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Orosei. Franco Cabras - Contos

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05/11/2013

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Ricordo che durante il mio soggiorno a Nuoro, dalla metà degli anni ’50 ai primi ‘60, l’impegno più
importante di Diegu, l’umilissimo mendicante originario di Orune, era di fare l’accompagnatore dei defunti
al cimitero di Nuoro, meglio noto come sa (d)e Manca (la terra di Manca). Di solito, veniva a conoscenza di
coloro che morivano nella loro casa prima di tutti gli altri nuoresi, tanto che andava in giro per la città
annunciando a voce alta la ferale notizia: est mortu Fulanu. (È morto Fulanu)
Inoltre, con lo stesso zelo di un cronista di nera, che ottiene le novità visitando ogni giorno il palazzo di
giustizia, la questura e il comando dei carabinieri, egli si recava in due luoghi fra loro abbastanza vicini dove
potevano esserci dei morti, vale a dire l’obitorio dell’ospedale e la casa di riposo dei vecchi. Era pertanto
informatissimo sui funerali che si svolgevano in città e quando capitava che nello stesso giorno fossero più
di uno entrava in ansia perché non voleva mancare a nessuno di essi e, pertanto, era normale vederlo
correre per arrivare puntuale a tutti gli appuntamenti, senza distinzione alcuna tra i morti importanti e
ricchi, i cui nomi erano riportati nei necrologi resi pubblici con i manifesti appesi ai muri e con gli annunci sui
giornali quotidiani, e i poveretti che se ne andavano all’altro mondo nell’indifferenza collettiva. Al funerale
dei primi, di solito con le campane che suonavano a toccu pasau (tocco riposato), partecipava molta gente e

oltre al prete, talvolta più di uno, c’era un certo numero di chierichetti con croce, turibolo e navicella
dell’incenso e le povere orfanelle, che avrebbero avuto bisogno di tenere la morte lontanissima dai loro
pensieri ed erano invece costrette a riaprire di continuo le ferite della loro tristissima condizione per dare
lustro effimero alla famiglia del morto e per fare introitare all’orfanotrofio una piccola offerta. Il posto
preferito da Diegu era a fianco al carro funebre o a coloro che portavano a spalla la bara. A s’interru dei
poveretti soli e abbandonati, che partiva dal retro del vecchio ospedale o dall’ospizio e procedeva nella
strada ferrata ormai dismessa per proseguire nelle vie Cedrino e Ballero e giungere infine all’ultima dimora
terrena, spesso c’erano soltanto tre persone: l’autista del carro funebre, il prete e Diegu, che normalmente

reggeva croce, turibolo e navicella e recitava le preghiere a voce alta.
Quando gli presentavano una persona non si accontentava di conoscerne solo il nome e il cognome,
ma voleva sapere anche il luogo e la data di nascita, in modo che, se fosse morta prima di lui, potesse avere
il quadro preciso delle date di inizio e fine vita. Queste informazioni restavano per sempre nella sua
memoria, pronte a riemergere al momento opportuno. Tuttavia, non sempre ricordava i caratteri fisici, fatti
ovviamente salvi quelli delle persone che normalmente frequentava nel suo vagabondare in città. Pertanto,
per i semplici conoscenti, che sul momento non riusciva a identificare, aveva bisogno che gli si dicesse il
nome e cognome perché provvedesse, a meno di omonimie, a completarne senza errori le generalità.
Di ogni defunto, con la precisione e la velocità dei moderni computer, Diegu traeva dalla sua memoria
nome e cognome, giorno, mese e anno della morte e un altro elemento che riteneva indispensabile, cioè il
giorno della settimana (li rughiat de …..). (cadeva di ……)
Una domenica mattina, durante la passeggiata nel Corso, don Sergio Piras stava raccontando ad un suo

amico non nuorese questa eccezionale dote mnemonica di Diegu. Poiché l’uomo si mostrava incredulo,

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decisero che se l’avessero incontrato gli avrebbero chiesto la data di morte di un loro comune amico.
Manco a farlo apposta, dopo qualche minuto Diegu arrivò, con il suo passo saltellante e i piedi
perennemente scalzi. Don Sergio lo bloccò all’istante e gli chiese se ricordasse la data di morte del signor
Tonino Papandrea, che insieme al signor Boero Satta era titolare di un’azienda di vendita di giornali ed

articoli di cartoleria e cancelleria, che operava in via Michele Papandrea, nel locale lungo e molto stretto in
cui attualmente si vendono i coltelli sardi. La risposta di Diegu fu immediata e precisissima:
«Signor Tonino, mischinu! In su chelu siat! Est mortu cando bi fit sa nive. Fit su treichi de su mese de
freagliu de su milli e novichentos chinbanta ses e li rughiat de lunis». (Signor Tonino, poveretto! In cielo sia!

È morto quando c’era la neve. Era il tredici del mese di febbraio del millenovecentocinquantasei e cadeva di

lunedì)

L’amico di don Sergio rimase esterrefatto e, pensando al defunto, si commosse.

Diegu sognava che il proprio funerale fosse come quello delle persone ricche e importanti e, ben
sapendo che per raggiungere lo scopo occorreva avere a disposizione risorse non trascurabili, aveva deciso
di affidare i denari ottenuti con la questua al suo compaesano don Gonario Cabiddu, il parroco della
Cattedrale, affinché glieli custodisse. Il sacerdote, tuttavia, per non correre il rischio di essere derubato o,
peggio, di essere accusato di appropriazione indebita da chicchessia, Diegu compreso, si era rifiutato di
prendere in consegna il contante e aveva solo accettato di custodire un libretto di deposito a risparmio, che
aveva fatto intestare al questuante e, fiduciariamente, anche a se stesso. I due intestatari andavano sempre
insieme alla filiale del Banco di Napoli, che allora era nel Corso di fronte al bar Laconi, a fare sia i periodici

versamenti, sia i rari prelevamenti. In ogni caso, i denari venivano maneggiati soltanto dall’effettivo titolare

del conto.

Un giorno il nostro esternò al sacerdote il suo più grande desiderio, quello da lampada di Aladino:
«Don Cabì’! Ite bellu si bi dio essere a s’interru meu». (Don Cabiddu! Che bello se fossi presente al mio

funerale)

«Abbarra tranquillu, chi ja b’as a essere!». (Stai tranquillo, che già ci sarai)
«Abberu, don Cabì’?!». (Davvero, don Cabiddu?!)
«Ti garanto chi b’as a esser(e) de sicuru!». (Ti garantisco che ci sarai di sicuro)
Diegu se ne andò felice e iniziò a raccontare a tutti quel che gli aveva garantito il sacerdote.

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