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LASCIA STARE I SANTI

Uno di fronte all'altro. Finalmente. Quanto tempo era passato, e adesso, come vecchi amici, si ritrovavano. -Ti trovo bene, Ges, hai una bella cera. Peccato per quei buchi nel corpo. Ma anche voi, Maddalena, e San Giuseppe, come siete ben conservati! Sembrate anche pi giovani dal nostro ultimo incontro...Vi ricordate? Dall'altro lato nessuno apriva bocca. -Dai, fate un piccolo sforzo, amici...in fondo saranno trascorsi quindici, diciotto anni al massimo...anni di merda, quelli! Io vi odiavo, ve lo confesso, non appena vi vedevo mi trasmettevate la vostra angoscia, sempre cos tristi, imbronciati. Il vostro essere vittime mi faceva veramente incazzare, sapete? E quella vecchiaccia maledetta che si era fissata con voi...che panneggi corposi...che atmosfera uggiosa...che volti grevi e dolorosi... ma vaffanculo tu e i panneggi corposi!....Se ti piacciono tanto portateli a casa, ma non farli sorbire a me.... Comunque, cari ragazzi, adesso quella stronza sar ripiena di fango fin dentro le narici, e noi siamo ancora qui... ora di approfondire il nostro rapporto...ho saputo che andate molto di moda, in giro. Mi hanno detto che le vostre belle facce valgono quanto un giro del mondo in barca. E siccome io mi sono francamente stufato di rischiare il culo per ventimila lire al giorno, vi porto con me. Qualcuno ha qualcosa da dire? Altrimenti, amici, come si dice nei matrimoni, taccia per sempre...Allora, nessuna obiezione, vero, possiamo andare? San Giovanni Battista sembrava il pi contrariato di tutti. -Ma come fai, figliolo, a rubare il dolore di Cristo? -San Giovanni bello, fatti i cazzi tuoi. Non niente di personale, davvero, ma ne ho bisogno. E devo anche far presto, perch quelle sentinelle l fuori gi mi sembrano emanare odore di cadavere. -Che Dio abbia piet di te! -Hai finito la predica? -Ma un bel Rubens non ti andrebbe bene? -Eh, mio caro San Giovanni, lo sai bene che il Rubens adesso non molto quotato. Non fare il furbo. Limitati a fare il santo.

Umberto Londi, con quell'affresco, aveva risolto molte cose. Aveva risolto i buchi delle pareti, aveva risolto gli squarci del soffitto, aveva risolto alcune vertenze con certi amici, aveva risolto il problema di come incollare il pranzo con la cena. San Giovanni & Company se ne stavano adesso buoni buoni sotto il pavimento di casa sua. Dopo tanti tentativi andati a vuoto quei graditi ospiti avevano fatto conoscenza con la sua stamberga, anche se per poco tempo, perch inevitabilmente si sarebbero dovuti accomodare in qualche altro sito. E da quel sito Umberto se ne sarebbe uscito con una slavina di soldi. Pazienza. Tanto Gesu' ad essere tradito ci aveva fatto il callo. Umberto Londi era un bravo ed onesto ladro ma aveva sempre avuto poca fortuna: cinque mesi prima del colpaccio un cane l'aveva fatto rotolare per terra all'uscita di una gioielleria, e addio diamanti. Una volta ancora pi lontana la sfiga aveva preso le fattezze di un bambino stronzo e ciccione che l'aveva urtato con quel suo mappamondo roteante, facendogli saltare per aria tutto l'incasso di un supermercato. Forse aveva sbagliato la squadra: Tonino era un nevrotico con molto coraggio e poca materia

celebrale, Giuseppe era un uno che prima di puntare il revolver contro una signora chiedeva il permesso, Manlio era in gamba ma troppo stronzo per potere fidarsi di lui. Aveva fatto bene ad abbandonarli prima della sortita alla galleria d'arte, anche se un po' gli dispiaceva, dopo tanti anni vissuti fianco a fianco. Ma i lati positivi schiacciavano di gran lunga le malinconie nostalgiche. Umberto li prov subito, la settimana dopo il furto d'oro. Tiziana l'aspettava sotto casa. Invece che vedere spuntare il Londi a bordo della sua lambretta metalizzata, per, gli si present davanti un signore in taxi. Completo ancora fumante di ago e filo, sigaretta leggera fra le dita, brillantina cosparsa nei capelli scolpiti ora ora dal miglior barbiere di Milano. E uno sguardo nuovo che non aveva prezzo. Uno sguardo che pareva guardare dall'alto in basso anche Dio in persona. -Come va lass, vecchio? -Si vivacchia. -Ti danno noia i tuoi ospiti? -Sono bravi ragazzi, lo sai. Qua sopra solo roba scelta. -Senti, mi dispiace di averti preso il tuo figliolo e i suoi amici, ma il lavoro lavoro. -Tranquillo, ci sono tanti quadri come quello in giro. -Comunque, ora vado. Ah, guarda qui che abito! Ti piace? E sapessi quanti soldini ho adesso nel mio cassetto...Scusa se prima non credevo nella tua esistenza, ero uno scemo. Esisti, esisti, eccome! Umberto si divertita con queste sue pippe mentali. Era stato sempre un po' toccato. Immagiva sempre di fermare a parlarsi con gli abitanti del Paradiso e con tutti i santoni che ci risiedevano. Lo eccitava interagire con loro e dare la sua voce al Santo dei Tali di turno. -Cazzo!- esclam Tiziana, appena lo vide in tutto il suo fulgore. -Ciao, cara. Ti trovo sorpresa, che accade?- Umberto era una gran simpatica faccia da culo. -Ma sei tu?...Hai vinto la lotteria? Perch non posso credere che uno come te abbia imbroccato un colpo cos grosso. Tiziana Gervasi conosceva da tempo Umberto e le sue poco brillanti operazioni. Qualche volta l'aveva anche costretta a farle da palo. -Tiziana, fa freddo qui all'aperto. Ne parliamo in compagnia di qualche aragosta calda, vuoi? -Cazzo se voglio. La Gervasi era di umilissime origine e di umilissimo lessico. Il carattere estroverso di Umberto lo faceva trovare a proprio agio in qualsiasi ambiente. Potevi essere al Ritz o sotto i ponti parigini, lui stava sempre bene. La sua compagna non era cos altrettanto tranquilla. Non aveva tutti i torti, e non solo per i suoi modi da basso popolo. Era vestita come una stracciona in mezzo a una giostra di smoking e di abiti di seta. -Sei nervosa, Tizi? -Tu che dici, guarda come sono vestita! -Tu sei sempre vestita cos. -Ma io ogni giorno non vado in posti cos. -Preferisci cenare a casa di Tonino? -Mi prendi per il culo? -Francamente s. -Ma mi vuoi spiegare che hai combinato? -Io non ho combinato niente. -Gi, vero. Non hai combinato niente. E questi vestiti li hai raccolti dalla spazzatura. -Secondo te come ho fatto?

-Non posso credere che tu e quei quattro pirla che ti porti dietro abbiate fatto bingo. -Infatti non cos. E quei pirla non c'entrano niente. -Devo chiamare una chiromante per leggere i tuoi pensieri o me lo dici direttamente con la tua bocca? Il dialogo fra i i due fu interrotto da una piramide di aragoste. Rosse, grandi e invitanti. Tiziana si avvinghi come un polipo sulla pi vicina. Umberto la guardava divertito. -Porca tro...!! -Sono calde, cara? -Ho un labbro che mi sta scoppiando, cazzo! -Vacci piano. Sono morte ormai, non fuggono mica. E poi ti consiglio di aprirle prima, si gustano di pi. -Ma tu che ne sai di aragoste? -Le mangio da una settimana. Tiziana chiuse il forno dentato e diede ascolto al dotto Umberto: spalanc la corazza dei crostacei come se stesse squartando un tacchino appena cacciato. Masticava avidamente e sputava brandelli di aragosta sulla tavola. I ricconi attorno la guardavano in maniera altezzosa, ma lei aveva occhi (e bocca) solo per quel ben di Dio posato sul piatto. Con le lunghe dita tirava fuori pezzi di crostaceo aggrappati impauriti ai denti. Mentre la vorace amichetta stuprava il men Umberto tir fuori un fogliaccio di carta puzzolente. Ma ne fece mostra come se avesse esibito una collana di diamanti. -E questo che cazzo ? -Leggi. Tiziana spolpava e leggeva a ritmo. Uno sputo energico fece saltare un' oliva dall'altra parte del tavolo. Aveva capito di che si trattava, evidentemente. Sulla colonna di sinistra sfilavano nomi di artisti e di santi, su quella di destra un'orgia di zeri, di due e di quattro. Tiziana si asciug frettolosamente la bocca e don due occhi nuovi a Umberto. In cinque anni e mezzo di conoscenza non l'aveva mai guardato con quella dolcezza e con quella ammirazione. -Hai fatto questo colpo, tu...davvero? -Lo hai appena letto. Tiziana allung la mano unta che odorava ancora di aragosta e champagne e la pos sopra quella di Umberto. Lui la imit. -Lo sa nessuno? -Allora mi credi davvero cretino. -No, non ti ho mai creduto cretino. Lo sai che ti voglio bene. Me lo dimostrerai, allora? Fino ad oggi non che me ne sia accorto. Te lo dimostrer tutte le volte che vuoi. Quel repentino e sospetto mutamento d'animo non importava ad Umberto. Gli bastava che la sua Tiziana andasse a vivere con lui, in un'altra casa, in un'altra citt. In un'altra vita.

Il cesso di Luigi non ne poteva pi. Aveva dovuto ingoiare, quella sera, fiumi e fiumi di vomito verde acqua. Ma lui era ancora l, dopo un ora e mezza, con le mani ancorate ai lati del water e con quella bocca che si stava squagliando. Tutta colpa della merda che Luigi mandava gi. Ma non era colpa sua. Quella sera per andare a letto tranquillo e non ritrovarsi durante il sonno con lo stomaco imbufalito, mise insieme tre pezzi di polenta gelida del giorno prima con una fetta di mozzarella che aveva trovato nel suo armadio, il tutto condito in un trionfo di ketchup, non pi rosso come in origine ma

decisamente pi incline a un nero lutto. Alla testa in fondo al cesso Luigi era in fondo abituato: il men della casa era ogni giorno pi moderno. Ma che doveva fare, morire di fame e aspettare che le mosche facessero polpette del suo corpo? Andare a chiedere l'elemosina? O peggio, andare da suo zio? Mai, ne andava della dignit: perch il gigietto aveva un senso altissimo della dignit umana. Anche se in quella casa di dignitoso non c'erano neanche i pomelli delle porte. Erano tempi magri, per Gigi: quattro mesi fa era riuscito a portare via quattromila euro da un ristorante di lusso, somma che aveva poi giustamente divisa con il resto della sua truppa. L'ultimo acuto del Gigi. Da allora il Cicala era stato arrestato, Berto si era messo a fare il facchino e Giorgia l'aveva mollato. Gli rimanevano ancora tre, quattro compari. Uno pi morto di fame dell'altro. Il dodici ottobre Luigi decise di fottersene altamente della dignit dell'uomo e chiam suo zio.

Le mani di Silvien si muovevano scatenate a ritmo di samba sulla schiena rugosa di Umberto. Era l'ora del massaggio. Una delle poche cose belle che rimanevano della vita del Londi. Silvien fu l'ultima sua conquista: strappata alle sabbie di fuoco di Rio ed estradata nella reggia da principe bizantino di Umberto. Ogni tanto si fermava, la dominicana, per permettere al vecchio di tirare il fiato e succhiare dalla canuccia colorata un goccio di cocktail rosa di sua invenzione. E pensare che qualche mese fa era attaccato ad una tenda ad ossigeno ed ora se ne stava l, il pasci, tra i profumi della campagna pugliese ed ozi degni di Nerone. Di Tiziana, la prima sgangherata moglie, rimaneva un'unica foto, in un angolo del soggiorno: si erano separati dopo tre anni. Adesso lei era una apprezzata operatrice di moda a Milano. Salire all'altare per Umberto era una sorta di hobby: la seconda volta fu con Laura, poi tocc a Gina e quindi a Teresa. Poi basta, per un decennio. L'ultima con Bianca, che se era andata quattro anni fa per un tumore al collo. Adesso Umberto si era ritirato, gli bastavano i massaggi di Silvien per tenere in allegria la pellaccia da 74enne nella quale non si riconosceva, in quelle rughe violente che gli deturpavano il volto ed il sorriso. Un sorriso che si allargava a dismisura quando il vecchio ammirava in estasi il Giardino dei desideri di Bosch, nel salone: quel gozzovigliare spensierato di membra intrecciate aveva il potere di mettere in moto la macchina del tempo e catapultarlo in una giovinezza remota. -Come si sta l, ragazzi? -Da Dio, c' anche lui. -Posso partecipare? -Accomodati, qui c' posto per tutti. -Allora non mi trovate vecchio? -Ma i vecchi non esistono! Vieni! Giovane o vecchio, il cervello di Umberto continuava a inebriarsi con i suoi incredibili viaggi mentali. Da dissoluto qual era e qual era sempre stato, avrebbe potuto avere, adesso, molto di pi di quanto era riuscito ad ottenere da San Giovanni Battista. Ma quando hai una Ferrari tra le mani, pensava il Londi, non puoi tenere l'accelleratore trattenuto. Devi spingerlo, quel cazzo di pedale, finch non ti scoppia fra i piedi! Comunque, gli restavano sempre la sua reggia, le sue piscine, la Silvien, e il Giardino di Bosch. C'era anche Arturo Brazzi, il giardiniere. Un giovanottone che aveva preso il posto del suo povero nonno Anselmo, il fu giardiniere di casa Londi. Erano i due angeli custodi del vecchio, che ormai aspettava la fine. Il suo rene stava ormai alzando bandiera bianca e i soldi per un trapianto non c'erano pi. Il giardino della reggia di Puglia sembrava rubato a quello della reggia di Versailles: stessi

sentieri serpeggianti, stesse ariose macchie d'albero regolari , e qua e l una Venere nuda, un Apollo del Belvedere, un Cavaliere errante, un cherubino. Un paradiso. Il posto pi bello per crepare in santa pace. Era deciso: dopo giorni e giorni di dubbi amletici Luigi avrebbe composto quel maledetto numero e subito una disgustosa umiliazione. Umberto era ufficialmente lo zio del Gigi, ma di fatti fu qualcosa di pi. Lorenzino Londi, il padre, era morto venti anni prima, fatto a pezzi dal suo stesso cane. Dai tredici ai ventiquattro anni Luigi si trov sotto l'ala protettiva dello zietto, che cerc di farlo studiare e aprirgli una strada decorosa o meno traballante della sua. Ma non c'era niente da fare. Gigi assomigliava troppo a Umberto e alla fine segu le orme del parente, che da pazzo qual era ne fu soddisfatto. Dopo il colpaccio alla galleria d'arte lo zio era divenuto una celebrit: l'amico di San Giovanni, lo chiamavano. Il nipote venerava Umberto e aveva cominciato a venerare anche San Giovanni, la sua immagine gli si stamp impressa durante tutta l'adolescenza e non se l'era mai scollata di dosso. Si era messo in testa sin da subito che anche lui avrebbe percorso quella strada, magari stringendo amicizia con qualche altro santone. E quando qualcosa gli andava storto, portava pazienza e diceva a s stesso: ci pensa San Giovanni! Ma i vecchi adagi avranno anche un loro motivo di esistere, e non tutte le ciambelle riescono col buco si addiceva perfettamente alla personale vicenda del Gigi, la ciambella sformata. Cinque volte in pochi anni era finito ad ammirare i tramonti i prigione, come diceva De Andr, e per cinque volte le tasche dello zione caro dovettero intervenire per tirarlo fuori dai guai. La quinta volta lo zio si ruppe i coglioni e lasci la sua impronta stampata sulla faccia del nipotino, abbandonandolo al suo destino all'uscita di un penitenziario. Il vecchio non aveva torto: come ladro e svaligiatore Luigi Londi non aveva mai fatto strada, se non quella che lo avrebbe portato dritto dritto al carcere di turno. Ma adesso il vegliardo gli serviva, come ad un cavallo serve il fieno per campare. C'era un bel progettino in vista che i suoi compari avevano adocchiato, ma stavolta non potevano permettersi di mandare tutto a puttane. Bisognava riuscire nel colpo, e c'era bisogno di gente esperta. Con molta tensione, Gigi prese il cellulare, svuot un bicchiere d'acqua, butt gi un respiro sofferto e fece quel numero che non voleva uscire dalla tastiera. Ogni distanza relativa: una vasca pu essere buona anche per giocarci a pallone. La vasca di Umberto presentava queste caratteristiche: quindici metri per dodici, c'era spazio per organizzare una festa. Ma alle feste chiassose il vecchietto preferiva un comodo tete-a-tete con Silvien, tra un massaggio e l'altro. Ogni tanto il giardiniere buttava un occhio dalla mastodontica finestra che dava sulla vasca. -Vuoi cena? -Grazie, cara. La solita cotoletta, poco cotta. E un po' di insalata. -Va bene. Mangi in vasca? -No, ti raggiungo tra poco in salone. Apparecchia, intanto. Volgio farmi cullare qualche altro minuto dalla schiuma. Silvien lo conged con un sorriso a trentadue denti, tutti bianchissimi. Umberto chiuse gli occhi e mise piede nel pi bel giardino che Bosch avrebbe mai potuto dipingere. In mezzo a ninfe inghirlandate, animali esotici e un sole caldo che disegnava raggi divini che gli penetravano in profondit nella pelle. La quiete non sarebbe durata a lungo. Da Milano, in via Cavour, stava arrivando una telefonata.

-Chi ? -Sono un amico di Umberto Londi. -Tu come chiama? -Sono...gli dica che sono un vecchio amico di Milano. -Tu aspetta. Silvien arriv con il cordless in mano nel salone, dove Umberto stava consumando lentamente la sua cotoletta. Con un gesto deciso del braccio fece segno che non voleva essere disturbato. - E' suo amico vecchio di Milano. -Amico di Milano? E come si chiama? La dominicana riappoggi la cornetta all'orecchio. -Tuo nome quale? -Sono...sono Giovanni. -Si chiama Giovanni. Il vecchio strapp incazzato dalla bocca il pezzo di carne. -Non ho nessuno amico che si chiama Giovanni. Mandalo a fare in culo e metti gi. -No, signore no vuole parlare con nessuno. Io deve chiudere. -Ma chi cazzo sei tu? Sono suo nipote, Luigi, passamelo stronza! -Stronzo tu! Umberto scatt dalla sedia e prese l'apparecchio. -Ma che cazzo vuoi, la gente a quest'ora mangia!!Non lo sai? Attimi da brividi. Parlare o mettere gi? No, Gigi sapeva che doveva farsi avanti. -Sono io. Lo zio forse intu di chi fosse la voce, ma volle la conferma. -Chi tu?Hai un nome? -Dai che mi hai riconosciuto. -Sei lo stronzo? -Si, bravo, hai indovinato. -Allora meglio che ti mandi al diavolo da solo prima che lo faccia io! -No, mi devi ascoltare, per favore! -Sei una nullit, fottiti! La nullit si attaca a un chiodo, se metti gi! Te lo giuro su mio padre! Non dire stronzate e lasciami in pace! Domani allora compra il giornale, vecchio bastardo! Il cuore duro di Umberto ebbe un sentimento di piet, o semplicemente non aveva il coraggio di convivere con un rimorso. -Chiama domani, alle otto. -Grazie. Il vecchio scaravent il cordless sulla moquette e torn al tavolino di cristallo, per finire la cotoletta. Fredda. Gigi per festeggiare spese tre euro e si compr un cartoccio. Alle ventidue e dodici il prosciutto e il formaggio chiamarono la birra. Gigi si infil nel primo pub aperto. Adesso possedeva la temerariet per spendere fino a cinque o sei euro. Gelata, quella bevanda, come piaceva a lui: era talmente catturato da quell'attimo di fresco piacere che neanche aveva dato uno sguardo allo zoo nel quale aveva messo piede. Una cerchia di cadaveri e moribondi abbandonati languidamenti sui divani color pastello, un pavimento incatramato di sputi e whisky, qualche rincoglionito che si dondolava da solo in mezzo al locale ascoltando la musica che usciva dal suo cervello. Che bel posto di merda mi sono scelto, pens Luigi, mentre stacc il labbro dal boccale di vetro. Consum le ultime gocce, tir via dalla tasca scucita quattro euro pi trenta centesimi di mancia, e guadagn l'uscita. Tre secondi prima di trovarsi fuori da quella topaia punt i piedi.

All'estremit dell'angolo destro del bancone vide qualcosa di strano: un elemento incongruente con il resto del letamaio. Le curve dei capelli le coprivano per met il volto, ma quella mezza faccia conquist Luigi. Con la mano accarezzava un piccolo bicchiere di Gin, con l'altra la ragazza fece cenno all'amichetto di farsi avanti. Come comportarsi? Era stato preso in contropiede. Diede le spalle per qualche secondo alla ragazza del bancone e prov a calmarsi. Il rapporto con l'altro sesso per Gigi non era mai stato una delle cose pi facili, a causa del suo carattere schizzoso, da bestia, come gli ripeteva Giorgia. Una volta a quella poveraccia l'aveva piantata in asso, tra la macedonia e il caff, in una delle loro sporadiche uscite al ristorante: il Cicala l'aveva chiamato per una puntatina ad una gioielleria fresca di apertura. E Giorgia dovette pagare di tasca sua la cena per due. Gigi scacci via la ex dalle testa e procedette verso la tipa. Si sedette con molta nonchalance, almeno secondo quello che il suo vocabolario interpretava per nonchalance, con una gamba che penzolava fuori dalla sedia e l'altro arrotolato dietro il piede della ragazza. L'approccio sembrava funzionare: la ragazza del Gin sorrise dolcemente al suo corteggiatore. E Gigietto si sentiva gi in grado di competere con George Clooney. La mano pallida della tipa lasci il Gin da solo, sul banco, e si pos sulla sedia del Londi. La sedia del Londi cominciava a tremare. Un attimo, e i pantaloni rosso fuoco del Gigi furono devastati da un'alcolica cascata del Niagara. La testa della ragazza sbatt violentemente contro lo stomaco di lui, facendo volare la sedia dal culo del latin-lover. Tutti gi per terra, a nuotare fra le onde del Gin. Mentre il vento lo prendeva a sberle senza piet, il Clooney della Lombardia fece quattro conti: tre euro per il panino, quattro, cinque per la birra, dieci, venti per il vestito fottuto...Quella serata gli stava costando troppo. Il vecchio macinino a due ruote barcollava come la tipa del Gin, sbalestrato a destra e a sinistra dal dio Eolo. La signorina spugna si stringeva ai fianchi del Londi, graffiandolo con le sue unghia. Lo stantuffo a vapore arriv alla prima fontana: dopo qualche secondo sotto quel diluvio di acqua ghiacciata, la ragazza riapr gli occhi e si asciug la bocca, dalla quale uscirono a fatica quattro parole. -pzz vrd...... -che dici? Non ti capisco... -pzz verdi.... Piazza Verdi. La tipa abitava l. Ancora qualche pugno invisibile del vento e Gigi sarebbe uscito vivo da quella incredibile nottata. -Scendi, cosa, sei arrivata. Abiti qui vero? -Grze...ciao.. La ragazza appoggi leggermente le labbra sulla guancia del suo salvatore e scese dal motorino. Sal con molta incertezza cinque gradini e senza voltarsi si tir dietro il portone. Gigi Clooney accarezz il tatuaggio a forma di bocca che la tipa gli aveva impresso con il rossetto. Asciug due gocce di Gin dal sedile bucato e mise in moto, nello stesso momento in cui una pioggerellina fastidiosa cominciava a stuzzicargli la fronte. Alle otto del mattino, quando i suoi occhi si riaprirono, aveva di nuovo davanti la ragazza del pub. Gigi Londi si era svegliato con quel pensiero. Potevo anche chiederle il nome, pens fra s e s mentre con il rasoio sradicava l'erbaccia nera dalla sua faccia. In fondo tornata sana e salva grazie a me, continu a dirsi trastullando il cervello, mentre avvitava la teiera del caff. E se ritornassi a casa sua, tanto so dove abita ormai, riflett sorridendo, mandando gi

avidamente la tazzina. E se chiamassi tuo zio, coglione?. Nella conversazione si inser prepotentemente l'unico neurone in buona salute. Neanche dovesse partecipare a una gara di atletica contro Carl Lewis, Gigi Mennea corse a 120 all'ora in direzione del cellulare. Con tutta l'ansia del mondo digit per la seconda volta il numero della reggia pugliese. Le grosse mani di Arturo si muovevano danzando, facendosi spazio in mezzo a quella selva naturale di betulle e margherite: una leggiadra scorciata a un petalo scomposto, una tenera spolverata sulle membra di un Apollo. E il giardino ringraziava. Le forbici del giardiniere si fermarono, al suono del telefono. -Chi parla? -Sono il nipote di Umberto. Me lo passate, per favore? -Attenda un attimo. -Sono qui, Arturo, vai, vai. Il vecchio non si era dimenticato dell'appuntamento. -Allora. -Buongiorno, zio. Il nipotino cerc subito di ammorbidirsi con le buone maniere lo zio d'oro. -Ti avevo detto alle otto, no? Credo che non sia una cosa molto urgente, se mi chiami con pi di un'ora di ritardo. -No, zio, scusami, ma ho avuto una nottata un po' movimentata. -Che vuoi? -Senti, so che ti ho fatto penare molto negli anni passati.. -Te ne accorgi adesso? Gigi cap che era meglio andare subito al sodo. -Mi devi aiutare ad organizzare una rapina in villa. -Scusa, nipotino. Non ti ho sentito bene, c' un'interferenza con il manicomio. -Zio, viene da me quella interferenza. Lo sai bene. -Ah, da quando sei diventato pazzo? Ti ricordavo solo stronzo. -Avevi promesso di aiutarti. -Io non ho promesso nessun aiuto. -S, che l'avevi promesso! -Ma ti sei rincoglionito? Sono sedici anni che ho chiuso col lavoro! Addio nipote! -Aspetta!! -E non chiamare pi! -Avrai la met. -La met dell'incasso di un supermarket non mi interessa. -Non vado pi per negozietti, zio! E' roba di seicentomila euro, e trecentomila te li becchi tu! Trecentomila euro. Solo con trenta avrebbe potuto pagarsi l'operazione. Luigi, senza saperlo, aveva avuto un gran culo. -Spiegami tutto. -Ah, ti piacciono ancora i soldi, vero? -Ho detto spiegami tutto. -D'accordo, zio. Ti chiamo nel pomeriggio, per. Adesso devo sbrigare una cosa urgente. -Lo spero per te, ci sono seicentomila euro che aspettano. -A pi tardi, zio. Umberto Londi sperava di non dover avere pi nulla a che fare con quella vita: ma per continuarla, questa vita, doveva ritornare in quella vecchia.

Gli orsi e i procioni vanno in letargo d'inverno, Cecco Ralli prediligeva la stagione primaverile. Dopo dodici minuti di toc toc ininterrotto, Luigi Londi perse la pazienza e si scelse un bel pietrone grigio. Chiss se il rumore del vetro avrebbe ridestato l'animale Ralli. -Ou, Cecco, sono io il Londi. La tana del Ralli faceva risplendere, a confronto, la baracca di Gigi. Luigi si muoveva con un certo disgusto, tra quei pantaloni lordi, quei resti di cibo, quelle calze imbalsamate sulla sedia. Potrebbe aprire una discarica, qua dentro, pensava, mentre si avvicinava alla camera da letto del compare. Di colpo Gigi vol dal tappeto sul quale stava camminando, e fin muso a terra. Un dolore acutissimo alle spalle gli fece sputare una bestemmia da far morire di crepacuore tutta la Terrasanta. Neanche il tempo di girarsi dall'altra parte che il suo bel faccino ricevette un altro colpo ben assestato. -Chi cazzo sei? Bastardo!!! Che vuoi da me, stronzo? L'epiteto di bestia al Ralli calzava a pennello. La sua irrazionale furia omicida continu a scagliarsi sul Gigi che cerc di farsi largo scalciando da tutte le parti come un bisonte rincoglionito. Uno di quei calcioni arriv dritto in bocca alla belva, che rotol per terra, lanciando il bastone spezzato alle sue spalle. Se ci fosse stato Bruce Lee, l in mezzo, avrebbe fatto un bell'applauso al Londi. -Pezzo di idiota, ma che cazzo fai?? -Ma chi sei, il Londi? -No, quello stronzo di tuo padre che ti ha messo al mondo! -Scusa, Gigi, ho sentito il vetro spaccarsi e credevo....credevo volessero aggredirmi... -Aggredire te? Per che cosa, per portarsi via le tue mutande bucate, stronzo?!! Il Ralli timidamente chin il capo, come un cane dopo essere stato bastonato dal suo padrone. -Perdonami, Gigi. E il suo compare non poteva fare a meno di perdonarlo, consapevole di trovarsi davanti non un uomo, ma un incrocio sperimentale tra un gorrila e una puzzola. -Senti, facciamo finta che non sia successo niente, Cecco, perch sono troppo contento. Perch sei contento? Perch seicentomila euro fanno ritrovare il buon umore, amico. Seicentomila? Villa Speroni? Esatto. La bocca della belva si distese a dismisura, facendo mostra dei suoi diciotto denti colorati. Ma avevi detto che era troppo difficile? Troppo pericoloso.. C' lo zio. No!!Tuo zio, il maestro? L'ho convinto. Dammi la piantina della villa. Pi tardi devo richiamarlo e cominciare a spiegargli il piano. I diciotto denti fecero marcia indietro, scomparendo dentro la bocca. Cecco....non avrai perso la piantina, vero? No, no...la piantina ce l'ho io... Bravo, tirala fuori. S, aspetta. Aspettami nella cucina. Sbrigati. La piantina. Dove si era cacciata? Dentro una pantofola? In bagno? Sotto il letto? Nascosta nell'armadio? In quel bordello, trovare qualcosa era impresa da Mission Impossible. Ma Cecco aveva perso anche il numero di Tom Cruise. Mentre attendeva che la puzzola avesse tirato fuori la pianta, Gigi frug un po'

intorno. Apr il piccolo frigorifero. Non l'avesse mai fatto. Adesso sapeva che odore facessero i cadaveri in piena putrefazione. Ma che cazzo si mangia questo qui? Tra la robaccia amucchiata e appallotolata nel frigo, si distingueva un pezzo di caciocavallo dentro una cipolla, un cubo sciolto di burro nero, uno yogurt dal colore verde e dal sapore indecidibile, un cracker con dei peli sopra, e schifus in fundus, una tazza con del latte avariato. Dentro c'era una mosca che faceva i tuffi. Un istante prima di chiudere quella valigia degli orrori, il suo occhio si pos su una scatoletta di tonno. Dentro c'era anche la sorpresa: la piantina di Villa Speroni.

-Il mio solito cappuccino, Gianni. - Subito -Per favore, anche una brioscina. - Certo. Gianni, sorridendo, appoggi la brioscina sul vassoio. Il suo cliente esibiva un signorile comportamento anche quando doveva sollevare una tazza: un movimento circolare da destra verso sinistra, un assaggio degustativo accompagnato con un certo distacco, una rotazione ariosa della tazza. Gianni raccolse il vassoio, con la tazzina vuota e dieci euro accanto ad un pezzettino di brioscina. -Sempre generoso lei. -I soldi sono soltanto cartaccia, ricordalo. -Dottore, se ha altra cartaccia che le avanza, io sono sempre qui. Il baffuto lord salut con un bel sorriso il suo datore di cappuccino. -Un caff ristretto, per piacere. Gianni riprese a smanettare velocemente la macchinetta del bar. -Posso offrirle io, quel ristretto, signorina? Il vecchio lord si rimaterializz all'improvviso. -Grazie, non c' bisogno...davvero.. -La prego, potrei anche offendermi..La volpe tir fuori uno dei suoi migliori sorrisi d'occasione. -D'accordo, non so che dire...grazie... -Come vanno gli studi? -Gli studi? -Vedo un bel paio di tomi minacciosi, nello zainetto. -Ah, si...no, io faccio lezioni private per gli studenti.. -Mi perdoni la gaffe... cos giovane che mi chiedevo cosa ci facesse a quest'ora una ragazza al bar, invece di essere a scuola. La moretta rise intimidita. -E cosa insegna, se posso chiederglielo? -D ripetizioni di latino e storia. -Ah, un umanista. Interessante. Chi preferisce, Catone o Virgilio? La ragazza mand gi rapidamente il caff e raddrizz il monospalla. -Guardi, devo andare...davvero...per me davvero tardi... -Ma si figuri, non vorrei privare quei fortunati delle sue meravigliose lezioni. Gianni seguiva con attenzione maniacale l'evolversi della scena. Senta, signorina, a casa possiedo diversi libri di lettaratura e lingua latina. Se lei vuole, sarei lieto di consegnarglieli la prossima volta. Penso le possano servire.

La ringrazio, ma non mi sembra il caso, lei gentile e... Domani pomeriggio, qui, al bar. Che ne pensa? Tra un cornetto alla crema e un altro ristretto potremmo parlare anche del De Rerum Natura. Rieccolo l, il subdolo sorriso dalla irresistibile forza magnetica. Non so che dirle.. Mi dica a che ora le pi comodo. D'accordo, facciamo alle 17, allora? Va bene. ora devo scappare, per, arrivederci... A domani. Gianni non riusciva a staccare gli occhi da quell'uomo. -Ma come fa? -Come faccio a fare cosa? -Ma come..ogni giorno ne pesca una! -Caro Gianni, un giorno di questi terr una lezione sull'argomento solo per te. D'accordo? Adesso, mi spiace, ti devo salutare. -Quando ha tempo. Io aspetto da mesi queste sue lezioni, per! Arrivederci. Il barista sapeva bene che non esistevano regole scritte sulle pagine dei libri. Guglielmo Speroni, d'altra parte, era un abilissimo autodidatta.

Il vecchiaccio aveva recuperato la tempra dei giorni che furono: quel giorno sbuc fuori dalle lenzuola prima di Silvien, e corse a preparare il caff per due. Mentre aspettava che la vecchia teiera d'argento eruttasse fuori il suo contenuto, fece qualche esercizio di ginnastica: un po' di stretching e qualche bel respiro profondo. Qualche giorno prima, dopo quei leggeri movimenti, avrebbe avuto bisogno del soccorso Aci di Silvine: ma quel giorno saltava come un grillo. Forte, vispo, giovane. Scol con gusto il caff corposo e ne vers un altro po' sulla tazzina gialla per la sua dominicana. Con la mano afferr la campana dello zucchero: quella pazza ne faceva incetta. La pazza spalanc in quel momento i suoi enormi occhi neri: per la prima volta trov il letto vuoto. -Umberto, Umberto! -Sono qui, amore, in cucina. -Perch tu gi alzato? -Oggi sono mattiniero, cara. E' una bellissima giornata. Vieni qui che prendiamo il caff sul terrazzo. -Io arriva. Umberto guardava il suo corpo con disgusto: ancora poco tempo e un bel viaggio a Parigi lo avrebbe fatto rinascere. E il suo rene putrido, magari, lo avrebbe buttato gi nella Senna. Il bravo Arturo aveva gi sciolto il guinzaglio alle sue forbici. Il vecchio si affacci sul terrazzino per vederlo all'opera. -Vacci piano, Arturo, non fare del male alle mie piante!-disse sorridendo come un bambino. -Buongiorno, signore. Gi in piedi? -Non solo, adesso ti aiuto a mettere a posto il giardino! -Il giardino, signore? Ma .. -Ma mi credi un moribondo, Umberto? Guarda che posso fare meglio di te! -Accetto la sfida, signore! La aspetto! Umberto fece un segno di risposta alla maniera militare, appoggiando due dita sul capo e indirizzandole verso Arturo. Rientr in cucina. Mentre mescolava il caff di Silvien, Umberto Londi si svegli.

E se non riuscisse? Se facessimo cilecca? La vecchiaia una brutta cosa, specie quando si campa facendo il ladro. Se avesse potuto entrarci lui, di persona, in quella villa, era sicuro di riuscire. Ma per quello che poteva fare, con la carcassa malandata che si trascinava dietro, doveva limitarsi a dirigere le operazioni dal vertice. Gli vennero in mente i trascorsi con il figlio-nipote, fuori dal carcere, tanti anni prima. Se avesse fatto fiasco, addio trecentomila, addio rene nuovo, addio vita, Silvien e caff. Gli occhi del vecchio si fecero piccoli piccoli, schiacciati dalle pesanti arcate sopraccigliari. La bocca s'incurv amaramente verso il basso. Quel figlio di puttana ha in mano il mio destino.

Cinquantadue stanze e tre ore di tempo. Un colpo che avrebbe scoraggiato Arsenio Lupin. Pi la guardava, quella maledetta cartina, pi Gigi tormentava i suoi capelli. Al primo piano c'era il salone principale, otto porte agli angoli, in fondo un bagno poco pi grande dell'appartamento del Londi. Finestre enormi e colorate, come quelle che si vedono nelle chiese gotiche. Al secondo piano un'altra trafila di stanze e stanzoni, scale a chiocciola, finestroni. Idem al terzo. E da qualche parte, in qualche sperduto ma custodito angolo di quella dimora faraonica, dovevano esserci anche i seicentomila. Roba da pazzi, pensava il Londi. Oltre un miliardo di lire in casa. Ma se le informazioni del Beracchi erano esatte, doveva essere proprio cos. Non sono normali, quelli, Gigi, tengono quei soldi come fossere quattro spiccioli. Cos, da usare per i loro capricci, per i loro party. E ogni tanto arrivano carichi di roba con dei camion nel loro giardino. Valli a capire. Gente bizzarra, la famiglia Speroni. Discendenti da una casata nobiliare del XII secolo. Il Marchese Ugo Alibrando Speroni fu sciolto nell'acido, in pieno medioevo, per una questione di debiti; alla sorella, Elagarda, il marito tagli le braccia per avere accarezzato un suo parente; e il bisnonno del capofamiglia Guglielmo, Gerardo, fu trovato scorticato in un pozzo dal figlio. I compari di Luigi tenevano d'occhio da tempo gli Speroni, da fuori, mentre da dentro le notizie arrivavano per bocca della talpa Beracchi. Tre mesi fa la talpa sput la notizia bomba. Gli Speroni avrebbero presenziato a un ricevimento di gala a casa Galbiati, altre teste coronate del Milanese. La bomba consisteva nel fatto che tutti i quattordici Speroni avrebbero lasciato la villa deserta, avvenimento mai accaduto da quando la banda del buco aveva messo gli occhi su di loro. Stranamente qualche Speroni era sempre rimasto dentro, la sera, quando gli altri uscivano. La talpa era riuscita a sentire che tutti, domestici compresi, avrebbero partecipato a quel ricevimento. La reggia, dalle 21 alle 24 circa, sarebbe rimasta a disposizione del Londi. Unico ostacolo, a questo punto, sarebbe rimasto la squadra di calcio a quattrozampe di casa Speroni. Nove cani fra alani, spitz asiatici e pastori belga. Non sarebbe stato un ammasso di peli a fermare Gigi e i suoi. Il Capo della brigata, con quella cartina davanti, cominci a fantasticare con i suoi neuroni impazziti: si vide ubriaco in qualche pezzo di sabbia bianca dei Caraibi, con un harem a sua disposizione e tanti soldi che lo circondavano ridendo e ballando. Il cellulare da 40 euro sul tavolo richiam Luigi Londi sul pianeta Terra. Bisognava chiamare il vecchio, adesso.

Allora hai deciso? S, ormai sto partendo. Ma sei sicuro di quello che fai? Non ho altra scelta! Auguri, allora, noi ti aspettiamo qui.

Torno presto, ragazzi, non state in pensiero. Il vecchio si stava congedando dai suoi amici dipinti, quando il suo occhio si fiss su Giovanni Evangelista che indicava con la mano il povero Ges in croce. Forse voleva dire al Londi attento a non finire come lui? Con la coda dell'altro occhio, quello sinistro, vide la valigia che Silvien gli aveva preparato la sera prima. Un paio di maglioni, qualche camicia, roba per una settimana. -Sei pronto, Arturo? -Sto arrivando, signore. Aveva saggiamente deciso di portarsi in trasferta, all'ultimo momento, anche il giardiniere: un viaggio in treno, in due, si sopporta meglio. E poi c'erano quei 74 anni che non li abbandonavano mai, e non si pu mai sapere a quell'et... -Signore, come mai andiamo in treno? -Soffri le rotaie, Arturo? -No, per mi chiedevo se con l'aereo.. -Il treno d meno nell'occhio, Arturo, specie nel mio caso.. -Come vuole, comunque quando vuole possiamo partire. -Saluto Silvien e ti raggiungo. -Intanto sistemo la macchina. La bella addormentata era ancora nel suo letto. Il principe grigio le diede un bacio sulla fronte, senza svegliarla. Si diede una lustratina ai capelli, prese la sua borsa e usc di casa. Dal finestrino della macchina salut le Veneri e gli Apolli che continuavano a danzare in giardino. In mezzo a loro, Ermes, dio dei ladri, augurava buona fortuna al suo allievo.

-Arturo, per piacere, prendimi un pacco di fazzoletti e il giornale. -Certo, signore. La stazione, da quanti anni non la vedeva. Era invecchiata decisamente peggio di Umberto. Mentre era assorto a guardare quel luogo irriconoscibile, si sent tirare fortemente per il braccio. Un ragazzino cerc di strappargli la borsa che teneva incollato all'arto, e con uno strattone mand il vecchio gambe all'aria. -E vaffanculo, vecchio!! Il maestro messo sotto da un bamboccio. Questo non poteva sopportarlo. Con uno scatto imprevedibile, Umberto allung il bastone e lo fece incastrare tra le gambe del piccolo. Anche lui fin gi. Una scena da saloon. Dai finestrini del rapido alcuni vecchietti cominciavano a urlare e fare il tifo per il loro coetaneo. Il bamboccio si alz velocemente, lasciando cadere la borsa per la fretta. Umberto lo raggiunse nuovamente col bastone, in piena nuca. Il furetto scapp via terrorizzato. Il giardiniere lasci cadere per terra quotidiano e fazzoletti, non appena vide il principale al suolo. -Che successo? -Niente, Arturo, mi hanno dato il benvenuto alla stazione. -L'hanno aggredita? -Un beb ha cercato di fottermi la borsa. -E dov' ora? -Ora star vedendo le stelle che gli girano per la capoccia- sentenzi il vecchio con tono fiero. Arturo lo osservava tra l'ammirato e il sorpreso. Quel rottame aveva cancellato per incanto acciacchi e dolori. Si chiese se fosse lui a doverlo difendere o il contrario.

Sfogliava quelle pagine, dure come mattoni di granito, con un occhio sul fondo del locale e l'altro

sul quadrante del suo Rolex. Di tanto in tanto adocchiava Gianni che lo derideva sotto i baffi. Lui rispondeva con i suoi occhi. Arriver, arriver... Dopo ventiquattro minuti di battaglia, i germani stavano dominando il campo e Guglielmo pensava sempre pi ad una energica ritirata da quel campo insidioso. Il De Bello Gallico lo stava sfinendo. Quasi volendo prendersi gioco dei suoi nemici, sottolineava con un pennarello rosso quelli che secondo lui avrebbero dovuto essere i passi salienti. Cerchiava alcuni nomi sconosciuti. Ogni tanto, a margine, si prendeva la briga di inserire una propria interpretazione con quel suo frasario elitario e coinvolgente. Tir gi un altro mezzo bicchiere di limonata fredda. Appena vide arrivare Marta da lontano, ancora sfocata e nascosta fra altre teste, si asciug i baffetti umidi e poggi la limonata accanto all'ordigno di Cesare. Con un gesto perentorio e mussoliniano della mano ordin a Gianni di portare qualcos'altro da bere. La mano affusolata e stanca si risvegli e cominci a serpeggiare frenetica, armata di evidenziatore, tra le righe minuscole del tomo. La piccola bocca si muoveva velocemente, come se stesse tenendo a se stesso una lezione sulla materia. La postura di Gugliemo divenne d'incanto solida. Si stava avvicinando. Con quei dieci-dodici secondi che gli rimanevano, accesse l'interrutore del cervello e si stamp a memoria una frase a caso di Cesare. -Ubi non accusator, ibi non judex. La ragazza rise sorpresa da quell'accoglienza erudita. -Vedo che conosce bene il latino... -Ne mastico qualche parola, cara, per tenermi in allenamento. Si sieda, prego. -Grazie. -Gianni ci sta portando una limonata. -Non doveva disturbarsi. -Macch. Guardi qui, invece! Ogni promessa debito. -Ma ha svaligiato la biblioteca dell'Universit? -Le ho detto che ero ben fornito. Tenga. Sono tutti suoi. -Non so davvero come ringraziarla. Ma...vedo che stava leggendo..cos'...il De Bello Gallico..! -Ah, s, mentre....l'aspettavo mi divertivo a sfogliare un po' di pagine...mi ha portato indietro negli anni.... -Le piace ancora? -S..certo...Cesare era una delle mie passioni. Da funambolo qual era stacc una pupilla dalla faccia della tipa e la port a sondare quelle pagine aperte. Tre secondi per inghiottire una pillola di cultura. -L'ho trovata una rievocazione appassionata ma anche di grande portata etnologica, questa introspezione sui costumi celtici.... -Per...se ne intende comunque...posso prendere anche questo? -Ma me lo chiede? Li ho portati apposta per lei! Gianni, dal balcone, catalizz l'attenzione sui due piccioncini. Vers la limonata in due alti bicchieri di vetro senza staccare l'occhio dal suo obiettivo. -Grazie, Gianni. La ragazza alz la mano per portare il bicchiere alle labbra. Un piccolo cerchio nero le si era stampato sul mento. -Che cos' quel brutto livido? -Ah...niente di grave...Sono caduta l'altra volta...una sciocchezza... -Ha problemi di equilibrio?- per scardinare la difesa avversaria Gugliemo puntava sembre su una sottile vena di umorismo britannico. La tipa rise a denti stretti e cominci ad essere pi esplicativa.

-Vede, lei stato cos premuroso e gentile che voglio dirle la verit....mi sono ubriacata qualche sera fa....lo so una vergogna...per... -Ma no, pu capitare a tutti...anche questo qui, guardi, ci andava forte col vino!- con la mano indic l'autore imbronciato del De Bello Gallico, stampato sulla copertina. -eh, s...ha ragione...per guardi...io non sono il tipo che si ubriaca, davvero....ma ero molto triste qualche sera fa...e mi sono ritrovata in un pub...cos.... -Capisco. Non se ne deve mica vergognare o farsene una colpa. Scommetto che non colpa sua, qualcuno che l'ha indotta a bere. Dica la verit. -S...in effetti cos...mi sono lasciata..mi ha lasciato.. -Il suo lui? -S...dopo due anni..... stato terribile...per me, almeno...ero stordita, confusa... -Vede? Non stata colpa sua..posso chiederle come finita la serata? -S...b..sono stata fortunata se vogliamo...un ragazzo ha avuto pena di me e mi ha riaccompagnato a casa...sana e salva!- la tipa brind alla sua salute con un altra goccia di liquido giallo. -Per, davvero fortunata, di questi tempi non c' molto da fidarsi... -No, no, davvero, ho incontrato un angelo custode quella sera...ma le prometto che non succeder pi!- la ragazza cominciava a sciogliersi e ad ammiccare divertita al suo interlocutore. Da lontano, Guglielmo, sent l'eco di un rumore. Aveva capito che poteva essere solo quel simpatico imbranato di Gianni. Il barman, in effetti, se ne stava appostato nel suo recinto, mimetizzato tra una grappa e una soda. Era gi al terzo bicchiere rotto, quel pomeriggio. Con il dito bagnato indic ridendo Guglielmo, di fronte a lui. E' colpa sua- gli stava dicendo. Il professore di seduzione rispose sollevando leggermente la testa. Poi allung la sua mano verso quella della sua preda.

-Per lui che un bravo ragazzo, per lui che un bravo ragazzo, per lui.....che bravo ragazzo!! -Ormai non si ricorda neanche pi come finisce. -Lascialo cantare, cos contento! -Allora sei dei nostri, Cic? -Certo che sono con voi, Gigi. E penso che una persona in gamba ti faccia comodo. Guarda qui che gente ti porti appresso! Con il braccio il Cicala indicava l'animale Ralli che sbraitava sopra il tavolo del Londi, pi ubriaco di un hooligan dopo una vittoria del Celtic Glascow. Stava festeggiando il ritorno del figliol prodigo all'ovile, il Cicala che tornava nella tana del lupo. La talpa Beracchi per dare una giusta cornice all'evento aveva portato pollo arrosto e birra per tutti, alimenti solitamente sconosciuti alle mura di casa Londi. -Quando arriver tuo zio?-fece il Cic. -Dovrebbe arrivare nel pomeriggio, intorno alle cinque. Stasera parleremo con lui. -Ci pensi, Beracchi, il maestro che ci fa da capo. Che onore, eh? Se falliamo anche questo colpo giuro che mi faccio missionario! Non possiamo fallire, stavolta, fidati- disse estremamente rilassato Gigi. Ma per l'allarme come facciamo? A quello ci pensa mio zio. Cos ha detto. E cio, che far, ipnotizzer le cellule sensoriali? Non ti preoccupare, ha detto che quel problema gi risolto. Non so altro, ce lo spiegher stasera. Quella casa non proprio come questo buco, Gigi, lo sai, no?- il Cicala si mostrava il

meno ottimista del gruppo. So che abbiamo poco tempo, ma se facciamo tutto con la massima sincronizzazione e non facciamo cazzate... Hai studiato un piano? Mi hai scambiato per Cecco? Come faremo? A parte la stronzata dei cani, dico... Dopo aver disattivato il congegno d'allarme, tu e il Beracchi vi fate il lato nord-est del primo piano; io e Cecco tutta la parte ovest. Dovrai occuparti anche della biblioteca centrale, questa qui in mezzo. Spostala, distruggila, falla esplodere con una bomba, basta che vedi quello che c' dietro.. Ho capito. Il primo che finisce di cercare di sotto passa all'ala ovest del secondo piano, la pi grande. Gli altri due vanno nella zona pi piccola, dove ci sono bagno e camere da letto. Lo stesso per il terzo piano. Terzo piano? Ma dove cazzo abitano, al Grand Hotel?- il Beracchi interruppe Luigi. Comunque, non dovrebbe essere cos difficile. Tre ore dovrebbero anche avanzare. Cicala, tu invece li hai portati i ferri? - Si, Gigi, li ho portati, ma non ti aspettare mitragliatrici...l'espressione del Cicala la diceva lunga. Il capo si pass fra le mani quelle stoviglie arrugginite, scuotendo la testa e sospirando con un filo di voce. -Che te ne pare- fece entusiasta il Beracchi. Luigi lo fulmin con lo sguardo. -Le avete rubate a mio zio, per caso? Perch appena arriva capace pure di incazzarsi... Il Cicala alz le spalle e rise. -Te l'avevo detto, Gigi, non dovevi aspettarti gioiellini.. -Ma nemmeno ordigni dei moti carbonari cazzo! -Qual il problema? -Il problema? Ma avete provato a spararci con sti cosi? -Sinceramente no. Tu dici... -Dico che vi saltano in mano di sicuro. -Facciamo una prova?- si inser il Beracchi. Altro lampo negli occhi di Gigi. -No, non roviniamo la suspance! Aspettiamo di essere in villa! Il Cicala affer uno di quei residui bellici. Il capoccia gliela sfil prima che potenesse caricare. -Tu mi servi sano. Dlla al mongoloide. -Cecco, vieni! Ti va di sparare? La bestia alz la faccia dal piatto che stava saccheggiando e tir fuori un sorriso atroce. -Vai, spara a quel limone. Tu sei quello che ha la mira migliore. -Ma non che facciamo casino? -Qui ci abito solo io e qualche sorcio- disse Gigi. Il Ralli impugn la pistola e si lecc la bocca con la lingua. Sput. Lo faceva sempre per concentrarsi. Luigi era stato eccessivamente severo con quel revolver: la casa fu bombardata da pezzi di limone. Il ferrovecchio era intatto, stabile e fumante. -C' altra frutta in casa, Gigi?- fece Cecco raggiante, con il naso gocciolante di limone. -Asciugati il muso, stronzo. -Non avete neanche finito l'insalata, signore. -Non mi va, non ho tanta fame. E poi la chiami insalata questa?

-Lo sa com', nei vagoni ristoranti...non possiamo mica aspettarci un piatto di ostriche.. -Vagoni ristoranti di merda...che hai detto, ostriche? -S, ostriche... -La mia prima moglie! Quella era pazza di ostriche, e anche di aragoste...! Il viso del vecchio si rivitalizz di colpo. -Mi ricordo la prima volta che vide un'aragosta in faccia...per poco non svuotava tutto l'acquario del locale!.. -La signora Tiziana? -S, lei...signora...adesso, forse..dovevi vederla com'era prima! Hai presente una zingara? Arturo annu sorridendo. La mano svelta di Umberto si allung verso la bottiglia di vino. Ne vers tre quarti a lui e un dito al fido giardiniere. -Lo sa che non bevo.... -Un po' di vino non uccide nessuno, Arturo...il piombo fa male, quello s, ma il vino no, fidati...bevi dai.... I tre quarti di bianco sparirono fluidamente dentro la gola di Umberto. -Buono? -S, abbastanza.... -Ti perdono perch non bevi, Arturo...questa brodaglia farebbe schifo anche a un barbone... Arturo cominci a grattarsi il collo con due dita in modo nervoso. -Che succede? -Senta, signore..io non mi sono permesso fino ad ora...per.. Il vecchio lo fiss con un sorriso affettuoso. Aveva gi intuito dove volesse andare a parare. -Il colpo che deve fare...dico.. sicuro? -Ti sei messo d'accordo con Silvien anche tu? -No, ma visto che.. -Ma se non mi sono fatto convincere da lei, hai speranze tu di farlo, caro Arturo? Bevi, bevi, e non ci pensare. E' una cosa che riguarda me, poi, e tu sei qui solamente come mio aiuto.. -Aiuto? Cio, che dovrei fare? -Al tempo te lo dir. Quella laconica risposta aveva lasciato visibilmente insoddisfatto il giovanotto. -D'accordo, ma non una parola con mio nipote...avevo promesso che te ne avrei parlato a Milano...per mio nipote, sai. Comunque, non preoccuparti, lo so che sei un ragazzo onesto, non voglio farti diventare un ladruncolo come me! La tensione accumulata dal giovane si andava sgonfiando. -Dovrai solo stare immobile, e segnalarci se vedi qualche persona. Basta, tutto qui. Il palo, non devi fare altro. Ancora mezzo bicchiere di bianco. -Andateci piano, vi fa male. Umberto lo squadr nervosamente. -Ho una corazza di ferro nella pancia, non lo sai? Allora, dicevo..tu sarai fuori dalla villa, e ci avvertirai se ce ne sar bisogno. -E come far? -Le apparecchiature le ho portate io, ovviamente, quelli l sono dei morti di fame... -Ma sono quelle che conservava nel salone? Funzionano ancora? -Le cose buone durano cent'anni, Arturo. Lascia fare. Il vino cominciava a fare effetto, il vecchio ormai andava a briglie sciolte. Sbatt con violenza sul tavolino una piccola mappa. -Ecco, curiosone, questa la pianta della villa che mi sono ricostruito. Ovviamente se quello che mi ha detto mio nipote esatto. -Signore, ci sono altre persone...forse meglio posarla per ora...

-E quanto ti preoccupi, Arturo mio! Zitto e ascolta. Eccitato dall'alcol il dito tremolante cominci a muoversi come una trottola impazzita, lungo decine di perimetri segnati con l'evidenziatore. In meno di tre minuti, il Londi diede una descrizione minuziosa dell'assetto della villa. Il ragazzo faceva fatica a stargli dietro. -Il vero problema il sistema d'allarme. Gigi mi ha detto che agli angoli dei muri ci sono delle cellule sensoriali sensibilissime, all'avanguardia. Cose da scienziati, Arturo. -E come far allora? -Non sar uno scienziato, caro, ma ricordati che nel mio ramo ero un'autorit. Umberto pos una piccola scatoletta grigia sopra la piantina. Cominci a segnare con delle crocette le cellule d'allarme disegnate all'interno della casa. -Ecco, con la mia scatola magica queste sensibilissime cellule se la prenderanno nel culo! -Ma cos'? Cos'...indovina!...un piatto di spaghetti non mi pare... Arturo gir l'apparecchio dall'altro lato per tentare di capirci qualcosa. -Non ti sforzare, te lo dico io cos'...un decodificatore. Penso che vada bene anche per la nostra casetta. Il Londi si asciug la bocca e allontan il bicchiere tentatore. -Per oggi basta vino! Soddisfatto? -B, ne ha bevuti quattro bicchieri...sar lei soddisfatto... Senti, fammi un piacere..vado nello scompartimento. Me lo porti un caff? -D'accordo. -Prenditene una tazza anche tu, o sei pure allergico a questo? -Lo prendo, lo prendo. -Bravo. Ti aspetto dentro. Umberto, allontanandosi dal vagone ristorante, cominciava a sentire la pancia ribollire animatamente. La corazza di ferro si era arrugginita da un pezzo. Appena sent pronunciare quel nome, Cecco si lasci andare ad una risata incontrollabile. Nell'euforia assest un calcione a uno dei piedini del tavolo, facendolo ballare in maniera vertiginosa su se stesso. Il Cicala fu sbalzato fuori dalla sedia, Gigi fece in tempo a scansarsi, conoscendo gi la pericolosit dell'animale sulla sua pelle, e la talpa, per chiss quale legge misteriosa della fisica, si ritrov sotto il tavolino fra le gambe impazzite del Ralli. Tutta colpa della ditta Carrubbo, o meglio i fratelli Carrubbo. Una banda di handiccapati, una specie di banda bassotti sfigata dell'hinterland milanese. Li aveva evocati, tra una coscia di pollo fredda e una birra calda, il Cicala. -Sei sicuro, Cic? Ci hanno gi provato? Il compare tir fuori dal suo zainetto grigio un fogliaccio giallo, che in origine doveva essere una pagina di quotidiano. Banda sorpresa dai cani, tutti in cella- recitava il trafiletto. -Che teste di cazzo!- fece Gigi, sbattendo il pugno sulla foto di uno di loro. -Hai capito? Pure loro avevano tentato il nostro colpo! -Ma sono ancora dentro? -No, sono tutti fuori adesso. E' roba di tre anni fa. L'indulto gli ha parato il culo. -Pensi ci riprovino? -Quelli l? -No, vero? -Ma se si sognano ancora quei mostri che li hanno sbranati! -Meglio cos. -A proposito, quand' che dobbiamo fare il soprallugo io e il Beracchi? -La vigilia del colpo, quindi...il 16. -D'accordo. Cecco tir fuori dal frigorifero una bottiglia d'acqua poco invitante.

-Ei, Gigi, ma da te l'acqua arriva marrone? -Stai zitto tu, che hai il latte pieno di mosche! Di nuovo gi a ridere. Ralli si attacc tranquillamente alla bottiglia. Il Beracchi fin di spazzolare il piatto, dove rimanevano briciole di pollame. Drrrrrrrrrrrrrrrrr. Drrrrrrrrrrrrrrrrrrr. Drrrrr. Cecco lanci un urlo da isterico appena vide il comodino del Londi muoversi da solo. -Il terremoto!! Il Beracchi rimase attonito, con un frammento di pollo che gli penzolava dalla lingua. Il Cicala si gir verso Gigi, che ridacchiava divertito. -Il terremoto nel tuo cervello! Apr il com indemoniato. Dentro c'era una svegliatta rossa. -Tranquilli, non suona pi. Ha una tenuta limitata. Insomma uno schifo di sveglia. Cecco butt un sospiro di sollievo, la lingua del Beracchi arpion quel rimasuglio di ala, il Cic si volt di nuovo, questa volta verso l'orologio appeso al muro. Le quattro. Era ora di affacciarsi alla stazione. Umberto era diventato giovane. Camminava e sbatteva tra i pali della luce, alcuni accesi ed altri spenti. Scotland Yard urlava dal megafono. Era buio. Londra di notte terrorizzava Umberto. Il suo orecchio fu inotizzato e trascinato da una dolce cantilena, un fischio soffice e vellutato a cui non seppe resistere. La melodia lontana adesso appariva pi nitida: era nata da un mucchio di siepi. In mezzo a quel fogliame il giovane e spaurito Londi intravide una testa con addosso pochi e folti capelli scompigliati, una fronte alta e spaziosa come quella di Cesare, due occhi scaltri, un collo snello e nervoso, due dischi volanti attaccati al posto delle orecchie, una bocca piccola e vivace. Lo aveva gi visto da qualche parte, quel ragazzo, ma non ricordava dove, come, in che circostanza. L'omino circondato dall'oscurit e dalle fratte rise all'amico, senza preoccuparsi del rumore che provocava e che avrebbe attirato gli sbirri. Cercavano lui. Attorno a loro era tornato di nuovo il vuoto, gli agenti erano stati inghiottiti dal silenzio e Londra diventava sempre pi nera e fredda. Il ragazzo continuava a ridere, e dal taschino fece scivolare gi verso la mano una quantit impressionante di pietroline. Incominci a tirarle, alcune verso est, altre in direzione sud, quelle che rimanevano furono equamente distribuite tra il lato nord e il lato ovest. Rieccoli, gli sbirri. Stavano impazzendo. Gridavano imprecazioni incomprensibili e torcevano le loro teste da una parte all'altra, giravano in continuazione, si scontravano fra di loro come nelle comiche di Stanlio e Ollio, buttavano il cappelletto per terra e sparavano colpi in aria per sfogarsi. Intanto l'uomo delle pietroline si stava facendo delle gran risate, protetto da quella piccola vegetazione e dai pali spenti della luce. Umberto continuava a guardarlo, come se fosse davanti ad un documentario vivente su qualche strano animale canadese o dell'Oceania. Quella bestia l'aveva gi vista da qualche parte. Si pieg per osservarlo meglio e per mettersi al riparo dalle colt, e si accorse di avere qualcosa infilata nella tasca del pantalone, gonfio come una mongolfiera. Allung la mano e tir fuori un rotolo di carta appiccicoso, mezzo bianco e mezzo giallo con delle strane macchie marroni intorno. Srotol quel mistero. Era la fotocopia dell'omino delle pietre. Soltanto un po' pi magro, con i capelli ben ordinati all'indietro, una giacca e una cravatta che gli stringeva la gola, un piccolo segno verticale che scendeva dal naso, e una faccia molto incazzata. Sotto c'era segnata una cifra che per era stata scarabocchiata dall'usura e dal tempo. Anche il nome, sotto quei numeri, era coperto per met. Ma il cognome era integro, tranne che per le due lettere finali. Ma quella R iniziale, quella O che la seguiva poco lontana, quella N che si intratteneva con loro, e quelle B, I, e G accatastate

dall'altra parte gli furono pi che sufficienti per trovare una identit al rebus che aveva l davanti. Quel gran genio di Ronnie Biggs. Quel maestro di Ronnie Biggs. Il grande Biggs. Quell'uomo che aveva raccolto l'eredit in terra di Ermes, colui che riusc a svuotare il GlascowLondra dei suoi due milioni e mezzo di sterline. Sua maest Biggs. Il sovrano avvicin il giovanotto verso di s. Gli chiese come si chiamava, e da l in avanti il Londi scal le marce della bocca e prosegu in quinta fino ad entrare in riserva di saliva. Neanche avesse davanti Padre Camillo, il vecchio sacerdote della sua parocchia, il futuro ladro si confess totalmente al suo interlocutore. Sognava di diventare come lui, gli disse, mentre lo guardava sempre pi inebriato e sognante. Ronnie gli aggiust il giaccotto come si fa con un vecchio amico e gli spieg due-tre cose. Gli spieg che non avrebbe mai pi dovuto pronunciare quella sigla infamante. I ladri non esistono, noi non siamo ladri. La sua bocca scattante gli fece capire che doveva considerarsi una persona buona, migliore della altre, perch rubava per s, e quindi voleva dire che si trattava bene, si voleva bene. Gli inculc nella testa il dovere di circondarsi soltanto di persone capaci, e di non fare come lui, che su quel treno fece l'errore di portarsi dietro un macellaio senza cervello che spacc la testa al macchinista fino a farla schizzare fuori dal collo. Gli sugger di fare pochi colpi ma buoni, di non sposarsi mai e di fare collezione di donne, di togliersi di mezzo i colleghi pi in gamba di lui. La lezione alla University of London fu interrotta all'improvviso. Il palo senza colore che li proteggeva dall'alto li trad come un infame: s'illumin ferocemente sopra le loro teste e sopra le loro facce. Umberto vide Ronnie rintanarsi come una talpa sotto quel cespo di rose e foglie gialle. Si gir di scatto, violentato da un torrente luminoso che si sprigionava da una torcia indemoniata. Accanto alla lampadina vide incollata una mano, accanto a quella mano ne vide un'altra che stritolava una pistola e la puntava in avanti. Umberto Londi ebbe il tempo di dire io quando la mano indietreggi verso il calcio della colt, e dalla bocca scura e profonda di questa usc fuori un tondino di piombo luccicante e velocissimo che and a stamparsi sopra il naso del Londi, creando un buco grande come un terzo occhio. Cadde per terra spaccandosi la testa nella polvere. Il braccio destr si irrigid, un attimo dopo di sciolse e apr la mano che ospitava il fogliaccio ingiallito con il viso di Ronnie. Un attimo dopo, Londra non c'era pi. Quelli di Scotland Yard furono risucchiati con la loro citt. Era scivolato nel nulla anche quel silenzio pieno di ansia e mistero, ed era apparso un rumore fastidioso, duro e impertinente. I pali della luce furono sradicati via e al loro posto correvano case e monti. Il foglio si trasform in una tazzina di caff e il palmo bianco e liscio che reggeva la faccia di Biggs divenne secco e sfigurato da linee profonde.

Milano cominciava ad apparire dai finestrini. Una pioggia pesante rimbombava sui vetri appannati. Qualcuno guardava attonito ed estraneo l'orizzonte, qualcun'altro cominciava a sistemarsi i bagagli ansimante, altri erano felici di essere arrivati. Nel piccolo bagno una persona si buttava addosso cati d'acqua per rinfrescarsi, si asciugava il collo e stringeva in mano una piccola scatola e un pezzo di carta fatto a palla. Il controllore tir fuori due dita per assaggiare l'intensit dell'acqua piovana, alz gli occhi e cap che il peggio doveva ancora venire. Sopra quel rapido, si stavano disegnando quattro o

cinque nuvole dense e nere. L'uomo del cesso poggi il cellulare sul lavandino e nascose la scatola. Cerc nella sua rubrica il numero che gli interessava. Lo compose. Dall'altro lato qualcuno rispondeva contento. La stazione. Il tren arriv puntuale, con la sua mezz'ora di ritardo. Umberto Londi, nel suo scompartimento, era ancora davanti al caff. I pantaloni erano macchiati di quel brutto nero pece, una mano buttata di lato, l'altra incastrata nel sedile, la tazzina adagiata di lato all'altezza dell'ombelico. Gli occhi sbarrati fissavano Milano, tanti anni dopo. Vedi Milano e poi muori. Le pupille di Gigi scattavano a destra e a sinistra. Questo no, quest'altro nemmeno. A turno, sbucavano dal portoncino decine di persone. Alte, basse, grasse, vecchie, storpie, strabici, muscolosi. Ma dello zio non c'era traccia. Il Cicala, nervoso, teneva imprigionate le unghia con i denti. L'esuberante Cecco lanci un urlo da provetto Tarzan. Gigi gli molll uno scappellotto. -Forse meglio che lo andiamo a prendere noi- disse il Cic. -Andiamo- rispose Gigi. -Ma allora non neanche in grado di scendere da solo? -Ma che dici, sta benissimo. Si sar addormentato. I tre setacciarono gli scompartimenti come segugi. Ancora nessuna traccia del parente fantasma. In fondo rimanevano gli ultimi dieci stanzini. Luigi chiam a voce lo zio. -Cazzo... Il tono sconfitto del Cicala richiam Gigi, dietro di lui. -Che c'?? Il compare si spost, facendo entrare il nipote nella cripta di Umberto. La testa era scivolata di lato, verso il finestrino. Un rigolo di caff segnava il pavimento. Una mano si era aperta, ma adesso non rispondeva pi. Le labbra semichiuse avrebbero voluto dire qualcosa. -Un infarto.... Gigi non fu in grado di dire altro. Il Cic sferr un diretto contro il finestrino duro. Ralli d'un tratto fu assalito dallo sconforto. Il nipote afferr la camicia dello zietto e avvicin rabbioso la sua faccia. -Proprio ora dovevi schiattare....

Nessuno aveva il coraggio di buttar gi un po' di fiato. Lo specchietto retrovisore rifletteva i cerchi di fuoco di Gigi. Accanto il Cicala, turbato, osservava il Ralli che si mangiava le mani, sudato e triste. Si poteva distinguere in maniera nitida e pulita il cigolio misterioso che il motore di quella macchina si portava appresso da anni, tanto era profondo il silenzio di quel cimitero a quattro ruote. La rabbia di Gigi sembrava soffocata a fatica: stratton avanti e indietro il freno a mano ad ogni semaforo in maniera brutale e feroce, come se avesse urgente bisogno di sfogarsi con qualcuno. Il compare, l di fianco, si guardava bene da fargli notare che continuando cos avrebbe anzitempo mandato in pensione quella vecchia carcassa. -Ma tuo zio partito da solo?-Cecco l'ardito. Come una frusta. Rapida a partire, e veloce a rientrare. Cos la mano del Capo si pos sulla mascella pesante del Ralli. -Certo che partito da solo, coglione!! Cecco si ritir ancora pi indietro, nascondendosi dietro la nuca del Cic e spiaccicando la faccia

contro il finestrino ghiacciato. Il pi possibile lontano da quella furia. Il Cic strinse la mano dell'amico nervoso e la rimise al volante. Gigi sfond il pedale del freno: Cic sbatt contro il cruscotto e fin schiacciato in mezzo al sedile, Cecco fu scaraventato all'altra estremit della macchina impiastricciandosi la faccia contro un mozzicone di sigaretta. Fortunatamente Luigi scelse di liberare la propria repressa rabbia nei pressi di una traversina dimenticata da Dio e dagli altri automobilisti, altrimenti quella frenata avrebbe potuto trasformarsi in un harakiri a catena. Il pazzo usc fuori e punt dritto contro un bidone pieno di immondizia fino all'orlo. Rifil un calcio a quella montagna di letame come neanche avrebbe potuto fare un professionista del football made in Usa. Pezzi di cocco, salsa e merda furono sbalzati fuori dalla loro culla fetida.

Gli spaghetti annegavano nell'acqua bollente, passando da una punta all'altra dal forchettone di legno, e alcune briciole si dissolvevano, ogni tanto, nel profondo mare salato. Poco distante dal cuoco Renato il cameriere Charlot danzava e canticchiava con il suo ricco vassoio in mano, in mezzo ai tavoli del ristorante, con quel suo ritornello strambo e affascinante. Il cuoco roteava gli spaghetti a tempo con la musichetta, schioccando le dita e fischiettando, trasferendosi con l'immaginazione dentro quel vecchio film, non badando alla pasta incustodita che se ne stava andando in malora, rammollita e sfatta, imprigionata fra le unghia del forchettone. Chaplin non era una passione di Domenico, che se ne stava sbracato sul divano rosso, con una gamba penzoloni, aspettando la cibaria per la truppa. Ingannava il tempo spezzando tronchetti di legno con i denti e con le dita, mentre Charlot davanti a lui ballava infastidito. Il pi seccato per era Vincenzo, la cui salma riposava vicino alla finestra, con un braccio appoggiato al vetro e l'altro incastonato nel mento. Di tanto in tanto chiudeva gli occhi e riposava, poi li riapriva sperando di affacciarsi e trovare davanti a s quello che aspettava. Ma fuori dalla casa dei Carrubbo c'era il solito meccanico che bestemmiava e distruggeva le macchine dei clienti, i soliti tre piccioni che si sbeccavano a sangue attorno a un pezzo di tonno nero, le solite macchine che andavano e venivano a 180 all'ora in quel tratto di strada rubato all'utodromo di Imola, il solito edicolante che sfogliava incazzato i giornali e aspettava qualcuno che glieli sfilasse dalle mani. Le pupille stanche e assonnate di Vincenzo furono ridestate da un tintinnio metallico e duro, prodotto da un cacciavite che sballonzolava impazzito tra un bicchiere di vetro e una vecchia brocca di porcellana a fiori: il cuoco stava radunando la truppa, oscillando fra le mani lo scolapasta fumante. Domenico salut Charlot con un gesto di disaprovvazione, non vedendo l'ora di potersi liberare da quella visione, lasciando la sua sagoma sudata scolpita nel divano. Vincenzo si allontan dalla finestra, perch non c'era nulla di nuovo all'orizzonte. Renato riemp oltre l'orlo i piatti di tutti e tre. Bagn i bicchieri con un po' di Moltancino rimasto in credenza, e augur a tutti buon appettito. Anche se forse, a guardare quei pezzi di spaghetti uniti con l'attack fra di loro, bisognava augurarsi buona fortuna. E per fortuna del cuoco i suoi due clienti erano di bocca buona e non badarono neanche a quello che stavano mangiando, troppo presi e concentrati nella loro avida voglia di riempire le loro pance. Con un gesto orizzontale e netto della mano, Domenico consigli a Renato di mandare fuori dalle scatole Chaplin. Vincenzo mand gi per la gola un po' di vino e poi si gir verso il panorama. Non riusciva a staccarsi da quella mattonella di vetro. Con la bocca macchiata di rosso e ripiena di spaghetti di pongo, il cuoco fece cenno a Vincenzo di impegnarsi a finire il piatto, invece che stare a osservare gli uccellini come un poeta che cerca l'ispirazione della sua vita.

Il capo si diede pace e risucchi lo spaghetto lasciato a met. Il compare di fianco abbandon il campo di battaglia prima della fine, lasciando qualche nemico qua e l, nel lago rosso del rag. Il cuoco spruzz del pepe sopra quegli otto spaghetti rimasti orfani e li fece accomodare nel suo palato, che ancora aveva qualche posto libero per i fratelli ritardatari. Vincenzo sollev la manica della camicia a quadri e si accorse che le lancette avevano gi superato l'orario prestabilito. Si alz dalla sedia e and dritto dritto verso il telefono. Renato non perse tempo a completare il proprio sterminio di guerra, e con la forchetta che grondava pezzi di carne si avvicin feroce all'ultimo gruppetto di spaghetti rimasti ancora vivi sulla tavola. Non ci furono superstiti.

Sotto una tempesta. Sotto torrenti di pioggia appuntita, senza un ombrello con cui ripararsi, indifeso contro le forze della natura maligna e selvaggia. Si guardava attorno, e non c'era nessun da chiamare, nessuno su cui appoggiarsi, nessuno a cui fare sentire la propria voce debole e stanca, che non riusciva pi a uscire dalla bocca bagnata. Correva da una parte all'altra della piazza vuota, con il cuore che sbatteva sempre pi prepotente sotto la pelle. Gigi cerc di uscire da quella piazza, ma non ce la fece. Pochi attimi dopo, si vide camminare da solo, con una pistola in mano e un marsupio attaccato alle spalle. Gigi vide Luigi che entrava da una porta, poi usciva velocemente e poi le manette, poi le grate, i secondini, gli sputi e gli insulti, il tribunale, e il sole invisibile, e le pareti che lo schiacciavano. E poi magari fuori, e poi di nuovo dentro. Gir la manopola rossa dall'altra parte, cos incazzato e rabbioso da svitarla e farla cadere sui suoi piedi. Afferr una tovaglia e se la schiacci in faccia. Si violent i capelli con le mani arrossate e si asciug il naso con della carta igienica. Davanti a lui, disegnato su quella tavolozza appannata, c'era ancora Luigi. Quel ragazzo gli fece pena, e allora Gigi cap che non poteva lasciare da solo, non poteva voltargli le spalle. Asciug la barriera di nebbia che lo separava dal suo amico e i due si sorrisero. Stai tranquillo. Luigi avvolse un lenzuolo tra i fianchi e usc dal bagno ancora mezzo nudo. And spedito verso il cucinotto, dove c'erano Cecco, il Beracchi e il Cicala. I tre compari si girarono, destati dallo scalpettio dei piedi nudi e bagnati sul pavimento. -E' tutto come prima. -Tutto cosa, Gigi?- chiese il Cic. -Il colpo. Si fa lo stesso. Il Cicala si gir verso la talpa per vedere la sua reazione. Il Beracchi accese di nuovo gli occhi. La Bestia riprese ad eccitarsi e fremere sulla sedia. Lanci l'urlo della foresta. Le risate libere e sfrenate dei quattro moschettieri risuonarono per tutta la baracca. Il dito schiacci il numero tre, nel momento stesso in cui la porta cominci a vibrare. Renato apr e la persona si materializz. Sotto quel cappuccio verde scuro, sotto quello zuccotto a righe e sotto quegli occhialloni neri notte, c'era Arturo. -Scusa il ritardo, Vic. -Te la sei fatta a nuoto?- fece il cuoco. -Dai, siediti e asciugati- il capo non si dimostr infastidito del ritardo. -C' un po' di caff, ragazzi? -Vallo a prendere tu, Domenico. Arturo si scotol violentemente i capelli, come fanno i cani inzuppati e insofferenti all'acqua. Annus in giro l'aria e cap che l dentro avevano mangiato da poco. Gir lo sguardo verso

Renato. -Mi dispiace, non c'e' rimasto nulla. -Si mangiato tutto lui, lo credo- lo interruppe Domenico, che poggi la tazzina tiepida sul tavolino di legno. -Accontentati del caff per adesso- disse pi seccato Vincenzo- tra poco Renato va a comprare dei panini. Il giardiniere assaggi e mise subito gi quell'intruglio insipido. -Allora, tira fuori le cose. -Certo, le ho qui. Artur sfil dalle tasche larghissime e profonde del giubotto la piccola console grigia. Dall'altro lato del giaccone usc invece la piantina spiegazzata. Il viso severo e pesante di Vincenzo si allegger, non appena vide la scatola magica. Conosceva molto bene quei marchingegni. Anche i pi sofisticati. Fece cenno al giardiniere di aprirgli le stanze della villa. Arturo srotol il foglio. -E' bella grande, per- Renato spezz il silenzio della concentrazione. -No, sar facile vedrai, questa amichetta ci aiuter- il compare gli rispose battendo delle piccole amichevoli pacche sulle spalle metalicche dell'apparecchio. Incroci lo sguardo di Arturo. -Hai fame, vero? -Cazzo se ho fame! -E te lo sei meritato sto panino benedetto, di! -Se volete cucino io!- Renato si intromise. -Per me fa lo stesso, ragazzi. -Per noi, no, Arturo!- fece Vincenzo ridendo e schiaffeggiando in maniera scherzosa il cuoco che si fingeva offeso. Domenico lo rincuor con un piccolo bacetto sulla fronte. Uscirono tutti a mangiare e brindare a colpi di coca cola, in attesa dello champagne pagato dalla famiglia Speroni. Domenico addentava il cartoccio e guardava Vincenzo. Vincenzo succhiava dalla cannuccia arancione e guardava Renato. Renato mangiava il panino e guardava il panino, perch aveva troppa fame ed era troppo stupido. Arturo era gi alle quinta fetta di pizza a taglio. Fino a quell'istante, la conversazione scivol su piani decisamente dolci e culinari: il cuoco diede un saggio sulla preparazione dei fagioli, il giardiniere raccont quanta immondizia gli fecero ingoiare in treno col vecchio, e Domenico si agit in una stucchevole propaganda a favore del cibo geneticamente modificato. Peppe il Cannocchiale era una tavernetta molto alla buona: quattro tavolini sbilenchi assortiti in maniera disordinata e bizzarra, sedie scomode come i letti dei fakiri, servizio che, quando c'era, lasciava decisamente a desiderare. L dentro ci lavorava una cameriera sui cinquanta, grassa come un ippopotamo in doce attesa e incazzata come una iena defraudata della sua preda. Giravano strane voci sul suo conto, qualcuno diceva che fosse mentalmente instabile, in realt era solo sgarbata con i clienti perch non riusciva a trovare un lavoro pi soddisfacente di quello. Poi c'erano altri due filippini che gironzolavano l intorno, quando ne avevano tempo e voglia, e infine Peppe il padrone, etichettato il Cannochiale perch gliene serviva giusto uno per poter leggere qualcosa scritto su un foglietto. -Secondo voi quello ricco?-Renato cominci con il solito gioco. -Ma chi, quello col cappotto grigio? -No, quello con la giacca nera. -Diciamo che se la passa meglio di noi, ma ricco non lo - fece Cic. -Guarda quello, guarda quello! -Quale, Renato? -Ciecato, quello che si seduto adesso al tavolino all'angolo con i pantaloni marroni.

Vincenzo compose una leggera smorfia fra i baffetti. -Quello ti sembra ricco? Di un occhio alla scarpa, l c' spazio per farci entrare un topo. -Cazzo, vero! Ha la scarpa bucata. -E poi secondo te uno che ha soldi da buttare viene da Peppe a spezzarsi i denti con le sue pizze d'acciaio e a sporcarsi la lingua con i suoi cocktail colorati? Domenico rise e fece ribollire il suo cocktail giallo paglia. All'improvviso si avvicin Moby Dick al tavolo dei quattro. La sua presenza era sempre preannunciata da un sottile traballamento dei mobili di cartapesta. Il suo respiro pesante e scontroso, poi, era un terribile marchio di fabbrica. Il mostro spiaccic il conto sopra il piattino con una veemenza da wrestler. Si allontan, portandosi dietro il tranbusto acustico con il quale era arrivata. Domenico sgran gli occhi e sfil una pallina di mozzarella dalla bocca. -Da quando Peppe diventato un gioielliere, ragazzi? Vincenzo stir la mano verso il compare che gli passava il conto. Sembravano Dio e Adamo nella Creazione di Michelangelo. -Questo impazzito!- il capoccia scatt dalla sediolina e di corsa guadagn l'entrata del locale. -Calmati, Vic- Renato prov inutilmente a farlo ragionare. Quando Vincenzo partiva non poteva pi essere fermato. L'anno prima aveva incrinato le costole a un ragazzino che lo aveva guardato male alla fermata del bus, un'altra volta aveva picchiato un uomo con tanta foga da fargli sputare cinque denti e ridurlo su una sedia a rotelle. Questa volta, per, tiro fuori un coltello a serramanico. I tre ragazzi al tavolo lo guardavano impietriti e impotenti, mentre con l'arma dietro la schiena il pazzo procedeva spedito e fumante contro Peppe. Il padrone della bettola non si mosse dal tavolo su cui stava facendo dei conti: la paura e l'aggressione inaspettata gli avevano incollato il culo alla sedia. Prima che la furia lo raggiungese spieg le corde vocali tremanti e lanci un urlo di soccorso. Arturo decise di intervenire, mentre gli altri due rimasero bloccati ai loro posti. Il Cannochiale emise un altro gemito, questa volta di dolore. Il suo salvatore si precipit verso di lui. Di colpo, Vincenzo si spost sulla sinistra lasciando libero campo a Peppe. Il proprietario gli blocc il collo stringendolo duramente con entrambe le mani, mentre il coltello del capo entr e usc dodici volte come un missile dalla pancia del giardiniere. La mano pelosa di Peppe allent la presa, quando vide che il suo salvatore cominci a sgonfiarsi lentamente verso il basso. Vincenzo diede l'ultima firma sul suo corpo scucendogli la gola. Renato e Domenico arrivarono per vedere l'opera completata e finirono di banchettare all'impiedi, sbriciolando pezzi di pane sulla faccia irrigidita di Arturo. Vincenzo ingrass la cassa dell'amico ristoratore con quattro banconote da cinquecento euro, poi diede una cospicua mancia alla Befana e si allontan con i suoi ragazzi. Al giardiniere non tocc neanche una fetta della torta. Credere alle superstizioni da ignoranti, ma non crederci porta male: la massima popolare di Eduardo risuon dentro le lunghe orecchie di Gugliemo, quando vide il suo giaccone di cammello mutato in pelle di leopardo, cosparso di macchie grosse e a tinte fosche. Poi l'occhio masochista si concentr pi in basso, dove una ventina di minuti prima facevano la loro bella figura i due fratelli mocassini, lucidi come palle da biliardo. Ma il mostro a quattro ruote non risparmi neanche loro, facendoli inondare da un maremoto di acqua fangosa. Tanto era profondo quel cratere, tanto andava di fretta quel demonio di camionista, che uno schizzettino, piccolo ma odioso, raggiunse anche la faccia di cera di Gugliemo, andandosi a spiaccicare all'estrema destra di quella foresta pelosa che chiamava baffi. Col senno di poi cap che sarebbe stato meglio ascoltare la moglie, devota fedele dell'universo scaramantico: non uscire oggi, il 13. Resta a casa. Ma gatti neri, calendari, specchi e scale non facevano parte del mondo di Gugliemo.

Mancavano pochi minuti all'appuntamento. Cerc di sciogliere nell'acqua di una fontana i segni pi imbarazzanti di quella doccia fredda imprevista. Agitando la mano come una pala, il Rolex scivol sul polso e gli disse che si erano fatte le cinque. Era l'ora. Sarebbe arrivata da un momento all'altro, e per pochi istanti il lord della Brianza perse il suo aplomb da etichetta. Cominci a girarsi intorno e fremere sulle gambe. Si scelse una panchina l vicino e decise di ridarsi un contegno. Diede un'ultima spazzolata manuale al soprabito, schiocc le scarpe fra di loro, allung le dita fra i capelli, e riprese a respirare in maniera profonda e controllata. Maledetto numero 13. I Santi protettori della sfiga si abbatterono di nuovo contro il miscredente e buttarono una voce nel cielo, destando il signor Eolo che riposava stretto fra le nuvole. Quest'ultimo rispose. Speroni con mezza coda dell'occhio becc una specie di capannino. Prima di andare per la terza volta in poche ore sotto la doccia, lo raggiunse. La pellaccia del cammello mostrava tracce di sudore. Il padrone dell'animale strofin le mani sulla cute della bestia. Per eseguire il lavoro pi velocemente, si aiut anche con l'altra mano. Appresso, in soccorso, se ne aggiunse una terza, pi bianca e pi lunga delle sue. Non sempre sono gli uomini ad arrivare in ritardo. Marta lo colse di sorpresa e sorrise, sventagliando i capelli contro la pioggia.

Marco cercava di fare del suo meglio, ma quel cerchietto di caff non voleva staccarsi dalla guancia di Hemingway. I soliti incivili. Leggono, bevono, macchiano. Gugliemo pass in rassegna con lo sguardo titoli e facce in quantit industriale: la rivoluzione messicana, Melville, Bronte, Pel, gli Scapigliati, la guerra fredda, Montale, Cernobyl, Defoe, Bevilacqua, la cucina bavarese, le piramidi maya, gli scoiattoli, lo zapping, Manzoni. -Certo che hanno scritto su tutto- osserv Speroni grattandosi il mento, in pacchiano atteggiamento da pseudo-intenditore. -C' un po' di disordine, per. Marco, perch non dividete tutto per settori? -S, ci stiamo pensando. In realt pensava solo a lavare la faccia di Ernest. Marta era cresciuta in mezzo a quella biblioteca post-moderna. Adorava, soprattutto d'inverno e quando qualcuno la faceva innervosire, prendere un cappuccino con Pasolini o poter dividere il suo caff con i mille di Garibaldi. Si muoveva tra quei scatoloni e quegli scaffali come Heidi fra le Alpi svizzere. Il suo habitat. Per non essere da meno il suo amichetto imbracci un saggio di De Felice. Andiamo di sopra, ci prendiamo qualcosa, vuole? Voglio che mi dai del tu, lo rimprover lui. Marta arross leggermente e da perfetta garibaldina obbed. Ti va di bere qualcosa? Adesso mi va!- Guglielmo scatt sulle gambe e mise a dormire De Felice sopra un piatto di strhudel. La saletta del caff era un campionario di tipologie umane. C'era la signora avvolta nel foulard rosa che si coccolava Tolstoj versandogli del t, il rasta puzzolente che ammorbava le narici di Engels, un professore universitario che si sfogava con Einstein. Certamente Marco e i suoi colleghi non si erano spaccati la schiena per rendere pi accattivante il posto, che aveva come unica e squallida scenografia delle tendine verde acqua e qualche tocco di blu e arancio che ravvivava appena la parete ricoperta di graffi. La giovane insegnante e l'elegante amico si scelsero un angolo appartato, vicino alla finestra che dava su un parco giochi. -Aspetti un bambino quadrato? Non me l'avevi detto! -Te ne sei accorto finalmente!

-Che cos'hai l sotto? -Un regalo per te. -Un regalo? Ma di! -Te lo meriti, Guglielmo. Dopo tutti quei libri che mi hai portato l'altro giorno mi sentivo in debito. -Dall'aspetto si direbbe proprio un libro. -S, mannaggia, ci scommettevo che l'avresti capito subito! La ragazza pass il pacco a pallini rossi dall'altro lato del tavolino. Guglielmo stracci quegli scandalosi addobbi decorativi e fece una brutta sorpresa. Pensava di averli annientati, quei bastardi teutonici, ma erano ancora vivi. Non riusc ad evitare al pomo d'adamo di sobbalzargli in maniera vistosa. Marta sbatt all'indietro una fila di capelli e indietreggi lungo lo schienale. -Nooo. C' l'hai gi? -Ee...ma che scherzi? -Aaa...meno male, ero terrorizzata. Pensa che figura. Ma scusa, hai fatto una faccia.... Lo Speroni chiese aiuto alla sua fedele arte fantasiosa. -S, ci credo...ma tu non sai che cosa questo volume....ce l'aveva mio nonno uguale! -Tuo nonno? Ma se questa l'ultima edizione del De bello Gallico! E' appena uscita. Ci sono saggi e commenti mai pubblicati! Altro salto della morte del pomo. -Scusami, Marta!Che sciocco, hai ragione, quella era un'altra edizione! Balorda fantasia. -Scusa, davvero, ma sembrano cos rassomiglianti... -Ti piace, allora? L'altro pomeriggio mi sembravi cos preso dalla lettura di Cesare.... -Ma stai scherzando? Siamo cresciuti a pane e Cesare in famiglia! Marta recuper il sorriso timido e la posizione sulla sedia, Guglielmo usc vivo da quel campo minato e incastr bene le gambe sotto il tavolo. -Sta arrivando Marco! -Ecco i cappuccini. -Grazie. -Brava, come fai a sapere che mi piace il cappuccino? -Scusa, te lo sei preso gi l'altra volta no? -Ah gi, madonna, sono proprio senza testa oggi! Pun la seconda sbadataggine bacchettandosi le mani con il suo autore preferito. Intanto la sala andava liberandosi dei suoi ospiti, il foulard rosa and via accompagnato dalla sua padrona, il rasta dai suoi forti effluvi. Un giovane barbuto nascondeva indisturbato Stephen King sotto la felpa. Una nebbia calda e vaporosa divideva Marta e Guglielmo.

Strinse i denti e volt gli occhi dall'altra parte, per soffrire di meno. Il filo di scotch nero fece sei o sette giri intorno al polpaccio, imprigionando la beretta fra le sue braccia elastiche. Qualche pelo della gamba fu sradicato via, ma il Cicala lo aveva messo in conto, e sopport. Il Beracchi stava terminando di imbottirsi le guance di pane e salame, mentre il suo collega lo guardava con una chiara espressione di disaprovvazione. -Sei pronto? -Certo, Cic. -E che ci fa la tua pistola nel comodino? -Adesso la prendo. -Vedi che non sei pronto. Muoviti. -Ma a che ci servono le pistole, scusa?

-Gigi vuole cos. E poi non si pu mai sapere. Sbrigati, di. La talpa fin il lavoro e sfidando il suo intestino trangugi mezzo panino in un sol colpo, aiutandosi con un po' di aranciata. Prese il suo ferro da stiro e se lo leg alla caviglia alla meno peggio, si imbacucc con un giaccone nero pesante come quattro impermeabili e mise in caldo le mani dentro i guanti marroni. Gigi dormiva nella sua stanza. Cecco riposava nel letto accanto, anche se il suo era un riposo coatto, voluto dal capoccia. Per un semplice sopralluogo due persone bastavano e avanzavano. Ogni tanto girava la testa verso il padrone e tirava fuori la lingua come i bambini. Quella casa era un igloo: la colonnina della temperatura oscillava quotidianamente tra i tre e i sei gradi: l'unica stufa a disposizione dei residenti era andata in pensione una settimana prima, un po' per i tanti anni di servizio sulle spalle e per l'et avanzata, un po' perch quel clima antartico aveva messo ko anche la sua pellaccia metallica. Il Ralli si impegn personalmente nel darle la buonauscita: quattro calci e qualche sputo condite da variopinte invettive. I quattro gradi di quella giornata scesero per qualche istante sotto lo zero: una folata polare invest le spalle del Beracchi, mentre dal fondo della sala arriv l'eco delle bestemmie di Cecco. -Ma che cazzo fai, Cic, chiudi sta' porta!! -Perfetto, buio pesto ormai. Possiamo uscire. La talpa insacc il capo in un beretto di lana, il compare avvolse il collo in una copertina nera. Le sette e un quarto: intorno all'ora di cena, se il motore della Golf non si fosse tramutato in un blocco di ghiaccio, i due sarebbero arrivati in via dei Marmi. Scopr che quando piangeva era ancora pi carina. Non l'aveva mai vista piangere. Soffi il naso e tampon il viso bagnato accarezzandosi con un fazzoletto. Scald il palato con un po' di cappuccino. Alz gli occhi verso di lui coprendosi gli occhi con la mano. Guglielmo avvicin la sinistra e con il suo tovagliolo spazz via dal suo viso quelle macchie nere che si erano create con il rimmel. -Basta, adesso, per favore. Altrimenti fai commuovere anche me! -S, s....scusa... stato un attimo... -Posso capirti, lo sai. Ho anch'io una figlia della tua et circa. -Dici davvero? -Certo, potrei esserti padre. So che troncare una storia ti pu buttare molto gi . Avessi visto Chiara, i fiumi di pianti che si faceva! -Eh, s...hai ragione. Sei il primo a cui ho raccontato la mia storia con Ennio, sai... -Ma non abbatterti per, sei giovane... -Giovane e senza una lira.... -Non mi avevi detto che avevi un lavoro? -S, lavoro....quattro lire....vivo da sola...sai cosa fanno.. -Comunque, dalla descrizione che hai fatto di lui, non starei a dannarmi pi di tanto fossi in te. -No? -No, assolutamente. Hai fatto un ritratto di un perfetto stronzo! Marta allarg la bocca e scacci via le lacrime con un sorriso di liberazione. -Ma lo sai quante ne potrei raccontare io di queste storie? -Ma perch, anche a te...ti hanno lasciato molte volte? -A me personalmente no, ma io sono un dinosauro, sono fatto all'antica. I miei antenati per, di cose strane... -I tuoi antenati? -S, ma ti sto parlando di cose avvenute in pieno Medioevo...una volta per esempio ho letto di una mia antenata, mi sembra si chiamasse Mantini...Eldegarda Mantini. Sai che faceva questa qui? -Che cosa? Pure lei aveva problemi sentimentali?

-Esatto. E sai come li risolveva? Ogni volta che finiva una relazione, faceva impiccare uno dei suoi gatti! -Noo, dici davvero... -E' tutto scritto, Marta. Questa roba era sempre sulle cronache dell'epoca, sulle riviste.. -Incredibile... -Non fare come lei, mi raccomando... -No, io amo gli animali, stai tranquillo... -Anche perch sai cosa le hanno fatto un giorno? Il marito le mozz di netto il braccio per gelosia. -Poverina...che parenti curiosi hai per... -Senti, ti faccio una proposta...anche per sdebitami del libro...ti piacerebbe venire a casa mia? -Da te? -S, ho la biblioteca piena di questi racconti assurdi, fogli di giornali, roba da museo....E anche un album pieni di incisioni dei miei parenti, cos potrai vederla anche in faccia questa pazza di Ermengarda! -D'accordo. Molto volentieri. -Cos conoscerai anche mia moglie e i miei parenti. Sei mai entrata in una villa nobiliare? -Villa....no.....decisamente no. -Allora spero sia un doppio piacere, per te. -Certo, ti ringrazio...ma non so...insomma, in quell'ambiente... -Non ti preoccupare, non ti troverai mica a disagio. Pensi che siamo ancora mummie da XIII secolo? I miei sono simpaticissimi, anche mia moglie...attenta, per, che quella vorr incastrarti con il bridge...! E' pi pazza delle mie trisavole, quando si trova un mazzo di carte fra le mani... Marco comparve dietro di loro, sostenendosi con un paio di colpi di tosse. -Mi sa che abbiamo fatto tardi. Scusaci, Marco, togliamo il disturbo. -Figurati, tornate quando volete. Guglielmo salut il commesso con una scappellata da lord inglese e un sorriso ammicante, seguendo Marta verso l'uscita. Il ragazzo pass il panno giallo da una estremit all'altra del tavolino rimasto solo. Diede una sbirciata verso l'orologio a muro e decise che per oggi si era annoiato abbastanza. Restavano da sistemare soltanto poche cose. Incolonn la fila degli ultimi arrivati, scroll la polvere dai baffi di Stalin, lucid la pelata di Vialli, innervos lo stomaco davanti a un piatto di pasta con le sarde, cal il sipario sulla strada incrociando le tende fra di loro.

Sfogliava le carte come le margherite. M'ama, non m'ama, mi serve, non mi serve. Non poteva perdere. Primo, perch davanti ai suoi occhi e stretto fra i suoi polpastrelli c'era un raduno di re che si pavoneggiavano, davanti al servo jack, sfoggiando i loro baffi eleganti e ben curati; secondo, perch quel colpo era sicuro di vincerlo e quando se la sentiva la giocata andava sempre bene; terzo, perch calata nel profondo della lunga calza nera dormiva la sua calibro nove. Ma i quattro amici coronati non riuscivano a tranquillizzare il Beracchi. Conosceva molto bene Sam Manolunga, Samuele Manitta. Era un grande giocatore. E, secondo la talpa, anche un grande baro. Di lui lo infastidiva tutto: odiava le birre gialle con le quali si circondava al tavolo verde, odiava la marca delle sue sigarette, odiava il suo sorriso beffardo e la sua parlata dialettale. Detestava anche il suo modo di respirare: lento, irriverente, senz'altro irritante. Poche mani prima, Manolunga si era mangiato un piatto di ottantamila euro. Al Beracchi tre assi accompagnati da due donne non furono sufficienti. Ma adesso avrebbe avuto la sua rivincita. Lo slang lombardo-piemontese del nemico spezz la catena della sua concentrazione.

-Cinquentamil. Il porco fa cinquantamila! E adesso gli faccio vedere io a questo coglione. Arrotol le dita della mano come una gru e scav un solco sotto la pedana delle fiches: ne tir su quattro di colore verde oliva, otto rossicce, sette marroni e due azzurre. Le fece scivolare dal palmo verso il centro del tavolo, al rallentatore: una fiche cadeva e sbatteva la testa, un'altra la seguiva e cos via, fino all'ultimo tondino marrone. Ognuna di quelle fiches sembrava volere deridere l'avversario. La talpa stapp il mezzo sigaro alla vaniglia dalla bocca e fece scattare la lingua. -Cinquanta pi altri cento. Dodici secondi esatti, e rimase in gioco solo Sam. Dopo essersi divorato il labbro con i canini, spinse verso il centro del ring un'altra carovana di rettangoli e quadrati colorati. Il Beracchi rovesci il suo mazzo sopra la montagna di soldi. -Non si pu vincere sempre, Sam! Allung la mano verso il Porco, quasi a volersi scusare pubblicamente per quel poker di re cos sfacciato. -Non si pu vincere sempre, hai ragione. Ma si pu vincere due volte di fila. Il braccio teso del Beracchi svenne. L'altro, quello destro, si scaravent verso le carte di Manolunga. Le pieg con tale veemenza che la regina ci rimise la testa. Otto, nove, dieci, jack, donna. Tutti ricoperti di fiori. I quattro sovrani furono spodestati da un improvviso colpo di Stato. -Vaffanculooooo!!!! Come il miglior Giuliano Gemma avrebbe fatto, la furia spazz il tavolino con un calcione di fuoco. Sam fu sbalzato accanto alla sedia rovesciata. E come il miglior Tex Willer avrebbe fatto, sfil la pistola che venne dal nulla e la fece sfogare contro il maledetto baro. Il primo colpo stese Pippo Spizza, il cugino Manolunga che se ne stava tranquillo nel suo angolino da osservatore. Il Bronson della Val Padana aggiust la mira e si concentr sul vero obiettivo. Gli vers addosso mezzo caricatore. Prima che Sammy schiattasse, afferr la pistola che teneva custodita nel doppiopetto. Riusc a bucare una gamba al Beracchi. Come un clacson chiama un clacson, un colpo chiama un colpo. Dopo il proiettile del moribondo ne seguirono altri. La talpa non riusc a vedere neanche da dove arrivasse, quella pioggia di piombo, mentre si trascinava zoppicante fuori da quel pub. Si infil nella Mercedes grigio scura e mise in moto, finendo di spezzarsi il piede. Volt la nuca dietro di s e vide quattro macchine che lo inseguivano. I fanali che lo tallonavano da pi vicino si scoperchiarono e cacciarono fuori due mitragliatrici. Le gomme della Mercedes scoppiarono e la macchina cominci a zig-zagare ubriaca da un lato all'altro della strada. Beracchi gir il volante in tutte le direzioni come un disperato, sentendosi come il capitano del Titanic, abbracciato al suo timone nel momento del disastro. Moll la guida e si gett verso sinistra. Si svegli. La macchina stava continuando il suo viaggio ad occhi chiusi. Prima che la Golf finisse inghiottita fra le braccia di un crepaccio, il Cic con una mossa degna di Ayrton Senna la riport sulla retta via. -Ti sei svegliato, cazzo! Ci voleva un incidente! -Ma che successo? Che hai fatto? -Uno stronzo di gatto mi stava facendo finire fuori strada! -Un gatto.....ma vaffan.....Vai piano, vai...... Cic sbuff e prosegu a sessanta all'ora, ancorando le mani al volante. Il Beracchi si tocc il polpaccio: la calibro 9 era al suo posto.

Le cabine telefoniche andavano estiguendosi a una velocit folle. Per beccarne una dovette girare come un dannato mezza Milano. Il suo Nokia era finito improvvisamente in coma, senza alcuna avvisaglia del malore. Rimase qualche minuto in quell'ascensore piantato a terra, voltandosi nervosamente all'indietro ogni due tre minuti e attorcigliando il filo ingombrante intorno al pollice. Il medio dava ordini precisi. Dall'altro lato una voce sottile e calma annotava tutto. Usc dalla tana trasparente e lasci l'apparecchio oscillando su se stesso, appeso a un filo. Raggiunse un negozio che si trovava a qualche isolato di distanza. Qualcuno lo aspettava. Qualcuno si fece trovare gi pronto, imbracciando dei candelotti e trascinando fuori dallo stanzino un paio di piccole casse di legno. Il suo cliente prese la roba e scomparve, pi velocemente di quanto fosse arrivato. Qualcuno chiese a se stesso a cosa potesse servire quella roba. Diede un occhio al palmo della mano che stringeva un mucchio di rotoli verdi e rossi: a cosa servisse, la roba, non gliene importava poi molto. Una sbarra di incisivi. Denti enormi e incastrati fra le mascelle bagnate. Grumi di bava che scendevano lente e calde dalle bocche eccitate. Arriv un altro cancello d'amianto. Alto, peloso, con il naso che schiumava rabbia. Una muraglia cinese di cani. Cic fece sgusciare dal tascone una sfilza di panini al formaggio imbottiti di sonnifero, la Talpa ballava il tip tap sui ciottoli del cancello per scaldarsi i piedi. La banda di pulci scald le mascelle. In meno di due minuti strati di grasso e di formaggio si sciolsero, come neve al sole, fra le loro sbarre d'amianto. Il Beracchi interruppe la sua personale imitazione di Fred Astaire. Si volt verso il compare che fissava le palle degli occhi di quei mostri. Impassibili. Le zampe di marmo avrebbero dovuto sfaldarsi come la sabbia. Ma non lo fecero. Rimasero turgidi e duri, quei piedistalli, a sostenere il branco. La Talpa tir fuori la scorta di riserva. Altra poltiglia. La pass al Cic che la schiacci violentemente fra i denti del Labrador di fronte a lui. Fece scivolare il sacco nero fra le inferriate del cancellone della villa. La seconda dose cominciava a fare effetto. I cerchi vivi di due pastori maremmani cominciavano stancamente a calare, le bocche di fuoco di altre due belve mollemente si richiusero su se stesse, le colonne marmoree iniziarono a traballare e a perdere d'equilibrio. Un muso fin a terra, sopra un cumulo di fango insecchito. Gli altri lo seguirono appresso. La strada finalmente era libera. Cic e Beracchi aggirarono i corpi intorpiditi dei cani. Per tranquillizzare il compagno, il Cicala apr e richiuse come una persiana le sopracciglie del suo amico Labrador. Nessun segnale di risposta. La via era davvero spianata. Davanti i loro occhi comparve una immensa fontana a forma di nuvola, puntellata di statue di bronzo e da una cerchia di putti allegri che facevano la doccia sotto la cascata di acqua fredda. Tra una testa di Madonna e un braccio di Apelle, il profilo della Reggia si accendeva con il chiarore della luna. Quanto si piaceva. Da quanto non si piaceva. La stoffa rossa cadeva scivolosa sulle spalle e si gonfiava all'altezza della cinta, un nastro nero brillante le imprigiovava i capelli raccolti all'indietro, una cascata di perle le abbracciava il collo, un piccolo serpente d'oro le stringeva teneramente il polso. Quei vestiti se li era quasi dimenticati: giacevano in fondo all'armadio da parecchi mesi, sepolti da chili di polvere grigia, in attesa di essere resuscitati al momento buono. Era arrivato, quel momento.

Marta si sentiva di nuovo viva. E quegli abiti non avevano pi la voce di Renato. Era tutto cambiato, si specchiava e vedeva un'altra lei, che odiava la sua rivale del passato, detestava la sua autosottomissione, deplorava il suo vittimismo. Adesso pensava a Guglielmo, forse poteva funzionare. Desider fortemente convincersi di questo. Aveva sempre voluto incontrare una persona matura, che avesse con s il dono dell'udito e non solo quello della parola, che le leggesse gli occhi senza bisogno di farsi guidare da altro. Forse era Gugliemo. Apr il cassettino dei nastri. Una fortissima brezza marina la invest. Si vedeva l, sdraiata su quel giaciglio di pietre e sabbia, intrappolata fra le braccia di lui. Ferragosto: erano andati a trovare una coppia di amici che avevano una bella villetta vista mare. Quella giornata trascorse mollemente, tra un sole impietoso, qualche attimo di tenerezza, i discorsi interrotti dall'incomprensione, i silenzi carichi di rimpianto, un tramonto arancio che chiudeva l'estate e i desideri. Marta non volle venire meno alle sue promesse. Il sole passato di ferragosto venne oscurato da una eclissi che veniva dal presente. Voci che sembravano giungere dall'aldil. Grida salite in terra direttamente dal buco nero degli Inferi. Le gambe scarne di Cic cominciavano a ballare come quelle del Labrador. La Talpa lanci un'occhiata di ansiet verso di lui. La Reggia non era spenta. Non completamente. Emergeva un'unica fonte luminosa, rossastra, non nitida, quasi dissolta e incrociata con macchie d'ombra. Era l'unica stanza illuminata, al centro della Villa. I due compari la tenevano d'occhio da fuori, sulla soglia di casa che portava verso l'atrio. Istintivamente il Beracchi azion la retromarcia al suo piede destro, suggerendo all'amico di rimandare la visita. Il Cic ingrugn il mento e fece capire al compare di non averne nessuna intenzione: attaccarono le spalle al muro e scivolarono via via verso il portone d'ingresso. Non faticarono molto ad aprirlo. Davanti a loro sbucava dall'oscurit il profilo di grossi gradoni di pietra: la scala principale che portava al primo piano. Cic aveva ingogliato a memoria la planimetria del luogo. Strofin la mano contro il basso ventre e fece sgusciare l'arma dai suoi pantaloni, precedendo il compare verso la salita che incombeva. Mancavano gli ultimi quattro gradoni, quando le urla dell'Aldil materializzarono di nuovo: pi profonde, pi confuse, pi minacciose. La Talpa, con il petto affatticato dal fiatone, non ci pens mezza volta e scese le scale, perdendosi nel buio, fuori dalla soglia e lontano ormai dalla vista del Cicala. Facendo fare un grosso sforzo al suo apparato uditivo, il Cic riusc a capire qualcosa di quell'accozzaglia di urla e parole, che secondo dopo secondo andavano tramutandosi in lamenti inquietanti. Incominciava anche lui a sentire la paura addosso alla pelle. Nascose la beretta sotto la camicia e salt a due a due le scale, arrivando all'uscita. Cerc di visualizzare in poche frazioni di secondo la Talpa, ma i suoi occhi rapidissimi non riuscirono a trovarlo. Una mano. Una mano che si appoggiava ad un'altra mano. La fontana. La vide da lontano. Il Cic divor ettari di erba lucida all'inglese facendo leva sulle gambe secche e scattanti. Attimo dopo attimo, la mano di carne che si stringeva alla mano di marmo bianco diventeva sempre pi grande. Ebbe il tempo velocissimo di dischiudere le labbra attaccate fra loro dalla paura, quando la mano viva si stacc dalla mano marmorea e si avvent verso il collo teso del Cicala. La pigra luce rossastra dell'interno si sciolse completamente nel buio. Peggio di una bomba ad orologieria. Peggio di un gessetto che stride su una lavagna. Peggio di

un trapano che tritura un marciapiede. Il tic tac del vecchio orologio a muro stava incrinando i nervi di Gigi: alle quattro del mattino erano ancora uno di fronte l'altro, da parecchie ore. Quelle sbarre pesanti e arrugginite che cadevano a cadenze ritmate da una parte all'altra del quadrante lo stavano facendo impazzire. Il sonno cadeverico di Cecco non veniva minimamente intaccato da alcun fastidio. Dopo avere restitito stoicamente all'ora tarda e al salame affumicato di casa Londi, fece scivolare lentamente la testa sui braccioli sgualciti del divano giallo, scendendo sempre pi gi verso un letargo animalesco. Alle quattro e ventitr gli occhi di Luigi fissavano ancora le frecce grigie che lo tormentavano: se avesse avuto un po' di forza di scorta si sarebbe avventato su quel mostruoso segnale orario. Ma a dargli veramente alla testa era il pensiero dei suoi due amici. Che cazzo stanno facendo? Dove sono? Quanto ci mettono? Che hanno combinato? Perch non tornano? Quando arrivano? Il suo cervello stava scoppiando, a forza di dovere contenere tante domande e tanti enigmi; le risposte che di rimando inviava al suo padrone di certo non lo facevano stare pi sereno. Bastardi figli di puttana, hanno fatto il colpo da solo! Si sono fatti beccare! Mi hanno fregato il piano! Sono scappati con tutti i soldi! Mi hanno lasciato qui con il coglione e hanno fatto i loro comodi!. Poi il pensiero corse alla Talpa infida. Merda!!Era stanotte allora il giorno di via libera, non domani! Mi ha sempre preso per il culo!Sapeva tutto! La sua immagine riflessa attraverso lo specchio dell'orologio a muro lo spogli davanti a se stesso: eccolo l, il grande Gigi, disperato, fregato dai suoi amici, rimasto a mani vuote ad aspettare seduto il ritorno di due fantasmi. Un perfetto fallito. Dalle stelle alle stalle: da un comodo giaciglio di piume a una dura e gelida piattaforma di cemento. Peggior risveglio la bestia non poteva averla. Cecco era stato scaraventato fuori di casa dal Gigi: si svegli stordito, pi rincoglionito del solito, con un leggero malessere fisico all'altezza del culo. Sotto di questo c'era un pietrone marrone avvolto in un foglio di carta stroppicciato. Fottiti tu e i tuoi amici pezzi di merda. Messaggio laconico, senza altre aggiunte o post scriptum a dover puntellare la situazione. La furia omicida che trasudava da quelle violente lettere bast alla belva per non avanzare spiegazioni in proposito; strinse le due ali del giubbotto e le leg con la cinta dei pantaloni, si scroll addosso alcune goccie di pioggia dalle spalle, starnut, si tolse dalla bocca un po' di sputo incatramato e si alz da terra. Prosegu dritto, scomparendo lungo il fondo della strada, non facendosi domande. Fragile come una fetta biscottata: come quella fetta davanti ai suoi occhi, assalita dal peso della marmellata di pere che la stava scareventando verso l'abisso della tazza. Gigi andava sgretolandosi: si sentiva a pezzi, del tutto privo di forze, mentre guardava quella tenera immagine della sua allegoria esistenziale. La fetta si spezz in due come la sua schiena e mentre lei cadeva fra le braccia del latte lui cadeva sui suoi gomiti, disperandosi come un bambino e bestemmiando come un dannato. Nel mezzo del dramma personale, ebbe la sua apparizione: la ragazza del pub. Doveva essere lei, s, era sicuro si trattasse di lei, anche se da quella distanza e da quell'angolazione la sua immagine non era del tutto distinguibile. Ne scorse un pezzo di viso, la cascata di capelli chiari e mossi, il nasino che tanto lo aveva atratto la prima volta, e con quel vestito rosso che le accendeva il sorriso: stava montando sul suo motorino, a poche decine di metri da casa Londi. Avrebbe voluto fermarla, parlarle, sfogarsi, trattenerla a s, anche per un solo attimo.

Come era bella col vestito rosso. Non si mosse. Non ce la faceva, tutta la carica e tutta l'adrenalina che ribollivano dentro il suo corpo erano scomparse. Evaporate nel nulla. Dissolte dalla disperazione. Ma soltanto quella visione ebbe lo strano dono di farlo sentire meglio, di nuovo vitale: sent il sangue di nuovo irrobustirsi dentro le vene, le gambe solide e non pi smorte e flaccide, il braccio che accarrezzava la tazza duro e sveglio. Ripensava a quella stramba sera del night, alla sua fanciullesca gioia dopo la chiamata allo zio per la rapina, al suo cartoccio che odorava di caviale, alla caduta della tipa ubriaca sopra le sue ginocchia, al freddo e al vento aspro di quella notte, alla carezza dolce della ragazza sotto casa, al suo sguardo allampanato e sognante, perso in pensieri bellissimi. Sulle sottili labbra disegn una leggera curva che saliva verso il naso. Lo zio. La seconda apparizione. Le urla assatanate del vecchio al telefono, le discussioni animate, e poi di nuovo quel signore che per lui era stato come un padre, che l'aveva abbandonato al suo destino, dentro un treno alla stazione di Milano, in quella giornata che avrebbe dovuto essere pi bella di quella del night. Il vuoto. Nero. Il buio senza buchi di luce. Un'ombra cavernosa e opprimente. Cos, adesso, vedeva Gigi Londi il suo futuro. Finalmente accompagn il cucchiaio alla bocca e succhi quello che rimaneva della fetta biscottata. Addent con foga un'altra fetta. Fin il latte in un sol sorso. Si asciug il viso ricoperto di zampilli bianchi. Si alz dalla sedia e si avvicin dritto alla finestra che dava sulla strada. Rimase qualche attimo davanti a quel panorama insignificante, che a lui parve di nuovo bellissimo e vivido: lo riemp di nuovo di speranze e di sogni, di desideri e di rivincite, e ridisegn con gli occhi quel vecchio motorino e la sua padrona, mentre addomesticava la bizzosa chioma luminosa e la infilava dentro il casco bianco. Questa volta lei si gir e salut Luigi.

Una sauna che odorava di caffeina. Sin da quando era un bambino di cinque o sei anni passava giornate intere in mezzo a quegli effluvi meravigliosi, caldi e corposi, che sembravano avessero l'effetto di trasportarlo in una dimensione nuova, esterna al mondo, solo sua e di nessun altro. I vapori di un caff bollente ritempravano il suo cervello, i suoi muscoli, la sua testa, la sua anima. Se ne stava l, quel pomeriggio, Gigi, incurante delle persone che passavano ridacchiando accanto a lui, immobile e sognante, davanti al suo caff nero, come se stesse cullando sogni irraggiungibili. Degli occhi altrui, non gliene importava niente. Quando giudic l'effetto inebriante aver toccato tutti i suoi sensi, alz le palpebre e inclin la testa. A piccoli sorsi consumava la bevanda, guardandosi intorno con una espressione beata e vagamente languida. In particolare lo attraeva quella specie di clown che si dimenava al bancone del bar, che armeggiava coktail e tazzine come se fossero delle bombe pronte ad esplodere da un momento all'altro. L'imbranataggine del barman gli ricordava un po' la sua nel proprio lavoro. Rise velatamente sotto i baffetti e fece scivolare dolcemente l'ultimo piccolo rivolo scuro dal bicchierino di plastica. Se lo volle godere intensamente, sciacquandolo nel palato e sbattendolo da una parte all'altra della gola prima di farlo accomodare in fondo alla trachea. Era mancato poco che ci rimanesse. L'ultima goccia impazz e lo fece sussultare, tossire, sputare come un dannato. Ancora lei. Questa volta non fu lui a costruirla nell'aria, ma si pales in tutta la sua fresca vividezza

all'ingresso del bar. Non volle perdere tempo: si strizz i baffetti inzuppati di caff in un piccolo tovagliolo, si stir frettolosamente i capelli e si avvicin verso di lei in maniera spedita. Si era appena seduta di fronte al clown, per ordinare il suo solito succo di limone, quando si accorse con la coda dell'occhio che qualcuno le si piazz di lato, in modo trafelato e scomposto. Si gir leggermente dall'altra parte. -Non mi riconosci? La ragazza non rispose. -Ma forse non mi ha visto bene... -Non la conosco, mi lasci in pace. -Sono quello che l'ha portata a casa, quando era ubriaca, quella sera, si ricorda? Al pub! Marta ruot il busto verso Gigi. Rimase qualche secondo immobile a scrutarlo. In quel momento il Londi non aveva la forza di sollecitare un solo nervo. La tipa scoppi in una risata libera, sguaiata, cercando di coprire la bocca con la mano. -Scusami, scusami!-Ti ricordi, allora? -Certo, sei quello che mi ha salvata! -S, diciamo di s-, Gigi cominciava a scrollarsi di dosso un po' di tensione. -Mi devi perdonare, davvero, ma non ti avevo riconosciuto! -Fa niente, passato un po' di tempo! -S, ma....c' qualcosa...s, questi baffi, non li avevi, vero? -Ah, i baffi, vero! Ecco perch! S, li ho fatti crescere da poco! -Lo vedi? E' colpa tua! -Un'altra risata. Gigi in quell'istante si sent assalito da una brezza di gioia che nessun caff avrebbe mai potuto portargli con i suoi effluvi trasparenti. Si ricordata che non avevo i baffi, quindi mi ricordava....s, mi ricordava...non ero solo io che la pensavo, dunque.... Mentre torceva i suoi neuroni con queste disquisizioni, Marta cominci a bere il succo di limone, mentre continuava a guardarlo divertito. -Scusa, ma noi non ci siamo neanche presentati quella sera! Io mi chiamo Gi..Luigi. -Marta, piacere. -Ma poi, come ti andata da quella sera? Hai avuto altri problemi? Voglio dire... -No, no, grazie a Dio no! S, ho passato dei momenti non ....insomma, ho avuto un po' di casini.. -E ora?-Luigi la interruppe eccitato. -No, adesso, sto bene, molto meglio... Marta lo scrut ancora una volta, disegnando il volto di Guglielmo sopra quello di Gigi. Lui incominci a fremere e a ballare con le gambe incastrate sul tavolino, ma cerc di non farsi scoprire in quella sua fanciullesca gioia e piant un braccio dall'altra parte del balcone a sorreggersi. Lo fece, o cerc di farlo, con estrema nonchalance. Avrebbe voluto chiederle tantissime altre cose, ma non volle sembrarle inopportuno. Si fece coraggio, pensando che quella sera avrebbe fatto il colpo alla villa da solo. -E come mai...cosa...stai meglio, no? Come mai....? Era un disastro con quella bocca. Incastrare una frase con l'altra era un problema che non si era mai posto, le sue esperienze precedenti non lo richiedevano affatto. Aveva sempre avuto a che fare con ragazze dei sobborghi, gente pi bestiale di lui. Cos era anche l'ultima, Giorgia, che si esprimeva pi facilmente con l'arte dei gesti che con le parole. Lei era diversa. I suoi modi ricercati e naturali al tempo stesso quasi lo mettevano a disagio, avevano il potere di metterlo in soggezione e farlo pentire di non essere andato mai aldil della quarta elementare. Marta affond le dita lungo i lati dei capelli e rise di nuovo. -Sai, fortunatamente ho avuto la possibilit di incontrare una persona....una persona speciale....una persona che riuscita a salvarmi....forse la persona giusta...la conosco ancora

poco, ma chiss...magari questa volta potrei essere fortunata... Accompagn le ultime cinque parole con un sorriso dolce, leggero, quasi timido, alzando gli occhi lievemente di nuovo in direzione di Luigi, e di nuovo trasformando quel volto acerbo, giovanile, che non gli trasmetteva niente, con le fattezze mature, rassicuranti e forti di Guglielmo. Manc davvero poco che questa volta a svenire non fu lui fra le braccia di Marta. Sta parlando di me, ne sono sicuro....una persona, speciale, che l'ha salvata, e sono io, sono stato io quella sera, e conosce da poco quella persona, s, proprio di me che sta parlando...oddio....non me lo sto immaginando.... Marta poggi il lungo bicchiere di vetro e imbracci il monospalla, alzandosi dalla sedia. -Mangiamo insieme domani sera? Le labbra di Gigi sputarono automaticamente quella frase, senza nessun controllo, guidate da una forza e da una sicurezza sconosciute. La ragazza si blocc per qualche secondo e ferm i suoi occhi davanti a quelli di Luigi. Ma questo qua ci sta provando? Era troppo contenta, troppo viva e felice per rispondere con un freddo no a quella ingenua richiesta. Una cenetta non le sarebbe costata nulla, l gli avrebbe spiegato bene le cose, se magari avesse confuso. -D'accordo, va bene. A domani sera, allora. -Ti prometto una cena incredibile. Domani avr molti soldi. Gigi non sapeva pi quello che stava dicendo: mescolava assieme la faccia di Marta, i milioni della Villa, il ricordo del caff e tirava fuori stronzate assurde. Marta si sforz di non ridere a quella sua uscita naif. Ciao. Ciao. Gigi usc dal bar velocemente, trascinato dal suo entusiasmo e dal futuro d'oro che lo attendeva. Marta fece finta di uscire dal bar. Segu con gli occhi quel pazzo allontanarsi, poi entr nuovamente al bar e si sistem in un tavolino. Finalmente pot tirare fuori quelle risate che le stavano esplodendo dentro la bocca. Si sistem i capelli, guard l'orologio. Le cinque. Guglielmo stava per arrivare.

Quando si trov davanti agli occhi quel pastore tedesco, gli venne in mente suo padre. Pens a quando gli raccontarono di come fu mangiato vivo da quel cane, di quando ritrovarono il suo corpo scorticato e livido, di quando scoprirono le sue ossa gonfie e tumide. Sfil un tubo azzurro dal giaccone e lo diede in pasto alle belve che lo guardavano con il loro sguardo assatanato. Dal contenitore uscirono file e file di polpette, dolci come il pane e amare come il veleno che custodivano nell'interno della carne. Mentre guardava con gusto quella scena, non si accorse che dietro di lui si stavano avvicinando altri due setter inglesi. Il maschio affond i canini all'altezza della coscia, mentre la femmina gli diede un morso in mano e poi si avvent sul braccio, piantandosi con le zanne al giubotto di Gigi. Aiutato dalla rabbia riusc a centrare con la gamba libera il muso del maschio, in un attimo prese il piccolo revolver sotto il maglione e lo scaric sulla coppia di setter. Nonostante la femmina avesse la mandibola aperta e fracassata, con un'ultima folata di energia si attacc nuovamente al Londi, imprigionandogli il polpaccio. Gigi la buc da parte a parte, a pochi centimetri di distanza: la pallottola schizz dalla bocca della pistola, trapass come coltello nel burro la testa della cagna e usc sotto il collo, riversando grumi di sangue nero e rosso sul prato immacolato. Gigi guard il caricatore e tir una smorfia: aveva quasi finito tutte le munizioni per sfondare

quei depositi ambulanti di pulci. Pul il silenziatore e pass avanti alle due carcasse. Finalmente pot alzare gli occhi sopra la linea dell'orizzonte e vide davanti a s lo splendore della Reggia. Gli ricordava in maniera incredibile la dimora pugliese dello zio, dove era stato solo una volta, da ragazzino, tra un uscita e l'altra dal carcere minorile. Era tutto spento. Non una luce, non un sentore di vita, non un barlume di presenza umana. Allora era davvero oggi il giorno di via libera: Luigi si ripet ad oltranza questa frase, mentre si avvicinava alla villa, costeggiando le marmoree statue di Apollo, Dafne e Teseo, e gettando l'occhio sulla meravigliosa fontana che sgorgava acqua cristallina sopra le teste degli Dei. Si chiedeva cosa potessero avere fatto i suoi compari, si chiedeva cosa potesse essere accaduto, si chiedeva che fine avessero fatto. Si chiedeva, e non riusciva a rispondersi. Era riapparso, senza nessun preavviso. Pensava ormai di esserselo tolto di torno. Sbuc fuori, in camicetta azzurra e pantaloncini arancio, tra Socrate e Tito Livio. Lo guard con odio, con gli occhi fissi e sbarrati verso quell'immagine, ma con dentro una rabbia nuova, potente, che le consent di accartociarlo senza patemi, senza sofferenze, con estrema naturalezza. Marta cervava di mettere ordine in quella cameretta che sembrava una biblioteca, con gli scaffali tracimanti di codici, traduzioni, tabelle di metrica, volumi e saggi storici, nasi di Cesare e Pompeo, arringhe di Cicerone e quant'altro. Dovette fermarsi. La foto del suo ex cominciava a batterle sulla pancia. Apr il frigo e imbracci una scatola grande di yogurt, la sua pi grande risorsa contro i momenti di sconforto. Era arrivata a una vera e propria venerazione per il Dio Yomo, facendone incetta quasi ogni giorno, e pescando sempre qualche gusto mai provato, o che nessuno escluso lei aveva il coraggio di provare. Quella sera ingurgitava cucchiaini di melograno e pompelmo rosso, con pezzi di frutta secca frullata e mescolata a chicchi di caff macinato. Mandava gi quella originale accozzaglia di colori e sapori, e sentiva dentro di s lo stesso dolore che aveva provato poco prima. Rivide lui, davanti a quel cancello in tenuta da mare, ridere di gusto davanti a lei. Mentre continuava spedita a scavare il fondo dello yogurt, ripensava a lui e a quando la prendeva in giro, all'inizio del loro rapporto, per qualche rotondit troppo evidenziata sulle guancie. Adesso aveva perso tutte quelle imperfezioni di peso, era diventata magra e asciutta, ma ogni tanto si guardava allo specchio e si rimproverava, trovava sempre qualcosa per rimproverarsi. Un piccolo difetto fisico riusciva a martellarla per giorni, fin quando non l'aveva eliminato dal suo corpo. Mise gi lo yogurt. Catturata da una soffocante sensazione di angoscia, srotol il tappetto delle flessioni e cominci a fare leva sul corpo. Gigi si trovava a due passi dall'atrio. A dividerlo dalla Reggia rimaneva solo un vecchio portone di legno, che non si sarebbe rivelato certo il pi insormontabile degli ostacoli. Tir fuori i suoi attrezzi, e appoggi la mano alla porta che lievemente cominci ad aprirsi da sola verso l'interno. Era aperta. Era gi aperta. Istintivamente, rote la testa indietro e poi avanti, mand i suoi occhi a sondare intorno il terreno, uno a sinistra, l'altro a destra. Poi si gir ancora alle spalle, ma non vide nessuno. Sistem gli attrezzi dentro la sacca, ed ebbe il tempo di infilare il piede destro all'interno dell'atrio, nello stesso momento in cui un rumore confuso ma forte lo fece indietreggiare sui suoi passi, di nuovo fuori dal portone. Chiaramente, adesso, riusc a distinguere il rumore di passi felpati, veloci, ansimanti, dirigersi verso di lui. Vide che attorno a lui non c'era possibilit di nascondersi, e decise cos di infilarsi di nuovo all'ingresso, sotto il grande scalone principale, sperando di non essere visto. Dalla griglia di quelle scale affondate nel buio vide uscire due, quattro, infine sei gambe. Si rintan ancora pi sotto, e usc il revolver. La mano cominciava ad emozionarsi.

Rimase rigido come un blocco unico di ghiaccio per qualche secondo, facendo attenzione a buttar gi le minime espirazioni indispensabili. Attorno a lui torn il vuoto e il silenzio. Strisci da sotto le scale e si avvicin all'uscita. Vide quei profili scuri allontanarsi dalla Villa. Riconobbe una zucca pelata con un pendaglio vistoso afferrato all'orecchio, e una specie di nano che correva pi forte dell'altro. Appena vide quelle bizzarre fisionomie, gli vennero in mente loro. Renato, Vincenzo.Era sicuro che fossero loro. I fratelli Carrubbo. Un altro enigma che entr nel cervello di Gigi. Che ci facevano l? Come sapevano? Chi li aveva avvertiti? Accanto alle loro facce, si accostarono gli altri due visi giocondi e sorridenti di Cecco e Beracchi. Si erano messi assieme, i bastardi. Cos tradusse la sua mente. Scatt con rabbia esplosiva verso l'atrio della casa, voleva andare fino in fondo alla cosa. Non riusciva a darsi pace. Pensava a quanto avesse faticato per mettere in piedi quel piano e a quanto si fosse impegnato per istruire i suoi amici. Pensava a come lo avessero ripagato. Entr dentro, accolto dal solito sottofondo senza voce. Tir fuori anche il secondo revolver e si diresse dritto verso il salone. Stric la schiena lungo il rettilineo del muro, avvicinandosi lentamente. Di fronte a lui riconobbe il profilo di una tenda rossa. Apr il sipario davanti a s. Luigi ferm i suoi occhi. Domenico Carrubbo lo guard impietrito.

Marta e Harold Lloyd non si vedevano da almeno quindici anni: stavano dando Preferisco l'ascensore, il suo film pi famoso. Da ragazzina passava interi pomeriggi con l'occhialuto dalla faccia imbranata, anzich perdere tempo con Ghoete o Manzoni: si ricordava ancora di quando il padre spolver la sua cameretta di quei vecchi film, dopo che a casa arriv la pagella che assomigliava davvero a un film comico. Il buffo attore si trovava in un ristorante, intento a scambiarsi occhiate con la sua vicina di tavolo che per non sembrava gradire le avances del cavaliere: a Marta, dopo qualche minuto, venne in mente il tipo del bar, che sembrava saltato fuori da una pellicola di Harold Lloyd. Ripensava ai suoi avventurosi tentativi d'approccio e ai suoi sguardi allucinati. Si mise nuovamente a ridere. Continu a vedere il film. Lloyd ordin una banana e la ingogli per intero con tutta la buccia. In quel momento a Marta venne in mente un'altra cosa: la cena. Aveva promesso a quel bizzarro tipo che si sarebbero dati appuntamento per l'indomani, ma se ne ricord tardi, quando ormai Guglielmo l'aveva invitata a casa sua. Afferr il cellulare e mand frettolosamente un sms sbrigativo all'amichetto: domani non posso uscire, facciamo dopodomani sera. Ciao, non ti offendere! Continu a fissare Lloyd, mentre sciaquava una piramide di piatti nella cucina del ristorante.

Domenico Carrubbo. Le palle degli occhi erano sgretolate davanti a Gigi, aperte all'inverosimile e coperte di zampilli rossi dentro la pupilla. La bocca era chiusa, serrata fra le labbra, si muoveva freneticamente verso il basso. Cominciava a uscire qualche timida linea di sangue lungo il mento. Il collo si apr al passaggio del pugnale. Un altro squarcio gli spalanc il torace. Adesso il sangue scendeva vigoroso, fitto e intenso, e lentamente andava afflosciandosi il blocco di marmo granitico. I cerchi sbarrati chiusero la visuale davanti a loro, una mano si aggrapp all'estremit della tenda.

Dietro le gambe di Mimmo Carrubbo andavano scoprendosi un altro paio di rami secchi: cominciavano a muoversi verso il Londi, con un passo felpato e calmo. Luigi, per qualche attimo, fu vittima dello stesso sortilegio del disgraziato davanti a lui, tramutandosi in denso ghiaccio inamovibile. Scroll una gamba, poi un braccio, ebbe la forza di tornare indietro, strisciando, forte, ancora pi forte, finch scomparve fuori dalla Villa, dissolvendovi nella volta cupa della notte. Una tarantola nel buio. Gigi mangi chilometri e chilometri di strada ad una velocit impressionante, tagli traversine e viuzze come un rasoio impazzito, schizzando verso la sua baracca. Sbatt la porta dietro le sue spalle. Si tocc la fronte, gelida e ricoperta di sudore. Si gratt nervosamente la lingua, scoprendo di avere finito la riserva di saliva. Entr in cucina e trascin una sedia verso il fornello. Si guard le mani e si spavent della sua paura: davanti aveva due trottole eccitate e convulse, non riusciva a farle stare ferme, non volevano rispondere ai suoi comandi. L'agitazione delle mani si cosparse in ogni sezione del corpo e dell'anima. Assest quattro calci a un vecchio mobile, scaravent verso la porta una vecchia seggiola sdrucita, sentenzi una raffica di bestemmie. Niente lo riusciva a calmare. Quei coltellacci e quelle gambe e quegli occhi e quella Villa: tutti i fantasmi di quella notte sbattevano in faccia a Gigi. Anche gli occhi lo stavano abbandonando, preda dei loro incubi: non c'era pi la sagoma di un tavolino ma un cubo che si muoveva intorno a s, al posto delle finestre quadri minacciosi. Zoppic verso il frigo. Si riemp la pancia di acqua gelata, mangi un paio di banane come se non avesse visto traccia commestibile da giorni. Prese una scatola di camomilla. La strapp e se la vers sulle scarpe. Ci riprov un'altra volta, nonostante le gambe andassero sempre pi a tempo di rumba. Cap che era pi conveniente sedersi. Appoggi un braccio nella mattonella fredda del tavolo. In pochi secondi non pens pi all'infame, alla Villa, al sangue che bagnava il pavimento. Si addorment in cucina, stringendo fra le mani la miracolosa bustina di camomilla. Gigi si svegli con la bocca completamente asciutta: schiacci le labbra un paio di volte fra di loro, gorgheggi qualche grume di saliva e spalanc le braccia. Erano le undici passate. Il Londi se ne accorse perch il sole lo aveva svegliato con i suoi raggi robusti che inondarono la cucina con torri di luci afose. Si gratt con fare spasmodico i capelli, chiuse e riapr gli occhi di continuo per vederci qualcosa, decise di alzarsi da quella sedia fastidiosa. Si guard intorno spaesato, osservando le tracce che ricordavano la notte convulsa: bustine di camomille distese sul pavimento, alcune stracciate e assalite da una striscia di formiche, la scatoletta dello zucchero inclinata lateralmente. Una piccola luce che si attivava e si spegneva a intermittenza lo richiam: il cellulare che aveva dimenticato sopra il fornello. Un nuovo messaggio. Domani non posso uscire, facciamo dopodomani sera. Ciao, non ti offendere! Mittente: Marta. Data: ieri. Ora: 22.31. Gigi ne cap poco. Non ricordava chi fosse quella Marta, non ricordava a cosa stesse riferendosi. Diede un'altra occhiata a quel messaggio criptato. Scroll la testa e rimise il telefonino al suo posto, sopra il fornello. Si strapp i vestiti che si erano appiccicati alla pelle e si infil prepotentemente sotto la doccia. I primi fili d'acqua fredda lo fecero ripiegare su se stesso, poi timidamente cominciarono a riscaldarsi e a ritemprare il suo corpo: si schiaffeggi con bordate di liquido caldo che lentamente lo aiutarono a riprendere i sensi.

L'intima cabina trasparente si stava trasformando: tralci di piante esotiche si avvilupparono lungo i lati del box, putti e santi si accoccolarono sopra i bordi, la cipolla della doccia divenne una lampada luminosa e sfrontata che fissava Gigi, davanti a lui riapparve il pi piccolo dei Carrubbo e il suo sangue, e quelle gambe e il loro coltello. La tensione che andava gonfiandosi dentro Gigi fece nascere un pugno che mand la doccia e i suoi indesiderati ospiti in mille pezzi. Stava recuperando conoscenza: chiuse i polsini della camicia e le immagini della Villa emergevano ancora pi nitide, strinse la cinta e ripens a quel messaggio sul telefonino, infil la giacca verde oliva e riusc a dare un volto a Marta. L'appuntamento. La cena. Il dialogo matto al bar. Dovevano vedersi quella sera. Gli ritornarono in testa le cazzate dette quel pomeriggio, galvanizzato dal bottino che poi non avrebbe visto la sera dopo, e cominci a sciogliere i nervi e la paura con le quali si era svegliato. Si mise davanti allo specchio: vide riflesso il telefonino sopra il letto. Ripens al messaggio. Tir fuori un'equazione dal cervello. Niente cena. Rinviata a domani. Serata libera. Risultato: la Villa.

-E da dove arriva questo scotch, Gianni? -Che intende dire, dottore? -Te l'ho chiesto venti minuti fa! -Eh, porti pazienza, qui sempre pi pieno ... -E ti lamenti? -No, no, speriamo che vada sempre cos...pi gente c' pi lavoro.. -E bravo Gianni va..portami un po' di ghiaccio per.. -Certo. -Gianni?! -Si, dottore.. -Non andarlo a prendere direttamente in Alaska questo ghiaccio per! -Faccio presto! Guglielmo Speroni si divertiva a chiaccherare col suo amico barista. Alle quattro e un quarto del pomeriggio tracannare due bicchieri di scotch era roba da medaglia al valore civile. Speroni aveva uno stomaco con i controcoglioni. La verit era un'altra: doveva prepararsi a ingurgitare fiumi nauseabondi al gusto limone, e preraparava la pancia al difficile compito scaldandola a dovere. Non aveva paura di stare male. Per far ribollire quella cassaforte di salute c'era bisogno di ben altro. Guglielmo volt gli occhi verso l'amico barista. Il ghiaccio era ancora lontano. Si destreggiava come un funambolo a destra e a sinistra, in avanti e di lato, indietro e di traverso, moltiplicandosi le mani e le braccia per servire tutti gli avventori, e il Ges Cristo del pub Mecchi distribuiva le bevande, provvedendo alla divisione dei caff e dei liquori. Indice sollevato vuol dire muoviti. Pollice di lato equivale a mi sto arrabbiando. Il vocabolario gestuale di Guglielmo era scattato. Il figlio di Nostro Signore si fece largo tra gli Apostoli ubriachi. -Ecco qui il ghiaccio, vede, detto fatto! -Si si... -Ma non le fanno male tutti questi bicchieri!? A quest'ora poi... Gianni aveva ormai guadagnato la fiducia di Guglielmo, e sapeva che poteva permettersi queste sortite nelle scelte personali dello Speroni. -E a te non fanno male tutti quei clienti da solo? -E che ci vuole fare, il capo ha cacciato Fakurk... -Chi ha cacciato?

-Fakurk, il ragazzo di colore che mi aiutava...non se lo ricorda? Una volta le ha pure macchiato la giacca con il wisky! Gianni non ce la fece a contenere un piccolo sorriso divertito. Speroni chin il capo leggermente scocciato da quel ricordo. -Ah, il marocchino..come no, me lo ricordo, me lo ricordo... Avrebbe voluto terminare la frase con brutto negro stronzo puzzolente parassita, ma prefer non far aspettare oltre il suo secondo scotch. -Io torno in trincea, signore. -Vai, vai, Gianni, che ti bevono tutto quelli... Speroni afferr con decisione il lungo collo del bicchiere. Fece scivolare con grazia lungo la trachea spalancata il nettare prezioso a base di orzo maltato. Il raffinato degustatore apr un'altra pagina del suo vocabolario. Mignolo inclinato verso destra. Prova superata. Dal bancone delle bottiglie Gianni butt fuori un soffio liberatorio. Dietro la nuca di Guglielmo, il naso di Gigi si distendeva sempre pi avanti. L'orzo, insieme al caff, era il grande amore delle sue narici. Ma a differenza della nera bevanda la birra costava decisamente di pi, e quindi si accontentava di fruirla a mezzo olfatto. Sar stato l'espresso che si era sorbito qualche minuto prima, o forse il gusto intenso e ricco del malto d'orzo, ma Gigi ebbe un'altra delle sue apparizioni. Davanti a lui, ma ancora lontana, si avvicinava ridendo e sfoggiando la sua nuova chioma. Imbracciava un tomo molto lungo, rettangolare e ricoperto di macchie verdi, che sul dorso disegnava il viso di quel geniaccio di Vincenzo Van Gogh. L'occhio lungo dello Speroni, pi acuto di un'aquila, l'aveva gi visualizzata a distanza. Sta venendo qui da me. Calmati, calmati, fermo. Gigi cercava di tenere a bada Luigi. Avanzava elegantemente verso di lui con passi distesi, e pi si avvicinava pi sbiadivano gli accenti forti di caffeina e birra, e pi prendeva formo e corpo l'inconfondibile odore di Marta. Gamba destra protesa all'esterno. Muoviti con la limonata. Gianni afferr la pagina numero 9 del vocabolario Speroni-Italiano e si affrett a sfornare un paio di caff dalla macchinetta nervosa. Eccola, sempre pi vicina. Fai finta che non la vedi. Fai finta che non l'aspetti. Fai finta di prenderti per il culo. Gigi era sempre pi nervoso. Senza nessun preavviso, senza nessun segnale d'allarme, la ragazza sterz la propria carrozzeria verso sinistra, tagliando la strada che si dirigeva al casello Londi. Gigi si vide davanti il brutto muso di Mike Tyson che lo mandava all'aldil con un uppercut feroce. Si fermata da quello stronzo! Gigi non trov pi parole e pensieri. -Lo riconosci questo? Marta inaugur la conversazione con il suo proverbiale e generoso sorriso. -Il vecchio Vincent! -Pensavi mi fossi dimenticata? -Ma scherzi? E comunque poi te lo restituisco. Giuro! -Ma dai... -Mia moglie cercava questo libro da anni! -E' fortunata allora! E' un libro vecchissimo. -Stasera potrai ringraziarla di persona. -Non vedo l'ora di conoscerla. -Dai, siediti. Velocemente si avvicin la mano del barista con le due limonate d'obbligo. -Grazie, Gianni. Sempre scattante il nostro ragazzo!

-Grazie, signore. Buongiorno, signorina. -Buongiorno. -Vai, vai, Gianni. Grazie. Gianni si allontan mestamente, avrebbe voluto scambiare due o tre parole meno ufficiali con quella ragazza. Dietro le corde del ring, Gigi riprese a boccheggiare. Srotol l'occhio acciaccato dal bullo Tyson. Non voleva crederci, eppure era cos. Marta se la faceva con quello stronzo. Erano uno di fronte all'altro e Gigi intu che fra i due si era cementata una certa intimit. Sono solo amici, scemo. Stai tranquillo, non impazzire. Pezzo di coglione, saranno amanti da cinque mesi almeno. Guarda come la tocca! Al Madison Square Garden cominci il primo round fra i due neuroni di Gigi. Il neurone buono cercava di aiutarlo e quasi ci riusciva, quello cattivo che non si faceva i cazzi suoi non perdeva occasione per stendere nuovamente al tappetto il suo padrone. E almeno girati handiccapato! Non farti vedere. Gigi Garibaldi obbed alla vocina e si volt ruotando all'indietro la sediolina di plastica. Le orecchie indiscrete cominciavano a rizzarsi verso l'alto, riuscendo a percepire solo alcune parole, soltanto alcuni stralci di frasi condite da risate crudeli. -Lo sai che stai bene con questo nuovo taglio? -Ti piace davvero? Io ero indecisa fino all'ultimo momento...un nervoso.... -No, no, davvero. E' un bel taglio, fresco, mi piace. Quelle piccole curve di capelli ipnotizzarono anche Gianni. Sciacquava le tazzine e non riusciva a staccare gli occhi dalla tipa, poi si accorgeva che avrebbe potuto attirare Vista di Falco e fu costretto a ritirare lo sguardo dal suo orizzonte preferito. -Senti, a che ora stasera? -Facciamo alle otto, d'accordo? -Perfetto. -Puntuale stavolta, per! -Tranquillo, non far aspettare la tua signora. -Sarei venuto a prenderti io, ma devo aiutare quella pazza con la tavola e il resto, una maniaca della perfezione... -Tranquillo! I due finirono di svuotare i bicchieri e si alzarono. Lo stridolio delle sedie attizz nuovamente le antenne di casa Londi. Non ti girare, non ti girare. Puntualmente si gir. Per fortuna erano gi di spalle, e Marta non pot vederlo. Ma lui vide lei e questo fu ancora peggio per il morale di Gigi. Avrebbe voluto assestare un poderoso calcio in culo al terzo incomodo e avventarsi su di lei. Non ne aveva il coraggio n la forza, in quel momento. Ammir la chioma scorciata della tipa, che le lasciava scoperto il collo sopra il quale apparve un piccolo animale sorridente. Con quel piccolo tatuaggio la trov ancora pi irresistibile. Guglielmo e Marta uscirono dal bar. Gianni sospir col suo bicchiere in mano. Il Londi ordin birra d'orzo per placarsi, alla faccia dei cinque euro.

Quando tir fuori il motorino da casa qualche nuvola grigia cominci ad affacciarsi. Quando fece trenta o quaranta metri la pioggia inzupp completamente l'interno del leggero giubbetto jeans. Quando lasci definitivamente la baracca alle spalle, i capelli gli si erano ormai appiccicati sulla

fronte. Gigi dovette soffiarci sopra a pi riprese per evitare di sfondare qualche muro o finire contro un camion. Via dei Marmi. Non la trov. Le sue pupille riuscirono a correre pi veloce della Lambretta ma quell'indirizzo non volle uscir fuori. Altri colpi di singhiozzo del motore. Altre bestemmie del Londi. Altro cato d'acqua, sempre pi impertinente. Una gobba di pioggia gli incurv la schiena. Cominci a prendere forza pure un alito di vento. La stufa a quattro ruote inizi a tremare e a ondeggiare lungo il ciglio della strada, mentre Gigi soffiando e sbuffando continu a sondare vie e traversine, vicoli e incroci. Era sicuro che la Villa fosse l in zona, sebbene ci avesse messo piede solo un paio di volte qualche tempo fa. La notte non lo aiutava. La luna non volle fargli da torcia. Attorno a lui c'era il buio pi profondo. Qualche macchinone sfrecciava accanto alla carriola e quasi riusc a ribartarla. A un palmo di mano dalle ruote della Lambretta il Londi vide materializzarsi qualcosa. Qualcosa che si mosse a fatica, alzandosi e crollando di continuo. Ebbe il tempo di capire che si trattava di un cane. O di quello che ne rimaneva, con le zampe tranciate da qualche automobilista, il muso schiacciato e aperto, la mascella penzoloni. Prima di dagli il colpo di grazia sfondandolo con il motorino, Gigi riusc a sterzare da un lato. La vecchia stufa prese il largo e il suo padrone altrettanto, ma da tutt'altra direzione. Il catorcio and a morire tra le braccia di un cartellone pubblicitario che sponsorizzava cocacola, il Londi slitt con i piedi e le ginocchia fino al primo ostacolo che riusc a fermarlo. Dopo qualche minuto di torpore, Gigi riattiv le braccia facendo leva sul busto e alzandosi da una pozza di fango gelata. Non os toccarsi la faccia. Sentiva di essersi tagliato all'altezza della guancia sinistra. Avvicin la mano alla ferita e se la riport agli occhi pitturata di rosso. Come un assetato nel Sahara immerse totalmente la testa in una pozza d'acqua. Strofin il viso vigorosamente, fino a farsi male. Cosparse il pezzo di pelle tagliata con un pugno di fango secco. Si gir dove aveva visto per l'ultima volta la sua Lambretta. Le luci del motorino illuminavano il cielo scuro, mentre la carcassa giaceva silenziosa, senza il suo solito singhiozzo. Poco lontano il bastardino aveva smesso di ansimare. Gigi si rimise all'impiedi appoggiandosi ad un muro. Scroll quelle maledette ciocche che andavano sempre a sistemarsi in mezzo agli occhi. Numero 43. Un metro pi a destra trov scritto via dei Marmi. Di fronte a lui riconobbe il profilo appuntito del cancellone di Villa Speroni. Il Londi sorrise. Dopo tanta sfiga, finalmente l'incidente al posto giusto. Qualche minuto dopo e il cancello della Villa non fu pi un ostacolo. Nessun cane in giro. Niente sangue di cane in giro. Qualcuno aveva pulito. L'altra notte le vie serpentinate dei giardini erano chiazzate di nero e di rosso, adesso avevano riacquistato il loro tono bianco e lucido. Per il resto era tutto come si ricordava, seppure in maniera confusa. L'orgia di putti e santi che si sciaquavano vezzosamente le membra sotto le fontane di bronzo, una Venere che svettava sopra tutti inorridita, un Apollo e il suo carro abbondonato l davanti, qualche giovane in attesa di prendere parte all'allegro festino. E ancora, la fotocopia della dimora pugliese di zio Umberto. All'altezza del finestrone centrale, al primo piano, un raggio di luce giallastra si irradiava in profondit. In mezzo, bagnato da quel torrente irreale di luminosit, Gigi scorse qualcosa. Qualcuno.

In pochi secondi, si trov faccia a faccia con il portone della Reggia. Il portone si mise da parte e il Londi, sempre pi inquieto, pass avanti. Un rimbombo si materializz sopra la sua testa. Un eco lontana. Parole confuse e nascoste. Rumori senza identit. Gigi sal le scale strozzando sempre pi forte il calcio del revolver. Ancora quelle strane parole, che adesso si fecero pi nitide, chiare, ritmate. Parole che Gigi non riusc a decifrare. Mano a mano che il Londi prosegu, cap la direzione di quell'assemblaggio assurdo si suoni e voci. Provenivano dalla tenda dove comparve il giardiniere. Sguinzagli la pistola, liberandola dalla sicura. Il passo and rallentandosi, ma tirando sempre dritto. Con la mano libera che gli rimase sollev senza rumore la tenda. La prima cosa che vide furono due ragazzi molto giovani, vestiti con un indumento lungo, bianco, ornato sobriamente. In mano avevano delle piccole coppe e qualche ostia. Davanti a loro, ma di spalle al Londi, una persona adulta, ricoperta dalla testa ai piedi di un tessuto nero e lucido, bagnato di riflessi grigio-gialli dalla luce fioca di qualche candela. Attorno vide le sagome di altre persone, ma non riusc a scrutarle nitidamente perch la fonte luminosa dei candelabri si spense in prossimit delle loro teste. L'uomo in mezzo ai due ragazzini liber dal proprio collo un pacchiano amuleto rosso. Ancora una volta, dalla sua bocca uscirono quelle parole ritmate che il Londi aveva gi sentito. Latino. Era latino. Inutile provare a tradurlo. Uno dei ragazzi pass l'ostia a quella specie di santone che continu a snocciolare versi che per Gigi non ebbero alcun senso. Un fortissimo rumore sbilanci i nervi del Londi. Le persone senza volto cominciarono a tirare da una parte e dall'altra un intreccio di corde larghe e spesse. Mentre tirarono verso il centro della stanza una grande ossatura di legno iniziarono a lanciare bestemmie contro Cristo. L'impalcatura di legno era una grande croce. Al posto di Ges c'era Marta. Marta. Gigi istintivamente si avvicin, non riuscendo pi a dare comando alle sue gambe. Non poteva essere lei. Non era lei. Sembra lei ma un'altra. E' lei. Nonostante avesse la faccia buttata da un lato e due righe diagonali segnate dal sangue che le attraversavano il viso, il Londi riconobbe l'unica ragazza di cui si era mai innamorato. Non parlava pi. Non c'era pi. Solo il suo corpo. Era gi morta. La statua di Gigi continu a osservare quello che stava svolgendosi in quella stanza. Il Santone ricoperto di nero tir fuori un sacco da una specie di bacinella. Le sue mani tirarono fuori altre mani. Il ragazzino poggi quei due pezzi di carne sopra un basso altare di marmo bianco e cominci a dar voce alla solita nenia latineggiante. Alla sua voce, flebile ma sinistra, si accodarono quelle degli altri personaggi senza volto. La statua di Gigi incominci a mostrare qualche crepa: il braccio divenne nervoso e instabile, le gambe iniziarono a scendere inerti verso terra. La mano sinistra, unica arteria a rispondere all'appello, si aggrapp disperatamente a una colonna. Lo pseudo-sacerdote della serata si fece di nuovo avanti. Bagn le mani senza padrone con acqua benedetta e si avvicin al corpo di Marta. I due occhi del Londi lo seguirono. Il Santone sal sopra una piccola scala e accost la sua testa a quella della ragazza. Le accarezz la capra che riposava lungo il suo collo.

La capra. Gigi ricord quel particolare. Una capra innocente. L'uomo baci l'animale e accarezz Marta. Attorno nessuno fece il minimo rumore. Il silenzio rese ancora pi irrespirabile l'aria. Le gambe di Gigi spezzarono la catena di quella pesante quiete. Quasi svenne su se stesso, cadde pesantemente senza nemmeno accorgesene. Se ne accorse il Santone, che gir il suo cappuccio verso l'ingresso della camera. Non vide nulla perch non c'era nulla da vedere. Per fortuna del Londi il buio della stanza si concentr dove era steso il suo corpo. Il cappuccio fece dietro-front. Le gambe sfinite del Gigi non persero l'occasione per sparire. Il Londi usc strisciando, senza far uscire fiato e paura.

-Conosce questo segno? -Che cos'? -Non lo conosce? -Cos', un cervo? -E' una capra, lo conosce? -Una capra? -La finisce di rispondermi con l'eco cazzo! -Intanto si calmi, giovanotto! -Va bene, sto calmo. Ma mi risponda, per favore! -No, non un segno particolare. -Ma sicuro che non ha a che fare con qualche associazione segreta, che so.. -Associazione?...Ma di che sta parlando? Gigi non ebbe il coraggio di dire ci che aveva visto. -Grazie. -Ma... prego... Si allontan dall'impiegato della biblioteca chiedendosi cosa fare. Mentre scendeva i gradini del palazzo, rivide Marta al bar. Comparve di nuovo davanti a lui che si nascondeva, a braccetto con lo stronzo della limonata. Ecco, di nuovo, si alza dalla sedia. Ride. Imbraccia il monospalla. Scuote i capelli e solleva il collo. La capra. La scritta. I piedi di Luigi si impuntarono sull'ultimo scalino. Baret....Bahet....Bahahet... Qualcosa del genere. Banet...Bapet.... A due a due divor lo scalone che portava dentro la biblioteca pubblica. -Senta, senta, lei...! -Si? ...Ancora lei? -Mi stia a sentire...c'era qualcosa scritto... -Una scritta? -Si, una scritta, sotto la capra, sotto quella capra di merda!! -Si ricorda cosa c'era scritto? -Adesso sono un po' confuso, qualcosa con la B...tipo Bahet..Bapet...Banet... Il commesso lo guard incuriosito e vagamente impressionato. -Mi aiuti cazzo! Le dico Bahet, Bafet, non le viene in mente niente...! Il ragazzo occhialuto ebbe come un sussulto. Indietreggi di un passo. Lanci un'altra strana occhiata contro il Londi. -Allora?? -Baphomet?

-Baphomet!!!Bravo! E' questa la parola! Gigi esult eccitato come un bambino, mentre dentro rimase incazzato come un diavolo. -Ma sicuro, mi stia a sentire, si calmi un attimo, sicuro?? -Cosa?? -E' sicuro che la scritta davvero Baphomet? -Le dico di s, sono sicurissimo!!L'ho visto due volte!S! E' cos! Mi creda! L'interlocutore del Londi abbandon l'aria incuriosita e conserv solo quella impressionata. L'apprensione del commesso mise in agitazione Gigi che arrest l'eccitazione momentanea. -Perch, che vuol dire? -Mi segua. -S ma che vuol dire...? -Mi segua.

Il professor Longhi era un uomo che incuteva paura. Una montagna di centimetri ricoperta di peli. Aveva una chioma brizzolata e lunga che ricadeva verso le spalle e formava una piccola montagnetta rigonfia all'altezza del cranio. Due occhi piccoli quanto scaltri. Sopra di loro, una ingombrante montatura interamente bianca che addolciva i tratti ben marcati del volto. Gigi lo guard quasi impaurito, chiedendosi come potesse quell'armadio a quattro ante tenere quel passo scattante, rapido, sicuro. Il prof si diresse verso di lui. Cagliacco. Agenore Cagliacco. Ecco chi mi ricorda questo bestione. Agenore Cagliacco era uno degli incubi dell'infanzia del piccolo Londi. Maestro di terza e quarta elementare. Segni particolari: gran pezzo di merda. Il primo giorno di scuola non si scorda mai. Cagliacco riusc a stampargli a memoria anche tutti i giorni di quel maledetto biennio. La prima punizione era stata un errore. Gigietto, come lo chiamavano i suoi compagni, se ne stava tranquillo in fondo alla classe. Senza rivolgere uno sguardo alla lavagna o alla mummia di turno, ma neanche provocando il minimo disturbo. Uno dei tanti ripetenti di quella classe aveva provocato una rumorossisima scorreggia. Artificiale o naturale, nessuno l'aveva mai capito. Sta di fatto che c'era andato di mezzo Gigietto. Cagliacco lo aveva puntato sin dal primo giorno. Il Londi se l'era cavata con un paio di ore dietro la lavagna e con un paio di robusti scappellotti. Le altre volte non era stato cos fortunato. Una scena muta durante la temuta interrogazione di geometria gli era costata due denti. La sberla made in Cagliacco gli aveva schiacciato la mandibola come una morsa, facendo eruttare due piccoli incisivi dalla parte destra della bocca. Gigi non aveva avuto il coraggio di mostrar la minima reazione. Ci teneva a non pranzare con il brodino a otto anni. Ne seguirono altre, di sberle e calci in culo. Fino a quel 30 ottobre, quando il maestro Cagliacco fu sagomato a forma di piadina sotto le ruote di un tir. Il giorno dopo Gigi non l'aveva mai potuto dimenticare. Venne fuori un mezzo scheletro, calvo, malaticcio e magro, con l'aria sofferente di un Ges. Aveva tirato fuori la sua matita e cominciato a fare la lezione a se stesso. Ogni tanto alzava il muso dal libro e portava il dito al naso verso gli alunni. Questi gli rispondevano alzando il loro dito preferito. Non l'avrebbe mai pensato, il piccolo Londi, che la sua faccia e il suo culo avessero potuto avere nostalgia delle carezze del vecchio maestro. Gigi riacquist i suoi 33 anni. Davanti a lui, avanz sempre pi vicino il professor Longhi. Sottobraccio aveva un tomo colossale, enorme, una bibbia. -E' lei quello della capra? -S, ho chiesto io a... -Bene, venga, andiamo nella sala C. A quest'ora non c' nessuno.

-S, professore. Gigi si fece guidare docile come un agnello dal prof. -Lorenzetti, ritorni pure al suo lavoro, grazie. -Certo, professor Longhi. Il commesso si allontan dai due con aria dimessa, biascicando un paio di insulti. Avrebbe voluto prendere anche lui parte a quella riunione. -Entri, ragazzo. -S, grazie... Il gigante chiuse il grosso portone alle sue spalle. Chiuse a chiave. Davanti a Gigi si pales uno scenario mai visto prima. Un filotto di scaffali tracimanti di libri, codici, volumi antichi, mappamondi. Al centro c'era un tavolo altrettanto grande, rettangolare, fatto apposta per loro due. -Se si vuole sedere... -Professore, per vorrei capire subito io... -Si sieda e le dir tutto quel che vuole sapere. Quel dannato omone riusciva a mattere addosso al Londi ancora pi agitazione di quanta ne avesse avuta prima. -Perch ha chiuso a chiave, Professore? Longhi lo guard con aria intenerita, accennando a un piccolo sorriso che subito si richiuse. Appoggi il tomo sul tavolo. Sopra quel libro non c'era alcuna scritta, nessun titolo. Solo una copertina nera, e in basso, sulla destra, la faccia sorridente della famosa pecora. -E' questa la pecora che va cercando, giovanotto? -E' la stessa, professore. E' quella che dico io, cio.... quella che ho visto. -Va bene. Ferdinando Longhi si tolse il gilet marrone. Srotol le maniche della camicia. Si gratt la barba da Matusalemme e invit il Londi a mettersi comodo. Una parola. Comodo. Il suo collo era attraversato da una striscia di corde di violino, la faccia era diventata paonazza e calda. La mano tamburellava sul tavolo a ritmo sempre pi sostenuto. La prima cosa che Longhi gli fece vedere fu una fotografia. Una vecchia fotografia, in bianco e nero, rarefatta. Al centro di quella foto campeggiava un uomo pelato con un vistoso pizzetto. Nessuna ambientazione, nessuno sfondo riconoscibile. Solo lui. E solo lui bastava a riempire la scena, con quello sguardo tagliente, profondo, affascinante. Il professore osserv prima la faccia del tizio pelato e poi quella del Londi. Il Londi guard spaesato e nervoso quella fotografia che doveva avere almeno una quarantina d'anni. -Allora, ha mai visto questa persona da qualche altra parte? -Questo qui? -S, questo qui. -No, professore, io.. -Sicuro, da nessuna parte? -Ma no, le dico di no, una faccia cos non si scorda mica... -Appunto, una faccia cos non si pu dimenticare. Il Londi chiuse il forno qualche secondo. Poi si fece coraggio. -Ma chi 'sto pelato, professore? Il prof lo squadr severamente. -Lei non ha mai sentito parlare di Anton Szandor LaVey? -Anton Szandor LaVey? -Lui. Mai altro nome gli sembr pi sconosciuto.

-Sinceramente no, mi dispiace. -Non deve conoscerlo per far piacere a me, ragazzo. -S, professore, non so...mi dica lei... Longhi rinserr gli occhiali verso il naso. -Anton LaVey era un californiano molto eccentrico. Gigi istintivamente attorcigli le gambe intorno alla sedia. -In che senso eccentrico? -LaVey stato un inserviente di circo, un domatore di leoni, un ipnotizzatore nei night club, un attivista della Lega per la Libert Sessuale, un fotografo della polizia di San Francisco. -Questo qui ha fatto tutte queste cose? -Stia a sentire. -S, mi scusi. -Ascolti qui. Ogni uomo il proprio Dio e responsabile del proprio destino. Questo diceva Anton LaVey. Gigi ributt un occhio verso quell'enigmatica foto. -Era un religioso? -Non propriamente. Anton Szandor LaVey era il fondatore della Chiesa di Satana.

Guglielmo Speroni scal freneticamente le marce del suo bolide. Dopo aver tagliato la strada a mezza Milano, arriv spedito al bar dell'amico Gianni. Il barista gli aveva lasciato il solito buco libero, accanto alla sua smart nera. Scarpe nere lucide, rigoroso completo blu scuro, camicia bianca di seta, occhiali neri. Lo Speroni era elegantissimo come sempre. Quel giorno c'era un motivo in pi per esserlo. Fece scivolare l'orologio verso il polso e si accorse di essere in perfetto orario per l'appuntamento. Ma della macchinetta rossa ancora nessuna traccia. Per ingannare l'attesa consum lentamente una delle sue anoressiche sigarette di qualit. -Venga, signor Speroni. -Ei, Gianni. Ma la nostra amica? -Venga dentro, arriver tra poco. Guglielmo lasci cadere il mozzicone e lo strascic mollemente con la suola. -Ma possibile che non si possa mai fumare nella tua bettola? -Eh, che vuole, fosse per me....! Gianni e il suo amico entrarono dalla porta di sicurezza nel retro. Il barman fece accomodare l'ospite in un piccolo ridotto alle spalle del bancone del bar. -Allora, dimmi un po' chi questa ragazza. -Si chiama Teresa Viglia. Ventotto anni, l'ho conosciuta qualche sera fa. E' perfetta per noi. -Sicuro, vero? L'altra volta abbiamo dovuto fare la guerra con Marta. -Tranquillo. E' un'appassionata, una specie di maniaca, non aspetta altro. -Ottimo. Ma quando arriva? -Tra una decina di minuti dovrebbe arrivare. Gianni consult il vecchio Sector giallo, sopra il quale rideva allegra la sua capra.

-Che vuol dire Chiesa di Satana? -Non ne ha mai sentito parlare, immagino. -No. -Deve sapere che intorno alla met degli anni '60 il nostro amico Lavey si era stancato di imboccare i leoni e si dedic ad altro. Insieme ad un cineasta underground, Kennet Anger, diede

vita a una sorta di parodia della Chiesa cristiana. Una specie di stravagante microcosmo dove l'uomo si libera di tutte le proprie inibizioni e dei vincoli religiosi, e si abbandona completamente alla libert assoluta, alla pienezza della vita. -La pienezza della vita? -Esatto. Era questo lo scopo di questi cialtroni. Ma dopo un po' di tempo Anger cap con chi aveva a che fare e moll Lavey. E Lavey divenne l'unica star della Chiesa di Satana, divenne un vero personaggio e raccolse tantissimi seguaci, anche in Europa. Deve inoltre sapere che il rito principale di questa Chiesa era la messa nera, una vera presa in giro della messa cristiana, dove vengono profanati oggetti sacri, ostie consacrate. In alcuni casi le messe nere prevedono anche sacrifici animali ed umani, e questo vale soprattutto per il nostro amico Lavey. Gigi non stacc gli occhi dal professore ma il suo cervello era ritornato dentro quella Villa, e vide di nuovo, ancora pi vicino, quel maledetto crocifisso che quasi lo schiacciava. -Professore, queste...questa Chiesa...usava anche crocifissi durante queste messe? Ferdinando Longhi ebbe un attimo di smarrimento. Non si aspettava quella strana domanda. -Crocifissi? -S.. -Non so, crocifissi...qui non ne parla, ma non lo posso escludere...Perch mi ha fatto questa domanda? Gigi avvicin il palmo della mano alla faccia e si asciug. Non aveva il coraggio di guardare Longhi. -Continui, per favore, professore... -S....le dicevo dei sacrifici umani. Queste messe vengono istituite dalla Chiesa di Lavey e dei suoi seguaci principalmente per ottenere piaceri terreni. Parlo di denaro, donne, potere, in contrasto con la tradizione cristiana che mira alla trascendenza dell'anima...Spesso, nel corso della loro storia, queste messe si riducevano a veri e propri atti di stupro di giovani ragazze. Era il cosiddetto rito di iniziazione, che andava a sancire il culto dell'unione sessuale. Ancorato a quel gigantesco crocifisso riapparve il corpo sfregiato di Marta. Si volt verso Gigi che la guardava da lontano. -Professore, quindi, si tratta di veri stupri...insomma, queste ragazze non sono d'accordo con loro... -Aspetti, non detto che le ragazze in questioni non siano accondiscendenti....possono anche esserlo. Quando non lo sono, sono costrette a esserlo, certo. Gigi strinse i pugni sotto il tavolo e sollev le gambe. Il collo si gonfi e macchie rosse gli si piazzarono sulla faccia. Sent le vene uscirgli prepotentemente da sotto la pelle. Avrebbe voluto far saltare per aria tutta la biblioteca. -Ragazzo, che succede? La vedo turbato.... -No, no.....no. C' altro da sapere? Il Longhi si convinse sempre di pi di avere di fronte a s uno squilibrato. Ma non volle interrupere la lezione.

E tre. Terza ammacatura. Il cofano era gi sistemato, adesso era venuto il turno del fanale anteriore destro e della fiancata sinistra. Teresa Viglia guidava come una cagna. E lo sapeva. Con una mano allungava e attorcigliava il mezzo metro di chewingum che le penzolava dalla bocca, con l'altra cercava di addomesticare il volante. Era una ragazza dark, si sentiva nera nell'anima. Uno scheletrino ballava attacato allo specchietto retrovisore. Dentro quella macchina si respirava un inquietante odore di morte, dopo che aveva inondato l'interno della vettura con terribili essenze orientaleggianti. Con qualche minuto di ritardo, arriv al bar dell'amico Gianni. Sbocci la seconda Panda della giornata e si avvi verso il locale.

-E' lei, dottore. Ha fatto quattro colpi di clacson. -Di, falla entrare. Gianni sgusci la testa da quella specie di loculo esterno al bar e chiam con la mano la sua amichetta. -Ciao, Teresa. -Ciao, Gianni, come stai? E' arrivato.. -S, dentro. Vieni che ti aspetta. -Come ti sembro vestita? -Di, di, vai benissimo, entriamo. -Ecco, lei Teresa. -Buongiorno, signor Speroni. -Solo Guglielmo. Ciao, Teresa. -S, d'accordo come vuole. Come vuoi. -Allora, sei veramente un'amante di culti e messe nere? -S, mi sono appassionata alla cosa da tanti mesi ormai... iniziato cos tutto per scherzo...un giorno che non avevo niente da fare mi sono flippata con internet e ho setacciato tutti i siti di satanisti, messe, ho fatto ricerche sui culti che gi conoscevo, e poi ho scoperto nuovi... Dio le aveva piazzato una mitragliatrice al posto della lingua. Guglielmo fece finta di ascoltarla, impostandosi la testa e lo sguardo, ma davanti a s vedeva gi cosa ne sarebbe stato di quella ragazza. Gianni gioc a ping pong tra gli occhi di Teresa e quelli dello Speroni. Alla fine del monologo di quella nevrotica, i tre si misero d'accordo.

La lezione su Anton Lavey era giunta alla seconda ora. -Allora, veniamo alla sua capra, giovanotto. -La capra? -Non voleva sapere della capra? -S, certo, certo. Mi dica.. Il corpo di Gigi rimase nella biblioteca, la testa se ne era gi andata da un pezzo. -Il simbolo di questa organizzazione, della Chiesa di Satana, questa stella a cinque punte che iscrive la testa di una capra chiamata Baphomet. Dentro la stella, come vede da questa immagine, ci sono due circonferenze parallele. Tra questi spazi abbiamo alcune lettere ebraiche, ognuna corrisponde a una punta della stella. Dietro queste lettere si celano i nomi di Belial, Leviatan, Lucifer e Satan. Ha capito? Ei, lei, ha capito dico? -S, Leviatan...S...Vedo... -Lei vede ma non guarda. -Come? -Mi dice che le preso? E' da qualche minuto che ha una faccia strana... Il Londi guard il prof come un cane bastonato guarda il padrone, ma al posto di rispondergli gli rifil un'altra domanda. -E' successo anche in Italia? Voglio dire, queste cose qua.. -S, le ho detto, se mi avesse mai sentito, che l'influenza di LaVey raggiunse l'Europa con moltissimi seguaci. In particolar modo questi rituali si diffusero nel Nord Italia, in Piemonte soprattutto e in altre zone. -Esistono anche ora? -B, dopo la morte del fondatore l'istituzione della Chiesa di Satana perse molto del suo fascino iniziale, ma ci sono le figlie adesso che continuano la scia, mi pare... -Quindi, esistono....

-Certo, ci sar ancora qualche costola di questa Chiesa sparsa qua e l, ma non so con precisione dove...ma senta un po'.. -Devo scappare. E' tardi, professore. Gigi scatt come una molla. -Grazie di tutte le informazioni che mi ha dato, professor Longhi, davvero, grazie. L'omone lo salut stringendogli la mano e cercando di leggere negli occhi di quello strano tipo. Gigi si fiond dritto verso il portone chiuso a chiave. -E' chiuso, giovanotto! Non si ricorda? -Mi apre, per favore... Ferdinando Longhi si avvicin silenziosamente verso quel rebus che non riusciva a risolvere. Si posizion fronte a fronte con quella faccia stravolta dalla paura e dalla rabbia. Il corpulento dotto senza perdere tempo gli afferr un braccio e volle saziare le sue curiosit. -Ma che fa, professore!!E lasci!!Mi lasci il braccio...! Inutile divincolarsi per Gigi. Era come fare a braccio di ferro con l'Uomo di Neandertal. Longhi gli apr il polsino e tir su la manica della camicia. Rimase fermo ad osservare il braccio peloso della sua preda. -Ma che si messo in testa, professore???!! Il cacciatore allent la presa. -Non mi buco, io, professore!!!Non mi buco!!Non sono un drogato!!Per chi mi ha preso??! Il Longhi fece due passi indietro e rimase imbambolato a chiedersi se avesse commesso un gesto indelicato. Gigi, seccato, stiracchi le pieghe della sua ex camicia nuova. Sfil le chiavi dalle mani del prof e gir la serratura per conto suo. Si gir dall'altra parte pronto a guadagnare l'uscita. Ancora quella presa. Il Longhi lo strinse nuovamente a s. Gigi lo guard spazientito. -Vuole controllare l'altro braccio? Il Longhi, quasi timidamente, gli fece l'ultima domanda. -Perch voleva sapere tutte queste cose? Gigi restitu la manona al leggitimo proprietario e scroll le spalle. -Sono un ricercatore. Luigi Londi divenne un punto lontano, disperdendosi in profondit nel corridoio. Ferdinando Longhi rimase in compagnia di se stesso e delle sue domande.

Gigi si spogli dei suoi vestiti. Indoss una bella tunica bianca, una corona di spine cinta sulla testa e un paio di sandali bucati. I partecipanti del festino incomiciarono a imprecare e a far segno al novello Ges di muovere il culo. Il Cristo dei Navigli continu fiero la sua marcia. Si guard attorno spaesato e sper di trovare una faccia amica. Un Pietro barbuto, un San Giovanni, un San Francesco, un San Matteo. Niente. C'era solo Giuda e tutta la sua chiassosa famiglia. Seduto sulla poltrona di casa Londi c'era l'imperatore Nerone. Come al solito era nervoso. Il sovrano fece un fischio e dallo sgabuzzino uscirono fuori Spartacus e una truppa di schiavi. Tutti con la frusta calda in mano. In pochi secondi la schiena di Ges Londi divenne una griglia rovente. E pi piangeva e chiedeva piet, pi feroci e forti arrivavano le schioccate dalle mani di Spartacus e dei suoi.

Mi bloccano le mani. Mi bloccano le mani e i piedi, e le braccia e il collo. Mi schiantano al muro. Il secondo fischio di Nerone sfond le orecchie del figlio di Nostro Signore ma soprattutto fece uscire dalla propria tomba l'illustre Anton LaVey. Eccolo, davanti a me. E' proprio come l'ho visto in biblioteca. Stesso pizzetto ben curato, stessi occhi di fuoco, il cranio rasato...E' lui. Il pelato dallo sguardo luciferino strisci verso Gigi. Gli si avvicin talmente tanto da far sbattare il suo naso contro quello del Londi. Senza avvertirlo, gli addent una braccio. Gigi non prov nessun dolore. Vide solo il suo braccio staccarsi dal suo corpo, e Spartacus che gli sfondava il costato e un altro che gli strappava la mano, e Giuda che lo ricopriva di sputi e un altro che gli scippava la gamba da sotto gli occhi. Non ci vedo pi. E' buio. Non ho pi i miei occhi. Sento che mi hanno preso anche quelli. Me li hanno presi e se li stanno bevendo. Si tocc il collo e riconobbe il profilo della capra. Era uno di loro. La sua stanza si impregn di incenso e morte. Sent che attorno a lui stavano banchettando con le sue carni. Nel silenzio soffocante di quella camera risuon solo il rumore delle mandibole di quei mostri. La cena era finita. L'ultima cena. Gigi Cristo resuscit, si tolse la corona di spine e la tunica sporca di sangue. Si sciaqu la faccia e vide che i suoi carnefici avevano lasciato la stanza. Si piazz davanti allo specchietto circolare del cesso e vide un uomo distrutto. Non lo riconosceva pi. Sudato, ansimante, stravolto. Giur in quel momento che Anton LaVey e i suoi amici l'avrebbero pagata.

Certificati, richieste, autorizzazioni, burocrazia, permessi. Fanculo. Gigi non aveva tempo da perdere. Nuccio Scaloppa era la sua risposta, altro che permessi. Lo Scaloppa era un tipo sulla trentina, capelli schiantati verso la nuca e tenuti buoni da chili di gel liquido, un neo sulla gota sinistra che gli permetteva di esibirsi con gli amici nelle vesti di Bob De Niro, occhi serrati, quasi socchiusi. Due spalle robuste e minacciose, una voce adeguata alla corpatura. E un bel negozio di armi in via Garibaldi. Non pu negarmi questo favore, Nuccio non pu farlo. Era convinto di risolvere la cosa in poco tempo, un salutino ipocrtia, due sorrisi e quattro ricordi, sei pacche sulle spalle e otto revolver nuovi nello zainetto. Gigi Londi era un ragazzo eccessivamente ottimista. Il naso di Nuccio si rifletteva sulla gobba della Colt Super Automatic 38: come ogni mattina passava in rassegna le sue amiche pistole. Le lucidava a tal punto da farle emettere un bagliore che si irradiava per tutto il negozio. Le trattava come fossero pezzi di argenteria. Dentro quel piccolo locale si era anche ritagliato uno spazio nostalgico: Smith e Wesson modello Victory, Owen Gun, Thompson M1A1, Boys 55, MP 3008 e altre. Una collezione storica, roba della seconda guerra mondiale. Roba per chi aveva soldi da spendere. In attesa di qualche cliente, pens di spazzolare perbene anche quella preziosa anticaglia. -Buongiorno. -Buongiorno, dottor Melli. -Ci siamo sentiti ieri al telefono, si ricorda?

-Certo, certo. La sua pistola arrivata proprio stamattina. -Ah, perfetto. -Un attimo che gliela prendo. -Grazie. Quando doveva vendere qualcosa, per Nuccio, era sempre un piccolo dolore. Era costretto a separarsi da uno dei suoi figli. Prima di metterli nelle braccia dei nuovi pap, spesso, dava loro un ultimo sguardo. Cos, con un mezzo groppo in gola, dovette liberarsi anche di quella pistola. Il Melli lasci TuttoArmi quando fece il suo ingresso Gigi Londi. Di prima botta l'amico non lo riconobbe. Si erano incrociati l'ultima volta circa tre anni fa. Gigi all'epoca era leggermente pi in carne, l'aspetto pi curato. -Ma guarda!!Gigi!! -A...!E ci vuole mezzo minuto per salutarmi, stronzone?! Il Londi tramut le braccia in chele di polpo e si avvinghi al caro e prezioso amico. -Ma come stai, Gigietto?? -Di, non chiamarmi cos...ancora!! -Da quanto non ci vediamo?!Neanche me lo ricordo! -Eh....un bel po' in effetti....come ti va? -Ma guarda...bene, devo dire. Hai visto qua che ho ingrandito tutto... Gigi si guard attorno e pregust il suo bottino. -Bello, bello...bravo, bel lavoro. E vanno bene le cose, gli affari? -S, vanno bene....potrebbero andare anche meglio, ma non posso lamentarmi...Ti ricordi dove mi hai conosciuto..lavavo vetri alle pompe di benzina... -Eh..ma tu sei in gamba...lo sapevo che ti saresti piazzato bene.... Mentre parlava Gigi sond l'interno dei suoi pantaloni fetidi. Tir fuori un foglio arrotolato. -Che hai, la lista della spesa? -Della spesa...s, diciamo di s.... -Non mi dire che ti serve un'arma? -Bravo!Hai indovinato!! -No, bravo tu!!Finalmente hai deciso di rinnovarti!! Il padrone del locale tir fuori un sorriso di scherno che a Gigi non piacque. -Perch?- fece Gigi tra il sorpreso e il nervoso. -Come perch? Mi ricordo che andavi in giro con pezzi del Risorgimento!! Ah, ah...vabb di... -Eh, lo so, bravo....ma sai com'...voglio fare le cose perbene adesso... Il Londi cerc di non farsi prendere dalla foga e rintan la rabbia che stava affacciandosi. -Che ti serve? -Ecco qua, questa la lista... -Vedere, vedere. Chiss se hai acquistato un po' di buon gusto in questi anni.. Ancora quel ghigno da ebete. Che testa di cazzo. -Tu mi sottovaluti Nuccio! Io ho sempre avuto fiuto nel lavoro! L'amico fece una carrellata con gli occhi lungo la lista. Ne sembrava entusiasta. -Hai capito il Londi...ti avevo sottovalutato, qui c' roba che vale! -Hai visto?? Questa volta tocc a lui tirare fuori il sorriso da ebete. -Aspetta tre secondi che vado a prenderti tutto! -Ah, certo!! Grazie, Nuccio! Grazie! Gigi usc sollevato da quella risposta. Sta andando tutto bene. Mi sta facendo questo favore. In fondo un bravo ragazzo. Dopo il lavoro quasi quasi gli riporto la roba. Nuccio ritorn carico di armi da fuoco. Sembrava Rambo. -Ma..ci sono tutte quelle che ti ho scritto nella lista?

-C' tutto, c' tutto, ma ti sembra che questa sia una bettola...qua c' tutto! -No, no per carit...meglio cos..ma comunque poi ti riporto tutto...tranquillo... -S, ci mancherebbe altro...aspetta che faccio i conti... Gigi si immobilizz. Gran figlio di puttana. Altro che amico. Questo qua mi vuole vendere tutto. -Tranquillo, che ti faccio un bello sconto! Altri due sorrisetti finti come i capelli di Mike Bongiorno. Gigi non sapeva cosa fare. Non si aspettava quell'uscita di Nuccio. Era sicuro che avrebbe capito al volo che quelle armi il suo caro amico non aveva nessuna intenzione, e possibilit, di pagarle. -Ma che stai facendo con la calcolatrice? -E mica sono Einstein...!! -Nuccio, io i soldi per tutta quella artiglieria non ce li ho! L'amichetto poco sveglio pens a una delle battute del Londi. Rispose con un sorriso. All'ennesima vista di quella fastidiosa griglia di denti ingiallita, Gigi croll. -Ma che cazzo ti ridi???!!! Questa volta era impossibile equivocare. -Gigi, ma che ti preso... -Che mi preso????? A te che ti preso stronzo!!! Ma come, mi vedi dopo tre anni e ti chiedo un cazzo di favore, ti chiedo un piccolo prestito, e tu che fai!!!!!! Mi fai il conto, mi fai?? -Ma, scusa, che ne sapevo io che volevi questo prestito.... -Ancora che mi prende per il culo!!!!Mi conosci da diciott'anni!!!Quando mai ho avuto i soldi per comprarmi sta polveriera!! -Gigi, che ne so io...magari... -Magari!?? Magari adesso ho i soldi....non dirmi che questo che pensavi o ti spacco la faccia contro uno dei tuoi fucili....Se mi guardo allo specchio mi viene da farmi l'elemosina!!!Ma guardami, cazzo!!Guarda come sono vestito, guarda, ho buchi daperttutto! Pure nei pantaloni!! Sembro un mendicante di piazza Buenos Aires e tu mi dici che posso comprarmi......!!! Non riusc a finire la frase per quanta rabbia gli era salita in corpo. Ma non era colpa di Nuccio Scaloppa. Non c'era lui di fronte a Gigi. C'era il fantasma di Anton LaVey. Nuccio rimase imbambolato e imbarazzato davanti a quella esplosione di angoscia inaspettata. Gigi si ancor al tavolino della cassa e si pass una mano tra i capelli bisunti. Biascic qualcosa dalla bocca impastata. -Che hai detto? -Me lo fai questo favore, allora? -Gigi, io vorrei aiutarti ma non posso...non posso mica regalarti tutta 'sta roba....devi capire anche me... -No, ti ho chiesto solo un prestito. Poi ti rid tutto, Cristo! -Mi spiace davvero, ma non posso farlo...il negozio tutto quello che ho...non posso davvero...Stavolta mi stai chiedendo troppo.... Un silenzio tombale si era diffuso all'interno del TuttoArmi di via Garibaldi. Senza farsi notare dall'amico chino su s stesso, Nuccio gli infil due carte da 100 euro nel taschino. Il disgraziato lentamente fece leva sui gomiti e si rimise all'impiedi. Ma il corpo e la mente di Gigi Londi erano esausti. Non avevano la forza di inventarsi pi niente e si trascinarono fuori dal negozio.

Milano era sparita dentro la nebbia. La nebbia di Gigi. Non c'erano pi strade, viali, macchine, persone. Solo odori confusi, macchie vaporose, luci e

ombre che si abbracciavano in un vortice di pensieri senza ragionamento. Il marciapiedi su cui barcollava era divenuto un prolungamento della sua vita: scorreva via, lontano, verso una direzione imprecisata, senza pretese di sboccare in un terreno fertile. Il cielo si era ingrigito, quattro folate di vento impertinente resero ancora pi duro ciondolare lungo la strada. Ogni tanto una pupilla si risvegliava e si concentrava su qualcosa di inutile, tanto per ingannare il vuoto del tempo che non voleva trascorrere veloce. Passava accanto ad altre persone che di lui non sapevano niente, eppure gli sembrava che quegli occhi e quegli sguardi sfrontati lo mettessero spalle al muro, lo vollessero accusare di qualcosa. Si specchiava impetioso dentro le facce degli altri. Avrebbe voluto essere inghiottito da una delle sue solite visioni, come quel giorno in cui la colazione gli fu addolcita da Marta che lo salutava dal motorino. Marta. Si sforzava di non pensare a lei, ma la testa non glielo permetteva. Si ferm a un bar. Ordin un caff. L'unica brezza calda che riusciva a ritemprargli i sensi. Ma il vento corposo che usc dalla tazza dur troppo poco. Trasfer le sue ossa stanche fuori dal locale. Obblig la mano impigrita a trovargli un fiammifero. Ravan dentro la cavernosa tasca, tanto profonda quanto lercia. Con le dita tocc la testa di due fiammiferi, ma il tatto gli rivel che non erano da soli. Era come se fossero distesi su un tappeto frusciante. Un tappeto sconosciuto per casa Londi. La mano tir fuori da quel cesso di vestito due cerini e due banconote da cento. Duecento euro. Le dita incredule solleticarono il manto di quelle oscure carte verdi. Che ci fanno qua?. Gigi mand indietro velocemente il nastro del suo cervello. Nuccio Scaloppa. Il secondo 0 della banconota si trasform nel faccione di Nuccio Scaloppa. Eccolo di nuovo l, con il suo sorrisino ebete, a sbefeggiare l'amichetto Gigi. Allora vuole morire. Il sangue ricominci a bussare sotto le vene. I nervi ricominciarono a scuotersi. Il cuore ricominci a battere violento dentro la pelle. La testa ricominci a provare quel senso di rabbia cieca e sorda. Il Londi accortoci i due pezzi di carta dentro la giacca. Dietro-front: cos ordin la sua coscienza. Il corpo obbed. Luigi Londi marci selvaggiamente verso il civico numero 16 di via Garibaldi. Prese posto dietro un muro in cemento armato, in attesa che la luce pallida del pomeriggio milanese si mettese da parte. Dopo un'ora e dodici minuti, la faccia di Gigi era coperta nel buio. Diede una scrollata al vecchio Swatch che segnava l'ora esatta per muoversi. Affacci la testa verso il TuttoArmi. Mezza saracinesca era gi calata. L'altra met l'avrebbe chiusa lui. Si guard attorno mentre dentro gli scoppiava la guerra. Nessun disturbatore. Via spianata. Ancora un occhio alla strada e uno allo Swatch. Ultima perlustrazione dentro il taschino. Allora vuole morire.

Nuccio stava ripassando gli ultimi conti della giornata. Mise le ultime scartoffie al loro posto. Richiuse gli ultimi cassetti. Controll l'ultimo ordine. Mise a posto l'ultimo fucile fuoriposto. Lucid l'ultimo revolver. L'ultimo suo minuto.

La penultima fotografia davanti ai suoi occhi fu il calcio di quella gloriosa Smith & Wesson. L'ultima fu il viso sconvolto dell'amico Gigi che gli apparve riflesso sul vetro di uno scaffale. Nuccio non ebbe il tempo e la forza di muoversi. Gli bast l'incontro brevissimo con quella faccia sconosciuta a paralizzarlo. Il Londi in una frazione di secondo gli schiacci ferocemente il volto sul mobiletto, prese la pistola e gliela diede forte in mezzo agli occhi, gli sgonfi il respiro spremendogli il collo, gli spalanc la nuca contro il pavimento che cambi colore. Gigi usc fuori le due banconote e le restitu al generoso propietario, incastrandogliele fra i denti. Copr gli occhi spalancati con un paio di sputi secchi. -Non ho bisogno dei tuoi soldi, grazie lo stesso. Gli sibil dentro l'orecchio la sua riconoscenza. Riemp lo zainetto con la lista che aveva preparato quella mattina. Poi usc e cal il sipario di ferro del TuttoArmi.

Ciao scema!!! Ce l'ho fatta!!Appuntento dom sera!!!Potevi venire anche tu fifona!!!! Ti ricordi la scommessa???Mi devi una pizza !!!! T.v.b. Lo stesso cacona bye!!! Il vecchio Eriksson di Teresa fumava come una ciminiera. Le sue dita secche e affilate avevano tormentato quella tastiera scolorita dal primo pomeriggio, mentre dall' altra parte della citt la memoria del Nokia di Manuela stava esplodendo a furia di incamerare messaggi deliranti. Quante volte aveva tentato di trascinarla con s, Manuela. Teresa non ci era mai riuscita. A tredici anni gli era gi venuta la fissa dell'occultismo e delle magie nere grazie alle ripetizioni serali che la madre, mezza rincoglionita dall'alcol e dalle droghe, teneva nella cucina di casa. Il suo pi grande desiderio era sempre stato quello di poter fare una chiaccherata con il padre, che se era andato prestissimo quando lei aveva solo sette anni: lo trovarono steso sulla statale che portava verso casa, con il busto sagomato e appiattito come Gatto Silvestro dopo un frontale con un camion. Ma richiamare in vita il vecchio balordo era in realt solo un pretesto della moglie, che avrebbe voluto ricoprirlo ancora una volta di insulti per aver passato gran parte della vita a fianco di quattro balordi e dimenticandosi della sua famiglia. Oggi Teresa da sola viveva nella casa dei suoi, dopo che il fegato della madre era stato completamente divorato dalla cirrosi epatica. Continuava a smanettare nella pancia del cellulare mentre attorno la stanza era avvolta in una cappa di fumo giallognolo, sempre pi pregna dell'odore di canne ed aromi. Una voce lenta e quasi afona usciva dal piccolo stereo poggiato contro la parete ingiallita, mentre sopra il letto si stagliava sfrontato il faccione di Eminem e il suo dito medio tirato verso l'alto. Con una mano Teresa continu a dare parole alla sua eccitazione, con l'altra si bagnava la gola ingerendo vodka alla menta, e se ne avesse avuto un'altra ancora probabilmente si sarebbe preparata la sesta canna del pomeriggio. Le piaceva moltissimo allegerirsi il cervello con quell'erba miracolosa: l'istante che aspettava con pi trepidazione arrivava di solito dopo il terzo rifornimento, quando i pensieri pesanti che si conficcavano nella testa prendevano l'ascensore e al loro posto volavano disegni, facce e cazzate di vario genere con cui passare allegramente il tempo. Automaticamente la mano sinistra di Teresa Viglia abbandon il collo lungo della bevanda russa e afferr il tubetto delle spezie magiche. Ne sradic un pugnetto e cominci ad assotigliarlo a m di piadina, ma stando ben attenta a non rinchiudere troppo il dolce sapore che quelle spighe del Paradiso emanavano. Dopo aver dato vita alla sua materia informe, il Canova delle canne si pass tra le mani la pi bella opera d'arte di umana creazione: la osserv sorridendo beata, poi se la strascic vicino alle

narici che si protesero sovraeccitate e mandarono l'effluvio gi verso la gola. Dopo quegli intensi preliminari arriv il momento di godersi totalmente il suo capolavoro. Imprigion, senza ferirla, la striscia delle erbe fra le sue labbra gi macchiate di verde scuro. Accese la punta della canna e si distese completamente per terra, poggiando la testa contro il cuscino rosso e fermando le gambe sopra le zampe di un vecchio divano. Chiuse lentamente gli occhi e li sped a costruire il mondo desiderato di Teresa Viglia.

Uno straniero senza nome chiam a s Gigi e lo interrog. L'interrogato si avvicin sospettoso verso quell'Entit astratta. Questa sospir profondamente e poi parl. Sai davvero quello che vuoi? Sai davvero quello che stai facendo? Sai davvero quali conseguenze verranno dopo? L'interrogato si volt di scatto infastidito, senza preoccuparsi di rispondere. Lo straniero senza nome non si diede per vinto. Sai se davvero la cosa giusta? Sai quanto soffrirai dopo quello che farai? Gigi rigir gambe e piedi e si scontr muso a muso con lo straniero impiccione. Sai che dovresti imparare a farti i cazzi tuoi, una volta nella vita?? L'Innominato ammutol. Forse il suo interlocutore era riuscito a farlo tacere per sempre. Forse no. Non sarebbe meglio pensarci un poco sopra? Non credi di essere troppo affrettato nelle tue scelte? La migliore virt la pazienza. Una frase del genere al piccolo Gigi dissero un tempo. Il Gigi cresciuto volle seguire l'esempio che gli impartirono quel tempo. Non rispose alla nuova invocazione dello sconosciuto. And in cucina, si scrosci le orecchie arroventate con l'acqua gelida del rubinetto ed eman un paio di rutti acuti. Si diresse verso la camera da letto, sopra il quale stavano composti uno accanto all'altro i gioielli del TuttoArmi. L'orecchio destro aveva perso il suo colorito rosso, ma un fastidioso ronzio lo perforava in profondit. Ancora lui. Sai se davvero questo ci che vuoi? Il pezzo pi vicino alla sua mano. Revolver nero, piccolo calibro. Lucido e scattante. Insieme a lui si diresse nuovamente verso il salottino. Distese il braccio e il suo prolungamento metallico verso lo straniero senza nome. Che hai detto?? Lo straniero non sapeva se parlare o non parlare. Si sentiva quasi sconfitto del tutto, ma forse avrebbe potuto tentare un'ultima sortita. Sai se davvero...... Gigi Londi non si preoccup dei sette anni di sfiga. Peggio di cos non poteva andargli. Schegge di specchio lo sfiorarono all'altezza del collo e della guancia, altre si fermarono ai suoi i piedi e altre ancora lo oltrepassarono velocemente come piccoli razzi. In quella stanza era piombato un silenzio inespugnabile. La coscienza di Luigi Londi alz bandiera bianca.

Un puntino nero si muoveva per una via larga, ricoperta di foglie gialle: un cappellaccio

schiacciato sulla tempia per non farselo sradicare dal vento, un cappotto ingombrante che gli saliva fino alla bocca, due scarpe vecchie e robuste, e una polveriera che camminava dietro le sue spalle. I due anziani mocassini si arrestarono davanti a quella grata di ferro. Per la terza volta, in poco tempo, si trovarono di nuovo uno di fronte all'altro. Per la terza volta il cancello Speroni non la fece molto lunga e apr le sue braccia metalicche al passaggio del Londi. L'occhio lungo di Gigi scavalc parapetti e statue, e si avvicin da lontano al finestrone della Villa. Come una discoteca: luci gialle, rosse e verdi che rimbalzavano a intermittenza sulle finestre e coloravano l'interno della Reggia. Il fascio luminoso e variopinto proseguiva in diagonale fuori dai vetri, dando luce e forma al sentiero che Gigi stava seguendo. Il gettito verde della lampada investiva in pieno il faccione di Gianni: con le braccia secche e gonfie teneva fermo il collo di Teresa, mentre Guglielmo finiva di stordirla con le sue sentenze latineggianti. Il barista avvicin l'amica allo Speroni e gli consegn il braccio sinistro che venne forgiato con uno stampino rovente all'altezza dell'omero: la ragazza aveva ormai esaurito tutte le forze, pure quelle che le avrebbero consentito di gridare e provare dolore. Il Sacerdote di nero vestito avvicin la bocca baffuta a quella sottile di Teresa e le lasci addosso il suo profumo di incenso. Poi stacc le sue labbre dalla ragazza e le apr per un'altra sfilza di riti. Dall'alto San Giovanni vedeva tutto. Quando il primo scarpino insonorizzato di Gigi si appoggi al pavimento, tutto divenne pi chiaro. I rumori indefiniti presero consistenza, le urla sbiadite si caricarono di forza, gli odori lontani arrivarono pacatamente. Luigi Londi tenne fede alla sua promessa e non cedette minimamente con i nervi. Inghiotti l'aria che si stava dipanando verso di lui e punt gli occhi verso la scala. Qualche metro sopra la testa di Gigi, Elisabetta Londi tir fuori la sua potente voce. Altre parole e altre frasi lontane nel tempo che si accavalarono a quelle del marito e a quelle degli amici di famiglia: tutte le bocche si mossero coordinate a scandire i versi che sancivano il rito di iniziazione. La testa di Teresa Viglia fu l'ultima parte del suo corpo a sorreggersi: alla fine per segu anche lei la direzione delle braccia puntate verso il pavimento, e si reclin in silenzio verso il basso. Dieci o docici metri pi lontano dal corpo finito di Teresa, sbuc la testa di Gigi. La testa del Londi cerc di tenere fede al patto, ma la mano vigliacca cominci a mostrare i segni di una paura nervosa. Stai ferma, non ti agitare, calmati. La mano era ormai fuori dal suo controllo: neanche fosse all'ultimo stadio del pi cocciuto dei morbi di Parkinson, quella falange a cinque punte si sbatteva verso l'alto e verso il basso, barcollando verso la cinta dei pantaloni e un attimo dopo cercando conforto contro il petto che lo guardava con un senso di ansiet. La malattia partita dalla mano si allarg a chiazza d'olio su tutto l'organismo di Gigi: le articolazioni si fecero rigide, la gola cominci a tamburellare col pomo d'adamo, la mente si fece stuprare da migliaia di immagini. Zio Umberto, la Talpa, l'handiccapato, Marta, Cagliacco e il bar, la biblioteca, il vecchio professore di scuola, la Villa e la Reggia, i Carrubbo. Identit, teste, corpi e anime che andavano a mescolarsi dentro il cervello di Gigi e fondersi in un indigeribile marasma unico, un frullatore di pensieri impossibile da mandare gi. Resisti, resisti.

Il peso fu reso ancora pi schiacciante da quel mix di improperi latini, che andarono a conficcarsi dentro le sue orecchie con assordante brutalit. A quelle immagini di plastica se ne sovrappose un'altra. Reale. Resis.... Era Marta. Era l'involucro di Marta. Le pupille sgranate di Luigi la trovarono riversa su s stessa, distesa su un lato oscuro di quella stanza. Il corpo era gi livido, le braccia e le gambe erano diventati tronchi immobili, gli occhi due fari bianchi senza luce. I due fari illuminarono di rabbia Gigi. Sta guardando me... Un attimo. A Luigi Londi bast un attimo. Un istante per dare voce alla sua secolare e repressa sete di odio e di violenza, una frazione di esistenza per mandare in frantumi tutto ci che l'esistenza gliel'aveva rovinata. La spalla fece scivolare lo zaino verso il petto, la mano sinistra apr la cerniera e la gemella sinistra sfil il mitra del fu Nuccio Scaloppa. Il Sacerdote Guglielmo Speroni ebbe il tempo di affacciarsi verso la tenda che proteggeva Gigi, l'amico Gianni non si accorse di nulla, la potente voce da soprano di Elisabetta Londi si ruppe all'improvviso. Alle altre quattro persone a volto coperto non fu concessa l'ultima grazia di rivedere la luce. Le uniche cose che rimasero in piedi furono le gambe di Luigi Londi. Tutto il resto, corpi, crocifissi, amuleti, ostie, quadri, tele, non esiteva pi. Luigi Londi si stup dell'odio che Gigi fu in grado di tirar fuori. Le pallotole non risparmiarono neanche San Giovanni. Una scheggia lo colp in piena fronte. Le piccole leve del carnefice si mossero in automatico verso i cadaveri. Incroci il suo sguardo con il loro. Li odiava ancora di pi. Sent ancora i nervi fremere e avere voglia di esplodere di nuovo verso quel gruppetto di ossa morte. Il pensiero di Marta lo richiam. Si diresse tremando verso di lei. S'inginocchi e si ferm ad osservare i suoi occhi spenti che non potevano pi comunicare. Non riconobbe pi Marta in quel corpo senza voce. Non poteva essere quel corpo. Non riusc neanche a toccarla, a sfiorarla. Si alz piano da terra come un fantasma, sforzandosi di non piangere. Raddrizzando lo sguardo si accorse che Marta non era sola. Dietro di lei, si accorse di qualcosa. Era Vincenzo Carrubbo, e dietro di lui riconobbe la Talpa Beracchi senza un braccio. Attorno a loro spuntavano pezzi di corpi anneriti e sfregiati che non avevano pi nessun nome. Fece due passi indietro, sfuggendo inorridito da quel panorama di morte: la mano ferma di Teresa lo sgambett e Gigi fin steso a terra. Si massaggi la nuca e alz gli occhi verso l'alto. Si sentiva spiato da qualcuno. Sopra la sua testa troneggiava, inchiodato alla parete, San Giovanni. Da quando aveva messo piede in quella stanza non si era accorto della presenza di quel grande quadro, abbandonato quasi in un angolo a fare da comparsa in mezzo ad altari e crocifissi. Gigi sentiva gli occhi del Santo incollati su di s. Ecco chi mi spiava. Il religioso guardava il Londi con un aria indefinibile, un misto di rimprovero e compassione che lacerava l'animo del ragazzo. Gigi poggi il dito sulla nuca del Santo, centrata in pieno da uno dei suoi proiettili impazziti. Butt un occhio verso la sua mano e indietreggi di qualche passo. Sei tu il colpevole. Il serbatoio di sangue torn a circolare dentro il corpo di Gigi, inondando vene e nervi, cervello e testa, gambe, braccia e cuore. E' colpa tua. Davanti a s Luigi Londi si accorse della reale fisionomia del nemico: era l'amico dello zio Umberto, quel San Giovanni che aveva cambiato il corso della vita del vecchio e che non aveva

risparmiato il destino del nipote. Per colpa tua mi sono ridotto cos, per colpa tua mi sono messo a fare il ladro e a seguire la strada di mio zio. Zio Umberto, l'amico di San Giovanni. Per colpa tua ho fatto di quel vecchio un idolo, un punto di riferimento, uno da imitare....a lui hai portato fortuna e soldi, e a me che hai portato...?..... Gigi si sent ingannato da quell'uomo barbuto che gli stava di fronte. Se il vecchio non ti avesse mai incontrato, io sarei stato un altro, avrei fatto altro in questa merdosa vita in cui tu mi hai trascinato, avrei potuto usare meglio la mia vita, lo capisci, bastardo, lo capisci?....E ti veneravo, ti veneravo! Pensa che stronzo...! Se mi andava a buca un colpo, tra me e me dicevo ci pensa San Giovanni!....Fanculo... Obblig la sua testa a girarsi e i suoi occhi a impazzire intorno a quei cadaveri. Marta lo fissava con pi piet, l'amico sembrava quasi sorridergli, persino quel Carrubbo entr in profondit dentro Gigi. Adesso ci penso io a San Giovanni. Si raddrizz davanti al suo nemico. Si asciug con il naso le lacrime secche che gli tagliavano a fette il viso, scroll nervosamente un braccio verso lo zaino. Il braccio ritorn al padrone offrendogli in dono una FN Minimi. Gigi si pass e ripass fra le mani quel pezzo di artiglieria leggera, poi la strinse con forza e decise di far parlare la mitragliatrice. San Giovanni stoicamente non mosse un muscolo e sub il suo secondo patibolo. Il buco in fronte si allarg a dismisura fino a diventare un terzo occhio, mentre gli altri sputi del mitra gli perforarono collo, mandibola, naso, petto, braccia e spalle. La FN Minimi aveva un solo difetto che Gigi non conosceva: era troppo nervosa. Non si limit a scaricare la sua ira contro il bersaglio prescelto, ma si lasci prendere la mano e squarci quel poco che era rimasto da squarciare. Fino a otto secondi prima, l'ultimo crocifisso di Villa Speroni riposava tranquillo ancorato alle sue funi. Venne anche il suo turno. Il carnefice del santo non si accorse neanche di avere scalfito quel traliccio di corde che si allentavano mollemente, e rigir lo sguardo verso Marta e i suoi amici. Come un lamento. Come un lamento leggero, sfumato, soffuso. Un lamento che s'irrobust all'improvviso. Luigi Londi non fece in tempo a rivolgere la sua attenzione verso la sorgente di quel lamento. Il corpo di legno lo abbracci con tutta la sua forza, affossandolo contro il pavimento. La faccia gli si compresse sulla terra, e un gettito di sangue schizz velocissimo in avanti a vestire di rosso l'abito di Marta. Come era bella col vestito rosso. Gigi sent che tutti gli organi lo avevano abbandonato, ma i suoi occhi no. Riusc appena a scoperchiare le due fessure e a vedere per l'ultima volta Marta. Un'opera d'avanguardia, un capolavoro dell'espressionismo francese. Pochi tocchi di colore, sparsi in maniera dolce e attraente, a riscaldare un'atmosfera di sensualit estrema. La figura in mezzo al quadro era il cuore del calore. Ecco cosa vide con i suoi occhi Luigi Londi, tre secondi prima di morire. Il suo corpo si addorment lentamente, la sua testa si svuot di ogni pensiero, gli occhi si ritirarono dolcemente. Quel corpo steso a terra era Luigi Londi: sotto quel crocifisso riposavano intrecciate le sue gambe, sotto quell'ammasso di legno si nascondevano le sue braccia. Un povero cristo.