XI:
Il Succhiatore d'Affetti

Furono giorni bellissimi, per Elena, quelli che seguirono. Marco saliva sempre pi spesso da lei, e sempre pi spesso, con lei, dormiva. Marco era il suo mondo, il suo modo di comunicare, Marco era tutto, il suo anello di congiunzione con il mondo. Se faceva una cosa, se solo la pensava, subito la rapportava a lui. Gli sarebbe piaciuta? Cosa avrebbe pensato o detto sapendola? Era entrata d'improvviso in un vortice strano, un rapporto esclusivo dove tutto il suo essere, la sua esistenza, veniva filtrata dalle emozione e dai pensieri di un altro, di marco. Elena era felice se Marco la guardava, se lui sorrideva, era felice quando lo pensava. Annullata in lui, persa nell'immagine di quella storia. Quando facevano l'amore poi sentiva un'emozione speciale. Elena era molto appassionata in questo. Cercava d'intuire, di sapere, quali esperienze Marco aveva fato con altre donne passate per riviverle assieme a lui. Era come se in una volta, volesse essere tutte le donne che marco aveva amato. Come se volesse contenerle tute in un'immagine i donna perfetta. Come se la somma di queste fosse per Marco, l'immagine della perfezione. Marco s'accorse subito di questo potere che esercitava su quella ragazza. Lei era dolce, appassionata, vitale, allegra. Gioiva del suo solo sguardo o di un suo respiro. Viveva per anticipare ed esaudire ogni suo desiderio. La pensava, a volte, con stupore ed assaporava il gusto di essere il dio a cui i fedeli versano sacrifici, il dio che pu chiedere ogni cosa poich tutto gli sar dato. Non erano quelli di Marco i sintomi dell'amore, erano il segno di chi non pu rinunciare a sentirsi desiderato. Erano i segni dell'uomo che ha sofferto, che stato privato e che, d'improvviso, sente di poter chiedere ed avere tutto. Marco si muoveva con Elena come un bambino capriccioso dentro un negozio di giocattoli.

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Chiedeva, chiedeva, chiedeva. Ed Elena, immancabilmente, glielo concedeva con gioia. Come nel gioco del tiro alla fune dove solo una parte tira e l'altra concede spazio, continuamente. Come l'aria immessa in una boccia di vetro dove prima s'era fatto il vuoto, si espande, sino a prendere l'intero volume. Cos era la forma di quell'uomo, troppo al ungo compressa da una vita di contrattazione, di rinunce. Ora l'io di marco si espandeva, si dilatava all'infinito. Non era pi il marito di una donna forte che non cedeva per il suo amore, che non voleva quel figlio che avrebbe voluto, che lo lasciava, e che partiva. Era l'io di un uomo che si sentiva infinito accanto ad Elena. Giovane, fresca. Luminosa Elena. Che sorrideva solo a guardarla, che tutto gli avrebbe dato che tutto gli dava. Nei giochi d'amore Elena aveva sfogliato l'intera margherita, s'era tolta ogni petalo di pudore, e s'offriva, felice e consenziente, ad ogni sua fantasia. In quei giochi, marco provava il suo dominio assoluto. Era come un bambino chiedeva, e chiedeva ancora. Chiedeva cose che non aveva mai pensato di potere fare. Elena lo assecondava in tutto. Ed alla fine di ogni gioco Marco non era saziato, ma aveva ancora un altro limite da superare. Non erano quelli per lui i giochi dell'amore, ma la misura della sua solitudine. Il tentativo di riempire un vuoto troppo grande. Il senso di una solitudine che lo lasciava ogni volta sfinito, mareggiato, deluso. Non era quello il limite che lo avrebbe appagato, cos che, ogni volta, terminata la passione, si ritrovava a girarsi dall'altra parte mentre Elena avrebbe voluto carezze, e a dormire, deluso. "Perch sono cos felice con te? Gli chiese una mattina Elena, mentre facevano colazione, e perch con te riesco a fare cose che non avrei mai neppure immaginato?" "Ci sono due verginit nella donna, lui le rispose, la prima quella che ogni donna deve perdere. Lo fa un giorno per curiosit, necessit o convinzione, l'altra la perde il giorno che sente davvero che sta facendo l'amore. La prima una verginit passiva, infondo che ci vuole, un uomo le si corica sopra, le apre le gambe e, prima o poi, tutto finisce. La seconda vuole che sia lei a salire sull'uomo, sia lei a voler fare l'amore. E in quel gesto, in quell'attimo l'uomo penetra la donna non solo attraverso il suo copro ma entra nella sua anima. Quella la vera verginit di una donna. Non esistono donne sante ed altre puttane. Esistono donne che si sentono a proprio agio con un uomo e donne che invece non lo sono. Ogni donna ama fare l'amore, ma lo fa come e quanto in quel rapporto si sente considerata" Ad Elena brillarono gli occhi, si alz di scatto dalla sedia e corse ad abbracciare Marco: "Per questo, amore mio, con te lo faccio cos bene, perch sento che tu mi capisci...perch so che con te sono rispettata..." Lo riemp di baci sul collo, felice. Marco sent il suo vuoto dentro che si muoveva. Si sentiva disagio a quelle manifestazione d'affetto assoluto che sapeva di non potere ricambiare con sincerit.

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S'ammutol ed Elena pens che fosse per il piacere. "Com' strano l'amore" pens Marco quando fu uscita da quella casa. "Elena mi ama, dolce, bella, gentile, allegra...potrebbe rendermi felice...eppure io non l'amo. Ma anche non amandola non so rinunciare al suo amore, cos forte, cos puro, cos assoluto. So di non poterle dare nulla di quanto vorrebbe e che pure non chiede. Mai una volta m'ha detto di mia moglie mai una volta ha chiesto una parte nel mio futuro... bella, dolce e viva. Ed io non posso fare a meno di questa sua vita. Io Nosferatu, il vampiro, vivo attraverso il sangue di una vergine, attraverso la sua vita che s'immola per riempire questo fondo che infinito, che non si sazia mai. Per colmare questa mia bisogno d'infinito, d'assoluto potere, di disperazione, di solitudine" Cos pensava il cacciatore di s e della sua preda, con una dolcezza rivolta a lei che gli era quasi sconosciuta, ed un timore e una vergogna, quasi, di s, per quel suo non poterla, non saperla amare. Quell'amore cos assoluto, cos privo di limiti lo rendeva solo, lo faceva specchiare con il fondo delle sue paure, della sua anima divisa, codarda da un lato, perch incapace di sottrarsi a quella morsa di dolcezza, inappagata e malinconica, dall'altra parte. Quel punto freddo che gli batteva nel petto era la parte del suo cuore, morto. Pompa meccanica che pulsava sangue senza pi passione. Elena lo amava come mai lo era stato. L'avesse conosciuto prima quell'amore! Il tempo aveva essiccato la sua passione. Il ricordo di un lui passato era emerso tra le sue parole. Elena amava le sue parole e lui giocava con esse. Elena si perdeva nei suoi giochi. "L'amore ha bisogno di cure pensava gioco e finzione, non si accordano. Elena pensa di bere latte dalla mia mano, e miele, ed io avveleno invece la sua fiducia. Agnello tenero, nelle braccia del lupo. Io allora, Nosferatu, vampiro dell'anima, vivo attraverso le gioie di una vergine, attraverso i suoi occhi, usurpando, ingannando la sua felicit" Elena era in casa. Giocava con Lumiere, felice, pensava a Marco, pensava al suo amore, pensava che lui la stava pensando.

Capitolo XII:

Quando cala il sipario

Gioacchino si present prestissimo alla gelateria dove s'incontrava con Elena ormai ogni mattina. Era l'ultimo giorno d'agosto.

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Per lui le ferie stavano terminando. Ricominciava la scuola. La gelateria era ancora chiusa ed attese. Verso le 9.00 vide arrivare Elena, camminava sul marciapiede ed aveva un'aria pensierosa. Quando gli fu pi vicina le si fece incontro. Elena vedendolo gli sorrise e lui ne fu felice, incoraggiato. S'era preparato tutta la notte quel discorso ed ora sembrava che le parole volessero morirgli in gola. "Come mai cos presto?" domand Elena. Di solito, infatti, lui arrivava almeno un'ora dopo. Gli appuntamenti vanno rispettati, anche nelle regole. Ci si aspetta ad una certa ora, se cambia l'orario cambiano le regole e non pu esserci l'attesa ma, al pi, la sorpresa. "Oggi...."disse Gioacchino, con le parole che incespicavano, rigirando il pacco fra le mani ciancicando un poco la carta che lo avvolgeva "...oggi l'ultimo giorno che posso fare colazione...qui...da domani riprendo il lavoro...in istituto..." Voleva continuare, voleva dirle che avrebbe voluto rincontrarla a qualsiasi ora, in un altro posto, per tutti i giorni della sua vita, avrebbe voluto dirle del suo amore, di tutti i suoi pensieri, dei libri di matematica, buttati, voleva dirle della sua scoperta sulla vacuit della ragione, della vittoria del sentimento, voleva dirle questo ed, assieme, tutte le parole del mondo. Ma lei lo interruppe. "Non lo dica a me! Per me questo l'ultimo giorno di lavoro, da domani dovr cercarmene un altro! Quindi continu con una frase che a Gioacchino parve una sentenza inappellabile. "Da domani lei al lavoro ed io in cerca di uno nuovo...Questa dunque l'ultima volta che ci vediamo!" Gioacchino abbass il capo, vacill come se avesse ricevuto un colpo mortale. La testa gli si affoll di tutti i pensieri che sino a poco prima, attendevano d'uscire ordinati in un logico discorso "l'ultima volta...ultima volta...l'ultima volta..." erano le parole che gli rimbombavano dentro e che assordavano ogni altro rumore. Si sent mancare ma fece appello a tutte le sue forze per non cadere, per non lasciar trapelare la disperazione che lo aveva colto. "...s disse, con molta difficolt ...questa ... l'ultima volta" Pronunci quelle parole come se stesse annunciando la morte di un parente caro, della propria madre, di un figlio. "Venga, disse Elena, prendendolo sotto braccio, sediamoci un poco assieme. Questa mattina allora sar mio ospite. Dobbiamo salutarci da buoni amici" "Da buoni amici" ripet Gioacchino, quasi meccanicamente. Si sedettero ad un tavolino e chiacchierarono ma Gioacchino non sent quasi nulla di quello che dicevano. Elena gli parlava con il solito tono dolce ed allegro. Poi si alz ed and a prepararsi per incominciare il proprio lavoro. Torn con un vassoio carico di dolci e con il solito caff bollente "Oggi servizio speciale" disse con entusiasmo "S... mormor Gioacchino ...oggi un giorno speciale"

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Mangi un dolcetto, quantunque avesse un nodo alla gola che non lasciava scendere nulla, e bevve il suo caff. Quando fu il momento di andarsene disse ad Elena porgendole il pacco: "Le ho portato un regalo...perch possa ricordarsi di me...qualche volta...spero che le piaccia" Elena si mostr sorpresa di quel gesto ma prese il pacco ed incominci a scartarlo con allegria. Amava i regali, ed ancor di pi adorava le sorprese. Quando vide la stampa di Magritte che riproduceva quegli occhi di gatto immersi in un cielo esclam estasiata "E' bellissimo...davvero... bellissimo" "Quando l'ho visto mi ha fatto pensare a lei, al suo gatto, Lumiere" "A Lumiere piacer tantissimo disse Elena convinta, spero solo che non sia troppo geloso nel vedere un altro gatto per casa" Rise. "Bene, soggiunse Gioacchino, ora che io vada e si alz dalla sedia. Elena gli si avvicin e con uno slancio spontaneo lo baci sulla guancia vicino al fiorire delle labbra. "Grazie" gli disse "grazie di tutto, dei bei momenti che ho passato con lei, e di questo quadro. Lo conserver per sempre, per tutta la vita, e sempre mi ricorder di lei" Gioacchino era rimasto sorpreso da quelle parole e da quel bacio. Quando si riprese Elena si era gi allontanata per servire altri clienti. Si accarezz un poco la guancia, l dove Elena aveva posato per un istante le sue labbra. Ne sentiva ancora il profumo. Mentre si allontanava si volt a guardarla. Lei lo salut con il gesto di una mano. "Addio" mormor sottovoce Gioacchino mentre ricambiava quel saluto.

La storia fra Elena e Marco prosegu, fra alti e bassi, per qualche tempo ancora. L dove non era nato l'amore incominciarono i rimorsi per quell'amore che lui le stava rubando. Marco sent Elena stretta a lui e si sent la cosa pi importante della sua vita. Dopo i giorni della passione iniziarono quelli del rimorso. Marco sentiva crescere il disagio a volte l'insoddisfazione. Elena pur non essendo gelosa di sua moglie, pur sparendo in un angolo ogni volta che sua moglie tornava, riusciva dal suo guscio per chiedere la sua attenzione appena lei ripartiva per un nuovo viaggio, per una nuova gara. Non gli chiedeva neppure molto, a pensarci bene. Marco questo lo sapeva. Voleva essere chiamata al telefono ogni tanto, quando lui era fuori per lavoro. Lo tempestava di messaggini al cellulare. In ogni attimo era pronta a dichiarare il suo amore, infinito, eterno. Lui avrebbe solo dovuto cogliere quei frutti, ma dentro di s tutto questo lo rendeva infelice. Sapeva di approfittare di quella ragazza, di

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succhiarle la vita senza renderle nulla, senza che lei nulla gli chiedesse. Mai gli domand di lasciare la moglie. Mai gli chiese di farle uno sgarbo. Mai la nomin o parl di lei con astio. Una notte, mentre erano assieme. Elena gli disse: "Voglio un figlio, un figlio da te" Marco la guard e lei temette di essere stata fraintesa "Non intendo un figlio per chiederti chiss quali cose. Lo so che non ho un posto nel tuo futuro, tu hai la tua vita, non lascerai mai tua moglie per me. Per questo voglio un figlio che mi possa ricordare di te in ogni istante della giornata, quando tu non ci sei. Io non ti chiedo niente. Solo un piccolo posto dentro la tua vita" Marco si sent mancare. Sent un senso di nausea crescergli dentro. Era nauseato da s. Il troppo amore, che non riusciva a ricambiare, lo metteva a disagio. A quella richiesta Marco rispose con un periodo di distacco. La evitava, quando lei lo chiamava lui era sempre troppo occupato e rispondeva evasivamente. Alle sue richieste d'incontrarlo lui si giustificava sempre con il troppo lavoro, e con nuovi impregni. Segu un periodo dalle alterne vicende. Ad abbandoni tempestosi seguivano riavvicinamenti appassionati. Finch, un giorno, Marco decise che era tempo di cambiare vita. Conobbe una nuova donna, una hostess, alta, bellissima dura di carattere ma estremamente passionale. Se ne innamor perdutamente. Per lei lasci la moglie, la casa e, quindi, Elena. Inizi una nuova vita. La nuova compagna non voleva figli e, naturalmente, viaggiava.. Elena pass un periodo terribile dopo che Marco se ne fu andato. Tutto l attorno sapeva di lui. I muri, gli angoli di quella casa che lei aveva voluto per riempire dei propri ricordi, tutto le parlava di lui, di quell'amore cos grande che l'aveva colta, facendola tremare. Doveva cambiare, vita, casa, cambiare in fretta come quell'amore l'aveva fatta cambiare. Trov una nuova casa, lontana dal centro, una piccola casetta in periferia. Due vani, pi un piccolo servizio, era come la casa di Barbie, due stanze sovrapposte. Sotto soggiorno con angolo cottura, sopra camera da letto ed un piccolo bagno. Era un piccola casetta isolata, l'avrebbe potuta descrivere come una villetta, ed aveva un grande giardino. Inizi anche un nuovo lavoro, presso un'agenzia immobiliare. La sua facilit nel comunicare l'aiutava moltissimo e a lei riusciva facile vendere alla gente quelle case.

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Le piaceva quel lavoro perch assieme alle case, ogni volta, vendeva un poco di s, della sua allegria. Infondo le case sono calore, affetto, e se chi te le vende di fa sentire come di famiglia gi senti, in quel parlare, un po' di quell'atmosfera speciale che vorresti sentire dentro casa tua. Lumiere spar qualche giorno prima del trasloco. Elena lo cerc a lungo, grid il suo nome per tutto il quartiere. Pianse per giorni. Nessuno lo aveva visto passare. Nessuno sapeva dove fosse finito. Qualcuno diede la colpa sottovoce, al pescivendolo o al macellaio che, di diceva, faceva certi bocconi avvelenati per gli animali, che odiava. Nessuno trov il suo corpo. Qualcuno disse, dopo che Elena se ne fu andata, che forse, il giorno in cui lei lasci la casa, Lumiere era sul tetto e la guardava, con gli occhi soddisfatti e che, ma questa, sia chiaro, una leggenda, la salut con la coda ed un lungo miagolio che dur tutta la notte.

Ho rivisto Gioacchino, qualche tempo fa. Dormiva in una stanza accanto alla mia in una piccola pensione di una grande Citt. Aveva lasciato l'insegnamento. Viveva, come si dice, senza fissa dimora, di elemosine della gente e dei diritti d'autore, alquanto magri, su qualche libro di matematica che di tanto in tanto, scriveva. Tornava ogni sera nella sua stanza, ubriaco. A volte piangeva. Quando si sentiva solo mi chiamava per parlare. Mi raccont lui la sua storia. Da un portafoglio lacero usc un foto di Elena, che aveva avuto chiss come. Me la mostr carezzandosi cento volte con la mano la guancia, l dove fioriscono le labbra, dove Elena lo baci prima di sparire.

Fine

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Collana I Sogni

Promos Un lavoro dautunno

Edizioni Soloparole http://www.soloparole.com/

Prima edizione novembre 2001

Realizzazione E-Book a cura di PixelArt Sandro Pescara

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