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I cento passi (2000)

Origine Italia
Genere Drammatico
Regia Marco Tullio Giordana
Attori Luigi Lo Cascio (Peppino Impastato), Paolo Briguglia (Giovanni Impastato), Luigi Maria
Burruano (Luigi Impastato), Lucia Sardo (Felicia Impastato), Ninni Bruschetta (Anthony),
Tony Sperandeo (Gaetano Badalamenti)
Soggetto Claudio Fava, Monica Zappelli
Sceneggiatura Claudio Fava, Monica Zappelli, Marco Tullio Giordana
Fotografia Roberto Forza
Musiche vari brani anni ’70 tra cui A whiter shade of pale dei Procol Harum, Summertime cantata
da Janis Joplin
Montaggio Roberto Missiroli

- Premio per la Migliore sceneggiatura alla 57^ Mostra del Cinema di Venezia
- Vincitore di 5 David di Donatello 2001: migliore sceneggiatura – attore protagonista (Lo Cascio) –
attore non protagonista (Sperandeo) – migliori costumi – David scuola
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Ne I cento passi sono racchiuse due grandi storie di coraggio.

La prima è naturalmente la vita di Giuseppe Impastato, questo giovane siciliano pieno di ironia,
spinto all’azione politica dalla più semplice delle idee: che la sua Cinisi poteva crescere
soltanto schiacciando la mafia, anzi ripudiandola, per utilizzare un verbo caro ai nostri
Costituenti.

Ripudiare è molto più del semplice condannare: il ripudio è una condanna carica di autocritica
vera, è disconoscere un male che s’è nutrito anche dei propri gesti.
Se l’Italia con la Costituzione ripudia la guerra quale strumento di offesa, Peppino Impastato
sancisce sin da subito, con nettezza, il suo ripudio della mafia: è un ripudio che porta una
rottura con il suo stesso nome e la sua famiglia, che annovera tra le sue fila alcuni elementi di
secondo piano della malavita locale.
La natura della sua ribellione lo porterà dunque a un rapporto senza compromessi con i suoi
familiari, in particolare col padre: un conflitto di mentalità e stili di vita che trova le sue radici
nella diversa prospettiva con la quale i due inquadrano il fenomeno mafioso.

Sono l’abitudine, il quieto vivere secondo Peppino il pane quotidiano della malavita: avere la
casa di Zu Tanu Badalamenti a 100 passi dalla propria casa, incontrarlo e scambiare due
chiacchiere con lui e pensare che sia tutto normale, che non ci siano alternative all’accettare
questa realtà, col nemico a pochi metri da casa affrontato come un passante qualsiasi.

Ed è così che Peppino insieme ad altri ragazzi decide di battersi per migliorare la vita civile del
suo paese, animando il circolo Musica e cultura, creando la radio indipendente autogestita
Radio Aut e portando quindi tra i giovani del paese quella vitalità e quella voglia di agire che
hanno caratterizzato i movimenti degli anni ’70.
Un modello culturale che unisce intrattenimento e impegno sociale, perché Peppino ha ben
chiaro che non è solo con il distratto ripetersi dei riti di paese, o col saluto ossequioso a don
Tano Badalamenti che la mafia si radica sul territorio: ed è questa consapevolezza che lo
porterà a contestare in modo radicale e clamoroso l’ala più “freak” del movimento, quella che
sotto le insegne luccicanti della provocazione e di un divertimento disinibito nasconde la
pericolosa insidia del disimpegno.

E’ per questi motivi che ha ragione Marco Tullio Giordana quando afferma, nelle note di regia,
che questo film non è un film sulla mafia: I cento passi è un film su un ragazzo e se non ci
fosse di mezzo un omicidio di inaudita barbarie lo si potrebbe definire, in tutta tranquillità, un
film sull’impegno dei giovani negli anni 70.

Se quella di Peppino Impastato è la prima storia di coraggio – la più lampante, l’altra è di


sicuro quella di sua madre, Felicia Bartolotta.

Il film è eloquente sulla sua profondità umana, ma è soprattutto la sua vita a essere una
splendida testimonianza di amore materno e impegno civile: Felicia Bartolotta decide infatti di
non rassegnarsi alla perdita del figlio e di continuarne l’azione, compiendo 3 gesti di cruciale
importanza.

Innanzitutto, rompe in modo pubblico qualsiasi legame con quei personaggi che, nella sua
famiglia, hanno ancora legami con le cosche.

In secondo luogo, intraprende una lunga battaglia giudiziaria per accertare la verità sulla
morte del figlio, che come vedremo sarà inizialmente travisata (boicottaggio?) e che troverà
sentenza ultima solo nel 2002, con la condanna di Badalamenti quale mandante
dell’assassinio.

Terzo, si batte perché la vita del figlio fosse conosciuta per quello che era davvero: se la sua
storia ci è nota e possiamo vedere questo film è solo grazie alla tenacia di Felicia, che
scrivendo un libro (“La mafia in casa mia”) e rilasciando numerose interviste riesce a vincere
lo scetticismo di tanti giornalisti, che avevano dato credito alla tesi di un Peppino terrorista
maldestro morto per un “incidente di lavoro nel compimento di un attentato” (tesi avvalorata
ancora nel 2002 dai difensori di Badalamenti e da un quotidiano di rilevanza nazionale).

Nella scheda che distribuiremo a fine film vi proponiamo un interessante parallelo tra la
sceneggiatura del film e gli episodi della vita reale di Peppino: non mancheranno sorprese.

Buona visione a tutti,


Raffaele Lauro – Mente Locale

Dalle note di regia


Questo non è un film sulla mafia, non appartiene al genere. E' piuttosto un film sull'energia,
sulla voglia di costruire, sull'immaginazione e la felicità di un gruppo di ragazzi che hanno
osato guardare il cielo e sfidare il mondo nell'illusione di cambiarlo. E' un film sul conflitto
familiare, sull'amore e la disillusione, sulla vergogna di appartenere a uno stesso sangue. E'
un film su ciò che di buono i ragazzi del'68 sono riusciti a fare, sulle loro utopie, sul loro
coraggio. Se oggi la Sicilia è cambiata e nessuno può fingere che la mafia non esista (ma
questo non riguarda solo i siciliani) molto si deve all'esempio di persone come Peppino, alla
loro fantasia, al loro dolore, alla loro allegra disobbedienza.

Associazione di Promozione Sociale Mente Locale

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