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Universit degli studi di Padova Facolt di Psicologia

TESI DI LAUREA

Immagini del corpo e dello stigma: il tatuaggio fra i giovani doggi.


Una ricerca sul campo fra i giovani di Reggio Emilia

Relatore: Chiar.mo Prof.


Paolo Palmeri

Laureanda:
Antonia Angelini

N matricola: 384442

Anno Accademico 1998/1999

Indice:
Premessa ..p.3 1 Capitolo: Le tradizioni del tatuaggio nelle societ primitive, in Oriente, nelle subculture marginali .p. 7
-Il tatuaggio oggi fra cultura e moda -Il concetto di funzione sociale in antropologia e sociologia -La preistoria del tatuaggio -Le prime testimonianze scritte -Il 1769: una data importante per la storia del tatuaggio -Il tatuaggio fra le subculture marginali e la scienza positivista -Il tatuaggio nelle societ tribali di ieri e di oggi -Il tatuaggio in Giappone

2 Capitolo: -Immagini del corpo nella cultura occidentale e nelle altre culture ...p. 31
-Corpo e immagini del corpo nelle varie culture -Immagini del corpo nelle culture metropolitane -Itinerari occidentali del corpo -Immagini metropolitane contemporanee della corporeit

3 Capitolo: -I metodi dellantropologia urbana e la ricerca sul tatuaggio fra i giovani di Reggio Emilia p. 53
-Antropologia urbana e sociologia -Il concetto di subcultura -Losservazione partecipe in antropologia -Le tappe del percorso di ricerca

4 Capitolo: -Reggio Emilia e i giovani nel passaggio da una realt protoindustriale ad una realt terziarizzata e postmoderna . p. 75
-I cambiamenti dordine strutturale e culturale -La formazione e laccesso al mondo del lavoro -I giovani di Reggio Emilia come microcosmo di una realt urbana

5 Capitolo: Il tatuaggio fra i giovani doggi. Approccio etnografico . p. 99

-Preliminari -Elenco dei nastri contenenti le registrazioni delle interviste effettuate -Il fenomeno del tatuaggio fra i giovani reggiani doggi, secondo quanto emerge dalle interviste

6 Capitolo: -Il tatuaggio fra i giovani doggi. Prime tracce di un discorso etnologico p. 115
-Il tatuaggio come rito di inziazione privato -Tatuaggio e crisi di identit: un corpo e una mente nuovi in cerca di senso

7 Capitolo: Interviste agli operatori delle botteghe artigiane del tatuaggio .. p. 139
-Elisa Vaccari -Antonella T. -Lauro Paolini -Tony Messina -La bottega -Il rapporto con il cliente

Bibliografia p. 159 ALLEGATI: Allegato A: Le tre scalette per lintervista non direttiva in profondit, p. I Allegato B: Il materiale fotografico. p. V Allegato C: Due interviste esemplari... p. XI

Premessa
La presente ricerca nasce da una curiosit personale, circa i significati che il tatuaggio assume fra i giovani doggi. Si tratta quindi di un tentativo di dare una risposta professionale ad una curiosit individuale, usando gli strumenti tecnici dellantropologia urbana. Sono partita, nel primo capitolo, da una disamina dei vari usi, delle varie funzioni che il tatuaggio assume nelle varie culture lontane e vicine a noi storicamente e spazialmente quali conseguentemente, siano le varie immagini culturali dello stigma, qui inteso, etimologicamente, come puntura, marchio, tatuaggio appunto. Ho potuto constatare che in tutte le culture considerate le funzioni che solitamente il tatuaggio assume sono da riferirsi, da una parte, alla definizione dellidentit: personale, di genere, o pi genericamente di appartenenza sociale e culturale; dallaltra, allinsieme delle varie cerimonie che accompagnano lindividuo nei vari precorsi di passaggio della propria vita personale: da una fascia det, da un ceto o da una condizione sociale ad unaltra. Ho potuto vedere che, in tutte le culture il tatuaggio si accompagna sempre a cerimonie sociali, condivise da tutta la comunit. Parlare del tatuaggio per comporta anche parlare del luogo fisico sul quale il tatuaggio stesso viene impresso indelebilmente: il corpo umano. Poich luomo non ha una percezione immediata del corpo, ma tende guardarlo attraverso le lenti della cultura, nel secondo capitolo ho cercato di vedere quali siano le immagini della corporeit che ci abitano, e quali possano, nella nostra cultura, avvicinare o allontanare lindividuo dalla tendenza a tatuarsi. Nel terzo capitolo ho affrontato, in termini generali, i temi metodologici connessi alla ricerca antropologica, ed in particolare come tali metodi - e in special modo quelli di carattere qualitativo - si siano adattati ai nuovi ambiti di ricerca dellantropologia urbana. Ho cercato di descrivere infine i problemi metodologici incontrati nellambito della mia ricerca fra i giovani di Reggio Emilia, la scelta di un campione che mi permettesse di indagare anche il perch alcuni giovani preferiscono non tatuarsi, la scelta dellintervista non direttiva in profondit, luso di un pre-test che mi permettesse di saggiare il mio sia pur generico modello di intervista, luso del materiale fotografico. Il quarto capitolo parte da un insieme di precedenti ricerche svolte, sia in ambito economico che sociologico, nel territorio di Reggio Emilia e centrate, le prime, sulle trasformazioni strutturali che qui sono velocissimamente intervenute negli ultimi quarantanni, le seconde, sulle trasformazioni, altrettanto rapide e sconvolgenti intervenute nel tessuto sociale della citt, fra le varie classi sociali, nella struttura della famiglia, con la nascita di veri e propri nuovi profili di famiglia (quella prolungata, e

quella ricomposta, in particolare), nella stessa definizione dei giovani, sia come classe det, sia nel loro rapporto con la citt, la famiglia, il mercato del lavoro e il tempo libero. Nel riferire della ricerca vera e propria ho scelto dapprima, nel quinto capitolo, un criterio pi descrittivo, mirante ad evidenziare, attraverso la voce stessa degli intervistati, quali sono le parti del corpo sulle quali di solito viene impresso il tatuaggio, quali le motivazioni a tatuarsi e a non tatuarsi, quale il momento in cui sia il tatuato che il non tatuato hanno sentito il bisogno di tatuarsi, quali il rapporto con il tatuatore, quali le sensazioni provate o immaginate nel momento del tatuaggio, ed infine il rapporto fra tatuaggio e gruppo amicale, famiglia, partner. In un secondo tempo, nel sesto capitolo, ho cercato di definire le prime tracce di un discorso etnologico: cio di passare da un discorso etnografico, descrittivo, ad un discorso pi interpretativo. Sono riemersi a questo punto entrambi i versanti interpretativi usualmente usati per spiegare le funzioni del tatuaggio nelle culture altre: quelli legati alla crisi del passaggio allet adulta ed ai tentativi di cerimonializzare il passaggio attraverso varie prove, fra le quali il tatuaggio solo la parte di un tutto; quelli derivanti dalla perdita di senso che avviene nel giovane a livello identitario, e della conseguente necessit di darsi senso (anche) attraverso il tatuaggio. Ci che caratterizza precipuamente il tatuaggio fra i giovani doggi semmai la totale assenza di momenti comunitari e condivisi che diano al tatuaggio quellinsieme di significati sociali che avevamo trovato in tutte le altre culture esaminate nel primo capitolo. Si tratta, come dice Le Breton, di un rito intimo parallelo, e cio di un rito di iniziazione privato, che serve ad affrontare le ansie e le angosce che intervengono nel nostro peraltro lunghissimo periodo di passaggio allet adulta. Un rito privato cui manca la sanzione sociale da parte della comunit degli adulti, che nelle altre culture era prevista e, direi, garantita, permettendo ai giovani di quelle culture un pi facile impatto con i problemi connessi alle trasformazioni corporee e mentali di questa fase. Nellultimo capitolo ho riportato quanto emerge dalle interviste con i tatuatori reggiani: si trattato di tratteggiare i profili dei quattro tatuatori reggiani, di riferire dei loro vissuti collegati con la professione, del rapporto con gli utenti, con la corporeit, e di cercare di delineare, cos, gli elementi di fondo della bottega del tatuatore. I tre allegati, infine, servono per illustrare il canovaccio delle interviste svolte, per raccogliere quelle fotografie significative che tatuati e tatuatori mi hanno voluto fornire, e per permettere una osservazione pi ravvicinata di due interviste, particolarmente significative di un soggetto tatuato e di uno che ha scelto di non farsi tatuare. Termino questa premessa porgendo i miei ringraziamenti ai trentadue giovani che hanno voluto rispondere alle mie domande e soprattutto ai quattro gentilissimi tatuatori

reggiani: Tony Messina, Lauro Paolini, Antonella Tambakiotis ed Elisa Vaccari, che hanno voluto prestarmi una parte del loro tempo per fornirmi aiuto materiale (libri altrimenti introvabili, fotografie, libero ingresso nei loro atelier) e notizie, per me preziose, sullarte del tatuaggio.

1 CAPITOLO

Le tradizioni del tatuaggio nelle societ primitive, in Oriente, nelle subculture marginali
Il tatuaggio oggi fra cultura e moda Alcuni anni fa una persona tatuata suscitava stupore e curiosit, ora non pi cos. Sono andata in alcuni studi di tatuatori e il tipo di clientela che ho visto avvicendarsi in una mattinata sembrava quella tipica di un negozio di parrucchiere. La linea di divisione fra i due sessi - che anni fa vedeva, in maniera significativa, i maschi prevalere rispetto alle femmine per quanto riguarda il tatuaggio - ora irrilevante. Del resto basta guardarsi in giro per accorgersi che in Italia, cos come pare nel resto dellOccidente, il fenomeno del tatuaggio si impiantato con decisione. Il numero di tatuatori e di tatuati cresciuto notevolmente in Italia dagli anni Settanta ad oggi. I primi tatuatori italiani del giorno doggi, hanno imparato larte del tatuaggio nei loro viaggi allestero : Gian Maurizio Fercioni, milanese di origine toscana, Marco Pisa e Marco Leoni a Bologna, Gippi Rondinella a Roma, sono tra i primi esponenti italiani odierni di questa arte. Gli studi ufficiali dei tatuatori in Italia, secondo quanto traspare dal libro di Aaron SteelPennymann, sono aumentati: gi nel 1996 se ne potevano contare centoquattordici. E oltretutto occorre considerare, che a tuttoggi non possibile fare una stima di quel mondo sommerso di dilettanti e di studi estetici che praticano il tatuaggio e che si aggiungono agli studi ufficiali, facendo lievitare il numero dei tatuati in maniera praticamente incontrollabile. Il fenomeno che stiamo vivendo insomma la testimonianza del diffondersi in Italia di una modernit primitiva; e il tatuaggio, che ancora in alcuni strati della popolazione italiana appare come il simbolo di culture devianti e marginali, diventa sempre pi un fenomeno di massa che contemporaneamente appare come un segnale di modernit, ma anche unattualizzazione di simboli che ci riportano lontano nel tempo e nello spazio. Entrando pi nei particolari, come suggerisce la Castellani, oggi in Italia assistiamo a due tendenze principali: ci sono da una parte coloro che si avvicinano alla cultura del tatuaggio, e dunque alla sua storia, alle sue tecniche, ai suoi valori cos come ci si avvicina ad un fenomeno che pu contaminarci profondamente; dallaltra ci sono coloro

che si tatuano per seguire una moda che negli ultimi anni tra i suoi dettami ha inserito anche questa pratica. Afferma ancora la Castellani che, in modo sommario, per cogliere le differenze fra i primi ed i secondi si pu partire da un indizio: sembra infatti che i primi preferiscano tatuaggi full body che si sviluppano su ampie parti del corpo e i secondi invece piccoli tatuaggi raffiguranti soggetti di routine, molto simili tra loro. I confini che separano questi due modi di approccio al tatuaggio per non sono netti; ed anzi a volte i due fenomeni si mescolano rendendo difficile ad un osservatore esterno comprendere le differenze fra i due tipi di adesione al tatuaggio. E nota del resto la capacit da parte del mondo della moda di appropriarsi di particolarit che appartengono ai mondi sotterranei e marginali e di rendere lecito e ricercato oggi quello che appena ieri veniva considerato deviante. Certo che attraverso il tatuaggio la nostra societ tecnologicamente avanzata e moderna appare capace di appropriarsi di una ritualit figlia di societ primitive e ataviche. Ed certo che, osservando il diffondersi del tatuaggio nella nostra cultura, ed in special modo nella subcultura giovanile, viene da chiedersi, antropologicamente, come mai questo accade; quale funzione sociale essi assolvono nella nostra societ attuale; a quali immagini del corpo e dello stigma1 il tatuaggio vada riferito. Questa la curiosit che mi ha spinto a svolgere la presente ricerca. Ma, per rispondere a questa domanda, opportuno innanzitutto vedere pi da vicino il concetto di funzione, e quali funzioni - storicamente e antropologicamente - il tatuaggio ha svolto e continua a svolgere oggi: cosa che cercher di fare nel presente capitolo. Il concetto di funzione sociale in antropologia e in sociologia Per funzione sociale si intende il modo (o i modi ) in cui un elemento culturale contribuisce alla sopravvivenza della societ e \ oppure alla continuit della cultura nella quale si trova (Bock.1978: 494). Secondo Durkheim, allorch ci accingiamo a spiegare un fenomeno sociale, bisogna ricercare la funzione o le funzioni che esso assolve allinterno di una determinata societ, in un determinato periodo storico2. Il concetto di funzione, quindi, varia con il variare delle societ e, allinterno di una stessa societ, a seconda del momento storico da noi considerato.
1 Nel presente lavoro il termine stigma non va inteso come sinonimo di mancanza, handicap, limitazione (Goffman, 1970:17), bens in senso etimologico, e cio come: puntura, stigma, stimmate, tatuaggio, marchio, segno, marca (cfr. L. Rocci, 1971, Vocabolario Greco Italiano, D. Alighieri Ed., pag. 1708, alla voce ) 2 Afferma Durkheim che ci serviamo del termine funzione, invece che quello, ad esempio, di scopo o fine poich i fenomeni sociali non esistono in vista dei risultati che producono.

Durkheim in particolare concentra la sua attenzione su due temi fondamentali connessi con questo concetto che nel contempo sociologico e antropologico: innanzitutto egli afferma che pu accadere che alcuni fenomeni sociali possano svolgere varie funzioni, oppure che varie funzioni possano essere svolte dallo stesso fenomeno; in secondo luogo che un determinato elemento sociale pu emergere o meno a seconda che ci siano, in quella determinata societ che noi consideriamo, dei bisogni sociali che richiedano di essere soddisfatti. In questo modo Durkheim, da una parte ci mostra quasi come uno studioso sistemico dei giorni doggi - i legami che ci possono essere fra i vari fenomeni sociali di una determinata cultura, dallaltra come, in base al variare dei bisogni sociali, possano variare le funzioni che i singoli elementi assolvono allinterno di una cultura, lungo lasse del proprio sviluppo temporale, o nel raffronto fra culture coeve. Influenzati da Durkheim due antropologi britannici, Malinowsky e Radcliffe-Brown, hanno elaborato il concetto di funzione in modo simile a Durkheim, ma con cospicue differenze rispetto a questo primo scienziato sociale. Malinowsky (1974) innanzitutto sviluppa il rapporto fra funzioni e bisogni sociali: secondo Malinowsky (op.cit.) ogni elemento di una determinata cultura svolge una funzione specifica per far fronte a determinati e specifici bisogni che egli chiama secondari. Si tratta di bisogni di organizzazione sociale (identit, appartenenza) il cui raggiungimento utile e necessario per soddisfare i bisogni primari, che sono innanzitutto biologici, e cio di nutrizione, di riposo, di riproduzione, etc. Radcliffe-Brown (1972) si discosta dallinterpretazione malinowskiana della funzione sociale come soddisfazione di bisogni prettamente biologici e invece punta lattenzione sul gruppo sociale. La funzione sociale, secondo Radcliffe-Brown (op.cit.), viene cos a definirsi come il contributo che unattivit parziale d allattivit totale, e cio alla vita sociale intesa nel suo complesso. Resta inteso per che, sia in ambito antropologico che sociologico, lo stesso elemento di una determinata cultura pu svolgere funzioni diverse lungo il proprio divenire storico, cos come in due o pi culture diverse molti elementi possono svolgere la stessa funzione sociale. Compito della mia ricerca di cercare di stendere una ipotesi circa le funzioni sociali che il tatuaggio svolge in una subcultura giovanile metropolitana. In questo primo capitolo vorrei intanto esplorare le diverse funzioni che il tatuaggio ha assunto nella storia, in culture diverse da quella attuale e nella geografia, e cio in alcune societ diverse dalla nostra, presenti al giorno doggi.

La preistoria del tatuaggio

Negli anni Venti nei ghiacci della Siberia fu ritrovata una mummia di un guerriero sciita del V sec. a.C. tatuato; e, pi o meno nello stesso periodo, fu ritrovato in Egitto il corpo inciso della sacerdotessa Amunet vissuta duemila e duecento anni prima di Cristo3. Sembra, anzi, che lusanza di tatuarsi il corpo sia partita proprio dallEgitto e che da l si sia poi diffusa in tutto il mondo. LEgitto tra il 2800 e il 2600 a.C. aveva relazioni con Creta, Persia, Grecia, lodierna Arabia. Pare abbia esportato in tutti questi paesi il tatuaggio (Fercioni Gnecchi, 1994). A partire dal 2000 a.C. il tatuaggio sembra si sia diffuso in tutta quella porzione dellAsia che giunge fino alla Cina meridionale. Il popolo Ainu introdusse il tatuaggio in Giappone e dal Giappone questa pratica fu esportata verso la Polinesia. I polinesiani, che come vedremo fra poco - successivamente furono allorigine della diffusione del tatuaggio fra noi occidentali, svilupparono uno stile particolare ,il moko4, ed associarono il tatuaggio a credenze tab e riti religiosi (Fercioni Gnecchi, 1994).

Le prime testimonianze scritte La pi antica testimonianza scritta sul tatuaggio quella di Erodoto che risale allincirca al 500 a.C. Nelle sue Storie (V6,2) Erodoto narra dei Traci e della loro strana abitudine di tatuarsi come segno di onorificenza, riservato ai meritevoli e ai nobili. Ma gi nellUrbe di Cesare e Cicerone il tatuaggio risultava privato del tutto della dimensione sacrale e ridotto a semplice marchio, con la perdita di qualsiasi funzione centrale e positiva per divenire signum che connotava lo stato di schiavit e di appartenenza alla congerie dei malfattori (come del resto gi era avvenuto in Grecia). Il segno del tatuaggio, in questo modo, non era pi un disegno che ornava il corpo, come nei Traci, o che riportava allunione sacrale con la deit, come sembra avvenisse nellantico Egitto, e come poi avverr fra i polinesiani ed in molte altre culture, ma un contrassegno. Seneca e Giovenale, come afferma il Serra (1994), riportano testimonianza di questo sistema connesso con la punizione. Daltra parte Giulio Cesare, nel De Bello Gallico, narra dellabitudine dei britanni di tingersi la faccia per intimorire gli avversari. Cos come Tacito, in La Germania narra dellabitudine dei germani di tatuarsi il corpo. Queste testimonianze concordi descrivono lincontro - scontro della cultura dei tatuati con quella dei non tatuati e la paura e lorrore che provoca nei non tatuati la vista dei corpi segnati dal tatuaggio.
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Cos come, molto pi di recente, sul corpo del cacciatore del Similaun, ritrovato sulle Alpi, fra lItalia e lAustria, presenta evidenti tracce di tatuaggio sulle ginocchia e sulle braccia, probabilmente con funzioni apotropaiche (E. Taraboi). 4 Tecnica per ottenere tatuaggi in rilievo attraverso la quale le linee del disegno venivano prima intagliate nella pelle con uno scalpellino e successivamente riempite di colore dal tatuatore.

Non si conoscono le cause di questo vero e proprio ribaltamento di significato fra popoli che pure erano limitrofi nello spazio e coevi nel tempo. Probabilmente la pratica veniva considerata dai romani come troppo dolorosa e pericolosa, e questo segno che sul corpo dei germani era distintivo di onore e di privilegio, fu sostituito dai romani da altri segni - come labbigliamento e il grado di cultura - che servivano a differenziare i nobili dagli altri. Nonostante questo ostracismo sul tatuaggio i popoli vinti e ridotti in schiavit da Roma continuarono ad istoriare il loro corpo. Con lavvento del Cristianesimo anche a Roma il tatuaggio presto si riavvicin alla sacralit, anche se in maniera ambivalente. La cristianit, infatti, ebbe un atteggiamento duplice nei confronti del tatuaggio, che fu considerato, da un lato, come un forte richiamo simbolico alla passione di Cristo e dallaltro, come una violazione dellintegrit della figura umana, creata da Dio a propria immagine e somiglianza5 . Queste due opposte visioni convissero a lungo luna a fianco dellaltra. Nel 325 d.C. Costantino proib il tatuaggio facciale e il papa Adriano I, nel Concilio Ecumenico del 787, lo band ufficialmente in tutte le sue espressioni. Lunica eccezione al divieto del 787 d.C. divent molti secoli dopo, quella del Santuario di Loreto: in questo luogo, come racconta il De Blasio (1905), si imprimeva un tatuaggio ai pellegrini visitatori, come segno dellavvenuto pellegrinaggio6. Questa condanna di fatto riguardava solo i tatuaggi volontari, cio quelli consapevolmente accettati sulla propria pelle. Il tatuaggio volontario in questo modo, nei suoi significati positivi, scompare dalla storia per mille anni, anche se rimane in questi secoli luso del tatuaggio come strumento di potere, in quanto che rimangono le mutilazioni, i marchi a fuoco inflitti dai sovrani e dagli inquisitori, che in questo modo non mostrarono tanto di preoccuparsi di recare offesa allimmagine di Dio. Il tatuaggio cos, per tutto questo tempo, passa da valore simbolico a mero valore segnico che testimonia esemplarmente di una avvenuta punizione. Potremmo dire che, in questo modo, la legge viene incisa sulla carne. Ed anche in questo uso punitivo del tatuaggio c una somiglianza con la cerimonia del tatuaggio tribale: sul corpo, infatti, in entrambi i casi viene tracciata la scrittura del potere (Serra, 1994). Il marchio, il tatuaggio, il signum anche in queste modalit espressive testimone di rituali, cruenti, ma sempre portatore di significati attraverso i quali la societ rivendica con forza il possesso dei corpi.

Il 1769: una data importante per la storia del tatuaggio

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Del resto gi nel Vecchio Testamento il tatuaggio risulta alla fine proibito (Levitico ,19). Tale pratica, iniziata nel Cinquecento, ed evolutasi, secondo quanto risulta dalle ricerche della Fercioni Gnecchi, nel tempo, assumendo significati molteplici, giunta quasi fino a noi.

La riscoperta in Europa del tatuaggio legata allesplorazione dei nuovi territori avvenuta a seguito delle grandi scoperte geografiche. Il contatto con nuove popolazioni sconosciute e selvagge suscit una grande curiosit intorno agli usi e costumi di queste popolazioni. E cos come i conquistadores non trascurarono di riportare in Occidente alcuni esemplari umani di queste civilt che ben presto diventarono fenomeni da baraccone, allo stesso modo fece anche il capitano Cook che - di ritorno dalla scoperta di Tahiti nel 1769 riport in patria il selvaggio Omai che fu portato di casa in casa fra i nobili inglesi, a testimonianza degli usi e costumi, considerati assai bizzarri, delle nuove terre, lontane ed esotiche. Fu lo stesso Cook che invent il nome tattoo per definire la pratica di decorarsi il corpo. Si trattava della traduzione la parola tahitiana tattaw, che significa battere, e che si riferisce allusanza tahitiana di incidere la pelle con bacchette appuntite intinte nel nerofumo. Alla fine del 700 nella cultura europea si ebbe una svolta nei confronti dellatteggiamento verso le popolazioni primitive e, conseguentemente, verso il tatuaggio: infatti con il positivismo e col mito rousseauiano del buon selvaggio assistiamo ad una rivisitazione delle pratiche di quei popoli, fino a quel momento credute barbare, e adesso invece esaltate in quanto che viste come pi vicine alla vera natura delluomo, nonch alla natura. Le isole dei mari del sud vengono paragonate in questo periodo al paradiso terrestre e vengono prese come esempio per non essere state contaminate da secoli di cultura. Di conseguenza anche il tatuaggio viene ora visto non pi, come era stato nei secoli precedenti, come pratica disdicevole ma anzi come scrittura paradisiaca. I marinai che si recavano in quei luoghi mitici ritornavano sempre pi spesso con vari disegni impressi sul loro corpo e le descrizioni che essi facevano di quei luoghi erano sempre fantastiche, arbitrarie e intrise di quel sapore esotico che, in quel secolo, aveva tutto ci che proveniva da lontano. Linteresse per il tatuaggio cos crebbe sempre di pi e lesibizione di uomini tatuati divenne un vero e proprio hobby per nobili e ricchi inglesi e francesi. Addirittura si arriv a creare un macabro mercato illegale di teste di maori tatuate. Gli acquirenti pensavano di comperare una testa di un principe o di un nobile della trib naturalmente defunto, e invece spesso si trattava di uomini uccisi di proposito per questi scambi illeciti. Una spinta alla diffusione del tatuaggio arriv anche dagli sconvolgimenti politici prodottisi a seguito della rivoluzione francese e americana, il che fece s che molti cittadini fecero tatuare sui loro corpi ideali e motti rivoluzionari. Anche i membri delle societ segrete che sorsero in quel periodo - come la Carboneria, la Massoneria, i Liberi Muratori - cos come erano soliti avere un loro linguaggio verbale cifrato e da iniziati,

allo stesso modo erano soliti tatuarsi un simbolo di riconoscimento e di appartenenza sul corpo. Ed in precedenza, a partire dagli inizi dell800, prima che il tatuaggio apparisse sui corpi dei patrioti, gi si era cominciato a diffondere non solo sulla pelle dei selvaggi ma anche su quello di marinai e viaggiatori che arrivavano presso di loro. Cosicch nel 1828 un marinaio di nome Ruttheford invent di essere stato rapito da una trib di maori e di essere stato poi tatuato a forza dalla trib. Questo marinaio, per aver raccontato su un opuscolo le sue presunte disgrazie, guadagn un bel po di quattrini; e, dopo di lui, altri ripeterono le sue bugie e cos poterono vivere di rendita in una Europa che diventava sempre pi attratta dai tatuaggi. Non risulta, per, che vi fossero tatuatori professionisti in Inghilterra ai primi dell800. Si ha testimonianza solo di due medici ubriachi che tatuarono un ragazzino di tredici anni, i quali furono processati e condannati a pagare una multa. Il vero boom del tatuaggio avvenne nella seconda met del secolo, allorch il tatuaggio, da icona marinara che era, pass e si diffuse in varie classi sociali, con lesclusione per ora della nobilt e della borghesia. Martin Hildebrandt si pu annoverare come primo tatuatore professionale occidentale e divenne famoso nella guerra dindipendenza americana. Dopo la met del XIX secolo altri tatuatori si impiantarono in Francia, cos come in Olanda, in Italia e in Germania. Sempre in quel periodo si diffuse nella cultura occidentale il fenomeno del tatuaggio portato nel circo come attrazione da baraccone, anche se ora non erano pi i selvaggi ad esibirsi, bens gli europei e gli americani. Tra coloro che si esibivano nei circhi molte erano le donne. Nel circo di Barnum, che era il capostipite di questa attrattiva, si esibiva George Costantin che aveva il corpo completamente tatuato. Gli studiosi di quel periodo si avvicinarono per la prima volta al tatuaggio prendendo come punto di osservazione proprio Costantin. La prima donna che si mostr in pubblico fu Ren Woodward, la bella Irene. Costei, per farsi accettare dalla societ e mostrarsi in pubblico senza essere etichettata come delinquente, invent delle storie di sevizie subite dai pellerossa, cos come del resto fece Costantin che diceva di essere stato costretto a subire il tatuaggio dagli abitanti del Borneo. A partire dal 1870 il tatuaggio divenne di moda anche tra i nobili: il principe di Galles, il duca Alfredo di Edimburgo, lo zar Nicola II di Russia, la Regina Olga di Grecia, il principe Enrico di Prussia, etc., si fecero tatuare. Nel 1880 O Reilly invent la macchinetta per tatuare e cos, verso la fine del XIX secolo, si stim che il 95% degli arruolati nella fanteria inglese e il 90% in marina era tatuato. Come possiamo dedurre da quanto detto sopra durante le guerre che il tatuaggio si diffonde in Occidente. Nella I Guerra Mondiale i soldati avevano lusanza di farsi tatuare motivi erotici, piuttosto che patriottici come era accaduto fino ad allora:

limmagine del tatuaggio risult cos modificata da questa nuova moda. Nella II Guerra mondiale, soprattutto i soldati e i piloti USA ripresero a tatuarsi: i motivi ricorrenti in questo caso erano da riferirsi al nome delle consorti e delle amanti dei soldati, alla famiglia, alla patria, a volte si trattava di motti scaramantici e apotropaici, cos come fu per un pilota che sul braccio aveva fatto tatuare la frase buon atterraggio. Il tatuaggio in questo modo diventava elemento della subcultura militare. Cosicch, finita la guerra, il reinserimento nella societ fu molto difficile per molti di loro che si pentirono del loro gesto, fatto allorch una grave emergenza li aveva posti in una situazione del tutto particolare . A partire dalla fine della guerra negli USA il tatuaggio fu perlopi associato alla parte deviante della societ, anche se ci furono alcune parentesi, quali per esempio lutilizzazione del tatuaggio come pubblicit per la Pepsi e la Coca Cola alla met degli anni Cinquanta, a dimostrazione di come ormai il tatuaggio non fosse pi confinabile del tutto ai margini della societ. Con il Vietnam ritorna in auge in USA il tatuaggio fatto di simboli patriottici oppure, al contrario, come segnale di ribellione alla guerra. Negli anni Settanta i tattoo studios diventarono il punto di riferimento per alcune subculture presenti in quellepoca negli USA, quali gli hippies, i bikers etc. Fu in questi anni che i tatuatori presero pi coscienza della loro professione e sembrarono finalmente diventare esperti degli aspetti meno visibili e inconsci del tatuaggio. Nel 1976 si organizz ad Huston la prima Convention Mondiale di tattoo. Ci fu una frattura fra la Vecchia Scuola di tatuatori legata ai circhi etc., sviluppatasi negli anni 20, e la Nuova Scuola, portatrice di una cultura nuova del tatuaggio, attenta alla riattualizzazione degli usi passati e lontani che il tatuaggio aveva assunto. Sono i giovani tatuatori che partecipano ai raduni e alla convention ed a partire da questi raduni che assistiamo alla graduale ascesa che il tatuaggio fa per inserirsi a pieno titolo negli usi e costumi della societ di questultimo decennio.

Il tatuaggio fra le subculture marginali e scienza positivista tra la fine del XIX e linizio del XX secolo La scienza nella seconda meta dell800 si avvicina al mondo del tatuaggio e ovviamente tende ad inquadrare il fenomeno secondo il pensiero positivista di quel periodo. Le analisi scientifiche furono condotte per la maggior parte nelle carceri e, poich quasi tutti i detenuti si tatuavano, si giunse con gran facilit alla ricerca di un collegamento tra delinquenza e tatuaggio. Sono noti gli studi svolti in Italia da Lombroso sulluso del tatuaggio fra i delinquenti. Cesare Lombroso il capostipite dellantropologia criminale e nel suo saggio Luomo

delinquente, del 1876, egli descrive cos chi fa uso del tatuaggio: esso (il tatuaggio) compare solo nelle infime classi sociali, nei contadini nei marinai, pastori, soldati e soprattutto nei delinquenti di cui esso costituisce un nuovo carattere anatomico e legale. Lombroso studiava in particolare le anomalie anatomiche e psicologiche in rapporto al comportamento criminale, e tra le varie anomalie egli comprendeva anche il tatuaggio, che ai suoi occhi cos appariva cos come la forma del cranio dei delinquenti - come uno stigma che attestava una appartenenza criminale. Secondo Lombroso il criminale era un vero e proprio tipo antropologico ed era la sua stessa natura, che si rilevava dal suo aspetto fisico, che lo spingeva al delitto. Implicitamente, in questo modo, Lombroso grazie anche alla propensione tutta positivista di inventariare tutto quanto veniva da lui e dai suoi collaboratori reperito in situ - fu colui che ci ha riportato molte notizie interessanti sulla pratica del tatuaggi in Italia. Fece dettagliatissime descrizioni relative a chi si tatuava, in particolare, a quali regioni dellItalia era in uso questa pratica (Lombardia, Piemonte e Marche), a quali fossero i soggetti principali impressi sulle carni dei delinquenti (simboli di guerra, soggetti religiosi, soggetti osceni incisi su parti intime, eccetera). Studiosi come Lombroso usavano tabelle ed elenchi in maniera quasi maniacale perch supponevano che ad ogni descrizione di un tipo di tatuaggio dovesse corrispondere un tipo di patologia. Il tatuaggio era preso in considerazione come indice di devianza in ogni caso; il corpo in questo modo e con esso il tatuaggio venivano visti come manifestazione della malvagit interiore dei soggetti. Sulla scia di Lombroso altri antropologi criminali studiarono tali fenomeni, in modo particolare il De Blasio che nel suo libro Il tatuaggio (1905), ci riporta le sue conclusioni affini agli studi lombrosiani : per me - afferma il De Blasio - senza distinzione di sesso, di et, e di condizione sociale, chi fra le razze evolute si fa volontariamente tatuare non che un essere anomalo. Ancora nel 1958 cerano degli psicoanalisti come Briggs che leggevano nella presenza del tatuaggio sul corpo di un determinato soggetto come segnale della presenza in esso di una psicopatia. E ancora oggi ci sono studiosi pi moderati che considerano chi si tatua come persona immatura, ostile, etc.

Il tatuaggio nelle societ tribali di ieri e di oggi Il tatuaggio, il piercing e altre forme di alterazioni corporee come la scarificazione eccetera, continuano ad avere ancora oggi una grande importanza in alcune societ tribali. Le funzioni che tali pratiche tendono ad assolvere in questo tipo di cultura sono essenzialmente due: una di identificazione e di appartenenza e unaltra di espressione religiosa.

Nelle isole della Polinesia, della Melanesia e della Micronesia il tatuaggio un elemento fondamentale dei riti di iniziazione della societ. In Melanesia, in Nuova Guinea, sono le donne le sole che fanno uso di questa pratica, e ci in una duplice dimensione: sono infatti le donne che tatuano e sono sempre le donne ad essere tatuate. Il tatuaggio viene praticato sul volto e sul collo, riprendendone e sottolineando i lineamenti personali. I genitori portano la ragazza, non appena essa ha raggiunto la pubert, dalla tatuatrice, e ci in prossimit di una grande festa cui partecipa tutto il paese. La ragazza rimane presso la tatuatrice fino a che il lavoro di tatuaggio non finito. Il tatuaggio prima aveva dunque la precisa funzione di sottolineare il passaggio in una nuova fascia di et, ormai invece questa funzione caduta in disuso e sembra che il tatuaggio sia passato ad esprimere una mera funzione di appartenenza, a sottolineare cio il proprio orgoglio etnico. Anche in Nuova Caledonia il tatuaggio sembra ancora prerogativa femminile, e viene praticato su gambe, petto e viso. In Micronesia il tatuaggio scomparso, anche se si sa che era presente, fino a poco tempo fa, nelle Isole Marianne e nelle isole Tonga; la decorazione variava a seconda dellappartenenza linguistica. Il tatuaggio micronesiano era di tipo geometrico, in esso prevalevano motivi marini, elementi cio che tuttora hanno grande importanza per la vita di questi popoli. In Polinesia il tatuaggio ancora molto diffuso: nelle isole Marchesi il tatuaggio pi che un ornamento un vestito che ricopre tutto il corpo comprese labbra, gengive, pelle del cranio, palpebre. Il tatuaggio qui indice del grado sociale e chi ha il corpo tatuato integralmente considerato ricco ed elegante. Diversi sono qui i tatuaggi per gli uomini e per le donne: i primi si tatuano praticamente tutto il corpo, con lesclusione del pene, le donne invece le labbra, i lobi delle orecchie, le mani e le spalle. Il tatuaggio, in passato, aveva lo scopo di proteggere chi lo portava dagli spiriti maligni, ma anche qui, sembra che oggi abbia assunto un mero significato decorativo. In Nuova Zelanda i Maori praticavano, come abbiamo gi detto, il moko, un tipo di tatuaggio divenuto oggi molto famoso, anche perch stato il primo tatuaggio che Cook ha portato in Occidente nel 1600, ma anche il moko caduto in disuso presso le popolazioni Maori. La pratica del tatuaggio presso queste popolazioni era appannaggio solo di santoni riconosciuti come tatuatori, detti Tohunga, e aveva lo scopo di proteggere il tatuato dagli spiriti del male. I Maori iniziavano a tatuarsi fin da adolescenti e il tatuaggio serviva prevalentemente come forma di comunicazione sociale: infatti i capi avevano dei tatuaggi diversi che indicavano il loro status e cos era per tutti: il tatuaggio indicava lorigine sociale e gli schiavi non potevano tatuarsi. Due sono le tecniche che venivano usate presso i maori: il puhoro, che consisteva nel pungere la pelle con uno strumento acuminato e nellinserire nella pelle un pigmento che non produceva leffetto di rilievo e ci lo differenziava dal moko, che invece,

prodotto da scalpelli che ferivano la pelle, provocava delle cicatrici, che venivano successivamente riempite di colore. Queste cicatrici erano delle vere e proprie scarificazioni che rimanevano in rilievo. Il moko era molto doloroso e alcuni tatuati potevano anche morire a causa delle infezioni che spesso seguivano. Il motivo per cui il moko oggi ancora molto diffuso leleganza con cui il tratto segue i lineamenti del volto, questo rende le linee simmetriche e fa si che i tratti espressivi del viso vengano in parte occultati. In Nuova Zelanda oggi sopravvissuto il rerpi, un tatuaggio molto delicato intorno alle labbra che una prerogativa femminile. Il tatuaggio presente da sempre in molte altre parti del globo, ma sugli usi e sui significati che tale pratica assume in questi altri luoghi si sa molto meno di quanto si sappia delluso del tatuaggio fra i polinesiani. Gi Marco Polo ci ha riferito di aver visto in India uomini che avevano tatuato sul volto figure di animali. Il tatuaggio in India presente tuttora, in varie forme: ci sono qui tatuatori europei, ma anche tatuatori itineranti del luogo, che lavorano tra la miseria e la sporcizia. E sopravvive in India ancora unantica tradizione di tatuaggi tribali femminili, che vengono praticati dalle donne sulle donne. Questi tatuaggi facevano parte dei riti di iniziazione e preparavano le bambine per il matrimonio, venivano praticati con aghi e chiodi che erano intinti nel nerofumo raschiato dalle pentole. Il tatuaggio presente in Indocina, nella Cina meridionale, tra alcune trib come i Limu dellisola di Hainan e in Birmania. Nelle zone artiche diffuso il cosiddetto tatuaggio per cucitura. Nel Nordest asiatico si pratica la decorazione facciale, e tra gli Eschimesi duso un semplice punto tra le giunture del corpo per ricordare cerimonie funebri e avvenimenti venatori. In questi paesi nordici il tatuaggio aveva una stretta connessione con la caccia e ci lo si pu desumere dal fatto che i soggetti raffigurati solitamente nel tatuaggio sono presenti anche sugli strumenti da caccia. Esiste anche fra questi popoli un tipo di tatuaggio solo femminile in base al quale le madri tatuavano le figlie per renderle pi belle in vista del matrimonio: queste erano tatuate su guance, ginocchia, mani e piedi, fin dalla giovane et. Anche in Canada il tatuaggio era presente fra le trib indigene degli indiani. NellAmerica meridionale, fra gli Aruma e gli Arar, praticato un particolare tipo di tatuaggio facciale che consiste in una linea turchina che unisce gli occhi alla bocca. Nella trib dei Mundrucu presente un singolarissimo tatuaggio che si estende su tutto il corpo, dal viso alle gambe in forma di lunghe linee parallele. In Africa la pratica del tatuaggio scarsamente utilizzata dalla popolazione con epidermide scura, poich il colore bluastro usato per il tatuaggio si confonderebbe con quello della pelle. Dunque il tatuaggio presente dallEgitto al Marocco, le popolazione dalla pelle pi chiara: presso questi popoli i tatuaggi pi che un valore estetico hanno lo scopo di prevenire e guarire le malattie (Gnecchi Fercioni, 1995). Per tatuare si usano

vari soggetti: la mano di Fatima posta sul viso, sul collo o su un braccio, la stella a cinque punte che spaventa gli spiriti malvagi, un uccello stilizzato che ha la funzione di proteggere dagli spiriti del male. In Egitto il tatuaggio di un pesce o di una palma garantisce fecondit, eccetera. Questi popoli fanno uso di disegni allhenn sul corpo - divenuti alla moda anche in Occidente grazie alla rockstar Madonna - che sono ritenuti portatori di pace e segnali magici. Presso i berberi il tatuaggio viene usato come pura e semplice terapia per le malattie. In Africa la scrittura del corpo pi usuale, tra le popolazione dalla pelle pi scura, la cosiddetta scarificazione, ovvero un insieme di incisioni vere e proprie della pelle che provocano cicatrici e che servono da ornamento. La scarificazione una forma darte corporale di difficile comprensione da un estraneo che osserva queste popolazioni, talvolta pu diventare sconvolgente quando se ne coglie solo laspetto visivo e non si va a scoprire che ogni segno ci fornisce indicazione sullindividuo che ne portatore. Le scarificazioni possono essere classificate in tre tipi: a) le scarificazioni tribali, che indicano lappartenenza di un individuo ad unetnia o ad un gruppo e sono sovente eseguite durante i riti puberali. Talvolta possono caratterizzare gli individui di una societ segreta o di una casta. I Schilluk del Nilo Bianco in Sudan fanno uso di questo tipo di scarificazioni e sono soliti praticare dei tagli al di sopra delle sopracciglia; i Boscimani fanno tagli sopra gli occhi e le tempie. I Sokoro praticano scarificazioni molto vistose, cinque o pi linee verticali sulle guance e i Bobo praticano tre incisioni, distintive appunto del gruppo, che partono dal labbro fino alle guance. Tra le popolazioni del Sahel, gli Hausa, gli Zarma, i Peul, usano la scarificazione facciale come indicazione del passaggio del ragazzo allet adulta il quale da quel momento pu anche sposarsi. Inoltre il modo in cui la scarificazione fatta e il disegno che ne risulta costituiscono delle chiare indicazioni di appartenenza tribale, clanica e di lignaggio. Per cui incontrando un giovane con piccole scarificazioni orizzontali sulle gote si potr dire subito che quello un elugassaon delletnia hass che vive ai bordi del lago Tchad. b) Le scarificazioni maschili, che consistono in marchi che testimoniano, per un uomo, virilit, coraggio, valore nella caccia. In Etiopia, i Mursi erano soliti praticare una mezza luna sul braccio, marchio che testimonia luccisione di un guerriero, la stessa cosa avviene tra i Galebe e i Bume. c) La scarificazione estetica, che un usanza quasi prettamente femminile, parte dal desiderio di modificare il proprio aspetto per renderlo pi attraente. Questo tipo di scarificazione, essendo di carattere volontario, viene praticata in et pi avanzata rispetto alle scarificazioni tribali che vengono praticate invece in et prepuberale. Possono assumere anche un valore magico, di protezione, di fecondit. Il popolo Nuba di Kao, che vive nel Sudan sud orientale, usa la scarificazione per mera decorazione del

corpo, ed i segni che vengono a prodursi sui loro corpi sono fatti esclusivamente da altre donne che, in questo modo, iniziano le pi giovani e segnano sui loro corpi le tappe della loro vita. La prima incisione viene fatta alle ragazzine di dieci o undici anni ed lunica che viene fatta in pubblico. Tutte le altre avvengono in luoghi appartati. La seconda viene fatta alla prima mestruazione, ed impressa sulla pancia; la terza al momento dello svezzamento del primo figlio, e questa la pratica pi dolorosa - anche se le donne non mostrano mai alcun segno di paura - poich viene fatta, in due giorni consecutivi, lungo tutta la schiena, comporta una gran perdita di sangue. Le donne che praticano ci sono di solito le anziane del villaggio e alla fine della loro opera vengono ben compensate. Le donne Kunama, durante ladolescenza si fanno praticare alcune scarificazioni dorsali a linee parallele a scopo puramente ornamentale; le donne Mum rivolgono attenzione anche al petto che ricoprono con elaborati motivi. Ho menzionato solo alcuni dei popoli che fanno ricorso alle scarificazioni e ai tatuaggi, sarebbe troppo laborioso indicarli tutti e ancora poche ricerche hanno studiato questo fenomeno. Alla fine di questa rassegna mi sembra opportuno riportare unipotesi circa i probabili effetti che la scarificazione, potrebbe avere nellorganismo sulla quale viene praticata: sembra che queste ferite fatte con strumenti non sterilizzati e in luoghi non asettici provochino la formazione di anticorpi e di conseguenza una certa immunit. Si potrebbe trattare di una forma di vaccinazione rudimentale che potrebbe preservare lindividuo su cui viene praticata da inconvenienti pi seri. Accade per alle volte che costui sottoposto a questo tipo di usanze vada incontro ad infezioni che possono portare addirittura alla morte.

Il tatuaggio in Giappone oggi In Giappone il termine che designa il tatuaggio irezumi; questa parola nei secoli scorsi aveva una connotazione negativa, poich stava a significare un tatuaggio meramente punitivo. Il tatuaggio punitivo fu in uso, stando ai testi storici a nostra disposizione, dal 97 a.C. al 645 d.C., allorch cadde in disuso. Non ci sono pi informazioni in proposito fino al 1232 quando, con il Codice Joei, venne reintrodotto, fino alla sua abolizione nel 1870 (Fercioni Gnecchi,1995). Nel periodo Edo, periodo che dur dal 1603 al 1867, sotto il dominio della famiglia Tokugawa, vediamo apparire in Giappone il tatuaggio volontario; ma dalla met del diciottesimo secolo che il tatuaggio si sviluppa in maniera decisa: prima di questa data il tatuaggio era una peculiarit delle prostitute e dei loro amanti per sancire fedelt reciproca.

Dal 1750, quando la societ rigidamente feudale iniziava una trasformazione verso una societ pi borghese, il tatuaggio arriv ad assumere un proprio stile. Questo si ispirava ai Suikoden, eroi di una specie di fumetto molto popolare allepoca, che avevano tatuati su tutto il loro corpo draghi o altre figure mitologiche. I primi a farsi questo tipo di tatuaggio furono bande di ex samurai che vivevano con furti ed espedienti e bande di contadini, dette otokade, che si riunivano per difendersi dai primi. Anche pompieri ed altre categorie di lavoratori adottarono questa forma di tatuaggio, e non ultima la mafia giapponese. Ancora ai giorni nostri la mafia giapponese, yakuza, fa ricorso alla pratica tatuatoria e la usa come simbolo di appartenenza, come distintivo. La negativa notoriet degli yakuza ha fatto si che oggi in Giappone si associ inequivocabilmente il tatuaggio alla malavita, senza prendere in considerazione che anche categorie sociali assolutamente oneste amano tatuarsi. La tecnica del tatuaggio giapponese consiste nellusare bacchette di legno e metallo sulla cui cima sono strettamente legati, con un filo di cotone, degli aghi; si tratta in questo caso di un tatuaggio fatto sostanzialmente a mano, con la mano sinistra che tira la pelle da tatuare e la mano destra che impugna la bacchetta. Questo particolare procedimento fa s che i tratti e le linee del disegno sulla pelle siano molto pi morbidi e che le sfumature del colore siano raffinate. E soprattutto per questo motivo che il tatuaggio giapponese, irezumi, cos popolare e ammirato tra gli estimatori del tatuaggio. Molti tatuatori occidentali si ispirano a questa arte e molti tatuati ne vogliono impressi i motivi tipici.

Il tatuaggio Ainu nel Nord del Giappone, ieri Gli Ainu, una popolazione delle isole pi settentrionali del Giappone, ha una antica tradizione di tatuaggio. Si tratta di una tradizione prettamente femminile e di una pratica sacra, in base alla quale si riteneva che i tatuaggi avrebbero protetto le donne Ainu dagli spiriti malvagi. Le donne Ainu si tatuavano dagli undici a i dodici anni la bocca e le labbra e i tratti di colore bluastro che ne risultavano erano simili a baffi. Chi eseguiva materialmente questa pratica era la zia o la nonna materna della ragazza che praticava dei piccoli tagli intorno alla bocca con una lama metallica affilatissima inserendone poi del nerofumo. Il nerofumo era ottenuto raschiando da una pentola, e poich il fuoco era ritenuto sacro, ci che ne scaturiva era ritenuto capace di allontanare i demoni che volessero entrare nel corpo della donna dal naso e dalla bocca.

2 CAPITOLO

Immagini del corpo nella cultura occidentale e nelle altre culture


Il corpo una costruzione simbolica, non una realt in s (Le Breton, 1990, pag.13)

1. Corpo e immagini del corpo nelle varie culture Le pratiche di tatuaggio consistono in operazioni che gli uomini esercitano sui propri corpi: operazioni il cui significato varia da cultura a cultura, ma che - come abbiamo appena visto - in ogni caso rappresentano l'esplicarsi di una o pi funzioni che concorrono a perpetuare o trasformare una determinata cultura. Operazioni che strumentalmente possono essere eseguite con tecniche diverse1, ma che comportano sempre l'istoriazione, l'incisione, la puntura 2 , la marca di parti del corpo. Ci significa che una ricerca sul tatuaggio implica un'analisi dei significati che la corporeit e lo stigma - inteso etimologicamente come segno che punge - hanno nelle varie culture. Ma, nel momento in cui prendiamo in considerazione il significato che la corporeit assume nelle varie culture dobbiamo prendere atto innanzitutto del fatto che, come hanno dimostrato Galimberti e Le Breton, esiste uno scarto fra l'esperienza immediata del corpo e le immagini del corpo che ogni individuo ed ogni cultura si formano a partire da una riflessione sull'esperienza immediata. Ci perch gli uomini non possono fare a meno di filtrare l'esperienza immediata della propria corporeit attraverso le maglie della propria riflessione, che personale e culturale nello stesso tempo.

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Cfr. 1 Cap., pag. 14 Come dicevamo nel primo capitolo, stigma ci riporta, etimologicamente, ad un operazione di incisione, di punzecchiatura del corpo (Cfr.: Rocci, pag. 1708)

L'opera di filtro in base al quale si definiscono le varie immagini della corporeit cio un processo culturale, un processo che si determina in base al carattere etnico ed all'inconscio etnico3 di ogni cultura. E - cos come ogni cultura inforca un particolare paio di lenti, prodotto da ci che una cultura impara a perseguire (carattere etnico) ed a rimuovere (inconscio etnico) un qualsiasi elemento che la compone, in base alle proprie mutevoli esigenze materiali e spirituali - allo stesso modo ogni cultura inforca un paio di lenti attraverso le quali vede anche il corpo e lo stigma. In termini culturali quindi non esistono il corpo e lo stigma, ma innumerevoli immagini del corpo e dello stigma, frutto delle riflessioni sul corpo e sullo stigma che ogni cultura umana fa, nel corso del proprio divenire storico, in base al mutare delle proprie ragioni di vita. Schilder, che ha cercato di individuare come si forma limmagine del corpo umano a livello individuale, sostiene che ogni individuo definisce un proprio schema corporeo, non in base alla sommatoria delle singole impressioni e delle singole sensazioni che lindividuo stesso percepisce nel corso della propria vita, ma a partire da una rappresentazione mentale dinamica, cio mutevole nel tempo, frutto di un continuo lavoro di costruzione e di decostruzione che il soggetto fa intersecando le proprie componenti interne, individuali con quelle esterne, sociali. Per cui, fin dallinizio nel singolo soggetto vi una relazione dinamica fra componenti libidiche e aggressive individuali che producono nel soggetto sensazioni ed emozioni di piacere e di dolore, che, man mano che il soggetto cresce, possono essere mentalizzate ed elaborate 4 , e componenti sociali che interagiscono con quelle individuali attraverso processi di identificazione e imitazione. Afferma Schilder: noi non agiamo semplicemente come un apparato percettivo, ma vi sempre una personalit che sente la percezione[] per cui spero di riuscire a dimostrare che il modello posturale del nostro corpo una continua attivit interna di auto costruzione e auto distruzione; il corpo vive continuando a differenziarsi e a integrarsi (cit. in: Galimberti, 1999:249).

Secondo Devereux per carattere etnico sintende linsieme degli atteggiamenti e dei comportamenti previsti, o permessi, in una determinata societ, ed in un determinato suo momento storico, per inconscio etnico linsieme degli atteggiamenti e dei comportamenti rimossi 4 cos per esempio le emozioni, che sono delle sensazioni prevalentemente corporee possono essere trasformate in sentimenti. Il processo di trasformazione delle emozioni in sentimenti infatti, come ha dimostrato E. Jakobson, pu avvenire solo se lemozione pu essere mentalizzata e messa in parola.

Daltro canto Gisela Pankow, che come Schilder si interessa al problema dellimmagine corporea non a livello sociale ma individuale, sostiene che allorigine di tutti i processi di simbolizzazione ci sia originariamente lesperienza del corpo, per cui fra soggetto e societ vi una dialettica che vede nel corpo un originario filtro in base al quale il mondo, laltro da me, come dice lautrice francese, entra in rapporto con il me, cio con il soggetto. Schilder e la Pankow cio, pur concentrando la loro attenzione sulla singolarit del corpo individuale, non possono fare a meno di situare questo corpo in un contesto culturale, anche se lelemento culturale nella loro indagine rimane come un dato. Noi per non possiamo rimanere allinterno di una visione cos individualistica se vogliamo comprendere il variare dei significati e delle funzioni del corpo e del tatuaggio nelle varie culture: ci che per loro un dato per noi deve diventare un oggetto di ricerca. Lorenzer, che pur essendo uno psicoanalista mostra sempre attenzione ai fenomeni culturali, ha dimostrato che il rapporto madre bambino fin dallinizio un rapporto culturalmente determinato; noi potremmo aggiungere con Aucoutourier che il dialogo originario madre bambino un dialogo tonico, che avviene fra i due corpi e che passa attraverso un insieme di sensazioni e di percezioni che vede, da una parte un essere, il bambino, che ancora non in grado di padroneggiare la tensione spontanea che proviene dal proprio corpo, dallaltra la madre, che dialoga con lui e lentamente lo conduce a padroneggiare la tensione ed a trasformarla in qualcosa che non solo volontario, ma anche, fin dallinizio, sociale. In questo modo, anche a livello corporeo, ci che prima era asociale, o presociale, assume un livello di significazione specifico e culturalmente determinato fin dalla nascita. Tale dialogo tonico poi si sviluppa, si arricchisce, si complica, si estende a tutti i soggetti e a tutte le situazioni sociali con cui il bambino, prima, e ladulto, poi, entrano in rapporto. E questa la strada attraverso la quale, da una parte, il soggetto struttura e modifica la propria immagine corporea, dallaltra ogni societ, ogni cultura ridefinisce in continuazione la propria immagine della corporeit in rapporto con tutte le influenze che derivano, al proprio interno, dallinsieme di tutte le immagini della corporeit di tutti i soggetti che la compongono, e, al proprio esterno, dalle immagini della corporeit delle culture limitrofe con cui tale societ in rapporto e dalle quali, quindi, influenzata. Si definiscono cos i mille itinerari del corpo (Galimberti, 1987) presenti nelle varie culture che a noi interessa vedere sia che essi si riferiscano alle culture altre, sia soprattutto per quanto riguarda il passato e il presente della nostra cultura occidentale.

3. Immagini del corpo nelle culture non metropolitane Il corpo quindi esiste solo come costruzione culturale delluomo e non come una realt in s (Le Breton, 1990). Limmagine del corpo che noi occidentali e metropolitani oggi abbiamo, afferma le Breton, un immagine biomedicale del corpo, figlia del sapere medico, e prima ancora del sapere filosofico in base al quale, dapprima nella Grecia classica e poi a Roma e nella cristianit si sviluppa come vedremo meglio nel terzo paragrafo - una visione delluomo basata sulla scissione fra io individuale e societ. Come afferma Le Breton nelle culture tradizionali5 luomo non visto come un individuo, cio come un essere indivisibile e distinto, dal resto del mondo, ma come un nodo di relazioni. Luomo in queste culture trova il proprio fondamento in una comunit di destino in cui il proprio rilievo personale non affatto lindice dellemergere di una individualit, ma un dato che va ricondotto sempre e necessariamente a tutti gli altri elementi della collettivit, di cui costituisce solo un complemento: in questo modo luomo solo un motivo singolare nellarmonia differenziale del gruppo (Le Breton, 1990: 23). In questo senso ed in questi contesti culturali, affermano Le Breton e Galimberti, giusto parlare di polisemia del corpo. Nella comunit primitiva, afferma Galimberti, il corpo comunitario che d senso alla natura ed alla societ. Per le Breton il corpo nelle societ tradizionali ha una componente olistica, comunitaria, in base alla quale appare come non distinguibile dal resto del cosmo, della natura e della comunit. In queste societ le rappresentazioni del corpo sono delle rappresentazioni di un uomo, di una persona che non riconducibile allindividuo della societ occidentale ma che si compone con la natura e il cosmo in un tuttuno indistinto. Il vocabolario anatomico, biomedico che alla base della nostra attuale concezione del corpo fondato sulla rottura della solidariet fra corpo e natura, fra corpo e cosmo. Nelle societ di tipo comunitario invece, il senso dellesistenza delluomo solo nel rapporto di comunione indistinta col gruppo, con la natura, col cosmo. In queste societ il corpo non esiste quindi come elemento di individuazione per luomo poich il singolo soggetto non si distingue mai dal gruppo e al massimo appare come una parte complementare al tutto. Le societ occidentali hanno allontanato luomo dal proprio corpo, hanno fatto del corpo un attributo delluomo, un qualcosa che si possiede, che si ha. Le
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Cio quelle culture che nel primo capitolo noi abbiamo definito altre

societ tradizionali invece hanno fatto del corpo la matrice identitaria che compone in un tuttuno il soggetto, il gruppo sociale, la natura e il mondo. Ad esempio in Melanesia le immagini e le parole che riguardano il corpo sono le stesse che alludono e designano il regno vegetale (Le Breton 1990:16): cos che il termine kara designa nel contempo la pelle delluomo e la scorza degli alberi, cos come lunit della carne e dei muscoli umani rinvia alla polpa dei frutti; i reni e le altre ghiandole dellinterno del corpo portano il nome di un frutto la cui sagoma somiglia alla loro, gli intestini sono assimilati agli intrecci delle liane, presenti nelle foreste, eccetera. Limmagine melanesiana del corpo, cio, come di un vegetale che in mezzo ad altri vegetali cos come, per converso, limmagine dei vegetali, presso i melanesiani, appare come unestensione naturale del corpo umano. Non si riscontrano frontiere fra questi due domini, afferma Le Breton, solo il nostro modo di vedere occidentale impone ai nostri occhi una frattura che altrimenti non c, e che il frutto di una riduzione etnocentrica delle differenze ( op.cit.:17). Il corpo non concepito dai melanesiani come una materia isolata dal mondo, ma parte del mondo, in un rapporto col resto del cosmo che non basato su una metafora, ma su una identit di sostanza (op.cit.:17). Anche nelle culture rurali africane luomo non visto come un individuo (cio come un essere indivisibile e distinto) ma come un nodo di relazione. Cosicch lidentit personale degli africani non definita in base ad un corpo separato dal gruppo, ma al contrario si ricongiunge sempre allunit di un ordine gruppale, in cui le variazioni individuali dei singoli (cio il fatto che ci siano degli uomini timidi e audaci, cos come delle persone crudeli o amabili, eccetera) sono previste come parti componenti di quella unit ultima delle cose che si pu trovare solo allinterno della vita collettiva. Ad esempio presso i Dogon la persona composta: - di un corpo che parte materiale delluomo e contemporaneamente grano delluniverso; - come insieme di grani simbolici che sono localizzati nelle clavicole e che rappresentano gli otto cereali che costituiscono la base del nutrimento dei Dogon (questo simboleggia la consustanzialit delluomo con la natura agricola); - tali grani si distinguono in quattro grani mascolini, che derivano dallascendenza paterna, e che sono collocati sotto la clavicola destra, e quattro sotto quella sinistra, che rappresentano gli ascendenti femminili; - di un sangue inteso come forza vitale che risiede, oltre che nelluomo, anche in tutti gli animali e i vegetali, cos come negli esseri soprannaturali e nelle cose della natura;

infine gli otto grani si combinano fra di loro in maniera individuale in modo da definire nel tempo le variazioni della psicologia della persona e il suo umore. Ci a dimostrazione che nel corpo comunitario il singolo e il suo corpo, non esistono in quanto entit separate, ma come delle parti che, insieme agli altri singoli e agli altri corpi, compongono le proprie energie con quelle degli animali, della terra e del cielo in un tutto armonicamente composto, che non prevede eccezioni. Il corpo comunitario, aggiunge Galimberti (1987), attraverso i riti, la magia, il ludus, permette la circolazione simbolica fra natura e cultura, nel senso che l'unica entit che riesce a dare senso a fenomeni quali la nascita, la morte, la meteorologia. Ed espressione pi alta della circolazione simbolica fra natura e cultura la danza, cio ancora un volta un'azione esercitata attraverso il corpo.

3. Itinerari occidentali del corpo Vediamo ora le tappe del nostro itinerario del corpo, quello inerente la cultura occidentale, sulle orme della riflessione di Galimberti, e cercando di fare una prima lettura critica che, laddove possibile, tenga presenti i simulacri del corpo ancora oggi osservabili nella nostra cultura, cio le vecchie immagini del corpo apparentemente superate dalla modernit, che tuttavia continuano a fare resistenza e a dare senso, almeno in alcune enclaves culturali e subculturali. Secondo Galimberti, nella comunit primitive mediterranee vigevano delle immagini del corpo molto simili a quelle basate sullambivalenza simbolica del corpo di molte comunit primitive, cio a quel corpo comunitario che d senso alla natura ed alla societ che come abbiamo visto nel paragrafo precedente tipico di molte culture altre. Il passaggio dalle comunit primitive mediterranee e dalla Grecia preistorica alla Grecia classica rappresenta un primo decisivo momento di frattura fra queste immagini del corpo e limmagine occidentale, moderna della corporeit. Nella Grecia classica infatti, come afferma Galimberti, assistiamo alla soppressione dell'ambivalenza del corpo nella equivalenza del valore da parte della filosofia greca. Fino ad allora nella Grecia preistorica e preclassica la tragedia era stata la maniera greca di mettere in scena la polisemia del corpo. Ma, a partire da Platone, afferma Galimberti, assistiamo, contemporaneamente ad una esaltazione della essenza trascendente della verit, attraverso l'equazione filosofia anima cielo positivit; ed alla uccisione della tragedia come luogo di esaltazione della ambivalenza dei corpi, attraverso l'equazione negativa: tragedia - luogo dell'esaltazione del corpo materialit terra - negativit.

Nasce cos l'anima in opposizione al corpo, alla realt materiale, e prodotto della logica, figlia della sua dialettica disgiuntiva. All'ambivalenza simbolica primitiva da questo momento subentra una equivalenza generale che misura tutto in base all'appartenenza alla sfera dell'anima o a quella dei corpi; dove anima sta per verit e corpo per opacit e follia. Anche l'altro grande filone in cui impasta la nostra appartenenza, quella rappresentata dalle nostre ascendenze giudaico - cristiane, implica, come afferma Galimberti, il sacrificio del corpo nell'economia della salvezza. Con la cultura giudaico - cristiana si cristallizza una seconda serie di opposizioni disgiuntive, quelle fra bene e male, fra vita e morte, fra spirito e carne, che si aggiungono e comprendono quella precedente fra anima e corpo. Ma soprattutto col Nuovo Testamento che si ribadisce che il corpo "corruzione e morte", non pi quindi portatore polisemico di simboli, non pi in un rapporto ambivalente con la morte. Morte, peraltro, che viene esorcizzata attraverso l'introduzione di un nuovo concetto, quello di immortalit che fino ad allora era stata riservata agli dei. L'idea di "giudizio universale", infine, afferma ancora Galimberti, rappresenta l'esasperazione della logica disgiuntiva con la suddivisione dell'umanit in eletti e dannati, laddove gli eletti rappresentano il bene, e cio l'ecclesia, intesa come comunit di credenti; e i dannati il male, cio il diavolo - da dia-ballein (disgiungere), letteralmente colui che disgiunto (dalla ecclesia). Il razionalismo, la ragione cartesiana implicano l'oggettivazione del corpo che rappresenta il proseguimento e radicalizzazione della disgiunzione greca e cristiana, e non la sua messa in crisi. Il mondo si laicizza, ma sul piano del discorso sul corpo, cio della definizione delle immagini del corpo, non vi opposizione fra medioevo cristiano e razionalismo laico. Il corpo per Cartesio res extensa, priva di senso, e cio un oggetto sottoposto alle leggi delle scienze fisiche. L'anima, al contrario, res cogitans, intesa come puro intelletto intersoggettivo che cogita, e cio che pensa logicamente. E' questo ego cogitante, razionale, che d senso al corpo ed al mondo, che da soli non sono in grado di assumere senso e che ricevono senso solo dall'esterno, cio in rapporto ad un ego intersoggettivo che pensa scientificamente. Cos il corpo ora appare come una somma di parti senza interiorit; mentre la mente come una interiorit senza distanze6. E' in questo clima che la scienza, intesa come insieme delle discipline riconducibili a questo modo di immaginare il mondo ed, in particolare il corpo, implica la riduzione del corpo solo a simulacro biologico. La scienza quindi - e
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poich "se posso dubitare che il mio corpo esiste, non posso dubitare che io esisto, perci il mio corpo non essenziale alla mia esistenza", dir Cartesio, il che come dire che poich il mio esistere coincide con il mio ego io non posso prendere le distanze da esso poich l il mio punto di vista sul mondo

non solo la scienza medica - mostra di avere uno sguardo ana-tomico sul corpo (da: ana\tomos = taglio da su = seziono) (Galimberti:1987:53) In questo modo vi come un invito al soggetto a rinunciare al vissuto del proprio corpo per accettare solo le relazioni fisico - chimiche che in esse sono calcolabili. L'osservazione calcolabile diventa l'unica osservazione degna di questo nome. Il discorso scientifico sul corpo diventa un modello di simulazione che riduce il corpo alle sue singole parti, cio che lo smembra. E allorch Galimberti si chiede cosa sia all'origine dello sbriciolamento scientista del corpo trova una risposta nella disgregazione del corpo nello stato di morte. Ed, a proposito di scienza medica, il fatto che lo sguardo clinico si sia impadronito del corpo e vi abbia visto la vita che si oppone alla morte, il fatto che il medico si sia impadronito di questo sguardo, tutto ci ha reso sacrale la figura medica. In quest'ottica, che figlia dello sguardo scientifico, che a sua volta figlio dello sguardo razionale sul corpo e sul mondo, lopposizione disgiuntiva quella fra il valore rappresentato dalla vita, e il disvalore dalla morte. E cos l'immortalit, la sopravvivenza a se stessi, ieri riposta nella salvezza eterna, oggi sono riposte nella salute e nella scienza. Ci sotto certi punti di vista un superamento della logica giudaico - cristiana e medievale, ma sotto altri punti di vista appare come in continuazione con la logica precedente poich la morte, la caducit del corpo rimane, un disvalore, una entit negativa che sfugge alla legge del valore7. La societ industriale, capitalistica implica, infine, un rapporto fra valore d'uso e valore di scambio dei beni, o meglio delle merci tutto teso a negare il valore intrinseco (d'uso) dei beni stessi per trasformarli in un unicum quantificabile e misurabile, tramite il denaro, che nei termini dell'economia politica si chiama valore di scambio. In base a questa equivalenza tutti i beni sono scambiabili sul mercato in quanto tutti riconducibili a quell'unicum, il denaro, che li equipara e li ripulisce delle loro caratteristiche individuali, specifiche. Anche il corpo umano, in quest'ottica, sparisce nelle sue connotazioni pi individuali e specifiche, per diventare forza-lavoro fungibile. Anche il corpo umano cio si pone sul mercato delle merci, essendo diventato esso stesso una merce, che ha un valore che dato dalla sua scambiabilit, che tanto pi alta quanto pi produttiva la merce forza-lavoro, il che in tre parole, l'immagine corporea della nostra societ. In questa societ assumono un importanza crescente i momenti di formazione della forza-lavoro che diventano luogo di valorizzazione di una forza-lavoro che
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Galimberti, pag.56: "l'occhio clinico, che osserva muto e senza gesto, non pi in grado di scorgere nel sintomo un simbolo, ma semplicemente un segno, che non invia tanto alla persona malata, quanto al fatto patologico indefinitivamente riproducibile in tutti i malati similmente colpiti"

si deve continuamente riadattare alle mutate esigenze che provengono dall'incessante sviluppo tecnologico. Scuola come luogo di standardizzazione degli individui, quindi, che, condotti sotto le bandiere dell'equivalenza basata sul valore di scambio, sono in effetti preparati, trasformati da individui, appunto, in forza-lavoro, e cio da entit reciprocamente irriconducibili, e cio autonome, indivisibili, a entit reificate, e prodotte in serie, cio ridotte a cose scambiabili sul mercato in base al loro valore, pi o meno alto a seconda (anche) del tipo di formazione che hanno ricevuto. Proprio a partire da una critica radicale alla riduzione dell'uomo a mera forzalavoro fungibile si sviluppa per tutto il 900 un pensiero critico nei confronti dell'esistente, cio nei confronti dell'ideologia fordista, industrialista, che comporta anche una nuova visione del corpo. Uno dei punti di partenza pi tipici di queste visioni critiche dell'esistente una visione dell'uomo tendente al risarcimento per l'uomo stesso di tutto ci che umano e che la societ tecnologica tende ad alienare, a reificare. Cosicch, da una parte, in ambito filosofico, la fenomenologia e l'esistenzialismo, dall'altra, in ambito scientifico, la psicoanalisi, la psichiatria critica, buona parte della sociologia europea ed una parte minoritaria di quella americana, la pedagogia critica, etc. - in misura pi o meno radicale, pi o meno conseguente - si pongono nei confronti del pensiero dominante come istanze critiche volte a ridefinire il tutto, e quindi anche il corpo, a partire da punti di vista eccentrici. Spesso il corpo in queste nuove comunit interpretanti viene visto come il luogo originario in cui l'uomo si d senso, si intenziona (Galimberti, 1987): non un corpo alienato, distante, oggettivato, scientificato, quindi, ma un corpo come sede principe della significazione umana. Basti pensare allimportanza centrale del corpo nel processo di socializzazione primaria secondo la psicoanalisi (Lorenzer), o secondo la psichiatria dimpronta fenomenologica, per rendersene conto.

4. Immagini metropolitane, contemporanee della corporeit Da quanto detto sopra dunque emerge che il corpo un elemento essenziale per il nostro inserimento nel tessuto del mondo. Secondo Le Breton non vi alcuna ritualizzazione della vita quotidiana che non sia anche ritualizzazione delle modalit corporali, ed anche nella realt postindustriale e metropolitana il corpo rimane al centro della scena comunicativa che mette in relazione il soggetto con il mondo esterno. Ma, mentre fino ad alcuni decenni or sono, sulla scena della societ industriale, il corpo era ridotto a forza - lavoro fungibile e perci merce, con conseguente

emergere di immagini della corporeit centrate su questo processo - che nello stesso tempo riduttivo ed omologante8 - oggi, nellera del postmoderno, si assiste alla definizione di una nuova centralit del corpo, ad una nuova immagine della corporeit che basata su di un altro processo di riduzione, che non trova pi il proprio fondamento nel mondo della produzione, bens nella sfera del consumo: il corpo cio appare agli occhi della societ metropolitana come un oggetto di consumo che, come dice Lash, deve essere nello stesso tempo ammirato e invidiato. Secondo Baudrillard il modello della corporeit oggi imperante quello del mannequin. Modello che si affianca ed contemporaneo al modello di corporeit di ieri, cio della societ industriale e fordista, che, sempre secondo Baudrillard, era rappresentato dal robot. E se il modello di corporeit di ieri era portatore di simboli centrati sulla sua scambiabilit, acquisita sul mercato delle merci, il corpo di oggi - afferma sempre Baudrillard - appare invece come produttore di segni, di immagini, di modelli di significazione, che sono acquisiti sul piano del consumo. Cosicch anche per Baudrillard, cos come per Galimberti e Le Breton, il corpo appare in definitiva racchiuso di volta in volta in vari sistemi di significazione, che rimandano alle varie immagini della corporeit. Ma c un elemento che rende attraente il discorso di Baudrillard, ed la sua capacit di sintetizzare in alcuni elementi emblematici e corporei il tratto pi caratteristico delle varie immagini della corporeit: e cos la medicina avr come corpo di riferimento il cadavere, la religione lanimale, il mondo industriale, come abbiamo gi visto, il robot, quello postindustriale odierno il mannequin. Baudrillard, per, oltre questa facolt sintetica, fautore di un discorso sulle varie immagini della corporeit che, nel nostro caso, molto importante. Egli sostiene che lemergere in una data societ di un nuovo modello, di una nuova immagine della corporeit non implica assolutamente la scomparsa di quelle precedenti, ma un processo di riaggiustamento e di convivenza pi o meno dialettica fra le varie immagini della corporeit che, in una determinata societ, si sono andate mano a mano sovrapponendo, lungo il proprio divenire storico. Daltro canto Le Breton, alludendo al rapporto fra nuove immagini della corporeit nelle societ moderne e vecchie immagini popolari della corporeit, gi aveva evidenziato come, in alcune enclave rurali della Francia si noti ancora il persistere, in una posizione marginale, a fianco di nuove immagini del corpo malato, di vecchie immagini della malattia che ancora trovano la loro ragion dessere, sia pure confinate in contesti angusti e marginali.

Basta considerare il processo di scomposizione della gestualit umana in singoli, piccolissimi frame, tipico del taylorismo, per rendersene conto.

E, a ben vedere, nel vecchio scritto di De Martino sul persistere nel cuore dellEuropa industriale, in Germania, ancora negli anni 50, di modalit arcaiche di uso della magia a fini medicali, gi si allude alla compresenza di pi immagini della corporeit nel medesimo territorio (De Martino, 1972). Si pu concludere, io penso, che - specialmente in realt sociali complesse, qual la nostra societ odierna sia sempre da prevedere la compresenza nella stessa societ, ed anche nello stesso soggetto, di pi immagini della corporeit, che sono fra di loro in un rapporto pi o meno dialettico, pi o meno conflittuale, con una scena che viene occupata mano a mano da nuove immagini, corrispondenti ai nuovi bisogni delle varie societ, che marginalizzano, inglobano, modificano, influenzano le vecchie immagini, ma non le eliminano, almeno fino a che queste assolvano una qualche funzione, anche in una sperduta e marginale enclave. Detto questo, ritorniamo alla societ attuale: il culto dellimmagine che noi abbiamo - il culto della buona visibilit (Fabio Tropea, 1995) - sembra essere la modalit pi tipica di espressione della corporeit. Sembrerebbe, a prima vista che, nel momento in cui la societ sempre pi tecnologizzata, il corpo, nella sua sostanzialit, rischi di essere cancellato, e di scomparire nel regno del virtuale. Ed invece vediamo che esso riprende una posizione del tutto centrale nella societ, e ancora una volta diventa veicolo attraverso il quale passa un nuovo scambio simbolico: quello basato sullimmagine e sullapparire. Nella societ postmoderna, afferma Baudrillard, la legge della variabilit, del continuo modificarsi coinvolge tutta la societ, e cio sia il corpo sociale sia, e soprattutto, quello fisico. Ci sono alcune caratteristiche tipiche della postmodernit che ci aiutano a capire meglio la natura di questo fenomeno. Innanzitutto, a fianco allesaltazione del corpo come mannequin, e come suo primo corollario, vi una indeterminatezza circa varie categorie che definiscono lidentit, quali let, il sesso, la bellezza fisica, la razza, eccetera. Cosicch questo corpo mannequin accoglie e uniforma in un ideale vago e ambiguo tutte le caratteristiche che possono essere presenti nel soggetto consumatore, ci nellevidente intenzione di favorire i processi di imitazione e di identificazione che sono alla base del messaggio pubblicitario. Tutte le categorie di cui sopra diventano pi fluide, meno determinate nelle loro caratteristiche specifiche, e tale processo diventa via via pi ampio e difficile, poich destinato, nellepoca della globalizzazione, a comprendere un mercato di acquirenti coincidente praticamente con lintero pianeta9 .
9 Evidente questo processo, ad es., nel caso dei cartoni animati giapponesi in cui gli occhi dei protagonisti sono sfumati ai lati esterni poich il cartoonist e prima di lui lo staff tecnico della casa produttrice, nel momento in cui immagina un prodotto che deve andare bene per tutti i bambini del mondo, non pu essere frenato sul piano identificatorio dalla presenza o meno degli occhi a mandorla, per cui risolve il problema, lasciando nel vago il dettaglio. Ci dimostra, oltretutto che gi i bambini piccoli

In secondo luogo, la frammentazione dellidentit enfatizza la non stabilit, la non certezza, la non unitariet dei soggetti e dei gruppi sociali. Si tratta di una frammentazione che trova la propria origine nei molti e diversi ruoli che ciascuno ricopre nella societ odierna, nella confluenza di comunicazioni e sollecitazioni provenienti da fonti molto diverse, e soprattutto nel fatto che, in assenza di una identit forte, lunico elemento che tiene il tutto, e sembra dare a questo tutto un senso nella sommatoria di tutte le operazioni volte al consumo, di tutti gli oggetti di consumo posseduti e dal soggetto, di tutti gli artifizi che istoriano, abbelliscono il soggetto mannequin10. Tali caratteristiche incidono anche nella determinazione dellimmagine corporea: il corpo umano, in questo modo si abbellisce, si modifica, si trasforma: i tatuaggi, la chirurgia estetica, il culturismo sono i segnali che dimostrano in maniera palmare questo emergere del corpo - mannequin. Il corpo cos viene continuamente ricostruito, alla ricerca di una et di una giovinezza senza fine che cerca di rimuovere lidea della senescenza e della morte, come sostiene Lash (1985): il body building, il corpo costruito, il corpo scolpito rimandano ad immagini di un che di artefatto, di falso e di incerto di cui larte contemporanea, la body art sembra volere mettere in evidenza il substrato angosciante ed effimero11. Il corpo, immerso cos in un processo di variazione continua viene definito, da V. Codeluppi, corpo flusso: un corpo cio che si modifica allinfinito, che non ha confini, o identit fisse, che confonde il proprio interno con lesterno e stabilisce con esso un flusso ininterrotto di scambio (Codeluppi, 1995:85). Ecco, a questo proposito, un elenco di vere e proprie alterazioni del corpo previste ed imposte dalla moda, che qui sotto riporto e che riprendo da: R. Grandi, Moda, regole e rappresentazioni, del 1995: A . Vi sono innanzitutto, secondo Grandi, i fashion victim della chirurgia plastica; vi cio chi accetta la normativit dei canoni di bellezza veicolati dai mass media quali imperativi di moda a cui sottostare, adottandoli come modelli da imitare per risolvere ogni problema di autorappresentazione. B. Vi sono i postmoderni che comprendono coloro che eliminano i segni del tempo per adeguare il proprio corpo a quella indeterminatezza e crescente soggettivit della categoria et, di cui si parlato in precedenza. C. Vi sono i depressi postmoderni che poi, nelluniverso delle pratiche significanti postmoderne, sono coloro che utilizzano la chirurgia plastica come una specie di pratica antidepressiva.
sono visti, in questottica consumistica, come soggetti che consumano e che influenzano le scelte degli adulti sul piano del consumo. 10 Fra i quali, come vedremo pi innanzi il tatutaggio, visto come istoriazione del corpo che, nel contempo, lo abbellisce e gli d senso. 11 Nota sulla body art

D. Vi sono i corpi cibernetici che espongono il proprio corpo alle manipolazioni cibernetiche. E in questi casi che, pi che in ogni altra pratica, una volta che il processo di alterazione avviato non facile fermarlo, soprattutto se viene immerso in pratiche quali il morphing che utilizzano al massimo le grandi potenzialit manipolatorie delle nuove tecnologie, ovvero quella sofisticata tecnica di trattamento digitale delle immagini che produce continue metamorfosi del corpo. E. Vi sono infine i subculturali. La decorazione non pi una forma artistica minore ma ha la finzione di dare senso ai muri inespressivi delle periferie urbane, ai percorsi anonimi delle metropolitane alla epidermide nuda. Il graffito e il tatuaggio sono i veri protagonisti, senza dimenticare che i processi di alterazione del corpo permanenti non si fermano al tatuaggio ma reinterpretando pratiche primitive e performance artistiche, soprattutto attive negli anni Settanta, si esprime attraversi i fori praticati sul volto, i capezzoli, lombelico e gli organi genitali. Ci che forse possibile rilevare come comune denominatore in tutte queste trib metropolitane, che fanno della manipolazione del corpo il loro credo, la riproposizione della centralit del corpo, anche se tale centralit sembra essere giocata su due diversi livelli. Da un lato, la concezione del corpo come un luogo di percezione privilegiata, in stretta relazione con lesistere dellindividuo in quanto totalit; relazione ottenuta attraverso il dolore fisico che accompagna latto di alterazione. Dallaltro, la concezione del corpo come una sorta di superficie che adotta i segni che vi vengono impressi come una sorta di foglio bianco da riempire di segni significanti, e cio come una entit in grado di comunicare al mondo esterno, in primo luogo in quanto corpo istoriato. Vedremo che, nelle pratiche del tatuaggio, questa doppia direzione, interna ed esterna, di significazione siano spesso compresenti nel soggetto che decide di tatuarsi.

3 CAPITOLO

I metodi dellantropologia urbana e la ricerca sul tatuaggio fra i giovani di Reggio Emilia
Antropologia urbana e sociologia Nel primo capitolo abbiamo cercato di riassumere i vari significati che il tatuaggio ed il piercing hanno assunto nelle varie culture sia in una prospettiva diacronica che sincronica; e cos, fino dallesordio abbiamo potuto vedere come fra antropologia e sociologia esita pi di un intreccio. Ora, nel prendere in considerazione i problemi metodologici della ricerca, vedremo ancora pi da vicino quali livelli di parentela vi sono fra le due discipline, sia in termini generali, sia soprattutto qualora si prenda in considerazione, pi in particolare, il recente e ancora non perfettamente chiaro ambito della ricerca antropologica in ambito urbano, metropolitano. In generale penso si possa dire che mentre lantropologia ha fatto dei metodi basati sullosservazione partecipe le fondamenta del suo operare sul campo, la sociologia stata fin dallinizio attraversata come per altri versi avvenuto per la psicologia da una duplice e a volte opposta preoccupazione: da una parte di adesione ai metodi oggettivi delle scienze esatte, dallaltra di sperimentazione di metodi di ricerca pi liberi dai condizionamenti oggettivistici e pi centrata, come lantropologia, sul dato dellosservazione partecipe. Questa apparente divaricazione fra metodi oggettivistici e soggettivistici, nella storia della sociologia (soprattutto europea) ha trovato per spesso dei livelli di sintesi1 che poi, proprio per lantropologia urbana, sono stati e continuano ad essere molto importanti da un punto di vista metodologico. E non un caso che lantropologia urbana nasca negli anni Venti con la scuola di Chicago che, di fronte ai repentini cambiamenti delle citt americane, si rese conto del fatto che i metodi sociologici tradizionali, nati per lo studio di grandi unit di indagine (Sobrero, 1992:15), risultavano poco adatti a studiare piccole comunit omogenee, che invece erano efficacemente descritte e interpretate in base ai raffinati
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Cfr. Cipolla, 1988.

strumenti che nel frattempo lantropologia culturale aveva messo a punto nelle culture altre, e cio in quelle culture sviluppatesi al di fuori dei grandi agglomerati urbani dai quali provenivano gli stessi antropologi. Affermava Park (Sobrero, 1992:16) che: gli stessi metodi accurati di osservazione, che antropologi come Boas e Lowie hanno adottato per lo studio della vita e dei costumi degli indiani dellAmerica Settentrionale, possono essere impiegati ancora pi vantaggiosamente nello studio dei costumi, delle credenze, delle pratiche sociali e delle concezioni generali della vita che prevalgono a Little Italy nella parte bassa del North Side a Chicago, o nella registrazione delle concezioni pi sofisticate degli abitanti del Greenwich Village o del vicinato di Washington Square a New York Certo le ipotesi di Park (op.cit.) non comportavano una vera e propria estensione dei metodi dellantropologia ai grandi agglomerati urbani, quanto una loro applicazione in ambiti particolari della metropoli industriale che, per le loro caratteristiche di alterit (Little Italy) o di semplicit (un circoscritto ambito territoriale e sociale), sembravano a lui pi consone ad essere osservate secondo i metodi osservativi dellantropologia. La scuola di Chicago ebbe il merito, in ogni caso, di promuovere un nuovo oggetto di indagine per lantropologia: la societ moderna: fino a quel periodo lantropologia era destinata ad occuparsi esclusivamente delle culture altre da noi. La scuola di Chicago cos, come dice la Signorelli (1996), ha promosso la citt da prodotto o luogo, a fattore determinante delle dinamiche sociali. La scuola di Chicago, per, mostra il suo limite pi grave nel non essere riuscita a fare corrispondere a questo nuovo e interessante impianto teorico una ricerca sul campo che coerentemente muovesse da questi principi, limitandosi, pi che altro, a suggerire lopera di estensione dei metodi antropologici dellosservazione diretta e partecipe. Coloro che, in ambito sociologico e sempre negli USA, riprenderanno e applicheranno creativamente i principi della scuola di Chicago sono innanzitutto i coniugi Robert ed Helen Lynd con la loro duplice opera Middletown e Middletown in Transition, che come afferma Madge - cominciarono ad operare usando le tecniche di ricerca che vanno dallosservazione partecipante, allinterpretazione del materiale documentario, combinati con luso della statistica, dellintervista diretta e dei questionari. Ma importante soprattutto ai nostri fini lopera di William Foote Whyte, Street Corner Society, ricerca in uno slum italiano svolta attraverso una lunga e attenta osservazione partecipante (Madge, 1966). Per altri versi in Europa, agli inizi degli anni cinquanta, in ambito antropologico si moltiplicano gli interessi che vanno nella direzione dellantropologia urbana.

In Inghilterra innanzitutto Evans-Pritchard che, nel 1950, a conforto della tesi della opportunit di estendere i metodi antropologici allambiente metropolitano, fra laltro dice (cit. in: Sobrero, 1992:21): Per molte ragioni, tra cui la scarsit del personale e il gran numero di popoli primitivi diffusi nel nostro impero coloniale, gli antropologi inglesi sono rimasti indietro in questo campo di studi, ma ora stanno ampliando il loro dominio di indagine, per includervi anche i popoli che non possono in alcun modo essere considerati primitivi Risulta evidente, da questo scritto, che lambito che Evans-Pritchard ha immaginato per lantropologia urbana ben pi ampio di quello di Park, ma anche degli studi sociologici americani successivi, di cui abbiamo appena parlato. Infatti EvansPritchard ritiene che gli strumenti dellantropologia siano adatti, non solo a studiare sezioni semplici di societ complesse, ma anche per lo studio della complessit. In Francia, nello stesso periodo, Leroi-Gourhan ed altri si muovono su prospettive simili, e i motivi per cui in questo scorcio di secolo gli antropologi europei si avvicinarono ai problemi della societ complessa furono senza ombra di dubbio la crisi della citt europea, che nel secondo dopoguerra vive fenomeni simili a quelli che osservavano i sociologi americani in USA negli anni Venti, la rapida trasformazione del mondo coloniale e il riconoscimento da parte di alcuni antropologi, soprattutto Leroi-Gourhan, dellimportanza di soffermare lo sguardo antropologico sulla condizione delle classi subalterne europee. In una posizione intermedia fra queste due posizioni il punto di vista di Margaret Mead sullantropologia urbana. Afferma la Mead (cit. in: Sobrero, 1992:26): Per essere sinceri non ci saranno pi societ primitive. Per gli antropologi comunque, ci sono altre possibilit. Durante la guerra, imparammo a prendere in considerazione le conoscenze e le esperienze acquisite nelle ricerche sul campo fra i popoli primitivi e a servircene in studi su culture del mondo moderno, che erano complementari agli studi compiuti da quelle discipline che lavorano solo nell'ambito delle societ moderne e mancano dell'illuminazione del confronto e della pratica dell'apprendimento che deriva dall'osservare il comportamento degli esseri viventi (...). L'esperienza di un'altra cultura pu essere acquisita lavorando in qualsiasi altra cultura, non necessariamente in una isolata e tecnologicamente semplice, e in una societ moderna pu riuscire complementare al lavoro delle altre discipline Molto meno aperto ai possibili sviluppi urbani dellantropologia latteggiamento di Levi Strauss, il quale vede, da una parte, le societ semplici come chiuse ed isolate, dallaltra le societ complesse come aperte e mutevoli. Traendo una metafora dalla

termodinamica Levi Strauss chiama le prime societ fredde, le seconde calde, ed a proposito delle possibilit di applicazione dei metodi dellantropologia alle prime e alle seconde afferma: Le societ somigliano un poco alle macchine e vi sono due tipi di macchine: le meccaniche e le termodinamiche. Le prime utilizzano l'energia loro fornita allinizio e, se sono ben costruite, se non vi attrito o riscaldamento, teoricamente possono funzionare indefinitamente con l'energia iniziale. Le macchine termodinamiche, invece, sono basate su una differenza di temperatura fra la caldaia e il condensatore e per quanto producano un lavoro molto maggiore delle altre, consumano la loro energia e progressivamente la distruggono. Direi che le societ studiate dall'etnologo confrontate alle nostre grandi societ moderne e calde sono societ fredde": esse producono pochissimo disordine (i fisici lo chiamano entropia) e tendono a mantenersi sempre allo stato iniziale. Pu sembrare stupefacente, ma le regole della parentela e del matrimonio, gli scambi economici, i riti, i miti e altri avvenimenti del genere possono spesso essere concepiti sul modello di piccoli meccanismi che funzionano in modo regolare e compiono determinati cicli (.) Secondo Levi Strauss solo per le prime pu essere adatto il metodo antropologico e solo le prime possono esserne loggetto. Mentre per le seconde il ricorso ai metodi statistici lunica garanzia che la rilevanza dei fenomeni studiati sia effettivamente tale e non il frutto di inferenze dello scienziato osservatore. Le pi recenti ipotesi interpretative di Geertz vanno conducendo lantropologia verso il superamento di questa visione e ci suggeriscono, da una parte, che anche le societ semplici sono mutevoli e aperte, dallaltra che locchio delletnologo osservatore merita anchesso unattenzione particolare, sia che esso si rivolga nella periferia del mondo, sia che operi attraverso i metodi dellantropologia urbana (Geertz, 1990, 1993) 2. Si supera cos, da una parte, la dicotomia semplice complesso, attraverso la constatazione che essa non appartiene tanto alloggetto quanto allosservatore e in base a questo superamento, come afferma Sobrero (op.cit.), non ci possono pi essere due discipline e due metodi, quanto semmai due tipi di descrizioni dei fenomeni, che richiedono una giustapposizione dei metodi e un loro adattamento ai diversi tipi di realt osservata. Dallaltra si istituisce pi chiaramente che losservatore, in ogni caso, coinvolto emotivamente nel momento in cui osserva e
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In questo la posizione di Geertz si avvicina alle considerazioni psicoanalitiche sul controtransfert, cio sul vissuto emotivo globale dellanalista nei confronti del paziente. Detto vissuto costituisce uno strumento essenziale per la comprensione e la comunicazione con il paziente, nonch per lorientamento delle proprie risposte emotive (Galimberti, 1999, p.1048).

che occorre mettere nel conto anche questo tipo di auto-osservazioni allorch ci si accinge a studiare un ambiente, qualsiasi ambiente. In questo modo la realt urbana, cos complessa e cos vicina allantropologo che la vive diventa un oggetto di studio particolare, poich nel contempo un mondo vicinissimo a s, ma anche spesso altro da s per la presenza in esso di una pluralit di soggetti in relazione gli uni con gli altri in modo complesso, come diceva Levi Strauss, e perci mutevoli, non riconducibili facilmente al s dellosservatore. Dunque si pu supporre che anche nel luogo per noi pi centrale e metropolitano si riproduca una dialettica fra polo delle identit e polo dellalterit, esattamente come avviene allorch un antropologo si accinge a studiare una cultura diversa e lontana (etnicamente, spazialmente e/o mentalmente) dalla propria.

Lantropologia urbana italiana La tradizione dellantropologia urbana italiana potrebbe avere come capostipite accademico Ernesto De Martino che, con i suoi studi sul Sud contadino ed urbano Sud e magia comprende unanalisi della letteratura nella Napoli storica e contemporanea (De Martino, 1959) - in ogni caso, ha posto con i piedi per terra la ricerca su quella porzione dellAltra Europa, come dir nel suo titolo al libro sullItalia Meridionale Giuseppe Galasso, che ci appartiene (Galasso, 1982). De Martino ha cos imposto allantropologia italiana di levare il proprio sguardo partecipe su quella porzione limitrofa di umanit che, anche se non pu essere definita propriamente metropolitana, pure vicina ad essa. Il lavoro di De Martino, inoltre, che come noto lavorava in quipe si avvalso della collaborazione di studiosi e ricercatori quali psichiatri, sociologi, definendo cos quella pratica interdisciplinare che Margaret Mead auspicava nello studio delle culture limitrofe. A fianco o subito dopo i lavori di De Martino, e nella realt industriale del Nord nascono poi i lavori non accademici di Bosio e di Montaldi sulle culture operaie. Successivamente poi, a partire dagli studi di Tullio Tentori, Matilde Callari Galli e Gualtiero Harrison, e soprattutto a partire dal convegno del 1987, organizzato da Tullio Tentori, sulle societ complesse si comincia a individuare una tradizione di studi pi recenti. Nel 1989 Amalia Signorelli cura un numero monografico sullantropologia urbana della rivista Ricerca folklorica e nello stesso anno nasce a Roma, presso il Dipartimento di Sociologia, un corso di Perfezionamento in Antropologia delle Societ Complesse, a cura di Tentori e coordinato da Vincenzo Padiglione.

Il concetto di subcultura Nel primo capitolo si illustrata la funzione del tatuaggio in culture estranee alla nostra, nei prossimi capitoli invece si cercher di descrivere la funzione che il tatuaggio assolve nella nostra cultura, in particolare in uno strato della cultura metropolitana reggiana, e cio nella subcultura giovanile di questa citt. Allinterno di una cultura, infatti, possiamo distinguere varie subculture, che come abbiamo appena visto soprattutto allorigine della storia dellantropologia urbana erano loggetto d'indagine principe riservato agli antropologi. Il concetto di subcultura molto importante per la presente ricerca e perci merita un approfondimento. Il concetto di subcultura deriva dai lavori degli antropologi degli anni trenta e quaranta. Il primo ad usare questo termine fu Kroeber (cit. in Gallino, 1993:677) che se ne serv per indicare quegli elementi di una cultura totale che hanno carattere fasico o parziale, e ci in vari sensi: - possono essere peculiari e comuni tra gli individui che (come nel nostro caso) si trovano in un determinato stadio della vita, o tra gli individui di una determinata classe sociale, o di un segmento della popolazione (i maschi o le femmine). La subcultura, inoltre, va vista come parte integrante di una cultura pi vasta, che gli antropologi chiamano dominante, con la quale condivide alcuni tratti essenziali, ma dalla quale si differenzia, in base ad un sottoinsieme di elementi culturali immateriali e materiali, che possono essere norme di comportamento, linguaggio, abbigliamento, stili di vita eccetera. In alcuni casi gli elementi integranti della subcultura possono essere in opposizione quasi totale con gli elementi della cultura dominante. E in questo caso, pi che di subcultura, pi giusto parlare di controcultura, ad esempio oggi una controcultura senza dubbio quella criminale, mentre ieri la cultura giovanile del Sessantotto, pi che una subcultura, si caratterizzava come una controcultura. Questo oscillare nel tempo e nello spazio di uno stesso gruppo sociale, nel nostro caso quello dei giovani, fra subcultura e controcultura dimostra, ancora una vota in termini funzionalistici, che un qualsiasi elemento, nelle societ semplici cos come in quelle complesse, non ha una funzione in s, ma svolge delle funzioni che sono connesse dinamicamente al funzionamento della societ nel suo complesso. Tornando al rapporto fra cultura e subcultura, a fianco dunque degli elementi universali di cui i membri di una data societ sono portatori e compartecipi, esistono sempre elementi particolari che si ritrovano solo in una parte della popolazione, come ad esempio nelle diverse classi det o nella varie classi sociali. La subcultura inoltre ha la caratteristica di intrecciarsi e di sovrapporsi alle altre subculture limitrofe, ed in questo modo risulta agli occhi di un osservatore che continua a poggiare il suo sguardo su di esse, come un complesso non cos stabile

come la cultura dominante di cui fa parte, ma come un flusso pi o meno magmatico di tratti che, soprattutto nelle societ dinamiche, come quella metropolitana, si influenzano a vicenda, specie in base alla particolare velocit di contaminazione prodotta dai mezzi di comunicazione di massa, che della metropoli (come vedremo meglio nel prossimo capitolo) sono lemblema. Il rapporto tra subcultura e cultura pu essere assimilato a quello esistente tra dialetto e lingua nazionale (Valentine, 1968): cos come il dialetto influenza la lingua e la vivifica con il suo lessico pi circoscritto e vivo, allo stesso modo la subcultura immette linfa vitale nella cultura. E cos come la lingua nazionale, a sua volta, influenza il dialetto, lo circoscrive e lo tollera, allo stesso modo avviene nel rapporto fra cultura dominante e subcultura, in una dialettica che pu oscillare fra dialogo e tolleranza, fra contiguit e ghettizzazione. I soggetti che compongono una subcultura, inoltre, hanno una visione comune del reale, hanno simili categorie e stili organizzativi che determinano delle relazioni e dei significati univoci e spesso esclusivi ed escludenti a quanto viene visto e udito. Lesempio dello slang, cio di quel linguaggio, spesso criptico, di determinati gruppi sociali, una dimostrazione di questa attitudine delle subculture di definire, nella cultura dominante, una propria nicchia, che non sempre critica, quanto tendente a marcare una sub-appartenenza, diciamo cos, a latere.

Losservazione partecipe in antropologia e metodi qualitativi in sociologia Senza dubbio in sociologia si assiste allo sviluppo sempre di pi accentuato per la ricerca di tipo qualitativo, e viene da chiedersi da dove nasca questo interesse. La risposta a questo interrogativo va ricercata nel mutamento dei processi che caratterizzano la societ complessa, processi che presentano alcune caratteristiche peculiari. Innanzitutto i processi di individuazione nelle realt urbane moderne tendono a creare condizioni di relativa autonomia per i singoli soggetti, i quali possono acquisire tassi di autonomia individuale e di differenziazione in ambito familiare e rispetto al gruppo sociale di appartenenza, che in passato non era possibile raggiungere. Se in una societ fredda lambito di definizione del s individuale compresso e dissimulato nei rigidi rituali del comportamento gruppale previsto e sancito dalla societ e dalla cultura, nella societ complessa le possibilit dellindividuo di giocare pi dialetticamente fra polo dellidentificazione con gli ascendenti familiari e gruppali, e polo della disidentificazione (Mannoni, 1988), e cio delle realizzazione di s a lato della pi ampia appartenenza, se non in polemica con essa, sono molto pi ampie.

In secondo luogo la vita quotidiana ha acquisito una rilevanza nella societ contemporanea che inevitabilmente sposta il fulcro dellattenzione sia delluomo comune sia dello scienziato sociale verso gli elementi di particolarit dei dettagli e di unicit degli eventi. Ebbene entrambi questi elementi sono dei fenomeni sociali che difficilmente possono essere rilevati con metodi di tipo quantitativo, poich per la enorme mole dei dati in campo, da una parte, e per la singolarit ed, al limite, lunicit degli stessi dallaltra, richiederebbero o un campione di fatto irraggiungibile, o lapprontamento di protocolli ad hoc che non avrebbero alcuna rilevanza statistica. Unaltra dimensione della complessit che mette in crisi gli studi qualitativi certamente quella della differenziazione, culturale, territoriale e individuale presente nella metropoli. Differenziazione di toni, di accenti, di linguaggi, di stili di vita, che, in ambito quantitativo, richiederebbero un lavoro sulle inferenze dellun elemento sullaltro che renderebbe incerto qualsiasi lavoro. Anche per questo i metodi di tipo standardizzato non riescono a cogliere la complessit. Nelle societ complesse, infine, (e questo un punto importante per la mia ricerca che centrata sullanalisi di alcuni aspetti della corporeit) avviene un processo di culturizzazione della natura o di naturalizzazione della cultura in base al quale la natura non pi separabile in modo netto dalla cultura, ma anzi risulta sempre pi inserita nelle nostre definizioni culturali. Il corpo, in questo modo ed in questo contesto, diventa un oggetto particolare di attenzione da parte di tutti. Ed anche questo elemento sposta la domanda di conoscenza verso analisi di tipo qualitativo. Per tutti questi motivi la sociologia, come abbiamo visto, fin dagli anni Venti, si rivolge allantropologia e tenta di mutuare da essa i metodi qualitativi di indagine. Ma si pu dire anche che vero che, proprio per gli stessi motivi, gli antropologi, in maniera pi accorta e pi conseguente in alcuni ambiti, in modo pi timido e circoscritto in altri, si accorgono di potere intervenire sia sul piano descrittivo, che su quello interpretativo nella citt metropolitana. Cosicch si assistito in questi anni ad una contaminazione fra i metodi qualitativi tipici delluna e dellaltra scienza i cui frutti sono ancora acerbi, nel senso che sono passibili di ulteriori incroci e sviluppi3. Utilizzando il metodo qualitativo per la ricerca inoltre sicuramente si supera sia la oggettivazione del soggetto, sia lindividuazione della propria posizione come neutrale, che invece accade allorch lo scienziato sociale sposa i metodi quantitativi. Rimangono tuttavia delle questioni aperte. La prima riguarda il rapporto tra realt e rappresentazione. In ambito qualitativo, cio, doveroso chiedersi ad ogni passo se siamo di fronte a rappresentazioni che
3

Anche la psicoanalisi, come dicevamo in nota prima, stata parte di questo processo di contaminazione. Ci evidente nellopera di Geertz, ad esempio, e pi in generale riscontrabile sul piano della definizione di una giusta distanza dellosservatore dai soggetti osservati, sulla interpretazione degli elementi controtransferali, etc.

abbiano qualche rapporto con la realt o meno. Il rischio cio di fare delle iperinterpretazioni, che pi che il frutto dellosservazione sono la proiezione delle proprie rappresentazioni interne (dei propri introietti, direbbe uno psicoanalista) grande soprattutto se non si mette nel conto e non si tara in maniera efficace il dato della qualit della partecipazione. Il secondo problema quello del relativismo. Allorch si elaborano una pluralit di paradigmi e di punti di vista il rischio del relativismo sempre presente. Fish (1987) elabora il concetto di comunit interpretante, che a mio avviso risulta utile anche in ambito antropologico e sociologico. Afferma Fish (op.cit.) che ogni osservatore fa parte di una comunit interpretante di cui assorbe il linguaggio, la sensibilit, locchio, potremmo aggiungere noi. Ebbene la coscienza di qual la nostra appartenenza umana e professionale, di quali siano le comunit interpretanti di cui facciamo parte pu essere un buon antidoto agli eccessi del relativismo. Il terzo problema quello che potremmo definire degli eccessi della riflessivit. Pu succedere cio che quando si introducono livelli riflessivi sulle pratiche si entra in una spirale di cui difficile stabilire la fine, perch ad ogni livello pu essere sempre aperta una nuova dimensione riflessiva, e cos avanti in un incartarsi senza costrutto. Questi i problemi di ordine epistemologico che sono presenti sia in sociologia che in antropologia. Entriamo adesso nel merito della metodologia. Per Bock (1978:498) si intende per osservazione partecipante la tecnica di apprendere e raccogliere dati prendendo parte alla vita quotidiana della societ. Questa opzione dellantropologia, non solo per la ricerca sul campo, ma per una ricerca che sia partecipante sicuramente un dato che, pi di ogni altro, caratterizza la ricerca di tipo qualitativo. Questa opzione implica, come ci suggerisce Geertz, un muoversi ed un andare da un qui, domestico e conosciuto a un l altro e ignoto. Fino a poco tempo fa sembrava che i protocolli in cui sono racchiuse le tecniche per apprendere e raccogliere i dati che erano l, nelle culture altre da noi, bastassero a tutelare il ricercatore dai rischi di distorsione connessi con le attivit di osservare, catalogare e interpretare i dati. Geertz ci ha insegnato, invece, che tutte le etnografie sono fabbricate, per cos dire, a casa propria, poich sono descrizioni di chi descrive e non di chi descritto (Geertz, 1990:153). Geertz elenca, subito dopo, questo attacco in tema di emergenza dellautore, quelli che a suo avviso sono i meccanismi in base ai quali il ricercatore non pu esimersi dallessere un vetro oscurato che soggettivizza la realt in base al proprio punto di vista. Afferma Geertz: Esiste una specie di ventriloquio etnografico: la pretesa di parlare non solo di unaltra forma di vita, ma di parlare del suo interno; ()Esiste poi un positivismo del testo: una posizione secondo la qualela funzione delletnografo si dissolve in quella di un onesto mediatore, il quale si occupa di trasmettere le cose per quello che sono, col minimo possibile dei

costi di transazione();C ancora la teoria della dispersione dellautore: la speranza che il discorso etnografico possa in qualche modo essere reso eteroglottale..; E c quel confessionalismo che assume lesperienza delletnografo, piuttosto che il suo oggetto, come principale argomento di attenzione analitica(); Ed infine, pi diffusa di tutte, c la semplice supposizione che tuttavia loscuramento pu essere ridotto al minimo dallo stesso controllo autoriale sulla sua stessa inclinazione e sulla sua stessa soggettivit(Geertz, 1990:153-154) Con tutto ci Geertz non vuole inficiare le fondamenta del lavoro sul campo e gli assunti che lo precedono, ma solo dire che, mentre in passato i padri dellantropologia culturale operavano in un quadro in cui le differenze fra il l e il qua erano nette, e le gerarchie definite, oggi, nella societ globale, qualsiasi opera di traduzione e di interpretazione non pu che andare in due direzioni: o quella di un appiattimento e di acculturazione violenta (la cultura-esperanto universale degli aeroporti e dei motel, la definisce Geertz), oppure prende la strada di ampliare la possibilit di un discorso intelligibile tra popoli completamente diversi luno dallaltro per interessi, modi di vedere, ricchezza e potere, e tuttavia compresi in un mondo in cui, sballottati come sono in una interconnessione senza fine, sempre pi difficile che luno non incroci la strada dellaltro(Geertz, 1990:156) Questa visione dellantropologia come scienza che favorisce una conversazione fra diversi , a mio avviso, altrettanto valida in un ambito urbano e multietnico, laddove la demarcazione, sempre fluttuante anche nel medesimo soggetto - per via del passaggio da una fascia det ad unaltra, ad esempio, o in base ad una esperienza di migrazione - ha di fronte le medesime barriere di etnicit, religione, classe, genere, lingua, razza. Detto questo sulla ricerca sul campo, veniamo ora a vedere pi da vicino quali sono gli assiomi, nellambito della ricerca qualitativa, che permettono allautore, al ricercatore di rendere meno oscure e personali le sue considerazioni dordine etnografico ed etnologico. Innanzitutto il lavoro sul campo deve essere preceduto da una serie di operazioni che hanno come punto di partenza la fissazione di un quadro strategico iniziale (Cipolla, 1993). Tale quadro dovr consistere in una rete di atti e di comunicazioni finalizzate al raggiungimento di una meta precisa e circoscritta di tipo euristico, cio mirante a trovare qualcosa di molto definito. Tale quadro strategico, si declina poi tatticamente, nelle varie fasi della ricerca sul campo, secondo una serie di scelte, imposte dalla situazione, o che il ricercatore si

propone, a ragion veduta, secondo la concreta dinamica dei fatti, e fermi restando i principi di fondo della metodologia prescelta. Ci richiede una chiarezza di fondo circa alcuni problemi metodologici: - la rappresentativit del campione prescelto; - i criteri di raccolta del materiale; - la forme di controllo ex post sul materiale raccolto (Cipolla, op.cit.). Circa il rapporto fra aspetti qualitativi e quantitativi della ricerca occorre dire che secondo alcuni ricercatori, pur essendo necessario prendere in considerazione leventualit di estendere lapproccio qualitativo anche alla parte pi avanzata della ricerca, nella fase finale della rielaborazione dei dati giusto operare usando schemi interpretativi e di lettura tipici delle tecniche quantitative, come ad esempio avviene allorch si opta alla fine per una analisi del contenuto. Attualmente, questa quantificazione postuma dei dati tende ad essere abbandonata, anche se non mancano studi recenti che utilizzano questa pratica. Unaltra possibilit di utilizzo del dato qualitativo costituito dalle informazioni di tipo qualitativo che permettono al ricercatore di aumentare le proprie conoscenze su di un fenomeno che in un secondo tempo pu essere affrontato con altri metodi. Questo approccio permette al ricercatore di arricchire le ipotesi della sua ricerca e di impostare in maniera pi mirata i successivi approfondimenti. Il dato qualitativo dunque, in questo modo, pu essere visto come un arricchimento e supporto ad una migliore esplicitazione di quelli che sono i livelli di concettualizzazione teorica raggiunti nel corso di una ricerca (Guidicini, Castrignano,1997). Un tipo di ricerca pi pienamente qualitativa senza dubbio la ricerca a fondamento biografico, e in questo campo possiamo osservare delle diversit di metodi e di accenti che meglio approfondire, dato che, come vedremo nel prossimo paragrafo, la nostra ricerca basata su questo tipo di impostazione metodologica. Esistono vari modi di impostare delle biografie. Innanzitutto i biogrammi, che consistono in percorsi di vita richiesti a molti soggetti di un particolare gruppo e ricostruiti attraverso precisi indirizzi di forma e contenuto. In questo ambito il ricercatore diventa come il regista e il soggetto della ricerca diventa come un attore che condotto a recitare secondo, non proprio un copione, ma sicuramente un canovaccio. In secondo luogo vi sono le storie di vita che consistono in un testo scritto esteso, non ordinato sintatticamente e semanticamente, ma che presenta una forma esaustiva. Seguono le autobiografie, cio degli stralci di vita richiesti a dei soggetti ed eseguiti a scavo singolo, cio non coordinate, ma personali, uniche. Infine le biografie vere proprie che hanno come caratteristica fondamentale lesaustivit e la metodicit.

Il mio percorso di ricerca: strategie e tattiche Il punto di partenza per la presente ricerca sulluso del tatuaggio fra i giovani di Reggio Emilia la curiosit nei confronti di un fenomeno che a Reggio Emilia, cos come in tutto luniverso urbano va assumendo carattere endemico. Sapevo che il tatuaggio e altri tipi di deformazione corporale hanno delle funzioni specifiche nel processo di crescita e di ridefinizione dellidentit e hanno un ruolo importante in alcuni momenti particolari della vita del soggetto, e che in molte culture altre, in passato, cos come nel presente, assumono - come abbiamo visto nel primo capitolo - la funzione di ritualizzare il passaggio individuale dallinfanzia allet adulta. Sapevo altres che da noi, fino a poco tempo fa, il tatuaggio definiva la subcultura criminale. Ero perci curiosa di comprendere quali fossero le funzioni attuali del tatuaggio fra i giovani doggi. Poich luniverso giovanile immenso le mia prima preoccupazione stata quella di circoscrivere la mia ricerca in un ambito territoriale limitato. So che questo, unito al fatto che il mio campione ridotto, come vedremo fra un poco, mi impedisce di trarre delle conclusioni definitive sul fenomeno, ma daltro canto il mio intento era quello di aprire uno spiraglio che permettesse ad altri ricercatori di approfondire quanto sarei andata a indagare. Il fatto che Reggio Emilia sia la mia citt mi poneva nella situazione definita, in antropologia e in sociologia, del partecipante osservatore. Questa posizione di vicinanza del ricercatore al proprio oggetto di ricerca pone dei problemi di definizione della giusta distanza fra se stesso e il contesto da osservare. Cio, mentre nel caso della posizione dellosservatore partecipante vi un problema di definire una distanza il pi vicino possibile al campo osservato, nel caso in cui prevalga il dato della partecipazione vi un problema di eccesso di vicinanza. Nel primo caso il ricercatore deve trovare un soggetto che fa parte del campo osservato che funga da interprete e da mediatore, nel mio caso non vi bisogno di interpreti, ma si corre il rischio, per eccesso di vicinanza, di non avere un angolo prospettico che vada al di l del primo piano. Il ricorso a precedenti indagini di tipo quantitativo e statistico sulla realt reggiana e sul mondo giovanile dellEmilia Romagna trova una delle sue ragioni proprio in questa esigenza di inquadrare il tema in un angolo prospettico pi ampio che impedisca gli eccessi di soggettivismo. Il campione, come dicevamo prima, ridotto e alla fine risultato composto da 32 soggetti, con unet compresa fra i venti e i trentanni, che per met sono maschi e per met femmine. Poich la mia attenzione indagava le ragioni che spingono, o non spingono i giovani a tatuarsi cera lesigenza di comprendere nel campione anche una parte consistente di giovani non tatuati che, per esperienza di vita, per amicizia,

per appartenenza alla stessa fascia di et, fossero rappresentativi del medesimo contesto di vita ed esperienza dei tatuati. Per cui la met degli intervistati composta da giovani non tatuati ma aventi le caratteristiche di cui sopra. Oltre queste 32 interviste ho svolto quattro interviste ai quattro tatuatori ufficiali presenti nel territorio di Reggio Emilia, ci perch, da una parte, ritenevo utile conoscere pi dallinterno questo nuovo mondo che, pi che da ragioni di mercato sembra nascere dalla vocazione interiore e dal viaggio; dallaltra ritenevo di poter raccogliere in questi luoghi e da queste fonti molto materiale che a me allinizio poteva risultare ignoto. Lipotesi che ho formulato che il tatuaggio nelle subculture giovanili possa avere un triplice significato, riconducibile al tema generale dellidentit: da una parte il problema del passaggio e della ritualizzazione dello stesso da un fascia di et da un'altra, dallaltra il tema dei rischi connessi con i cambiamenti corporei che accompagnano il giovane nel suo processo di crescita, rischi di perdita di senso e di spessore, dallaltra infine il tema dellappartenenza non tanto ad una cultura quanto ad una subcultura fiera di sottolineare, almeno in certi ambiti, la propria diversit dalla cultura dominante. Si poneva allinizio un problema di rappresentativit del campione che ho cercato di risolvere non sul piano statistico e probabilistico ma usando le tecniche della ricerca qualitativa, e cio basandomi essenzialmente su lindagine in profondit, e la tecnica della saturazione, in base alla quale mi sono fermata allorch i risultati provenienti dalle interviste cominciavano a divenire simili e sovrapponibili. Sul piano della raccolta dei dati mi sono proposta intanto, come dicevamo prima, di non limitarmi alla sola raccolta dai dei dati derivanti dalle interviste, ma ho raccolto una mole di dati e di riflessioni sulla realt reggiana di carattere statistico probabilistico, in ogni caso, derivanti da altre fonti e da altre riflessioni. Lo strumento principe utilizzato stato comunque lintervista semi strutturata e in profondit. Tale forma di intervista comprende un corpus di domande prefissate, che si limita a definire le aree che si intendono esplorare, ma che lascia spazio al soggetto di procedere secondo lordine e le modalit che egli preferisce. Si tratta di un tipo di intervista che prevede la pianificazione alla flessibilit, in cui si alternano momenti di domande prefissate ed altri di reazioni nellintervistatore pi spontanee e dipendenti dai singoli interlocutori. (Argentero,1998). La raccolta dei dati avvenuta tramite un registratore audio; i colloqui sono stati condotti in situazione, laddove il soggetto pu essere colto nella sua totalit e in momenti di autenticit e in cui possibile annotarne la mimica. Il racconto stato arricchito con delle fotografie. Riguardo questo strumento va detto che la concezione della fotografia in una ricerca etno-sociale deve essere di tipo contenutistico e non estetico, bisogna quindi lasciar perdere luso mimetico della fotografia ed avvicinarsi a concepire la fotografia come un indice il pi possibile scientifico. La fotografia

inoltre non deve essere lasciata allinterpretazione del fruitore e deve essere accompagnata da unampia didascalia che serva a definire in maniera rigorosa latto fotografico, e cio il tempo, il luogo, il tipo di pellicola e la luce usata (Valli, 1993). Questa impostazione ha fatto si che nel momento della raccolta dei dati sia stato necessario mantenere da parte mia un atteggiamento critico e flessibile nei confronti di vari aspetti delle interviste.

4 CAPITOLO

Reggio Emilia e i giovani nel passaggio da una realt protoindustriale ad una realt terziarizzata e postmoderna.
Ogni societ cambia con il passare degli anni in base ad elementi di natura strutturale e culturale che, nel tempo, si definiscono al suo interno e nel rapporto con le altre societ. Ogni incontro fra culture, in qualsiasi periodo storico e in qualunque societ, d sempre luogo alla nascita di qualcosa di diverso e di nuovo rispetto alla situazione precedente. Le societ e le culture, quindi, cambiano in relazione al periodo storico considerato. I cambiamenti dordine culturale sono quelli che intervengono sul piano degli usi e dei costumi di una determinata cultura, quelli strutturali si riferiscono al tipo di trasformazioni cui vanno incontro le societ nel passaggio da un modo di produzione agricolo, ad uno industriale, o postindustriale. La cultura qualcosa di meno concreto e dimpalpabile poich si riferisce alla sfera degli atteggiamenti e delle opinioni. La struttura invece, poich fa riferimento alla produzione e ai dati oggettivi di carattere economico, risulta di pi facile e concreta definizione. Nel dibattito sullimportanza relativa che gli elementi culturali hanno rispetto a quelli strutturali, la posizione dei marxisti, che pu essere considerata come paradigmatica in proposito, definiva come elemento pi importante la struttura: poich in ultima istanza questa che influenza la cultura. Per i culturalisti vero il contrario. Oggi, per, la teoria della complessit sottolinea che fra struttura e cultura c sempre una reciproca interazione: tutti gli elementi di un qualsiasi sistema sociale sinfluenzano lun con laltro. E luno in grado di influenzare il tutto. Questo tipo di approccio, detto sistemico, influenza oggi anche lantropologia, oltre che le altre scienze sociali. In questo capitolo tenteremo pertanto di prendere in considerazione, in termini sistemici, tre generazioni reggiane, quella che potremmo definire dei nonni, quella dei padri, e quella dei figli; e tenteremo un confronto fra di esse, in base a tre assi temporali, o meglio a tre spaccati - il 1951, il 71 e il 91- che corrispondono a tre

censimenti che si riferiscono a ci che accadeva a Reggio Emilia nel momento in cui le tre generazioni si apprestavano ad entrare nel mercato del lavoro. Vedremo se e come in questi quarantanni sia cambiata limmagine che il giovane reggiano aveva ed ha di s, la concezione del futuro, del lavoro e degli spazi aggregativi. Cerchiamo di delineare, intanto, anche se per sommi capi, i cambiamenti della realt reggiana nel periodo compreso fra queste tre generazioni.

I cambiamenti di ordine strutturale Grazie ai dati del censimento della popolazione del Comune di Reggio Emilia, risalenti agli anni del 1951, 1971 e 1991, possiamo vedere come cambiata la struttura delleconomia di Reggio Emilia Tab.1: Distribuzione percentuale degli occupati nei tre censimenti presi in considerazione ANNI DEL SETTORE SETTORE SETTORE ALT CENSIMEN AGRICOL INDUSTRIAL TERZIARI RO TO O E O

1951 1971 1991

55,1 2I,2 6,6

25,1 47,0 44,7

19,3 31,2 48,1

0,5 0,6 0,6

I dati che risalgono al 1951 mettono in risalto una societ di tipo contadino e protoindustriale che basa la propria economia prevalente sullagricoltura: il 55,1% della popolazione attiva in questo periodo occupata in questo ramo di attivit economica, mentre lindustria, dopo unespansione degli anni bellici, non solo arretrata, ma attraversa una profonda crisi di riconversione che vede, in tutta lEmilia e Romagna, il numero degli occupati in questo settore diminuire rispetto anche al periodo prebellico 1 : ci a causa sia delle distruzioni belli sia per le difficolt a riconvertirsi in industria di pace.

Cfr. il recentissimo studio sullindustria reggiana a cura di Basini e Lugli, che riferendosi allintera regione Emilia e Romagna dicono: Secondo lUfficio regionale del lavoro, dal 37 al 52 la piccola industria e lartigianato , che vivono delle commesse della grande industria, perdono il 40% dei posti di lavoro. Le 74.000 unit produttive, che nel 37 occupavano 295.000, nel 51 si riducono a 58.000 e occupano 268.000 persone. (ivi, pag. 143)

I dati del 1971 mostrano come ormai il settore agricolo stia diventando marginale e come la forza-lavoro si indirizzi prevalentemente verso il settore industriale: il 47% della popolazione attiva occupa questo settore contro il 25,3% del 1951, e lagricoltura diminuisce al 21,2% contro, come abbiamo visto, a pi della met della popolazione che svolgeva questa attivit nel 1951. La struttura economica di Reggio Emilia risente positivamente dei benefici effetti del boom economico degli anni sessanta come gran parte del Nord. In meno di dieci anni i primi e ancor timidi segni della svolta sono solo del 53 (Biasini, Lugli, 1999: 144-145) nata una nuova realt industriale. La vera e propria inversione, in termini percentuali, degli occupati nellindustria e nellagricoltura in questi ventanni importante sia per la rilevanza dellincremento degli occupati nellindustria, sia per il decremento fra gli occupati in agricoltura. Infatti questo secondo dato, affermano sempre Biasini e Lugli, avvicina Reggio Emilia alle societ industriali di prima e di seconda generazione: In Inghilterra, nel 1912, i lavoratori agricoli sono circa il 12% della forzalavoro complessiva, la loro quota scende al 5% nel 1950. Alla stessa data, nei paesi di seconda industrializzazione, come la Francia, lagricoltura mantiene ancora una quota del 33% della forza-lavoro. Levidenza che Reggio si avvicini a questi standard europei in un arco temporale molto ristretto e partendo da una situazione molto diversa si abbina ai risultati economici del tutto eccezionali (op.cit:147) Cosicch negli anni cinquanta dalle campagne, dalle ville 2 , la popolazione si sposta nel centro cittadino, e da contadina si trasforma in operaia e impiegatizia. Anche il settore dei servizi, infatti, comincia a diventare pi consistente in questo periodo, anche se il dato diventa pi evidente e qualitativamente pi significativo, a partire dai i dati del censimento del 1991. Infatti ci sono alcuni dati significativi che dimostrano che la struttura della realt reggiana in questo periodo si configura come postindustriale e terziarizzata: da una parte quasi la met della popolazione attiva di Reggio Emilia nel 91 impegnata nel settore dei servizi, dallaltra, come dimostra la tabella qui sotto, cambiata la qualit del terziario. Il terziario, infatti, da arretrato che era fino al 71, diventa ora avanzato, cio sempre pi concentrato nella comunicazione e nella finanza. Tab.2 Differenza tra il 1971 e il 1991 alla voce finanza nel settore terziario ANNI DEL SETTORE FINANZA CENSIMEN TERZIARIO
2

Reggio Emilia ancora oggi contornata da molte ville, cio da molte frazioni, che negli anni 50 erano ancora agglomerati contadini, che a partire degli anni del boom economico si sono via via trasformate in luoghi residenziali borghesi, o, pi tardi, in dormitori degli immigrati.

TO 1971 1991 31,2 48,1 5,0 12,4

Lattivit industriale ancora rilevante, anche se il dato del 44,7 che si riferisce alla tabella 1, inferiore sia rispetto a quello degli occupati nel settore dei servizi, sia rispetto al dato degli occupati nellindustria del 1971. Grazie ai dati ricavati dal censimenti risalenti al 1951, 1971 e 1991, presentiamo una tabella che indica il graduale aumento della popolazione femminile inserita nel mondo del lavoro. Come possiamo osservare dai dati della tabella nel 1971 laumento della popolazione attiva femminile non rilevante. Nel 1991 invece, si pu notare un aumento netto ed evidente che quasi il doppio rispetto agli anni precedenti. Tab.3 Confronto fra popolazione attiva femminile e popolazione attiva maschile POPOLAZIONE ANNI DEL POPOLAZIONE CENSIME ATTIVA FEMMINILE ATTIVA NTO MASCHILE 1951 25,2 74,8 1971 27,9 72,2 1991 40,3 59,7

Nel periodo che stiamo esaminando, coerentemente con lattuale trend europeo, anche a Reggio Emilia si riscontrano grossi cambiamenti nei comportamenti demografici. Nel Comune capoluogo innanzitutto levoluzione demografica ha avuto unapprezzabile incremento, indotto per dallarrivo degli immigrati. Infatti da 130.039 abitanti alla fine del 1988 Reggio passata a 135.406 al 31/12/95 3 . Poich lincremento naturale, cio si intende lincremento ad opera degli autoctoni, si invece ridotto con una caduta del tasso di natalit abbastanza elevato, evidente che il saldo positivo precedente dipende quasi esclusivamente
3

Dati desunti da Iori V. (a cura di) Strumenti, N.1, Settembre 1996, Oss. Perm. Sulle Famiglie, Comune di Reggio Emilia, p.17

dalla forte immigrazione degli ultimi anni, che vede un saldo migratorio che, dal 1989, si mantiene nellordine delle circa 1100 unit annue. La presenza di immigrati ha determinato matrimoni misti ed in costante aumento il numero di minori extracomunitari. C stata, inoltre, una profonda trasformazione nella struttura della popolazione per quanto riguarda let: la denatalit infatti un dato che emerge in modo importante e crescente dal 71 ad oggi. Questo dato inoltre sarebbe ancora pi evidente se non ci fossero i figli degli immigrati che aumentano la media. Tab.4 Confronto fra il tasso di natalit risalente al censimento del 1971 e il censimento del 1991 TASSO DI NATALITA ANNI DEI CENSIMENTI REGGIO EMILIA ITALIA 1971 13,50 16,81 1991 7,92 9,70

Linvecchiamento della popolazione un dato macroscopico. Lindice di vecchiaia4 nel censimento del 71 risultava del 695 %; al 31-12-1995 lo stesso indice era del 178,4 %. Questo significa una crescita dellinfluenza (e della conseguente incidenza sulle scelte politico amministrative) delle persone anziane, accompagnata dallaumento sia delle coppie di anziani che vivono da soli sia delle entit monopersonali soprattutto femminili (le vedove). Analogamente a quella che rappresenta una specificit italiana nel quadro europeo, anche a Reggio non sono molti i giovani che vivono da soli, n vi un numero elevato di coppie di fatto. Vi cio una bassa nuzialit, accompagnata dallaumento dellet media dei coniugi al primo matrimonio. Vi un aumento, rispetto ai dati degli ultimi Censimenti ISTAT, dellinstabilit coniugale, con il conseguente aumento delle famiglie monogenitoriali e di quelle ricostruite 5. Inoltre, secondo quanto emerge dai dati regionali, c anche a Reggio una nuova fecondit, caratterizzata dalla scelta del figlio unico o dalla rinuncia alla maternit o dalla scelta di procreare in et matura. Questo implica cambiamenti socioculturali importanti sul valore sociale della paternit e della maternit, sui

Lindice di vecchiaia viene calcolato come rapporto percentuale fra gli ultrassessantacinquenni e la popolazione giovanile compresa fra gli zero e i 14 anni. Su questo punto, cos come sui molti punti seguenti riguardanti le trasformazioni recenti della famiglia reggiana mi sono basata su: Iori, 1998, pag.100 e seg.

legami intergenerazionali, sulle modalit relazionali nella famiglia, sulle soluzioni di cura e di accudimento dei minori e degli anziani nella famiglia. I movimenti demografici, con tutti quegli aspetti cui si accennava sopra, hanno trasformato profondamente la famiglia reggiana negli ultimi decenni, famiglia che sta perdendo la sua tradizionale fisionomia per assumere un carattere di entit dinamica in continua evoluzione. La famiglia, in questo modo, non pi rappresentabile come una realt costituita una volta per tutte al momento del matrimonio, e modificabile attraverso eventi svolta prevedibili in quanto inclusi nel tradizionale ciclo di vita, ma come una realt aperta anche allimprevedibile (basta vedere il dato sulle separazioni e sui divorzi che dall88 sono circa 100 sentenze di divorzio lanno). Dopo che lunicit del modello familiare si dissolta in una molteplicit di tipologie familiari, tramontata anche lidentit familiare come istituzione e si sta consolidando lidea di famiglia come insieme complesso. La famiglia sempre meno considerata unistituzione, grazie al venire meno, al suo interno, delle funzioni produttive e riproduttive che invece erano la ragion dessere della famiglia nel passato. Nel 1951 era quasi impossibile vedere una famiglia composta di soli tre elementi, come improbabile pensare ad una famiglia mononucleare. Lassetto familiare era allargato, questo fenomeno si presenta tale fino al periodo del 1971, cio fino al boom economico, che alla lunga, con lurbanizzazione, destinato a sconvolgere il profilo della famiglia reggiana, e soprattutto quello della famiglia contadina, incentrata sulla plurinuclearit (Iori, 1998), sui capisaldi dellautoconsumo e della marginalit conseguente rispetto al mercato, sulla realizzazione di s di ciascun componente allinterno di un gruppo pi vasto che lo comprende e lo condiziona, su una struttura dellautorit parentale rigida e certa: il capofamiglia maschile che presiede ai lavori dei campi e che si tramanda da primo figlio maschio a primo figlio maschio, e il capofamiglia femmina la cosiddetta resdra (reggitrice) che la moglie del primogenito e che dirige gli affari domestici. Sottoposto a questa duplice autorit, incapsulato in questa rigida gerarchia, e costretto a questa vicinanza forzosa con la parentela meno stretta, lindividuo reggiano di quei tempi era meno autonomo ed individualizzato di quello attuale, con un enorme peso morale sulle spalle che lo portava a ritenersi perennemente legato alla famiglia, e sul piano lavorativo e su quello privato ed intimo. Da una prima rivelazione compiuta dallOsservatorio di Reggio Emilia, nel 1996, sulla nuova famiglia reggiana appare un quadro strutturale complesso, ormai mille miglia lontano dagli assiomi della famiglia contadina, e analogo sotto molti profili a quello che va emergendo oggi in tutta Europa.

Tab.5 Distribuzione delle famiglie della provincia di Reggio Emilia, secondo il numero dei componenti (dati Amm. Provinc. del Marzo del 1996) PROVINCIA DI REGGIO EMILIA COMPONENTI FAMIGLIE RESIDENTI 1 componenti 2 componenti 3 componenti 4 componenti 5 componenti oltre cinque comp. Totale Totale n. fam. Dimensione media 20,6 27,4 25,4 18,4 5,8 2,4 7,7 20,4 28,2 27,4 10,8 5,5

100 154.809 2,7

100 416,938 2,7

Dal punto di vista della complessit della famiglia, i dati raccolti mostrano una netta prevalenza di nuclei semplici, con una graduale scomparsa della tradizionale struttura plurinucleare, di tipo patrilineare. Si assiste cos ad un aumento del numero di famiglie ed alla contemporanea diminuzione della loro dimensione media. La tabella qui sopra mostra la distribuzione, secondo il numero dei componenti, e delle famiglie della provincia di Reggio Emilia. Queste sono le basi strutturali in base alle quali oggi si assiste poi, sul piano culturale, allemancipazione dellindividualit da qualunque appartenenza totalizzante, quale era quella familiare nel passato. Le appartenenze, quindi, oggi permangono importanti, ma solo in quanto fonte di identificazione parziale e provvisoria, e sono determinate soprattutto dalle conferme derivanti dalla totalit del contesto interattivo attuale in cui vive lindividuo (Sparti,1996, cit. in Iori, 1998) e non pi prevalentemente o esclusivamente dal dato familiare. La famiglia cos resta un punto di riferimento per lindividuo, e poich il fulcro dellidentit individuale per questultima generazione sempre pi spostato sugli

assiomi della libert del singolo, lindividuo diventa cos sempre pi unico e non omologabile ad entit analoghe e pure vicine, come i familiari. Insomma, nella realt italiana, la famiglia si configura come un laboratorio prolungato entro il quale i giovani elaborano il passaggio allet adulta. La formazione e laccesso al mercato del lavoro I tre periodi che stiamo esaminando mostrano anche un diverso tasso di scolarizzazione, che alla fine, soprattutto per noi che ci interessiamo della subcultura giovanile, risulta essere un cambiamento di ordine strutturale e culturale molto importante. Qui sotto viene inserita una tabella che ci riporta i dati di questo fenomeno, ottenuti grazie ai tre censimenti della popolazione di cui sopra. Tab.6 Livello di scolarizzazione nel 1951,1971 e 1991 ANNI ANA SENZA SCUOL DIPLOM DIPLOM LAUR LF TITOLO A A DI A DI EA DI ELEME SCUOL SCUOL STUDIO NTARE A A MEDIA MEDIA INFERI SUPERI ORE ORE 6.2 13.1 72.9 4.3 2.6 0.6 1.8 0.6 28.3 12.0 32.6 38.6 12.9 28.5 6.2 18.3 1.3 3.5

1951 1971 1991

Nel 1951 il tasso di scolarizzazione molto basso: solo il 4,3% della popolazione ha conseguito il diploma di terza media e il dato riguardante lanalfabetismo ancora significativo. Gi nel 1971 il triplo dei soggetti non pi analfabeta, ha conseguito il diploma di terza media e il diploma di scuola media superiore. I laureati sono ancora pochi, appena l1,3% , anche se aumentati rispetto al 1951. Nel 1991 crescono ancora i diplomati alla scuola media: 28,5% e i diplomati alla scuola media superiore crescono ancora tre volte rispetto al censimento precedente. Anche chi ha una laurea aumentato del triplo rispetto al 1971, ma il dato di appena 3,5%: sembra che raggiungere la laurea sia ancora un fatto dlite. Il tasso

di analfabetismo, daltro canto, ormai quasi sparito, rispetto agli anni precedenti, e questo, insieme allaumento dei diplomati alla scuola media superiore, un dato che dimostra le necessit moderne del mercato del lavoro, che impone una formazione professionale alta e non ammette analfabeti, cio forza-lavoro non in grado di comprendere la lingua burocratico-curiale, litaliano. La possibilit di istruzione cambiata in questi tre periodi, e cos anche le agenzie educative. La maggioranza delle donne lavora, come si diceva sopra, e quindi in questi anni si assistito al passaggio da una educazione monocentrica, basata cio su una sola figura significativa, la madre, ad un educazione policentrica, in seguito allapertura degli asili nido e delle scuole materne fortemente voluti dalle donne stesse attraverso anni di impegno politico e sociale. Il bambino in questo modo precocemente viene inserito in asilo nido e in scuola materna, che si affiancano quindi alla famiglia fin da subito come ulteriori agenzie educative. Sono ormai quasi trentanni che in Emilia Romagna e soprattutto a Reggio viene sperimentato un modello di educazione policentrica precoce che va modificando, in maniera silente, ma non perci ininfluente, molte cose sia a livello individuale, nei bambini di oggi e in quelli di ieri (il primo nido stato aperto agli inizi degli anni 70), sia a livello familiare e sociale. La cogestione educativa, cio il modello moderatamente policentrico di educazione precoce, nasce dallintegrazione delle funzioni educative genitoriali con quelle esercitate da personale educativo: funzioni materne e funzioni paterne, quindi, esercitate fuori dalla famiglia che si aggiungono, ma non sostituiscono quelle naturali. E la risposta pratica, reale, reggiana ad un enorme problema: leducazione del bambino piccolo che fino a qualche decennio fa veniva affrontato solo allinterno della famiglia allargata e che oggi, dallinizio degli anni 70, dopo luscita e dalla famiglia plurinucleare, e della donna dalla schiavit del lavoro domestico, richiedeva un modello educativo nuovo. Anche a Reggio ovviamente queste agenzie educative, esplicite e pianificate, sono affiancate dai mass media, cio da una terza e importante agenzia educativa, che negli anni 50 non cera e che influisce ed interagisce, in maniera tirannica, a dire il vero, con le altre due, e cio con la famiglia e con la pre-scuola e la scuola. I mass-media assumono anchessi, forse senza volerlo, il ruolo di formatori; si tratta di formatori anomali, visto che non prevedono alcun tipo di feedback, cio di interazione con i soggetti cui si rivolgono, e men che meno con i soggetti in et evolutiva. I mass media inducono al consumo e hanno la caratteristica di essere molto pervasivi6.
6

Si pensi alla forza pervasiva della pubblicit

In questa situazione le figure genitoriali sono cambiate: hanno modificato il loro ruolo e vanno caratterizzandosi sempre pi per un basso tasso di autorevolezza7. Mitscherlich (1970), che aveva analizzato il problema nella Germania federale degli anni 60, individua la causa nella eclissi del ruolo genitoriale in un insieme di fattori che sono, proprio come stiamo vedendo noi, sia di natura strutturale che culturale. Un tempo, il borghese viveva in una societ in cui era il solo e il chiaro responsabile della sua impresa. Oggi il processo di burocratizzazione (vedi i colossi imprenditoriali) ha determinato una condivisione della responsabilit con tanti altri soggetti. Neppure sul lavoro si riesce ad esprimere autorevolezza e questo deficit facilmente si riversa sul rapporto genitori - figli.

I giovani di Reggio Emilia, come microcosmo di una realt urbana Tutti questi cambiamenti di ordine culturale e strutturale influiscono sullautorappresentazione del giovane, sullimmagine di s, sulla concezione del futuro, del lavoro, e del tempo libero. Ritorniamo al raffronto fra le tre generazioni: Nel 1951, nella famiglia allargata prevale una visione del presente basata sulla rinuncia, si accumula per investire. Il futuro per gli appartenenti a questa generazione si fonda sullinvestimento. Per descrivere questo tipo di cultura potremmo usare lespressione: etica reggiana del lavoro. Max Weber sostiene che c una ragione per cui il capitalismo si affermato in particolare nel nord Europa. La ragione che lo spirito puritano basato sulla rinuncia, e sulla scissione fra vita pubblica e vita privata. Anche il vecchio reggiano, ladolescente reggiano di avantieri ha una struttura della personalit incentrata su determinate caratteristiche: tendenza alla produzione, alla rinuncia e allaccumulazione, allinvestimento sul domani. La visione della temporalit che nasce da questo modo di vedere la vita pu essere definita, con unespressione tratta da Pomian (1981), come ciclica. Il tempo, cio, per il contadino reggiano, cos come, in minor misura per lartigiano legato per un verso alla terra e per laltro al mondo protoindustriale, una dimensione che ritorna sempre uguale a se stessa col passare delle stagioni. Le attivit della societ, in una struttura sociale simile, sono regolate interamente dagli obblighi rituali imposti dalla comunit e il lavoro e il tempo libero sono inseriti nei rituali imposti dalla vita in comune.

Che risulta basso anche in famiglie ben affermate a livello sociale, e questo per loro stessa ammissione, come risulta da: Strumenti, n. 2, a cura di V. Iori dellOsservatorio delle famiglie del Comune di RE.

Lidentit individuale del singolo inscritta allinterno di una identit gruppale pi ampia: quella della famiglia e della cultura di appartenenza. Il me annegava nel noi. Daltro canto i momenti di cambiamento e di passaggio da una fascia di et ad unaltra, segnati da precisi cerimoniali socialmente imposti e riconosciuti da tutti, in una societ come quella, erano veloci e ben definiti per tutta la comunit. La guerra ha prodotto per gi delle grosse lacerazioni con la tradizione che vedeva per i maschi: breve scolarizzazione, apprendistato, calzoni alla zuava, calzoni lunghi, servizio militare, rientro in famiglia, matrimonio, figli, passaggio ad una indipendenza e autonomia economica e decisionale solo molto avanti negli anni se figlio del capofamiglia e quando questi o moriva o perdeva le sue capacit per vecchiaia; per le femmine: breve scolarizzazione, apprendistato interno della casa o dei campi paterni, fidanzamento e matrimonio, solitamente entrata nella casa del marito, nuova dipendenza dalla suocera e dalle cognate finch non arrivava una sposa pi giovane, figli e la prospettiva di prendere il posto della resdra se il marito era il primogenito. Infatti la guerra aveva visto la donna prendere il posto degli uomini, andati al fronte, in tutti i settori produttivi. Non solo ma la partecipazione femminile alla guerra di Liberazione a Reggio come in tutta lEmilia era stata un fenomeno massiccio soprattutto fra le giovani. Questo non poteva non lasciare conseguenze che si manifesteranno sempre pi marcatamente sia con l'ingresso femminile nel mercato del lavoro, sia con la partecipazione delle donne alla vita politica e sociale, sia con i cambiamenti pi o meno consapevoli dei comportamenti educativi di queste donne nei confronti delle proprie figlie. Il periodo di mezzo, 1971, contiene dentro di s valori e aspetti culturali tipici del periodo precedente e del periodo seguente. La cultura di questo periodo sotto certi punti di vista ancora incentrata sulla etica reggiana del lavoro (polo delle necessit, del dover fare), per certi altri aspetti per gi portatrice di elementi tipici di una sorta di estetica consumista: e cio da un modo di pensare e di vivere che dominato dalla triade: fruizione, consumo e godimento immediato, che si oppone al modo vecchio, tradizionale di affrontare la vita, il lavoro, il tempo libero, e la temporalit in senso lato. Questa generazione oscilla costantemente fra le due etiche finendo col diventare incoerente. Oggi la dimensione prevalente della vita quotidiana quella consumista. Non esiste quasi pi la logica della rinuncia ai piaceri delloggi e linvestimento sul futuro, o meglio viene quasi completamente a mancare nei valori educativi da tramandare alle nuove generazioni. La recente miseria, le recenti fatiche hanno fatto prevalere nei genitori lidea mio figlio deve avere tutto quello che io non ho avuto.

Il giovane reggiano doggi presenta una scarsa capacit alla rinuncia e allinvestimento sul futuro e ci trova il suo fondamento economico nel fatto che, a differenza delle generazioni passate, a Reggio si vive in un periodo di crescente abbondanza economica. Oggi cos cambiata la concezione del futuro che ha il giovane, ma, oltre a ci, sono cambiati anche i tempi e i luoghi tipici che caratterizzano ladolescenza. E cambiato il tempo del passaggio e della crescita, si fa fatica a individuarlo poich non pi ritualizzato. Si presume esista poich presente in ogni societ ed affrontato in maniera diversa in ognuna di esse; si presume che ogni societ non possa esimersi dallaffrontarlo con cerimonie di passaggio che segnano luscita da una fascia di et e lingresso in un'altra fascia, e che pertanto anche nella societ postindustriale ci sar un modo per ritualizzare questo passaggio, ma non chiaro come ci concretamente avviene e quali siano i sacerdoti che presiedono a questa cerimonia. Abbiamo visto nei capitoli precedenti che alcuni popoli africani ritualizzano questo passaggio facendo tatuaggi e scarificazioni. Ad esempio in alcune culture mediterranee preistoriche il passaggio veniva affrontato attraverso un insieme di cerimonie che duravano qualche ora o qualche giorno e che consistevano nel condurre in un labirinto il gruppo dei ragazzi e delle ragazze che stavano uscendo biologicamente dalla fanciullezza. Questo labirinto non corrispondeva, come comunemente oggi intendiamo, al luogo in cui ci si perde, ma era un luogo concavo, una specie di grande utero in cui si entrava fanciulli e si usciva adulti, cio in un luogo in cui ci si perdeva come bambini e ci si ritrovava in quanto adulti. Alcune culture, quasi a voler sottolineare lelemento di discontinuit che vi in questo passaggio, in questo trapasso da unet allaltra, prevedono addirittura un cambiamento di nome per il giovane o la giovane che stanno per diventare adulti. Ci in contrasto con la nostra tendenza ad armonizzare quello che eravamo (fanciulli) con quello che diventeremo (adulti), ma pu essere, in ogni caso, una soluzione al problema della crisi di identit che prende tutti gli individui, di qualsiasi cultura essi siano, di fronte al cambiamento. Nelle generazioni passate e in particolare quella protoindustriale si affrontava questo passaggio attraverso i riti e i tempi dellapprendistato. Se noi consideriamo la societ odierna constatiamo, invece, che oggi ci troviamo di fronte a un tempo della crescita che, come dimostrano i dati sulla scolarit, si prolunga sempre di pi: quella che in una societ semplice una cerimonia che si conclude velocemente, diventa oggi pi una cerimonia che si dipana in un tempo molto dilatato, e definito in base a quelle che sono le odierne esigenze della produzione, e che soprattutto non pi condivisa e socializzata, ma si inabissa nelle private cerimonie dei singoli adolescenti, che spesso non sanno neanche che

quello che fanno il segnale del loro passaggio: io voglio dimostrare che spesso il tatuaggio (ed il piercing) sono oggi per i giovani dei gesti di tipo cerimoniale privato che sostituiscono quelli vecchi dellapprendistato dei loro padri, e soprattutto dei loro nonni. Per comprendere e visualizzare il perch di tale prolungamento del tempo del passaggio, nonch della macchinosit e, nel tempo stesso, della scarsa visibilit delle cerimonie del nostro passaggio, occorre partire da un analisi delle esigenze produttive della nostra societ. Oggi per formare una forza-lavoro che sia al passo con lo sviluppo tecnologico necessario allungare i tempi della formazione, per cui, ad esempio oggi si allungato lobbligo scolastico fino ai 16 anni poich altrimenti non saremo in grado di formare lavoratori adatti a svolgere i lavori che lo sviluppo tecnologico richiede. Questa dilatazione dovuta alle nostre esigenze formative che a loro volta sono legate alle nostre esigenze produttive. Questo dimostrato dai dati della tabella, ottenuti dal censimento della popolazione, qui sotto riportata, dove si osserva, dal 1971 in poi, un aumento della popolazione non attiva, e di conseguenza una diminuzione della popolazione attiva. Tab.7 Confronto fra popolazione attiva e non attiva nei diversi anni ANNI 1951 1971 1991 POPOLAZIONE ATTIVA 56,8 50,6 49,6 POPOLAZIONE NON ATTIVA 55,1 50,6 49,6

La dilatazione del tempo delladolescenza porta a sconvolgimenti nella vita di un adolescente tali per cui si pu dire che oggi noi assistiamo alla nascita di una vera e propria nuova adolescenza, con caratteristiche sue proprie e distinte da quella delle generazioni passate. Nella societ postindustriale intanto le trasformazioni fisiche connesse con la pubert, a causa del miglioramento delle condizioni di vita, cominciano prima che nelle societ pi semplici. Il periodo di latenza pi breve dunque, nella nostra societ, ma non altrettanto mobile la crescita psichica, anzi lanticipo della pubert interferisce con la crescita psicologica. In questo modo viene disturbato il graduale processo di definizione dellidentit delladolescente come identit autonoma dalla famiglia dorigine. E noto, in secondo luogo, ed ampiamente dibattuto anche dai mezzi di informazione, come nel nostro Paese sia andato sempre pi caratterizzandosi

nellambito europeo per la tendenza da parte dei figli a risiedere ancora per lungo tempo presso la famiglia dorigine (famiglia prolungata). Anche se diverse sono le interpretazioni del fenomeno e, soprattutto, le valutazioni sul suo significato non c dubbio che tale innalzamento costituisce un indicatore della crescente difficolt che i giovani incontrano a realizzare compiutamente il passaggio alla vita adulta. Concorrono a determinare tali difficolt, come dimostrato nel libro della Scabini, motivazioni di carattere economico (complessit della stabilizzazione professionale, aumento della durata degli studi, costo delle abitazioni, eccetera), considerazioni di convenienza e motivazioni socioculturali. La tabella successiva riassume in modo sintetico i contorni della questione di origine per quanto riguarda la provincia di Reggio Emilia:

Tab.8 Situazione rispetto alla famiglia di origine USCITO DALLA FAMIGLIA DI ORIGINE CONIUGATO ANCORA NELLA FAMIGLIA DI ORIGINE NON CONIUGATO ANCORA NELLA FAMIGLIA DI ORIGINE 63,2 30,4 17,1

ETA

25 30 34

34,9 67,4 80,4

1,9 2,2 2,5

A 25 anni ancora due giovani su tre vivono nella famiglia dorigine, a trentanni la maggioranza ormai uscita, ma un giovane su tre vive ancora presso di essa. Lanno di et in cui gli usciti superano il 50% in effetti molto elevato. Il giovane dunque per molto tempo non riesce ad acquistare la piena autonomia rimane in un tempo artificiale nel quale difficile trovare una propria identit. Non si pi adolescenti sotto alcuni aspetti ma non si ancora adulti. La nostra societ non solo dilata i tempi della crescita e del passaggio ma, fatto non sempre considerato con la dovuta attenzione, non marca pi con cerimonie visibili questo passaggio e, nel far ci, finisce con il gettare sulle spalle delladolescente tutto il peso della crisi di identit che accompagna questa fase. Sembra dunque che non esistano momenti di cerimonializzazione del passaggio in una societ complessa, ma in effetti, come si diceva prima, essi ci sono, ma

sono camuffati e nascosti. Molte istanze formative infatti, ed educative (la scuola, innanzitutto, come hanno detto Vanni e Sacchi) assolvono inconsapevolmente questo ruolo (Vanni, Sacchi, 1992). Gli agenti adulti non sono coscienti del fatto che uno dei compiti o dei metacompiti loro affidati quello di cerimonializzare il passaggio allet adulta dei ragazzi loro affidati, di diventare dei veri e propri sacerdoti del passaggio. Le ragioni di questo scarto fra effettiva pratica quotidiana nel momento del passaggio e mancata coscienza adulta del significato, o del meta\significato di tale pratica sono nelle varie complicazioni che nella nostra societ complessa sono implicite nel passaggio nellet adulta. Esigenze dordine materiale: la estrema complessit che implicita nella formazione di una forza lavoro adatta alle attuali esigenze produttive. Esigenze dordine spirituale: il fatto che la soggettivit nella societ complessa, per potersi dispiegare pienamente, implichi un rapporto fra le generazioni molto meno armonico ed organico di quello occorrente nelle societ pi semplici. Entrambe queste esigenze sono allorigine stessa di quel prolungamento del momento del passaggio, di quella vera e propria divaricazione fra fanciullezza ed et adulta che abbiamo chiamato adolescenza e che il tempo occorrente a nutrire il non pi fanciullo ed il non ancora adulto affinch possa giungere allet adulta ben forte e preparato a sostituire la precedente generazione. In questo modo per ladolescenza diventa un lunghissimo momento liminare8 (per i postadolescenti, cio gli universitari, praticamente interminabile) in cui il soggetto che si va formando si trova in una realt a s, un luogo a parte che ha tutto il fascino, ma anche tutte le illusioni dellisola che non c. I giovani sempre di pi si inseriscono tardi nel mondo del lavoro, rinforzando quella parte della popolazione che possiamo definire non attiva. La non coscienza da parte del mondo adulto della funzione cerimonializzante che molte azioni esercitate sui o dai giovani hanno (pensiamo ai passaggi da una classe allaltra, e da un ciclo scolastico ad un altro, pensiamo al significato della conquista della notte ed al fatto che ci sia fatto spesso in totale discrasia dal mondo degli adulti, e, con laiuto, sempre relativo che pu avvenire dal mondo dei pari) cos appare legata alla enorme dilatazione del cerimoniale, che diventa cos un componente del passaggio abitato dalladolescente che risulta invisibile poich troppo incombente. Il dilatarsi dei tempi della crescita, la mancata cerimonializzazione da parte dei momenti di passaggio, fa s che il rito con i suoi significati sia scaricato inevitabilmente sulle spalle del giovane; ci permette per che questultimo si costruisca dei percorsi propri, un ginnasio della maturit emozionale e
8

Sul concetto di liminarit nei momenti di passaggio Cfr. Van Gennep, 1981

dellautonomia indipendenti, che gli permetteranno di diventare un soggetto adulto. Il giovane ha un identit gruppale, ma questa la novit pi sconvolgente, unidentit individuale, e perci potenzialmente eccentrica, rispetto a tutto luniverso adulto costituito.

5CAPITOLO

Il tatuaggio fra i giovani doggi. Approccio etnografico


Preliminari La ricerca che ho intrapreso sul tatuaggio tra i giovani Reggio Emilia stata delineata, nei suoi contenuti di fondo e nei suoi metodi, nel Luglio del 1999. Nello stesso periodo ho iniziato a somministrare le prime due interviste, sotto forma di pretest1. I risultati emersi dopo questo primo scandaglio, mi hanno portato a considerare che, in linea di massima, limpostazione dellintervista era adeguata, anche se alcune domande, a seguito di queste prime prove, sono state modificate. Poich dai dati delle due interviste si poteva inferire la presenza di differenze significative nel modo di avvicinarsi al tatuaggio da parte dei giovani e delle giovani, ho aggiunto alla mia scaletta una domanda che mi permettesse di verificare se questa inferenza fosse fondata o no. Ho, inoltre, posticipato lordine secondo il quale era posta una delle domande, in modo tale che limpianto dellintervista risultasse meno intrusivo e lintervistato non fosse irrigidito, nelle sue risposte, dalle associazioni indotte dalla risposta alla domanda in questione. E stata modificata anche la forma secondo la quale veniva espressa questa domanda, che nella prima stesura era: Quali sono gli eventi delladolescenza che ti hanno colpito maggiormente; e che ora, come si pu vedere nellallegato A, stata cos modificata: Mi puoi descrivere le tappe principali della tua crescita, i momenti di cambiamento, quali sono stati gli eventi critici, sia positivi che negativi, che hai dovuto affrontare in questo periodo. Dopo aver compiuto questo primo test, ho iniziato in maniera concreta a somministrare le interviste, che com possibile desumere sempre dallallegato A sono state sottoposte sia ai giovani che si sono tatuati, sia ai loro coetanei non tatuati. Infatti, poich partivo dalla sensazione, corroborata dalle ricerche precedenti sul fenomeno2 e, pi in generale, dalle ricerche sui significati che la corporeit assume oggi per tutti i giovani3, che le posizioni dei primi nei confronti del tatuaggio non fosse molto dissimile da quella dei secondi, e dato che, nonostante questa presunta
1 2

Sulluso del pre-test Cfr. Cipolla, 1988 Cfr.: Castellani, 1992, 1993, 1994, 1996; nonch: Ceriani e Grandi (a cura di), 1995 3 Cfr.: Alberoni et al., 1986; Blos, 1979; e Le Breton, 1990

vicinanza dei due gruppi al fenomeno, daltro canto esisteva un discrimine che spingeva gli uni a tatuarsi e gli altri no - mi interessava indagare in proposito. E cio vedere sia i motivi che inducono i giovani a tatuarsi, sia quelli che spingono i giovani a non praticarsi il tatuaggio. E per questo che, nel definire il mio campione, non solo ho preso in considerazione sia i giovani tatuati che quelli non tatuati, ma ho fatto in modo che gli uni e gli altri si riferissero, come vedremo meglio pi avanti, in termini di appartenenza agli stessi gruppi di coetanei. Infatti, dato che il gruppo amicale un importante luogo di vita per i giovani, ho compreso fra le mie domande quesiti inerenti al rapporto fra tatuaggio e gruppo di appartenenza, ed ho individuato il mio campione allinterno di tre compagnie reggiane: una femminile, una maschile ed una mista presenti in citt. Per compagnia, nel linguaggio giovanile reggiano, si intende un gruppo di amici, che pu essere, appunto, solo maschile, femminile oppure misto; un gruppo che solitamente si forma durante ladolescenza, che condivide un territorio urbano in determinate ore del giorno e della notte; un gruppo cio che si aggrega secondo determinate coordinate spaziali e temporali e secondo una condivisione di determinati stili di vita; tale gruppo infine accompagna ladolescente fino allet adulta e viene solitamente vissuto in termini pi o meno dialettici, o conflittuali dallemergere in esso della dimensione della vita di coppia. Cosicch il campione da me utilizzato comprende trentadue soggetti, per met donne e per met uomini, che hanno unet che va dai venti ai trentanni, estratti da tre compagnie, che a loro volta sono state individuate a partire dal mio gruppo di appartenenza, dalla mia compagnia, proseguendo verso le altre due compagnie in base ai suggerimenti che mi sono venuti dai primi soggetti intervistati. In questo modo ho potuto procedere da un territorio pi domestico, ad uno meno conosciuto, ma allinterno del quale potevo muovermi senza sollevare molti timori, dato il fatto che nei due nuovi contesti venivo presentata da amiche che conoscevano perlomeno qualcuno dei giovani che poi avrei intervistato. Si definito cos un procedimento a ragnatela, che da un centro si , mano a mano, diffuso verso una periferia, che poteva diventare sensibile ai delicati problemi da me sollevati, in base inizialmente al doppio legame di amicizia che alcuni elementi appartenenti al mio centro avevano contemporaneamente con me e con altri elementi della periferia, e successivamente grazie al fatto che, dopo lintervista, diventava per me pi facile convincere lintervistato a presentarmi altri componenti delle altre due compagnie. Gli strumenti che ho utilizzato nel fare le interviste - come dicevo nel secondo capitolo - sono stati il registratore e la macchina fotografica, la quale mi servita per fotografare i tatuaggi di alcuni fra gli intervistati.

Le fotografie, che ho raccolto al fine di illustrare meglio il fenomeno4 , sono state riportate nellAllegato B, cos come tre interviste complete - vedi Allegato C che, a mio giudizio, sono risultate essere le pi interessanti ed emblematiche, non sotto il profilo formale, ma soprattutto poich racchiudono ed illustrano in maniera compiuta la maggior parte dei temi che mi interessava riprendere in questa ricerca5. Lelenco qui sotto, infine, riporta la numerazione dei nastri e il nome dei soggetti ad essi corrispondenti; fra questi nastri sono presenti anche quelli che contengono le quattro interviste fatte ai tatuatori reggiani per le quali si discuter nel prossimo capitolo: Elenco dei nastri contenenti le registrazioni delle interviste effettuate NASTRO N1 NASTRO N2 NASTRO N3 NASTRO N4 NASTRO N5 NASTRO N6 NASTRO N7 NASTRO N8 NASTRO N9 NASTRO N10 NASTRO N 11 NASTRO N12 (lato a): Antonella non t., Glenda tatuata (lato b): Paola non t. (lato a): Chiara tatuata; (lato b): Alessandra tatuata. (lato a): Giorgia tatuata, (lato b): Diego tatuato (lato a): Elisa tatuatrice, (lato b): Nicola tatuato (lato a): Filippo non t., (lato b): Patrizia non t., Rossella tatuata (lato a): Riccardo tatuato, Laura tatuata, (lato b): Luisa tatuata (lato a): Gomez non t., Carla non t., (lato b): fine intervista Carla (lato a): Roberto tatuato, (lato b): fine intervista Roberto (lato a): Elia tatuato (lato b): Andrea tatuato (lato a): Fabrizio non t., (lato b): Silvia non t. (lato a): Lauro Paolini tatuatore, (lato b): Matteo non t. (lato a): Daniele tatuato, Monica non t.

4 Non ho potuto fotografare tutti i tatuaggi presenti sul corpo dei miei intervistati, a volte poich risultavano situati in parti del corpo troppo intime, a volte poich impedita da condizioni di luce che non mi permettevano di ottenere un risultato soddisfacente 5

Cfr. Cipolla, 1988

NASTRO N13 NASTRO N14 NASTRO N15

(lato b): Lorenzo non t. (lato a): Antonella tatuatrice, (lato b): Tony Messina tatuatore (lato a): Susanna non t., Elena non t. (lato b): Federico non tatuato (lato a): Franca non t., Massimo non t. (lato b): Gianluca tatuato Luigi non t.

Le interviste, come gi detto nel secondo capitolo, sono semi-strutturate e in profondit. Come risulta dallAllegato A, ho usato tre scalette differenti di domande a seconda che intervistassi soggetti tatuati, non tatuati o tatuatori. Lintervallo di tempo in cui sono state effettuate tutte le interviste va dal Luglio allOttobre del 1999. Mano a mano che procedevo nelle interviste ho provveduto a trascrivere dal nastro magnetico il contenuto della registrazione ed a segnare a caldo le mie impressioni ogni volta che lho ritenuto necessario. In un secondo momento ho letto approfonditamente le interviste ed ho cercato di enucleare le tematiche rilevanti presenti in ciascuna di esse, per poi accomunarle in un discorso organico. Ogni considerazione emersa dalla mia ricerca si basa quindi su dati di tipo qualitativo e non su un campione di tipo probabilistico - statistico. Si tratta perci di un lavoro propedeutico che non si propone di giungere a risultati certi e definitivi, ma che va considerato come un abbozzo di tipo etnografico e descrittivo che comincia ad essere incrociato con precedenti ricerche generali dordine sociologico e psicologico sui giovani metropolitani doggi, dal quale sono scaturite alcune riflessioni che spero possano servire ad ulteriori approfondimenti.

Il fenomeno del tatuaggio fra i giovani reggiani doggi, secondo quanto emerge dalle interviste Da quanto emerge nelle interviste penso si possa abbozzare innanzitutto un quadro del fenomeno visto, diciamo cos, in termini generali, che, a mio avviso, da una parte conferma alcune considerazioni gi apparse in altre ricerche, dallaltra pu dare origine a nuovi spunti e a nuove riflessioni. Dalle interviste sono emerse alcune costanti che ho raggruppato per rendere il tutto pi chiaro ed evidente. La prima riguarda alcune caratteristiche del tatuaggio in rapporto al corpo del tatuato. Per undici soggetti, sul totale dei trentadue considerati, il tatuaggio deve essere

nascosto, cio collocato in un luogo del corpo che sia nascosto alla vista dei pi: a motivo di ci gli intervistati riportano che il tatuaggio non deve ostacolare la vita sociale e lavorativa. Riporto le parole di Carla, soggetto non tatuato: .ma anche nella posizione, perch nel fare non so un tatuaggio sulle mani, nei polsi, nei posti che per un discorso sociale, legato purtroppo anche ad un discorso lavorativo, perch comunque con il tipo di lavoro che faccio devo avere un tipo di presenza, e presentarmi magari con tatuaggio e piercing, sicuramente non dico perdo di credibilit, ma influenzato sicuramente quello che poteva essere lapparire fisico davanti ad una persona che comunque si deve fidare di me perch mi da delle cose importanti che sono i suoi risparmi Dalle risposte di altri dieci soggetti emerge lo stesso modo, cos intimo e privato, di concepire il tatuaggio, anche se ci viene da essi espresso in maniera meno evidente. Un altro soggetto con piercing, ma non tatuato descrive : Ric.: Hai pensato che un gesto indelebile? Pat: Si ho pensato, pi che altro al mondo del lavoro, pi che altro perch siamo ancora giovani e quindi dici, me lo faccio perch mi piace, perch un periodo cos, per poi vai a lavorare ti metti una maglia scollata, io penso che se mi facessi il tatuaggio me lo farei per me e non per farlo vedere agli altri come magari posso aver fatto per li buco nel naso. Questa caratteristica riscontrabile sia per i soggetti tatuati che non tatuati. Per quanto riguarda invece la motivazione che i soggetti non tatuati citano circa il motivo per cui non si sono tatuati, la pi frequente sicuramente la permanenza del tatuaggio. Susi infatti: terrore di pentirmi in futuro Antonella: una cosa permanente nel corpo, in questo momento mi potrebbe piacere ma pi in l non so Filippo: per un pentimentoRic.: Per pentimento cosa intendi? Non so vederlo tutti i giorni ho paura di stancarmi magari.. Questi sono solo alcuni esempi di soggetti non tatuati, che affermano che non si sono praticati il tatuaggio soprattutto per il fatto che indelebile.

Si notato che per tutti importante anche la dimensione del tatuaggio, che per la maggior parte non deve essere troppo grande: solo quattro soggetti hanno descritto la presenza sul proprio corpo di grossi tatuaggi. Questo si pu dedurre dalla descrizione che i soggetti tatuati hanno fatto dei propri tatuaggi. Per quanto riguarda la scelta di tatuarsi, si notato che spesso frutto di una scelta impulsiva, frettolosa e non meditata. Dodici soggetti tatuati su sedici mostrano una propensione impulsiva verso il tatuaggio. In alcuni di loro la scelta maturata in un paio di giorni. Riki infatti racconta: Ric.: La decisione di tatuarti? Rik.: E stata casuale, sono andato con L. in un negozio di tattoo, ho visto il geco, me ne sono innamorato e lho fatto Altro elemento che si ritrova in tutti i tatuati il fatto che, dopo che il giovane ha deciso di tatuarsi e giunge il momento di scegliere con quali segni stigmatizzare il proprio corpo, questo non comporta un grande problema: in poche ore si decide cosa imprimersi sulla pelle. Riporto la testimonianza di una ragazza, Rossella, che cos descrive il momento in cui deve scegliere con quali segni tatuarsi: Ric.: Come hai fatto a scegliere il disegno? Ros.: Il tipo di tribale? B, mi sono documentata un attimino prima, ho guardato molta documentazione in merito ai tatuaggi e alla fine quel genere l mi piaceva molto e quindi volevo fare quello e solo quello, nientaltro. Ric.: Quanto tempo hai impiegato a decidere di tatuarti? Ros.: Una settimana. Ric.: E per decidere cosa tatuarti? Ros.: Cosa farmi in mezzora, e in una settimana di farmi il tatuaggio, ma neanche una cosa velocissima.

E come se il soggetto, una volta deciso di volere che qualcosa sia impresso sulla propria pelle, lo fa, senza preoccuparsi molto per la qualit dei segni che si imprimono sul proprio corpo. Cosicch spesso il soggetto aiutato dal tatuatore, che in alcuni casi diventa il vero e proprio promotore della scelta. Come risulta da ben ventitr delle mie trentadue interviste, il rapporto che si instaura con il tatuatore - sia per i tatuati che lo hanno vissuto, sia per i non tatuati che lhanno solo immaginato - non va al di l di un rapporto professionale. La maggior parte dei soggetti pretende la professionalit, cio la bravura e la pulizia del tatuatore, vuole avere fiducia in questa persona da un punto di vista professionale: da alcune interviste traspare chiaramente che il soggetto avrebbe desiderato che il proprio

tatuatore fosse stato una persona famosa, conosciuta nella citt. Questa collocazione del rapporto tatuato tatuatore allinterno della sfera professionale viene contraddetto in otto interviste, allinterno delle quali tale rapporto viene descritto di amicizia e di intimit. Un altro elemento comune, in ogni caso, che il tatuatore viene scelto in base alle conoscenze personali ed alle dicerie. Riporto in proposito le parole di Fabrizio, che, pur essendo non tatuato, riassume bene il tipo di operazioni mentali che chi si accinge a farsi tatuare, pu provare nei confronti del tatuatore: Ric.: Come ti immagini il rapporto con il tatuatore? Fab.: Un rapporto con un ipotetico tatuatore lo immagino principalmente io dovrei aver fiducia di un tatuatore, perch una persona che mette le mani sul tuo corpo e quindi se non lo conosci non dico personalmente prima ma almeno professionalmente, non lo farei mai. Per quanto riguarda le altre cose, se so che in gamba come qualsiasi altro specialista in un altro campo, se so che in gamba, pulito che mi da fiduciaPenso che il rapporto sia professionale e basta, non che penso di diventare pi o meno amico. In un intervista a una persona non tatuata il rapporto viene immaginato semplicemente come un rapporto tra un venditore e un cliente. Riporto a questo proposito le parole di Lorenzo: Ric.: Come ti immagini il rapporto con il tatuatore? Lor.: io penso che il tatuatore sia solo il venditore, lui vende il suo prodotto e deve consigliarti il meglio possibile, quindi i tatuatori devono fare il lavoro meglio possibile perch se esci contento torni e porti clienti. E tutto un discorso molto commerciale.. Per molti soggetti il tatuaggio non associato, scientemente, a nessun significato particolare: vissuto semplicemente come un disegno che sta l per ornare il corpo. A dimostrazione di ci sta il fatto che, anche chi opta per la collocazione del tatuaggio in parti del corpo nascoste ai pi, si fa imprimere il tatuaggio in parti del corpo che desidera evidenziare o che ritiene sufficientemente belle da poter essere mostrate almeno nellintimit. Il tatuaggio, cos come traspare dalla descrizione di vari soggetti, serve per evidenziare codeste zone. Ric.: Tatuaggio e corpo, non hai nientaltro da dire su questo? S.: Se io dovessi farmi un tatuaggio lo farei per esaltare una parte che mi piace particolarmente, non per nascondere o per abbellire qualcosa che magari non mi soddisfa, o per cambiare qualcosa, sarebbe per evidenziarlo Il disegno, per undici soggetti su sedici, deve innanzitutto essere vissuto come unico: il tatuato spesso lo sceglie, e successivamente lo modifica, facendo s che non si possa in nessun modo trovare su qualche altro corpo, un tatuaggio simile al proprio.

Alessandra descrive la scelta del proprio tatuaggio: ..mi ricordo che guardavamo dei giornali e non ci piaceva niente, i tribali, secondo me se tornassi indietro farei i tribali, ma avevo sedici anni: il fiorellino, la rosa, poi ho scelto la sirena perch era la cosa che sicuramente non avrei visto, sarebbe stata unica Laspetto del fenomeno che riguarda il dolore, provato o semplicemente immaginato, descritto in ben diciannove interviste. Molti dei tatuati, dieci, hanno descritto il momento del tatuaggio come caratterizzato dal dolore. In altre tre interviste il dolore viene menzionato, ma sottolineando il fatto che nel loro caso non era stato rilevante. Claudia: Ric.: Mi puoi descrivere le sensazioni che hai provato, prima, durante dopo? Cl.: ..durante, la massima tranquillit, poich per il primo tatuaggio che ho fatto non ho provato dolore, nel mentre ho fumato la mia tranquilla sigaretta. Nel secondo ho provato un po pi dolore, ma un dolore sopportabile.. Ben venti soggetti intervistati pensano che c uneffettiva e marcata differenza, tra uomini e donne, nella scelta del tatuaggio. Secondo costoro le donne innanzitutto scelgono disegni pi piccoli, delicati e seducenti, atti a testimoniare la loro femminilit e il loro fascino e, in secondo, luogo tendono a collocare il tatuaggio preferibilmente su caviglia o fondoschiena. Gli uomini invece preferiscono disegni che prendono zone pi ampie del corpo e pi virili, collocati su braccia, schiena e spalla, cio in zone meno intime e pi visibili. Presento uno stralcio di intervista di Monica su questo argomento: Ric.: Ti sembra ci sia differenza tra uomini e donne nel tipo di tatuaggio? Mon.: Si, luomo pi spavaldo, ha cose pi grosse, da guerriero, con le dovute eccezioni La donna ha pi il richiamo erotico, ha lanimaletto, il fiore. E per quanto riguarda la posizione? S luomo lha sul braccio... la donna nella caviglia, qua dietro (segna il fondoschiena). Riporto unaltra testimonianza di un soggetto tatuato, Roberto: Rob.: senzaltro, senzaltro, io ho visto donne con tatuaggi diversi in posizioni diverse, sono meno aggressive le donne, non tutte, ci sono alcune che hanno cose pesanti, cio non pesanti a livello di dimensioni, pesanti a livello di soggetto, per di solito, sono molto pi fini, hanno un po pi gusto, delicatezza Per nove soggetti intervistati il tatuaggio ha assunto una valenza erotica. Per costoro quando lincisione sulla pelle collocata in determinate posizioni del corpo pu essere sensuale e suscitare fantasie erotiche.

Ric.: Secondo te che ruolo pu avere nella coppia? G.: S per esempio il tatuaggio che ha R. molto erotico, che provoca, per tutta una cosa sua.. Per quanto riguarda il ruolo che il tatuaggio pu assumere allinterno di una coppia, oltre al significato erotico, il tatuaggio pu assumere un significato di testimonianza dellunione fra i due soggetti. Questo possibile significato che il tatuaggio assume fra i giovani reggiani allorigine di tutta una serie di considerazioni inerenti il rapporto fra indelebilit del segno impresso sul corpo e trascorrere del tempo. Nella maggioranza dei casi gli intervistati esprimono un totale disaccordo su questo possibile significato di unione per la vita che il tatuaggio dovrebbe rappresentare; il disaccordo aumenta specialmente allorch lunione dovrebbe essere espressa attraverso limpressione del nome del partner sul proprio corpo, o tramite qualche segno troppo univoco nei significati e molto visibile. Sempre Giorgia ribadisce questo concetto: Ric.: Cosa ne pensi dei tatuaggi complementari 6? G.: Mi fa schifo, perch pensare che uno ha tatuato sulla pelle una cosa a met e deve dipendere da un altro per avere laltra met. No! Il tatuaggio vissuto come qualcosa di strettamente personale, la cui scelta non pu essere fatta che da soli, o al massimo, come abbiamo appena visto, in una minoranza dei casi, accompagnati da qualcuno. Ben ventisette soggetti hanno scelto di tatuarsi, o si tatuerebbero, solo in base ad una scelte individuale, e cio in modo indipendente e autonomo, sia in rapporto alla compagnia, sia ancora di pi alla famiglia. La scelta di tatuarsi , insomma, prettamente individuale. Riporto le parole di Silvia, non tatuata, a questo proposito: Ric.: Il tatuaggio e la compagnia e il gruppo di amici? S.: Be, secondo me non ha un ruolo , nel senso che c chi ce lha e chi non ce lha e ognuno ha fatto la sua scelta e non credo che influisca nel rapporto con le mie amiche, assolutamente.. Anche Davide, tatuato, risponde alla medesima domanda: D.: Sono due cose completamente diverse. Secondo me il tatuaggio una cosa tua e la compagnia una cosa di tutti, gli amici sono un po di tutti, il tatuaggio invece una cosa personale, dal mio punto di vista. Solo in tre interviste il soggetto riporta di essersi praticato il tatuaggio insieme al partner oppure ad un amico. Alessandra una di questi tre soggetti:
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tatuaggio complementare: in gergo, un tatuaggio che viene sviluppato su due individui, che possedendo i due pezzi se li uniscono ottengono la figura completa.

Ric.: Come hai deciso di fartelo? A.: Lho deciso con una mia amica, la F., abbiamo deciso insieme di farci il tatuaggio, vivevamo in simbiosi io e lei.. Il tatuaggio, soprattutto quando ci si riferisce ad una scelta maturata in giovane et, viene nascosto alla famiglia, che risulta poi quasi sempre in disaccordo con questa scelta. In sei interviste di soggetti tatuati viene dichiarato esplicitamente che il tatuaggio viene praticato come una forma di ribellione alla famiglia. Dieci soggetti tatuati su sedici, inoltre, associano il tatuaggio ad un momento particolare della vita. In questi casi, pi in particolare, il soggetto racconta che la pratica del tatuaggio avvenuta in concomitanza di un momento di svolta esistenziale, oppure, pi semplicemente, in un momento di cambiamento. Patrizia: Ric.: Ti ricordi se stato un periodo particolare? Pat.: quando avevo un cambiamento particolare nella mia vita, anche stato danimo particolare, volevo cambiare qualcosa andavo a farmi un piercing Ma anche sette soggetti non tatuati hanno risposto, che quando hanno pensato in maniera concreta di tatuarsi, lo hanno fatto in un preciso periodo della loro crescita, vissuto come un momento di svolta o di cambiamento. I soggetti non tatuati non solo dimostrano di ben conoscere il fenomeno del tatuaggio, ma sembrano molto vicini ad esso, anche se, alla fine, non si sono mai tatuati: in ben undici soggetti, infatti, ho potuto riscontrare la presenza, in alcuni momenti del proprio passato, e cio come dicevamo prima nei momenti di cambiamento, del concreto pensiero di praticarsi un tatuaggio. A proposito di cambiamento, diciotto soggetti hanno identificato i propri cambiamenti pi significativi con i passaggi da una classe ad unaltra, da un ciclo scolastico ad un altro, o infine da una scuola ad unaltra. Il momento che pi spesso viene menzionato in questo senso quello che avviene durante il passaggio dalle medie alle superiori. I rimanenti soggetti fanno riferimento in maniera pi pregnante alle prime esperienze sessuali, al passaggio da un certo tipo di compagnia ad unaltra, ed infine ad esperienze particolari ed intime vissute dal soggetto. Questultimo tipo di esperienze viene menzionato anche da coloro che si riferiscono alla scuola, e ci perch spesso vi sovrapposizione fra luogo fisico (la scuola) in cui avvenuto il cambiamento e natura del cambiamento stesso. Dal libro della Castellani, Ribelli per la pelle, frutto di una ricerca fatta pochi anni fa a Roma, appare che allinterno di quelle trib di tatuati emergevano delle differenze. Cerano, secondo la Castellani, coloro che si tatuavano per seguire una moda e coloro che lo facevano per aderire ad un particolare stile di vita. Dalle mie interviste penso possiamo dedurre che la maggior parte dei soggetti non possa riferirsi allultima categoria di tatuati cui allude la Castellani.

Nel caso dei giovani reggiani, infatti, la scelta del soggetto da imprimere sulla propria pelle frettolosa, il rapporto con il tatuatore, come abbiamo visto, per lo pi professionale, il tatuaggio non ha un significato di appartenenza ad una trib, ma sembra alludere a processi pi individuali, che cercheremo di vedere meglio nei prossimi capitoli. Unaltra caratteristica tipica dei giovani reggiani doggi quella di scegliere disegni piccoli e nascosti. Anche se vero che nella mia ricerca risultano essere intervistati anche soggetti che scelgono tatuaggi grossi e visibili (in un caso il tatuaggio ricopre gran parte del corpo), che fanno scelte accurate e minuziose di cosa tatuarsi e che sono ben consapevoli del significato, diciamo cos, illustrativo del tatuaggio. Non si pu pensare che questa divisione sia cos marcata infatti, ci sono casi che si sono situati nella met tra queste due tipologie di soggetti: sono coloro che si tatuano in posizioni non proprio visibili, cose grosse, ma non in tutto il corpo, disegni che per il tatuato hanno un significato ben preciso. In ultima analisi confrontando le risposte dei soggetti tatuati e dei soggetti non tatuati, possiamo osservare come le risposte non divergano negli elementi di fondo. I soggetti non tatuati hanno idee chiare in proposito al tatuaggio, tanto che spesso lunica cosa che sembra differenziare questi due gruppi il fatto di avere o di non avere il tatuaggio.

6 Capitolo

Il tatuaggio fra i giovani doggi: prime tracce di un discorso etnologico

Nel capitolo precedente ho cercato di descrivere il fenomeno del tatuaggio fra i giovani reggiani doggi, cos come appare dalle trentadue interviste effettuate fra il luglio e lottobre del 1999. Il questo capitolo mia intenzione cercare di combinare quanto detto, in termini generali, a proposito dei giovani, della citt, e ancor prima delle immagini della corporeit e del tatuaggio nelle culture altre, con il materiale derivante dalle interviste, in modo che sia possibile tentare un passaggio da un discorso etnografico ad uno etnologico, e cio dalla semplice descrizione del fenomeno ad un insieme di considerazioni di tipo interpretativo che, nelle mie intenzioni, non pu che rimanere allo stato iniziale, come un insieme di bozze interpretative, che necessitano di ulteriori e pi approfondite indagini per potere essere confermate, modificate o smentite. Risulta, io penso, in modo abbastanza chiaro, dallincrocio fra i dati del capitolo precedente con le considerazioni generali che venivano fatte nel primo capitolo a proposito dei vari significati assunti dal tatuaggio nelle varie culture, che vi sono due elementi di similitudine, a livello funzionale, fra luso - diciamo cos tradizionale del tatuaggio, e luso che di esso viene fatto allinterno della subcultura giovanile reggiana. Subcultura che, non dimentichiamolo, in base a quanto detto poi sulle trasformazioni cui andata incontro la comunit reggiana, pu essere considerata come assimilabile, sotto molti punti di vista, a qualsiasi subcultura giovanile metropolitana. Tali elementi di similitudine sono presenti nella funzione di elemento di cerimonializzazione del passaggio, da una parte, e di ridefinizione dellidentit corporea, dallaltra. Detto questo va aggiunto anche che, come spero di dimostrare qui di seguito, questi elementi di similitudine, fra funzioni che il tatuaggio svolge nelle subculture giovanili e quelle che svolgeva e continua a svolgere nelle culture altre, non ci autorizzano assolutamente ad esaurire il discorso, poich, a fianco a questi elementi, e strettamente connessi con essi, ci sono altri elementi di specificit che rendono il fenomeno del tatuaggio fra i giovani doggi unico, anche se apparentabile attraverso mille fili a vari elementi della tradizione. Tatuaggio come rito di iniziazione privato1 Dalle interviste emerge un dato fondamentale: il tatuaggio spesso associato ad un momento della crescita psicologica, quello del passaggio allet adulta.
D. Le Breton definisce il fenomeno che io qui ho definito come rito di iniziazione privato come rito intimo parallelo: questo rito, intimo nella sua risonanza e comunque solitario, esorcizza il caos interiore di colui che non riesce a trovare la sua sicurezza di base(Le Breton,1995:128).
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Il passaggio allet adulta, in tutte le culture rappresenta un momento particolarmente ansiogeno, in cui, sia a livello individuale, che a livello sociale, viene colto un dato di frattura nel tranquillo tran tran quotidiano, determinato dal fatto che un certo numero di soggetti non fa pi parte del gruppo dei bambini, ma non fa ancora parte del gruppo degli adulti. Solitamente questa situazione di ansia e di angoscia viene risolto a livello culturale attraverso un insieme di cerimonie che mediano ed accompagnano il passaggio. Cerimonie che solitamente consistono in un insieme di riti sociali di separazione, marginalizzazione e aggregazione (Van Gennep, 1981). Afferma Van Gennep (op.cit) che coloro che, in questo tipo di culture, sono stati gi iniziati, conoscono let in cui il non pi bambino diventa un candidato alliniziazione, conoscono quali sono le cerimonie che accompagnano il passaggio, in quale luogo tali cerimonie avvengono e chi sar il sacerdote officiante il passaggio. La societ solitamente in questo modo mostra di essere consapevole che il giovane che intraprende un rito di iniziazione lascia la sua vecchia identit per sposarne una nuova. Secondo Van Gennep (op.cit.), inoltre, il rito di iniziazione si pu descrivere partendo dalla constatazione che, presso tutte le culture, la pubert fisiologica e quella sociale sono due cose parzialmente differenti, che non sempre coincidono, e che in ogni caso, quando si parla di riti di iniziazione, ci si riferisce sempre alla pubert sociale, pi che a quella biologica2. La circoncisione, il taglio del lobo dellorecchio, del setto nasale, la pratica del tatuaggio e delle scarificazioni, sono pratiche usuali che caratterizzano i riti di iniziazione. Il rito di iniziazione provoca una separazione - da qui lidea del tagliare, perforare, dice Van Gennep (1981:65) - da qualcosa che non c pi (linfanzia) per poi successivamente far si che avvenga una aggregazione (del giovane nel mondo adulto). Il rito immette il novizio in due nuove dimensioni del tempo e dello spazio, in base alle quali avvengono una serie di fenomeni che prevedono e cerimonializzano: - una separazione del novizio dal mondo precedente, per il quale egli gi morto; - un periodo di marginalizzazione, nel quale il novizio viene sottoposto a prove; come la circoncisione, etc. - la permanenza per un certo periodo, che varia da cultura a cultura, in una dimensione temporale e spaziale che sono estranei a quelli della comunit; - il fatto che il novizio segue delle norme tipiche solo di quello spazio e di quel tempo, - e alla fine, dopo questo periodo appunto di marginalizzazione, il fatto che il soggetto viene reinserito, attraverso dei riti di aggregazione, nella comunit.
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cos un medesimo rito denota ora lentrata nellinfanzia, ora nelladolescenza, ma senza aver nulla a che fare con la pubert fisica. (Van Gennep,1981)

Il novizio, in questo modo, assumendo una nuova identit, compie una vera e propria rinascita. Abbiamo visto daltro canto, nel capitolo sulla realt sociale e giovanile reggiana, che oggi nelle realt metropolitane, la societ sembra curarsi poco della cerimonializzazione del passaggio allet adulta, proprio ora che esso viene a dilatarsi nel tempo a causa di esigenze formative che prendono, in maniera crescente, la maggioranza dei giovani e delle giovani. Ladolescenza in questo modo anche nella metropoli postindustriale, come e ancor pi che in passato, diviene un luogo in cui ci si perde e ci si ritrova: ci si perde come bambini e ci si ritrova come adulti, il luogo elettivo della scomparsa in quanto bambini e della rinascita psicologica in quanto adulti. Ma oggi, al contrario di ieri, ladolescente lasciato solo dalla societ e deve affrontare, in questo stato di solitudine, le ansie e le angosce del passaggio, mentre di fronte a lui, il gruppo degli adulti - che una volta prevedeva al proprio interno dei veri e propri sacerdoti del passaggio, in grado di definire, i candidati alle cerimonie di separazione, marginalizzazione e reintegrazione nella comunit oggi si erge spesso contro di esso e, in ogni caso, non sembra pi in grado di comprendere e di socializzare e cerimonializzare il passaggio. Cosicch ieri, a cavallo della crisi puberale (arrivo del menarca, per le ragazze, e della capacit erettiva, per i ragazzi), la comunit aiutava ragazze e ragazzi sia nella due fasi iniziali di separazione e di margine, sia nella fase finale di ridefinizione e di ricollocazione nella gerarchia sociale, e come vedremo meglio nel prossimo paragrafo, ri\identificazione (nel corpo e nella psiche) in quanto adulti. Oggi la societ si privata di quella specie di utero sociale (Kern), rappresentato dalla cerimonializzazione del passaggio, e non sembra possedere pi in s la capacit di togliere il non pi bambino ed il non ancora adulto da quella penosa e pericolosa condizione di assenza di significato e per ricollocarlo allinterno del pi confortevole e meno angosciante universo delle cose conosciute e definite. La mimesi della morte e della rinascita, in questo modo presente in tutte le cerimonie sociali del passaggio - rimane tutta sulle spalle dei singoli soggetti, che, per soprappi, non avendo di fronte a s la prospettiva di un rapido ingresso nel mondo degli adulti, devono affrontare un lungo iter personale e privato di passaggio (se sono in grado di farlo) in cui vige per lungo tempo una situazione di pericolosa discontinuit, di prolungata permanenza in una situazione di liminarit, in cui ladolescente costretto a compiere un insieme del tutto personale di atti volti al reinserimento nella comunit in quanto adulto, a risolvere in modo del tutto personale e privato quella tensione alla ricomposizione del corpo sociale, che le altre societ risolvono attraverso cerimonie sociali, e cio condivise da tutta la comunit.

Fortunatamente, se noi analizziamo ci che effettivamente succede oggi a livello funzionale, indipendentemente dalla coscienza che la societ ha di svolgere queste funzioni, possiamo dire che, ad esempio, la scuola, cos come molti altri luoghi delladolescenza, nei fatti svolge una funzione di cerimonializzazione del passaggio. E riscontrabile infatti lesistenza di un percorso che scandisce le tappe della crescita psicologica, anche se occorre aggiungere che gli agenti adulti di queste cerimonie sono spesso totalmente ignari di essere i sacerdoti officianti di un simile rito. In questo modo ladolescenza diventa un lunghissimo momento liminare praticamente interminabile per i post-adolescenti, cio gli universitari. In questa situazione il soggetto che si va formando si trova come sospeso in una specie di Isola che non c , cio in un luogo a parte che ha tutto il fascino, ma anche tutti i pericoli di illusoriet presenti nellIsola che non c, e in un tempo a parte che si prolunga allinfinito non permettendo al giovane di vedere la tappa finale della reintegrazione nella societ. Cosicch oggi siamo di fronte, da una parte a riti privati di iniziazione, fra i quali il tatuaggio, dallaltra alla presenza di funzioni rituali, cerimoniali di passaggio, mediate dagli adulti, che per non sono coscienti di esplicare questa funzione. Ed, in particolare, il periodo di marginalizzazione, nella nostra societ, si dilatato e consolidato. Durante questo periodo il soggetto vive appunto in un luogo e in un tempo a s, in cui lo spazio e il tempo liminari vengono costruiti dalladolescente: si pensi ai luoghi e ai tempi della discoteca, allo slang, cio al gergo delle comunit giovanili, e cio al loro linguaggio subculturale, alla funzione svolta sul piano identificatorio dalla musica, eccetera. Ladolescenza assume cos le caratteristiche di unemarginazione volontaria, in cui la ritualizzazione presente ed rappresentata dallinaspettato riemergere di pratiche arcaiche e sensoriali. Claude Rivire afferma: La ritualit adolescenziale contemporanea attratta verso la sensorialit: ritmo e scansione, tatuaggio, giochi di linguaggio, di luci e di sonorit, attrazioni per gli effetti della droga, incanto per il movimento del corpo. Quando il giovane non ha pi dei riferimenti sociali precisi, cerca di costruirsi una propria ritualizzazione anche attraverso la ricostituzione del simbolico. Il giovane libero di agire e deve trovare da solo la sua strada nellincertezza del mondo moderno (Rivire,1998: 107). Lassenza della societ nellaiutare il giovane a trovare la propria identit, fa si che questo la cerchi da solo sottoponendosi a prove personali che gli consentano di testare i suoi limiti (Le Breton, 1990).

Ed in effetti, da quanto emerge dalle interviste, il giovane nel sottoporsi alla pratica del tatuaggio, sembra che si sottoponga a tutti gli effetti ad una prova, Elia infatti racconta: EL:sul il primo tatuaggio (che mi ha fatto un male boia) non lo rimpiango lo sai che fa male ma lo sai sempre per modo di dire, lo sai da quello che c andato prima di te ma finch non ci vai tu, come per gli esami!.. Il rito ha effetti strutturanti e afferma lidentit del soggetto, ne forma anzi, una nuova. Riprendendo sempre lesame delle interviste, si deduce che la pratica del tatuaggio associata dal soggetto ad un periodo particolare della sua vita, associata ad un cambiamento che sta vivendo. Ecco le parole di un intervistata, Francesca: FR.:poi va bene era un periodo un po strano, avevo appena finito la scuola, mi sentivo gi libera, gi grande, quindi probabilmente lho fatto per quello Ric.: Prova a raccontarmi un po questo periodo FR.: cosa ti racconto, che ero spensieratissima, avevo tantissima voglia di divertirmi, avevo tantissima voglia di stare con le mie amiche, non ero fidanzata, mi innamoravo continuamente.. venivo a casa alle cinque di mattina.. queste erano le cose di quel periodo, per me cominciava una nuova vita perch finiva la scuola e quindi non sapevo ancora cosa andavo a fare, non avevo le idee chiare quindi, comunque non avevo voglia di studiare, avevo voglia di essere indipendente economicamente per andare in giro e comprarmi quello che volevo.. E chiaro che Francesca in quel periodo, diremmo noi, stava vivendo una situazione di liminarit, cio di marginalizzazione, del tutto personale e privata, di chi ancora non ha definito in maniera chiara la propria identit adulta; cos come chiaro che, daltro canto, oggi Francesca appare cosciente di questo suo stato e associa in maniera inequivocabile questo periodo con la pratica del tatuaggio. Francesca, in ultima analisi, oggi si sente diversa e cambiata, il tatuaggio dunque rappresenta un modo per affermare questa sua diversa condizione. Abbiamo cos conferma del fatto che, cos come vi sono dei punti in comune fra riti di iniziazione odierni e riti delle societ tradizionali, allo stesso modo rileviamo che ci sono anche delle differenze fra i due tipi di ritualizzazione: oggi la ritualit un fenomeno individuale e privato, che non si inquadra in alcuna cerimonia socialmente prevista. Gli intervistati, inoltre, a conferma di quanto detto sulla scuola, hanno spesso risposto alla domanda mirante ad individuare le tappe che hanno contrassegnato la crescita psicologica del soggetto ed i cambiamenti vissuti come significativi,

individuando nella scuola, e pi precisamente nel passaggio da una scuola ad un'altra, da una classe ad unaltra, uno dei pi importanti metri di paragone in grado di testimoniare la propria crescita psicologica. Franca, da questo punto di vista, rappresenta un bel esempio: Ric.: Mi puoi descrivere le tappe principali della tua crescita, i momenti di cambiamento, gli eventi critici sia positivi che negativi? Franca: Sicuramente il periodo delle medie stato un periodo brutto propriole medie inferiori stato un periodo ..ero nella fase critica dove ti devi trovare un nuovo corpo, una nuova esistenza, per cui brutto.. non traumi particolari per.. le superiori direi abbastanza stabile, io vado a periodi scolastici, ho vissuto le mie esperienze adolescenziali in maniera tranquilla ..altri momenti , luniversit e il fatto di aver trovato il ragazzo con il quale sono stata sette anni. La scuola per, come dicevo nel terzo capitolo, e come prima ha detto F. Vanni (1992), spesso non appare cosciente di questo suo ruolo cos importante. Lascia sulle spalle del giovane tutte le ambiguit connesse al cambiamento di identit, cio a quel secondo processo di individuazione che avviene nelladolescenza e che, come afferma Octave Mannoni (1988), pi che un processo di identificazione, si definisce come un drammatico processo di disidentificazione. Affermano gli psicologi che si sono interessati dei problemi della crescita e delladolescenza (Erikson, Blos, O.Mannoni) che le fasi di cambiamento del soggetto sono molto importanti nel costituirsi dellidentit, e - nel contempo molto delicate. La crescita, il passaggio da una fase allaltra comportano sempre la perdita di certi atteggiamenti, di certi aspetti della propria identit, prima ancora che gli elementi nuovi, tipici della nuova et si siano strutturati dentro al soggetto. Ci comporta linsorgere, in questi momenti, di un tasso di angoscia molto alto e la comparsa di conflitti interni ed esterni alla persona. Daltro canto il soggetto, di fronte ai cambiamenti, non solo reagisce con langoscia per la nuova situazione, ma anche con sentimenti depressivi originati dalla perdita di precedenti rapporti o situazioni, cio sviluppando un lutto simbolico. Ci vero in qualsiasi et, ma ancora pi vero e drammatico in adolescenza, allorch i cambiamenti sono cos radicali, soprattutto a livello corporeo. Daltro canto in ogni processo educativo vi sono elementi che evolvono altri che restano relativamente stabili. Il cambiamento ottimale avverrebbe se le parti della personalit che non cambiano assimilassero il nuovo, mantenendo una coerenza e una continuit a livello dellidentit. Cio a livello della propria immagine psichica e fisica. Ma ci durante ladolescenza praticamente impossibile poich i conflitti sono pi frequenti e pi intensi che negli altri periodi di passaggio, e

langoscia che ne scaturisce si forma a partire dagli svariati lutti che derivano da questi continui cambiamenti di ordine sia fisico che psicologico. Crescere significa passare attraverso una successione di lutti. Afferma Blos che durante ladolescenza si opera il secondo processo di individuazione (Blos,1979), in quanto che il primo stato raggiunto dal bambino verso la fine del terzo anno di vita attraverso lacquisizione della costanza delloggetto. Con il secondo processo di individuazione ladolescente opera il distacco dalle dipendenze familiari, lacquisizione di un proprio punto di vista sul mondo, il passaggio dalla endogamia alla esogamia, lapertura verso il mondo e verso la vita di coppia, dapprima solo sognate e pi o meno timidamente sperimentate, successivamente - mano a mano che il processo maturativo prosegue - sempre pi coerentemente perseguite (se le cose vanno sufficientemente bene). Ladolescente un soggetto in transizione continua, e il distacco dagli oggetti interiorizzati precedentemente, apre la strada ad oggetti di odio ed amore esterni ed extra-familiari. In questo senso si possono meglio interpretare quei comportamenti che evidenziano il distacco del giovane dalla famiglia. Anche nella mia ricerca quasi tutti gli intervistati - a meno che non si parli di giovani che si sono praticati il tatuaggio in et gi pi adulta - quando hanno risposto alla domanda concernente il vissuto del tatuaggio allinterno della famiglia, hanno raccontato dellemergere di episodi conflittuali, fatti un po di menzogne e un po di litigi. In sei interviste addirittura, il giovane fa riferimento al tatuaggio come un atto di ribellione nei confronti della famiglia. Nelle parole di Luisa, ad esempio, si possono cogliere molto precisamente, questi atteggiamenti: Ric.: quando ti sei fatta il tatuaggio stato un momento dunque di libert, di indipendenza? L: Si quello sicuramente. Ric.:Un momento di indipendenza dalla tua famiglia? L.: Anzi fargli un torto pi che indipendenza forse, cio non stato fargli un torto perch sinceramente non ci tengo a fargli dei tori. Lo so anche io che pi mi dicono di non fare una cosa pi la voglio fare, per proprio di dire non me ne frega niente di quello che dicono, io ci tengo a farlo e comunque so prendere i miei rischi; sono cosciente di quello che ho fatto, non lho fatto per ripicca.. io sono anche una bestia che se sono convinta di una cosa difficile che cambi idea, se sono convinta significa che me lo devo fare..

Seguendo il percorso dellindividuazione nelladolescenza, possiamo osservare come il ricorso allacting out sia frequente in questa fase. Per acting out si intende quel momento in cui la concretezza, limpellenza dellazione sostituiscono lelaborazione a livello mentale. Nelle interviste svolte si notato che la maggior parte dei soggetti scelgono di tatuarsi in modo frettoloso e non meditato. Nelle parole di qualche intervistato si ritrova la frase : stata una scelta impulsiva: Ad esempio in Claudia: Ric.: Mi poi descrivere se quando ti sei praticata il tatuaggio stato un periodo particolare? C.: ..Ero molto piccola, stato un colpo di testa Ric.: Cosa intendi per colpo di testa? C.: Si un colpo di testa che tuttora rifarei una cosa dettata dallistinto niente di particolare Ti ricordi qualcosa di pi preciso? Claudia: no, diciamo che stavo lasciando il mio gruppo di amici che frequentavo nelladolescenza, il gruppo del (bar) Mazzoli, quella gente l, un modo per dire sono differente, per dire.. non so Devo ammettere che ero stata scottata parecchio, perch avevo discusso con queste persone, quindi forse questo lunico aneddoto che mi posso ricordare.. Da quanto emerge da questa intervista il gesto del tatuarsi vissuto dal soggetto come un colpo di testa, che stato fatto in un momento particolare di cambiamento, in cui il soggetto sta cambiando gruppo di amici, sta vivendo una situazione di lutto, che non riesce in quel momento a elaborare razionalmente. Si trova quasi costretta a vivere sul piano dellazione irriflessiva, dellacting out. Occorre a questo punto ricordare che, quando si parla di acting out, sembra sempre che si alluda a qualcosa di negativo; sembra cio che laspetto positivo dellacting out sia spesso ignorato. Invece Blos (1979) ci insegna che, cos come esiste un versante negativo dellacting out, esiste anche un versante positivo. La differenza fra luno e laltro sarebbe, secondo Blos (op.cit.), nel fatto che luno ha un cot regressivo alle spalle, cio un indizio di regressione, laltro ha un significato progressivo e di crescita psicologica. Tra i soggetti che ho intervistato, la facciata positiva dellacting out sembra prevalere, poich lazione del tatuarsi aiuta il soggetto a superare il lutto che deriva dal cambiamento e dalle ansie e angosce connesse col passaggio che il giovane sta vivendo. La scelta di tatuarsi appare come meditata solo in quattro intervistati tatuati. A sostegno dellazione che scavalca il pensiero riporto le parole di Nicola: Ric.: La scelta di praticarti il tatuaggio come stata? Nic.: come quando mi sono tagliato i capelli a zero, mi venuto in mente e lho fatto.. poi ti voglio far capire che sono stato contento di averlo fatto perch spesso mi capita

di prendere queste decisioni improvvise, faccio la tal cosa e magari a mente pi serena dico ma forse meglio che ci pensi bene. Invece con il tatuaggio e con il taglio di capelli sono andato via senza far delle storie. S lho detto e lho fatto

Tatuaggio e crisi di identit: un corpo ed una mente nuova in cerca di senso La capacit di sentirsi se stesso nel cambiamento costituisce la base emozionale per lidentit. Il sentimento di identit si fonda sulla possibilit di sentirsi separato e diverso dagli altri; nasce sempre da una differenziazione e successiva integrazione delle parti che si sono formate nel cambiamento con quelle che gi esistevano prima. Questo pu avvenire su tre piani: spaziale, nel senso di una differenziazione tra S e non S (cio resto del mondo); temporale, che riguarda le diverse rappresentazioni del s nel tempo; sociale, che consiste nella relazioni tra aspetti del s e aspetti degli oggetti, cio delle persone che ci stanno intorno e alle quali, per un verso o un altro, siamo legate. Luomo dunque ricerca una identit del tutto personale e circoscritta al proprio mondo esperienziale, allinterno del quale in rapporto con gli altri, ma tende anche a differenziarsi da essi, specialmente in societ come la nostra che esaltano lindividualit. Secondo Napolitani, infatti esiste, in ciascuno di noi, un aspetto che ci ricongiunge alle persone importanti della nostra vita, che ci hanno influenzato con il loro esempio, aspetto che lui chiama idem, ed un altro versante che ci distingue da essi, cos come da tutti gli altri, che sempre Napolitani chiama autos. Societ statiche, fredde, direbbe forse Levi Strauss, implicano un allargamento dellidem, a spese dellautos. Societ dinamiche, quali quelle metropolitane e postindustriali, al contrario esaltano lautos, cio lindividualit, la singolarit, lunicit del soggetto. Habermas, parlando del rapporto fra uomo contemporaneo e uomo medievale, sostiene che nel medioevo anche uomini eminenti e originali, quali gli artisti, non si sarebbero mai sognati, per esempio di firmare le proprie opere, poich la dimensione gruppale dellesistenza era preminente e tendeva a schiacciare quella individuale, in quel periodo. Oggi invece lindividualit impera e qualsiasi cosa riceve il marchio dellindividuo o del gruppo specifico di individui, con tanto di nome e cognome, che lhanno compiuta, o solo immaginata. E vero per che oggi, proprio per questa smania di individualismo, la spinta allindividuazione si pu fermare ad un livello primitivo, elementare, che scaturisce da semplici differenziazioni che, specie in momenti di crisi e di passaggio, sono definite

attraverso aspetti effimeri che pure contribuiscono a definire lindividualit; aspetti quali i vestiti, gli ornamenti e, fra questi, il tatuaggio. In questi casi, come se il soggetto, invece di approfondire da un punto di vista psichico i significati profondi insiti nel processo di individuazione, cercando di ricondurlo a figure del proprio mondo interiore, ci tenesse a differenziarsi solo attraverso un segno estetico, un evento apparentemente marginale e poco importante, ma che in quel determinato momento, in quel determinato soggetto forse acquisisce un significato particolare. Nella nostra societ di tipo postindustriale, questo differenziarsi attraverso aspetti corporei un topos poich ormai viviamo in una vera e propria ossessione visiva (Tropea, in: Cerani, Grandi, 1995:95), in cui cio il dato sensoriale pi stimolato senza dubbio la vista. A partire da ci fuori dubbio che questa cultura della visibilit (op.cit) sia penetrata anche nel mondo giovanile. La differenziazione, a partire da questa modalit apparentemente superficiale, per non va sottovalutata poich rappresenta forse per il giovane lunico tentativo che egli ha sottomano in quel momento per affermare la propria identit. Dalle parole di Claudia possiamo comprendere con maggior chiarezza che significato pu assumere la pratica del tatuaggio per il soggetto, allinterno del proprio faticoso processo di individuazione: Cl.: Quando mi sono fatta il tatuaggio avevo quindici anni, l stato un mio dovere per differenziarmi, per dire sono diversa.. Alle volte il possedere un tatuaggio non soddisfa in pieno il desiderio di sentirsi diverso, perci il soggetto ricerca qualcosa in pi. Il tatuato desidera che il proprio tatuaggio sia unico e non confondibile. Nel paragrafo iniziale abbiamo visto quanto sia presente questa inclinazione fra i giovani doggi. Lintervista di Elia ben rappresenta ci che voglio esprimere: Ric.: Descrivimi il tuo tatuaggio E.: Lidea era quella di avere un tatuaggio che mi piace sulla pelle, per lho modificato perch avere un tatuaggio che pu essere uguale a quello di un altro, anche se il tuo nascosto, mi dava da fare (mi dava fastidio); invece quella una cosa mia. Nel momento in cui il soggetto immerso nel cambiamento, si pu sentire sperso ed angosciato, in questo momento il tatuaggio un elemento che aiuta il soggetto ad affermare la propria identit. Non ci si dovrebbe sorprendere, quindi, se tra i carcerati e tra i marinai si rilevi una percentuale cos alta di persone tatuate. Infatti in condizioni in cui lanonimato rappresenta una regola, ed in cui il corpo appare come assente in determinate funzioni importanti, poich impedito dalla situazione di contenzione, il tatuaggio pu sopperire,

almeno in parte, alla mancanza di unidentit personale socialmente riconosciuta e di spessore corporeo, dato dallesercizio della corporeit nella vita affettiva e nel lavoro. Tra le interviste che ho svolto, ho intervistato, fra latro, un soggetto tatuato in gran parte del corpo che porta allestremo le considerazioni qui sopra fatte. Questo soggetto possiamo dire che impone la propria presenza attraverso la bizzarria e linusitato. La societ postindustriale caratterizzata da spinte neo - tribali, che sono la conseguenza del modello iperindividualisata imposto dai valori dominanti. Il soggetto che sceglie strade cos chiassose e esibizionistiche per imporre la propria presenza come se cercasse, in questo modo, di conferire un senso pi forte alla sua esistenza e al suo corpo, che altrimenti rischierebbe di apparire ai suoi occhi come pericolosamente impalpabile e sfumato. Tramite il tatuaggio il soggetto sente che pu acquisire una maggior consapevolezza di s, cos come traspare dal seguente brano dellintervista ad Andrea: Ric.: Mi puoi descrivere le sensazioni che hai provato prima di tatuarti, durante e dopo? A.: Prima paura, insicurezza, quando sono entrato per dentro nel locale, mi son seduto, ero convintissimo, mentre me lo faceva dicevo: questo non va pi via e rimane mio, una cosa seria! quando ho finito il tatuaggio mi sono alzato, mi sentivo pi grande, pi forte, una sensazione piacevole che da quellattimo l, una cosa importante, ti fa sentire pi grande. Lidentit personale deve essere in qualche modo garantita mediante identificazioni che fungono da rassicurazioni che si possono trovare dentro di noi, e che possono essere ideali politici, religiosi eccetera; o fuori di noi, che ci provengono cio dal mondo esterno. In questo secondo caso come se chiedessimo agli altri di dirci in maniera figurata chi siamo. Durante il periodo di cambiamento, ed in particolare in adolescenza, poich la struttura della personalit pi vulnerabile, dato che il soggetto, come dicevamo prima sa di non essere pi quello di prima, ma non sa con precisione cosa sta diventando, ha bisogno di rassicurazioni ulteriori. Il curare la propria immagine, il praticarsi tatuaggi, fa sentir bene, d sicurezza. Il tatuaggio quale sistema di segni applicato direttamente sulla pelle, diventa cos un mezzo per enfatizzare il corpo, che sta cambiando forma, presso se stessi e presso gli altri. Secondo Achille Bonito Oliva (1985), il tatuaggio diventa allora un mezzo di espressione narcisista che pu essere diretto verso linterno o verso lesterno. Andrea descrive le sensazioni che prova quando il suo tatuaggio visto da estranei:

Ric.: di fronte agli estranei che sensazioni hai provato? Andrea: Piacere di essere giudicato e guardato Ric.: Ti ricordi degli episodi significativi? Andrea: Ma no, magari solo occhi addosso, per bene o male mai nessuno che mi abbia detto qualche cosa anzi, i ragazzi della mia et dicono che bello dove lhai fatto?; per comunque non ho avuto problemi Ric.: Cosa intendi per piacevole? Andrea: Piacevole, magari mi piaceva essere guardato con occhi non daccordo con quello che ho fatto, giudicato Ric.: Ti inorgogliva? Andrea: Certo perch quello che volevo fare era quello. In queste parole possiamo trovare una traccia significativa, io penso, dellatteggiamento di chi specchiandosi negli occhi altrui trova un riscontro che lo riporta, o almeno lo illude di riportarsi alla propria identit. Infine il tatuaggio sembra andare in due direzioni: verso lesterno allorch il tatuaggio praticato su parti del corpo esposte e visibili, verso linterno quando il tatuaggio nascosto e non visibile agli altri. Quando il tatuaggio va verso lesterno acquisisce un significato simbolico che lo apparenta al graffito. Infatti il graffito e il tatuaggio sembrano mossi dal medesimo sentire che quello di costruire senso mediante applicazione di segni (pi noti graffisti accompagnano questa attivit con quella di tatuatori). Il tatuaggio cos ci riporta al corpo individuale, mentre il graffito al corpo urbano. E cos come nella nostra societ vi una nuova centralit del corpo, come contraltare di un universo dominato dalla tecnologia, allo stesso modo il graffito rappresenta il contraltare del segno pretecnologico nei confronti di una citt urbana sempre pi estranea allindividuo. E da una parte il corpo si propone sempre di pi come espressione di senso e di comunicazione, e tramite le alterazioni corporee, quali il tatuaggio, si cerca di fissare il senso che viene diluito e scompare ad esempio nelle pratiche telematiche. Dallaltra il graffito ripropone alla citt la corporeit materiale, di fronte alle tendenze alla ridefinizione alienata ed alienante degli spazi3. Connesso con il tema della smaterializzazione e della perdita di senso del corpo infine il tema del dolore che, per quanto riguarda il tatuaggio, ha un ruolo spesso centrale e sembra poter assumere il significato di riproporre al giovane la percezione della sostanza e dello spessore corporale e, in questo modo, la percezione della propria esistenza.

Come magistralmente aveva intravisto Kubrik in Arancia Meccanica, dipingendo le periferie urbane degli anni 60.

Il dolore, come abbiamo visto da molte interviste un elemento sicuramente immanente nella pratica del tatuaggio. Riportiamo qui sotto brani dellintervista a Diego: Ric.: Il rapporto con la tatuatrice? D.: nessuno; di sofferenza, anche perch io soffrivo tantissimo e faceva molto male, ma lei non smetteva, avr smesso due volte in un due ore, ma si fermava due secondi proprio, non che si fermava mezzora! Io proprio non ne potevo pi

Tatuarsi o no: ipotesi sui perch di una scelta Se ci chiediamo perch, in ultima istanza, una parte dei giovani delle tre compagnie considerate si tatua, ed unaltra no, emergono tutta una serie di componenti che congiungono ancora una volta le nostre interviste al materiale teorico che abbiamo tentato di riassumere nella prima parte del presente lavoro. Sembrerebbe, a prima vista, che il dato pi evidente e discriminante sia quello dellacting out, cio di quellagire impulsivo e irriflessivo, che abbiamo riscontrato in molte interviste con soggetti tatuati: Pat.: ero piccola, avevo diciotto anni, lho fatto senza testa, senza pensarci.. Ric.: La decisione stata casuale, sono andato con L. in un negozio di tattoo, ho visto il geco( il soggetto del tatuaggio) me ne sono innamorato Nelle interviste dei soggetti non tatuati traspare, anche se questi sembrano possedere, pi dei primi, una capacit di inibizione dellagire impulsivo: Ric.: Hai mai avuto voglia di fartelo? Se si in che occasione? (qualcosa di particolare nella tua vita esterno interno?) S.: s c stato, cinque o sei anni fa avevo questa passione poi mi aveva detto una persona che li fa che in quel punto un po doloroso e allora ho detto va b e ho lasciato correre e dopo non lho pi fatto.. Gom.: diciamo che unidea che ho sempre avuto, anche anni fa quando eravamo in vacanza insieme, di farmi un tatuaggio mi sempre prillato(andato a genio) per non ho mai avuto la decisione di farlo, per vari motivi: primo perch non sono mai stato deciso, poi perch sempre avuto paura di pentirmi perch se ce lhai come fai Sembrerebbe cio che entrambi i gruppi, di fronte a cambiamenti importanti del periodo delladolescenza, siano presi da una pulsione a fare impulsivamente qualcosa che i primi non riescono a inibire, i secondi si. Questo qualcosa, come abbiamo visto nel sesto capitolo, da ascriversi nel novero degli acting out progressivi, cio in quel

tipo di agito che aiuta la separazione dalle immagini genitoriali del passato, e lintegrazione di parti di s rimaste fino a quel momento non perfettamente integrate. In effetti, a ben vedere non vi nulla che ci possa indurre a pensare che questa differenza, che si manifesta in questo modo e con questo discrimine nei confronti del tatuaggio, si presenti con la stessa suddivisione su tutto luniverso degli agiti adolescenziali dei giovani considerati. Non abbiamo alcuna prova in proposito, ma nulla ci impedisce di pensare come possibile il fatto che, su altri piani, la discriminazione fra tendenza allagito ed alla inibizione dellagito sia diversa da quella che nella presente ricerca abbiamo potuto riscontrare in tema di tatuaggio. Anzi, proprio il fatto che anche i non tatuati spesso abbiano sentito il bisogno di tatuarsi, anche se poi non lhanno fatto, sta a dimostrare la loro vicinanza allagito, la loro propensione allacting out, che solo per questioni inerenti la indelebilit del disegno pare essere stata inibita. Blos (1979), sostiene che lintensificarsi dellacting out in adolescenza sia un elemento caratteristico dellet e che ladolescente, attraverso la ripetizione degli agiti, pu permettersi lentamente di progredire nel suo processo trasformativo, o bloccarsi e regredire. Si tratta quindi di un fatto che prende entrambi i sottogruppi, e che pu manifestarsi negli uni in un modo, negli altri in un altro. Ma, se la strada della spiegazione attraverso lacting out non porta a nessuna conclusione interessante, quella che parte dalle immagini della corporeit dei singoli soggetti probabilmente pu esserci di aiuto. Abbiamo visto che anche coloro che non si tatuano spesso hanno sentito il bisogno di farlo e che si sono fermati spesso a causa di due elementi. La indelebilit del segno ed il dolore che immaginano connesso allatto del tatuaggio. Ebbene, se ritorniamo alle tre metafore della corporeit di Baudrillard (1979) quella dellanimale, del robot e del mannequin come corrispettive nellimmagine della corporeit del cristianesimo, della societ industriale e della societ dei consumi, e cerchiamo di vedere il rapporto che pu esserci fra queste considerazioni e le immagini della corporeit che sono sottese nelle argomentazioni dei nostri due gruppi, vedremo che unipotesi solo unipotesi probabilmente pu essere fatta. Era implicito nel discorso di Baudrillard, cos come del resto in quello di Le Breton (1990), il fatto che il prevalere nel soggetto di una delle tante immagini della corporeit non implicasse affatto lassenza in esso delle altre immagini della corporeit presenti nella societ, o nelle societ in cui il soggetto vive, o ha vissuto (teniamo presente che nellItalia odierna i processi migratori meno recenti e pi recenti hanno senzaltro prodotto una commistione fra varie stratificazioni di immagini della corporeit). Quindi ci si pu attendere anche dal nostro campione la presenza di varie immagini della corporeit che possono assumere uno spazio pi o meno grande nel dialogo

interno al soggetto, a seconda di tutta una serie di circostanze fra le quali let solo una delle componenti. Riandiamo cos alle nostre interviste: Afferma Paola : per me il tatuaggio come pu essere una pettinatura, un oggetto, una collana un braccialetto, quindi una cosa permanente, io non sono una persona cio.. non mi piace lidea di una cosa che rimarr per sempre impressa sulla pelle, la vedrei come una ferita, una cicatrice che non potrebbe pi andare via e quindi dopo non mi piacerebbe Anche Riccardo : Ma la prima cosa che mi viene in mente schifo e ribrezzo, poi se ci penso meglio anche il dolore di fare.. s queste piccole penetrazioni, mi hanno detto che molto doloroso e poi anche il fatto che una cosa che non posso pi togliere mi da fastidio, anche se con il laser Tutto ci ci pu fare pensare che, non in assoluto, ma di fronte a questo evento sia prevalso in loro una immagine della corporeit riconducibile non al corpo mannequin che deve essere mostrato per la sua singolarit, ma ad un corpo robot che, al contrario, deve potere ricondotto ad una entit standard, presentabile in tutte le circostanze, e soprattutto sul lavoro, come simile agli altri corpi. Il fatto che, per, anche i non tatuati ci tengano, alla singolarit della propria silhouette alla quale non rinunciano e che anzi ricercano, come la maggior parte dei giovani doggi, ci fa pensare che in loro sia presente, a fianco ed in dialogo con limmagine del corpo robot, anche una immagine del corpo mannequin. Ed, in contemporanea, il fatto che fra alcuni dei tatuati si senta il bisogno di celare al grande pubblico il tatuaggio e di esibirlo solo ad un pubblico selezionato ed intimo, fa pensare che un dialogo simile fra pi immagini corporee sia presente anche in loro e che ci in definitiva serva a temperare lesposizione del tatuaggio, le sue dimensioni, eccetera. Il riferimento al dolore pensato e sentito, rispettivamente dai non tatuati e dai tatuati, come connesso allatto del tatuaggio, ci riconduce al tema del sentire, del provare a se stessi lesistenza di un corpo che sta cambiando, e sembra avere poco a che fare con le immagini corporee cristiane del corpo come sede del peccato, della carne come elemento da punire e da macerare, come sembrerebbe, a prima vista, essere implicito nel rapporto fra tatuatore e tatuato. Ma, anche in questo campo bene procedere con i piedi di piombo e limitarsi a dire che ulteriori ricerche possono smentire o avvalorare la nostra opinione.

7 CAPITOLO

Le interviste ai tatuatori reggiani


Le interviste svolte, sono state rivolte ai tatuatori proprietari di uno studio proprio e riconosciuto. Non sono stati intervistati quei tatuatori che lavorano presso gli studi in questione in qualit di aiutanti, coloro che svolgono il lavoro non ufficialmente, i vari estetisti che praticano di soppiatto questattivit: insomma quel mondo sommerso del quale, come si detto nel primo capitolo, impossibile fare una stima. Facendo una ricerca preliminare sul territorio reggiano, ho individuato quattro tatuatori proprietari di uno studio. Essi sono: Elisa Vaccari, che lavora nello studio Elisa Tattoo a Scandiano di Reggio Emilia; Lauro Paolini che lavora nello studio Tattoo di Lauro Paolini a Reggio Emilia; Antonella Tambakiotis che lavora nello studio Tattoo Studio Tatuaggi e B.P. a Correggio di Reggio Emilia; e Tony Messina che lavora nello studio in viale Timavo a Reggio Emilia. Gi da una rapida occhiata a questo elenco di tatuatori reggiani si pu dedurre qualcosa di interessante. Infatti scorrendo i nomi dei tatuatori pi noti a livello nazionale, ci si accorge che in genere coloro che svolgono questa professione sono tutti maschi, a parte qualche rara accezione come la Tenan di Verona. Anche nel libro di Alessandra Castellani Ribelli per la pelle, si legge che le donne sono in pratica escluse da questo mondo o perlopi si trovano in uno studio a fare da assistenti ai loro compagni. A Reggio Emilia invece, ben due tatuatori su quattro sono donne. Vediamo ora il profilo dei quattro tatuatori reggiani, cos come emerge dalle loro interviste. Elisa Vaccari Elisa Vaccari stata la prima figura di tatuatore che ho intervistato. Nata il 28-111969; un mio amico me lha presentata verso la fine del luglio scorso. Lei era disposta a lasciarsi intervistare subito, ma alla fine abbiamo preso appuntamento per un intervista in data 25-08-99, perch, a mio giudizio, in quel giorno di fine luglio lo studio era troppo affollato (come accade spesso, mi diceva lintervistata, nei mesi estivi). Procedendo con la ricerca ho capito in un secondo tempo che impossibile condurre le interviste ai tatuatori in un luogo appartato e silenzioso, e cos ho imparato a intervistare i tatuatori tra un cliente e laltro, in un momento di

pausa, o addirittura mentre il tatuatore lavorava, come successo proprio nel caso di Elisa. Non penso che questo abbia influito in maniera negativa sul lavoro che stavo facendo, poich la situazione nella quale si trovava lintervistata era interessante e conforme a ci che stavo studiando. Le domande non erano private od intrusive, ma riguardanti aspetti concernenti il suo lavoro. Ritornando ad Elisa, descriver la sua storia con laiuto delle sue stesse parole: Ric.: Quando hai iniziato a tatuare qual stata la molla che ti ha spinto verso questa attivit: T.ce.: non c stata una molla specifica, sono sempre stata appassionata di disegno, dellarte in genere, diciamo che quando ho iniziato ad interessarmi al tatuaggio, qua in Italia, non cera ancora molto, cera pochissimo, sono stati i primi viaggi allestero che mi hanno fatto appassionare a questarte e poi c stata una molla un po pi potente che stata quella del lavoro sotto padrone. Dopo un po di anni di lavoro sotto padrone ti stufi, almeno io mi sono stufata e ho cercato un lavoro alternativo e il mio ragazzo in una vacanza mi ha detto scusa sai disegnare, ti piacciono i tatuaggi, perch non provi? e allora ho provato e non ho pi smesso. Come si vedr successivamente anche in altre interviste, il soggetto descrive la difficolt che ha riscontrato nellintraprendere questa attivit, nellimparare e conoscere i trucchi del mestiere, nel reperire gli strumenti di lavoro. In Italia fino a pochi anni fa il tatuaggio non era popolare come oggi, anzi era prerogativa di un mondo sommerso e sottoculturale. Elisa infatti, come vedremo anche nelle prossime interviste inizia la sua attivit grazie a viaggi allestero, che le hanno dato lo spunto e il coraggio per intraprendere questo mestiere. Ric.: Quanto tempo fa hai iniziato? T.ce.: Pi o meno ho cominciato quasi sette o otto anni fa. Ric.: Da chi hai imparato? T.ce.: Da nessuno, sono autodidatta, ho imparato da sola. Lunica cosa per imparare bene a tatuare farsi tatuare, guardare le tecniche che usano gli altri tatuatori e poi man mano che ti fai tatuare cerchi di buttare l una qualche domanda e se loro hanno voglia di rispondere, ti rispondono se no niente. Comunque guardare, andare alle Convention, guardare gli artisti internazionali, guardare come lavorano loro Secondo Elisa non tutti sono autodidatti, ma iniziano la gavetta sotto padrone in una bottega e per anni imparano e lavorano in uno studio altrui. La tatuatrice ha fatto il primo tatuaggio su un suo amico, che definisce cavia, e man mano si sparsa la voce che lei praticava tatuaggi. Ha cominciato a tatuare sette anni fa e il suo studio stato aperto a Scandiano (RE) pi o meno quattro anni fa.

La tatuatrice rispondendo ad una mia considerazione sullesiguit del numero di donne che fanno questo mestiere, afferma che le cose stanno cambiando e che oggi molte donne, a suo parere, si stanno avvicinando a questa attivit. La terza domanda che le ho rivolto riguardava le emozioni provate durante la sua attivit; Elisa risponde dimostrando di provare rilassamento, soprattutto tatuando persone con le quali ha feeling o nella pratica di tatuaggi che la gratificano sul piano artistico. mi rilasso sto bene a livello di relazione con le persone.. un relax, non lo prendo come lavoro, ma lo prendo come relax quando riesco a fare certi lavori, chiaramente perch mettermi l a fare le cosine, io li chiamo cioppini, cose piccoline che si fanno sempre in continuazione quello diventa un lavoro a livello di macchina, s una routine, una cosa stressante. Rispetto allemozione provata durante questa attivit, lintervistata sente la responsabilit per il gesto indelebile che andr a compiere: E una minima responsabilit alla fine, comunque devi fare qualcosa di fatto bene, poich coloro che escono di qua poi vanno in giro e gli viene chiesto chi te lo ha fatto, quella ragazza l. Quella persona se lo ricorder per tutta la vita alla fine nel bene e nel male, quindi un domani di conseguenza pu andare a direPer per me molto affascinante. Nelle considerazioni finali che il soggetto invitato a fare alla fine dellintervista, Elisa ribadisce limportanza che ha per lei il tatuaggio e la necessit, a suo avviso, che il tatuaggio sia promosso, soprattutto dai mass media, ad arte e stile di vita. i giornalisti dovrebbero cercare di far capire che il tatuaggio una cosa importante e non una cosa che puoi dire ce lho e basta, una pratica da studiare, da pensare.

Antonella Tambakiotis Antonella Tambakiotis nata il 27.03.1974, laureata in lingue a Parma. E stata la mia seconda intervistata. Lintervista stata effettuata in data 5.10.1999. Ho preso contatto con la tatuatrice telefonicamente, chiedendole di fissarmi un appuntamento, lei molto gentilmente mi ha detto che potevo recarmi nel suo studio in qualunque momento conformemente agli orari di ufficio. Anche ad Antonella ho fatto notare che la sua professione solitamente gestita da uomini: Per adesso sta prendendo piede e ci sono molte tatuatrici donne, molte molte, anche in Europa, in America tantissime.

La tatuatrice ha iniziato ad appassionarsi al tatuaggio essendo stata innanzitutto una cliente di altri tatuatori. Anche Antonella si sente unautodidatta, infatti mi racconta di aver appreso a tatuare soprattutto guardando gli altri tatuatori e facendo pratica su di s e su amici: Alla fine ho imparato da sola, praticamente spii un po i tatuatori quando ti vai a far tatuare e se entri in confidenza con qualcuno che ti da dei suggerimenti, pian piano cerchi di imparare sempre pi cose, per la cosa pi importante e provare su di te o se sei fortunata ad avere degli amici che si fidano, ci vogliono delle cavie. Poi alla fine tutto quello che mi mancava, la parte pi professionale della cosa, lho imparata a Bologna Antonella, quindi, ha iniziato a tatuare per hobby, praticando tatuaggi su amici, avendo la fortuna di iniziare data la sua giovane et, in un periodo durante il quale il tatuaggio gi era popolare e le macchinette (cio gli arnesi del mestiere) si potevano trovare pi facilmente. Non si riscontra infatti, nel racconto di Antonella, la difficolt nel reperire gli strumenti, ma si riscontra invece, la difficolt nellimparare questo mestiere: ci pu essere dovuto alla reticenza da parte di tatuatori gi affermati a svelare i propri segreti e a vedere cos allargarsi la cerchia di professionisti. La passione del tatuaggio collegata anche in questintervista, allinteresse per il disegno: T.ce.: Mi facevo fare i tatuaggi da cliente dei tatuatori, poi collegando la mia passione per il disegno e comunque a tutta la cultura del tatuaggio in s ho cominciato un po con i miei amici, fans anche loro, pian pianino si creato un circoletto comperando il materiale adatto, ho cominciato cos per hobby, un po su di me e un po sui miei amici, poi alla fine con il passare degli anni ho cominciato a propormi negli studi di professionisti fin che non sono riuscita a lavorare. Ric.: Dove? A Bologna da Stefano Marchesini (famoso tatuatore bolognese), e l ho imparato quello che mi mancava e cos tra una cosa e laltra sono gi sei anni e passa che faccio tatuaggi Ric.: Quando hai aperto lo studio? Due anni fa, infatti quando mi sono laureata ho pensato di aprire qualcosa di mio... Nel momento in cui svolge lattivit Antonella dice di sentirsi molto concentrata e di lasciare da parte le emozioni: sai ormai diventata una professione, hai un certo distacco dalla parte emotiva, pi che altro cerco di capire le emozioni di chi mi sta di fronte. La tatuatrice quando lavora non influenzata da un motivo particolare:

..Dipende dalle cose che faccio, tantissimi generi, per esempio quando faccio un tribale, quelli che mi piacciono molto sono quelli delle Hawaii, che hanno una certa forma, che riprendono un po il movimento delle onde, molto morbidi, se no quando faccio delle cose colorate, magari devo mantenere un certo realismo, poi magari li faccio io cerco di copiare fedelmente la fotografia o cose che sto riproducendo, se no se faccio di testa mia mi piace molto lo stile fumettistico di grandi colori a contrasto ombre scure, grossi bordi dipende tanto da quello che fai Riguardo agli strumenti di lavoro la tatuatrice afferma che la cura degli strumenti una parte molto importante del lavoro: ne ha gran cura ed molto affezionata ad essi, quasi in maniera feticista. Il fatto che latto del tatuare sia un gesto indelebile genera in Antonella un senso di grossa responsabilit. Il sentire che quel gesto sta modificando una persona fa emergere in lei un senso di autorit, e latto di dipingere su un corpo la coinvolge, dandole soddisfazione.

Lauro Paolini La mia terza intervista stata effettuata a Lauro Paolini, nato il 23.03.55. Ho imparato a mie spese che questo tatuatore molto impegnato poich, stato abbastanza difficile trovare un momento per fare lintervista. spesso era in viaggio oppure era impegnato perch proprio in quel periodo stava aprendo un nuovo negozio di tattoo a Modena. Sono riuscita a mettermi in contatto con lui, e abbiamo fatto lintervista il 6.10.1999. La molla che ha spinto Lauro a mettersi in contatto con il mondo del tatuaggio, stato un viaggio in Brasile: T.re.: Facevo il barbiere e non mi piaceva pi. Io facevo il parrucchiere, lho fatto per ventanni, un mestiere serio e poi ad un certo punto non ce la facevo pi, sono rimasto disoccupato, ho fatto un viaggio in Brasile e in questo viaggio mi sono fatto tatuare e l scattata la molla, ho deciso che sarei diventato tatuatore, come si dice sono rimasto folgorato da questa cosa. Io in quel momento ho deciso che sarei diventato un tatuatore, mi aveva affascinato troppo questo personaggio, questa cosa. A Reggio non cerano tatuatori in quel periodo. Ric.: A Reggio sei stato il primo? A Reggio sicuramente si, esistevano pochi tatuatori ufficiali in Italia, in quel periodo cerano si, ma una decina al massimoio ho acquistato una vecchia attrezzatura da questo tatuatore brasiliano, me la sono portata a casa senza neanche sapere come funzionavaho provato a fare il mio primo

tatuaggio su un amiconon era neanche terribile sono stati peggio i tatuaggi che sono venuti dopo del primo, perch quando si sparsa la voce le persone mi facevano delle richieste un po impegnative per me in quel periodooggi sono diventato un produttore di attrezzature, va b i tempi sono cambiati ci sono migliaia di tatuatori in Italia.. Una volta era abbastanza difficile, cera una protezione assoluta da parte dei tatuatori che gi facevano questo mestiere, cio doveva essere solamente loro, chiunque tentava di farne parte non solo veniva trattato male, ma veniva allontanato dagli studiRic.: Dunque sei autodidatta? T.re.: Assolutamente, non devo ringraziare assolutamente nessuno Anche Lauro ci descrive la chiusura del mondo dei tatuatori prima del boom di questi ultimi sette o otto anni. Chiunque si volesse avvicinare a questo mondo, non era affatto accolto, ma allontanato e tenuto a distanza. A questo proposito riporto le parole di unintervista fatta a Marco Pisa, un tatuatore bolognese gi affermato prima dallesplosione del fenomeno del tatuaggio, tratta da il Tatuaggio di Alessandro Serra: I tatuatori della mia generazione sono una famiglia chiusa, nel senso che abbiamo faticato tanto per inserirci in un ambiente professionale che ora cerchiamo di rendere la vita difficile ai pi giovani. Anche per verificare che funzionino effettivamente le cose e verificare che siano davvero degli appassionati Lauro, il tatuatore reggiano ben descrive questa reticenza della vecchia generazione dai tatuatori ad insegnare, trasmettere le tecniche del mestiere e vendere le attrezzature ai cosiddetti apprendisti. Lauro descrive le sue emozioni mentre tatua, e le sue parole sembrano voler affermare che il fenomeno del tatuaggio cos espanso e cos popolare che il mestiere del tatuatore ha perso un po di quel sapore di proibito e di magico che aveva fino a pochi anni fa. Oggi non provo pi grandi emozioni ed diventato abbastanza di routine, per chiaro che eseguire un tatuaggio mi piace mi stimola sensazioni piacevoli, la riuscita e il lavoro finito. Anche durante il lavoro c tensione, non tensione forte per comunque ci vuole attenzione , concentrazione.. ci deve essere anche sintonia in questa cosa, se il tatuaggio anche un tatuaggio che mi piace e anche la persona che sotto una persona che mi piace provo delle belle emozioni, altrimenti no, perch poi alla fine un lavoro e diamo un servizioormai diventato quasi un servizio.. Nonostante questo, il mestiere del tatuatore rimane particolare e diverso, soprattutto agli occhi di coloro che non conoscono questo mondo.

A questo proposito Lauro racconta che esistono due atteggiamenti tipici: c un tipo di persone che pensa di entrare in un posto non troppo serio e ha dei pregiudizi nonostante voglia un tatuaggio, per cui cerca di mantenere una certa distanza perch ci vede un po come degli ufo; ci sono altre persone che invece vedono questambiente un po trasgressivo e pensano di venire qua e fare i cavoli loro e invece non vero neanche quello Lauro afferma che si ispira ai tatuatori tradizionali quando tatua, al vecchio stile americano detto old styl. I soggetti che si tatuano, racconta, seguono delle tendenze, delle mode, dettate perlopi dai tatuatori stessi. Anche in questa intervista emerge il senso di responsabilit nel tatuatore nei confronti del gesto indelebile del tatuaggio. Tony Messina La mia quarta intervista stata effettuata in data 7.10.1999 a Tony Messina. Questo tatuatore lavora con la moglie, e il primo contatto lho avuto con lei, la quale stata subito disponibile e mi ha detto che potevo andare anche il pomeriggio stesso della mia telefonata. Quando sono andata per, il tatuatore stava lavorando e di comune accordo si deciso per un altro giorno. Nel frattempo Tony mi ha fatto delle domande e mi ha chiesto su quali argomenti verteva lintervista. Subito si dimostrato interessato e abbiamo fissato un appuntamento dopo due giorni da quel primo contatto. La storia di questo tatuatore inizia nel 1986 allorch per alcuni anni prende a lavorare a Torino. Tony Messina inizia dunque la propria attivit prima del cosiddetto boom del tatuaggio. Successivamente, pi o meno nel 91, Tony arriva a Reggio Emilia. Riporto il brano dellintervista che descrive la storia di questo tatuatore: io disegnavo, dipingevo, per tu sai che per unartista sono gratificanti i complimenti ma deve vendere e allora mi venuto in mente di mettermi a fare i tatuaggi, prima come cliente E stato molto difficile ai tempi trovare degli agganci per avere delle semplici macchinette, perch non cera possibilit di comprare, era una casta molto chiusa non cera possibilit di comprare nessun tipo di materiale dopo un po di vicissitudini ci son riuscito perch io parlavo molto bene linglese, ho abitato in America, per cui ho trovato E., tramite lui, tramite alterne vicende: ho dovuto prendere andare in Inghilterra, alla fine della contrattazione mi ha chiesto dove avevo lo studio e io : non ce lho ancora lo studio e allora si ripreso tutto quanto e ha detto: Non ti vendo pi nulla. Sono andato fino al nord dellInghilterra, si impietositonon ha saputo rifiutare di darmi il materiale

Anche questo tatuatore - che ha iniziato a praticare il tatuaggio molto presto - ha avuto difficolt sia ad imparare il mestiere (infatti autodidatta) sia a reperire gli strumenti di lavoro: come tutti sono autodidatta, non c altra possibilit, perch anni fa con i tatuaggi era lunica maniera.. o lavori da qualche tatuatore o sei autodidatta, non c altra possibilit.. Secondo Tony Messina oggi invece chiunque pu iniziare a tatuare, poich le macchinette si possono comprare con facilit e spesso la gente pensa a un tatuaggio come a un taglio di capelli. Il tatuatore insiste invece che bisogna meditare prima di scegliere chi ci pratica il tatuaggio, poich il gesto che si compie indelebile, e ritiene opportuno sottolineare che per diventare un tatuatore bisogna fare molta pratica, di anni e non di mesi, oltre che imparare un minimo di teoria. Tony Messina, rispondendo alla domanda riguardante lemozione che si prova durante la pratica di un tatuaggio, ribadisce il concetto espresso gi da altri suoi colleghi, secondo cui lemozione dopo anni di lavoro viene messa da parte durante lesecuzione del tatuaggio. Solo quando il lavoro finito Tony prova gioia e contentezza. Il rapporto che il tatuatore instaura con i propri strumenti di lavoro molto stretto come abbiamo visto, ma in questa intervista il soggetto osserva: ... non ho un rapporto maniacale come certi miei colleghi I tatuatori da me intervistati dimostrano di non essere in buoni rapporti fra di loro. In tutte le quattro interviste ho rilevato parole screditanti verso gli altri. Questo potrebbe dimostrare laspetto concorrenziale che presente in questambiente. Secondo il tatuatore, il fatto che il tatuaggio sia un gesto indelebile conferisce importanza sia al momento che il tatuato sceglie per tatuarsi, sia al tatuatore che lo pratica: sono la persona che partecipa insieme al mio cliente ad un momento importante della sua vita, di me non ci si dimentica, io posso dimenticarmi di loro, cosa che non avviene perch io mi ricordo praticamente di tutti i tatuaggi, per devo vedere il tatuaggio non mi basta vedere solo la faccia

Da questi quattro racconti iniziali si possono raccogliere vari elementi comuni alle quattro interviste.

Innanzitutto per tutti e quattro gli intervistati, la storia di tatuatori inizia con una svolta della loro vita: con un cambiamento, seguito da un viaggio allestero per tre intervistati. Il viaggio dunque sembra essere un elemento molto importante, che ha dato a Lauro P. e ad Elisa V. lo spunto per iniziare, e a Tony M. il materiale per lavorare. In secondo luogo dalle interviste emerge la difficolt da parte dei nuovi tatuatori ad imparare il mestiere, a reperire il materiale e ad inserirsi nella famiglia dei tatuatori gi affermati. Gli intervistati si definiscono autodidatti e raccontano il cammino pieno di ostacoli che hanno dovuto percorrere prima di riuscire ad affermarsi. Probabilmente si pu individuare in questa difficolt il motivo che porta questi tatuatori a proferire parole di disprezzo verso gli altri. Questo punto ricorre in tutte le interviste. I tatuatori dunque non esitano a screditare gli altri colleghi, e alcuni lo hanno fatto mentre rispondevano alle domande, altri - finita lintervista - mentre conversavano con lintervistatrice.

La bottega Facendo le mie interviste sul luogo di lavoro dei tatuatori ho potuto osservare lo studio e alcuni elementi che lo caratterizzano. Innanzitutto ho riscontrato una notevole professionalit sul lavoro, cosa che sinceramente non mi sarei aspettata prima di intraprendere questa ricerca. In secondo luogo gli studi, nella loro organizzazione, sono simili in parecchi elementi fondamentali: quando si entra in uno studio si accolti immediatamente in una di sala dattesa, di varie dimensioni. In questo ambiente si trovano cataloghi da sfogliare allinterno dei quali sono presenti fotografie che illustrano i lavori eseguiti. Per consuetudine infatti, colui che viene tatuato deve tornare successivamente per essere fotografato ed essere inserito nel catalogo. In questa parte dello studio vengono presi gli appuntamenti e accolti i clienti. Nellatelier di Lauro Paolini, questo ruolo svolto da una segretaria, negli altri dai tatuatori stessi I tatuaggi vengono praticati in punti dello studio adeguatamente attrezzati, o in stanze separate dal resto, qui sempre presente una poltrona reclinabile, simile a quella del dentista, dove viene fatto sedere il cliente. Alle pareti ci sono poster e fotografie che ritraggono piercing e tatuaggi di ogni tipo, ci sono riviste su tatuaggi: ogni tipo di documentazione. Lo studio di Lauro P. il pi asettico e grande, ma anche il pi anonimo, tra quelli da me visitati. Quello di Elisa piccolo, composto solo una stanza, che risulta essere per accogliente e vivace. Tony Messina ha uno studio grande, con una

vera e propria sala daspetto fornita di un folto numero di riviste. Antonella di Correggio possiede uno studio particolare, in cui dominano colori forti e oggetti bizzarri; formato da due stanze, una per gli appuntamenti e una per i lavori. Durante lintervista che ho svolto in agosto ad Elisa laffluenza delle persone era evidente, e simile a quella che si pu osservare in un negozio di parrucchieri. Anche nelle altre interviste ho potuto osservare ci, anche se in maniera meno evidente. Probabilmente ha inciso anche il fatto che lintervista stata svolta nel periodo estivo. Lintervistatrice infatti sostiene che nel periodo estivo laffluenza maggiore, poich durante lestate il tatuaggio pi visibile e pu essere mostrato con maggior facilit.

Il rapporto con il cliente Questa professione abbastanza singolare e il rapporto che si instaura tra tatuato e tatuatore per certi versi si discosta dal rapporto che pu sussistere semplicemente tra un cliente e un venditore. Lauro: quando hai un cliente, che non il cliente che passando dice mi vado a fare un tatuaggio, ma ha programmato bene il suo tatuaggio, con il quale ci si incontrati pi volte per decidere il disegno, si elabora insieme questo disegno e nasce una collaborazione, un feeling importante, questo un bel rapporto, altrimenti solo un rapporto di bottega Queste parole ribadiscono il concetto gi rilevato nei capitoli precedenti, secondo cui, scoppiato il fenomeno del tatuaggio, sembra esistano due tipologie di tatuati: da una parte coloro che si tatuano per seguire le moda del momento e dallaltra coloro che si tatuano per seguire uno stile di vita. Alcuni tatuatori, come Elisa, non riescono a instaurare un rapporto positivo con il primo tipo di clienti descritto innanzi: quelli che affrontano un tatuaggio per moda, arrivano e dicono Ok fammi una cosa piccola perch poi ho paura di stancarmi (ma del tatuaggio non ci si stanca, e basta!), sono pochi quelli che in un secondo tempo si fanno fare un mega tatuaggio Lauro: per cui oggi il tatuaggio non viene richiesto solo da appassionati preparati, ma da tutti, arrivano le mamme che accompagnano i figli minorenni o le figlie che si tatuano, sembra essere un parrucchiere, in certi momenti mi sembra di essere ritornato a fare il parrucchiere

Il boom del tatuaggio che si avuto negli ultimi anni ha fatto s che il mestiere del tatuatore fosse pi allo scoperto rispetto a prima; ci ha reso la clientela pi variegata. Tony Messina, il tatuatore tra quelli che ho intervistato che pratica il tatuaggio da pi anni, ha assistito a ci che si verificato negli ultimi dieci anni: agli inizi era molto pi simpatico, tanti anni fa perch fare il tatuaggio era pi una cosa da sottobosco, pi underground, allora cera un rapporto un po pi intimo, quasi ci fosse qualcosa di proibito, ora non pi, per adesso c' il fatto che i miei clienti sono molto pi preparati, molto pi disposti ad accettare qualche consiglio Fare il tatuatore dunque, non rende automaticamente il rapporto con il cliente straordinario, dalle parole di Antonella dunque: Ric.: Il rapporto con i clienti dunque? T.ce.: E buono, spesso diventa amichevole, nel giro delle prime sedute di tatuaggi, e poi c persona e persona, ci sono quelli che vogliono semplicemente la tua capacit e poi c invece che si avvicina anche emotivamente e si diventa amici A proposito della domanda che riguarda le principali caratteristiche dei clienti che vogliono un tatuaggio, tutti e quattro i tatuatori si trovano daccordo su un punto fondamentale: il fatto che non esistano delle caratteristiche specifiche. Solo Tony Messina identifica unet entro la quale ci si tatua: la media sono giovani, oltre i trentanni raramente vengono da me a meno che non siano gi pieni di tatuaggi.. Dalle quattro interviste emerge che, secondo questi tatuatori, non si pu classificare il tipo di persone che si praticano il tatuaggio, poich la clientela fortemente non omogenea bens mutevole e variegata. I clienti di questi studi dunque, sempre secondo i loro proprietari, non possono essere pi etichettati come ribelli come succedeva prima che il tatuaggio diventasse cos popolare. Riporto le testimonianze di tutti e quattro i tatuatori che concordano pienamente nella risposta a questa domanda: Ric.: In base alla tua esperienza che tipo di caratteristiche hanno e che tipo di personalit quelli che vengono a tatuarsi da te? Antonella: Di tutti i tipi, dallalternativo che ha bisogno di questa cosa, a quello che vuole recuperare le tradizioni tribali, per motivi suoi, alle persone che lo fanno perch lo hanno visto in televisione, lhanno visto dai loro amicie adesso che il tab crollato lo fanno, di tutto , di tutti i tipi, molte donne , moltissime donne!

Lauro: non si riesce a classificarli, sono tutti i ceti sociali, tutti i livelli culturali e tutte le et, diciamo dai quindici anni, anche se ufficialmente teniamo solo maggiorenni, in realt arrivano genitori che autorizzano per iscritto i loro figli per cui li tatuiamola persona pi anziana che ho tatuato una settantenne, molti anni fa. E una signora che ogni tanto viene a farsi un ricordino, che ha sessantasette anni, per di media arrivano fino alla cinquantina, se no ci sono casi sporadici. Elisa: Non ci sono caratteristiche specifiche, c il bimbo di diciassette, sedici anni che gli viene regalato per la premiazione e poi c la signora di cinquantacinque sessantanni, che lo ha sempre desiderato e la situazione del periodo non glielo hanno permesso, allora adesso che il tatuaggio diventato una cosa comune, anche loro che lo hanno sempre voluto se lo possono permettere. Dunque non c una classificazione di persone che si fanno il tatuaggio Tony Messina: No, non pi particolarmente, un tempo erano persone un po pi originali adessoil tatuaggio non una cosa pi di provocazione o cos tanto anti conformista, come farsi una tinta strana ai capelli, c pi gentelunica dote che possono avere in comune di avere quel minimo di coraggio di sopportare una scelta definitiva Una domanda verteva sul tipo di timori che manifesta colui che va a farsi un tatuaggio. Anche per questo aspetto ci sono molte caratteristiche comuni nelle quattro risposte. Il dolore, il fatto di pentirsi per una scelta definitiva, la paura per le reazioni della famiglia e la paura di infettarsi: questi sono i temi che emergono dalle quattro interviste. Tony Messina: il male, la paura: e se poi me ne pento, non sar troppo grosso, queste paura io gliele faccia andare via solitamente Tutti e quattro i tatuatori sono coscienti che il cliente entra nello studio con delle paure, dei timori, ma sono anche convinti che la loro professionalit aiuter il cliente a superarli senza problemi. Da queste interviste appare che non accade mai che chi ha deciso di tatuarsi ritorna sui suoi passi nel momento in cui il tatuatore ha iniziato il lavoro, solo Tony Messina riporta un caso simile: T.re.: una volta sola in quindici anni di professione, ho iniziato ed proprio scappata, sono rimasto cos a bocca aperta, una volta sola e infatti son ancora qua che dicoRic.: le avevi gi fatto qualcosa? Si qualche riga ed rimasta l con due belle righette I tatuatori da me intervistati mostrano un atteggiamento comune rispetto il disegno concordato e le richieste fatte dal cliente. Non sono disposti infatti ad accontentarlo a qualunque costo.

Tony Messina dice che segue la volont del cliente quando questa cosciente, dice lui, cio quando una persone abbastanza matura da fare una scelta definitiva, anche molto grave come tatuarsi la faccia e parti molto estese e visibili del corpo: se arriva il ragazzino punk di quindici anni con la mamma pi pazza di lei che si vuole fare un braccio tutto tribale non glielo faccio perch so che ha quindici anni e so che quando ne ha venti vuole che ne so andare a lavorare in Vaticano.. Io voglio che siano ben motivati entro i limiti umani.. Emerge dunque, che i tatuatori seguono una loro etica nel tatuare le persone e non vendono la loro professione a qualunque costo: cercano di non tatuare i minorenni, a meno che non siano accompagnati dai genitori o con un permesso scritto fatto sempre dai genitori, cercano di non fare soggetti compromettenti, come soggetti politici, in parti del corpo troppo visibili come viso o mani. Non fanno tatuaggi troppo piccoli, che a loro giudizio con il tempo possono diventare delle macchie. Elisa addirittura non fa tatuaggi che non le piacciono: mando via molti clienti, preferisco cos, preferisco che il lavoro rimanga bello nel tempo, piuttosto che diventi una macchia e dopo questa macchia qua va in giro e ha la firma di Elisa e non va bene bisogna fare dei lavori che rimangono belli, basta i clienti devono capire che non si compra tutto con i soldi, cio tu vuoi una cosa che io non ne posso pi di fare. Perch io sono stanca, poi alla fine ce lhanno in diecimila persone! Un altro aspetto molto importante della relazione che il tatuatore ha con il cliente riguarda il rapporto con il corpo della persona sulla quale sta praticando il tatuaggio. Nelle interviste svolte a Lauro ed Antonella il corpo del cliente vissuto come una tela, un foglio di carta; nonostante questo c la consapevolezza della responsabilit dellatto che si sta compiendo e c rispetto verso laltro per questo. Alla domanda dunque: Ric.: Come vivi il corpo dei tuoi clienti? Lauro: ho tanto rispetto per la pelle non tanto per il corpo, la pelle dei mie clienti la mia tela ed io cerco di preservarlo e ho sempre ben chiaro che questo una cosa che non si pu togliere e ho rispetto per loro che affidano il loro corpo nelle mie manila vivo in modo molto serio.. Antonella: come un foglio da disegnare.. allinizio quando studio il disegno, lo guardo nel totale per cercarlo di piazzare in modo carino sulla persona che lo deve portare, e poi diventa un pezzo di carta, un porzione di pelle e basta, non lo vivo come un contatto, (ma) distaccatissimo sia da parte mia sia da parte loro, penso

I due intervistati vogliono sottolineare il fatto che lavorare su un corpo non suscita nessuna emozione in loro, a parte sentirsi caricati di responsabilit. Per le altre due interviste, a Tony Messina ed ad Elisa, le cose sembrano essere differenti, riportano infatti di non considerare la pelle, il corpo del cliente come un foglio di carta, ma in definitiva dalle loro parole emergono le stesse considerazioni fatte pi o meno dagli altri due intervistati. Elisa: se intendi come un foglio di carta, come una tela; no, sono comunque persone, alla fine si sta comunque tatuando qualcosa di vivo quindi cerco di stare attenta e poi ci sono delle voltele ho sempre considerate persone non carta, sempre qualcosa di vivo che poi un giorno porter in giro la mia arte, non durer poi per sempre perch a durata limitata, chiaramente il tempo della vita e basta Tony Messina: il corpo di un essere umano non un foglio, una tela dove dipingere per dimostrare quanto sono bravo o sperimentare le mie cose, il corpo di una persona appartiene alla persone e alla base di tutto la devi rendere contenta, devi renderla pi bella, non devi far vedere quanto bravo sei tunon il disegno in s ma la persona che porta questo disegnola cosa pi importante, deve stare bene alla persona che lo porta, significargli qualcosa, un insieme di pi sottigliezze che alla fine fanno un bel tatuaggioio quando lavoro non lavoro sulla pelle ma come se fossi un medico, non devo badare al male di una personabisogna seguire la volont di una personaavere rispetto. Lavorare sulla pelle, dunque, sia che la si intenda come un foglio di carta sia che no, porta i tatuatori che ho intervistato ad assumersi una grande responsabilit riguardo al corpo che stanno tatuando. Non c nessun accenno in essi allemozione che si pu provare nel dipingere un corpo, se non al dato dellassoluta seriet con cui tutti svolgono la loro arte.

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28. 29. 30. 31. 32. 33. 34. 35. 36. 37. 38. 39. 40. 41. 42. 43. 44. 45. 46. 47. 48. 49. 50. 51. 52. 53. 54. 55. 56. 57. 58. 59. 60. 61. 62.

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63. 64. 65. 66. 67.

68. 69. 70. 71. 72. 73. 74. 75. 76. 77. 78. 79. 80. 81. 82. 83. 84. 85. 86. 87. 88. 89. 90. 91. 92. 93. 94.

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95. 96. 97. 98. 99. 100. 101. 102. 103. 104. 105. 106.

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Allegato A : Le tre scalette per lintervista non direttiva in profondit:


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A tatuati
a. Nome e Cognome (iniziali)..
b. Sesso M F c. Data di Nascita d. Professione e. Data dellintervista Avvisare dei fini dellintervista e garantire anonimato

1.Descrivimi il tuo tatuaggio 2.Allepoca del tatuaggio accaduto qualcosa di particolare nella tua vita (esterno \ interno)? 3.Descrivimi il rapporto che hai avuto col tatuatore . (Se te lo sei fatto da solo come mai) 4.Sensazioni provate, prima, durante e dopo 5.Sensazioni provate di fronte alle reazioni della famiglia, degli estranei (episodi significativi) 6.Tatuaggio e compagnia (gruppo) 7.C differenza tra uomini e donne nel tipo di tatuaggio? 8.Tatuaggio e coppia 9.Come vivi il tuo tatuaggio oggi e il tuo corpo? 10.Mi puoi descrivere le tappe principali della tua crescita, i momenti di cambiamento, quali sono stati gli eventi critici, sia positivi che negativi, che hai dovuto affrontare in questo periodo? 11.Che impressione hai avuto di questa intervista?

B non tatuati
a. Nome e Cognome (iniziali).. b. Sesso M F c. Data di Nascita d. Professione e. Data dellintervista Avvisare dei fini dellintervista e garantire anonimato

1.Nella tua compagnia ci sono giovani che si sono tatuati o hanno fatto il piercing, tu no: come mai? 2.Hai avuto mai voglia di fartelo? Se si, in che occasione? (qualcosa di particolare nella tua vita (esterno \ interno)?) 3.Come ti immagini il rapporto col tatuatore? 4.Ti sei sentito vincolato da qualcuno nella scelta? (episodi significativi) 5.Tatuaggio e compagnia (gruppo)? 6.C differenza tra uomini e donne nel tipo di tatuaggio? 7.Tatuaggio e coppia 8.Come vivi il tuo corpo oggi? 9.Mi puoi descrivere le tappe principali della tua crescita, i momenti di cambiamento, quali sono stati gli eventi critici, sia positivi che negativi, che hai dovuto affrontare in questo periodo? 10.Che impressione hai avuto di questa intervista

C tatuatori
a. Nome e Cognome (iniziali).. b. Sesso M F c. Data di Nascita d. Professione e. Data dellintervista

Avvisare dei fini dellintervista e garantire anonimato 1.Quando hai iniziato a tatuare e qual stata la molla che ti ha spinto verso questa attivit? 2.Da chi hai imparato? 3.Cosa senti nel momento in cui svolgi lattivit in termini di emozioni e in termini razionali? 4.Qual il rapporto con i tuoi clienti? 5.In base alla tua esperienza che caratteristiche e che tipo di personalit hanno i giovani che vengono da te? 6.Ti ricordi se mai scappato qualcuno? 7.In genere che tipo di timori manifestano? 8.Come vivi il corpo dei tuoi clienti? e i tuoi strumenti di lavoro? 9. A cosa ti ispiri, fino a che punto sei disposto a seguire la volont dei clienti ? 10. Quando tu fai un gesto indelebile, cosa senti dunque per questo? 11. Che impressione hai avuto di questa intervista?

Allegato B:
Materiale fotografico
Tutte le foto sono state realizzate con una macchina fotografica, Olympus, con teleobiettivo Vivitar (tranne la N.9, che mi stata gentilmente concessa dalla tatuatrice Elisa Vaccari). 1. Tatuaggio nascosto di L. (femmina)

2. Tatuaggio tribale di R. (femmina)

3.E. (femmina) e il suo tatuaggio tribale sul collo, sotto i capelli

4. R. (maschio) : braccio sinistro con animali delle montagne rocciose

5. R. (m.) braccio destro con testa di maori

6. R. (m.) Araba Fenice sul petto con piercing

7. La bottega di Elisa

8. Tatuaggio che Elisa mi mostra impresso nel proprio corpo

9. Virtuosismo biomeccanoide ( foto gentilmente concessami da Elisa)

10. Tatuatore al lavoro alla convention del 30 ottobre di Bologna

Allegato C:
Due interviste esemplari
1.Intervista ad un soggetto non tatuato Nome e Cognome: A., B. Sesso: F Data di nascita: 08.08.1973 Professione: studentessa Data dellintervista: 12.07.1999 1 Nella tua compagnia ci sono giovani che si sono tatuati o hanno fatto il piercing, tu no come mai? La maggioranza ha il tatuaggio, sono poche le persone che non hanno il tatuaggio nella mia compagnia. Alcuni hanno il piercing e c uno che ha il buco grosso nellorecchio, che terribile. Ric.: Come mai tu no? Perch una cosa permanente nel corpo, in questo momento mi potrebbe piacere ma pi in l non so, con landare del tempo crescendo (ovviamente gravidanze o cose del genere); il corpo non rimarr molto uguale dunque anche queste forme potrebbero cambiare, modificarsi e poi perch non ho trovato qualcosa di fisso che mi potrebbe piacere sempre. Ric.: I tatuaggi dunque ti piacciono? Se sono belli si, ma sinceramente penso non ne farei mai sul mio corpo anche per il dolore Ric.: Questo aspetto del dolore ti sembra che abbia influito? Si, perch ho visto gente che stata tatuata che era l a mettersi le pomate, doveva stare attenta a prendere il sole, a fare il bagno.. devo fare una cosa che mi piaccia. Io non vado neanche sulle giostre! 2.Hai mai avuto voglia di fartelo? S anche il buco nel naso. Mi ricordo una volta che ho detto a mia madre sul tram: cosa preferisci un tatuaggio o un buco nel naso? Lai mi ha detto scendi !. Ric.: In quale occasione hai pensato di fartelo, che hai avuto voglia? S mi ricordo era un periodo particolare nel quale volevo dimostrare esternamente le cose che sentivo dentro, quindi volevo fare un tatuaggio per qualcosa di mio personale, poi alla fine mi sono scervellata e non ho trovato niente e ho pensato che mi avrebbe fatto male. Ric.: Lo associ dunque ad un periodo particolare accaduto nella tua vita? S, per dei cambiamenti che erano successi e li volevo esternare in maniera diversa; sono una persona abbastanza chiusa, raramente parlo dei miei problemi con la gente e quindi era un modo per comunicare, un po pi brutto. Ric.: me ne puoi parlare? Erano cambiati i punti di riferimento che avevo, anche la persone che avevo intorno erano diverse e poi cera tutto un modo particolare di esprimersi, di tirare fuori le emozioni che era diversi per me, provavo a comunicare in modo diverso da come lo avevo fatto fino a quel momento: il tatuaggio era anche questo, poi mi sono accorta che non era il mio modo. Era un modo di esprimere quelle idee che poi sono cambiate. 3.Come ti immagini il rapporto con il tatuatore? A me lhanno descritto; molte persone si sono anche infatuate (per esempio la M.); deve essere un rapporto molto stretto, io se mi dovessi fare un tatuaggio non vado l cos e dico: oh ve fammi questo; io lo devo conoscere devo vedere com lui, come lavora, cio non andrei come vado a comprarmi un vestito per il quale non ho bisogno di conoscere la commessa. Visto che una cosa cos personale, che riguarda la persona, il mio corpo, chi me lo fa deve essermi simpatica se no.. Poi deve avere la manina leggera, e penso che andrei da una donna perch la vedo pi precisa. 4.Ti sei sentita vincolata da qualcuno nella scelta? No perch era un periodo che mia mamma poteva dire quel c che voleva che tanto a me non me ne fregava niente, per stata proprio una cosa mia, perch alla fine lo avrei fatto lo stesso come facevo tutte le altre cose

che mi diceva di non fare. Per pensare che sarebbe stata una cosa che sarebbe durata per sempre.. E poi vedevo che altre persone che se lo erano fatto, non gli piaceva pi, lo cambiavano diventava un pataccone. 5.Tatuaggio e compagnia (gruppo di amici) Per me un modo di esprimersi, alcuni lo hanno fatto proprio per piacersi di pi e per piacere; questo riferito soprattutto alle donne. 6.Ti sembra che ci sia una differenza tra uomini e donne nel tipo di tatuaggio? Le donne lo fanno per avere pi fascino, lo fanno in posti molto particolari, privati. Luomo lo fa invece in posizioni .. o sul braccio, sulla gamba, sul petto in punti molto visibili, secondo me lo fanno per dimostrare virilit, sto pensando proprio a un mio amico, e spesso lo fanno con dei tratti che ricordano i loro visi, a delle cose a cui sono molto legati, comunque sono sempre molto forti mascolini, infatti secondo me, lo fanno per mostrare virilit. Le donne invece si fanno soggetti molto pi per conquistare. Ti sembra che il gruppo influisca nella scelta? Ma dipende dal gruppo, forse il gruppo con cui uscivo prima un po s, le persone con le quali esco adesso sono molto pi individualiste pensano non hanno una mentalit molto di gruppo, diverso, dunque in alcuni casi s, in altri no. 7.Tatuaggio e coppia Nocivo. C un tipo che si tatuava i segni zodiacali delle donne con le quali stato, ad esempio. Una cosa indelebile alla fine non sai mai come potrebbe andare a finire. Ad esempio c un mio amico che ha scritto il nome di una tipa con la quale non ci sta pi e secondo me alla sua morosa attuale d un po fastidio. Ma anche a livello di amicizia ci sono persone che se lo fanno anche complementare (M.), se lo fanno uno a met che si completa con un altro di unaltra persona, non vuol dire niente, perch alla fine sei met, non sei una presona intera. Ric.: Ma secondo te si pu essere vincolati dal partner nella scelta di un tatuaggio? Quello s, pu darsi di s. Nella mia esperienza personale no perch il tatuaggio deve essere una cosa molto personale, molto grossa. 8. Il tuo corpo oggi come lo vivi? Benissimo, abbastanza bene ultimamente lo tratto un po meglio. Ric.: Hai un buon rapporto dunque? Prima non tanto, adesso meglio. Ric.: In che senso? Crescendo quando uno pi piccolo ha tanti complessi, paranoie, non ti piaci come sei fatta: i fianche larghi, le tette grosse.. poi alla fine ti riendi conto che i rapporti, i rapporti di amicizia, non esistono perch sei fatta in un determinato modo, ma ci si esprime in un altro modo, non con il corpo. Quindi adesso non me ne frega poi tanto. Ti piace abbellirti? Si, ma non con il tatuaggio con altre cose, mi piace darmi la crema, ma per lo tratto male, fumando tanto, dormendo poco. 9. Mi puoi descrivere le tappe, cio i momenti di cambiamento, gli eventi critici sia positivi che negativi, durante la tua crescita? Riguardanti che cosa? B a me piaceva tantissimo andare al mare con la mia compagnia e la cosa che mi colpisce di pi vedere quanto uno cambiato, cosa pensavo di fare da grandee, cose che adesso io non farei mai. Cambiamenti proprio cambiamenti radicali nelle persone, nei modi di fare nelle persone che si frequentano. Poi esperienze particolari, non so il mio primo bacio, le prime esperienze con laltro sesso, poi non so, sono troppe! Comunque ero una persona molto chiusa mi ricordo alle medie, non volevo stare qua (a Reggio Emilia), perch io sono di Salerno, e avevo molti amci gi, io ero sempre abituata a passare tutte le vacanze gi e qui non volevo avere nessun rapporto con le persone che cerano; i mie genitori mi ricordo al Sabato mi costringevanmo ad uscire, e io odiavo andare a far la vasca in via Emilia e tra laltro le persone che avevo qua le tenevo a distanza tranne la mia compagna di banco che avevo alle medie, per destate interrompevo i miei rapporti con tutto e alla fine studiavo anche per andare gi e farmi i miei tre mesi di vacanza. Alle superiori, ho preso la patente in fretta, per andare al mare. 10. Mi puoi dire una tua impressione dellintervista? Bella. Ric.: Ma cosa ne pensi? Strana, cosa centra ladolescenza?

2.Intervista ad un soggetto tatuato

Nome e cognome: A. T. Sesso: M Data di nascita:1.01.1973 Professione: Commerciante Data dellintervista:21.09.1999

1. Descrivimi il tuo tatuaggio: E una tigre che esce dalla mia pelle, che poi raffigurata in una foresta, io lho fatta.. Vuoi sapere perch lho fatta? Ric.: Va bene. Comunque lho fatta in un periodo che ero molto insicuro, stavo male, avevo della rabbia e volevo raffigurare il mio stato danimo sul mio corpo, un segnale per gli altri anche. 2. Allepoca del tatuaggio qualcosa di particolare nella tua vita (internamente a te o esterno) S, ero in lotta con me stesso, era un periodo.. mi sentivo diverso dentro di me. Ric.: pi o meno quanto tempo fa? Sette anni fa. Ric.: Dove lhai fatto? Da Lauro. Ric.: Come hai fatto a scegliere il soggetto? Lho scelto perch bene o male guardavo le raffigurazioni degli altri tatuaggi e fare un indiano non mi piaceva, perch una figura troppo diversa da me, volevo una cosa che potesse dare un significato alla rabbia che avevo dentro, per esempio una tigre che uscisse dalla mia pelle perch dentro arrabbiata ma fuori un po gracile, volevo dare un senso a questo mio Ric.: Hai impiegato molto tempo a decidere? No, mi venuta la voglia e lho fatto, ho deciso perch era lunica cosa che potevo fare, perch lorecchino ce lho gi, cosa potevo fare in pi? Anche per una mia forza non solo agli occhi degli altri. 3. Descrivimi il rapporto che hai avuto con il tatuatore. Di amicizia, di tranquillit. Ric.: Sei stato attento anche alla pulizia? Se fosse pulito, bravo, sicuramente. Sono andato da Lauro, perch Lauro quello pi conosciuto a Reggio, mi d sicurezza, pulizia e seriet nel lavoro e allora mi son fidato perch aveva un certo nome. Ric.: E stato uno dei primi. A Reggio s, cera lui e un altro, per laltro non mi piaceva, perch sentivo delle storie su di lui che non mi piacevano, adesso sono aumentati. A Correggio c una ragazza, perch vorrei farmene un altro. Ric.: Vuoi andare da Antonella? S penso di s, un mio amico ha fatto un tatuaggio qui sullavambraccio, mi hanno detto che molto brava ci andr la prossima settimana. Ric.: Cosa pensi di farti? Di farmi un segnalino, un cambiamento di un periodo, una svolta mia che ho vissuto e sto vivendo tuttora, un mio segnale, una cosa che gi un po che volevo, stavolta voglio dare un mio segnale con il tatuaggio, solo mio questa volta, perch rimane tutta la vita. Ric.: Non lo vuoi fare vedere agli altri? No, lo vedono anche gli altri, per gli altri non possono capire quello che significa per me, una cosa mia che gli altri ammirano. Ric.: Hai gi pensato al soggetto? Certo una spalla giapponese. Ric.: Cio? Che prende tutto il petto e va fino alla spalla ..loro lo facevano quando venivano (non si capisce).. Alle loro famiglie, ai loro clan. Questa spalla dava potere dava crescita, e allora io voglio fare questa cosa per una crescita mia. Ric.: ti sei documentato riguardo a questo? Mi sono documentato anni fa quando se lo fatto un mio amico e volevo capire perch si era fatto quel tatuaggio e ho preso dei libri e ho capito cosa voleva dire. 4. Mi puoi descrivere le sensazioni che hai provato prima di tatuarti, durante e dopo? Prima paura, incertezza. Incertezza quando sono entrato, per dentro nel locale mi son seduto ero convintissimo, mentre me lo faceva dicevo: Questo non va pi via e rimane mio, una cosa seria!, e quando ho finito il tatuaggio e mi sono alzato, mi sentivo pi grande, pi forte, una sensazione piacevole che da quellattimo l Per una cosa importante ti fa sentire pi grande. Ric.: Ti ricordi quanto tempo passato da quando hai deciso di fartelo? Penso che

sia passato cinque o sei mesi, pensare Quando lho deciso cinque giorni, lho deciso e lho fatto, come questo qui, lho deciso e lo faccio. 5. Mi descrivi le sensazioni che hai provato davanti alle reazioni della tua famiglia? Nessuna, non avevo nessun timore perch una cosa mia non se lo sono fatti n mia madre n mio padre, io non ho rubato niente, non ho picchiato nessuno, non ho fatto nulla di male nei confronti della legge e nemmeno dei miei genitori, non faccio del male e poi lho fatto in un punto dove lo vedono il meno possibile onde evitare problemi. Ric.: Ma i tuoi genitori cosa ne pensano? I miei va b non lhanno accettato sicuramente, sono rimasti l increduli: ma perch lo hai fatto? Di cosa avevi bisogno? Per oltre a quello non potevano fare. Ric.: Ti importava quello che pensavano loro? Infatti glielho fatto vedere ad atto compiuto poi comunque una cosa mia, non potevano dirmi di no. Ric.: Perch? Perch cosa ho fatto di male? Come lorecchino lo fai e non vai daccordo, come i capelli lunghi, tante cose, i genitori normale che siano contrari, i genitori sperano che il loro bimbo, il bimbo abbia sempre i capelli corti, sbarbato e poi senza orecchino, senza tatuaggio. Ric.: Di fronte agli estranei che sensazioni hai provato? Piacevole di essere guardato e giudicato. Ric.: Ti ricordi episodi significativi? No magari solo occhi addosso, per bene o male mai nessuno che mi abbia detto qualcosa anzi Ad esempio dei ragazzi della mia et che dicono: che bello dove lhai fatto? , per comunque non ho avuto problemi. Ric.: Cosa intendi per piacevole? Piacevole magari mi piaceva anche essere guardato con occhi magari non daccordo con quello che ho fatto, giudicato. Ric.: Ti inorgogliva? Certo perch era quello che volevo fare. 6.Il tatuaggio e la compagnia (il gruppo di amici), ha un ruolo? Secondo me no, almeno per me non lha avuto, per me deve essere una cosa mia, non ho seguito una moda, oppure che ne so, gli amici, una cosa mia. Ric.: Secondo te invece ci sono delle compagnie..? Sicuramente, certo anche qua da noi cos, come i capelli lunghi, come qualunque altra cosa, c gente che si fa trascinare da altri, magari si fa anche prima i tatuaggi; uno deve essere in grado di scegliere, se un uomo, se no un perdente, uno che non sa mai fare le sue scelte 7.Il tatuaggio e la coppia Secondo me una cosa piacevole se riesci ad avere lo stesso desiderio dovuto ad un cambiamento, che ne so , deve essere una cosa stupenda se riesci a farlo con la persona che ami, per lo stesso motivo o magari per motivi diverso o magari collegati. Ric.: I tatuaggi complementari dunque ti piacciono? S, se sono fatti nello stesso modo, s. Sono belli, non devono essere programmati, e ti d piacere quando lo guardi. Come il primo tatuaggio, ogni tatuaggio ha una storia solo sua e invece l in coppia. Ric.: Non ti spaventa che sia un gesto indelebile? No, perch? Magari penso che uno faccia delle scelte, una scelta che non verr pi via! Va b magari agli occhi degli altri sicuramente; uno pensa quando sarai anziano: poi ti cade, ti star male in spiaggia. Va b per l purtroppo cos, ma se pensi quando avrai sessantanni, andrai in spiaggia e porti i nipoti, se pensi a quello.. Allora! Se pensi al futuro Puoi morire anche il giorno dopo! 8. Oggi come vivi il tuo tatuaggio? Lo vivo bene, per mi rendo conto che ne vorrei un altro, sono per appagato perch me lo tocco, sai me lo son fatto dietro la schiena, si vede poco e io mi metto davanti allo specchio, mi giro, me lo tocco e a volte lo sento: pi grosso o un po pi fine, cambia con il mio stato danimo, che ne so, vive sul mio corpo. Non lo vedo, lo sento, adesso infatti ne faccio un altro cos posso anche vederlo, che sia pi presente, diverso quello l, una cosa mia rabbiosa e lho messa apposta dietro, invece questa una cosa pi piacevole diverso. E il tuo corpo come lo vivi? Benissimo, io mi sono tagliato i capelli, il mio corpo allo specchio mi piaceva (pi) con i capelli lunghi. Va b anche il capello corto, per io mi trovo pi a mio agio con il capello lungo.

9. Mi puoi descrivere le tappe principali della tua crescita, i momenti di cambiamento, quali sono stati i momenti critici, sia positivi che negativi, che hai dovuto affrontare in questo periodo? I cambiamenti li ho avuto molto giovane io, cause incidenti ed ospedali. Io ho avuto un infanzia allospedale, mi hanno operato alla schiena, ho passato molto tempo allospedale, come altre cose, polmoniti. Ho avuto un infanzia abbastanza dura e penso di aver capito molte cose, sai gi qual il male e qual il bene, non il massimo, capire la sofferenza. Mi sono sentito molto maturo pi di altri, poi ci sono state storie che mi hanno coinvolto, mi hanno fatto capire determinate realt. Ho vissuto tutto piacere e dolore, magari forse pi dolore quando ero piccolo, poi pian piano il piacere pi avanti. Io penso di essere maturato troppo velocemente, e sicuramente se avessi fatto come tanti altri sarei maturato a ventanni, ventidue, crescendo. Io invece da piccolo ho provato tante cose: paura, angoscia, paura di morire, paura anche della gente perch ero piccolino e non capivo bene quello che mi capitava. Penso di essere cresciuto parecchio, mi ha fatto bene adesso, perch penso di capire bene tantissime cose. Ric.: E dopo? A venti ventidue anni ho iniziato a capire altre realt, in modo diverso, pi belle, pi secche, pi vere, pi strane. Penso di essermi divertito, non rimpiango niente anzi sono contentissimo di essere diventato uomo. E bella cos, la vita bella cos, la devi prendere cos. Averla vissuta tutta, anche conoscendo gente particolare, in situazioni particolari, aver conosciuto gente in gamba nella strada, sono stato fortunato; ho conosciuto persone, siamo diventati amici, io penso che.. Penso a quel periodo l: venti ventidue anni, ho conosciuto il mio migliore amico e penso che mi rimarr accanto tutta la vita e quando avr bisogno faccio una telefonate e lui c, penso di essere stato fortunato in quello. 10.Che impressione ahi avuto dellintervista? Interessante, pi che altro .. Parla di cose una diverse dallaltra e ti fa parlare e ti fa dire tantissime cose se hai voglia di dirle se no non le dici.