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NATALE

nella

di Enrico Linaria

LETTERATURA

Come ogni anno, andando in libreria per fare qualche regalo natalizio, dovete cuccarvi le imposizioni del
Come ogni anno, andando in libreria per fare qualche regalo natalizio, dovete cuccarvi le imposizioni del mercato
e di parecchi librai che vi piazzano in bella vista (o vi rifilano) le novità più pubblicizzate: dai soliti similcomici agli
immancabili instant-book, al solito “vespone” nazionale come se non bastassero le sue “imperversioni” televi-
sive. Non fatevi incantare. Standovene fuori dal coro/branco cercate il meglio in questa lista di romanzi, poesie,
racconti e commedie sul Natale. Di questi in libreria ne troverete solo alcuni. Quelli fuori catalogo potete però
cercarveli con amore/pazienza nelle biblioteche e nei mercatini. Se li trovate, leggeteli e divulgateli. Aiuterete la
cultura e darete un grande contributo alla non massificazione-omologazione delle menti.
...
la cultura ha bisogno di te
del tuo cervello più che del tuo denaro
1992
1992

prosa teatro

&

CANTICO DI NATALE (A Christmas Carol, 1843) romanzo breve di Charles Dickens (1812-1870)

Ebenezer Scrooge, tirchio e ricco finanziere londinese, considera il Na- tale una “perdita di tempo”. Infastidito dall’aria di festa che si respira, costringe il suo umile impiegato Bob Cratchit, al quale dà uno stipendio

da fame, a presentarsi al lavoro anche la vigilia di Natale. Non contento,

risponde male a tutti coloro che gli fanno gli auguri. Anche all’affettuoso nipote Fred che lo prega invano di pranzare con la sua famiglia. L’unica compagnia che conta per Scrooge è quella della sua cassaforte. Una

volta a casa, gli appare il fantasma del suo ex-socio Marley morto sette anni prima. Lo spaventa e gli annuncia la visita imminente di tre spiriti:

quello del Natale passato, quello del Natale presente e quello del Natale

futuro. Il primo lo tormenta per gli sgarbi da lui fatti a persone che gli vole-

vano bene, in primo a Bella, una ragazza povera che lui rifiutò di sposare

perché non aveva dote. Il secondo gli mostra la gioia che regna nell’umi- le casa di Cratchit, in quella di Fred e dovunque la gente si ritrovi a fe-

steggiare la notte di Natale. Il terzo gli mostra una Londra natalizia dove

tutti ridono per la morte di un vecchio odioso e tirchio che ovviamente è

lui. Ravveduto, la mattina di Natale manda un ragazzo a comprare il più

grosso tacchino in vendita nel negozio lì vicino e premiandolo con una corona glielo fa portare a casa di Bob Cratchit. Sbarbato e vestito a fe- sta, Scrooge se ne va a spasso per Londra salutando tutti con affabilità. Incontra anche l’uomo che gli aveva invano chiesto un contributo per i

più poveri. Si scusa con lui e dona una grossa cifra di denaro. Trova poi

la forza di presentarsi a casa di suo nipote che lo aveva invitato per Na- tale: accolto con calore, passa il più bel Natale della sua vita.

da CENTOMILA GAVETTE DI GHIACCIO (1963)

romanzo autobiografico di Giulio Bedeschi (1915-1990), sottotenente medico sul fronte russo nel 1942 e nel 1943

La notte di Natale calò sulla distesa bianca; era patetica e struggente come

solo i soldati in trincea la sentono, lontani da ogni bene, dispersi nel silenzio, prossimi alle stelle. A mezzanotte dalle gelide tane fra la neve, ombre lente sortirono sulla pianura e s’avviarono silenziose verso un punto un poco lu- minoso. Convenivano dagli esigui tuguri ricavati fra neve e terra; andavano a processione e giungevano alla piccola luce, alla baracchetta del Comando

  • di battaglione a salutare Gesù, perché il cappellano Lo chiamava tra gli al-

pini, in quella notte: diceva la Messa di Natale in prima linea e Lo pregava

  • di scendere, a trovare gli alpini, che Lo attendevano con puro cuore. Pochi

avevano trovato posto nella baracchetta, i più stavano nella neve, si erano in- ginocchiati nella neve e dalla porticina aperta vedevano le due candele accese e il cappellano che pregava per chiamare Gesù. Il Cappellano pregava con fervore ma un poco in fretta, perché gli alpini tremavano di freddo, quarantadue feroci gradi sotto zero, ma erano venuti da Lui. Stavano fermi e buoni nella neve, le ginocchia sprofondate nel bianco parevano di ghiaccio; tenevano la testa bassa a dire le loro semplici preghiere e ogni tanto l’alzavano per riuscire a scorgere il chiarore delle due candele.

da CRISTO SI È FERMATO A EBOLI (1945)

romanzo di Carlo Levi (1902-1975)

Il cupo-cupo è uno strumento rudimentale, fatto di una pentola o di una scatola di latta, con l’apertura superiore chiusa da una pelle tesa come un tamburo. In mezzo alla pelle è infisso un bastoncello di legno.

Soffregando con la mano destra, in su e in giù, il bastone, si ottiene un suono basso, tremolante, oscuro, come un monotono brontolio. Tutti i ragazzi, nella quindicina che precede il Natale, si costruivano un cu- po-cupo, e andavano, in gruppi, cantando delle lunghe filastrocche senza senso, non prive di una certa grazia. In compenso, ricevevano in regalo dei fichi secchi, delle uova, delle focacce o qualche moneta.

FAVOLA DI NATALE di Giovanni Guareschi (1908-1968)

Scritta nel dicembre 1944 durante la prigionia nel campo di concentra- mento di Sandbostel, venne raccontata per la prima volta la sera della vi- gilia di Natale dello stesso anno in una baracca nel campo con l’accom- pagnamento di una fisarmonica. Nella premessa della favola Guareschi indica come muse ispiratrici Freddo, Fame e Nostalgia.

Ecco la prima parte di questa favola:

C’era una volta un prigioniero… No: c’era una volta un bambino… Meglio ancora: c’era una volta una Poesia… Anzi, facciamo così: C’era una volta un bambino che aveva il papà prigioniero. “E la Poesia?” direte voi “Cosa c’entra?” La Poesia c’entra perché il bambino l’aveva imparata a memoria per reci- tarla al suo papà, la sera di Natale. Ma, come abbiamo spiegato, il papà del bambino era prigioniero in un Paese lontano lontano. Un Paese curioso, dove l’estate durava soltanto un giorno e, spesso, anche quel giorno pioveva o nevicava. Un Paese straordinario, dove tutto si tirava fuori dal carbone: lo zucchero, il burro, la benzina, la gomma. E perfino il miele, perché le api non suggevano corolle di fiori, ma succhiavano pezzi d’antracite. Un Paese senza l’uguale, dove tutto quello che è necessario all’esistenza era calcolato con così mirabile esattezza in milligrammi, calorie, erg e ampère, che bastava sbagliare un’addizione - durante il pasto - per rimanerci morti stecchiti di fame. Stando così le cose, arrivò la sera della vigilia, e la famigliola si trovò adunata attorno al desco, ma una sedia rimase vuota. E tutti guardavano pensierosi quel posto vuoto, e tutto era muto e immobile nella stanza, perché anche l’orologio aveva interrotto il suo ticchettare e la fiamma era ferma, come ge- lata nel camino. Allora il bambino, chi sa perché, si levò ritto sul suo sgabello, davanti alla sedia vuota, e recitò ad alta voce la Poesia di Natale:

Din don dan la campanella Questa notte suonerà E una grande, argentea stella Su nel ciel s’accenderà…

1959
1959

Il bambino recitò la sua poesia avanti alla sedia vuota del papà e, com’ebbe finito, la finestra si spalancò ed entrò una folata di vento. E la Poesia aperse le ali e volò col vento. “La Poesia aperse le ali? “ direte voi “E come faceva ad aprire le ali? La Poe- sia è forse una farfalla?” No, la Poesia è un uccellino. Un uccellino fatto di cielo azzurro impastato in un raggio di luna. Un uccellino che nasce (come sboccia un fiore) nel tiepido cuore del poeta, e subito scappa fuori dalla sua rossa gabbietta e va a saltare sul foglio banco che sta sopra la scrivania. Ma non può ancora volare perché gli mancano le ali: e allora il poeta intin- ge la penna e gli fabbrica le ali con le più belle parole che gli vengono alla mente. E ogni verso diventa una piuma. E quando tutto è finito, l’uccellino spicca il volo e porta per il mondo le parole del poeta. E tutti le leggono per- ché l’uccellino si posa – ad ali spiegate – dovunque scorge un foglio bianco, e le parole si vedono benissimo perché l’uccellino è fatto di aria trasparente, mentre le parole sono scritte con l’inchiostro di China. La Poesia dunque spiccò il volo e via col Vento. “Dove vuoi che ti porti?” le domandò il Vento. “Portami nel Paese dove è adesso il papà del mio bambino”, disse la Poesia. “Stai fresca!” rispose il Vento, “Perché prendano anche me e mi mandino al lavoro obbligatorio a far girare le pale dei loro mulini a vento! Niente da fare: scendi!”.

1994
1994

Ma la Poesia tanto pregò che il Vento acconsentì a portarla almeno alla frontiera. E cammina, cammina, cammina nella notte di pace, finalmente arrivarono al confine e il Vento fermò il motore, e la Poe- sia scese e si avviò a piedi verso la siepe che divideva i due Paesi. Faceva tanto freddo che la povera poesiola aveva tutte le rime gelate e non riusciva neppure a spiccare il volo. “Dove vai?” le chiese un vecchio il quale, con uno stoppino legato in cima a una pertica, cercava invano d’accendere qual- che stellina nel cielo nero. “Dove vai?” “Al campo di concentramento”, rispose la Poesia senza fermarsi. “Ohimè”, sospirò il vecchio, “internano anche la Poesia, adesso? Cosa ci resterà più?”.

Poi, nella notte buia, in un mondo pieno di gentaglia con le città che fanno i conti con le bombe, il piccolo Alber- tino affronta il pericolo e va a fare visita al padre lontano perché vuole recitargli la poesia di Natale. È accompa- gnato dal cane Flik e della nonna che ha avuto la stessa idea. In mezzo a un bosco magico, incontrerà il babbo che nel frattempo è riuscito a scappare con un sogno dalle sentinelle di guardia ...

FAVOLA DI NATALE 2 di Giovanni Guareschi (1908-1968)

Forse Margherita ha ragione quando dice che occorre la maniera forte coi bambini: il guaio è che, a poco a poco, usando e abusando della maniera forte, in casa mia si lavora soltanto con le note sopra il rigo. La tonalità, anche nei più comuni scambi verbali, viene portata ad altezze vertiginose e non si parla più, si urla. Ciò è contrario allo stile del “vero signore”, ma quando Margherita mi chiede dalla cucina che ore sono, c’è la comodità che io non debbo disturbarmi a rispondere perché l’inquilino del piano di sopra si affaccia alla finestra e urla che sono le sei o le dieci. Margherita, una sera del mese scorso, stava ripassando la tavola pitagorica ad Albertino e Albertino s’era impuntato sul sette per otto. Sette per otto? - cominciò a chiedere Margherita. E, dopo sei volte che Margherita aveva chiesto quanto faceva sette per otto, sentii suonare alla porta di casa. Andai ad aprire e mi trovai davanti il viso congestionato dell’inquilino del quinto piano (io sto al secondo). Cinquantasei! - esclamò con odio l’inquilino del quinto piano. Rincasando, un giorno del dicembre scorso, la portinaia si sporse dall’uscio della portineria e mi disse sarcastica: È Natale, è Natale è la festa dei bambini - è un emporio generale - di trastulli e zuccherini! Ecco - dissi tra me - Margherita deve aver cominciato a insegnare la poesia di Natale ai bambini. Arrivato davanti alla porta di casa mia, sentii appunto la voce di Margherita:

«È Natale, è Natale - è la festa dei bambini!

...

».

È la festa dei cretini! - rispose calma la Pasionaria. Poi sentii urla miste e mi decisi a suonare il campanello.

1986
1986

Sei giorni dopo, il salumaio quando mi vide passare mi fermò. Strano, - disse - una bambina così sveglia che non riesce a imparare una poesia così semplice. La sanno tutti, ormai, della casa, meno che lei. In fondo non ha torto se non la vuole imparare - osservò gravemente il lattaio sopravvenendo. - È una poesia piuttosto leggerina.

È molto migliore quella del maschietto: «O Angeli del Cielo - che in questa notte santa - stendete d’oro un velo - sulla

natura in festa ...

». Non è così, - interruppe il garzone del fruttivendolo. - «O Angeli del Cielo - che in questa notte santa stendete d’oro un

velo - sul popolo che canta ...

Nacque una discussione alla quale partecipò anche il carbonaio, e io mi allontanai. Arrivato alla prima rampa di scale sentii

l’urlo di Margherita: «

...

che

nelle notti sante - stendete d’oro un velo - sul popolo festante

...

».

Due giorni prima della vigilia, venne a cercarmi un signore di media età molto dignitoso. Abito nell’appartamento di fronte alla sua cucina, - spiegò. Ho un sistema nervoso molto sensibile, mi comprenda. Sono tre settimane che io sento urlare dalla mattina alla sera:

«È Natale, è Natale - è la festa dei bambini - è un emporio generale - di trastulli e zuccherini». Si vede che è un tipo di poesia non adatto al temperamento artistico della bambina e per questo non riesce a impararla. Ma ciò è secondario: il fatto è che io non resisto più: ho bisogno che lei mi dica anche le altre quartine. lo mi trovo nella condizione di un assetato che, da quindici giorni, per cento volte al giorno, sente appressarsi alla bocca un bicchiere colmo

d’acqua. Quando sta per tuffarvi le labbra ecco che il bicchiere si allontana. Se c’è da pagare pago, ma mi aiuti. Trovai il foglio sulla scrivania della Pasionaria. Il signore si gettò avidamente sul foglio: poi copiò le altre quattro quartine e se ne andò felice. Lei mi salva la vita - disse sorridendo. La sera della vigilia di Natale passai dal fornaio, e il brav’uomo sospirò. È un pasticcio - disse. - Siamo ancora all’emporio generale. La bambina non riesce a impararla, questa benedetta poesia. Non so come se la caverà stasera. Ad ogni modo è finita! - si rallegrò. Margherita, la sera della vigilia era triste e sconsolata. Ci ponemmo a tavola, io trovai le regolamentari letterine sotto il piatto. Poi venne il momento solenne.

Credo che Albertino debba dirti qualcosa, - mi comunicò Margherita. Albertino non fece neanche in tempo a cominciare i convenevoli di ogni bimbo timido: la Pasionaria era già ritta in piedi sulla sua sedia e già aveva attaccato decisamente:

«O Angeli del Cielo - che in queste notti sante - stendete d’oro un velo - sul popolo festante

...

».

Attaccò decisa, attaccò

proditoriamente, biecamente, vilmente e recitò, tutta d’un fiato, la poesia di Albertino. È la mia! - singhiozzò l’infelice correndo a nascondersi nella camera da letto. Margherita, che era rimasta sgomenta, si riscosse, si protese sulla tavola verso la Pasionaria e la guardò negli occhi.

  • Caina! - urlò Margherita. Ma la Pasionaria non si scompose e sostenne quello sguardo. E aveva solo quattro anni, ma c’erano in lei Lucrezia Borgia, la madre dei Gracchi, Mata Hari, George Sand, la Dubarry, il ratto delle Sabine o le Sorelle Karamazoff. Intanto Abele, dopo averci ripensato sopra, aveva cessato l’azione. Rientrò Albertino, fece l’inchino e declamò tutta la poesia che avrebbe dovuto imparare la Pasionaria. Margherita allora si mise a piangere e disse che quei due bambini erano la sua consolazione. La mattina un sacco di gente venne a felicitarsi, e tutti assicurarono che colpi di scena così, non ne avevano mai visti neanche nei più celebri romanzi gialli.

I FIGLI DI BABBO NATALE di Italo Calvino (1923-1985) da MARCOVALDO, OVVERO LE STAGIONI IN CITTA’ (1963)

I figli di Babbo Natale è l’ultima novella di Marcovaldo, ovvero Le stagioni in città, raccolta di venti novelle di Italo Calvino divisa in quattro parti,

1958
1958

ognuna dedicata a una stagione dell’anno. Il protagonista delle novelle è Marcovaldo, un manovale ingenuo e sensibile con problemi economici. Nella novella I figli di Babbo Natale, per conto della Sbav, la società per

cui lavora, Marcovaldo va in giro porta a porta vestito da Babbo Natale a portare regali. Ci va insieme al figlio Michelino che vuole fare un re- galo a un bambino povero. Dopo avere fatto visita al figlio viziatissimo

  • di un famoso industriale, Michelino arriva alla conclusione che quello è

un bambino decisamente “povero” e decide di regalargli un martello, un tirasassi e dei fiammiferi. Con questi oggetti il bimbo distrugge la lussuo- sa casa dove abita. Il giorno dopo, Marcovaldo va al lavoro temendo di essere licenziato. Scopre invece che l’industriale è rimasto molto colpito

da quei regali che hanno fatto divertire il figlio, tanto che la Sbav decide

  • di mettere in commercio il “regalo distruttivo”.

IL LUNGO PRANZO DI NATALE The Long Christmas Dinner (1931) atto unico di Thornton Wilder (1897-1975) Novant’anni di storia (dal 1860 al 1950) della famiglia Bayard, scandita

nel tempo dai pranzi del giorno di Natale, simboli per eccellenza di ag- gregazione familiare. La storia vede in scena nove personaggi, apparte-

nenti a tre diverse generazioni, che si avvicendano sul palco seguendo il ritmo inesorabile della vita e della morte, e che di volta in volta rappre-

sentano virtù e vizi tipici della propria epoca scandendo un rituale quasi

meccanico.

UN NATALE (1983), romanzo breve di Truman Capote (1924-1984)

La vicenda, scritta in prima persona, è autobiografica. Buddy (un bam- bino che vive in Alabama in casa di Sook, una cugina di sua madre) narra di un Natale trascorso con il padre a New Orleans. L’autore, af- fidato alle cure di Sook dalla madre che aveva lasciato il marito dopo

un anno di matrimonio, vede raramente i suoi genitori. Quando Sook

annuncia a Buddy che il padre vuole che vada a trascorrere il Natale con lui, il ragazzo non vuole partire ma Sook riesce a convincerlo. “È

la volontà del Signore e chissà – gli dice – che tu non riesca a vedere

la neve”. Arrivato a New Orleans con il pullman, Buddy chiede dove

sia la neve e il padre gli dice che a New Orleans la neve non c’è mai.

Quando il ragazzo scopre che i regali sotto l’albero li ha messi il pa-

dre, arriva alla conclusione che se Babbo Natale non esiste, Sook gli

ha mentito. Passate le feste, Buddy ritorna da Sook. Dodici ore dopo

1964
1964

il ritorno, Buddy è a letto a casa della zia. La stanza è al buio. Sook gli siede accanto dondolando su una sedia a dondolo, con un rumo- re rasserenante quanto le onde dell’oceano. Buddy le racconta tutto

ciò che è accaduto a New Orleans e si sofferma in particolare sulla questione di Babbo Natale, Sook lo rassicura: “Ma certo che Babbo Natale esiste. Solo che non c’è nessuno che possa fare da solo tutto

quello che deve fare lui. E allora il Signore ha distribuito i suoi compiti tra tutti noi”.

UN NATALE A CEYLON E ALTRI RACCONTI INDIANI (1912)

  • di Guido Gozzano

Raccolta di articoli scritti per il quotidiano La Stampa durante una sua permanenza in India nel 1912.

Tra i febbraio e l’aprile del 1912 Guido Gozzano è in India: sull’onda

delle peregrinazioni di Stevenson, raggiunge le spiagge esotiche per cu- rare la tubercolosi. Due anni dopo, riprendendo i suoi taccuini di viaggio, racconta impressioni e riflessioni scaturite da quell’esperienza in una serie di articoli usciti sulla Stampa e poi raccolti in volume col titolo Verso la cuna del mondo. Si tratta di pagine di diario, fantasie, meditazioni in forma di elzeviro, trasformate in veri e propri racconti che restituiscono situazioni, immagini e paesaggi di un’India sognata e agognata, miste- riosa e remota.

NATALE A LAS VEGAS (Christmas in Las Vegas) commedia satirica di Jack Richardson (1935-2012) messa in scena a Broadway nel 1965 Edward T. Wellspot è un giocatore d’azzardo professionista che da molti

anni trascorre il Natale a Las Vegas per andare ai casino con la speranza

  • di sbancarli. Quest’anno ci sono più problemi del solito. Colleziona una

perdita dopo l’altra e i dissidi famigliari sono piuttosto forti. Tutto sembra

perduto finché incontra un tipo misterioso che ha il tocco magico di Mida. Improvvisamente il mondo per Edward si fa dorato. Una grande presa in

giro dell’era Rat Pack in voga negli anni Cinquanta a Las Vegas.

NATALE A REGALPETRA (1956)

racconto breve di Leonardo Sciascia (1921-1989)

Il Natale dei tempi andati, con le sue miserie e la sua poesia. Lo scrittore siciliano descrive con lucidità, senza fronzoli, il Natale dei ragazzi del

povero paesino di campagna.

1995 1995 1958
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I ragazzi battono i piedi, si soffiano sulle mani cariche di geloni. L’aula ha quattro grandi vetrate: damascate di gelo, tintinnano per il vento come le sonagliere di un mulo. Come al solito, in una paginetta di diario, i ra- gazzi mi raccontano come hanno passato il giorno di Natale: tutti hanno giuocato a carte, a scopa, sette e mezzo e ti-vitti (ti ho visto, un gioco che non consente la minima distrazione); sono andati alla messa di mezzanot- te, hanno mangiato il cappone e sono andati al cinematografo. Qualcuno afferma di aver studiato dall’alba, dopo la messa, fino a mezzogiorno; ma è menzogna evidente. In complesso tutti hanno fatto le stesse cose; ma qualcuno le racconta con aria di antica cronaca: “La notte di Natale l’ho passata alle carte, poi andai alla Matrice che era piena di gente e tutta luminaria, e alle ore sei fu la nascita di Gesù”. Alcuni hanno scritto, senza consapevole amarezza, amarissime cose:

“Nel giorno di Natale ho giocato alle carte e ho vinto quattrocento lire e con

1995
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questo denaro prima di tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei caramelle e gazosa”. Il ragazzo si è sentito felice, ha fatto da amico a suo padre. Pagandogli il biglietto del cinema… Ha fatto un buon Natale. Ma il suo Natale io l’avrei voluto diverso, più spensierato. “La mattina del Santo Natale – scrive un altro – mia madre mi ha fatto trovare l’acqua calda per lavarmi tutto”. La giornata di festa non gli ha portato nient’altro di così bello. Dopo che si è lavato e asciugato e vestito, è uscito con suo padre “per fare la spesa”. Poi ha mangiato il riso col brodo e il cappone. “E così ho passato il Santo Natale”.

IL NATALE DEL 1833 (1983) di Mario Pomilio

Il Natale del 1833 prende avvio dall’omonima lirica del Manzoni, abbozzata quasi di getto sull’onda del dolore causatogli dalla morte della prima moglie e rimasta incompiuta nonostante i ripetuti tentativi di termi- narla. Il protagonista è proprio lui, Manzoni, esplorato nel suo dramma d’uomo e in una “crisi di fede entro

la fede” divenuta crisi creativa e preludio al suo silenzio di scrittore. Pomilio, mentre ne ricrea la vicenda in un libero gioco di verità e di invenzione, d’utilizzazione di documenti reali e di fonti immaginarie, ci offre un

Manzoni più vero, forse, del vero, facendone in realtà la metafora di una condizione: quella dell’artista diviso nell’intimo tra sfide poetiche e ritrosie morali fino a mancare un possibile capolavoro.

UN NATALE DI MAIGRET (Un Noël de Maigret, 1951), romanzo di Georges Simenon (1903-1989)

La mattina di Natale la signorina Doncoeur e la signora Loraine Martin, che abitano dall’altra parte del bou- levard Richard-Lenoir, fanno visita a Maigret. Gli riferiscono che la nipote della Martin, una bambina di sette

anni immobilizzata a letto per una gamba ingessata, ha riferito loro che durante la notte è venuto a trovarla

Babbo Natale. Dopo averle regalato una bambola, ha fatto un buco nel pavimento per portare regali ad altri

bambini e poi è sparito. Maigret, prende sul serio la cosa e inizia a indagare. Dirigendo Lucas e Torrence tramite telefono, il commissa- rio conduce le indagini dal suo appartamento, in vestaglia, tra il profumo dei manicaretti preparati dalla moglie.

Scopre che la zia della piccola, prima di sposarsi, è stata l’amante del proprio datore di lavoro, un certo Loril-

leux che è sparito da tempo. Maigret crede che sia stato proprio lui, travestito da Babbo Natale, a introdursi

nella stanza della ragazzina cercando, senza trovarla, la refurtiva di un crimine lasciata in custodia a Loraine. La donna, come risulta da un confronto con un autista di taxi, l’ha invece nascosta in una valigia poi lasciata in

custodia al deposito bagagli della Gare du Nord. Alla fine, incalzata da Maigret, e temendo la vendetta del suo ex amante, Loraine finisce col confessare.

1999
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NATALE DI MORTE (Christmas Party, 1957), romanzo di Rex Stout (1886-1975)

Durante i festeggiamenti per il Natale in un’importante azienda di architettura d’interni, il titolare viene uc- ciso con una pastiglia di cianuro messa nel bicchiere del Pernod che è solito bere. Il sospettato è il barista

che dopo avere servito i drink vestito da Babbo Natale è scomparso lasciando il costume nell’ascensore di servizio dell’edificio. Archie Goodwin, presente per caso alla festa, permetterà a Nero Woolf di scoprire

il colpevole.

IL NATALE DI POIROT (Hercule’s Poirot Christmas, 1939) , romanzo di Agatha Christie (1890-1976)

Il giorno di Natale Hercule Poirot si accorge che il riscaldamento di casa sua non funziona. Buon per lui, riceve

una telefonata da un miliardario inglese, certo Simeon Lee, che, temendo per la propria vita, invita Poirot a trascorrere le vacanze natalizie a casa sua. Il celebre investigare accetta senza esitare un istante e si ritrova immischiato nei problemi ereditari di Lee che di lì a poco viene assassinato. Ad aiutare Poirot nelle indagini, piuttosto complicate, c’è l’ispettore capo James Japp di Scotland Yard.

NATALE IN CASA CUPIELLO (1931) , commedia in tre atti di Eduardo De Filippo (1900-1984)

Antivigilia di Natale: Luca Cupiello, guardiano di una tipografia, si prepara alla festività insieme alla moglie Concetta, al figlio Tommasino e al fratello Pasquale. Mentre sta preparando il presepe, irrompe in casa la figlia Ninuccia, agitata per l’ennesima lite col marito Nicolino. Ninuccia rivela a sua madre l’intenzione di fuggire col suo amante Vittorio e le mostra la lettera scritta per Nicolino. Concetta riesce a sottrargliela e a farla desistere dall’intento. La lettera finisce nelle mani di Luca che, credendo trattarsi di una lettera persa dal genero, gliela

consegna quando questi giunge a casa dei suoceri. Vigilia di Natale: dopo avere con fatica riappacificato i due coniugi, anche nel timore che Luca ne venga a co- noscenza, Concetta si appresta a preparare il cenone della vigilia a cui deve prendere parte la famiglia al com-

pleto. Tommasino arriva a casa accompagnato proprio da Vittorio, che è suo amico. I tentativi di Concetta di

allontanarlo sono vanificati da Luca che invita Vittorio a cenare con loro. All’arrivo di Ninuccia e Nicolino, che ha

letto la lettera e mai si sarebbe aspettato di trovarsi l’amante a casa del suocero, la situazione precipita. L’unico a non rendersene conto è Luca, tutto preso dal presepio e dal regalo natalizio destinato a sua moglie.

Notte e giorno di Natale: informato della situazione familiare, Luca, per anni vissuto nell’illusione di aver creato una famiglia felice, ha un improvviso malore e accusa gravi difficoltà motorie e verbali. L’intero vicinato accorre

al suo capezzale. L’uomo, che a detta del medico ha poche ore di vita, è in preda ad allucinazioni. Scambia Vittorio per Nicolino e arriva a be- nedire inconsapevolmente l’unione dei due amanti. E Tommasino, alla

domanda “te piace ‘o presebbio?” che suo padre gli rivolge in punto di morte (domanda alla quale per anni aveva risposto di no con stizzita protervia) si mette a piangere e gli sussurra un laconico sì.

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NATALE SUL RENO (1896)

racconto di Luigi Pirandello (1867-1936)

– La mamma – gridò Jenny entrando esultante nella mia camera e battendo le mani – la mamma acconsente per te!

Mi voltai a guardarla con aria stupita dal canto del fuoco in cui stavo da circa un’ora

tutto ristretto in me dal freddo, con le mani e i piedi al caldo alito del camino, e

l’anima ...

oh, l’anima, chi sa dir dove se ne vada in certi momenti, quasi alienata dai

sensi, inerti, mentre gli occhi par che guardino e pur non vedono?

– Uh! – riprese tosto Jenny, come assiderata dal mio freddo. – Mi sembri un vecchio! Figuriamoci, se la neve fosse davvero caduta qui! E così dicendo, mi scompigliò su la testa i capelli. Io le presi ambo le mani bellissime, e le tenni a lungo tra le mie:

– Te le riscaldo, aspetta! A che acconsente la mamma? – A festeggiare il Santo Natale! – esclamò Jenny, riprendendo la vivacità con cui era entrata in camera mia, e nascondendo in quella la confusione che provava

nel sentirsi stringere le mani da me. – Compreremo un bell’abetino, alto lasciami dir come ... – Come? – le domandai io sorridendo, tenendole vieppiù strette le mani. Ma ella ne svincolò una, e fece tosto:

...

– Alto così! – Oh brava! Sarà bello ...

alto

...

– Quanto tu sei brutto

...

mano

...

A che pensavi?

Non si scherza, sai, su queste cose

...

Lasciami quest’altra

Chiusi gli occhi e alzai le spalle, traendo un lungo sospiro per le nari. Zufolava il vento attraverso la gola arsa del camino, o sentivo io veramente, lontano lontano, il suono lento nasale cadenzato d’una zampogna? Veniva quel suono dalle parole di pianto che avevo dentro di me, e che certo, per il groppo che mi stringeva la gola, prima che la via delle labbra, avrebbero trovato quella degli occhi? Era gonfia quella zampogna lontana dei profondi sospiri della mia intensa malinconia? E quel fuoco innanzi a me non era la gregal fiammata di fasci d’avena innanzi a un rustico altarino in una piazza della mia lontanissima città natale, nelle rigide sere della pia novena? Tintinnava l’acciarino? Sonava davvero, lontano lontano, la zampogna? Come talvolta, anzi spesso, in questa società arriviamo finanche a vergognarci della dignità dell’anima nostra, così un certo pudore, falso pudore, ci vieta di rivelare an- che a una gentile persona, intima nostra, certi sentimenti che, sembrandoci troppo squisiti e quasi puerili per la delicata loro innocenza, sospettiamo potrebbero essere accolti con dileggio o, nella migliore ipotesi, non apprezzati, essendo nati in noi da specialissime condizioni di spirito. Per ciò non dissi a Jenny quel che pensavo.

– Questo vento mi opprime! – dissi invece. – Non posso più sentirlo

giorno così, a lamentarsi entro la mia stanza per la gola del camino intendi, nel silenzio, nella solitudine, riesce proprio intollerabile ...

...

Tutto il

... Di sera poi, tu

– Ho capito! – fece allora Jenny, prendendo una seggiola. - Eccomi accanto a

te, brontolone! Via, via, un altro tizzo per me, nel camino! Aspetta!

io: tu sei tutto imbacuccato

lo piglio

... Ecco fatto! Dunque la mamma acconsente, hai

... inteso! E acconsente per te! Son due anni, te l’ho detto, che non si festeggia più il Natale in casa nostra. Quest’anno vogliamo compensarcene: figurati come saranno liete le bambine! Le tre bambine, a cui Jenny alludeva, erano sue sorelle uterine. Il Natale non si festeggiava da due anni in casa L*** in segno di lutto per la violenta morte del secon- do marito della signora Alvina, madre di Jenny. Il signor Fritz L***, dopo una vita disordinatissima, s’era ucciso con un colpo di rivoltella alla tempia, in Neuwied sulla riva destra del Reno. Jenny mi aveva narrato più volte i truci particolari di questo suicidio, seguito a una serie di orribili scene in famiglia, e mi aveva rappresentato

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con tanta evidenza la figura e i modi del patrigno, che a me sembrava quasi di averlo

conosciuto. Avevo letto la sua ultima lettera alla moglie, da Neuwied, ove si era recato per porre in effetto l’orrendo proposito; e non ricordavo d’aver letto mai parole d’addio e di pentimento più belle e più sincere. È fama che da Neuwied si goda, meglio che da ogni altro punto delle contrade del Reno, il levar del sole. «Ho veduto tutto e tutto provato» scriveva alla moglie il marito «tranne una cosa sola: in quarant’anni di vita non ho mai veduto nascere il sole. Assisterò domani dalla riva a questo spettacolo, che la notte serenissima mi promette incantevole. Vedrò nascere il sole, e sotto il bacio del suo primo raggio chiuderò la mia vita.»

– Domani compreremo l’albero

– continuò Jenny. – Il tino c’è, è su nell’abbaino, e

... debbono esserci dentro i lumicini colorati, i festelli variopinti, come li ha lasciati lui l’ultima volta. Perché, sai, l’albero ogni vigilia, lo adornava lui, di nascosto, nella sala giù, accanto a quella da pranzo; e come sapeva adornarlo bene per le sue bambine! Diventava buono una volta all’anno, di queste sere qui. Jenny, turbata dal ricordo, volle nascondere il volto appoggiando la fronte sul brac- ciuolo della mia poltrona, e certo, in silenzio, pregò. – Cara Jenny! – feci io, intenerito, posando una mano sul suo capo biondo. Quando ella si rialzò dalla preghiera, aveva gli occhi pieni di lacrime; e, sedendo novamente accanto a me, disse:

– Diventiamo buoni tutti, quando è prossima la Santa Notte, e perdoniamo! Divento buona anch’io che pur dico sempre di non sapergli perdonare lo stato

in cui ci ha ridotte

Non ne parliamo! Domani, dunque, senti; andrò prima da

... Frau R***, qui accanto, per una grembiata d’arena del suo giardino: ne riempire- mo il tino e v’infiggeremo l’abete, che ci porteranno domattina per tempo, prima che le bambine si sian levate da letto. Non debbono accorgersi di nulla loro! Poi usciremo insieme per comprare i dolci e i regalucci da appendere ai rami, e pomi

e noci: i fiori ce li darà Frau R*** dalla sua serra

...

Vedrai, vedrai, come sarà bello

il nostro albero

Sei contento?

... Io feci più volte cenno di sì col capo. E Jenny sorse in piedi.

– Lasciami andar via, adesso

A domani! Altrimenti il tuo vicino farà cattivi pensieri

... sul conto mio. È lì, sai, in camera sua, e avrà certo udito, che sono entrata da te ...

– Ci sarà anche lui per la festa? – domandai io contrariato.

– Oh no! Vedrai, egli se n’andrà a far baldoria co’ suoi degni socii

Addio, a domani!

... Jenny scappò via in punta di piedi, richiudendo pian piano l’uscio. E io ricaddi in preda ai miei tristi pensieri, finché il grido lamentoso intollerabile del vento non mi cacciò dal canto del fuoco. Andai presso la finestra, e schiarendo con un dito il vetro appannato, mi misi a guardar fuori: nevicava, nevicava ancora, turbinosamente. Quel guardar fuori attraverso il tratto lucido nell’appannatura mi ridestò d’improv- viso un ricordo degli anni miei primi, quand’io, credulo fanciullo, la notte della vi- gilia, non pago del grande presepe illuminato entro la stanza, spiavo così, se in quel cielo pieno di mistero apparisse veramente la nunzia cometa favoleggiata ...

L’indomani comprammo l’albero sacro alla festa; poi salimmo nell’abbaino per ve- der quanta parte degli ornamenti rimasti lassù potesse ancora servirci, prima d’usci- re a comprarne di nuovi. Era in un canto buio il vecchio abetino di tre anni addietro, tutto stecchito, come uno scheletro. – Ecco – disse Jenny – questo è l’ultimo albero, ch’egli adornò. Lasciamolo lì, dove lui l’ha lasciato; così non avrà in tutto la sorte dell’abetino di Giovan Cristiano An- dersen, che finì tagliuzzato sotto una caldaia. Ecco qui il tino. Vedi: è pieno; speria- mo che l’umido non abbia tolto il lucido e il colore ai globetti di vetro, ai lumicini.

Era ogni cosa in buono stato. Più tardi, io e Jenny uscimmo insieme a comprare i giocattoli e i dolci. Chi sa quanto contribuiscano, pensavo andando, il freddo intenso, la nebbia, la neve, il vento, lo squallore della natura a render la festa del Natale in questi paesi più raccolta e profonda, più soavemente malinconica e poetica e religiosa, che da noi! La sera appena le bambine furono a letto, sgombrata la stanza accanto alla sala da pranzo, io e Jenny facemmo portar giù dalla serva il tino; lo collocammo presso un angolo e lo riempimmo d’arena intorno al fusto dell’albero. Lavorammo fino a tarda notte a parar l’abetino, che pareva contento di tutti quegli ornamenti, e che si prestasse riconoscente alle nostre cure amorose, protendendo i

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rami per regger le collane di carta dorata e argentata, i festelli, i globetti, i lumicini, i panierini di dolci, i giocattoli, le noci. «No, queste noci, no!» pensava forse l’abetino. «Queste noci non m’appartengono: sono frutti d’un altr’albero.»

Ingenuo abetino! Tu non sai ch’è l’arte nostra più comune, questa di farci belli di quel che non ci appartiene, e che noi non ab- biamo scrupolo, troppo spesso, d’appropriarci del frutto dei sudori altrui ... – Aspetta: la cometa! – esclamò Jenny, quando l’albero fu tutto parato. - Dimenticavamo la cometa! E in cima all’albero io appiccicai, con l’ajuto della scaletta, una stella di carta dorata. Ammirammo a lungo l’opera nostra; poi chiudemmo a chiave l’uscio della stanza, perché nessuno l’indomani vedesse prima di sera l’albero adorno, e andammo a letto ripromettendoci pel domani in compenso del freddo, della veglia e della fatica, le lodi della madre e la gioia delle bambine.

Invece ...

Oh no, no, per Jenny che aveva tanto lavorato, per le sue povere bambine, non doveva la sera dopo mettersi a piangere,

come fece, quella buona signora Alvina alla vista dello splendido albero illuminato su quel tappeto di fiori! Era andato così bene, fino all’ultimo servito, il pranzetto della vigilia con quella torta di prugne e l’oca infarcita di ballotte! Poi le bambine s’eran messe dietro l’uscio della stanza, ove sorgeva l’albero, e con le manine diacce congiunte in atto di preghiera avevano intonato il coro dolcissimo e malinconico: Stille Nacht, heilige Nacht ...

Non dimenticherò mai più quell’albero di Natale, ch’io adornai per altri più che per me, e quella festa terminata in pianto; né mai, mai si cancellerà dagli occhi miei il gruppo di quelle tre bambine orfane aggrappate alla veste della madre e imploranti il babbo! il babbo! mentre l’albero sacro, carico di giocattoli, illuminava di luce misteriosa quella stanza cosparsa di fiori.

IL PACCHETTO DEL BUON DIO, racconto di Bertolt Brecht (1898-1956)

Prendete le vostre sedie e le vostre tazze di tè e venite qui, vicino al forno, e non dimenticate il rhum! Bisogna stare al caldo quando si racconta del freddo! Alcuni uomini, soprattutto quelli che hanno qualcosa contro il sentimentalismo, nutrono una profonda avversione per il natale. Ma almeno uno dei natali nella mia vita è ancora ben impresso nella mia memoria. Era la vigilia di natale del 1908 a Chicago. Ero arrivato a Chicago all’inizio di novembre, e subito mi dissero – non appena qualcuno si informava della mia situazione – che quel- lo sarebbe stato l’inverno più freddo che una città già poco ospitale come quella, potesse offrire. Quando chiesi che opportunità

  • di lavoro ci fossero per un calderaio, mi dissero che non c’era alcuna chance, e quando iniziai a cercare un posto dove dormire,

tutto risultò essere troppo caro per le mie tasche. Questa scoperta la fecero in tanti, in quell’inverno di Chicago nel 1908, operai

  • di ogni specie.

Il vento soffiò gelido dal lago Michigan per tutto dicembre, e verso la fine del mese anche una catena di fabbriche per il confezio-

namento della carne fallirono, e molti operai persero il lavoro, e furono buttati improvvisamente in mezzo alle fredde strade. Giravamo per tutto il giorno in diversi quartieri, alla vana ricerca di un qualsiasi lavoro, ed eravamo già felici se potevamo tra- scorrere qualche ora, alla sera, in qualche locale strapieno nel quartiere dei macellai. Lì almeno era caldo, e potevamo sedere in

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pace. Poteva anche essere che ci facessimo un bicchiere di whisky: avevamo risparmiato tutto il giorno solo per quel whisky in cui trovavamo calore, rumore e compagni, cioè tutto quello che per noi allora significava speranza. Eravamo seduti là anche alla vigilia di natale di quell’anno, il locale era più affollato del solito, il whisky più annacquato e i clienti più disperati che mai. È naturale allora che né i clienti, né tantomeno l’oste fossero in vena di festeggiare, quando l’unico pro- blema dei clienti sembrava quello di farsi durare il bicchiere di whisky per l’intera serata, mentre l’unico problema dell’oste era quello di riempire i bicchieri vuoti sui tavoli… Però attorno alle 22 arrivarono due, tre ragazzotti, che – il diavolo sa come – avevano qualche dollaro in tasca e invitarono tutti i presenti a bere un paio di bicchieri extra, proprio perchè era la vigilia di natale, e l’aria era pregna di buoni sentimenti. Cinque minuti dopo quel locale era irriconoscibile. Tutti bevevano whisky (i ragazzotti facevano pure dannatamente attenzione a che i bicchieri venissero riempiti correttamente) e i tavoli vennero accostati l’uno all’altro. Una ragazza infreddolita fu invitata a ballare un cakewalk e tutti i clienti cominciarono a battere le mani a tempo. Cosa posso dire? Forse il diavolo stesso ci aveva messo la sua zampa nera, sta di fatto che l’atmosfera si era fatta veramente natalizia. Dopo qualche bicchiere di whisky qualcuno propose di organizzare uno scambio di regali. Regalammo allora all’oste un secchio con della neve sporca presa all’esterno, visto che ce n’era tanta, in modo che avesse abba- stanza acqua per annacquare il whisky per tutto l’anno. Al cameriere regalammo un vecchio barattolo di conserva rotto, così che avesse almeno un buon pezzo di argenteria. A una ragazza del locale regalammo un coltellino tascabile, con cui si potesse grattare via dal viso la cipria dell’anno passato. Tutti i regali erano accolti da grandi applausi degli astanti. Poi arrivò il meglio. Tra noi c’era un uomo che era lì tutte le sere là. Era indifferente a tutto e tutti e si capiva che aveva una paura fottuta della polizia. Per lui pensammo a un regalo veramente speciale. Da una vecchia rubrica, col consenso dell’oste, strappammo via delle pagine dove erano segnati solo indirizzi di uffici di polizia, le piegammo più volte e le incartammo in un vecchio giornale. Legammo il pacchetto con una corda e lo consegnammo all’uomo. Il locale si fece improvvisamente silenzioso. Lui lo prese con timore e sorrise. Poi lo aprì. Aveva lo sgurdo assente. Successe allora qualcosa di straordinario. La sua attenzione non fu per le pagine ripiegate. Fu per il vecchio giornale con cui le avevamo incartate. Il suo sguardo non era più assente. Tutto il suo esile corpo (era molto alto) si avvolse, per così dire, attorno alla pagina del giornale, chinò lo sguardo dentro e iniziò a leggere. Mai più, né prima né dopo, ho visto un uomo leggere con tanta foga. Inghiottiva semplicemente ogni parola che leggeva. Sorrideva all’inverosimile. “Leggo ora sul giornale” disse a fatica, con voce calma ma un po’ arrugginita, in contrasto con il suo viso raggiante “che tutta la storia è stata chiarita. Qualcuno in Ohio sa che io non ho nulla a che vedere con tutto questo”. E scoppiò a ridere. Noi, che stavamo lì in piedi a bocca aperta e ci aspettavamo tutt’altra reazione, capimmo che quell’uomo era stato accusato di un reato, e che ora, leggendo il giornale, aveva saputo che era stato completamente scagionato. Iniziammo a ridere a squarciagola con lui, di tutto cuore. Quello fu un Natale da ricordare, che durò fino alla mattina successiva e ci rese tutti felici. Nella soddisfazione generale non ci fu tempo di accorgersi che quella vecchia pagina di giornale non era stata affatto scelta da noi, ma da Dio in persona.

IL PIANETA DEGLI ALBERI DI NATALE (1962)

racconto di Gianni Rodari (1920-1980)

Marco, bambino terrestre, era andato a trovare Marcus, bambino spaziale. Si in- contrarono alla stazione interplanetaria. Lì cominciava la città spaziale, che asso-

migliava alle città terrestri, con strade, case e piazze. Ai lati di un viale crescevano due lunghissime file di abeti. Sui loro rami brillavano stelle, lampadine e palloncini lucenti, rossi, gialli, blu. Erano alberi di Natale. – Scusa – domandò Marco – ma che giorno è oggi? – È Natale – rispose Marcus allegramente. Intanto si erano avvicinati a un deposito di cavalli a dondolo: Marcus ne scelse uno, con una sella a due posti e invitò Marco a montare in groppa. – Questi sono i nostri “robot” e servono per i trasporti pubblici, come i taxi – spiegò Marcus. Il cavallo a dondolo partì senza scosse e senza rumore, scivolando come una barca sull’acqua. Centinaia e centinaia di alberi di Natale grandi e piccoli spuntavano dappertutto, persino sui tetti e nei vasetti da fiori che stavano sui balconi. A Marco venne un dubbio e chiese: – Marcus, ieri che giorno era? – Natale – rispose Marcus senza esitare. E che giorno sarà domani? Natale, Marco, Natale: te l’ho già detto. Ma se Natale era ieri! ... Ieri, oggi, domani, tutti i giorni. È Natale tutti i giorni, da noi.

La maggior parte delle opere di Rodari sono pubblicate nella collana Einaudi Ragazzi

Il PRESEPE (1993)

romanzo incompiuto di Giorgio Manganelli (1922-1990)

Un romanzo-saggio sul Natale come ricorrenza e rappresentazione con “deliri” metafisici irrisi dal sarcasmo che la scena natalizia richie- de. Con argomentazioni fitte di ellissi e paradossi l’autore allestisce

una “burla teologica” e decide di entrare in prima persona nel prese- pe per essere “parte della macchina teatrale che include il bambino, come a dire: senza di me, niente bambino, senza bambino, niente me”. Manganelli si aggira allora tra le statuine del presepe, ne saggia i ruoli che incarnano, divaga furiosamente sulla loro natura simbolica e sulla loro ancestrale carica di verità, si addentra nella spelonca del-

la Nascita e scopre sul suo fondo una stretta apertura, inizio di una

“burella” che la mette in diretta comunicazione con gli Inferi.

da RACCONTI ROMANI (1954) di Alberto Moravia (1907-1990)

Natale, Capodanno, Befana, chissà perché le hanno messe tutte in fila, così vicine, queste feste. Così in fila, non sono feste, ma, per un poveraccio come me, sono un macello. E qui non si dice che uno non vorrebbe festeggiare il Santo Natale, il pri- mo dell’ Anno, l’Epifania; qui si vuol dire che i commercianti di roba da mangiare si appostano in quelle tre giornate come tanti briganti all’angolo della strada, così che, alle feste, uno ci arriva vestito e ne esce nudo. Forse ai tempi che Berta filava, Natale, Capodanno e Befana erano feste sul serio, modeste ma sincere: ancora non c’erano l’organizzazione, la propaganda, lo sfrutta- mento. Ma dàgli, dàgli e dàgli, anche i più sciocchi si sono accorti che con le feste si poteva fare la speculazione; e così, adesso, la fanno. Feste per i furbi, dunque, che vendono roba da mangiare; non per i poveretti che la comprano. E tante volte ho pensato che per il pasticciere, per il pollarolo, per il macellaio, ‘quelle sono feste davvero, anzi feste doppie: feste perché feste, e poi feste perché

1987
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in quelle feste loro vendono dieci volte tanto quanto nei giorni che non c’è festa. E così, mentre il disgraziato festeggia le feste a mezza bocca, con la borsa vuota e la ta- vola scarsa, quelli le festeggiano sul serio,con la borsa piena e la tavola traboccante.

RACCONTO DI NATALE di Dino Buzzati (1906-1972) in Sessanta racconti (1958)

Contrapposto all’egoismo umano c’è il senso autentico del Natale che risiede nella condivisione dell’amore divino. Tutto nasce dal gesto poco

natalizio e poco cristiano di don Valentino che scaccia un mendicante

dalla cattedrale. Convinto di avere fatto scappare anche Dio, si dispera

perché l’arcivescovo, nella notte di Natale, ne ha bisogno per pregarlo.

Tetro e ogivale è l’antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d’inverno. E l’adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c’è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale – ci si domanda – lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il

bimbo ha il treno e Pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, i1 carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. Come farà l’arcivescovo? Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L’arcive- scovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, non ha neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l’arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali. Così, quella sera il duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli competeva, don Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l’inginocchiatoio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante. Se- nonché in mezzo a questi pensieri, udì battere a una porta. “Chi bussa alle porte del duomo” si chiese don Valentino “la sera di Natale? Non hanno an- cora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?” Pur dicendosi così andò ad aprire e con una folata di vento entrò un poverello in cenci. “Che quantità di Dio! “ esclamò sorridendo costui guardandosi intorno. “Che bellezza! Lo si sente perfino di fuori. Monsignore, non me ne potreb- be lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale”. “È di sua eccellenza l’arcivescovo” rispose il prete. “Serve a lui, fra un paio d’ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore.” “Neanche un pochino, reverendo? Ce n’è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!”.

“Ti ho detto di no

Puoi andare ...

Il duomo è chiuso al pubblico” e congedò

... il poverello con un biglietto da cinque lire. Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose:

Dio non c’era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso

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e potente, era diventato all’improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio d’ore l’arcivescovo sarebbe disceso. Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse Natale, non c’era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti. Don Valentino uscì nella notte, se n’andò per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui però sapeva l’in- dirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l’un l’altro e intorno ad essi c’era un poco di Dio. “Buon Natale, reverendo” disse il capofamiglia. “Vuol favorire?”. “Ho fretta, amici” rispose lui. “Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno”. “Caro il mio don Valentino” fece il capofamiglia. “Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino”. E nell’attimo stesso che l’uomo diceva così Iddio sgusciò fuori dalla stanza, i sorrisi giocondi si spensero e il cappone arrosto sembrò sabbia tra i denti. Via di nuovo allora, nella notte, lungo le strade deserte. Cammina cammina, don Valentino infine lo rivide. Era giun- to alle porte della città e dinanzi a lui si stendeva nel buio, biancheggiando un poco per la neve, la grande campagna. Sopra i prati e i filari di gelsi, ondeggiava Dio, come aspettando. Don Valentino cadde in ginocchio. “Ma che cosa fa, reverendo?” gli domandò un contadino. “Vuoi prendersi un malanno con questo freddo?” “Guarda laggiù figliolo. Non vedi?”. Il contadino guardò senza stupore. “È nostro” disse. “Ogni Natale viene a benedire i nostri campi.” “Senti” disse il prete. “Non me ne potresti dare un poco? In città siamo rimasti senza, perfino le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che l’arcivescovo possa almeno fare un Natale decente”. “Ma neanche per idea, caro il mio reverendo! Chi sa che schifosi peccati avete fatto nella vostra città. Colpa vostra. Arrangiatevi.” “Si è peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi dica di sì.” “Ne ho abbastanza di salvare la mia!” ridacchiò il contadino, e nell’attimo stesso che lo diceva, Iddio si sollevò dai suoi campi e scomparve nel buio. Andò ancora più lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre più raro e chi ne possedeva un poco non voleva cederlo (ma nell’atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva, allontanandosi progressivamente). Ecco quindi don Valentino ai limiti di una vastissima landa, e in fondo, proprio all’orizzonte, risplendeva dolcemente Dio come una nube oblunga. Il pretino si gettò in ginocchio nella neve. “Aspettami, o Signore” supplicava “per colpa mia l’arcivescovo è rimasto solo, e stasera è Natale!”. Aveva i piedi gelati, si incamminò nella nebbia, affondava fino al ginocchio, ogni tanto stramazzava lungo disteso. Quanto avrebbe resistito? Finché udì un coro disteso e patetico, voci d’angelo, un raggio di luce filtrava nella nebbia. Aprì una porticina di legno: era una grandissima chiesa e nel mezzo, tra pochi lumini, un prete stava pregando. E la

1999
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chiesa era piena di paradiso. “Fratello” gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli “abbi pietà di me. Il mio arcivescovo per colpa mia è rimasto solo e ha biso- gno di Dio. Dammene un poco, ti prego.” Lentamente si voltò colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscen- dolo, si fece, se era possibile, ancora più pallido. “Buon Natale a te, don Valentino” esclamò l’arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. “Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?”

1985
1985

SANTA CLAUS - A MORALITY (1946)

dramma di Estlin Edward Cummings (1894-1962)

“Un’allegoria in blank verse (versi giambici a cinque accenti) sul capita- lismo”, così Cummings definì il dramma morale Santa Claus nella quin- ta e sesta delle sue “non-conferenze” tenute nei primi anni Cinquanta all’università di Harvard.

IL SERGENTE NELLA NEVE (1953)

romanzo autobiografico di Mario Rigoni Stern (1921-2008) alpino sul fronte russo nel 1942 e nel 1943

Era mattina. Me ne stavo nella postazione più avanzata sopra il ghiaccio del fiume e guardavo il sole che sorgeva dietro il bosco di roveri sopra le postazioni dei russi. Guardavo il fiume ghiacciato da su dove compariva dopo una curva fin giù dove scompariva in un’ altra curva, guardavo la neve e le peste dì una lepre sulla neve: andavano dal nostro caposaldo a quello dei russi. « Se potessi prendere la lepre! » pensavo. Guardavo attorno quelle cose e dicevo:

1997
1997

« Buon Natale!». Era troppo freddo per star lì fermo e risalendo il cammina- mento rientrai nella tana della mia squadra. Buon Natale!» dissi, « buon Natale!».

SOGNO DI NATALE (1896) di Luigi Pirandello (1867-1936)

Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l’impressione d’una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors’anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi. Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa; intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori… E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo:

1998
1998

- Buon Natale – e sparivo… Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d’incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita. Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’immagine di lui m’attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m’arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii. Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente

1962
1962

d’una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che s’allungava dritta infinita- mente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant’egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo. Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d’una stretta spiaggia:

innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide. A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d’una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera devozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie. – Non dormono… – mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, ge- meva: – Anche per costoro io son morto… Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù in- nanzi a una chiesa, rivolto a me, ch’ero la sua ombra per terra, non mi disse:

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– Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere. Era una chiesa magnifica, un’immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d’oro alla volta, piena d’una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappre- sentava su l’altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d’incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d’argento splendevano a ogni gesto le brusche d’oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale. – E per costoro – disse Gesù entro di me – sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.

Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:

– Cerco un’anima, in cui rivivere. Tu vedi ch’ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo… Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà. – La città, Gesù? – io risposi sgomento. – E la casa e i miei cari e i miei sogni? – Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari. – Ah! io non posso, Gesù… – feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona. Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l’impressione sul mio capo inchinato, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.

STORIELLE DI NATALE (1880) di Emilio De Marchi (1851-1901)

Una delle più celebri di queste Storielle è la novella All’ombrellino rosso, nome di un’avviata bottega di ombrelli proprietà di Gerolamo Bacchetta e di Battista Batacchi. Quando uno dei due soci, Batacchi, il più giovane, sposa la bella Paolina, la donna lascia il lavoro da sarta e si mette a fare la commessa nel negozio. Grazie a lei All’ombrellino rosso diventa una delle botteghe più prestigiose di Milano. Un anno dopo la nascita di una

bambina, Batacchi, piuttosto cagionevole di salute, muore. Paolina resta vedova ad appena ventitré anni con una bimba di neanche due anni. Proprio la presenza della bambina, Eleonora, dà a Paolina, la forza di andare avanti. La donna si butta così anima e corpo nella bottega che

decolla ulteriormente ampliando la già numerosa clientela. Il primo Nata- le dopo la morte di Batacchi, Gerolamo Bacchetta (che da mesi tratta la

bimba come fosse sua figlia e nel fratttempo si è innamorato di Paolina)

è invitato a pranzo dalla donna. All’inizio sono pianti per l’assenza di Bat-

tista. Poi, quando la balia, indicando Gerolamo alla bimba, le chiede “chi

è?” e la bimba risponde “papà”, tutto cambia e si rasenta l’antropofagia.

Ecco il racconto, in prima persona, di Gerolamo Bacchetta.

Credetti che mi scoppiasse il cuore. Quel che si prova in certi momenti non

si può dire in cent’anni. Fu un caldo e un freddo tutto in una volta, un tra- sudamento in tutta la persona, una vertigine, per resistere alla quale dovetti attaccarmi al braccio della Paolina, che scossi, scossi, stringendo forte. Poi, strappata la bimba alle mani della ragazza, me la portai alla bocca, come se morissi di fame e cominciai a mangiarla. – Sì, mio povero angiolino, io sono il papà, e un papà che non ti vorrebbe meno bene del tuo vero papà, se la mamma permettesse. E ti farei giocare e saltare sui

ginocchi e lavorerei per te

se la mamma volesse

... – Lei me la mangia per panettone! – prese a dire la Paolina, togliendomi la bimba dalle mani: e nel dire questo vidi che rideva al di sotto delle lagrime, un effetto di sole attraverso la pioggia, una bellezza da mettersi in ginoc- chio ad adorarla.

...

Conclude De Marchi:

Si racconta che Sant’Ambrogio sia stato proclamato arcivescovo di Milano per bocca di un bimbo poppante. Questa è storia vera e ne hanno fatto dei quadri. Ebbene a Gerolamo Bacchetta capitò lo stesso. Si sposarono presto e fecero una ditta unica.

IL TACCHINO DI NATALE di Achille Campanile (1899-1977) racconto tratto dalla raccolta Manuale di conversazione (1973)

Partendo da un proverbio inesistente i protagonisti discutono del come e perché furono i gesuiti a introdurre il tacchino in Francia.

Il tacchino va bene per il Natale, ma il Natale non va bene per il tacchino. (Proverbio inesistente)

“I gesuiti, per opinione generale, introdussero il tacchino in Francia”. Questa, in termini concisi, direi addirittura secchi, la notizia nuda e cruda tra- mandataci dalla storia. Intanto sul fatto che sia opinione generale, ho i miei dub- bi. Per conto mio non ho nessuna opinione in proposito. Ho trovato l’asserzione nell’opera Gli uccelli di Figuer e per controllarla ho interrogato amici e cono- scenti, su chi avrebbe introdotto il tacchino in Francia. Tutti, senza eccezione, si sono dichiarati incompetenti a rispondere. Perfino i cuochi. Comunque, diamo per buona la notizia. Da essa balzano anzitutto alcuni interrogativi: come mai i gesuiti introdussero il tacchino in Francia? che rapporti avevano quei religiosi con questo animale? e come mai, prima d’esservi introdotto dai gesuiti, il tacchi- no non era mai entrato sul suolo della nostra sorella latina? Dire per mancanza

  • di passaporto, sarebbe voler scherzare. Come lo sarebbe dire che non vi erano

ammessi i tacchini, perché è la terra dei Galli. Piuttosto, c’era forse qualche rete protettiva lungo i confini della Francia, appun- to per impedire che il tacchino sconfinasse abusivamente? In qualunque modo si sia svolta la faccenda, immaginiamo la scena a cui allude la storia. Siamo presso il confine francese. Confine colla Svizzera, colla Spagna, colla Germania o il Belgio? Oppure con l’Italia? Questo, la storia non lo dice, ma la differenza conta. Voi capite che, se il tacchi- no entrò dalla Germania o dal Belgio, forse era accompagnato da fegato grasso tartufato, e quasi certamente da patate e da cavoli. Laddove, se la Spagna fosse stato il luogo di provenienza, il suo corteggio sarebbe stato a base di pomodori o

  • di peperoni. Innaffiato da vino, se proveniente dal Sud o dall’Ovest; da birra, se

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da paesi fiamminghi. Dunque, sarebbe importante sapere da dove fu fatto il colpo. Escludiamo l’Italia, in quanto resterebbe poi da sapere da chi e come il tacchino fosse stato introdotto presso di noi. Ci sarebbero gli altri paesi. Immaginiamo la Spagna; i Pirenei. Zona di contrabbandieri che ben si adatta a un colpo di mano del genere e da all’im- presa un colore romanzesco, uso Carmen. È notte. Fischia il vento fra quelle gole selvagge. I gesuiti, che si sono proposti d’introdurre questo animale da cortile in Francia, cercano di fargli passare la frontiera spingendolo con giunchi, stuzzican- dolo perché cammini. Il tacchino pettoruto incede e, dietro, la schiera dei religiosi. Ora, due sono le ipotesi: l’introduzione del tacchino avvenne palesemente o clandestinamente, visto che si trattava d’un animale ancora ignoto in Francia? Nella prima ipotesi bisogna immaginare l’arrivo al posto di frontiera. I doganieri vedono lo strano animale in compagnia d’una compagnia di gesuiti. Qualcuno ha un piccolo moto di timore. “E questo che cos’è ?” “Il tacchino.” “A che serve ?” “A farlo arrosto” “Ohibò!” “È ottimo a Natale e a Capodanno.” “Bè, passi, allora.”

Nella seconda ipotesi, bisogna immaginare i gesuiti che aspettano il calar della notte e indi s’avventurano a passar la fron- tiera clandestinamente con l’animale di contrabbando. Quante peripezie, quanti patemi, prima d’arrivare al mal passo! E finalmente, zitti!, ci siamo. In punta di piedi i gesuiti, fra le gole dei monti, passano in fila indiana, spingendosi avanti il tacchino. Non era prudente lasciarlo indietro, visto che poteva sperdersi o essere acciuffato da qualche malintenzionato.

Proprio a un passo dalla frontiera la bestiaccia, manco a farlo apposta, si mette a fare “glu glu glu

...

”.

Maledetto. I religiosi cercano di tappargli il becco. Cosa non facile. Ma sì! Quello starnazza. Rimbombano nelle tenebre notturne tre o quattro spari, i gendarmi confinari sono in allarme, s’odono di qua, di là, passi concitati nel buio, grida di “Chi va là ?”. I gesuiti, immobili nelle tenebre, trattengono il respiro. Uno s’è ficcato sotto la tonaca il maledetto galli- naceo e gli tiene la testa avvolta nella gonna, perché non s’oda. Il tacchino si dibatte, ma viene trattenuto. Finalmente, torna la calma. Il pericolo è passato. In punta di piedi, i gesuiti riprendono il cammino, col tacchino avvolto in panni, a rischio di soffocarlo. Sia lodato il cielo, la linea è superata. Siamo in terra di Francia. I gesuiti lasciano libero l’animale e

1999
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proseguono liberi, felici. Il tacchino è stato introdotto in suolo francese, nella terra della libertà, dove l’attende la padella. Ma forse, tutto questo non è che fantasia. Forse l’introduzione avvenne via mare, più probabilmente, poiché credo che il tacchino provenisse dall’America e che in Europa fosse ancora ignoto. Doveva essere il Sei o il Settecento. L’epoca dei galeoni, dei pirati, dei tesori nascosti nelle isole disabitate. Allora viaggiare per mare era un’avventura. Quante peripezie nella lunga traversata, durante la quale più volte l’incolumità del gallinaceo dovett’essere messa in pericolo dalle tempeste, dalle sollevazioni di un equipaggio poco docile e soprattutto dallo scarseggiare delle vettovaglie. Per tacere delle occulte e subdole mire del capitano in persona, desideroso magari d’offrire un pranzetto en tete a tete a qualche bella passeggera avventurosa, uso Manon Lescaut. Mancavano i viveri a bordo. Equipaggio e passeggeri, deportati e deportate, languivano famelici nelle stive, fra tutte quelle lanterne, fra quelle botti, quei barili, quelle botole, scale, scalette, gambe di legno, e quegl’ingombri d’ogni specie che ren- devano oltremodo difficile la circolazione sulle navi d’una volta e che, dopo alcuni secoli, dovevano rivelarsi provvidenziali per gli autori dei film di pirateria e filibusteria. Il capitano sa che c’è a bordo, chiuso in una gabbia, il misterioso pennuto. Un’occhiata d’intesa al cuoco, quasi certamente cinese. Un lampo di risposta sinistro, nello sguardo di questo. E appena cala la notte, malgrado la presenza a bordo di alcuni misteriosi personaggi – possibilmente con almeno una gamba di legno – un’ombra armata di coltello scivola nelle tenebre verso la stiva, si cala nel boccaporto. Un attimo d’attesa e subito uno starnazzare d’ali e un gorgoglio disperato, strozzato immediatamente. Il colpo e fatto. Tra poco nella cabina del comando sarà straziante e splendido vedere la salma del tacchino dorata dal forno, stesa immobile supina fra quattro candele, esalante quel profumo appetitoso, sulla tavola del capitano riccamente imbandita. E la bella deportata cederà le proprie grazie in cambio d’una dorata fetta del saporito gallinaceo. Eh, si potrebbe scrivere un romanzo sulla traversata oceanica del tacchino! Un romanzo nel quale converrebbe dare il debito posto anche alle proteste dei gesuiti, ai loro mille sottili artifizi per salvare il pennuto dal coltellaccio della cucina e portarlo sano e salvo in Francia. Dove evidentemente avevano intenzione di fargli fare la stessa fine, altrimenti non si spiegherebbe tutta la loro smania d’in- trodurlo nel vecchio mondo. Ma, ora che ci penso, perché ciò potesse avvenire, come avvenne, occorre che l’episodio della traversata oceanica relativo al pranzo offerto dal capitano alla bella deportata, a base di tacchino arrosto, si concluda in senso sfavorevole alle mire del ca- pitano stesso, e’ che il tacchino, per qualche drammatico avvenimento che potrebbe dar materia ad un interessante capitolo, sfugga al coltello del cuoco cinese.

1968
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Allora, sorvoliamo su tutto ciò, per arrivare subito alla banchina del porto di Le

Havre o di Marsiglia. È una mattina d’inverno nebbiosa e triste. Da qualche mi- nuto è arrivato il pacchebotto d’oltre oceano e si sta procedendo alle operazioni

  • di sbarco. Una compagnia di gesuiti s’appresta a scendere la scaletta, tutti stretti

l’uno all’altro, come per nascondere qualcosa. Il doganiere li conta, controllando

il registro di bordo: uno

...

due

...

tre

...

Si, sono tutti, non ne manca e non ne cre-

sce nessuno. Avanti. I gesuiti passano. Nel momento cruciale, proprio sotto gli occhi del controllore, s’ode un improvviso glu-glu soffocato. Che è? Chi è stato? Il doganiere guarda il gruppo con aria sospettosa. Non co- nosce ancora il tacchino, non sa che quello è il suo verso. Crede si tratti d’uno sberleffo. Fissa severo i religiosi, che passano seri, un poco pallidi. L’hanno scampata bella. Ma tutto è bene quel che finisce bene. Ora fortunata- mente il pericolo è passato, il tacchino è in Francia, cioè in Europa, e comincia per lui la sua seconda vita: la fulgida era in cui verrà sempre più onorato nell’in- tiero vecchio mondo, oltre che nel nuovo, a Natale e a Capodanno. Certo, dovett’esserci anche un che di gesuitesco, nell’introduzione. Forse essa avvenne mercè qualche sottile accorgimento. Forse si finse d’introdurre altro, magari un semplice gallinaccio, un cappone. Forse si spacciò il tacchino per un grosso colombo. O per una delle aquile romane, di ritorno. Ma qui mi viene il dubbio che l’eroe della nostra storia sia stato introdotto ar- rosto. In questo caso ci sarebbe tutto da rifare, circa le scene immaginate. Come

riuscirono a passare, i gesuiti, con la teglia calda e il suo profumato contenuto? E dove e come avevano cucinato l’animale, non prima visto da altri? Interrogativi che attendono risposta. Ma l’essenziale è che ora esso c’è e ci resterà. E non rimane che fargli quella festa che merita.

TUTTI I GIORNI NATALE (Nicht nur zur Weihnachtszeit, 1951) racconto di Heinrich Böll (1917-1985)

Si cominciano a notare nella nostra parentela dei fenomeni di decadenza che

1998
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per un certo periodo ci siamo sforzati in silenzio di non vedere; ma ora siamo decisi a guardare in faccia il pericolo.

Non vorrei già azzardare la parola crollo, ma gli avvenimenti preoccupanti si moltiplicano in tal maniera da rappresentare un pericolo e mi costringono a raccontare cose che suoneranno certo sorprendenti alle orecchie dei miei contemporanei, ma che nessuno può mettere in dubbio. Le muffe della decom- posizione si sono annidate sotto la crosta spessa e dura del decoro, colonie di mortali parassiti che annunciano la fine dell’integrità di tutta una razza. Oggi dobbiamo rimpiangere di non aver ascoltato la voce di nostro cugino Franz, che cominciò presto a farci notare le terribili conseguenze che avrebbe avuto un fatto “di per sé innocente”. Un avvenimento in sé così irrilevante che la misura delle sue conseguenze ora

  • ci spaventa; Franz ci aveva avvertiti in tempo. Purtroppo godeva di ben poca

reputazione. Aveva scelto una professione che non era mai comparsa sino allo- ra in tutta la nostra parentela e che non avrebbe nemmeno dovuto comparire:

Franz fa il pugile. Melanconico già nella giovinezza, e di una devozione che venne sempre definita: “esagerato fervore” prese presto strade che diedero

non poche preoccupazioni a mio zio Franz – uomo dal cuor d’oro. Quel fi- gliolo aveva la passione di sottrarsi ai suoi doveri scolastici, in una misura che non può venir definita normale. Si incontrava con equivoci compagni in parchi fuori mano e in folti cespugli di periferia. Là si esercitavano nelle dure regole dei pugni e delle lotte, senza mostrarsi per nulla preoccupati del fatto che il retaggio umanistico venisse così trascurato. Questi “duri” mostrarono ben presto i vizi della loro generazione, che ha già dimostrato nel frattempo

  • di non valere nulla. Le eccitanti battaglie spirituali dei secoli passati non lì in-

teressavano, occupati com’erano con le dubbie eccitazioni del proprio secolo. All’inizio mi sembrò che la devozione di Franz fosse in contrasto con questi regolari esercizi di attiva e passiva brutalità. Pure oggi comincio a capire qual- cosa: dovrò tornarci sopra. Fu dunque Franz che ci avvertì in tempo, si tenne lontano da certe feste da

1986
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lui definite storie inutili, eccessive e che più tardi si rifiutò di aver una qualsia- si parte nelle misure necessarie per il mantenimento di quelle che egli aveva appunto chiamato storie inutili. Pure – come ho già detto – godeva di troppo

1993
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poca reputazione per essere preso in considerazione dalla parentela. Ora, d’al- tra parte, le cose sono arrivate a tal punto che noi non sappiamo cosa fare, come riuscire a fermarle. Franz è diventato da tempo un pugile famoso, ma rifiuta le lodi che la famiglia gli tributa, con la stessa indifferenza con cui allora rifiutava ogni critica. Suo fratello però – mio cugino Johannes – un uomo per cui io avrei messo sempre la mano sul fuoco, avvocato di grido, il figlio più amato

  • di mio zio Franz, Johannes, dicono si sia avvicinato al partito comunista, voce

questa cui mi rifiuto accanitamente di credere. Mia cugina Lucie, finora una

donna normale, pare accompagnata dal meschino consorte, si sarebbe data, in locali equivoci, a danze per le quali non so trovare altro aggettivo che quello di esistenzialiste. Lo stesso zio Franz, quest’uomo dal cuor d’oro, avrebbe detto

  • di essere stanco della vita, lui che fra tutti i parenti era considerato un modello

  • di vitalità ed un esempio di quel che abbiamo imparato a chiamare un com-

merciante cristiano. Intanto si moltiplicano i conti dei medici, si chiamano a consulto psichiatri. Solo la zia Milla, causa prima di tutti questi fenomeni, gode ottima salute, sorride, è tranquilla e serena come è sempre stata. La sua fre- schezza e la sua verve cominciano però ora a preoccuparci, dopo che per lungo tempo ci era stato così a cuore il suo benessere. Perché ci fu una crisi nella sua

vita che minacciò di diventare preoccupante. E qui devo entrare in dettagli. È semplice scoprire risalendo agli inizi l’origine di una inquietante serie di

fatti: lo strano è che solo ora, osservandoli obiettivamente, i fatti che da quasi due anni avvengono nella cerchia dei miei parenti, mi appaiono straordinari. Avremmo dovuto arrivarci prima a capire che c’era qualcosa che non funziona- va. Sul serio, c’è qualcosa che non funziona – e se mai qualcosa ha funzionato – io ne dubito – certo qui accadono fatti che mi riempiono di terrore. La zia Milla era famosa in famiglia perché la cosa che le piaceva di più era addobbare l’albero di Natale; un debole innocente, anche se particolare, pure abbastanza diffuso nella nostra patria. Tutti sorridevano con indulgenza di questa sua pic- cola mania, e l’avversione, che Franz già nella prima giovinezza – aveva manife- stato per tutte quelle “cianfrusaglie” era oggetto della più violenta indignazione tanto più che Franz era di per se stesso un fenomeno sconcertante. Si rifiutava

  • di collaborare all’addobbo dell’albero di Natale. Tutto fino ad un certo punto

procedeva normalmente. Mia zia, si era abituata all’assenza di Franz durante i preparativi delle settimane dell’avvento e a che – durante la festa – comparisse solo per il pranzo. Non se ne parlava nemmeno più. Pur rischiando di rendermi odioso, debbo qui ricordare un fatto, in difesa del quale posso soltanto dire che esso è vero: negli anni dal 1939 al 1945 abbiamo avuto la guerra. In guerra si canta, si spara, si discorre, si combatte, si soffre la fame e si muore e si buttano bombe; tutte cose poco allegre, e ricordandole non voglio assolutamente annoiare i miei contemporanei. Sono costretto a ri- cordarle perché tutte hanno avuto la loro importanza per la storia che voglio raccontare. La guerra venne infatti avvertita dalla zia Milla solo come una forza

che aveva cominciato già a Natale del 1939 a mettere in pericolo il suo albero di Natale. Senza dubbio il suo albero di Natale era di una particolare sensibilità. La principale attrazione dell’albero di Natale della zia Milla erano dei nanetti

1992
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  • di vetro che tenevano nelle braccia alzate un martelletto di sughero; ai loro

piedi erano appese incudini a forma di campana. Alle suole dei nanetti erano

fissate delle candele; raggiunto un certo grado di calore, cominciava a muoversi un meccanismo nascosto, una frenesia nervosa si comunicava alle braccia dei

1998
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nanetti che battevano come matti coi loro martelli di sughero sulle incudini a forma di campana e provocavano – una dozzina in tutto – un fine tintinnio concertante, come una musica di elfi. In cima all’abete era attaccato un angelo vestito d’argento, dalle guance rosse, che a determinati intervalli muoveva le labbra e sussurrava “pace, pace”. Il segreto meccanico di quest’angelo, custodi- to gelosamente, mi si è rivelato solo più tardi, sebbene allora avessi occasione

  • di ammirarlo quasi ogni settimana. Ma dall’abete di mia zia pendevano una

infinità di altre cose, caramelle di zucchero, biscottini, figurine di marzapane,

1997
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zucchero filato – e da non dimenticare – i fili di stagnola: attaccare tutte que- ste cosine, questi ornamenti – mi ricordo ancora – richiedeva una notevole fatica. Tutti dovevano partecipare e nessuno della famiglia, la sera di Natale, aveva appetito, per la tensione nervosa e lo stato d’animo – per così dire – era terribile: tranne che per mio cugino Franz che non aveva partecipato a tutti questi preparativi e che unico godeva e gustava l’arrosto, gli asparagi, il gelato e la panna. Quando poi per Santo Stefano noi arrivavamo in visita e osavamo esprimere l’azzardata ipotesi che il segreto dell’angelo parlante si basasse sullo stesso meccanismo che fa dire a certe bambole “mamma” e “papà” raccoglieva- mo soltanto risate di scherno. Si potrà immaginare quindi come le bombe cadute nelle vicinanze mettessero in estremo pericolo un albero così sensibile. Ci furono scene terribili quando i nanetti caddero dall’albero: una volta cadde addirittura l’angelo. Mia zia era inconsolabile. Dopo ogni incursione aerea, cercava di rimettere a posto, con enorme fatica, tutto l’albero com’era prima e tentava per lo meno di mantener- lo in vita durante i giorni di Natale. Ma già nel 1940 non c’era nemmeno più da pensarci. Rischiando di nuovo di rendermi molto antipatico, devo qui ricordare brevemente che il numero delle incursioni aeree sulla nostra città fu realmente notevole per non parlare della loro violenza. Ad ogni modo l’albero di Natale di mia zia fu una vittima – parla- re di altre vittime me lo impedisce il filo del discorso – della moderna tattica di guerra: esperti stranieri di balistica ne spensero temporaneamente l’esistenza. Tutti partecipammo al dolore di nostra zia che era una donna amabile e sim- patica. Ci fece dispiacere che si dovesse dichiarare disposta, dopo dure lotte, dispute infinite, dopo lacrime e scene, a rinunciare al suo albero per tutta la durata della guerra.

1972
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Per fortuna – o debbo dire per sfortuna? – questa fu l’unica cosa per cui si ac- corse della guerra. Il bunker che mio zio aveva costruito era a prova di bomba,

e poi c’era sempre una macchina pronta per portare la zia Milla in regioni in cui nulla si notava degli effetti della guerra; si fece tutto per risparmiarle la vista delle paurose distruzioni. I miei due cugini ebbero la fortuna di non conoscere la guerra nella sua forma più dura: Johannes entrò subito nella ditta di mio zio, che aveva una parte decisiva nell’approvvigionamento di frutta e verdura per la nostra città. Inoltre soffriva di cistifellea. Franz invece andò soldato ma gli venne solo affidata la sorveglianza di prigionieri, posto in cui ebbe l’occasione

 
  • di rendersi odioso ai suoi superiori militari perché trattava come esseri umani i

russi e i polacchi. Mia cugina Lucie allora non era sposata e aiutava nell’azien- da. Un pomeriggio alla settimana aiutava – in servizio di guerra volontario – a ricamare croci uncinate in un laboratorio. Ma non voglio qui elencare i peccati politici dei miei parenti. Nell’insieme comunque non mancavano né denaro né generi alimentari, né ogni necessa- ria sicurezza e per mia zia era solo amara la rinuncia al suo albero. Mio zio Franz, quest’uomo dal cuor d’oro, aveva accumulato in quasi cinquant’anni meriti notevoli comprando aranci e limoni in paesi tropicali e subtropicali e rimettendoli poi in commercio con un notevole aumento di prezzo. Durante la guerra estese il suo commercio anche a frutta e verdura di minor pregio. Ma

1962
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dopo la guerra tornarono le frutta piacevoli, cui andava il suo maggior inte- resse, gli agrumi, che furono pure oggetto del più attento interesse anche da parte di ogni genere di compratori. Lo zio Franz riuscì a rimettersi in primo piano e ad assicurare alla popolazione il godimento di vitamine e a se stesso quello di un notevole patrimonio. Ma aveva quasi settant’anni, voleva mettersi a riposo, lasciare l’azienda nelle

mani del genero. Fu allora che si manifestò quell’avvenimento che allora de-

ridemmo e che ora ci appare invece l’origine di tutte le successive miserande conseguenze. La zia Milla ricominciò con l’albero di Natale. Era una cosa in fondo innocente: persino la tenacia con cui volle che tutto fosse “come prima”

  • ci strappò solo un sorriso.

Dapprima non c’era davvero ragione che prendessimo questa cosa troppo sul serio. La guerra aveva distrutto tante cose la cui ricostruzione ci procurava maggiori pensieri: perché privare – dicemmo – una deliziosa signora anziana

e lardo: persino per lo zio Franz con tutte le migliori relazioni – era impossi- bile procurare, nell’anno 1945, figure di marzapane, ciondoli di cioccolata e candele; solo nel 1946 si poté avere tutto. Per fortuna si era salvata una serie completa di nanetti e di incudini e anche un angelo. Mi ricordo ancora bene del giorno in cui fummo invitati: era il gennaio del 1947, fuori faceva un gran freddo, ma da mio zio era caldo e di cibi non man- cava niente. Quando si spensero le lampade e si accesero le candele, quando i nanetti cominciarono a battere col martelletto sulle incudini, l’angelo a sussur- rare “pace, pace”, mi sentii trasportare indietro, in un tempo che avevo creduto ormai passato. Pure, anche se sorprendente, questo avvenimento non aveva nulla di straordi- nario. Straordinario fu invece quanto vidi tre mesi dopo. Mia madre – era già metà marzo – mi aveva mandato dallo zio Franz per vedere se “non ci fosse niente da fare”. A lei importava la frutta. Gironzolai nel quar- tiere vicino – l’aria era mite, imbruniva – non sospettavo nulla. Passai vicino ai mucchi di macerie verdi di erba, al parco inselvatichito, apersi la porta del giardino di mio zio e mi fermai inebetito. Nel silenzio della sera si sentiva chia- ramente che nel soggiorno di mio zio si stava cantando. Cantare è una buona e sana abitudine tedesca e ci sono molte canzoni dedicate alla primavera, ma io intesi chiaramente:

“O Bambino divino, dai riccioli d’oro”. Debbo confessare che restai sconcertato. Mi avvicinai lentamente, attesi la fine del canto. Le tende erano chiuse, mi chinai a guardare dal buco della serratura. In quel momento arrivò alle mie orecchie il tintinnio delle campane dei nanetti ed udii chiaramente il bisbigliare dell’angelo: “pace, pace”. Non ebbi il corag- gio di entrare e tornai lentamente a casa. In famiglia il mio racconto provocò divertimento generale, ma solo quando comparve Franz e ci fornì i particolari, sapemmo cosa era accaduto. Nei giorni della Candelora, il tempo cioè in cui si spogliano nei nostri paesi gli alberi di Natale, si gettano fra l’immondizia, da dove i ragazzini sfaccendati li riprendono, li trascinano fra la cenere e altre porcherie e li usano per ogni sorta di giochi, nei giorni della Candelora dunque, era successa la cosa terribile. Quando mio cugino Johannes, dopo aver acceso per l’ultima volta l’albero la sera della Candelora, cominciò a staccare i nanetti dai loro uncini la mia – fino allora – così dolce zia cominciò a urlare da far pietà e tanto forte e tanto im- provvisamente che mio cugino spaventato perse il controllo dell’albero che già leggermente oscillava e fra scricchiolii e sinistri tintinnii – nanetti e campane, incudini e angelo, tutto precipitò fra le urla di mia zia. Mia zia urlò per quasi una settimana. Telegraficamente vennero chiamati a consulto neurologi e psichiatri che arrivarono a tutta velocità in taxi, ma tutti – anche i grandi luminari – se ne andavano spaventati, alzando le spalle. Nessuno aveva saputo por fine a quell’acuto ed assordante, sgradevole concer- to. Solo le medicine più forti recarono alcune ore di pace ma le dosi di Lumi- nal che possono venir somministrate giornalmente a una sessantenne, senza metterne in pericolo la vita, sono purtroppo minime. È però un tormento avere in casa una donna che urla con tutte le sue forze: già il secondo giorno la famiglia era sfinita. Non diede alcun risultato nemmeno il conforto del prete che era solito interve- nire alla festa della notte di Natale: mia zia continuava a urlare. Franz si attirò l’antipatia di tutti perché consigliò di fare dei veri e propri esorcismi. Il parroco lo rimproverò, la famiglia sconcertata dalle sue idee medievali era scandalizza- ta, la fama della sua brutalità superò per alcune settimane la sua fama di pugile. Frattanto si tentava di tutto per liberare mia zia dal suo stato. Ella rifiutava il cibo: si fece ricorso all’acqua fredda, ai pediluvi caldi, alle cure idroterapiche, i medici aprirono i loro manuali; cercarono il nome di questo complesso, ma non lo trovarono. E mia zia urlava. Urlò tanto finché a mio zio Franz, quest’uo- mo dal gran cuore, non venne l’idea di trovare un nuovo abete.

1989
1989
1999
1999

(da Racconti umoristici e satirici, Bompiani, Milano 2007)

1997
1997
1996
1996

VACANZE DI NATALE (Christmas Holiday, 1939) racconto di William Somerset Maugham (1874-1965)

Una giovane, il cui marito è in prigione per omicidio, si dà alla pro-

stituzione. Un ufficiale di marina la salva portandola sulla retta via,

proteggendola anche dal marito che nel frattempo è evaso e la sta

cercando.

VISI NOTI, SENTIMENTI CONFUSI

(Bekannte Gesichter, gemischte Gefühle,1974) commedia di Botho Strauss (1944)

Tre coppie vivono in un albergo che sta per chiudere. La loro unica

attività è il ballo; e se nelle conversazioni ricordano gli antichi legami d’amore, nei fatti si scambiano continuamente partner facendo emer-

gere nuovi amori. È la notte di Natale, tutti sono più o meno ubriachi e molte verità spiacevoli vengono fuori. Alla fine, dopo tutti gli incontri

e gli scontri del caso, prevale lo status quo, e il padrone dell’ albergo che voleva spezzare quella piccola società a sette viene praticamen- te indotto al suicidio, perchè tutto deve continuare.

1997
1997

postille a

prosa

&

teatro

BLACK CHRISTMAS di Alphonse Allais 1854-1905

Un grande umorista dell’800 non poteva concepire un normale rac-

conto di Natale con la neve che cade “come se il buono Dio – sono

sue parole – spennasse i suoi angioletti”. Nel suo racconto di Natale fa, al contrario, un caldo boia. Siamo in- fatti in una piantagione cubana e il protagonista è Mathias, ventenne nero di origine malgascia. Il racconto oggi è improponibile: è infatti incentrato sul sogno di un nero di diventare bianco. Oltretutto senza alcuna presa in giro di questa ridicola aspirazione e senza quella critica ai canoni sociali che invece contraddistingue, ad esempio, il film L’uomo caffellatte (Watermelon man, 1970) dove il protagonista, un tipo piuttosto attaccabrighe e razzista, una bella mattina si sve-

glia e si ritrova nero. Nel racconto di Allais, Mathias, sdraiato nella capanna la vigilia di Natale, fa un sogno. Sogna di essere su una

gondola e di ritrovarsi avvolto da una nebbia che poi si rivela essere il velo della bellissima Maria-Anna, la sedicenne che lui ama. Alla

festa della vigilia di Natale chiede al proprietario della piantagione il

permesso di sposarla. La risposta è negativa: a un nero non è infatti

concesso sposare una mulatta. Mathias si mette a piangere e con sua enorme sorpresa le sue lacrime di rabbia, là dove colano, gli rendono bianca la pelle. Fatta la sensazionale scoperta, si mette a piangere a dirotto e con l’ausilio di una spazzola sparge le lacrime su tutta la pelle. Diventato bianco, chiede di nuovo, senza essere rico- nosciuto dal proprietario della piantagione, la mano di Maria-Anna. Ovviamente gli viene concessa con grande gioia della ragazza che in lui riconosce immediatamente Mathias.

1997
1997
1982
1982

RICORDO DI NATALE di Ignazio Silone (1900-1978)

Non è una vera e propria pagina letteraria. Sono ricordi natalizi rac- contati in un diario pubblicato a metà degli anni Settanta.

Vi era in Abruzzo qualche antica usanza natalizia di cui non conoscevo

l’origine. Quando, dopo la messa di mezzanotte, si tornava a casa, nostro

padre lasciava socchiusa la porta

d’ingresso.

.

La mamma ci spiegava che, da mezzanotte, la Santa Famiglia vagava per il mondo per sfuggire ai terribili soldati di Erode che avevano l’ordine di uccidere il Bambin Gesù. Bisognava dunque che, in caso di pericolo, la Santa Famiglia potesse, senza perdere tempo, rifugiarsi nella casa più vicina. Per questo la porta doveva rimanere aperta, il camino acceso tutta la notte e la tavola apparecchiata, con buone provviste. La nostra notte di Natale trascorreva di conseguenza nell’insonnia e nell’ascolto più ansioso. Il minimo rumore ci faceva trasalire. Ci si commuoveva all’idea che Ma- ria e Giuseppe col Bambino si rifugiassero in casa nostra. Se ne aveva un’impressione che probabilmente avrebbe lasciato una trac-

cia per tutto il resto della vita.

1996 1972
1996
1972

poesia poesia poesia

L’ABETE di Gianni Rodari (1920-1980)

1968
1968

Chi abita sull’abete tra i doni e le comete? C’è un Babbo Natale

alto quanto un ditale.

Ci

sono i sette nani,

 

gli indiani,

i marziani.

 

Ci

ha fatto il suo nido

perfino Mignolino. C’è posto per tutti, per tutti, c’è un lumino e tanta pace per chi la vuole, per chi sa che la pace

scalda anche più del sole.

A GESÙ BAMBINO di Umberto Saba (1883-1957)

 

La notte è scesa e brilla la cometa che ha segnato il cammino. Sono davanti a Te, Santo Bambino Tu, Re dell’Universo,

ci

hai insegnato

1993
1993

che tutte le creature sono uguali, che le distingue solo la bontà,

tesoro immenso, dato al povero e al ricco. Gesù, fa’ ch’io sia buono, che il cuore non abbia che dolcezza. Fa’ che il tuo dono s’accresca in me ogni giorno e intorno lo diffonda nel tuo nome.

ALLA VIGILIA DI NATALE di Bertolt Brecht (1898-1956)

 

Oggi siamo seduti, alla vigilia

di

Natale, noi gente misera,

in una gelida stanzetta, il vento corre di fuori, il vento entra. Vieni, buon Signore Gesù, da noi, volgi lo sguardo:

perché Tu ci sei davvero necessario.

GLI ANIMALI DEL PRESEPE di Piero Bargellini (1897-1980)

Quando si sparse la notizia che stava perarrivare il Re del mondo tutti gli animali pensarono di fargli festa. Il leone si ravviò la bella criniera fulva, il cavallo si lustrò il pelo morato, il cane si lavò il muso, il gatto si leccò le zampe; perfino la serpe si lustrò le squame. Una notte d’inverno apparve un pastore e disse agli animali:

1959
1959

In una grotta è nato un povero bambino che non ha da coprirsi. Chi vuoI venire a riscaldarlo? lo non posso disse il leone perché aspetto

il Re del mondo e sarò alla sua corte. Anch’io lo aspetto disse il cavallo, sarò la sua cavalcatura. lo, disse il cane, servirò alle sue cacce. Ed io sarò alla sua mensa disse il gatto. Nessuno volle andare a riscaldare quel povero bambino, pensando che fosse il figlio di quell’oscuro pastore. Tornando verso la grotta, il pastore incontrò un asino e un bue. Ripeté a loro l’invito ed essi, umili e buoni, accettarono. La mattina dopo, canti di gloria in cielo e canti di gioia in terra: “È nato il Re del mondo!”. Gli animali rizzarono le orecchie e vedendo la gente andare verso Betlemme si misero a correre in quella direzione. “Dov’è il Re del mondo?” chiesero al pastore che vigilava l’entrata. È qui egli rispose - ma voi arrivate tardi. Ormai il posto è preso. Infatti essi videro l’asino e il bue inginocchiati alla mangiatoia e il Bambino che carezzava i loro musi. Soltanto allora gli animali superbi ed egoisti capirono che il pastore era un Angelo e che il povero bambino era il Re del mondo.

1996
1996

DINTORNI NATALIZI di Andrea Zanzotto (1921-2011)

Natale, bambino o ragnetto o pennino che fa radure limpide dovunque e scompare e scomparendo appare come candore e blu delle pieghe montane in soprassalti e lentezze

in fini turbamenti

e più

Bambino

e vuoto

e campanelle e tivù

nel paesetto. Alle cinque della sera la colonnina del meteo della farmacia scende verso lo zero, in agonia. Ma galleggia sul buio con sue ciprie di specchi. Natale mordicchia gli orecchi glissa ad affilare altre altre radure. Lascia le luminarie a darsi arie sulla piazza abbandonata col suo presepio di agenzie bancarie. Natali così lontani da bloccarci occhi e mani come dentro fatate inesistenze dateci ancora di succhiare degli infantili geli le nobliate essenze.

1999
1999

DIO IN FASCE di Federico García Lorca (1898-1936)

E così, Dio scomparso, che voglio averti. Piccolo cembalo di farina per il neonato. Brezza e materia unite nell’espressione esatta per amor della carne che non sa il tuo nome.

E così, forma breve d’inafferrabile rumore, Dio in fasce, Cristo minuscolo ed eterno, mille volte ripetuto, morto, crocifisso, dall’impura parola dell’uomo che suda.

1998
1998

DOVE SONO I BAMBINI di Gianni Rodari (1920-1980)

Dove sono i bambini che non hanno l’albero di Natale con la neve d’argento,

  • i lumini e i frutti di cioccolata Presto, presto, adunata, si va

1963
1963

nel Pianeta degli alberi di Natale, io so dove sta. Che strano, beato Pianeta ...

Qui è Natale ogni giorno. Ma guardatevi attorno:

gli alberi della foresta, illuminati a festa, sono carichi di doni.

Crescono. sulle siepi i panettoni,

  • i platani del viale

sono platani di Natale. Perfino l’ortica non punge mica, ma tiene su ogni foglia un campanello d’argento che si dondola al vento. In piazza c’è il mercato dei balocchi. Un mercato coi fiocchi, ad ogni banco lasceresti gli occhi. E non si paga niente, tutto gratis. Osservi, scegli, prendi e te ne vai.

Anzi, il padrone ti fa l’inchino e dice: « Grazie assai, torni ancora domani, per favore:

per me sarà un onore

... Che belle vetrine senza vetri! Senza vetri, s’intende, cosi ciascuno prende quello che più gli piace: e non si passa mica alla cassa, perché la cassa non c’è. Un bel Pianeta davvero anche se qualcuno insiste a dire che non esiste ... Ebbene, se non esiste, esisterà:

»

che differenza fa?

FACCIATA NATALIZIA NAPOLETANA

di Alfonso Gatto (1909-1976)

Ai poveri balconi delle case felici zeppe di strilli, inferme, in alto alle cornici, ove il cielo dei fili si perde nell’albore murario delle cupole e nel freddo del cuore, e Napoli nell’agro falsetto trova il piglio grinzoso, la sua matria ridicola di figlio

  • di scena è la facciata ove il Natale mostra

    • i melloni, le sorbe, l’uva dei merletti

      • di carta, i fichi d’India. (È la nomenclatura

del far tutto con cura.) Qui sbiadiva la nostra

1963
1963

fanciullezza pensosa: la stanza, i vecchi letti, il Vesuvio dipinto sul mare di Bengala. Era l’aria festiva, era l’aria di tutti, la porta sulla scala aperta ai pastori

che piangevano i lutti, il bambino che viene in braccio alle novene. Era un vederci fuori

  • di noi, “al vento, al gelo”, per restar dentro, al fiato

  • di quel primo passato ove albeggiava il cielo.

Ho dipinto un ricordo, il ricordo ha la mano

paffuta di geloni per quel mangiare poco in mostra sui balconi, ma dipingo per gioco.

GIOCATTOLI SOTTO L’ALBERO

da Poesie con le gambe corte (1966) di Luigi Santucci (1918-1999)

Sotto lo sfavillar del gaio abete, i giocattoli fan quasi un villaggio.

Lucidi, nuovi: ancor non sapete quanti son, quali son: sembra un miraggio ... C’è un treno già montato sui binari, una bambola nera che par viva, un camion col rimorchio e con i fari, sei burattini in vispa comitiva. Il gioco del ping-pong, la gru girevole, tre libri di racconti e un’altalena. Gesù Bambino è stato servizievole:

la stanza dei suoi doni è tutta piena. Che meraviglia! I bimbi trasognati

  • li adoran, con un tacito sorriso.

Gli angeli certo li hanno fabbricati:

han tutti ancor odor di paradiso ...

LETTERA A GESÙ di Mario Lodi (1922)

Caro Gesù, dà la salute a mamma e papà, un pò di soldi ai poverelli, porta la pace a tutta la terra, una casetta a chi non ce l’ha e ai cattivi un pò di bontà. E se per me niente ci resta sarà lo stesso una bella festa.

IL MAGO DI NATALE di Gianni Rodari (1920-1980)

S’io fossi il mago di Natale farei spuntare un albero di Natale in ogni casa, in ogni appartamento dalle piastrelle del pavimento, ma non l’alberello finto,

  • di plastica, dipinto

che vendono adesso all’Upim:

un vero abete, un pino di montagna, con un po’ di vento vero impigliato tra i rami, che mandi profumo di resina in tutte le camere, e sui rami i magici frutti: regali per tutti.

Poi con la mia bacchetta me ne andrei a fare magie per tutte le vie In via Nazionale

farei crescere un albero di Natale carico di bambole d’ogni qualità, che chiudono gli occhi e chiamano papà, camminano da sole, ballano il rock an’roll e fanno le capriole. Chi le vuole, le prende:

1963
1963

gratis, s’intende.

In piazza San Cosimato faccio crescere l’albero del cioccolato; in via del Tritone l’albero del panettone in viale Buozzi l’albero dei maritozzi, e in largo di Santa Susanna quello dei maritozzi con la panna.

Continuiamo la passeggiata? La magia è appena cominciata:

dobbiamo scegliere il posto all’albero dei trenini:

va bene piazza Mazzini? Quello degli aeroplani lo faccio in via dei Campani.

1972
1972

Ogni strada avrà un albero speciale e il giorno di Natale i bimbi faranno il giro di Roma a prendersi quel che vorranno. Per ogni giocattolo colto dal suo ramo ne spunterà un altro dello stesso modello o anche più bello. Per i grandi invece ci sarà magari in via Condotti l’albero delle scarpe e dei cappotti. Tutto questo farei se fossi un mago. Però non lo sono che posso fare? Non ho che auguri da regalare:

di auguri ne ho tanti, scegliete quelli che volete, prendeteli tutti quanti.

NATALE di Theofile Gautier (1811-1872)

Bianca la terra, il cielo grigio, Suonate, campane, a distesa:

è nato. Sul vivo prodigio la Vergine è china e protesa.

Non broccati, non grevi tende proteggono il Bimbo dal gelo:

qualche tela di ragno pende dal soffitto che mostra il cielo.

1989
1989

Gesù, tutto bianco e vermiglio, sulla paglia fredda si muove;

gli rifiatano sul giaciglio, a scaldar lo, l’asino e il bove.

Sopra il tetto che si spalanca nero, la neve fiocca eguale. Angioletti in tunica bianca

ricantano ai greggi: È Natale!

1963
1963

NATALE di Alessandro Manzoni (1785-1873)

Natale (1813) è uno dei cinque Inni sacri scritti da Manzoni dopo la sua conversione al cristianesimo. Gli altri sono la Resurrezione, Il nome di Maria, la Passione e la Pentecoste. Nel Natale il protagonista è l’uomo, precipitato come un masso dal ”vertice di lunga erta montana” e costretto a giacere “ immobile là dove

cadde” fino a che la Grazia, “una virtude amica, in alto nol trarrà”.

NATALE di Giovanni Papini (1881-1956)

La festa di Natale è la festa dei bimbi perché un Bambino è nato nel Presepe, un Bambino che è Signore del cielo e della terra e che un giorno dirà:

Lasciate che i bimbi vengano a me.

1959
1959

NATALE AL CAFFÈ FLORIAN di Alfonso Gatto (1909-1976)

La nebbia rosa e l’aria dei freddi vapori arrugginiti con la sera, il fischio del battello che sparve nel largo delle campane un triste davanzale, Venezia che abbruna le rose sul grande canale. Cadute le stelle, cadute le rose nel vento che porta il Natale.

NATALE DE GUERA di Trilussa (1871-1950)

Ammalappenache s’è fatto giorno e er Bambinello s’è guardato intorno. Che freddo, mamma mia! Chi m’aripara? Che freddo, mamma mia! Chi m’ariscalla? Fijo, la legna è diventata rara e costa troppo cara pè compralla ... E l’asinello mio dov’è finito? Trasporta la mitraja sur campo de battaja: è requisito. Er bove? - Pure quello… fu mannato ar macello. Ma li Re Maggi arriveno? - E’ impossibbile perchè nun c’è la stella che li guida; la stella nun vò uscì: poco se fida pè paura de quarche diriggibbile - ... Er Bambinello ha chiesto:- Indove stanno tutti li campagnoli che l’antr’anno portaveno la robba ne la grotta? Nun c’è neppuro un sacco de polenta, nemmanco una frocella de ricotta ...

1981
1981
1991
1991

Fijo, li campagnoli stanno in guerra, tutti ar campo e combatteno. La mano che seminava er grano e che serviva pè vangà la terra adesso viè addoprata unicamente per ammazzà la gente ... Guarda, laggiù, li lampi de li bombardamenti! Li senti, Dio ce scampi, li quattrocentoventi che spaccheno li campi?- Ner dì così la Madre der Signore s’è stretta er Fijo ar core e s’è asciugata l’occhi cò le fasce. Una lagrima amara pè chi nasce, una lagrima dòrce pè chi more ...

NATALE 1988 di Alda Merini (1931)

Buon Natale, Marina, mia rondine felice mia adorata figliola piena di mille grazie, che non perdoni mai gli sprechi di denaro:

tu non perdoni l’usura dei poeti la loro fantascienza e l’eterno dolore. Se tu non mi perdoni che debbon dire i figli dell’interno Naviglio sopra cui giace inerte la nera poesia, quelle luci lontane il seno della colpa

1959
1959

e il lubrico miraggio di un amore perduto. Buon Natale, Marina, per ciò che non ho avuto.

1960
1960

NATALE 1989 di Alda Merini (1931)

Natale senza cordoglio e senza false allegrie ... Natale senza corone e senza nascite ormai:

l’inverno che già sfiorisce non vede il suo capitale, non vede un tacito figlio che forse in un giorno d’inverno buttò i suoi abiti ai rovi.

NATALE 1833 di Alessandro Manzoni (1785-1873) Abbozzo di un inno sacro scritto dopo la morte della moglie Enrichetta

Blondel il giorno di Natale del 1833. È una riflessione sul dolore partendo

da un presepe che, all’apparenza sereno, mette in luce la terribilità di Dio. Il bambino nella mangiatoia “in quei lini ascoso” è infatti un “fanciul seve- ro” il cui pensiero è fato e il cui vagire è legge. Divenuto adulto, sperimen- terà sulla croce la sofferenza della preghiera non ascoltata dal Padre.

NATALE SULLA TERRA

di Jean Nicolas Arthur Rimbaud (1854-1891)

Dallo stesso deserto, nella stessa notte, sempre i miei occhi stanchi si destano alla stella d’argento, sempre,

1960
1960

senza che si commuovano i Re della vita,

  • i tre magi, cuore, anima, spirito

Quando ce ne andremo di là dalle rive e dai monti, a salutare la nascita del nuovo lavoro, la saggezza nuova,la fuga dei tiranni e dei demoni, la fine della superstizione,

ad adorare - per primi! - Natale sulla terra!

NATALE TUTTO L’ANNO di Gianni Rodari (1920-1980)

Se comandasse il pastore del presepe di cartone sai che legge farebbe, firmandola col lungo bastone? Voglio che oggi non pianga nel mondo un solo bambino, che abbiano lo stesso sorriso

il bianco, il moro, il giallino. Sapete che casa vi dico, io che non comando niente? Tutte queste belle cose accadranno facilmente. Se ci diamo la mano

1962
1962
  • i miracoli si faranno,

e il giorno di Natale

durerà tutto l’anno.

NINNA NANNA DI NATALE di Giovanni Pascoli (1855-1912)

Dormi, dormi, bambino caro! Angeli, abbassate la voce! Che non pensi al calice amaro, Che non pensi a quella croce!

LA NOTTE SANTA di Guido Gozzano (1883-1916)

Consolati, Maria, del tuo pellegrinare! Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei. Presso quell’osteria potremo riposare, ché troppo stanco sono e troppo stanca sei. Il campanile scocca lentamente le sei. Avete un po’ di posto, o voi del Caval grigio, un po’ di posto per me e per Giuseppe? Signori, ce ne duole: è notte di prodigio; son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe. Il campanile scocca lentamente le sette. Oste del Moro, avete un rifugio per noi? Mia moglie più non regge ed io son così rotto!

Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:

Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto. Il campanile scocca lentamente le otto. O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno avete per dormire? Non ci mandate altrove! S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.

Il campanile scocca lentamente le nove. Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella! Pensate in quale stato e quanta strada feci! Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella. Son negromanti, magi persiani, egizi, greci ... Il campanile scocca lentamente le dieci.

 

Oste di Cesarea

– Un vecchio falegname?

... Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente? L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame non amo la miscela dell’alta e bassa gente. Il campanile scocca le undici lentamente. La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due? Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta! Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue ... Maria già trascolora, divinamente affranta ... Il campanile scocca La Mezzanotte Santa.

1968
1968

E’ nato il Sovrano Bambino.La notte, che già fu sì buia, risplende d’un astro divino.sonate, squillate, campane! Venite, pastori e massaie, o genti vicine e lontane! Non sete, non molli tappeti, ma come nei libri hanno detto da quattro mill’anni i Profeti, un poco di paglia ha per letto. Per quattro mill’anni s’attesequest’ora su tutte le ore. È nato, è nato il Signore! È nato nel nostro paese! Risplende d’un astro divino la notte che già fu sì buia. E’ nato il Sovrano Bambino, E’ nato! Alleluia! Alleluia!

NUTTATA È NATALE di Salvatore Di Giacomo (1860-1934)

Dint’a na grotta scura dormeno ‘e zampugnare:

dormeno, appese a ‘e mura, e ronfeno, ‘e zampogne quase abbuffate ancora ‘a ll’urdema nuvena; e, ghianca, accumparesce e saglie ncielo, dint’ ‘a chiara nuttata, ‘a luna chiena.

1992
1992

Dormeno: a mezzanotte cchiù de n’ora ce manca; e se sparano botte, s’appicceno bengala,

e se canta e se sona per tutto ‘o vicenato ...

Ma ‘o Bammeniello nun è nato ancora, e nun s’è apierto ancora ‘o Viscuvato. Fora, doppo magnato, esce nfucata, ‘a gente:

1998
1998

ccà d’ ‘o viento gelato, p’ ‘e fierre d’ ‘a cancella, trase ‘a furia ogne tanto ... E c’’o viento, e c’o friddo ncoppa’ ‘a paglia pugnente, a ppare a ppare, dormeno, stracque e strutte, ‘e zampugnare.

IL PELLEROSSA NEL PRESEPE di Gianni Rodari (1920-1980)

Il pellerossa con le piume in testa e con l’ascia di guerra in pugno stretta, come è finito tra le statuine del presepe, pastori e pecorine, e l’asinello, e i Magi sul cammello, e le stelle ben disposte, e la vecchina delle caldarroste? Non è il tuo posto , via, Toro Seduto:

torna presto da dove sei venuto. Ma l’indiano non sente. O fa l’indiano. Ce lo lasciamo, dite, fa lo stesso? O darà noia agli angeli di gesso? Forse è venuto fin qua ha fatto tanto viaggio, perché ha sentito il messaggio:

1960
1960

pace agli uomini di buona volontà.

PRESEPE di Guido Gozzano (1883-1916)

La pecorina di gesso, sulla collina in cartone, chiede umilmente permesso, ai Magi in adorazione. Splende come acquamarina il lago, freddo e un po’ tetro, chiuso fra la borraccina, verde illusione di ‘vetro. Lungi nel tempo, e vicino, nel sogno (pianto e mistero) c’è accanto a Gesù Bambino, un bue giallo, un ciuco nero.

IL PRESEPE di Salvatore Quasimodo (1901-1968)

Natale. Guardo il presepe scolpito dove sono i pastori appena giunti alla povera stalla di Betlemme.

Anche i Re Magi nelle lunghe vesti salutano il potente Re del mondo.

Pace nella finzione e nel silenzio delle figure in legno ed ecco i vecchi del villaggio e la stalla che risplende e l’asinello di colore azzurro.

1964
1964
1996 1984
1996
1984

IL PRIMO PRESEPIO di Guido Gozzano (1883-1916)

E vengono i guardiani coperti di pelli con la scorta delle loro cornamuse e con i cani, vengono

i

contadini diffidenti, vengon le donne di Assisi

che hanno i bambini al seno e i ragazzetti attaccati alle gonne, vengono i soldati del comune e quelli: del vescovo, i mercanti che han lasciato la bottega, gli uomini di toga e i prelati. E tutti sono come spinti da un’ignota forza cui è impossibile resistere. Sfila la processione nera sui sentieri azzurri della neve baciata dalla luna, esce dalla porta aperta della città e si svolge e si dipana per la pianura in lunga fila. E per l’aria, diventata improvvisamente dolce come nel maggio, si spande in ampie onde il suono delle campane di Assisi e di Perugia, che inneggiano a Dio nato fra gli uomini. Giunta al presepio, la processione s’arresta fra grida di meraviglia, ché un grande miracolo è apparso alla folla. Dalla mangiatoia della stalla emana un tenue e casto lume; fra la paglia d’oro, riscaldata dall’alito delle umili bestie, è fiorita, come

un’apparizione divina, l’immagine del bimbo santo: di Gesù Nazareno!

  • I RE MAGI di Gabriele D’Annunzio (1863-1938)

 

Una luce vermiglia risplende nella pia

notte e si spande via per miglia e miglia e miglia.

O nova meraviglia! O fiore di Maria!

Passa la melodia e la terra s’ingiglia.

Cantano tra il fischiare

del vento per le forre,

i

biondi angeli in coro;

ed ecco Baldassarre Gaspare e Melchiorre, con mirra, incenso ed oro.

  • I RE MAGI di Emilio Praga (1839-1875)

I

bei vegliardi dallo scettro d’oro

che per la neve, sotto il ciel sereno,

sostar sommessi alla mia porta udia la notte della santa Epifania,

o son morti di freddo o son malati nei paesi del sole,

i

bei vegliardi dallo scettro d’oro!

STAVA LA VERGINE MARIA

di Miguel De Unamuno (1864-1936)

Stava la Vergine Maria ninnando il presepe a Betlemme; cullando il suo Dio che dormiva; ritornello alla culla: così sia.

1997
1997

L’asino e il bove sognavano, sognavano il creato,

e Dio, che amore di bimbo!

dormiva senza

sognare. L’alba del tempo segnava

.

  • i sogni vestiva la luce;

2004
2004

sognava la Vergine Maria, cantava sognando la croce.

LA STELLA DI BETLEMME di Boris Pasternak (1890-1960)

C’era l’inverno Soffiava il vento dalla steppa. E freddo aveva il neonato nella tana sul pendio del colle. L’alito del bue lo riscaldava.

Animali domestici stavano nella grotta. sulla culla vagava un tiepido vapore. dalle rupi guardavano assonnati i pastori gli spazi della mezzanotte.

1998
1998

Lontano era il campo della neve e il cimitero,

  • i recinti, le pietre tombali,

le stanghe di carri confitte nella neve, e il cielo sul camposanto, pieno di stelle.

E lì accanto, sconosciuta prima di allora, più modesta di un lucignolo nella finestrella del capanno, tremava una stella sulla strada di Betlemme.

SULLA MATTINA DELLA NATIVITÀ DI CRISTO (1629)

(On the morning of Christ’s nativity), ode di John Milton (1608-1674)

Ode scritta da John Milton nel 1629 e pubblicata in Poems of Mr. John Milton nel 1645. Il poema descrive l’incarnazione di Cristo e il conseguente decadimento del paganesimo. Mette inoltre in relazio- ne l’incarnazione di Cristo con la sua crocifissione. Sulla mattina del- la natività di Cristo è considerata la sua prima opera di successo.

IL VECCHIO NATALE di Marino Moretti (1885-1979)

Quando la neve fa sopra la siepe, un bel merletto e la campana suona, Natale bussa a tutti gli usci e dona ad ogni bimbo un piccolo presepe.

A tutti il vecchio dalla barba bianca porta qualcosa, qualche bella cosa. e cammina e cammina senza posa e cammina e cammina e non si stanca;

e dopo avere tanto camminato, nel giorno bianco e nella notte azzurra, conta le dodici ore che sussurra la mezzanotte e dice al mondo: È nato!

1962
1962

LA VIGILIA DI NATALE E IL GIORNO DI PASQUA

(Christmas-eve and Easter day, 1850) meditazione metafisica di Robert Browning (1812-1889)

È il primo lavoro pubblicato da Robert Browning dopo il suo matri- monio con Elizabeth Barrett Browning e risente delle idee religiose

della moglie. L’opera è divisa in due parti: La vigilia di Natale dove la semplicità evangelica viene contrapposta ai cerimonialismi e agli intellettualismi dell’ufficialità ecclesiastica e Easter-Day dove un cri- stiano e uno scettico dibattono sulla natura della fede.

LO ZAMPOGNARO di Gianni Rodari (1920-1980)

 

Se comandasse lo zampognaro

2004
2004
1982
1982

che scende per il viale, sai che cosa direbbe il giorno di Natale? Voglio che in ogni casa spunti dal pavimento un albero fiorito di stelle d’oro e d’argento . Se comandasse il passero che sulla neve zampetta sai che cosa direbbe con la voce che cinguetta?

Voglio che i bimbi trovino, quando il lume sarà acceso, tutti i doni sognati, più uno, per buon peso . Se comandasse il pastore dal presepe di cartone sai che legge farebbe firmandola col lungo bastone? Voglio che oggi non pianga nel mondo un solo bambino, che abbiano lo stesso sorriso, il bianco, il moro, il giallino . Sapete che cosa vi dico io che non comando niente? Tutte queste belle cose accadranno facilmente:

se ci diamo la mano i miracoli si fanno e il giorno di Natale durerà tutto l’anno.

1991
1991
LA VIGILIA DI NATALE E IL GIORNO DI PASQUA (Christmas-eve and Easter day, 1850) meditazione metafisica
23 dicembre 1984 Sulla scia dell’antica tradizione degli almanacchi, L’Espresso del 23 dicembre 1984 dedica le

23 dicembre 1984

Sulla scia dell’antica tradizione degli almanacchi, L’Espresso del 23 dicembre 1984 dedica le pagine della sezione società al Natale ospitando (accompagnati da disegni di Lele Luzzati) interventi di personaggi di rilievo della letteratura. del giornalismo e dello spettacolo. Eccone alcuni.

L’ALBERO di Luigi Malerba (1927-2008)

Quando ero bambino confondevo vergognosamente l’albero di Natale con l’uovo di Pasqua, una confusione che mi è costata ahimè molti rimproveri da parte dei parenti cattolici pedanti e osservanti. A Natale preferivo poi l’albero dei contadini, un ginepro appenninico con appesi dei mandarini e delle noci, invece dell’abete regolarmente di casa mia con tutte le candeline e le palline di vetro colorato. Solo molti anni più tardi ho trovato nella biblioteca di casa un conforto e un alibi alle mie confusioni in un vecchio dizionario delle origini, invenzioni e scoperte (opera compilata da una società di letterati italiani e pubblicata nel 1828 a Milano presso al tipografia Bonfanti), dove è detto alla voce sul Natale che “nei nostri anti- chi scrittori trovasi sovente menzionata la festa di Natale, la notte di Natale e la pasqua di Natale, intorno alla quale gli antichi scrittori di pastorizia, insegnavano di congiungere gli agnelli con le madri”. Che stranezze. La pasqua di Natale, l’agnello pasquale e l’abbacchio nata- lizio romano, la madre dell’agnello ovvero la pecora e la Madre di Gesù ovvero la Madonna, e persino un sospetto di incesto suggerito da antichi e ignoti scrittori di pastorizia. Le mie incertezze infantili avevano dunque ra- dici casalinghe storiche e letterarie, ma con gli anni ogni cosa ha trovato la sua giusta collocazione, il torrone, l’uovo, l’abbacchio, il panettone, la co- lomba e l’albero. Il mio trasferimento da Parma a Roma ha fatto nascere il dilemma tra il nordico albero di Natale e il meridionale presepio, ma i miei figli, nati a Roma, li pretendevano tutti e due. Così dopo i Natali nevosi della mia infanzia sono arrivati i Natali nella casa di campagna di Orvieto, dove la neve era solo quella simulata dai fiocchi di bambagia adagiati con cura sulle fronde dell’abete comprato al vivaio e sul tetto della stalla con il bue e l’asinello. Ma qui è emerso un ulteriore problema natalizio. Dove mettere alla fine delle feste l’abete comprato al vivaio? Non si butta via un albero vivo sia per rispetto alla natura che alla tradizione e alla religione (incombe anche un sospetto di peccato in questi casi). Così di anno in anno intorno alla casa di campagna immersa nella vegetazione umbra, casta- gno olmo quercia alloro e acacia, hanno cominciato a crescere questi intrusi abeti natalizi con le loro sagome da neve e da alta montagna in un paesaggio dove la neve compare sì e no per due o tre giorni all’anno. Ho cercato di spiegare in famiglia che l’albero viene da una tradizione relativamente recente (è attestato per la prima volta a Strasburgo nel 1539) e che l’abete si poteva per esempio sostituire con un alloro, laurus nobilis. Ho provato anche ad appendere noci e mandarini al posto delle candeline e delle palline di vetro colorato. Ho molta stima di

23 dicembre 1984 Sulla scia dell’antica tradizione degli almanacchi, L’Espresso del 23 dicembre 1984 dedica le

Gesù e sono sicuro che non si è offeso per queste mie innocenti trasgressioni, ma sono stato ancora rimproverato da tutti come per le mie confusioni infantili. Intanto continua a crescere intorno alla mia casa di campagna orvietana una piccola ma imbarazzante foresta di abeti di cui devo giustificarmi ogni volta con gli amici che vengono a trovarmi. Ho molta stima anche di Ippolito Pizzetti * e sono sicuro che sarà comprensivo anche lui, come Gesù.

* Letterato e architetto che tenne per anni corsi universitari di Architettura del paesaggio e dal 1975 al 1985 la rubrica Pollice verde su L’Espresso.

IL PRESEPE di Domenico Rea (1921-1994)

L’abbondanza boccaccesca-basiliana nel presepe napoletano.

Il presepe napoletano fu. Ora non è più niente. Rimasta una stenta tradizione con qualche artefatta ripresa, il presepe ricorda tempi che è meglio non far ritornare. Non essendo mai assurto a un concetto mistico della vita e meno che mai al metafisico pensiero di Dio, il presepe dei napoletani – il più celebre del mondo – esaltava il mito teatrale dello scialo, incurante della nascita del Redentore. La grotta con il Bambino, la Vergine, il marito, il bue e l’asinello costituivano una banalità. Più importante era la rappresentazione della vita. E qual era nel Seicento la costan- te del vivere? Torme, compagnie, falangi ed eserciti di affamati seminudi trascinantisi verso Napoli. Tentavano di sfuggire alla rapacità dei baroni peggiori del re. È in questi anni che Napoli comincia a trasformarsi urbanisticamente in un pacco intestinale con fondachi prima e bassi poi. Per coprirsi ci sono solo gli strac- ci dei cadaveri e degli “spogliampisi” (impiccati). La città pute e sprofonda nelle visioni mistiche della fame: quelle di tutta la novellistica medievale. In quest’ambiente nasce il presepe napoletano di cui il campione è conservato nel Museo di San Martino sotto il nome di presepe di Cuciniello. Il teatro fantasma affamato di Pulcinella, che spunta proprio in questi anni, appare in visione a tutti. Il cibo, nei suoi barocchi trionfi, è il pensiero dominante e il pre- sepe ne diventa l’icastica rappresentazione. Ed è così che lungo le erte montane-invernali del presepe e le muschiate pianure, sull’eccitazione onirica della fame, viene cosparsa l’abbondanza boccaccesca-basiliana: maccarune, purpette e braciole, soppressa- te, salcicce e soffritto, pruvulone, caciotte e mozzarelle, triglie, scuòfane e guarracini, fasulare, cocciole e tunnine, migliacci, zeppole e struffoli, la croccante e la birbante, pere, mele e fiche secche, noci e nocelle, vruoccole e fenucchie al grido di: “Magnate, ché ve fa bene! Magnate, ché è meglio che all’auto munno jate cu la panza chiena che cu lu ventre speruto!”. Oggi i napoletani sono quasi tutti a dieta. Il figlio medico del mio lustrascarpe, come già fece l’anno scorso, va con la compagna a sciare sulle piste nevose di Rivisondoli e dell’Aremogna. La stupefacentissima figliola del mio portinaio, Floriana, ha un uomo di gran conto che la conduce in volo voluttuoso alle Mauritius. E il presepe? Ma che cosa è questo coso di carta sporca, cimici e pidocchi?

Gesù e sono sicuro che non si è offeso per queste mie innocenti trasgressioni, ma sono

I REGALI di Fruttero (1926-2012) & Lucentini (1920-2002)

Rivelando grande intelligenza la coppia Fruttero-Lucentini accantona i propri ricordi, evita di parlare di sé e prende elegantemente in giro vizi e manie degli italiani.

Carabina da Camera a canne divergenti. Può sparare indifferentemente verso destra e verso sinistra. Si- lenziosissima, retrattile, supercompatta, non pesa sulla coscienza e non ha rinculo sull’onorabilità. Regalo ideale per franchi tiratori di qualsiasi maggioranza, alleanza, coalizione, schieramento, parlamentare e non. Intarsi interclassisti in madreperla e argento. Il piccolo Telegibbon illustrato. Curata da un’équipe di studiosi di fama internazionale, questa vasta sintesi sto- rica ripercorre, dalle origini ai giorni nostri, le vicende dei grandi imperi televisivi, Dallas, Dynasty, Falcon Crest, Sentieri ecc., nelle loro complesse e affascinanti ramificazioni. Volume unico in morbida carta Soavex, elegante- mente rilegato. Quattrocento tavole di spot fuoritesto. In appendice, tutti gli alberi genealogici a colori.

Tuta mimetica per assenteisti. Leggera, felpata, controlrepellente, garantisce in qualunque clima politico la massima libertà di movimento e assicura la piena invisibilità. In tutti i colori pubblici e privati. Dopobarba Frisson culturel. Direttamente dalla Jacques Lang, è un “must” per assessori e affini. Il suo profumo virile e insieme delicato, alle essenze demagogiche, conquista le masse popolari e seduce le minoranze elitarie. Raffinato flacone in marmo effimero, munito di spray sponsorizzante. Cancellatore automatico Ahi-nhoi. Un dono dell’alta tecnologia giapponese all’utente italiano. Il dispositivo “shut-upper”, facil- mente programmabile e applicabile a qualsiasi televisore, “ri- conosce” automaticamente ministri, sottosegretari, sindacalisti, sindaci, presidenti, tirapiedi, funzionari e autorità varie, nel mi- crosecondo in cui appaiono sul teleschermo e gli toglie la parola senza danneggiare l’immagine. Opzionale: un sofisticato audio- circuito “double-talk”, che alle dichiarazioni dei politici sostitui- sce versi di poeti. De Mita che declama Foscolo! Craxi che inter- preta Montale! Longo che sussurra Petrarca! Natta che scandisce Metastasio! Ampie possibilità di varianti e combinazioni. Tavolo triangolare della I.G.S. (Imprenditori, Governo, Sin- dacati). Vanto del design italiano, esposto al Museum of Mo- dern Art di New York, questo famoso “pezzo” è ora disponibile anche nei colori rosso-sciopero, blu-serrata, verde-crisi, e con una nuova sottostruttura a dodici gambe (quattro per lato) che ne accresce l’interminabilità. Orologio da polso Connection, al quarso drogato. Ultimo ca- polavoro della grande tradizione cronotecnica elvetica, questo esclusivo gioiello presenta un originale quadrante-bersaglio a cerchi concentrici in nero e oro bianco, creato da Sonja Delaunay per una clientela cosmopolita molto esigente. Pulsante elettronico contamorti. Cassa in cemento purissimo di Sicilia.

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IL PANETTONE di Gianni Brera (1919-1992) Con la scusa del panetun un excursus nella cucina natalizia milanese.

Il panettone è uno dei simboli di Milano redenta dalla fame. Una proiezione angelica della pagnotta fin troppo a lungo condita di umile saliva. La definitiva vittoria sulla pellagra, ostinata nemica dei poveri (la storia matri- gna ci ha mortificati per secoli). E come nel giorno di Natale il timore della morte ci fa adorare Cristo piccino piccino, così la festevole tregua della fame – che pure è morte – ci esorta a spanciate esorcizzanti. Con la molle polenta degluttivi il nulla; con il pane di mèliga abbruttivi. Ma il giorno in cui adoriamo, ignari o no, che ci consola di sopravvivere, pretendiamo estasi grasse! Il nostro an- noso beribèri si consola di stravaganti acquoline. Sentite. Fratello porco ha reso l’anima per una perfida coltellata nella giugulare: ci ha lasciato salami e cotechini (da queste parti non è aria per i prosciutti, perciò sono migliori i nostri salami). La coltella affilata incide pelli già onuste di muffe gloriose: il sal- cicciotto esala borborigmi pacati, e profumi stordenti. Cetrioli inaciditi e salati come consiglia misura disegnano circoli di un oro verdognolo sul piatto. Il primo attacco è sapido, non violento. La più capace pignat- ta restituisce ravioli tremolanti nel delicato involucro di farina all’uovo. Il brodo del cappone e del cappello da prete allaga di occhi minacciosi questa arcana concessione alla gola. Il record di famigli è sul centinaio (un raviolo dei nostri fa due noci me- diane). Poi, vengono le carni. Occhi già congesti sonnecchiano sotto la graduale lusinga epatica. Il vino è quel che di meglio ci passano le brente oltrepadane. I formaggi onorano il principio secondo cui la bocca l’è minga stracca senonché la sa de vacca. Mostarde policrome si ricordano agli estri afrodisiaci dei cremonesi. Infine una zuppiera colma di panna annuncia l’arrivo in tavola di Sua Maestà il Panettone. Lo guardi con

Tuta mimetica per assenteisti. Leggera, felpata, controlrepellente, garantisce in qualunque clima politico la massima libertà di

odio, come una donna che, troppo a lungo implorata, finalmente si dia a tuo dispetto. La stessa coltella che af- fettò i salumi si rinvergina per l’ultima cerimonia. Il breve braccio di ferro con il turacciolo del moscato approda a schizzi festosi e malerbetti. Chi preferisce la panna non chieda vino dolce! Re Panetun si apre a un ampio sorriso complicato di bucce glassate, di acini gloriosi: la coltella sacrifica per gioia. Il sospetto è che la crapula non santifichi del tutto, ma lo sforzo rasenta il prodigio. Ammollate questa secolare esaltazione del pane, questo simbolo di vittoria sulla fame: la panna lo inzuppa e annega per fecondare il tuo sacrificio estremo. Ho qui rinnovato un’estasi antica, mortifera d’orgoglio per i mangioni inuzzoliti di simbolico amore. Se lo ricordi come era, il panetun, può commuoverti pure; se invece lo consideri quel che è diventato, alto spargolo e buffo come berrettone da cuoco, puoi riiutarti a ogni sentimento. In sé, non più di una scodella di comunissi- ma farina bianca, qualche uovo, scorze candite, acini di uva passa, burro e zucchero quanto basta. Un dolce da caffelatte per bambini. Perciò, adesso che siamo agiati e sicuri (ehm, ehm) vorremmo arricchirlo di cioccolata come si fa con l’uranio per centrali elettriche. È un trucco deformante e pietoso. Ma il simbolo di Milano era quello, e ancora e sempre rimane come un ammonimento a non eccedere in gran- digia. Può pure emigrare, se Monna Lira e cecità imprenditoriale lo esigono da noi. Se invece il senso storico soccorre, qui dobbiamo tenerlo per quanto riesce a dire anche in fin di pacchiata. Et veniat Natalis ad aras.

LA MONTAGNA di Giorgio Bocca (1920-2011)

Ci voleva la guerra partigiana per farmi passare il primo Natale in montagna. Prima, Natale Pasqua e Capo- danno erano un triangolo ferreo fra la casa di mia madre, quella di zia Clelia e quella di zia Ines. Gli uomini in queste faccende non contavano. Un triangolo rituale, in cui i pranzi si ripetevano, sempre, senza la minima variazione nel menu, da zia Clelia il cotechino con gli spinaci d’antipasto e i tortellini, da zia Ines il prosciutto cotto, gli agnolotti e il pollo arrosto, da mia madre, segno distintivo, la macedonia di frutta con la banana. Ma il Natale 1943 le donne della mia famiglia dovettero dovettero farmelo fare in Valtellina, frazione Damiani, e ora che sono morte tutte e tre posso anche dirlo, fu il più bel Natale della mia vita. Eravamo in sette nel gruppo fondatore della II divisione Giustizia e Libertà, più tre inglesi scappati dal cam- po di prigionia, un portuale scalcinato che faceva il cuoco, un gallese duro che voleva partecipare alle nostre azioni, un impiegato scialbo. Da Frise venne a celebrare la messa il parroco nostro amico. Aveva nevicato per tre giorni e in quello di Natale splendeva un sole tiepido, c’erano manti di neve zuccherina su per le valli di quella piccola Occitania. Già, la montagna, era più madre di una madre carnale; e in quella montagna riconoscevo generazioni di contadini, il ramo materno, quello dei Re, ori- ginari del Passatore. Improvvisamente, nel giorno stesso dell’8 settembre, in quel giorno in cui avevamo tagliato i ponti con la città e le sue prudenze, mi ero riscoperto contadino, con le pazienze, il metodo, le ripetizioni del lavoro contadino: bardare il mulo, caricarlo, scaricarlo, andar per legna nei boschi di frassino, per patate; andare a fare il pane che dura un anno nei vecchi forni. E quello era il mio primo natale partigiano e contadino: mi svegliavo su un letto fatto con quattro tronchi di pino e saccone di paglia; con l’odor di leta- me che arrivava nella mia stanzetta a volta, da una stalla attigua; e poi mi la- vavo come i miei nonni nell’acqua ghiaccia della fontana, e come mia nonna stendevo la pasta con il mattarello, preparavo il ripieno, perché che Natale c’è in Piemonte senza agnolotti? La messa, anche la messa, come rito del nostro cristianesimo rude e guerriero, di santi martiri della legione Tebaide, i Probo e i Costanzo di pelo rossiccio che rivedevo nei contadini poveri della montagna e gli inglesi sbronzi che ruttavano e mandavano tutto e tutti a farsi fottere. E noi che avevamo sempre pensato agli inglesi come se fossero tutti lord pallidi e squisiti! Poi il sonno, nel tepore di una stalla, dove la Rita e la Maria, tornate da Nizza, davano a quel nostro Natale un tocco di francesità. Avevano le unghie laccate e i capelli ricci della permanente. Uscimmo dalla stalla nella sera quando il sole se ne va e ombre azzurre calano sul bianco della neve. E allora mi ricordai con un brivido di melanconia della madre carnale, alla sua prima macedonia di frutta con banana, senza di me.

odio, come una donna che, troppo a lungo implorata, finalmente si dia a tuo dispetto. La

FINE

© Enrico Linaria, ottobre 2012