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Contestato

Anche io mi trovo in stato d’accusa. Come sempre, nella mia casa aperta a tutti,
entrano i miei figlioli. Come sono entrati, subito mi vedono. E io me ne sto, come
sempre, immobile e silenzioso, un po’ per non intimidirli, un po’ per non deprimerli
eventualmente col peso della paterna autorità, oggi tanto screditata. E non sto seduto
in una poltrona autorevole, non li guardo con gli occhi severi o interrogativi del
superiore, anzi con umiltà e benevolenza, sperando che la mia presenza li incoraggi,
li rassereni, li metta a loro agio, li consoli. Però, i miei figli, niente. Girano, si
guardano intorno, apprezzano le bellezze architettoniche, si fermano a rimirare le
opere d’arte che decorano la casa, consultano i libretti esplicativi, si scambiano
commenti estetici. Me, non mi guardano neppure, manco un saluto, un sorriso, un
cenno di mano. E sono miei figli.
Peggio. Poiché posso udire agevolmente i loro discorsi, sento che sparlano di me,
mi prendono in giro, mi vituperano, persino. Io, loro padre? Se ne fanno delle risate.
Sogghignano. Io non esisto, a sentir loro. Io sono un ridicolo e impotente matusa,
strumentalizzato – come gli piace questa parola! – dai potenti e dagli oppressori.
Non mi salutano, non mi guardano, è tanto se si tolgono il cappello, neanche a
pensarci che qualcuno si sogni di rivolgermi una preghiera. Tanto, io non esisto, io
non conto nulla.
E il bello è che anche in me qualcosa è cambiato. Qualsiasi idea di rivalsa, di
castigo, di vendetta, contro quei giovanotti sciagurati, si spegne, sul nascere, in una
sorta di amareggiata rassegnazione. Sono miei figli, no? E dentro di loro, anche se lo
negano con rabbia, anche se non ne hanno il più lontano sospetto, io continuo ad
esistere. Come punirli? Come reprimerli? D’altra parte, possono le cose durare così?
Quasi, io non mi riconosco più. Mi manca la terra sotto i piedi. Aiutatemi, amici.
Dopo tutto, sono DIO.

(Dino Buzzati – Le notti difficili)