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IL CONFINE ORIENTALE ITALIANO NEL TRATTATO DI PACE DI PARIGI DEL 10 FEBBRAIO 1947

Approfondimento tematico di Storia Contemporanea del Corso di Studi Internazionali della Facolt di Scienze Politiche Cesare Alfieri dellUniversit degli Studi di Firenze Anno Accademico 2007-2008

Di Gabriele Bagnoli

INDICE
1. Gli obiettivi di guerra di Gran Bretagna, Stati Uniti dAmerica e Unione Sovietica 2. Larmistizio tra Italia e Alleati e la creazione dellAdvisory Commission for Italy 3. Le difficolt tra gli Alleati Anglo-Americani ed il Comitato di Liberazione Nazionale dellAlta Italia e la nascita dei primi contrasti in Jugoslavia 4. Le tensioni per la citt di Trieste e la definizione della Linea Morgan 5. I lavori preparatori in vista del Trattato di Pace di Parigi 6. I lavori preparatori per la Conferenza della Pace 7. La Conferenza della Pace di Parigi del luglio-ottobre 1946 8. La Conferenza di New York del novembre-dicembre 1946 9. Il Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 10. Le clausole del Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 tra lItalia e la Jugoslavia Bibliografia Pag. 11 Pag. 11-13

Pag. 13-14 Pag. 14-15 Pag. 15-17 Pag. 17-19 Pag. 19-20 Pag. 20-22 Pag. 22-27 Pag. 27-31 Pag. 34

Confini tra Regno dItalia e Impero dAustria, 1866-1918

Confini tra Regno dItalia, Repubblica dAustria, Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e Stato Libero di Fiume, 1920-1941

Confini tra Regno dItalia, Germania e Regno di Croazia 1941-1943

Confini tra Repubblica Sociale Italiana, Germania, Regno di Croazia e Zona dOperazioni Adriatisches Ksteland, 1943-1945 5

Linea Morgan separante la Zona A e la Zona B, 1945-1947

Confini tra Repubblica Italiana, Repubblica dAustria, Repubblica Federativa di Jugoslavia e Territorio Libero di Trieste, 1947-1954

Confini tra Repubblica Italiana, Repubblica dAustria e Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia, 1954-1975

Confini tra Repubblica Italiana, Repubblica dAustria, Repubblica di Slovenia e Repubblica di Croazia, 1991

10 1. GLI OBIETTIVI DI GUERRA DI GRAN BRETAGNA, STATI UNITI DAMERICA E UNIONE SOVIETICA Nel 1943, quando ormai le sorti della Seconda Guerra Mondiale erano chiaramente a favore delle truppe alleate, cominciarono a sorgere molte contraddizioni tra i futuri vincitori, in quanto nessuno aveva rinunciato ai propri obiettivi strategici. Infatti, erano proprio gli obiettivi politici e i progetti generali che condizionavano landamento delle operazioni militari e se durante la guerra le esigenze tattiche o strategiche parvero talora tali da determinare le scelte politiche, una considerazione pi attenta mostra invece come le scelte tecniche possano e debbano sempre essere ricondotte ai disegni politici generali. Un solo carattere unificava lalleanza anglo-russo-americana: nessuno dei tre Paesi era entrato in guerra per volont propria, fatta eccezione per la Gran Bretagna. Ma anche la Gran Bretagna era stata trascinata nel conflitto per coerenza con le garanzie date alla Polonia aggredita dai Tedeschi, per cui fu lattacco tedesco che provoc la guerra britannica. Ci che importava alla Gran Bretagna era di eliminare lespansionismo egemonico dellAsse che metteva in pericolo lintegrit del Regno Unito e potenzialmente alterava, mediante il sistema imperiale eurocentrico, i rapporti mondiali: gli Inglesi, quindi, combattevano per il futuro della propria sicurezza e per la sopravvivenza del proprio impero coloniale. Per gli Stati Uniti, la guerra europea era la conseguenza del disordine che il vecchio continente aveva vissuto dopo la Prima Guerra Mondiale e della mancata ricostruzione di un sistema economico efficiente dopo la grande crisi del 1929-1932. La guerra difensiva americana non aveva obiettivi visibili; non mirava alla conquista o alla difesa di determinati territori: essa mirava allaffermazione di principi pi larghi e pi vantaggiosi nellambito di un sistema di economia di mercato ben funzionante e generalizzato. Non vi era la ricerca di risultati tangibili ma quella di un ordine internazionale, cio la lotta per laffermazione di un concetto intangibile ma tale da spostare verso gli Stati Uniti il fulcro economico, finanziario e politico del sistema internazionale. Il confronto tra gli obiettivi di guerra britannici e americani a quelli sovietici mette in chiara evidenza come sin dallinizio esistesse allinterno dellalleanza una diversit di intenti profondissima. Tanto erano generali e difensivi gli obiettivi britannici, tanto erano generali e intangibili gli obiettivi americani, altrettanto erano determinati, tangibili e precisi gli obiettivi sovietici. Dallinizio delle ostilit, lUnione Sovietica era riuscita a inglobare o condurre nella propria zona di influenza territori che andavano dal Mar Baltico al Mar Nero: gli obiettivi di guerra di Stalin avevano in questo una straordinaria concretezza e si basavano di conseguenza sulla distruzione della Germania come potenza egemone in Europa e sulla creazione di un sistema di rapporti di forza tale da cancellare per sempre la preoccupazione di unaggressione delle forze anti-comuniste. 2. LARMISTIZIO TRA ITALIA E ALLEATI E LA CREAZIONE DELLADVISORY COMMISSION FOR ITALY Quando, a seguito dello sbarco alleato in Sicilia del 9-10 luglio 1943 e della caduta del Fascismo dopo la seduta del Gran Consiglio che destitu Benito Mussolini (24 luglio), che fu poi arrestato il giorno seguente, il Re Vittorio Emanuele III nomin come nuovo Capo del Governo, Primo Ministro e Segretario di Stato il Maresciallo dItalia Pietro Badoglio, il quale diede vita ad un esecutivo tecnico. La guerra, per il momento, continuava a fianco dellalleato tedesco. In realt, gi dal 29 luglio 1943 vennero prese le decisioni effettive in ordine ai modi per stabilire un contatto con gli Alleati e fu deciso che un emissario italiano, identificato poi nella figura del Generale Giuseppe Castellano, si recasse a Lisbona, in Portogallo, per conoscere i termini di resa che gli Alleati intendevano imporre. In una prima fase delle trattative, il rappresentante italiano avrebbe dovuto firmare un puro e semplice armistizio militare e solo in un secondo momento unautorit politica italiana avrebbe dovuto sottoscrivere un documento assai pi complesso, che avrebbe disposto circa i modi secondo i quali la presenza alleata in Italia si sarebbe manifestata e i poteri che le forze 10

11 doccupazione avrebbero esercitato, ovvero circa i poteri che esse avrebbero lasciato alle autorit politiche esistenti. Queste fasi distinte, apparentemente soltanto tecniche, contenevano un significato politico preciso, poich il primo documento (o breve armistizio come fu poi chiamato) non poneva altro che la questione della fine delle ostilit con gli Alleati e la decisione di volgere le residue forze italiane contro i Tedeschi; il secondo, invece, (il cosiddetto lungo armistizio), regolamentando anche tematiche amministrative e politiche, presupponeva lesistenza di un interlocutore capace di assumere impegni in tal senso, cio la permanenza al potere del Governo Badoglio e di quello del Re Vittorio Emanuele III, quali garanti di una resa che sarebbe dovuta essere invece senza condizioni. Ma fin da subito sorsero due problemi di non poco conto. Sul primo di questi problemi venne delineandosi la formula che lItalia, dopo la firma dellarmistizio e la dichiarazione di guerra contro la Germania, avrebbe dovuto dichiararsi cobelligerante e non alleata degli Alleati contro i Tedeschi. Laltro problema era invece strettamente legato ai modi tecnici nei quali larmistizio sarebbe stato eseguito. Da parte italiana si chiedeva che esso fosse accompagnato da un invio di truppe trasportate via nave, o paracadutate, il pi a nord possibile rispetto a Roma poich questa era la condizione necessaria per dare un contenuto concreto sia allarmistizio sia al rovesciamento di fronte che la cobelligeranza imponeva. Ci avrebbe consentito al Governo e al Re di rimanere nella Capitale, senza esporsi alle rappresaglie tedesche. Perci il Governo Badoglio accett di firmare il breve armistizio il 3 settembre 1943, nella speranza di un immediato intervento militare anglo-americano presso Roma: intervento che non si verific e che costrinse il Governo e tutta la famiglia reale ad una precipitosa fuga, anche perch il comando alleato non disponeva di risorse adeguate per operazioni che si svolgessero a nord di Salerno. Il breve armistizio fu reso noto solo l8 settembre successivo, in una forma tale da lasciare nel vago le Forze Armate Italiane: Il Governo Italiano, riconosciuta limpossibilit di continuare limpari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nellintento di risparmiare ulteriori e pi gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al Generale Eisenhower, Comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilit contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse per reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza1. Le forze italiane si sbandarono, mentre gli ex alleati tedeschi occupavano tutti i punti ritenuti pi strategici lungo la penisola italiana, disarmando nel contempo, e traducendole in Germania, le truppe italiane che si trovavano sotto il controllo tedesco, mentre altre formazioni italiane si dissolvevano autonomamente. Il 29 settembre il Maresciallo Badoglio si rec a Malta, dove per la prima volta gli furono comunicati i termini del lungo armistizio, che praticamente poneva lItalia sotto il completo controllo degli Alleati. Per lItalia si trattava di una resa incondizionata. Il Primo Ministro italiano cerc di addolcire alcun clausole e cerc perfino di ottenere dagli Alleati linclusione di esponenti del gruppo fascista dissidente che sfiduci Mussolini il 24 luglio precedente nel suo Governo. Non ottenne nessuna concessione e apprese che invece lItalia sarebbe stata governata da una commissione di controllo. Ma gi nello stabilire i ruoli e i poteri di quella che poi avrebbe preso il nome di Advisory Commission for Italy, sorsero le incomprensioni tra gli Anglo-Americani da una parte ed i Sovietici dallaltra. Per gli Anglo-Americani e per le autorit doccupazione dellItalia era assai chiaro che lunico organismo dotato di poteri esecutivi fosse la Advisory Commission, che avrebbe direttamente condizionato e guidato lattivit del Governo Badoglio e di ogni altro governo italiano che ne avesse preso il posto. Questa interpretazione venne contestata dai Sovietici, i quali avevano da tempo nominato come rappresentante nella Advisory Commission Andrey Vyshinsky, Sottosegretario agli Esteri. La designazione di Vyshinsky presupponeva funzioni di particolare impegno politico e non solo una partecipazione consultiva. Tale era dunque lintenzione sovietica: quella di dare alla presenza in Italia e, pi in generale, nel Mar Mediterraneo il significato di una vera partecipazione alle linee guida della politica della grande alleanza in questa regione. Per questo
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Vittorio Emanuele III, testo dellarmistizio tra Italia e Alleati trasmesso l8 settembre 1943

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12 motivo, allinizio del gennaio 1944, la presenza di Vyshinsky in Italia, quando ebbero inizio le riunioni della Advisory Commission for Italy, non pot essere interpretata come unespressione di buona volont cerimoniale, ma solo come lespressione di una manovra politica pi complessa, mirante ad aggirare le posizioni anglo-americane. A fare propendere verso la seconda ipotesi conversero, infatti, due elementi: landamento del tutto inconsistente delle discussioni della Advisory Commission ed il fatto che contemporaneamente Vyshinsky cogliesse loccasione per avviare unazione politica autonoma di contatti con la diplomazia italiana e di rafforzamento delle posizioni del Partito Comunista Italiano. Un miglioramento di relazioni, quindi, che pu essere riassunto in due punti: il Governo Sovietico avrebbe esaminato la possibilit di istituire piene relazioni con lItalia (nonostante le clausole armistiziali vincolavano lItalia a sottoporre a controllo ogni sua azione diplomatica) ed il Governo Italiano avrebbe cessato di frapporre ostacoli al rientro in Italia del principale esponente comunista italiano, Palmiro Togliatti: non vi sarebbe stata pi la contrapposizione dei partiti antifascisti rispetto alla dinastia dei Savoia e Badoglio, responsabili della passata collusione con Mussolini, ma la collaborazione in nome della priorit della lotta comune contro il Nazismo. Questa intesa politica trov poi riscontro nellannuncio, dato l11 marzo 1944, del riconoscimento sovietico allItalia e nella costituzione, alla fine di aprile, della formazione del primo Governo Italiano composto non pi da soli burocrati o militari, ma dai rappresentanti di tutti i partiti antifascisti. Il Segretario di Stato americano Cordell Hull coglieva i segni di questo cambiamento con allarme e rammarico, desumendone limpressione che il Governo Sovietico non fosse disposto a svolgere un ruolo costruttivo come membro a pieni ed eguali diritti nel movimento di collaborazione internazionale. Le cose si avvicinano rapidamente al punto in cui il Governo Sovietico dovr scegliere tra lo sviluppo e lallargamento della collaborazione internazionale come principio guida del mondo postbellico e la continuazione del metodo unilaterale e arbitrario di affrontare i problemi di speciale interesse sovietico1. Il modo seguito dai Sovietici nel concedere il loro riconoscimento al Governo Badoglio confermava lintenzione di aggirare il veto degli Alleati e di conquistare, in una regione di eccezionale importanza strategica, alla vigilia dellapertura del secondo fronte e in vista dellintensificazione dellinvio di aiuti ai partigiani jugoslavi, un importante successo unilaterale, collegato allallargamento dellinfluenza sovietica in Italia e nel Mar Mediterraneo. Il riconoscimento era solo il primo passo dellazione che i Sovietici si preparavano a sviluppare in Italia: il che non poteva che suscitare allarme e preoccupazione negli Anglo-Americani. Averell Harriman, Ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca affermava: Credo che non dovremmo lasciare questo metodo brutale dei Sovietici senza far loro capire adeguatamente le reazioni che provocano su di noi e sullopinione pubblica americana. La loro iniziativa colpisce al cuore lo spirito di collaborazione che credevamo di avere costruito alle conferenze di Mosca e Teheran; per cui lincidente, bench sia in s di portata limitata, di grande importanza per quanto concerne il metodo. Dobbiamo percorre una strada lunga e difficile per far capire ai Sovietici come ci si comporta in un mondo civile2. 3. LE DIFFICOLT TRA GLI ALLEATI ANGLO-AMERICANI ED IL COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE DELLALTA ITALIA E LA NASCITA DEI PRIMI CONTRASTI IN JUGOSLAVIA A complicare ancor pi la situazione per gli Anglo-Americani fu la costituzione, specialmente nel Nord Italia, di un forte movimento partigiano, politicamente quasi autonomo del Comitato di Liberazione Nazionale, stabilitosi a Roma, che si era dato il nome di Comitato di Liberazione Nazionale dellAlta Italia, ma che appariva soprattutto dominato dalle forze di sinistra pronte, a
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Dichiarazione di Cordell Hull, Segretario di Stato USA, 1944 Dichiarazione di Averell Harriman, Ambasciatore USA a Mosca, 1944

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13 giudicare dalle loro prese di posizione, a continuare la lotta anche dopo la fine della guerra contro la Germania, per trasformare lItalia in una repubblica socialista. Proprio in vista di questo pericolo, i rappresentanti alleati in Italia si erano preoccupati di stipulare alle fine del dicembre 1944 accordi militari precisi con le formazioni partigiane dellItalia Settentrionale, in vista di un efficace coordinamento delle rispettive azioni militari e di un maggior flusso di aiuti alla resistenza armata, ma anche in vista dellimpegno a un disarmo rapido e completo delle forze partigiane subito dopo la fine della guerra. E a garanzia di questi accordi, gli Alleati avevano anche premuto sul Governo di Roma perch, essendo esso lespressione formale del Comitato di Liberazione Nazionale, definisse i suoi rapporti con lorgano operante nellItalia Settentrionale nel senso di rendere chiaro che il Comitato di Liberazione dellAlta Italia era solo un organo subalterno al Comitato romano, dal quale derivava il proprio carattere rappresentativo ed era stato delegato a rappresentare la legittimit della nuova Italia democratica nei territori occupati dai Tedeschi, ma al quale si sarebbe altres rimesso non appena le forze partigiane e gli Anglo-Americani avessero sconfitto i Tedeschi. Frattanto, anche in Jugoslavia cominciarono a sorgere i primi contrasti tra le varie forze che contrastavano le truppe italo-tedesche, tanto da avere importanti conseguenze sulla conferenza di pace di Parigi del 1947. In questa regione, fin dal 1941, sotto la guida del Generale Draza Mihajlovic, si erano organizzati i primi gruppi di resistenza, costituiti per la maggior parte da gruppi di Cetnici, unetnia serba conservatrice e nazionalista, che rivolgeva la sua azione non solo contro i Tedeschi ma anche contro Croati e Musulmani di Bosnia, cos da frammentare lomogeneit dellopposizione ai nemici principali e da accrescere le ragioni di frazionamento interno da sempre esistenti nel Paese e sulle quali Tedeschi e Italiani avevano fatto leva. Accanto ai Cetnici agirono ben presto anche formazioni di ispirazione comunista, guidate dal Maresciallo Josip Broz Tito. I ripetuti tentativi di compromesso fra i due movimenti risultarono sempre vani e la tensione fra di essi crebbe soprattutto perch i Cetnici, che operavano nel Montenegro, si lasciarono lusingare a segreti contatti con le forze italiane, che a loro volta cercavano di sfruttare i dissensi fra i due gruppi partigiani. Secondo Tito ed il suo Fronte di Liberazione Nazionale, poi divenuto Comitato Antifascista di Liberazione Nazionale, i Cetnici volevano la distruzione dello Stato jugoslavo, per la cui salvezza viceversa Tito operava. Fu solo nel novembre 1944 che Tito riusc a raggiungere un accordo con Ivan Subasic, Primo Ministro in esilio negli Stati Uniti, con il quale si stabiliva la creazione di un consiglio di reggenza formato da tre personalit. Ma gli Alleati, alla conferenza di Jalta, in Crimea, svoltasi dal 4 all11 febbraio 1945, definirono una soluzione di compromesso che in pratica rinviava alle forze in campo il compito di risolvere la situazione e solo in un secondo momento di sarebbe formato un nuovo governo jugoslavo, al quale sarebbero stati ammessi tutti quei membri del passato parlamento jugoslavo che non si fossero compromessi collaborando con i Tedeschi e gli Italiani. 4. LE TENSIONI PER LA CITT DI TRIESTE E LA DEFINIZIONE DELLA LINEA MORGAN La fine della guerra in Italia, avvenuta il 2 maggio 1945 con la resa delle ultime truppe tedesche, non poneva fine ai problemi politici. Gi il modo con il quale le formazioni titine occuparono Trieste prima che la citt giuliana fosse raggiunta anche dalle truppe alleate, ed il fatto che esse rifiutassero di ritirarsi, nonostante gli ordini del Generale Harold Alexander, Comandante supremo alleato, al quale esse erano formalmente subordinate, apparve un pessimo segno. La convivenza tra le forze alleate ed i partigiani titini era apparsa subito difficile e veniva resa pi complicata dal fatto che le tesi del comando alleato stabilivano che la linea doccupazione sarebbe dovuta correre lungo il confine prebellico, a salvaguardia delle successive decisioni del trattato di pace. Ma, anche a prescindere da questo atto formale, piuttosto estremistico considerata la misura dei risentimenti jugoslavi contro la politica italiana, e leffettiva situazione militare sul territorio, ci che destava una vera e propria irritazione era il rifiuto dei partigiani jugoslavi di lasciare Trieste alle forze 13

14 doccupazione regolari. La tensione raggiunse sul piano militare e sul piano diplomatico punte assai alte e parve sfociare in scontri armati. Tito credette di poter contare su un pieno appoggio sovietico, che viceversa gli venne a mancare oltre un certo limite, e forse questo fu il primo segno di dissenso tra il nazionalismo del capo partigiano jugoslavo e le esigenze pi generali della politica sovietica. In tale situazione la via del negoziato divenne necessaria, ma solo alla met di giugno il Governo Militare Alleato poteva estendere la sua autorit amministrava sulla citt ed il porto di Trieste mentre le forze jugoslave si ritiravano a malincuore sulle alture circostanti la citt. Era il 12 giugno 1945. Gli Alleati non ignoravano le operazioni di pulizia etnica e politica che erano in corso nella regione giuliana controllata dalle forze titine, tuttavia, pi che motivi umanitari saranno le esigenze strategiche ad indurli ad un serrato confronto con il Governo di Belgrado. Nel frattempo, rispetto alla questione giuliana, le posizioni degli Inglesi e degli Americani erano assai diverse: mentre il Presidente americano Harry Truman tergiversava per mantenere buoni rapporti con Stalin, il Primo Ministro inglese Wiston Churchill, allarmato dallespansione sovietica in Europa, considerava Tito la punta di diamante della penetrazione sovietica in Occidente1. Di conseguenza, era giunto a proporre unoperazione militare breve e risolutiva, per risolvere il problema respingendo gli Jugoslavi dalla Venezia-Giulia2. Tale progetto, che avrebbe potuto comportare il rischio di uno scontro diretto con lUnione Sovietica, non aveva incontrato il favore degli Americani, ostili, non solo per ragioni morali, ad aggravare i gi difficili rapporti con Mosca. In quel momento, infatti, gli Stati Uniti erano ancora impegnati nella guerra contro il Giappone e, sottovalutando limportanza della bomba atomica, gi pronta nei laboratori di Los Alamos, ma non ancora sperimentata, il Governo di Washington riteneva indispensabile lintervento sovietico nella guerra del Pacifico per piegare la resistenza giapponese. Nel contempo, per, Inglesi e Americani avevano un assoluto bisogno dei porti e delle rotabili della Venezia-Giulia per alimentare le proprie forze schierate nellEuropa Centrale. Ma Tito non aveva alcuna intenzione di cedere quel territorio e respingeva ogni richiesta alleata confidando nella protezione di Stalin, ma fu costretto, su pressione dello stesso Capo di Stato sovietico, a concordare una linea di demarcazione con gli Alleati. Ci avvenne il 9 giugno a Belgrado dove giunse una delegazione guidata dal Generale William Morgan. Dopo vivaci scambi di idee fu alla fine stabilita la linea (in seguito conosciuta come Linea Morgan) che avrebbe diviso in due zone doccupazione la Venezia-Giulia. La Zona A sarebbe stata amministrata dagli Alleati, mentre la Zona B dagli Jugoslavi. La Linea Morgan partiva dal confine con lAustria a est di Tarvisio, scendeva lungo un buon tratto dellIsonzo, si spostava ancora ad est per aggirare Gorizia, Monfalcone e Trieste e raggiungeva infine lAdriatico poco a sud di Muggia. Territorialmente, la Zona A era grosso modo la sesta parte della ex regione italiana: gli altri cinque sesti toccavano alla Jugoslavia. Demograficamente esisteva invece uno stato di parit: 450.000 abitanti per zona. Venne anche stabilito che alla Zona A sarebbe stata assegnata lenclave di Pola con un piccolissimo entroterra, nonch gli ancoraggi di Pirano, Parenzo e Rovigno. Gli Alleati, per presero materialmente possesso solo della citt di Pola e gli Jugoslavi ne approfittarono per impadronirsi degli altri tre centri marittimi. I termini dellaccordo stabilivano che la Linea Morgan doveva essere considerata a tutti gli effetti temporanea e puramente militare, senza pregiudicare minimamente le decisioni finali circa lassegnazione delle due zone. In realt, pur entrando a far parte del Territorio Libero di Trieste, la Zona B fu sottoposta fin dal 1947 ad un progressivo processo di slavizzazione. 5. I LAVORI PREPARATORI IN VISTA DEL TRATTATO DI PACE DI PARIGI Il manifestarsi della nuova estensione del potere sovietico in Europa, spingeva il Governo degli
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Wiston Churchill, La Seconda Guerra Mondiale, Milano, 1970 Ibidem.

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15 Stati Uniti a riflettere se e come dare un senso alla ricorrente tentazione di trasformare la supremazia atomica in strumento per conseguire risultati immediati: cio a chiedersi se fosse possibile intimidire i Sovietici con una diplomazia atomica che li mettesse in difficolt. La prima risposta a tale interrogativo venne data dalla Conferenza dei Ministri degli Esteri di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Unione Sovietica e Cina, convocata a Londra l11 settembre 1945, per discutere dei trattati di pace con lItalia e le potenze minori dellAsse, ovvero lUngheria, la Romania, la Bulgaria e la Finlandia. Politicamente, il trattato con lItalia, che doveva essere affrontato per primo, sollevava le questioni pi spinose e i dibattiti pi controversi, poich esso riguardava un Paese di media grandezza, che poteva vantare quasi due anni di cobelligeranza con gli Alleati. Il compito di preparare lo schema del trattato di pace italiano era stato affidato alla Gran Bretagna, che allinizio di settembre ne fece conoscere il testo alle altre delegazioni interessate. Il problema era quello di tracciare ci che gli Americani avevano promesso al Governo di Roma, cio una pace giusta, che tenesse conto del contributo italiano alla lotta contro il Nazismo1. A prescindere da questioni tecniche di notevole rilevanza momentanea, come quelle riguardanti il disarmo o la smilitarizzazione di certe parti del territorio italiano o le riparazioni di guerra, alcuni temi erano anchessi banchi di prova della capacit dei vincitori di riuscire ancora a trovare la strada del compromesso in relazione a situazioni marginali. Infatti, il trattato italiano prospettava situazioni marginali almeno in relazione alla questione coloniale e a quella della delimitazione dei confini settentrionali: con la Francia, con lAustria e, soprattutto, con la Jugoslavia. Con la Francia perch, accantonate le aspirazioni della primavera 1945 sulla Valle dAosta, il Governo di Parigi chiedeva con assoluta fermezza rettifiche territoriali minori sul crinale alpino, nella zona di Briga e Tenda, e insisteva su questo punto sino a renderlo un elemento condizionante lappoggio francese verso lItalia in tutti gli altri aspetti del trattato di pace; con lAustria, poich, in vista della rinascita di una Repubblica Austriaca indipendente, si poneva il problema del futuro dellAlto Adige, rispetto al quale solo i Sovietici erano restii a considerare una cessione allAustria, mentre le altre potenze, e in particolare gli Stati Uniti, propendevano per una soluzione mediante plebiscito; con la Jugoslavia, poich in proposito la distanza fra le parti in causa e la lontananza tra le aspirazioni jugoslave e le attese italiane erano notevoli. Gli Italiani sapevano di dover subire un mutamento territoriale che restituisse alla Slovenia e alla Croazia territori indubbiamente abitati da Sloveni e Croati; e sapevano anche di dover pagare un prezzo territoriale ed economico per laggressione del 1941. Tuttavia essi speravano di poter mediare queste difficolt grazie al ricorso alle linee etniche suggerite nel 1919 da Americani, Inglesi e Francesi, che avevano lasciato allItalia gran parte, se non tutta, la costa occidentale dellIstria, punteggiata da porti e porticcioli popolati in maggioranza da Italiani. Gli Jugoslavi, a loro volta, erano risoluti nel chiedere la cessione di tutta la VeneziaGiulia sino a Monfalcone e Gorizia oltrech una piccola porzione di territorio italiano a Tarvisio. Nessuna delle due parti era direttamente presente a quella fase dei negoziati ma le tesi italiane trovavano difensori abbastanza risoluti nelle potenze occidentali e quelle jugoslave trovavano un appoggio fermissimo da parte dei Sovietici, che vedevano nellacquisizione del porto di Trieste da parte di un Paese amico un vantaggio strategico di eccezionale importanza. Il 25 settembre 1945, il Partito Comunista Giuliano emanava una risoluzione dai chiari toni filo-jugoslavi: La popolazione della Venezia-Giulia e di Trieste ha espresso gi innumerevoli volte durante la lotta di liberazione la sua volont che tutto questo territorio insieme a Trieste sia unito alla Jugoslavia democratica e federativa. Questo territorio costituisce insieme a Trieste ununit politica ed economica inscindibile. Il Partito Comunista Giuliano adoprer con ancor maggiore decisione in questi giorni, che saranno decisivi per lavvenire della Regione Giulia, e in basse allo spirito del congresso di fondazione del Partito Comunista Giuliano del giorno 13 agosto 1945, tutte le sue forze affinch sia data soddisfazione alla viva aspirazione della popolazione della Regione Giulia, cio che questo territorio venga assegnato alla democratica e federativa Jugoslavia. Soltanto una
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Dichiarazione di James Byrnes, Segretario di stato USA, settembre 1945

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16 tale soluzione risponde ai principi della democrazia e dellautodecisione dei popoli, confermati dalla Carta Atlantica, e solo una tale soluzione pu soddisfare il principio dei diritti nazionali. Lannessione della citt di Trieste in qualit di Stato Federale indipendente alla democratica e federativa Jugoslavia garantisce tutti i diritti nazionali della maggioranza italiana della citt. I principi democratici su cui si costruisce la nuova Jugoslavia, garantiscono a loro volta tutti i diritti nazionali alla popolazione italiana anche nelle altre localit della Regione Giulia. Una tale soluzione garantisce nella forma pi completa gli interessi di tutte le nazionalit della Regione Giulia, e soltanto essa pu regolare le relazioni tra i due Stati vicini, Jugoslavia e Italia, in senso amichevole e nellinteresse della pace dellEuropa. Perci, il Partito Comunista Giuliano invita tutti i rappresentanti delle forze democratiche della Regione Giulia, dei partiti democratici, dei gruppi ed organizzazioni politiche, ad unirsi nellinteresse del popolo, al movimento che vuole il riconoscimento dellappartenenza della Regione Giulia e Trieste alla democratica e federativa Jugoslavia1. 6. I LAVORI PREPARATORI PER LA CONFERENZA DELLA PACE I lavori preliminari per la preparazione della Conferenza della Pace di Parigi cominciarono a Londra nel gennaio 1946, in un momento in cui i rapporti tra gli Alleati e lUnione Sovietica erano particolarmente tesi. Riguardo alla questione giuliana, Mosca si era nuovamente avvicinata a Tito ed il Ministro degli Esteri Mihajlovic Molotov aveva categoricamente ribadito che Trieste, pur essendo abitata prevalentemente da Italiani, doveva ugualmente essere congiunta con il suo naturale retroterra jugoslavo. Pesava, inoltre, sulla conferenza, quanto si era deciso a Jalta, dove Roosevelt e Churchill avevano riconosciuto a Stalin linfluenza sovietica sulla Jugoslavia e sui territori da essa rivendicati. Consapevole dellappoggio sovietico, Tito si sentiva pi forte che mai e non esitava a mostrare i muscoli. Fra gennaio e febbraio, le divisioni jugoslave di stanza nella Zona B furono portate da nove a quattordici, tanto da far presagire leventualit di un colpo di mano nel caso che la Commissione Alleata avesse preso una decisione favorevole allItalia. Fra smentite e minacce, si andavano intanto intensificando le proposte di soluzione del caso Trieste. Si era inserita nel gioco anche la Francia dopo che era riuscita, sia pure immeritatamente, a farsi accogliere , come afferma lo storico Arrigo Petacco, nel salotto buono dei Grandi della terra, vincitori della Seconda Guerra Mondiale2. Ed ora il Governo di Parigi, pur di vedersi riconoscere il titolo di grande potenza, si dava un gran daffare per assumere un ruolo di mediatore tra Est ed Ovest. Come conseguenza di tutto ci, alle tre proposte di spartizione avanzate da Londra, Mosca e Washington, se ne aggiunse una quarta, quella appunto di Parigi. Tali proposte consistevano essenzialmente in particolari linee di demarcazione tracciate sulla base di criteri senza dubbio pi politici che geografici. Ed forse inutile aggiungere che, a seconda dei proponenti, ciascuna di esse poteva essere variamente interpretata dai due Paesi interessati dalla divisione. Dal punto di vista territoriale, la linea pi generosa era ovviamente quella americana, che pure restava decisamente pi a ovest della Linea Wilson del 1919; quella inglese non si discostava troppo, comprendendo anchessa nella zona italiana la costa occidentale dellIstria, ma lasciando alla Jugoslavia le importanti miniere dellArsa. La linea francese era un p pi severa e, oltre a restare pi a ovest per tutto il percorso, escludeva dal possesso italiano Pola e tutta lIstria Meridionale. Naturalmente, molto vicina alle richieste jugoslave era la linea russa, che sbucava a Monfalcone e correva ben allinterno per molti tratti perfino rispetto al confine del 1866. Interessante, invece, analizzare le diverse proposte da un punto di vista demografico: - secondo la linea proposta dagli Americani, sarebbero stati assegnati allItalia 370.000 Italiani e
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Testo della risoluzione del Partito Comunista Giuliano del 25 settembre 1945 Arrigo Petacco, Lesodo. La tragedia negata degli Italiani dIstria, Fiume e Dalmazia, Mondadori, Milano, 1999

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17 180.000 Slavi, mentre sarebbero rimasti in Jugoslavia 50.000 Italiani; secondo la linea proposta dagli Inglesi, sarebbero stati assegnati allItalia 356.000 Italiani e 152.000 Slavi, mentre sarebbero rimasti in Jugoslavia 64.000 Italiani; secondo la linea proposta dai Francesi, sarebbero stati assegnati allItalia 294.000 Italiani e 113.000 Slavi, mentre sarebbero rimasti in Jugoslavia 125.000 Italiani; secondo la linea proposta dai Sovietici, infine, nessuno slavo restava in Italia, ma 600.000 Italiani sarebbero rimasti in Jugoslavia.

Cos cominci un valzer di proposte, con lUnione Sovietica disposta a maxi offerte in altri ambiti, dalle colonie alle riparazioni, in cambio dellaccoglimento delle tesi jugoslave, e con gli AngloAmericani che premevano per un plebiscito nelle zone notoriamente miste, e che cercavano di rinviare, mantenendo intanto immutato lo stato di cose. Cercarono di non compromettere la situazione di Trieste alla vigilia delle elezioni politiche in Italia, che si sarebbero tenute di l a meno di un mese. Il 2 giugno 1946 gli Italiani furono chiamati a votare per una doppia consultazione elettorale: la scelta tra Monarchia e Repubblica e le elezioni per lAssemblea Costituente. Il calcolo delle schede termin solo il 18 giugno. Lo scarto a favore della Repubblica era di 2.000.000 di voti, a fronte di 1.500.000 schede nulle. Il referendum aveva confermato che il Paese era diviso in due, fra un centro-nord repubblicano ed un meridione monarchico. Le elezioni politiche consacrarono, invece, i moderati della Democrazia Cristiana come primo partito, con ben il 35,2% dei suffragi. Le sinistre insieme avevano raccolto il 40% (il 20,7% i Socialisti, il 18,9% i Comunisti e l1,4% gli Azionisti). A met giugno ripresero le riunioni dei Ministri degli Esteri. A sorpresa, sui confini orientali pass il principio di internazionalizzazione di Trieste, cui erano contrari sia gli Italiani sia gli Jugoslavi. La soluzione consentiva per di evitare una decisione definitiva sul destino di una 17

18 citt dal grande rilievo strategico. Il 2 luglio furono approvate perfino le linee generali del futuro statuto: il Territorio Libero di Trieste avrebbe avuto un esecutivo ed un legislativo scelti con metodo democratico. Le Nazioni Unite avrebbero vigilato sulla sua integrit. Un governatore sarebbe stato nominato congiuntamente da Italia e Jugoslavia. A Trieste furono organizzate serrate e manifestazioni; proteste invasero anche Roma. La stampa si scaten accusando il Governo di avere fallito con la sua politica estera di attesa, ma attaccando soprattutto i vincitori. Commentava Benedetto Croce: Noi li vediamo grossi, ma non grandi e tali da incutere timore ma non ammirazione1. E Luigi Longo su LUnit: Non si combatte uningiustizia commettendone unaltra, in questo caso la cessione di parti della Nazione italiana2. LItalia si sentiva esclusa e frustrata, convinta di rischiare limposizione di un diktat. 7. LA CONFERENZA DELLA PACE DI PARIGI DEL LUGLIO-OTTOBRE 1946 Il Paese era in ansia per il destino della frontiera orientale. Il Governo di De Gasperi si impegnava ad ottenere un minimo: Gorizia, Trieste e lIstria Occidentale e Meridionale, promettendo in cambio alla Jugoslavia laccesso al Porto di Trieste. La Conferenza della Pace apr i battenti il 29 luglio 1946 al Palais de Luxembourg a Parigi. I discorsi di apertura dei capi delegazione nellassemblea plenaria furono concilianti. Nella prima seduta Molotov era assente. Parlarono Americani, Inglesi e Cinesi. Lamericano James Byrnes ricord che dopo il primo conflitto mondiale le divergenze tra le Nazioni avevano indebolito la volont di collaborare per mantenere la pace; il cinese Wang Shin Chien chiese che non si imponessero dure condizioni agli sconfitti, ma insistette sullindipendenza delle colonie italiane; linglese Clement Attlee, che sostituiva il Ministro degli Esteri Ernest Bevin impegnato nelle trattative per la Palestina, non poneva obiettivi particolari se non eliminare le frizioni esistenti. Nei giorni successivi fu la volta di Molotov, che concord con Byrnes, e di Edvard Kardelj, linviato jugoslavo, che lament eccessiva indulgenza per lItalia e rivendic altre zone etnicamente slave per cui la Jugoslavia aveva versato tanto sangue. Infine, il 3 agosto, parl lEtiopia, chiedendo lamministrazione dellEritrea. La bozza del futuro trattato di pace fu consegnato allItalia ufficialmente lo stesso 29 luglio. Ricevuta la bozza, restava effettivamente poco spazio per la speranza. Il Governo Italiano non pot nascondere la propria insoddisfazione di fronte ad un trattato puramente punitivo e tale che, se non modificato si ritiene inaccettabile3. Il Paese aveva subito mutilazioni territoriali peggiori rispetto alle attese ed era obbligato alla smilitarizzazione unilaterale delle frontiere. La flotta era divenuto bottino dei vincitori. Le clausole economiche erano gravissime. Solo il 10 agosto la delegazione italiana, presieduta da Alcide De Gasperi, fu invitata a presentare la sua linea. Solo il Presidente del Consiglio dei Ministri prese la parola: Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, contro di me []. La perdita di Pola e delle citt della costa istriana implica per noi una perdita insopportabile. Voi rinnegate la linea etnica e la Carta Atlantica che riconosce alle popolazioni il diritto di consultazione sui cambiamenti territoriali4. De Gasperi respinse energicamente anche la costituzione del Territorio Libero di Trieste, in quanto voi chiudete nella fragile gabbia di uno Stato due avversari poveri di risorse materiali e ricchi di diritti politici e pretendete che non vengano alle mani, perch gli Italiani tagliati fuori dalla Nazione italiana raggiungono un totale di 336.000 []. in questo quadro di una pace generale e stabile, Signori Delegati, che vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica dItalia: un popolo lavoratore di 47 milioni pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo pi giusto e pi
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Quotidiano Avanti!, 10 luglio 1946 Quotidiano LUnit, 2 luglio 1946 3 Dichiarazione del Ministro degli Esteri italiano Carlo Sforza alla Conferenza di Parigi, 3 agosto 1946 4 Discorso dal Presidente del Consiglio dei Ministri Alcide De Gasperi alla Conferenza di Parigi, 10 agosto 1946

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19 umano1. Terminato il discorso, il Segretario di Stato Byrnes comment: De Gasperi parl con tatto, ma con dignit e coraggio. Quando lasci il podio per tornare al posto assegnatogli nellultima fila, scese nella navata centrale della sala silenziosamente, passando accanto a molte persone che lo conoscevano. Nessuno gli parl. La cosa mi fece impressione e mi sembr inutilmente crudele. Cos quando pass accanto alla delegazione degli Stati Uniti, gli tesi la mano e strinsi la sua. Poi gli inviai un messaggio, invitandolo nel mio appartamento nel pomeriggio. Volevo far coraggio ad un uomo che aveva sofferto personalmente sotto Mussolini ed ora stava soffrendo ad opera delle Nazioni alleate2. Dopo De Gasperi parl Kardelj, che subito lo attacc. Non era affatto vero che la guerra era stata voluta soltanto da Mussolini: lo dimostrava il fatto che lItalia continuava la solita politica imperialista pretendendo territori altrui, servendosi delle stesse tattiche, perfino delle stesse statistiche sulla popolazione, visto che i dati citati erano quelli usati dopo la Prima Guerra Mondiale. Il Governo Italiano era nazionalista e sfruttava gli antifascisti italiani per avvalorare le proprie richieste. Il 2 settembre si riun la commissione politico-territoriale per discutere dei confini orientali italiani, il cui delegato italiano, Ivanoe Bonomi, era tornato a proporre le ormai usuali richieste e recriminazioni sul confine orientale, soffermandosi sul ricordo dei patrioti Guglielmo Oberdan e Nazario Sauro presentando il Trattato di Rapallo come esito irrinunciabile delleroismo risorgimentale. La risposta non si fece attendere. Vyshinsky ribalt la rappresentazione italiana, definendo laccordo di Rapallo vergognoso e storicamente ingiusto3, negano che lItalia durante la Prima Guerra Mondiale avesse condotto una guerra di liberazione nazionale mentre era stata invece una guerra di espansione. Il delegato sovietico arriv perfino ad insultare pubblicamente gli Italiani, definendo la politica italiana sleale, ipocrita, falsa, venduta, in una parola politica: da sciacalli4. Quando la Conferenza di Parigi termin il 15 ottobre 1946, lItalia chiedeva ancora Pola e garanzie per le minoranze etniche su base di reciprocit ed era disposta ad offrire in cambio il condominio del Territorio Libero di Trieste. La Jugoslavia invece proponeva allItalia il governatorato in cambio di accordi economici interessanti ma non intendeva cedere di un millimetro riguardo a Pola. Cos il 7 settembre 1946, la Jugoslavia minacci che non avrebbe firmato alcun trattato se non fossero state riconosciute le sue richieste. Due giorni pi tardi pretese la cessione territoriale di Gorizia, in cambio del riconoscimento di predominio etnico italiano nel Territorio Libero di Trieste. Kardelj insisteva ancora sulla cessione di territori come presupposto per trattare per il condominio italo-jugoslavo sul Trieste. In realt, nessuno era disposto a cedere nemmeno un millimetro di territorio ed anzi ognuno aspirava ad allargamenti territoriali. Era evidente che laccordo era lontano. 8. LA CONFERENZA DI NEW YORK DEL NOVEMBRE-DICEMBRE 1946 Dopo la Conferenza di Parigi, i Ministri degli Esteri delle potenze vincitrici si sarebbero incontrati a New York per completare lopera; lItalia era ormai rassegnata. Dopo Parigi, De Gasperi aveva ceduto il Ministero degli Esteri a Pietro Nenni, come gi previsto al momento della formazione del Governo. Questi aveva esordito sulla linea della continuit pur accentuando il valore della collaborazione italo-jugoslava. Le direttive per la delegazione italiana inviata a New York, composta solo da tecnici e non pi da politici, riguardavano soprattutto Trieste, per cui si chiedeva il plebiscito. In ogni caso, bisognava cercare di ottenere lintervento del Consiglio di Sicurezza per la nomina del governatore e assicurare ladozione di una costituzione voluta dal popolo triestino, la rinuncia a discriminazioni verso il Porto di Trieste e la libert di traffico ferroviario. Il 4 novembre
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Discorso dal Presidente del Consiglio dei Ministri Alcide De Gasperi alla Conferenza di Parigi, 10 agosto 1946 James Byrnes, Segretario di Stato USA, agosto 1946 3 Dichiarazione del Ministro degli Esteri sovietico Andrey Vyshinsky, 2 settembre 1946 4 Ibidem.

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20 1946, giorno dellapertura del Consiglio dei Ministri degli Esteri, lItalia invi un ultimo, disperato appello. Il Trattato di Pace non era in armonia con i principi della Carta Atlantica, fondamento morale della guerra condotta dalle Nazioni Unite e nella soluzione dei problemi di frontiera seguiva criteri strategici e politici in contrasto con le aspirazioni nazionali delle popolazioni interessate, senza alcuna garanzia delle minoranze. Anche a New York, come a Parigi, la situazione italiana sarebbe venuta per prima. Ancora una volta, da subito, si torn a parlare del confine orientale. Il Territorio Libero di Trieste era stato delimitato dalla linea francese, ma gli Italiani avevano insistito per inclusione delle coste occidentali dellIstria e in particolare di Pola, mentre gli Jugoslavi non accettavano che Gorizia passasse allItalia. Ancora una volta, le delegazioni di Italia e Jugoslavia furono chiamate a presentare il loro punto di vista. Nenni fin per adottare la linea del suo predecessore senza significativi scostamenti. Voleva il plebiscito per il confine orientale; esprimeva dubbi sulle rettifiche a occidente; riteneva inaccettabile la rinuncia preventiva delle colonie; avanzava recriminazioni contro le clausole economiche e contro la smilitarizzazione. Il rappresentante jugoslavo dette qualche segnale di apertura, raccogliendo leredit degli ultimi colloqui di Parigi: si poteva pensare ad un Territorio Libero di Trieste sotto preponderante influenza italiana, ma solo a patto di aggiustamenti alle frontiere. Il 7 novembre, in prima pagina su LUnit, comparve unintervista a Palmiro Togliatti. Riferiva i risultati del suo viaggio a Belgrado e dei colloqui con Tito: veniva proposto, in sostanza, un baratto Trieste-Gorizia. Fu una specie di bomba: in due giorni, il Segretario del Partito Comunista Italiano aveva ottenuto dalla Jugoslavia pi di quanto la delegazione italiana avesse conquistato nei lunghi mesi precedenti. Ma ormai cera poco da trattare. Mentre, infatti, Unione Sovietica e Francia avevano dimostrato grande apertura di fronte alle trattative dirette, mentre gli Inglesi avevano annunciato che si sarebbero attenuti alle decisioni prese a Parigi nel luglio e che laver rimandato la discussione su Trieste non aveva niente a che vedere con i negoziati diretti. Il 6 dicembre i lavori furono chiusi e i Ministri degli Esteri dedicarono gli ultimi giorni ad un poco fruttuoso primo esame della situazione tedesca. Raggiunto laccordo relativo a Trieste, il trattato italiano fu licenziato: i delegati del Governo Italiano ricevettero di redigere i testi definitivi entro il 10 febbraio 1947, giorno fissato per la firma. Dopo quindici mesi negoziati, ai primi di dicembre del 1946 il primo round della pace era quindi concluso. Commenter Luigi Gasparotto, allora Ministro della Difesa nel Governo De Gasperi, il 24 luglio 1947, durante i lavori per la ratifica del Trattato: Questo trattato, con i suoi novanta articoli, unatroce sentenza di condanna contro il popolo italiano. un verdetto inesorabile che richiama, a distanza di secoli, il vae victis di gallica memoria. Difficile, anzi angosciosa, la situazione rispetto ai confini orientali. Oggi si ritorna al confine del 1866. Fin quasi alle foci del Timavo, dalla conca di Tarvisio, lungo quello di Plezzo e di Caporetto, lItalia abbandona i suoi territori alla Jugoslavia. Tutte le montagne irrorate di sangue italiano (Merzli, Monte Nero, Sabotino, San Marco, San Gabriele) restano in mani altrui. A noi rimangono, a modesto conforto e perpetuo ricordo, il cimitero degli eroi della 3 Armata a Redipuglia e lOssario di Oslavia colmo dossa italiane. La citt di Gorizia ha il confine fra le mura del suo cimitero. Ma Gorizia fa parte del Friuli. Mettere in dubbio litalianit di Gorizia e della Venezia-Giulia fuori luogo. Al Maresciallo Tito domandiamo una ben maggiore comprensione della situazione giuliana. E gli domandiamo anche cosa abbia fatto degli Italiani deportati nel suo Paese, contro ogni legge umana e civile. La questione della Venezia-Giulia pu essere fatale allEuropa, perch lIsonzo pu diventare quello che era il Reno per la Francia e la Germani: il fiume della discordia. SullIsonzo si incontrano due civilt: la civilt italiana e la civilt slava. Perci, noi che siamo un popolo estremamente sensibile, non possiamo che registrare con sdegno ed amarezza che lungo la strada che porta a Trieste, presso le foci del Timavo, sia stata abbattuta lerma che ricordava gli eroi della 3 Armata, abbattuta da coloro che dovrebbero ricordare che gli eroi della 3 Armata sono morti non solo per la nostra, ma anche per la loro libert. Torni dunque Trieste allItalia in breve tempo, o vi ritorni in un tempo pi o meno lungo, oggi noi non possiamo che deplorare la costituzione di uno Stato Libero ma non sovrano, che non pu nominare il proprio governatore e nemmeno il capo della sua Polizia; uno Stato senza territorio, senza retroterra, che deve vivere quasi di mendicit e ricevere 20

21 tutti i rifornimenti dai popoli vicini. Dovremo pur sempre ricordarci ed assumere limpegno donore di pensare oggi, domani e sempre, allavvenire dei nostri fratelli giuliani che, contro ogni interesse materiale, intendono restare fedeli al genio del loro Paese1. 9. IL TRATTATO DI PACE DI PARIGI DEL 10 FEBBRAIO 1947 La pace italiana fu classificata da Byrnes fra i trattati non finiti2, come quelli con Austria, Germania e Giappone, per le molte cose che rimanevano in sospeso. Dal punto di vista italiano, si poteva forse contare su un unico successo, ossia il mantenimento del Brennero e laccordo De Gasperi-Gruber, siglato dai ministri degli esteri di Italia e Austria, che assicurava la tutela etnica, culturale ed economica della minoranza tedesca in Alto Adige. Il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 prevedeva significative mutilazioni di tutto il territorio nazionale. Se a nord la frontiera era rimasta immutata, a occidente essa aveva subito rettifiche a favore della Francia (Piccolo San Bernardo, Altopiano del Moncenisio, Monti Thabor e Chaberton, Valli della Tinea, della Vesubia e della Roja). Per quasi 770 km e poco pi di 550 abitanti. Ma la mutilazione pi consistente era sul confine orientale dove lItalia aveva ceduto pi di 8000 km, abitati da circa 445.000 Italiani e 352.000 Slavi. Solo una minima parte di questo territorio era costituita in Territorio Libero di Trieste, che sarebbe stato retto da un governatore secondo uno statuto allegato al Trattato e che per intanto era affidato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Le clausole politiche imponeva la garanzia dei diritti delluomo e delle libert fondamentali, di non perseguitare i cittadini italiani che avevano collaborata con la causa alleata, di riconoscere come validi gli altri trattati di pace. Era previsto di opzione per i cittadini nei territori ceduti alla Jugoslavia. LItalia rinunciava a tutti i territori in Africa, affidati in amministrazione provvisoria. LAlbania era riconosciuta indipendente ed aveva la possibilit di annullare i diritti particolari eventualmente concessi a cittadini italiani anche prima dellannessione. Perdeva i privilegi extraterritoriali in Cina; si impegnava inoltre a riconoscere lindipendenza e lintegrit dellEtiopia. Quanto alle disposizioni militari, vi era lobbligo di smilitarizzare 20 km entro le nuove frontiere, il divieto di fortificare ampie zone insulari, la riduzione dellEsercito, la limitazione dellAeronautica e la consegna di buona parte della flotta della Marina. Le clausole economiche errano articolate in varie voci: riparazioni, restituzioni, rinuncia si reclami, indennizzi, confische. Le riparazioni di guerra a Unione Sovietica, Jugoslavia, Grecia, Etiopia e Albania erano fissate in 360 milioni di dollari-oro, mentre quelle alla Francia erano considerate pagate con la cessione di tutti i beni italiani nei territori metropolitani e coloniali francesi. Inoltre, ognuna delle Nazioni Unite poteva rivalersi, in base alle proprie valutazioni, sui beni italiani nel suo territorio per ottenere il risarcimento dei danni di guerra. A questo si aggiungevano i danni economici causati dalle diminuzioni territoriali. E come era facile immaginare, in tutta Italia scoppiarono disordini. Lo stesso 10 febbraio 1947, a Roma, alcuni uffici della delegazioni jugoslava venivano assaltati da un gruppo di manifestanti, senza per causare gravi danni. Commentava cos laccaduto Velio Spano, del Partito Comunista Italiano, il 13 febbraio durante una seduta dellAssemblea Costituente: La verit che quel giorno lItalia protestava. Tutto il popolo italiano protestava e manifestava il suo cordoglio e la sua indignazione per lingiusto trattato che ci veniva imposto. Era particolarmente necessario quel giorno che questa protesta apparisse come la protesta di tutto il popolo italiano e della sua volont di rinnovamento. Daltra parte, questi avvenimenti sono senza dubbio collegati con lambiente arroventato che si sta creando in queste settimane nelle regioni giuliane3. Il 15 settembre, Trieste,
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Luigi Gasparotto, Ministro della Difesa del Governo De Gasperi, intervento pronunciato alla seduta del 24 luglio 1947 dellAssemblea Costituente 2 James Byrnes, Segretario di Stato USA, 10 febbraio 1947 3 Velio Spano, Partito Comunista Italiano, intervento pronunciato alla seduta del 13 febbraio 1947 dellAssemblea Costituente

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22 era ucciso lo studente Alino Conestabo, che manifestava per litalianit della citt. Toccava adesso allAssemblea Costituente ratificare il Trattato di Pace. Le discussioni per la ratifica cominciarono il 24 luglio 1947 ed ebbero termine il 31 luglio successivo. NellAssemblea Costituente si fronteggiavano tre posizioni. Quella del Governo che chiedeva subito la ratifica, per garantire lesecuzione del Trattato in buona fede e pensare al futuro; quella degli incerti che volevano il rinvio a dopo lestate, per non soffocare la discussione e ponderare meglio pro e contro della situazione, attendendo che tutte le potenze ratificassero, in quanto mancava ancora lUnione Sovietica; quella dei contrari, secondo cui la ratifica italiana era imposta da pressioni estere. Dir Carlo Sforza, Ministro degli Esteri: Negli ultimi giorni parso chiaro che il problema non verte pi tanto sulla ratifica quanto sul rinvio e meno della ratifica. Le tesi a questo proposito sono in sostanza due: una prevalentemente giuridica e laltra prevalentemente politica. La prima parte del concetto che, siccome lUnione Sovietica non ha ancora ratificato, il Trattato non entrato in vigore e quindi noi non siamo obbligati a ratificarlo. Il Trattato fu per i grandi un faticoso compromesso; un atto di pacificazione tra di loro. I nostri interessi furono duramente subordinati al bisogno di intese altrui, quali in quel momento prevalevano. La ratifica servir invece a creare unatmosfera di fiduciosa collaborazione con le potenze europee che, come noi, vogliono creare lEuropa. E creare lEuropa la sola maniera di evitare la politica dei blocchi. Isolandoci dal resto del continente, ostacoleremmo la creazione di un complesso europeo interessato alla pace, cio allo sviluppo di buone relazioni fra gli Stati Uniti e lUnione Sovietica. Solo la ratifica largomento di cui potremmo incessantemente servirci per chiedere il ritiro delle truppe e la cessazione di ogni controllo1. Le posizioni di rifiuto, poi, erano diversificate. A destra, come a sinistra, monarchici e qualunquisti, accusavano il Governo di aver condotto una politica rinunciataria, mentre il liberale Benedetto Croce lanciava un accorato appello alle potenze vincitrici: Cos allItalia avete ridotto a poco pi che forza di polizia interna lEsercito, diviso tra voi la flotta che con voi e per voi aveva combattuto, aperto le sue frontiere vietandole di armarle a difesa, toltole popolazioni italiane contro gli impegni della cosiddetta Carta Atlantica, introdotto clausole che violano la sua sovranit sulle popolazioni che le rimangono, trattata in pi cose assai pi duramente che altri Stati ex nemici, toltole o chiesta una rinunzia preventiva alle colonie che essa aveva acquistate sol suo sangue e amministrate e portate a vita civile ed europea col suo ingegno e con dispendio delle sue tuttaltro che ricche finanze, impostole gravi riparazioni anche verso popoli che sono stati dal suo dominio grandemente avvantaggiati; e perfino le avete strappato pezzi di terra del suo fronte occidentale da secoli a lei congiunti e carichi di ricordi della sua storia, sotto pretesto di trovare in quel possesso la garanzia contro una possibile irruzione italiana, quella garanzia che una assai lunga e assai fortificata e assai vantata Linea Maginot non seppe dare2. Durante i dibattiti del giorno successivo, il 25 luglio, lautonomista giuliano Leo Valiani nel suo discorso espresse tutto il suo disappunto e la sua vicinanza agli Italiani che lasciavano le loro terre passate sotto amministrazione jugoslava: I territori italiani che devono essere ceduti alla Jugoslavia, la Jugoslavia li ha gi annessi e li considera come territori definitivamente suoi e coloro che vi risiedono gi sono cittadini jugoslavi: gli Italiani di Fiume e di Pisino sono gi considerati e trattati come cittadini jugoslavi, a meno che non scappino, a meno che non se ne vadano clandestinamente, abbandonando i loro averi. Io credo di non aver bisogno di dimostrare, come giuliano, cosa rappresenti per noi, per i miei, questo Trattato, in particolare nelle sue clausole che ci feriscono nelle carni vive. Il Trattato stabilisce il Territorio Libero di Trieste, ma ci presuppone laccordo delle quattro potenze e laccordo non c. Le prospettive sono quelle di una permanente occupazione militare: probabilmente le truppe inglesi non se ne
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Carlo Sforza, Ministro degli Affari Esteri del Governo De Gasperi, intervento pronunciato alla seduta del 24 luglio 1947 dellAssemblea Costituente Benedetto Croce, Partito Liberale Italiano, intervento pronunciato alla seduta del 24 luglio 1947 dellAssemblea Costituente

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23 andranno. LOnorevole Sforza ci ha detto che, se noi non ratificheremo il Trattato, saremo una foglia al vento. Ma Onorevole Sforza, un popolo di 46 milioni di abitanti non mai una foglia in balia del vento. Diciamo piuttosto che 250.000 Triestini avulsi dallo Stato, abbandonati alla merc di potenze occupanti, quelli, si, sono una foglia al vento. Purtroppo il Trattato costantemente peggiorato da quando se ne discusse la prima volta a Londra nel 1945. Dal principio etnico si passa allannessione di tutta lIstria alla Jugoslavia. vero che gli Anglo-Americani sono ancora a Pola, ma anche vero che gli Italiani non ci sono pi e che lamministrazione di Pola praticamente passa gi in mano jugoslava. Continua a peggiorare la situazione a Trieste, che il principio etnico darebbe indubbiamente allItalia. E poi non c nemmeno il disgraziato Stato Libero di Trieste, che era meglio di niente, perch pur staccando Trieste dallItalia, doveva avere una costituzione che assicurava la sua italianit. Lo Stato Libero di Trieste non c pi. C unoccupazione militare che pu oggi essere di questo colore e domani di quellaltro. Nessuna garanzia per Trieste1. Con la seduta del 26 luglio due furono gli interventi pi rilevanti. Il primo, pronunciato allapertura dei lavori per la ratifica del Trattato di Pace, fu del qualunquista Vincenzo Cicerone: Abbiamo lasciato oltre i confini terre italiane. La Francia ha voluto condursi verso di noi secondo la sua vecchia scuola politica: quelle delle teste di ponte in casa altrui e del confine montano o fluviale. Abbiamo rinunciato o stiamo per rinunciare a qualsiasi forma di espansione africana, a qualsiasi attivit coloniale. Siamo stretti fra le pi angustiose necessit, cosicch mi pare che gli interessi essenziali siano stati lungi dallessere salvati. Signori del Governo, non ignorando lammalato che potete guarirlo: non rinunciandovi che potete eliminare lirredentismo futuro. Oggi come oggi tutti quanti siamo in questa Assemblea potremmo anche mettere una pietra sui nomi di Trieste, Zara, Tripoli, Bengasi, Briga e Tenda. Potremmo farlo noi. Ma siccome la fiamma dellitalianit vivr in questi Paesi eterna, i nostri figli ed i figli dei nostri figli potrebbero trovare in quei nomi un vessillo di guerra2. Poi fu la volta di Francesco Saverio Nitti: Non vi sono che tre soluzioni: o respingere il Trattato con tutte le conseguenze gravissime che ne sarebbero il triste corollario; o adottare una ratifica che ora non ha tutti gli elementi per essere operante a nostro vantaggio; o ratificare quando vi siano tutte le condizioni necessarie e intanto dare al Governo tutti i poteri necessari perch la ratifica avvenga anche quando il Parlamento non riunito. Negli ultimi due casi per la ratifica non pu avvenire senza una solenne e dignitosa protesta contro liniquo trattamento fatto allItalia cui stato imposto un diktat umiliante e odioso. I primi atteggiamenti dei vincitori sono stati seguiti da manifestazioni sempre meno amichevoli. Ogni decisione che seguita ha peggiorato le cose a nostro danno. Ogni riunione dei vincitori si risolta sempre in un aggravamento delle nostre situazioni3. La giornata del 28 luglio fu quasi interamente dedicata alla discussione del Trattato di Pace con gli interventi di ben quattordici deputati, tra i quali spiccano, senza dubbio, per lenfasi e lanimosit dei contenuti, quelli Luigi Filippo Benedettini, Emilio Patrissi e Gennaro Patricolo. Benedettini affront la questione del Trattato in linee generali ma ben approfondite, senza entrare nei particolari per quanto riguardava i cambiamenti territoriali: Dopo tante promesse, dopo tanti sacrifici sopportati con la nostra cobelligeranza, noi non possiamo ratificare un diktat che mutila le nostre frontiere, ci strappa i fratelli di Briga e Tenda, dellIstria, del Quarnaro, della Venezia-Giulia, delle italianissime citt dalmate; un diktat che vuol, privarci di quella gloriosa Marina che non fu mai vinta e che riduce il nostro non meno glorioso Esercito a numero irrisorio; un diktat che ci impone di rinunciare a quelle colonie che conquistammo, bonificammo e civilizzammo con decenni di sacrificio e che sono indispensabili non al nostro imperialismo ma alla nostra mano dopera, alle necessit vitali del nostro proletariato; un diktat
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Leo Valiani, Gruppo Autonomista, intervento pronunciato alla seduta del 25 luglio 1947 dellAssemblea Costituente Vincenzo Cicerone, Fronte Liberale Democratico dellUomo Qualunque, intervento pronunciato alla seduta del 26 luglio 1947 dellAssemblea Costituente Francesco Saverio Nitti, Unione Democratica Nazionale, intervento pronunciato alla seduta del 26 luglio 1947 dellAssemblea Costituente

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24 che, mentre ci carica di debiti, ci toglie le poche riserve auree della Banca dItalia e sancisce la rinuncia ad ogni nostro diritto nei confronti della Germania. Nessuna Nazione potr mai interpretare la nostra mancata ratifica come segno di ribellione, ma ogni Nazione sar invece costretta a riconoscere che lItalia ha, si, perduta una guerra, ma non la sua dignit, non il suo onore1. Lintervento di Emilio Patrissi si concentr tutto contro loperato del Governo De Gasperi, ritenuto incapace di gestire a livello internazionale una situazione delicata come quella inerente al Trattato di Pace: Onorevole De Gasperi, ricorderete che in una seduta della Commissione dei Trattati, dalla vostra relazione, ebbi modo di rilevare una vostra frase, quando, incerto per Trieste, ma sicuro per Pola, recatovi a Parigi, aveste lamara sorpresa di constatare che anche Pola era perduta. In quella circostanza, voi effettuaste visite, avviaste determinati contatti con due autorevoli ministri degli esteri, due dei quattro grandi, che vi risposero: abbiamo fatto la guerra per liberarvi, non possiamo fare la guerra per darvi Pola. Frase significativa e rivelatrice di uno stato di fatto. Significava che in quel momento una potenza almeno voleva la guerra o la minacciava; e dallaltra parte due potenze la guerra deprecavano e paventavano. Voi siete andati dunque a parlare dinanzi ai vincitori un linguaggio di togati accattoni, dinanzi ad una tavola di paladini sterminatori di mostri, mentre rappresentavate un popolo meraviglioso che subisce e attende, con umilt francescana, il sorgere di unalba migliore sullorizzonte della Patria2. Infine, Gennaro Patricolo, appellandosi al nazionalismo italiano, rivendicava a gran voce i territori tolti allItalia con il Trattato di Pace: In virt del nazionalismo, noi Italiani vogliamo giustizia e chiediamo che la Venezia-Giulia, la Dalmazia, Briga e Tenda rimangano allItalia. In base al nazionalismo pi puro noi abbiamo combattuto tutte le guerre del Risorgimento e lottato contro tutti gli indipendentismi che minacciavano lunit nazionale. In nome della nostra solidariet nazionale che dobbiamo opporci alla crudele volont del diktat, per lonore della Nazione italiana, per amore dei nostri fratelli del Piemonte e delle sponde adriatiche3. Il pomeriggio del 29 luglio fu occupato da tre interventi grande rilievo: parlarono Palmiro Togliatti, Luigi Einaudi e Randolfo Pacciardi. I loro discorsi erano accomunati da una caratteristica: non erano centrati sulla ratifica di per s, ma piuttosto sulle prospettive per il ruolo internazionale dellItalia. Togliatti mantenne per tutto il periodo della discussione una linea profondamente contraria alla nuova politica che stava per attuare lItalia in materia estera, ovvero tesa ad un netto rifiuto degli aiuti del Piano Marshall: Si creata fra noi e le Nazioni che hanno combattuto per liberarci dal Fascismo e dalloccupazione tedesca una fraternit saldata col sangue, che non dovr mai essere smentita dalla nostra politica estera e non dovr mai cancellarsi nella coscienza del Paese. Siamo un popolo di 45 milioni di abitanti, abbiamo una nostra industria relativamente potente, abbiamo una nostra agricoltura, se pure con le sue deficienze e, come tutti gli altri Paesi, come tutto il resto del mondo, abbiamo un conto da dare e da avere. Discutiamo dunque dei nostri debiti e dei nostri crediti, discutiamo dei vostri crediti e dei vostri crediti; ma liquidiamo quella falsa rappresentazione degli aiuti, la quale scoraggia il popolo italiano, dandogli limpressione che non pu far niente se i potenti che siedono in qualche parte della terra non si degnano di muoversi verso di lui. Guai a noi se aderissimo ad una politica di questo genere, perch ci vorrebbe dire che ci troveremmo alla merc di quelli che diventerebbero gli incontrastati dominatori sia della nostra vita economica che della nostra vita politica4. Fu poi la volta di Einaudi che deline con molta chiarezza il futuro ruolo dellItalia e dellEuropa in sede internazionale: Che importa se noi entreremo nei consessi internazionali dopo essere stati vinti ed in condizioni di inferiorit economica. Se vogliamo mettere una pietra tombale
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Luigi Filippo Benedettini, Gruppo Misto, intervento pronunciato alla seduta del 28 luglio 1947 dellAssemblea Costituente 2 Emilio Patrissi, Gruppo Misto, intervento pronunciato alla seduta del 28 luglio 1947 dellAssemblea Costituente 3 Gennaro Patricolo, Gruppo Misto, intervento pronunciato alla seduta del 28 luglio 1947 dellAssemblea Costituente 4 Palmiro Togliatti, Partito Comunista Italiano, intervento pronunciato alla seduta del 29 luglio 1947 dellAssemblea Costituente

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25 sul passato; se vorremo non pi essere costretti a chiedere aiuti ad altri, ma invece essere invitati a partecipare da paro a paro al godimento di quei beni del mondo alla cui creazione noi pure avremo contribuito, dobbiamo non aver timore di difendere le idee le quali soltanto potranno salvare lEuropa. La forza delle idee ancora oggi la forza che alla lunga guida il mondo. Se, ciononostante, lEuropa vorr inselvatichire, noi non potremo essere rimproverati dalle generazioni venture degli Italiani di non avere adempiuto sino allultimo al dovere di salvare quel che di divino e di umano esiste ancora nella travagliata societ presente1. Fu, infine, la volta di Pacciardi che deline in maniera realistica le future sorti dellItalia a ratifica avvenuta: LItalia per la prima volta, da pari a pari, a discutere in una conferenza internazionale. evidente che una politica italiana vera e propria non si pu fare finch noi non avremo liquidato il passato, finch noi non potremo partecipare da pari a pari a tutti i consessi internazionali. E se ratificare significa affrettare soltanto la speranza di partecipare allONU, avremo almeno conquistato una tribuna, la pi alta tribuna internazionale, per difendere le ragioni del nostro Paese. E se ratificare significa anche cominciare a smobilitare la pesante macchina dellarmistizio, anche questo certo un enorme vantaggio per il nostro Paese2. La giornata del 30 luglio fu segnata quasi per intero segnata dallintervento di Vittorio Emanuele Orlando: La nostra politica stata sempre quella di accondiscendere; stata politica di assoluta remissivit; non possiamo restare in questa condizione di abbandono militare senza che la solidariet del popolo non ne resti turbata e scossa. Non mi soffermer sullangoscia delle mutilazioni sofferte. Esse aprono nel corpo della patria ferite che non potranno mai rimarginarsi senza una restaurazione. Trieste, travestita in uno Stato ridicolo, se non forse anche tragico, che manca di tutto, a cominciare dalla sovranit per finire con lacqua da bere, e Pola e Fiume e Zara: nomi di citt che ricapitolano tutte le ansie e tutte le speranze, tutti i dolori e tutte le gioie della storia dItalia, dal 1860 al 1919, redente dal sangue di 600.000 caduti, fiore della giovinezza italiana; citt che danno al mondo la lezione eroica di un plebiscito in cui il voto espresso col sacrificio supremo dellabbandono in massa della propria terra e di ogni cosa diletta pi caramente; la force amputazione di questa Venezia-Giulia, che da secoli difende la sua italianit contro tutte le invasioni di tutti i barbari calati in Italia in tutti i tempi, onde, fucinata in queste prove, quella, fra tutte le altre regioni, dove litalianit pi profonda, pi intima, pi pura3. Lultima giornata, il 31 luglio, vide la replica del Governo, con le risposte del Presidente del Consiglio De Gasperi e del Ministro degli esteri Sforza, assieme agli interventi di altri diciotto deputati della Costituente. Il Ministro Sforza ribatt che il Trattato quello che , ma non ci si prospetta la scelta daltro trattato. Lalternativa : o questo trattato o nessuno; cio niente su cui fondare una politica, nessuna certezza circa i limiti delle altrui possibilit o velleit di disporre ancora delle cose nostre. La ratifica dunque necessaria, perch lItalia vuole riacquistare al pi presto la sua indipendenza nazionale. La ratifica un atto soprattutto interno con il quale si d esecuzione nellordinamento interno di uno Stato ad un valido impegno internazionale4. Fu poi la volta di De Gasperi che dichiar con fermezza: In questa ora agitata lItalia riafferma la sua fede nella pace e nella collaborazione internazionale. Sarebbe ideale se una simile affermazione fosse dellintera Assemblea, ma quello che importa soprattutto che essa sia unaffermazione chiara, onesta, senza riserve e senza equivoci, e che dimostri in noi una volont nazionale autonoma che, sulla via del sacrificio, ci incammini verso la nuova dignit e
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Luigi Einaudi, Partito Liberale Italiano, intervento pronunciato alla seduta del 29 luglio 1947 dellAssemblea Costituente 2 Randolfo Pacciardi, Partito Repubblicano Italiano, intervento pronunciato alla seduta del 29 luglio 1947 dellAssemblea Costituente 3 Vittorio Emanuele Orlando, Gruppo Misto, intervento pronunciato alla seduta del 30 luglio 1947 dellAssemblea Costituente 4 Carlo Sforza, Ministro degli Affari Esteri del Governo De Gasperi, intervento pronunciato alla seduta del 31 luglio 1947 dellAssemblea Costituente

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26 indipendenza della nazione1. Di l a poco si sarebbe tenuta la votazione per la ratifica del Trattato di Pace. I presenti in aula erano 410: i favorevoli furono 262, 68 i contrari e 80 gli astenuti. I Comunisti si astennero, mentre i Socialisti abbandonarono laula. Del Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947, della sua preparazione, della sua firma e della sua ratifica, restano, forse, solo le parole dello storico istriano Pier Antonio Quarantotti Gambini: In quegli anni, i nostri fratelli della Venezia-Giulia si sentirono usati come moneta di scambio. Non solo dagli Alleati, ma anche dal Governo di Roma. Non si pu daltronde negare che da parte dei nostri rappresentanti alla Conferenza della Pace furono compiuti pi sforzi per salvare la flotta o per conservare le colonie di Libia, Eritrea e Somalia, ce non per salvare i confini orientali della Nazione2. 10. LE CLAUSOLE ARMISTIZIALI DEL TRATTATO DI PACE DEL 10 FEBBRAIO 1947 TRA LITALIA E LA JUGOSLAVIA Questi i testi degli Articoli 3, 4, 11, 12, 20, 21, 22, 48, 78 e 79 del Trattato di Pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, riferiti al comportamento che doveva tenere il Governo Italiano nei confronti della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia. Articolo 3 1) Le frontiere fra lItalia e la Jugoslavia saranno determinate nel modo seguente: a) il nuovo confine seguir una linea che parte dal punto di congiunzione delle frontiere dellAustria, Italia e Jugoslavia, quali esistevano al 1 gennaio 1938 e proceder verso sud, seguendo il confine del 1938 fra la Jugoslavia e lItalia fino alla congiunzione di detto confine con la linea di demarcazione amministrativa fra le province italiane del Friuli (Udine) e di Gorizia; b) da questo punto la linea di confine coincide con la predetta linea di demarcazione fino ad un punto che trovasi approssimativamente a mezzo chilometro a nord del villaggio di Memico nella Valle dellIudrio; c) abbandonando a questo punto la linea di demarcazione, fra le province italiane del Friuli e di Gorizia, la frontiera si prolunga verso oriente fino ad un punto situato approssimativamente a mezzo chilometro ad ovest del villaggio in Vercoglia di Cosbana e quindi verso sud fra le valli del Quarnizzo e della Cosbana fino ad un punto a circa un chilometro a sud-ovest del villaggio di Fleana, piegandosi in modo da intersecare il fiume Recca ad un punto a circa un chilometro e mezzo ad est del Iudrio, lasciando ad est la strada che allaccia Cosbana a Castel Dobra, per via di Nebola; d) la linea quindi continua verso sud-est, passando immediatamente a sud della strada fra le quote 111 e 172, poi a sud della strada da Vipulzano ad Uclanzi, passando per le quote 57 e 122, quindi intersecando questultima strada a circa 100 metri ad est della quota 122, e piegando verso nord in direzione di un punto situato a 350 metri a sud-est della quota 266; e) passando a circa mezzo chilometro a nord del villaggio di San Floriano, la linea si estende verso oriente al Monte Sabotino (quota 610) lasciando a nord il villaggio di Poggio San Valentino; f) dal Monte Sabotino la linea si prolunga verso sud, taglia il fiume Isonzo (Soca) allaltezza della citt di Salcano, che rimane in Jugoslavia e corre immediatamente ad ovest della linea ferroviaria da Canale dIsonzo a Montespino fino ad un punto a circa 750 metri a sud della strada Gorizia-Aisovizza;
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Arrigo Petacco, Lesodo. La tragedia negata degli Italiani dIstria, Fiume e Dalmazia, Mondadori, Milano, 1999 Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio, intervento pronunciato alla seduta del 31 luglio 1947 dellAssemblea Costituente

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27 g) allontanandosi dalla ferrovia, la linea quindi piega a sud-ovest, lasciando alla Jugoslavia la citt di San Pietro ed allItalia lospizio e la strada che lo costeggia ed a circa 700 metri dalla stazione di Gorizia-S. Marco, taglia il raccordo ferroviario fra la ferrovia predetta e la ferrovia Agrato-Cormons, costeggia il Cimitero di Gorizia, che rimane allItalia, passa fra la Strada Nazionale n. 55 fra Gorizia e Trieste, che resta in Italia, ed il crocevia alla quota 54, lasciando alla Jugoslavia le citt di Vertoiba e Merna, e raggiunge un punto situato approssimativamente alla quota 49; h) di l, la linea continua in direzione di mezzogiorno attraverso laltipiano del Carso, a circa un chilometro ad est della Strada Nazionale n. 55, lasciando ad est il villaggio di Opacchiasella ed a ovest il villaggio di Iamiano; i) partendo da un punto a circa 1 chilometro ad est di Iamiano, il confine segue la linea di demarcazione amministrativa fra le province di Gorizia e di Trieste fino ad un punto a circa 2 chilometri a nord-est del villaggio di San Giovanni ed a circa mezzo chilometro a nord-ovest di quota 208, che segna il punto di incontro fra le frontiere della Jugoslavia, dellItalia e del Territorio Libero di Trieste. Articolo 4 1) I confini fra lItalia ed il Territorio Libero di Trieste saranno fissati come segue: a) la linea di confine parte da un punto situato sulla linea di demarcazione amministrativa fra le province di Gorizia e di Trieste, a circa due chilometri a nord-est del villaggio San Giovanni ed a circa mezzo chilometro a nord-ovest della quota 208, che segna il punto dincontro, delle frontiere della Jugoslavia, dellItalia e del Territorio Libero di Trieste e corre in direzione di sud-ovest fino ad un punto adiacente alla Strada Nazionale n. 14 ed a circa un chilometro a nord-ovest della congiunzione fra le strade Nazionali n. 55 e 14, che conducono rispettivamente da Gorizia e da Monfalcone a Trieste; b) la linea si prolunga quindi in direzione di mezzogiorno fino ad un punto nel golfo di Panzano, che equidistante dalla Punta Sdobba alla foce del fiume Isonzo (Soca) e da Castel Vecchio a Duino, a circa chilometri 3,3 a sud dal punto dove si allontana dalla linea costiera, che ad approssimativamente due chilometri a nord ovest dalla citt di Duino; c) il tracciato quindi raggiunge il mare aperto, seguendo una linea situata ad eguale distanza dalla costa dItalia e da quella del Territorio Libero di Trieste. Articolo 11 1) LItalia cede, mediante il presente Trattato, in piena sovranit alla Jugoslavia il territorio situato fra i nuovi confini della Jugoslavia, come sono definiti dagli articoli 3 e 22 ed i confini italojugoslavi, quali esistevano il 1 gennaio 1938, come pure il comune di Zara e tutte le isole e isolette adiacenti, che sono comprese nelle zone seguenti: a) La zona delimitata: - al nord del parallelo 4250 N; - al sud dal parallelo 4242 N; - allest dal meridiano 1710 E; - allovest dal meridiano 1625 E; b) La zona delimitata: - al nord da una linea che passa attraverso il Porto del Quieto, equidistante dalla costa del Territorio Libero di Trieste e da quella della Jugoslavia, e di l raggiunge il punto 4515 N e 1324 E; - al sud dal parallelo 4423 N; - allovest da una linea che congiunge i punti seguenti: (1) 4515 N e 1324 E; (2) 4451 N e 1337 E; (3) 4423 N e 141830 E 27

28 ad oriente dalla costa occidentale dellIstria, le isole ed il territorio continentale della Jugoslavia. 2) LItalia cede alla Jugoslavia in piena sovranit lIsola di Pelagosa e le isolette adiacenti. LIsola di Pelagosa rimarr smilitarizzata. I pescatori italiani godranno a Pelagosa e nelle acque circostanti degli stessi diritti di cui godevano i pescatori jugoslavi prima del 6 aprile 1941. Articolo 12 1) LItalia restituir alla Jugoslavia tutti gli oggetti di carattere artistico, storico, scientifico, educativo o religioso (compresi tutti gli atti, manoscritti, documenti e materiale bibliografico) come pure gli archivi amministrativi (pratiche, registri, piani e documenti di qualunque specie) che, per effetto delloccupazione italiana, vennero rimossi fra il 4 novembre 1918 ed il 2 marzo 1924 dai territori ceduti alla Jugoslavia in base ai Trattati firmati a Rapallo il 12 novembre 1920 ed a Roma il 27 gennaio 1924. LItalia restituir pure tutti gli oggetti appartenenti ai detti territori e facenti parte delle categorie di cui sopra, rimossi dalla Missione italiana di armistizio che sedette a Vienna dopo la Prima Guerra Mondiale. 2) LItalia consegner alla Jugoslavia tutti gli oggetti aventi giuridicamente carattere di beni pubblici e facenti parte delle categorie di cui al paragrafo 1 dellarticolo presente, rimossi a partire dal 4 novembre 1918 dal territorio che, in base al presente Trattato, viene ceduto alla Jugoslavia e quelli, relativi al detto territorio, che lItalia ricevette dallAustria e dallUngheria per effetto dei Trattati di pace firmati a St. Germain il 10 settembre 1919 ed al Trianon il 4 giugno 1920 ed in base alla Convenzione fra lAustria e lItalia firmata a Vienna il 4 maggio 1920. 3) Se, in determinati casi, lItalia si trovasse nellimpossibilit di restituire o consegnare alla Jugoslavia gli oggetti di cui ai paragrafi 1 e 2 del presente articolo, lItalia consegner alla Jugoslavia oggetti dello stesso genere e di valore approssimativamente equivalente a quello degli oggetti rimossi, in quanto siffatti oggetti possano trovarsi in Italia. 1) Articolo 20 Entro il termine di un anno dallentrata in vigore del presente Trattato, i cittadini italiani di oltre 18 anni di et (e quelli coniugati, siano essi al disotto od al disopra di tale et), la cui lingua usuale una delle lingue jugoslave (serbo, croato o sloveno) e che sono domiciliati in territorio italiano, potranno, facendone domanda ad un rappresentante diplomatico o consolare jugoslavo in Italia, acquistare la nazionalit jugoslava, se le autorit jugoslave accetteranno la loro istanza. In siffatti casi il Governo jugoslavo, comunicher al Governo italiano, per via diplomatica gli elenchi delle persone che avranno cos acquistato la nazionalit jugoslava. Le persone indicate in tali elenchi perderanno la loro nazionalit italiana alla data della suddetta comunicazione ufficiale. Il Governo italiano potr esigere che tali persone trasferiscano la loro residenza in Jugoslavia entro il termine di un anno dalla data della suddetta comunicazione ufficiale. Ai fini del presente articolo varranno le medesime norme, relative alleffetto delle opzioni rispetto alle mogli ed ai figli, contenute nellarticolo 19, paragrafo 2. Le disposizioni dellAllegato XIV, paragrafo 10 del presente Trattato, che si applicano al trasferimento dei beni appartenenti alle persone che optano per la nazionalit italiana, si applicheranno egualmente al trasferimento dei beni tenenti alle persone che optano per la nazionalit jugoslava, in base al presente articolo. -

2)

3) 4) 5)

Articolo 21 1) costituito in forza del presente Trattato il Territorio Libero di Trieste, consistente dellarea che giace fra il mare Adriatico ed i confini definiti negli articoli 4 e 22 del presente Trattato. Il Territorio Libero di Trieste riconosciuto dalle Potenze Alleate ed Associate e dallItalia, le quali convengono, che la sua integrit e indipendenza saranno assicurate dal Consiglio di 28

29 Sicurezza delle Nazioni Unite. 2) La sovranit italiana sulla zona costituente il Territorio Libero di Trieste, cos come esso sopra definito, cesser con lentrata in vigore del presente Trattato. 3) Dal momento in cui la sovranit italiana sulla predetta zona avr cessato desistere il Territorio Libero di Trieste sar governato in conformit di uno Strumento per il regime provvisorio, redatto dal Consiglio dei Ministri degli Esteri e approvato dal Consiglio di Sicurezza. Detto Strumento rester in vigore fino alla data che il Consiglio di Sicurezza determiner per lentrata in vigore dello Statuto Permanente, che dovr essere stato da esso Consiglio approvato. A decorrere da tale data, il Territorio Libero sar governato secondo le disposizioni dello Statuto Permanente. 4) Il Territorio Libero di Trieste non sar considerato come territorio ceduto. Articolo 22 1) La frontiera fra Jugoslavia ed il Territorio Libero di Trieste sar fissata come segue: a) Il confine parte da un punto situato sulla linea di demarcazione amministrativa che separa le province di Gorizia e di Trieste, a circa due chilometri a nord-est del villaggio di S. Giovanni e a circa mezzo chilometro a nord-ovest di quota 208, che costituisce il punto dincontro delle frontiere della Jugoslavia, dellItalia e del Territorio Libero di Trieste; segue la detta linea di demarcazione fino a Monte Lanaro (quota 546); continua a sud-est fino a Monte Cocusso (quota 672) passando per le quote 461, Meducia (quota 475), Monte dei Pini (quota 476) e quota 407, che taglia la Strada Nazionale n. 58, che va da Trieste a Sesana, a circa 3,3 chilometri a sud-ovest di detta citt e lasciando ad est i villaggi di Vogliano e di Orle e a circa 0,4 chilometri ad ovest, il villaggio di Zolla. b) Da Monte Cocusso, la linea, continuando in direzione sud-est lascia ad ovest il villaggio di Grozzana, raggiunge il Monte Goli (quota 621), poi, proseguendo verso sud-ovest, taglia la strada tra Trieste e Cosina alla quota 455 e la linea ferroviaria alla quota 485; passa per le quote 416 e 326, lasciando i villaggi di Beca e Castel in territorio jugoslavo, taglia la strada tra Ospo e Gabrovizza dIstria a circa 100 metri a sud-est di Ospo; taglia poi il fiume Risana e la strada fra Villa Decani e Risano ad un punto a circa 350 metri ad ovest di Risano, lasciando in territorio jugoslavo il villaggio di Rosario e la strada tra Risano e San Sergio. Da questo punto la linea procede fino al crocevia situato a circa un chilometro a nord-est della quota 362, passando per le quote 285 e 354. c) Di qui, la linea prosegue fino ad un punto a circa mezzo chilometro ad est del villaggio di Cernova, tagliando il fiume Dragogna a circa 1 chilometro a nord di detto villaggio, lasciando ad ovest i villaggi di Bucciai e Truscolo e ad est il villaggio di Tersecco; di qui, procede in direzione di sud-ovest a sud-est della strada che congiunge i villaggi di Cernova e Chervoi, lasciando questa strada a 0,8 chilometri a est del villaggio di Cucciani; prosegue poi in direzione generale di sud, sud-ovest, passando a circa 0,4 chilometri ad est del monte Braico e a circa 0,4 chilometri ad ovest del villaggio di Sterna Filaria, lasciando ad oriente la strada che va da detto villaggio a Piemonte, passando a circa 0,4 chilometri ad ovest della citt di Piemonte e a circa mezzo chilometro ad est della citt di Castagna e raggiungendo il fiume Quieto ad un punto a 1,6 chilometri circa, a sud-ovest della citt di Castagna. d) Di qui il tracciato segue il canale principale rettificato del Quieto fino alla foce, e, passando attraverso Porta del Quieto, raggiunge il mare aperto, seguendo una linea ad eguale distanza dalla costa del Territorio Libero di Trieste e da quella della Jugoslavia. Articolo 48 1) Ogni fortificazione e installazione militare permanente italiana lungo la frontiera italo-jugoslava e i relativi armamenti dovranno essere distrutti o rimossi. a) Si intende che tali fortificazioni e installazioni comprendono soltanto le opere di artiglieria e di fanteria, sia in gruppo che isolate, le casematte di qualsiasi tipo, i ricoveri protetti per il 29

30 personale, le provviste e le munizioni, gli osservatori e le teleferiche militari, le quali opere od impianti siano, costruiti in metallo, in muratura o in cemento, oppure scavati nella roccia, qualunque possa essere la loro importanza e leffettivo loro stato di conservazione o di costruzione. 2) La distruzione o la rimozione, prevista dal paragrafo 1 di cui sopra, dovr effettuarsi soltanto nel limite di 20 chilometri da qualsiasi punto della frontiera, quale determinata dal presente Trattato e dovr essere completata entro un anno dallentrata in vigore del Trattato. 3) Ogni ricostruzione delle predette fortificazioni e installazioni vietata. a) Ad ovest della frontiera italo-jugoslava, proibita la costruzione delle opere seguenti: fortificazioni permanenti in cui possano essere installate armi capaci di sparare sul territorio jugoslavo o sulle acque territoriali jugoslave; installazioni militari permanenti che possano essere usate per condurre o dirigere il tiro sul territorio jugoslavo o sulle acque territoriali jugoslave; locali permanenti di rifornimento e di magazzinaggio, edificati unicamente per luso delle fortificazioni e installazioni di cui sopra. b) Tale proibizione non riguarda altri tipi di fortificazioni non permanenti o le sistemazioni ed i locali di superficie, che siano destinati unicamente a soddisfare esigenze di ordine interno o di difesa locale delle frontiere. 4) In una zona costiera della profondit di 15 chilometri, compresa tra la frontiera fra lItalia e la Jugoslavia e fra lItalia e il Territorio Libero di Trieste e il parallelo 4450 N e nelle isole situate lungo tale zona costiera, lItalia non dovr stabilire nuove basi o installazioni navali permanenti, n sviluppare le basi o installazioni gi esistenti. Tale divieto non involge le modifiche di minore importanza, n i lavori per la buona conservazione delle installazioni navali esistenti, purch la capacit di tali installazioni, considerate nel loro insieme, non sia in tal modo accresciuta. Articolo 78 Nonostante i trasferimenti territoriali, a cui si provvede con il presente Trattato, lItalia continuer ad essere responsabile per le perdite o i danni subiti durante la guerra dai beni appartenenti a cittadini delle Nazioni Unite nei territori ceduti o nel Territorio Libero di Trieste. Gli obblighi contenuti nei paragrafi 3, 4, 5 e 6 del presente articolo saranno egualmente a carico del Governo italiano, rispetto ai beni appartenenti a cittadini delle Nazioni Unite nei territori ceduti o nel Territorio Libero di Trieste, ma soltanto nella misura in cui ci non sia in contrasto con le disposizioni del paragrafo 14 dellAllegato X e del paragrafo 14 dellAllegato XIV del presente Trattato. Articolo 79 I cavi sottomarini italiani colleganti punti situati in territorio jugoslavo saranno considerati come beni italiani in Jugoslavia, anche se una parte di tali cavi si trovi a giacere al di fuori delle acque territoriali jugoslave.

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Cassibile, 2 settembre 1943: firmato larmistizio tra Italia e Alleati

Il Maresciallo Tito, Comandante del IX Corpus sloveno (a sinistra) ed il Generale USA William Morgan ideatore della linea che divise la Venezia-Giulia in due zone doccupazione (a destra)

1 maggio 1945: i partigiani titini del IX Corpus Sloveno a Trieste occupano la citt

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Le foibe: la pulizia etnica attuata dai Titini nei confronti della popolazione di nazionalit italiana

27 marzo 1946: manifestazione per Trieste italiana

10 agosto 1946: il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi parla alla Conferenza di Pace di Parigi

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Febbraio 1947: inizia lesodo degli Istriano-Giuliano-Dalmati dopo la firma del Trattato di Pace di Parigi

Portole dIstria: dopo sessantanni ancora abbandonato

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34 BIBLIOGRAFIA Simona Colarizi, Storia del Novecento italiano. Centanni di entusiasmo, di paure, di speranze, BUR, Milano, 2000 Antonio Giulio De Robertis, Le grandi potenze e il confine giuliano: 1941-1947, Laterza, Bari, 1983 Ennio Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali. 1918-1999, Laterza, Bologna, 2003 Sara Lorenzini, LItalia e il trattato di pace del 1947, Il Mulino, 2007 Arrigo Petacco, Lesodo. La tragedia negata degli Italiani dIstria, Fiume e Dalmazia, Mondadori, Milano, 1999 Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli Italiani della Venezia Giulia e dellIstria, Mondadori, Milano, 2002 Gianni Oliva, Profughi. Dalle foibe allesodo: la tragedia degli Italiani dIstria, Fiume e Dalmazia, Mondadori, Milano, 2005 Pier Antonio Quarantotti Gambini, Primavera a Trieste, Milano, 1967 Giuseppe Vedovato, Il trattato di pace con lItalia, Edizioni Leonardo, 1947 Fonti archivistiche Assemblea Costituente, Seduta di gioved 13 febbraio 1947, pagg. 1201-1204 Assemblea Costituente, Seduta di venerd 27 giugno 1947, pag. 5215 Assemblea Costituente, Seduta pomeridiana di gioved 24 luglio 1947, pagg. 6161-6190 Assemblea Costituente, Seduta pomeridiana di venerd 25 luglio 1947, pagg. 6217-6258 Assemblea Costituente, Seduta pomeridiana di sabato 26 luglio 1947, pagg. 6287-6315 Assemblea Costituente, Seduta antimeridiana di luned 28 luglio 1947, pagg. 6340-6344 Assemblea Costituente, Seduta antimeridiana di marted 29 luglio 1947, pagg. 6403-6431 Assemblea Costituente, Seduta antimeridiana di mercoled 30 luglio 1947, pagg. 6482-6514 Assemblea Costituente, Seduta antimeridiana di gioved 31 luglio 1947, pagg. 6517-6572

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