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Libro Domande e Risposte 1 Vol

Libro Domande e Risposte 1 Vol

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Giacinto Butindaro, Domande e Risposte (Volume 1). Roma 2006. Pagine 471.
Giacinto Butindaro, Domande e Risposte (Volume 1). Roma 2006. Pagine 471.

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Giacinto Butindaro

Domande e Risposte
Volume 1

PRESENTAZIONE
Roma, Febbraio 2006 Cari fratelli e sorelle, in questo libro ho raccolto tutte le domande, con le relative risposte da me scritte, presenti sul nostro sito internet www.lanuovavia.org all’8 Marzo 2005. Le domande riguardano molti argomenti, quali la salvezza, la morale, l’ornamento esteriore della donna, il matrimonio, e così via. La maggior parte di esse sono domande che mi sono state fatte personalmente (a voce o tramite lettera elettronica) sia da credenti che da persone che ancora non sono credenti, mentre il resto delle domande sono domande che so che vengono fatte dai credenti o dalle persone del mondo. Fiducioso che questo mio libro vi sarà utile nel Signore, vi saluto nel Signore. La grazia del Signore sia con voi Giacinto Butindaro P,s. Faq sta per Frequently Asked Question che significa ‘Domanda Fatta Frequentemente’

ADES

1. Ma il fuoco dell'Ades è metaforico o letterale?
Da quello che ha detto Gesù Cristo esso è letterale; si tratta però di un fuoco non attizzato da mano d'uomo come è scritto nel libro di Giobbe (cfr. Giob. 20:26) Ma vediamo ora quanto ha detto Gesù sull'Ades quando ha parlato della storia del ricco e di Lazzaro. "Or v’era un uomo ricco, il quale vestiva porpora e bisso, ed ogni giorno godeva splendidamente; e v’era un pover’uomo chiamato Lazzaro, che giaceva alla porta di lui, pieno d’ulceri, e bramoso di sfamarsi con le briciole che cadevano dalla tavola del ricco; anzi perfino venivano i cani a leccargli le ulceri. Or avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno d’Abramo; morì anche il ricco, e fu seppellito. E nell’Ades, essendo ne’ tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abramo, e Lazzaro nel suo seno; ed esclamò: Padre Abramo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell’acqua per rinfrescarmi la lingua, perché son tormentato in questa fiamma. Ma Abramo disse: Figliuolo, ricordati che tu ricevesti i tuoi beni in vita tua, e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. E oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una gran voragine, perché quelli che vorrebbero passar di qui a voi non possano, né di là si passi da noi. Ed egli disse: Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli, affinché attesti loro queste cose, onde non abbiano anch’essi a venire in questo luogo di tormento. Abramo disse: Hanno Mosè e i profeti; ascoltin quelli. Ed egli: No, padre Abramo; ma se uno va a loro dai morti, si ravvedranno. Ma Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscitasse" (Luca 16:19-31). Come si può vedere in questa storia, il ricco che si trovava nell'Ades era tormentato da una fiamma ed a motivo di questo tormento voleva che gli si rinfrescasse la lingua con dell'acqua. Se quell'uomo dunque parlò di fiamma vuol dire che si trovava avvolto da del fuoco. Che sia così, cioè che le anime nell'Ades si trovino in mezzo a del fuoco che fa loro patire sofferenze terribili è stato confermato da tutti quei fratelli che Dio ha voluto vedessero l'Ades. Le loro parole sono eloquenti; nell'Ades c'è il fuoco.

2. Ma l'Ades dove si trova?
L'Ades o soggiorno dei morti si trova sotto terra, a grande profondità. Questo lo si deduce da queste parole che Dio disse contro il principe di Tiro: "Allora ti trarrò giù, con quelli che scendon nella fossa, fra il popolo d’un tempo, ti farò dimorare nelle profondità della terra, nelle solitudini eterne, con quelli che scendon nella fossa, perché tu non sia più abitata; mentre rimetterò lo splendore sulla terra de’ viventi" (Ez. 26:20), e contro Faraone, re d'Egitto: "Così è avvenuto affinché gli alberi tutti piantati presso alle acque non sian fieri della propria altezza, non sporgan più la vetta fra il folto de’ rami, e tutti gli alberi potenti che si dissetano alle acque non persistano nella loro fierezza; poiché tutti quanti son dati alla morte, alle profondità della terra, assieme ai figliuoli degli uomini, a quelli che scendono nella fossa. Così parla il Signore, l’Eterno: Il giorno ch’ei discese nel soggiorno de’ morti, io feci fare cordoglio; a motivo di lui velai l’abisso, ne arrestai i fiumi, e le grandi acque furon fermate; a motivo di lui abbrunai il Libano, e tutti gli alberi de’ campi vennero meno a motivo di lui. Al rumore della sua caduta feci tremare le nazioni, quando lo feci scendere nel soggiorno de’ morti con quelli che scendono nella fossa; e nelle profondità della terra si consolarono tutti gli alberi di Eden, i più scelti e i più belli del Libano, tutti quelli che si dissetavano alle acque. Anch’essi discesero con lui nel soggiorno de’ morti, verso quelli che la spada ha uccisi: verso quelli che erano il suo braccio, e stavano alla sua ombra in mezzo alle nazioni. A chi dunque somigli tu per gloria e per grandezza fra gli alberi d’Eden? Così tu sarai precipitato con gli alberi d’Eden nelle profondità della terra; tu giacerai in mezzo agl’incirconcisi, fra quelli che la spada ha uccisi. Tal sarà di Faraone con tutta la sua moltitudine, dice il Signore, l’Eterno" (Ez. 31:14-18). I credenti a cui Dio ha permesso di vedere l'Ades hanno tutti confermato queste parole.

3. C’è differenza tra l’Ades e la Geenna?
Sì, c’è differenza quantunque siano ambedue dei luoghi di tormento destinati agli empi. L’Ades è la dimora temporanea degli empi dopo morti, infatti è qua che essi scendono con la loro anima subito dopo morti (cfr. Luca 16:22-24) in attesa della resurrezione di giudizio.

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La Geenna invece è il luogo dove gli empi saranno gettati con il loro corpo una volta risorti e giudicati; questo luogo è chiamato anche ‘fuoco eterno’ (Matt. 18:8-9; 25:41), e ‘stagno ardente di fuoco e di zolfo’ e ‘morte seconda’ (Apoc. 20:15; 21:8). A proposito di questa ultima definizione diciamo che quando Gesù disse: “In verità, in verità vi dico che se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte” (Giov. 8:51), si riferiva proprio a questa morte, la seconda, e non alla morte fisica, che è la prima, tanto è vero che Paolo, Pietro e tutti gli altri apostoli videro la prima morte.

4. Se l'inferno si trova nella profondità della terra, quando il Signore creerà nuovi cieli e nuova terra, facendo sparire le cose vecchie, dove sarà questo luogo di tormento?
Nell'Apocalisse leggiamo che alla fine del millennio, quando il rimanente dei morti risorgerà, l'Ades (quello che chiamiamo inferno e che si trova nel cuore della terra) sarà gettato nello stagno di fuoco (cfr. Apoc. 20:14) che è il fuoco eterno nel quale saranno gettati il diavolo, i suoi angeli, e tutti i peccatori che risorgeranno (cfr. Apoc. 20:1115). Devi quindi tenere presente che quando Dio distruggerà questo cielo e questa terra per crearne al loro posto degli altri che saranno eterni, prenderà l'Ades o il soggiorno dei morti (l'inferno), che prima di essere gettato nel fuoco eterno sarà svuotato dei suoi morti che risorgeranno e compariranno davanti a Dio per essere giudicati e condannati, e lo getterà nel fuoco eterno. Quindi l'Ades e il fuoco eterno sono due luoghi di tormento differenti; il primo è temporaneo nel senso che vi scendono le anime dei peccatori fino alla resurrezione, il secondo è eterno e riceverà tutti i peccatori alla resurrezione di giudicio e in quest'ultimo sarà gettato l'Ades. Spero che tu abbia capito bene.

5. L’inferno è stato creato prima che Adamo peccasse?
Se per inferno intendi il fuoco eterno, ossia lo stagno ardente di fuoco e di zolfo, dove saranno gettati il diavolo, i suoi angeli, l’anticristo e tutti gli empi, io personalmente ti rispondo affermativamente, perché Gesù quando in quel giorno caccerà via lungi da lui gli empi (quelli che porrà alla sua sinistra) dirà loro: "Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato pel diavolo e per i suoi angeli!" (Matt. 25:41). Il fatto che il fuoco eterno sia stato preparato per il diavolo e i suoi angeli, ci fa capire che esso fu preparato prima che Adamo peccasse perché la ribellione del diavolo e dei suoi angeli risale a tempo prima dell’entrata del peccato nel mondo per mezzo di Adamo. Se invece per inferno intendi l’Ades che è il luogo sotterraneo dove vanno le anime degli empi, e a cui il nome ‘inferno’ si addice di più perché inferno significa ‘luogo di sotto’, sono propenso a collocare la sua creazione quando fu fondata la terra o al massimo dopo che Adamo peccò.

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ADI (ASSEMBLEE DI DIO IN ITALIA)

1. Ho sentito dire a Francesco Toppi durante una predicazione mandata in onda su RadioEvangelo: 'Dio non è un Dio di vendette, Dio è un Dio d'amore'; è vero?
Innanzi tutto va detto che questa sua dichiarazione è confermata da queste parole che lui ha scritto nel suo libro A domanda risponde: "L'idea di un Dio vendicatore, pronto a giudicare e a condannare, è prettamente umana ed è retaggio di una concezione superstiziosa e pagana. Essa rivela l'assoluta ignoranza di chi non conosce il proprio Creatore e Salvatore' (Francesco Toppi, A domanda risponde, vol. 2, Roma 1993, pag. 186). In secondo luogo va detto che questo è falso perché il nostro Dio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo, è anche un Dio di vendette in altre parole Egli è anche un vendicatore. Questo è quello che la Scrittura attesta in maniera chiara. Ma rivolgiamoci subito alla Scrittura per vedere quando essa definisce Dio un Dio di vendette. Partiamo dall’Antico Testamento. Dio dice nella legge: "A me la vendetta e la retribuzione, quando il loro piede vacillerà!’ Poiché il giorno della loro calamità è vicino, e ciò che per loro è preparato, s’affretta a venire" (Deut. 32:35), ed anche: "… farò vendetta de’ miei nemici e darò ciò che si meritano a quelli che m’odiano" (Deut. 32:41). Mosè dice dunque: "Nazioni, cantate le lodi del suo popolo! poiché l’Eterno vendica il sangue de’ suoi servi, fa ricadere la sua vendetta sopra i suoi avversari, ma si mostra propizio alla sua terra, al suo popolo" (Deut. 32:43). Ci sono molti altri passi dell’Antico Patto che in una maniera o l’altra parlano del fare vendetta da parte di Dio; tra di essi voglio solo citare questo scritto nel libro del profeta Nahum: "L’Eterno è un Dio geloso e vendicatore; l’Eterno è vendicatore e pieno di furore; l’Eterno si vendica dei suoi avversari, e serba il cruccio per i suoi nemici" (Nahum 1:2), e quest’altro scritto nei Salmi: "O Dio delle vendette, o Eterno, Iddio delle vendette, apparisci nel tuo fulgore!" (Sal. 94:1). Veniamo ora al Nuovo Testamento: ci sono due passi in particolare che attestano la medesima cosa, e cioè che Dio è un vendicatore, il primo è il seguente e fa parte di un discorso di Gesù: "Quando vedrete Gerusalemme circondata d’eserciti, sappiate allora che la sua desolazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea, fuggano a’ monti; e quelli che sono nella città, se ne partano; e quelli che sono per la campagna, non entrino in lei. Perché quelli son giorni di vendetta, affinché tutte le cose che sono scritte, siano adempite. Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in que’ giorni! Perché vi sarà gran distretta nel paese ed ira su questo popolo. E cadranno sotto il taglio della spada, e saran menati in cattività fra tutte le genti; e Gerusalemme sarà calpestata dai Gentili, finché i tempi de’ Gentili siano compiuti" (Luca 21:20-24). Il secondo passo si trova nella prima epistola di Paolo ai Tessalonicesi e dice: "Perché questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che v’asteniate dalla fornicazione, che ciascun di voi sappia possedere il proprio corpo in santità ed onore, non dandosi a passioni di concupiscenza come fanno i pagani i quali non conoscono Iddio; e che nessuno soverchi il fratello né lo sfrutti negli affari; perché il Signore è un vendicatore in tutte queste cose, siccome anche v’abbiamo innanzi detto e protestato" (1 Tess. 4:3-6). Come dunque si può constatare la Scrittura attesta in maniera eloquente e potente che il nostro Dio è un vendicatore che fa quindi le sue vendette. Ma d’altronde, se non fosse così, come potrebbe la stessa Scrittura affermare che Dio è giusto? Non potrebbe, quindi la vendetta si rende necessaria a Dio per manifestare la sua giustizia che è eccelsa. Siamo contenti di avere un Dio vendicatore, oltre che pietoso e misericordioso; siamo contenti perché sappiamo che lui ci farà giustizia dei torti che riceviamo sia da parte di credenti che di non credenti facendo ricadere il male sopra chi lo ha fatto. Certo, Dio dà talvolta a chi fa torto anche il tempo di pentirsi; ma una cosa è certa, se egli non si pente il giudizio di Dio gli piomberà addosso. Nessuno si illuda, Dio vendica sia credenti che increduli da ogni torto che subiscono. Egli è il Giusto, a Lui sia la gloria ora e in eterno. Amen. Ma c'è qualcosa d'altro che è necessario dire in questa occasione, e cioè che oggi molti predicatori amano presentare solo alcune virtù di Dio, e precisamente il suo amore, la sua bontà, la sua fedeltà, la sua misericordia e la sua compassione, tralasciando volontariamente di parlare della sua giustizia che si manifesta con le sue vendette, che spesso sono immediate come nel caso di Anania e Saffira che per avere mentito allo Spirito Santo furono fatti morire immediatamente (cfr. Atti 5:1-11), e come nel caso del re Erode che quando i Tiri e i Sidoni cominciarono a gridare: 'Voce di un dio, e non d'un uomo' fu colpito all'istante da un angelo del Signore perché non aveva dato a Dio la gloria e morì roso dai vermi (cfr. Atti 12:20-23). Ovviamente lo scopo è quello di non spaventare l'uditorio; i credenti non devono essere presi dal timore di Dio, non devono tremare al solo pensiero che Dio li può punire immediatamente, anche con la morte se lo decreta, per dei loro misfatti, per le loro ribellioni, per la loro caparbietà di cuore. No, i credenti devono pensare solo all'amore di Dio, alla sua compassione, alla sua misericordia! E così i credenti che ascoltano costoro si fanno un'idea di Dio tutta loro personale, che riflette quella del loro pastore che amano ascoltare. E ovviamente quando costoro che sono abituati a sentire parlare solo dell'amore di Dio e della sua misericordia incontrano un credente che parla anche delle vendette di Dio, allora costui passa per un credente superstizioso, paganizzato da chissà quale idea! Fratelli, nessuno vi seduca con i suoi vani ragionamenti; investigate diligentemente le Scritture e vedrete da voi stessi che Dio è un vendicatore.

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2. Devo solo, per correttezza nei vostri confronti e per amore di franchezza, esprimervi il mio sereno disaccordo su una domanda letta nella sezione Domande e Risposte, in particolare quella alla voce A.D.I. Le mie perplessità sono essenzialmente due: 1) La domanda posta mette in evidenza una frase tratta da una predica, estrapolandola totalmente dal proprio contesto. Anche la citazione dal libro ‘A domanda risponde’ non tiene conto che essa è parte di una risposta a una domanda, tra l'altro non riportata, con la quale si voleva mettere in evidenza che l'aspetto di Dio a cui dobbiamo guardare con maggiore fiducia, è il Suo amore, che consente a chiunque si pente, si ravvede e crede in Cristo di ottenere salvezza, indipendentemente dalla gravità delle proprie colpe. Penso che ogni testo fuori dal proprio contesto possa lasciare il campo a qualunque interpretazione. Non so se la persona che ha posto la domanda abbia provato a chiedere direttamente al fratello Toppi la spiegazione di questa frase, se non l'ha fatto penso che ha commesso un errore a chiedere a un altro (con tutto il rispetto e la stima fraterna) prima di chiedere al diretto interessato. Non conosco la predica in oggetto, ma più volte ho sentito il fratello Toppi predicare che chi non si converte dalla propria vita di peccato, soffrirà per l'eternità pene reali in un luogo eternamente separato da Dio il quale farà vendetta di tutte le iniquità che gli uomini hanno commesso garantendo una Giustizia perfetta a seguito di un Giudizio insindacabile. Questo per sottolineare che certamente il fratello Toppi non rifiuta l'idea che Dio è un Dio di vendette (e come potrebbe, i testi riportati nella vostra risposta sono magistralmente chiari), probabilmente (l'avverbio deriva dal fatto che non ho parlato direttamente con Toppi e posso quindi solo fare una deduzione sulla scorta della mia conoscenza che ho di lui) voleva mettere in evidenza, e in tal caso concordo pienamente con lui, che la caratteristica più importante e a cui l'uomo deve guardare con piena fiducia è l'Amore di Dio, anche se c'è da parte di ognuno di noi la consapevolezza che chi rigetterà tale amore, rifiutandone il frutto più glorioso, l'opera e la persona di Cristo Gesù, non potrà far altro che subire un giudizio dal quale scaturirà un verdetto di colpevolezza seguito da una pena eterna. 2) Non sono d'accordo con la scelta del titolo di questa domanda, A.D.I. Per chi non conosce questo movimento, del quale tutto si può dire tranne che rifiuta la dottrina del Giudizio di Dio, potrebbe sembrare che esso rifiuta la realtà biblica della punizione divina e della giustizia divina: ciò non è assolutamente vero. Inoltre riporto queste parole: ‘No, i credenti devono pensare solo all'amore di Dio, alla sua compassione, alla sua misericordia! E così i credenti che ascoltano costoro si fanno un'idea di Dio tutta loro personale, che riflette quella del loro pastore che amano ascoltare. E ovviamente quando costoro che sono abituati a sentire parlare solo dell'amore di Dio e della sua misericordia incontrano un credente che parla anche delle vendette di Dio, allora costui passa per un credente superstizioso, paganizzato da chissà quale idea! Fratelli, nessuno vi seduca con i suoi vani ragionamenti; investigate diligentemente le Scritture e vedrete da voi stessi che Dio è un vendicatore’. Caro scrittore, mi viene un dubbio, ma hai mai ascoltato più prediche di diversi pastori A.D.I.? Mi sembrerebbe strano se tu, avendone ascoltato una sola sull'Amore di Dio, o peggio ancora, non avendone ascoltata mai una (spero di no e che non sia tutto partito solamente da quella domanda), penseresti che essi sostengono che Dio è un vecchio barbuto bonaccione che un giorno perdonerà tutto dispensando fiori e pacche sulle spalle. Se lo pensi devo dirti che sei in errore, non abbiamo mai sostenuto una tale cosa. Dovresti venire nella mia comunità e sentire alcuni passaggi del pastore sulle pene eterne che a volte ti fanno saltare dal banco. L'accostamento della domanda al nome A.D.I. mi sembra quasi come andare al ristorante, leggere male il menù, uscire senza mangiare dicendo poi che il cibo non era buono. Ti saluto augurandomi che tu apprezzi questo chiarimento che ho sentito di dover dare, sperando che tutto sia nato solamente da una tua parziale conoscenza delle dottrine predicate dal fratello Toppi, e più in generale dai pastori delle A.D.I. Dio vi benedica
Vorrei dirti alcune poche cose, la prima cosa è che in quella mia risposta non ho per nulla attribuito nè a Toppi e neppure alle ADI la dottrina che Dio alla fine perdonerà tutti e non condannerà nessuno alle pene eterne. Sarei uno stolto se lo avessi fatto perchè so perfettamente quello che i pastori delle ADI insegnano a riguardo della salvezza, del giudizio eterno e delle pene eterne. Io lo so che nelle ADI viene insegnato che coloro che non si saranno ravveduti e non avranno creduto nel Signore saranno puniti per l'eternità. Anche se devo dirti a proposito del giudizio di Dio contro i peccatori dopo morti, che mi lascia alquanto perplesso quello che viene insegnato nelle ADI a proposito del fuoco dell'inferno che viene definito metaforico e non letterale (Toppi e tanti altri lo dicono, non so tu). In sostanza, nelle ADI viene insegnato che il fuoco dell'inferno, vedi per esempio il fuoco di cui parlò Gesù nella storia del ricco e del Lazzaro, non è un vero fuoco!!! Ho sentito personalmente io Francesco Toppi fare simili affermazioni durante una sua predicazione messa in onda su RadioEvangelo!! E quindi, anche il fuoco eterno di cui si parla nell'Apocalisse non è un vero fuoco!! Ma c'è altro da dire, e che a quanto pare nelle ADI c'è chi pensa che anche l'oro della Nuova Gerusalemme non sia da intendere letteralmente ma solo in maniera metaforica: mio fratello molti anni fa poco dopo

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che si convertì si trovò al funerale di un credente e stando vicino ad un famoso pastore delle ADI, non immaginando minimamente quello che costui gli avrebbe detto di lì a poco, cominciò nella sua semplicità a dirgli: 'Il fratello adesso cammina per strade d'oro, tocca il muro di diaspro ecc.!', ed ecco la risposta del pastore delle ADI: 'Rimarrei molto deluso se le cose fossero così!' e poi gli disse altre cose che nella sostanza si possono riassumere in questa frase: 'Le cose stanno scritte così solo per far capire ma non sono realmente così!' al che mio fratello aprì la bocca e gli disse: "Quel che è scritto è scritto!'. Mio fratello rimase a dir poco stupefatto di quelle affermazioni, e la stessa cosa dicasi dei miei genitori e di me che però a quel funerale non ero presente!! A proposito pensi anche tu che il fuoco dell'Ades e quello dello stagno ardente di fuoco e di zolfo, e l'oro della Nuova Gerusalemme, non siano da intendersi letteralmente ma solo in maniera metaforica? Vorrei una tua risposta a tale riguardo. E proprio assurdo pensare e dire simili cose sia riguardo al fuoco dell'inferno che all'oro della Nuova Gerusalemme!! Ma perchè il fuoco dell'Ades e quello della Geenna sono diventati tutto di un botto metaforici? Evidentemente per non spaventare troppo i peccatori. Non so nella tua comunità quello che viene insegnato e detto a riguardo, certo è però che in tante comunità delle ADI queste sono cose che vengono dette e insegnate. Il serpente è veramente sempre all'opera!!! Ma veniamo ora alla mia risposta che hai letto sul sito. Ma l'hai letta attentamente? Quello che di falso ho attribuito a Toppi è questo e cioè la negazione che Dio sia pronto a giudicare e a condannare, e la cosa è differente. Ascolta le sue parole: 'L'idea di un Dio vendicatore, pronto a giudicare e a condannare, è prettamente umana ed è retaggio di una concezione superstiziosa e pagana. Essa rivela l'assoluta ignoranza di chi non conosce il proprio Creatore e Salvatore' (Francesco Toppi, A domanda risponde, vol. 2, Roma 1993, pag. 186). Ma cosa ci vuole a capire queste parole così chiare? Rimango veramente meravigliato nel sentirti parlare in quella maniera. Ma torniamo al punto capitale delle cose; la Scrittura insegna che Dio punisce ANCHE qui e ora i caparbi, i ribelli, i peccatori, l'esempio del re Erode e di Anania e Saffira, nel Nuovo Testamento, sono estremamente chiari. Perchè allora questo non viene detto e predicato dai pulpiti? Perchè non viene detto che Dio fa morire dei credenti ancora oggi perchè amano mentire? Sì, la menzogna è molto diffusa nelle Chiese, e a capo di questi amanti della menzogna ci sono tanti pastori che con la loro lingua usano frode!!! La doppiezza anche, e ripeto anche, nelle ADI è all'ordine del giorno, noi ne abbiamo le prove inequivocabili!! Pastori che dicono una cosa, e un minuto dopo la rinnegano e ti accusano di averli capiti male, di averli fraintesi!! Pastori che privatamente dicono una cosa e pubblicamente un altra! Ma Dio è giusto e a suo tempo punisce questi amanti della menzogna!! Ah, sì al locale di culto, tutti dicono che bisogna dire la verità, che Dio ama la sincerità di cuore, ma fuori dal locale di culto, la Parola di Dio è calpestata, disprezzata, non esiste. Sono duro e crudo, lo so, ma le cose stanno così. Degli scandali perpetrati da questi pastori oramai la lista è lunghissima!! Ma proseguiamo; perchè non viene detto che Dio punisce coloro che pensano di potere scoprire la loro nudità andando a mettersi mezzi nudi al mare per prendersi la tintarella? Perchè non viene predicato in mezzo alle ADI che dato che il nostro corpo è il tempio dello Spirito Santo esso non può essere profanato andando a scoprirlo sulle spiagge dei mari? Perchè? Forza, rispondimi. Ti pare un comportamento sano quello di portare tua moglie o tua figlia al mare e farla mettere in mutande e reggiseno davanti agli occhi di tutti coloro che sono lì presenti??? E magari al locale di culto le fai andare con la gonna lunga, e dici loro che devono vestirsi in maniera vereconda e modestia per onorare la sana dottrina!!! Che ipocrisia, che inganno, che contraddizione!! E dove avviene tutto ciò? Strano ma vero, in mezzo alle chiese pentecostali, comprese le comunità delle ADI. Ma che significa che ognuno di noi deve possedere il proprio corpo in santità ed onore non dandosi a passioni di concupiscenza come fanno i pagani perchè Dio è un vendicatore in tutte queste cose (cfr. 1 Tessalonicesi 4:4-6)? Nella pratica che significa tutto ciò? Te lo dico io se ancora non lo hai capito, e cioè che coloro che pensano sia una cosa giusta andare al mare a mettersi mezzi nudi, a contemplare la nudità altrui, per contaminarsi a piene mani, saranno puniti da Dio, lui sa come e quando farlo, ma lo fa, e qui, adesso. Allora, fratello, vengono dette queste cose nella tua comunità? se vengono dette sono contento, ma se anche nella tua comunità, con il pastore in testa ve ne andate a prendere la tintarella con le vostre mogli, le vostre figlie, le vostre sorelle e madri, sappiate che vi attirate l'ira di Dio che non lascerà impunita questa vostra passione ingannatrice e di concupiscenza. Tu forse mi dirai: 'Ma che vai dicendo, fratello?' Ma non ti pare di esagerare?' No, non mi pare proprio. Le cose purtroppo stanno così anche nelle ADI. Una volta anche nelle ADI chi si permetteva di andare a mettersi mezzo nudo al mare, veniva subito ammonito; ora invece lo si fa testimoniare liberamente per dire ai fratelli che sulla spiaggia del mare le benedizioni di Dio erano abbondanti! Loro vanno nelle tende dei peccatori, vanno a divertirsi, vanno a pascersi lo sguardo della nudità altrui e si contaminano, e poi vengono fatti testimoniare e tutti alla fine dicono: 'Amen!', il che significa che tutti sono d'accordo. Non c'è niente di male!!! Ma il male c'è, ma loro sono ciechi e non lo vedono. Ma io dico a costoro che Dio è santo ed è un vendicatore, e si vendica di quei credenti che si abbandonano anche a questa concupiscenza. Allora, fratello, vengono rivolte queste esortazioni nelle ADI? Per ciò che ne so, no. Anzi, ti posso dire che coloro che le rivolgono o si permettono di rivolgerle, sono attaccati in maniera violenta, disprezzati, calunniati, dai credenti, da Varese ad Agrigento, ANCHE nelle ADI è purtroppo così. I credenti ribelli e caparbi vogliono sentire parlare sempre della benignità e delle compassioni di Dio, e sono accontentati abbondantemente. Ma chi li avverte delle vendette di Dio? I pastori delle ADI? A me non pare, forse ce ne sarà qualcuno che io non conosco che dice queste stesse cose che dico io, ma in linea generale i credenti non vengono assolutamente messi in guardia dalle vendette di Dio che si abbatteranno su di loro a motivo di questa loro condotta indegna e ribelle. Ecco perchè l'idea di un Dio vendicatore pronto a giudicare non è per nulla presentata ai credenti dai pastori delle ADI, perchè in primo luogo essi stessi che dovrebbero pascere il gregge dando l'esempio si corrompono non santificandosi nella loro vita quotidiana, e tanto è vero che in maniera sfacciata e arrogante dicono di andare al mare ad

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abbronzarsi! E le pecore gli vanno dietro, tutte in fila a loro danno. Ma nessuno rientra in sè stesso, dicendo: 'Ma dove sto andando? Che sto facendo?' Non conviene quindi presentare Dio anche come un vendicatore pronto a giudicare i ribelli, è ovvio questo, fin troppo ovvio! Ma il discorso potrei estenderlo alle minigonne, ai trucchi, agli orecchini, alle calze a rete, alle camicie trasparenti, ecc., che nelle ADI vengono permesse e tollerate, tanto che quando si entra in uno di questi locali di culto non pare proprio di essere tra dei Pentecostali. Vengono ammonite le sorelle in maniera chiara e franca che quelle cose se le devono togliere di dosso perchè non si addicono a donne che fanno professione di pietà? Viene detto loro che Dio è pronto a vendicarsi anche di quelle sue figliuole che non vogliono ubbidirgli? Il mio discorso è semplice, molto semplice. Quindi, al bando tutti quei discorsi di tanti pastori, che hanno come scopo quello di non impaurire i credenti caparbi di cui sono pieni anche i locali di culto delle ADI ed evitare che non tornino più, cosa che 'danneggerebbe' la cassa delle offerte!! Ed allora per concludere; si parli dal pulpito dell'amore di Dio, della sua misericordia, della sua fedeltà e della sua bontà, ma si parli anche della sua giustizia e quindi anche delle sue vendette che si manifestano contro tutti quei credenti che amano il mondo, si corrompono, mentono, fanno torti a non finire ad altri fratelli, ecc. A proposito, di torti fatti ai fratelli, so di casi in cui nelle ADI sono stati minacciati di denuncia certi credenti che non volevano lasciare il locale di culto intestato alle ADI nelle mani degli aventi diritto, cioè dell'Ente Morale. E a capo di coloro che volevano sporgere denuncia c'era naturalmente il presidente delle ADI!! Bella testimonianza dinnanzi a quelli del mondo, proprio bella!! Ecco le cose che mi fanno indignare, ecco le cose che mi fanno infuriare, vedere che i fratelli si denunciano e minacciano altri credenti di portarli in giudizio davanti agli infedeli!! Ma perchè non patiscono qualche torto? Perchè non patiscono piuttosto qualche persecuzione? Ma chi tuona nelle ADI, dal pulpito, contro queste ingiustizie, contro queste iniquità? Chi avverte il popolo e i capi del popolo delle punizioni divine che riceveranno prontamente se non si convertono dalle loro vie malvagie? Chi? Chi? Ma proseguo, recentemente ho saputo da un mio zio che è nelle ADI da tantissimi anni, che adesso nelle ADI viene permesso ai credenti che hanno dei genitori non credenti cattolici che sono morti di andare alla messa funebre; non viene detto loro assolutamente nulla, anzi c'è il beneplacito del pastore. Vergogna, vergogna, ma sapete cosa è la messa? Sapete che la messa pretende di essere la ripetizione del sacrificio espiatorio di Cristo? Sapete che viene celebrata sia per i vivi che per i morti, per i loro peccati? Ma vi rendete conto che permettere a dei credenti di presenziare a un simile atto abominevole, è molto grave?! Allora, chi avverte questi credenti che non devono andare per nessuna ragione a questa funzione religiosa? Nessuno, nessuno, ecco la risposta. Ma Dio è amore, perdona, è compassionevole, continuano SOLTANTO a sentire questi credenti dal pulpito. Ma chi dice che Dio è un vendicatore pronto a punirli? Nessuno. Quindi, fratello, tu puoi girarla come vuoi la cosa, certo è però che i fatti parlano molto più chiaro di quanto fanno le parole nelle ADI. E il tutto fa parte di una linea ben definita, noi oramai la conosciamo questa linea o questa piega che hanno preso le ADI. Ti ho parlato apertamente, rifletti a quello che ti ho detto.

3. Ti scrivo per porti una domanda che secondo il mio parere è un pò delicata. Circa due mesi e mezzo fa una sorella di un'altra Chiesa ADI ha preso a frequentare una Chiesa della Riconciliazione senza mai abbandonare la chiesa d'origine. Il pastore (che è lo stesso sia della mia comunità che della sua) è venuto a conoscenza di questo fatto e piano piano ha cominciato a toglierle gli incarichi che aveva in chiesa (suonava, era monitrice per la scuola domenicale). Alla fine questa sorella ha cominciato a sentirsi come un'esclusa, era vista male, ed ha definitivamente lasciato l'ADI frequentando con regolarità l'altra Chiesa. Un giovedì durante la preghiera ed anche di domenica nel culto, il pastore ha parlato male di questa Chiesa ora frequentata da questa sorella ed ha criticato ovviamente anche lei. Ieri sera anche io ed un'altra sorella siamo andate (e non per la prima volta) in questa Chiesa dove ho respirato sana fede. Diverse volte dai discorsi del pastore ho inteso che lui non considera fratelli altri credenti di altre chiese (una volta parlandoci disse che in un paese dove c'è stato il terremoto non c'erano credenti, poi ho scoperto che c'erano dei membri della Chiesa dei fratelli). Spero di aver esposto chiaramente la storia. Ora la mia domanda è: posso considerare fratelli/sorelle i credenti di altre confessioni cristiane (per esempio: gli appartenenti alla Chiesa della Riconciliazione, Chiesa dei fratelli, Battisti ecc...)? Ti sarei grata se potessi rispondere a questo mio quesito. Sono certa che anche questa volta, esattamente come le altre, mi darai una risposta esauriente che dissiperà i miei dubbi.
Sorella nel Signore, la risposta è che tu puoi anzi devi considerare come fratelli e sorelle i credenti di altre denominazioni evangeliche come la Chiesa della Riconciliazione, la Chiesa dei fratelli, la Chiesa Battista, la Chiesa Presbiteriana, la Chiesa Metodista, ecc. Nota bene che ho detto ‘i credenti di altre denominazioni evangeliche’, perché in mezzo alle denominazioni evangeliche ci sono tanti che ancora non sono nati di nuovo e quindi non sono dei nostri fratelli. E bada bene che questo discorso vale anche per le ADI, nel senso che anche nelle ADI devi considerare fratelli e sorelle solo coloro che sono nati di nuovo e quindi che sono sicuri del perdono dei loro peccati e di avere la vita eterna. Tu dirai: ‘Ma allora nei locali di culto delle ADI ci sono anche dei perduti?’ Certo che ci sono, esattamente come nelle altre denominazioni evangeliche pentecostali e non.

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Il fatto che ci siano pastori nelle ADI che non considerano fratelli i credenti di altre Chiese è una opera della carne, è una forma di settarismo condannato da Dio, un qualcosa che contrasta e contrista lo Spirito Santo perché Dio non ha riguardi personali, per Lui chiunque ha invocato il Signore è stato salvato, chiunque ha creduto in Gesù Cristo ha ottenuto la remissione dei peccati ed ha la vita eterna. Non importa in quale denominazione evangelica si trovano, Dio li conosce, essi sono da lui conosciuti ed amati. E quindi noi non possiamo disconoscerli e sprezzarli; guai a noi se lo facciamo! Per altro non mi è nuovo quello che mi dici; lo so che nelle ADI ci sono alcuni pastori che dicono simili cose. Vedi, per molti nelle ADI, se in un paese c’è solo una Chiesa Metodista, o solo una Chiesa Battista (o finanche solo una Chiesa Pentecostale non ADI), ancora non c’è la testimonianza del Vangelo in quel luogo, e perché? Perché non c’è una comunità delle ADI!!! Falso, assolutamente falso, perché anche queste Chiese proclamano il Vangelo della Grazia e tramite la loro predicazione ci sono persone che il Signore salva. Occorre ricordare a costoro che prima che sorgesse il Movimento Pentecostale, il Vangelo era ugualmente predicato, e c’erano tanti credenti in tutto il mondo. Tanti di coloro che in America ricevettero il battesimo con lo Spirito Santo erano Metodisti, Battisti, della Chiesa del Nazareno, dell’Esercito della salvezza ecc. Erano dei credenti che bramarono il battesimo con lo Spirito e lo ricevettero, ma ancora prima di riceverlo erano dei credenti. Il battesimo non li rese più salvati di prima. Quindi non si capisce come si possano fare affermazioni come: ‘I credenti delle altre chiese non sono fratelli!’ Allora non sono salvati? E allora vanno all’inferno! Ma come si può affermare ciò? Costoro in verità sono settari, e porteranno la pena del loro settarismo. Con questo discorso però non voglio affatto sottacere che in queste altre denominazioni evangeliche vengono insegnate delle dottrine false, o vengono incoraggiati dei comportamenti sbagliati. No, questo neppure bisogna farlo, per amore del Signore. I battisti, come anche quelli della Chiesa dei Fratelli, rigettano il battesimo con lo Spirito e il parlare in lingue e dicono che lo Spirito non distribuisce più i suoi doni, e insegnano pure che ‘una volta salvati sempre salvati’; i metodisti, come anche i presbiteriani, praticano il battesimo dei bambini. Per citarti solo alcuni pochi esempi. Per quanto riguarda le altre chiese pentecostali che non fanno parte delle ADI, bisogna riconoscere che in molti casi vengono incoraggiati comportamenti sbagliati (come per esempio la ‘santa risata’, ed altre strane manifestazioni come il soffiare sulle persone per fare loro ricevere lo Spirito Santo, o lo spingere per fare cadere a terra coloro che vanno avanti affinché si preghi su di loro), come anche vengono diffuse dottrine false, ed anche vengono scoraggiati i credenti dal procacciare la santificazione (alle donne viene permesso di vestirsi come vogliono, con minigonne, vesti attillate, orecchini, ecc; e poi ai credenti vengono tranquillamente permesse certe concupiscenze mondane). Quindi è bene stare attenti e non lasciarsi trascinare dietro queste cose sbagliate. In riferimento alla Chiesa della Riconciliazione stai attenta perché io so che è una Chiesa coinvolta nell’ecumenismo con i Carismatici cattolici, il pastore Traettino (il fondatore e presidente della suddetta denominazione) è promotore di incontri ecumenici. Ad un incontro organizzato dai Carismatici cattolici – di alcuni anni fa - dove c’erano semplici cattolici romani, preti e frati, oltre ad avere predicato (ma non un messaggio di ravvedimento ai cattolici romani affinchè si convertano dagli idoli all’Iddio vivente e vero) ha portato pure una croce in processione!! Stai dunque molto attenta sorella, e non lasciarti ingannare dall’apparenza. Non sto dicendo che la Chiesa della Riconciliazione non predica il Vangelo o che non ci sono fratelli nel loro mezzo, ma sto solo mettendoti severamente in guardia da essa perché nel frequentarli potresti ritrovarti all’improvviso a braccetto con i Cattolici Romani che come tu sai predicano un altro Vangelo perché insegnano che l’uomo è salvato per opere e non per grazia. Stai dunque molto attenta. Voglio infine dirti quanto segue: non è che nelle ADI non ci siano false dottrine insegnate, o comportamenti sbagliati incoraggiati. No, per esempio nelle ADI vengono insegnate le seguenti falsità: la gap-theory, che il fuoco dell’inferno non è letterale ma simbolico, che la descrizione della nuova Gerusalemme fatta da Giovanni nell’Apocalisse non è da intendersi letteralmente ma simbolicamente; che quando la chiesa è radunata il parlare in altra lingua più l’interpretazione corrisponde ad una profezia cioè ad un parlare rivolto agli uomini (quando invece non è così perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio); che Dio non ha predestinato alcuni alla salvezza e altri alla perdizione, rigettano quindi il proponimento dell’elezione di Dio che dipende non dalle opere ma dalla volontà di Colui che chiama, in altre parole loro dicono che il destino l’uomo se lo costruisce lui con le sue mani, con le sue decisioni, non è che Dio fa sì che alcuni credano e altri invece non credano perché dipende dall’uomo la salvezza e non da una decisione di Dio presa prima della fondazione del mondo e mandata poi da Lui ad effetto: viene poi insegnato che la decima i credenti la devono pagare. Per quanto riguarda i comportamenti sbagliati, viene permesso in alcuni casi il matrimonio quando uno dei due è divorziato con il proprio coniuge ancora in vita; viene permesso a credenti che hanno i genitori Cattolici Romani e che muoiono cattolici di andare alla messa funebre per i loro genitori (e come tu sai la messa pretende di essere la ripetizione del sacrificio di Cristo offerto per la propiziazione dei peccati dei vivi e dei morti che sarebbero in purgatorio, quindi è un’abominazione); in alcuni casi viene permesso alla donna di insegnare, vengono fatte fare le scene teatrali ai bambini (mentre agli adulti viene detto che non le devono fare per evangelizzare, bene io dico, ma come possono vietarlo agli adulti quando loro stessi permettono ai bambini di imparare l’arte della recitazione da piccoli?); e poi non parliamo della televisione, dell’andare al mare a mettersi mezzi nudi, anche queste cose sono permesse e tollerate. Tuttavia va detto che queste medesime cose le si ritrovano pure in molte Chiese pentecostali non facenti parti delle ADI ma di altre denominazioni pentecostali. Dunque, sorella, è chiaro che stando così le cose devi stare attenta a non accettare la falsità e la menzogna non importa da chi viene propagata. Devi essere prudente, e non lasciarti sedurre da vani ragionamenti, non importa chi li faccia, ripeto non importa chi li fa.

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4. Pace cari fratelli. Sono un giovane fratello ….. e frequento una comunità ADI ad Avellino, e vi scrivo perché ho bisogno di alcune risposte secondo la Parola di Dio. Vi prego di aiutarmi, se potete. La mia domanda è questa: è peccato che un uomo non credente, che non frequenta mai le riunioni di culto, che non prega mai, che non è battezzato in acqua e tantomeno in Spirito Santo, diriga un coro di lode nella comunità durante i culti? Se è peccato, io desidererei sapere il perché con la Parola di Dio. Ho bisogno di sapere se DIO approva il nostro coro formato in questa maniera o no. Desidero sapere se basta il fatto di avere un sentimento sincero nel nostro cuore nel lodare il Signore, anche se il direttore del coro non è credente, oppure se la Parola di Dio non è affatto d'accordo con quello che il pastore permette nel coro, e che quindi non basta il nostro buono sentimento ma ci vorrebbe l'ubbidienza alla Sua Parola perché quel servizio resoGli Gli sia gradito. Quest'uomo che dirige il coro è un maestro di musica molto competente, scrive delle basi musicali bellissime, ha dei mezzi straordinari per ascoltare la musica, ma non è credente. Non è uno di noi, non viene mai ai culti, sono 18 anni che è in questa comunità, e non si è mai convertito. Tuttavia gli si permette, come gli si è sempre permesso, di dirigere il coro della comunità, non soltanto durante le prove del coro, ma anche durante i culti, che sono gli unici culti ai quali il direttore viene. Cari fratelli io desidero sapere se sto sbagliando nel restare in questo coro, perché se stiamo partecipando ad un'opera non approvata da Dio, io ne desidero sapere prima di tutto il perché BIBLICAMENTE, e poi lasciare il coro, in base a questi motivi. Spero di essere stato chiaro nel presentarvi il mio dubbio ed il mio problema. Confido in una vostra risposta chiara con la Bibbia, perché è di quella che ho bisogno e non sono riuscito ancora a trovarla precisa e spiegata bene. Attendo una vostra risposta. Vi ringrazio tanto, spero che mi vogliate essere d'aiuto cari fratelli, sono molto confuso a riguardo, che Dio vi benedica molto, a presto.
Fratello, pace. Non lo sai che ad un non credente non è permesso ricoprire alcun ufficio o incarico nella Chiesa dell’Iddio vivente perché non è un membro del corpo di Cristo? Il non credente è un corpo estraneo all’assemblea dei santi, egli non ha nulla a che spartire o a che fare con i santi, come si può affidargli un incarico? Se una persona non è dei nostri, come si può affidargli sia pure solo la direzione di una corale in una Chiesa che ha come obbiettivo di innalzare lodi a Dio e guidare la comunità nella lode? Ascolta attentamente quello che dice la Scrittura a proposito di coloro che ricevettero dal re Davide l’incarico di cantare gli inni sacri nella casa di Dio e dei loro ‘direttori’: “Poi Davide e i capi dell’esercito appartarono per il servizio quelli de’ figliuoli di Asaf, di Heman e di Jeduthun che cantavano gl’inni sacri accompagnandosi con cetre, con saltèri e con cembali; e questo è il numero di quelli che furono incaricati di questo servizio. Dei figliuoli di Asaf: Zaccur, Josef, Nethania, Asarela, figliuoli di Asaf, sotto la direzione di Asaf, che cantava gl’inni sacri, seguendo le istruzioni del re. Di Jeduthun: i figliuoli di Jeduthun: Ghedalia, Tseri, Isaia, Hashabia, Mattithia e Scimei, sei, sotto la direzione del loro padre Jeduthun, che cantava gl’inni sacri con la cetra per lodare e celebrare l’Eterno. Di Heman: i figliuoli di Heman: Bukkija, Mattania, Uzziel, Scebuel, Jerimoth, Hanania, Hanani, Eliathak, Ghiddalthi, Romamti-Ezer, Joshbekasha, Mallothi, Hothir, Mahazioth. Tutti questi erano figliuoli di Heman, veggente del re, secondo la promessa di Dio, di accrescer la potenza di Heman. Iddio infatti avea dato a Heman quattordici figliuoli e tre figliuole. Tutti questi erano sotto la direzione dei loro padri per il canto della casa dell’Eterno, ed aveano dei cembali, dei saltèri e delle cetre per il servizio della casa di Dio. Eran sotto la direzione del re, di Asaf, di Jeduthun e di Heman. Il loro numero, compresi i loro fratelli istruiti nel canto in onore dell’Eterno, tutti quelli cioè ch’erano esperti in questo, ascendeva a dugentottantotto” (1 Cronache 25:1-7). Come puoi vedere tutti coloro che ricevettero l’incarico di cantare le lodi di Dio erano tutti Leviti, cioè membri del popolo d’Israele, come pure erano Leviti coloro che li dirigevano nella lode (cfr. 2 Cronache 5:12), cioè Asaf, Heman e Jeduthun i quali erano per altro profeti (cfr. Matteo 13:35; 2 Cronache 29:30; 35:15; 1 Cronache 25:5) e quindi uomini che profetizzavano per lo Spirito e avevano sogni e visioni. Nessuno straniero ricevette l’incarico di dirigere la lode della casa dell’Eterno. Ora, siccome sotto la grazia, l’Israele di Dio è formata da tutti coloro che sono nati da Dio, ossia da tutti coloro che sono stati circoncisi della circoncisione di Cristo, è evidente che non si possono prendere degli incirconcisi di cuore e affidargli l’incarico di dirigere dei santi nella lode a Dio. Coloro che sotto la grazia sono chiamati ad offrire un sacrificio di lode a Dio sono un real sacerdozio, una gente santa, una generazione eletta, e quindi chiunque non è un sacerdote di Cristo, chiunque non è un santo, chiunque non è un eletto, non può essere posto a dirigere la lode a Dio. Se dunque un pastore permette che un non credente ricopra un incarico nella Chiesa sbaglia grandemente, questa cosa deve essergli fatta notare immediatamente affinché tolga quest’incarico all’infedele. Risposta del fratello: Caro fratello, pace. In passato molti credenti hanno cercato di fargli notare questa cosa, sono state tenute riunioni svariate, il pastore una volta ha anche ammesso che questo non è biblico, ma poi in seguito ha detto di non ricordarsi di averlo detto, cioè lo ha rinnegato. Poi c'erano anche dei fratelli che erano in grado di dirigere questo coro, ma alcune persone nel coro non li hanno voluti, perché non erano logicamente all'altezza tecnica del maestro di musica. Il pastore ha ascoltato il parere di questi pochi che all'interno del coro volevano quest'inconvertito, e non quelli che hanno cercato di fargli notare la cosa CON LA PAROLA. Tutto questo

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succede perchè quelli che vogliono questo maestro di musica sono FIGLI SUOI, e loro amici...insomma io credo che ci sia stata parzialità da parte del pastore, riguardo alla decisione di non permettere più a quell'uomo di dirigere il coro, probabilmente il pastore lo hanno plagiato. Molti in passato, vista la decisione del pastore di far rimanere quell'uomo alla direzione, hanno lasciato il coro, in segno di testimonianza, ed adesso io ed un altro giovane fratello, che da un anno siamo in questo coro, sapute le cose accadute nel passato, siamo andati dal pastore per cercare di fargli notare che non era biblico che un inconvertito diriga un coro nei culti, e che svolga un servizio per il Signore. Ma il pastore ci ha risposto che quell'uomo non svolge nessun servizio, siamo soltanto noi a svolgerlo il servizio, e che per adesso c'è bisogno di lui nel coro, perchè non c'è nessun altro a poterlo dirigere. Anche questo non è vero poichè c'erano invece alcuni fratelli che per anni hanno preso lezione di direzione di coro ed erano in grado, ma il pastore ci ha detto che quei fratelli non avevano voglia di continuare, e che non c'erano soldi per le spese delle lezioni. Ma non è vero, in quanto che io adesso mi sono proposto per prendere lezioni, e mi hanno detto che va bene, soltanto che adesso il maestro del coro ha detto che i brani che facciamo sono troppo difficili, e che li deve dirigere per forza lui. Cioè mi ha fatto capire che io non dirigerò questi brani. Io so anche che nel coro molti non vogliono che sia un altro a dirigere, in quanto che questo direttore è molto competente tecnicamente, ed un altro bravo come lui non è facile trovarlo in quanto alla tecnica, perchè lui ha studiato per anni e anni al conservatorio, dove anche insegna. Hanno rifiutato fratelli che erano in grado di dirigere, anche se non bravi tecnicamente come lui, ed hanno voluto lui. Chi ha insistito in particolare sono i figli del pastore, ed il pastore non ha ascoltato chi gli faceva notare l'incoerenza con la Parola, ma quelli che volevano quel maestro, essendosi convinto che è indispensabile, e che lui non svolge un servizio nella Chiesa, ma che è stato assoldato solo per far cantare il coro in maniera ottima, e più corretta tecnicamente. Spero che tu abbia capito il punto di vista del pastore, lui non ritiene che sia peccato permettere a quell'uomo di dirigere il coro, si è convinto di questo per i motivi che già ti ho spiegato. Io non so come regolarmi fratello, dammi qualche consiglio, che devo fare secondo te? E' vero invece che è peccato che quell'uomo diriga? E' vero che quell'uomo sta svolgendo un servizio nella Chiesa anche se non è credente? Perchè il pastore dice che non lo sta svolgendo? Qual è il comportamento che mi suggerisce il Signore secondo la Sua Parola? Che devo fare? Se non mi fanno neanche prendere lezioni di direzione come devo comportarmi? Attendo tue risposte, grazie molto davvero, il Signore ti benedica. PACE Mia replica: Alla luce di quanto mi hai detto, io se fossi al tuo posto, uscirei dal coro immediatamente.

Sua risposta: Grazie della tua risposta ancora una volta. Ti volevo chiedere se puoi motivarmi la tua ultima risposta più chiaramente, in modo che io abbia chiaro in mente con la Parola perchè tu usciresti dal coro immediatamente. Spero di esserti stato chiaro, e di non starti scocciando con questa questione. Ho bisogno di un ulteriore chiarimento sulla tua risposta, nel senso che ti ho detto. Spero ancora una volta nella tua pazienza. Grazie molto, Dio ti benedica, pace. Mia risposta finale: Io me ne uscirei perchè non ammetto che un incredulo mi guidi o partecipi con me in una qualsiasi attività spirituale compiuta alla gloria di Dio. La Scrittura dice: "Non vi mettete con gl'infedeli sotto un giogo che non è per voi; perché qual comunanza v'è egli fra la giustizia e l'iniquità? O qual comunione fra la luce e le tenebre? E quale armonia fra Cristo e Beliar? O che v'è di comune tra il fedele e l'infedele? E quale accordo fra il tempio di Dio e gl'idoli? Poiché noi siamo il tempio dell'Iddio vivente, come disse Iddio: Io abiterò in mezzo a loro e camminerò fra loro; e sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo" (2 Corinzi 6:14-16) Non è abbastanza chiaro che noi non possiamo metterci a servire Dio assieme a persone che non sono il tempio di Dio? Come fai dunque a metterti assieme a qualcuno che non è nato da Dio? Se dunque non hai nessuna comunione spirituale con questo direttore di coro, o va via lui (cosa molto difficile perchè il pastore lo appoggia) o vai via te, non puoi stare assieme ad un infedele sotto un giogo che non è per i santi. La grazia sia con te

5. Cari fratelli, pace del Signore. La mia domanda riguarda il parlare in lingue. Sono convertito a Cristo da poco più di 2 anni. Non ho ricevuto ancora il battesimo con lo Spirito Santo, ma questo non mi preoccupa; so bene che Gesù sa quando sarà il momento opportuno. Ultimamente mi è sorto un dubbio che diventa sempre più pressante. Nella comunità che frequento (ADI), durante il momento della preghiera comunitaria, ogni volta che un fratello parla in lingue ad alta voce, colui che traduce conclude sempre con la formula "così dice il Signore", facendo credere così che è Dio che parla alla comunità o a colui che ha "profetizzato", attraverso la sua stessa bocca. Ma dov'è che il Nuovo Testamento cita e-

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pisodi del genere? Non è il credente che parla a Dio, quando parla in lingue? In questo caso le presunte traduzioni sono una presa in giro? Non oso chiedere questa cosa al pastore, perché tanto lui risponderebbe in modo da cascare in piedi. Quando gli chiesi, dopo aver letto un vostro articolo, perché cantiamo rivolgendoci direttamente allo Spirito Santo e perché tanti (compreso lui) pregano rivolgendosi anche allo Spirito Santo, mi rispose che è corretto e che ci sono dei passi (che, stranamente, non ricordava) dai quali si capisce che si può fare: è stata una risposta un pò confusa e per nulla soddisfacente, comunque ho voluto passarci sopra, tanto io non sono tenuto a fare per forza come fanno gli altri. Un'altra domanda un pò spinosa ma meno importante riguarda l'abbigliamento in comunità. Nella Bibbia è scritto chiaramente che l'uomo deve vestire da uomo e la donna da donna. Io, pur essendo un uomo (38 anni), non sono maschilista né femminista, ma cerco sempre di vedere le cose in maniera obbiettiva. E' vero che i pastori hanno deciso tante cose, nelle loro riunioni, per il bene della comunità e per evitare, a detta di loro, alcuni tipi di problemi, anche se queste cose, nella Bibbia, non sono neppure minimamente implicite: ad esempio la disposizione separata dei fratelli dalle sorelle, il santo bacio alla fine del culto che deve essere tra credenti dello stesso sesso, quando San Paolo non ha specificato questa cosa; ovviamente a me non cambia alcunché, sono solo riflessioni. La mia perplessità è circa l'obbligo per le donne di indossare la gonna. Ho saputo che il pastore ha ripreso alcune sorelle perché venivano in comunità con i pantaloni, neanche attillati. Tantissimi punti della Bibbia, soprattutto del Nuovo Testamento, sono eterni ed immutabili, ma riguardo l'abbigliamento come la mettiamo? Se esso è una variabile alla quale possiamo tranquillamente adattarci con le trasformazioni che ha subìto e che subirà nel tempo, allora oggi i pantaloni sono anche un indumento femminile e quindi non c'è alcunché di male se la donna cristiana li indossa, anche in comunità; se invece deve essere un punto fermo e rigido, bisogna ricordare non solo che la Bibbia non dice quale abbigliamento deve usare l'uomo e quale la donna, ma che neppure ai tempi di Gesù esistevano i pantaloni, perché sono stati inventati diversi secoli dopo, quindi neppure l'uomo cristiano di oggi dovrebbe indossarli, né in comunità né altrove, ma dovrebbe mettere semplicemente una veste e grezzi indumenti di pelle. Oltre al fatto che le sorelle giovani, ed anche meno giovani, fuori dal locale di culto usano spesso i pantaloni. Una sorella mi ha detto che è una regola per creare un certo ordine nel locale di culto e che questo non significa che fuori non li possano indossare. Allora mi chiedo perché dovrebbe sembrare un disordine se alcune sorelle indossano la gonna ed altre i pantaloni; l'importante è, secondo me, che sia un abbigliamento decoroso e non volgare. I fratelli non indossano mica tutti giacca e cravatta. Non è perché voglio essere un ribelle, ma mi sembrano delle regole inutili e ridicole, che non c'entrano alcunché con la fede e non servono a forgiare il buon cristiano. Vorrei sapere qual'è la vostra posizione al riguardo. Spero che possiate rispondermi prima possibile, soprattutto alla prima domanda: è importante per poter decidere come muovermi. Al limite preferisco non frequentare alcuna comunità, piuttosto che assistere a prese in giro. Il Signore mi capirebbe. Buon proseguimento e buona crescita nelle vie del Signore. Pace e Dio vi benedica.
Fratello nel Signore, pace. Secondo la Parola di Dio, chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio (cfr. 1 Corinzi 14:2), per cui è evidente che quando il parlare in altra lingua viene interpretato la direzione di esso non è diversa. Voglio dire che se un fratello rivolge a Dio una preghiera o un cantico o un ringraziamento (perché in una di queste cose consiste il suo parlare in lingua – vedi 1 Corinzi 14:15-18), l’interpretazione non può consistere in un messaggio di esortazione o di consolazione rivolto alla chiesa (ossia in una profezia) ma consisterà in una preghiera o in un cantico o un ringraziamento. Alla luce di ciò dunque non si può accettare una profezia come interpretazione. Purtroppo, fratello, questo insegnamento è ignorato dalla maggior parte delle Chiese Pentecostali, per cui si sente il consueto ‘così parla il Signore’ dopo il parlare in lingue. Io ho scritto parecchio su questo argomento. Qui di seguito ti metto alcuni dei miei scritti su questo argomento che ti saranno utili a capire l’errore in cui sono caduti tanti fratelli. E spero che tu li faccia leggere a più fratelli possibili per il loro bene. ------

Dalle Domande e Risposte
” Ma il parlare in lingue più l'interpretazione costituisce una profezia? No, non costituisce una profezia e questo perché dato che - come abbiamo visto precedentemente - chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio, è ovvio che anche l'interpretazione corrisponderà ad un parlare a Dio e non ad un parlare agli uomini. Se tu dici in inglese: 'Praise the Lord' (tradotto in italiano 'Lode al Signore') come farà chi interpreta a dire che tu hai detto: 'Così parla l'Eterno: 'Non temere, io sono con te'? Non potrà. Non ti pare? Come si

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può dunque interpretare una preghiera, un salmo, o un rendimento di grazie rivolto a Dio, con un messaggio rivolto agli uomini? ” Quando si parla in lingue chi è che parla, il credente? e perché parla a se stesso? perché attraverso il parlare in lingue si edifica se stesso e cosa avviene? Certamente chi parla in altre lingue è il credente; i seguenti passi biblici lo attestano chiaramente: "E tutti furon ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi" (Atti 2:4), ed anche: " … li udivano parlare in altre lingue … " (Atti 10:46), ed ancora: "… chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio … " (1 Cor. 14:2), per citare alcuni dei tanti passi. Va tuttavia detto che nonostante sia il credente a parlare in altra lingua, le parole sono pronunciate mediante lo Spirito Santo che è in lui e che lo sospinge a proferire quelle parole sconosciute. Quando per esempio il giorno della Pentecoste i circa centoventi furono ripieni di Spirito Santo è detto che cominciarono a parlare in altre lingue "secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi". Quindi quelle espressioni che essi proferirono venivano dallo Spirito di Dio. In altre parole il credente si mette a parlare mediante lo Spirito di Dio. Che sia così è confermato dal fatto che Paolo nell’esortare a pregare in altra lingua dice: " … orando in ogni tempo, per lo Spirito, con ogni sorta di preghiere e di supplicazioni …." (Ef. 6:18), e Giuda: "… pregando mediante lo Spirito Santo … " (Giuda 20). Ecco perché il credente ripieno di Spirito Santo è sicuro di proferire parole sante e giuste quando prega in altra lingua, perché sa che esse vengono proferite dallo Spirito di Dio che è santo. Ho detto ‘dallo Spirito’ perché la Scrittura dice anche: "Parimente ancora, lo Spirito sovviene alla nostra debolezza; perché noi non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili; e Colui che investiga i cuori conosce qual sia il sentimento dello Spirito, perché esso intercede per i santi secondo Iddio" (Rom. 8:26-27). Come potete vedere in queste parole è detto che è lo Spirito che prega o intercede. Per essere completi però su questo punto occorre dire anche che c’è anche una parte compiuta dallo spirito dell’uomo in questo pregare infatti Paolo dice: "Se prego in altra lingua, ben prega lo spirito mio, ma la mia intelligenza rimane infruttuosa" (1 Cor. 14:14). Quindi lo Spirito Santo prega insieme con il nostro spirito. Ora, vengo al secondo quesito. In base a quanto dice Paolo il parlare in altra lingua è rivolto a Dio e non agli uomini, egli dice infatti che chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio (cfr. 1 Cor. 14:2). Non abbiamo forse visto poco fa che chi parla in altra lingua prega Dio? Quindi nel caso il parlare in altre lingue sia interpretato, l’interpretazione che ne verrà fuori non consisterà in una esortazione rivolta a tutti i presenti o solo a qualcuno dei presenti, ma in una preghiera (o in un cantico spirituale o in un ringraziamento rivolto a Dio). Ovviamente anche nel caso il parlare in lingue non fosse interpretato la direzione di quel parlare è sempre verso Dio. Naturalmente questo significa implicitamente che il credente che parla in altra lingua non parla a se stesso. Come si spiega allora il fatto che Paolo dica che se nella chiesa dopo che hanno parlato in altra lingua due o tre e non c’è chi interpreta "si tacciano nella chiesa e parlino a se stessi e a Dio" (1 Cor. 14:28)? Si spiega così: quel parlare a se stessi e a Dio non è da intendersi come un parlar in lingue perché se è vero che nel caso del parlare a Dio il parlare in lingue potrebbe pure starci, non potrebbe invece starci nel parlare a se stessi perché altrimenti Paolo si sarebbe contraddetto. Il credente dunque in questo caso deve – sottovoce - parlare nella sua lingua conosciuta sia a se stesso che a Dio. Vengo adesso al terzo quesito. Chi parla in altra lingua edifica se stesso perché fa una cosa giusta, santa, e pura, mediante lo Spirito di Dio. Quando diciamo che egli edifica se stesso vogliamo dire che egli si fortifica tramite questa esperienza spirituale, ossia egli acquisisce nuove forze. Per usare un termine di paragone terreno (con tutti i suoi limiti naturalmente), è come se il credente in quel momento ricaricasse le batterie che si erano un po’ scaricate. E questo ‘ricaricamento’ egli lo sente in maniera reale. D’altronde se ci sentiamo ricaricati, spiritualmente parlando, dopo avere pregato e cantato a Dio nella nostra lingua, non ci si deve sorprendere che questo ‘ricaricamento’ avvenga anche nel caso il pregare e il cantare a Dio siano effettuati in altra lingua. ----

Da ‘I doni dello Spirito Santo’
” La profezia, la diversità delle lingue e l'interpretazione delle lingue Esamineremo questi tre doni alla luce di quanto Paolo dice nel capitolo 14 della prima epistola ai Corinzi. L’apostolo Paolo dice quale dono spirituale i credenti devono ricercare per primo, e cioè quello di profezia infatti dice di desiderare "principalmente il dono di profezia" (1 Cor. 14:1). Perché proprio questo e non il dono della diversità delle lingue (ossia la capacità di parlare più lingue straniere) per esempio? Paolo lo spiega poco dopo. "Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno l’intende, ma in ispirito proferisce misteri. Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione. Chi parla in altra lingua edifica se stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa. Or io ben vorrei che tutti parlaste in altre lingue; ma molto più che profetaste; chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue, a meno ch’egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione" (1 Cor. 14:2-5). Ecco spiegato dunque perché la profezia è da preferirsi alle lingue (come dono naturalmente). Perché mentre chi parla in altra lingua parla a Dio (ovviamente anche chi parla in una sola lingua

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straniera perché non ha il dono della diversità delle lingue, parla a Dio) perché nessuno lo capisce e proferisce misteri, e affinché la chiesa intenda quello che egli ha detto e ne riceva edificazione c’è bisogno di qualcuno che ha il dono dell’interpretazione che interpreti il suo parlare straniero; chi profetizza parla agli uomini un linguaggio di edificazione, consolazione ed esortazione che siccome è proferito nella lingua capita da tutti non ha bisogno di essere interpretato ed edifica la chiesa. Come abbiamo visto Paolo dice che vorrebbe che tutti parlassero in altre lingue, ma molto più che tutti profetassero perché chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue (per la ragione addotta prima). Ma questa superiorità cessa di esistere se chi parla in altre lingue interpreta pure infatti Paolo dice: "A meno che egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione". Perché quel "a meno che"? Perché nel caso chi parla in altre lingue interpreta, pure la chiesa intenderà quello che lo Spirito ha detto in altre lingue tramite di lui a Dio, e ne riceverà edificazione. Facciamo un esempio esplicativo: mettiamo il caso che in mezzo all’assemblea un fratello preghi in altra lingua a Dio chiedendogli di liberare il fratello Tizio in Costa d’Avorio da degli uomini malvagi che si accingono ad ucciderlo a motivo della sua fede, e che dopo avere così pregato interpreti la preghiera rivolta in altra lingua. Che accadrà nell’assemblea? Che i credenti potranno dire ‘Amen’ a quella preghiera perché avranno capito in che cosa essa consisteva. E naturalmente essi tutti riceveranno grande edificazione nel sapere che lo Spirito per bocca di quel credente ha interceduto per un figliuolo di Dio a loro sconosciuto che si trova in una nazione di un altro continente. Nel caso invece il parlare in altre lingue consisteva in un cantico a Dio allora la chiesa capirà le parole di quel cantico spirituale. Ecco dunque perché la chiesa ne riceverà edificazione dall’interpretazione delle lingue. Non è come alcuni credono, per mancanza di conoscenza, che le lingue più interpretazione è una profezia cioè un parlare agli uomini, per questo la chiesa ne riceverà edificazione. Perché l’edificazione non si riceve esclusivamente sentendo proferire un messaggio di esortazione, consolazione ed edificazione rivolto agli uomini, ma pure sentendo una preghiera o un cantico (in questo caso interpretati da un’altra lingua). Questo è fuori di dubbio. Ora, Paolo dopo avere detto a meno che egli interpreti affinché la chiesa ne riceva edificazione dice: "Se per il vostro dono di lingue non proferite un parlare intelligibile, come si capirà quel che dite? Parlerete in aria. Ci sono nel mondo tante e tante specie di parlari, e niun parlare è senza significato. Se quindi io non intendo il significato del parlare, sarò un barbaro per chi parla, e chi parla sarà un barbaro per me. Così anche voi, poiché siete bramosi de’ doni spirituali, cercate di abbondarne per l’edificazione della chiesa. Perciò, chi parla in altra lingua preghi di poter interpretare; poiché, se prego in altra lingua, ben prega lo spirito mio, ma la mia intelligenza rimane infruttuosa. Che dunque? Io pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza; salmeggerò con lo spirito, ma salmeggerò anche con l’intelligenza" (1 Cor. 14:6-15). Queste parole dell’apostolo hanno l’evidente scopo di far capire ai credenti che il parlare in altra lingua in mezzo all’assemblea non sarà di alcuna utilità agli altri se non è accompagnato dall’interpretazione. In altre parole, il parlare in altra lingua privo dell’interpretazione è come una tromba che da un suono sconosciuto; è come qualcuno che parla una lingua barbara di cui non si capisce niente. Giova sì a chi parla in altra lingua perché lo edifica (lo edifica non perché capisce quello che dice, ma perché parla per lo Spirito), ma non giova alla chiesa perché essa non intende quello che viene detto. Ecco perché Paolo dice: "Perciò chi parla in altra lingua preghi di poter interpretare" (al fine di poter edificare la chiesa, oltre che se stesso). Perché se io prego in altra lingua prega il mio spirito ma la mia intelligenza rimane infruttuosa. Allora che devo fare, io che prego in altra lingua? domanda Paolo. Pregherò in altra lingua (con lo spirito) ma interpreterò pure (pregherò anche con l’intelligenza); salmeggerò (alcune versioni hanno canterò) in altra lingua (con lo spirito) ma interpreterò pure il mio salmeggiare (salmeggerò con l’intelligenza). Questo affinché la chiesa ne riceva edificazione. E subito dopo Paolo dice: "Altrimenti, se tu benedici Iddio soltanto con lo spirito, come potrà colui che occupa il posto del semplice uditore dire ‘Amen’ al tuo rendimento di grazie, poiché non sa quel che tu dici? Quanto a te, certo, tu fai un bel ringraziamento; ma l’altro non è edificato. Io ringrazio Dio che parlo in altre lingue più di tutti voi; ma nella chiesa preferisco dir cinque parole intelligibili per istruire anche gli altri, che dirne diecimila in altra lingua" (1 Cor. 14:16-19). Paolo in altre parole dice: nel caso invece tu non fai come ti dico io, cioè nel caso tu preghi o salmeggi in altra lingua senza darne l’interpretazione come potrà chi ti ascolta dire ‘amen’ al tuo rendimento di grazie (si noti che Paolo, parlando così, conferma che il credente quando parla in altra lingua si rivolge a Dio anche quando si trova assieme ad altri credenti)? Non potrà; certo tu farai un bel rendimento di grazie ma l’altro non sarà edificato. Io ringrazio Dio che parlo in altre lingue più di tutti voi, ciononostante nella chiesa preferisco dire cinque parole comprensibili che diecimila in altra lingua. E poi egli dice: "Fratelli, non siate fanciulli per senno; siate pur bambini quanto a malizia, ma quanto a senno, siate uomini fatti" (1 Cor. 14:20). Come dire, nella semplicità siate come i bambini, ma non siate bambini quanto a intelligenza, siate invece uomini fatti quanto a intelligenza. A questo punto Paolo cita queste parole pronunciate da Dio per mezzo di Isaia: "Egli è scritto nella legge: Io parlerò a questo popolo per mezzo di gente d’altra lingua, e per mezzo di labbra straniere; e neppur così mi ascolteranno, dice il Signore" (1 Cor. 14:21). E poi dice: "Pertanto le lingue servono di segno non per i credenti, ma per i non credenti: la profezia, invece, serve di segno non per i non credenti, ma per i credenti. Quando dunque tutta la chiesa si raduna assieme, se tutti parlano in altre lingue, ed entrano degli estranei o dei non credenti, non diranno essi che siete pazzi? Ma se tutti profetizzano, ed entra qualche non credente o qualche estraneo, egli è convinto da tutti, è scrutato da tutti, i segreti del suo cuore son palesati; e così, gettandosi giù con la faccia a terra, adorerà Dio, proclamando che Dio è veramente fra voi" (1 Cor. 14:22-25). Quel "pertanto" dopo quelle parole di Isaia stanno a confermare che in base a ciò che Dio disse tramite Isaia le lingue sono di segno agli increduli e non ai credenti, mentre la profezia è di segno ai credenti. Ecco perché Paolo dice che se entra qualche non credente e sente tutti parlare in lingue dirà che siamo dei pazzi, mentre se tutti profetizzano il non credente avrà i pensieri del suo cuore palesati e riconoscerà che Dio è in mezzo a noi. Ma allora

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che cosa si deve fare? Paolo risponde: "Quando vi radunate, avendo ciascun di voi un salmo, o un insegnamento, o una rivelazione, o un parlare in altra lingua, o una interpretazione, facciasi ogni cosa per l’edificazione. Se c’è chi parla in altra lingua, siano due o tre al più, a farlo; e l’un dopo l’altro; e uno interpreti; e se non v’è chi interpreti, si tacciano nella chiesa e parlino a se stessi e a Dio. Parlino due o tre profeti, e gli altri giudichino; e se una rivelazione è data a uno di quelli che stanno seduti, il precedente si taccia. Poiché tutti, uno ad uno, potete profetare; affinché tutti imparino e tutti sian consolati; e gli spiriti de’ profeti son sottoposti a’ profeti, perché Dio non è un Dio di confusione, ma di pace" (1 Cor. 14:26-33). In relazione alle lingue diciamo che, se c’è chi parla in altra lingua devono parlare in lingue solo due o al massimo tre, e uno dopo l’altro, e uno deve interpretare; ma se non c’è chi interpreta, coloro che parlano in altre lingue devono farlo sottovoce e non a guisa di tromba. I profeti, i quali hanno il dono di profezia, parlino; anche qui però due o tre al massimo, e gli altri esaminino le profezie. Nel caso però viene data una rivelazione ad un profeta che sta seduto il precedente si deve tacere. La conclusione del discorso di Paolo è questa: "Se qualcuno si stima esser profeta o spirituale, riconosca che le cose che io vi scrivo son comandamenti del Signore. E se qualcuno lo vuole ignorare, lo ignori. Pertanto, fratelli, bramate il profetare, e non impedite il parlare in altre lingue; ma ogni cosa sia fatta con decoro e con ordine" (1 Cor. 14:37-40). Le cose sono chiare, le parole di Paolo sono dei comandi del Signore. Dunque, il profetare deve essere bramato, il parlare in altre lingue non deve essere impedito, ma tutto deve essere fatto con decoro e con ordine. ----

Dal mio libro confutatorio ‘Le Chiese pentecostali antitrinitarie e i Branhamiti’
(I pentecostali unitariani, come tu sai, sono contro la Trinità, però sul parlare in lingue e l’interpretazione hanno la medesima dottrina di molti Pentecostali trinitariani)

IL PARLARE IN ALTRE LINGUE E L'INTERPRETAZIONE

La dottrina unitariana Nel suo libro dal titolo Spiritual Gifts, David K. Bernard parlando delle lingue e dell’interpretazione afferma quanto segue: ‘Noi possiamo definire il dono delle lingue come il dono di una espressione soprannaturale in una o più lingue sconosciute a chi parla. Noi possiamo identificare tre usi delle lingue nella chiesa del Nuovo Testamento: come il segno iniziale del battesimo dello Spirito Santo, in devozioni personali, e come una espressione pubblica che deve essere interpretata. Il processo fisico e spirituale è lo stesso in ognuno dei casi, ma lo scopo e l’effetto sono differenti…’ (David K. Bernard, Spiritual Gifts, pag. 185). Nel prosieguo della sua spiegazione, nel parlare delle lingue come segno del battesimo con lo Spirito, l’autore dice però che ‘strettamente parlando, noi non dovremmo usare il termine ‘dono delle lingue’ per questo primo uso; esso è piuttosto un segno che accompagna il dono dello Spirito Santo’ (David Bernard, op. cit., pag. 186). E questo perché ‘il dono dello Spirito Santo è per tutti i credenti. Per contrasto, non ognuno eserciterà il dono delle lingue per l’edificazione del corpo’ (ibid., pag. 186). Sempre su questo soggetto egli risponde a coloro che negano che il battesimo con lo Spirito Santo debba essere accompagnato dal segno delle lingue prendendo le parole di Paolo: "Parlan tutti in altre lingue?" (1 Cor. 12:30), e dice che Paolo scrisse a dei credenti ripieni di Spirito i quali erano stati tutti battezzati con lo Spirito e avevano parlato in lingue almeno una volta. Paolo ‘non insegnò che alcuni di loro non avrebbero mai parlato in lingue, ma egli spiegò che non tutti avrebbero esercitato il dono pubblico delle lingue nella vita della congregazione, e che quando alcuni lo facevano dovevano seguire certe direttive’ (ibid., pag. 187). Passando poi a parlare del secondo uso delle lingue Bernard dice che ‘esso è nella personale devozione per l’edificazione privata’ (ibid., pag. 188), e cita a sostegno 1 Corinzi 14:4-5 e 14:14-15, e dice: ‘E’ utile pregare e cantare in lingue…’ (ibid., pag. 188). Arriviamo ora al terzo uso delle lingue; ecco cosa dice David Bernard: ‘Dio alcune volte parla alla chiesa per mezzo dei doni delle lingue e dell’interpretazione combinati. Il primo dono, le lingue, arresta l’attenzione e rivela che Dio sta cercando di comunicare con l’uditorio. Poiché esso è così miracoloso e spettacolare, esso è spesso proprio efficace nel raggiungere i non credenti che sono presenti. Il secondo dono, l’interpretazione, rivela il vero messaggio che Dio desidera comunicare’ (ibid., pag. 192,193). Stando così le cose l’autore giunge alla conclusione che il dono di profezia ‘è l’equivalente delle lingue seguite dall’interpretazione’ (ibid., pag. 204). A proposito di questo terzo uso delle lingue chiamato dono delle lingue vi faccio notare che per Bernard esso si differenzia dal parlare in lingue di quando si viene battezzati con lo Spirito non perché è la capacità di parlare più di una lingua straniera ma perché è la capacità di parlare in altra lingua pubblicamente quando occorre farlo in due o al massimo in tre per attirare l’attenzione della congregazione e aspettare che qualcuno interpreti. Egli fa notare infatti che sia il giorno della Pentecoste, che a casa di Cornelio, che ad Efeso coloro che si misero a parlar in lingue lo fecero tutti assieme e nessuno interpretò le lingue o cercò di farlo; mentre in 1 Corinzi Paolo dice che in una congregazione solo due o tre devono parlar in lingue e ciascuno nel suo turno per aspettare poi l’interpretazione.

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Confutazione Siamo d’accordo che il battesimo con lo Spirito Santo è accompagnato dal segno del parlare in altra lingua, perché questo è quello che insegna il libro degli Atti degli apostoli. Siamo d’accordo che le parole di Paolo ai Corinzi che non tutti parlano in altre lingue (cfr. 1 Cor. 12:30) non significano affatto che il battesimo con lo Spirito non debba essere accompagnato dal parlare in lingue perché lui parlava a dei credenti che parlavano in lingue perché erano stati battezzati con lo Spirito Santo e in quelle parole lui fece riferimento al dono della diversità delle lingue. Ma a questo punto è bene dire che il dono della diversità delle lingue è la capacità data al credente dallo Spirito Santo di parlare in più lingue straniere mai imparate, non importa se in privato o in pubblico. In altre parole il credente che riceve dallo Spirito Santo questo dono viene messo in grado di pregare e cantare in più lingue sia quando è da solo che quando è riunito assieme ad altri credenti. Per cui il credente in linea di massima potrebbe ricevere questo dono spirituale sia quando viene battezzato con lo Spirito Santo (non importa se sarà da solo o in compagnia) o dopo che è stato battezzato con lo Spirito Santo (non importa se sarà da solo o assieme ad altri). Dire quindi che l’esercizio pubblico del parlar in altra lingua (cioè durante le riunioni della chiesa) che ha bisogno di essere interpretato costituisce il dono delle lingue di cui parla Paolo ai Corinzi, mentre il parlare in altra lingua di coloro che vengono battezzati con lo Spirito Santo e si mettono tutti assieme a parlare in altra lingua (come a Pentecoste, a casa di Cornelio e ad Efeso) non è il dono delle lingue perché in questi casi non si devono seguire le direttive di Paolo ai Corinzi: "Siano due o tre al più, a farlo; e l’un dopo l’altro; e uno interpreti" (1 Cor. 14:27), è qualche cosa che non corrisponde al vero. Lo ripeto in altri termini questo concetto perché desidero che vi sia reso il più chiaro possibile. Chi ha il dono delle lingue non si differenzia da chi non ce l’ha per il fatto che egli parla in altra lingua pubblicamente quando si raduna la chiesa e lo deve fare seguendo le direttive di Paolo ai Corinzi citate prima, mentre l’altro non fa questo uso delle lingue essendo che fa uso delle lingue solo nel privato. Ma egli si differenzia da chi non ha il dono della diversità delle lingue perché è in grado per lo Spirito di parlare più lingue straniere; o dal preciso momento quando è stato battezzato con lo Spirito o da qualche tempo dopo; e sia in privato che in pubblico. Certo, è innegabile che quando più credenti ricevono lo Spirito Santo contemporaneamente come nel caso dei discepoli a Pentecoste, o di Cornelio e dei suoi, o dei discepoli ad Efeso, essi cominciano a parlare in altre lingue tutti assieme. Questo però non significa che non ci sia il bisogno di interpretare quello che essi dicono in altre lingue al fine che i credenti presenti che li ascoltano ne ricevano edificazione, perché quel parlare in altra lingua è pur sempre un parlare per lo Spirito Santo. Veniamo adesso alla direzione del parlare in altra lingua. Da quello che dice David Bernard quando un credente parla in altra lingua da solo prega e canta a Dio, mentre quando lo fa in pubblico (cioè secondo lui quando usa il dono delle lingue) il parlare è rivolto agli uomini per cui l’interpretazione sarà un messaggio di Dio nella lingua della chiesa diretto alla chiesa radunata; cosicché il dono delle lingue + l’interpretazione consiste ad una profezia. Anche questo non è vero perché dalle parole di Paolo sul parlar in lingue non emerge affatto questa distinzione di direzione e neppure che il parlar in lingue + l’interpretazione costituisca una profezia. Vediamo cosa dice Paolo a riguardo. Paolo dice ai Corinzi: "Procacciate la carità, non lasciando però di ricercare i doni spirituali, e principalmente il dono di profezia. Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno l’intende, ma in ispirito proferisce misteri. Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione. Chi parla in altra lingua edifica se stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa. Or io ben vorrei che tutti parlaste in altre lingue; ma molto più che profetaste; chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue, a meno ch’egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione" (1 Cor. 14:1-5). Si noti innanzi tutto come Paolo esorti a procacciare la carità, senza per questo tralasciare di ricercare i doni spirituali. E poi che tra i doni spirituali da ricercare lui metta al primo posto il dono di profezia e non il dono delle lingue. Perché questo? Lo spiega subito dopo dicendo "poiché chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio… chi profetizza invece parla agli uomini". Ecco il motivo dunque, perché mentre chi parla in altra lingua parla a Dio e non agli uomini, chi profetizza parla agli uomini. E poi perché chi parla in altra lingua edifica se stesso, mentre chi profetizza edifica la chiesa. Ecco perché lui dice che vorrebbe che tutti parlassero in altre lingue, ma molto più che profetassero, perché chi profetizza è superiore a chi parla in altra lingua proprio per la direzione che ha il parlare. Ma questa superiorità permane fino a che chi parla in altra lingua non interpreta pure, infatti Paolo dice: "A meno che egli interpreti, affinché la chiesa ne riceva edificazione". Cosa significa questo? Che se chi parla in altra lingua interpreta quello che dice, la chiesa sarà edificata come è edificata quando qualcuno profetizza, perché intenderà quello che è stato detto in altra lingua, e potrà dire ‘Amen’. Evidentemente anche quando il parlar in altra lingua sarà interpretato esso sarà sempre rivolto a Dio e non agli uomini, per cui non potrà essere una profezia. La chiesa sarà sì edificata dall’interpretazione, ma questa edificazione deriverà dal fatto che essa intenderà la preghiera o il rendimento di grazie o il cantico rivolto a Dio. Facciamo un esempio: un credente viene sentito parlare in altra lingua durante la riunione, segue l’interpretazione secondo la quale il credente ha pregato Dio di supplire ad uno specifico bisogno di un credente africano di cui viene fatto anche il nome che abita in una città del Sudan. Non dirà forse la chiesa ‘Amen’, perché avrà inteso in che cosa consisteva quel parlar in altra lingua e sarà quindi edificata nel constatare come lo Spirito conosce ogni cosa di tutti? Invece nel caso il parlar in altra lingua non sarà interpretato la chiesa non sarà edificata; sarà edificato il credente ma non l’assemblea. Nel caso specifico sopra menzionato, la chiesa non saprà che cosa il credente ha chiesto a Dio per cui quel parlare sarà senza significato per essa (ma non per Dio naturalmente). Ecco perché Paolo nel prosieguo del suo discorso mette molta enfasi sull’interpretazione delle lingue. Ascoltiamo quello che egli dice: "Infatti, fratelli, s’io venissi a voi parlando in altre lingue, che vi gioverei se la mia parola non vi recasse qualche rivelazione, o qualche conoscenza, o

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qualche profezia, o qualche insegnamento? Perfino le cose inanimate che dànno suono, quali il flauto o la cetra, se non dànno distinzione di suoni, come si conoscerà quel ch’è suonato col flauto o con la cetra? E se la tromba dà un suono sconosciuto, chi si preparerà alla battaglia? Così anche voi, se per il vostro dono di lingue non proferite un parlare intelligibile, come si capirà quel che dite? Parlerete in aria. Ci sono nel mondo tante e tante specie di parlari, e niun parlare è senza significato. Se quindi io non intendo il significato del parlare, sarò un barbaro per chi parla, e chi parla sarà un barbaro per me. Così anche voi, poiché siete bramosi de’ doni spirituali, cercate di abbondarne per l’edificazione della chiesa. Perciò, chi parla in altra lingua preghi di poter interpretare; poiché, se prego in altra lingua, ben prega lo spirito mio, ma la mia intelligenza rimane infruttuosa. Che dunque? Io pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza; salmeggerò con lo spirito, ma salmeggerò anche con l’intelligenza. Altrimenti, se tu benedici Iddio soltanto con lo spirito, come potrà colui che occupa il posto del semplice uditore dire ‘Amen’ al tuo rendimento di grazie, poiché non sa quel che tu dici? Quanto a te, certo, tu fai un bel ringraziamento; ma l’altro non è edificato. Io ringrazio Dio che parlo in altre lingue più di tutti voi; ma nella chiesa preferisco dir cinque parole intelligibili per istruire anche gli altri, che dirne diecimila in altra lingua" (1 Cor. 14:6-19). Si noti come Paolo in queste parole scoraggi il parlare in altre lingue privo dell’interpretazione quando la chiesa è radunata per il semplice motivo che esso non sarebbe di alcuna utilità alla raunanza. Ma si noti come anche nel caso il parlar in altra lingua fosse privo della relativa interpretazione, esso sarebbe sempre rivolto a Dio. Queste espressioni: "Se prego in altra lingua, ben prega lo spirito mio", "io pregherò con lo spirito", "salmeggerò con lo spirito", "tu benedici Dio soltanto con lo spirito", "al tuo rendimento di grazie", "tu fai un bel rendimento di grazie", lo confermano pienamente. Dunque anche quando la chiesa è radunata chi parla in altra lingua si rivolge a Dio e non solo quando è da solo. Non importa se chi parla in altra lingua ha il dono della diversità delle lingue o meno, il suo parlare per lo Spirito sarà sempre rivolto a Dio. Detto questo è evidente che dire che il parlare in altre lingue o il dono delle lingue + l’interpretazione costituisce il dono di profezia non può essere vero. ----------------Per ciò che riguarda l’abbigliamento femminile, siamo contro l’indossare i pantaloni da parte della donna sia nel locale di culto che fuori, e questo perché il pantalone maschilizza la donna, cioè la fa sembrare più maschio che donna. Non importa se attillati o no, i pantaloni addosso ad una donna la maschilizzano. Alla donna si addice la gonna, lunga naturalmente e non corta. Vedi, fratello, quando si parla dei capi di abbigliamento occorre sempre esaminare bene le loro caratteristiche per stabilire se possono essere indossati, vale a dire bisogna anche vedere se un capo d’abbigliamento femminile fa apparire o no una donna più uomo, e se un capo d’abbigliamento per uomo fa apparire l’uomo più femmina. Per cui, io uomo non posso indossare un capo d’abbigliamento che mi effeminizza, come una donna non può indossare qualche cosa che la maschilizza. Infine ti voglio dire di continuare a frequentare la comunità di cui sei membro con il desiderio di mettere in guardia i fratelli e le sorelle da tutte le cose false che vengono fatte passare per vere. E tra queste cose false c’è la falsificazione dell’interpretazione delle lingue. Se poi facendo questo, ti espelleranno, allora cerca un’altra comunità pentecostale. Stai saldo nella fede, temi Dio e sii zelante nelle opere buone. Fammi sapere come andranno le cose tue.

6. Caro Butindaro, mi dispiace usare un tono polemico ma dopo aver letto (non in modo approfondito per mancanza di tempo) gli scritti di Roberto Bracco sono amareggiato nel considerare come le ADI stiano viaggiando verso un atteggiamento che oltre a chiuderle verso tutti, indipendentemente se vivono la SANA DOTTRINA oppure no, le porta verso uno stato di professionalità pari a quello della chiesa Cattolica Romana, con una propria editoria la cui pubblicità campeggia puntualmente nelle riviste ufficiali interne con relativi prezzi delle pubblicazioni (definiti contributi consigliati, quasi per voler legittimare il commercio editoriale ma senza destare scandalo apponendo la dicitura prezzo per gli articoli messi in vendita). Nelle chiese organizzate gerarchicamente come le ADI si fa uso di mezzi di insegnamento calendariali come ad esempio i cosiddetti "manuali delle scuole domenicali", che da decenni vengono consigliati, dunque obbligatoriamente utilizzati contemporaneamente in tutte le comunità come le ADI, i quali spesso recano nella versione "per l'insegnante" suggerimenti per stimolare emotivamente i più giovani per coinvolgerli nella lezione oppure a fare delle puntuali offerte in danaro con modi molto discriminanti (ad esempio per i più piccoli c'è una specie di tabellina dove appuntare se il singolo partecipante in quel giorno ha versato l'offerta oppure no). Che fine hanno poi fatto le riunioni di una volta che avevano il solo scopo dell'edificazione e non la raccolta di danaro facendo leva sempre più spesso sull'emotività nei momenti particolari di Benedizione, per fare aprire i portafogli al di là delle proprie possibilità o intenzioni, sull'esempio dei ben più preparati "evangelisti" americani? E' sbagliato pensare che in questo modo nelle ADI si limiti l'azione dello Spirito nei singoli, che si dispongono all'insegnamento della Parola ai frequentatori delle scuole domenicali, cioè basando le proprie ri-

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sorse sull'uso di editoria piuttosto che della guida personale dello Spirito? Non è in uso lo stesso sistema per la conduzione delle comunità? Quanto ancora di genuino è rimasto nelle ADI?
Fratello nel Signore, che ti dirò? Certamente questo commercio di Bibbie, di libri di dottrina e di edificazione vari, presente nelle ADI è qualcosa che non si addice ai santi, è qualche cosa che disonora la sana dottrina di Dio. E’ un commercio anche se adesso viene apposta la dicitura ‘contributo consigliato’ al posto della dicitura ‘prezzo’. Quella di mettere la scritta del contributo consigliato è stata una maniera per non fare apparire il loro commercio un vero commercio, ma è evidente che alla luce della Scrittura anche questo è commercio. Speriamo che le cose migliorino, e che un giorno capiscano che questo loro commercio non è affatto buono. Per ciò che concerne gli usi dei manuali per l’insegnante anche questa la ritengo una cosa che non si addice ai santi, perché credo che chi presiede per fare la scuola domenicale debba insegnare quello che Dio gli mette in cuore di insegnare in quel particolare giorno. Non importa se l’insegnamento viene rivolto a dei bambini, o a degli adulti, chi presiede ad insegnare deve affidarsi interamente a Dio chiedendogli di fargli insegnare in quel particolare giorno quello che Lui vuole, e non quello che gli altri vogliono. Questo non significa che chi deve insegnare non possa suddividere un insegnamento in più parti, nel senso che non possa tenere una serie di insegnamenti su un certo argomento nello spazio di un mese e così via, no, lo può fare, ma deve fare il tutto guidato da Dio, e non da manuali. Per altro, ho visto che questi manuali, per alcuni sono comodi perché così non hanno affatto bisogno di prepararsi, meditando e pregando, per lo studio, perché devono semplicemente leggere dal manuale la lezione. Quindi, il manuale in alcuni casi porta alla pigrizia spirituale: che bisogno c’è infatti di passare ore in preghiera, o meditando la Scrittura, se tutto quello che si deve dire è già scritto in un manuale. Quindi, certamente, in questa maniera si limita l’opera e la guida dello Spirito Santo nel ministro che deve insegnare la Parola di Dio. Anche il fatto di apporre su una tabella se il piccolo che ha partecipato alla scuola domenicale ha versato o meno la sua offerta, non la ritengo una cosa che si addice ai santi. Perché mettere chi non ha dato? Per farlo vergognare? O per ricordargli che la prossima volta deve dare l’offerta? Si rimane veramente indignati nel vedere queste cose. Ricordo che molti anni fa su una pubblicazione delle ADI vidi niente di meno messi in ordine i nomi di tutti coloro che avevano mandato delle offerte alle ADI (non ricordo per quale ragione); c’erano sia i nomi dei fratelli che l’ammontare che avevano dato, ovviamente erano messi in ordine decrescente (se non ricordo male perché sono passati molti anni ormai) per cui quelli che avevano spedito più denaro erano ai primi posti, e quelli che avevano dato meno in basso. Io e mio fratello rimanemmo sconcertati nel vedere questa cosa. In questa maniera non si vuole far altro che sollecitare (in maniera subdola) chi ha dato poco o pochissimo, a dare la volta successiva molto di più per poter ricoprire una posizione preminente o comunque non disonorevole. Io personalmente non farei mai una simile cosa. Il fatto poi di sollecitare a dare per l’opera di Dio facendo leva sempre più spesso sull'emotività nei momenti particolari di Benedizione, per fare aprire i portafogli al di là delle proprie possibilità o intenzioni, sull'esempio dei ben più preparati "evangelisti" americani, anche questa cosa non la ritengo si addice ai santi. Questa è astuzia, non si può definire in altra maniera. Ma d’altronde alcuni nelle ADI dicono che dobbiamo essere astuti come i serpenti, per cui non mi meraviglio più di tanto di questo comportamento. Che cosa è rimasto allora di genuino nelle ADI? Ritengo poco. Molte predicazioni, molti discorsi sulle cose di Dio, sono artificiosi, sono tutte cose preparate con l’ausilio di un manuale o ripetute per sentito dire o niente di meno che lette da un foglio svolazzante che talvolta qualche colpo di vento improvviso porta via dal pulpito con grande imbarazzo del predicatore. Manca la pienezza di convinzione, manca la potenza, manca anche la chiarezza molte volte. Ho sentito spesso parlare in maniera ambigua, tanto da non capire cosa il predicatore volesse dire su una certa cosa. Non parliamo poi di esortazioni mirate, come per esempio quella rivolta alle sorelle di non mettersi minigonne, gonne con spacchi, gonne attillate, trucchi, orecchini, e così via. Sono quasi del tutto scomparse. Se poi andiamo all’esortazione di non andare al mare a mettersi mezzi nudi, qui si assiste a questo e cioè che la cosa è al contrario incoraggiata in svariate maniere. E guai a coloro che si permettono di levare la voce contro questo malcostume!! Verranno ingiuriati, derisi, e messi in un cantuccio. Infine una cosa, la mancanza di genuinità sia nel parlare che nel comportamento non è qualcosa presente solo nelle ADI, nelle altre denominazioni pentecostali, è la stessa cosa. Anche nelle Elim, nella Chiesa Apostolica, nella Chiesa del Vangelo Quadrangolare, e in altre denominazioni, c’è questa mancanza di genuinità, di purità, di potenza, e di chiarezza. Il commercio per esempio è rampante anche in queste denominazioni pentecostali, le predicazioni sono anche qui spesso senza potenza, senza franchezza, ed anche qui non ci sono esortazioni contro certe concupiscenze mondane, come contro l’andare al mare, o come contro le minigonne, gli orecchini, le collane, i trucchi, e così via. Poi, per ciò che concerne la raccolta di denaro, anche qui assistiamo allo stesso spettacolo indecoroso. Va tuttavia detto che ci sono, anche se in numero sempre più minore, sia nelle ADI che nelle altre denominazioni pentecostali, fratelli e sorelle che non si conformano a certi comportamenti sbagliati, a certi modi di fare scandalosi, perché sono semplici, umili, e saggi. Ti posso assicurare che costoro soffrono nel vedere e sentire certe cose, nella stessa maniera che soffro io o soffri tu.

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7. Carissimo Giacinto allegata troverai la busta usata da una chiesa ADI per raccogliere decime e offerte. Cosa ne pensi?

Poche parole di commento, io riprovo questo metodo per raccogliere denaro presente nelle ADI, sia perchè la raccolta include la decima che sotto la grazia non va imposta ai santi, e sia perchè sulla lettera occorre specificare sia la data che il proprio nome e cognome cosa questa che permette al pastore e agli anziani di tenere sotto controllo i credenti, o meglio le entrate provenienti dai credenti, insomma in questa maniera si può stilare un registro di chiesa in cui trascrivere periodicamente esattamente quanto uno ha o non ha dato, se le sue offerte e decime sono aumentate o meno con il tempo o si sono mantenute stabili, e così via. Ma Gesù non ci ha forse detto che quando facciamo elemosina, la nostra sinistra non deve sapere quello che fa la nostra destra affinchè la nostra elemosina sia fatta in segreto (cfr. Matteo 6:2-4)? Con questa lettera invece quello che fa la nostra destra viene apertamente fatto conoscere, capisco che magari questo avviene contro la propria volontà, ma avviene, e questo va evitato perchè quando si da bisogna cercare di non fare suonare la tromba per far vedere o sapere quando e quanto si da. Qui in effetti chi da viene costretto a suonare la tromba, e questo devo dire non può che rattristare chi ha un cuore onesto e sincero. E poi con questo metodo si può anche far vergognare un credente che magari per svariate circostanze della sua vita in un certo periodo può dare poco. Non solo, con questo metodo si possono pure incoraggiare gli ipocriti che ci sono nei locali di culto, perchè essi non aspettano altro di mettersi in mostra, di innalzarsi, di farsi vedere, di suonare la tromba per qualsiasi cosa fanno, per innalzarsi sugli altri e così via. Gente carnale questa che cammina secondo i desideri della carne, pieni di vanagloria e di arroganza, che così in questa maniera possono acquistare prestigio agli occhi del pastore o degli anziani della Chiesa, che naturalmente avranno un occhio di riguardo (checché se ne dica) nei confronti di quelli che danno più degli altri. E non solo, aggiungo che il pastore può essere anche condizionato per ciò che concerne la predicazione, perchè sapendo che certi credenti di cui sa il nome e cognome anche se si comportano male danno 'molto' cercherà con le sue predicazioni di non contristarli a ravvedimento, non cercherà di riprenderli come meritano in maniera chiara e precisa, per paura di perdere le loro abbondanti entrate, e ti posso assicurare che questo è quello che accade quando il pastore è corrotto. Il rischio di non vedere più le offerte e le decime di questi moderni Farisei è concreto, reale, e lo condizionerà. Non c'è dubbio su questo. Già questo avviene in comunità che non usano questo stratagemma, figuriamoci in quelle dove questo stratagemma è presente e collaudato!!! Ecco perchè la maniera migliore per raccogliere denaro in seno alla Chiesa è quella di porre una scatola nel locale di culto dove i credenti sono chiamati a versare quanto hanno deliberato in cuore loro, secondo la prosperità concessagli dal Signore, perchè in questa maniera si evita di far conoscere al pastore o agli anziani quanto il singolo credente ha dato. Questa è la maniera di raccogliere denaro che fu usata ai giorni di Joas, re di Giuda, quando questo re decise di restaurare la casa dell’Eterno che prima che lui diventasse re era stata saccheggiata e profanata. Ecco quello che si legge nella Scrittura: “Il re dunque comandò che si facesse una cassa e che la si mettesse fuori, alla porta della casa

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dell’Eterno. Poi fu intimato in Giuda e in Gerusalemme che si portasse all’Eterno la tassa che Mosè, servo di Dio, aveva imposta ad Israele nel deserto. E tutti i capi e tutto il popolo se ne rallegrarono e portarono il danaro e lo gettarono nella cassa finché tutti ebbero pagato. Or quand’era il momento che i Leviti doveano portar la cassa agl’ispettori reali, perché vedevano che v’era molto danaro, il segretario del re e il commissario del sommo sacerdote venivano a vuotare la cassa; la prendevano, poi la riportavano al suo posto; facevan così ogni giorno, e raccolsero danaro in abbondanza. E il re e Jehoiada lo davano a quelli incaricati d’eseguire i lavori della casa dell’Eterno; e questi pagavano degli scalpellini e de’ legnaiuoli per restaurare la casa dell’Eterno, e anche de’ lavoratori di ferro e di rame per restaurare la casa dell’Eterno. Così gl’incaricati dei lavori si misero all’opera, e per le loro mani furon compiute le riparazioni; essi rimisero la casa di Dio in buono stato, e la consolidarono. E, quand’ebbero finito, portarono davanti al re e davanti a Jehoiada il rimanente del danaro, col quale si fecero degli utensili per la casa dell’Eterno: degli utensili per il servizio e per gli olocausti, delle coppe, e altri utensili d’oro e d’argento. E durante tutta la vita di Jehoiada, si offrirono del continuo olocausti nella casa dell’Eterno” (2 Cron. 24:8-14). Ovviamente in queste Scritture si parla di tassa, perchè il re si rifaceva alla legge di Mosè, ma noi non siamo più sotto la legge. Nel tempio di Gerusalemme ai giorni di Gesù era in questa maniera che si raccoglievano le offerte dei Giudei (cfr. Mar. 12:41). Concludo dicendo questo: di alcune specifiche parole di Gesù a taluni pastori, ANCHE nelle ADI, oggi non importa proprio nulla, ecco perchè la semplicità ormai è quasi scomparsa ANCHE nelle ADI. Questo mi dispiace molto. Ma tu te lo immagini Gesù o gli apostoli del Signore agire in questa precisa maniera della lettera con tanto di nome e cognome per raccogliere le offerte dei credenti di allora? In verità questo metodo (e non è il solo) non fa parte di 'tutto l'Evangelo' che le ADI dicono di proclamare. E' qualcosa di estraneo, qualcosa che non si addice ai santi, qualcosa di riprovevole, qualcosa che per certo porta gli infedeli a biasimare la dottrina di Dio. Condividerei il metodo della lettera, se nella lettera non ci fossero sia le diciture Offerta e Decima che lo spazio riservato al nome e al cognome, se perciò si trattasse di una semplice lettera che permette a chi da l'offerta di rimanere anonimo (per cui è raccomandabile che la lettera sia poi posta dall'offerente in una apposita scatola posta nel locale di culto). Ma così come è non la posso condividere. Io sono persuaso infatti che sia nel dare da parte dei credenti per i vari bisogni presenti nella Chiesa che nel ricevere le offerte da parte dei ministri di Dio, ci deve essere la massima prudenza per evitare che qualcuno abbia qualcosa da ridire sul metodo usato per raccogliere denaro per l'opera di Dio in mezzo alla Chiesa dell'Iddio vivente, colonna e base della verità.

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ANGELOLOGIA

1. Gli angeli possono essere adorati?
No, gli angeli non vanno adorati perché sono delle creature di Dio e noi dobbiamo adorare il Creatore, cioè Dio, secondo che è scritto: “Adora il Signore Iddio tuo, ed a lui solo rendi il culto” (Matt. 4:10). Nel libro dell’Apocalisse questa proibizione viene confermata da Giovanni che racconta come per ben due volte egli si prostrò dinnanzi all’angelo di Gesù, che gli aveva parlato e mostrato delle cose, per adorarlo e per ben due volte questo santo angelo gli proibì di dargli l’adorazione. Ecco le parole di Giovanni: “E l’angelo mi disse: Scrivi: Beati quelli che sono invitati alla cena delle nozze dell’Agnello. E mi disse: Queste sono le veraci parole di Dio. E io mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo. Ed egli mi disse: Guàrdati dal farlo; io sono tuo conservo e de’ tuoi fratelli che serbano la testimonianza di Gesù; adora Iddio! …. E io, Giovanni, son quello che udii e vidi queste cose. E quando le ebbi udite e vedute, mi prostrai per adorare ai piedi dell’angelo che mi avea mostrate queste cose. Ma egli mi disse: Guàrdati dal farlo; io sono tuo conservo e de’ tuoi fratelli, i profeti, e di quelli che serbano le parole di questo libro. Adora Iddio” (Apoc. 19:9-10; 22:8-9). Le cose sono molto chiare dunque, gli angeli non vanno adorati. Nessuno ti inganni con vani ragionamenti; l’adorazione rivolta agli angeli è idolatria e gli idolatri non erediteranno il regno di Dio. Nessuno ti defraudi del tuo premio facendo leva sul culto degli angeli (cfr. Col. 2:18), culto che è molto diffuso nel Cattolicesimo. Guardati dal metterti ad adorare e servire la creatura invece del Creatore che è benedetto in eterno. Amen.

2. E’ vero che ciascuno di noi ha almeno un angelo che lo protegge?
Sì, è vero infatti è scritto che “gli angeli del Signore sono accampati intorno a quelli che lo temono, e li liberano” (Sal. 34:7). I primi discepoli del Signore credevano che ogni credente fosse protetto da degli angeli di Dio infatti quando certi credenti non credettero che fuori dalla porta della casa dove essi erano radunati (a pregare per Pietro che era stato messo in prigione ma che nel mentre – a loro insaputa - era stato liberato da un angelo del Signore) ci fosse Pietro dissero alla serva Rode “E’ il suo angelo” (Atti 12:15). Gesù parlando dei piccoli fanciulli ebbe a parlare dei “loro angeli” (Matt. 18:10) che in cielo vedono del continuo la faccia del Padre suo. Ci sono molte testimonianze tra la fratellanza di tutto il mondo di visioni di angeli visti attorno ai credenti. Va detto tuttavia che talvolta gli angeli appaiono anche nelle sembianze di uomini vestiti civilmente o militarmente, e non sempre vestiti di vesti bianche.

3. Come possiamo affermare che anche Gabriele sia Arcangelo? Forse dal fatto che anche egli è uno degli spiriti al cospetto di Dio?
Ascolta, per ciò che concerne Gabriele io non insegno che lui sia un arcangelo, non ho prove bibliche per farlo. Nel primo libro scritto da Luca viene chiamato angelo (cfr. Luca 1:26) per cui mi limito a dire che si tratta di un angelo e basta. Certo, sta davanti a Dio, ma è chiamato angelo per cui è meglio limitarsi a dire che si tratta di un angelo. Lo so che alcuni definiscono Gabriele uno degli arcangeli, ma per farlo si basano solo sul fatto che egli sta davanti a Dio (cfr. Luca 1:19). Per ciò che mi riguarda non è sufficiente questo per definirlo un arcangelo.

4. Fratello Giacinto, ti allego un breve studio che ho trovato su un sito straniero. Dice che i "figli di Dio" di cui si parla in Genesi 6 non erano angeli qualunque, ma erano gli angeli caduti di cui si parla in Giuda 6-7. Non avevo notato il collegamento tra il verso 7 e gli angeli di cui si parla nel verso 6, ma in ogni caso lo studio non mi convince, tu cosa ne pensi?
Allora, quei figli di Dio di cui si parla in Genesi 6 e che si presero le figlie degli uomini, erano effettivamente degli angeli di Dio, e questo è confermato in Giuda 6-7, e in 2 Piet. 2:4. Anche i passi di Giobbe lo confermano ampiamente che quei figli di Dio erano angeli di Dio. D'altronde devi tenere presente anche il linguaggio usato in genesi 6

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perchè l'espressione 'figlie degli uomini' viene messa in contrapposizione a quella di 'figli di Dio' quindi i figli di Dio erano di un altra natura delle figlie degli uomini, e precisamente erano di natura angelica. Tuttavia stai attento a non confondere questi angeli 'ribelli' con gli angeli che seguirono Satana alla sua ribellione, perchè quest'ultimi si ribellarono a Dio tempo prima, e poi mentre quest'ultimi sono liberi di agire nel mondo (cfr. Apoc. 12:7; 2 Cor. 12:7) quegli angeli che lasciarono la loro dignità primiera e commisero fornicazione con le figlie degli uomini furono e sono tuttora custoditi nell'abisso in catene in attesa di essere giudicati in quel giorno, quindi non sono liberi di agire in questo mondo. Nell'articolo quello che mi lascia perplesso e che non condivido è il fatto che l'autore dica che questo fu un attacco di satana contro il piano di Dio nel tentativo di contaminare l'intera razza umana e impedire una genealogia giusta da Adamo a Cristo 'attacking the plan of God, in an attempt to pollute the whole human race and prevent a righteous genealogy from Adam to Jesus Christ'. La Scrittura dice che 'ogni carne aveva corrotto la sua via sulla terra' (Gen. 6:12), quindi la malvagità sulla terra risaliva a tempo prima che avvenisse quella unione tra quegli angeli e delle figlie degli uomini, non è che quella grande malvagità che esisteva ai giorni di Noè fu il risultato di quella unione illecita, per lo meno questo è quello che io intendo dalla Scrittura. Come anche intendo che i giganti ci fossero anche prima che avvenisse quell'unione, infatti è scritto: "In quel tempo c’erano sulla terra i giganti, e ci furono anche di poi, quando i figliuoli di Dio si accostarono alle figliuole degli uomini, e queste fecero loro de’ figliuoli. Essi sono gli uomini potenti che, fin dai tempi antichi, sono stati famosi" (Gen. 6:4). Tieni dunque presente tutte queste cose a proposito di quegli angeli di Dio. La grazia sia con te.

5. Chi erano i figli di Dio di Genesi 6:2, di cui si dice che si presero per mogli delle figliuole di uomini?
Sono degli angeli infatti così sono chiamati gli angeli di Dio nel libro di Giobbe: “Su che furon poggiate le sue fondamenta [della terra], o chi ne pose la pietra angolare quando le stelle del mattino cantavan tutte assieme e tutti i figli di Dio davan in gridi di giubilo?" (Giob. 38:6-7). Chi potevano essere infatti quegli esseri che giubilarono quando Dio pose le fondamenta della terra se non gli angeli?' Certamente non potevano essere degli esseri umani che ancora non erano stati creati, dato che l'uomo fu creato il sesto giorno della creazione. Che quei figliuoli di Dio di Genesi 6:2 erano angeli è confermato per altro sia da Pietro che da Giuda; il primo dice che “Dio non risparmiò gli angeli che aveano peccato, ma li inabissò, confinandoli in antri tenebrosi per esservi custoditi pel giudizio” (2 Piet. 2:4); e il secondo dice: “Egli ha serbato in catene eterne, nelle tenebre, per il giudicio del gran giorno, gli angeli che non serbarono la loro dignità primiera, ma lasciarono la loro propria dimora. Nello stesso modo Sodoma e Gomorra e le città circonvicine, essendosi abbandonate alla fornicazione nella stessa maniera di costoro” (Giuda 6-7). In riferimento alle parole di Giuda notate come egli dica che gli abitanti di Sodoma, Gomorra e delle città vicine si abbandonarono alla fornicazione come fecero gli angeli di cui si parla poco prima. Alcuni dicono che quei figliuoli di Dio fossero degli uomini (secondo questa opinione infatti si trattava di uomini che invocavano Dio) e non degli angeli; ma questa interpretazione non regge anche perchè se non fossero degli angeli quegli esseri di Genesi 6:2, ma bensì degli uomini, non avrebbe avuto senso dire che i figliuoli di Dio videro che le figliuole degli uomini erano belle e se le presero per mogli perchè sarebbe come dire che dei figliuoli degli uomini videro che le figliuole degli uomini erano belle e se le sposarono! Che sarebbe successo di strano e di particolare? Niente. Invece proprio perchè la natura di coloro che si presero per mogli le figliuole degli uomini era diversa dagli uomini, erano infatti degli angeli, allora lo scrittore sospinto dallo Spirito Santo ha chiamato quegli esseri 'figliuoli di Dio'. Lo scrittore ha voluto così evidenziare la diversa natura tra i figli di Dio e le figlie degli uomini; i primi erano angeli e le seconde delle normali creature femminili nate dall'accoppiamento tra uomo e donna. Il che è confermato anche dal verso 1 del capitolo 6 di Genesi che indica il tempo in cui avvenne questo fatto in questi termini: “Or quando gli uomini cominciarono a moltiplicare sulla faccia della terra e furon loro nate delle figliuole, avvenne ....". E' evidente infatti che gli angeli non avrebbero potuto vedere la bellezza delle figlie degli uomini se non dopo che esse fossero nate e cresciute.

6. Qual è la differenza tra un angelo e un arcangelo?
La differenza è che l’arcangelo è un angelo di un grado superiore tanto è vero che nell’Apocalisse si legge che “vi fu battaglia in cielo: Michele e i suoi angeli combatterono col dragone, e il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero, e il luogo loro non fu più trovato nel cielo. E il gran dragone, il serpente antico, che è chiamato Diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo, fu gettato giù; fu gettato sulla terra, e con lui furon gettati gli angeli suoi” (Apoc. 12:7-9). Michele, che è un arcangelo (Giuda 9), è quindi a capo degli angeli di Dio.

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ARTI OCCULTE

1. Tra le varie arti occulte ce n’è qualcuna che un Cristiano può esercitare senza con questo disubbidire a Dio?
No, non c’è neppure un arte occulta che un Cristiano può esercitare senza andare contro la Parola di Dio e questo perché qualsiasi arte occulta, non importa quanto innocua possa apparire, e non importa con quale nome sia chiamata, è un opera ingannatrice del diavolo che si fonda sulla menzogna, e non può essere altrimenti perché chi l’ha inventata è il padre della menzogna, ed è un arte che per poter essere svolta ha bisogno dell’assistenza di spiriti maligni che sono al servizio del diavolo. Ovviamente il diavolo per poter indurre le persone a mettersi a fare le arti occulte, non le presenta come sfacciatamente malvagie ed estremamente pericolose, ma le presenta o come giochi o come arti che procurano del bene all’umanità, insomma come pratiche al servizio dell’umanità. Qui sta l’inganno diabolico da smascherare; tanti però ci sono cascati in questo inganno riempiendosi di guai, sì perché la via delle arti occulte è piena di guai e questo perché chi le esercita ha a che fare con spiriti malvagi che sono più forti dell’uomo e una volta caduti nelle loro mani è la fine perché si diventa loro schiavi; da un lato fanno magari guadagnare molto denaro a chi le esercita (la serva che a Filippi aveva uno spirito indovino faceva guadagnare molti soldi ai suoi padroni), ma dall’altro lo tormentano in ogni maniera appunto perché sono malvagi. Quello che bisogna infatti sempre tenere presente è che qualsiasi spirito che aiuta un mago o un indovino o un astrologo o chiunque altro, a svolgere un’arte occulta o più arti occulte, è MALVAGIO, e quindi non può cercare il bene di nessuno, neppure di chi viene aiutato a svolgere una determinata arte occulta. Certo che il mago o l’astrologo o il negromante non ti verranno mai a dire che gli spiriti lo tormentano, gli fanno del male, no questo mai; ma i fatti sono questi e sono inconfutabili. Anzi questi ministri del diavolo con il sorriso in bocca sono pronti a dirti che sono felici, si sentono realizzati ecc., menzogne, solo menzogne. Coloro che svolgono arti occulte e i cui corpi e le loro case sono infestati da spiriti malvagi non hanno pace, vivono nella paura e nel terrore, sorridono ma hanno il cuore profondamente triste. Nelle loro case avvengono fenomeni soprannaturali spaventevoli, rumori in piena notte che possono andare dai passi di qualcuno a colpi improvvisi che si sentono nell’armadio, oggetti che all’improvviso cadono o si spostano, rubinetti che si aprono da sé, ecc. E’ una vita miserabile, molto miserabile quella che conducono i ministri del diavolo. Termino con queste parole scritte nel libro della legge: “Non si trovi in mezzo a te chi faccia passare il suo figliuolo o la sua figliuola per il fuoco, né chi eserciti la divinazione, né pronosticatore, né augure, né mago, né incantatore, né chi consulti gli spiriti, né chi dica la buona fortuna, né negromante; perché chiunque fa queste cose è in abominio all’Eterno; e, a motivo di queste abominazioni, l’Eterno, il tuo Dio, sta per cacciare quelle nazioni d’innanzi a te” (Deut. 18:10-12).

2. Che cosa dice la Bibbia a proposito dell’astrologia?
La Bibbia insegna che l’astrologia – cioè la cosiddetta scienza che pretende di predire il futuro alle persone tramite l’osservazione dei pianeti e delle stelle - è un arte divinatoria condannata da Dio infatti la legge – che come dice Paolo è fatta per qualsiasi cosa contraria alla sana dottrina (cfr. 1 Tim. 1:8-11) – dice: “Non si trovi in mezzo a te chi faccia passare il suo figliuolo o la sua figliuola per il fuoco, né chi eserciti la divinazione, né pronosticatore, né augure, né mago, né incantatore, né chi consulti gli spiriti, né chi dica la buona fortuna, né negromante; perché chiunque fa queste cose è in abominio all’Eterno; e, a motivo di queste abominazioni, l’Eterno, il tuo Dio, sta per cacciare quelle nazioni d’innanzi a te” (Deut. 18:10-12). Gli astrologi dunque – essendo persone che fanno dei pronostici e dicono la buona fortuna - vanno considerati degli individui che fanno qualcosa di abominevole agli occhi di Dio. I pianeti e le stelle non possono in nessuna maniera influire sulla vita dell’uomo, né in bene e né in male, per cui è del tutto vano e inutile andare a consultare quelli che li osservano e studiano le loro varie posizioni. L’opera vana di questi individui è chiaramente attestata dalla Scrittura in questi termini: “Stattene or là co’ tuoi incantesimi e con la moltitudine de’ tuoi sortilegi, ne’ quali ti sei affaticata fin dalla tua giovinezza! forse potrai trarne profitto, forse riuscirai ad incutere terrore. Tu sei stanca di tutte le tue consultazioni; si levino dunque quelli che misurano il cielo, che osservano le stelle, che fanno pronostici ad ogni novilunio, e ti salvino dalle cose che ti piomberanno addosso! Ecco, essi sono come stoppia, il fuoco li consuma; non salveranno la loro vita dalla violenza della fiamma; non ne rimarrà brace a cui scaldarsi, né fuoco dinanzi al quale sedersi. Tale sarà la sorte di quelli intorno a cui ti sei affaticata. Quelli che han trafficato teco fin dalla tua giovinezza andranno errando ognuno dal suo lato, e non vi sarà alcuno che ti salvi” (Is. 47:12-15). State dunque attenti fratelli, fuggite la consultazione – anche per scherzo – dell’oroscopo, si tratta di una opera del diavolo condannata da Dio.

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3. Ho sentito dire a delle persone che hanno potuto parlare con i loro morti partecipando a delle sedute spiritiche. Che c’è di vero in tutto ciò? Che dice la Bibbia a tale proposito?
Queste persone non hanno affatto parlato con i loro cari morti, ma si sono illusi di avere parlato con essi. Lo spiritismo infatti – cioè l’arte di evocare gli spiriti dei defunti per farli parlare con i vivi – è un arte divinatoria bugiarda generata da colui che è il padre della menzogna, cioè il diavolo. Con chi hanno parlato allora queste persone che asseriscono di avere parlato chi con il fratello, chi con la sorella o la madre o il figlio? Hanno inconsapevolmente parlato con degli spiriti maligni al servizio del diavolo, che sanno contraffare o imitare molto bene la voce delle persone morte evocate. Se certi comici riescono a imitare così bene la voce di certi personaggi dello spettacolo o della politica, tanto da fare rimanere meravigliati talvolta persino le persone da loro imitate; non credo che ci sia affatto da meravigliarci un gran che se degli spiriti maligni riescano a fare la stessa cosa con la voce degli uomini. Il fine naturalmente che si prefiggono gli spiriti maligni è quello di sedurre i viventi. La Bibbia condanna lo spiritismo, sia chi evoca gli spiriti dei defunti che chi va a consultare gli spiriti. E’ scritto infatti: “Non si trovi in mezzo a te chi faccia passare il suo figliuolo o la sua figliuola per il fuoco, né chi eserciti la divinazione, né pronosticatore, né augure, né mago, né incantatore, né chi consulti gli spiriti, né chi dica la buona fortuna, né negromante; perché chiunque fa queste cose è in abominio all’Eterno; e, a motivo di queste abominazioni, l’Eterno, il tuo Dio, sta per cacciare quelle nazioni d’innanzi a te” (Deut. 18:10-12), ed anche: “Non vi rivolgete agli spiriti, né agl’indovini; non li consultate, per non contaminarvi per mezzo loro. Io sono l’Eterno, l’Iddio vostro” (Lev. 19:31). Il re Saul fu fatto morire da Dio anche per avere consultato gli spiriti infatti è scritto: “Così morì Saul, a motivo della infedeltà ch’egli avea commessa contro l’Eterno col non aver osservato la parola dell’Eterno, ed anche perché aveva interrogato e consultato quelli che evocano gli spiriti, mentre non avea consultato l’Eterno. E l’Eterno lo fece morire, e trasferì il regno a Davide, figliuolo d’Isai” (1 Cron. 10:13-14). Termino con le parole del profeta Isaia: “Se vi si dice: ‘Consultate quelli che evocano gli spiriti e gl’indovini, quelli che sussurrano e bisbigliano’, rispondete: ‘Un popolo non dev’egli consultare il suo Dio? Si rivolgerà egli ai morti a pro de’ vivi?’ Alla legge! alla testimonianza! Se il popolo non parla così, non vi sarà per lui alcuna aurora! Andrà errando per il paese, affranto, affamato; e quando avrà fame, s’irriterà, maledirà il suo re ed il suo Dio. Volgerà lo sguardo in alto, lo volgerà verso la terra, ed ecco, non vedrà che distretta, tenebre, oscurità piena d’angoscia, e sarà sospinto in fitta tenebria” (Is. 8:19-22).

4. Carissimo signor Giacinto, ho una piccola domanda da porle… Sto leggendo con molto interesse i suoi scritti, sono consapevole che lei scrive per svegliare la gente a non seguire una religione fasulla ma a seguire la propria fede; con questo sono dalla sua parte. Pensi che io mi sono avvicinata al Santo Vangelo dopo la morte accidentale di mio fratello. Per quello che le dirò ora la prego non cestini questa lettera. Dopo due anni di sofferenze, sensi di colpa e via dicendo, conobbi una medium, che si mise in contatto con mio fratello, la cosa più bella è che questa donna non mi ha mai chiesto soldi ma mi ha sempre esortato a trovare le risposte alle mie domande sul Vangelo. Questa signora fa la scrittura automatica. Dall'aldilà viene aiutata da molti "maestri" che a loro volta mi hanno spiegato come leggere il vangelo e perché. Nei suoi scritti ritrovo molto dei loro insegnamenti anche perché, come dicono loro, la verità è una e non deve essere divulgata a scopo di lucro. In lei, a questo proposito, ho visto la stessa cosa. In definitiva nella frase chiedi e ti sarà dato, io devo dire che ho sempre ricevuto. Volevo comunque farle una domanda che spero non la faccia arrabbiare. Alla luce dei fatti e della mia piccola esperienza di vita penso alla reincarnazione come qualche cosa di possibile; primo perché su Matteo 11-14 c'è un riferimento dove Gesù dice : ‘E se volete credermi , è Giovanni quel profeta Elia che deve tornare . Chi ha orecchi, cerchi di capire!’ Poi c'è un’altro tratto del Vangelo dove, ora non mi ricordo più dove, chiedono a Gesù se si risorge nella stessa carne e si nasce dalla stessa madre ma Gesù risponde che si rinasce dal ventre di un'altra madre insomma una cosa del genere. Questo mi fa presagire che Dio ci offre svariate vite per poter migliorare la nostra fede perché Egli ci ama a tal punto che ci offre sempre la possibilità di riscattarci. Pensi che parlando addirittura con un prete non mi ha ammonito per ciò che avevo detto anche perché volevo sapere dato che lui è più informato di me in un concilio vaticano sono stati assassinati due vescovi che non erano d’accordo nel togliere la reincarnazione anche perché Gesù non ha mai smentito la cosa. Insomma perdoni la confusione dei fatti, non sono molto brava a memorizzare le cose ma sento questo concetto reale; ero addirittura molto piccola che lo sentivo parte reale della mia vita. La ringrazio vivamente per l'attenzione, sperando di non aver offeso nessuno. Un arrivederci e a presto.

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Ascolta, innanzi tutto sappi che chi pratica la negromanzia (l'evocazione degli spiriti) è dal diavolo e pratica qualcosa che la Parola di Dio condanna; non importa se egli o ella chieda o meno soldi, è dal diavolo, quindi ti esorto a non consultare i medium perchè essi fanno ciò che è in abominio a Dio. Ma non peccano solo i medium, ma anche coloro che vanno a consultarli, quindi dinnanzi a Dio hai peccato, pentiti immediatamente di questo tuo peccato e abbandonalo. Ricordati che il re Saul per aver consultato una medium fu messo a morte da Dio (1 Cronache 10:13-14). Per altro quelli che i medium evocano non sono gli spiriti dei defunti ma spiriti maligni che si camuffano assumendo le sembianze e la voce dei morti evocati e così ingannano i viventi per cui tu sei stata ingannata perchè ti è stato fatto credere che eri stata messa in contatto con tuo fratello. Ripeto, lascia perdere i medium perchè sono dei ministri del diavolo che si travestono da ministri di giustizia. Tu dici che nei miei scritti ritrovi molti degli insegnamenti dei 'maestri' dell'al di là; ascolta, così non è e non può essere perchè i miei scritti si basano sulla Parola dell'Iddio vivente e vero che è verità, mentre gli insegnamenti dei 'maestri' procedono dal diavolo che è bugiardo e padre della menzogna. Nello studiare il New Age ho letto parecchi dei loro messaggi (per confutarli) e posso assicurarti che essi non hanno nulla a che fare con il Vangelo e con la dottrina di Dio. Gli insegnamenti dei cosiddetti 'maestri ascesi' sono pieni di menzogne, ripeto pieni, e menano in perdizione coloro che li accettano. Quindi rigettali, butta via qualsiasi libro che tu hai e che pretende di essere la parola di qualcuno di questi maestri. Procurati una Bibbia e leggi solo essa perchè essa è la Parola di Dio che può salvarti dai tuoi peccati. Leggi le parole del Maestro, cioè, il Signore Gesù Cristo, Colui che Dio Padre ha mandato nel mondo per salvare i peccatori e che ci ha detto tutte le cose che ha udito dal Padre suo. Abbi piena fiducia nelle sue parole, sono verità e possono salvarti e liberarti da qualsiasi inganno. Ti esorto a pentirti di tutti i tuoi peccati, a credere che egli è morto per i nostri peccati e che il terzo giorno è risorto dai morti per la nostra giustificazione, e a confessare che Egli è il Signore e sarai salvata. Per ciò che concerne la reincarnazione essa è menzogna, e l'ho ampiamente dimostrato nel mio libro ‘Il New Age’ che quindi ti invito a leggere attentamente. In esso troverai le risposte alle domande che mi hai fatto. Spero e prego che il Signore della gloria ti illumini e ti salvi dai tuoi peccati e dalla perdizione eterna. Dio ti benedica.

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BAMBINI

1. Come mai ci sono dei bambini che nascono con delle malattie ed anche con gravi disfunzioni fisiche?
Ora, le ragioni per cui un bambino nasce malato o con deficienze fisiche possono essere le seguenti. La prima è che sia una punizione di Dio infatti Dio dice "io punisco l'iniquità dei padri sui figliuoli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano" (Es. 20:5). Ovviamente tu dirai: 'Come può un Dio così buono e misericordioso colpire il figlio di qualcuno per un suo misfatto personale?' Bene, ricordati che Dio è anche giusto e fa mietere ad ognuno il frutto della sua malvagità. Tu sai per esempio che ci sono alcuni che in virtù di alcuni loro vizi contro natura mettono al mondo dei figli con l'AIDS; non pensi che ciò sia la conseguenza dell'iniquità dei genitori? Ma tornando al fatto della punizione di Dio, ti voglio ricordare quello che avvenne al re Davide. Come tu sai il re Davide una notte mandò a chiamare Bath-Sheba, la moglie di Uria lo Hitteo, e si giacque con essa mettendola incinta, e in seguito fece uccidere il marito di Bath-Sheba. Ora, tu sai che Davide era un uomo secondo il cuore di Dio; ma che fece Dio? Chiuse gli occhi, lasciò stare Davide? No, ma gli mandò Nathan il profeta per annunciargli i suoi giudizi contro di lui. Tra questi giudizi ci fu pure il seguente. Dio gli disse: "Nondimeno, siccome facendo così tu hai data ai nemici dell'Eterno ampia occasione di bestemmiare, il figliuolo che t'è nato dovrà morire' (2 Sam. 12:14). Nathan se ne tornò a casa sua. E l'Eterno colpì il bambino che la moglie di Uria avea partorito a Davide, ed esso cadde gravemente ammalato. Ora, io ti chiedo: 'Non credi che Davide e Bath-Sheba soffrirono per questa malattia di cui fu colpito il bambino partorito da Bath-Sheba?' Io credo di sì. Tieni presente anche che Davide digiunò per sette giorni in favore del bambino, pensando e sperando che Dio avrebbe avuto pietà del bambino, ma le sue preghiere e il suo digiuno non servirono a nulla; il bambino fu fatto morire da Dio (2 Sam. 12:16-18). Che colpa aveva quel bambino per essere stato colpito da Dio? Io credo nessuna, tuttavia Dio agì con giustizia nei confronti di Davide. Ovviamente la punizione Dio può infliggerla anche colpendo di malattia un bambino mentre è ancora nel seno della madre. Naturalmente, questa ragione è difficile da accettare, ma la Scrittura ci autorizza a sostenerla. Ma c'è anche un'altra ragione per cui talvolta Dio fa nascere un bambino in queste condizioni, ed è "affinché le opere di Dio siano manifestate in lui" (Giov. 9:3), quindi in vista della sua gloria nel senso che poi Egli guarirà il bambino nato in quelle condizioni, traendo gloria per il suo nome, come nel caso del cieco nato a cui Gesù diede la vista quando questi era in età adulta (cfr. Giov. 9:6-34). Tieni presente che di questi casi di bambini nati zoppi, ciechi, o sordi, o con altre anomalie fisiche ce ne sono stati anche in questo secolo, e che quando è avvenuta la guarigione i genitori se erano dei credenti si sono fortificati nel Signore, se invece erano increduli si sono convertiti al Signore. Quindi io credo che la cosa migliore da fare per un credente in verso quelle famiglie che hanno dei figli nati malati è quella di incoraggiare i genitori ad avere fede in Dio e a pregarlo affinché guarisca il loro figlio o la loro figlia, io credo fermamente che nel nome di Gesù Cristo gli ammalati vengono guariti ancora oggi. "Pregate gli uni per gli altri onde siate guariti; molto può la supplicazione del giusto fatta con efficacia", dice Giacomo (Giac. 5:16). Quindi, non ci si tiri indietro dal dire a queste persone che il Signore Gesù Cristo può guarire la loro figlia o il loro figlio; siano esortati - se ancora non sono dei credenti - a credere nel Signore Gesù Cristo innanzi tutto per la loro salvezza e poi per la guarigione del malato. Sapete? Talvolta Dio "libera l'afflitto mediante l'afflizione, e gli apre gli orecchi mediante la sventura" (Giob. 36:15). La nostra speranza è che la famiglia sventurata, se ancora non è nella fede, mediante questa sventura possa venire alla conoscenza della verità: non sarebbe la prima volta che una cosa simile avviene. Quanti genitori nella disperazione per un figlio drogato o un figlio malato sono andati al Signore! La stessa cosa vale nel caso i genitori siano dei credenti, siano esortati a credere che il Signore può guarire il loro figlio o la loro figlia malata. In questa maniera essi si fortificheranno nel Signore e cominceranno ad aspettare la sua potente liberazione. Ovviamente, sia fatta la volontà di Dio, Dio regna e fa quello che vuole. Io non posso assicurare che è la volontà di Dio che egli guarisca ogni bambino nato deformato o malato, ma fino a quando Dio non dice che non è la sua volontà guarire qualcuno occorre insistere presso il trono della sua grazia con fede: lui è l'Onnipotente ed è Misericordioso, ricordatevelo sempre. Una cosa va detta a riguardo dell'eventualità che il Signore abbia deciso di non guarire un figlio o una figlia di una coppia di credenti con una buona coscienza e che lo invocano in fede e in verità per la guarigione del loro figlio o della loro figlia; in questo caso certamente una delle ragioni per cui il Signore decide di non esaudirli è quella di mantenerli umili, sì perché l'afflizione ci tiene umili, la prova - malattia o altro che sia - ci impedisce di insuperbirci. Nella Scrittura abbiamo un esempio di come talvolta il Signore al fine di non far insuperbire dei suoi figliuoli infligge loro quella che apparentemente sembrerebbe una punizione per un loro misfatto e rifiuta di rimuovere questa afflizione alle loro suppliche, l'esempio è quello dell'apostolo Paolo. Ecco quanto lui stesso dice ai santi di Corinto: "E perché io non avessi ad insuperbire a motivo della eccellenza delle rivelazioni, m’è stata messa una scheggia nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi ond’io non insuperbisca. Tre volte ho pregato il Signore perché l’allontanasse da me; ed egli mi ha detto: La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza. Perciò molto volentieri mi glorierò piuttosto delle mie debolezze, onde la potenza di Cristo

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riposi su me. Per questo io mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando son debole, allora sono forte" (2 Cor. 12:7-10). Come si può ben vedere, alle richieste, precisamente furono tre, di Paolo di rimuovere l'angelo di Satana postogli da Dio per schiaffeggiarlo, il Signore gli rispose che la sua grazia gli bastava perchè nella sua debolezza egli avrebbe mostrato la sua potenza. L'angelo di Satana in altre parole avrebbe continuato a schiaffeggiarlo affinchè Paolo non si insuperbisse a motivo della eccellenza delle rivelazioni ricevute. Ciò lo avrebbe reso debole, ma nello stesso tempo anche forte. La risposta a quelle sue specifiche richieste dunque fu negativa, dal punto di vista umano, ma ovviamente giusta da parte di Dio che sa sempre quello che fa e per quale motivo lo fa. Le sue vie sono giustizia, anche quando ci risponde negativamente. A Lui sia la gloria ora e in eterno. Amen.

2. Caro fratello Butindaro ho appena letto una sua risposta al quesito "Come mai ci sono dei bambini che nascono con delle malattie ed anche con gravi disfunzioni fisiche?"; la cosa che mi ha fatto letteralmente rabbrividire è questa, copio interamente la tua risposta così la riconoscerai sicuramente: "Ora, le ragioni per cui un bambino nasce malato o con deficienze fisiche possono essere le seguenti. La prima è che sia una punizione di Dio infatti Dio dice "io punisco l'iniquità dei padri sui figliuoli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano" (Es. 20:5). Ovviamente tu dirai: 'Come può un Dio così buono e misericordioso colpire il figlio di qualcuno per un suo misfatto personale?' Bene, ricordati che Dio è anche giusto e fa mietere ad ognuno il frutto della sua malvagità. Tu sai per esempio che ci sono alcuni che in virtù di alcuni loro vizi contro natura mettono al mondo dei figli con l'AIDS; non pensi che ciò sia la conseguenza dell'iniquità dei genitori? Ma tornando al fatto della punizione di Dio, ti voglio ricordare quello che avvenne al re Davide. Come tu sai il re Davide una notte mandò a chiamare Bath-Sheba, la moglie di Uria lo Hitteo, e si giacque con essa mettendola incinta, e in seguito fece uccidere il marito di Bath-Sheba. Ora, tu sai che Davide era un uomo secondo il cuore di Dio; ma che fece Dio? Chiuse gli occhi, lasciò stare Davide? No, ma gli mandò Nathan il profeta per annunciargli i suoi giudizi contro di lui. Tra questi giudizi ci fu pure il seguente. Dio gli disse: "Nondimeno, siccome facendo così tu hai data ai nemici dell'Eterno ampia occasione di bestemmiare, il figliuolo che t'è nato dovrà morire' (2 Sam. 12:14). Nathan se ne tornò a casa sua. E l'Eterno colpì il bambino che la moglie di Uria avea partorito a Davide, ed esso cadde gravemente ammalato. Ora, io ti chiedo: 'Non credi che Davide e Bath-Sheba soffrirono per questa malattia di cui fu colpito il bambino partorito da Bath-Sheba?' Io credo di sì. Tieni presente anche che Davide digiunò per sette giorni in favore del bambino, pensando e sperando che Dio avrebbe avuto pietà del bambino, ma le sue preghiere e il suo digiuno non servirono a nulla; il bambino fu fatto morire da Dio (2 Sam. 12:16-18). Che colpa aveva quel bambino per essere stato colpito da Dio? Io credo nessuna, tuttavia Dio agì con giustizia nei confronti di Davide. Ovviamente la punizione Dio può infliggerla anche colpendo di malattia un bambino mentre è ancora nel seno della madre. Naturalmente, questa ragione è difficile da accettare, ma la Scrittura ci autorizza a sostenerla’. Il dubbio che mi nasce spontaneo è questo: nella Parola di Dio è scritto in Giovanni 9:1-3 (nota il verso 3) “E passando vide un uomo ch'era cieco fin dalla nascita. E i suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco? Gesù rispose: Né lui peccò, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. (Sappiamo tutti e due benissimo che Gesù è venuto per adempiere la legge). In Ezechiele 18:18: Suo padre, siccome è stato un oppressore, ha commesso rapine a danno del fratello e ha fatto ciò che non è bene in mezzo al suo popolo, ecco che muore per la sua iniquità. 18:20 La persona che pecca è quella che morirà, il figlio non pagherà per l'iniquità del padre, e il padre non pagherà per l'iniquità del figlio; la giustizia del giusto sarà sul giusto, l'empietà dell'empio sarà sull'empio. in Deuteronomio 24:16: Non si metteranno a morte i padri per colpa dei figli, né si metteranno a morte i figli per colpa dei padri; ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato. Ora, presupposto che: "Deuteronomio 17:6 Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni; non sarà messo a morte sulla deposizione di un solo testimonio", ho esposto 3 versi che vanno contro la tua tesi. Che ne pensi? vorrei capire come fai ad affermare che un bambino, puro alla nascita, possa essere afflitto da una punizione da Dio, per causa poi non imputabile a lui, quando poi sappiamo che tutti siamo responsabili delle nostre azioni. "Se mio padre non vuole convertirsi perchè dovrei io pagare per lui, quando poi Gesù ha pagato per tutti". Capisco l'esempio di Davide che hai citato, ma personalmente ho comparato vari passi della Bibbia, sia del NT che AT, con cui ti ho motivato la mia risposta. Per quanto riguarda Davide, a mio avviso, era un eccezione, perchè, come saprai, molte cose della vita in Dio sono personali e quindi variabili da persona a persona, senza contare poi, che nel

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caso di Davide, Dio non avrebbe potuto mai permettere che suo figlio, frutto di una sua trasgressione, salisse al trono. Fammi sapere che ne pensi. Dio ci aiuti e ogni cosa sia fatta per il prosieguo della Sua opera.
Innanzi tutto vorrei ribadire che nella mia risposta io non ho detto che tutti i bambini che nascono malati nascono in seguito ad una punizione di Dio verso i loro genitori, ma solo che in alcuni casi la ragione è questa. Difatti ho anche detto che in altri casi si tratta di una prova per i genitori, e quindi non è a cagione di un peccato dei genitori e in altri casi ancora è avvenuto così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui e Dio tragga gloria da quella malattia. Per cui nessuno mi può dire che io affermo che in ogni caso di malattia di un neonato o di una sua deformazione, si tratta di un giudizio di Dio contro i genitori o uno dei genitori. Può succedere, e succede, ma non sempre è per questa ragione. Dio ovviamente sa quando si tratta di un caso e quando si tratta di un altro; io ho solo detto quali possono essere le ragioni. Riguardo ai passi che mi hai citato io sono d'accordo con essi, ma se tu leggi attentamente questi passi noterai che in essi Dio non dice che Lui non può punire delle persone facendogli morire i propri figli o magari colpendoli con delle malattie mentre essi sono ancora nel seno della madre o dopo che essi sono usciti dal seno. Tanto è vero che nel caso di Davide, per una colpa da lui commessa, il bambino che gli nacque dal suo rapporto illecito con Bath-Sheba fu fatto morire proprio da Dio. Prima il bambino fu colpito da Dio con una malattia, e poi fu fatto morire. Tu dici che si tratta di un eccezione, ma rimane il fatto che chi fece morire quel bambino fu DIO. Agì ingiustamente Dio? Non credo proprio. Lo so, noi possiamo dire: ‘Ma che male aveva fatto quel bambino?’ Ma non era stato Davide a commettere adulterio e a fare uccidere Uria lo Hitteo? Che c’entrava quel bambino?’ Ma rimane il fatto che Dio punì Davide infliggendo prima una malattia ad un bambino appena nato e poi facendolo morire. Ti confesso che dinnanzi a questa punizione di Dio verso Davide (e non verso il bambino) rimango meravigliato, ma devo prendere atto che ci fu e che dato che Dio non commette ingiustizie devo dire che quel giudizio verso Davide fu un giusto giudizio. E qui vorrei farti notare che Dio non fece morire il figlio di Davide perché non avrebbe mai potuto permettere che suo figlio, frutto di una sua trasgressione, salisse al trono, ma per un'altra ragione che gli disse il profeta Nathan e cioè perché Davide aveva fatto uccidere Uria per mano degli Ammoniti dando in questa maniera ai nemici di Dio ampia occasione di bestemmiare (cfr. 2 Sam. 12:13-14). Tienila dunque ben presente la ragione per la quale quel bambino fu fatto morire da Dio. Non fu perché il figlio di due adulteri non poteva salire al trono, anche perchè Dio ancora non aveva rivelato a Davide chi sarebbe stato quel suo figlio che Egli avrebbe posto sul trono, questo avvenne tempo dopo. Davide per quel misfatto che aveva compiuto meritava la morte, su questo non c’è il minimo dubbio, tuttavia Davide quando Nathan lo riprese severamente da parte di Dio, si pentì infatti disse: “Ho peccato contro l’Eterno” (2 Sam. 12:13) e allora Dio lo perdonò infatti Nathan gli disse: “E l’Eterno ha perdonato il tuo peccato. Tu non morrai” (2 Sam. 12:13). Quindi quel peccato gli fu rimesso, ma a cagione delle conseguenze di quel peccato, cioè per il fatto che Davide aveva così facendo dato agli Ammoniti occasione di bestemmiare Dio, il bambino che gli nacque da Bath-Sceba fu fatto morire da Dio. Questo nel caso di Davide. Ma ci sono casi trascritti nella Bibbia in cui padri e figli sono stati fatti morire da Dio per i misfatti dei padri. Ti cito alcuni esempi; l’esempio di Kore, Dathan e Abiram che per essersi ribellati contro Mosè ed Aaronne, furono fatti scendere vivi nel soggiorno dei morti assieme ai loro figli e ai loro piccini (cfr. Num. 16:1-35); l’esempio di Acan che per avere preso dell’interdetto in Gerico Dio ordinò che fosse dato alle fiamme con tutto quello che gli apparteneva quindi anche con i suoi figli e le sue figlie (cfr. Gios. 7:1-26). L’esempio di Geroboamo che per i peccati che aveva commesso e che aveva fatto commettere al popolo fu prima colpito da Dio a morte (cfr. 2 Cron. 13:20) e poi Dio fece sterminare tutta la sua casa quindi anche i suoi figli (cfr. 1 Re 15:29-30). Qui siamo di fronte a casi di uomini che hanno rinnegato il patto che Dio aveva fatto con loro, e il loro peccato ha avuto delle conseguenze anche sui loro figli. In questi casi vediamo adempiute in maniera evidente le seguenti parole di Dio: “Io, l’Eterno, l’Iddio tuo, sono un Dio geloso che punisco l’iniquità dei padri sui figliuoli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano” (Es. 20:5). Il peccato di un padre quindi ha delle ripercussioni pure sui propri figli. Ma non aveva forse detto Dio nella legge al popolo che se essi avessero disubbidito alla sua voce Egli li avrebbe puniti sterminandogli i figli secondo che è scritto: “E se mi resistete con la vostra condotta e non volete darmi ascolto, io vi colpirò sette volte di più, secondo i vostri peccati. Manderò contro di voi le fiere della campagna, che vi rapiranno (nota mia: nella Diodati: ‘vi orberanno di’) i figliuoli, stermineranno il vostro bestiame, vi ridurranno a un piccol numero, e le vostre strade diverranno deserte” (Lev. 26:21-22)? E quando i loro figli non sarebbero stati distrutti sarebbero invece stati menati via in cattività secondo che è scritto: “I tuoi figliuoli e le tue figliuole saran dati in balìa d’un altro popolo; i tuoi occhi lo vedranno e languiranno del continuo dal rimpianto di loro, e la tua mano sarà senza forza” (Deut. 28:32) e: “Genererai figliuoli e figliuole, ma non saranno tuoi, perché andranno in schiavitù” (Deut. 28:41). C’è anche un caso nel Nuovo Testamento in cui i figli di qualcuno sono stati puniti per la colpa di un loro genitore, è quello di Jezabel che nella chiesa di Tiatiri insegnava e seduceva i servitori del Signore perché commettessero fornicazione e mangiassero cose sacrificate agli idoli e a cui Dio aveva dato il tempo per ravvedersi ma lei non si era voluta ravvedere, allora Dio gettò lei sopra un letto di dolore e uccise i suoi figli. Ecco le parole di Gesù: “E metterò a morte i suoi figliuoli; e tutte le chiese conosceranno che io son colui che investigo le reni ed i cuori; e darò a ciascun di voi secondo le opere vostre” (Apoc. 2:23). E assieme a questo caso ti potrei citare quello degli scribi e dei Farisei del tempo di Gesù a cui Gesù Cristo rivolse delle dure parole che predicevano una loro punizione anche a motivo

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dell’iniquità dei loro padri, ecco le parole del Maestro: “Guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, perché edificate i sepolcri ai profeti, e adornate le tombe de’ giusti e dite: Se fossimo stati ai dì de’ nostri padri, non saremmo stati loro complici nello spargere il sangue dei profeti! Talché voi testimoniate contro voi stessi, che siete figliuoli di coloro che uccisero i profeti. E voi, colmate pure la misura dei vostri padri! Serpenti, razza di vipere, come scamperete al giudizio della geenna? Perciò, ecco, io vi mando de’ profeti e de’ savî e degli scribi; di questi, alcuni ne ucciderete e metterete in croce; altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città, affinché venga su voi tutto il sangue giusto sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele, fino al sangue di Zaccaria, figliuol di Barachia, che voi uccideste fra il tempio e l’altare. Io vi dico in verità che tutte queste cose verranno su questa generazione” (Matt. 23:29-36). Come puoi vedere da te stesso, Gesù disse agli scribi e ai Farisei che su loro sarebbe venuto il sangue dei profeti che era stato sparso dai loro padri. E questa punizione si compì nell’anno 70 quando Gerusalemme fu distrutta dall’esercito romano e migliaia di persone furono trucidate. Quindi la Scrittura conferma che Dio punisce l’iniquità dei padri sui figli di coloro che lo odiano anche sotto la grazia; nessuno si illuda dunque. Ora, in tutti questi casi che ho citato la punizione di Dio inflitta ai figli fu la morte, nel caso del figlio di Davide fu preceduta da una grave malattia che il bambino contrasse dopo che fu nato e quindi non mentre era ancora nel grembo della madre. Ed oggi Dio agisce nella stessa maniera, non è cambiato. Ci sono casi però in cui la punizione Dio la infligge ai figli dei peccatori mentre essi sono ancora nel seno della loro madre e mi riferisco a casi di malformazione, di cecità, di sordità e di mutismo, ecc., per un peccato commesso dai genitori. L’esempio che mi viene in mente per primo è quello di un fratello e di una sorella che decidono di sposarsi mentre la Bibbia glielo vieta: “Non scoprirai la nudità della tua sorella, figliuola di tuo padre o figliuola di tua madre, sia essa nata in casa o nata fuori” (Lev. 18:9); “Se uno prende la propria sorella, figliuola di suo padre o figliuola di sua madre, e vede la nudità di lei ed ella vede la nudità di lui, è una infamia; ambedue saranno sterminati in presenza de’ figliuoli del loro popolo; quel tale ha scoperto la nudità della propria sorella; porterà la pena della sua iniquità” (Lev. 20:17). Non è forse vero che in molti casi i bambini nati da questo matrimonio incestuoso sono ciechi, sordi, malformati, ecc.? Anche i matrimoni con i cugini sono pericolosi e da essi nascono spesso figli malati, come si legge in un trattato di ginecologia: ‘Da un punto di vista essenzialmente clinico occorre sottolineare gli aspetti negativi del matrimonio fra consanguinei ed essenzialmente del matrimonio fra cugini di primo grado. Tali rischi sono connessi sia alla morbilità che alla mortalità. Numerose sono le affezioni che insorgono più facilmente nei nati da matrimoni fra primi cugini che non nei matrimoni fra persone che non hanno alcun antenato in comune. Fra queste affezioni quelle che presentano una più elevata frequenza, come denunciato ormai chiaramente da una vasta serie di indagini statistiche, sono, oltre l’albinismo e l’idiozia infantile amaurotica già citati, l’ittiosi congenita, la cecità congenita ai colori e la xeroderma pigmentosa. Oltre alla morbilità il matrimonio fra consanguinei fa materialmente aumentare i rischi di mortalità …’ (Cesare Andreoli, ‘Genetica’ in Trattato italiano di Ginecologia, vol. 1, Novara 1966, pag. 38). Come mai anche da questi matrimoni, vietati dalla Scrittura secondo che è scritto: “Nessuno si accosterà ad alcuna sua parente carnale per scoprire la sua nudità. Io sono l’Eterno” (Lev. 18:6), nascono dei figli malformati o gravemente malati? Semplice, si tratta della pena della loro iniquità che essi portano. E che dire poi di quei casi in cui il padre per avere commesso un peccato contro natura e avere contratto certe malattie veneree, mette incinta la propria moglie che dà alla luce un figlio malato a motivo della trasgressione del padre? Non sono questi casi in cui Dio fa ricadere l’iniquità dei genitori sui loro figli? Certo che sì. Ma d’altronde è scritto chiaramente che Dio punisce l’iniquità dei padri sui figli di coloro che lo odiano fino alla terza e alla quarta generazione (cfr. Es. 20:5). Un’altra cosa: nella Scrittura troviamo il principio che per la colpa di un padre, anche i suoi discendenti ne pagano le conseguenze, e questo principio lo vediamo chiaramente esposto nella vita di Adamo, il primo uomo e il padre di tutte le generazioni a venire. Il peccato infatti è entrato nel mondo proprio tramite Adamo (cfr. Rom. 5:12), e con il peccato è entrata la morte spirituale (la punizione inflitta da Dio su Adamo) che è passata su tutti gli uomini che quindi nascono sotto il peccato e perciò sotto la condanna (cfr. Rom. 5:18). Perché la morte è passata anche sui discendenti di Adamo, anche se questi non hanno peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo? Che colpa hanno avuto i discendenti di Adamo per essere nati sotto la condanna divina? Non pensi che l’esempio di Adamo insegni che le conseguenze del peccato si fanno sentire anche sui propri figli? E dato che ti ho citato questo principio ti cito un altro principio biblico e cioè che nel momento in cui un uomo fa del bene anche i suoi discendenti vengono in una certa maniera considerati come se avessero fatto quell’opera. Questo principio lo troviamo nell’epistola agli Ebrei dove viene detto: “Or considerate quanto grande fosse colui al quale Abramo, il patriarca, dette la decima del meglio della preda. Or quelli d’infra i figliuoli di Levi che ricevono il sacerdozio, hanno bensì ordine, secondo la legge, di prender le decime dal popolo, cioè dai loro fratelli, benché questi siano usciti dai lombi d’Abramo; quello, invece, che non è della loro stirpe, prese la decima da Abramo e benedisse colui che avea le promesse! Ora, senza contraddizione, l’inferiore è benedetto dal superiore; e poi, qui, quelli che prendon le decime son degli uomini mortali; ma là le prende uno di cui si attesta che vive. E, per così dire, nella persona d’Abramo, Levi stesso, che prende le decime, fu sottoposto alla decima; perch’egli era ancora ne’ lombi di suo padre, quando Melchisedec incontrò Abramo” (Ebr. 7:4-10). Ora, Levi ancora non era nato, ma siccome era nei lombi d’Abrahamo quando questi diede la decima a Melchisedec, è come se anche lui avesse dato la decima, e ciò nella persona d’Abrahamo. Ecco perché Dio usa benignità verso i figli del giusto perché si ricorda del bene fatto dal loro padre. Per esempio quando Abrahamo fu provato da Dio e si mostrò ubbidiente fino ad essere disposto e pronto ad offrire il suo figlio Isacco, Dio per premiarlo gli giurò tra le altre cose questo: “Io certo ti benedirò e moltiplicherò la tua progenie come le stelle del cielo e come la rena ch’è sul lido del mare; e la tua progenie possederà la porta de’

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suoi nemici” (Gen. 22:17). Quando Salomone si volse agli dèi delle nazioni e Dio si indignò contro di lui dicendogli che gli avrebbe tolto il regno per darlo al suo servo, gli disse: “Nondimeno, per amor di Davide tuo padre, io non lo farò te vivente, ma lo strapperò dalle mani del tuo figliuolo. Però, non gli strapperò tutto il reame, ma lascerò una tribù al tuo figliuolo, per amor di Davide mio servo, e per amor di Gerusalemme che io ho scelta” (1 Re 11:12-13). Nota come Dio promise due cose per amor di Davide; quindi in questi due casi la Scrittura evidenzia i meriti dei padri. Nel primo caso Dio fece una promessa alla progenie di Abrahamo per amor di Abrahamo, e nel secondo caso evitò a Salomone di vedere i suoi giudizi contro di lui mentre lui era ancora vivente per amore di Davide. Ma non è forse vero che anche tra gli stessi esseri umani, ci sono uomini che per il bene ricevuto da qualcuno, quando questi muore fanno del bene ai suoi figli per amore di costui? Nella Bibbia non leggiamo forse che Davide dopo che morì Gionathan che gli aveva fatto tanto bene, fece del bene al figlio di Gionathan, per amore di Gionathan (cfr. 2 Sam. 9:1-13)? Dunque, non esistono solo dei demeriti dei padri che hanno delle nefaste conseguenze sui loro figli, ma anche dei meriti dei padri che hanno delle benefiche conseguenze sui loro figli, tutto ciò perché Dio è giusto. Per concludere quindi, quei passi che tu mi hai citato nella tua domanda vanno visti anche alla luce di queste Scritture da me citate, e con essi armonizzati. Certamente quei passi da te citati sono veraci infatti un tribunale umano non può condannare a morte i figli di un uomo colpevole se questi suoi figli sono innocenti perché la legge insegna che ognuno deve essere messo a morte, nel caso la legge della nazione prescriva la pena di morte, per i propri crimini. I figli non possono essere messi a morte per i crimini dei padri. La legge di Dio vieta giustamente di punire i figli per i crimini dei padri perché ognuno deve essere punito per i propri misfatti. Quindi se il padre è malvagio e il figlio è giusto perché osserva la Parola di Dio, è giusto che la malvagità del malvagio lo faccia perire, e la giustizia del giusto faccia continuare quest’ultimo a vivere. Dal punto di vista legale, questo è giusto. I passi dunque che tu citi a sostegno del fatto che i figli non possono essere puniti per delle colpe dei padri, riguarda l’aspetto legale della legge di Mosè, l’aspetto giurisdizionale della legge. Comprendo che i due aspetti della questione possono apparire in contraddizione tra di essi, ma non c’è affatto contraddizione.

3. Sfogliando il sito, ho trovato una tua risposta molto interessante che vorrei approfondire: "1. Come mai ci sono dei bambini che nascono con delle malattie ed anche con gravi disfunzioni fisiche?" Nella risposta, tra le varie cause tu indichi "La prima è che sia una punizione di Dio infatti Dio dice "io punisco l'iniquità dei padri sui figliuoli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano" (Es. 20:5)", continuando porti anche l'esempio del Re Davide al quale muore il figlio come conseguenza del suo peccato. Mi trovo d’accordo con quanto affermi, ma la mia domanda è questa: io credente, nato di nuovo, che ho accettato Gesù Cristo come personale Salvatore, posso in qualche modo risentire o pagare le conseguenze di un peccato commesso da un genitore o parente prossimo? Esistono peccati commessi da parenti a mia insaputa che possono avere effetti negativi su di me anche se io e la mia famiglia siamo credenti? In sostanza, io figlio di Dio rientro tra le persone elencate nelle generazioni di Esodo 20:5? Questi casi vanno trattati in modo specifico affinché si annullino i possibili effetti (fatture, malocchi, pratiche occulte)? Personalmente credo che nel momento della nuova nascita, quando confesso i miei peccati conosciuti e non a Dio, io ne sia istantaneamente liberato. Grazie per la tua preziosa disponibilità, e che Dio benedica abbondantemente la tua opera.
Innanzi tutto va detto che quando qualcuno nasce di nuovo, diventa un figlio di Dio, e quindi cessa di essere un figlio dell’ira, cessa di essere un nemico di Dio perché si riconcilia con Dio in Cristo. E come dice Paolo: “Le cose vecchie son passate: ecco, son diventate nuove” (2 Cor. 5:17). E’ quindi da escludersi che un credente possa venire punito da Dio per un misfatto compiuto da un suo genitore o dai suoi genitori e questo perché il credente è stato riscattato dalla maledizione della legge secondo che è scritto: “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge” (Gal. 3:13). Facciamo un esempio; se i genitori del credente sono dati all’occultismo e alla magia e secondo il giudizio di Dio sono meritevoli di morte e per questo vengono messi a morte da Dio, il credente non potrà essere messo a morte assieme a loro. Per ciò che concerne gli effetti di eventuali fatture, malocchi e altro che qualcuno abbia fatto contro una famiglia, nel momento in cui un membro di questa famiglia nasce di nuovo viene liberato da qualsiasi maledizione lanciatagli contro da un ministro di Satana e questo perché il figliuolo di Dio è cosparso con il sangue di Cristo, ha lo Spirito Santo in Lui, ed è protetto dagli angeli del Signore. Per spiegarti questo concetto biblico mi rifaccio alla disubbidienza di Adamo, il padre dell’umanità, perché è da lui che sono discesi tutti gli uomini. Ora, egli disubbidì a Dio e a motivo di questa sua disubbidienza il peccato è passato su tutti gli uomini, e con il peccato la condanna (cfr. Rom. 5:12, 18). Ma che succede quando un figlio d’Adamo si pente dei suoi peccati e crede nel Figlio di Dio? Succede che questa condanna viene rimossa (cfr. Rom. 8:1), perché egli viene perdonato dai suoi peccati mediante la fede in Gesù. Quindi, mediante la fede, l’ira di Dio che pesava prima su questo discendente di Adamo, viene rimossa. Egli non è più considerato degno di essere punito con la morte seconda.

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Va tuttavia anche detto che ci possono essere dei casi in cui il figlio di un uomo, nonostante sia stato perdonato appieno da Dio e liberato da ogni maledizione, può dover risentire di una certa condotta iniqua di suo padre. Per esempio, nel caso suo padre aveva contratto molti debiti e muore assieme a sua moglie con quei debiti, i creditori si rifaranno sui suoi figli per cui i figli dovranno pagare i debiti del loro papà.

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BATTESIMO CON LO SPIRITO SANTO

1. Che cosa è il battesimo con lo Spirito Santo?
Il battesimo con lo Spirito Santo è un battesimo che viene ministrato dal Signore Gesù Cristo a chi ha creduto secondo che è scritto: “Egli [Cristo] vi battezzerà con lo Spirito Santo ….” (Mat. 3:11), ed anche: ‘Voi sarete battezzati con lo Spirito Santo fra non molti giorni” (Atti1:5) parole queste che furono dette da Gesù ai suoi discepoli prima di ascendere in cielo. E’ un battesimo dunque che si sperimenta dopo essere nati da Dio. Mediante questo battesimo il credente viene riempito di Spirito Santo perché questo è quello che successe il giorno della Pentecoste ai circa centoventi secondo che è scritto: “E tutti furono ripieni dello Spirito Santo ….” (Atti 2:4), quindi il credente mediante questo battesimo riceve una misura di Spirito Santo che si va ad aggiungere a quella che lui già possiede; secondo l’insegnamento biblico infatti il credente dal momento in cui ha creduto ha già una certa misura di Spirito Santo nel suo cuore, che gli permette di chiamare Dio ‘Padre’. In altre parole il credente quando nasce di nuovo riceve sì lo Spirito Santo ma non in maniera piena e traboccante, perché questa pienezza e abbondanza la si riceve in seguito appunto quando si viene battezzati con lo Spirito Santo. Mediante il battesimo con lo Spirito Santo il credente viene rivestito di potenza dall’alto secondo che disse il Signore Gesù, poco prima di ascendere in cielo, ai suoi discepoli: “Poiché Giovanni battezzò sì con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo fra non molti giorni. ….. voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra” (Atti 1:5,8). Questa potenza gli permette di essere un efficace testimone della grazia di Dio nella sua vita. Infine va detto che quando un credente riceve il battesimo con lo Spirito Santo, egli comincia a parlare in altre lingue secondo che lo Spirito gli dà di esprimersi perché questo è quello che avvenne ai circa centoventi a Gerusalemme quando furono battezzati con lo Spirito Santo: “E tutti furono ripieni dello Spirito, e cominciarono a parlare in altre lingue secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi” (Atti 2:4). E non solo a loro, infatti avvenne la stessa cosa a Cornelio e a quelli di casa sua, e ai circa dodici discepoli di Efeso (cfr. Atti 10:44-46; 19:1-7). Il parlare in lingue è il segno esteriore che attesta che si è verificato il battesimo con lo Spirito Santo. Questo battesimo si può ricevere sia tramite l’imposizione delle mani che senza, infatti nel libro degli Atti degli apostoli i circa centoventi a Gerusalemme e Cornelio e i suoi a Cesarea lo ricevettero senza l’imposizione delle mani di nessuno (cfr. Atti 2:1-4; 10:44-46; 11:15); mentre i circa dodici discepoli ad Efeso come anche l’apostolo Paolo lo ricevettero tramite l’imposizione delle mani (cfr. Atti 19:6: 9:17).

2. Esistono Cristiani falsamente battezzati con lo Spirito Santo?
Sì, ne esistono e pure in grande numero. Ci sono sia tanti pastori che tante pecore falsamente battezzati con lo Spirito Santo. Quando dico che sono falsamente battezzati con lo Spirito Santo, intendo dire che essi non sono stati affatto battezzati con lo Spirito Santo, quantunque apparentemente pare che lo siano stati perché parlano in lingue che lingue poi non sono appunto perchè non hanno sperimentato il battesimo con lo Spirito Santo. Ora, la falsificazione del battesimo con lo Spirito Santo costoro l'hanno potuta perpetrare in virtù del fatto che le lingue sono il segno esteriore che attesta l'avvenuto battesimo con lo Spirito Santo, per cui è stato sufficiente per loro inventarsi qualche parola, cioè mettersi a proferire alcune vocali e sillabe, per dare l'impressione ai più di avere ricevuto il battesimo con lo Spirito Santo. Questo è avvenuto in molti casi sotto la spinta o per la suggestione del pastore che con espressioni quali: 'Comincia a dire una parola, poi un'altra, e vedrai che pian piano imparerai a parlar in lingue', o: 'Loda il Signore, dì Alleluia, Alleluia, e abbandonati al Signore e vedrai che comincerai a parlare in lingue'; o ancora: 'Parla in lingue, parla in lingue', li ha convinti a dire qualche cosa che paresse il parlare in altre lingue prodotto da un genuino battesimo con lo Spirito Santo. Ma come avviene nel campo naturale, che prima o poi la mistificazione di un prodotto viene scoperta, anche nel campo spirituale avviene la stessa cosa, per cui prima o poi il falso battesimo con lo Spirito Santo si paleserà. Ma in che maniera si palesa falso? Da queste prove; innanzi tutto dal fatto che chi proferisce quelle che sembrano parole dette per lo Spirito non ha ricevuto potenza dall'alto, potenza che il Signore ha promesso avrebbero ricevuto i suoi discepoli quando lo Spirito Santo sarebbe disceso su di loro (cfr. Atti 1:8), per cui se non c'è potenza non ci può essere stato nessun battesimo con lo Spirito Santo. E poi dal fatto che chi proferisce quelle frasi non sperimenta nessuna edificazione al suo interno, edificazione che invece è prodotta da un genuino parlare in altre lingue infatti l'apostolo Paolo dice che "chi parla in altra lingua edifica se stesso" (1 Cor. 14:4); e sempre in riferimento a chi proferisce quelle parole costui si accorge che le sue frasi non vengono proferite da lui perché sospinto dallo Spirito Santo o secondo che lo Spirito gli dà di esprimersi, ma perché si sforza di pronunciarle, cioè non è un fenomeno spontaneo prodotto dallo Spirito Santo che avviene in lui quello di parlare in lingue, ma qualche cosa di macchinoso, di artificioso.

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Naturalmente chi dà l'impressione di essere stato battezzato con lo Spirito Santo quando in realtà non lo è, inganna se stesso e gli altri. Il danno peggiore a mio giudizio lo fa verso se stesso, perché si priva volontariamente della potenza di Dio e di un fenomeno spirituale glorioso e utile quale quello del parlare in altre lingue che accompagna il vero battesimo con lo Spirito Santo. Per uscire da quest'inganno diabolico egli deve dunque smettere di proferire quelle parole senza senso e cominciare a bramare di essere veramente battezzato con lo Spirito Santo. Siccome so che un falso battesimo con lo Spirito Santo spesso è prodotto dall'impazienza da cui si fanno prendere alcuni credenti, a quei credenti che ancora non sono battezzati con lo Spirito dico: 'Abbiate fede in Cristo, aspettate con fede e pazienza che Egli vi battezzi con lo Spirito Santo. Sappiate che quando Egli lo farà, non vi inventerete proprio nulla, perché comincerete a parlar in altra lingua come lo Spirito vi darà di esprimervi'.

3. Molti Cristiani Evangelici dicono che il battesimo con lo Spirito Santo si riceve quando si crede: altri, invece, dicono che si riceve dopo che si ha creduto, chi ha ragione?
Hanno ragione quest'ultimi perché in base a quello che insegna la Scrittura il battesimo con lo Spirito Santo si riceve dopo avere creduto nel Signore Gesù Cristo. A conferma di ciò ci sono vari esempi biblici. Il primo di questi è quello degli apostoli del Signore il giorno della Pentecoste, i quali quando furono battezzati con lo Spirito Santo in quel giorno erano già dei credenti e quindi erano già nati di nuovo. Questo lo si deduce in base a ciò che Gesù disse di loro al Padre la notte in cui fu tradito: "Ora hanno conosciuto che tutte le cose che tu m’hai date, vengon da te; poiché le parole che tu mi hai date, le ho date a loro; ed essi le hanno ricevute, e hanno veramente conosciuto ch’io son proceduto da te, e hanno creduto che tu m’hai mandato. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che tu m’hai dato, perché son tuoi; e tutte le cose mie son tue, e le cose tue son mie; ed io son glorificato in loro" (Giov. 17:7-10). Dunque i discepoli del Signore erano nati da Dio ancora prima che giungesse il giorno della Pentecoste in cui furono battezzati con lo Spirito Santo perché avevano creduto che Gesù era il Cristo mandato da Dio nel mondo. Non è forse scritto che "chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio" (1 Giov. 5:1)? E' vero che essi poi ebbero tutti uno sbandamento, in particolare Pietro lo rinnegò per ben tre volte, è vero anche che quando Gesù risuscitò inizialmente essi non credettero che fosse risorto infatti quando le donne riferirono loro che avevano visto Gesù e che egli gli aveva parlato essi si mostrarono increduli pensando che esse vaneggiassero (cfr. Luca 24:8-11), ma è altresì vero che quando Gesù apparve loro essi credettero che egli era risorto; lo stesso Tommaso che inizialmente non era presente quando Gesù apparve ai suoi condiscepoli quando Gesù apparve anche a lui credette. Ed a proposito delle apparizioni di Gesù ai suoi discepoli è necessario fare notare che quando Gesù apparve ai discepoli disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo" (Giov. 20:22); questa è una cosa molto importante che conferma che i discepoli ancora prima del giorno della Pentecoste avevano lo Spirito Santo, o meglio una misura di Spirito Santo, per cui essi erano di Cristo perché la Parola di Dio dice che se uno non ha lo Spirito di Cristo egli non è di lui (cfr. Rom. 8:9). Come ho appena detto i discepoli prima del giorno della Pentecoste avevano una misura di Spirito Santo, che cosa avvenne quindi il giorno della Pentecoste quando essi furono battezzati con lo Spirito Santo? Avvenne che essi furono ripieni di Spirito Santo, e in virtù di questo riempimento cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro di esprimersi (cfr. Atti 2:4). Quindi il segno esteriore attestante che essi avevano ricevuto il battesimo con lo Spirito Santo fu il parlare in altre lingue. Un altro esempio biblico attestante la differenza tra nuova nascita e battesimo con lo Spirito Santo è quello dei credenti di Samaria che quando sentirono Filippo predicare loro il Cristo, gli credettero e furono battezzati in acqua (cfr. Atti 8:12). Filippo però siccome non aveva il dono di imporre le mani sui credenti affinché essi ricevessero il battesimo con lo Spirito Santo, si limitò a battezzarli in acqua. Gli apostoli che erano a Gerusalemme quando sentirono che la Samaria aveva ricevuto la Parola di Dio vi mandarono Pietro e Giovanni, affinché questi pregassero per quei credenti per fare ricevere loro lo Spirito Santo. E così avvenne, gli apostoli andarono là e gli imposero le mani, e quei credenti ricevettero lo Spirito Santo. Forse qualcuno farà notare che in questo caso non si dice che i credenti cominciarono a parlare in altre lingue. E' vero che non sta scritto, ma avvenne perché è altresì scritto che un certo Simone che aveva anch'egli creduto vide "che per l’imposizione delle mani degli apostoli era dato lo Spirito Santo" (Atti 8:18). Da che cosa potè capire Simone che quei credenti avevano ricevuto lo Spirito Santo? Evidentemente dal fatto che li cominciò a sentir parlare in altre lingue. L'altro esempio biblico che vogliamo prendere è quello dei circa dodici discepoli di Efeso. Ecco quanto racconta Luca: "Or avvenne, mentre Apollo era a Corinto, che Paolo, avendo traversato la parte alta del paese, venne ad Efeso; e vi trovò alcuni discepoli, ai quali disse: Riceveste voi lo Spirito Santo quando credeste? Ed essi a lui: Non abbiamo neppur sentito dire che ci sia lo Spirito Santo. Ed egli disse loro: Di che battesimo siete dunque stati battezzati? Ed essi risposero: Del battesimo di Giovanni. E Paolo disse: Giovanni battezzò col battesimo di ravvedimento, dicendo al popolo che credesse in colui che veniva dopo di lui, cioè, in Gesù. Udito questo, furon battezzati nel nome del Signor Gesù; e dopo che Paolo ebbe loro imposto le mani, lo Spirito Santo scese su loro, e parlavano in altre lingue, e profetizzavano. Erano, in tutto, circa dodici uomini" (Atti 19:1-7). Come si può vedere quegli uomini che Paolo incontrò ad Efeso erano dei discepoli del Signore, avevano quindi creduto nel Signore, ma ancora non erano stati battezzati con lo Spirito Santo infatti non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo. Per cui Paolo impose loro le mani

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affinché lo ricevessero, e anche qui come negli altri casi prima visti, il battesimo con lo Spirito Santo (o la ricezione della pienezza dello Spirito) fu accompagnato dal parlare in altre lingue.

4. Si può essere riempiti di Spirito Santo senza parlare in lingue?
No, perchè secondo la Scrittura dal giorno della Pentecoste in poi chi viene riempito di Spirito Santo comincia a parlare in lingue secondo che lo Spirito gli dà di esprimersi. E’ scritto infatti a proposito di quello che avvenne il giorno della Pentecoste ai circa centoventi che erano radunati: "E come il giorno della Pentecoste fu giunto, tutti erano insieme nel medesimo luogo. E di subito si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, ed esso riempì tutta la casa dov’essi sedevano. E apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano, e se ne posò una su ciascuno di loro. E tutti furon ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi" (Atti 2:1-4). Ho detto dal giorno della Pentecoste in poi perché prima di quel giorno si poteva essere riempiti di Spirito e non parlare in lingue. Ecco alcuni esempi tratti dalle Scritture del Nuovo Testamento. Zaccaria, il padre di Giovanni, fu ripieno di Spirito Santo ma non parlò in lingue, profetizzò solo. Giovanni il Battista fu ripieno di Spirito Santo e non parlava in lingue; Gesù fu ripieno di Spirito Santo ma non parlava in lingue. Le lingue sono dunque, dal giorno della Pentecoste in avanti, il segno esteriore che attesta che si è stati riempiti di Spirito Santo, o detto in altre parole che si è stati battezzati con lo Spirito Santo perchè il riempimento di Spirito non è altro che il battesimo con lo Spirito Santo. Si tenga presente a proposito delle lingue, che prima di quel giorno non erano mai state concesse da Dio ad alcuno; fu un qualcosa che Dio decise di concedere solo a partire da quel giorno.

5. E' quando si viene battezzati con lo Spirito Santo che si entra a fare parte del Corpo di Cristo?
No, perché altrimenti si dovrebbe arrivare alla conclusione che gli apostoli prima che fossero battezzati con lo Spirito Santo non erano ancora membri del Corpo di Cristo. Possiamo dire una simile cosa riguardo a quegli uomini? No, perché Gesù aveva loro detto prima di essere arrestato: “Io sono la vera vite, e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto, Egli lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo rimonda affinché ne dia di più. Voi siete già mondi a motivo della parola che v'ho annunziata. Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppur voi, se non dimorate in me. Io son la vite, voi siete i tralci” (Giov. 15:1-5). In particolare vorrei che notaste che Gesù disse di essere la vite e che i suoi discepoli erano i tralci; se quindi i tralci fanno parte della vite è evidente che gli apostoli ancora prima di essere battezzati con lo Spirito Santo il giorno della Pentecoste erano a tutti gli effetti dei credenti e come tali dei membri del Corpo di Cristo. Queste appena citate sono parole che Gesù disse ai suoi discepoli prima di soffrire sulla croce, ma anche dopo che egli ebbe sofferto disse alcune cose che fanno capire come essi fossero dei membri del Corpo di Cristo. Per esempio quando Gesù apparve loro disse: “Come il Padre mi ha mandato, anch'io mando voi. E detto questo, soffiò su loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, saranno ritenuti” (Giov. 20:21-23). Se quindi gli apostoli ricevettero lo Spirito Santo (una misura di Esso) prima della Pentecoste, è evidente che lo Spirito Santo attestava loro che essi erano dei figli di Dio e quindi membri della Chiesa, ancora prima che il giorno della Pentecoste fossero ripieni di Spirito Santo. Nessuno dunque v'inganni con vani ragionamenti, fratelli, perché ancora prima di essere battezzati con lo Spirito Santo con l'evidenza del parlare in lingue si è a tutti gli effetti membri del Corpo di Cristo ossia della Chiesa di Dio. Chi ha creduto nel Signore Gesù Cristo, è nato da Dio, ossia è stato rigenerato mediante la Parola di Dio e lo Spirito dell'Iddio vivente; e quindi è un figliuolo di Dio, e se è un figliuolo è parte della Chiesa di Dio, cioè di quell'edificio spirituale che ha da servire di dimora a Dio per lo Spirito (cfr. Ef. 2:22). L'entrata nella Chiesa di Dio avviene dunque quando si crede, e non quando in seguito si viene battezzati con lo Spirito Santo e si comincia a parlare in lingue.

6. E’ giusto domandare il dono dello Spirito Santo allo Spirito Santo?
No, perché chi dona lo Spirito Santo è il Padre secondo che è scritto che è Lui che ci “comunica il dono del suo Santo Spirito” (1 Tess. 4:8; cfr. Atti 11:17). E difatti stando alle parole di Gesù lo Spirito Santo va domandato al Padre secondo che è scritto: “Se voi dunque, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figliuoli, quanto più il vostro Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo domandano!” (Luca 11:13).

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7. E’ vero che le lingue del giorno della Pentecoste furono date per evangelizzare?
No, non è vero. Vediamo di spiegare perché. Ora, Luca dice: “E come il giorno della Pentecoste fu giunto, tutti erano insieme nel medesimo luogo. E di subito si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, ed esso riempì tutta la casa dov’essi sedevano. E apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano, e se ne posò una su ciascuno di loro. E tutti furon ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi. Or in Gerusalemme si trovavan di soggiorno dei Giudei, uomini religiosi d’ogni nazione di sotto il cielo. Ed essendosi fatto quel suono, la moltitudine si radunò e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nel suo proprio linguaggio. E tutti stupivano e si maravigliavano, dicendo: Ecco, tutti costoro che parlano non son eglino Galilei? E com’è che li udiamo parlare ciascuno nel nostro proprio natìo linguaggio? Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia Cirenaica, e avventizî Romani, tanto Giudei che proseliti, Cretesi ed Arabi, li udiamo parlar delle cose grandi di Dio nelle nostre lingue. E tutti stupivano ed eran perplessi dicendosi l’uno all’altro: Che vuol esser questo? Ma altri, beffandosi, dicevano: Son pieni di vin dolce” (Atti 2:1-13). Si noti innanzi tutto che quella moltitudine di Giudei si radunò presso il luogo dove sedevano i discepoli del Signore, all’udire il suono come di vento impetuoso che soffiava, per cui essi arrivarono in quel luogo quando i discepoli stavano già parlando in altre lingue per lo Spirito. E cosa dicevano in quelle lingue i discepoli? Furono sentiti parlare delle cose grandi di Dio. Questo fu constatato da quei Giudei che si radunarono e li ascoltarono perché si avvidero che quei Galilei parlavano nelle loro natie lingue delle cose grandi di Dio. Si noti che tutti coloro che parlavano in altre lingue parlavano delle cose grandi di Dio; chi in una lingua, chi in una altra, ma tutti parlavano delle cose grandi di Dio. Ma queste cose grandi di Dio possono riferirsi al Vangelo che quei Giudei avevano bisogno di ascoltare? No, il Vangelo in quel parlare in altre lingue non era proclamato. Perché diciamo questo? Perché il Vangelo fu predicato a quei Giudei nella lingua ebraica (nella lingua che essi tutti potevano capire) da Simon Pietro, quando questi si alzò assieme agli undici dopo che sentì che alcuni si facevano beffe di loro pensando che erano ubriachi. Ecco quello che disse Pietro in quella predicazione: “Ma Pietro, levatosi in piè con gli undici, alzò la voce e parlò loro in questa maniera: Uomini giudei, e voi tutti che abitate in Gerusalemme, siavi noto questo, e prestate orecchio alle mie parole. Perché costoro non sono ebbri, come voi supponete, poiché non è che la terza ora del giorno: ma questo è quel che fu detto per mezzo del profeta Gioele: E avverrà negli ultimi giorni, dice Iddio, che io spanderò del mio Spirito sopra ogni carne; e i vostri figliuoli e le vostre figliuole profeteranno, e i vostri giovani vedranno delle visioni, e i vostri vecchi sogneranno dei sogni. E anche sui miei servi e sulle mie serventi, in quei giorni, spanderò del mio Spirito, e profeteranno. E farò prodigi su nel cielo, e segni giù sulla terra; sangue, e fuoco, e vapor di fumo. Il sole sarà mutato in tenebre, e la luna in sangue, prima che venga il grande e glorioso giorno, che è il giorno del Signore. Ed avverrà che chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. Uomini israeliti, udite queste parole: Gesù il Nazareno, uomo che Dio ha accreditato fra voi mediante opere potenti e prodigî e segni che Dio fece per mezzo di lui fra voi, come voi stessi ben sapete, quest’uomo, allorché vi fu dato nelle mani, per il determinato consiglio e per la prescienza di Dio, voi, per man d’iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste; ma Dio lo risuscitò, avendo sciolto gli angosciosi legami della morte, perché non era possibile ch’egli fosse da essa ritenuto. Poiché Davide dice di lui: Io ho avuto del continuo il Signore davanti agli occhi, perché egli è alla mia destra, affinché io non sia smosso. Perciò s’è rallegrato il cuor mio, e ha giubilato la mia lingua, e anche la mia carne riposerà in isperanza; poiché tu non lascerai l’anima mia nell’Ades, e non permetterai che il tuo Santo vegga la corruzione. Tu m’hai fatto conoscere le vie della vita; tu mi riempirai di letizia con la tua presenza. Uomini fratelli, ben può liberamente dirvisi intorno al patriarca Davide, ch’egli morì e fu sepolto; e la sua tomba è ancora al dì d’oggi fra noi. Egli dunque, essendo profeta e sapendo che Dio gli avea con giuramento promesso che sul suo trono avrebbe fatto sedere uno dei suoi discendenti, antivedendola, parlò della risurrezione di Cristo, dicendo che non sarebbe stato lasciato nell’Ades, e che la sua carne non avrebbe veduto la corruzione. Questo Gesù, Iddio l’ha risuscitato; del che noi tutti siamo testimoni. Egli dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio, e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite. Poiché Davide non è salito in cielo; anzi egli stesso dice: Il Signore ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io abbia posto i tuoi nemici per sgabello de’ tuoi piedi. Sappia dunque sicuramente tutta la casa d’Israele che Iddio ha fatto e Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso” (Atti 2:14-36). Ora, io dico, se i circa centoventi quando cominciarono a parlare in lingue si rivolgevano agli increduli annunciando il Vangelo che bisogno c’era che Pietro annunciasse loro il Vangelo in ebraico? Nessuno. Dunque quei credenti non potevano rivolgersi agli uomini increduli mediante il loro parlare in lingue. E questo è confermato dal fatto che i Giudei furono compunti nel cuore dopo aver ascoltato la predicazione di Pietro fatta nella loro lingua infatti è scritto: “Or essi, udite queste cose, furon compunti nel cuore…” (Atti 2:37), e non quando sentirono i credenti parlare nel loro natio linguaggio. In quell’occasione rimasero meravigliati, perplessi, ma non compunti nel cuore. Il compungimento venne solo quando sentirono dire a Pietro che quell’uomo Gesù che i Giudei avevano crocifisso era stato risuscitato da Dio, e che egli era stato fatto da Dio Signore e Cristo. Ed è confermato non solo da questo fatto, ma anche dalle parole che quei Giudei rivolsero a Pietro e agli altri apostoli, cioè: “Fratelli, che dobbiam fare?” (Atti 2:37); infatti se quei Giudei avevano già sentito la predicazione nel loro nativo linguaggio avrebbero di certo sentito dire che si dovevano ravvedere e farsi battezzare nel nome di Cristo, mentre il fatto che dopo averli sentiti parlare in altre lingue ancora non sapevano cosa dovevano fare vuol dire che in quelle “cose grandi di Dio” non era menzionato quello

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che essi dovevano fare. Come d’altronde anche nella predicazione di Pietro non c’era quello che essi dovevano fare; quello che dovevano fare fu loro detto dopo che Pietro ebbe terminato di predicare il Vangelo. Questo errore di pensare che le lingue sono date per l’evangelizzazione fu fatto da molti credenti all’inizio di questo secolo quando in America molti cominciarono ad essere battezzati con lo Spirito Santo. Infatti inizialmente molti pensarono che le lingue che si ricevevano col battesimo con lo Spirito Santo servivano a predicare e alcuni partirono per dei paesi stranieri pensando che là avrebbero predicato con quelle lingue, ma poco tempo dopo tornarono a casa delusi. Questo errore viene fatto tuttora da certi credenti perché essi ignorano le parole di Paolo ai Corinzi: “Chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio” (1 Cor. 14:2). Notate con quanta chiarezza Paolo spiega in che direzione è rivolto il parlare in altra lingua. Non è diretto verso gli uomini, ma verso Dio.

8. Esiste il dono di imporre le mani sui credenti affinchè ricevano lo Spirito Santo?
Sì. esiste. Questo si evince dalla risposta che Pietro diede a Simone (l’ex mago di Samaria che aveva creduto nel Vangelo) quando quest’ultimo offerse del denaro a Lui e a Giovanni per avere da loro la potestà che colui al quale imponesse le mani ricevesse lo Spirito Santo. Ecco le parole di Pietro: “Vada il tuo danaro teco in perdizione, poiché hai stimato che il dono di Dio si acquisti con danaro” (Atti 8:20). Pietro e Giovanni avevano dunque questo dono, cioè la potestà di imporre le mani per fare ricevere lo Spirito Santo ai credenti. Anche l’apostolo Paolo aveva questo dono infatti quando impose le mani ai circa dodici discepoli di Efeso essi ricevettero lo Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue (cfr. Atti 19:6), e tramite l’imposizione delle sue mani Timoteo ricevette lo Spirito Santo (cfr. 2 Tim. 1:6). Questo dono invece non l’aveva l’evangelista Filippo, che pure era un uomo ripieno di Spirito Santo che predicava con franchezza il Cristo e faceva miracoli nel nome di Gesù Cristo; questo lo si evince dal fatto che quantunque fosse stato tramite lui che i credenti di Samaria avevano creduto, quest’ultimi non ricevettero lo Spirito Santo se non dopo che Pietro e Giovanni vennero e pregarono per loro imponendo loro le mani.

9. E’ possibile essere riempiti con lo Spirito Santo oggi e cominciare a parlar in lingue dopo qualche giorno?
No, non è possibile perché il parlare in altre lingue segue immediatamente il riempimento con lo Spirito Santo. Il giorno della Pentecoste è detto infatti che quando i circa 120 furono tutti ripieni di Spirito Santo “cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi” (Atti 2:4). La stessa cosa avvenne a casa di Cornelio quando lo Spirito Santo cadde su tutti coloro che stavano ascoltando la Parola predicata da Pietro secondo che è scritto: “Mentre Pietro parlava così, lo Spirito Santo cadde su tutti coloro che udivano la Parola. E tutti i credenti circoncisi che erano venuti con Pietro, rimasero stupiti che il dono dello Spirito Santo fosse sparso anche sui Gentili; poiché li udivano parlare in altre lingue, e magnificare Iddio” (Atti 10:4446). E la stessa cosa si ripetè ad Efeso quando Paolo impose le mani a quei circa dodici discepoli secondo che è scritto: “E dopo che Paolo ebbe loro imposto le mani, lo Spirito Santo scese su loro, e parlavano in altre lingue, e profetizzavano” (Atti 19:6). Il parlare in lingue quindi è il segno visibile immediato che appare in chi viene riempito di Spirito Santo.

10. Perché alcuni sotto la legge quando furono ripieni di Spirito Santo non cominciarono a parlare in altre lingue?
Non lo fecero perché la manifestazione del parlare in altre lingue quale segno immediato al riempimento di Spirito Santo era stata stabilita da Dio dover cominciare ad accompagnare il riempimento di Spirito Santo a partire dal giorno della Pentecoste in poi. Perché dal giorno della Pentecoste in poi? Perché in quel giorno Dio cominciò a spandere il suo Spirito sopra ogni carne. Fu infatti a partire dal giorno della Pentecoste che cominciò ad adempiersi la parola del profeta Gioele: “E avverrà negli ultimi giorni, dice Iddio, che io spanderò del mio Spirito sopra ogni carne; e i vostri figliuoli e le vostre figliuole profeteranno, e i vostri giovani vedranno delle visioni, e i vostri vecchi sogneranno dei sogni. E anche sui miei servi e sulle mie serventi, in quei giorni, spanderò del mio Spirito, e profeteranno ….” (Atti 2:17-18; Gioele 2:28-29). Lo Spirito Santo, sotto la legge, non era ancora stato dato nel senso che non era ancora stato sparso come invece cominciò ad esserlo dopo che Gesù fu glorificato ossia dopo che Egli entrò nella sua gloria. (Sotto la legge però ci furono ugualmente degli uomini su cui si posò lo Spirito Santo o che furono ripieni di Spirito Santo). Questa cosa fu confermata da Gesù quando durante la festa delle Capanne disse: “Se alcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Giov. 7:37-38). Giovanni infatti

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spiega che Egli disse questo “dello Spirito, che doveano ricevere quelli che crederebbero in lui; poiché lo Spirito non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato” (Giov. 7:39). Una volta però che Gesù fu esaltato dalla destra di Dio, che ricevette dal Padre lo Spirito Santo promesso, egli allora lo sparse (cfr. Atti 2:33). Era necessario dunque un segno esteriore che accompagnasse sempre il riempimento di Spirito, a partire da quel giorno di Pentecoste, e questo segno fu il parlare in altre lingue. E questo è confermato da ben tre occasioni trascritte nel libro degli Atti in cui si dice esplicitamente che lo Spirito scese su dei credenti; il giorno della Pentecoste sui circa centoventi (cfr. Atti 11:15), a casa di Cornelio su lui, i suoi parenti e i suoi intimi amici (cfr. Atti 10:44-46) che stavano ancora ascoltando la Parola di Dio; e a Efeso - molti anni dopo - su circa dodici discepoli di Cristo (cfr. Atti 19:1-6). Ho detto in precedenza che lo Spirito Santo sotto l’Antico Patto non era ancora stato dato quantunque ci furono degli uomini su cui si posò lo Spirito Santo e che furono ripieni di Spirito; va tuttavia fatta questa doverosa osservazione, e cioè che anche quando sotto la legge avvenne che lo Spirito si posò su qualcuno o investì qualcuno o riempì qualcuno, ci fu una manifestazione spirituale ben visibile ai presenti, che fu il mettersi a profetizzare. Questo è confermato dalle seguenti Scritture: - “E l’Eterno scese nella nuvola e gli parlò; prese dello spirito che era su lui (su Mosè), e lo mise sui settanta anziani; e avvenne che, quando lo Spirito si fu posato su loro, quelli profetizzarono, ma non continuarono” (Num. 11:25). - “E come giunsero a Ghibea, ecco che una schiera di profeti si fece incontro a Saul; allora lo Spirito di Dio lo investì, ed egli si mise a profetare in mezzo a loro” (1 Sam. 10:10). - “E Saul inviò dei messi per pigliar Davide; ma quando questi videro l’adunanza dei profeti che profetavano, con Samuele che tenea la presidenza, lo Spirito di Dio investì i messi di Saul che si misero anch’essi a profetare” (1 Sam. 19:20). - “E Zaccaria, suo padre fu ripieno dello Spirito Santo, e profetò...” (Luca 1:67). - “E avvenne che come Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le balzò nel seno; ed Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo, e a gran voce esclamò: Benedetta sei tu fra le donne, e benedetto è il frutto del tuo seno! E come mai m’è dato che la madre del mio Signore venga da me? Poiché ecco, non appena la voce del tuo saluto m’è giunta agli orecchi, il bambino m’è per giubilo balzato nel seno. E beata è colei che ha creduto, perché le cose dettele da parte del Signore, avranno compimento” (Luca 1:41-45). Quindi anche il fatto che ora sotto la grazia quando lo Spirito scende su qualcuno, lo spinge a parlare in altre lingue non dovrebbe affatto meravigliare chi ha creduto nel Signore. E’ vero che le due manifestazioni sono diverse perché chi profetizza parla agli uomini, mentre chi parla in altra lingua parla a Dio, ma rimangono pur sempre delle manifestazioni concesse dallo stesso Spirito. Qualcuno allora domanderà: ‘Come mai Dio cambiò la manifestazione spirituale susseguente al riempimento di Spirito?’ Io ritengo che fu perché con la morte e la resurrezione di Gesù Cristo ebbe inizio un nuovo Patto, per cui anche lo spandimento dello Spirito Santo, operato da Cristo, aveva bisogno di un ‘segno’ nuovo mai verificatosi prima di allora. Per cui lo Spirito che scese sui circa centoventi era lo stesso Spirito che Dio posò sugli anziani di Israele nel deserto, ma la manifestazione che accompagnò questa discesa fu differente perché a Pentecoste quei credenti si misero a parlare in altre lingue. D’altronde noi sappiamo che con il Nuovo Patto sono mutate parecchie cose rispetto all’Antico; è mutato il sacerdozio, è mutata la legge, sono mutate le promesse; per cui non ci si deve meravigliare che sia cambiato anche il segno del riempimento dello Spirito Santo.

11. Che fine hanno fatto tutti quelli che sono esistiti prima della nascita del movimento pentecostale (cioè prima del 1900) in base al tuo modo di credere? Hanno sempre sbagliato? Ti sei mai chiesto se il parlare in lingue fosse di estrema importanza per ricevere lo Spirito Santo, o la manifestazione di esso? Perché si è verificato in solo tre occasioni e Paolo in tutte le sue epistole dottrinali non lo cita nemmeno una volta? Ti do la spiegazione, se mi permetterai di dartela secondo la Parola di Dio. Perché i Discepoli parlavano in lingue? Era assolutamente necessario che vi fosse un segno esteriore, altrimenti i discepoli non avrebbero potuto sapere che lo Spirito Santo era disceso e neppure che poteva essere dato anche ai pagani, ma noi che viviamo dopo quel periodo d'introduzione alla nuova dispensazione non possiamo affermare che il Battesimo dello Spirito Santo sia obbligatoriamente legato al parlare in lingue; anzi al contrario, Paolo afferma che non tutti parlano in lingue (1 Corinzi 12:13-30). Se fosse come tu vuoi far credere, perché allora lo stesso Spirito Santo non guidò Paolo a farlo scrivere anche nelle epistole dove si leggono le basi dottrinali del cristianesimo? E se a Paolo lo Spirito Santo non ritenne farglielo scrivere, perché oggi lo si vuole per forza fare diventare dottrina? Paolo quando si convertì perché non parlò in lingue (e come lui tanti ancora)? Perché Elisabetta, quando il bimbo le balzò nel grembo e fu ripiena di Spirito Santo, non parlò in lingue?
Tutti quei credenti che a partire dal giorno della Pentecoste fino al 1900 hanno creduto e detto che il battesimo con lo Spirito Santo o il riempimento con lo Spirito Santo non è immediatamente seguito dal parlare in altra lingua hanno sbagliato nel credere ed affermare una simile cosa (come d’altronde sbagliano nel credere e dire questa stessa cosa,

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tanti credenti al giorno di oggi). Non importa quanto altisonanti siano i nomi di quei credenti, essi non credettero e non insegnarono una cosa giusta. Con questo non voglio assolutamente dire che essi non erano nati di nuovo, ma soltanto che su questo aspetto del consiglio di Dio denotarono una lacuna, una mancanza di conoscenza. Essi si trovarono in una situazione simile a quella in cui si trovò Apollo prima di incontrare Aquila e Priscilla, il quale – nonostante insegnasse con accuratezza le cose relative a Gesù Cristo – aveva conoscenza soltanto del battesimo di Giovanni, ed Aquila e Priscilla accortisi di ciò gli esposero più appieno la via di Dio (cfr. Atti 18:24-26). Certamente essi furono salvati se perseverarono fino alla fine nella fede, ma su questo punto sbagliarono. Come sbagliarono per esempio anche quei credenti che insegnarono che il battesimo andava ministrato anche ai neonati, o che il battesimo rigenerasse, e così via. O forse ci metteremo a dire che costoro avevano ragione nel ministrare il battesimo anche agli infanti o nel credere che il battesimo rigenerasse chi lo riceveva? Perché successe solo in tre occasioni che i credenti si misero a parlare in lingue, e perché Paolo quando si convertì non parlò in lingue? Ecco la risposta. Innanzi tutto il fatto che nel libro degli Atti siano riferiti solo 3 casi in cui dei credenti cominciarono a parlare in altre lingue quando lo Spirito scese su loro, non significa affatto che questo successe solo quelle tre volte in tutti quegli anni che vanno da dopo l’assunzione di Gesù in cielo al viaggio di Paolo a Roma. Sarebbe come dire che siccome nel libro degli Atti è scritto solo una volta, e ripeto una volta sola, che un credente fu battezzato per immersione, sto parlando dell’eunuco di cui viene detto che scese nell’acqua con Filippo il quale lo battezzò (cfr. Atti 8:38), a quei tempi il battesimo non era sempre ministrato per immersione e quindi noi non possiamo arrivare alla conclusione che il battesimo va ministrato necessariamente per immersione!! Ed ancora, sarebbe come dire che siccome nel libro degli Atti non è scritto neppure una volta, e ripeto neppure una volta, che i credenti venivano battezzati nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, come aveva ordinato di fare Gesù agli apostoli prima di essere assunto in cielo (cfr. Matt. 28:19), gli apostoli non battezzavano i credenti in questa maniera ma SOLO nel nome di Gesù Cristo. E proseguo dicendo anche questo; sarebbe come dire che siccome non è sempre scritto che dei credenti furono battezzati in acqua (vedi il caso dei credenti di Antiochia di Siria, del proconsole Sergio Paolo, dei credenti di Antiochia di Psidia, di Iconio, di Tessalonica e di Atene), non sempre i credenti di allora venivano battezzati in acqua per cui oggi il credente non è obbligato a farsi battezzare!! Ora, io ti domando: ‘Possiamo noi arrivare a tali conclusioni? Io non posso e credo che neppure tu possa farlo. Dunque, il fatto che negli Atti siano riferite solo tre occasioni in cui dei credenti parlarono in lingue quando furono riempiti di Spirito Santo non può in nessuna maniera indurre a pensare che questo fenomeno non si verificava ogni qual volta un credente veniva riempito di Spirito Santo, e che quindi anche oggi questo fenomeno non si deve verificare per forza di cose quando un credente viene riempito di Spirito Santo. In riferimento a Paolo, occorre dire che quantunque negli Atti non c’è scritto che quando fu riempito di Spirito Santo tramite l’imposizione delle mani di Anania, egli si mise a parlare in lingue, si evince che lo fece dal fatto che ai santi di Corinto lui dice che parlava in lingue (cfr. 1 Cor. 14:18). Tu dici che Paolo nelle sue epistole non parla mai del parlare in lingue come segno del battesimo con lo Spirito Santo. Questo è vero, ma se è per questo Paolo nelle sue epistole – dove tu dici si leggono le basi dottrinali del cristianesimo – non ha detto neppure che il battesimo si deve ministare per immersione, o che deve essere ministrato nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Che faremo allora? Ci mettiamo a battezzare anche per aspersione, e solo nel nome di Gesù Cristo (o solo nel nome del Figliuolo)? Vengo adesso alla ragione che tu adduci per sostenere che adesso non c’è più il bisogno del segno esteriore delle lingue per attestare la discesa dello Spirito Santo. Ti confesso che pur sforzandomi non ho affatto capito questa ragione. Non capisco infatti come mai quel segno fosse necessario ai primi credenti per capire che lo Spirito Santo era disceso su di essi e per capire che poteva essere dato anche ai Gentili, e dopo un certo tempo esso abbia cessato di essere necessario PER CAPIRE LE MEDESIME COSE!!! Perché mai non dovremmo avere bisogno anche noi di questo segno visibile della discesa dello Spirito Santo sui credenti? A mio avviso, è logico pensare che quel segno esteriore sia necessario anche oggi per le stesse ragioni. Se fosse come dici tu poi, noi oggi non avremmo bisogno di avere qualcosa di cui invece ebbero assoluto bisogno i primi discepoli!! E allora ti domando: ‘Come facciamo allora noi a sapere se qualcuno è stato battezzato con lo Spirito Santo, Giudeo o Gentile che sia?’ Sicuramente, tu mi dirai, non dalle lingue! Bene, ma allora la stessa cosa avrebbe potuto valere anche per i primi discepoli!! Non ti pare? Non riesco infatti proprio a capire come mai noi oggi – secondo il tuo punto di vista – riusciamo a capire se uno è stato battezzato con lo Spirito Santo anche senza vedere il segno delle lingue, mentre i primi discepoli avevano per forza di cose bisogno di vedere quello specifico segno esteriore!!! Veramente tutto ciò è contraddittorio. Paolo afferma che non tutti parlano in lingue; sì, ma se leggi bene il contesto, qui egli si riferisce alla diversità delle lingue (cfr. 1 Cor. 12:28), e quindi al dono dello Spirito Santo che si chiama così (e che consiste nella capacità di parlare più lingue straniere) che un credente può come anche non può avere perché nel corpo di Cristo non tutti hanno il medesimo dono. Lo stesso discorso vale per esempio per i doni di guarigioni, per il dono dell’interpretazione delle lingue (cfr. 1 Cor. 12:30), ecc. Il parlare in altra lingua (ossia la capacità di parlare una sola lingua straniera) invece è presente in tutti i credenti battezzati con lo Spirito Santo mentre è assente in tutti quei credenti non battezzati con lo Spirito Santo. Riguardo alla domanda su Elisabetta vedi la mia risposta alla domanda ‘Perché alcuni sotto la legge quando furono ripieni di Spirito Santo non cominciarono a parlare in altre lingue?’.

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12. E' vero che un Cristiano che non parla in altre lingue non ha lo Spirito Santo?
No, non è vero e lo dimostreremo subito mediante le Scritture. Innanzi tutto però è necessario fare questa premessa. Quando si sente dire ad alcuni Cristiani che chi non parla in altre lingue non ha lo Spirito Santo, non bisogna intendere questa frase nel senso che chi non parla in altre lingue non ha per nulla lo Spirito Santo o che non è salvato, ma solo che egli non ha ancora ricevuto il battesimo con lo Spirito Santo che è una esperienza susseguente alla nuova nascita. Questi Cristiani non vogliono dunque dire che un credente che non parla in altre lingue non è salvato o che non è un figlio di Dio, nella maniera più assoluta. Rimane tuttavia vero che essi usano un espressione impropria, anzi sbagliata, perché essa fa capire che chi non parla in altre lingue non è un figlio di Dio. E che molti capiscono questa espressione in questa maniera, lo si vede dalla reazione di molti credenti che sentendo dire una simile frase nei loro confronti, siccome che loro ancora non parlano in altre lingue, si arrabbiano sentendosi offesi. La suddetta espressione va dunque rigettata anche se da alcuni non viene usata per dire una cosa sbagliata. Ci sono però altri che quando usano questa espressione vogliono dire proprio che chi ancora non parla in altre lingue non ha per nulla lo Spirito Santo per cui non è ancora di Cristo, e perciò è ancora perduto. Io dimostrerò la falsità di questa affermazione con questo senso. Per fare questo però occorre prima di tutto spiegare che cosa è il parlare in altre lingue; una volta spiegato ciò sarà più facile capire la falsità della suddetta affermazione. Ora, secondo quanto insegna la Scrittura il parlare in altre lingue è un fenomeno spirituale prodotto dallo Spirito Santo nel credente quando questi viene battezzato (da Cristo) con lo Spirito Santo, in altre parole quando il credente viene riempito di Spirito Santo. Che essere battezzati con lo Spirito Santo ed essere riempiti con lo Spirito sia la stessa esperienza è confermato dal fatto che prima che Gesù ascendesse in cielo disse ai suoi discepoli che fra non molti giorni sarebbero stati battezzati con lo Spirito Santo (cfr. Atti 1:5) e poi, pochi giorni dopo quando si adempì questa promessa di Cristo essi furono ripieni di Spirito Santo secondo che è scritto: "E come il giorno della Pentecoste fu giunto, tutti erano insieme nel medesimo luogo. E di subito si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, ed esso riempì tutta la casa dov’essi sedevano. E apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano, e se ne posò una su ciascuno di loro. E tutti furon ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi" (Atti 2:1-4). Ora, che cosa avvenne quando essi furono ripieni di Spirito Santo? Essi cominciarono (il che significa che prima ciò non avveniva) a parlare in altre lingue secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi. Ecco dunque comparire per la prima volta il parlare in altre lingue nella vita dei discepoli del Signore. Stabilito che il parlare in altre lingue segue immediatamente il riempimento di Spirito Santo, è evidente che esso è un segno che attesta che il credente ha sperimentato il riempimento di Spirito Santo. Se dunque questo fenomeno spirituale manca, ciò vuol dire che ancora il credente in questione non è ancora riempito di Spirito Santo o battezzato con lo Spirito Santo. Viene quindi da domandarsi; ‘Ma allora questo credente che ancora non parla in altre lingue non ha ancora lo Spirito Santo perché non ne è ripieno?’ No, qui bisogna fare una precisazione, non è che lui non ha lo Spirito Santo, lui non ne è ripieno, il che è differente. Facciamo un esempio; se io dico che il mio bicchiere non è pieno di acqua, non voglio certo dire con questo che dentro di esso non c’è una goccia di acqua, ma solo che non c’è abbastanza acqua all’interno da poterlo definire pieno. Un po’ d’acqua c’è dunque, ma non fino all’orlo o quasi. La stessa cosa vale per un cristiano che ancora non è ripieno di Spirito Santo, egli ha una certa misura di Spirito Santo ma non ne è ancora pieno. Tutto qua quindi. E che il credente che ancora non è battezzato con lo Spirito Santo, o ripieno di Spirito Santo, ha una misura di Spirito Santo in lui è attestato dal fatto che lui si sente di essere di Cristo, di essere un figlio di Dio e difatti chiama Dio Padre. Come può avere questa sicurezza al suo interno? In virtù della testimonianza dello Spirito Santo che è nel suo cuore. Paolo spiega questo ai Romani quando dice: "Poiché voi non avete ricevuto lo spirito di servitù per ricader nella paura; ma avete ricevuto lo spirito d’adozione, per il quale gridiamo: Abba! Padre! Lo Spirito stesso attesta insieme col nostro spirito, che siamo figliuoli di Dio; e se siamo figliuoli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pur soffriamo con lui, affinché siamo anche glorificati con lui" (Rom. 8:15-17). Stando dunque così le cose, il credente non ancora ripieno di Spirito Santo, è di Cristo, è un figlio di Dio, e ciò in virtù di quella misura di Spirito Santo che è in lui dal momento in cui ha creduto. Se egli non avesse neppure questa misura di Spirito Santo, allora sì non sarebbe di Cristo secondo che è scritto: "Or voi non siete nella carne ma nello spirito, se pur lo Spirito di Dio abita in voi; ma se uno non ha lo Spirito di Cristo, egli non è di lui" (Rom. 8:9), ma dato che Egli ce l’ha perché nel momento in cui si è pentito dei suoi peccati ed ha creduto in Cristo lo Spirito Santo è venuto in una certa misura ad abitare in lui, allora egli è di Cristo. A questo punto è spontanea la domanda: ‘Se egli ha lo stesso una certa misura di Spirito Santo, che cosa gli serve il battesimo con lo Spirito Santo?’ o in altre parole: ‘Che cosa ha di più di lui un credente che invece è ripieno di Spirito Santo?’ La risposta è la seguente: il battesimo con lo Spirito Santo gli è necessario per ricevere potenza dall’alto e questo perché Gesù disse ai suoi a riguardo del battesimo con lo Spirito Santo che avrebbero ricevuto: "Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra" (Atti 1:8). Ecco dunque la cosa che contraddistingue chi ha ricevuto il battesimo con lo Spirito Santo da chi ancora non lo ha ricevuto, la potenza. Su questo non c’è il benchè minimo dubbio. E le lingue? Evidentemente anche le lingue saranno un segno che contraddistinguerà il credente ripieno di Spirito Santo da quello che non lo è ancora. Ma a questo punto è necessario spiegare qualche cosa sulle lingue e precisamente sulla loro utilità che non viene quasi mai detta, e cioè che chi parla in altra lingua parla a Dio (cfr. 1 Cor. 14:2). E che

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cosa dice a Dio? L’apostolo Paolo spiega che egli in ispirito proferisce misteri (cfr. 1 Cor. 14:2). E di che specie siano questi misteri egli lo spiega quando fa capire che egli prega e intercede in altra lingua, rende grazie a Dio in altra lingua, canta in altra lingua. Non importa se il credente parla in una sola altra lingua straniera o in più lingue straniere (in questo caso egli ha anche il dono della diversità delle lingue), il credente parla a Dio. E’ utile parlare a Dio? Certo che lo è. In questo caso il credente intercede per i santi in altra lingua chiedendo a Dio delle cose per mezzo dello Spirito Santo (a lui sconosciute ma conosciute dallo Spirito), rende grazie a Dio per i suoi benefici, canta le sue lodi in lingue straniere con parole spirituali. Tutto ciò dunque avviene per lo Spirito Santo per bocca del credente; tutto questo in altra lingua, sì, in altra lingua. Chi può dire che queste cose non siano utili? Nessuno. Dunque la mancanza della capacità di parlare in altre lingue non fa altro che non permettere al credente di non pregare in altra lingua, di cantare in altra lingua, di rendere grazie in altra lingua. Qualcuno forse dirà: ‘Ma a me basta pregare e intercedere, rendere grazie e cantare a Dio in italiano in modo che capisco tutto’. Fratello, questo parlare non è retto, perché se Dio ha voluto provvedere ai suoi figliuoli la maniera per pregarlo, rendergli grazie e cantargli in altra o altre lingue, non si può dire che basta parlare a Dio in italiano. E bada bene che chi ha stabilito ciò è Dio, quello stesso Dio che ha fatto tutte le cose con la sua infinita sapienza. Sarebbe come dire che io posso camminare anche con una gamba sola! Non dico che non posso farcela lo stesso a camminare, mi procuro delle stampelle e camminerò poi anch’io. Ma certamente non potrò correre, non avrò le stesse capacità di chi ha due gambe. Dunque, volendo, tu puoi pure continuare a pregare, rendere grazie a Dio e cantare a Dio solo in italiano, ma certamente avrai dei limiti, perché oltre un limite non potrai andare, cosa che invece potrà chi parla in altra lingua. Dunque, non è l’appartenenza a Cristo che contraddistingue chi parla in altre lingue per lo Spirito da chi ancora non parla in lingue; non è la salvezza per cui il primo la possiede mentre il secondo no, ma tutt’altra cosa, cioè la potenza e la capacità di pregare, rendere grazie e cantare in altra lingua, in altre parole il pregare, rendere grazie e cantare per lo Spirito. La giusta espressione dunque da usare nei confronti dei fratelli che ancora non parlano in altre lingue è: ‘Questi fratelli ancora non sono battezzati con lo Spirito Santo per cui ancora non hanno ricevuto potenza dall'alto, e la capacità di pregare, rendere grazie e cantare a Dio in altre lingue per lo Spirito Santo. Naturalmente anche questa espressione darà fastidio a qualcuno che ancora non è battezzato con lo Spirito Santo, ma in questo caso essa è vera. Termino di rispondere a questa domanda dicendo quanto segue: chi è battezzato con lo Spirito Santo non è più salvato di chi ancora non è battezzato con lo Spirito; chi è battezzato con lo Spirito non è più importante agli occhi di Dio di chi ancora non lo è; chi è battezzato con lo Spirito non è un credente di prima categoria mentre chi non è ancora battezzato è di seconda categoria; il primo e il secondo sono ambedue fratelli, si devono accogliere in Cristo e rispettare, amare ed aiutare. Chi è già battezzato con lo Spirito deve però dire la verità anche su questa parte del consiglio di Dio e cioè che chi non parla in altra lingua non è ancora battezzato con lo Spirito; ciò lo deve dire a costo di offendere chi ancora non parla in altra lingua.

13. Caro Butindaro, sono un ragazzo di 24 anni e ho avuto una esperienza in una comunità chiamata ‘nuova pentecoste’ legata alla chiesa cattolica, mi hanno spinto a parlare in lingue e ho cacciato degli strani suoni. Mi hanno detto che è il dono delle lingue, ma io sono turbato e ho paura che sia un altro spirito che mi inganna. Cosa devo fare?
Ascolta. Se ti hanno spinto a parlare in lingue, ed hai emesso degli strani suoni che assomigliano ad una lingua straniera, devi smettere di emettere quei suoni essendo che sei stato ingannato, o meglio sei stato sottoposto ad un fenomeno di suggestione e ti hanno fatto credere che il tutto è opera dello Spirito Santo. La Bibbia parla del parlare in altre lingue, come segno esteriore del battesimo con lo Spirito Santo, ma questo parlare è un parlare che si manifesta nel Cristiano per opera dello Spirito Santo, in altre parole perchè si viene sospinti dallo Spirito Santo a parlare in altre lingue. Il giorno della Pentecoste infatti i circa centoventi discepoli quando furono ripieni di Spirito Santo cominciarono a parlare in altre lingue secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi (Atti 2:4). Quindi smetti di emettere quei suoni. Ma prima di ogni altra cosa, se non lo hai ancora fatto, pentiti dei tuoi peccati e credi nel Signore Gesù Cristo per ottenere la remissione dei tuoi peccati, e poi esci dalla Chiesa Cattolica Romana che è piena di idolatria, di superstizioni, di dottrine false ecc. e cerca una Chiesa Evangelica Pentecostale e comincia a frequentarla. E comincia a ricercare il battesimo con lo Spirito Santo, quando sarai battezzato ti metterai a parlare in lingue per opera dello Spirito Santo che si impadronirà della tua lingua e delle tue corde vocali e ti farà parlare in altre lingue come dice la Parola di Dio. Leggi sul nostro sito le domande sul battesimo con lo Spirito Santo, ed anche l’insegnamento a riguardo. Dio ti benedica.

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14. Come mai questo parlare in lingue avviene solo nei movimenti pentecostali e carismatici?
Il parlare in lingue si verifica in seno al movimento pentecostale e al movimento carismatico (cioè in mezzo a quegli Evangelici che parlano in lingue, ma che non fanno parte di una denominazione pentecostale) perchè in questi movimenti non viene respinto. Dove invece viene mostrata incredulità verso questa manifestazione, lo Spirito non può manifestarsi. Per farti un esempio con la Parola di Dio, è come quando Gesù andò a Nazaret e non potè fare quivi molte opere potenti a cagione della loro incredulità (cfr. Matteo 13:58). Che cosa è che impedì al Signore di operare potentemente a Nazareth? L'incredulità. E così anche in tante Chiese evangeliche lo Spirito è impedito di manifestarsi con il parlare in lingue perchè c'è incredulità e vengono dette cose sul parlare in lingue che contristano lo Spirito Santo. In altre chiese evangeliche poi i credenti non sanno neppure che esista una tale manifestazione che accompagna il Battesimo con lo Spirito Santo, per cui in questo caso è la mancanza di conoscenza che impedisce il manifestarsi del parlare in lingue. Come avvenne ad Efeso dove quei circa dodici discepoli del Signore non sapevano neppure che esistesse lo Spirito Santo, e non parlavano ancora in lingue perchè non erano ancora stati battezzati con lo Spirito Santo (cfr. Atti 19:1-7). Va però anche detto che non perchè una chiesa si dica pentecostale ciò vuol dire che tutti i suoi membri parlano in lingue, perchè in molti casi ci sono credenti che ancora non parlano in lingue perchè non hanno ricevuto il battesimo con lo Spirito Santo. Le ragioni possono essere varie, tra cui in alcuni casi c'è anche quella dell'incredulità.

15. Carissimi fratelli Giacinto e Illuminato, sono un fratello in Cristo, …. Ho letto la confutazione sul vostro sito riguardante il fatto che parlare in lingue è il sintomo che evidenzia l'avvenuto Battesimo dello Spirito Santo. E' da molto tempo che sono confuso, perchè non so se sono stato battezzato nello Spirito Santo o no. A sentire la vostra confutazione si direbbe di no perchè io non parlo in lingue. Anche nella mia Chiesa (che non frequento più in quanto non ne condivido più le false dottrine) mi veniva detto dal pastore: "Comincia a dire una parola, poi un'altra, e vedrai che pian piano imparerai a parlar in lingue', o: 'Loda il Signore, dì Alleluia, Alleluia, e abbandonati al Signore e vedrai che comincerai a parlare in lingue'; o ancora: 'Parla in lingue, parla in lingue" proprio come avete scritto nella vostra confutazione. Devo ammettere però che questa situazione mi ha scoraggiato molto e mi ha anche profondamente deluso. Ormai ho smesso di chiedere il battesimo e i doni in preghiera e non riesco più a desiderarli...ho perso la speranza. E' un anno che sono nato di nuovo e sinceramente sono anche un pò arrabbiato perchè non capisco perchè succede a tutti tranne che a me! So che mi risponderete di non guardare gli altri e di avere pazienza ma non ce la faccio!! Sentir parlare in lingue praticamente tutti mi deprime molto. Ho bisogno di capire se il problema sono io o cosa... Ammetto che tutto questo mi crea grandi problemi e complessi di inferiorità e non riesco a farmene una ragione se non che la colpa sia mia per qualche cosa che faccio di sbagliato anche se questo stona con il messaggio della grazia del Vangelo. Cosa ne pensate? Dio vi benedica
Grazie per la tua lettera che ho apprezzato per la sincerità e chiarezza. Certamente il battesimo con lo Spirito Santo è accompagnato dal parlare in lingue, ma come hai letto nelle mie confutazioni ci sono molti che falsificano le lingue per fare credere che hanno ricevuto il battesimo con lo Spirito e questo è un comportamento da biasimare. Questo purtroppo avviene anche dietro sollecitazione di pastori che a loro volta hanno falsificato le lingue per fare credere la stessa cosa. E’ comprensibile dunque che uno nel vedere molti che dicono di avere subito ricevuto il battesimo con lo Spirito Santo e lui ancora lo brama e lo aspetta si scoraggi un po’. Ma io sono qui per incoraggiarti e quindi a dirti di non preoccuparti di quello che fanno gli altri, bada a te stesso e ricomincia a desiderare il battesimo con lo Spirito e i doni dello Spirito. E’ un desiderio che viene da Dio perché sia il battesimo con lo Spirito che i doni sono nella volontà Sua verso i suoi figliuoli. Tieni presente che una delle macchinazioni di Satana è proprio quella di non fare desiderare il battesimo con lo Spirito e i doni dello Spirito. Quindi stai attaccato alla parola di Dio e resisti al diavolo. Esamina le tue vie davanti a Dio e abbandona quelle che alla luce della Parola di Dio sono storte, confessa i tuoi peccati al Signore e abbandonali, vivi una vita santa, e non desistere dal ricercare il battesimo con lo Spirito e i doni dello Spirito. Chiedili con fede e abbi pazienza perché talvolta il Signore fa aspettare del tempo. Nell’attesa di ricevere quello che hai chiesto, non sentirti inferiore a nessuno figliuolo di Dio, voglio dire, non sentirti un cristiano di seconda categoria, tu sei un figliuolo di Dio lavato nel prezioso sangue di Cristo in cui dimora lo Spirito della verità anche se ancora non sei ripieno di Spirito. Il Signore ti ha salvato per la sua grazia, tu gli appartieni e sei prezioso agli occhi suoi al pari di ogni suo figliuolo. Persevera nella fede e nel timore di Dio. La grazia del nostro Signore Gesù sia con te

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16. Innanzi tutto, mi voglio presentare: ….. vivo in Germania, da circa 2 anni mi sono convertito e cercando su Google in Italia informazioni sullo Spirito Santo e sui Doni Spirituali ho trovato il vostro sito, il più amplio che ho trovato e quello dove sono spiegate tante cose che fino ad oggi non ho mai sentito, ma adesso arriviamo al punto. Credo di essere una di quelle persone cadute nell'inganno del parlare in lingue. Tutto é iniziato circa tre settimane fa, quando nella nostra chiesa era stato invitato un pastore dell'Africa che doveva predicare sullo Spirito Santo. A parte il fatto che metà della sua predica l’ha spesa raccontando particolari della sua vita da peccatore, più che altro era il modo di come venivano presentate le sue "avventure", che non mi sembrava molto cristiano, ma su questo non voglio fare altri commenti inutili. Alla fine della predica siamo andati tutti in avanti per ricevere il Battesimo dello Spirito Santo (per chi non l´aveva ricevuto) oppure una nuova unzione, però io non l´ho Ricevuto e sono andato a parlare con questo pastore per avere ulteriori informazioni sul perché non l´avevo ricevuto. Alla fine lui si é messo a pregare e mi ha detto di aprire la bocca e di iniziare a parlare in altre lingue, ed io ho iniziato a pronunciare delle sillabe e poi parole che poi non sono vere parole, da quanto ho capito, essendo che io non sento nessuna potenza dall'alto e nessuna edificazione. Io ringrazio grandemente Dio che mi ha fatto trovare il vostro sito, solo che adesso ho una grande confusione in testa; ho chiesto al Signore di darmi lucidità, non so cosa fare, mi sento come una bandierina agitata dal vento, anche sulle altre cose che ho letto nel sito, per quanto riguarda la decima, il velo, l´abbigliamento, il pastore che predica con le mani in tasca e via dicendo, ho una lunga lista. Quello che vi chiedo é di darmi una spiegazione reale sul Battesimo dello Spirito Santo, come viene, cos´é questa edificazione di sè stessi. Io spero di ricevere una vostra risposta. Voi siete il terzo sito evangelico che contatto, purtroppo fino ad oggi nessuno mi ha mai risposto. Normale, nel mondo si dice non c´é due senza tre, ma io credo che il Signore si userà di voi per darmi la risposta che cerco. Vi ringrazio anticipatamente. La pace del Signore abbondi nei Vostri cuori.
Ascolta, la prima cosa che ti dico è questa, stai tranquillo e calmo, fiducioso nel Signore come se tutto quello che ti è accaduto non ti fosse accaduto. Quello che voglio dirti è non disperarti, quello che è avvenuto a te è avvenuto a tanti altri per mancanza di conoscenza e di discernimento. Io ho scritto molto sul battesimo con lo Spirito, per cui è inutile che ti scrivo di nuovo le stesse cose. Sul nostro sito potrai trovare molto anche nella sezione delle domande e delle risposte (voce ‘battesimo con lo Spirito Santo’), e nella sezione ‘confutazioni seconda serie’ (leggi il mio libro 'confutazione del libro di Tommaso Heinze ....'. Comunque, sappi che il battesimo con lo Spirito Santo è una dottrina biblica, è una esperienza gloriosa che porta i benefici di cui parla la Bibbia. Per quanto riguarda l'edificazione si tratta di una sorta di 'ricaricamento di batteria', 'di acquisizione di nuove forze spirituali'. Per esempio quando preghi sei edificato, non è vero? Quando canti sei edificato, non è vero? Quando senti una predicazione o un insegnamento o una esortazione sani sei edificato, non è vero? E così è quando parli in lingue per lo Spirito. L'edificazione consiste nel sentirsi più forti, e confermati nella fede. Ovviamente mi riferisco al vero parlare in lingue che comincia ad essere presente nella vita del credente dal momento che viene battezzato con lo Spirito Santo, è un parlare che è prodotto dallo Spirito di Dio per cui non è qualcosa che viene da te, lo Spirito si usa della tua bocca per pregare in altra lingua, per cantare in altra lingua, e per intercedere per altri in altra lingua. Non c'è proprio bisogno che un pastore ti dica di parlare in lingue, perchè quando lo Spirito verrà su di te tu ti sentirai riempito di esso ed Egli ti sospingerà a parlare in una altra lingua straniera o più lingue straniere. Aspetta fiducioso la potenza di Dio, lascia perdere quei comportamenti sbagliati che hai visto, e il Signore non ti deluderà. Ovviamente smetti di proferire quelle inutili parole che quel giorno, suggestionato da quel pastore africano, ti sei messo a proferire, ma probabilmente hai già smesso. Se hai ulteriori domande scrivimi. Per ciò che riguarda il velo, e le altre cose, quello che dici è la conferma che ormai in molte Chiese pentecostali molti precetti biblici sono sprezzati o ignorati (quello della decima invece è super ricordato e super onorato, per ovvi motivi), comunque tu farai bene ad osservare la Parola di Dio e a non lasciarti condizionare dalla condotta ribelle di alcuni credenti e pastori. Santificati nel timore di Dio, prendi seriamente la vita cristiana, onora Dio e vedrai che Dio ti onorerà grandemente. Sarai perseguitato dagli uomini, ma onorato da Dio. Aspetto una tua risposta. Stai saldo nella fede e combatti per essa. La grazia del nostro Signore sia con te

17. Il battesimo con lo Spirito Santo è necessario per essere salvati?
No, il battesimo con lo Spirito Santo non è necessario riceverlo per essere salvati perché per essere salvati è necessario solo credere in Gesù Cristo secondo che è scritto: “Credi nel Signore Gesù e sarai salvato” (Atti 16:31), ed ancora: “Poiché gli è per grazia che voi siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non vien da voi; è il dono di Dio” (Ef. 2:8). La salvezza dal peccato e dalla perdizione eterna quindi si ottiene mediante la fede nel nome del Figliuol di Dio, cioè credendo che Egli è morto a cagione dei nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione (cfr. Rom. 4:25). Ma allora a che cosa serve il battesimo con lo Spirito Santo? Il battesimo con lo Spirito Santo serve per essere

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rivestiti di potenza perché consiste in un rivestimento di potenza dall’alto, secondo che disse Gesù ai suoi discepoli: “Ed ecco, io mando su voi quello che il Padre mio ha promesso; quant’è a voi, rimanete in questa città, finché dall’alto siate rivestiti di potenza” (Luca 24:49) ed anche: “Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su voi” (Atti 1:8). E siccome quando si viene rivestiti di potenza mediante il battesimo con lo Spirito Santo si comincia a parlare a Dio in lingue, cioè a pregare o anche cantare a Dio in altra lingua (poiché chi parla in altra lingua si rivolge a Dio pregandolo o cantandogli un cantico; cfr. 1 Cor. 14:2,15,16-17) - e questo lo diciamo in base a ciò che avvenne il giorno della Pentecoste a Gerusalemme quando i discepoli furono battezzati con lo Spirito Santo (cfr. Atti 2:4) - è ovvio che il battesimo con lo Spirito serve per poter pregare o cantare a Dio in altra lingua o mediante lo Spirito Santo. Stando così le cose, dunque, guardati da tutti quei credenti che dicono nella loro ignoranza che se uno non è battezzato con lo Spirito Santo non è salvato.

18. Sto pregando affinché il Signore mi battezzi con lo Spirito Santo. Posso averlo in un attimo di fede? oppure devo prima santificarmi? ….. Volevo essere battezzato con lo Spirito Santo perché molti che l'hanno ricevuto mi hanno detto che si ha sempre una grande gioia nel cuore, ed io ho bisogno di questa gioia perché sono sempre triste, riesco ad avere gioia solo nei pochi momenti che vado in Chiesa mentre al lavoro sto malissimo, perché questa mia gioia non è completa? Cosa mi consigliate?
Per ciò che concerne il quando puoi ricevere il battesimo con lo Spirito Santo, ti dico che lo puoi ricevere in ogni momento, naturalmente non quando lo vogliamo noi ma quando lo vuole Dio perché Dio rimane sovrano anche in questo: è Lui e solo Lui che decide il momento preciso quando donare lo Spirito Santo. Dal momento in cui una persona crede nel nome del Figliuol di Dio, quella persona è atta a ricevere lo Spirito Santo perché ha la fede. Sono quelli del mondo che non possono riceverlo (cfr. Giov. 14:17) perché non credono nel nome del Figliuolo di Dio, ma coloro che sono discepoli di Cristo possono riceverlo perché credono in Lui. Cornelio e quelli di casa sua lo ricevettero pochissimo tempo dopo che ebbero creduto nel Vangelo, infatti Pietro stava ancora parlando loro quando lo Spirito Santo scese su Cornelio e su quelli di casa sua (cfr. Atti 10:44-46). I credenti di Samaria lo ricevettero qualche tempo dopo avere creduto, ma a differenza di Cornelio e di quelli di casa sua lo ricevettero mediante l’imposizione delle mani e la preghiera degli apostoli (cfr. Atti 8:14-17). I circa dodici discepoli di Efeso, lo ricevettero anch’essi qualche tempo dopo avere creduto nel Signore, e anch’essi tramite l’imposizione delle mani (cfr. Atti 19:6). Come puoi vedere, in tutti questi casi fu dopo che essi credettero che ricevettero lo Spirito Santo, ma per ciò che concerne i tempi essi differiscono in tutti e tre i casi. Ma comunque alla fine quei credenti ricevettero tutti lo Spirito Santo. E’ chiaro che dicendoti che dal momento che una persona crede essa è atta a ricevere lo Spirito Santo, non è detto che essa lo riceverà dopo che avrà raggiunto un certo grado di santificazione, ossia dopo che avrà capito che certe cose non le deve dire, o fare, o indossare. Cerco di farti capire questo con un esempio: se una donna crede nel Signore Gesù, e nel giorno che crede ha gli orecchini addosso e finanche una minigonna, questo non significa che in quel giorno non può essere battezzata con lo Spirito Santo, anzi ci sono casi di donne che prima hanno ricevuto lo Spirito Santo e poi hanno capito che gli orecchini e la minigonna non se li dovevano più mettere, ed hanno smesso di metterseli. Ti ho fatto questo esempio per farti capire che il dono dello Spirito Santo non si riceve per forza di cose dopo che si è capito che questa o quell’altra cosa non va fatta. Tuttavia una cosa deve essere chiara, che dal momento che una persona crede, deve procacciare la santificazione, cioè deve astenersi da qualsiasi male o apparenza di male, al fine di piacere al Signore. Chi è stato crocifisso con Cristo al peccato, non può e non è legittimato a vivere ancora nel peccato. Il salario del peccato è la morte, se egli quindi pensa di poter continuare a vivere nel peccato cioè a camminare secondo la carne egli morirà: “Se vivete secondo la carne, voi morrete” (Rom. 8:13). Non importa se ha già ricevuto o meno lo Spirito Santo, se egli camminerà secondo i desideri della carne quel credente morirà. Quindi la santificazione si deve ricercare sia mentre si aspetta di essere battezzati con lo Spirito Santo e sia dopo: non è lecito abbandonarsi ai piaceri della carne e ai piaceri della vita nè prima e nè dopo avere ricevuto lo Spirito Santo. Se dunque tu hai coscienza di peccati che hai commesso, e stai aspettando di essere battezzato con lo Spirito Santo, farai bene a confessarli al Signore, e ad abbandonarli. I peccati, sappilo questo, costituiscono sempre una barriera che si frappone tra noi e Dio. Le parole del profeta Isaia sono estremamente eloquenti a tale riguardo: “Ecco, la mano dell’Eterno non è troppo corta per salvare, né il suo orecchio troppo duro per udire; ma son le vostre iniquità quelle che han posto una barriera fra voi e il vostro Dio; sono i vostri peccati quelli che han fatto sì ch’egli nasconda la sua faccia da voi, per non darvi più ascolto. Poiché le vostre mani son contaminate dal sangue, e le vostre dita dalla iniquità; le vostre labbra proferiscon menzogna, la vostra lingua sussurra perversità. Nessuno muove causa con giustizia, nessuno la discute con verità; s’appoggiano su quel che non è, dicon menzogne, concepiscono il male, partoriscono l’iniquità. Covano uova di basilisco, tessono tele di ragno; chi mangia delle loro uova muore, e l’uovo che uno schiaccia, dà fuori una vipera. Le loro tele non diventeranno vestiti, né costoro si copriranno delle loro opere; le loro opere son opere d’iniquità, e nelle loro mani vi sono atti di violenza. I loro piedi corrono al male, ed essi s’affrettano a spargere sangue innocente; i loro pensieri son pensieri d’iniquità, la desolazione e la ruina sono sulla loro strada. La via della pace non la conoscono, e non v’è equità nel loro procedere; si fanno de’ sentieri tortuosi, chiunque vi cammina non

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conosce la pace. Perciò la sentenza liberatrice è lunge da noi, e non arriva fino a noi la giustizia; noi aspettiamo la luce, ed ecco le tenebre; aspettiamo il chiarore del dì, e camminiamo nel buio. Andiam tastando la parete come i ciechi, andiamo a tastoni come chi non ha occhi; inciampiamo in pien mezzogiorno come nel crepuscolo, in mezzo all’abbondanza sembriamo de’ morti. Tutti quanti mugghiamo come orsi, andiam gemendo come colombe; aspettiamo la sentenza liberatrice, ed essa non viene; la salvezza, ed ella s’allontana da noi. Poiché le nostre trasgressioni si son moltiplicate dinanzi a te, e i nostri peccati testimoniano contro di noi; sì, le nostre trasgressioni ci sono presenti, e le nostre iniquità, le conosciamo. Siamo stati ribelli all’Eterno e l’abbiam rinnegato, ci siam ritratti dal seguire il nostro Dio, abbiam parlato d’oppressione e di rivolta, abbiam concepito e meditato in cuore parole di menzogna... E la sentenza liberatrice s’è ritirata, e la salvezza s’è tenuta lontana; poiché la verità soccombe sulla piazza pubblica, e la rettitudine non può avervi accesso; la verità è scomparsa, e chi si ritrae dal male s’espone ad essere spogliato” (Is. 59:1-15). Riguardo alle tue ultime domande, voglio dirti che non è che dopo che si riceve il battesimo con lo Spirito Santo non si può più essere tristi o abbattuti, nessuno ti inganni. L’apostolo Paolo era ripieno di Spirito Santo e parlava in lingue, eppure fu abbattuto e contristato varie volte. Ebbe bisogno di essere consolato anche lui in certe occasioni (cfr. 2 Tim. 1:16; 2 Cor. 7:6). Certamente però la gioia della salvezza che aveva ottenuto non lo abbandonò mai perché dice in un posto: “Contristati eppure sempre allegri” (2 Cor. 6:10). L’allegrezza è il frutto dello Spirito Santo (cfr. Gal. 5:22), per cui a prescindere che uno sia ripieno o meno di Spirito Santo, cioè a prescindere che uno sia battezzato o meno con lo Spirito Santo, egli ha questa gioia nel suo cuore. Non può essere altrimenti. Potrà essere abbattuto perché le persone gli fanno dei torti, lo perseguitano, e così via, ma la gioia del Signore continuerà a dimorare nel suo cuore come anche la pace. Certo però che – collegandomi a quanto ti ho detto prima – se il credente comincia ad abbandonarsi ai piaceri della carne e della vita, quella gioia e quella pace si dilegueranno (non importa se frequenta un locale di culto), perché egli permetterà al peccato di regnare nella sua carne, con le nefaste conseguenze che ne derivano. Il peccato porta tristezza e irrequietezza, appunto perché il suo salario è la morte, quindi per ciò che concerne i momenti di tristezza che ci sono nella tua vita, devi esaminare te stesso e vedere qual è la causa di questa tristezza. Se essa dovesse essere costituita da peccati, allora confessali e abbandonali. Vivi una vita santa, pia e giusta, e la benedizione di Dio regnerà nella tua vita. E rallegrati nel Signore che ci ha salvati.

19. Secondo voi e secondo la Parola di Dio, un credente battezzato nello Spirito Santo deve per forza parlare in lingue? E c’è differenza tra il segno delle lingue e il parlare in lingue?
Sì, un credente che è stato battezzato con lo Spirito Santo parla in lingue perché il parlare in altra lingua è parte integrante del battesimo con lo Spirito Santo che Gesù promise ai suoi discepoli prima di essere assunto in cielo alla destra della Maestà. I circa centoventi discepoli infatti quando il giorno della Pentecoste furono battezzati con lo Spirito Santo cominciarono a parlare in lingue, ecco quello che si legge negli Atti: “E come il giorno della Pentecoste fu giunto, tutti erano insieme nel medesimo luogo. E di subito si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, ed esso riempì tutta la casa dov’essi sedevano. E apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano, e se ne posò una su ciascuno di loro. E tutti furon ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi” (Atti 2:1-4). E la stessa cosa vale per Cornelio e quelli di casa sua quando furono battezzati con lo Spirito infatti anch’essi si misero subito a parlare in lingue secondo che è scritto: “Mentre Pietro parlava così, lo Spirito Santo cadde su tutti coloro che udivano la Parola. E tutti i credenti circoncisi che erano venuti con Pietro, rimasero stupiti che il dono dello Spirito Santo fosse sparso anche sui Gentili; poiché li udivano parlare in altre lingue, e magnificare Iddio” (Atti 10:44-46), Pietro raccontando quel fatto dice: “E come avevo cominciato a parlare, lo Spirito Santo scese su loro, com’era sceso su noi da principio. Mi ricordai allora della parola del Signore, che diceva: ‘Giovanni ha battezzato con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo’ (Atti 11:15-16). Per ciò che concerne la tua domanda sulla differenza tra segno delle lingue e parlare in lingue, la domanda così come l’hai posta tu mi fa rispondere di no, perché quando uno viene battezzato con lo Spirito Santo comincia a parlare in altra lingua e quello è il segno esteriore del battesimo con lo Spirito Santo. La differenza per ciò che concerne le lingue, è quella tra chi parla in una sola lingua straniera e chi parla in più lingue straniere perché in questo secondo caso ci troviamo davanti ad un credente che oltre ad essere battezzato con lo Spirito ha il dono della diversità delle lingue (cfr. 1 Cor. 12:10) che è una capacità soprannaturale mediante la quale il credente parla varie lingue straniere, capacità che non tutti coloro che sono battezzati con lo Spirito hanno, ecco perché Paolo dice: “Parlano tutti in altre lingue?” (1 Cor. 12:30). Naturalmente, se questa capacità o questo dono il credente lo riceve quando viene battezzato con lo Spirito Santo egli comincerà a parlare varie lingue straniere sin dal momento in cui viene battezzato con lo Spirito Santo, per cui nel suo caso specifico il segno e il dono saranno considerati ‘uguali’ perché egli verrà sentito parlare più lingue straniere invece che una soltanto. Nel caso però il credente quando viene battezzato con lo Spirito Santo comincia a parlare in una sola altra lingua allora si deve parlare solo di segno perché è assente il dono della diversità delle lingue. Tuttavia una cosa deve essere chiara, il parlare in altra lingua, non importa se in una sola lin-

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gua o in più lingue, in sé stesso costituisce un segno per gli increduli perché Paolo dice che le lingue servono di segno non per i credenti ma per i non credenti (cfr. 1 Cor. 14:22). E’ evidente infatti che se un non credente che conosce sia l’arabo che l’ebraico, sente un credente italiano, che non conosce nessuna di queste lingue, lodare Dio in una sola di queste lingue o in ambedue le lingue, la cosa susciterà in lui eguale meraviglia. Ti faccio un altro esempio; è evidente che una guarigione di un credente malato non importa se fatta tramite un singolo fratello che ha i doni di guarigione o tramite gli anziani di una Chiesa che lo ungono d’olio nel nome del Signore e pregano su lui (e quindi anche se nessuno degli anziani ha dei doni di guarigione) costituisce un segno per un non credente che è testimone della guarigione e questo perché la guarigione di un infermo nel nome di Gesù Cristo è un segno. Gesù non ha forse detto che tra i segni che accompagneranno coloro che credono c’è quello che essi imporranno le mani agli infermi ed essi guariranno (cfr. Mar. 16:18)? Ha forse fatto distinzione tra un imposizione delle mani sull’infermo fatta da un credente con dei doni di guarigione e quella fatta da un credente che non ha questi doni? No, eppure il segno rimane. Così è nel campo delle lingue, o un credente parla per lo Spirito in una sola lingua straniera o in più lingue straniere con il dono della diversità delle lingue, quel parlare è un segno per i non credenti.

20. E’ indispensabile essere battezzati con lo Spirito Santo per poter evangelizzare nelle strade e per le piazze? Alcuni dicono infatti che Gesù disse ai suoi discepoli di non dipartirsi da Gerusalemme ma di aspettare di essere rivestiti di potenza dall’alto, poi sarebbero stati suoi testimoni in Gerusalemme, in Giudea, in Samaria e fino alle estremità della terra?
Ascolta, con tutta l’importanza che ha il battesimo con lo Spirito Santo per un credente perché consiste in un rivestimento di potenza dall’alto, io non lo reputo indispensabile per potere rendere testimonianza della grazia di Dio, lo reputo utile per evangelizzare ma non indispensabile. Con questo cosa voglio dirti dunque? Che un credente nell’attesa di ricevere il battesimo con lo Spirito Santo può benissimo evangelizzare in qualsiasi luogo, certamente però con il battesimo con lo Spirito Santo egli sarà aiutato nell’opera di evangelizzazione. Per spiegarti questo ti ricordo che gli apostoli del Signore evangelizzarono ancora prima di essere battezzati con lo Spirito Santo, precisamente mentre Gesù era ancora con loro, infatti è scritto in Marco che “predicavano che la gente si ravvedesse” (Mar. 6:12) ed anche: “Ed essi, partitisi, andavano attorno di villaggio in villaggio, evangelizzando e facendo guarigioni per ogni dove” (Luca 9:6). Tuttavia è vero che Gesù prima di essere assunto in cielo ordinò loro di non dipartirsi da Gerusalemme ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre (cfr. Luca 24:49). Vorrei però farti notare che questo fu un ordine dato agli apostoli da Gesù, essi lo sentirono con le loro orecchie dalla sua bocca, e fu un ordine specifico per loro infatti ordinò loro di non dipartirsi da Gerusalemme (cfr. Atti 1:4). Come anche gli apostoli sentirono personalmente Gesù dire loro che essi avrebbero ricevuto potenza quando lo Spirito Santo sarebbe venuto sopra di loro e gli sarebbero stati testimoni in Gerusalemme, e non solo in Gerusalemme ma anche in tutta la Giudea e Samaria e fino all’estremità della terra. Cosa questa che avvenne perché gli apostoli del Signore dopo che furono rivestiti di potenza resero testimonianza della resurrezione di Gesù prima in Gerusalemme, poi in tutta la Giudea e in Samaria e poi uscirono dai confini d’Israele per andare ad annunciare il Vangelo nelle altre nazioni. Pietro per esempio arrivò fino a Babilonia da cui scrisse anche una epistola. E’ evidente dunque che oggi se un credente dovesse sempre agire come gli apostoli, cioè se dopo avere creduto non dovesse dipartirsi dalla città o dal paese dove si trova per aspettarvi di ricevere il battesimo con lo Spirito Santo, egli dovrebbe ricevere un ordine simile direttamente dal Signore per non rendersi colpevole di avere testimoniato prima di essere rivestito di potenza. Un’altra cosa da tenere presente nel caso degli apostoli è che essi erano a conoscenza del battesimo con lo Spirito Santo perché Gesù gliene aveva parlato, sapevano in che cosa consistesse e sapevano anche che lo avrebbero ricevuto dopo non molti giorni dalla assunzione di Gesù in cielo. Ma oggi ci sono tanti credenti che credono nel Signore Gesù i quali non vengono a conoscenza di questa promessa se non dopo tanto tempo perché nella loro comunità non viene insegnato che esiste questa esperienza chiamata battesimo con lo Spirito Santo da farsi dopo avere creduto. Che faranno allora nel frattempo questi credenti che non sono a conoscenza del battesimo con lo Spirito? Renderanno testimonianza a piccoli e grandi del Vangelo della grazia di Dio perché l’amore di Cristo che è in loro li costringerà a rendere testimonianza della grazia di Dio. Che si può dire allora di quei credenti? Che peccano nell’evangelizzare per le strade e per le piazze e dovunque si trovano? Così non sia. Non giudichiamo ingiustamente i fratelli. O diremo forse che essi non sono dei testimoni di Cristo perché non sono stati ancora rivestiti di potenza dall’alto? Così non sia. Chi siamo noi da poter dire simili cose? Questo equivale ad offendere. Ma oggi ci sono anche tanti credenti che dopo che credono nel Signore, benché nella loro comunità sentono parlare del battesimo con lo Spirito Santo, non lo ricevono subito ma dopo del tempo. Che devono fare dunque questi credenti? Stare zitti, tenere la bocca chiusa senza poter testimoniare della grazia di Dio, fino a che non saranno battezzati con lo Spirito Santo? Io non mi azzardo a dire loro una simile cosa, come non mi azzardo a dire loro di non andare in strada o in piazza ad evangelizzare se non dopo essere stati battezzati con lo Spirito Santo. Non reputo questo parlare un parlare saggio e sano. Io li incoraggio naturalmente a ricercare ardentemente il battesimo con lo Spirito Santo, ma vietargli di rendere testimonianza o di andare ad evangelizzare è qualcosa che non mi sento affatto di dire loro.

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21. …. volevo porvi una domanda: Sul vostro sito ho letto che quando si riceve il battesimo dello Spirito Santo si parla per forza in lingue, ma questo si riscontra solo in parte con le Scritture poiché viene anche detto: “Ora vi è diversità di carismi, ma vi è un medesimo Spirito. Vi è diversità di ministeri, ma non v'è che un medesimo Signore. Vi è varietà di operazioni, ma non vi è che un medesimo Dio, il quale opera tutte le cose in tutti. Ora a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune. Infatti, a uno è data, mediante lo Spirito, parola di sapienza; a un altro parola di conoscenza, secondo il medesimo Spirito; a un altro, fede, mediante il medesimo Spirito; a un altro, carismi di guarigione, per mezzo del medesimo Spirito; a un altro, potenza di operare miracoli; a un altro, profezia; a un altro, il discernimento degli spiriti; a un altro, diversità di lingue e a un altro, l'interpretazione delle lingue; ma tutte queste cose le opera quell'unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole.” (1 Corinzi 12:4-11) Però d’altra parte, come dite voi, abbiamo chiari esempi Biblici che attestano che non appena si veniva battezzati con lo Spirito Santo si parlava in lingue. Il parlare in lingue si manifesta come prima conferma dello Spirito Santo ed in seguito si riceve il dono che il Signore ha deciso per noi? Oppure può essere possibile che quando si viene battezzati con lo Spirito Santo si manifesta il dono che ci è stato dato qualsiasi esso sia? O forse nel caso dei battesimi con lo Spirito Santo di cui fà riferimento la Bibbia alla folla convertita veniva dato il dono delle lingue perché non erano ancora pronti per altri doni?
Fratello, quando si viene battezzati con lo Spirito si comincia a parlare in altra lingua, il che è il segno esteriore che attesta l’avvenuto battesimo con lo Spirito, ma non è detto che si ricevano altri doni in quel momento. Può succedere certamente che si riceva anche uno dei doni dello Spirito (come per esempio il dono della diversità delle lingue, la profezia, l’interpretazione, e così via) ma non è automatico. I circa dodici discepoli di Efeso per esempio ricevettero anche il dono di profezia quando lo Spirito scese su loro, ma degli altri credenti che furono battezzati con lo Spirito non viene detto che ricevettero questo dono (o che profetizzavano) subito dopo che lo Spirito scese su di essi. Molto spesso chi è stato battezzato con lo Spirito riceve in seguito i doni o il dono che Dio vuole dargli.

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BATTESIMO IN ACQUA

1. Che cosa è e cosa rappresenta il battesimo in acqua?
Il battesimo in acqua, che noi ministriamo a coloro che hanno creduto perché così ha ordinato doversi fare Gesù Cristo verso coloro che ricevono la sua parola (cfr. Matt. 28:19), è “la richiesta di una buona coscienza fatta a Dio” (1 Piet. 3:21). Ecco perché in colui che ha creduto nel Signore, nel momento in cui sente parlare del battesimo in acqua, nasce il forte desiderio di farsi battezzare e chiede subito di farsi battezzare. Ti ricordi l’eunuco? Ti ricordi come dopo che l’evangelista Filippo gli parlò di Gesù (e ovviamente anche del battesimo in acqua), quando giunsero durante il cammino ad una certa acqua, l’eunuco chiese di essere battezzato? (cfr. Atti 8:26-38) Perché mai fece questa richiesta se non perché sentì subito nella sua coscienza che doveva farsi battezzare per avere una buona coscienza davanti a Dio? Mediante questo battesimo, il credente testimonia dinnanzi a Dio, agli angeli, e ai santi (come anche dinnanzi al diavolo, ai suoi demoni e ai suoi figliuoli), di essersi ravveduto dai suoi peccati e di avere creduto nel Signore Gesù Cristo, e quindi di avere ottenuto la remissione dei suoi peccati, di essersi riconciliato con Dio. In altre parole, egli annuncia di essere morto al peccato con Cristo, e risorto con Cristo a novità di vita per seguire lui per il resto della sua vita. Questo infatti sta ad indicare l’immersione nell’acqua e la successiva uscita dall’acqua; Paolo spiega questo quando dice ai santi di Roma: “O ignorate voi che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Noi siam dunque stati con lui seppelliti mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita” (Rom. 6:3-4). Il battesimo è una sorta di segno esteriore attestante la nuova nascita avvenuta nel credente. Detto in altre parole esso è il segno attestante la giustificazione ricevuta dal credente mediante la sua fede in Cristo. Rifacendoci ad una espressione di Paolo da lui usata in relazione al segno della circoncisione ricevuto da Abramo che lui definisce “suggello della giustizia ottenuta per la fede che aveva quando era incirconciso” (Rom. 4:11), possiamo dire che il battesimo è il segno che si riceve quale suggello della giustizia ottenuta mediante la fede quando ancora non si era battezzati in acqua.

2. Il battesimo in acqua è facoltativo o obbligatorio?
E’ obbligatorio perché Gesù quando ordinò agli apostoli: “Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli” (Matt. 28:19), disse pure subito dopo: “Battezzandoli nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo”. Il fatto che ci sia l’ordine di battezzare implicitamente significa che chi ha creduto ha il dovere di farsi battezzare. Quando Anania andò da Saulo gli disse: “Ed ora, che indugi? Levati, e sii battezzato …” (Atti 22:16).

3. E’ mediante il battesimo che si ottiene la remissione dei peccati?
No, non è mediante l’atto del battesimo ma mediante la fede in Cristo (che precede il battesimo) che si ottiene la remissione dei propri peccati. Gesù Cristo infatti quando apparve a Saulo gli disse: “Ma lèvati, e sta’ in piè; perché per questo ti sono apparito: per stabilirti ministro e testimone delle cose che tu hai vedute, e di quelle per le quali ti apparirò ancora, liberandoti da questo popolo e dai Gentili, ai quali io ti mando per aprir loro gli occhi, onde si convertano dalle tenebre alla luce e dalla potestà di Satana a Dio, e ricevano, per la fede in me, la remissione dei peccati e la loro parte d’eredità fra i santificati” (Atti 26:16-18). L’apostolo Pietro ha confermato questo dicendo a casa di Cornelio: “Di lui attestano tutti i profeti che chiunque crede in lui riceve la remission de’ peccati mediante il suo nome” (Atti 10:43). Come si può ben vedere è mediante la fede nel nome di Gesù Cristo che si riceve la remissione dei peccati.

4. In che cosa consisteva il battesimo per i morti praticato da alcuni credenti a Corinto secondo che è scritto: “Altrimenti, che faranno quelli che son battezzati per i morti? Se i morti non risuscitano affatto, perché dunque son essi battezzati per loro?” (1 Cor. 15:29)?
Consisteva in un battesimo in acqua compiuto da dei credenti a pro di credenti che erano morti senza di esso, un battesimo vicario dunque. Un battesimo comunque che noi non siamo chiamati a compiere; è vero che Paolo lo cita par-

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lando ai santi di Corinto ma le sue parole non avallano affatto una simile usanza. Le sue parole sul battesimo per i morti avevano solo lo scopo di fare capire ai santi di Corinto, in mezzo ai quali alcuni dicevano che non v’era resurrezione dei morti, che se i morti non resuscitano era contraddittorio che alcuni si facessero battezzare per i morti. In altre parole Paolo volle loro dire che coloro che si facevano battezzare per i morti facevano ciò perché credevano che c’era la resurrezione dei morti altrimenti non lo avrebbero fatto.

5. Gesù diede l’ordine di battezzare agli apostoli; ciò significa che solo gli apostoli hanno l’autorità di battezzare?
No, non è così perché il battesimo lo possono ministrare pure dei ministri del Vangelo che non sono apostoli. Filippo infatti, che era evangelista (cfr. Atti 21:8) e non apostolo, a Samaria battezzò coloro che avevano creduto secondo che è scritto: “Ma quand’ebbero creduto a Filippo che annunziava loro la buona novella relativa al regno di Dio e al nome di Gesù Cristo, furon battezzati, uomini e donne. E Simone credette anch’egli; ed essendo stato battezzato, stava sempre con Filippo; e vedendo i miracoli e le gran potenti opere ch’eran fatti, stupiva” (Atti 8:1213). Filippo battezzò pure l’eunuco (cfr. Atti 8:38). Anche Anania, non era un apostolo – la Scrittura lo chiama soltanto “un certo discepolo” (Atti 9:10) e “uomo pio secondo la legge” (Atti 22:12) - eppure battezzò Saulo da Tarso (cfr. Atti 9:18).

6. Il battesimo si può ministrare anche per aspersione?
No, il battesimo si deve ministrare solo per immersione. La stessa parola greca baptizo significa per altro 'immergere', 'tuffare'. L'eunuco dopo che fu evangelizzato dall'evangelista Filippo fu battezzato e questo battesimo lo ricevette per immersione infatti è scritto: "E cammin facendo, giunsero a una cert’acqua. E l’eunuco disse: Ecco dell’acqua; che impedisce che io sia battezzato? E comandò che il carro si fermasse; e discesero ambedue nell’acqua, Filippo e l’eunuco; e Filippo lo battezzò. E quando furon saliti fuori dell’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo; e l’eunuco, continuando il suo cammino tutto allegro, non lo vide più" (Atti 8:36-39).

7. I neonati vanno battezzati?
No, perché il battesimo, secondo l’insegnamento biblico, va ministrato a persone che hanno creduto nel Vangelo del nostro Signore Gesù Cristo, secondo che è scritto: "Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato" (Mar. 16:16); il che significa a persone che hanno accettato come veri i seguenti fatti storici cioè che Gesù Cristo è morto sulla croce per i nostri peccati e che il terzo giorno è risuscitato per la nostra giustificazione. Questo è quello che avveniva nella chiesa primitiva secondo che è scritto: "Quelli dunque i quali accettarono la sua parola, furon battezzati" (Atti 2:41), ed anche: "Ma quand’ebbero creduto a Filippo che annunziava loro la buona novella relativa al regno di Dio e al nome di Gesù Cristo, furon battezzati, uomini e donne" (Atti 8:12). E un neonato non ha per nulla la capacità di credere con il suo cuore queste cose. In tutto il Nuovo Testamento non c’è un solo passo biblico che possa essere preso a favore del battesimo dei neonati, ripeto nessuno. Nel libro degli Atti che racconta la storia della Chiesa primitiva fino a circa l’anno 60, come anche nelle epistole degli apostoli, non c’è nessun riferimento ad una tale pratica. Essa era del tutto sconosciuta agli apostoli e ai discepoli antichi. La pratica di battezzare i neonati, o meglio di aspergerli di acqua perché di fatto non si tratta neppure di un battesimo in acqua ma di una aspersione di acqua, cominciò ad essere introdotta in seno ai Cristiani quando si cominciò ad attribuire al battesimo il potere di purificare l’essere umano dai suoi peccati, potere che esso non ha perché questo potere lo possiede solo il sangue di Cristo, è solo tramite la fede nel suo sangue che si può ottenere la purificazione dei propri peccati. Per un ulteriore approfondimento su questo argomento leggi il secondo capitolo del mio libro sulla Chiesa Cattolica Romana, in particolare la sezione dedicata alla confutazione del loro sacramento del battesimo.

8. Caro fratello Giacinto, ti saluto nella pace del Signore. Vorrei farti una domanda semplice, ma contemporaneamente difficile. Quando una persona passa dal Cattolicesimo al "Cristianesimo" deve ribattezzarsi? Molti affermano che non c’è bisogno di ribattezzarsi, perchè si è stati battezzati già una volta;

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altri affermano che si deve ribattezzare perchè il vero battesimo è per immersione e si deve compiere il patto quando una persona è capace di intendere e di volere.
Quando un cattolico romano si converte a Cristo deve farsi battezzare per immersione da un ministro del Vangelo nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Quello che lui ricevette da bambino quando il prete lo asperse con la cosiddetta acqua santa non fu affatto il battesimo ordinato da Cristo. Innanzi tutto perchè il battesimo ordinato da Cristo è per coloro che hanno creduto; Gesù Cristo infatti disse: "Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato" (Marco 16:16). Un neonato può avere creduto che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, morto sulla croce per i nostri peccati e risorto dai morti il terzo giorno? Non credo proprio. In secondo luogo perchè il battesimo ordinato da Cristo è per immersione e non per aspersione, vedi l’esempio dell’eunuco che scese nell’acqua con Filippo l’evangelista e fu da quest’ultimo battezzato (cfr. Atti 8:38). E d’altronde la stessa parola greca ‘baptizo’ indica questo fatto. Mentre il prete butta un pò d’acqua sul capo del neonato. In terzo luogo perchè il cosiddetto battesimo cattolico ha la capacità secondo la dottrina cattolica di togliere i peccati, di cancellarli, a prescindere che sia ministrato a neonati o adulti, e questa è una eresia perchè è solo il sangue di Cristo che cancella i peccati dalla coscienza dell’uomo e questo avviene quando egli si ravvede e crede in Cristo Gesù. Secondo la Scrittura infatti la remissione dei peccati si ottiene quando si crede in Gesù Cristo (cfr. Atti 10:43), cioè quando si crede nel suo sacrificio espiatorio compiuto per noi, per riconciliarci con Dio. E’ il sangue di Gesù che purifica da ogni peccato, spiega Giovanni nella sua prima epistola; e non l’acqua del prete.

9. Pace! Vorrei porti un quesito che riguarda il battesimo. Una mia cara amica in questi giorni ha "scoperto" l'amore di Dio e la potenza dello Spirito Santo e ha aperto il suo cuore a Gesù. Questa donna era mormone e quindi battezzata per immersione in quella chiesa, dopo qualche anno di matrimonio con un musulmano è divenuta anche lei musulmana. Credo che lei sia nata in una famiglia cattolica e che abbia anche ricevuto il battesimo cattolico. La mia domanda è: deve ripetere di nuovo il battesimo in una Chiesa Evangelica? Lei sente il bisogno di battezzarsi. Ti ringrazio in anticipo. Che Dio ti benedica per i servizi che tu e tuo fratello offrite a tutti noi.
Certo che deve farsi battezzare in seno alla Chiesa Evangelica perché il battesimo ricevuto in seno ai Mormoni è un battesimo non valido. I Mormoni sono eretici perché insegnano eresie di perdizione (Dio era un uomo poi diventò Dio, Dio ha un Padre, un Nonno ecc., Gesù si sposò a Cana di Galilea, la salvezza è per opere, i peccatori hanno la possibilità di sentire il Vangelo e di credere dopo morti, i vivi si devono far battezzare per i morti, e tante altre - leggi il mio libro confutatorio che è on line).Dì quindi a questa tua amica di farsi battezzare immediatamente. La grazia sia con te

10. Nel nome di chi va ministrato il battesimo in acqua?
Il battesimo in acqua va ministrato nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo perché così ha ordinato Gesù Cristo agli apostoli prima di essere assunto in cielo secondo che è scritto: “Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo” (Matt. 28:19). Nel nome del Padre perché Lui ha mandato il Figliuolo nel mondo per salvare il mondo; nel nome del Figliuolo perché Lui ha dato se stesso a cagione delle nostre offese ed è risuscitato per la nostra giustificazione; e nel nome dello Spirito Santo perché Egli è Colui che convince il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio, ed è stato sparso nei nostri cuori e mediante di esso gridiamo: ‘Abba, Padre!’.

11. E’ quando siamo stati battezzati in acqua che abbiamo fatto patto con Dio?
No, non è quando siamo stati battezzati in acqua che abbiamo fatto patto con Dio, ma quando ci siamo ravveduti ed abbiamo creduto nel Figliuolo di Dio, ossia quando siamo stati giustificati mediante la nostra fede. In altre parole, noi abbiamo fatto il patto con Dio nel momento in cui abbiamo ricevuto la circoncisione del cuore, ossia quando abbiamo sperimentato la remissione dei nostri peccati perché questo si deve intendere per circoncisione del cuore. Come infatti la circoncisione della carne sotto l’Antico Patto era il segno del patto tra Dio e gli Israeliti, secondo che disse Dio: “E sarete circoncisi: e questo sarà un segno del patto fra me e voi” (Gen. 17:11), così ora sotto il Nuovo Patto il segno del patto fra Dio e noi è la circoncisione del cuore, che non è una circoncisione fatta da mano d’uomo

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(come lo era quella fatta sotto la legge) ma una circoncisione fatta da Cristo Gesù, il quale con il suo prezioso sangue ha purgato la nostra coscienza dai peccati che la contaminavano. Il battesimo quindi, dato che segue la fede, dato che segue la circoncisione del cuore, è un atto esteriore mediante il quale il circonciso nel cuore proclama che egli ha già fatto PATTO con Dio.

12. Caro fratello, ho letto sul tuo sito la risposta alla domanda su cosa consisteva il "battesimo per i morti" nella chiesa di Corinto (1Cor. 15:29). Mi rendo conto della difficoltà del problema, ma nella risposta ci sono alcune cose che non quadrano: 1) perché il futuro ‘che faranno quelli che...’, quando per alludere ad un uso già esistente sarebbe stato più logico adoperare il presente: "Che fanno?"; 2) Nel N.T. non c'è nulla che possa sostenere il battesimo vicario; 3) Nel I° secolo tale pratica non è documentata; la ritroviamo invece nel II° secolo. 4) E' strano che Paolo, che nella sua lettera corregge tanti errori dei Corinzi, non abbia neanche una parola di biasimo per una pratica superstiziosa e contraria allo spirito del Vangelo.
Ascolta, fratello, circa il battesimo per i morti praticato nella Chiesa di Corinto da alcuni, non sappiamo molto, anzi pochissimo, infatti l’unico accenno ce lo dà Paolo. Comunque, possiamo dedurre dalle sue parole che esisteva, questo si evince forse meglio nella Versione Diodati dove Paolo dice: “Altrimenti, che faranno coloro che son battezzati per li morti? se del tutto i morti non risuscitano, perché son eglino ancora battezzati per li morti?” (1 Cor. 15:29) Con queste domande Paolo è come se avesse voluto dire: ‘Ma se i morti non risuscitano, allora perchè quelli che sono battezzati per i morti si fanno ancora battezzare per i morti? Non è un controsenso farsi battezzare per persone che poi si sa non risusciteranno affatto ma rimarranno morti e basta? Certamente si rimane perplessi che Paolo non colga l’occasione per ammonire quelli che si facevano battezzare per i morti, tuttavia occorre tenere presente che il contesto non lo permetteva perché lui in quel caso stava parlando della resurrezione dei morti, e il battesimo vicario lui lo cita solo per fare notare l’assurdità di farsi battezzare per qualcuno morto che si crede non risusciterà. Alla fin fine Paolo con quelle parole vuole difendere la resurrezione dei morti, e non certamente il battesimo per i morti. Lo so, può sembrare strano che lui non ammonisca coloro che si facevano battezzare per i morti, tuttavia tieni presente che questo non significa che non lo abbia fatto in seguito infatti egli dice sempre ai Corinzi: “Le altre cose regolerò quando verrò” (1 Cor. 11:34), quindi nella Chiesa di Corinto di comportamenti sbagliati da correggere o da regolare ce ne erano altri non menzionati nella sua epistola. Ed io credo che tra queste cose c’era pure questo comportamento di alcuni credenti di farsi battezzare per i morti. Paolo sapeva quello che scriveva e come scriveva, e io sono persuaso che con tutta la stranezza che possano avere queste sue due domande, certamente lui non insegnava a farsi battezzare per i morti come non lo insegnò neppure Gesù Cristo. Gesù ordinò di battezzare coloro che credevano, e quindi dato che per mettersi a credere occorre essere vivi fisicamente, il battesimo in acqua va ministrato solo ai vivi. Il ladrone che in fin di vita morì sulla croce, morì senza il battesimo in acqua. Possiamo allora noi pensare o immaginare che Gesù dopo che risuscitò ordinò a qualcuno dei suoi apostoli di farsi battezzare per quell’uomo? Io non lo penso nella maniera più assoluta. Se il battesimo per i morti fosse stato utile e necessario io credo che il Signore lo avrebbe chiaramente istituito, il fatto che non lo abbia fatto esclude quindi che sia una pratica da compiere.

13. Può un cristiano nato di nuovo battezzare una persona che ha fatto una genuina esperienza con Gesù anche se non è pastore?
Certo che un Cristiano può battezzare un neoconvertito, anche se non è pastore, perché nella Scrittura abbiamo l’esempio di Filippo, che era un evangelista (cfr. Atti 21:8) e non un pastore o un anziano di Chiesa, che battezzò i Samaritani quando questi credettero alla Buona Novella del Regno di Dio (cfr. Atti 8:12), e l’eunuco quando questi credette e chiese di essere battezzato (cfr. Atti 8:26-38). Ovviamente, questo vale anche nel caso il Cristiano che deve battezzare sia un apostolo, un profeta, un dottore. Per esempio Paolo, che era un apostolo battezzò quei circa dodici discepoli di Efeso (cfr. Atti 19:5). Quando poi negli Atti è scritto che a Corinto molti dei Corinzi udendo Paolo credevano ed erano battezzati (cfr. Atti 18:8), tenendo presente che Paolo battezzò solo Crispo, Gaio e la famiglia di Stefana (cfr. 1 Cor. 1:14-16), dobbiamo ritenere che coloro che battezzarono la maggior parte dei credenti di quella città furono Sila e Timoteo che erano assieme a Paolo e che erano degli apostoli (cfr. Atti 18:5; 1 Tess. 1:1; 2:6); Sila era anche profeta (cfr. Atti 15:32). I credenti di Colosse furono battezzati da Epafra che fu colui che annunciò loro il Vangelo della grazia e che era un ministro di Cristo (cfr. Col. 1:7). Cornelio e quelli di casa sua che si convertirono al Signore dopo avere udito il Vangelo predicatogli dall’apostolo Pietro pare che furono battezzati dai credenti circoncisi che erano andati con Pietro a casa di Cornelio, infatti è scritto che Pietro comandò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo (cfr. Atti 10:48). Non sappiamo se quei credenti fossero dei conduttori o avessero un ministerio

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o fossero invece dei semplici credenti che non ricoprivano nessun ufficio nella chiesa e nessun ministerio; comunque nel caso furono loro a battezzare Cornelio e i suoi fu Pietro che era con loro a ordinarglielo. E se il Cristiano non ricopre nessun ufficio nella Chiesa, cioè nel caso non sia né apostolo, né profeta, né evangelista, né pastore e né dottore, e neppure anziano e diacono? Come si deve comportare? Io ritengo che nel caso le circostanze non permettano altra soluzione che quella che sia lui stesso a battezzare, lo possa fare. Il battesimo sarà comunque valido. Dico tutto questo perché io sono pienamente persuaso che nella Chiesa dell’Iddio vivente una pecora non può comportarsi come vuole, ma deve sottostare a un ordine, ossia deve essere sottomessa ai suoi conduttori che Dio ha stabilito per la conduzione della Chiesa e quindi anche per ministrare il battesimo in acqua e la cena del Signore. Ripeto, tranne che in circostanze del tutto particolari ed eccezionali, un cristiano deve lasciare che sia uno dei suoi conduttori o un ministro del Vangelo a ministrare il battesimo in acqua. Per farti un esempio traendolo dalla vita di tutti i giorni, un cittadino italiano può certamente fare le funzioni di un vigile urbano nel caso è costretto a deviare il traffico subito dopo un grave incidente che succede proprio dinnanzi ai suoi occhi, qualcuno deve per forza farlo anche se egli non è un vigile o un poliziotto per mettere un po’ d’ordine al traffico, e questo succede alcune volte, ma è evidente che una volta che arrivano i vigili urbani o la polizia stradale, egli si metterà da parte per far fare il lavoro alle persone stabilite dallo Stato a fare questa cosa. Non è che quel cittadino si renderà colpevole mettendosi a fare il vigile o il poliziotto per qualche minuto, perché le circostanze erano del tutto speciali.

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BIBBIA

1. Che significato ha la parola Bibbia?
Il termine italiano Bibbia deriva dal greco Biblìa, plurale neutro, che significa 'I libri'. La Parola Biblìa passò poi nel latino della Chiesa e divenne un femminile singolare cioè Bibbia. Si dice che il primo ad usare il termine Biblìa per indicare i libri sacri sia stato Giovanni Crisostomo (344-407), uno dei cosiddetti padri della Chiesa.

2. Ma nella Bibbia ho trovato delle contraddizioni; come mai questo?
No, nella Bibbia non ci sono contraddizioni. Semmai ci sono delle APPARENTI CONTRADDIZIONI che appaiono appunto contraddizioni a motivo della nostra limitata conoscenza. Non dobbiamo mai dimenticarci infatti che “noi conosciamo in parte” (1 Cor. 13:9), per cui ci sono delle cose scritte nella Bibbia che ci possono apparire in contraddizione tra loro. Sono pienamente persuaso che in quel giorno, quando la conoscenza sarà abolita (cfr. 1 Cor. 13:8), capiremo appieno perché certe espressioni e certi racconti presenti nella Bibbia ci apparivano in contraddizione tra di loro. Tu allora mi dirai: ‘Ma come mai Dio ha voluto che nella Scrittura ci fossero queste apparenti contraddizioni?’ Ascolta, anch’io mi sono spesso domandato come mai Dio ha voluto che certe cose fossero scritte in maniera da apparire contraddittorie, ed ogni volta sono giunto alla stessa conclusione, e cioè che questo Dio ha voluto farlo per mettere alla prova i credenti per vedere se dinnanzi a tali APPARENTI CONTRADDIZIONI cominciano a mettere in dubbio o in discussione l’ispirazione della Scrittura. Prova che devo dire certi credenti non hanno superato perché hanno cominciato a dire che la Bibbia è un libro che ha degli errori! Per ciò che mi riguarda devo confessare che dopo che mi sono convertito ed ho cominciato ad investigare le Scritture, nel trovarmi davanti certi passaggi in contraddizione tra loro fui tentato di dire che nella Bibbia c’erano alcuni errori umani, ma considerando da vicino le cose alla luce di tutta la Scrittura giunsi alla conclusione che la Scrittura appunto perché Parola di Dio non poteva avere nessun errore e che quindi quelli che parevano degli errori erano ERRORI APPARENTI. Ma sono anche persuaso che Dio ha voluto inserire queste apparenti contraddizioni nella sua Parola per fare inciampare gli increduli. Voglio fare a tale proposito due esempi. Il primo è questo. Riguardo al Messia nel libro del profeta Isaia è scritto: “Poi un ramo uscirà dal tronco d’Isai, e un rampollo spunterà dalle sue radici. Lo spirito dell’Eterno riposerà su lui: spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di forza, spirito di conoscenza e di timor dell’Eterno. Respirerà come profumo il timor dell’Eterno, non giudicherà dall’apparenza, non darà sentenze stando al sentito dire, ma giudicherà i poveri con giustizia, farà ragione con equità agli umili del paese. Colpirà il paese con la verga della sua bocca, e col soffio delle sue labbra farà morir l’empio. La giustizia sarà la cintura delle sue reni, e la fedeltà la cintura dei suoi fianchi. Il lupo abiterà con l’agnello, e il leopardo giacerà col capretto; il vitello, il giovin leone e il bestiame ingrassato staranno assieme, e un bambino li condurrà. La vacca pascolerà con l’orsa, i loro piccini giaceranno assieme, e il leone mangerà lo strame come il bue. Il lattante si trastullerà sul buco dell’aspide, e il divezzato stenderà la mano sul covo del basilisco. Non si farà né male né guasto su tutto il mio monte santo, poiché la terra sarà ripiena della conoscenza dell’Eterno, come il fondo del mare dall’acque che lo coprono” (Is. 11:1-9). Come si può vedere in queste parole del profeta alla venuta del Messia ci sarebbe stata una radicale trasformazione nella natura, i poveri avrebbero ricevuto giustizia, l’empio sarebbe stato da lui messo a morte, e la terra sarebbe stata ripiena della conoscenza di Dio. Secondo però altre parole dello stesso profeta il Messia alla sua venuta avrebbe patito la morte per gli empi (cfr. cap. 53). Questa è una apparente contraddizione IN CUI INCIAMPANO GLI EBREI infatti essi dicono che Gesù non può essere il Messia appunto perché alla sua venuta non sono avvenute quelle cose scritte dal profeta Isaia al capitolo 11. Per noi adesso la cosa è chiara, in quei versi del capitolo 11 sopra citati, nella seconda parte, si fa riferimento a quello che avverrà al ritorno del Messia. Per loro però la cosa non è affatto chiara. Non è che per questo gli Ebrei ortodossi negano l’ispirazione del profeta Isaia, ma certamente inciampano nelle sue parole. Il secondo esempio è questo. Nella legge è scritto: “Ascolta, Israele: l’Eterno, l’Iddio nostro, è l’unico Eterno” (Deut. 6:4), e nei profeti: “Io sono l’Eterno, e non ve n’è alcun altro; fuori di me non v’è altro Dio!… “ (Is. 45:5). Negli scritti del Nuovo Testamento però in svariate maniere è detto che Gesù Cristo, il Figlio di Dio, è Dio; uno di questi passi è questo: “In verità, in verità vi dico: Prima che Abramo fosse nato, io sono” (Giov. 8:58), e un altro è il seguente: “Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio” (Giov. 1:1-2). Non è dunque in contraddizione la Scrittura? No, non lo è – anche se sembra il contrario - perché quando la Scrittura parla dell’unicità di Dio parla di una unicità composita, per cui la Scrittura non esclude la divinità di Cristo, come neppure quella dello Spirito Santo. Gli Ebrei disubbidienti però inciampano in questa apparente contraddizione per cui rifiutano nella maniera più categorica di riconoscere la divinità di Gesù Cristo. E assieme agli Ebrei ce ne sono molti altri di individui

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increduli che inciampano proprio in questa apparente contraddizione biblica; tra questi per esempio ci sono i Testimoni di Geova che a differenza degli Ebrei però riconoscono l’ispirazione degli Scritti del Nuovo Testamento. Come ben sappiamo però i Testimoni di Geova, o meglio una loro specifica Commissione, hanno manipolato parecchi passi del Nuovo Testamento che attestano la divinità di Cristo. Considerando dunque questi esempi citati, noi dobbiamo stare attenti a non inciampare in certe APPARENTI CONTRADDIZIONI presenti sia nell’Antico Testamento che nel Nuovo Testamento (a cui non riusciamo ancora a dare una spiegazione). Dio non si è mai contraddetto e non può contraddirsi – quindi la sua Parola non può avere contraddizioni – perché Egli non può mentire e non è doppio nel parlare. Sia Egli riconosciuto verace, ma ogni uomo bugiardo (cfr. Rom. 3:4). Amen.

3. Ho sentito parlare di libri apocrifi (presenti nelle Bibbie cattoliche); di che si tratta?
Sono dei libri che la Chiesa Cattolica Romana ha aggiunto al canone della Bibbia (cioè a quell’insieme di libri riconosciuti sacri dalla Chiesa sin dall’inizio e di cui è composta la Bibbia). Essi sono: Tobia, Giuditta, Sapienza, Ecclesiastico, Baruc e 1 e 2 Maccabei. Oltre all’aggiunta di questi libri occorre dire che sono state fatte delle aggiunte al libro di Ester e a quello di Daniele. Sia i libri apocrifi che le aggiunte furono dichiarate SCRITTURA ISPIRATA DA DIO nella sessione del 8 Aprile 1546 del concilio di Trento. Questo concilio ha lanciato un anatema contro chi non riconosce come sacri e canonici tutti i libri dichiarati tali da esso (per cui anche contro coloro che non riconoscono i libri apocrifi e le aggiunte come Parola di Dio); ecco l’anatema: ‘Se qualcuno, poi, non accetterà come sacri e canonici questi libri, interi con tutte le loro parti, come si é soliti leggerli nella chiesa cattolica e come si trovano nell’edizione antica della volgata latina e disprezzerà consapevolmente le predette tradizioni, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. IV, primo decreto.). I libri apocrifi (da apokryphos, termine greco che significa ‘nascosto’) sono chiamati dalla chiesa romana ‘deuterocanonici’ ossia aggiunti al canone. Noi non riconosciamo i libri apocrifi come Parola di Dio (e difatti nella nostra Bibbia non ci sono) per le seguenti ragioni: 1) Essi sono pieni di contraddizioni (reali e non apparenti) e di errori 2) Lo Spirito della verità che dice la verità, non attesta per nulla in noi figliuoli di Dio che essi sono Parola di Dio perché ci fa sentire in maniera inequivocabile che essi non devono essere accettati come Parola di Dio 3) Né Gesù Cristo e neppure gli apostoli fecero mai riferimento a questi libri apocrifi 4) Gli Ebrei prima e poi anche i Cristiani dei primi secoli dopo Cristo non li riconobbero mai come canonici.

4. Come si spiega il fatto che nei Proverbi prima è scritto: “Non rispondere allo stolto secondo la sua follia, che tu non gli abbia a somigliare” (Prov. 26:4) e subito dopo: “Rispondi allo stolto secondo la sua follia, perché non abbia a credersi savio”?
Si spiega in questa maniera. C’è un tempo in cui occorre seguire il primo precetto e un tempo in cui bisogna seguire il secondo precetto. E’ necessario dunque discernere quando sia il caso di non rispondere allo stolto secondo la sua follia, e quando invece sia il caso di rispondergli come merita secondo la sua follia. In questo secondo caso lo si fa per non fare illudere lo stolto che con i suoi discorsi folli si crede più saggio di sette uomini che danno risposte sensate (cfr. Prov. 26:16).

5. Quando Davide diceva nei Salmi: “Il tuo bastone e la tua verga sono quelli che mi consolano” (Sal. 23:4) cosa voleva dire?
Voleva dire che i castighi che Dio gli infliggeva alla fine risultavano a suo favore per cui erano ben accetti dalla mano di Dio. Questo concetto lo esprime in questa maniera lo scrittore del Salmo centodiciannove: “Prima che io fossi afflitto, andavo errando; ma ora osservo la tua parola …. È stato un bene per me l’essere afflitto, ond’io imparassi i tuoi statuti … Io so, o Eterno, che i tuoi giudizî son giusti, e che nella tua fedeltà m’hai afflitto” (67,71,75). E lo conferma anche lo scrittore agli Ebrei quando dice: “Or ogni disciplina sembra, è vero, per il presente non esser causa d’allegrezza, ma di tristizia; però rende poi un pacifico frutto di giustizia a quelli che sono stati per essa esercitati” (Ebr. 12:11). Va detto però anche che il bastone e la verga Dio li usa anche contro i nostri nemici quando ci deve fare giustizia, per cui anche in questo caso il suo bastone e la sua verga ci consolano, ossia quando noi vediamo o ci ricordiamo di qualche giudizio di Dio contro coloro che ci fanno male proviamo consolazione e ci sentiamo solle-

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vati perché riconosciamo che la nostra causa sta davanti a Dio e che Lui è un Dio giusto. Diceva il salmista a Dio: “Io mi ricordo de’ tuoi giudizi antichi, o Eterno, e mi consolo” (Sal. 119:52). Amen.

6. Che cosa significa “Tutto è puro per quelli che sono puri” (Tito 1:15)?
Significa che tanto la mente che la coscienza di coloro che sono puri di cuore sono appunto pure; questo lo si capisce leggendo le parole successive che sono: “Ma per i contaminati ed increduli niente è puro; anzi, tanto la mente che la coscienza loro son contaminate. Fanno professione di conoscere Iddio; ma lo rinnegano con le loro opere, essendo abominevoli, e ribelli, e incapaci di qualsiasi opera buona” (Tito 1:15-16). Queste parole dunque non significano né che andare al mare o guardare la televisione o andare a ballare o fumare sono cose pure per i credenti, perché se così fosse vorrebbe dire che le concupiscenze mondane sono pure quando così non è tanto è vero che tramite di esse i credenti si contaminano. E non significano neppure che per coloro che sono puri di cuore ogni cibo è puro perché ci sono credenti che quantunque abbiano la loro coscienza purificata con il sangue di Gesù e abbiano un cuore puro dinnanzi a Dio, pure considerano un certo cibo impuro per una loro convinzione personale. Paolo dice che se un fratello “stima che una cosa è impura, per lui è impura” (Rom. 14:14). Se interpretassimo quelle parole di Paolo a Tito in questa maniera finiremmo con il dire che se un credente considera un cibo impuro ciò significa che lui non è puro e questo significherebbe giudicare il fratello.

7. Lettura da Genesi 10:31: “Costoro [furono] i figliuoli di Sem, secondo le loro famiglie [e] lingue, ne' loro paesi, per le loro nazioni”. Questo versetto precede il capitolo dove si parla della torre di babele dove vennero confuse le lingue. Domanda: come mai parla di lingue, forse avevano già una lingua differente o il confondimento delle lingue fu solo per un popolo?
La risposta non è né la prima e neppure la seconda da te suggerita infatti nel racconto della costruzione della torre di Babele è detto che “tutta la terra parlava la stessa lingua e usava le stesse parole” (Gen. 11:1). Per cui prima che Dio confondesse il linguaggio degli uomini, tutti gli uomini parlavano la stessa lingua. Come si spiega allora il fatto che dei figli di Sem è detto nel versetto 31 del capitolo 10 – ma bada che la stessa cosa viene detta anche dei figli di Jafet, versetto 5; e dei figli di Cam, versetto 20 - che “questi sono i figliuoli di Sem, secondo le loro famiglie, secondo le loro lingue, nei loro paesi, secondo le loro nazioni”? Si spiega in questa maniera. Questi versetti citati prima del racconto della confusione del linguaggio operata da Dio, quantunque siano scritti prima del racconto della confusione del linguaggio si riferiscono a circostanze che si vennero a creare appunto dopo che Dio confuse il linguaggio degli uomini. Tu allora dirai: ‘Ma allora la Scrittura non racconta gli eventi in ordine cronologico?’ Non sempre. Per confermarti questo con un altro esempio biblico, cito Caino. Ora, di Caino, dopo che Dio lo maledisse e si partì dal cospetto di Dio, si dice che “Caino conobbe la sua moglie, la quale concepì e partorì Enoc” (Gen. 4:17). Dove prese questa donna Caino se prima di ciò da nessuna parte si parla di altre donne oltre a Eva? La risposta la troviamo dopo, quando la Scrittura dice che Adamo “generò figliuoli e figliuole” (Gen. 5:4). Quindi la donna che Caino prese per moglie era una delle figlie di Adamo, cioè una sorella di Caino. Nota bene però che delle figlie di Adamo si parla dopo che Caino ne prese in moglie una, eppure la nascita di queste donne fu anteriore al matrimonio di Caino con una di esse.

8. Chi ha scritto l’epistola agli Ebrei?
Non si sa, alcuni dicono Paolo, altri Apollo, e altri ancora Barnaba. A favore della sua redazione da parte di Paolo depone soprattutto il fatto che alla fine di essa l’autore dice: “La grazia sia con tutti voi” (Ebr. 13:25), che era l’espressione di saluto tipica dell’apostolo Paolo infatti alla fine di una delle sue epistole egli scrisse: “Il saluto è di mia propria mano; di me, Paolo; questo serve di segno in ogni mia epistola; scrivo così. La grazia del Signor nostro Gesù Cristo sia con tutti voi” (2 Tess. 3:17-18).

9. Dove sta scritta nella Bibbia la famosa frase ‘Aiutati, che Dio ti aiuta’?
Da nessuna parte. E’ una frase per altro che non corrisponde a verità perché Dio non dice all’uomo di aiutarsi per prima che poi lo aiuterà lui, ma di avere fede in Lui e invocarlo quando si trova nella distretta e Lui lo tirerà fuori.

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Dice infatti la Scrittura all’uomo: “Confidati nell’Eterno con tutto il cuore …” (Prov. 3:5), e: “Offri a Dio il sacrifizio della lode, e paga all’Altissimo i tuoi voti; e invocami nel giorno della distretta: io te ne trarrò fuori, e tu mi glorificherai” (Sal. 50:14-15). Sulle labbra di un Cristiano dunque questa frase non ci deve stare, ci deve semmai stare quest’altra frase: ‘Invoca Dio, cercalo con tutto il tuo cuore, e lui ti aiuterà qualunque sia il tuo problema’.

10. La tua idea è tutta basata e completamente dipendente dalle "sacre scritture". Chi dice che sono reali avvenimenti?? Quali reali e sottolineo reali testimonianze?? E se fosse tutto fatto, scritto e tramandato dall'uomo per la sua indispensabile necessità di attribuire e dare una risposta a ciò che non si può conoscere? Ai misteri della vita??
Vedi, io mi baso sulla Sacra Scrittura perché credo che essa sia tutta ispirata da Dio. E che la Scrittura sia di origine divina lo dimostra - tra le tante cose - anche il fatto che coloro che hanno deciso di credere con tutto il cuore nel Vangelo hanno ottenuto la remissione dei loro peccati, hanno ottenuto la pace e la gioia che avevano cercato nei piaceri del mondo o nelle varie filosofie senza trovarle. Io che ti scrivo ho sperimentato tutto ciò mediante la mia fede, per cui io costituisco una testimonianza vivente. Non mi credi? Perché non decidi anche tu di credere in Gesù Cristo e vedrai come Lui trasformerà la tua vita? Prega Dio, chiedigli di rivelarsi nella tua vita in maniera personale e di certo lo farà. Guarda, la Bibbia è stata attaccata nei secoli, anzi nei millenni, da tanti che hanno addotto le più svariate ragioni al suo successo ma nessuno è riuscito a scalfire la sua importanza, o meglio nessuno è riuscito ad annullare il suo potere perché questo libro - checché ne dicano molti - ha un potere che nessun altro libro ha. La ragione? Semplice, il libro è ispirato per cui verace. Gli stessi archeologi hanno dovuto riconoscere della veracità di tante storie bibliche che per tanto tempo erano state considerate delle favole o delle leggende. E poi, ti domando, come fai a mettere in discussione l'esistenza storica di Gesù Cristo? Non credi che sarebbe come mettere in discussione l'esistenza di Napoleone, o di Cesare, o di Nerone? Dovrai pur riconoscere che Gesù di Nazareth è esistito! Anzi ti dirò di più, Gesù Cristo è anche risuscitato ed è stato assunto in cielo, per cui Egli vive ancora. Ascolta, metti da parte i tuoi pregiudizi contro la Bibbia, e credi in Cristo e vedrai come egli ti si manifesterà. Gesù un giorno disse queste parole: "Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io l'amerò e mi manifesterò a lui" (Giov. 14:21). Prendilo in parola, non ti deluderà! Che Dio ti benedica e si manifesti nella tua vita.

11. Perchè ti fidi così ciecamente di quello che dice la Bibbia? E se fosse tutto falso? E se fosse l'ateismo o una qualsiasi altra religione ad essere nella verità o non quella di Gesù Cristo? E se niente o tutto è nel giusto? Perchè continui a dire che solo tu sei nel giusto, criticando chi non crede?
Vedi, io mi fido di tutto quello che dice la Bibbia perché essa è ispirata da Dio e Dio non può mentire. Nessuna falsità è presente in essa. Perchè non ti metti a leggerla, cominciando dal Nuovo Testamento? La verità è solo in Gesù Cristo e questo perchè Lui è la verità. Lui è anche la sola via che mena a Dio, qualsiasi altra via che ti suggeriscono gli uomini è falsa. Io ho conosciuto la verità per cui esorto chi ancora non la conosce a conoscerla. Capisco perfettamente che il mio modo di parlare dà fastidio a molti perché pensano che io li giudichi ingiustamente, ma io so in chi ho creduto, e sono persuaso che Egli è potente a salvare sia coloro che mi ascoltano che coloro che leggono i miei messaggi di evangelizzazione. E tu, non ti sei mai domandata: 'E se Gesù fosse veramente il Figlio di Dio? E se tutto quello che egli ha detto fosse vero per cui fuori da lui non c'è salvezza?’ Il mio desiderio è quello che tu sia salvata e venga alla conoscenza della verità che è in Cristo Gesù. Sappi che fedeli sono le ferite di chi ama, e frequenti i baci di chi odia. Se sul momento ti senti ferita dalle mie parole, sappi che sono ferite di vero amore. Cerca la verità con tutto il cuore, chiedi a Dio di rivelarti qual'è la verità e vedrai che lui si manifesterà personalmente nella tua vita.

12. Non mi sono sentita minimamente ferita dalle tue parole. Ognuno ha la propria opinione e non deve forzare il resto della gente a pensarla come lui. E' vero, potresti avere ragione tu e torto io, ma finchè non ne sono convinta rimango della mia idea. Come fai a dire che tu solo hai conosciuto la verità? E chi ti dice che Dio non può mentire (sempre se esiste)?
Innanzi tutto, ti dico che non mi considero il solo che ha conosciuto la verità, assieme a me ci sono tante e tante persone di tutti i popoli, le razze e le lingue, che l’hanno conosciuta. Anche tutte queste persone dunque possono dire di avere conosciuto la verità. Perché? Perché hanno conosciuto Colui che è la verità, cioè Gesù Cristo secondo che lui stesso ebbe a dire: “Io sono … la verità …” (Giov. 14:6). E che sia così lo attesta l’apostolo Giovanni che ci dice a noi che abbiamo creduto in Gesù Cristo: “Io vi ho scritto non perché non conoscete la verità, ma perché la conosce-

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te, e perché tutto quel ch’è menzogna non ha che fare colla verità” (1 Giov. 2:21). E questa fiducia ovviamente viene da Dio e non da noi, il quale ha mandato il suo Spirito Santo nei nostri cuori che ci attesta che le cose stanno così: “Lo Spirito è la verità” (1 Giov. 5:6), e ci attesta nei nostri cuori che noi siamo nella verità. Comprendo bene che questo mio parlare può sembrarti incomprensibile o estremamente semplicistico ma le cose stanno così. Chi mi dice che Dio non può mentire? Sempre la Bibbia infatti è scritto che Dio “non può mentire” (Tito 1:2), e che “Iddio non è un uomo perch’ei mentisca” (Num. 23:19). Ecco perché – sempre la Bibbia – afferma: “Sia Dio riconosciuto verace, ma ogni uomo bugiardo” (Rom. 3:4). E che le cose stiano proprio così ci sono innumerevoli prove. Una per tutte, chi decide di credere nel Figliuolo di Dio riceve la remissione dei peccati e la vita eterna, come dice appunto la Parola di Dio. Io stesso sono una prova vivente che Dio non ha mentito e non può mentire perché avendo creduto in Gesù Cristo ho ottenuto la purificazione dei miei peccati e la vita eterna. Ho poi sperimentato tante volte la veracità di Dio, il tempo verrebbe meno se mi dovessi mettere a raccontare quante volte ho potuto toccare con mano che Dio non può mentire.

13. Volevo chiederle l'interpretazione dei versetti di 1 Pietro 2:13-14, perché c’è in corso uno studio su questa epistola, e ci sono diverse interpretazioni
I passi in questione vogliono dire che noi Cristiani dobbiamo essere sottomessi ad ogni autorità creata dagli uomini che - bada bene - nonostante Pietro le chiami così è bene ricordare che non c'è autorità se non da Dio e che le autorità che esistono sono ordinate da Dio (Rom. 13:1), quindi quel 'creata dagli uomini' va intesa alla luce di queste altre parole scritte da Paolo. Ti spiego questo concetto con questo passo della legge. Dio disse ad Israele: 'Stabilisciti de’ giudici e dei magistrati in tutte le città che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà, tribù per tribù; ed essi giudicheranno il popolo con giusti giudizi' (Deut. 16:18), quindi fu Dio ad ordinare che esistessero dei giudici e dei magistrati in mezzo al suo popolo, ma chi doveva stabilirli o crearli? Degli uomini infatti è detto 'stabilisciti...'. Quindi quelle autorità furono da un lato ordinate da Dio e dall'altro create dagli uomini. Mi pare evidente la cosa. Ti faccio adesso un esempio tratto dal Nuovo Testamento: Ponzio Pilato, il governatore della Giudea, fu costituito tale dall'imperatore di Roma, eppure quando lui disse a Gesù: ' Non mi parli? Non sai che ho potestà di liberarti e potestà di crocifiggerti? Gesù gli rispose: Tu non avresti potestà alcuna contro di me, se ciò non ti fosse stato dato da alto... ' (Giov. 19:10-11). Quindi Gesù riconobbe che il governatore romano Ponzio Pilato aveva quella potestà particolare verso di lui, ma quella potestà gli era stata data da Dio e non dagli uomini quantunque fossero stati degli uomini a costituirlo governatore con quei poteri. Alla luce di tutto ciò quindi, non importa di che tipo sia l'autorità in una nazione, cioè se di tipo democratico, o dittatoriale; se di destra o di sinistra, ecc.; le autorità sono ordinate da Dio e anche quando non ci piacciono - umanamente parlando - per certo è sempre Dio che le ha costituite per delle ragioni. Considera che persino quel Faraone che fece maltrattare gli Israeliti e che inizialmente rifiutò di lasciare andare libero Israele, era stato stabilito da Dio secondo che è scritto: "Appunto per questo io t'ho suscitato ...' (Rom. 9:17). Questa sottomissione la dobbiamo nutrire e mostrare nei confronti delle autorità per amore del nome del Signore; è evidente infatti che dato che noi dobbiamo onorare il nome del Signore e far sì che il suo nome sia glorificato in noi dobbiamo fare di tutto per evitare che le autorità biasimino il nome del Signore per colpa nostra e quindi attenerci al bene (che pure le autorità ordinano di fare). Le autorità a cui dobbiamo stare sottomesse vanno dal re ai governatori (ovviamente oggi in questa nazione le autorità hanno un nome diverso). In merito ai governatori Pietro dice che sono mandati dal re per punire i malfattori o come dice Paolo in merito ai magistrati: "Per infliggere una giusta punizione contro colui che fa il male" (Rom. 13:4); e dare invece lode a quelli che fanno il bene, non dice forse Paolo: "Fà quel che è bene, e avrai lode da essa ..." (Rom. 13:3)? Se dunque noi agiremo da malfattori saremo puniti come tutti gli altri malfattori, se invece agiremo in maniera onesta e giusta allora riceveremo lode dalle autorità. Dobbiamo dunque fare il bene, e il bene soltanto per onorare il Signore dinnanzi alle autorità terrene. E in questa maniera, cioè facendo il bene, tureremo la bocca a tutti coloro che sparlano di noi dicendo che siamo dei malfattori (cfr. 1 Piet. 2:15). Ovviamente nel caso le autorità ci ordinano di fare qualche cosa che contrasta la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di noi, noi dobbiamo ubbidire a Dio anziché agli uomini (cfr. Atti 5:29; Dan.3:1-30; 6:1-28; Es. 1:15-21).

14. In che cosa consiste il mistero di Cristo di cui parla Paolo in Efesini 3:2-5?
Lo dice lo stesso Paolo poco dopo in questi termini: “Vale a dire, che i Gentili sono eredi con noi, membra con noi d’un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante l’Evangelo” (Ef. 3:6). In altre

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parole consiste nell’adempimento del disegno formato da Dio avanti i secoli, e preannunziato per mezzo degli antichi profeti (cfr. Is. 11:10: Os. 1:10), che consisteva nel fare entrare i Gentili nel suo popolo per mezzo della fede in Cristo Gesù, e quindi nel fare di due popoli (quello ebraico e quello gentile) un popolo solo che è la Chiesa dell’Iddio vivente. Questo mistero fu tenuto occulto da Dio “fin dai tempi più remoti” (Rom. 16:25) per essere rivelato a suo tempo mediante lo Spirito Santo ai santi apostoli e profeti di Dio (cfr. Ef. 3:5) e manifestato quindi tramite di essi a tutti i santi. La ragione per cui noi Gentili, nonostante siamo incirconcisi nella carne, e fossimo in passato esclusi dalla cittadinanza di Israele ed estranei ai patti della promessa, ora abbiamo potuto entrare a fare parte del popolo di Dio mediante la fede in Cristo Gesù è perché Gesù con la sua morte, come dice Paolo a noi credenti di fra i Gentili, “dei due popoli ne ha fatto uno solo ed ha abbattuto il muro di separazione con l’abolire nella sua carne la causa dell’inimicizia, la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, affin di creare in se stesso dei due un solo uomo nuovo facendo la pace; ed affin di riconciliarli ambedue in un corpo unico con Dio, mediante la sua croce, sulla quale fece morire l’inimicizia loro” (Ef. 2:14-16). Dunque, come spiega sempre Paolo, noi Gentili in Cristo per mezzo di Cristo abbiamo assieme ai Giudei che sono in Cristo, accesso al Padre in un medesimo Spirito, e non siamo più né forestieri né avventizî; ma siamo concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio, essendo stati edificati sul fondamento degli apostoli e de’ profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. Ed in lui noi pure entriamo a far parte dell’edificio, che ha da servire di dimora a Dio per lo Spirito (cfr. Ef. 2:18-22). Questa nostra entrata a fare parte del popolo di Dio è spiegata da Paolo con l’esempio dell’innesto, infatti egli dice ai santi di Roma che noi Gentili di nascita siamo stati tagliati dall’ulivo per sua natura selvatico e innestati contro natura nell’ulivo domestico (cfr. Rom. 11:24) dove abbiamo preso il posto di quei rami naturali troncati a motivo della loro incredulità, ossia i Giudei disubbidienti (cfr. Rom. 11:17,20), e dove sussistiamo per la nostra fede in Cristo Gesù. Il fatto dunque di essere dei rami per natura selvatici che sono stati innestati nell’ulivo domestico della cui radice e grassezza ora possiamo partecipare, deve portarci sempre a riflettere che non siamo noi a portare la radice ma la radice a portare noi e quindi a non insuperbirci contro i rami naturali troncati ossia gli Ebrei disubbidienti. E non solo, ma anche a temere Dio perché se Dio non ha risparmiato i rami naturali ma li ha troncati dal loro stesso ulivo a motivo della loro incredulità, non risparmierà neppure noi se ci tiriamo indietro e gettiamo via la nostra franchezza. A Dio che ha chiamato anche noi di fra i Gentili a fare parte del suo popolo, sia la gloria ora e in eterno, in Cristo Gesù. Amen.

15. Vi voglio rivolgere una domanda che ieri sera [29 Novembre 2000: nota mia] mi è passata per la mente e continuo a non avere una risposta. Ieri sera, appunto, leggendo la prima epistola di Paolo a Timoteo mi sono soffermato sul versetto 20 del capitolo 1 "Imeneo e Alessandro che io ho dato in mano di Satana perchè imparino a non bestemmiare" e poi ho letto anche il riferimento riportato a fondo pagina e cioè I Corinzi capitolo 5 verso 5 "ho deciso che quel tale sia dato in man di Satana a perdizione della carne, affinchè lo spirito sia salvo nel giorno del Signore Gesù Cristo". Che significa dare in mano di Satana? Che significato ha questa espressione dell'apostolo Paolo? Si può fare un esempio su avvenimenti simili ai giorni nostri? E quell'espressione "... a perdizione della carne, affinchè lo spirito sia salvo ..." significa che la carne può peccare e lo spirito restare salvo? Non credo!
L’espressione di Paolo ‘ho dato in mano di Satana’, usata sia nel caso di Imeneo e Alessandro che avendo fatto getto della buona coscienza avevano naufragato quanto alla fede, che nel caso di quel credente della Chiesa di Corinto che si teneva la moglie di suo padre, significa che l’apostolo Paolo nel nome del Signor Gesù e con la potestà del Signor nostro Gesù, decise nei confronti di questi tre credenti di allora di darli in potere di Satana o consegnarli a lui affinchè Satana li distruggesse con una grave malattia, quindi affinchè distruggesse la loro carne. Noi sappiamo che Satana non può fare altro che distruggere un credente quando ciò gli viene permesso da Dio, ne abbiamo un esempio chiaro in Giobbe che fu colpito da Satana con il permesso di Dio (in questo caso però Dio consegnò Giobbe in man di Satana non perché egli avesse abbandonato la giustizia o si fosse reso colpevole di qualche particolare iniquità, ma solo per provarlo, la cosa quindi è un pò differente) con una ulcera maligna dalla pianta dei piedi al sommo del capo (cfr. Giob. 2:7), e Giobbe si ridusse ad una larva umana, ad un essere deformato nel corpo e distrutto tanto che lui ad un certo punto pensò di non avere più alcuna speranza di guarigione, che il sepolcro lo stava aspettando. Ma veniamo allo scopo per cui Paolo diede quei credenti in mano di Satana; ho detto che fu affinchè Satana li distruggesse fisicamente, li umiliasse profondamente quindi. Ma ciò sempre in vista del loro bene, ossia in vista del loro ravvedimento, infatti nel primo caso Paolo dice che aveva dato Imeneo e Alessandro in mano di Satana affinchè essi imparassero a non bestemmiare; lo so che sembra strano e inverosimile che dei credenti si fossero messi a bestemmiare il nome santo di Dio, ma ciò è quello che era successo in quel caso. Ma Paolo con l’autorità divina li umiliò dandoli a Satana con la speranza che quella grave afflizione fisica li avrebbe indotti a rientrare in loro stessi e a

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pentirsi del loro peccato e smettere di proferire bestemmie. Nel secondo caso invece fu affinchè lo spirito fosse salvo nel giorno del Signor Gesù. Ora, in questo caso parrebbe che quel credente sarebbe stato automaticamente salvato dopo essere stato consegnato da Paolo in mano di Satana, ma è evidente che questa salvezza sarebbe stata possibile solo nel caso quel credente fosse rientrato in se stesso e si fosse pentito del suo peccato di fornicazione perché i fornicatori non erediteranno il regno di Dio (cfr. 1 Cor. 6:9-10). Quindi, anche in questo caso Paolo diede quel tale in mano di Satana affinchè sotto la pressione di quella grave malattia egli fosse indotto a ravvedersi ed essere così salvato. Da questi due esempi di credenti dati in man di Satana, si evince che i servitori di Dio con l’autorità di Dio possono ‘usarsi’ di Satana al fine di indurre al ravvedimento certi credenti che si sono resi colpevoli di particolari iniquità. Ovviamente il diavolo è ben contento di colpire un credente con una grave malattia e di distruggerlo fisicamente, ma Dio è in grado di convertire il male che egli fa ad un credente in bene usandosi di quella sua malvagità per portare il credente traviato sulla retta via. O profondità della sapienza di Dio! In questi casi appena visti, Dio si usa del diavolo al fine di porre fine a dei peccati, dando il ravvedimento ai diretti interessati. Ma ci sono dei casi in cui Dio si usa del diavolo per prevenire che un suo figliuolo cada in qualche peccato. Ne abbiamo un esempio in Paolo, a cui Dio, affinchè egli non si insuperbisse a motivo della eccellenza delle rivelazioni che aveva ricevuto dal Signore, pose un angelo di Satana per schiaffeggiarlo. In questa maniera, Paolo, umiliato fisicamente da Dio sarebbe stato impedito di inorgoglirsi. Dunque Dio si usa del diavolo e dei suoi angeli malvagi, sia per curare il male (uso questa espressione per farmi capire meglio) che per prevenirlo. Ci sono casi oggi in cui dei servitori di Dio hanno dato dei credenti in mano di Satana a distruzione della loro carne in vista del loro ravvedimento? Io sono a conoscenza di un caso avendolo letto su un libro di un missionario che era stato in un paese orientale e che diceva di avere dato in man di Satana un credente che si era dato alla fornicazione.

16. Potrei ricevere un approfondimento del Salmo 1:1-6?
Salmo 1 Beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi, che non si ferma nella via de’ peccatori, né si siede sul banco degli schernitori; ma il cui diletto è nella legge dell’Eterno, e su quella legge medita giorno e notte. Egli sarà come un albero piantato presso a rivi d’acqua, il quale dà il suo frutto nella sua stagione, e la cui fronda non appassisce; e tutto quello che fa, prospererà. Non così gli empi; anzi son come pula che il vento porta via. Perciò gli empi non reggeranno dinanzi al giudizio, né i peccatori nella raunanza dei giusti. Poiché l’Eterno conosce la via dei giusti, ma la via degli empi mena alla rovina. L’uomo che non cammina seguendo i suggerimenti della gente senza pietà, che non prende piacere a frequentare i peccatori per macchinare ed eseguire il male contro il suo prossimo, e che non prende piacere nello schernire come fanno tanti, cioè nel beffarsi del suo prossimo, ma piuttosto prende piacere nel meditare del continuo la Parola di Dio e ovviamente anche nel metterla in pratica perché la meditazione della Parola di Dio non è qualcosa fine a se stessa ma deve essere sempre compiuta per mettere in pratica i comandamenti di Dio che sono giustizia e verità, è dichiarato beato ossia felice. Qualcuno dirà: ‘Sarà vero?’ Sì, è vero, io ho sperimentato e sperimento tuttora questa beatitudine. E con me ci sono tanti e tanti altri che hanno costatato e costatano la veracità di queste parole. Oggi invece – stando a quanto il mondo fa vedere - pare proprio che la felicità si trovi nel camminare secondo il consiglio degli empi, nell’associarsi con i peccatori per fare il male, nel prendere in giro tutto e tutti. E' una vana apparenza, per questa gente non c’è alcuna felicità e nessuna pace. Dice bene il profeta Isaia: “Non v’è pace per gli empi” (Is. 57:21), e quindi nessuna beatitudine per loro. Si rifiutano di ascoltare Dio che è la fonte di ogni beatitudine, come possono essere felici? Nessuno quindi si faccia ingannare dai sorrisi, dalle ricchezze, dalla fama, degli empi dei peccatori e degli schernitori, perché essi non sono affatto felici ma sono pieni di guai, di paure, e di un vuoto interno terribile. Il giusto è paragonato ad un albero, ma non a un albero qualsiasi piantato in un luogo qualsiasi, ma ad un albero piantato presso a rivi d’acqua, quindi che si rifornisce del continuo di acqua. La fonte di sapienza è un rivo che scorre perenne (cfr. Prov. 18:4), e il giusto si trova del continuo presso questo rivo a rifornirsi di essa. E questo gli permette di acquisire sempre nuove forze, anche in mezzo alle afflizioni più profonde (cfr. Sal. 84:7); e di splendere come un luminario in mezzo a questa generazione storta e perversa. La sua fronda non appassisce veramente mai, ma si mantiene sempre verde. Ed è un piacere vedere un albero che non appassisce mai a motivo della calura perché si trova piantato proprio presso l’acqua. E non solo, ma il giusto porta del frutto alla gloria del suo Dio, e lo porta a suo tempo, cioè nel tempo voluto da Dio esattamente come fa un albero fruttifero che porta il suo frutto nella sua stagione. E poi, tutto quello che egli fa prospererà, ovviamente tutto quello che rientra nel volere di Dio verso lui, tutto ciò che è nel Signore. Il buon successo appartiene alla Sapienza (cfr. Prov. 8:14), e questo successo il giusto lo sperimenta perché dà ascolto alla Sapienza. Ma mentre il giusto è paragonato ad un albero piantato presso i rivi di acqua, gli empi sono paragonati a della pula, quindi a qualcosa che dinnanzi ad un colpo di vento sparisce, svanisce. Il profeta Isaia ha paragonato gli empi al mare agitato infatti dice: “Ma gli empi sono come il mare agitato, quando non si può calmare e le sue acque caccian fuo-

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ri fango e pantano” (Is. 57:20), per spiegare che non hanno pace in loro essendo agitati da varie paure, e per spiegare che da loro fuoriescono follia e perversione e non frutti di giustizia come nel caso del giusto. Ma torniamo all’immagine della pula, è evidente che la pula non regge dinnanzi al vento, e così anche gli empi non reggeranno dinnanzi al giudizio di Dio perché saranno condannati e scaraventati nel fuoco eterno dove saranno tormentati per l’eternità, come anche gli empi non potranno stare assieme ai giusti perché la loro destinazione sarà il fuoco eterno mentre quella dei giusti sarà la Nuova Gerusalemme, la città celeste. Fuori (da questa città) i cani, fuori gli stregoni, i fornicatori, gli omicidi, gli idolatri, e chiunque ama e pratica la menzogna, dice Dio (cfr. Apoc. 22:15). Non può essere altrimenti, perché la via degli empi mena alla rovina eterna, ad una infamia eterna, mentre la via dei giusti alla gloria eterna. A Dio che ci ha chiamati alla sua eterna gloria in Cristo Gesù, sia la lode e l’onore in eterno. Amen.

17. L’espressione ‘Dio mi ha messo in cuore o gli ha messo in cuore questa o quell’altra cosa’ è un espressione biblica o per lo meno che trova una conferma nella Bibbia?
Sì, è un espressione biblica infatti Nehemia scrisse: “Così giunsi a Gerusalemme; e quando v’ebbi passato tre giorni, mi levai di notte, presi meco pochi uomini, e non dissi nulla ad alcuno di quello che Dio m’avea messo in cuore di fare per Gerusalemme; non avevo meco altro giumento che quello ch’io cavalcavo” (Neh. 2:11-12) ed anche: “E il mio Dio mi mise in cuore di radunare i notabili, i magistrati e il popolo, per farne il censimento. E trovai il registro genealogico di quelli ch’eran tornati dall’esilio la prima volta, e vi trovai scritto quanto segue” (Neh. 7:5). E Paolo dice a proposito di Tito, che era un suo fedele collaboratore: “Or ringraziato sia Iddio che ha messo in cuore a Tito lo stesso zelo per voi; poiché non solo egli ha accettata la nostra esortazione, ma mosso da zelo anche maggiore si è spontaneamente posto in cammino per venire da voi” (2 Cor. 8:16-17). Quando Dio mette in cuore a qualcuno di fare qualcosa questo sente un forte desiderio di fare quella cosa, una forte inclinazione verso quella cosa per cui si sentirà del continuo spinto da Dio verso quella determinata cosa che rientra nel volere di Dio per lui.

18. In che modo è stato stabilito nella Bibbia che Noè visse 950 anni se ancora a quel tempo non si conosceva il calendario? Un anno era formato effettivamente da 12 mesi?
Alla luce delle Scritture io ti posso dire che già al tempo di Noè gli uomini erano in grado di stabilire quando iniziavano e terminavano non solo i giorni, ma anche i mesi e gli anni e questo lo facevano osservando il sole e la luna e le stelle. Questi luminari infatti (la luna anche se non ha luminosità propria perché riflette quella del sole è pur sempre un luminare che illumina la terra) furono creati da Dio oltre che per separare il giorno dalla notte anche per essere dei segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni. Ecco cosa dice la Scrittura: “Poi Dio disse: ‘Sianvi de’ luminari nella distesa dei cieli per separare il giorno dalla notte; e siano dei segni e per le stagioni e per i giorni e per gli anni; e servano da luminari nella distesa dei cieli per dar luce alla terra’. E così fu. E Dio fece i due grandi luminari: il luminare maggiore, per presiedere al giorno, e il luminare minore per presiedere alla notte; e fece pure le stelle. E Dio li mise nella distesa dei cieli per dar luce alla terra, per presiedere al giorno e alla notte e separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che questo era buono. Così fu sera, poi fu mattina: e fu il quarto giorno” (Gen. 1:14-19). L’uomo dunque fu in grado sin dall’inizio di stabilire quando iniziava e quando terminava un giorno; egli fu in grado di stabilire anche quando iniziava e terminava un mese (a tal proposito era la luna nuova che annunciava l’inizio di un nuovo mese), e quando iniziava e terminava un anno. Io sono persuaso che se Dio diede all’uomo che aveva creato la capacità e l’intelligenza necessaria per dare il nome a tutto il bestiame, agli uccelli dei cieli e ad ogni animale dei campi (cfr. Gen. 2:20), gli dette pure l’intelligenza per contare gli anni suoi e quelli degli altri. Non vedo proprio perché ai giorni di Adamo, come anche in seguito ai giorni di Noè, gli uomini con l’intelligenza datagli da Dio non dovevano essere capaci di contare e discernere oltre i giorni, anche i mesi e gli anni, in sostanza non capisco proprio perché non dovessero avere anche loro un calendario quando oltre tutto in cielo essi avevano tutto ciò che era loro necessario per farselo. Mi domandi poi se effettivamente ai giorni di Noè un anno fosse formato da 12 mesi; la mia risposta è affermativa ed esibisco queste prove a favore della mia risposta. Il settimo mese, il diciassettesimo giorno del mese, da che era iniziato il diluvio, l’arca di Noè si fermò sulle montagne di Ararat (cfr. Gen. 8:4). Esattamente dopo 5 mesi quindi (cfr. Gen. 7:11), o 150 giorni perché è detto che le acque “alla fine di centocinquanta giorni cominciarono a scemare” (Gen. 8:3). Il decimo mese, il primo giorno del mese, apparvero le vette dei monti (cfr. Gen. 8:5).

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Dopo quaranta giorni Noè mandò fuori la colomba che tornò (cfr. Gen. 8:6-9); dopo altri sette giorni mandò di nuovo la colomba che tornò verso sera con nel becco una foglia di ulivo (cfr. Gen. 8:10-11); e dopo altri sette giorni egli mandò di nuovo fuori la colomba che non tornò più da lui (cfr. Gen. 8:12). L’anno seicentesimoprimo di Noè, il primo mese, il primo giorno del mese, le acque erano asciugate sulla terra (cfr. Gen. 8:13), e Noè scoperchiò l’arca ed ecco che vide che la superficie del suolo era asciutta. Ora, considerando che Noè in due occasioni aspettò 7 giorni prima di rimandare fuori la colomba, io ritengo che scoperchiò l’arca sette giorni dopo l’ultima colomba, per cui due mesi dopo che erano apparse le vette dei monti (erano apparse il decimo mese, il primo giorno) infatti 40 giorni + 7 + 7 + 7 fa 61 giorni. E la data corrisponde all’anno 601, primo mese e primo giorno del mese. Aggiungendo dunque al decimo mese altri due mesi abbiamo un totale di 12 mesi.

19. Se Dio nel secondo comandamento vieta la fabbricazione di immagini di tutte le cose in cielo e in terra, come mai sulla cortina del luogo santissimo sono rappresentati due cherubini? Si sa che quelle immagini non venivano adorate, sarebbe allora pure giustificata la falsa risposta dei cattolici facendo la famigerata sottigliezza tra adorazione e venerazione rivolta ai santi. ai morti e alla madonna? E sarebbe pure ulteriormente giustificata da parte cattolica la produzione di immagini e sculture poste, poi, in casa e nei luoghi adibiti al culto come l'esempio del luogo santissimo?
Rispondo a queste tue domande, facendoti notare innanzi tutto tre sostanziali ma fondamentali differenze tra le sculture dei due cherubini fatte sull’arca santa e le sculture fatte dai Cattolici romani dei loro santi, di Maria, ecc. La prima differenza è che mentre i cherubini presenti nel luogo santissimo, erano delle sculture ordinate da Dio, quelle che fanno i Cattolici romani non sono per nulla ordinate da Dio. Quando infatti Dio ordinò a Mosè di dire ai figli di Israele di costruirgli un santuario gli disse tra le altre cose: “E farai due cherubini d’oro; li farai lavorati al martello, alle due estremità del propiziatorio; fa’ un cherubino a una delle estremità, e un cherubino all’altra; farete che questi cherubini escano dal propiziatorio alle due estremità. E i cherubini avranno le ali spiegate in alto, in modo da coprire il propiziatorio con le loro ali; avranno la faccia vòlta l’uno verso l’altro; le facce dei cherubini saranno vòlte verso il propiziatorio. E metterai il propiziatorio in alto, sopra l’arca; e nell’arca metterai la testimonianza che ti darò. Quivi io m’incontrerò teco; e di sul propiziatorio, di fra i due cherubini che sono sull’arca della testimonianza, ti comunicherò tutti gli ordini che avrò da darti per i figliuoli d’Israele” (Es. 25:18-22). C’è un ordine divino quindi, Mosè udì quelle parole e ubbidì di conseguenza. La seconda differenza è che i due cherubini fatti costruire da Dio non furono costruiti per essere messi in un posto pubblico, aperto a tutti, dove chiunque avrebbe potuto vederli ed essere indotto a prostrarsi davanti ad essi per adorarli. Difatti i due cherubini furono posti sopra il propiziatorio dell’arca santa la quale fu posta nel luogo santissimo dove poteva e doveva entrare solo il sommo sacerdote una volta all’anno per compiere l’aspersione del sangue degli animali offerti per i peccati dei sacerdoti e del popolo (cfr. Lev. 16:14-15). Le statue e le immagini della Chiesa Cattolica Romana vengono invece messe dappertutto per ricevere il saluto, la venerazione e l’adorazione dei Cattolici romani. La terza differenza infine è che i cherubini ordinati da Dio non furono da lui ordinati affinché il popolo li servisse e gli rendesse una qualche forma di culto, mentre le immagini e le sculture ordinate dalla teologia cattolica, sono fatte per rendergli un vero e proprio culto; che non importa come viene chiamato, rimane un culto e perciò una cosa in abominio a Dio. Per quanto riguarda invece i due cherubini rappresentati sulla cortina che divideva il luogo santo da quello santissimo (cfr. Es. 26:31-33), va detto che oltre ad essere stati ordinati da Dio come nel caso delle sculture, erano visti solo dal sommo sacerdote quando entrava sia nel luogo santissimo che nel luogo santo per compiere gli atti del culto che Dio gli aveva ordinato di compiere, e dai sacerdoti quando entravano nel luogo santo anche loro per compiervi gli atti del culto. Il popolo quindi, dato che non poteva entrare né nel luogo santo né in quello santissimo non poteva vederli ed essere indotto a prestargli una qualche forma di culto. Dio fece quindi sì che al popolo fosse negata la vista anche dei due cherubini sulla cortina che divideva il luogo santo da quello santissimo. Che Dio pensò bene di negare al popolo la vista di questi due cherubini artisticamente lavorati è confermato dal fatto che la portiera dell’ingresso della tenda Dio ordinò di farla “di filo violaceo, porporino, scarlatto e di lino fino ritorto, in lavoro di ricamo” (Es. 26:36), ma senza i due cherubini artisticamente lavorati come nel caso del velo divisorio tra il luogo santo e quello santissimo (cfr. Es. 36:35 con Es. 36:37). E questa portiera dell’ingresso era ben visibile a chi tra il popolo veniva dai sacerdoti per offrire un oblazione, o un sacrificio di azioni di grazie o un olocausto o un sacrificio per il peccato; perché queste offerte dovevano essere portate all’ingresso della tenda di convegno. Inoltre sempre a conferma di ciò, ti faccio notare che anche sulla portiera per l’ingresso del cortile, che era di filo violaceo, porporino scarlatto e di lino fino ritorto (cfr. Es. 38:18 e 27:16), Dio non ordinò di porre dei cherubini, e come tu sai questa portiera era sotto gli occhi di tutto il popolo che stava accampato secondo la sua tribù di appartenenza attorno al tabernacolo. E potrei proseguire dicendoti che anche sui paramenti del sommo sacerdote e dei sacerdoti, Dio non ordinò di ricamare i cherubini (cfr. Es. 28:1-43)

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Tutte queste differenze esistenti tra le sculture e le immagini dei due cherubini, e quelle della tradizione papista, mi portano quindi a ribadire che le statue e le immagini papiste sono vietate da Dio, sono un abominazione nel suo cospetto, e che coloro che si prostrano davanti ad esse e gli rendono una qualsiasi forma di culto sono degli idolatri che non erediteranno il regno di Dio. Non si possono in nessuna maniera giustificare le statue e le immagini della Chiesa Cattolica Romana con le sculture e le rappresentazioni dei cherubini ordinate da Dio. Ma per quale ragione quest’ultime furono ordinate da Dio? Se consideriamo che è scritto che Dio “siede sui cherubini” (Sal. 99:1; cfr. Is. 37:16 e Ez. 10:1-22), ritengo che fu per ricordare ai suoi sacerdoti dove fosse il suo trono in cielo, cioè sopra i cherubini.

20. Ho letto l'affermazione di un cattolico che per giustificare la "tradizione" cita Iannè e Iambrè in 2 Timoteo 3:8. Mi guardo bene dal cadere nel tranello della tradizione, ma se sai qualcosa di più di queste due figure citate da Paolo mi farebbe piacere saperlo, per poter sapere come rispondere nel caso in cui qualche cattolico mi facesse questa domanda di persona. Grazie. Riguardo a quella domanda su Iannè e Iambrè ho fatto qualche ricerca e ho visto che su internet molti cattolici sui loro siti ne fanno un punto di forza per giustificare la tradizione. Non mi convincono i risultati, comunque, a titolo informativo, secondo quanto essi scrivono, queste due persone erano due maghi egizi che si opposero a Mosè. Questo sarebbe scritto in un libro non canonico (Haggadah, che "forma la parte non legale del Talmud"). E si parla anche del resoconto dell'arcangelo Michele che disputò per il corpo di Mosè (in Giuda); farebbe riferimento a quanto scritto in un libro apocrifo, il "libro di Enoch". Non mi spiego perchè Paolo e Giuda abbiano attinto a quelle tradizioni, comunque non avendo risposte su questo argomento potresti consigliarmi come dovrei rispondere se qualche cattolico mi dovesse presentare questa domanda?
Ascolta, innanzi tutto scusa per non averti risposto subito su Jannè e Jambrè, me ne sono proprio dimenticato!! Comunque la risposta che ti avrei dato su questi due personaggi è quella che hai trovato con la tua ricerca. Si tratta di due maghi egizi che contrastarono a Mosè e di cui parla la tradizione ebraica. Il fatto però che Paolo li citi non può in nessuna maniera giustificare o legittimare la tradizione della chiesa papista perchè? Semplice, perché Paolo non li cita per introdurre una pratica o una dottrina contraria al sano insegnamento della Scrittura (come invece la Chiesa cattolica romana fa spesso con la tradizione 'cristiana' per annullare la Parola di Dio) ma solo per fare un paragone tra questi due antichi contrastatori della verità e coloro che contrastavano la verità ai suoi giorni infatti Paolo dice: "E come Jannè e Iambrè contrastarono a Mosè, così anche costoro contrastano alla verità: uomini corrotti di mente, riprovati quanto alla fede. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come fu quella di quegli uomini" (2 Timoteo 3:8-9). In altre parole Paolo li cita per fare un esempio di uomini antichi che contrastarono alla Parola di Dio. Ricordati che Paolo era un Ebreo secondo la carne, e precisamente un Fariseo, e queste cose le conosceva perchè lui conosceva la tradizione dei padri. Tradizione ebraica però che ti ricordo conteneva (e contiene tuttora) molti precetti d'uomini ed anche storie che voltano le spalle alla verità. Gesù infatti riprese gli scribi e i Farisei proprio perchè a cagione della loro tradizione avevano annullato la Parola di Dio, ecco quello che egli disse loro: "Voi, lasciato il comandamento di Dio, state attaccati alla tradizione degli uomini. E diceva loro ancora: Come ben sapete annullare il comandamento di Dio per osservare la tradizione vostra! Mosè infatti ha detto: Onora tuo padre e tua madre; e: Chi maledice padre o madre sia punito di morte; voi, invece, se uno dice a suo padre od a sua madre: Quello con cui potrei assisterti è Corban, (vale a dire, offerta a Dio), non gli permettete più di far cosa alcuna a pro di suo padre o di sua madre; annullando così la parola di Dio con la tradizione che voi vi siete tramandata. E di cose consimili ne fate tante!" (Marco 7:8-13) Quindi, attenzione alla tradizione, non importa se è quella ebraica o quella cattolica romana. A proposito di quest'ultima, io ho ampiamente dimostrato nel mio libro confutatorio sulla Chiesa Cattolica Romana che la tradizione della chiesa cattolica romana annulla in molte parti la Sacra Scrittura per cui non si può mettere sullo stesso livello della Scrittura come invece la chiesa cattolica romana vorrebbe che noi facessimo. Certo, non tutto quello che la tradizione cattolica romana dice è sbagliato, io ho letto tanto degli scritti dei cosiddetti padri della Chiesa e posso dire che diverse cose che insegnavano erano giuste, ma occorre stare molto attenti perchè spesso in mezzo alla verità ci sono delle menzogne e delle superstizioni. La stessa cosa ti posso dire per la tradizione ebraica, ho letto sia parti dell'Haggadah che dell'Halakah (la parte legislativa della tradizione) e ti posso dire che ci sono dei precetti e delle storie che confermano la legge e i profeti ma anche tante storie e tanti precetti che l'annullano, cioè contrastano sia la legge che i profeti. Favole giudaiche ce ne sono tante, veramente tante. Precetti umani che annullano la Parola di Dio altrettanto. Ci sono però anche delle parabole o dei precetti che confermano sia la legge che i profeti. Quindi, quando si legge la tradizione ebraica o cattolica romana che sia, l'atteggiamento da tenere è questo, mai pensare che essa sia di origine divina, ma comunque se ci sono delle notizie utili che confermano la Parola di Dio, si possono pure accettare. Ma a livello informativo e basta, come fa l'apostolo Paolo con Jannè e Jambrè. La storia della contesa dell'arcangelo Michele con Satana circa il corpo di Mosè è scritta in un libro apocrifo che non è ispirato, ma

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se Giuda lo ha citato vuole dire che esso è un racconto fedele e non una favola. E la stessa cosa vale per altri libri apocrifi, non sono ispirati, è vero, ma possono esserci notizie storiche utili o racconti utili che anche se non furono scritti da uomini ispirati da Dio possono essere ugualmente veri (vedi per esempio i libri dei Maccabei dove vengono raccontate le lotte dei Maccabei contro Antioco Epifane e altri fatti storici). Quindi, fratello, quando si parla della tradizione, non importa se è quella ebraica o quella cattolica romana, bisogna tenere presente queste cose che ti ho detto. Non ti preoccupare, se nel Nuovo Testamento sono presenti queste cose: tu rimani attaccato alla fedele Parola di Dio così come è scritta e ne avrai sempre del bene. A proposito, dato che sto parlando di queste cose, ricordati che Paolo in una sua predicazione tenuta ad Atene ha citato persino un poeta greco per confermare la Parola di Dio ecco le sue parole: "Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni de' vostri poeti han detto: 'Poiché siamo anche sua progenie'. Essendo dunque progenie di Dio, non dobbiam credere che la Divinità sia simile ad oro, ad argento, o a pietra scolpiti dall'arte e dall'immaginazione umana" (Atti 17:28-29). Lo vedi? Paolo cita dei poeti pagani antichi; lui conosceva quella citazione poetica e considerandola conforme a verità la citò in quella circostanza in cui lo ascoltavano dei greci, e in quel suo discorso, per confermare che noi siamo progenie di Dio. Ma questo non significa che Paolo accettava tutto quello che dicevano gli antichi poeti greci, è ovvio questo. E' come, insomma, se io in un mio discorso citassi un passo della cosiddetta Divina Commedia per confermare un qualche cosa di vero; non per questo ciò significherebbe che io accetto tutto quello che scrisse Dante Alighieri!! So bene che quel poeta credeva nel purgatorio e in tante altre menzogne. Spero che tu abbia capito come rispondere a coloro che cercheranno di farti passare TUTTA la loro tradizione per vera solo perchè in essa ci sono o ci possono essere dei discorsi o dei racconti veraci.

21. Fratello Giacinto, pace. Stavo leggendo uno studio sull'epistola di Giacomo, e mi ha interessato l'interpretazione che veniva data sul versetto di Giacomo 4:5. Ho sempre preso questo verso per buono, così come lo leggo nella Nuova Riveduta, Luzzi, e Nuova Diodati, ossia con "Spirito" inteso come Spirito di Dio. Invece l'autore dello studio ne dà l'interpretazione come "spirito" inteso come spirito dell'uomo. Quindi, anziché santa gelosia da parte dello Spirito di Dio, gelosia da parte dello spirito dell'uomo (in senso di carnalità, desiderio di camminare secondo il proprio spirito). L'autore cita anche il verso tradotto letteralmente dall'originale greco, che sono andato a controllare, ed effettivamente si parla di uno "spirito" (pneuma) senza riferirsi specificamente a Dio o all'uomo, e dice "lo spirito che è abitato in noi", non "lo Spirito che Dio ha fatto abitare in noi". Non convinto, ho preso la Riveduta e ho letto il versetto: porta Spirito con la S maiuscola. Ma le note al versetto citano Gen. 6:5, 8:21; Prov. 12:10, che mi sembrano propendere per l'interpretazione dello spirito dell'uomo. Ho controllato nel commentario di Matthew Henry, e lì "spirito" è con la minuscola, e la spiegazione è senza mezzi termini che si tratta dello spirito dell'uomo e della sua voglia di camminare per la carne. Contrariamente a quanto pensavo all'inizio, tutte le indicazioni sembrano portare in questa direzione. Tu cosa ne pensi?
Io penso che lo spirito di cui parla Giacomo sia lo Spirito di Dio che Dio ha mandato nei nostri cuori, ma non perchè nella Riveduta spirito è con la 's' maiuscola (anche nella New King James Version - la Nuova Versione di Re Giacomo, che considero una buona revisione della famosa King James Version lo spirito è con la s maiuscola) ma perchè è il contesto che mi fa propendere nettamente verso questa interpretazione. Se tu infatti leggi attentamente le parole che Giacomo dice poco prima vedrai che è come ti dico io. Nota bene, prima Giacomo rimprovera i credenti chiamandoli 'gente adultera' (Giac. 4:4) e dicendogli che l'amicizia del mondo è inimicizia contro Dio, e poi a conferma di ciò dice che non è invano che la Scrittura dica che lo Spirito (in greco 'pneuma' che bada bene è la stessa parola che è usata in riferimento allo spirito dell'uomo) che egli ha fatto abitare in noi (o che abita in noi) ci brama fino alla gelosia. Dunque, il fatto che poco prima di quelle parole Giacomo abbia fatto chiaramente capire ai credenti che essi hanno compiuto adulterio spirituale con il mondo cominciando ad amare le sue concupiscenze, mi fa pensare senza ombra di dubbio che lo spirito che ci brama fino alla gelosia è lo Spirito di Dio. Io so che Dio Padre è geloso e si chiama 'il Geloso' (Esodo 20:5) perchè è geloso di noi infatti ci vuole interamente consacrati a lui per cui anche il suo Spirito è geloso e ci brama fino alla gelosia. Ecco perchè 'lo spirito' di cui parla Giacomo è lo Spirito di Dio. Spero che tu abbia chiaro il concetto che ti ho esposto. Attenzione alle note che ci sono nelle Bibbie, perchè alcune sono fuorvianti, purtroppo. Nella Diodati che ho io, la nota di riferimento manda a Proverbi 21:10 ma con un punto di domanda, quindi senza la certezza che sia quello il passo della Scrittura a cui Giacomo si riferisce.

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22. Una domanda riguardo al fatto che la donna non deve lavorare, perché l´ho letto anche nel sito; però in Proverbi 31:10-27 viene menzionata una donna che lavora e che veste lino finissimo. Vorrei se possibile un chiarimento su questo.
Nel mio scritto 'una parola d'esortazione alle donne' quando parlo di questo argomento ne parlo in relazione alla voglia di emanciparsi di molte donne e della voglia di molte mogli di andare a lavorare non per bisogno ma solo per rendersi indipendenti dal proprio marito, quindi per orgoglio. Certamente la propria moglie deve essere data ai lavori domestici e far sì che sia il marito a sostenere la propria famiglia, certo però che se la donna rimane vedova ed ha bisogno di sostenere i propri figli o magari la propria madre, allora non c'è niente di strano che lavori in un azienda etc., sempre comunque che sia un lavoro onesto che si addice ad un cristiano. La donna virtuosa e forte dei Proverbi è una donna che lavora sodo per la propria famiglia ma nell'ambito della propria famiglia, e poi è una donna che teme Dio, certamente non assomiglia a quelle mogli così orgogliose ed 'emancipate' di oggi. Per ciò che riguarda la tua osservazione sulle vesti di lino finissimo, dato che la cosa concerne l'adornamento della donna, ricordati che per ciò che riguarda l'adornamento delle donne occorre attenersi alle parole degli apostoli secondo cui la donna non si deve adornare di vesti sontuose, quindi qualsiasi veste sontuosa deve essere evitata da una figliuola di Dio. Quindi quando tu vedi che una veste è sontuosa allora devi capire che non si addice ad una donna che fa professione di pietà. Spero che le cose ti siano chiare.

23. Fratello Giacinto, pace. Volevo chiederti un chiarimento su dei versetti: quando nella Parola si parla dell'abito da nozze (Matteo 22:12) ho imparato che ci si riferisce alla giustizia di Cristo imputata per fede al credente. Mi chiedevo però se il verso di Apocalisse 19:8, dove si parla di abiti di lino fino, che sono opere giuste, è ricollegabile a questo. Oppure se sono due versi complementari ma che riguardano aspetti diversi dell'"abito" della Sposa. Grazie.
E' la seconda la risposta, ricordati infatti che noi credenti abbiamo la giustizia di Dio mediante la fede in Cristo (mediante la quale siamo stati giustificati e riconciliati con Dio), ma anche una giusti-zia nostra (cf. Matteo 5:20 - se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei voi non entrerete punto nel regno dei cieli) che è costituita dalle opere giuste che sono la conseguenza della nostra fede o meglio i nostri frutti che confermano la nostra professione di fede. Spesso nelle Scritture si parla di opere buone in relazione alla fede, d'altronde noi siamo stati riscattati da Cristo per essere zelanti nelle opere buone, per cui non ci si deve sorprendere di tutto ciò.

24. Caro Giacinto ti scrivo per chiederti brevemente che cosa voleva dire Gesù quando diceva che la lampada del corpo è l'occhio e se il tuo occhio è puro è puro tutto il tuo corpo. Cosa intendeva dire con questo esempio?
Gesù con quelle parole ha voluto dire che se noi ci mettiamo a guardare delle cose indecenti (riviste pornografiche, o film pornografici, od anche scene sensuali dal vivo, etc.) per certo il nostro corpo si corromperà e contaminerà e ci spingerà a peccare. L’occhio in questo caso si vizia e il corpo va nelle tenebre. Nella sostanza l’occhio trascina tutto il corpo nelle tenebre, appunto perché ne è la lampada e se si spegne è evidente che il corpo non può più essere nella luce bensì nelle tenebre. Al fine dunque di mantenere questa lampada accesa e di conseguenza il nostro corpo illuminato è indispensabile evitare di mettersi a guardare ciò che la nostra coscienza ci dice chiaramente che è peccato guardare perchè ci contamina.

25. Ti ho scritto perchè ho letto la tua confutazione per quanto riguarda i Testimoni di Geova. Adesso ci troviamo ad Afragola (NA) in questa piccola cittadina ci sono 5 congregazioni e quindi ho avuto modo di parlare con diversi di loro. Ho letto molto intorno alla loro organizzazione e alla loro dottrina. Una domanda che mi è stata rivolta e alla quale non sono riuscito a dare una risposta appropriata è riguardo ai 144.000. In Apocalisse 7 si parla di questi che sono stati segnati e si parla che son di tutte le tribù dei figliuoli d'Israele, chiaro che per me questi sono Israeliti veri, ma loro obbiettano che nell'elenco mancano 2 tribù e questo significa, sempre per loro, che si sta parlando d'Israele spirituale e non in senso letterale. La domanda dove sono le altre due tribù?

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La mia risposta è che non so per quale ragione manchi Dan; il nome di Efraim invece manca perchè è sottinteso in Giuseppe (perchè come tu sai Efraim era uno dei figli di Giuseppe). Comunque, non ti preoccupare, d'altronde come tu sai esistono delle cose occulte che appartengono a Dio, che comunque un giorno conosceremo. Stai molto attento, perchè i testimoni di Geova sono molto furbi.

26. Parlando con un fratello, lui ha sollevato un interrogativo sull'anima e lo spirito: si chiedeva come mai si parla dello spirito dell'uomo solo in qualche libro dell'AT e nel NT, mentre nel verso di Genesi è scritto solo che Dio fece l'uomo come "anima vivente". Lui, pur avendo tanti anni di fede alle spalle, sosteneva che forse lo spirito è un'astrazione elaborata dagli uomini, poiché nella Genesi trova solo che Dio creò l'anima dell'uomo, ma non parla dello spirito. …..lui vorrebbe una prova scritturale del fatto che fin dall'inizio Dio diede all'uomo anima e spirito, mentre invece trova solo che all'inizio si parla di anima, e solo più tardi si fa riferimento allo spirito.
Nel libro della Genesi ci sono due chiari riferimenti allo spirito dell'uomo che sono i seguenti: "La mattina, lo spirito di Faraone fu conturbato; ed egli mandò a chiamare tutti i magi e tutti i savi d’Egitto, e raccontò loro i suoi sogni; ma non ci fu alcuno che li potesse interpretare a Faraone" (Gen. 41:8), ed ancora: 'Essi gli ripeterono tutte le parole che Giuseppe avea dette loro; ed egli vide i carri che Giuseppe avea mandato per condurlo via; allora lo spirito di Giacobbe loro padre si ravvivò" (Gen. 45:27). Dunque, l'uomo sin dall'inizio era dotato di uno spirito che secondo la Scrittura alla morte torna a Dio che l'ha dato (cfr. Eccl. 12:9). Anche per quanto riguarda l'esistenza dell'anima nel corpo umano ci sono dei chiari riferimenti nella Genesi di cui quello che a me pare il più significativo è il seguente: "E Giacobbe chiamò Bethel il luogo dove Dio gli avea parlato. Poi partirono da Bethel; e c’era ancora qualche distanza per arrivare ad Efrata, quando Rachele partorì. Essa ebbe un duro parto; e mentre penava a partorire, la levatrice le disse: ‘Non temere, perché eccoti un altro figliuolo’. E com’ella stava per render l’anima (perché morì), pose nome al bimbo Ben-Oni; ma il padre lo chiamò Beniamino. E Rachele morì, e fu sepolta sulla via di Efrata; cioè di Bethlehem" (Gen. 35:15-19). Come puoi vedere Rachele rese la sua anima quando morì. Per cui l'essere umano sin dalla Genesi oltre ad avere un corpo fatto di carne e ossa destinato a tornare nella polvere da cui è stato tratto, aveva anche sia un anima che uno spirito. Dunque, sulla costituzione tripartitica dell'essere umano, già nella Genesi troviamo ampia conferma. Spero che questo fratello rimanga persuaso.

27. Recentemente ho sentito un sermone di un pastore che indicava che il significato di charis è fascino, e non grazia come lo traducono le lingue latine. Ti torna ciò?
Per quanto riguarda il significato della parola greca 'charis' nel Dizionario greco del Nuovo Testamento (presente nella famosa Strong's Exaustive Concordance of the Bible, New York 1973) alla parola greca CHARIS si trova scritto quanto segue: 'Graciousness (as gratifying), of manner or act (abstr. or concr.; lit., fig. or spiritual; espec. the divine influence upon the heart, and its reflection in the life; including gratitude): - acceptable, benefit, favour, gift, grace (-ious), joy, liberality, pleasure, thank (-s, -worthy). Come puoi vedere tra tutti i significati manca quello di fascino che in inglese si dice 'charm' o 'fascination'. Quindi hanno fatto bene i traduttori del Nuovo Testamento a tradurre 'charis' con grazia.

28. . …. un fratello mi ha dato un cd rom con alcuni testi, e in mezzo a quelli c'era la Didachè. Non avevo mai sentito parlare di questo testo, gli ho dato uno sguardo e sembra richiamare da vicino le parole del Nuovo Testamento. Ho letto che alcuni dicono che fu scritto dagli Apostoli nel 50 d.C., mentre altri dicono che sia un falso che fu creato partendo da due documenti non cristiani, e infarcito di parole copiate dalla Bibbia per farlo passare come cristiano. Tu sai dirmi qualcosa in proposito?
Fratello, ho letto la Didachè e posso dirti che non è opera degli apostoli del Signore perché in essa ci sono delle cose non conformi a verità. La Didachè dice: ‘Non odierai alcun uomo, ma riprenderai gli uni; per altri, invece, pregherai; altri li amerai più dell'anima tua’ (II,7). Dove mai nella Scrittura è scritto che bisogna amare il prossimo più di noi stessi? Essa dice: “amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Lev. 19:18) e non ‘più di te stesso’. La Didachè dice: ‘Se grazie al lavoro delle tue mani possiedi (qualche cosa), donerai in espiazione dei tuoi peccati’ (IV, 6). Fare l’elemosina per compiere l’espiazione dei propri peccati è una eresia perché la propiziazione dei nostri peccati è Cristo, e quindi non ci sono opere buone che noi possiamo fare per espiare i nostri peccati. I nostri peccati li

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ha espiati Cristo con il suo sacrificio, e quindi se noi Cristiani pecchiamo, abbiamo fiducia che pentendoci da essi e confessandoli al Signore otterremo la loro remissione in virtù del suo sacrificio espiatorio compiuto una volta per sempre appunto per espiare i nostri peccati. E’ il sangue di Cristo che ci purifica da ogni peccato, quindi è mediante la fede nel suo sangue che noi possiamo ottenere la remissione dei nostri peccati. Elemosine, digiuni, e quant’altro, non possono in nessuna maniera cancellare i nostri debiti. La Didachè dice a proposito del battesimo: ‘Riguardo al battesimo, battezzate così: avendo in precedenza esposto tutti questi precetti, battezzate nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in acqua viva. Se non hai acqua viva, battezza in altra acqua; se non puoi nella fredda, battezza nella calda. Se poi ti mancano entrambe, versa sul capo tre volte l'acqua in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E prima del battesimo digiunino il battezzante, il battezzando e, se possono, alcuni altri. Prescriverai però che il battezzando digiuni sin da uno o due giorni prima’ (VII, 1-4). Il battesimo deve essere ministrato per immersione, questa è l’unica maniera in cui vanno battezzati gli uomini. Quindi non è lecito battezzarli buttandogli sulla testa un po’ d’acqua non importa se una, due o tre volte o mille volte. E poi, la Scrittura non insegna affatto che chi si deve fare battezzare e chi lo deve battezzare devono digiunare prima del battesimo. L’eunuco e Filippo non digiunarono, ma Filippo lo battezzò subito. Paolo e il carceriere di Filippi non digiunarono, ma Paolo lo battezzò subito. La stessa cosa dicasi per Cornelio e quelli di casa sua e quelli che li battezzarono per ordine di Pietro. La Didachè dice: “Ogni apostolo che venga presso di voi sia accolto come il Signore. Però dovrà trattenersi un giorno solo; se ve ne fosse bisogno anche un secondo; ma se si fermasse tre giorni, egli è un falso profeta’ (XI, 4). Stando dunque così le cose, in base a ciò che dice la Didachè dovremmo dire che Paolo era un falso profeta perché la Scrittura dice che egli dimorò in casa dell’evangelista Filippo per molti giorni (Atti 21:10) e stette a casa di Pietro quindici giorni (Gal. 1:18). Ma ti rendi conto quanto sia falsa questa dichiarazione della Didachè? La Didachè dice che i profeti sono i nostri ‘Sommi Sacerdoti’ (XIII, 3). Ciò non è vero, perché noi abbiamo un solo Sommo Sacerdote che è Cristo Gesù; i profeti sono solo dei ministri di Dio preposti a fare i profeti. La Didachè dice: “Nel giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete grazie dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro’ (XIV, 1). Cosa si intende per sacrificio? La Cena del Signore? Pare proprio di sì infatti viene citato a conferma lo stesso passo di Malachia (XIV, 3) che prendono i preti tuttora per sostenere che la messa è l’oblazione di cui parla il profeta Malachia (2:11). Siamo dinnanzi all’eresia papista che fa passare la cena del Signore per la ripetizione del sacrificio di Cristo. Potrei citarti altre falsità insegnate dalla Didachè, ma mi fermo qui, credo di averti dimostrato che questo documento è un falso attribuito agli apostoli. Eppure, ci sono credenti che lo prendono come autentico e lo citano a sostegno di alcune loro false dottrine. Mi è capitato personalmente questa cosa, quindi stai attento fratello. Sii avveduto.

29. Caro fratello Butindaro, ….. Volevo farti una domanda, visto che sai tutto sulla Bibbia. Sono sorte delle discussioni tra amici su Marco 5:2-13: SE GLI EBREI NON SOLO NON MANGIAVANO CARNE DI MAIALE, ma non potevano neppure toccarla, come si spiega che fossero presenti dei branchi di maiali così numerosi? Marco parla di DUEMILA MAIALI (non cinghiali). Grazie, se puoi darmi una risposta da teologo che conosce la Sacra Scrittura.
Innanzi tutto voglio dirti che io non so tutto sulla Bibbia perché anch’io conosco in parte. Ma vengo subito alla tua domanda. Il fatto che ci fossero delle persone che pascolassero un branco di porci sul territorio di Israele si spiega in questa maniera. Anche anticamente, precisamente ai giorni di Gesù, in Israele c’erano dei Giudei che allevavano maiali e ne mangiavano la carne, o che allevavano maiali per venderne la carne ai Gentili. Perché ho detto ‘anche anticamente’? Perché tuttora in Israele ci sono dei Giudei a cui non importa proprio niente se la Legge di Mosè dice di non toccare i maiali e di non mangiarne la carne infatti la trasgrediscono allevando maiali e mangiandone pure la carne. Sì Giudei, proprio Giudei. E questa cosa naturalmente fa indignare non poco quei Giudei osservanti che detestano la carne di maiale, mi riferisco in particolare modo agli Ebrei ortodossi che sono quegli Ebrei che più di altri sono attaccati alla legge e alla tradizione ebraica. Vedi, quando si parla degli Ebrei dei giorni di Gesù che vivevano in Israele non bisogna pensare che tutti si attenevano alla legge di Mosè astenendosi dalle cose vietate dalla legge. C’erano infatti Ebrei che rubavano, uccidevano, truffavano, commettevano adulterio, amavano il denaro, trasgredivano il sabato, e così via, come anche c’erano Ebrei omosessuali, e donne Ebree che si prostituivano e così via. E bada bene che la stessa cosa va detta degli Ebrei di oggi. Pensa che oggi ci sono persino degli Ebrei che non credono nell’esistenza di Dio ed Ebrei che dicono che Dio è morto; e altri ancora che non considerano la legge di Mosè come Parola ispirata da Dio, ti dico questo per farti capire che non tutti gli Ebrei si sforzano di attenersi alla legge. Quindi non ci si deve meravigliare se sul territorio d’Israele ci fossero anche Ebrei che allevavano maiali. Alcuni sostengono che quelli che allevavano quei maiali fossero Gentili e quindi non Ebrei, non mi sento di escluderlo, ma comunque nel caso fossero Gentili il mio discorso non cambia perché sono pienamente convinto che anche ai giorni di Gesù tra quegli Ebrei che si erano gettati la legge alle loro spalle c’erano pure quelli che allevavano maiali o mangiavano la carne di maiale.

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30. Nel N.T. è scritto che persino i vestiti e l'ombra degli apostoli guarivano le persone, e ci viene detto di "odiare anche le vesti contaminate dal peccato"; questi passaggi sembrano quasi suggerire che il peccato o la santità si "attaccano" alle vesti, forse è da qui che è venuto fuori il culto delle reliquie? Mi chiedevo il motivo di questi passaggi (penso che oggi nelle nostre comunità nessuno metterebbe in pratica queste cose).
Ascolta, le parole di Giuda “degli altri abbiate pietà mista a timore, odiando perfino la veste macchiata dalla carne” (Giuda 23) vogliono dire che noi di alcuni dobbiamo avere misericordia ma questa misericordia deve essere accompagnata dal timore quindi dall’odio verso il male, perché “il timore dell’Eterno è odiare il male” (Proverbi 8:13), e dobbiamo arrivare ad odiare qualsiasi contaminazione della carne. La veste di cui parla Giuda è la veste spirituale che noi abbiamo ricevuto da Cristo e che noi dobbiamo studiarci di conservare pulita secondo che è scritto: “Siano le tue vesti bianche in ogni tempo” (Ecclesiaste 9:8). Per cui non dobbiamo accettare che questa veste sia macchiata o contaminata dalle concupiscenze carnali che guerreggiano contro l’anima nostra. Io ho inteso così queste parole scritte da Giuda.

31. Pace fratello, vorrei chiederti un chiarimento: i versetti di Matteo 7:24-27 sono tra i più conosciuti nella Chiesa, ma io mi pongo un quesito, e precisamente, cosa si intende per CASA? Grazie per la disponibilità.
Sorella nel Signore, per capire bene le parole di Gesù sull’uomo avveduto e sull’uomo stolto occorre leggere quello che lui disse poco prima cioè queste parole: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno de’ cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è ne’ cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiam noi profetizzato in nome tuo, e in nome tuo cacciato demonî, e fatte in nome tuo molte opere potenti? E allora dichiarerò loro: Io non vi conobbi mai; dipartitevi da me, voi tutti operatori d’iniquità” (Matt. 7:21-23), e questo perché in quelle parole, Gesù spiegò che non tutti quelli che dicono ‘Signore, Signore’ entreranno nel regno dei cieli perché alcuni di coloro che lo chiamano Signore non fanno ciò che egli dice, ossia ascoltano la sua Parola ma non l’osservano, il che equivale a non fare la volontà di Dio. Che fine faranno tutti costoro che hanno rifiutato di mettere in pratica la Parola di Dio? Saranno respinti dalla presenza del Signore perché considerati degli operatori d’iniquità. Quindi la via che costoro battono mena alla rovina, una grande rovina perché se ne andranno in perdizione, nel fuoco eterno per esservi tormentati per l’eternità. E a questo punto, Gesù, per spiegare la differenza tra chi fa la volontà del Padre suo e chi non fa la volontà del Padre suo, ossia tra chi ascolta le sue parole e le mette in pratica e chi le ascolta e non le mette in pratica, usa due similitudini. La prima è quella dell’uomo avveduto o saggio che rappresenta chi ascolta e pratica la Parola di Dio; quest’uomo savio manifesta la sua saggezza costruendo la sua casa sopra la roccia quindi sopra un fondamento solido, saggezza che impedirà che la sua casa quando cadrà la pioggia e quando il vento soffierà contro di essa e quando i torrenti la investiranno, cada e perciò che tutta la sua fatica risulti vana e che la sua vita stessa sia messa in pericolo perché in quella casa egli evidentemente vi abiterà. La seconda è quella dell’uomo stolto che invece è quello che ascolta le parole di Gesù ma non le osserva, e manifesta la sua follia o stoltezza mettendosi a costruire la sua casa sopra la sabbia, quindi sopra un fondamento fragilissimo che non sarà in grado di reggere quando cadrà la pioggia, quando soffieranno i venti e i torrenti investiranno la casa, e perciò farà crollare la casa, quindi la fine di questa casa sarà la rovina. Gesù quindi con queste due similitudini ha voluto rappresentare la saggezza e la stoltezza, facendo chiaramente capire che chi ascolta le sue parole e le mette in pratica non ha nulla da temere a proposito del suo futuro perché entrerà nel regno dei cieli, egli dimorerà in eterno nella gloria, mentre chi le sue parole se le getta alle spalle andrà incontro alla rovina, alla perdizione eterna. Io quindi non mi preoccuperei di cosa si intende per CASA come non mi preoccuperei di cosa si intende per pioggia, torrenti e venti, o per roccia o per rena del mare, perché è chiaro che se bisogna dare un significato alla casa, bisogna dare un significato anche alle altre cose menzionate da Gesù Cristo. Quello su cui bisogna mettere enfasi è la saggezza del primo uomo e la stoltezza del secondo, e la sorte diversa che aspetta l’uno e l’altro. So perfettamente che molti pastori nel caso dell’uomo avveduto per CASA intendono la propria vita, e per roccia la Parola di Dio, ma so anche che per pioggia, vento e torrenti, essi intendono i problemi della vita o le distrette da affrontare, e nel caso dell’uomo stolto per sabbia intendono le filosofie umane o le varie religioni. Il fatto è però che Gesù con queste due similitudini non ha voluto spiegare la maniera differente di affrontare la vita, i suoi problemi, e le varie distrette in cui ci si trova, che c’è tra il savio e lo stolto, ma la fine a cui mena la via del savio e quella dello stolto, ripeto infatti che Gesù ha usato queste similitudini per indicare che mentre il savio entrerà nel regno dei cieli perché fa la volontà di Dio, lo stolto non v’entrerà ma se ne andrà in perdizione perchè il suo cuore stolto lo ha ingannato facendogli credere che sarebbe entrato nel Regno dei cieli anche senza mettere in pratica la Parola del Signore. Quel “perciò” del versetto 24 che viene immediatamente dopo la frase che il Signore dirà in

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quel giorno agli operatori d’iniquità che reclameranno davanti al Signore di avere profetizzato in nome suo, di avere cacciato molti demoni e di avere fatto molte opere potenti nel nome suo, STA LI’ a dimostrarlo in maniera evidente.

32. Che cosa significa: “Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”?
Per capire il significato di queste parole dette da Gesù ai suoi discepoli è necessario vedere in che circostanza egli le proferì. Nel Vangelo scritto da Matteo leggiamo: “Allora Gesù venne con loro in un podere detto Getsemani, e disse ai discepoli: Sedete qui finché io sia andato là ed abbia orato. E presi seco Pietro e i due figliuoli di Zebedeo, cominciò ad esser contristato ed angosciato. Allora disse loro: L’anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate meco. E andato un poco innanzi, si gettò con la faccia a terra, pregando, e dicendo: Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi. Poi venne a’ discepoli, e li trovò che dormivano, e disse a Pietro: Così, non siete stati capaci di vegliar meco un’ora sola? Vegliate ed orate, affinché non cadiate in tentazione; ben è lo spirito pronto, ma la carne è debole” (Matt. 26:36-41). Come puoi quindi vedere, Gesù aveva ordinato ai suoi discepoli di vegliare assieme a lui ed era andato a pregare, ma dopo un ora era tornato e li aveva trovati che dormivano. Quindi i discepoli del Signore in quella notte non furono capaci di vegliare neppure per un’ora. Fu allora che Gesù disse loro di vegliare e di pregare affinché non cadessero in tentazione e quindi nel peccato, cosa questa molto facile che avvenga perché la nostra carne è debole, ossia la nostra natura umana è fragile, facilmente si lascia trascinare al peccato, a differenza dello spirito che invece ha un’altra attitudine perché è pronto a fare ciò che Dio ordina di fare. La maniera quindi in cui noi possiamo sovvenire alla debolezza della carne e non cadere in tentazione è quella di vegliare e pregare.

33. Mi spieghi Ebrei 7:4-10?
Il testo dice: “Or considerate quanto grande fosse colui al quale Abramo, il patriarca, dette la decima del meglio della preda. Or quelli d’infra i figliuoli di Levi che ricevono il sacerdozio, hanno bensì ordine, secondo la legge, di prender le decime dal popolo, cioè dai loro fratelli, benché questi siano usciti dai lombi d’Abramo; quello, invece, che non è della loro stirpe, prese la decima da Abramo e benedisse colui che avea le promesse! Ora, senza contraddizione, l’inferiore è benedetto dal superiore; e poi, qui, quelli che prendon le decime son degli uomini mortali; ma là le prende uno di cui si attesta che vive. E, per così dire, nella persona d’Abramo, Levi stesso, che prende le decime, fu sottoposto alla decima; perch’egli era ancora ne’ lombi di suo padre, quando Melchisedec incontrò Abramo” (Ebr. 7:410). Ora, lo scrittore agli Ebrei scrisse queste parole dopo avere detto più volte che Gesù Cristo è stato costituito da Dio sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec e dopo avere detto che questo Melchisedec che era sacerdote di Dio e re della città di Salem benedisse Abramo e ricevette da Abramo la decima del meglio della preda al suo ritorno dalla sconfitta dei re. Con queste parole quindi lo scrittore vuole spiegare che Melchisedec è superiore ad Aaronne perché nella persona di Abramo, Levi che al tempo di Abramo era nei lombi di Abramo e che secondo la legge era incaricato di ricevere dal popolo le decime, fu lui stesso sottoposto alla decima, perché la dette a Melchisedec. Ma perché lo scrittore ha voluto sottolineare la superiorità di Melchisedec su Aaronne? Per fare capire a noi credenti che il sommo sacerdote della nostra professione di fede, cioè Gesù Cristo, essendo secondo l’ordine di Melchisedec, è di un ordine superiore a quello dei sommi sacerdoti dell’Antico Patto che erano secondo l’ordine di Aaronne i quali Dio aveva stabilito a pro degli uomini nelle cose concernenti Dio affinché offrissero doni e sacrifici per i peccati. Questa spiegazione ovviamente aveva lo scopo nei confronti di quei credenti che erano Ebrei di nascita di distoglierli dal proposito di tornare ai vecchi sacrifici dell’Antico Patto, ossia di tornare ad appoggiarsi sulla mediazione dei sommi sacerdoti dell’Antico Patto. Infatti era proprio questo il problema, quei credenti erano tentati di tornare ai sacrifici espiatori dell’Antico Patto, cosa che avrebbe equivalso a calpestare il Figlio di Dio e a profanare il sangue del patto con il quale erano stati santificati e a crocifiggere di nuovo il Figliuol di Dio. E allora con parole persuasive di sapienza divina, lo scrittore spiega loro come Gesù Cristo, il sommo sacerdote della nostra professione di fede, è superiore ai sommi sacerdoti secondo l’ordine di Aaronne, perché di un ordine più eccellente. E poi spiega che Gesù Cristo ha un sacerdozio eterno perché egli non muore più, a differenza dei sacerdoti levitici che siccome a motivo della morte erano impediti di durare trasmettevano il loro sacerdozio ai loro figli; e poi spiega pure che Gesù è stato costituito sommo sacerdote con giuramento a differenza di quelli levitici che furono fatti sommi sacerdoti senza giuramento. E per rendere completa la sua spiegazione lo scrittore spiega come mentre i sacerdoti secondo l’ordine di Aaronne dovevano offrire dei sacrifici per i loro peccati e per quelli del popolo, e nonostante ciò il sangue di quei sacrifici non poteva togliere i peccati, Gesù Cristo ha offerto se stesso una volta per sempre per i nostri peccati e il suo sangue rende perfetto, quanto alla coscienza, colui che viene cosparso di esso, cioè cancella i peccati di colui che crede in Gesù Cristo.

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34. Vorrei che mi spiegassi Romani 10:6-8
Il testo dice: “Ma la giustizia che vien dalla fede dice così: Non dire in cuor tuo: Chi salirà in cielo? (questo è un farne scendere Cristo) né: Chi scenderà nell’abisso? (questo è un far risalire Cristo d’infra i morti). Ma che dice ella? La parola è presso di te, nella tua bocca e nel tuo cuore; questa è la parola della fede che noi predichiamo” (Rom. 10:68). Paolo sta spiegando la differenza che c’è tra la giustizia che viene dalla legge che dice: “L’uomo che farà quelle cose, vivrà per esse” (Rom. 10:5), e la giustizia che viene dalla fede che si ottiene mediante la fede in Cristo perché “il termine della legge è Cristo, per esser giustizia ad ognuno che crede” (Rom. 10:4). Ora, che cosa dice la giustizia che viene dalla fede? Ella dice, non dire in cuore tuo: ‘Chi salirà in cielo?’, in altre parole non dire: ‘Chi salirà in cielo per farmi udire la Parola della fede?’ perché questo significherebbe farne scendere Cristo che invece è già sceso in terra e ci ha dato la parola della fede, e neppure: ‘Chi scenderà nell’abisso per farmi sentire la parola della fede?’ perché questo equivarrebbe a far risalire Cristo d’infra i morti cosa che invece è già accaduta e dopo la quale egli confermò ai suoi discepoli la parola della fede. Ma che dice allora la giustizia che viene dalla fede? Ella dice che la parola è presso di te, nella tua bocca e nel tuo cuore (e non in cielo o nell’abisso) perché questa è la parola della fede che noi predichiamo: “Se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore, e avrai creduto col cuore che Dio l’ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti col cuore si crede per ottener la giustizia e con la bocca si fa confessione per esser salvati” (Rom. 10:9-10). Quindi per ottenere la giustizia che viene dalla fede è sufficiente confessare con la bocca Gesù come Signore e credere con il cuore che Dio l’ha risuscitato dai morti. Questa è la parola della fede, una parola da confessare con la bocca e da credere con il proprio cuore.

35. Gentilissimo Butindaro, lei afferma che la TNM è stata falsificata in Geremia 32:18 dove dice: "...il [vero] Dio, il Grande, il Potente, il cui nome è Geova...". La Luzzi dice: "...tu sei l'Iddio grande, potente, il cui nome è l'Eterno...". Che differenze ci sono in questo passo nelle diverse versioni da poter affermare che la TNM è falsificata? Io non vedo una così gran differenza e inoltre questa è la prima volta che vedo accusato questo passo di falsificazione. C'è una vera e propria differenza da poter cambiare il senso alla frase? Mi faccia sapere. Grazie.
La King James Version (Versione del re Giacomo) del 1611, che è la versione biblica in lingua inglese più famosa nel mondo e quella che è considerata ancora la migliore tra le versioni in lingua inglese, traduce così: “The Great, the Mighty God, the LORD of hosts, is his name” ossia ‘il suo nome è il Grande, il Dio Potente, il Signore degli Eserciti”. La New International Version (Nuova Versione Internazionale) del 1983 traduce così: “O great and powerful God, whose name is the LORD Almighty ….” ossia “O grande e potente Dio, il cui nome è il Signore Onnipotente”. La Diodati traduce così: “Iddio grande, potente, il cui Nome è ‘Il Signore degli eserciti’. La Nuova Diodati traduce così: “Dio grande e potente, il cui nome è l’Eterno degli eserciti”. La Nuova Riveduta ha: “Tu sei Dio grande, potente, il cui nome è: SIGNORE degli eserciti”.

Come puoi vedere da te stesso c’è una differenza con la traduzione del Nuovo Mondo perché in tutte le versioni da me prese si parla dell’Iddio Potente e non de ‘il Potente’ (anche se questo è lo stesso un nome con cui è chiamato Dio nella Scrittura (cfr. Giob. 34:17). E che questo lieve cambiamento è stato concepito con lo scopo di non fare abbinare l’Iddio potente di questo passo con l’Iddio potente del passo di Isaia che chiama il Figlio di Dio “Dio potente” (Is. 9:5; la Diodati ha ‘L’Iddio forte”) si evince anche dal fatto che poco prima la Traduzione del Nuovo Mondo mette tra parentesi ‘vero’ e questo per chi conosce la tattica dei Testimoni di Geova sta ad indicare la preoccupazione dei Testimoni di Geova che il lettore nel leggere quelle parole (anche se leggermente modificate) possa pensare che il Figliuolo sia Dio ossia il Potente Dio (o il Potente come hanno messo loro in quel caso). Ma d’altronde, fratello, la falsificazione non è sempre sfacciata e manifesta nella Bibbia dei Testimoni di Geova, talvolta è fine, ma c’è. E’ un po’ come nel passo delle parole che Gesù disse al ladrone sulla croce (cfr. Luca 23:43), in effetti leggendole nella loro Bibbia uno pensa giustamente che Gesù non disse a quell’uomo che in quel giorno stesso egli sarebbe andato in paradiso con Gesù. Eppure che hanno fatto? Hanno cambiato solo la punteggiatura e la posizione della parola ‘Oggi’. Sì, è vero che nei manoscritti più antichi la punteggiatura non esisteva, ma è evidente –

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come ho ampiamente spiegato nel mio libro – che il significato di quelle parole e l’impostazione di quelle parole non possono essere quelle che gli hanno dato i traduttori della loro Bibbia. Quindi ATTENZIONE.

36. Volevo chiederle un chiarimento di indole abbastanza generale: chi e su quali basi ha deciso che i libri ispirati costituenti la Bibbia sono proprio quelli? La risposta ovvia è che nell’AT lo ha deciso il Popolo dell'Alleanza (senza precisare di più) e nel NT la Assemblea dei "santi". Ma allora l’Assemblea è superiore alla Scrittura, visto che decide su di essa? A me la posizione della Chiesa Romana a riguardo sembra abbastanza logica e coerente, anche se non penso siate d'accordo.
Ascolta, io non penso affatto che la Chiesa quando proclamò nei primi secoli dopo Cristo quali libri dovessero comporre il canone si mostrò superiore ai Libri Sacri, e la ragione è perché la decisione che prese la Chiesa fu semplicemente quella di stilare la lista di quei libri che erano ispirati non includendo quindi nella lista tutti quei libri, scritti sia prima della venuta di Cristo che dopo, i quali non erano ispirati. Per ciò che concerne il canone del Nuovo Testamento, c’erano diversi Vangeli apocrifi (attribuiti a Pietro, a Tommaso, a Mattia ed altri ancora), poi gli Atti di Andrea, di Giovanni e degli altri apostoli, tutti libri che era manifesto che non erano autentici perché contenevano cose assurde e false dottrine (cfr. Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, III, 25). E’ vero che per quanto riguarda il riconoscimento di alcuni libri sacri alcuni all’inizio li misero in discussione (vedi per esempio l’epistola di Giacomo, quella di Giuda, la seconda di Pietro e la seconda e la terza di Giovanni, come anche l’Apocalisse e la lettera agli Ebrei), ma alla fine si decise di includerli nel Canone perché i più riconobbero in essi dei libri ispirati. Per quanto riguarda invece il canone dell’Antico Testamento si accettarono come ispirati solo quei libri che gli Ebrei avevano già accettato come tali, e furono esclusi tutti quei libri apocrifi dell’Antico Testamento che pure gli stessi Ebrei non avevano incluso nel loro canone biblico e che i Cristiani sin dall’inizio non riconobbero mai come Scrittura ossia come Parola di Dio. La Chiesa nel IV secolo (Concilio di Cartagine del 397 dopo Cristo) ne prese alcuni e li incluse nel canone sacro, questo avvenne sotto l’influenza di alcuni dei cosiddetti Padri della Chiesa che li consideravano canonici, tra cui c’era Agostino di Ippona. La stessa cosa farà purtroppo la Chiesa Cattolica Romana in seguito nel sedicesimo secolo infatti essa ne prese alcuni e li incluse nel canone lanciando l’anatema contro tutti coloro che non li riconosceranno sacri. Facendo questo quindi la Chiesa Cattolica romana è andata contro il parere dei primi Cristiani che non accettarono quei libri come sacri. Persino Girolamo il traduttore della Vulgata non riconosceva come sacri i libri apocrifi che la Chiesa Cattolica Romana ha incluso nel canone; come anche Atanasio, ma Girolamo e Atanasio in questo caso non vengono ascoltati dalla Chiesa Cattolica Romana. Vorrei quindi dire che la Chiesa Cattolica Romana con l’aver aggiunto i libri apocrifi (che sono pieni di favole, contraddizioni e falsità) al canone, ha dimostrato ancora una volta di essere contro la Parola di Dio e non a favore di essa. Questa è la vera posizione della Chiesa Cattolica nei confronti della Scrittura; essa è una acerrima nemica della Parola di Dio e lo ha dimostrato nel corso dei secoli arrivando persino a vietarne la lettura al popolo. Potrà pure la Chiesa Romana reputarsi superiore alla Sacra Scrittura, cosa che fa perché ritiene che la scrittura trae l’autorità dalla Chiesa, ma essa sbaglia grandemente e a noi Cristiani non importa proprio nulla. Noi dal canto nostro come Cristiani non ci reputiamo superiori alla Scrittura perché essa è la Parola di Dio da cui la Chiesa trae l’autorità, e siamo sicuri che pure gli antichi Cristiani avevano questo sentimento. Concludo dicendo questo; la Chiesa Romana includendo i libri apocrifi nel Canone ha chiaramente dimostrato di non avere discernimento spirituale, che non è in grado neppure di riconoscere un libro ispirato da uno non ispirato. In altre parole è come quello che non riesce a distinguere un cavallo da un mulo. E’ del tutto inaffidabile quindi: ma d’altronde che cosa ci si poteva aspettare di buono da una Chiesa che aveva già accettato nel corso dei secoli tante pratiche e tante dottrine contrarie alla sana dottrina, quali il battesimo degli infanti, la rigenerazione battesimale, la confessione al prete, la messa come ripetizione del sacrificio di Cristo, il culto delle statue e delle immagini, il purgatorio, il culto di Maria, dei santi e degli angeli? Niente, tranne che ancora falsità, ed ecco aggiunti quindi i libri apocrifi al canone. Io ho letto gran parte di questi libri ed in effetti nel leggerli si capisce subito che ci si trova davanti a libri non ispirati, lo Spirito in me lo attesta subito, e questo avveniva anche ai primi Cristiani che quindi agirono di conseguenza. Non ti appoggiare quindi al Magistero della Chiesa Romana, perchè esso ti induce all’errore.

37. Perché nell’epistola agli Ebrei si parla di dottrina di battesimi? Non è forse scritto che c’è “un solo battesimo” (Ef. 4:5)?
Lo scrittore agli Ebrei parla della “dottrina dei battesimi” (Ebr. 6:2), includendo questa dottrina nel fondamento, perché esistono più battesimi. C’è il battesimo in acqua che ordinò Gesù Cristo e che tutti coloro che hanno creduto devono ricevere per immersione nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo (cfr. Mat. 28:19 e Mar. 16:16); c’è il battesimo con lo Spi-

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rito Santo di cui parlò Gesù ai suoi discepoli prima di essere assunto in cielo e che i suoi discepoli ricevettero il giorno della Pentecoste e che è un battesimo ministrato da Gesù Cristo a coloro che hanno creduto (cfr. Matteo 3:19; Atti 1:5; 2:1-4), e c’è pure il battesimo dello Spirito Santo che compie lo Spirito Santo quando un essere umano nasce di nuovo ed entra a far parte del Corpo di Cristo (cfr. 1 Cor. 12:13). In base a delle parole di Gesù c’è anche un altro battesimo che sperimentano però solo alcuni Cristiani ossia coloro che muoiono uccisi a motivo della Parola di Dio. Gesù un giorno infatti disse: “Ma v’è un battesimo del quale ho da esser battezzato; e come sono angustiato finché non sia compiuto!” (Luca 12:50), e ai suoi discepoli Giacomo e Giovanni che gli chiesero di concedergli di farli sedere uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra nella sua gloria, rispose: “Voi certo berrete il calice ch’io bevo e sarete battezzati del battesimo del quale io sono battezzato; ma quant’è al sedermi a destra o a sinistra, non sta a me il darlo, ma è per quelli cui è stato preparato” (Mar. 10:39-40) facendo intendere che con questo battesimo intendeva una morte da martire. Questi sono dunque i battesimi che ci riguardano più da vicino; ci sono però altri due battesimi di cui si parla nella Scrittura. Uno è quello di Giovanni Battista che era un battesimo di ravvedimento (cfr. Mar. 1:4), e l’altro quello che sperimentarono gli Israeliti dopo che uscirono dall’Egitto secondo che è scritto: “Perché, fratelli, non voglio che ignoriate che i nostri padri furon tutti sotto la nuvola, e tutti passarono attraverso il mare, e tutti furon battezzati, nella nuvola e nel mare, per esser di Mosè” (1 Cor. 10:1-2). Ma allora perché Paolo parla agli Efesini di un solo battesimo (cfr. Ef. 4:5)? Perché in quel caso egli si riferisce al battesimo in acqua, in sostanza è come se avesse detto che per noi c’è un solo battesimo in acqua e questo è vero, perché noi figliuoli di Dio siamo stati seppelliti nella morte di Cristo mediante un solo battesimo, che è quello istituito da Cristo prima di ascendere in cielo.

38. Genesi 4:17: “Ora Caino conobbe sua moglie ..........”. Da chi é nata la moglie di Caino? Quale é il suo nome? Potrebbe essere figlia di Eva e dei figli di DIO di Genesi 6:2? Perché appaiono solo i tre figli maschi?
La donna che Caino prese in moglie si suppone che sia una delle figliuole che generò Adamo secondo che è scritto che “generò figliuoli e figliuole” (Gen. 5:4). Il nome di questa donna ci è sconosciuto perché la Scrittura non lo menziona. Dicendo che la moglie di Caino era una delle sue sorelle, escludo quindi che sia nata dall’unione di Eva con i figli di Dio, unione che non penso sia mai avvenuta. Penso sì che dei figli di Dio, cioè degli angeli di Dio, si unirono con le figlie degli uomini (cfr. Gen. 6:1-3), ma tra le figlie degli uomini non c’era Eva perché Eva non era figlia degli uomini, essendo stata formata da Dio con una costola di Adamo (cfr. Gen. 2:21-23). Eva, in altre parole, non poteva essere una di quelle figlie degli uomini perché non venne all’esistenza come le altre donne, cioè dall’unione tra uomo e donna, ma in un'altra maniera. Perché appaiono solo i tre figli maschi di Adamo? Ora, fermo restando che Adamo non generò solo tre figli maschi, cioè Caino, Abele e Seth, perché generò altri figli maschi, come anche generò delle figlie, non lo so perché Dio ha voluto che fossero menzionati solo i nomi di questi tre figli di Adamo.

39. Che cosa rappresenta secondo te l’olio di cui si parla nella parabola delle dieci vergini raccontata da Gesù?
Non lo so, e devo pure dirti che al significato dell’olio non dò molta importanza perché quello che è importante di questa parabola è l’insegnamento generale e finale, e qual è questo insegnamento? Che alla venuta del Figliuol dell’uomo ci saranno credenti pronti che andranno con lui e credenti non pronti che saranno respinti dalla sua presenza perché non trovati pronti, da qui l’ordine finale dato da Gesù subito dopo avere raccontato questa parabola, cioè: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Matt. 25:13). Quindi la ragione per cui Gesù insegnò questa parabola ai suoi discepoli fu affinché essi vegliassero e non si facessero trovare impreparati alla sua venuta. Che cosa poi rappresentano le lampade e l’olio sono tutte cose estremamente marginali a cui per altro occorre stare attenti a dare un significato perché occorre tenere presente anche altri particolari della parabola. Ti spiego questo concetto in questa maniera: ammettiamo per un momento che l’olio è lo Spirito Santo, che cosa si intende per Spirito Santo? Lo Spirito Santo che si riceve in una certa misura quando si crede, o lo Spirito Santo che si riceve in misura maggiore dopo che si crede? Se diciamo che si tratta dello Spirito Santo che si riceve in una certa misura quando si crede, non si può dire che le vergini stolte sono degli increduli perché gli increduli non avendo creduto non hanno lo Spirito Santo, come possono degli increduli aspettare il ritorno del Signore? Se diciamo invece che si tratta dello Spirito Santo che si riceve dopo avere creduto sorge questa difficoltà, e cioè che bisogna spiegare come mai anche le vergini che avevano l’olio si addormentarono e divennero sonnacchiose nell’attesa dello sposo nella stessa maniera delle vergini stolte che con le lampade non avevano preso dell’olio. E poi, il battesimo con lo Spirito Santo divente-

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rebbe un qualcosa di indispensabile per poter andare con il Signore alla sua venuta, cosa che non è vera. Ma c’è un’altra difficoltà che si presenta nel dare all’olio il significato di Spirito Santo, non importa che cosa si intenda per Spirito Santo (cioè non importa se lo Spirito Santo è quello che si riceve in una certa misura quando si crede, o quello che si riceve in misura maggiore dopo che si crede), ed è questa, cioè che quando ci fu il grido che c’era lo sposo e bisognava andargli incontro le vergini savie dissero a quelle stolte di andare dai venditori a comprare dell’olio e che queste fecero così, ma mentre quelle andavano a comprarne arrivò lo sposo e le avvedute entrarono nella sala delle nozze. All’ultimo vennero anche le altre vergini, evidentemente con le loro lampade e l’olio, ma furono respinte e non poterono entrare nella sala delle nozze. Chi sono quindi quei venditori di olio? E come mai dopo avere comprato dell’olio non poterono entrare egualmente quelle vergini? Ecco dunque perché io personalmente quando parlo di questa parabola sorvolo sui particolari e mi concentro sul significato finale e sullo scopo per cui Gesù la insegnò. Ma c’è un’altra cosa che vorrei dire a proposito di questa parabola, colgo l’occasione per dirtela, la cosa è questa, e cioè che molti di coloro che spiegano questa parabola e che si concentrano molto sul significato delle lampade e dell’olio e alla fine fanno giustamente notare che se non si è pronti alla venuta del Signore non si andrà con lui, in maniera paradossale e veramente assurda quando parlano del ritorno del Signore dicono o fanno capire che se un credente non sarà trovato pronto (loro dicono al rapimento) avrà tempo di essere salvato ugualmente durante il regno dell’anticristo (la grande tribolazione) che inizierà dopo che la Chiesa sarà rapita. Cosa significa tutto ciò? Che per costoro nella pratica anche le vergini stolte alla fine entreranno nella sala delle nozze. Non c’entreranno però quando verrà lo sposo, ma tempo dopo!!! Tu capisci come questa parabola del Signore, se si ammette una simile possibilità di salvezza per tutti quei credenti che non saranno pronti ad incontrare il Signore al suo ritorno finisce con l’essere annullata! Tanta cura per spiegare il significato delle lampade e dell’olio, e poi tanta stoltezza perché annullano la parabola. E quindi a che serve dire ai credenti di vegliare perché non si sa quando il Signore tornerà? Che significato hanno tutte le parabole del Signore che esortano a vegliare per non farsi trovare impreparati al suo ritorno? Ma allora anche quel servitore malvagio che comincia a dire “il mio padrone tarda a venire; e comincia a battere i suoi conservi, e a mangiare e bere con gli ubriaconi” (Matt. 24:48-49), anche se non sarà trovato pronto avrà ugualmente un periodo di tempo in cui emendare le sue vie, esattamente durante il regno dell’anticristo!!? E così anche lui alla fine potrà andare con il Signore ed eredare la vita eterna!!!? No, non è così, quel malvagio servitore sarà lacerato a colpi di flagello e gli sarà assegnata la sorte degli ipocriti, quivi sarà il pianto e lo stridore dei denti (cfr. Matt. 24:51). Ma quale seconda opportunità per gli stolti? Ma chi ha inventato queste diavolerie che fanno illudere tanti credenti che vivono una vita indegna? Si levi la voce per esortare i credenti a vivere santamente, e si dica loro molto chiaramente che a coloro che si conducono in maniera ingiusta e iniqua al ritorno del Signore sarà assegnata la sorte degli ipocriti per cui non saranno rapiti sulle nuvole ma puniti come meritano e nella sala delle nozze non c’entreranno mai!!!

40. Perché abbiamo i libri del Vecchio Testamento nella nostra Bibbia e non solo quelli del Nuovo Testamento?
Perché anche i libri dell’Antico Testamento sono parte della Sacra Scrittura ed “ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona” (2 Tim. 3:16-17). Per capire quello che ti sto dicendo è sufficiente che tu legga sia pur superficialmente i libri di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, e ti soffermi sugli insegnamenti di Gesù Cristo. Vedrai che Gesù ha spesso fatto riferimento a parole scritte nei libri dell’Antico Testamento o anche a storie dell’Antico Testamento per confermare le sue parole. Anche quando Gesù fu tentato dal diavolo, egli citò parole scritte nell’Antico Testamento, precisamente nella legge (cfr. Mat. 4:1-11), il che conferma quanto autorevole fosse per il Signore la legge di Mosè, e se lo era per lui che era il Figlio di Dio come può non esserlo per noi? Ma gli stessi Matteo, Marco, Luca e Giovanni, per spiegare certe cose concernenti la vita o l’insegnamento di Gesù, hanno citato gli Scritti dell’Antico Testamento, soprattutto quando hanno detto il perché avvennero certe cose poiché dissero che fu affinché fosse adempiuto quello che era scritto o che era stato detto da questo o da quell’altro profeta. Se poi passiamo agli Atti degli apostoli, alle epistole di Paolo, a quelle di Pietro, a quella di Giacomo, all’epistola agli Ebrei, noterai che anche qui ci sono tanti passi dell’Antico Testamento o riferimenti a storie dell’Antico Patto prese per sostenere dottrine o concetti. In tutto, nel Nuovo Testamento ci sono centinaia di scritture dell’Antico Patto che vengono menzionate. Dunque, se questi Scritti dell’Antico Patto non furono ignorati né da Gesù e neppure dagli apostoli, ma anzi considerati Parola di Dio come potremmo noi non includere quei libri nella Bibbia? Certo, essi fanno parte dell’Antico Testamento, ma tu devi tenere ben presente che il Nuovo Testamento non si può capire se non si capisce prima l’Antico; non si può per esempio capire perché il Nuovo Testamento è migliore dell’Antico se non si conosce prima quest’ultimo. Non puoi capire il perché Gesù Cristo ha detto o fatto molte cose, o perché gli apostoli dissero certe cose, se tu non conosci prima l’Antico Testamento.

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E poi leggendo le storie dell’Antico Patto, vedi per esempio la storia di Giuseppe o quella di Davide per citarne solo alcune, si è grandemente consolati ed incoraggiati; leggendo la storia di Israele nel deserto si viene ammoniti; e che dire della lettura dei Salmi o quella dei libri dei Profeti? Non è forse vero che l’anima nostra trae forza e coraggio dalla loro lettura? Io leggo sia l’Antico che il Nuovo Patto e devo dire che non importa quale parte leggo io mi sento sempre edificato. Naturalmente sono pienamente conscio che molte cose dell’Antico Patto sono passate perché sono state adempiute dal Nuovo Testamento, ma rimane il fatto che anche dalla lettura di quelle cose sorpassate traggo insegnamento.

41. La Bibbia può essere capita da tutti?
No, la Bibbia non può essere capita da tutti coloro che la leggono perché molti di coloro che la leggono hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono. Mi riferisco a quelli che sono sulla via della perdizione, agli increduli secondo che è scritto: “E se il nostro vangelo è ancora velato, è velato per quelli che son sulla via della perdizione, per gl’increduli, dei quali l’iddio di questo secolo ha accecato le menti, affinché la luce dell’evangelo della gloria di Cristo, che è l’immagine di Dio, non risplenda loro” (2 Cor. 4:3-4). Costoro leggono, leggono ma non riescono mai a capire il messaggio principale della Bibbia; alcuni non solo leggono la Bibbia ma la studiano pure, ma anche per costoro il messaggio principale della Bibbia rimane nascosto. La mente di costoro è una mente ottusa, accecata, e affinché essi comprendano quello che leggono c’è bisogno che il Signore apra loro la mente per intendere le Scritture, insomma c’è bisogno che il Signore faccia loro quello che fece ai suoi discepoli dopo che risuscitò (cfr. Luca 24:45). E’ vero che in quel caso si trattò delle Scritture dell’Antico Patto, ma io mi sono accorto che la stessa cosa vale per le Scritture del Nuovo Patto. Molti le leggono ma non le capiscono, sembra incredibile ma è così. La via della salvezza è così chiaramente indicata ma essi non la vedono. Come gli Ebrei nel leggere ancora oggi l’Antico Patto un velo rimane steso sul cuore loro (cfr. 2 Cor. 3:15), così molti Ebrei e Gentili nel leggere il Nuovo Patto non lo intendono perché lo stesso velo rimane steso sul cuore loro senz’essere rimosso perché è solo in Cristo che esso viene abolito (cfr. 2 Cor. 3:16), ossia questo velo viene rimosso dal cuore dell’uomo solo quando egli si converte a Cristo. E non è forse così? Io stesso ho cominciato a capire quello che leggevo nella Bibbia solo dopo essermi convertito a Cristo. E assieme a me possono dire la stessa cosa milioni di altre persone. E’ veramente così, se prima non ci si converte a Cristo quello che si legge nella Bibbia non lo si capisce. Certo si può capire che non si deve uccidere o rubare, ma il messaggio principale su cui si basa tutta la Bibbia cioè la salvezza che è in Cristo Gesù rimane qualcosa di nascosto. Gli uomini che leggono il Vangelo senza capirlo sono come i discepoli del Signore quando questi gli disse che il Figliuol dell’uomo stava per essere dato nelle mani degli uomini (cfr. Luca 9:44), ma essi non capivano quel detto che era per loro coperto da un velo per modo che non lo intendevano (cfr. Luca 9:45). Essi leggono Giovanni 3:16: “Poiché Iddio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figliuolo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (molto chiaro vero?), eppure non lo intendono!!! Niente da fare, c’è un velo che copre quelle parole. Ma nel momento in cui il Signore apre loro la mente allora diventa chiaro.

42. Nella lettera di Paolo ai Romani al cap. 13 versetti da 8-10 si parla dell'amore del prossimo, "......perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge.....l'amore quindi è l'adempimento della legge"; in Galati 5:13,14 "......poiché tutta la legge è adempiuta in quest'unica parola: ama il tuo prossimo come te stesso"; Giacomo 2:8-11 "certo, se adempite la legge regale, come dice la scrittura: ama il tuo prossimo come te stesso,......v. 10 chiunque infatti osserva tutta la legge, ma la trasgredisce in un punto solo, si rende colpevole su tutti i punti......." ecc. Allora mi chiedo: siccome noi non siamo in grado di adempiere tutta la legge, vuol dire che non siamo in grado di amare, o il nostro amore è solo ipocrisia? Poiché per quanto ci sforziamo ad amare il nostro prossimo finiremmo sempre per metterci sotto una legge la quale non potremmo adempiere appieno.
Fratello ascolta, innanzi tutto è doveroso fare una premessa importante che è la seguente. Sia la lettera ai Romani che quella ai Galati sono state scritte a dei Gentili in Cristo Gesù, mentre quella di Giacomo a dei Giudei in Cristo Gesù infatti all’inizio di quest’ultima lettera si legge: “Giacomo, servitore di Dio e del Signor Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono nella dispersione, salute” (Giac. 1:1). Questa differenza è fondamentale per capire come mai Giacomo parla in quella maniera a quei credenti che pur avendo creduto in Gesù Cristo osservavano la legge di Mosè, in altre parole che erano come quelle migliaia di Giudei di Gerusalemme che avevano creduto ed erano zelanti per la legge di Mosè (cfr. Atti 21:20). Attenzione però a non fraintendere, quei Giudei credenti non osservavano la legge per essere giustificati mediante la legge ma solo perché essendo Giudei di nascita avevano anche dopo avere creduto continuato a comportarsi da Giudei quindi osservando il sabato, la Pasqua, ecc. la stessa cosa d’altronde che fece anche l’apostolo Paolo il quale con i Giudei si fece Giudeo

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per guadagnare i Giudei (cfr. 1 Cor. 9:19) e con quelli che erano sotto la legge si fece come uno sotto la legge per guadagnare quelli che erano sotto la legge (cfr. 1 Cor. 9:20). Dato quindi che quei Giudei erano zelanti per la legge, Giacomo volle dimostrargli che essi avendo dei riguardi personali commettevano un peccato perché trasgredivano la legge, quella stessa legge di cui andavano fieri essendo Giudei di nascita. Ma leggiamo tutto il discorso di Giacomo a tale riguardo: “Fratelli miei, la vostra fede nel nostro Signor Gesù Cristo, il Signor della gloria, sia scevra da riguardi personali. Perché, se nella vostra raunanza entra un uomo con l’anello d’oro, vestito splendidamente, e v’entra pure un povero vestito malamente, e voi avete riguardo a quello che veste splendidamente e gli dite: Tu, siedi qui in un posto onorevole; e al povero dite: Tu, stattene là in piè, o siedi appiè del mio sgabello, non fate voi una differenza nella vostra mente, e non diventate giudici dai pensieri malvagi? Ascoltate, fratelli miei diletti: Iddio non ha egli scelto quei che sono poveri secondo il mondo perché siano ricchi in fede ed eredi del Regno che ha promesso a coloro che l’amano? Ma voi avete disprezzato il povero! Non son forse i ricchi quelli che vi opprimono e che vi traggono ai tribunali? Non sono essi quelli che bestemmiano il buon nome che è stato invocato su di voi? Certo, se adempite la legge reale, secondo che dice la Scrittura: Ama il tuo prossimo come te stesso, fate bene; ma se avete de’ riguardi personali, voi commettete un peccato essendo dalla legge convinti quali trasgressori. Poiché chiunque avrà osservato tutta la legge, e avrà fallito in un sol punto, si rende colpevole su tutti i punti. Poiché Colui che ha detto: Non commettere adulterio, ha detto anche: Non uccidere. Ora, se tu non commetti adulterio ma uccidi, sei diventato trasgressore della legge. Parlate e operate come dovendo esser giudicati da una legge di libertà. Perché il giudicio è senza misericordia per colui che non ha usato misericordia: la misericordia trionfa del giudicio” (Giac. 2:1-13). Come puoi vedere dunque da te stesso, tutto il discorso di Giacomo tende a dimostrare a quegli Ebrei di nascita che con il loro comportamento ingiusto verso i poveri si dimostravano dei trasgressori della legge e non degli osservatori; anche solo con quel comportamento perché la legge ordinava pure di non avere riguardi personali. Ma noi Gentili in Cristo Gesù non siamo zelanti per la legge come lo erano quei Giudei di nascita, cioè non siamo degli osservatori della legge come lo erano loro (circoncidevano i loro bambini, si riposavano il sabato, festeggiavano le feste, si astenevano dai cibi impuri della legge), quindi le parole “Poiché chiunque avrà osservato tutta la legge, e avrà fallito in un sol punto, si rende colpevole su tutti i punti” Giac. 2:10) non sono dirette a noi nella stessa maniera che lo erano per quei Giudei di nascita. Quelle parole comunque rimangono un severo monito per noi perché nel caso noi diventassimo zelanti per la legge (qui però per un altro scopo e cioè per essere giustificati dalla legge) allora non osservando un solo precetto della legge saremmo dichiarati colpevoli di avere trasgredito tutta la legge perché è scritto: “Maledetto chiunque non persevera in tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica!” Ma in questo caso noi ricadremmo sotto la legge scadremmo dalla grazia e Cristo non ci gioverebbe a nulla. Vedi, fratello, il discorso di Giacomo a quei Giudei di nascita secondo cui chi osserva tutta la legge e si rende colpevole su un sol punto si rende colpevole su tutti i punti, lo ha fatto pure Paolo ma all’inverso nella sua lettera ai Galati che volevano farsi circoncidere secondo il rito di Mosè, infatti Paolo dice loro in maniera molto chiara: “E da capo protesto ad ogni uomo che si fa circoncidere, ch’egli è obbligato ad osservare tutta quanta la legge” (Gal. 5:3). Paolo è come se avesse detto: ‘La legge non dice solo di farsi circoncidere ma dice pure di osservare le feste, i noviluni, i sabati, di non mangiare certi cibi, ecc. ecc., quindi non potete pensare di osservare la legge solo facendovi circoncidere!’ Ma questo discorso era rivolto a dei Gentili che erano tentati a mettersi sotto il giogo pesante della legge!! Ecco perché Paolo mette in guardia noi Gentili dal farci circoncidere nella carne, perché se accettiamo la circoncisione dobbiamo per forza di cose accettare pure tutti gli altri precetti mosaici. E in questa maniera rinunzieremmo a Cristo perché penseremmo di poter essere giustificati per le opere della legge il che è impossibile poiché l’uomo è giustificato soltanto per la fede senza le opere della legge e per le opere della legge nessuna carne sarà giustificata nel suo cospetto. Ma che dice Paolo a noi Gentili in Cristo Gesù per tenerci lontano dal giogo della legge? Che tutta la legge è adempiuta in questa unica parola: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Cosa per altro che confermò prima di lui il Signore Gesù Cristo che quando un giorno gli fu domandato quale fosse nella legge il grande comandamento, rispose che era questo: “Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua e con tutta la mente tua” (Matt. 22:37) ma subito dopo citò anche questo e cioè: “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Matt. 22:39) e per finire la sua risposta disse che da questi due comandamenti dipendono tutta la legge ed i profeti. Amare il prossimo come se stessi dunque, è più di tutti i sacrifici e gli olocausti, è più dei sabati, è più delle feste, dei noviluni, dei cibi impuri e così via, chi dunque osserva questo comandamento ha adempiuto la legge perché la legge quello che vuole far fare all’uomo è questo, fargli amare Dio con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima, con tutto il suo spirito e con tutte le sue forze e con tutta la sua mente, e fargli amare il suo prossimo come sé stesso. Quindi l’uomo se nei suoi rapporti con gli altri uomini ama il suo prossimo come se stesso ha adempiuto la legge. E qui vorrei fare una doverosa puntualizzazione; non è che perché noi non osserviamo tutta la legge ciò vuol dire che noi non siamo in grado di amare o che il nostro amore è solo ipocrisia, no perché allora questo significherebbe che noi per amare il nostro prossimo come noi stessi dovremmo ricadere sotto il giogo della legge, dovremmo metterci a servire i deboli e poveri elementi del mondo, abbandonare la realtà per andare dietro alle ombre. Ma noi siamo sotto la grazia e non più sotto la legge, e sotto la grazia dobbiamo rimanere. Noi siamo stati liberati dalla legge essendo morti ad essa mediante il corpo di Cristo, per cui non possiamo e non dobbiamo ritornare sotto la schiavitù della legge. Dobbiamo rimanere sotto la grazia con tutti i nostri difetti e le nostre mancanze, e i nostri sbagli, studiandoci di amare il nostro prossimo come noi stessi. Certo che talvolta verso il nostro prossimo non ci comportiamo come dovremmo, ma è altresì vero che noi abbiamo un avvocato presso il Padre, cioè Gesù Cristo il Giusto, che è la propiziazione dei nostri peccati. Voglio dire che sotto la grazia c’è una fonte di perdono continuamente aperta presso cui noi

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possiamo sempre andare. Guai se non fosse così!! Non c’insegna questo il Nuovo Testamento? Giacomo esorta i credenti che facevano dei torti ad altri fratelli ad abbandonare i loro peccati, umiliarsi davanti a Dio e Lui li avrebbe innalzati! Il Signore Gesù esortò l’angelo della chiesa di Laodicea a ravvedersi della sua tiepidezza, e potrei proseguire. Dunque noi ci dobbiamo sforzare di amare il nostro prossimo come noi stessi, ma questo senza per nulla ricadere sotto la legge, ma rimanendo liberi da essa perché altrimenti rinunceremmo a Cristo. Ed infine ti dico questo, noi che siamo in Cristo Gesù nell’ubbidire all’ordine “ama il tuo prossimo come te stesso” non ci mettiamo per nulla sotto la legge anche se questo comandamento è nella legge, come non ci mettiamo sotto la legge nel volere osservare il primo e grande comandamento della legge che dice: “Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua e con tutta la mente tua”. Questi sono ordini infatti che se osservati da chi è sotto la grazia non gli aprono per nulla la strada alla schiavitù della legge essendo gli ordini fondamentali da cui dipendono tutta la legge ed i profeti e che vanno osservati anche sotto la grazia. Non è forse vero infatti che anche sotto la grazia Dio va amato con tutto noi stessi? O che dobbiamo amare il nostro fratello come Cristo ci ha amati e quindi non gli dobbiamo fare torto alcuno? Ripeto, è vero che talvolta veniamo meno e Dio lo sa perché Lui sa tutto e ci conosce a fondo, ma il giusto cade sette volte e si rialza, dice la Sapienza (Prov. 24:16), e Giovanni dice che se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterci i peccati e purificarci da ogni iniquità (cfr. 1 Giov. 1:9). Noi siamo come Paolo che con la mente serviva alla legge di Dio, ma con la carne alla legge del peccato (cfr. Rom. 7:25), perché spesso non faceva quello che voleva ma quello che odiava riconoscendo in questa maniera che il peccato dimorava in lui. Ma siamo pure persuasi che ora non v’è dunque alcuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù perché la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù ci ha affrancati dalla legge del peccato e della morte (cfr. Rom. 8:1-2). La condanna invece c’è per coloro che ancora sono schiavi della legge, che pensano di essere giustificati osservando la legge, che si basano quindi sulle opere della legge perché come abbiamo visto prima chi non persevera in tutte le cose scritte nel libro della legge è MALEDETTO. Noi invece siamo stati liberati dalla maledizione della legge essendo che Cristo è diventato maledizione per noi. Noi in Cristo siamo stati benedetti d’ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti, che diremo dunque a queste cose? Diremo: Grazie siano rese a Dio in Cristo Gesù. Per concludere ti dico questo: continuiamo a non fare male alcuno al nostro prossimo perché l’amore non fa male al prossimo, senza per nulla pensare che se sbagliamo il nostro amore è falso. Ma soprattutto senza pensare che dato che noi non mettiamo in pratica tutta la legge di Mosè non siamo in grado di amare, perché noi non siamo sotto la legge ma sotto la grazia e siamo quindi liberi dalla legge, non obbligati cioè a farci circoncidere, ad osservare il sabato ecc. Noi siamo sotto la legge di Cristo e non più sotto quella di Mosè. Chi ama ha adempiuto la legge, senza per questo mettersi sotto la legge.

43. Potresti spiegarmi qual è la dottrina che se uno viene a noi e non ce la reca non lo dobbiamo ricevere in casa e non lo dobbiamo salutare (cfr. 2 Giov. 10)?
La dottrina in questione è quella che insegna che Gesù Cristo è venuto in carne, infatti Giovanni prima di dare questa istruzione ha detto: “Poiché molti seduttori sono usciti per il mondo i quali non confessano Gesù Cristo esser venuto in carne. Quello è il seduttore e l’anticristo. Badate a voi stessi affinché non perdiate il frutto delle opere compiute, ma riceviate piena ricompensa. Chi passa oltre e non dimora nella dottrina di Cristo, non ha Iddio. Chi dimora nella dottrina, ha il Padre e il Figliuolo” (2 Giov. 7-9). Come puoi vedere non si tratta di una qualsiasi dottrina biblica ma della dottrina che afferma che Gesù Cristo era un vero uomo fatto di carne ed ossa, quella che insomma attesta l’incarnazione del Figliuol di Dio secondo che è scritto: “E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiam contemplata la sua gloria, gloria come quella dell’Unigenito venuto da presso al Padre” (Giov. 1:14) ed anche: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù; il quale, essendo in forma di Dio non riputò rapina l’essere uguale a Dio, ma annichilì se stesso, prendendo forma di servo e divenendo simile agli uomini; ed essendo trovato nell’esteriore come un uomo, abbassò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte della croce” (Fil. 2:5-8); e quindi la dottrina che attesta la perfetta umanità di Gesù Cristo. Questa dottrina cardine del Cristianesimo era già negata ai giorni degli apostoli, dico già negata perché ancora oggi ci sono molti che negano che Gesù Cristo fosse un vero uomo dicendo che in realtà il Cristo era uno spirito o un fantasma. Io chiamo questa dottrina ‘dottrina cardine del Cristianesimo’ perché è proprio in virtù del fatto che il Figliuol di Dio partecipò del sangue e della carne (cfr. Ebr. 2:14) che egli poté morire sulla croce per i nostri peccati. Come avrebbe potuto infatti uno spirito morire sulla croce per noi? Non avrebbe potuto. Quindi negare l’umanità di Cristo o che il suo corpo fosse un vero corpo di carne e ossa in cui scorreva del sangue porta inevitabilmente a negare la sua morte espiatoria, il suo sacrificio. E naturalmente questa diabolica dottrina oltre che la morte porta a negare anche la sua resurrezione e quindi porta a negare l’evento occorso nella vita di Gesù per la nostra giustificazione e difatti se Cristo non fosse risuscitato noi saremmo ancora nei nostri peccati (cfr. 1 Cor. 15:17) e la nostra fede sarebbe vana. Ecco dunque perché questa eresia che afferma che Gesù Cristo non è venuto in carne è particolarmente grave e Giovanni ci mette severamente in guardia da coloro che la professano, cosa che egli fa anche nella sua prima epistola secondo che è scritto: “Diletti, non crediate ad ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se son da Dio; perché

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molti falsi profeti sono usciti fuori nel mondo. Da questo conoscete lo Spirito di Dio: ogni spirito che confessa Gesù Cristo venuto in carne, è da Dio; e ogni spirito che non confessa Gesù Cristo venuto in carne, non è da Dio; e quello è lo spirito dell’anticristo, del quale avete udito che deve venire; ed ora è già nel mondo. Voi siete da Dio, figliuoletti, e li avete vinti; perché Colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo. Costoro sono del mondo; perciò parlano come chi è del mondo, e il mondo li ascolta. Noi siamo da Dio; chi conosce Iddio ci ascolta; chi non è da Dio non ci ascolta. Da questo conosciamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore” (1 Giov. 4:1-6).

44. Chi sono le dignità di cui Pietro dice che i falsi dottori non hanno orrore di dire male?
Sono Satana, i suoi principati, le potestà, i dominatori di questo mondo di tenebre e le forze spirituali della malvagità che sono nei luoghi celesti. Questo lo si capisce leggendo quello che dice Giuda nella sua breve epistola dove parla degli empi che si sono introdotti in mezzo alla Chiesa di Dio; Giuda infatti di costoro dice: “E ciò nonostante, anche costoro, nello stesso modo, trasognati, mentre contaminano la carne, disprezzano l’autorità e dicon male della dignità. Invece, l’arcangelo Michele quando, contendendo col diavolo, disputava circa il corpo di Mosè, non ardì lanciare contro a lui un giudizio ingiurioso, ma disse: Ti sgridi il Signore!” (Giuda 8-9). Quel ‘invece’ sta ad indicare che mentre gli empi lanciano giudizi ingiuriosi verso il diavolo, l’arcangelo Michele che pure è più potente del diavolo, quando si trovò a contendere con il diavolo non ardì mettersi a offenderlo ma lo sgridò da parte di Dio, e naturalmente l’arcangelo Michele tuttora si mostra rispettoso verso il principe di questo mondo, perché così è chiamato il diavolo. E non è solo l’arcangelo Michele a tenere questo comportamento rispettoso verso il diavolo, ma anche tutti gli angeli del Signore si comportano così, infatti l’apostolo Pietro dice: “Mentre gli angeli, benché maggiori di loro per forza e potenza, non portano contro ad esse, dinanzi al Signore, alcun giudizio maldicente” (2 Piet. 2:11). Dunque, se l’arcangelo Michele e gli angeli del Signore, che sono maggiori in forza e potenza del diavolo e di tutti i suoi ministri invisibili, non ardiscono mettersi ad offendere queste dignità, neppure noi dobbiamo metterci a lanciare giudizi ingiuriosi contro le dignità.

45. Perché Paolo dice a Timoteo che Gesù ha distrutto la morte (cfr. 2 Tim. 1:10), mentre ai Corinzi dice che l’ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte (cfr. 1 Cor. 15:26), facendo intendere in questo secondo caso che questa distruzione deve ancora avvenire e non è già avvenuta?
La ragione è perché Gesù Cristo quando risuscitò dai morti distrusse la morte fisica nella sua vita ma non la morte fisica che hanno sperimentato i santi. Non è forse vero infatti che i santi che sono morti nel passato e quelli che muoiono al presente non sono ancora risuscitati? Non è forse vero che i loro corpi ora sono in uno stato di putrefazione o sono già del tutto putrefatti e ridotti in cenere, e che attendono la resurrezione? Certo che le cose stanno così. Dunque, se da un lato è vero che Gesù ha distrutto la morte, dall’altro è anche vero che Egli deve ancora distruggerla poiché Egli deve ancora risuscitare tutti i santi che dormono. Solo quando tutti i santi risorgeranno (e i santi viventi saranno mutati) si potrà dire che la morte è stata sommersa nella vittoria, secondo che è scritto: “In un momento, in un batter d’occhio, al suon dell’ultima tromba. Perché la tromba sonerà, e i morti risusciteranno incorruttibili, e noi saremo mutati. Poiché bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità, e che questo mortale rivesta immortalità. E quando questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità, e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: La morte è stata sommersa nella vittoria. O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo dardo?” (1 Cor. 15:52-55), non prima di quel giorno. Prima di quel giorno infatti la morte continuerà a colpire anche i santi. Ma noi abbiamo la fiducia che essa in quel giorno sarà posta sotto i piedi del Signore assieme a tutti gli altri nemici che non vediamo ancora gli sono sottoposti. Dobbiamo quindi riconoscere che benché sta scritto che Iddio ha posto ogni cosa sotto i piedi di Gesù Cristo “al presente non vediamo ancora che tutte le cose gli siano sottoposte” (Ebr. 2:8). Dio è fedele e porterà a compimento l’opera che ha iniziato, non la lascerà incompiuta. Il suo piano sussisterà, Egli metterà ad effetto tutta la sua volontà, e nessuno glielo potrà impedire. A Lui sia la gloria ora e in eterno. Amen.

46. Ieri in comunità è venuto uno che sosteneva che Elia deve ancora venire per restaurare ma non è vero .... e poi esaltava un profeta di cui ora non ricordo il nome. Ma secondo la Bibbia non deve venire Elia ... non so. Perché ognuno interpreta le Scritture a modo suo???
Ascolta, Elia certo deve ancora venire perchè lo ha detto Gesù, ascolta quello che il Signore ebbe a dire ai suoi discepoli: "Certo, Elia deve venire e ristabilire ogni cosa" (Mat. 17:11). Quindi Giovanni Battista non era Elia, dico

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questo perchè so che alcuni dicono che Giovanni Battista era Elia, anche perchè quando a Giovanni domandarono "Sei Elia?" lui rispose chiaramente "Non lo sono" (Giov. 1:21). Giovanni non poteva essere Elia per altro per la semplice ragione che il profeta Elia era stato rapito in cielo e quindi non aveva visto la morte (cfr 2 Re 2:1-18), e quindi se fosse apparso ai giorni di Gesù non avrebbe potuto nascere come gli altri uomini, come invece Giovanni Battista nacque, ma avrebbe dovuto scendere dal cielo dov'era da secoli. Ma stai attenta perchè alcuni appoggiandosi sulle parole di Gesù sulla venuta di Elia prima del ritorno del Signore, si spacciano per Elia o comunque per il messaggero che deve ristabilire ogni cosa per ordine di Dio. Tra questi c'è stato William Marrion Branham, un predicatore americano vissuto nello scorso secolo, che si definiva il messaggero dotato dello spirito d'Elia che doveva ristabilire ogni cosa; e secondo alcuni suoi seguaci è l'Elia che doveva venire. Ora, io non so se il profeta che costui, che è venuto nella vostra comunità, esaltava sia Branham, ma ti posso dire che nel caso lo fosse (cioè se costui diceva che Branham è il profeta dotato dello spirito d'Elia che doveva ristabilire ogni cosa) tu devi rigettare questa sua idea perchè Branham non ha ristabilito proprio niente, anzi ha predicato parecchie eresie. Dei seguaci di Branham ce ne sono anche in Calabria, quindi non mi meraviglierei se qualcuno di questi si fosse presentato a voi esaltando Branham, perchè questa è la loro missione, diffondere il messaggio di questo William Branham che ti ripeto contiene parecchie FALSE DOTTRINE. Stai attenta quindi a costui, e avverti tutti i fratelli e le sorelle che conosci. Leggi il mio libro contro i Branhamiti che è sul sito (nella sezione delle confutazioni, prima serie) in cui confuto le eresie di questo predicatore o profeta. Stai tranquilla, perchè quando apparirà Elia lo riconosceremo tutti; egli infatti è uno dei due testimoni di cui si parla nell'Apocalisse al capitolo 11. Non potremo sbagliare. Nel frattempo però è inevitabile che alcuni se ne approfittano e si spacciano per Elia o per un messaggero divino dotato dello spirito d'Elia come faceva William Branham. Da costoro (e dai loro seguaci) occorre guardarsi: sono dei cianciatori e dei seduttori di menti. Stai salda nella fede. Non ti fare sedurre da vani ragionamenti.

47. In base all’insegnamento della Sacra Scrittura è giusto credere al destino?
Se credere al destino significa credere che ogni evento, piccolo o grande che sia, che si verifica in questo mondo è predeterminato da Dio, il Creatore e Governatore dell’Universo, ossia il Padre del nostro Signore Gesù, che lo fa accadere nel modo e nel tempo da Lui prestabiliti per ragioni che non possono essere altro che giuste perché Egli è giusto e che se anche Lui non ci rivela per certo un giorno ce le farà conoscere, E’ GIUSTO CREDERE AL DESTINO. Ora, per confermarti mediante le Scritture che è giusto credere al destino, ti parlerò di alcuni eventi verificatisi nella vita di Gesù Cristo. Cominciamo dall’inizio, cioè dalla sua nascita. Gesù nacque da una vergine di nome Maria, quindi non nacque come tutti gli altri uomini, perché avvenne questo? Perché lo aveva prestabilito Dio ab eterno e rivelato per mezzo del profeta Isaia alcuni secoli prima che l’evento si verificasse. Chi può negare questo? Quindi quando giunse il tempo stabilito da Dio, quella giovane vergine rimase incinta per virtù dello Spirito Santo e diede alla luce dopo nove mesi il Figliuolo di Dio. E lo diede alla luce non nella sua città, cioè Nazaret (perché Maria era di Nazaret), ma in un’altra città e cioè in Betleem. Questo evento si verificò in quel luogo perché Dio aveva prestabilito che accadesse in quel luogo e aveva rivelato la cosa per mezzo del profeta Michea. Ma come mai Maria si trovava a Betleem quando partorì Gesù? Perché vi era andata con Giuseppe suo marito a farsi registrare per via di un censimento che era uscito per tutto l’impero romano da parte di Cesare Augusto e dato che Giuseppe era della città e della casa di Davide dovette recarvisi. E’ evidente dunque che chi mise in cuore all’imperatore di fare in quel preciso periodo quel censimento fu Dio. Ma chi avrebbe mai potuto dire in quei giorni che quella decisione imperiale era stata prestabilita da Dio? Certo, noi ora leggiamo il Vangelo ed è cosa facile capire il perché di quel censimento (altre ragioni ci sono sconosciute ma non per questo non esistono), ma quando quel censimento uscì chi poteva dire che sarebbe servito a far nascere il Messia nella città di Davide? Non fu dunque un caso che Gesù nacque a Betleem, ma il destino. Come non fu un caso che Giuseppe prese il fanciullino e sua madre e scese in Egitto per dimorarvi fino alla morte di Erode, e questo perché ciò avvenne affinché si adempiesse quello che era stato detto da Dio tramite il profeta Osea. E non fu un caso neppure che Erode quando vide che i Magi non tornarono a lui a dirgli dove era il fanciullino Gesù mandò ad uccidere tutti i maschi che erano in Betleem e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù, infatti quel tragico evento avvenne perché anch’esso era stato prestabilito da Dio. Fu destino quindi che avvenisse quella strage di piccoli bambini. E che dire poi del fatto che Giuseppe tornato in Israele, per ordine di Dio, andò ad abitare non in Giudea (dove inizialmente aveva pensato di andare) ma in Galilea e precisamente a Nazaret? Non fu anch’esso prestabilito da Dio? Certo, infatti avvenne così perché Gesù doveva essere chiamato Nazareno. Non fu un caso neppure che Gesù lasciò Nazaret per andare a Capernaum perché anche questo era stato prestabilito da Dio e rivelato tramite il profeta Isaia. Il fatto poi che Satana mise in cuore a Giuda Iscariota, uno dei dodici, di tradire Gesù, fu anch’esso un evento prestabilito da Dio e che era stato preannunciato anch’esso sotto l’antico Patto. E proseguiamo col parlare dell’odio dei Giudei nei confronti di Gesù, perché anch’esso era stato prestabilito da Dio che accadesse. E così anche il fatto che egli morì crocifisso, anch’esso era stato prestabilito da Dio; Gesù non poteva morire lapidato come per esempio il profeta Zaccaria, ma doveva morire crocifisso. Tutto questo era stato predetto da Dio secoli prima. Ma che ne sapevano i soldati romani che nel crocifiggere Gesù avrebbero compiuto qualcosa pre-

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ordinato da Dio? Niente. Come nemmeno i Giudei si resero conto che condannando a morte Gesù non avevano fatto altro che adempiere quello che Dio aveva prestabilito e preannunciato. E poi che dire del soldato che quando vide Gesù già morto sulla croce gli forò il costato con una lancia, invece di fiaccargli le gambe come avevano chiesto di fare i Giudei? Non fu anche quell’evento prestabilito da Dio? Certo, perché Gesù non poteva avere nessun osso fiaccato, quindi Gesù sulla croce morì prima degli altri che erano stati crocifissi con lui per indurre quel soldato a non fiaccargli le gambe come agli altri. E poi c’è pure la spartizione delle vesti di Gesù e il tiraggio a sorte sulla sua tunica, che fecero i soldati presso la croce, che sono anch’essi eventi che erano stati prestabiliti e preannunciati da Dio. In verità possiamo dire che non avvenne nulla nella vita di Gesù che Dio non aveva prestabilito che avvenisse. Come potremmo attribuire al caso tutti quegli eventi sopra descritti? Sarebbe da stolti farlo! Come si fa a non credere nel destino nella vita di Gesù Cristo? Non era destino che egli morisse crocifisso? Non era destino che egli fosse odiato e condannato a morte? Come si possono spiegare queste cose se non attribuendo il loro accadimento alla potenza e alla sapienza di Dio? Non è forse quello che fecero gli antichi discepoli del Signore come per esempio quando dissero a Dio: “E invero in questa città, contro al tuo santo Servitore Gesù che tu hai unto, si son raunati Erode e Ponzio Pilato, insiem coi Gentili e con tutto il popolo d’Israele, per far tutte le cose che la tua mano e il tuo consiglio aveano innanzi determinato che avvenissero” (Atti 4:27-28)? E Pietro non disse forse ai Giudei: “Uomini israeliti, udite queste parole: Gesù il Nazareno, uomo che Dio ha accreditato fra voi mediante opere potenti e prodigî e segni che Dio fece per mezzo di lui fra voi, come voi stessi ben sapete, quest’uomo, allorché vi fu dato nelle mani, per il determinato consiglio e per la prescienza di Dio, voi, per man d’iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste” (Atti 2:22-23)? Naturalmente qualcuno dirà che nel caso di Gesù è scritto che tutte quelle cose avvennero per il determinato consiglio di Dio, ma chi ci dice a noi che anche nella nostra vita tutte le cose avvengono per il determinato consiglio di Dio? La Scrittura, infatti essa dice che ci sono molti disegni nel cuore dell’uomo ma il piano dell’Eterno è quello che sussiste (cfr. Prov. 19:21), che il cuore dell’uomo medita la sua via ma l’Eterno dirige i suoi passi (cfr. Prov. 16:9), e che non è in potere dell’uomo che cammina il dirigere i suoi passi (cfr. Ger. 10:23). Come si fa a dire dinnanzi a queste parole che le cose che ci accadono nella nostra vita sono frutto del caso e non sono state prestabilite? Ma non è forse vero che Gesù ha detto che persino i capelli del nostro capo sono tutti contati (cfr. Mat. 10:30)? Se i nostri capelli sono contati come si fa a pensare che le cose che ci succedono non sono state previste e prestabilite da Dio? E non è forse vero che Gesù ha detto che non cade a terra un solo passero senza il volere del Padre nostro (cfr. Mat. 10:29)? Se dunque un passero non cade a terra senza il volere di Dio, come si fa a credere che un aereo cade senza il volere di Dio, o che un treno deraglia senza il volere di Dio, e così via? Non si può, non si può. Eppure molti non la pensano così, per loro il susseguirsi degli eventi sia buoni che cattivi, è frutto solo della volontà degli uomini e in alcune circostanze del semplice caso, e non è qualcosa imposto da Dio mediante la sua sapienza e la sua potenza!! Ma che ci direbbe Giuseppe, figlio di Giacobbe, da Governatore d’Egitto, se fosse vivo e noi gli chiedessimo da suoi sudditi a che cosa o a chi attribuisce l’odio dei suoi fratelli verso di lui nella terra di Canaan, odio che li spinse a venderlo, e poi a chi attribuisce il comportamento ingiusto della moglie di Potifar nei suoi confronti, e i torti che fecero a Faraone sia il capo dei coppieri che il capo dei panettieri per i quali furono messi in prigione nella sua stessa prigione? Io dico che egli ci direbbe che tutto ciò che gli era avvenuto era stato prestabilito e voluto da Dio affinché lui potesse salvare Giacobbe e il suo parentado dalla morte. Ma si consideri per un solo momento che Giuseppe quando si diede a conoscere ai suoi fratelli disse loro: “Io son Giuseppe, vostro fratello, che voi vendeste perché fosse menato in Egitto. Ma ora non vi contristate, né vi dolga d’avermi venduto perch’io fossi menato qua; poiché Iddio m’ha mandato innanzi a voi per conservarvi in vita. Infatti, sono due anni che la carestia è nel paese; e ce ne saranno altri cinque, durante i quali non ci sarà né aratura né mèsse. Ma Dio mi ha mandato dinanzi a voi, perché sia conservato di voi un resto sulla terra, e per salvarvi la vita con una grande liberazione. Non siete dunque voi che m’avete mandato qua, ma è Dio; egli m’ha stabilito come padre di Faraone, signore di tutta la sua casa, e governatore di tutto il paese d’Egitto” (Gen. 45:4-8), e si vedrà come Giuseppe aveva il senso delle cose di Dio. Lui aveva capito che tutte quelle cose era stato Dio a farle accadere per una precisa ragione. Certo, questo lo capì a posteriori e non mentre gli accadevano tutte quelle sventure, ma lo capì. E così anche noi talvolta non riusciamo proprio a capire il perché di un determinato fatto che accade ma dobbiamo essere sicuri che Dio lo fa avvenire per una precisa ragione, non importa se questa ragione egli ce la farà conoscere o meno, la ragione c’è. Alcuni esempi inventati dalla vita di tutti i giorni Ti faccio alcuni esempi per farti capire tutto ciò. Un giorno mentre sto correndo per una certa strada per arrivare puntuale ad un appuntamento di lavoro, una pattuglia della polizia mi ferma e mi arresta. Sono sospettato ed accusato di avere ucciso un uomo pochi minuti prima in quel quartiere. Una persona anziana che ha assistito al misfatto ha raccontato subito alla polizia che l’omicida assomigliava molto a me. Una volta che vengo arrestato, quella persona anziana conferma che io sono l’omicida, non ha dubbi. Non è una sventura che all’improvviso mi piomba addosso senza nessuna apparente ragione? Certo che sì. Vengo messo in prigione, vengo interrogato, nego qualsiasi addebito perché non ho commesso quel misfatto. Ma pare che tutto sia contro di me e finisco con l’essere processato e condannato all’ergastolo! Ma ecco che una volta in carcere ho l’opportunità di annunciare la Parola di Dio a molti e si convertono a centinaia: Dio mi apre una porta per la Parola in carcere che non avrei mai immaginato. Dunque è Dio che mi ha mandato in carcere. Dopo qualche anno vengo

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finalmente riconosciuto innocente perché il colpevole di quell’omicidio si costituisce alla polizia perché preso dal senso di colpa. Sono libero, ma intanto ho speso ingiustamente alcuni anni della mia vita in prigione. Un uomo molto ricco mentre un giorno sta camminando in un parco perde cinquanta Euro che gli cadono di tasca. Evento funesto di cui purtroppo si accorge solo dopo molte ore. Un credente dopo circa tre ore si trova in quel medesimo posto per caso perché la strada da cui doveva passare era completamente sbarrata per una frana e allora decide di passare a piedi il parco che si trova a fianco della strada per fare il giro e arrivare al posto dove era diretto e scorge quella banconota, la raccoglie, aspetta qualche minuto per vedere se viene qualcuno in cerca proprio di quella banconota per restituirgliela, ma non arriva proprio nessuno. Allora ringrazia Dio, il giorno prima aveva pregato Dio affinché gli desse proprio cinquanta Euro perché ne aveva urgentemente bisogno. Dio aveva tolto al ricco per dare al povero bisognoso. E aveva fatto cadere la frana sulla strada da cui doveva passare. Un giorno mentre un credente si trova in ufficio a compiere il suo consueto lavoro, lavora per una agenzia immobiliare, arriva il capo e gli dice che dal giorno dopo non potrà più lavorare per quell’agenzia a motivo di grosse difficoltà economiche dell’agenzia: licenziato. Il credente ha famiglia, moglie e due piccoli bambini. Quando lascia l’ufficio ha le lacrime agli occhi, non capisce perché gli accade tutto ciò. Il giorno dopo, alle dieci di mattina, l’intero palazzo in cui era situato l’ufficio in cui aveva lavorato sino al giorno prima, in seguito ad un attentato terroristico cade tutto quanto, tutti gli inquilini di quel palazzo compresi i suoi colleghi rimangono uccisi. Sentita la notizia, se da un lato si rammarica per la sorte dei suoi colleghi e degli inquilini del palazzo, dall’altro si sente in dovere di ringraziare Dio perché il giorno prima lo aveva fatto licenziare. Adesso egli è contento. Alcuni credenti nel giorno da loro prestabilito si devono riunire alle 7 e mezzo di sera nel locale di culto (situato ai piedi di una montagna in un luogo piuttosto isolato dal paese) per provare la corale. Ma per le seguenti ragioni quella sera tutti arrivano con alcuni minuti di ritardo, il pastore e sua moglie arrivano in ritardo perché durante il tragitto da casa loro al locale la macchina subisce un guasto; un fratello aveva dovuto accompagnare alla stazione all’ultimo momento una donna anziana che gli aveva chiesto di accompagnarla; una sorella aveva dovuto pulire la sua piccola bambina che poco prima di partire da casa si era sporcata con della vernice mentre giocava; un’altra sorella aveva dovuto recarsi d’urgenza al pronto soccorso per farsi dare alcuni punti alla testa a motivo di un taglio fattosi mentre lavorava in cucina. Quando arrivano al locale di culto, lo trovano seppellito da una frana: un pezzo della montagna si era staccato e aveva investito la casa dove c’era il loro locale di culto, il disastro secondo dei testimoni che per caso si trovavano a passare per una strada lì vicino si era verificato proprio alle 7 e mezzo. Tutti gli inquilini che abitavano in quell’edificio sono morti: miracolosamente quei credenti sono vivi perché Dio aveva fatto accadere delle cose per impedire a tutti loro di essere alle 7 e mezzo nel locale di culto. Un credente ferroviere abita con sua moglie e i suoi tre piccoli bambini in una casetta posta proprio lungo la ferrovia. E’ sabato, il giorno dopo alle 10 e mezzo di mattina c’è il culto in casa del pastore della Chiesa che abita nella stessa città. La sera di sabato gli arriva una telefonata, è il pastore che gli dice che la riunione domenicale è posticipata alle 4 del pomeriggio per dare modo a dei credenti provenienti dallo Zambia e che avevano deciso all’ultimo momento di passare dalla loro città e di visitarli prima di recarsi all’altra città dov’erano diretti, e che dovrebbero arrivare domenica a mezzogiorno, di partecipare anche loro al culto. Non era mai successo fino ad allora che il culto fosse posticipato al pomeriggio. Alle 4 del pomeriggio del giorno successivo, mentre tutti si trovano al culto, avviene un grave incidente ferroviario, un treno deraglia e si va a infrangere contro la casa di quel fratello distruggendola completamente. A quell’ora del pomeriggio solitamente lui riposava assieme alla sua famiglia. Al ritorno dal culto, egli non può che riconoscere che Dio li ha preservati da morte certa. Un credente prega da anni a Dio di provvedergli una moglie. Una domenica (in cui per altro aveva deciso di andare a trovare dei fratelli in un’altra città ma all’ultimo momento gli si era rotta la macchina), nella sua comunità entra una sorella, e la prima volta che lui la vede. Quella sorella viene da un’altra città, e doveva recarsi nel locale di culto della Chiesa Evangelica sito in una piccola strada chiamata Via delle more, ma mentre parlava al telefono con la sorella di quella comunità che le stava dando l’indirizzo (sorella che aveva conosciuto per caso ad un convegno giovanile un anno prima) capisce Via dell’amore, e quindi si reca in Via dell’amore dove guarda caso c’è un altro locale di culto di una Chiesa Evangelica. Si siede, convinta di essere nel locale di culto frequentato da quella sorella, anche se durante il culto non riesce a scorgerla non si perde d’animo, rimane e attende la riunione. Durante la riunione il fratello sente una voce udibile che gli indica in quella sorella la moglie che Dio gli ha destinato: “Questa è tua moglie”. E i due si sposano. Meditando su quei fatti non possono non riconoscere che Dio aveva prestabilito tutti quei fatti e li aveva mandati ad effetto per unirli in matrimonio. Una mattina esco di casa per andare a prendere il bus per una certa località situata in cima ad un monte. Il bus parte alle otto. Ma mi accade un imprevisto che mi impedisce di prendere quel bus, l’imprevisto è che mentre cammino scivolo su una sbuccia di banana di cui non mi ero accorto perché soprapensiero e cado rompendomi la gamba destra. Impossibile prendere il bus quella mattina, vengo aiutato e portato a casa da dei passanti. Nel pomeriggio mi arriva la notizia che quello stesso bus che io avrei dovuto prendere quella mattina mentre si trovava su un ponte molto alto cade a precipizio perché il ponte all’improvviso è caduto a motivo di un cedimento strutturale del ponte che era stato costruito male. Tutti i viaggiatori muoiono; io avrei dovuto essere tra i viaggiatori morti. Mi rammarico per la morte di quei viaggiatori, ma mi rallegro pure nel Signore riconoscendo che quello che mi è accaduto mi è accaduto per volere di Dio, perché lui ha voluto scamparmi dalla morte. Come puoi vedere da te stesso, in tutti questi eventi la mano di Dio ha agito in maniera tale da fare accadere determinate cose per qualche ragione. Puoi parlare di caso? Puoi dire che non è stato Dio a fare accadere quelle cose indi-

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pendentemente dalla volontà dell’uomo? Certo, in tutti questi esempi da me fatti la ragione di un certo evento funesto o di un errore lo si capisce subito o comunque poco tempo dopo, ma ci sono tantissimi altri casi in cui ciò avviene solo dopo molto tempo o mai. La nostra esistenza è composta da un enorme numero di eventi, che neppure noi riusciamo a tenere a mente tutti, tanto sono numerosi e vari. E tutti sono collegati fra di loro in una maniera o nell’altra perché fanno parte di quel piano di Dio verso la nostra vita da lui prestabilito e che si va realizzando pian piano. E’ come un puzzle che prende via via forma, man mano che si uniscono i suoi pezzi; è come un quadro che tocco dopo tocco prende l’aspetto che ha deciso di dargli il pittore. E così nella nostra vita la mano di Dio è all’opera per realizzare il disegno benevolo che Dio ha formato per noi. Sì, benevolo perché alla fin fine Lui ci farà sempre del bene anche se di esso fanno parte dei brutti eventi che però abbiamo la certezza che lui convertirà in bene come nella storia di Giuseppe il figlio di Giacobbe. Le cose nella vita ci accadono per volere di Dio; quando alcune cose non ci accadono è perché non sono nella sua volontà verso noi perché Lui impedisce che accadono. Non ci preoccupiamo quindi anche quando ci succedono le cose più ingiuste e strane; perseveriamo nel timore di Dio, cercando sempre di non fare male alcuno al prossimo, vegliamo e preghiamo, e accettiamo dalla mano di Dio sia il bene che il male che Lui ci ha destinato. Altri esempi biblici che confermano il destino Ho citato prima l’esempio di Gesù e quello di Giuseppe per spiegare come Dio fa accadere gli eventi per mandare ad effetto i suoi disegni. Ma di esempi biblici se ne possono fare molti altri. Eccone alcuni tratti sempre dalla Sacra Scrittura, che hanno il solo scopo di fare capire questo concetto. Isacco nacque da Abrahamo e Sara perché così Dio aveva preannunciato ad Abrahamo infatti è scritto: “E Dio disse ad Abrahamo: ‘Quanto a Sarai tua moglie, non la chiamar più Sarai; il suo nome sarà, invece Sara. E io la benedirò, ed anche ti darò di lei un figliuolo; io la benedirò, ed essa diverrà nazioni; re di popoli usciranno da lei’. Allora Abrahamo si prostrò con la faccia in terra e rise; e disse in cuor suo: ‘Nascerà egli un figliuolo a un uomo di cent’anni? e Sara, che ha novant’anni, partorirà ella?’ E Abrahamo disse a Dio: ‘Di grazia, viva Ismaele nel tuo cospetto!’ E Dio rispose: ‘No, ma Sara tua moglie ti partorirà un figliuolo, e tu gli porrai nome Isacco; e io fermerò il mio patto con lui, un patto perpetuo per la sua progenie dopo di lui. Quanto a Ismaele, io t’ho esaudito. Ecco, io l’ho benedetto, e farò che moltiplichi e s’accresca grandissimamente. Egli genererà dodici principi, e io farò di lui una grande nazione. Ma fermerò il mio patto con Isacco che Sara ti partorirà in questo tempo, l’anno venturo” (Gen. 17:15-21). Isacco si sposò Rebecca perché questa era la donna destinatagli da Dio. Ecco come andarono le cose: “Or Abrahamo era vecchio e d’età avanzata; e l’Eterno avea benedetto Abrahamo in ogni cosa. E Abrahamo disse al più antico servo di casa sua, che aveva il governo di tutti i suoi beni: ‘Deh, metti la tua mano sotto la mia coscia; e io ti farò giurare per l’Eterno, l’Iddio dei cieli e l’Iddio della terra, che tu non prenderai per moglie al mio figliuolo alcuna delle figliuole de’ Cananei, fra i quali dimoro; ma andrai al mio paese e al mio parentado, e vi prenderai una moglie per il mio figliuolo, per Isacco’. Il servo gli rispose: ‘Forse quella donna non vorrà seguirmi in questo paese; dovrò io allora ricondurre il tuo figliuolo nel paese donde tu sei uscito?’ E Abrahamo gli disse: ‘Guardati dal ricondurre colà il mio figliuolo! L’Eterno, l’Iddio dei cieli, che mi trasse dalla casa di mio padre e dal mio paese natale e mi parlò e mi giurò dicendo: - Io darò alla tua progenie questo paese, - egli stesso manderà il suo angelo davanti a te, e tu prenderai di là una moglie per il mio figliuolo. E se la donna non vorrà seguirti, allora sarai sciolto da questo giuramento che ti faccio fare; soltanto, non ricondurre colà il mio figliuolo’. E il servo pose la mano sotto la coscia d’Abrahamo suo signore, e gli giurò di fare com’egli chiedeva. Poi il servo prese dieci cammelli fra i cammelli del suo signore, e si partì, avendo a sua disposizione tutti i beni del suo signore; e, messosi in viaggio, andò in Mesopotamia, alla città di Nahor. E, fatti riposare sulle ginocchia i cammelli fuori della città presso a un pozzo d’acqua, verso sera, all’ora in cui le donne escono ad attinger acqua, disse: ‘O Eterno, Dio del mio signore Abrahamo, deh, fammi fare quest’oggi un felice incontro, e usa benignità verso Abrahamo mio signore! Ecco, io sto qui presso a questa sorgente; e le figlie degli abitanti della città usciranno ad attinger acqua. Fa’ che la fanciulla alla quale dirò: - Deh, abbassa la tua brocca perch’io beva - e che mi risponderà - Bevi, e darò da bere anche ai tuoi cammelli, - sia quella che tu hai destinata al tuo servo Isacco. E da questo comprenderò che tu hai usato benignità verso il mio signore’. Non aveva ancora finito di parlare, quand’ecco uscire con la sua brocca sulla spalla, Rebecca, figliuola di Bethuel figlio di Milca, moglie di Nahor fratello d’Abrahamo. La fanciulla era molto bella d’aspetto, vergine, e uomo alcuno non l’avea conosciuta. Ella scese alla sorgente, empì la brocca, e risalì. E il servo le corse incontro, e le disse: ‘Deh, dammi a bere un po’ d’acqua della tua brocca’. Ed ella rispose: ‘Bevi, signor mio’; e s’affrettò a calarsi la brocca sulla mano, e gli diè da bere. E quand’ebbe finito di dargli da bere, disse: ‘Io ne attingerò anche per i tuoi cammelli finché abbian bevuto a sufficienza’. E presto vuotò la sua brocca nell’abbeveratoio, corse di nuovo al pozzo ad attingere acqua, e ne attinse per tutti i cammelli di lui. E quell’uomo la contemplava in silenzio, per sapere se l’Eterno avesse o no fatto prosperare il suo viaggio. E quando i cammelli ebbero finito di bere, l’uomo prese un anello d’oro del peso di mezzo siclo, e due braccialetti del peso di dieci sicli d’oro, per i polsi di lei, e disse: ‘Di chi sei figliuola? deh, dimmelo. V’è posto in casa di tuo padre per albergarci?’ Ed ella rispose: ‘Son figliuola di Bethuel figliuolo di Milca, ch’ella partorì a Nahor’. E aggiunse: ‘C’è da noi strame e foraggio assai, e anche posto da albergare’. E l’uomo s’inchinò, adorò l’Eterno, e disse: ‘Benedetto l’Eterno, l’Iddio d’Abrahamo mio signore, che non ha cessato d’esser benigno e fedele verso il mio signore! Quanto a me, l’Eterno mi ha messo sulla via della casa dei fratelli del mio signore’. E la fanciulla corse a raccontare queste cose a casa di sua madre. Or Rebecca aveva un fratello chiamato Labano. E Labano

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corse fuori da quell’uomo alla sorgente. Com’ebbe veduto l’anello e i braccialetti ai polsi di sua sorella ed ebbe udite le parole di Rebecca sua sorella che diceva: ‘Quell’uomo m’ha parlato così’, venne a quell’uomo, ed ecco ch’egli se ne stava presso ai cammelli, vicino alla sorgente. E disse: ‘Entra, benedetto dall’Eterno! perché stai fuori? Io ho preparato la casa e un luogo per i cammelli’. L’uomo entrò in casa, e Labano scaricò i cammelli, diede strame e foraggio ai cammelli, e portò acqua per lavare i piedi a lui e a quelli ch’eran con lui. Poi gli fu posto davanti da mangiare; ma egli disse: ‘Non mangerò finché non abbia fatto la mia ambasciata’. E l’altro disse: ‘Parla’. E quegli: ‘Io sono servo d’Abrahamo. L’Eterno ha benedetto abbondantemente il mio signore, ch’è divenuto grande; gli ha dato pecore e buoi, argento e oro, servi e serve, cammelli e asini. Or Sara, moglie del mio signore, ha partorito nella sua vecchiaia un figliuolo al mio padrone, che gli ha dato tutto quel che possiede. E il mio signore m’ha fatto giurare, dicendo: Non prenderai come moglie per il mio figliuolo alcuna delle figlie de’ Cananei, nel paese de’ quali dimoro; ma andrai alla casa di mio padre e al mio parentado e vi prenderai una moglie per il mio figliuolo. - E io dissi al mio padrone: - Forse quella donna non mi vorrà seguire. - Ed egli rispose: - L’Eterno, nel cospetto del quale ho camminato, manderà il suo angelo teco e farà prosperare il tuo viaggio, e tu prenderai al mio figliuolo una moglie del mio parentado e della casa di mio padre. Sarai sciolto dal giuramento che ti fo fare, quando sarai andato dal mio parentado; e, se non vorranno dartela, allora sarai sciolto dal giuramento che mi fai. - Oggi sono arrivato alla sorgente, e ho detto: O Eterno, Dio del mio signore Abrahamo, se pur ti piace far prosperare il viaggio che ho intrapreso, ecco, io mi fermo presso questa sorgente; fa’ che la fanciulla che uscirà ad attinger acqua, alla quale dirò: - Deh, dammi da bere un po’ d’acqua della tua brocca, - e che mi dirà: - Bevi pure, e ne attingerò anche per i tuoi cammelli, - sia la moglie che l’Eterno ha destinata al figliuolo del mio signore. E avanti che avessi finito di parlare in cuor mio, ecco uscir fuori Rebecca con la sua brocca sulla spalla, scendere alla sorgente e attinger l’acqua. Allora io le ho detto: - Deh, dammi da bere! - Ed ella s’è affrettata a calare la brocca dalla spalla, e m’ha risposto: - Bevi! e darò da bere anche ai tuoi cammelli. - Così ho bevuto io ed ella ha abbeverato anche i cammelli. Poi l’ho interrogata, e le ho detto: - Di chi sei figliuola? - Ed ella ha risposto: - Son figliuola di Bethuel figlio di Nahor, che Milca gli partorì. - Allora io le ho messo l’anello al naso e i braccialetti ai polsi. E mi sono inchinato, ho adorato l’Eterno e ho benedetto l’Eterno, l’Iddio d’Abrahamo mio signore, che m’ha condotto per la retta via a prendere per il figliuolo di lui la figliuola del fratello del mio signore. E ora, se volete usare benignità e fedeltà verso il mio signore, ditemelo; e se no, ditemelo lo stesso, e io mi volgerò a destra o a sinistra’. Allora Labano e Bethuel risposero e dissero: ‘La cosa procede dall’Eterno; noi non possiam dirti né male né bene. Ecco, Rebecca ti sta dinanzi, prendila, va’, e sia ella moglie del figliuolo del tuo signore, come l’Eterno ha detto’. E quando il servo d’Abrahamo ebbe udito le loro parole, si prostrò a terra dinanzi all’Eterno. Il servo trasse poi fuori oggetti d’argento e oggetti d’oro, e vesti, e li dette a Rebecca; e donò anche delle cose preziose al fratello e alla madre di lei. Poi mangiarono e bevvero, egli e gli uomini ch’eran con lui, e passaron quivi la notte. La mattina, quando si furono levati, il servo disse: ‘Lasciatemi tornare al mio signore’. E il fratello e la madre di Rebecca dissero: ‘Rimanga la fanciulla ancora alcuni giorni con noi, almeno una diecina; poi se ne andrà’. Ma egli rispose loro: ‘Non mi trattenete, giacché l’Eterno ha fatto prosperare il mio viaggio; lasciatemi partire, affinché io me ne torni al mio signore’. Allora dissero: ‘Chiamiamo la fanciulla e sentiamo lei stessa’. Chiamarono Rebecca, e le dissero: ‘Vuoi tu andare con quest’uomo?’ Ed ella rispose: ‘Sì, andrò’. Così lasciarono andare Rebecca loro sorella e la sua balia col servo d’Abrahamo e la sua gente. E benedissero Rebecca e le dissero: ‘Sorella nostra, possa tu esser madre di migliaia di miriadi, e possa la tua progenie possedere la porta de’ suoi nemici!’ E Rebecca si levò con le sue serve e montarono sui cammelli e seguirono quell’uomo. E il servo prese Rebecca e se ne andò. Or Isacco era tornato dal pozzo di Lachai-Roï, ed abitava nel paese del mezzodì. Isacco era uscito, sul far della sera, per meditare nella campagna; e, alzati gli occhi, guardò, ed ecco venir de’ cammelli. E Rebecca, alzati anch’ella gli occhi, vide Isacco, saltò giù dal cammello, e disse al servo: ‘Chi è quell’uomo che viene pel campo incontro a noi?’ Il servo rispose: ‘È il mio signore’. Ed ella, preso il suo velo, se ne coprì. E il servo raccontò a Isacco tutto quello che avea fatto. E Isacco menò Rebecca nella tenda di Sara sua madre, se la prese, ed ella divenne sua moglie, ed egli l’amò. Così Isacco fu consolato dopo la morte di sua madre” (Gen. 24:1-67). Giacobbe fu servito da suo fratello Esaù perché così Dio aveva detto a Rebecca loro madre (prima che i due fratelli nascessero) che sarebbe avvenuto, infatti è scritto: “Isacco pregò istantemente l’Eterno per sua moglie, perch’ella era sterile. L’Eterno l’esaudì, e Rebecca, sua moglie, concepì. E i bambini si urtavano nel suo seno; ed ella disse: ‘Se così è, perché vivo?’ E andò a consultare l’Eterno. E l’Eterno le disse: ‘Due nazioni sono nel tuo seno, e due popoli separati usciranno dalle tue viscere. Uno dei due popoli sarà più forte dell’altro, e il maggiore servirà il minore” (Gen. 25:21-23). Il popolo d’Israele rimase schiavo in Egitto per 400 anni perché così Dio aveva prestabilito e preannunciato ad Abrahamo: “E l’Eterno disse ad Abramo: ‘Sappi per certo che i tuoi discendenti dimoreranno come stranieri in un paese che non sarà loro, e vi saranno schiavi, e saranno oppressi per quattrocento anni; ma io giudicherò la gente di cui saranno stati servi; e, dopo questo, se ne partiranno con grandi ricchezze. E tu te n’andrai in pace ai tuoi padri, e sarai sepolto dopo una prospera vecchiezza. E alla quarta generazione essi torneranno qua; perché l’iniquità degli Amorei non è giunta finora al colmo” (Gen. 15:13-16). Faraone, re d’Egitto, non lasciò partire subito Israele quando Mosè e Aaronne si presentarono al suo cospetto perché Dio gli indurò il cuore, induramento che aveva preannunciato a Mosè in questi termini: “L’Eterno disse a Mosè: ‘Vedi, io ti ho stabilito come Dio per Faraone, e Aaronne tuo fratello sarà il tuo profeta. Tu dirai tutto quello che t’ordinerò, e Aaronne tuo fratello parlerà a Faraone, perché lasci partire i figliuoli d’Israele dal suo paese. E io indurerò il cuore di Faraone, e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nel paese d’Egitto. E Faraone non vi darà ascol-

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to; e io metterò la mia mano sull’Egitto, e farò uscire dal paese d’Egitto le mie schiere, il mio popolo, i figliuoli d’Israele, mediante grandi giudizi. E gli Egiziani conosceranno che io sono l’Eterno, quando avrò steso la mia mano sull’Egitto e avrò tratto di mezzo a loro i figliuoli d’Israele” (Es. 7:1-5). Sansone nacque da Manoah e sua moglie, e fu un Nazireo fin dal seno di sua madre, perché così Dio aveva prestabilito e preannunciato alla moglie di Manoah prima e poi confermò ai due: “E i figliuoli d’Israele continuarono a fare quel ch’era male agli occhi dell’Eterno, e l’Eterno li diede nelle mani de’ Filistei per quarant’anni. Or v’era un uomo di Tsorea, della famiglia dei Daniti, per nome Manoah; sua moglie era sterile e non avea figliuoli. E l’angelo dell’Eterno apparve a questa donna, e le disse: ‘Ecco, tu sei sterile e non hai figliuoli; ma concepirai e partorirai un figliuolo. Or dunque, guardati bene dal bere vino o bevanda alcoolica, e dal mangiare alcun che d’impuro. Poiché ecco, tu concepirai e partorirai un figliuolo, sulla testa del quale non passerà rasoio, giacché il fanciullo sarà un Nazireo, consacrato a Dio dal seno di sua madre, e sarà lui che comincerà a liberare Israele dalle mani de’ Filistei’. E la donna andò a dire a suo marito: ‘Un uomo di Dio è venuto da me; avea il sembiante d’un angelo di Dio: un sembiante terribile fuor di modo. Io non gli ho domandato donde fosse, ed egli non m’ha detto il suo nome; ma mi ha detto: Ecco, tu concepirai e partorirai un figliuolo; or dunque non bere vino né bevanda alcoolica, e non mangiare alcun che d’impuro, giacché il fanciullo sarà un Nazireo, consacrato a Dio dal seno di sua madre e fino al giorno della sua morte’. Allora Manoah supplicò l’Eterno, e disse: ‘O Signore, ti prego che l’uomo di Dio mandato da te torni di nuovo a noi e c’insegni quello che dobbiam fare per il bambino che nascerà’. E Dio esaudì la preghiera di Manoah; e l’angelo di Dio tornò ancora dalla donna, che stava sedendo nel campo; ma Manoah, suo marito, non era con lei. La donna corse in fretta a informar suo marito del fatto, e gli disse: ‘Ecco, quell’uomo che venne da me l’altro giorno, m’è apparito’. Manoah s’alzò, andò dietro a sua moglie, e, giunto a quell’uomo, gli disse: ‘Sei tu che parlasti a questa donna?’ E quegli rispose: ‘Son io’. E Manoah: ‘Quando la tua parola si sarà verificata, qual norma s’avrà da seguire per il bambino? e che si dovrà fare per lui?’ L’angelo dell’Eterno rispose a Manoah: ‘Si astenga la donna da tutto quello che le ho detto. Non mangi di alcun prodotto della vigna, né beva vino o bevanda alcoolica, e non mangi alcun che d’impuro; osservi tutto quello che le ho comandato” (Giud. 13:1-14). I figli di Eli, Hofni e Fineas, morirono nello stesso giorno a motivo delle loro inique opere, fu Dio che li volle far morire e per questo impedì che essi dessero ascolto alla riprensione di loro padre. “Or i figliuoli di Eli erano uomini scellerati; non conoscevano l’Eterno. Ed ecco qual era il modo d’agire di questi sacerdoti riguardo al popolo: quando qualcuno offriva un sacrifizio, il servo del sacerdote veniva, nel momento in cui si faceva cuocere la carne, avendo in mano una forchetta a tre punte; la piantava nella caldaia o nel paiuolo o nella pentola o nella marmitta; e tutto quello che la forchetta tirava su, il sacerdote lo pigliava per sé. Così facevano a tutti gl’Israeliti, che andavano là, a Sciloh. E anche prima che si fosse fatto fumare il grasso, il servo del sacerdote veniva, e diceva all’uomo che faceva il sacrifizio: ‘Dammi della carne da fare arrostire, per il sacerdote; giacché egli non accetterà da te carne cotta, ma cruda’. E se quell’uomo gli diceva: ‘Si faccia, prima di tutto, fumare il grasso; poi prenderai quel che vorrai’, egli rispondeva: ‘No, me la devi dare ora; altrimenti la prenderò per forza!’ Il peccato dunque di que’ giovani era grande oltremodo agli occhi dell’Eterno, perché la gente sprezzava le offerte fatte all’Eterno. Ma Samuele faceva il servizio nel cospetto dell’Eterno; era giovinetto, e cinto d’un efod di lino. Sua madre gli faceva ogni anno una piccola tonaca, e gliela portava quando saliva con suo marito ad offrire il sacrifizio annuale. Eli benedisse Elkana e sua moglie, dicendo: ‘L’Eterno ti dia prole da questa donna, in luogo del dono ch’ella ha fatto all’Eterno!’ E se ne tornarono a casa loro. E l’Eterno visitò Anna, la quale concepì e partorì tre figliuoli e due figliuole. E il giovinetto Samuele cresceva presso l’Eterno. Or Eli era molto vecchio e udì tutto quello che i suoi figliuoli facevano a tutto Israele, e come si giacevano con le donne che eran di servizio all’ingresso della tenda di convegno. E disse loro: ‘Perché fate tali cose? poiché odo tutto il popolo parlare delle vostre malvage azioni. Non fate così, figliuoli miei, poiché quel che odo di voi non è buono; voi inducete a trasgressione il popolo di Dio. Se un uomo pecca contro un altr’uomo, Iddio lo giudica; ma, se pecca contro l’Eterno, chi intercederà per lui?’ Quelli però non diedero ascolto alla voce del padre loro, perché l’Eterno li volea far morire. Intanto, il giovinetto Samuele continuava a crescere, ed era gradito così all’Eterno come agli uomini. Or un uomo di Dio venne da Eli e gli disse: ‘Così parla l’Eterno: Non mi sono io forse rivelato alla casa di tuo padre, quand’essi erano in Egitto al servizio di Faraone? Non lo scelsi io forse, fra tutte le tribù d’Israele, perché fosse mio sacerdote, salisse al mio altare, bruciasse il profumo e portasse l’efod in mia presenza? E non diedi io forse alla casa di tuo padre tutti i sacrifizi dei figliuoli d’Israele, fatti mediante il fuoco? E allora perché calpestate i miei sacrifizi e le mie oblazioni che ho comandato mi siano offerti nella mia dimora? E come mai onori i tuoi figliuoli più di me, e v’ingrassate col meglio di tutte le oblazioni d’Israele, mio popolo? Perciò, così dice l’Eterno, l’Iddio d’Israele: Io avevo dichiarato che la tua casa e la casa di tuo padre sarebbero al mio servizio, in perpetuo; ma ora l’Eterno dice: Lungi da me tal cosa! Poiché io onoro quelli che m’onorano, e quelli che mi sprezzano saranno avviliti. Ecco, i giorni vengono, quand’io troncherò il tuo braccio e il braccio della casa di tuo padre, in guisa che non vi sarà in casa tua alcun vecchio. E vedrai lo squallore nella mia dimora, mentre Israele sarà ricolmo di beni, e non vi sarà più mai alcun vecchio nella tua casa. E quello de’ tuoi che lascerò sussistere presso il mio altare, rimarrà per consumarti gli occhi e illanguidirti il cuore; e tutti i nati e cresciuti in casa tua morranno nel fior degli anni. E ti servirà di segno quello che accadrà ai tuoi figliuoli, Hofni e Fineas: ambedue morranno in uno stesso giorno. Io mi susciterò un sacerdote fedele, che agirà secondo il mio cuore e secondo l’anima mia; io gli edificherò una casa stabile, ed egli sarà al servizio del mio unto per sempre. E chiunque rimarrà della tua casa verrà a prostrarsi davanti a lui per avere una moneta d’argento e un tozzo di pane, e dirà: - Ammettimi, ti prego, a fare alcuno de’ servigi del sacerdozio perch’io abbia un boccon di pane da mangiare” (1 Sam. 12:12-36).

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Saul diventò re d’Israele per volere di Dio. Quando era un giovane Dio lo mandò da Samuele per essere unto re d’Israele. Dio aveva preannunciato a Samuele il giorno prima che il giorno dopo, ad una certa ora, gli avrebbe mandato un uomo proveniente dalla tribù di Beniamino che lui avrebbe dovuto ungere come re d’Israele. Saul non sapeva nulla di tutto ciò, ma andò da Samuele perché le asine di suo padre si erano smarrite e suo padre lo aveva mandato con un suo servo a cercarle, e dopo averle cercate invano e mentre erano sul punto di tornare a casa, il servo suggerì a Saul di recarsi da un profeta, appunto Samuele, che certamente gli avrebbe indicato la via da seguire. Saul accettò e i due si recarono da Samuele che quando vide venirgli incontro Saul ricevette da Dio la conferma che quello era l’uomo di cui gli aveva parlato. “Or v’era un uomo di Beniamino, per nome Kis, figliuolo d’Abiel, figliuolo di Tseror, figliuolo di Becorath, figliuolo d’Afiac, figliuolo d’un Beniaminita. Era un uomo forte e valoroso; aveva un figliuolo per nome Saul, giovine e bello; non ve n’era tra i figliuoli d’Israele uno più bello di lui: era più alto di tutta la gente dalle spalle in su. Or le asine di Kis, padre di Saul, s’erano smarrite; e Kis disse a Saul, suo figliuolo: ‘Prendi teco uno dei servi, lèvati e va’ in cerca delle asine’. Egli passò per la contrada montuosa di Efraim e attraversò il paese di Shalisha, senza trovarle; poi passarono per il paese di Shaalim, ma non vi erano; attraversarono il paese dei Beniaminiti, ma non le trovarono. Quando furon giunti nel paese di Tsuf, Saul disse al servo che era con lui: ‘Vieni, torniamocene, ché altrimenti mio padre cesserebbe dal pensare alle asine e sarebbe in pena per noi’. Il servo gli disse: ‘Ecco, v’è in questa città un uomo di Dio, ch’è tenuto in grande onore; tutto quello ch’egli dice, succede sicuramente; andiamoci; forse egli c’indicherà la via che dobbiamo seguire’. E Saul disse al suo servo: ‘Ma, ecco, se v’andiamo, che porteremo noi all’uomo di Dio? Poiché non ci son più provvisioni nei nostri sacchi, e non abbiamo alcun presente da offrire all’uomo di Dio. Che abbiamo con noi?’ Il servo replicò a Saul, dicendo: ‘Ecco, io mi trovo in possesso del quarto d’un siclo d’argento; lo darò all’uomo di Dio, ed egli c’indicherà la via’. (Anticamente, in Israele, quand’uno andava a consultare Iddio, diceva: ‘Venite, andiamo dal Veggente!’ poiché colui che oggi si chiama Profeta, anticamente si chiamava Veggente). E Saul disse al suo servo: ‘Dici bene; vieni, andiamo’. E andarono alla città dove stava l’uomo di Dio. Mentre facevano la salita che mena alla città, trovarono delle fanciulle che uscivano ad attingere acqua, e chiesero loro: ‘È qui il veggente?’ Quelle risposer loro, dicendo: ‘Sì, c’è; è là dove sei diretto; ma va’ presto, giacché è venuto oggi in città, perché oggi il popolo fa un sacrifizio sull’alto luogo. Quando sarete entrati in città, lo troverete di certo, prima ch’egli salga all’alto luogo a mangiare. Il popolo non mangerà prima ch’egli sia giunto, perché è lui che deve benedire il sacrifizio; dopo di che, i convitati mangeranno. Or dunque salite, perché proprio ora lo troverete’. Ed essi salirono alla città; e, come vi furono entrati, ecco Samuele che usciva loro incontro per salire all’alto luogo. Or un giorno prima dell’arrivo di Saul, l’Eterno aveva avvertito Samuele, dicendo: ‘Domani, a quest’ora, ti manderò un uomo del paese di Beniamino, e tu l’ungerai come capo del mio popolo d’Israele. Egli salverà il mio popolo dalle mani dei Filistei; poiché io ho rivolto lo sguardo verso il mio popolo, perché il suo grido è giunto fino a me’. E quando Samuele vide Saul, l’Eterno gli disse: ‘Ecco l’uomo di cui t’ho parlato; egli è colui che signoreggerà sul mio popolo’. Saul s’avvicinò a Samuele entro la porta della città, e gli disse: ‘Indicami, ti prego, dove sia la casa del veggente’. E Samuele rispose a Saul: ‘Sono io il veggente. Sali davanti a me all’alto luogo, e mangerete oggi con me; poi domattina ti lascerò partire, e ti dirò tutto quello che hai nel cuore. E quanto alle asine smarrite tre giorni fa, non dartene pensiero, perché son trovate. E per chi è tutto quello che v’è di desiderabile in Israele? Non è esso per te e per tutta la casa di tuo padre?’ Saul, rispondendo, disse: ‘Non son io un Beniaminita? di una delle più piccole tribù d’Israele? La mia famiglia non è essa la più piccola fra tutte le famiglie della tribù di Beniamino? Perché dunque mi parli a questo modo?’ Samuele prese Saul e il suo servo, li introdusse nella sala e li fe’ sedere in capo di tavola fra i convitati, ch’eran circa trenta persone. E Samuele disse al cuoco: ‘Porta qua la porzione che t’ho data, e della quale t’ho detto: Tienla in serbo presso di te’. Il cuoco allora prese la coscia e ciò che v’aderiva, e la mise davanti a Saul. E Samuele disse: ‘Ecco ciò ch’è stato tenuto in serbo; mettitelo dinanzi e mangia, poiché è stato serbato apposta per te quand’ho invitato il popolo’. Così Saul, quel giorno, mangiò con Samuele. Poi scesero dall’alto luogo in città, e Samuele s’intrattenne con Saul sul terrazzo. L’indomani si alzarono presto; allo spuntar dell’alba, Samuele chiamò Saul sul terrazzo, e gli disse: ‘Vieni, ch’io ti lasci partire’. Saul s’alzò, e uscirono fuori ambedue, egli e Samuele. Quando furon discesi all’estremità della città, Samuele disse a Saul: ‘Di’ al servo che passi, e vada innanzi a noi (e il servo passò); ma tu adesso fermati, ed io ti farò udire la parola di Dio’. Allora Samuele prese un vasetto d’olio, lo versò sul capo di lui, baciò Saul e disse: ‘L’Eterno non t’ha egli unto perché tu sia il capo della sua eredità?” (1 Sam. 9:1-27; 10:1). Davide diventò re d’Israele perché così Dio aveva preannunciato a Samuele: “L’Eterno disse a Samuele: ‘Fino a quando farai tu cordoglio per Saul, mentre io l’ho rigettato perché non regni più sopra Israele? Empi d’olio il tuo corno, e va’; io ti manderò da Isai di Bethlehem, perché mi son provveduto di un re tra i suoi figliuoli’. E Samuele rispose: ‘Come andrò io? Saul lo verrà a sapere, e mi ucciderà’. L’Eterno disse: ‘Prenderai teco una giovenca, e dirai: - Son venuto ad offrire un sacrifizio all’Eterno. -Inviterai Isai al sacrifizio; io ti farò sapere quello che dovrai fare, e mi ungerai colui che ti dirò’. Samuele dunque fece quello che l’Eterno gli avea detto; si recò a Bethlehem, e gli anziani della città gli si fecero incontro tutti turbati, e gli dissero: ‘Porti tu pace?’ Ed egli rispose: ‘Porto pace; vengo ad offrire un sacrifizio all’Eterno; purificatevi, e venite meco al sacrifizio’. Fece anche purificare Isai e i suoi figliuoli, e li invitò al sacrifizio. Mentre entravano, egli scòrse Eliab, e disse: ‘Certo, ecco l’unto dell’Eterno davanti a lui’. Ma l’Eterno disse a Samuele: ‘Non badare al suo aspetto né all’altezza della sua statura, perché io l’ho scartato; giacché l’Eterno non guarda a quello a cui guarda l’uomo: l’uomo riguarda all’apparenza, ma l’Eterno riguarda al cuore’. Allora Isai chiamò Abinadab, e lo fece passare davanti a Samuele; ma Samuele disse: ‘L’Eterno non s’è scelto neppur questo’. Isai fece passare Shamma, ma Samuele disse: ‘L’Eterno non s’è scelto neppur questo’. Isai fece passar così

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sette de’ suoi figliuoli davanti a Samuele; ma Samuele disse ad Isai: ‘L’Eterno non s’è scelto questi’. Poi Samuele disse ad Isai: ‘Sono questi tutti i tuoi figli?’. Isai rispose: ‘Resta ancora il più giovane, ma è a pascere le pecore’. E Samuele disse ad Isai: ‘Mandalo a cercare, perché non ci metteremo a tavola prima che sia arrivato qua’. Isai dunque lo mandò a cercare, e lo fece venire. Or egli era biondo, avea de’ begli occhi e un bell’aspetto. E l’Eterno disse a Samuele: ‘Lèvati, ungilo, perch’egli è desso’. Allora Samuele prese il corno dell’olio, e l’unse in mezzo ai suoi fratelli; e, da quel giorno in poi, lo spirito dell’Eterno investì Davide. E Samuele si levò e se ne andò a Rama” (1 Sam. 16:113). Salomone succedette al trono a suo padre Davide, e fu lui a costruire la casa a Dio, perché così Dio aveva decretato e preannunciato a Davide: “Or Davide convocò a Gerusalemme tutti i capi d’Israele, i capi delle tribù, i capi delle divisioni al servizio del re, i capi di migliaia, i capi di centinaia, gli amministratori di tutti i beni e del bestiame appartenente al re ed ai suoi figliuoli, insieme con gli ufficiali di corte, cogli uomini prodi e tutti i valorosi. Poi Davide, alzatosi e stando in piedi, disse: ‘Ascoltatemi, fratelli miei e popolo mio! Io avevo in cuore di edificare una casa di riposo per l’arca del patto dell’Eterno e per lo sgabello de’ piedi del nostro Dio, e avevo fatto dei preparativi per la fabbrica. Ma Dio mi disse: - Tu non edificherai una casa al mio nome, perché sei uomo di guerra e hai sparso del sangue. L’Eterno, l’Iddio d’Israele, ha scelto me, in tutta la casa di mio padre, perché io fossi re d’Israele in perpetuo; poich’egli ha scelto Giuda, come principe; e, nella casa di Giuda, la casa di mio padre; e tra i figliuoli di mio padre gli è piaciuto di far me re di tutto Israele; e fra tutti i miei figliuoli - giacché l’Eterno mi ha dati molti figliuoli - egli ha scelto il figliuol mio Salomone, perché segga sul trono dell’Eterno, che regna sopra Israele. Egli m’ha detto: - Salomone, tuo figliuolo, sarà quegli che edificherà la mia casa e i miei cortili; poiché io l’ho scelto per mio figliuolo, ed io gli sarò padre. E stabilirò saldamente il suo regno in perpetuo, s’egli sarà perseverante nella pratica de’ miei comandamenti e de’ miei precetti, com’è oggi” (1 Cron. 28:1-7). Il regno di Roboamo, figlio di Salomone, fu diviso in due per volere di Dio perché questa fu la punizione che Dio inflisse a Salomone per essersi sviato da Lui, e così dieci tribù furono date a Geroboamo e le altre due rimasero a Roboamo. Dio aveva preannunciato tutto ciò a Geroboamo tramite il profeta Ahija di Scilo: “In quel tempo avvenne che Geroboamo, essendo uscito di Gerusalemme, s’imbatté per istrada nel profeta Ahija di Scilo, che portava un mantello nuovo; ed erano loro due soli nella campagna. Ahija prese il mantello nuovo che aveva addosso, lo stracciò in dodici pezzi, e disse a Geroboamo: ‘Prendine per te dieci pezzi, perché l’Eterno, l’Iddio d’Israele, dice così: - Ecco, io strappo questo regno dalle mani di Salomone, e te ne darò dieci tribù, ma gli resterà una tribù per amor di Davide mio servo, e per amor di Gerusalemme, della città che ho scelta fra tutte le tribù d’Israele. E ciò, perché i figliuoli d’Israele m’hanno abbandonato, si sono prostrati davanti ad Astarte, divinità dei Sidonî, davanti a Kemosh, dio di Moab e davanti a Milcom, dio dei figliuoli d’Ammon, e non han camminato nelle mie vie per fare ciò ch’è giusto agli occhi miei e per osservare le mie leggi e i miei precetti, come fece Davide, padre di Salomone. Nondimeno non torrò dalle mani di lui tutto il regno, ma lo manterrò principe tutto il tempo della sua vita, per amor di Davide, mio servo, che io scelsi, e che osservò i miei comandamenti e le mie leggi; ma torrò il regno dalle mani del suo figliuolo, e te ne darò dieci tribù; e al suo figliuolo lascerò una tribù, affinché Davide, mio servo, abbia sempre una lampada davanti a me in Gerusalemme, nella città che ho scelta per mettervi il mio nome. Io prenderò dunque te, e tu regnerai su tutto quello che l’anima tua desidererà, e sarai re sopra Israele. E se tu ubbidisci a tutto quello che ti comanderò, e cammini nelle mie vie, e fai ciò ch’è giusto agli occhi miei, osservando le mie leggi e i miei comandamenti, come fece Davide mio servo, io sarò con te, ti edificherò una casa stabile, come ne edificai una a Davide, e ti darò Israele; e umilierò così la progenie di Davide, ma non per sempre” (1 Re 11:29-39). Il fatto dunque che Roboamo quando diventò re, non volle dare retta al popolo perché dette retta al consiglio dei giovani anziché a quello degli anziani, cosa questa che provocò l’ira del popolo d’Israele che elesse re sopra di esso Geroboamo e si divise da Giuda, fu una cosa diretta da Dio. “Roboamo andò a Sichem, perché tutto Israele era venuto a Sichem per farlo re. Quando Geroboamo, figliuolo di Nebat, ebbe di ciò notizia, si trovava ancora in Egitto, dov’era fuggito per scampare dal re Salomone; stava in Egitto, e quivi lo mandarono a chiamare. Allora Geroboamo e tutta la raunanza d’Israele vennero a parlare a Roboamo, e gli dissero: ‘Tuo padre ha reso duro il nostro giogo; ora rendi tu più lieve la dura servitù e il giogo pesante che tuo padre ci ha imposti, e noi ti serviremo’. Ed egli rispose loro: ‘Andatevene, e tornate da me fra tre giorni’. E il popolo se ne andò. Il re Roboamo si consigliò coi vecchi ch’erano stati al servizio del re Salomone suo padre mentre era vivo, e disse: ‘Che mi consigliate voi di rispondere a questo popolo?’ E quelli gli parlarono così: ‘Se oggi tu ti fai servo di questo popolo, se tu gli cedi, se gli rispondi e gli parli con bontà, ti sarà servo per sempre’. Ma Roboamo abbandonò il consiglio datogli dai vecchi, e si consigliò coi giovani ch’eran cresciuti con lui ed erano al suo servizio, e disse loro: ‘Come consigliate voi che rispondiamo a questo popolo che m’ha parlato dicendo: - Allevia il giogo che tuo padre ci ha imposto?’ E i giovani ch’erano cresciuti con lui, gli parlarono così: ‘Ecco quel che dirai a questo popolo che s’è rivolto a te dicendo: - Tuo padre ha reso pesante il nostro giogo, e tu ce lo allevia! - Gli risponderai così: - Il mio dito mignolo è più grosso del corpo di mio padre; ora, mio padre vi ha caricati d’un giogo pesante, ma io lo renderò più pesante ancora; mio padre vi ha castigati con la frusta, e io vi castigherò coi flagelli a punte’. Tre giorni dopo, Geroboamo e tutto il popolo vennero da Roboamo, come aveva ordinato il re dicendo: ‘Tornate da me fra tre giorni’. E il re rispose aspramente, abbandonando il consiglio che i vecchi gli aveano dato; e parlò al popolo secondo il consiglio dei giovani, dicendo: ‘Mio padre ha reso pesante il vostro giogo, ma io lo renderò più pesante ancora; mio padre vi ha castigati con la frusta, e io vi castigherò coi flagelli a punte’. Così il re non diede ascolto al popolo; perché questa cosa era diretta dall’Eterno, affinché si adempisse la parola da lui detta per mezzo di Ahija di Scilo a Geroboamo, figliuolo di Nebat. E quando tutto il popolo d’Israele vide che il re non gli

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dava ascolto, rispose al re, dicendo: ‘Che abbiam noi da fare con Davide? Noi non abbiam nulla di comune col figliuolo d’Isai! Alle tue tende, o Israele! Provvedi ora tu alla tua casa, o Davide!’ E Israele se ne andò alle sue tende. Ma sui figliuoli d’Israele che abitavano nelle città di Giuda, regnò Roboamo. E il re Roboamo mandò loro Adoram, preposto alle comandate; ma tutto Israele lo lapidò, ed egli morì. E il re Roboamo salì in fretta sopra un carro per fuggire a Gerusalemme. Così Israele si ribellò alla casa di Davide, ed è rimasto ribelle fino al dì d’oggi. E quando tutto Israele ebbe udito che Geroboamo era tornato, lo mandò a chiamare perché venisse nella raunanza, e lo fece re su tutto Israele. Nessuno seguitò la casa di Davide, tranne la sola tribù di Giuda. E Roboamo, giunto che fu a Gerusalemme, radunò tutta la casa di Giuda e la tribù di Beniamino, centottantamila uomini, guerrieri scelti, per combattere contro la casa d’Israele e restituire il regno a Roboamo, figliuolo di Salomone. Ma la parola di Dio fu così rivolta a Scemaia, uomo di Dio: ‘Parla a Roboamo, figliuolo di Salomone, re di Giuda, a tutta la casa di Giuda e di Beniamino e al resto del popolo, e di’ loro: - Così parla l’Eterno: Non salite a combattere contro i vostri fratelli, i figliuoli d’Israele! Ognuno se ne torni a casa sua; perché questo è avvenuto per voler mio’. Quelli ubbidirono alla parola dell’Eterno, e se ne tornaron via secondo la parola dell’Eterno” (1 Re 12:1-24). Izebel, la moglie di Achab, quando morì fu divorata dai cani perché Dio aveva predetto e decretato ciò: “Anche riguardo a Izebel l’Eterno parla e dice: I cani divoreranno Izebel sotto le mura d’Izreel …. Poi Jehu giunse ad Izreel. Izebel, che lo seppe, si diede il belletto agli occhi, si acconciò il capo, e si mise alla finestra a guardare. E come Jehu entrava per la porta di città, ella gli disse: ‘Rechi pace, novello Zimri, uccisore del tuo signore?’ Jehu alzò gli occhi verso la finestra, e disse: ‘Chi è per me? chi?’ E due o tre eunuchi, affacciatisi, volsero lo sguardo verso di lui. Egli disse: ‘Buttatela giù!’ Quelli la buttarono; e il suo sangue schizzò contro il muro e contro i cavalli. Jehu le passò sopra, calpestandola; poi entrò, mangiò e bevve, quindi disse: ‘Andate a vedere di quella maledetta donna e sotterratela, giacché è figliuola di re’. Andaron dunque per sotterrarla, ma non trovarono di lei altro che il cranio, i piedi e le palme delle mani. E tornarono a riferir la cosa a Jehu, il quale disse: ‘Questa è la parola dell’Eterno pronunziata per mezzo del suo servo Elia il Tishbita, quando disse: ‘I cani divoreranno la carne di Izebel nel campo d’Izreel; e il cadavere di Izebel sarà, nel campo d’Izreel, come letame sulla superficie del suolo, in guisa che non si potrà dire: Questa è Izebel” (1 Re 21:23; 9:30-37). Achab, re d’Israele, morì in battaglia perché così Dio aveva predetto a Achab tramite il profeta Micaiah: “E Micaiah disse: ‘Se tu ritorni sano e salvo, non sarà l’Eterno quegli che avrà parlato per bocca mia’. E aggiunse: ‘Udite questo, o voi, popoli tutti!’ (1 Re 22:28). La sua morte fu causata da un freccia scoccata a caso da qualcuno (cfr. 1 Re 22:34). Ovviamente fu Dio a farlo colpire mortalmente da quella freccia. Geremia diventò profeta perché a questo ufficio era stato destinato da Dio ancora prima che egli nascesse: “La parola dell’Eterno mi fu rivolta, dicendo: ‘Prima ch’io ti avessi formato nel seno di tua madre, io t’ho conosciuto; e prima che tu uscissi dal suo seno, io t’ho consacrato e t’ho costituito profeta delle nazioni” (Ger. 1:4-5). Gli Israeliti tornarono da Babilonia in Israele dopo 70 anni di cattività perché così aveva prestabilito Dio dover avvenire, e per fare accadere questo ritorno Dio destò lo spirito del re Ciro. La predizione: “E tutto questo paese sarà ridotto in una solitudine e in una desolazione, e queste nazioni serviranno il re di Babilonia per settant’anni. Ma quando saran compiuti i settant’anni, io punirò il re di Babilonia e quella nazione, dice l’Eterno, a motivo della loro iniquità, e punirò il paese de’ Caldei, e lo ridurrò in una desolazione perpetua. E farò venire su quel paese tutte le cose che ho annunziate contro di lui, tutto ciò ch’è scritto in questo libro, ciò che Geremia ha profetizzato contro tutte le nazioni. Infatti, nazioni numerose e re potenti ridurranno in servitù i Caldei stessi; io li retribuirò secondo le loro azioni, secondo l’opera delle loro mani” (Ger. 25:11-14). L’adempimento: “Nel primo anno di Ciro, re di Persia, affinché s’adempisse la parola dell’Eterno pronunziata per bocca di Geremia, l’Eterno destò lo spirito di Ciro, re di Persia, il quale, a voce e per iscritto, fece pubblicare per tutto il suo regno quest’editto: ‘Così dice Ciro, re di Persia: L’Eterno, l’Iddio de’ cieli, m’ha dato tutti i regni della terra, ed egli m’ha comandato di edificargli una casa a Gerusalemme, ch’è in Giuda. Chiunque tra voi è del suo popolo, sia il suo Dio con lui, e salga a Gerusalemme, ch’è in Giuda, ed edifichi la casa dell’Eterno, dell’Iddio d’Israele, dell’Iddio ch’è a Gerusalemme. Tutti quelli che rimangono ancora del popolo dell’Eterno, in qualunque luogo dimorino, la gente del luogo li assista con argento, con oro, con doni in natura, bestiame, aggiungendovi offerte volontarie per la casa dell’Iddio ch’è a Gerusalemme” (Esd. 1:1-4). I seguenti regni; regno di Media e Persia, regno di Grecia e Impero Romano sorsero perché fu Dio a volerlo. Egli rivelò al profeta Daniele che sarebbero sorti quei regni molto tempo prima che sorgessero (cfr. Dan. 2:29-45; 7:1-7; 8:1-25). Le guerre tra il re del settentrione e il re del mezzogiorno che seguirono la caduta del regno di Grecia, erano state predette nei particolari da Dio a Daniele (cfr. Dan. 11:2-45). In relazione ad esse va detto che queste guerre erano scritte nel libro della verità (un libro celeste) e furono rivelate da Dio a Daniele (cfr. Dan. 10:21). Giovanni Battista nacque affinchè si adempissero le seguenti parole pronunciate da Dio tramite il profeta Malachia: “Ecco, io vi mando il mio messaggero; egli preparerà la via davanti a me” (Mal. 3:1; cfr. Mat. 11:10). Saulo da Tarso da persecutore della Chiesa diventò apostolo e dottore dei Gentili perché Dio lo aveva destinato a quest’ufficio quand’era ancora nel seno di sua madre: “Difatti voi avete udito quale sia stata la mia condotta nel passato, quando ero nel giudaismo; come perseguitavo a tutto potere la Chiesa di Dio e la devastavo, e mi segnalavo nel giudaismo più di molti della mia età fra i miei connazionali, essendo estremamente zelante delle tradizioni dei miei padri. Ma quando Iddio, che m’aveva appartato fin dal seno di mia madre e m’ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il suo Figliuolo perch’io lo annunziassi fra i Gentili, io non mi consigliai con carne e sangue, e non salii a Gerusalemme da quelli che erano stati apostoli prima di me, ma subito me ne andai in Arabia;

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quindi tornai di nuovo a Damasco” (Gal. 1:13-17). E Dio lo chiamò mentre egli se ne andava a Damasco a perseguitare i santi, tramite una visione in cui gli apparve Gesù Cristo che gli parlò. Quando Anania si recò da Saulo gli disse: “L’Iddio de’ nostri padri ti ha destinato a conoscer la sua volontà, e a vedere il Giusto, e a udire una voce dalla sua bocca” (Atti 22:14). Paolo a Gerusalemme fu preso dai Giudei e messo nelle mani dei Romani perché così Dio aveva predetto tramite il profeta Agabo: “Eravamo quivi da molti giorni, quando scese dalla Giudea un certo profeta, di nome Agabo, il quale, venuto da noi, prese la cintura di Paolo, se ne legò i piedi e le mani, e disse: Questo dice lo Spirito Santo: Così legheranno i Giudei a Gerusalemme l’uomo di cui è questa cintura, e lo metteranno nelle mani dei Gentili. Quando udimmo queste cose, tanto noi che quei del luogo lo pregavamo di non salire a Gerusalemme. Paolo allora rispose: Che fate voi, piangendo e spezzandomi il cuore? Poiché io son pronto non solo ad esser legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signor Gesù. E non lasciandosi egli persuadere, ci acquetammo, dicendo: Sia fatta la volontà del Signore” (Atti 21:10-14). Gerusalemme fu distrutta nel 70 dopo Cristo, e molti dei suoi abitanti uccisi e portati in cattività, perché si doveva adempiere sia ciò che era stato scritto dai profeti, e sia quello che poi Gesù Cristo confermò: “Quando vedrete Gerusalemme circondata d’eserciti, sappiate allora che la sua desolazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea, fuggano a’ monti; e quelli che sono nella città, se ne partano; e quelli che sono per la campagna, non entrino in lei. Perché quelli son giorni di vendetta, affinché tutte le cose che sono scritte, siano adempite” (Luca 21:10-14). La bestia che non è, e deve salire dall’abisso, deve andare in perdizione: “La bestia che hai veduta era, e non è, e deve salire dall’abisso e andare in perdizione” (Apoc. 17:8), e così avverrà. Quindi la bestia è destinata alla perdizione. Il destino a proposito della salvezza Quando si parla del destino naturalmente non si può non parlare della salvezza che abbiamo ottenuto per la grazia di Dio mediante la fede in Cristo; perché? Perché noi siamo stati destinati da Dio ad ottenerla, o meglio predestinati da Dio ad ottenerla. E’ stato per la sua volontà che noi siamo stati salvati dunque, non in virtù di una volontà umana. Paolo dice ai Romani: “Perché quelli che Egli ha preconosciuti, li ha pure predestinati ad esser conformi all’immagine del suo Figliuolo, ond’egli sia il primogenito fra molti fratelli; e quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati” (Rom. 8:29-30), e agli Efesini: “Benedetto sia l’Iddio e Padre del nostro Signor Gesù Cristo, il quale ci ha benedetti d’ogni benedizione spirituale ne’ luoghi celesti in Cristo, siccome in lui ci ha eletti, prima della fondazione del mondo, affinché fossimo santi ed irreprensibili dinanzi a lui nell’amore, avendoci predestinati ad essere adottati, per mezzo di Gesù Cristo, come suoi figliuoli, secondo il beneplacito della sua volontà: a lode della gloria della sua grazia, la quale Egli ci ha largita nell’amato suo” (Ef. 1:3-6) e ancora ai Romani: “Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia” (Rom. 9:16). Tu forse dirai: Ma non sono io che ho creduto? Sì, certo tu hai creduto, ma chi ti ha messo in grado di credere? Non è forse stato Dio? La fede non è il dono di Dio? O forse puoi dimostrarmi che la fede è qualcosa che viene dall’uomo? La Scrittura mi insegna che a noi è stato dato di credere in Cristo (cfr. Fil. 1:29) e che è il Padre che ci ha messo in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce (cfr. Col. 1:12), ecco perché dobbiamo rendere del continuo grazie a Dio, perché a Lui è piaciuto eleggerci a salvezza, a Lui è piaciuto farci misericordia. Noi eravamo perduti, lontani da Dio, con la mente ottenebrata, schiavi di ogni peccato, incapaci da noi stessi di andare a Cristo per ottenere da Lui il perdono dei nostri peccati e la pace. Se non fosse stato per Dio che ci ha attratti a Cristo, noi non avremmo mai potuto credere in Cristo. Gesù lo disse: “Per questo v’ho detto che niuno può venire a me, se non gli è dato dal Padre” (Giov. 6:65). Sì, noi siamo andati a Cristo, ma perché attratti a Lui da Dio. L’attrazione verso Cristo quindi che noi abbiamo sperimentato a suo tempo l’abbiamo sperimentata perché Dio ce la diede. In altre parole perché siamo stati predestinati a sperimentarla per ottenere la salvezza; l’ottenimento della salvezza è quindi parte del nostro destino, parte del piano di Dio verso di noi. Come non si può parlare di destino anche per ciò che riguarda la nostra salvezza, quando la Scrittura dice che Dio ci ha predestinati ad essere adottati come suoi figliuoli? Quando la Scrittura dice che Egli ci ha generati di sua volontà mediante la Parola di verità affinché noi fossimo in certo modo le primizie delle sue creature (cfr. Giac. 1:18)? Chi ha preso l’iniziativa affinché noi credessimo? Dio. Chi fece sì che il nostro cuore si aprisse all’amore della verità? Dio. Chi ci aprì la mente per intendere le Scritture? Dio. E’ per la sua volontà quindi che noi siamo nati di nuovo; sì per la sua volontà. E’ Lui che ha deciso di farci rinascere e noi abbiamo sperimentato la nuova nascita. Ma dimmi un po’: ‘Ma chi ha deciso di farci nascere la prima volta? Chi ha fatto sì che nostra madre rimanesse incinta e ci partorisse dopo nove mesi? Non fu Dio? Non fu forse Lui che visitò nostra madre, che ci diede alla luce nel tempo e nel luogo fissati da Dio? O puoi dimostrarmi che siamo stati noi a decidere di nascere la prima volta? E così è della seconda nascita, cioè della nuova nascita, che abbiamo sperimentato; è stato per decreto di Dio che noi siamo nati di nuovo. Diamo dunque gloria a Dio perché a Lui è piaciuto farci rinascere: non togliamogli la gloria che gli spetta fino in fondo prendendocene una parte per noi. Ricordati che noi uomini siamo l’argilla e che Dio è il vasaio; e Lui ha il potere di trarre dalla stessa massa un vaso per uso nobile e un altro per uso ignobile. L’uomo non ha il potere di diventare da sé un vaso ad uso nobile. Quindi i peccatori che muoiono nei loro peccati sono stati destinati alla perdizione? Sì, proprio così. Dei Giudei che essendo disubbidienti intoppano nella Parola, Pietro dice che “a questo sono stati anche destinati” (1 Piet. 2:8). Paolo dice che ci sono dei vasi d’ira preparati per la perdizione (cfr. Rom. 9:22). A costoro Dio indura il cuore e

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acceca gli occhi affinché non vedano con gli occhi e non intendano col cuore e non si convertano (cfr. Giov. 12:40). Dio indura chi vuole Lui, ha le sue ragioni per farlo: chi siamo noi da potergli replicare?

48. Luca 16:19-31 è una storia realmente accaduta o una parabola?
E’ una storia: quello che mi fa propendere verso il racconto storico è il fatto che vengono menzionati due nomi di persone, cioè quello del patriarca Abramo e del povero Lazzaro, cosa questa che non viene fatta in nessuna parabola raccontata da Gesù. Leggi tutte le parabole di Gesù e constaterai questo. L’altra cosa che mi fa propendere verso il racconto storico è che in queste parole di Gesù c’è un dialogo tra Abramo e un ricco occorso nel mondo ultraterreno, dialogo che è pieno di particolari; non esiste neppure una sola parabola dove c’è il racconto di qualcosa che è avvenuto nel mondo invisibile. Ma c’è un’altra cosa che depone a favore del racconto storico anziché della parabola ed è che questo racconto era molto chiaro anche per coloro che erano di fuori, cioè era perfettamente comprensibile anche da parte di quelli che non erano discepoli del Signore; mentre le parabole di Gesù non erano comprensibili a quelli di fuori, in altre parole erano fatte in maniera tale da costituire un parlare oscuro per quelli di fuori, e come tu sai fu proprio affinché quelli di fuori non intendessero che Gesù parlò alle turbe in parabole (mentre in privato spiegava ogni cosa ai suoi discepoli) infatti un giorno quando i suoi discepoli gli domandarono perché parlasse alle turbe in parabole Gesù rispose loro: “Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli; ma a loro non è dato. Perché a chiunque ha, sarà dato, e sarà nell’abbondanza; ma a chiunque non ha, sarà tolto anche quello che ha. Perciò parlo loro in parabole, perché, vedendo, non vedono; e udendo, non odono e non intendono. E s’adempie in loro la profezia d’Isaia che dice: Udrete co’ vostri orecchi e non intenderete; guarderete co’ vostri occhi e non vedrete; perché il cuore di questo popolo s’è fatto insensibile, son divenuti duri d’orecchi ed hanno chiuso gli occhi, che talora non veggano con gli occhi e non odano con gli orecchi e non intendano col cuore e non si convertano, ed io non li guarisca” (Matt. 13:11-15). Ma d’altronde Gesù in quell’occasione dovette per forza raccontare un fatto realmente avvenuto e quindi facilmente comprensibile (e non una parabola) perché questo fatto lui lo raccontò quando vide che i farisei che amavano il denaro udirono alcuni suoi insegnamenti e se ne fecero beffe (cfr. Luca 16:14) per cui Gesù doveva per forza spiegare loro in maniera chiara la fine che facevano tutti coloro che amavano il denaro affinché quei Farisei fossero severamente ammoniti. E la storia del ricco e di Lazzaro spiega in maniera molto chiara che fine attende quelli che amano il denaro: questo racconto non ha proprio bisogno di commenti e di spiegazioni perché si commenta e si spiega da sé tanto è chiaro.

49. Che versione della Bibbia mi consigli di usare?
Io personalmente ti consiglio di usare la Versione Riveduta Luzzi, che è quella che per altro uso io da che mi sono convertito. Ti consiglio però anche di usare la versione Diodati che è la versione Biblica da cui è stata fatta la Riveduta. Il suo linguaggio è piuttosto antico paragonato a quello odierno, e risulta di difficile comprensione in certi casi, ma è ottima come versione Biblica perché il traduttore (Giovanni Diodati) ha fatto una traduzione letterale sia dell’Antico che del Nuovo Testamento (le parole in corsivo che non erano nei manoscritti e che sono presenti nella Diodati hanno il solo fine di rendere più chiaro il discorso). Consultala spesso la Diodati, non la trascurare, cerca di fare sempre un raffronto tra la Riveduta e la Diodati, anche se magari userai per la lettura o la predicazione la Riveduta come faccio io.

50. Ho notato che la Bibbia insegna che il sole gira attorno alla terra, ma non è forse vero che è invece la terra che gira attorno al sole?
Ascolta, guarda che la Bibbia non insegna affatto che il sole gira attorno alla terra; ma come avrebbe mai potuto Dio, il Creatore di tutte le cose, far dire una cosa del genere a qualcuno? Tu pensi che Colui che ha creato il nostro sistema solare, che lo conosce nei suoi minimi dettagli meglio di qualsiasi scienziato moderno, abbia potuto insegnare una simile cosa che non corrisponde affatto al vero? No, non è come dici tu e come pensano molti in questo mondo, anche se apparentemente certi passaggi biblici sembra che depongano a favore di questa tesi. I passi biblici sono i seguenti: “I cieli raccontano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l’opera delle sue mani. Un giorno sgorga parole all’altro, una notte comunica conoscenza all’altra. Non hanno favella, né parole; la loro voce non s’ode. Ma il loro suono esce fuori per tutta la terra, e i loro accenti vanno fino all’estremità del mondo. Quivi Iddio ha posto una tenda per il sole, ed egli è simile a uno sposo ch’esce dalla sua camera nuziale; gioisce come un prode a correre l’arringo. La sua uscita è da una estremità de’ cieli, e il suo giro arriva fino all’altra estremità; e niente è nascosto al suo calore”

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(Sal. 19:1-6). Ora, come puoi vedere la descrizione che fa il salmista del corso del sole è semplicemente quella che ciascuno di noi vede con i propri occhi, o mi sbaglio? Non è forse vero che quello che noi vediamo sulla terra è il sole uscire da oriente, levarsi, girare sulle nostre teste fino a ponente dove tramonta e scompare dalla nostra vista? Quando dunque il salmista dice: “La sua uscita è da una estremità de’ cieli, e il suo giro arriva fino all’altra estremità; e niente è nascosto al suo calore” (Sal. 19:6), non ha per nulla detto una cosa falsa ma perfettamente verace. Ma allora – tu dirai a questo punto – come mai se Dio sapeva che era la terra a girare attorno al sole, non ha fatto sì che fosse scritto? E io ti rispondo: ‘Perché Dio avrebbe dovuto farlo scrivere?’ A che pro? Per confondere la mente dei Giudei? Ma te lo immagini un Giudeo di quel tempo che leggeva che la terra girava attorno al sole che cosa avrebbe potuto pensare della sacra Scrittura? Dio non poteva far scrivere una simile cosa in questi termini perché sarebbe passato per bugiardo agli occhi degli Ebrei. Essi infatti non vedevano la terra girare ma la vedevano ferma (la stessa cosa per altro che vediamo noi), e vedevano il sole fare un giro da una estremità all’altra dei cieli (la stessa cosa che vediamo noi). Quindi Dio volle far trascrivere i movimenti del sole in base agli occhi degli uomini che si trovano sulla terra e lo ha fatto in maniera sublime senza per questo annullare la scoperta degli astronomi secondo cui è la terra a girare attorno al sole, e non solo gira attorno al sole ma gira pure su sé stessa, giro questo che produce l’alternarsi del giorno e della notte mentre il giro che la terra fa attorno al sole produce l’alternarsi delle quattro stagioni. Anche a proposito del fatto che la terra gira su sè stessa, Dio lo sapeva, ma Dio ha voluto chiamare la terra “terra ferma” (Ezec. 27:29), cosa per altro che facciamo pure noi? Non è forse verso infatti che anche noi la chiamiamo ‘terra ferma’? Eppure essa si muove su sè stessa, gira ad un’altissima velocità. Ma pensa se Dio avesse dovuto spiegare agli antichi che la terra girava velocissimamente su sè stessa; ma cosa avrebbero potuto pensare e dire gli antichi? Che l’Iddio degli Ebrei era un bugiardo!! Quindi io giudico saggio (e come potrei definirlo altrimenti?) il comportamento di Dio nel non avere voluto fare scrivere certe cose nella Bibbia a proposito del nostro sistema solare. D’altronde Dio non intese mai fare scrivere un trattato di astronomia; avrebbe potuto farlo, e sicuramente sarebbe stato il trattato astronomico per eccellenza. Ma chi avrebbe capito e creduto alle cose da lui dette?

51. Potresti spiegarmi Romani 3:7: “Ma se per la mia menzogna la verità di Dio è abbondata a sua gloria, perché son io ancora giudicato come peccatore?”?
“Qual è dunque il vantaggio del Giudeo? O qual è la utilità della circoncisione? Grande per ogni maniera; prima di tutto, perché a loro furono affidati gli oracoli di Dio. Poiché che vuol dire se alcuni sono stati increduli? Annullerà la loro incredulità la fedeltà di Dio? Così non sia; anzi, sia Dio riconosciuto verace, ma ogni uomo bugiardo, siccome è scritto: Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole, e resti vincitore quando sei giudicato. Ma se la nostra ingiustizia fa risaltare la giustizia di Dio, che diremo noi? Iddio è egli ingiusto quando dà corso alla sua ira? (Io parlo umanamente). Così non sia; perché, altrimenti, come giudicherà egli il mondo? Ma se per la mia menzogna la verità di Dio è abbondata a sua gloria, perché son io ancora giudicato come peccatore? E perché (secondo la calunnia che ci è lanciata e la massima che taluni ci attribuiscono), perché non «facciamo il male affinché ne venga il bene?» La condanna di quei tali è giusta” (Romani 3:1-8). Ora, Paolo poco prima ha detto che Dio è giusto nelle sue parole e resta vincitore quando viene giudicato, sì perché ci sono taluni che ardiscono persino giudicare Dio ma il loro giudizio risulta mendace perché giudicano le vie di Dio empiamente. In verità l’uomo non può averla vinta con Dio perché Dio non è un uomo che talvolta sbaglia e per questo può essere criticato e biasimato. Ma allora, partendo da questo presupposto, se io commetto un’ingiustizia non è forse Dio ingiusto nel punirmi dato che la mia ingiustizia alla fine ridonderà alla sua lode perché fa risaltare la sua eccelsa giustizia? Come dire insomma: ‘Dio non dovrebbe adirarsi con me perché la mia ingiustizia fa risaltare la sua giustizia!’ Sì, è vero che la nostra ingiustizia fa risaltare la giustizia di Dio, ma appunto perché Dio è giusto Egli si adira e ci punisce. Guai se non fosse così! Come potrebbe in quel giorno giudicare il mondo? Come potrebbe un Dio ingiusto giudicare con equità in quel giorno tutti gli uomini? Iddio dunque non è ingiusto quando punisce gli ingiusti, anche se l’ingiustizia di quest’ultimi fa risaltare la giustizia di Dio. Dunque, non per il fatto che l’ingiustizia dell’uomo mette in evidenza la giustizia di Dio, Dio non può dare corso alla sua ira verso gli ingiusti punendoli, altrimenti cesserebbe di essere in grado di giudicare il mondo in quel giorno. Lo stesso discorso va fatto a proposito di coloro che mentono, non è che per il fatto che tramite le loro menzogne la verità di Dio viene glorificata, cioè che tramite le loro menzogne la verità di Dio è abbondata a sua gloria, essi non possono essere giudicati da Dio come peccatori, perché tali sono i bugiardi e quindi meritano anch’essi di essere puniti da Dio. Paolo poi termina con una domanda che è la seguente: “E perché (secondo la calunnia che ci è lanciata e la massima che taluni ci attribuiscono), perché non ‘facciamo il male affinché ne venga il bene?”, in altre parole, se la nostra ingiustizia fa risaltare la giustizia di Dio e per la mia menzogna la verità di Dio è abbondata a sua gloria, perché non facciamo il male affinché ne venga del bene, una calunnia che ci viene lanciata e un detto che ci viene attribuito da taluni? La risposta è lapidaria “la condanna di quei tali è giusta”.

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Quindi lungi da noi il consiglio degli empi che pensano, facendo il male, di procurare del bene a Dio, di fare qualcosa insomma per cui Dio li dovrebbe quasi ringraziare!!!! Gli empi se ne andranno al soggiorno dei morti, dove c’è il pianto e lo stridore dei denti; saranno condannati perché questo è quello che meritano da Dio, la condanna.

52. Che cosa vuole dire Paolo quando dice: “Quando sono debole, allora sono forte”?
Per capirlo occorre leggere tutto il contesto in cui lui dice queste parole. Ecco cosa dice Paolo: “Bisogna gloriarmi: non è cosa giovevole, ma pure, verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Io conosco un uomo in Cristo, che quattordici anni fa (se fu col corpo non so, né so se fu senza il corpo; Iddio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. E so che quel tale (se fu col corpo o senza il corpo non so; Iddio lo sa) fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all’uomo di proferire. Di quel tale io mi glorierò; ma di me stesso non mi glorierò se non nelle mie debolezze. Che se pur volessi gloriarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, perché nessuno mi stimi al di là di quel che mi vede essere, ovvero ode da me. E perché io non avessi ad insuperbire a motivo della eccellenza delle rivelazioni, m’è stata messa una scheggia nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi ond’io non insuperbisca. Tre volte ho pregato il Signore perché l’allontanasse da me; ed egli mi ha detto: La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza. Perciò molto volentieri mi glorierò piuttosto delle mie debolezze, onde la potenza di Cristo riposi su me. Per questo io mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando son debole, allora sono forte” (2 Cor. 12:1-10). Ora, spieghiamo brevemente queste parole. Paolo si mette a gloriarsi delle visioni e delle rivelazioni avute dal Signore, e dice che quattordici anni prima fu rapito in paradiso e udì parole ineffabili che all’uomo non è lecito di proferire. Di quel tale Paolo si gloria, ma di lui si gloria solo nelle sue debolezze anche se lui dice che anche se volesse gloriarsi di quel tale non sarebbe un pazzo perché direbbe la verità, ma egli se ne astiene affinché nessuno si metta a stimarlo oltre misura cioè al di là di quello che gli sente dire. A questo punto l’apostolo dice che Dio gli ha messo una scheggia nella carne e un angelo di Satana per schiaffeggiarlo affinché lui non si insuperbisse a motivo della eccellenza delle rivelazioni ricevute; attenzione, non affinché non si gloriasse ma affinché non si insuperbisse che è differente. Paolo allora dice che ha pregato Dio chiedendogli di allontanargli quell’angelo di Satana, perché sicuramente gli cagionava grande dolore, ma il Signore gli disse che la sua grazia gli bastava perché la sua potenza si dimostrava perfetta nella sua debolezza, ecco perché Paolo dice che stando così le cose lui si sarebbe gloriato molto volentieri delle sue debolezze affinché la potenza di Cristo riposasse su di lui. Ma non solo Paolo si gloriava delle sue debolezze, ma si compiaceva in esse, e non solo in esse ma anche nelle ingiurie, nelle necessità, nelle persecuzioni e nelle angustie da lui patite per amore di Cristo, perché lui quando era debole allora era forte. In altre parole Paolo dice che la ragione di questo compiacimento in tutte queste cose era perché quando gli uomini lo abbassavano, lo contristavano, lo picchiavano, lo imprigionavano, lo calunniavano a cagione di Cristo, lui si sentiva particolarmente forte spiritualmente perché in lui si manifestava la potenza di Cristo in maniera gloriosa. Dunque all’abbassamento da parte degli uomini corrispondeva l’innalzamento da parte di Cristo. E chi è che tra noi non ha sperimentato la stessa potenza di Cristo in mezzo a necessità, angustie, persecuzioni, ecc. a motivo di Cristo? Non è forse vero che quando noi ci troviamo nella distretta, nel bisogno e siamo perseguitati, noi manifestiamo più forza spirituale di quella che manifestiamo quando tutte le cose ci vanno ‘bene’? Per spiegarti questo con un esempio pratico ti farò l’esempio del digiuno. Io personalmente ho sperimentato che mentre si digiuna – non importa quanti giorni non si beve e non si mangia – si sperimenta una forza spirituale superiore a quando si mangia regolarmente. Certo, sopraggiunge la debolezza fisica, ma questa viene compensata da una forza spirituale particolare, il nostro uomo interno sperimenta una potenza particolare. Quindi se per esempio il digiuno è forzato a motivo di un imprigionamento o di una fuga a motivo di Cristo, si sarà contemporaneamente deboli fisicamente ma forti spiritualmente.

53. In che cosa consiste il digiuno biblico?
Il digiuno di cui parla in più posti la Bibbia consiste nell’astensione totale per un certo periodo di tempo (un giorno, tre giorni, sette giorni, quaranta giorni) dal mangiare e dal bere. Per esempio Mosè rimase sul monte Sinai per ben due volte quaranta giorni e quaranta notti senza mangiare pane né bere acqua secondo che egli stesso disse: “Quand’io fui salito sul monte a prendere le tavole di pietra, le tavole del patto che l’Eterno avea fermato con voi, io rimasi sul monte quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiar pane né bere acqua” (Deut. 9:9) e: “Poi mi prostrai davanti all’Eterno, come avevo fatto la prima volta, per quaranta giorni e per quaranta notti; non mangiai pane né bevvi acqua, a cagione del gran peccato che avevate commesso, facendo ciò ch’è male agli occhi dell’Eterno, per irritarlo” (Deut. 9:18). Di Gesù viene detto che quando fu sospinto nel deserto per essere tentato dal diavolo rimase 40 giorni e 40 notti senza mangiare nulla (cfr. Matt. 4:1), il fatto che non ci sia scritto che non bevve nulla non significa che bevve qualcosa. Per esempio nel caso dei circa quaranta Giudei che in Gerusalemme fecero voto di non mangiare né bere finchè non

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avessero ucciso Paolo (cfr. Atti 23:11) viene detto che quando vennero ai capi sacerdoti e agli anziani dissero: “E vennero ai capi sacerdoti e agli anziani, e dissero: Noi abbiam fatto voto con imprecazione contro noi stessi, di non mangiare cosa alcuna, finché non abbiam ucciso Paolo” (Atti 23:14). Nota come quegli uomini non dissero che avevano fatto voto di non mangiare e di non bere ma solo di non mangiare, eppure Luca prima dice che avevano fatto voto di non mangiare e di non bere. Saulo dopo che vide Gesù sulla via di Damasco, per tre giorni e tre notti “non mangiò né bevve” (Atti 9:9). Nel caso di coloro che sono sposati, il digiuno naturalmente implica anche l’astensione dai normali rapporti sessuali con la propria moglie. Solitamente avviene però che ambedue digiunano e quindi decidono assieme di privarsi l’un dell’altro per un certo periodo. Questo lo si fa in ubbidienza all’ordine di Paolo che dice: “Non vi private l’un dell’altro, se non di comun consenso, per un tempo, affin di darvi alla preghiera e al digiuno; e poi ritornate assieme, onde Satana non vi tenti a motivo della vostra incontinenza” (1 Cor. 7:5 Diodati). Nel caso dunque chi digiuna è solo uno dei coniugi è bene che l’altro sia avvertito ed acconsenta. Il digiuno è qualcosa di importante e di serio che se fatto per motivi puri cioè per umiliarsi davanti a Dio, confessare a lui i propri peccati, chiedergli aiuto e guida in particolari circostanze, o anche per passare un periodo di più intima comunione con il Signore ha una ricompensa da parte di Dio. E’ importante sottolineare a tale proposito che è bene che quando uno digiuna non faccia vedere che sta digiunando sfigurandosi la faccia, e la sola maniera per evitare che altri si accorgano del suo digiuno è quello di ungersi il capo con dell’olio e lavarsi la faccia spesso, questo infatti è l’ordine dato da Gesù: “E quando digiunate, non siate mesti d’aspetto come gl’ipocriti; poiché essi si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. Io vi dico in verità che cotesto è il premio che ne hanno. Ma tu, quando digiuni, ungiti il capo e lavati la faccia, affinché non apparisca agli uomini che tu digiuni, ma al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa” (Matt. 6:16-18).

54. L’imposizione delle mani è una pratica biblica?
Sì, l’imposizione delle mani è una pratica biblica. La praticò Mosè quando dovette costituire Giosuè, figlio di Nun, quale suo successore. E’ scritto infatti: “E l’Eterno disse a Mosè: ‘Prenditi Giosuè, figliuolo di Nun, uomo in cui è lo spirito; poserai la tua mano su lui, lo farai comparire davanti al sacerdote Eleazar e davanti a tutta la raunanza, gli darai i tuoi ordini in loro presenza, e lo farai partecipe della tua autorità, affinché tutta la raunanza de’ figliuoli d’Israele gli obbedisca. Egli si presenterà davanti al sacerdote Eleazar, che consulterà per lui il giudizio dell’Urim davanti all’Eterno; egli e tutti i figliuoli d’Israele con lui e tutta la raunanza usciranno all’ordine di Eleazar ed entreranno all’ordine suo’. E Mosè fece come l’Eterno gli aveva ordinato; prese Giosuè e lo fece comparire davanti al sacerdote Eleazar e davanti a tutta la raunanza; posò su lui le sue mani e gli diede i suoi ordini, come l’Eterno aveva comandato per mezzo di Mosè” (Num. 27:18-23). La Scrittura dice a tale riguardo anche che “Giosuè, figliuolo di Nun, fu riempito dello spirito di sapienza, perché Mosè gli aveva imposto le mani; e i figliuoli d’Israele gli ubbidirono e fecero quello che l’Eterno avea comandato a Mosè” (Deut. 34:9). La praticò Gesù Cristo nel guarire gli ammalati infatti è scritto: “E sul tramontar del sole, tutti quelli che aveano degli infermi di varie malattie, li menavano a lui; ed egli li guariva, imponendo le mani a ciascuno” (Luca 4:40). In quella circostanza dunque Gesù guarì gli ammalati imponendogli le mani, ma non sempre impose le mani sugli infermi per guarirli, alcune volte guarì gli ammalati senza imporgli le mani (come per esempio nel caso del servitore del centurione, o nel caso del paralitico che giaceva presso la vasca detta Betesda). Altri casi in cui Gesù guarì imponendo le mani furono quello della donna tutta curva da diciotto anni, secondo che è scritto che “pose le mani su lei, ed ella in quell’istante fu raddrizzata e glorificava Iddio” (Luca 13:13); quello del cieco di Betsaida a cui sputò negli occhi e gli impose le mani per due volte (cfr. Marco 8:22-26). A proposito dell’imposizione delle mani sugli infermi, Gesù prima di essere assunto in cielo disse ai suoi discepoli che uno dei segni che accompagneranno coloro che credono è che “imporranno le mani agli infermi ed essi guariranno” (Mar. 16:18). I dodici apostoli praticarono l’imposizione delle mani quando gli furono presentati i sette che furono scelti dalla moltitudine per servire alle mense infatti è scritto: “E questo ragionamento piacque a tutta la moltitudine; ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicola, proselito di Antiochia; e li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani” (Atti 6:5-6). A Paolo e Barnaba, in Antiochia, dopo che lo Spirito Santo ordinò di metterli da parte per l’opera alla quale li aveva chiamati, furono imposte le mani (dopo digiuno e preghiera cfr. Atti 13:3). Pietro e Giovanni imposero le mani sui credenti di Samaria affinché ricevessero lo Spirito Santo (cfr. Atti 8:14-17). Anania, quel discepolo timorato di Dio che viveva in Damasco, impose le mani su Saulo affinché questi recuperasse la vista e fosse ripieno di Spirito Santo (cfr. Atti 9:10-18). Paolo impose le mani sia per guarire che per far ricevere lo Spirito Santo. Quando andò a trovare il padre di Publio sull’isola di Malta, il quale giaceva malato di febbre e di dissenteria, Paolo dopo avere pregato “gl’impose le mani e lo guarì” (Atti 28:8). Quando egli incontrò ad Efeso quei circa dodici discepoli che non avevano neppure sentito dire che ci fosse lo Spirito Santo, gli impose le mani e lo Spirito Santo scese su loro e parlavano in altre lingue e profetiz-

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zavano (cfr. Atti 19:6). Anche Timoteo ricevette il dono dello Spirito Santo tramite l’imposizione delle sue mani (cfr. 2 Tim. 1:6). Paolo ordina a Timoteo di non imporre con precipitazione le mani ad alcuno (cfr. 1 Tim. 5:22). Il collegio degli anziani di una Chiesa impose le mani su Timoteo (non sappiamo però quale fu la circostanza) e questa imposizione delle mani fu accompagnata da una profezia con la quale Dio diede a Timoteo un dono (cfr. 1 Tim. 4:14). Quindi l’imposizione delle mani anticamente veniva esercitata per consacrare qualcuno ad un certo ministerio o opera, per guarire gli ammalati, e per conferire lo Spirito Santo ai credenti. Esercitarla dunque anche oggi per queste ragioni è giusto e lecito.

55. Caro fratello, vorrei sapere la tua opinione su questo argomento: Come si può conciliare 1Cor.13:13 dove leggiamo che la fede e la speranza durano (presuppongo in eterno insieme alla carità), con altre dichiarazioni da cui sembra che la fede e la speranza cesseranno (vedi Rom. 8:24,25; 2 Cor. 5:7; Ebr. 8:11)? Quando sarà arrivata la perfezione a cosa serviranno la fede e la speranza?
Ascolta, fratello, la mia opinione è questa, e cioè che quando la perfezione sarà giunta noi smetteremo di sperare nella redenzione del nostro corpo, e questo perché il nostro corpo sarà trasformato dalla potenza di Dio e reso conforme al corpo della gloria del nostro Signore Gesù Cristo. Finalmente vedremo quello che per tanto tempo abbiamo sperato di vedere, e se lo vedremo redento che bisogno ci sarà ancora di sperare di vederlo redento? Dice bene Paolo: “Poiché noi siamo stati salvati in isperanza. Or la speranza di quel che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe egli ancora?” (Rom. 8:24). Si può sperare solo qualcosa che ancora non vediamo, quindi è evidente che fino a che non vedremo quello che noi aspettiamo con fede e pazienza la speranza sarà in noi, poi quando vedremo quello che abbiamo sperato allora quella speranza smetterà di essere tale. Potremo dire in quel giorno che quella era stata la nostra speranza per tanto tempo, ma certamente non potremo più dire di sperare ancora quella determinata cosa. E’ un po’ insomma come quando si prega Dio di provvedere ad una nostra particolare necessità; è evidente che fino a che Dio non ci darà quella cosa noi la spereremo, e poi smetteremo di sperare di riceverla una volta che l’avremo ricevuta. Se un genitore ha un figlio che vive lontano da Dio e prega Dio di salvarlo, egli può dire di avere la speranza di vedere un giorno suo figlio salvato dal Signore, ma è evidente che quando questo suo figlio sarà salvato non potrà continuare a sperare la stessa cosa perché quella speranza si è compiuta nel Signore, suo figlio è stato salvato perché mai dovrebbe ancora sperare che sia salvato? Per ciò che concerne la fede invece ritengo che le cose siano un po’ diverse perché anche dopo che sarà giunta la perfezione noi continueremo a credere che Gesù Cristo è il Figlio di Dio morto per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione, continueremo a credere che siamo stati salvati per grazia. Possiamo noi dire che quando la perfezione sarà venuta cesseremo di credere queste cose? Cesseremo di credere alla Parola di Dio? Io non me la sento di dire questo. Se lo dicessi dovrei pure dire che quando la perfezione sarà venuta i santi smetteranno di essere dei credenti perché la parola stessa ‘credenti’ indica il fatto che essi credono, che hanno la fede, e dato che essi non avrebbero più la fede cesserebbero di essere dei credenti. Ma come si può dire che un giorno i santi smetteranno di credere nel loro Salvatore e Signore? Cosa dire allora delle parole di Paolo: “Or dunque queste tre cose durano: fede, speranza, carità; ma la più grande di esse è la carità” (1 Cor. 13:13)? Io ritengo che quel “durano” si riferisca al tempo presente infatti Diodati ha tradotto così: “Or queste tre cose durano al presente”, e comunque tra queste tre cose la più grande è la carità. Voglio dire pure questo; considerando che Paolo al versetto 2 parla di tutta la fede in modo da trasportare i monti, si può pure dire che quando la perfezione sarà venuta il dono della fede cesserà di esistere, questo dono infatti è uno dei doni spirituali menzionati da Paolo (cfr. 1 Cor. 12:9). Dono che permette di compiere segni prodigiosi, segni che naturalmente non ci sarà più bisogno di compiere quando la perfezione sarà venuta. Quindi sono pure d’accordo nel dire che la fede un giorno cesserà, ma la fede come dono dello Spirito Santo che mette in grado di fare miracoli, che è una fede speciale che non tutti i credenti hanno, come non tutti hanno il dono della diversità delle lingue, il dono di profezia, e così via. Quindi, in questo caso, intendendo per fede il dono spirituale della fede, va detto che tra le tre solo la carità non cesserà di esistere quando la perfezione sarà giunta.

56. Fratello Giacinto, ho un'altra domanda da farti: sul sito www.laparola.net ho letto la seguente descrizione del libro dei Proverbi: "Una raccolta di detti saggi, regole per la vita e esortazioni, scritti da Salomone ed altri saggi, per esempio Agur 30:1 e Lemuel 31:1". Non mi sembra di aver mai sentito questi due nomi (Agur e Lemuel), a cosa si riferiscono? E cosa hanno a che fare con il libro dei Proverbi?
Si tratta di due uomini saggi vissuti anticamente, Lemuel era anche un re. Non si sa quasi nulla di loro perché vengono menzionati solo nel libro dei Proverbi al capitolo 30 e al capitolo 31, ma questo poco importa, le loro parole sono

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delle parole di saggezza divina che a giusta ragione sono state incluse nel libro dei Proverbi. D’altronde, Salomone non fu il solo savio del suo tempo, ce ne erano degli altri di saggi come per esempio Ethan l’Ezrahita, Heman, Calcol e Darda, figliuoli di Mahol (cfr. 1 Re 4:31), solo che Salomone in sapienza li superò tutti perché fu il più savio fra tutti. Quindi non ti preoccupare della presenza delle parole di Agur figlio di Jakè, e del re Lemuel; piuttosto preoccupati di meditare anche le loro parole e di depositarle nel cuore tuo perché Parola di Dio.

57. Salve, ho letto la vostra pagina faq dove rispondete alla domanda sugli apocrifi. Menzionate il prologo a Graziano di Girolamo dove Girolamo dice "'La Chiesa legge il libro di Tobia, di Giuditta, dei Maccabei, di Baruc, di Susanna, della Sapienza, dell'Ecclesiastico, l'inno dei tre giovani e le favole di Belo e del Dragone; ma essa non li riceve affatto nel novero delle Scritture autentiche' ... potete darmi una referenza bibliografica per segnalare questa citazione?
Nel libro di G. L. Archer dal titolo La Parola del Signore. Introduzione all’Antico Testamento (Edizioni ‘Voce della Bibbia’, Modena, 1972) si legge quanto segue: ‘La citazione del Prologo Galeato così suona: ‘Questo prologo è come un elmo che difende (principium) le Sacre Scritture e può riferirsi a tutti i libri che sono stati tradotti dall’ebraico in latino, cosicché tutto ciò che ne è al di fuori va riconosciuto come appartenente agli apocrifi. Perciò la Sapienza detta comunemente di Salomone, il libro di Gesù figlio di Sirach, Giuditta, Tobia e il Pastore (probabilmente quello di Erma) non sono nel canone. Io scoprii il primo libro dei Maccabei in ebraico; il secondo è greco come può essere dimostrato dalla sua costruzione verbale’. Nella Prefazione ai libri di Salomone preparata dallo stesso Girolamo, egli afferma di avere trovato l’Ecclesiastico in ebraico, ma mostra la sua convinzione che la Sapienza di Salomone sia stata composta in greco anziché in ebraico, dal momento che mostra un tipo di eloquenza greco. ‘E così – egli continua – è vero che la chiesa legge Giuditta, Tobia e i Maccabei (nel culto pubblico), ma non li riceve come libri canonici delle Scritture; perciò leggiamo pure questi due scritti per edificazione ma non usiamone per stabilire autoritativamente le dottrine della chiesa’ (pag. 78). Nell’Enciclopedia Cattolica alla voce ‘apocrifi’ leggiamo: ‘Fra i Padri solo s. Girolamo (Prologus galeatus, PL 28, 601) applica il termine apocrifi anche a quel piccolo gruppo di libri, sulla cui canonicità non tutti convenivano, …. Denominati oggi ‘deuterocanonici’. …. I Protestanti, seguendo in questo caso l’opinione di Girolamo del Prologus galeatus, usano la parola apocrifi per designare i deuterocanonici’ (vol. I, 1628). Nota: PL sta per Patrologia Latina

58. Gentile sig. Butindaro, vorrei farle una domanda allo scopo di conoscere il pensiero dei Pentecostali sull'argomento: quando e come è nata la Bibbia? A me risulta che siano stati dei vescovi cattolici a stabilire, nel corso dei secoli III-IV, quali libri fossero ispirati e quali no, considerata la presenza di testi quali il Vangelo di Pietro e quello di Tommaso, falsi e non ispirati naturalmente. E lo stesso Giovanni Crisostomo, da lei stesso nominato come "padre della Chiesa" e come primo uomo a chiamare "Bibbia" l'insieme dei libri sacri, non era cattolico? La ringrazio anticipatamente della cortese attenzione, le porgo i più cordiali saluti.
Anche a me risulta che furono dei vescovi cattolici a proclamare ufficialmente quali fossero i libri ispirati e quelli non ispirati, cioè quelli che dovevano essere considerati Scrittura e quali non dovevano esserlo. E questo avvenne tra il terzo e il quarto secolo, in particolare la decisione finale fu presa al concilio di Cartagine del 397 dove fu dichiarato – per ciò che concerneva il Nuovo Testamento - che solo questi 27 libri dovevano essere accettati come canonici; Matteo, Marco, Luca, Giovanni, Atti degli apostoli, Romani, Prima e seconda epistola ai Corinzi, Galati, Efesini, Filippesi, Colossesi, Prima e seconda epistola ai Tessalonicesi, prima e seconda epistola a Timoteo, Tito, Filemone, Ebrei, Giacomo, prima e seconda epistola a Pietro, prima e seconda e terza epistola di Giovanni, Giuda, Apocalisse. Tra i cosiddetti padri della Chiesa, anche a me risulta che fu Giovanni Crisostomo ad usare il termine ‘Bibbia’ in riferimento ai libri ispirati. Ma quello che NON MI RISULTA AFFATTO dalla storia è che quei vescovi che presero quella decisione, fossero CATTOLICI ROMANI, e questo perché allora non esisteva il papato come lo intendiamo oggi. Allora al vescovo di Roma non era affatto riconosciuto il primato di giurisdizione sopra tutti gli altri vescovi, come invece avviene oggi. Il vescovo di Roma, per quanto godesse di prestigio perché vescovo di una delle chiese più antiche, non aveva per niente il potere che ha oggi. Quindi, possiamo dire che fu la Chiesa Cattolica o Universale (perchè questo significa il termine ‘cattolica’), a stabilire o meglio a riconoscere il canone del Nuovo Testamento, ma non la Chiesa Cattolica Romana, a quei tempi infatti la Chiesa Universale non aveva come capo il vescovo di Roma. E qui voglio dire un’altra cosa, non è che il Canone prese la sua autorità dai Concili della Chiesa Antica, affatto, perché la Chiesa possedeva già la Scrittura, essa riconosceva già la Scrittura Sacra. Quello che fecero i Concili fu di

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proclamare in maniera pubblica e solenne quello che la Chiesa per secoli aveva già accettato. E’ vero che taluni in quei secoli misero in discussione certi libri del Nuovo Testamento, ma non fu mai la maggioranza dei Cristiani a metterli in discussione ma solo una minoranza. Per cui alla fine anche quei libri ‘discutibili’ dovettero per forza essere accettati come parte del Canone Neotestamentario della Bibbia. Per ciò che concerne invece i libri dell’Antico Testamento, occorre dire che lo stesso Concilio di Cartagine del 397 dopo Cristo, si espresse a favore della inclusione dei libri apocrifi nel Canone; e questo perché su quel Concilio esercitò una forte influenza Agostino di Ippona che li considerava canonici. Ma questo senza dubbio fu un errore, perché i libri apocrifi non sono ispirati come invece lo sono gli altri. E’ vero che Agostino nel confutare uno che faceva appello al secondo libro dei Maccabei, rispondeva che la sua causa doveva essere assai debole se doveva ricorrere per sua difesa a un libro che non apparteneva alla categoria dei libri sacri accolti e ritenuti tali dai Giudei; ma egli nel suo libro Istruzione Cristiana li enumera tra i libri sacri. Va tuttavia detto che la posizione di Agostino non era per nulla accettata dal suo contemporaneo Girolamo (347-420 dopo Cristo), che fu l’autore della Vulgata, che nel suo Prologus Galeatus riteneva quei libri apocrifi come non facenti parte del Canone. Non solo, egli dice pure che ‘la chiesa legge Giuditta, Tobia e i Maccabei (nel culto pubblico), ma non li riceve come libri canonici delle Scritture’, il che fa capire che in linea generale la Chiesa antica non li accettava come ispirati, e da questo si può dedurre che la decisione del Concilio di Cartagine andò contro il parere della maggioranza nella Chiesa. Anche un altro dei cosiddetti padri della Chiesa, anche questo molto autorevole ai suoi tempi, e cioè Atanasio (morto nel 365), non accettava come canonici i libri apocrifi, infatti nel paragrafo 4 della sua trentanovesima lettera egli dice che l’Antico Testamento risulta di 22 libri, che egli poi passa ad enumerare così come si trovano ora nel testo Masoretico e secondo l’ordine delle Chiese protestanti; nei paragrafi 6 e 7 dice che i libri che non sono inclusi in questo elenco, cioè i quattordici libri apocrifi, pur non essendo canonici, ‘meritano di essere letti’. Comunque, anche se vari concili inclusero quei libri apocrifi nel canone, come avevano fatto ancora prima i Settanta quando fecero la traduzione dell’Antico Testamento in greco, questo non significa che essi fossero da considerare parte del canone. Fu uno degli errori che fecero gli antichi. Ne fecero tanti: nulla di cui meravigliarsi.

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BRACCO ROBERTO

1. Che cosa provocò l'estromissione del pastore Roberto Bracco dalle ADI?
Per rispondere a questa domanda ritengo necessario innanzi tutto dare alcuni cenni biografici su Roberto Bracco, perché molti fratelli non sanno nulla su di lui o magari hanno solo sentito nominare qualche volta il suo nome. Roberto Bracco nacque a Roma il 27 maggio 1915. A 8 anni perse la mamma, e a soli 11 anni si mise a lavorare presso una nota cartolibreria vicina alla sua abitazione. In seguito trovò lavoro presso una nota libreria antiquaria romana di allora, chiamata 'Liberma'. Qui venne in contatto con note personalità della cultura italiana di quel tempo e dato che aveva sete di sapere, si mise a leggere e a studiare ogni tipo di libro, per cui riuscì pian piano ad acquisire una buona cultura generale. Tra gli intellettuali che egli conobbe nella sua giovinezza Roberto Bracco ne ricordava in particolare uno che finì con l'influire negativamente su di lui: ecco cosa dice Roberto Bracco: 'Nella mia primissima giovinezza ebbi contatto con una persona che poi divenne un amico, e da qui l'amicizia pericolosa che poi incominciò ad influenzare negativamente la mia vita dal punto di vista spirituale, più che dal punto di vista morale. Era un eclettico, una persona intelligente, aveva delle grandi capacità nel parlare e nell'esporre le sue tesi, e mi ricordo che mi conquistò con la sua teoria (che poi non era sua, egli la esponeva semplicemente) dell'immortalità della materia, teoria fondata su un principio banalissimo: 'Nulla si crea e nulla si distrugge.' Questa teoria si trasformava in una conclusione ovvia: l'anima veniva annullata completamente. Infatti io mi ritrovai senz'anima, da un punto di vista diciamo intellettuale, e da questo punto di vista io ripudiai completamente la religione' (Autobiografia di Roberto Bracco). Egli fu salvato dal Signore nel 1933. La maniera in cui Dio lo fece giungere alla conoscenza della verità e della salvezza fu la seguente. Lui stava attraversando un periodo in cui era del continuo 'aggredito dallo spavento della morte' e proprio in quel periodo - lui racconta - 'in casa mia veniva una sorella, una semplice sorella che molti hanno conosciuto (ha terminato la sua vita a Bethel [nota mia: Bethel è la casa degli anziani fondata e curata dalla Chiesa evangelica che si raduna in via Anacapri, Roma]), che veniva per ragioni di servizio, per aiutare la mia matrigna (nel frattempo mio padre si era sposato di nuovo). Lei era una cristiana, una tra le prime sorelle della chiesa di Roma ad accettare il messaggio della verità e della salvezza, e con estrema semplicità rendeva testimonianza dell'opera che aveva realizzato. Vi voglio subito dire che per me il suo linguaggio era in parte incomprensibile; mi parlava infatti delle nozze dell'Agnello nel cielo, e per me quelle erano parole senza significato, non riuscivo a penetrare nel senso di quelle parole, ma in mezzo a tante parole io colsi quello che era necessario all'anima mia, che fu questo: il Signore è un Signore vivente, Cristo risponde a tutti coloro che lo invocano e hanno bisogno di Lui. Per me era una frase veramente decisiva e convincente, appunto perché se io avessi incontrato una persona che avesse cercato di coartare la mia mente e di entrare in polemica con me, probabilmente ero in possesso di argomenti per controbattere e non so come si sarebbe conclusa quella conversazione. Ma quella sorella non tentò di fare questo e forse non ne aveva neanche la capacità, ma aveva una capacità: quella di parlare di Gesù in una maniera reale, in un modo vivo, in fondo la stessa capacità di Filippo quando disse a Natanaele 'Vieni e vedi'. Infatti concluse la sua testimonianza proprio con queste parole: "Non devi ascoltare quello che ti sto dicendo io, il Signore ha risposto a me e io posso solo dirti che ho la certezza che se tu vorrai essere salvato risponderà anche a te; ma puoi cercarlo da solo, e devi cercarlo da solo: nel buio della tua cameretta invoca il Signore, se tu vuoi incontrarlo digli semplicemente: 'Signore, se veramente rispondi a coloro che Ti desiderano, rispondi all'anima mia' (ibid.,). Colpito dalle semplici parole di quella sorella, Roberto Bracco cercò subito di mettere in pratica quelle parole, e in quella notte mentre i suoi fratelli dormivano lui scese dal letto e invocò il Signore: 'Invocai il Signore ed Egli rispose all'anima mia' dirà il fratello Bracco. E da quel momento in lui si fece imperioso l'impulso di trovare le persone di cui gli aveva parlato quella sorella, per cui si recò al locale di culto dove essi si radunavano. Egli fu colpito dal fatto che quelle persone erano delle persone vive, 'delle persone che vivevano la vita e la vita del Signore', e comprese di essere un peccatore davanti al Signore. Dell'esperienza della notte nella sua camera da letto e di questa in quel locale di culto egli dirà: '… questa esperienza e quella di quella notte nella mia cameretta si fondono. Quella notte io sentii solo questa gioia questa pace questo imperioso impulso interiore di cercare di trovare questo popolo, e io trovai il Signore' (Ibid.,). Dopo non molto tempo egli fu battezzato in acqua, ed in seguito fu anche battezzato con lo Spirito Santo. Convertitosi al Signore, in Roberto Bracco si faceva sempre più grande il desiderio di darsi da fare per l'opera di Dio: '…. fin dai primi giorni della mia conversione avevo avvertito profondo il bisogno di lavorare, di fare qualche cosa per il Signore, qualche cosa per l'opera del Signore' (ibid.,). Come lui ricorderà spesso, il primo incarico che gli diedero fu quello di spazzare il locale di culto assieme ad altri fratelli, incarico che lui si sentì onorato di ricevere. In seguito gli fu dato l'incarico di ministrare la parola di Dio ai fedeli, nonostante la sua giovane età. Questo avvenne in seguito alle seguenti circostanze che si verificarono proprio in quei giorni, precisamente nel 1935 quando fu notificato a Ettore Strappavecchia, ministro della Chiesa Pentecostale, la chiusura del locale di culto di Roma, sito in Via Adige, (fu chiuso il 15 marzo). I credenti infatti furono costretti a radunarsi nelle case private, per cui si vennero a

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creare diversi gruppi per i quali occorrevano dei responsabili per condurre le riunioni, e Roberto Bracco diventò uno di questi responsabili che dovevano presiedere le riunioni e ministrare la Parola ai fedeli. E dopo poco tempo, dato che gli altri fratelli responsabili della comunità furono - a motivo della dura persecuzione che in quel periodo scoppiò contro i pentecostali in seguito alla circolare Buffarini Guidi del 9 aprile 1935 - allontanati dalla chiesa (dopo essere stati arrestati furono rimpatriati ai loro paesi con il foglio di via obbligatorio), lui si ritrovò ad avere la maggiore responsabilità della comunità: '… e io mi trovai solo ad assumere il carico della responsabilità di tutta la chiesa' dirà Bracco (ibid.,). A lui, dato che era romano, non potevano rimpatriarlo che a Roma per cui lui rimase a Roma; fu tuttavia ammonito dalle autorità (in base a questa ammonizione lui non poteva uscire di casa prima di una certa ora e non doveva frequentare i fratelli), ammonizione però che lui trasgredì regolarmente ogni giorno: '… perché ogni giorno io ho continuato la mia attività, ho incontrato i fratelli, ho presieduto le riunioni, ho tenuto i culti e il Signore mi ha guardato' (ibid.,). Durante quel periodo di persecuzione contro la Chiesa, Roberto Bracco fu denunciato e arrestato diverse volte a motivo del suo zelo nel servire il Signore. Delle sue esperienze da perseguitato dalle autorità fasciste lui parla nel suo libro Persecuzioni in Italia. Nel 1943 Roberto Bracco si sposò la sorella Anna Stella. E nel 1945, dopo essersi separato da quella corrente della comunità di Roma definita da molti 'rigorista' a motivo di schemi antichi e regole antiche, egli entrò in contatto con quella parte della comunità di Roma che si era distaccata da quella corrente 10 anni prima; questa comunità avendo riconosciuto in lui il ministerio della Parola lo elesse pastore in quell'anno. Nel 1946 Roberto Bracco fondò il periodico 'Risveglio Pentecostale', dietro incoraggiamento delle comunità pentecostali di Zurigo e Wintertur che ne sovvenzionarono i primi due numeri. Di questo periodico egli diventò direttore, in esso scriverà molti articoli nel corso degli anni a seguire. Nel 1947 si tenne a Napoli il VI Convegno Nazionale delle Chiese Pentecostali Italiane, convegno che decreta l'accettazione dell'affiliazione offerta dalle Assemblee di Dio degli Stati Uniti di America (in risposta alla richiesta di affiliazione ad esse presentata da quelle Chiese Pentecostali Italiane che vi partecipavano) al fine di poter ottenere il riconoscimento giuridico da parte dello Stato Italiano e fare smettere nei confronti dei Pentecostali in Italia ogni forma di persecuzione e discriminazione da parte delle autorità. Le Chiese Pentecostali ivi rappresentate decidono di assumere il nome di 'Assemblee di Dio in Italia'. Venne costituito un Comitato esecutivo di cui Roberto Bracco fu eletto Segretario (Presidente fu invece eletto Umberto N. Gorietti). Nell'estate del 1948 in un Convegno tenutosi a Catania venne approvato lo Statuto delle ADI, di cui Roberto Bracco fu uno dei redattori. E nell'Ottobre di quello stesso anno veniva presentata da parte dell'Associazione che si era costituita la domanda alle autorità per ottenere il riconoscimento della personalità giuridica dell'Associazione. Bracco in tutto questo fu un protagonista. Nel 1949 Roberto Bracco si dimetteva dalla direzione di 'Risveglio Pentecostale', pur tuttavia continuando negli anni successivi a scrivere degli articoli per questo periodico. Nel 1954 nasceva la Scuola Biblica delle ADI della cui direzione fu incaricato Roberto Bracco (questo incarico lo ricevette nel settembre 1955 in occasione del Convegno nazionale a Catania) che fu affiancato da Eliana Rustici e da Francesco Toppi. Roberto Bracco in questa scuola insegnerà la dottrina per diversi anni (rimarrà direttore dell'Istituto fino al 1965). Nel 1960 Roberto Bracco si dimise da pastore della Comunità che si riuniva in Via dei Bruzi a Roma. Le ragioni furono le seguenti. C'erano state le votazioni per il pastore nella comunità e il fratello Roberto Bracco, allora pastore, aveva ricevuto l'87 per cento dei voti, mentre Luigi Arcangeli, allora vice pastore, aveva ricevuto il restante 13 per cento dei voti. L'esito di questa votazione, nonostante fosse stato favorevole a Roberto Bracco, non soddisfò il medesimo il quale riteneva che per potere continuare ad essere il pastore della comunità avrebbe dovuto ricevere il 100 per cento dei voti, egli quindi non se la sentì proprio di continuare a fare il pastore di quella comunità con a fianco un vice pastore che aveva a suo favore il 13 per cento dei membri della chiesa (questa parte della chiesa quindi non voleva più Roberto Bracco come pastore). Egli quindi decise di dimettersi da pastore di quella chiesa; continuò comunque ad insegnare alla Scuola Biblica. Adesso Roberto Bracco intendeva dividere il suo tempo tra l'evangelizzazione e l'insegnamento alla Scuola Biblica. Incoraggiato da diversi fratelli, circa 6 mesi dopo dalle sue dimissioni, cominciò a tenere dei culti presso il locale di culto dell'Istituto Biblico Italiano (così si chiamava e si chiama la Scuola Biblica delle ADI) che era sito in Via Prenestina n° 639. Il numero dei fratelli che frequentavano questi culti aumentò considerevolmente, anche perchè si convertirono parecchie persone in alcune evangelizzazioni tenutesi a Roma, e quindi si rese necessario trovare un locale di culto più spazioso. Lo trovarono nel 1963 in Via Anacapri, il locale fu comprato dai fratelli e non fu intestato alle ADI quantunque Roberto Bracco ufficialmente risultava pastore delle ADI; cosa questa che naturalmente non piacque ai dirigenti delle ADI. Va tuttavia detto che non ci fu solo questa ragione che rese necessario il trasferimento perché col tempo erano sorti dei malumori contro il fatto che Roberto Bracco tenesse quelle riunioni di culto in Via Prenestina. Gli era stato fatto capire che era meglio che se ne andassero da Via Prenestina. Occorre per altro fare presente che Roberto Bracco da alcuni anni rifiutava di ricevere nomine negli organi delle ADI perché secondo lui il cristianesimo non doveva ricalcare gli schemi delle Associazioni umane. E così, Roberto Bracco fondò la Comunità di Via Anacapri che lui organizzò in maniera totalmente indipendente dalle ADI, quantunque lui rimanesse ufficialmente nell'ambito delle ADI, e di cui sarà il pastore per circa 20 anni.

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Nel 1977 Roberto Bracco, accettò di nuovo di far parte del Consiglio Generale delle Assemblee di Dio in Italia, e ricominciò ad insegnare all'Istituto Biblico delle ADI. Ma questa collaborazione si interruppe nel 1980, quando lui decise di lasciare gli incarichi ricevuti. E' opportuno fare presente che questa decisione Roberto Bracco la prese alcuni mesi dopo il caso di Giovanni Ferri, pastore di una chiesa ADI in Puglia, e allora vicepresidente delle ADI, (il presidente allora era Gorietti), il quale era stato radiato dalle ADI con l'accusa di fornicazione. Questa radiazione però non aveva avuto l'appoggio di Roberto Bracco, che riteneva che non ci fossero chiare e convincenti prove che l'accusa fosse vera. In altre parole Giovanni Ferri per Roberto Bracco non poteva essere giudicato colpevole di quel peccato. Nel 1983 Roberto Bracco scrisse La verità vi farà liberi in cui lui denuncia senza mezzi termini le nefaste conseguenze che sono scaturite dalla decisione di formare questa Associazione nazionale (ADI) con uno Statuto che ha finito col sostituire la Parola di Dio, e con tutte le cariche che si addicono a una qualsiasi Associazione umana legalmente riconosciuta dallo Stato (di cui va ricordato che lui all'inizio era stato fondatore e sostenitore). Una di queste malefiche conseguenze è stata l'annullamento dell'autonomia della Chiesa locale. Va tuttavia fatto notare che quello che Roberto Bracco scrisse in questo libro lui lo aveva detto ed espresso verbalmente in molte occasioni negli anni precedenti. Per cui la sua posizione sull'autonomia della chiesa locale era ben conosciuta nelle ADI ancora prima che uscisse questo suo libro. E proprio a motivo di questa sua posizione, che si opponeva apertamente a quella sostenuta dalle ADI, molti pastori non gradivano affatto la sua permanenza nelle ADI, per costoro Roberto Bracco nelle ADI costituiva una 'spina nel fianco'; e Roberto Bracco sapeva bene tutto ciò. E così lui dopo essersi dimesso scrisse La verità vi farà liberi che come lui aveva previsto, scatenò una reazione molto dura nei suoi confronti. L'attuale presidente Francesco Toppi dice a proposito di questo libro di Bracco e della reazione degli organi ADI: '…. scrisse e pubblicò un vero e proprio 'manifesto' in un volumetto dal titolo 'La verità vi farà liberi', ricalcando il modello di struttura congregrazionalista da un testo scritto da Abele Biginelli, noto esponente della Chiesa Cristiana dei Fratelli, in occasione della approvazione, nel maggio 1980, del nuovo statuto dell'Ente Patrimoniale delle suddette chiese. Quelli che erano stati gli intenti 'in pectore' e timidamente dichiarati divennero il grandioso progetto di creare una struttura pentecostale consimile che potesse raggruppare le comunità pentecostali indipendenti con le quali, se la morte non lo avesse colpito improvvisamente, aveva stabilito di tenere un convegno, probabilmente costitutivo. In quell'ultimo suo scritto aveva identificato l'organizzazione come la causa fondamentale della fine di un Risveglio. (…) I membri dei vari organi delle Assemblee di Dio in Italia, i quali per ben ventidue anni avevano comportato cristianamente, per affetto fraterno e profondo rispetto verso il suo ministerio, le sue personali opinioni ecclesiologiche, dinanzi a questa pubblicazione di aperta sfida nei confronti delle ADI di cui era stato uno dei promotori, sostenitori e membri fondatori, ritennero di non poter rimanere indifferenti ed il Consiglio Generale si riunì in seduta plenaria con tutti i membri dei Comitati di Zona. In quella sede furono presentate due proposte, una del Consiglio Generale che era quella di attuare la sanzione disciplinare della sospensione temporanea dall'attività del ministerio fino alla prossima Assemblea Generale che si sarebbe tenuta a breve scadenza e dove il caso sarebbe stato ampiamente trattato e l'altra presentata da alcuni Comitati di Zona, quella cioè di immediata esclusione dal Ruolo Generale dei Ministeri, proprio in conseguenza della netta posizione assunta. La decisione fu dolorosa, ma quest'ultima proposta fu approvata a stragrande maggioranza e così Roberto Bracco si trovò escluso dalle ADI, dopo annosi ed inutili tentativi di comporre con comprensione cristiana un dibattito di natura ecclesiologica che si concludeva inevitabilmente con una frattura, in quanto una fraterna e rispettosa collaborazione nel campo di Dio non può assolutamente essere sacrificata sull'altare di vedute ed interessi personali' (Cristiani Oggi, 1-15 Febbraio 1996, pag. 2-3). Quindi, possiamo dire che la pubblicazione di questo particolare libro fu la goccia che fece traboccare il vaso, o meglio fu il pretesto per estromettere Roberto Bracco dal ruolino generale dei ministri delle ADI. Dunque la causa dell'estromissione di Roberto Bracco dalle ADI fu la sua posizione ecclesiologica che era in aperto contrasto con quella delle ADI, e che lui mise per iscritto nel suo libro La verità vi farà liberi e che provocò tanto sdegno nelle ADI, tanto da portare alla votazione e all'approvazione della sua immediata espulsione dalle ADI. Ma nella sostanza quale era la posizione ecclesiologica di Bracco? Egli era per la piena autonomia della Chiesa locale (principio questo confermato dalla Parola di Dio, per cui giusto), per cui si opponeva all'organizzazione verticistica e gerarchica quale quella della denominazione ADI che aveva nei fatti calpestato questa autonomia della Chiesa locale. Questo è quello che si evince dalla lettura di questo suo libro. Ma lasciamo adesso la parola a Roberto Bracco, che quantunque sia morto, parla ancora; lui ci spiegherà la sua posizione (le sottolineature sono nel testo).

Roberto Bracco La verità vi farà liberi INTRODUZIONE Il cristianesimo, dalla sua nascita non si è mai spento, non è mai tramontato; anche quando la corruzione e l'immoralità si sono allargate nel mondo religioso, la presenza della chiesa, della vera chiesa, ha diffuso luce fra le tenebre del peccato.

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La chiesa è stata presente vittoriosa, anche se perseguitata, in tutti quei movimenti di risveglio che come tanti anelli di una catena hanno attraversato i secoli. Rigenerazione, santificazione, vita carismatica sono state sempre le esperienze di un popolo che si è chiamato ed è stato veramente cristiano. Purtroppo però non c'è stato uno solo di questi risvegli che abbia saputo o potuto resistere ad una crisi che ha trasformato in una "composta denominazione" quello che era libera manifestazione dello Spirito. Quasi sempre l'infausta trasformazione è stata aiutata dall'organizzazione, che nel regolamentare e comprimere la vita della chiesa ha fatalmente soffocato e spento il fuoco dello Spirito. La storia parla per esprimere un appello e più chiaramente parla la parola di Dio che ci dice: "Esaminiamo le nostre vie, scrutiamole, e torniamo all'Eterno" (Eccl. 3:40). Le righe che seguono non si propongono altro fine oltre quello di un ritorno al fuoco della Pentecoste che è amore, santità, libertà, affinchè un movimento in crisi possa tornare ad essere "risveglio". E mentre si propone questo fine vuole essere anche un esercizio del diritto di libertà ad esprimere un pensiero. Nella vita cristiana questo diritto deve essere riconosciuto ed esercitato in modo franco, sincero ed onesto. Soltanto i governi oppressivi temono le analisi e le impediscono con la soppressione della libertà, ma nella chiesa cristiana questo fenomeno deve essere rifiutato e respinto, ed infatti in questo breve scritto viene ripetutamente citato il lavoro di un servo di Dio che ha saputo e potuto liberamente esprimere francamente le proprie considerazioni nel seno del movimento ove svolge il proprio ministero. I. LA SCRITTURA O LO STATUTO? Un servitore di Dio, stimato ed amato, mi diceva, non molto tempo fa: - Se vogliamo salvare la nostra comunione spirituale e la nostra unità cristiana dobbiamo distruggere lo statuto". Questa frase pronunciata con calma non aveva la più lieve sfumatura polemica o il più debole accento di furia distruttrice, era soltanto la sincera espressione di una riflessione prolungata e sofferta. Non ho potuto fare a meno di riandare con la mia mente indietro nel tempo e ricordare l'affettuoso avvertimento di un altro servitore di Dio che in un convegno del 1950 sentendo parlare di organizzazione, statuti e regolamenti disse: Attenzione fratelli miei, perché tutte le strade conducono a Roma. Infatti c'è una sola strada che non conduce all'autoritarismo, alla centralizzazione, al papato ed è la strada della Parola di Dio che è la strada della libertà cristiana. Quando il risveglio pentecostale ha avuto il suo inizio, fra gli italiani negli Stati Uniti, ha trovato subito tutti concordi nel voler conservare gelosamente quella libertà che avevano trovato uscendo dalle diverse denominazioni protestanti o dalla chiesa di Roma. Non possiamo meravigliarci di questo proposito, perché ogni "movimento di risveglio" è nato con questo programma, perché ogni movimento di risveglio è nato libero in Cristo. Potrei citare decine di testimonianze, ma mi limito a sceglierne due: una lontana di secoli, ed una vicinissima a noi. Per la prima mi limito a citare le dichiarazioni di uno storico, che nello scrivere di un movimento "nato" evangelico e che poteva svilupparsi e vivere come quello ad esso contemporaneo di Valdo, e che invece fu purtroppo assorbito e strumentalizzato dalla curia romana dell'epoca e dalle epoche successive, così si esprimeva: "Senza organizzazione, per evitare il pericolo di costringere lo Spirito entro aride formule, quei pazzi del Signore (come venivano chiamati) si ponevano umilmente al servizio altrui… …presto la curia romana intervenne a moderare gli entusiasmi e ad irregimentare il moto entro schemi più precisi…Francesco cedette "con intima sofferenza" perché secondo lui il Vangelo doveva essere vissuto "sineglossa", alla lettera…". Dopo la morte di Francesco e raccogliendo proprio una sua raccomandazione, ci furono molti che vollero tornare a vivere il risveglio originale: furono perseguitati ed uccisi, ma respirarono di nuovo l'aria pura della libertà anche se a prezzo di martirio. Vengo alla testimonianza recente, quella ricordata da A. Biginelli nel libro "La chiesa e la sua autorità". Ecco le parole dell'autore: All'inizio del loro "risveglio" i "fratelli", provenienti dalle Chiese Anglicana, Presbiteriana, Metodista ecc., si radunavano insieme nel nome del Signore nel Quale avevano creduto, compivano le loro attività spirituali ed offrivano la loro adorazione avendo come unico centro la Persona di Cristo e risolvendo tutti i loro problemi sulla base dell'unica autorità valida: Quella della Parola di Dio. Il risveglio pentecostale ha realizzata la medesima esperienza: nato libero era fermamente deciso a rimanere libero e la prova più chiara l'abbiamo dal fatto che quando è stato obbligato a dare conto della propria identità si è dichiarato "congregazioni cristiane inorganizzate; inorganizzate cioè autonome, libere, ma unite dai vincoli della grazia di Dio nella comunione cristiana. Per molti anni questa condizione è rimasta inalterata e coloro che potevano essere considerati i padri spirituali, gli apostoli del movimento, sono stati rispettati ed ascoltati e le loro appassionate esortazioni a conservare la libertà cristiana non sono cadute nel vuoto.

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Fra tanti voglio ricordare il fratello L. Francescon che può essere considerato "primizia" del risveglio pentecostale fra gli italiani negli Stati Uniti; questo generoso servo di Dio si è coraggiosamente battuto per la libertà insidiata dall'organizzazione; egli aveva sintetizzato il suo messaggio, intorno a questo soggetto, affermando di aver ricevuta luce da Dio. Ecco le sue parole: COSTITUZIONE DELLA CHIESA DI DIO Gesù è il Capo della Chiesa. Lo Spirito Santo è la legge per guidarla in ogni verità. La sua organizzazione è la carità di Dio nei cuori dei membri che la compongono - "Legame della perfezione". Dove questi Tre non governano, è satana che governa in forma d'uomo per sedurre il popolo di Dio con la sapienza umana. Questa luce l'ho ricevuta dal Signore l'anno 1910. L.F. E' onesto precisare che Francescon non si opponeva alla designazione di fratelli che avessero potuto curare l'amministrazione dei beni strumentali delle singole comunità, ma respingeva decisamente il concetto di una organizzazione investita di autorità spirituale e strutturata gerarchicamente. Comunque anche la "funzione puramente amministrativa" doveva rappresentare, secondo il pensiero di Francescon non un "servizio imposto", ma un "servizio liberamente scelto" dalle comunità che ne avessero voluto usufruire. In parole estremamente semplici, si può dire che questo servitore di Dio escludeva categoricamente la costituzione di un "corpo" di amministratori investiti di autorità sopra i propri fratelli. Francescon paventava il verificarsi di un fenomeno ricorrente e che purtroppo ha turbato o addirittura spento molti movimenti di risveglio. Ritorno a questo proposito al già citato lavoro di Biginelli che affronta il problema delle chiese dei fratelli, un risveglio spirituale precedente a quello pentecostale; così l'autore denuncia questo male: Si hanno, così, dei fratelli posti legalmente al vertice con la facoltà di comandare ed altri fratelli rimasti in basso che hanno solamente il dovere di ubbidire. Ma tutto questo è in aperto contrasto con i principi stabiliti dal Signore e che tutti ben conosciamo (Matt. 20:25; Marco 10:12; Luca 22:25; 2 Cor. 1:24: 1 Pietro 5:3). Questo grave pericolo incombente e questa deviazione in atto, sono insiti in una costante sempre più evidente burocratizzazione legalistica di molte attività spirituali, che svilisce quando non distrugge, il carattere squisitamente carismatico del nostro servizio spirituale e della nostra vita di relazione con Dio e con i fratelli. Il Biginelli denuncia lo statuto e le degenerazioni prodottesi nelle chiese per averlo accettato e così scrive: Introdotto nelle Assemblee per imposizione di un governo dittatoriale, subito per timore umano o per debolezza e miopia spirituale e affermatosi, per la mancanza di un vigoroso insegnamento scritturale e per l'assenza di una decisa difesa delle verità dottrinali, il principio della gerarchia umana nella Chiesa è diventato evidente e si è fatto acutamente sentire dal Consiglio dell'Ente Morale sia per l'autorità che gli conferisce lo statuto, e sia perché il suo Presidente non è più considerato un fratello come tutti gli altri, ma bensì una autorità ecclesiastica per cui gli si deve particolare rispetto per la sua posizione, gli si deve riconoscere degli speciali diritti per la carica che ricopre talchè, molte decisioni concernenti l'Opera nel suo insieme, per essere legalmente valide, dovrebbero avere il "nulla obstat" o il "placet" della sua autorità gerarchica conferitagli dallo Statuto. Ma quello che si è verificato nelle chiese dei fratelli e in tanti altri movimenti di risveglio, purtroppo si è determinato anche nel movimento pentecostale. Dopo la seconda guerra mondiale, quasi a quarant'anni dalla nascita del movimento incominciano a manifestarsi chiari segni di insofferenza fra le chiese pentecostali italiane degli Stati Uniti. Questo fenomeno nasce soprattutto dai confronti che da parte di molti vengono fatti oltre che con le chiese storiche, con le denominazioni protestanti, anche con diversi rami del movimento pentecostale indigeno che già si sono strutturati secondo vari schemi organizzativi. Il ragionamento semplicistico dei sostenitori dell'organizzazione era questo: Se tutte le denominazioni hanno un'organizzazione, se altri movimenti pentecostali hanno un'organizzazione perché non dovremmo averla anche noi? Il fr. L. Francescon s'impegna in una dura battaglia per tentare di ricordare a tutti che Dio ci ha liberato in Cristo e ci ha fatto uscire fuori dalle organizzazioni. Egli sostiene con forza il principio di una comunione fraterna priva di gerarchia istituzionale e quello non meno importante di una vita e di un servizio compiuti non sui binari di una regolamentazione legale, ma nella libertà e nella guida dello Spirito Santo. I suoi avversari crescono di numero e di forza ed egli è costretto a ritirarsi dopo aver dato l'ultimo solenne avvertimento… Purtroppo ho dovuto personalmente raccogliere la dichiarazione di uno di questi avversari, considerato fra i maggiori, che, trovandosi a Roma, mi disse testualmente: Nel prossimo Convegno venga Francescon o S. Francesco, noi faremo quello che siamo intenzionati di fare cioè ci organizzeremo legalmente. (Sic) A quel convegno Francescon non andò; aveva detto l'ultima parola nel precedente convegno e aveva "sentito" che quella parola non era stata ricevuta e quindi egli non aveva più responsabilità nei confronti di fratelli che "non avevano avuto orecchio", per ascoltare il suo consiglio. Sono andato lontano nel tempo e nello spazio, ma voglio ora tornare a quel servitore di Dio che con profonda mestizia esprimeva il suo punto di vista intorno ad una crisi che invano si cerca di nascondere con programmi clamorosi o con adunate oceaniche. Crisi dell'amore, crisi della libertà, crisi della vera santità e quindi, di conseguenza crisi della comunione sincera, della collaborazione pura, della fede genuina e semplice, del servizio disinteressato.

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Non voglio e non posso attribuire tutto questo all'esistenza di uno statuto, benchè questo possa rappresentare un ostacolo alla ricerca e al rispetto della parola di Dio, ma non posso non fare osservare che sempre la storia ci dice che "crisi spirituale" ed "organizzazione" si presentano sempre assieme proprio quando un risveglio si avvia verso il suo tramonto, cioè verso la trasformazione in una denominazione da collocarsi silenziosamente nell'ambito delle tante già esistenti e che sono state prima altrettanti movimenti di risveglio. Ma distruggere lo statuto vuol dire "scissione?" Il desiderio di quel servo di Dio, ricordato all'inizio di questo capitolo, era quello di provocare una divisione? Assolutamente no, anzi distruggere lo statuto proprio per realizzare unità e comunione non mediante l'adesione ad una organizzazione, ma in virtù dei vincoli spirituali della grazia di Dio. Prima dello statuto, prima dell'organizzazione, eravamo e vivevamo fratelli in semplicità e in purità perché Dio ci aveva fatto e ci ha fatto Suoi figliuoli e se oggi si alza una voce, questa vuole essere non sediziosa, ma sostenitrice di unità nella libertà e quindi unità non condizionata da etichette, da tesserini, da regolamenti, ma unità piena e libera nella gioia dello Spirito Santo. II. "DOVE CI TROVIAMO?" I "Ricorsi storici" sono fenomeni che hanno spazio in ogni ambiente dinamico, cioè dove c'è il movimento, la vita e quindi non deve sorprenderci il fatto che i medesimi eventi, con sconcertante puntualità, si riproducono nel seno dei movimenti di risveglio che si susseguono lungo il corso della storia della chiesa. Nel capitolo precedente ho ricordato due testimonianze, lontane fra loro di molti secoli, ma concordi nell'esprimere l'anelito di coloro che avevano ricevuto la conoscenza di quella verità che rende liberi; in questo voglio ricordare la mesta recriminazione di un servitore di Dio: Siamo caduti molto in basso. Stiamo edificando sul terreno infido dell'organizzazione umana, sulla sabbia mobile di un legalismo giuridico che spesso è stato invocato per privarci della nostra LIBERTA', del nostro DIRITTO, e della nostra RESPONSABILITA' di esaminare, insieme ai nostri fratelli, i problemi comuni nello intento di risolverli sul fondamento dell'autorità assoluta della Parola di Dio (Luca 11:28). Il tentativo di fare prevalere l'autorità legale dell'Ente Morale nelle responsabilità spirituali delle singole Assemblee, ci ha condotti, anche per la nostra colpevole acquiescenza od ignoranza delle verità, in un manifesto conflitto con l'autorità della Parola di Dio. E' sempre il Biginelli che nell'opera già ricordata si ferma ad analizzare la condizione di quelle tante comunità dei "fratelli" che nate libere ed autonome erano scivolate sul "terreno infido" dell'organizzazione fino alla centralizzazione e all'autoritarismo. La trasformazione di un Ente Morale (nato soltanto come organo amministrativo di alcune proprietà immobiliari) in un "istituto" investito di potere e preposto al governo delle comunità e dei ministri in relazione alle attività spirituali, aveva deformato le caratteristiche del risveglio e ne aveva mortificato la libertà. L'autore infatti nel ricordare il "principio" dell'autonomia delle chiese (e non della "chiesa") dei fratelli lo difende alla luce della Parola di Dio. L'autonomia della chiesa locale non è anarchia perché essa, pur non avendo un regolamento formato ed approvato dagli uomini, ha un codice unico e perfetto, valido per tutte le Chiese: la Parola di Dio! A questo codice tutti i credenti e tutte le Chiese devono inchinarsi ed "attenersi con fermo proponimento di cuore" (Atti 11:23). Di fronte all'autonomia si erge, come un idolo, l'immagine delle istituzioni umane, sempre strutturate ed organizzate secondo principi gerarchici e regolamentazioni legali. I movimenti di risveglio, come il popolo d'Israele ai giorni di Samuele, finiscono sempre per cedere all'allettamento di un modello che si propone per essere imitato ed essi non si rendono conto, come scrive il Biginelli che: Ma quando diverse chiese locali si eleggono un Comitato direttivo, una Tavola o un Sinodo, e di conseguenza, un moderatore, un presidente o un sovraintendente e cioè una persona o un gruppo di persone che riassumono e che rappresentano di fronte allo Stato, sia i loro beni materiali quanto le loro attività spirituali essi abdicano alla loro autonomia spirituale, o, con maggiore precisione, all'autorità del Signore nel loro seno. E' dunque chiaro che la Chiesa locale è indipendente ed autonoma da ogni autorità umana, perché tutte le Assemblee devono dipendere, essere sottomesse, ed ubbidire a Dio e alla Sua Parola. L'autore non nasconde la propria amarezza perché è costretto a scrivere non di cose che possono avvenire, ma di cose che sono avvenute e che hanno rovinato l'esperienza spirituale di quelle comunità sorte in Italia nel secolo scorso e che hanno conosciuto un periodo fiorentissimo di vita cristiana e di servizio evangelistico. Noi dobbiamo far tesoro delle riflessioni espresse dal Biginelli proprio perché apparteniamo ad un movimento di risveglio successivo a quello che spesso viene ricordato, particolarmente per alcuni fra i più attivi animatori: Guicciardini, Muller, Rossetti… Dobbiamo temere il verificarsi di "eventi" che hanno posto in crisi coloro che ci hanno preceduti e compiere quanto è in nostro potere per scongiurarli o addirittura per capovolgerli, se già sono giunti a noi, come purtroppo è avvenuto. Non è impossibile vincere la battaglia che deve essere combattuta per riacquistare la libertà, ma il combattimento deve essere affrontato con energia e senza perdere tempo ed infatti ancora una volta citando il Biginelli, possono essere ricordate le sue appassionate parole:

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Se non ci liberiamo tempestivamente da questo lievito dell'autorità umana, che serpeggia nel seno delle Assemblee, si giungerà, attraverso l'inesorabile processo della lievitazione, ad un capo umano nelle Chiese di Cristo (dette Chiesa dei Fratelli) in contrasto con l'insegnamento della Parola di Dio. L'autorità divina si è trasferita, dall'Iddio Santo e perfetto, all'uomo peccatore e manchevole; dalla Sacra Scrittura, tutta divinamente ispirata, alla fallace gerarchia della Chiesa e da questa, al capo che si trova al vertice della scala gerarchica. Come s'introduce il "lievito" in un movimento di risveglio? Ho ricordato quello che si è verificato nell'opera italiana degli Stati Uniti, ho anche accennato brevemente al sorgere del fenomeno in Italia, ma posso riprendere l'argomento per ricordare qualche particolare importante. L'opera pentecostale in Italia è di poco posteriore a quella americana perché molto presto, coloro che avevano accettato la salvezza e realizzata l'esperienza del battesimo nello Spirito Santo, si sentirono spinti a recare il messaggio ai loro paesi d'origine, alla loro nazione; ma anche l'opera italiana, come quella negli Stati Uniti, rimase completamente estranea ad un programma organizzativo; le chiese erano autonome anche se unite da sincera e calda comunione spirituale. Il primo incontro fra conduttori di chiese fu realizzato venti anni dopo la nascita del movimento in Italia e cioè nel 1928; a questo che aveva avuto una partecipazione piuttosto scarsa, ne seguì un secondo nell'anno successivo. Non si parlò di organizzazione, anzi il principio dell'autonomia appariva cosa tanto ovvia da non aver bisogno di una qualsiasi difesa. Voglio d'altronde ricordare che quell'incontro, o se preferiamo quel convegno del 1929 aveva, come guida spirituale, quel fratello L. Francescon del quale già ho ricordato i principi di uguaglianza e di libertà. Dopo quello del 1929 un successivo incontro, a carattere nazionale, fu realizzato nel 1945 in Sicilia; c'era stato un incontro anche l'anno precedente, ma erano mancati i fratelli del continente in conseguenza degli eventi bellici ancora presenti nel nostro paese. In quel convegno del 1944 si parlò di organizzazione "amministrativa", di coordinazione di programmi, di comitati provinciali o zonali e si abbozzò anche qualche iniziativa in queste direzioni, ma senza dare quel carattere o quel significato autoritario e accentratore proprio dell'organizzazione. Comunque, nel convegno successivo anche queste iniziative furono in notevole parte contestate dagli stessi che l'avevano promosse l'anno precedente e che in pratica le avevano trovate non corrispondenti a quei principi di libertà cristiana ancora difesi nel movimento. Ma nel convegno del 1945 che poteva essere considerato nazionale, per la prima volta fu posto all'ordine del giorno il problema dell'organizzazione; la proposta veniva da quella che era allora l'unica chiesa di Palermo, ma a questa proposta la reazione immediata fu tanto massiccia da indurre i proponenti a ritirarla senza che fosse messa in discussione. I fratelli giunti dal continente furono fra i primi e fra i più decisi ad opporsi al progetto e a convegno concluso i più soddisfatti di aver contribuito con la loro partecipazione a scongiurare il "pericolo". Di fronte a questo fatto, appare almeno strano che soltanto alla distanza di un anno e cioè nel convegno tenutosi a Roma nel 1946 la proposta venga presentata di nuovo e non più da coloro che erano stati costretti a ritirarla, ma proprio da coloro che l'avevano respinta. E se si tiene presente che quel Convegno fu presieduto dal fr. N. D. Gregorio, diacono di quella chiesa di Chicago guidata dal fr. L. Francescon, oppositore dichiarato dell'organizzazione, la cosa sembra tanto strana da apparire addirittura paradossale. Tutto però può essere spiegato alla luce di due elementi; il movimento italiano aveva avuto, nel periodo fra i due convegni, contatti con fratellanze estere già organizzate e queste avevano esplicitamente consigliato di organizzarsi per poter affrontare, con il peso dell'organizzazione il problema della libertà religiosa. Il secondo elemento può essere indicato nell'arrivo proprio durante il convegno del 1946 del fr. H. Ness, di Seattle che all'epoca era esponente non secondario delle Ass. of God degli Stati Uniti. Questo fratello, pastore di una grande comunità e direttore di una Scuola biblica fondata da lui stesso, era non soltanto assertore convinto dell'organizzazione, ma anche generoso e disinteressato consigliere per costituirla. Il paradosso fu proprio accentuato dalla contemporanea presenza in quel convegno degli esponenti dell'inorganizzazione e dell'organizzazione e cioè dei fratelli Di Nicola e Ness; purtroppo la presenza e la parola del secondo prevalse su quella del primo e l'organizzazione incominciò la sua marcia. E' giusto ricordare, come dirò più chiaramente in seguito, che allora non c'era altro proposito all'infuori di quello di ottenere libertà di culto e si pensava che questo fine si sarebbe raggiunto meglio e più presto presentando alle autorità un corpo coordinato oltre che collegato in tutte le sue parti. Comunque la cosa si è messa in movimento ed è andata avanti per la sua strada…verso Roma. Non ho voluto fare la storia o proporre la cronistoria dell'organizzazione dalla sua nascita; sarebbe stato necessario fornire particolari e forse dare interpretazioni. Mi sono limitato a ricordare alcune circostanze fondamentali che hanno dato l'avvio ad un fenomeno del quale non si erano certamente previste le conseguenze. III. "IL PARADOSSO SI ALLARGA" L'organizzazione in movimento: giunge la richiesta concessione di affiliazione con l'organizzatissima Ass. of God degli Stati Uniti e con questa l'inizio di una pratica di riconoscimento. Un inizio forse malato d'ingenuità; sembrava

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che tutto potesse essere eseguito con estrema semplicità, assolvendo ad alcuni atti "puramente formali" e al solo fine di ottenere libertà per esercitare il servizio del Signore. Anche la compilazione di uno "statuto" appariva come una cosa affatto impegnativa ed infatti la stesura di questo fu affidata ad un fratello designato in sede di convegno. Ma già dai primi contatti con il Ministero apparve chiaro che la pratica implicava impegni e responsabilità maggiori di quelli del nostro preventivo semplicistico. La pratica doveva essere affidata ad un legale e doveva essere questo a compilare uno statuto. Non fu difficile trovare il legale perché indicato e consigliato dallo stesso funzionario del Ministero, ma fu anche facile constatare che questo legale per avviare la pratica doveva servirsi della stazione di partenza e dei binari delle organizzazioni già esistenti, cioè quelle delle denominazioni protestanti. Quindi lo "statuto" preparato dal legale s'ispirava e ricopiava in parte gli statuti delle diverse denominazioni dalle quali molti credenti pentecostali erano usciti. Incominciava così quel processo che molti anni prima si era prodotto nella chiesa dei fratelli e che ha fatto scrivere ad A. Biginelli le amare parole che qui ricordo: Ci troviamo di fronte ad un totale rovesciamento, e cioè di fronte all'organizzazione gerarchica ed all'autorità ecclesiastica, proprie della denominazione e che "i Fratelli", nel loro risveglio, avevano abbandonate e combattute costituendo delle Assemblee libere da ogni vincolo umano perché fossero solamente vincolate al Signore ed alla Sua Parola. Tale principio, inseritosi nello Statuto dell'Ente Morale in circostanze eccezionali e, certamente, anche per mancanza di fedeltà e di discernimento spirituale, oltre a non avere nessun fondamento nella Parola di Dio, priva i credenti della completa libertà dello Spirito e limita la loro dipendenza da Dio e dalla Sua Parola. Infatti, i credenti del Risveglio "dei Fratelli" nazionale od internazionale, come le altre Chiese dalle quali erano usciti per liberarsi dall'autorità umana e perché appunto credevano ed insegnavano che la vera Chiesa, la Chiesa di Cristo, è là OVUNQUE (Matt. 18:20) i nati di nuovo si radunano insieme nel Suo nome per pregare, per rompere il pane e bere il calice in rammemorazione di Lui, per adorarLo in Ispirito e verità e per esercitare il ministerio dei doni spirituali nell'attesa del Suo ritorno, nella piena libertà dello Spirito. Ma la mancanza di "discernimento spirituale" di cui fa cenno Biginelli, sembra essere purtroppo una caratteristica sempre presente in un movimento di risveglio che inizia la parabola discendente. Bisogna ricordare però che sarebbe stato necessario individuare non grosse, ma "piccole volpi", e non in riferimento a persone, che forse all'epoca erano ancora tutte in buona fede, ma in riferimento ad elementi e circostanze. Infatti allora non si parlava di avere un "presidente" che avesse autorità anche spirituale sopra le chiese o sopra i fedeli o di avere "organismi" che potessero avere il potere e la pretesa di comandare, meno ancora si parlava di avere un "regolamento" totalmente estraneo o addirittura in conflitto con gli insegnamenti della Scrittura. Anzi le più convinte e calde assicurazioni venivano dati agli esitanti ( e forse ai pochi ancora pienamente illuminati): "Saremo sempre fratelli" "Uniti dall'amore e perfettamente uguali", "La Bibbia sarà sempre lo Statuto delle chiese", "Vivremo sempre nella libertà dello Spirito". Assicurazioni e promesse che sono state sbriciolate dal tempo e soffocate dagli eventi. Ma in quei giorni quasi tutti credevano a queste assicurazioni e coloro che le esprimevano e coloro che le ricevevano; in fondo si trattava semplicemente di formalizzare una domanda per avere "libertà di culto" cioè per neutralizzare, finalmente, quelle misure e quelle circolari che avevano scatenata la persecuzione all'epoca del regime fascista e che avevano ostacolato tanto l'attività edificativa, quanto quella evangelistica delle chiese. Non si pensava e non si parlava di "Ente Morale", ma soltanto di ottenere quanto esplicitamente accordato dalla costituzione e che probabilmente avremmo avuto senza far domande. Non c'erano ancora beni immobili da tutelare o istituzioni da proteggere, ma c'era un grande e forse esagerato desiderio di essere legalmente liberi (spiritualmente il cristiano è libero anche nella persecuzione) di svolgere tutta l'attività cultuale e ministeriale. La semplicità, o l'ignoranza, erano ancora tanto determinanti da far accettare ad "occhi chiusi" lo statuto compilato dal legale. A coloro che ne chiedevano la lettura ed eventualmente la discussione fu data assicurazione che si trattava di un "documento" necessario soltanto per corredare la domanda, ma non "impegnativo" per noi che avevamo uno statuto superiore: la Parola di Dio. Molti anni dopo invece quello statuto è stato letto, esaminato, discusso ed approvato, ma questo è avvenuto quando ormai l'organizzazione aveva assunto il controllo del movimento, delle chiese e condizionato anche il modo di "pensare" dei ministri. Quanto sarebbero state opportune le parole di Biginelli in quel lontano passato: La vera comunione fraterna e l'unità dello Spirito, consistono e si mantengono nell'accettazione, da parte di tutti i credenti, della "sola Scrittura" e della sua autorità tanto nella nostra vita personale quanto nella vita collettiva delle singole chiese. La comunione fraterna e l'unità dello Spirito sono turbate, quando subentra, nei rapporti spirituali, sostituendosi a quella divina, l'autorità umana. La "sola Scrittura" l'affermazione solenne che ha dato un fondamento alla riforma, dovrebbe rimanere il principio irrinunciabile di ogni movimento di risveglio. Purtroppo sembra difficile resistere alla tentazione di imitare i modelli proposti dal "presente secolo" e come gli israeliti lottarono per avere un "re", un re come lo avevano altre nazioni, così i movimenti nati liberi e guidati da Dio, arrivano a volere ed accettare forme di governo che finiscono per escludere la signoria di Dio; torno ancora una volta a quanto scriveva Biginelli:

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Dal momento in cui la nostra autorità è Dio e la Sua Parola, noi dipendiamo unicamente da Lui e se desideriamo esercitare il nostro servizio del ministero nell'opera del Signore nella piena libertà e nella guida dello Spirito, non possiamo e non dobbiamo accettare altre signorie e né sottometterci ad altre autorità. (Eccl. 8:9). Non si deve tollerare, nella vita e nel servizio delle chiese locali, l'intromissione di altra autorità che non sia quella delle Sacre Scritture e del Signore Gesù Cristo, perché tale intrusione sacrificherebbe sul Moloc dell'autorità umana, la gloriosa libertà dello Spirito di operare con pienezza nelle membra del corpo di Cristo. Rifiuto dell'organizzazione e dell'autorità gerarchica non vuol dire rifiuto dell'ordine e del ministero. Un servo di Dio ha detto che la chiesa non è un'organizzazione, ma un organismo e noi tutti sappiamo che quando un organismo è sano presenta il più perfetto quadro di ordine e di armonia; lo Spirito Santo coordina, unisce, muove tutto e tutti ed anche quelle circostanze di carattere locale, nazionale, internazionale, che sono considerate di "emergenza" possono essere perfettamente affrontate e cristianamente vissute nella guida e nella potenza di Dio. Non è vero che siano necessari comitati permanenti ed istituzioni legalizzate; nella chiesa apostolica sorgevano problemi assistenziali, disciplinari, dottrinali, sociali e tutti trovavano una perfetta soluzione mediante le risorse dello Spirito Santo. Atti 6:3, 11:29-30, 13:3-4, 15:2, 1 Cor. 16:1-4; 2 Cor. 8:4. Il ministero è e deve essere onorato tanto nella comunità locale, quanto nell'esercizio della comunione e della collaborazione, ma quando ci riferiamo al ministero dobbiamo riferirci ad una qualifica data da Dio e non ad un titolo ottenuto mediante un suffragio che non raramente è il risultato di una votazione elettorale abilmente manovrata. Quando aggiungiamo titoli e qualifiche a quelle definizioni carismatiche date dalla Scrittura, noi oltrepassiamo il limite entro il quale siamo chiamati a vivere la nostra esperienza cristiana e possiamo soltanto contribuire all'affermazione e all'esaltazione della personalità umana. Anche su questo elemento si può raccogliere una triste considerazione di Biginelli che anzi si limita a parlare degli "anziani" la cui qualifica è scritturalmente esatta, ma che purtroppo in una struttura organizzativa anche queste qualifiche possono andare incontro alle più perverse degenerazioni: In sostanza, la stima, il rispetto e l'ubbidienza non sono dovuti alla carica di anziano (alla quale molti fratelli ci tengono e sovente la usurpano), ma alle qualità spirituali che egli possiede (così rare oggi) e che dimostra nell'esercizio fedele e zelante delle sue funzioni nella Chiesa. E' evidente che una funzione esercitata senza le qualità richieste dalla Parola di Dio è un'intrusione illecita e dannosa, un'irrisione alla verità ed un impedimento alla edificazione del corpo di Cristo e perciò non può e non deve essere riconosciuta e tanto meno accolta. Di queste degenerazioni forse la peggiore è rappresentata dall'autoritarismo, ed il Biginelli lo denuncia alla luce di un passo della Scrittura: Di questo tipo di anziani, Diotrefe, ne è l'esempio più noto. Infatti, nella terza epistola di Giovanni vv. 9-10 leggiamo che egli "procacciava il primato", mentre il Signore Gesù aveva detto: "Voi tutti siete fratelli" (Matt. 23:28) e, più tardi, Pietro avrebbe scritto: "…non come signoreggiando quelli che vi sono toccati in sorte, ma essendo gli esempi del gregge" ( 1 Piet. 5:3). Poi, "non riceveva i fratelli", agendo proprio all'opposto di quanto scriveva Paolo: "Quanto a colui che è debole nella fede, accoglietelo ma non per discutere opinioni" (Rom. 14:14). E finalmente "cianciava di male parole…impediva coloro che volevano riceverli e li cacciava fuori dalla Chiesa". Il "paradosso si allarga"; da quello iniziale costituito dall'incontro in uno stesso convegno dei rappresentanti di due opposte tendenze, sono arrivato a parlare delle conclusioni infauste che si sono avute mentre si continuava e si continua a dire: "Siamo tutti liberi". "Siamo tutti uguali". "Fra noi non esistono gerarchie". Credo che sia superfluo ricostruire minuziosamente la storia di quel che si è verificato; oltretutto si corre il rischio di dimenticare qualche particolare o di dare interpretazioni personali a qualche dettaglio anche importante. La sola cosa che si deve dire è questa: - Il movimento pentecostale, da uno stato di libertà realizzato nell'autonomia delle chiese, è giunto ad una condizione di legalismo condizionante ad opera della propria organizzazione. Naturalmente non tutti si accorgono di questo stato di cose e non perché manchi conoscenza o discernimento, ma perché non tutti sono impegnati in attività che possono essere in conflitto con le regolamentazioni o le norme statutarie, o perché non tutti rappresentano un ostacolo vero o immaginario del "potere". Se mi è permesso un esempio posso ricordare che anche sotto i regimi totalitari e dittatoriali non tutti si accorgono delle limitazioni imposte alla libertà perché ci sono un numero notevole di persone che possono agevolmente vivere la loro vita entro i confini anche ristretti delle leggi e questo perché la loro vita non ha esigenze superiori a quelle dello spazio che viene loro concesso. Nessuna meraviglia quindi se s'incontrano individui che non comprendono perché si alza la voce per denunciare l'oppressione, e se l'oppressione è sconfitta, nessuna meraviglia se si incontrano coloro che vengono definiti "nostalgici". Noi vogliamo e dobbiamo avere una sola nostalgia: quella per le cose sante; per la libertà, per la verità, per la semplicità già in parte compromesse. Torniamo alla Pentecoste dell'Alto Solaio, delle camerette segrete, della vera separazione dal mondo, dal vero, puro amore fraterno realizzato e vissuto nell'uguaglianza. Torniamo ad un servizio attivo, disinteressato, privo di pretese accademiche e di artificiosità scolastiche, ma ricco di calore e di esperienze; si, torniamo a Dio e così distruggeremo ogni pernicioso paradosso presente in mezzo al popolo di Dio.

IV.

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UNA VITTORIA Forse proprio l'opera di Biginelli ripetutamente ricordata ha contribuito a far conseguire una vittoria, diciamo pure una liberazione alle chiese dei fratelli. Finalmente lo statuto che sanzionava il centralismo, che limitava la libertà, è stato annullato. In data 14 maggio 1980 il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'Interno (Rognoni) ha approvato il nuovo Statuto. Quindi non uno statuto semplicemente modificato, ma un "nuovo statuto" che ha un carattere esclusivamente amministrativo. Per avere un'idea del radicale cambiamento posso fare degli esempi; nel nuovo statuto non esistono più articoli come questi: Art. 3: a) L'Ente Morale è l'organo giuridico responsabile di tutte le comunità e che le rappresenta anche nelle loro attività spirituali. Art 16: b) L'Ente Morale nomina i ministri di culto ed è responsabile delle loro attività. Il nuovo Statuto quindi limita l'attività dell'Ente alla gestione dei beni immobili, senza escludere però che le chiese stesse possano avere il possesso diretto di questi beni. L'Ente Morale diviene quindi praticamente un "servizio amministrativo" del quale tutti possono "liberamente" godere senza essere però condizionati nell'esercizio della vita comunitaria, e senza neanche essere obbligati ad accettarne il servizio amministrativo. Qualcuno potrà dire che la vittoria sarebbe stata completa se si fosse addirittura sciolto l'Ente e ripudiato definitivamente lo statuto, ogni statuto, ma dobbiamo sinceramente ammettere che quando la nostra libertà cristiana ed il rispetto completo della Parola di Dio non subiscono attentati, possiamo anche tollerare (farne a meno forse sarebbe meglio) quelle costituzioni suggerite dagli ordinamenti giuridici del paese. Spesso quando si affronta l'argomento delle leggi si pensa a Paolo e si parla di Paolo cioè del "cittadino romano" che in varie circostanze si è appellato alla "legge". Frequentemente però il riferimento all'apostolo è se non proprio strumentale, almeno equivoco; Paolo non ha mai cercato di introdurre un metodo legalista nella vita cristiana o nelle chiese. Non dobbiamo poi creare confusione non distinguendo fra l'osservanza di quelle leggi che c'impegnano esclusivamente nella nostra vita sociale e quelle leggi che ci vincolano direttamente alla parola di Dio. Infatti io sono convinto che se Paolo avesse dovuto scrivere oggi quello che ieri scrisse ai credenti della Galazia, avrebbe usato parole diverse, forse parole come queste: V. 1) Cristo ci ha affrancati perché fossimo liberi; state dunque saldi, e non vi lasciate di nuovo porre sotto il giogo della servitù! 2) Ecco io vi dichiaro che se vi fate sottomettere ad uno statuto o ad un regolamento, Cristo non vi gioverà nulla. 3) E da capo protesto ad ogni uomo che accetta uno Statuto o un Regolamento che egli è obbligato ad osservare questi. 4) Voi che volete essere allineati mediante il Regolamento e lo Statuto, avete rinunciato a Cristo, siete lontani dalla Sua Parola. VI. 12) Tutti coloro che vogliono fare bella figura nella carne, vi costringono ad accettare lo Statuto e il Regolamento e ciò al solo fine di non essere perseguitati per la croce di Cristo. 13) Poiché neppure quelli stessi che vi propongono lo Statuto osservano gli articoli di esso; ma vogliono che accettiate lo Statuto per potersi gloriare del numero. No! non vuole essere un audace rifacimento del testo paolino, ma piuttosto una rispettosa interpretazione del suo pensiero applicato ad una situazione reale. D'altronde quel capitolo 5 dell'epistola ai Galati al quale mi riferisco è estremamente chiaro ed anzi ci dice che se non è lecito ad un cristiano cercare giustizia e giustificazione nella Legge (con la lettera maiuscola) quanto meno deve sentirsi impegnato a cercarla in un Regolamento alienante dalla libertà e addirittura dalla dipendenza da Dio. Paolo non è schiavo degli uomini, è schiavo di Gesù Cristo anzi un volontario di Gesù Cristo e nello stesso modo che rivendica il diritto ad esercitare il ministero senza limitazioni (1 Cor. 9:1-6), così rivendica quello di liberamente soffrire con gioia per il nome di Gesù Cristo. Atti 21:13. Egli non accetta, non può accettare tutori o procuratori, meno ancora è disposto a vendere l'acquistata libertà ad un "nuovo sinedrio"; è stato redento e quindi strappato dal sinedrio di Gerusalemme e non vuole conoscerne un altro anche se questo potrebbe presentarsi con il più allettante dei nomi e la più suggestiva delle forme. Le lettere dell'apostolo non trascurano mai il tema della libertà, egli lo sviluppa in tutte le articolazioni: libertà dal peccato, dalle tradizioni, dalla paura, dall'errore e con grande enfasi: libertà dal legalismo il che vuol dire libertà dall'organizzazione, dalle gerarchie, dai regolamenti. Mai l'apostolo avrebbe accettato uno statuto da aggiungersi all'Evangelo di Gesù Cristo; egli lo avrebbe visto come un altro Vangelo, quindi come un tentativo di coprire ed oscurare la Parola di Dio. Nell'esprimersi così non mi riferisco alla parola scritta, ma alla parola di Dio interamente ricevuta e interamente custodita dalla chiesa apostolica (Atti 2:42).

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Paolo è l'espressione sana del pensiero e del sentimento della chiesa che vive nella libertà dello Spirito. Ogni movimento di risveglio infatti è nato libero, privo di ogni forma organizzativa, ed anzi animato dal proposito di non voler imitare le associazioni e le istituzioni umane sempre strutturate gerarchicamente e statutariamente. Quindi se parliamo di Paolo dobbiamo saperlo "vedere" ed "ascoltare" perché da lui ci viene un solo messaggio; quello che ci esorta a conservare e riacquistare la libertà. Biginelli scriveva: Siamo caduti molto in basso…; la sua parola si è unita a quella di altri che hanno detto la medesima cosa; quel suono si è dilatato, è diventato tuono e finalmente il tuono, terremoto che ha fatto crollare le strutture di un autoritarismo centralizzato che mortificava le chiese e questa è stata una vittoria che sinceramente guardiamo ed auspichiamo come inizio di un nuovo risveglio. Ma alle parole del Biginelli: "siamo caduti in basso…"; domandiamoci: e noi, dove ci troviamo? Tergiamo il pianto sterile e soffochiamo le recriminazioni inutili, ma alziamo alta la voce per dire anche a coloro che si mettono al riparo delle loro posizioni e dei loro titoli altisonanti: Torniamo all'Eterno! Non riconosciamo i vostri titoli e non ci sottomettiamo alle vostre pretese autoritarie: vogliamo essere liberi; liberi di onorare Dio e fare non la nostra, non la VOSTRA, ma la Sua volontà. I suffragi che avete ricevuti non annullano il fatto che avete preteso assumere un ruolo che non vi è stato conferito da Dio e che è totalmente estraneo all'insegnamento della Scrittura. Perciò rifiutiamo le vostre direttive, perché vogliamo seguire soltanto quelle di Dio. Vogliamo esaltare la comunione, incrementare la collaborazione, onorare il ministero, ma solo e sempre nell'esercizio della libertà cristiana e, soprattutto nella realizzazione di quel puro amore fraterno che ci ha fatto figliuoli di Dio e quindi uguali per vivere sotto la suprema Autorità di Dio nella guida dello Spirito Santo! Amen! Quando saremo capaci di alzare la voce ed esprimere queste decisioni; soprattutto quando saremo capaci di attuare questi principi, con quel coraggio che deve venirci dalla consapevolezza di essere liberi figliuoli di Dio, potremo anche noi affermare che una battaglia è stata vinta per il bene del popolo cristiano e, soprattutto, alla gloria di Dio. LA CHIESA E' stato osservato che quando il Nuovo Testamento parla di chiesa si riferisce quasi sempre (cioè 100 volte su 110) alla chiesa "locale" che può essere anche una piccola chiesa (Mt. 18:20) e che può raccogliersi forse in una casa. (Rom. 16:5). E' stato anche detto che la Scrittura parla di ogni singola comunità locale come del "Corpo di Cristo" in quel luogo e per quell'epoca. Non dobbiamo quindi avere il concetto che la comunità di una città rappresenti l'occhio e quella di un'altra città l'orecchio… e così di seguito, anzi dobbiamo credere che ogni comunità rappresenta dove si trova, il corpo di Cristo. (1 Cor. 12:27). Ogni chiesa locale, quindi è autonoma ed anche se ha comunione e rapporti di collaborazione con altre comunità, riconosce un solo "capo" e questo capo è Cristo. Nessun "corpo" può avere pretese di superiorità sopra gli altri e nessuna "autorità" ha il diritto di esercitare "potere" sopra le comunità. Cristo è il capo di ogni comunità ed Egli guida ed edifica mediante l'opera del ministero, per la luce della Parola, per la guida dello Spirito. Se vogliamo tracciare un rapido schema scritturale della chiesa, possiamo articolarlo come segue: 1) La chiesa cristiana di ogni secolo e di ogni luogo ha un solo capo: Gesù Cristo. Ef. 5:23. 2) La "chiesa" è costituita dai "primogeniti scritti nei cieli" e dai "giusti resi perfetti". Ebrei 12:22-23. 3) Ed è perfezionata ed edificata mediante l'opera del ministero assolto dagli operai suscitati e dati da Cristo. Efesi 4:11. 4) La chiesa di ogni luogo e di ogni epoca è stata chiamata ad essere la luce del mondo e ad evangelizzare i popoli nella potenza dello Spirito Santo. Mt. 5:14 - Atti 1:8. 5) La chiesa è costituita nella sua struttura terrena dalle chiese locali. Apoc. 1:4. 6) Ogni chiesa locale ha Cristo, quale capo supremo. Apoc. 2:1. 7) In ogni chiesa c'è perfetta uguaglianza fra tutti i membri che la compongono. Mt. 23:8. 8) Ogni chiesa viene perfezionata ed edificata a mezzo del servizio suscitato da Dio ed esercitato in umiltà. Matt. 20:26. 9) Ogni chiesa è assolutamente autonoma e libera di amministrarsi in relazione alla propria vita ed esperienza. Atti 14:26. 10) Le "chiese" hanno un rapporto ugualitario di comunione mediante i vincoli dell'amore ed i rapporti spirituali di libera collaborazione sul piano di una vera e profonda identità dottrinale e morale. Col. 4:16. 11) Le chiese non sono sottoposte a nessun potere centrale e non accettano strutture gerarchiche che volessero sovrapporsi alla propria autonomia e libertà. Atti 11:1-3. 12) Ogni chiesa è libera di: a) Programmare la propria attività. Atti 13:1-3 b) Avere le proprie missioni e le proprie pubblicazioni Fil. 4:15. c) Sovvenzionare i propri operai cristiani Gal. 6:6. d) Partecipare liberamente a programmi collettivi 1 Cor. 16:1.

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e) Accettare ministri ed avere rapporti di comunione e collaborazione con altre chiese, prescindendo da considerazioni denominazionali od organizzative, ma non da quelle dottrinali e morali Col. 4:16 - Mc. 9:38-39. f) Possedere i propri locali 1 Cor. 16:19 - Col. 4:15 g) Riconoscere i propri ministri, anziani e diaconi e conservare il governo della comunità secondo i principi stabiliti dalla Parola di Dio ed in rapporto ad esigenze locali 1Tess. 5:12 - Fil. 1:1 13) Ogni chiesa nel rifiutare "organi", "titoli" e "qualifiche" estranei all'insegnamento della dottrina cristiana non fa altro che riaffermare la validità dei "ministeri" conferiti da Dio e quindi la "disponibilità" ad accettare liberamente l'offerta di collaborazione edificativa che può essere data e ricevuta. Rom. 1:11-12 14) Ogni chiesa deve sentirsi impegnata per difendere quella libertà cristiana che deriva dalla verità. Gal. 5:1

2. E' stato detto a proposito di Roberto Bracco che la sua fede 'era irregimentata da codici morali piuttosto che gratificata dal frutto dello Spirito Santo', e che la sua etica era esagerata; che ne dite di queste affermazioni?
Io ho letto diversi libri di Roberto Bracco, e quantunque non sia d'accordo in tutto e per tutto con il fratello Bracco, pure devo dire che lui su diversi punti di etica cristiana disse e scrisse cose giuste che sono inconfutabili perché confermate dalle Sacre Scritture. Sì è vero, lui appare come un esagerato su molte cose, un invadente, non c'è dubbio su questo; ma agli occhi di chi appare tale? Agli occhi di chi non conosce le Scritture, di chi non vuole santificarsi, non importa se uomo o donna, agli occhi di chi ama il mondo e le sue concupiscenze. E di credenti con queste caratteristiche oggi ce ne sono moltitudini un po’ per tutto il mondo, compresa l'Italia. Basta levare la propria voce contro anelli, orecchini, braccialetti, collane, trucco, minigonne, vestiti attillati e provocanti, vesti sontuose e immodeste, per rendersi conto di quanti siano numerosi coloro che anche qui in Italia, e qui mi riferisco ai pentecostali, queste cose le amano e non se ne vogliono sbarazzare per piacere a Dio anziché al mondo. Basta levarsi contro l'impedimento del concepimento e contro la sterilizzazione, cose che purtroppo si fanno sempre più frequenti in mezzo ai Pentecostali, per rendersi conto di quanto sia facile farsi tanti nemici in mezzo al popolo di Dio a motivo di giustizia e di verità. Quasi tutti vanno dietro la moda, chi non corre dietro la moda è definito antiquato, antico, retrogrado e viene guardato come una 'bestia rara'. Se parli di santificazione dicono tutti 'Amen', a condizione che il messaggio si tenga sul generale però; di espressioni autoritarie, precise e franche contro articoli di bigiotteria, divertimenti, mode, ecc., non ce ne devono essere, altrimenti l'amen lo senti solo da pochissimi se non da nessuno. Alcuni non ti salutano neppure dopo che parli contro la loro inverecondia, la loro avarizia, le concupiscenze dietro le quali corrono. Vogliono quasi tutti sentire cose piacevoli; ai credenti di oggi se gli racconti delle favole ti ascoltano, se gli dici cose vere e giuste anche in fatto di etica si turano gli orecchi e si tengono lontani da te quasi che tu sia uno che li vuole mandare all'inferno. Ecco perché non mi meraviglio affatto che Roberto Bracco, quantunque sia morto, sia ancora considerato da molti pentecostali, un esagerato in fatto di etica, perché lui si scagliò contro le mondane concupiscenze rampanti al suo tempo in seno alla fratellanza, contro l'avarizia di molti, contro l'inverecondia di molte sorelle, contro la mancanza di desiderio di avere figli presente in taluni, ecc. - la lista è lunga - che proprio costoro seguono. Ma per capire quello che Roberto Bracco insegnava in fatto di verecondia, di modestia, ecc., la cosa migliore è leggere qualche cosa da lui scritta. Uno dei libri dove lui parla contro la moda, l'avarizia presente nella chiesa, è Verità dimenticate e … punti controversi, che vi invito a leggere qui di seguito, cosicché potrete avere un quadro il più completo possibile su certi punti di etica insegnati da Roberto Bracco.

Roberto Bracco

Verità dimenticate e… punti controversi
Introduzione Questo volumetto è dedicato a tutti coloro che fanno della Bibbia l’alimento e la gioia della loro anima. E’ uno scritto senza pretese che si rivolge esclusivamente a quella categoria di credenti che anelano trovare quotidianamente nuova luce e che perciò sono disposti a rinnovare, mediante la lettura, quel dialogo spirituale capace di sviluppare, più che la conoscenza, quello spirito investigativo che è necessario per penetrare nel significato delle scritture.

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Il volumetto non ha un soggetto che lo esaurisca e perciò appare piuttosto come un saggio di letteratura cristiana che potrebbe, nel futuro, essere seguito da scritti analoghi: verità dimenticate e punti controversi esistono in così notevole numero da fornire argomento per opere di mole maggiore e di valore più elevato. La brevità dello scritto e la semplicità degli argomenti potrà giovare alla particolare sfera di lettori ai quali s’indirizza; esso infatti non vuole essere un testo teologico e neanche un trattato di esegetica, ma semplicemente una raccolta di meditazioni cristiane nelle quali, anche i credenti sforniti di qualsiasi preparazione culturale, potranno cogliere il pensiero dell’autore. Dalle colonne del periodico “Risveglio Pentecostale” sono stati già affrontati alcuni dei soggetti del presente volumetto, ma qui vengono presentati in altra forma e, soprattutto, vengono uniti ad altri per affinità di carattere. Questo primo saggio viene pubblicato come un’opera imperfetta ed affrettata, ma anche sotto queste circostanze, lo offriamo ai lettori nella speranza che possa essere usato da Dio come mezzo di benedizione ed edificazione. Faccia parte d’ogni suo bene… Galati 6:7 Nella chiesa cristiana c’è colui che ammaestra e colui che è ammaestrato, cioè il predicatore ed il fedele. Colui che ammaestra è il servo di Dio, il conduttore del popolo, il ministro cristiano, mentre colui che è ammaestrato è un membro della comunità: una pecora del gregge spirituale. Colui che ammaestra e colui che è ammaestrato appartengono a Dio; sono ambedue figliuoli di Dio e perciò sono fra loro “fratelli nel Signore”, però i loro doveri verso Dio sono diversi ed anche i doveri che hanno l’uno verso l’altro non sono uguali. Il predicatore ha il dovere di esercitare il ministero e quindi ha il dovere di applicarsi costantemente “alla parola e alla preghiera” (Fatti 6:4), ed il fedele ha il dovere di ascoltare la parola e di sottomettersi all’autorità del ministro. Il predicatore ha il dovere di curare il ministero e di assolverlo nella guida di Dio, ed il fedele ha il dovere di onorare il ministero e di riconoscerlo e stimarlo in Dio. Il predicatore ha il dovere di porgere al fedele tutto il bene spirituale che è contenuto nell’ammaestramento e nell’esortazione, ed il fedele ha il dovere di porgere al predicatore tutta la propria stima e tutta “l’assistenza materiale” che è necessaria al sostentamento della sua vita. I doveri sono diversi, ma questi doveri si compiono in Dio e, nella fedeltà ad essi, rendono ugualmente graditi davanti a Dio: è gradito il predicatore che inistancabilmente ammaestra il fedele, ed è gradito il fedele che amorevolmente si prende cura del predicatore e lo sovviene nelle sue necessità. L’uno ammaestra, cioè porge i beni spirituali, e l’altro fa parte d’ogni suo bene e cioè offre le sue sostanze materiali (Rom. 15:27; 1 Cor. 9:11). Questo insegnamento cristiano è chiaramente espresso nella Scrittura e ci viene presentato, non come un consiglio che possa essere accettato o possa essere rifiutato, ma come un comandamento di Dio: come colui che ha ricevuto il ministero “ha l’obbligo” di ammaestrare il fedele, così il fedele che gode i frutti del ministero “ha l’obbligo” di far parte dei suoi beni a colui che lo ammaestra. Gesù stesso ha continuamente ricordato questo comandamento attraverso l’esempio della sua vita; egli ha accettato sovvenzioni dalle donne che lo seguivano, egli ha accettato l’invito di coloro che lo volevano ospite nella loro casa (Luca 8:3; Luca 7:36). Soltanto eccezionalmente il Maestro divino ha moltiplicati pani e pesci e ha fatto pescare un pesce con una moneta in bocca; normalmente invece ha accettato mense imbandite, case per riposare, cavalcatura per viaggiare… e nella morte ha anche accettato una sepoltura preparata per altri. Nel mandare i suoi servitori per le contrade della Palestina prima e per il mondo dopo, ha chiaramente detto che dovevano attenersi al piano di Dio e perciò come servitori di Dio si dovevano occupare soltanto del ministero ricevuto ed aspettare che altri si fossero presi cura di loro per le necessità materiali della loro vita (Luca 22:35; Matteo 10:10; Luca 10:7). L’esame delle Scritture ci dimostra che i servitori di Dio si attennero fedelmente a questo “comandamento” perché lo interpretarono non come un consiglio che poteva essere accettato o rifiutato, ma come un ordine che non andava discusso. Le chiese cristiane di questi giorni invece cercano di nascondere questa verità scritturale e quando, qualche rara volta, essa appare in mezzo ad altre verità, cercano di discuterla per poterla rifiutare o modificare. Noi tutti purtroppo conosciamo gli argomenti di queste discussioni, mosse soltanto dall’avarizia e dalla carnalità. Di fronte al comandamento di Dio ogni discussione cade, deve cadere, perché noi non abbiamo nessun diritto di sollevare obiezioni alla legge dell’Eterno; dobbiamo ubbidire e soltanto ubbidire perché questo è il nostro obbligo di credenti. Se il ministro abbandona il sentiero della consacrazione per divenire mercenario o se il ministro volta le spalle alla spiritualità per divenire avaro, deve rispondere a Dio di queste sue infedeltà, ma noi “non abbiamo nessun diritto” di rifiutare quello che siamo “obbligati” a dare, soltanto perché esistono queste probabilità e queste tentazioni sul sentiero cristiano di “colui che ammaestra” cioè del servo del Signore. Quando noi accettiamo questa verità come “comandamento di Dio” ci accorgiamo che tutte le nostre scuse perdono valore e tutte le nostre considerazioni diventano ridicole. Un esempio può aiutare a comprendere questa verità. Supponiamo di avere un servitore alle nostre dipendenze e supponiamo di aver stabilito e contrattato con lui lo stipendio mensile che intendiamo corrispondergli; quando termina il mese di lavoro noi gli paghiamo quello che gli è dovuto senza preoccuparci di sapere come egli spenderà il denaro e senza preoccuparci di sapere se quel denaro lo

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renderà troppo ricco. Noi pensiamo soltanto che “abbiamo un dovere” quello di corrispondere quanto dovuto; l’uso del denaro diventa poi un diritto ed un dovere di colui che l’ha ricevuto. Questo esempio serve soltanto ad imprimere più profondamente il concetto “del dovere” perché se “fare parte di ogni bene a colui che ammaestra” è un comandamento, e noi crediamo fermamente che sia un comandamento, noi dobbiamo eseguire quest’ordine divino senza discutere. D’altronde un servitore di Dio sincero ed onesto non diventerà mai un professionista, un mercenario, ed anche se qualche volta si troverà nell’abbondanza, egli saprà mantenersi fedele in quella condizione come nella condizione opposta (1 Pietro 5:2; Fil. 4:11-12). Non dobbiamo e non possiamo infatti negare anche ad un servo dell’Eterno il diritto di trovarsi qualche volta nell’abbondanza onde possa lodare Iddio per essa e tanto meno possiamo negare ad un servo di Dio il diritto di avere abbastanza per poter operare, come gli altri, il bene; per poter dare, come tutti, il proprio contributo economico alla gloria del Signore. Non dobbiamo pensare a lui come ad uno stipendiato perché con lui non abbiamo un impegno contrattuale, ma non dobbiamo neanche dimenticarci di lui, mentre la Parola e lo Spirito ci indicano il dovere che dobbiamo adempiere e ci chiariscono “anche la misura” del nostro obbligo verso il ministro che ci ammaestra. Questa verità dimenticata non rappresenta soltanto un comandamento trasgredito, ma anche una benedizione respinta. Dare beni materiali a coloro, che nel nome del Signore, ci largiscono beni spirituali, rappresenta infatti una meravigliosa benedizione per l’anima del credente; nel dare c’è gioia, nel dare c’è approvazione da Dio, nel dare c’è la retribuzione di Dio. Il credente che da, che offre al ministro, che assiste il ministro non perde quello che largisce perché lo ritrova moltiplicato nella propria vita, spiritualmente e materialmente. Iddio è fedele ed Egli onora sempre la Sua parola e benedice tutti coloro che rispettano i Suoi comandamenti. Quando infatti l’apostolo Paolo scrisse la sua lettera ai Filippesi, non soltanto non trascurò di ringraziarli per la generosa offerta che gli avevano mandato e non soltanto non trascurò di esprimere tutta la gioia che aveva provata nel ricevere il loro aiuto, ma sentì il dovere cristiano di precisare che la sua gioia non veniva “perché cercava e desiderava presenti e regali, ma perché desiderava che i fedeli portassero molto frutto per il loro bene” (Filippesi 4:17). L’apostolo sapeva bene che nel sottomettersi al “comandamento” di Dio che ordina di aiutare i servitori cristiani, c’è una benedizione gloriosa per il fedele e per la chiesa. Anche nella lettera ai Corinti egli si ferma lungamente a parlare di questa verità ed è obbligato a ricordare ai fedeli di quella chiesa che se durante il tempo che ha svolto un ministerio nel mezzo di loro, non si è fatto sovvenire dai fedeli e dalla chiesa è stato soltanto “per togliere occasione a coloro che cercavano occasione” (2 Cor. 11:12). Chi ha “perduto” in questa circostanza non è stato però Paolo, ma sono stati gli stessi credenti di Corinto ed infatti l’apostolo è costretto a dichiarare chiaramente che in “ogni cosa la chiesa di Corinto è stata come le altre chiese, ma in una cosa è stata inferiore alle altre chiese e cioè è stata inferiore nel ministerio del dare perché non ha sovvenzionato colui che porgeva l’ammaestramento nel nome del Signore…” (2 Cor. 12:13). Quindi “non fare parte dei propri beni” a colui che ammaestra rappresenta una perdita, un regresso, per essere più chiari uno scendere in basso nella vita spirituale. Per progredire, per essere benedetti dobbiamo accettare questo comandamento di Dio senza discutere e dobbiamo metterlo in pratica. L’ubbidienza a questa particolare verità cristiana ci farà compiere un’altra meravigliosa scoperta; la parola di Dio ed il servo di Dio acquisteranno più valore nel nostro cuore. Noi non “pagheremo” mai la parola e non “compenseremo” mai il ministero; infatti questi sono doni di Dio agli uomini; ma quando daremo in maniera pratica l’espressione del nostro affetto, ci sentiremo realmente interessati e maggiormente avvinti, in conseguenza della nostra totale partecipazione. No, non penseremo di aver pagato quello che ci è stato dato perché quello che ci è stato dato, ci è stato dato in dono nel nome del Signore, ma sentiremo almeno di aver dato anche noi un contributo reale all’opera del ministero e di aver espresso in un modo chiaro il nostro consenso cristiano. E mentre la parola ed il ministro acquisteranno maggior valore per noi, anche noi credenti acquisteremo maggior valore per il ministro. E’ necessario comprendere bene questa importantissima dichiarazione: i fedeli sono sempre di grande valore davanti alla coscienza del servo di Dio ed il loro valore non cambia in ragione di quello che danno, che offrono, che largiscono: tutti sono ugualmente pecore del gregge del Signore, ma è anche logico che il predicatore si senta più aperto verso coloro che l’incoraggiano. Quando un servitore di Dio predica la parola e ha davanti a se fedeli distratti o sonnacchiosi, si sente scoraggiato nel suo ministero, quando invece ha una congregazione attenta ed entusiasta che lo ascolta e si riscalda di fronte alla parola che viene predicata, allora si sente incoraggiato e quei fedeli diventano preziosi al suo cuore. Ebbene, quando il servo di Dio vive in mezzo ad una chiesa che oltre a mostrare attenzione durante la predica, oltre a riscaldarsi ed entusiasmarsi nelle riunioni di culto, mostra anche un interesse vero ed affettuoso per “colui che ammaestra nella parola”; quando il servo di Dio, ripetiamo, vede intorno a se questa sollecitudine spirituale e cristiana, si sente incoraggiato per prodigarsi a favore di un popolo prezioso agli occhi di Dio ed anche al suo cuore di servo del Signore. L’ubbidienza a questa verità conduce quindi ad un profondo rapporto di comunione e di amore fra il popolo ed il ministro e fra il ministro ed il popolo, ma non dimentichiamoci che conduce anche a valorizzare fino ai limiti più elevati l’opera del ministero. Oggi, infatti ci sono molti servi dell’Eterno, che sono trascurati dal popolo e perciò sono obbligati ad abbandonare il servizio di Dio per occuparsi di un lavoro profano, che permetta loro di provvedere ai bisogni della famiglia. E’ la stessa tragica situazione dei giorni di Neemia, giorni di prova e di crisi spirituale per il popolo di Dio. (Neemia 13:10).

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Un predicatore occupato completamente in un lavoro profano, non ha il tempo necessario per investigare la Scrittura, per pregare e per darsi totalmente al ministero; stanco, turbato, preoccupato, distratto, egli potrà dare al servizio spirituale le briciole di energia e di serenità che gli rimangono. Questa situazione si riflette sulla chiesa perché la chiesa riceve esattamente quello che il ministro porge, quello che il ministro può dare. Quando invece il servo di Dio viene posto in condizione da offrire tutto il tempo, tutte le energie, tutta la serenità al ministero, la chiesa riceve il beneficio di un servizio pieno, efficace; non saranno più le briciole, i pensieri stentati e turbati spesso dalle preoccupazioni, ma saranno le perle delle dispense divine che il ministro avrà potuto raccogliere nelle ore di studio spirituale e di comunione con Dio. E’ necessario riportare in luce il comandamento divino, la verità trascurata e sottoporre ad esso la nostra vita perché in quest’atto di sottomissione fedele è racchiusa la nostra benedizione. Dobbiamo dare, dare con generosità, dare con convinzione. Non deve essere, naturalmente, l’elemosina del prodigo al mendicante o l’offerta dell’orgoglioso al servo, ma deve essere il contributo affettuoso del membro della famiglia di Dio che è consapevole dei propri diritti e dei propri doveri davanti a Dio. L’offerta deve essere, per quanto è possibile, anonima; la sinistra deve ignorare quel che fa la destra perché l’offerta è fatta a Dio e deve giungere al servitore da parte di Dio. In questo modo nessuno si sentirà umiliato dalla povertà della propria offerta e nessuno si sentirà inorgoglito dall’abbondanza del proprio dono. Anche il ministro si sentirà libero e sereno nella medesima maniera verso tutti. L’offerta deve essere in proporzione “dei nostri beni” perché deve essere una “parte dei nostri beni”. Iddio non ci chiede mai quello che “non” possiamo dare e quindi stabilisce che ognuno dia in proporzione delle proprie sostanze, ma vuole che “ognuno dia” perché “ognuno riceve”. Forse non è opportuno dire quanto bisognerebbe dare perché è soprattutto importante incominciare a dare; certamente coloro che incominceranno a godere le benedizioni del dare si sentiranno sempre più incoraggiati alla fedeltà, dai risultati della loro ubbidienza e diventeranno così aperti e sensibili da discernere in modo preciso la guida dello Spirito Santo anche in questo particolare aspetto della volontà di Dio. Concludiamo col ripetere semplicemente le parole: “Colui che è ammaestrato nella parola faccia parte di ogni suo bene a colui che lo ammaestra”. Il carname e le aquile Matteo 24:28; Luca 17:37 I due versi hanno fra loro una piccola differenza; nell’Evangelo di Matteo leggiamo “ove sarà il carname…”, mentre nell’Evangelo di Luca troviamo scritto “ove sarà il corpo…”. Carname è una parola che esprime chiaramente l’idea del cadavere, mentre corpo può anche riferirsi ad un organismo vivente. In Matteo 14:12 veramente la stessa parola è riferita direttamente ad un cadavere. Crediamo che la frase di Gesù poteva essere un proverbio della Palestina ben conosciuto dai discepoli, come crediamo che l’immagine che sorge da queste parole può essere soltanto una: “Un campo di battaglia dopo il combattimento”. E’ cessato il rumore, le grida, l’incrociar delle armi, ed è rimasto soltanto lo spettacolo orrendo di sangue, corpi morti, membra sparse. Intorno a quell’orribile tavola di morte incominciano a stringersi le fiere della terra ed i rapaci del cielo: è il giudizio finale, la fine terribile di quei corpi di combattenti caduti nel fango. Quest’immagine sembra essere la risposta alla domanda dei discepoli che quasi terrorizzati dalle parole del Maestro chiedono: “Dove, Signore?”. Essi desiderano conoscere la località nella quale si manifesteranno i giudizi divini e Gesù con la risposta proverbiale asserisce che non in un posto stabilito geograficamente, bensì in un luogo delimitato dalle condizioni morali e spirituali piomberanno gli strumenti della distruzione. Non qui o lì, non in questa città o in un’altra città, ma dove ci sarà il carname, i corpi dei vinti, degli uccisi; dove ci sarà la morte, la putrefazione, il sangue, lì si raduneranno le aquile o, come hanno tradotto altri, forse più giustamente, gli avvoltoi. Non sembra possibile fare un’applicazione diversa da quella del “giudizio” e non sembra possibile vedere nelle aquile o negli avvoltoi una figura diversa di quella degli strumenti dell’ira divina come appare anche in Osea 8:1 e Proverbi 30:17. Gesù aveva detto: “…se quei giorni non fossero abbreviati niuna carne scamperebbe…”, quindi aveva già suggerita l’idea del “carname in disfacimento, in putrefazione” e perciò la frase conclusiva appare come una chiusura logica di quello che è stato detto precedentemente. D’altronde se, come crediamo, la frase del Maestro era soltanto una citazione di un proverbio popolare, quale altro significato poteva avere sulla bocca degli israeliti? Voler vedere nel “carname” o nel “corpo” la figura di Cristo o la figura della chiesa o la figura dello Spirito Santo, come alcuni hanno affermato, e voler vedere nelle aquile i “credenti” che si raccolgono intorno all’oggetto del richiamo, significa soprattutto dare un significato che non poteva essere espresso dal proverbio popolare e perciò noi crediamo che le parole di Gesù vogliono soltanto riferirsi alla manifestazione finale del giudizio divino che sarà attuato sopra quelle persone e sopra quei luoghi, vinti dalla morte e dalla putrefazione conseguenti al peccato (Apoc. 20:10,15; Matteo 13:30; Matteo 22:13). Cristo infatti ha illustrato i giudizi che piomberanno sopra gli uomini, non sopra tutti gli uomini, ma sopra quelli che hanno rifiutato Iddio, che si sono ribellati all’amore e alla misericordia di Dio. I giudizi si manifesteranno in maniera

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distruttiva, potremmo dire vorace, fino a consumare tutti gli increduli e tutti i superbi proprio come gli avvoltoi consumano il carname con i loro rostri e i loro artigli. I discepoli vogliono sapere dove si manifesteranno queste scene terrificanti di distruzione ed il Maestro con la sua risposta chiarisce che il giudizio ha un carattere universale, come anche la salvezza ha un carattere che la pone fuori del limite delle nazioni e dei popoli. Verecondia e modestia 1 Tim. 2:9 Questo preciso insegnamento evangelico viene dato particolarmente alle donne cristiane; non dobbiamo pensare naturalmente che gli uomini non abbiano bisogno di questa lezione, ma dobbiamo semplicemente riconoscere che soprattutto le donne si trovano in una condizione che le espone a maggior tentazione per quanto riguarda l’esercizio della verecondia e della modestia. Tutti sappiamo infatti che la tendenza naturale della donna è quella di rendersi attraente, piacevole e tutti sappiamo anche che spesso questa tendenza conduce la donna ad oltrepassare i limiti della verecondia e della modestia. Nel mondo ormai la donna ha raggiunto il traguardo dello scandalo, e l’esposizione invereconda delle nudità femminili è cosa che si può incontrare e vedere non soltanto sulle spiagge, ma anche nelle pubbliche vie e nei locali mondani. La immodestia poi, è considerata la manifestazione più normale e più lecita, delle aspirazioni femminili e tutte trovano naturale adornarsi di gioielli o di abiti che rappresentano lo sperpero più peccaminoso o più vano del denaro che hanno, e qualche volta anche del denaro che non hanno. Purtroppo però il “mondo” è anche entrato nella chiesa ed oggi son pochi quei credenti che danno ancora importanza a questa precisa norma della parola di Dio. Non vogliamo dire che nelle chiese si incontrano le medesime manifestazioni d’inverecondia e di immodestia che esistono nel mondo, però possiamo affermare che i cristiani hanno presa la strada larga che conduce a quella tragica condizione. La chiesa di oggi non è più la chiesa di ieri, e le cristiane di oggi sono completamente diverse da quelle del passato; la differenza è costituita proprio dal fatto che ieri la chiesa viveva in mezzo al mondo, ma separata dal mondo, mentre oggi il mondo vive in mezzo alla chiesa e spesso confuso con la chiesa. Qualche volta, in parte si distingue ancora quello che è il mondo e quella che è chiesa, ma il cammino dei cristiani è avviato verso una condizione che annullerà ogni “distinzione” e fra non molto, (se prima non verrà un risveglio a far risorgere la chiesa) non si potrà più notare dove finisce il mondo ed incomincia la chiesa o dove finisce la chiesa ed incomincia il mondo. Le gonne che si accorciano, le maniche che scompaiono, le scollature che si allargano e si allungano, le aderenze che si accentuano, gli articoli di moda che moltiplicano e diventano più preziosi…sono tutti piccoli passi verso una comunione col mondo e quindi verso una condizione d’inverecondia e immodestia. Non è difficile infatti trovare nel seno delle chiese, cioè fra le donne cristiane, i primi audaci tagli delle chiome femminili, le prime ardite arricciature, le prime ciprie colorate, i primi cosmetici, i primi trucchi, i primi bracciali d’oro, le prime spille preziose, i primi anelli risplendenti…Sono i primi, ma non saranno gli ultimi! Quando le nostre madri spirituali accettarono il messaggio della salvezza, accettarono anche la regola della verecondia e della modestia. Forse ebbero opportunità di udire un solo sermone su questo argomento, ma lo Spirito di Dio inondò la loro coscienza e fece chiaramente comprendere che ormai dovevano vivere per piacere a Colui che le aveva chiamate. Per loro non significava avvilirsi, rendersi ridicole, ma significava uniformarsi alla testimonianza cristiana delle serventi del Signore di ogni secolo. Non si curarono più del mondo e della moda, e non sentirono più il bisogno di rendersi attraenti nel senso umano della parola: indossare degli abiti verecondi fino alla rigidezza, rinunciare all’ornamento dei monili e dei gioielli non apparve come un sacrificio pesante e insostenibile, ma come un atto cristiano, normale, logico e quindi come un atto cristiano che poteva essere compiuto gioiosamente. Per comprendere bene questo comandamento evangelico è necessario considerarlo nei diversi particolari; esaminiamoli brevemente nelle righe che seguono. Noi crediamo che una figliuola di Dio deve vivere come figliuola di Dio dentro la chiesa e fuori della chiesa; cioè deve vivere nella medesima maniera sia quando è occupata nelle sue attività lavorative e familiari, e sia quando si presenta davanti a Dio nelle riunioni di culto. Ebbene, se nella sua vita non deve esistere un duplice cristianesimo, ella deve avere una regola sola per tutte le azioni della sua vita e quindi anche per il vestire. Essere vereconda in chiesa e invereconda fuori della chiesa, od essere modesta nelle riunioni di culto, ed immodesta nella sua vita privata significherebbe avere due regole di vita diverse e queste due regole diverse sarebbero semplicemente la manifestazione di un cristianesimo vissuto a metà oppure di un cristianesimo falso ed ipocrita. Quindi se la donna cristiana vive il cristianesimo in maniera sincera, non segue due regole, ma vive fuori della chiesa esattamente nello stesso modo come vive nel seno della chiesa; anche per il vestire segue una norma sola, quella ispirata dal timore di Dio. Non è neanche necessario soffermarsi a dire che nella chiesa, cioè nella presenza di Dio, durante le riunioni di culto, è doveroso seguire una regola di dignità e di ordine, ma è riprovevole qualsiasi manifestazione d’inverecondia e immodestia. La casa del Signore non può, non deve mai essere confusa con un luogo nel quale si acceda per dare spettacolo della propria eleganza o della propria ricchezza.

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Così si esprimeva nell’antichità un grande servitore di Dio: “Tu vieni verso Dio per pregarlo e sei coperta di ornamenti d’oro! Vieni forse al ballo per danzarvi? Vieni per celebrare una festa nuziale e farti ammirare?… E poi continua: Vieni per pregare e supplicare per i tuoi peccati…Perché tanta bardatura? Non sono questi gli abiti d’una supplicante. Come puoi gemere? E poi conclude severamente: “Non si burla Iddio!”. Davanti a Dio non è lecita l’inverecondia e non è lecita l’immodestia e poiché una donna cristiana deve vivere “sempre davanti a Dio” e deve avere una medesima regola ovunque compia le sue azioni, non può di conseguenza procedere dentro la chiesa in un modo e in un altro modo quando si trova fuori e lontana dalla chiesa; non può seguire due norme e vestire santamente e cristianamente quando frequenta l’ambiente cristiano, e vestire in maniera sfarzosa ed invereconda quando si trova mescolata al mondo: cioè cristiana con i cristiani e mondana con i mondani. Un grande evangelista americano ripeteva frequentemente, nelle riunioni riservate esclusivamente alle donne cristiane: - Voi potete far aprire o chiudere le porte dell’inferno. C’è ancora un’altra ragione che afferma la necessità della verecondia ed è una ragione non meno importante della precedente che abbiamo già esposta: la donna cristiana non deve essere mai un motivo di tentazione se non vuol divenire collaboratrice dell’inferno. Tutti sappiamo purtroppo che le mille arti della moda servono soprattutto a rendere la donna piacevole, attraente, cioè servono ad eccitare i desideri insani degli uomini; la gonna che termina ad un certo punto o quella che stringe in una certa maniera; la scollatura che apre indiscretamente le nudità, od il farsetto che accentua le forme, sono tutte cose che servono ad alimentare la concupiscenza… Nel mondo è lecito seguire l’arte della moda, anzi non seguirla rappresenta rinunciare alla “lotta” della concorrenza che ha tanto valore per le fanciulle che aspirano al matrimonio, quanto per le coniugate che aspirano a rimanere belle ed attraenti per non perdere terreno nella battaglia della vita. Non dobbiamo meravigliarci che questa lotta si svolge con le armi del peccato perché nel mondo tutto, generalmente, incomincia e termina con il peccato. La donna cristiana, invece, fanciulla o coniugata, non deve essere uno strumento dell’inferno e non deve provocare una concupiscenza peccaminosa, ma deve offrire il sano spettacolo del pudore, della verecondia, della modestia. La sua lotta non è e non deve essere carnale, ma spirituale e perciò ella non si deve unire alle donne che non conoscono Iddio per competere con loro e cercare unita a loro, di conquistare posizioni umane, di rendersi piacevole, interessante. No! deve soltanto desiderare di rendere una testimonianza luminosa della propria fede alla gloria di Dio. La modestia poi, ha ancora un altro motivo cristiano che la sostiene: il motivo economico. Una figliuola di Dio non è libera di impiegare il proprio denaro come vuole, e quando vuole ma deve amministrarlo nel timore e nella volontà di Dio. Abiti sontuosi, pellicce costose, stoffe pregiate, guarnizioni ricercate rappresentano spese che non vanno soltanto contro la modestia, ma anche contro l’amore. Abiti per tutti i giorni, per tutte le occasioni, per tutti i gusti, vestiti che riempiono i guardaroba fino all’ultimo spazio, che si pigiano nei ripostigli, tutto questo è contro ogni norma dell’Evangelo; la donna cristiana, come l’uomo cristiano, è stata salvata perché viva per il cielo, e perciò è stata salvata per uniformare la propria vita a quella legge che insegna ad offrire la mente, il cuore, l’energia, il denaro per il lavoro di Dio che è poi il lavoro a favore degli uomini. Quando la donna cristiana invece di vivere “alla gloria di Dio” si preoccupa soltanto di “vestire porpora e bisso e godere splendidamente” come il ricco epulone descritto dall’evangelista Luca, diviene infedele di fronte a Colui che l’ha chiamata. L’Evangelo c’insegna che le pie donne che seguivano Gesù lo sovvenivano con le loro sostanze (Luca 8:3); Maria versò sopra il Maestro l’anfora di olio odorifero che forse teneva in serbo per il giorno delle sue nozze (Giov. 12:3); le Marie comprarono degli aromi per onorare il Signore morto ed imbalsamare il suo corpo (Marco 16:1). Queste donne dimostrarono praticamente il loro sincero amore per Gesù e non soltanto offrirono “qualche cosa”, ma rinunciarono “a qualche cosa”. Un’offerta non è mai una vera offerta se non costa una rinuncia e la legge divina insegna ad offrire e a rinunciare. Rinunciare alla moda, rinunciare all’eleganza, sfarzosa, rinunciare all’abbondanza, rinunciare…alla vanità vuol dire poter offrire alla chiesa, poter offrire alle missioni, poter offrire ai servitori di Dio, poter offrire ai poveri, cioè poter offrire a Dio stesso. Oggi però sono poche le donne cristiane che prima di appagare il proprio capriccio si chiedono se la somma occorrente per un vestito superfluo “potrebbe servire al Signore”, (Matteo 21:3); sono poche coloro che sono disposte ad essere modeste anche se le altre non lo sono. Tutte o quasi tutte si sentono libere di spendere il denaro come vogliono e, naturalmente, cercano di spenderlo in maniera da fare la più splendida figura, in maniera da non “esser da meno delle altre”. E’ una corsa sfrenata verso lo sperpero inutile, verso le spese disordinate; una corsa che serve soltanto ad appagare i sentimenti della vanità umana e a soffocare il dovere verso Iddio e verso l’opera di Dio. La verecondia, la modestia non esistono più e quando qualche predicatore le ricorda con nostalgia si sente rispondere che forse quelle virtù erano eccellenti nel passato, ma sono divenute inutili al presente; volerle seguire significherebbe, affermano le fanciulle frivole d’oggi, dimostrare un fanatismo bigotto e ridicolo. Non dobbiamo essere diverse dalle altre, non dobbiamo farci criticare dal mondo, non dobbiamo apparire brutte, quindi seguiamo la moda, vestiamoci bene e cerchiamo, anche con la nostra eleganza, di combattere la nostra battaglia fuori della chiesa e dentro la chiesa. Queste parole molte volte non vengono dette, ma vengono pensate, altre volte invece fanno proprio parte delle conversazioni delle donne cristiane d’oggi.

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“Verecondia e modestia” quindi entra fra quegli argomenti dimenticati che non si predicano e non si praticano più; eppure le sante donne di Dio anche oggi, come ieri, sono chiamate a vestirsi come “donne che fanno professione di servire a Dio” (1 Pietro 3:5); lontane dalle seduzioni della moda e dalle tentazioni dell’inferno, devono indossare abiti che non siano mai una provocazione e devono essere modeste fino al punto di rifiutare ogni contributo alla vanità. Sante interiormente ed esteriormente, illibate nei sentimenti e nella testimonianza cristiana, le fanciulle e le donne attempate devono sentire un solo desiderio: quello di rendersi piacevoli ed approvate davanti a Dio. Forse il mondo potrà giudicarle poco eleganti o poco interessanti, ma non potrà mai condannarle per trasgressione alla legge divina. Le pie donne che eleggeranno la regola dell’Evangelo riusciranno, oltre tutto, a strappare anche il loro denaro alle voglie dell’inferno, per consacrarlo devotamente alla causa di Dio e per la gloria di Dio.

Se hanno fatto queste cose al legno verde… Luca 23:31 Questo verso dell’Evangelo di Luca non dovrebbe essere incluso fra i punti controversi della scrittura perché non ha in se nulla di misterioso e nulla di equivoco, ma invece siamo costretti a considerarlo d’incerta interpretazione a causa dell’uso errato che si è fatto e si fa di esso. Generalmente infatti circola nelle chiese sotto forma proverbiale per esprimere un concetto che può essere reso con le seguenti parole: “Gesù era il legno verde, noi suoi discepoli siamo il legno secco perché siamo venuti dopo lui e quindi abbiamo attraversato l’azione del tempo. Gesù è stato perseguitato, imprigionato, condannato, oltraggiato quando l’inferno ed il mondo non erano ancora organizzati completamente contro il cristianesimo. Noi che siamo venuti dopo siamo “fatalmente destinati” a subire l’ira organizzata del mondo e dell’inferno in una maniera ancora più dura e più pesante di quella subita dal Maestro. In conclusione: “Quello che hanno fatto a Lui lo faranno “in misura maggiore” a noi credenti, a noi suoi discepoli”. Noi non siamo d’accordo con questa interpretazione che, d’altronde, è in contrasto con il contesto, cioè con il passo dell’Evangelo nel quale il versetto è contenuto; quindi sosteniamo quella che è l’interpretazione più comune e più logica. L’evangelista Luca descrive in questo capitolo il tragico episodio che precede la crocifissione: Gesù sulla via del Golgota. E’ un corteo doloroso quello che si snoda per la strada che da Gerusalemme sale fino alla collina del teschio; non c’è soltanto il mite Agnello di Dio sanguinante ed esausto dopo la notte insonne e dopo la flagellazione crudele, non ci sono soltanto i due condannati, che sono stati aggiunti per compiere una sola esecuzione, non ci sono soltanto i sacerdoti soddisfatti e i soldati, forse eccitati dal particolare servizio, ma c’è anche una folla, una “moltitudine di popolo” che è uscita dalla città per assistere al triste spettacolo. Nel mezzo di questa folla l’elemento femminile è largamente rappresentato e fa notare la propria presenza a causa di quell’emotività che è propria delle donne in generale e delle donne orientali in particolare. Le “donne”, è scritto, facevano cordoglio e lo lamentavano. Possiamo domandarci: Chi erano queste donne? Queste “figliuole di Gerusalemme” come le chiama Gesù nel suo breve discorso? E’ logico che siano le donne di quella medesima popolazione che ha gridato: “Sia crocifisso, sia crocifisso”. Le donne di quella città sopra la quale Gesù ha pianto; di quella città che non ha riconosciuto e ha respinto la visitazione di Dio. In quella circostanza il Maestro aveva detto: - Ti sopraggiungeranno giorni, nei quali i tuoi nemici ti faranno degli argini attorno e ti circonderanno e ti assedieranno d’ogni intorno. E atterreranno te e i tuoi figliuoli dentro di te; e non lasceranno in te pietra sopra pietra…”. Luca 19:41. Esse non hanno accettato il Redentore ed ora piangono; sono state pronte ad esaltarlo e sono state pronte a rinnegarlo; hanno forse desiderato averlo re sopra loro, e altrettanto fortemente hanno desiderato vederlo condannato. Si sono lasciate entusiasmare dalle parole di Gesù e poi si sono lasciate influenzare e convincere dalle parole dei sacerdoti e degli anziani che volevano la morte di Gesù. (Matteo 27:20). In quel pianto c’è soltanto emotività superficiale che Gesù non può raccogliere come un omaggio sincero di amore e di fede. Le parole del Maestro quindi si rivolgono non ai discepoli, non ai credenti, ma alle donne di quella città sanguinaria che “uccideva i profeti e lapidava i messaggeri di Dio…” (Matteo 23:37). “Piangete per voi e per i vostri figliuoli” perché voi, proprio voi, sembra quasi dire Gesù, avete chiesto che il mio sangue “ricadesse sopra voi e sopra i vostri figliuoli” (Matteo 27:25). Piangete per voi perché se il legno verde è stato bruciato, non potrà essere risparmiato il legno secco. Forse è utile ricordare che nel linguaggio figurativo degli israeliti il legno verde era il simbolo del “giusto” di colui che ha vita, che porta frutto, che non è adatto per il fuoco, mentre il legno secco era la figura dell’empio, di colui cioè che non ha più vita, che non porta frutto e che è riservato “soltanto” al fuoco (Ezech. 21:3,8; Matteo 3:10; Giov. 15:6). Se il giusto Agnello di Dio a causa dei peccati commessi dal mondo, ha subito il peso di una condanna e di una morte crudele ed ignominiosa, che cosa verrà su quella nazione, su quella città che dopo averlo rifiutato come Messia, dopo averlo respinto come Salvatore, lo ha condannato come eretico e lo ha ucciso come micidiale?

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Gerusalemme appare sotto il peso di tutti i peccati della sua storia, di tutte le infedeltà e le ribellioni consumate contro a Dio e davanti a Dio e, aggiunto a questi, appare sotto il peso schiacciante del peccato terribile commesso nel condannare e nell’uccidere il Santo. (Matteo 23:35). L’ira che si è accumulata sopra Gerusalemme ha raggiunto proporzioni terrificanti e Gesù parla dell’immane uragano che si sta per scatenare sopra quel popolo; le sue parole sono terribilmente chiare: “…i giorni vengono che altri dirà: Beate le sterili; e beati i corpi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno lattato. Allora prenderanno a dire ai monti: Cadeteci addosso; ed ai colli: Copriteci…”. (Luca 23:29-30). Chi ha letto le descrizioni storiche dell’atroce e lungo assedio di Gerusalemme e, soprattutto, chi si è fermato a considerare la capitolazione di quella città di fronte agli eserciti di Tito nell’anno 70, non può fare a meno, di fronte alle terribili descrizioni di miseria, fame, sangue, crudeltà ed orrori, di ricordare le profezie di Gesù ed il suo breve discorso alle figliuole di Gerusalemme. Il male produce sempre e inevitabilmente conseguenze della stessa natura e se qualche volta avviene, perché i misteriosi piani divini siano adempiuti, che queste conseguenze colpiscano anche coloro che non hanno prodotto o provocato il male, più comunemente e più naturalmente avviene che le conseguenze, in tutta la loro potente e dolorosa manifestazione, ricadano sopra coloro che sono stati autori diretti del male. Perciò Gesù non voleva parlare della futura condizione della chiesa e della sorte riservata ai discepoli, ma voleva soltanto sottolineare la tragica condizione che attendeva Gerusalemme, la città ribelle. Le figliuole di Gerusalemme non avevano ormai molta ragione per piangere di lui che era giunto al termine del suo ministero glorioso, ma avevano mille motivi per piangere per loro stesse e per le loro famiglie che stavano per essere colpite dalla più terribile bufera della loro storia. Con la spiegazione di questo verso non abbiamo voluto negare che la chiesa cristiana deve essere perseguitata. Gesù stesso ha detto: “Se il mondo vi odia, sappiate, che egli mi ha odiato prima di voi…se hanno perseguito me, perseguiteranno ancora voi…” (Giov. 15:18, 20). Però vogliamo ribadire il concetto che ogni verità cristiana deve essere illustrata con il verso o con i versi che parlano di essa perché quando noi vogliamo illustrarla e sostenerla con uno o più passi della scrittura che esprimono un argomento diverso, commettiamo un duplice errore: alteriamo il senso della parola di Dio e respingiamo l’insegnamento che è realmente contenuto nei versi della Bibbia; perciò dobbiamo cercare diligentemente il significato di ogni verso affinché tutta la Bibbia possa parlare un linguaggio comprensibile alla nostra mente e al nostro cuore. Pasti di carità Giuda 12 Una delle più belle manifestazioni della vita cristiana, nella chiesa primitiva, era quella della comunione fraterna e dell’intimità familiare. Sin dai primi giorni della chiesa i credenti cercarono di vivere realmente come una famiglia sola per realizzare quell’intimità e quell’amore che si trovano soltanto nell’esercizio della vera comunione fraterna. Probabilmente in alcuni casi oltrepassarono i limiti della guida di Dio, ma in linea generale riuscirono a vivere un cristianesimo nel quale l’amore era posto veramente al centro di ogni attività e di ogni sentimento. In quell’atmosfera di entusiasmo caldo e sincero e di amore puro e profondo furono istituiti i “pasti di carità”, pratica cristiana ricca di benedizioni e apportatrice di esperienze salutari. L’origine dei “pasti di carità” fu delle più semplici e delle più logiche: i discepoli insegnarono ai nuovi convertiti quelle abitudini che Gesù aveva insegnato loro. Per questo unico motivo i primi cristiani si trovarono, come familiari nella grazia, a “prendere il loro cibo assieme, con letizia e semplicità di cuore” (Atti 2:46). Nello stesso modo che Gesù aveva raccolto i suoi in una sola famiglia ed aveva vissuto con loro nell’intimità e nell’amore (Giov. 13:1) così i discepoli raccolsero i primi fedeli nei vincoli di una comunione tutta calore e tutta affetto. In Palestina, come d’altronde in ogni nazione, il pasto in comune rappresenta uno degli atti più intimi ed affettuosi ed era logico quindi che i cristiani cercassero in esso quell’appagamento spirituale suggerito o ispirato dall’opera di Dio nella loro vita. Dalla descrizione del libro degli Atti possiamo dedurre che i primi pasti di carità appartenevano all’iniziativa privata; erano tenuti cioè in conseguenza del fatto che alcuni fedeli invitavano altri fedeli nelle proprie case e attraverso un continuo scambio di visite finivano per stare assieme in tutte quelle ore che le famiglie si trovavano raccolte e perciò finivano per stare assieme anche quando si consumavano i pasti. In seguito però con lo sviluppo della chiesa e con l’organizzazione della vita e dell’attività comunitaria anche i “pasti di carità” passarono sotto il controllo e l’iniziativa della chiesa stessa. Sembra che i primi pasti di carità furono organizzati dalla chiesa e sovvenzionati dalla chiesa esclusivamente per assistere i poveri e le vedove (Atti 6). Non possiamo escludere però che anche i fedeli di diversa condizione sociale, cioè i fedeli che non si trovavano in stato di povertà partecipassero a queste mense cristiane per godere comunione spirituale ed intimità fraterna. Comunque, negli anni seguenti, i “pasti di carità” entrano a far parte non soltanto della vita cristiana, ma anche del culto cristiano. La chiesa organizza “pasti in comune” perché questi offrono la possibilità di stringere i credenti nei vincoli d’una familiarità autentica e perché attraverso questi il nome del Signore viene esaltato e glorificato. Anzi, ricordando che

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il Signor Gesù istituì la Santa Cena trovandosi con i suoi intorno ad una tavola, la chiesa pensa di inserire la celebrazione della Cena del Signore nell’esercizio dei pasti di carità e così, dopo un pasto in comune e alla fine di questo i credenti suggellavano la loro gioia e la loro comunione passando dall’uno all’altro il “calice del Signore” ed il “pane che rammemorava il sacrificio del Signore”. Possiamo immaginare quale gloriosa benedizione e quale profonda esperienza spirituale scaturivano da una famiglia di credenti riuniti intorno ad una tavola nell’intimità di un pasto in comune, quando il loro scopo non era tanto quello di soddisfare i propri bisogni fisici, quanto quello di lodare Iddio e di prepararsi per partecipare alla Cena del Signore. Ebbene, la chiesa, consapevole di questa benedizione e di questa esperienza, dava a questa pratica cristiana la propria attenzione e la propria cura. Il metodo usato dalla chiesa per organizzare questi pasti era il metodo della vera comunione fraterna. Veniva scelto un luogo adatto ad ospitare tutti i fedeli e questo luogo diventava in conseguenza della scelta “la casa del Signore”. Qui, ad un’ora precedentemente stabilita, si raccoglievano tutti i credenti per mangiare assieme; ogni fedele, (od ogni famiglia), portava il necessario per il pasto, e tutto veniva messo sulla tavola per uso comune. Dopo la preghiera, con la quale si rendevano grazie e lodi a Dio per la Sua Provvidenza, s’iniziava il pasto che si effettuava con l’unione e la distribuzione delle vivande; i ricchi ed i poveri potevano godere in uguale misura della benedizione della mensa perché ormai non c’era più il cibo dell’uno o dell’altro, ma c’era il cibo di tutti. Al termine del pasto e quando l’atmosfera era più calda per una comunione profondamente intima e, soprattutto, altamente spirituale, si concludeva la riunione con la celebrazione della Santa Cena. Quest’atto di culto sembrava ricordare in maniera solenne che Colui che ha salvato la chiesa vive con la chiesa e ritorna per la chiesa; per una chiesa però che è veramente chiesa e che perciò vive congiunta nell’amore e nella comunione. Naturalmente anche nella pratica dei “pasti di carità” c’erano imperfezioni e infedeltà. La più grande forse era costituita dall’immancabile presenza di falsi cristiani che si univano alla chiesa al solo scopo di banchettare (Giuda 12; 2 Pietro 2:13) e di godere del loro inganno. Un altro frequente inconveniente era costituito dalla presenza di “veri cristiani” colpevoli però di colpe delle quali non si erano pentiti e che erano perciò, a causa della loro vita immorale, motivo di turbamento alla comunione fraterna (1 Cor. 5:11). Ma il male che certamente contribuì di più a far scomparire questa meravigliosa pratica cristiana insegnata dal Maestro stesso col vivo esempio della sua vita, fu quello della profanazione. I pasti di carità in molte chiese si trasformarono da conviti spirituali in banchetti carnali. I credenti, persa di vista la finalità cristiana dei pasti in comune, incominciarono a vedere in essi soltanto una occasione di godimento terreno e di soddisfazione sociale. Paolo nella sua prima epistola ai Corinti descrive questa tragica situazione e ci parla di questi cristiani superficiali che si recavano alla casa del Signore soltanto per mangiare e per inebriarsi. Essi mangiavano ancora uniti ad una medesima tavola, ma senza godere più comunione cristiana ed infatti coloro che giungevano primi iniziavano il pasto senza aspettare gli altri, ed i ricchi non dividevano più con i poveri; l'intimità e la familiarità erano soltanto apparenti ed il significato spirituale del pasto di carità era irrimediabilmente compromesso. Probabilmente da questi inconvenienti incominciò a sorgere l’idea di sospendere i pasti di carità, come forse dai disordini esistenti nelle riunioni di culto, nell’amministrazione dei doni dello Spirito, incominciò a sorgere l’idea di reprimere le manifestazioni divine. E così una gloriosa pratica cristiana fu posta nell’ombra e nell’oblìo ed una benedizione celeste fu rubata alla chiesa. Ma se è vero che il nostro vivo desiderio è quello di tornare alla verità, a tutta la verità, deve essere nostro proposito tornare anche a questa pratica spirituale che se è stata insegnata dal Signore ed è stata seguita dalla chiesa apostolica, deve essere accettata anche da noi perché possa tornare ad essere benedizione per noi. Non è difficile servirsi delle scarne notizie della scrittura per ripristinare questa pratica spirituale: in ogni località è possibile disporre di un locale adatto per raccogliere i fedeli; in ogni località è possibile preparare nelle proprie case le vivande necessarie per concorrere alla mensa comune. Una volta al mese, o anche più frequentemente, la chiesa può indire, in un giorno festivo, un pasto in comune che abbia lo scopo preciso di stringere i fedeli nell’intimità di una comunione e di una familiarità che si può realizzare soltanto nelle circostanze offerte da un banchetto squisitamente spirituale. Non è difficile mantenere l’incontro sopra un livello elevato e puro: è necessario soltanto che gli anziani della chiesa assumano il controllo della suggestiva riunione per guidarla in armonia alla volontà dello Spirito. Non devono mancare cantici, preghiere, conversazione cristiana, esortazioni, insegnamenti e tutto questo può anche concludersi con la celebrazione della Santa Cena presieduta e diretta dall’angelo della chiesa. Trovarsi come figliuoli di Dio, fratelli nel Signore, uniti nella più simpatica delle intimità conduce immancabilmente alla realizzazione di quella comunione che è garanzia certa di benedizione celeste. Purtroppo, invece, non soltanto i pasti di carità sono stati dimenticati ed aboliti, ma la comunione e l’intimità dei cristiani tende, in questa generazione, ad affievolirsi sempre più accentuatamente e sembra quasi che la conclusione dei rapporti fraterni debba essere in un domani, non lontano, quello della più profonda apatia; estranei e sconosciuti l’uno all’altro potremo giungere ad una separazione egoistica che ucciderà definitivamente l’organicità e l’unità del popolo cristiano.

Sarà salvata partorendo figliuoli 1 Tim. 2:15 Questo è uno di quei tanti versi della scrittura che viene usato più per accendere discussioni che non per ricevere ammaestramento cristiano. Eppure Iddio non ci ha dato nessuna parte della sua parola per farne motivo di oziose di-

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scussioni perché “tutta la scrittura è utile per insegnare e correggere…affinché l'uomo di Dio sia intero…” (2 Tim. 3:16-17). In questo verso è contenuta una lezione cristiana che è necessario ricevere con umiltà e fede. Bisogna dire, naturalmente, che questa lezione non è per tutti e neanche per tutte, ma esclusivamente “per le donne coniugate”. Ma procediamo per ordine e meditiamo attentamente questo verso tanto discusso. Dobbiamo iniziare l'esame dal verso 12 che inizia con le parole: “Io non permetto alle donne d'insegnare, né di usare autorità sopra il marito…”. Da queste parole l’apostolo inizia il suo ragionamento esortativo col quale ordina la sottomissione della moglie al marito ed il verso che noi esaminiamo rappresenta esattamente la conclusione del suo insegnamento e della sua esortazione. Paolo quindi, come abbiamo già detto, non si rivolge a tutte le donne, ma scrive soltanto a quelle che hanno il ministero di moglie e di madre; la lezione che egli espone ha lo scopo altissimo di far conoscere i doveri cristiani della più intima vita coniugale. Se l’esame accurato del passo nel quale si trova il verso ci fa chiaramente comprendere che l’apostolo vuol dare un insegnamento spirituale alla donna cristiana maritata, possiamo concludere che egli non vuole affatto affermare, come alcuni hanno pensato, che la salvezza della donna derivi dalla sua fecondità. Per Paolo la salvezza deriva esclusivamente dalla grazia di Dio e quindi le donne cristiane sono gradite al Signore indipendentemente dal loro stato civile; nubili o maritate, con figliuoli o senza figliuoli, tutte sono salvate per quella “grazia” che viene conservata dall’ubbidienza, dalla fede e dalla sottomissione. Anzi, altrove l’apostolo giunge fino ad affermare che la posizione della donna nubile è una posizione privilegiata nella vita cristiana (1 Cor. 7:38). Paolo, ripetiamo, non vuole parlare della superiorità delle donne che hanno figliuoli su quelle che non hanno figliuoli, ma vuole impartire una preziosa lezione cristiana. La donna deve imparare la lezione per compiere quello che il suo dovere di moglie e di madre cristiana le impone. Non soltanto, come dice Paolo, deve vestire onestamente con modestia e verecondia e non soltanto deve essere umile e soggetta al proprio marito, ma deve anche accettare con sottomissione e gioia il suo nobile e duro compito di madre. Deve! E’ una cosa che appartiene a lei, una cosa nella quale non può mancare la “sua volontà”. E’ necessario insistere su questo concetto perché il verso di Paolo sia rettamente interpretato: non ci troviamo di fronte ad una circostanza che può verificarsi e può non verificarsi indipendentemente dalla volontà della donna, ma ci troviamo di fronte ad un’azione che può essere compiuta liberamente come atto di fedeltà cristiana. Alcuni invece hanno pensato che l’apostolo abbia voluto affermare che i meriti di una donna possono essere misurati dal numero dei figliuoli e quindi quelle mogli alle quali la natura ha negato la gioia della maternità, non hanno meriti davanti a Dio. Paolo non voleva dire questo e noi pensiamo infatti che un credente non ha mai meriti da presentare a Dio, ma se per meriti intendiamo ubbidienza e fedeltà, è chiaro che una donna feconda, non ha nulla di più, dal punto di vista cristiano, di una donna infeconda o di una donna nubile. Ripetiamo: questo verso di Paolo non vuole stabilire una differenza spirituale sulla base di una differenza fisica, ma vuole semplicemente porgere un insegnamento, che, al pari degli insegnamenti dati prima, fa appello alla volontà, alla sottomissione e all’ubbidienza della donna maritata. Il primo punto di questa lezione riguarda l’accettazione della maternità; la donna deve essere pronta a divenire madre, deve essere pronta ad accettare questo dovere in sottomissione alla volontà di Dio. Con questa accettazione la donna maritata riconosce umilmente anche la volontà e la decisione del proprio marito che è stato costituito “capo della sua vita”. Un autore cristiano scriveva recentemente che la prolificazione deve essere decisa dalla donna e che nessun marito ha il diritto di rendere madre una moglie che non desidera divenire madre. Noi non vogliamo affermare che il marito possa essere un violento ed un prepotente sopra la moglie e tanto meno vogliamo sostenere che la prolificazione debba essere il risultato incontrollato di una incontinenza maschile, ma non possiamo dar ragione alla tesi del citato scrittore cristiano perché ci sembra che il primo insegnamento che appare nelle parole del nostro versetto riguarda proprio la sottomissione della donna alla volontà e alla decisione dell’uomo. Non è la moglie che deve stabilire quando il marito può diventare padre, ma è il marito che deve decidere quando la moglie deve diventare madre. E’ logico che nel Signore questo si realizza sempre nel pari consentimento perché un marito non abuserà mai della moglie ed una moglie sinceramente cristiana si sottometterà sempre al marito e non pretenderà che egli vada contro i dettami della sua coscienza. Il medesimo autore, per sostenere la sua tesi, cita, nel suo libro, il caso di una donna spaventata dal pensiero della maternità, che riuscì ad ottenere dal futuro marito la promessa che non la avrebbe resa madre se non quando lei stessa lo avesse voluto; la donna fu invece delusa dall’agire del marito che non tenne in nessun conto la promessa e che perciò attirò sopra di sé lo sdegno e il risentimento della moglie. Naturalmente l’autore si scaglia violentemente contro il marito senza esitazione e senza riserve. Noi non vogliamo dar ragione a quel marito perché non è giusto fare una promessa che non si ha intenzione di mantenere; però vogliamo aggiungere che una donna che pretenda dal futuro marito una promessa impegnativa a non renderla madre è una donna che non ha nessun diritto di contrarre matrimonio. Sarà salvata divenendo madre! Il primo comandamento espresso da questo verso ci parla chiaramente della sottomissione della donna all’uomo per quanto riguarda la maternità. Tutta la Bibbia è concorde nel presentare l’uomo

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come il capo della donna in ogni cosa, ma particolarmente nella prolificazione. La moglie è “la collaboratrice” dolce, soave, eroica, ma sottomessa di colui che più direttamente deve rispondere a Dio della vita familiare. In queste parole c’è anche un secondo punto della lezione: la sottomissione al grande piano di Dio. Iddio ha dato all’uomo la fatica e la lotta del lavoro e ha dato alla donna il dolore della maternità; l’uomo che fugge il lavoro fugge dal piano divino e la donna che rifiuta la sofferenza della maternità rifiuta l’eredità di Dio al genere umano. E’ una eredità ingrata, pesante, ma è una eredità che viene dal cielo, è l’eredità della gravidanza, del parto, dell’assistenza, dell’allattamento, quindi l’eredità del dolore, della rinuncia, del sacrificio. La donna che accetta tutto questo con umiltà sincera e con dedizione assoluta, partecipa a quell’atto di espiazione universale che siamo chiamati a compiere cotidianamente, ma soprattutto compie un’offerta di deferenza e di sottomissione a Dio. Iddio vuole essere onorato da un popolo che sappia, in ogni manifestazione di vita, essere diverso dagli altri popoli. Un popolo che anche di fronte ai compiti più ingrati e ai doveri più duri sappia operare “per il Signore” con umiltà gioiosa e con entusiasmo sincero. Quindi Iddio vuole essere onorato da quelle donne che anche quando tutte le altre cercano di fuggire il sacrificio, la sofferenza, la responsabilità, accettano il loro nobile ministero femminile nel dolore sublime della maternità generosa. Ma oltre ai due punti illustrati la lezione contenuta nel verso di Paolo ha un terzo aspetto non meno importante dei precedenti. “Divenire madre” vuol dire divenire collaboratrice di Dio; collaboratrice di Dio nella nascita di anime preziose e collaboratrice di Dio nell’educazione e nella formazione di quei figliuoli che ogni madre deve “cercare di condurre” alla verità e alla salvezza. La donna deve accettare il matrimonio non come appagamento dei piaceri più superficiali che il matrimonio può offrire, ma come accettazione di una missione sublime; deve altresì riconoscere che in questa missione la maternità si trova al centro. E’ stato detto da un uomo di Dio che dietro “ogni grande servitore dell’Eterno c’è o c’è stata una moglie santa o una madre santa”. Quest’affermazione è profondamente vera perché è vero che una moglie ed una madre hanno un compito elevatissimo come collaboratrici ed educatrici. Una madre fedele al ministero ricevuto si sentirà felice non soltanto di portare nel seno delle creature di Dio e non soltanto di dare dolorosamente alla luce dei figliuoli, ma anche ed anzi soprattutto di continuare la sua dolce fatica materiale e spirituale per inculcare fede, conoscenza, amore a tutti quei figliuoli che Iddio avrà posto fra le sue braccia. Anna, madre di Samuele, Elisabetta, Maria, Loide, Ruth, Appia… e tanti altri nomi biblici ci spiegano il perchè lo Spirito Santo, per Paolo, ci ha detto: “sarà salvata partorendo figliuoli…”. Crediamo di aver concluso, ma comunque ripetiamo: - Paolo non ci ha voluto dire che la salvezza della donna dipende dalla sua fecondità; non ci ha voluto dire che una donna che non abbia figliuoli non fa parte del popolo cristiano; ma ci ha voluto insegnare che l’approvazione divina deve essere cercata da ogni donna maritata, nella sottomissione completa al proprio marito, nell’assolvimento eroico del compito di madre, nell’accettazione dei dolori e dei sacrifici della maternità. La donna deve accettare, nella sfera del cristianesimo, come un dovere sacro, i dolori della gravidanza e del parto, i sacrifici dell’assistenza l’impegno dell’educazione sociale, morale e spirituale della prole. Questi sono i diversi compiti riservati alla donna e questi sono i compiti nei quali la donna può trovare i più profondi motivi di fedeltà a Dio.

Culto Cristiano I culti cristiani devono essere la manifestazione chiara dello Spirito Santo. I credenti devono essere gli strumenti e lo Spirito deve essere il Maestro divino che muove, che usa, che suona. I cantici devono essere ispirati e devono essere resi melodiosi dallo Spirito, le preghiere devono essere sospinte e guidate dallo Spirito, le prediche devono essere unte e rese potenti dallo Spirito e tutto, tutto quello che si compie durante la riunione di culto deve procedere direttamente dallo Spirito. Lo Spirito è ordine, ma ordine divino e perciò i culti cristiani non possono essere disciplinati da un ordine umano, ma devono essere regolati dallo Spirito. Lo Spirito è ricchezza, ma ricchezza celeste e perciò i culti cristiani non possono essere resi perfetti dalle capacità umane, ma devono essere potenziati ed arricchiti dallo Spirito. Consideriamo più attentamente queste affermazioni: - Lo Spirito è ordine! Che vuol dire “lo Spirito è ordine”? Vuol dire forse che lo Spirito è sottoposto all’ordine che noi stabiliamo? Certamente no! Lo “Spirito è ordine” vuol dire che tutto quello che lo Spirito fa rientra nel piano e nella volontà di Dio; tutto è armonia, perfezione, equilibrio. Se lo Spirito in una riunione di culto guida la chiesa a trascorrere tutto il tempo della riunione stessa in preghiera, quello è ordine. Se lo Spirito un’altra volta ispira a trascorrere la maggior parte del tempo, a salmeggiare e cantare davanti a Dio, quello è ordine. Lo Spirito Santo conosce quando dobbiamo compiere una cosa e quando ne dobbiamo compiere un’altra; conosce quando abbiamo bisogno di un alimento spirituale e quando abbiamo bisogno di un alimento spirituale diverso e perciò soltanto lo Spirito Santo può guidare tutte le cose con ordine perfetto.

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Il nostro “ordine” invece, cioè l’ordine da noi stabilito con “saggezza umana” è un ordine meccanico formalista, che non può e non sa andare incontro ai bisogni del cuore, e non può e non sa glorificare il nome di Dio. Noi pensiamo che un culto deve sempre iniziare con una formula liturgica, deve avere poi due o tre cantici e dopo i cantici deve avere la preghiera e quindi ancora un cantico; proseguendo deve avere le testimonianze, la predica e quindi terminare con un cantico, una preghiera ed una benedizione finale. Quest’ordine è l’ordine stabilito da noi e se lo Spirito vuol cambiare questo programma noi ci rifiutiamo di ascoltare e di seguire lo Spirito. Forse la chiesa ha bisogno soltanto di preghiere, ma noi invece riserviamo soltanto alcune briciole del nostro tempo alla preghiera; forse molti credenti avrebbero bisogno di essere benedetti da un culto pieno di cantici di lode e di gloria, ma noi invece cantiamo quei cantici obbligati dalle diverse fasi della riunione; cantico di apertura, cantico di preghiera, cantico di testimonianza, cantico d’intercessione o di ringraziamento. Nel nostro ordine umano c’è un disordine spirituale anzi addirittura una confusione, perché noi facciamo quello che ci siamo proposti di fare senza attendere che lo Spirito ci guidi in ogni riunione secondo il piano e la volontà di Dio. Ma lo Spirito non è soltanto ordine, è anche potenza e ricchezza. Questo vuol dire che quando lo Spirito guida completamente le riunioni di culto i credenti vengono arricchiti dalle benedizioni della potenza divina, ma quando invece i culti si svolgono sul piano delle capacità e dei programmi umani, i credenti non ricevono nulla che possa realmente incoraggiarli e fortificarli. Oggi ci sono, come sempre ci sono stati, cristiani che hanno una franchezza naturale ed una parola facile; questi cristiani, soltanto perché hanno il coraggio e la capacità di parlare, più o meno bene, in pubblico, si sentono nel diritto di far udire continuamente la loro voce: pregano, testimoniano, esortano, ammaestrano… senza essere mai guidati dallo Spirito e senza riuscire quindi di benedizione alla chiesa. Frequentemente, purtroppo, udiamo preghiere o testimonianze che ripetono e ripetono le medesime parole che abbiamo udite decine di volte e quello che udiamo è freddo, vuoto, meccanico e non suscita nessun sentimento positivo nel nostro cuore; forse qualche volta suscita un sentimento di ribellione contro queste abitudini e queste forme che non tramontano mai e che mettono in evidenza soltanto l’orgoglio, la presunzione e l’insensibilità dell’uomo carnale. Quello che viene dallo Spirito invece è vita e comunica la vita a tutti coloro che ascoltano; forse sono soltanto poche parole di lode a Dio o forse è soltanto una breve esortazione, ma nella lode c’è la vita e nell’esortazione c’è la vita. Quando colui che prega è guidato dallo Spirito, tutti sono trasportati in alto, verso le sfere celesti dalla potenza divina, e quando colui che ammaestra agisce sotto l’unzione dello Spirito, tutti sono raggiunti profondamente dall’efficacia della parola predicata da parte di Dio. Lo Spirito può anche usare la franchezza e la facilità di parola del credente, ma può anche far parlare con potenza e con sapienza infinita coloro che non hanno franchezza ed eloquenza, quindi lo Spirito può usare tutti, può sospingere tutti, può far parlare tutti. La chiesa cristiana dunque deve raccogliersi soltanto per ricevere lo Spirito e per far muovere liberamente lo Spirito in ogni riunione di culto. Deve saper chiedere ed aspettare affinché in ogni riunione lo Spirito possa largire i doni come Egli vuole, e a chi Egli vuole. I doni dello Spirito sono chiaramente elencati nella Parola di Dio; essi sono quei medesimi doni che erano visibilmente manifestati nella chiesa apostolica e che rappresentavano il programma delle riunioni di culto fra i cristiani di quell’epoca. Anche oggi, come diciannove secoli fa, nelle riunioni di culto, si devono manifestare doni di lingua e doni d’interpretazione; doni di profezia e doni di discernimento; doni di sapienza e doni di scienza; doni di fede e doni di potenza e di guarigioni. Queste manifestazioni non devono apparire soltanto “qualche volta” o in qualche rara occasione, ma devono apparire sempre e devono riempire il culto cristiano perché il culto cristiano deve essere traboccante di potenza soprannaturale, e perciò deve essere controllato, ispirato e guidato dallo Spirito Santo. Esiste forse un passo della Bibbia ove troviamo scritto che in ogni culto ci devono essere le “testimonianze”? In quale passo della Bibbia troviamo scritto che nelle riunioni di culto tutto deve essere compiuto seguendo una regola meccanica? Soprattutto in quale passo della Bibbia troviamo scritto che possono esserci riunioni di culto senza la manifestazione della profezia, della fede, della sapienza o degli altri doni dello Spirito? Il culto cristiano controllato, ispirato e guidato totalmente dallo Spirito è scomparso o sta per scomparire perché questa particolare verità biblica non viene più tenuta in onore nel seno delle chiese. Sembra quasi che i cristiani abbiano più fiducia nell’organizzazione liturgica che non nella guida divina e sembra anche che abbiano più fiducia nella cultura teologica e nella preparazione umana e intellettuale che non nell’ispirazione celeste. E’ meglio avere un programma unico per tutte le chiese, è meglio avere un programma studiato in tutti i particolari; è meglio che parlino soltanto quelli che parlano sempre e quindi che son capaci nel parlare, cioè che son capaci a testimoniare, pregare, esortare…questo è quello che oggi si pensa nelle chiese e che si dice nelle chiese. Infatti le chiese procedono esattamente secondo queste regole di prudenza e saggezza umana. Purtroppo però quello che “è meglio” secondo l’uomo, non “è meglio” secondo lo Spirito e perciò noi oggi godiamo “il meglio” della carne, ma perdiamo ciò che “è il meglio” dello Spirito. I nostri culti sono ordinati, organizzati e forse diventano anche sempre più perfetti nei cantici, nelle testimonianze, nelle prediche, ma diventano sempre più aridi e sempre più poveri spiritualmente; c’è molta preparazione umana, molta saggezza umana, ma c’è poca presenza dello Spirito e poca guida dello Spirito. La verità che dobbiamo tornare a proclamare è semplice: Le riunioni di culto devono essere restituite all’autorità dello Spirito Santo e alla guida dello Spirito. Non dobbiamo mai sapere anticipatamente quello che faremo in una riunione di culto, non dobbiamo sentirci legati e paralizzati da un qualsiasi programma.

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Devono parlare tutti coloro che lo Spirito “vuole” che parlino ed altresì tutti coloro che non sono sospinti dallo Spirito devono tacere. Quelli che “si sentono” di parlare, non si devono sentire da loro stessi, ma si devono “sentire” comandati, anzi forzati dallo Spirito. Se si sentono soltanto perché “sentono di farsi udire” o perché “si sentono capaci di parlare” o perché “nessun altro testimonia o nessun altro prega”; se si sentono per questi motivi banali ed umani è meglio che chiudano strettamente le loro labbra per non cedere alla tentazione di muovere di proprio senno la loro lingua e dire bugiardamente: “Il Signore ha detto…”. Nelle riunioni di culto non devono mancare i doni dello Spirito, non devono mancare mai; devono esser presenti sempre e in abbondanza perché altrimenti la riunione non è una riunione spirituale, una riunione ed un culto cristiano. Tutti devono vedere e riconoscere chiaramente che Iddio è presente nella riunione; che Iddio guida la riunione; che Iddio parla nella riunione; le preghiere devono salire come sospiri ineffabili suscitati dallo Spirito, i cantici si devono elevare come una melodia celeste, le profezie devono giungere piene di potenza come espressioni della volontà di Dio e poi non devono mancare i messaggi in lingua, le interpretazioni, le potenti operazioni. In conclusione il culto cristiano deve essere un esercizio spirituale realmente soprannaturale; un esercizio nel quale tutto sia sorpresa meravigliosa e tutto sia manifestazione della presenza e della guida dello Spirito Santo. Verità dimenticata, pratica trascurata o piuttosto benedizione negletta, e fino a tanto che le chiese cristiane continueranno ad essere soddisfatte di quelle riunioni di culto ove tutto è preparato, tutto è previsto e dove la “libertà dello Spirito” è soltanto una formula per consentire ai presuntuosi o agli insensibili di esternare i propri sentimenti, la gloria del ministero dello Spirito non sarà più visibile nel seno del popolo del Signore. E’ necessario umiliarsi sinceramente nella presenza di Dio, come è necessario cominciare ad esercitare arditamente la fede; è necessario chiedere una pienezza di Spirito, come è necessario dar vita agli impulsi dello Spirito. Dobbiamo cioè nascondere noi stessi in Dio perché soltanto Dio sia esaltato e glorificato nella nostra vita; dobbiamo compiere quei passi che lo Spirito ci spinge a compiere anche quando ci sembra di non saperli compiere; dobbiamo chiedere inistancabilmente piogge di Spirito Santo sulla nostra anima ed infine dobbiamo realizzare che Iddio ci ha unti di Spirito per darci la potenza, la gioia, l’assistenza. la guida ed i doni dello Spirito. Quando ci metteremo su questo piano di vita cristiana potremo ritornare ai culti apostolici che erano i veri culti cristiani e che erano ben differenti dalle riunioni di culto che noi teniamo. Allora non vedremo e non sentiremo più credenti lanciati in una corsa per aprire disordinatamente le labbra alla preghiera o all’esortazione; non vedremo e non udremo più credenti che con la loro testimonianza inopportuna o la loro orazione fuori tempo e fuori della guida di Dio, spezzeranno e turberanno la comunione della chiesa con Dio; non vedremo e non sentiremo più sempre gli stessi fratelli e le stesse parole, ma nell’esercizio del culto, vedremo e sentiremo soltanto la presenza benedetta dello Spirito che guiderà ogni cosa nella volontà di Dio concedendo alla chiesa benedizione ed edificazione nell’esercizio del vero ministero cristiano e nella manifestazione di tutti i doni dello Spirito. Sarà, in altre parole, la vittoria dello spirituale sul carnale, la vittoria del soprannaturale sul naturale, la vittoria dell’armonia sul caos, la vittoria del prezioso sul vile. Nessuno si turbi per queste affermazioni, ma in realtà oggi esistono troppe manifestazioni di carnalità, di capacità naturali, di disordine spirituale, di superficialità ministeriale. Parlare, far da maestri, guidare in preghiera quando manca la guida divina significa manifestare tutte queste realtà negative in una volta sola. Ricordiamoci che Iddio ha scelto i poveri del mondo e i pazzi del mondo e li ha chiamati a vivere nella libertà dello Spirito; questo piano di Dio è glorioso, ma è anche…pericoloso. Se i poveri ed i pazzi agiscono nella potenza di Dio diventano potenti e savi, ma se agiscono sul piano naturale sono e rimangono soltanto poveri e pazzi; e se questo popolo si muove realmente nella libertà dello Spirito, mostra e dimostra l’armonia di un ordine divino, ma se usa la “libertà” per una occasione della carne, mostra soltanto la confusione derivante dall’incapacità. Dobbiamo essere grati a Dio quando usa gli incolti per amministrare i suoi doni spirituali, ma non possiamo essere grati agli incolti quando, muovendosi o parlando da loro stessi danno soltanto spettacolo della loro ignoranza. Dobbiamo essere grati a Dio per la meravigliosa libertà che ci ha concessa per muoverci nelle sfere spirituali, ma non possiamo essere grati a tutti quei credenti che si credono liberi fino al punto di affliggere e turbare la chiesa esercitando doni e ministeri che sono il frutto della loro immaginazione esaltata dalla presunzione. Culto cristiano: spettacolo di armonia celeste, fonte di potenza divina; manifestazione sublime di quel ministero che Iddio ha dato alla chiesa; di quel ministero che nella chiesa e attraverso la chiesa deve far risplendere la gloria di Dio (2 Cor. 3:18). Torniamo, sì torniamo a questo culto spirituale, frantumando inesorabilmente le forme delle nostre povere riunioni ove troppo spesso l’ignoranza umana e l’insensibilità spirituale prevalgono per deprimere gli animi e per esaltare l’orgoglio umano; torniamo alla potenza dello Spirito, alla guida dello Spirito, al ministero dello Spirito, ai doni dello Spirito affinché realmente lo Spirito ci possa nutrire, elevare e condurre nel piano meraviglioso della volontà di Dio. La moglie di Caino Gen. 5:17 Questo argomento, come tanti altri, presentati dalla Bibbia, può essere considerato fra quelli che debbono essere lasciati “nelle mani di Dio” perché non riguardano direttamente la dottrina cristiana e non portano nessuna luce sull’opera della salvezza compiuta da Cristo.

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Iddio ci ha chiaramente detto nella Bibbia che “quel che è rivelato è per noi… e quel che è occulto è per il Signore”. Noi non possiamo comprendere tutto e perciò Iddio non ci dice tutto, ma vuole che noi lo seguiamo fiduciosamente fino al giorno che “Lo vedremo come Egli è” e che “conosceremo appieno”. Nel cielo avremo la spiegazione delle cose più misteriose e dei fatti più straordinari e riceveremo luce sui misteri più profondi e sulle verità più oscure. Oggi dobbiamo seguire Iddio nella certezza che “Egli può fare tutto” e che tutto quello che è scritto nella Sua parola è verità. Gli uomini possono combattere la parola di Dio e possono anche cercare di farla apparire assurda e ridicola; ma noi dobbiamo rimanere saldi nella convinzione che tutto quello che è contenuto nella Bibbia è verità. Noi non pretendiamo e non vogliamo, perciò, chiarire “in maniera sicura e definitiva” il problema della moglie di Caino, ma vogliamo soltanto dimostrare che non è affatto vero che su questo problema la Bibbia asserisce delle cose assurde, ridicole od immorali. In questo episodio biblico non c’è nulla di assurdo e coloro che affermano che Caino “non poteva trovare moglie” perché non c’erano altre creature sulla terra, dimostrano di non leggere attentamente la Bibbia. Noi, ripetiamo, non vogliamo spiegare una cosa che ci sarà spiegata un giorno chiaramente da Dio, ma vogliamo però sottolineare alcune dichiarazioni della Bibbia che ci dimostrano che questo fatto non è incredibile e non è ridicolo. Il capitolo IV della Genesi ci parla della nascita di Caino, di Abele e di Set; Adamo ed Eva sono stati espulsi dal giardino di Dio ed hanno iniziata la loro vita coniugale in mezzo alle nuove circostanze: nascono i primi due figliuoli. A questo punto, per chiarire il problema, dobbiamo porci delle domande: Quanti anni aveva Adamo alla nascita di Caino? Quanti anni passano fra la nascita di Caino e quella di Set? Set è il terzo figlio di Adamo oppure è semplicemente un figlio concesso da Dio per sostituire l’amato Abele? Sono tutte domande che dimostrano da quanti punti di vista può essere considerato il problema. Adamo aveva 130 anni quando nacque Set, ma quanti anni aveva quando nacque Caino? Noi non sappiamo neanche se Iddio incomincia a contare gli anni di Adamo dal giorno che fu creato o piuttosto dal giorno che fu espulso dal giardino di Eden e che quindi fu sottoposto al valore degli anni e del tempo. Anche questo punto ha il suo valore perché se gli anni di Adamo incominciano, nel pensiero di Dio, da quando esce da Eden, Caino può essere nato quando suo padre aveva soltanto uno o due anni, cioè quando suo padre aveva vissuto soltanto uno o due anni fuori del giardino; se invece i 130 anni che Adamo aveva alla nascita di Set erano tanti dal giorno che fu creato, Caino può aver visto la luce quando suo padre aveva forse 65 anni. Parliamo di 65 anni perché altri patriarchi antidiluviani hanno avuto il loro primo figliolo a quell’età. Comunque, dalla nascita di Caino alla nascita di Set può essere trascorso un lungo o lunghissimo periodo di tempo e in questo lunghissimo periodo di tempo Adamo può avere avuto figliuoli e figliuole in numero notevole. Alcuni critici affermano che tutti i figliuoli di Adamo sono nati “dopo” Set e perciò non esistevano quando Caino fuggì lontano dai suoi genitori per cercare moglie. Questo non è chiaramente detto dalla Bibbia perché se essa ci parla di quello che avvenne dopo Set, non ci parla di quello che avvenne dopo Caino. Infatti così leggiamo nella Genesi: “Adamo dopo aver vissuto centotrent’anni generò un figliuolo alla sua somiglianza, secondo la sua immagine e gli pose nome Set… il tempo che visse Adamo dopo ch’ebbe generato Set, fu ottocento anni e generò figliuoli e figliuole”. Nulla ci autorizza a pensare che dopo Caino ed Abele, Adamo non generò figliuoli e figliuole. Anzi entro il lungo spazio di tempo che poteva esserci e che certamente ci fu fra la nascita di Caino e quella di Set potevano nascere forse due o tre generazioni. Il fatto che Set venga presentato come la “sostituzione” di Abele ed il fatto che egli venga incluso nella genealogia come il “primogenito” non dicono affatto che egli sia stato il terzo figlio di Adamo. Consideriamo infatti la cosa alla luce della Scrittura: Caino era il primogenito, ma Abele era l’amato da Dio; Caino, roso dall’invidia e vinto dal peccato, uccide Abele cioè uccide colui sul quale Iddio aveva posato il Suo occhio. Abele non è più il pellegrino del cielo, come lo chiamerà più tardi un grande cristiano, è scomparso dal mondo e Iddio vuol suscitare uno che prenda il suo posto e fa nascere Set colui dal quale viene Enos capostipite di un “popolo del Signore” (Genesi 4:26). Questo non ci dice affatto che Set è il vero “primogenito” e che è nato subito dopo Caino ed Abele anzi sembra dirci esattamente il contrario. Adamo poteva avere figliuoli, figliuole e nipoti quando Iddio gli fece nascere “un uomo secondo il piano divino” che doveva essere considerato il vero capostipite, il vero primogenito di un popolo di Dio. Non avvenne così anche nella storia di Giacobbe? Ruben il “primogenito” fu riprovato per il peccato commesso contro Dio e contro il padre, ed un altro figliuolo prese il posto di primogenito e questo figliuolo fu Giuseppe undicesimo figliuolo maschio di Giacobbe. La Scrittura molte volte ci mostra che i “primogeniti” di Dio non sono sempre quelli che lo sono per nascita, ma sono quelli che lo sono per elevazione e le storie di Davide, di Efraim, di Salomone, di Giacobbe, dei leviti ci illustrano chiaramente questa verità. Sono storie che ci mostrano che l’elezione di Dio non è legata all’età: i primogeniti vengono ignorati o posti da una parte e altri, nati dopo, prendono il loro posto nel piano e nella benedizione di Dio. Quindi alla fuga di Caino potevano esserci sparsi, nei dintorni del paese, numerosi discendenti di Adamo raggruppati in colonie o famiglie ed infatti alla nascita di Enos, avvenuta 105 anni dopo quella di Set, suo padre, gli uomini già numerosi nel mondo, si separarono in due distinti popoli: uno profano ed uno religioso; uno di Dio ed uno estraneo a Dio.

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Ci sembra quindi che non esistano elementi validi per dichiarare che la storia di Caino è assurda e storicamente imprecisa; ma esaminiamo ora se può essere considerata immorale. Infatti, i critici, irriducibili ed ostinati, affermano che se Caino ha potuto trovare una moglie, l’ha potuta trovare soltanto nel numero delle sue sorelle e quindi ha compiuto un atto incestuoso condannato e condannabile. Prima di ogni cosa vogliamo far notare che si potrebbe allora spostare il problema anche più avanti e portarlo addirittura ad Adamo perché anche Adamo ha avuto una moglie che non veniva da altro popolo o da altra famiglia, ma dalla sua stessa carne; una moglie cioè che era più che sorella o parente. Se Adamo poteva avere una moglie della sua stessa carne vuol dire che Iddio riteneva sana e morale questa relazione matrimoniale. Che cos’è infatti la morale? La morale è semplicemente una legge della società umana o per la società umana. E’ cioè una legge formulata dagli uomini per la società o una legge formulata da Dio per gli uomini. L’immoralità si verifica soltanto quando c’è la trasgressione della legge perché il “peccato è la trasgressione della legge”. Se non c’è legge non ci può essere trasgressione della legge. Ebbene che cosa c’insegna la Bibbia a questo riguardo? C’insegna chiaramente che Iddio ha dato la sua legge o ha rivelato la sua volontà in ragione delle condizioni degli uomini. Non quello che è proibito oggi è stato sempre proibito e non quello che gli uomini devono fare oggi dovevano fare ieri. Basta ricordare le parole di Gesù: “Fu detto dagli antichi: Non commettere adulterio… ma io vi dico che chi solo riguarda una donna…”. Sono parole che ci parlano di una legge che si sviluppa, che si perfeziona; Iddio chiede di più perché sa di poter chiedere di più. Egli ha tollerato, ha permesso, ha considerato le circostanze e le condizioni di ieri, ma col mutamento delle cose compie anche il mutamento della legge. Tutti ricordiamo la disputa sostenuta da Gesù, intorno al divorzio. Gli oppositori del Maestro si facevano forti di una legge data da un legislatore inviato da Dio: “Perché Mosè permise il divorzio”? “Per la durezza dei vostri cuori…” rispose Gesù e con questa risposta fece chiaramente comprendere che la legge data da Mosè “rendeva morale” un atto del quale gli israeliti, in quell’epoca, non erano capaci di fare a meno. Possiamo forse concludere che questo metodo di Dio rappresenta un compromesso della verità e che Iddio stesso muta e si cambia secondo le esigenze degli uomini? No, possiamo soltanto dire che Colui che è il Legislatore perfetto e la Giustizia assoluta chiede agli individui ed ai popoli soltanto quello che essi possono dare e fare. Ogni individuo ed ogni popolo ha una responsabilità propria che è in relazione alla luce, alla legge e alla forza che possiede davanti a Dio. Noi non siamo esaminati da Dio sul metro della legge degli antichi e gli antichi non sono esaminati in base alla legge che possediamo noi; ognuno deve rispondere personalmente a Dio. Quindi, Abramo, che sposa Sara, figliuola di suo padre (Gen. 20:12); o Nahor che prese in moglie Milca, figliuola di suo fratello (Gen. 11:29), possono essere considerati uguali a Caino che forse prese in moglie una sua nipote od una sua sorella. I matrimoni fra consanguinei condannati oggi dalla legge morale, erano resi necessari, all’epoca primitiva, dalla particolare condizione della nascente umanità che faceva capo ad una sola coppia di coniugi e quindi voler fare appunti di puritanesimo sembra almeno puerile perché anche in opposizione con ogni conclusione logica e storica. Caino poteva facilmente trovare moglie perché la Bibbia non esclude affatto l’esistenza di una figliolanza di Adamo, successiva a Caino stesso e precedente a Set e Caino poteva anche contrarre un matrimonio con donna consanguinea perché a quell’epoca non esisteva rivelazione o legge che rendesse quell’atto (necessario allo sviluppo della specie umana), riprovevole od immorale.

Onora tuo padre e tua madre Ef. 6:2 Il comandamento espresso in questo verso della Bibbia rappresenta anche un principio di ordine sociale. Non soltanto nella chiesa cristiana, ma anche nella società umana si ripete continuamente: “onora tuo padre e tua madre”. Tutti conoscono questo dovere e tutti riconoscono che deve essere considerato fra i primi e più sacri doveri dell'uomo, ma purtroppo pochi, forse pochissimi, si ricordano di adempierlo, quindi deve essere incluso nel numero delle "verità dimenticate". L'apostolo Paolo, nel descrivere "i segni" degli ultimi tempi a Timoteo, suo figliuolo nel Signore, dice: “… gli uomini saranno amatori di loro stessi, avari, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti a padri e madri…” (2 Timoteo 3:2). Oggi vediamo molti di questi segni non soltanto nel mondo, ma anche nella chiesa cristiana ed uno dei segni che incontriamo più frequentemente è costituito, purtroppo, dalla disubbidienza e dall’irriverenza verso i genitori. Sono sempre più numerosi i cristiani, ragazzi, giovani o maturi, che si uniformano allo spirito del mondo per assumere, verso i propri genitori, un contegno di insubordinazione, d’indipendenza e, spesso, di disinteresse ed indolenza. Le più malefiche tendenze carnali prevalgono per produrre ingratitudine ed incoscienza; soltanto da questi sentimenti peccaminosi l’individuo può trarre consiglio per non adempiere il proprio dovere verso i genitori. Infatti una considerazione serena e sincera della personalità dei genitori obbliga ogni figliuolo a coltivare il più profondo sentimento di amore riconoscente.

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Consideriamo brevemente chi sono, che cosa hanno fatto, che cosa fanno e quale ministero hanno ricevuto i genitori. A questo scopo desideriamo semplicemente ripetere una pagina dedicata ai ragazzi alcuni anni fa: “Sapete voi chi, dopo Dio, vi vuole maggiormente bene? I vostri genitori; cioè le vostre mamme ed i vostri papà. Essi vi amano con tutto il cuore e perché vi amano compiono sacrifici eroici per voi. Vi ricordate quando eravate piccini, piccini? No, non potete ricordare quando eravate ancora in fasce, ma i vostri genitori si ricordano di quel tempo e si ricordano di tutti i dolori e di tutte le pene affrontate per voi. Hanno dovuto perdere il sonno per vegliare la vostra insonnia; hanno dovuto privarsi del riposo per prendere cura delle vostre necessità; hanno dovuto trepidare e lacrimare per sollevarvi dalle vostre malattie. Voi, allora, avevate bisogno di tutto ed essi vi hanno dato tutto, dandovi il loro amore. Se oggi siete giovanetti, sani, forti, istruiti è soltanto perché i vostri genitori vi hanno dato tutto e si sono, sovente, privati di tutto. Essi hanno lavorato per voi, hanno sofferto per voi, hanno sperato per voi. I genitori rappresentano un meraviglioso dono di Dio. Che cosa potrebbe fare un fanciullo senza i genitori? Che cosa sarebbe avvenuto di voi se fin dai primi giorni della vostra vita aveste perduto l’amore e l’assistenza dei vostri papà e delle vostre mamme? Il cibo che vi ristora e vi nutrisce; gli abiti che vi coprono e vi rendono eleganti; le case che vi accolgono e vi riparano, i libri che vi istruiscono e vi aprono un avvenire non sono tutti frutti dell’amore dei vostri genitori? Chi è che vi conforta, che vi aiuta, che vi protegge? Chi è che vi comprende e vi accoglie per consolarvi? Non sono sempre i vostri genitori? La mamma non è per voi un angelo amoroso che veglia sopra la vostra vita? Ella è pronta a fare qualunque cosa per voi ed è pronta a rinunciare a qualsiasi cosa per amore vostro. Vi ama; vi ama ardentemente e darebbe volentieri cento volte la sua vita ed il suo sangue per il vostro bene. Il papà non è la vostra guida e la vostra protezione? Non è forse vero che egli si consuma in un lavoro qualche volta umiliante, sempre faticoso, soprattutto per voi? Egli pensa a voi, al vostro mantenimento, ai vostri vestiti, ai vostri studi e lavora, lavora, lavora. Quante volte si vorrebbe riposare, vorrebbe lasciare per un poco di tempo il suo faticoso lavoro, ma poi ripensa a voi e continua nella sua fatica, nel suo lavoro. Ebbene questi genitori che dànno tutto per i loro figli, non chiedono nulla in cambio…”. Crediamo di non aver esagerato nel tracciare le caratteristiche dei genitori; essi sono dal punto di vista umano l’espressione più genuina dell’amore e del sacrificio e rappresentano perciò una delle più sublimi realtà della vita. I genitori hanno ricevuto un ministero da Dio e questo ministero si compie attraverso la dedizione e la rinuncia, ma essi lo assolvono serenamente e, spesso, gioiosamente. E’ un ministero di assistenza, di educazione, di guida; essi sono stati costituiti protettori dei figliuoli, educatori dei figliuoli, guida morale, spirituale e sociale dei figliuoli. Quindi il comandamento divino “onora tuo padre e tua madre” esprime un ordine che vuole il riconoscimento e il rispetto di un altissimo e meraviglioso ministero e non può essere interpretato soltanto come un obbligo alla sottomissione forzata e momentanea. La sottomissione, nei primi anni della vita, che deriva più da debolezza fisica che non da sensibilità morale, non è l’adempimento totale e perfetto del grande e glorioso comandamento che giace troppo spesso fra le verità dimenticate. Vediamo adunque come deve essere interpretato ed attuato l’ordine di Dio. Onorare vuol dire “riconoscere ciò che è dovuto a persona degna e renderglielo in pensieri e in affetti, in parole e in fatti, con sentimento di rispetto, riverenza…”. Questa definizione è copiata da un comune vocabolario e ci chiarisce in maniera esatta quello che i figliuoli devono rendere ai propri genitori. Rispetto e stima, ecco i primi sentimenti che si devono avere verso i genitori; essi sono meritevoli di rispetto per l’opera d’amore che hanno compiuto a favore dei figliuoli, sono meritevoli di rispetto per i sacrifici affrontati e per il lavoro compiuto, sono meritevoli di rispetto per l’età che hanno, ma soprattutto sono meritevoli di rispetto perché hanno ricevuto un ministero da Dio. I figliuoli devono vedere nei propri genitori coloro che sono stati costituiti da Dio conduttori della loro vita e attraverso i genitori devono rispettare Iddio stesso che li ha chiamati ad assolvere il sublime compito di padre e madre. Rispetto e stima devono andare uniti ed anche se, purtroppo, non mancano genitori che tradiscono la propria missione, rispetto e stima non devono venire meno nell’animo dei figliuoli. I genitori non devono essere giudicati dai figliuoli; i giudici non mancheranno, ma i figliuoli dovranno sempre rifiutarsi di entrare a far parte di questi. Gli errori di un genitore, a meno che lui stesso non distrugga i rapporti di sangue con i propri figliuoli, non potranno mai annullare quello che egli ha fatto, quello che egli ha dato, quello che egli sente quale genitore e perciò gli errori di un genitore non devono mai, assolutamente mai, soffocare i sentimenti di rispetto e di stima nel cuore dei figliuoli. I genitori sono stati i collaboratori di Dio per darci vita; sono stati gli strumenti di Dio per darci assistenza; sono stati i ministri di Dio per darci educazione… tutto questo è sufficiente a farli rimanere sempre al sommo del nostro rispetto e della nostra stima. Parole irriverenti, linguaggio arrogante, apprezzamenti sprezzanti, insubordinazioni insolenti sono macchie che contaminano il cuore di ogni figliuolo che esercita queste cose verso i genitori. L’età non conta e non conta il sesso, la cultura e la posizione sociale; ogni figliuolo, ragazzo o giovane, maschio o femmina, istruito o incolto, dipentente o indipendente dai genitori deve a questi un rispetto pieno di riverenza ed una stima ricca di affetto.

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La stima ed il rispetto assumono una forma pratica nell’ubbidienza; i figliuoli devono sempre ubbidire ai propri genitori. Ma anche l’ubbidienza è soltanto una parte dell’onore che i figliuoli devono ai genitori perché con questa, assieme a questa o dopo questa ci deve essere l’assistenza affettuosa e reale. Desideriamo riportarci ancora una volta all’articolo scritto alcuni anni addietro e del quale abbiamo già citato una parte, per illustrare in maniera elementare queste affermazioni. Così scrivevamo: “…I figliuoli devono avere sempre riverenza e riconoscenza per i genitori e devono quindi essere sempre pronti ad ubbidire senza discutere e senza indugiare. Devono essere pronti ad ubbidire quando sono molto piccoli, non soltanto perché i genitori sono degni di essere ubbiditi, ma anche perché, soltanto un padre o soltanto una madre conoscono le cose che sono buone per i propri figliuoli; essi quindi devono seguire con sottomissione il consiglio dei genitori nella continua ubbidienza. Devono ubbidire quando divengono giovanetti, perché coll’aumentare della ragione, aumenta anche il dovere di gratitudine e di amore verso coloro che si sacrificano per il loro bene. Devono ubbidire quando divengono adulti ed indipendenti e non soltanto per un rispetto all’età e all’esperienza, ma per una completa sottomissione alla legge dell’amore. Sì i figliuoli devono sempre ubbidire ai propri genitori con prontezza e con rispetto perché così comanda Iddio e perché così insegna la legge della riconoscenza. L’ubbidienza qualche volta è sacrificio, ma ricordatevi che se i genitori v’impongono alcuni sacrifici, lo fanno unicamente per il vostro bene. Essi vi vogliono esercitare alle dure battaglie della vita ove tutto è sacrificio. Che avverrebbe se la passera, per risparmiare un sacrificio ai piccoli passerottini, rinunciasse ad insegnar loro i primi elementi di volo? Essi non saprebbero e non potrebbero mai volare; sarebbero perciò condannati a vivere la più infelice vita che potrebbe essere riservata ad un uccellino. Per evitare questo la mamma spinge i suoi piccoli al sacrificio, all’ubbidienza… L’aquila, dicono i naturalisti, si trova di fronte a dei piccoli alquanto ribelli. Gli aquilotti non sono disposti a lasciare il nido per cimentarsi nei primi voli. Sapete cosa fa mamma aquila? Sconvolge il nido! Toglie da esso tutte le parti comode e morbide e lo riduce un incomodo groviglio di punte e sterpi per obbligare i suoi piccoli ad uscirne fuori e, quando essi escono, li lancia nel vuoto per far aprire loro le alucce ancora incerte… ma non li lascia e non appena vede che essi precipitano sconfitti, con un volo rapido si porta sotto a loro e li raccoglie. Come vedete è soltanto l’ubbidienza nel sacrificio, o spontanea o forzata, che irrobustisce e prepara i piccoli per la vita indipendente di domani. La vostra mamma o il vostro papà non vi possono sempre lasciare nel comodo nido della vostra pigrizia o dei vostri giuochi o delle vostre piccole idee perché se lo facessero vi renderebbero infelici per tutta la vita. Essi vi devono chiamare ai vostri doveri familiari, ai vostri doveri scolastici, ai vostri doveri sociali. Soltanto i vostri genitori possono conoscere chiaramente la misura di questi doveri e quindi voi dovete compierli nell’ubbidienza senza discutere e senza lamentarvi. Forse voi siete chiamati a compiere tanti piccoli servizi che i vostri compagni non devono mai compiere; forse voi dovete studiare più a lungo dei vostri piccoli amici; forse siete sottoposti ad un numero maggiore di regole e di limitazioni di quelle che hanno altri ragazzi, ma non vi lamentate, non discutete perché i vostri saggi genitori sanno bene il perché di questi doveri ed essi non ve l’impongono per farvi soffrire, ma soltanto perché sono indotti a ciò da pressanti necessità della vita. Al disopra di ogni altro pensiero mantenete sempre quello principale e ripetete con convinzione a voi stessi: “I nostri genitori ci amano e tutto quello che fanno per noi lo fanno per il nostro bene”. Questo pensiero vi aiuterà sempre a sopportare con dolcezza ogni sacrificio e, di conseguenza, a compiere con serenità il vostro atto di ubbidienza. L’ubbidienza, oltre al sacrificio, impone la fiducia. Il bambino ragiona con la sua piccola mente; il genitore invece ragiona con la sua mente adulta. I loro ragionamenti non vanno sempre d’accordo perché il figlio esamina la cosa dal “suo punto di vista” mentre il genitore la decide dal suo punto di vista. La regola però c’insegna che il punto di vista esatto non è quello del figlio ma quello del genitore e quindi l’ubbidienza si deve compiere nella fiducia. Il ragazzo deve ragionare pressappoco così: “A me sembra che in questa circostanza sarebbe meglio fare in un modo diverso da come comanda il mio genitore, ma poiché egli è più saggio di me è necessario che io ubbidisca perché certamente egli sa quello che vuole e conosce i risultati di quello che chiede”. Molti ragazzi oggi vorrebbero invece prima discutere e poi ubbidire, cioè vorrebbero ubbidire soltanto dopo aver capito bene od essersi convinti completamente. Questo è mancanza di fiducia verso i genitori ed oltre a ciò è anche motivo di molteplici disubbidienze. Infatti non sempre il ragazzo “può capire” o non sempre sa o vuole convincersi, e, se è deciso ad ubbidire unicamente dopo aver capito, finirà, in questi casi, col disubbidire. I genitori hanno sempre molti anni più dei figli; sono stati figli prima di loro ed inoltre hanno conosciute le battaglie della vita e quindi sanno bene quello che comandono e conoscono lo scopo di ogni ordine. I figli, invece, non hanno esperienza e non posseggono una mente sufficientemente sviluppata per comprendere ogni cosa e perciò devono affidarsi fiduciosamente alla guida e alla volontà di coloro che sono stati dati da Dio per guida e per protezione. L’ubbidienza, naturalmente, non è tutto quello che un figlio può dare ai suoi genitori ma è una fra le cose più difficili a darsi. Con l’ubbidienza bisogna porgere l’affetto, la riverenza, l’assistenza; queste cose rappresentano un con-

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traccambio inadeguato all’opera che i genitori compiono a favore dei propri figliuoli, ma nella legge dell’amore non esistono, non possono esistere, proporzioni. L’amore non è un commercio ove si dà tanto per ricevere altrettanto o, possibilmente, di più; non è un calcolo matematico, non è un problema geometrico. No, l’amore è l’amore; esso dà, dà e dà sempre senza chiedere nulla, ma gioisce e si rallegra quando riceve e non calcola se quel che riceve è di più o di meno di quel che ha dato. Quindi i genitori pur ricevendo sempre meno di quel che hanno dato e che continuano a dare fino alla morte, si rallegrano e gioiscono quando i propri figliuoli rendono loro assistenza che è amore in azione; rispetto che è amore in subordinazione. Molti giovani credono di avere vari diritti e credono altresì di non avere nessun dovere nei loro rapporti con i genitori, quindi pretendono aiuto, assistenza, conforto… e quando poi non hanno più bisogno di queste cose voltano le spalle e prendono la loro strada. I genitori, raggiunti dalla vecchiaia e dalla debolezza, cominciano ad aver bisogno di ogni cosa, ma i figli non se ne preoccupano e li lasciano in abbandono quando invece potrebbero facilmente porgere conforto ed assistenza. Un giovane, prima di lavorare per formarsi una famiglia, dovrebbe lavorare per assistere ed aiutare i propri genitori ed anche quando avrà una famiglia propria, una moglie, dei figliuoli, non dovrà dimenticare coloro che hanno dato tutto per lui. Quando il cuore è ispirato e riscaldato dall’amore ogni opera può essere compiuta. La scrittura c’insegna che i cristiani “devono rendere il contraccambio ai loro antenati” perché se alcuno non provvede ai suoi, ha rinnegata la fede ed è peggiore di un infedele. Ma non basta provvedere, bisogna provvedere con affetto. I genitori non devono essere umiliati da un’elemosina ma devono essere confortati da un’assistenza affettuosa, spontanea, riverente. Gli aiuti devono essere resi graditi anche attraverso la forma con la quale vengono largiti ed i genitori devono poter vedere nelle opere dei figliuoli il frutto meraviglioso dell’amore”. Quanti cristiani ed in quale misura rispettano oggi l’ordine di Dio? In alcuni paesi le relazioni familiari sono state turbate al punto che i figliuoli, sin dalla fanciullezza, assumono una posizione di indipendenza che li conduce all’insolenza, alla disubbidienza e all’indifferenza nei confronti dei propri genitori. Le relazioni affettive si dissolvono e gli obblighi sociali si dileguano e invece moltiplicano in misura sempre più impressionante i sintomi di quel disordine morale che crea giovani ribelli e depravati e produce rovine familiari. I genitori dopo aver cercato di dar tutto cadono nello sconforto e terminano la loro vita dimenticati e trascurati, i figli dopo aver preso soltanto il bene materiale dei genitori, si rivoltano contro questi e nel miglior dei casi li abbandonano e li dimenticano. Questo avviene fuori e dentro l’ambiente cristiano ed è per questo che affermiamo che anche il comandamento “onora tuo padre e tua madre” rappresenta una verità dimenticata. Noi che desideriamo un risveglio spirituale dobbiamo soprattutto desiderare che questo risveglio si manifesti in maniera da riportare in luce e quindi in attuazione queste sane norme di vita cristiana. In man di Satana 1 Cor. 5:5 Questo verso dell’epistola di Paolo ai Corinti parla chiaramente dell’autorità e della potenza che si manifestavano nella chiesa cristiana nell’epoca apostolica. Anche allora c’erano peccati e ribellioni perché anche allora la chiesa era soggetta alle terribili tentazioni che si presentano sul sentiero dei santi, ma la potenza dei servitori di Dio si opponeva energicamente all’invadenza del male. In Corinto c’era un terribile peccato: “un uomo si teneva la moglie di suo padre”. E’ necessario precisare che questo non vuol dire che “si teneva la propria madre” ma che conviveva probabilmente con la propria “matrigna”. Non sappiamo se il padre di questo credente era ancora vivo o se era già morto, ma in ambedue i casi vivere coniugalmente con la moglie del padre era una cosa orribilmente ripugnante (Lev. 18:8). Questo scandalo rappresentava una macchia alla testimonianza cristiana della chiesa ed era una malattia mortale nell’anima del peccatore di Corinto e perciò Paolo agisce immediatamente con l’autorità “ricevuta dal Signor Gesù”. Egli comanda che l’impuro fornicatore sia dato in man di Satana “alla perdizione della carne” affinché “lo spirito sia salvo nel giorno del Signor Gesù”. L’Apostolo conosceva bene la personalità e la posizione di Satana. Satana era, ed è, l’autore del male; da lui vengono lagrime, dolori, peccati, malattie. Quando Satana “può avere” un uomo nelle mani è capace di ridurlo nella miseria più profonda, nella malattia più terribile e nello sconforto più grande (Giobbe 3:1-4). Satana agisce sempre per rovinare e per distruggere, ma non sa che Iddio frequentemente si serve della sua potenza malefica per adempiere i suoi piani meravigliosi. Iddio agisce come quei grandi generali che qualche volta permettono al nemico di avanzare e lasciano credere che si stanno ritirando sconfitti, mentre invece stanno soltanto seguendo una manovra abilissima per ottenere una strepitosa vittoria. Paolo sapeva bene questo perché lui stesso era stato costretto da Dio a bere la medicina amara di Satana quando, colpito dall’infermità, aveva dovuto accettare la compagnia di un angelo infernale, che si tratteneva al suo fianco per schiaffeggiarlo continuamente. Satana pensava di avvilire Paolo, forse di distruggere Paolo, ma Iddio sapeva invece che quell’azione dolorosa era necessaria per mantenere il suo grande servitore in una posizione di umiltà. E non era soltanto Iddio a sapere questo, ma lo stesso Paolo era a conoscenza che quell’opera dell’inferno era stata permessa

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dal cielo per la salute della sua anima che altrimenti sarebbe potuta cadere nell’orgoglio spirituale a causa di tutte le meravigliose grazie e rivelazioni ricevute da Dio (2 Cor. 12:7). Quindi non è Satana che “corregge” o che “salva”, ma è Iddio che usa anche le medicine amare ed i veleni pericolosi per dare la salute ai suoi figliuoli. Nel caso del peccatore di Corinto, Satana doveva ricevere il permesso di colpire “la sua carne”, cioè di farlo cadere in una terribile malattia affinché, rovinato nel corpo, non avesse avuto più possibilità e forza di peccare, ma avesse avuto anzi occasione di umiliazione e ravvedimento. In questo caso anche se la malattia fosse arrivata fino alla morte, Satana non avrebbe avuto la vittoria perché in realtà egli avrebbe potuto distruggere soltanto la carne, mentre Iddio attraverso la mortificazione della carne avrebbe potuto suscitare il ravvedimento e compiere la purificazione dell’anima prima che il peccatore scendesse nel sepolcro. Quella che appare meravigliosa, nel verso di Paolo ai Corinti, è l’autorità della chiesa. Non soltanto Iddio può scacciare Satana e può concedere permessi a Satana; non soltanto Iddio, cioè, può fermare l’avversario o può far muovere ed agire l’avversario, ma anche il popolo di Dio ha ricevuto questo potere e questa autorità ed anche i servitori di Dio possono respingere ed avvilire Satana o possono usare Satana come verga dolorosa e come medicina amara. Naturalmente Satana non sa che viene usato per il bene perché egli agisce soltanto per distruggere e quando colpisce un individuo ha un solo desiderio, quello di farlo soffrire e quello di perderlo per l’eternità. Satana non sa, ma Iddio sa, ed anche i servitori di Dio sanno, perché per lo Spirito Santo hanno ricevuto parte della sapienza di Dio, dell’onniscenza di Dio e dell’autorità di Dio. Quindi, come Iddio può usare qualsiasi potenza e qualsiasi energia dell’universo per compiere i suoi piani e può usare al momento opportuno anche Satana quasi fosse un bastone per correggere, anche i servitori di Dio possono comandare e muovere tutte le potenze e Satana stesso affinché la chiesa sia edificata e benedetta. La chiesa, ricordiamoci quindi, non è dominata da Satana, ma domina Satana; l’avversario non può muoversi dove vuole e quando vuole, ma può muoversi soltanto sotto l’autorità dei servi di Dio che lo tengono legato con le catene della potenza divina. Pietro può dire allo zoppo: “Lèvati e cammina” (Atti 3:6) e può dire a Saffira: “I piedi di coloro che hanno seppellito tuo marito sono all’uscio, ed essi ti porteranno via”. (Atti 5:9). Può dire: “Tabita lèvati…” (Atti 9:40) e può anche dire: “Io ti vedo essere in legami d’iniquità” (Atti 8:23). Paolo può dire: “…sarai cieco senza vedere il sole…” (Atti 13:11); può consegnare Imeneo ed Alessandro in mano di Satana (1 Tim. 1:20) e può anche esclamare: “rizzati in piedi…” (Atti 14:10) o “imporre le mani e guarire gli infermi” (Fatti 28:8). Nel ministero della chiesa c’è autorità per liberare dalla potenza malefica di Satana e c’è autorità per legare alla potenza di Satana quando questa potenza può procurare un dolore ed una sofferenza che possono riuscire salutari per la chiesa ed utili per i piani di Dio. Questo passo della scrittura riesce incomprensibile e risulta discusso in maniera animata perché la chiesa cristiana di oggi ha perduto la potenza di ieri. L’autorità dei servitori di Dio è diminuita tanto, che essi frequentemente non dominano Satana, ma sono dominati da lui e quando non sono dominati direttamente da Satana sono dominati dalle circostanze provocate da Satana. Oggi non s’incontrano più molto spesso uomini capaci di sgridare e vincere la malattia o addirittura capaci di spezzare le catene della morte; quindi è logico che non s’incontrano più neanche uomini di Dio capaci di leggere nei cuori e, soprattutto, capaci di far piombare la malattia, la sofferenza, la cecità sopra coloro che potrebbero essere guariti soltanto da queste amare medicine. Le medicine che la chiesa usa in questi giorni sono medicine umane che producono scarso effetto quando non ne producono affatto o quando non producono danno. Per queste ragioni molti peccati segreti continuano a turbare, con la loro presenza, la vita della chiesa ed anche molti peccati palesi continuano a crescere e a crescere oscurando la testimonianza cristiana e ostacolando la presenza di Dio. Se un autentico risveglio di Spirito restituisse alla chiesa l’autorità di ieri, noi torneremmo a vedere i ministri cristiani con la potenza divina nelle mani ed essi combatterebbero il male della chiesa, non con la forza della disciplina di un’organizzazione, ma con la forza dello Spirito Santo che è autorità sopra ogni forza e quindi anche sulla forza del diavolo. Comunque, per concludere il presente capitolo possiamo ripetere: Il versetto di Paolo ai Corinti ci dice chiaramente che l’Apostolo ordina alla chiesa che il peccatore sia abbandonato a Satana perché quest’avversario crudele lo colpisca con la malattia. La mortificazione del corpo deve servire per togliere l’occasione del peccato e per produrre il ravvedimento necessario onde portare di nuovo quest’uomo a Dio. Rovinato nel corpo, salvato nello spirito; questo è l’obbiettivo dell’apostolo a beneficio di un credente sviato dalla verità che può essere guarito dall’azione velenosa dell’inferno soltanto a mezzo di un controveleno formato “allo stesso veleno che ha prodotto l’infezione”.

Oltre a Persecuzione in Italia e La verità vi farà liberi, Roberto Bracco scrisse altri libri i cui titoli sono i seguenti Il risveglio pentecostale in Italia, Il Cielo: premio e gerarchie, Il Ministerio cristiano, Il peccato, Sei cristiano?, L'uomo nel tempo e nell'eternità, Il battesimo,

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Verità dimenticate e punti controversi, Un aiuto convenevole, Il Matrimonio, Insegnaci ad orare, Dare dare dare, Le fonti della potenza, Parole di consolazione, Se avessi un pastore, L'agonia di un risveglio, Dov'è lo Spirito, Che ne sarà dei suoi sogni…., La potenza della pentecoste nel ministerio cristiano, La glossolalia

3. Fratello Giacinto, pace. Volevo chiederti una cosa: ricordo di aver letto sulle FAQ del tuo sito che non sei d'accordo con tutti gli insegnamenti di Roberto Bracco. Potresti dirmi quali? Te lo chiedo perché quelli che ho letto (sul suo sito, perché di libri in giro non ne ho mai trovati) mi sembravano corretti. Innanzi tutto faccio questa premessa: la mia risposta si basa su una parte degli scritti di Roberto Bracco che io ho letto, per cui non avendoli letti ancora tutti non posso assicurarti che oltre a quelle che sto per citarti ce ne possano essere delle altre di dottrine da me non condivise. Ora, le dottrine che insegnava Roberto Bracco e che io non condivido sono le seguenti. x Il pagamento della decima anche sotto la grazia, ecco le sue parole: ‘Ci sono decine e centinaia di credenti in ogni comunità che hanno una occupazione lavorativa regolare che permette loro di contare sopra uno stipendio fisso; se questi versassero la loro decima, milioni di lire sarebbero messi con profitto al servizio di Dio. Si calcola che una comunità con duecento membri occupati ad un lavoro con uno stipendio medio può avere una entrata annua di circa 10 milioni di lire, oltre quella delle offerte. Con questa somma non è possibile svolgere i programmi che una chiesa dovrebbe svolgere? Tutti possono pagare la decima perché Iddio opera in maniera di concedere questa sacra possibilità. C’è la seconda ragione alla quale ho accennato che rende attuabile il versamento regolare della decima, e cioè quella costituita dalla benedizione divina. Iddio ha sempre approvato e fatto prosperare gli amministratori fedeli, come ha sempre riprovato e rimossi gli operai infedeli. Il pagamento della decima ci attribuisce il minimo di fedeltà capace di attirare sopra noi l’approvazione e la benedizione di Dio….. dovrei provare che la decima rientra fra gli obblighi cristiani. Chiedo scusa ai lettori per questa inadempienza; i credenti desiderosi di seguire la via del progresso spirituale non hanno bisogno delle mie dimostrazioni. I credenti, invece schiavi del pregiudizio non sono disposti ad accettare i miei argomenti ….. Dare e decima vanno assieme e se io dal dare sono andato audacemente all’argomento della decima è perché vedo in esso qualche cosa di pratico, di preciso, di luminoso che può permettere ai cristiani una vita di fedeltà, la soluzione dei propri problemi e l’acquisto delle benedizioni divine. Posso io essere contro la decima che Gesù stesso ha elogiata? Posso vedere nella decima soltanto un ordinamento della legge di Mosè, quando essa è stata praticata senza Mosè e prima di Mosè? No, io vedo soltanto che essa rappresenta un limite minimo di dovere al quale se sfuggono coloro che rubano ed usurpano beni e la gloria di Dio, non possono, non debbono sfuggire i figliuoli di Dio’ (Roberto Bracco, ‘Al Signore appartiene la terra’ in Risveglio Pentecostale, n° 8, 1955, pag. 7,8) x Il fatto che lui riteneva che un giorno alla settimana dovesse essere di assoluto riposo per il Cristiano. Ecco le sue parole: ‘La Bibbia ci ordina di concedere al nostro organismo un giorno di riposo ogni sei giorni. Sabato vuol dire letteralmente riposo ed il corpo ha bisogno dei suoi sabati cioè dei suoi riposi. Che questo sia stabilito di lunedì o di giovedì; di sabato o di domenica non ha molta importanza dal lato igienico (io non voglio affrontare la questione dottrinale benchè posso dichiararmi contrario alle concezioni sabatiste), ma è importante che venga stabilito e rispettato rigorosamente. Iddio conosce meglio di noi quest’organismo che Egli ha creato, conosce le sue reazioni e nel comandarci il riposo settimanale ci ha voluto dare, oltre tutto, una regola igienica di assoluta necessità. Molti cristiani trascurano il riposo settimanale per adempiere le loro attività. Essi ignorano, forse, che questo loro contegno oltre a renderli infedeli verso Iddio che desidera la ‘consacrazione totale’ di un giorno al Suo nome li rende anche ostili alla loro salute’ (Roberto Bracco ‘Igiene Cristiana’ in Risveglio Pentecostale, n° 12, 1955, pag. 6) x Il fatto di considerare il dono di parola di sapienza come la capacità di parlare e di agire con sapienza: ‘Il credente che esorta, non in maniera astratta o generica, ma per incitare a ‘carità e a buone opere’ come il ministro che ammaestra intorno al modo di ‘piacere a Dio’ esercitano nelle loro diverse sfere la parola di sapienza. Non sono mai mancati, nel mezzo del popolo del Signore, strumenti preziosi usati dallo Spirito Santo nell’esercizio di questo dono; nelle riunioni di culto o nei contatti personali e privati c’è sempre stata la ‘parola di sapienza’ sulle labbra qualche volta di un pio vegliardo o di una santa donna, di un cristiano temperato o di un giovane consacrato a Dio che hanno saputo

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esprimere la sapienza del cielo additando o ricordando il sentiero della santità’ (Roberto Bracco, La potenza della Pentecoste, Varese 1982, pag. 43). x Il fatto di considerare il dono di parola di conoscenza la capacità di capire i misteri divini: ‘Questo dono conferisce capacità per ‘intendere’ i misteri relativi a Dio e rappresenta quindi un’autentica intuizione soprannaturale per penetrare nell’intimo delle verità teologiche o dottrinali’ (Roberto Bracco, op. cit., pag. 43), che ‘sul piano del servizio rappresenta il ‘ministerio del dottore’. Il dono di scienza (nota mia: così lo chiama Roberto Bracco perché si basa sulla traduzione del Diodati in cui il dono è chiamato ‘parola di scienza’, 1 Cor. 12:8) quindi non esclude l’indagine, la ricerca, l’investigazione, lo studio; anzi, si presenta come una capacità atta a valorizzare e coronare questi esercizi intellettuali del soggetto’ (Ibid., pag. 43-44) x Il fatto di considerare che nella profezia ci sia una predizione di un evento futuro: ‘Non vogliamo però che una lettura frettolosa di questa nostra affermazione possa suscitare l’impressione che vogliamo negare la ‘predizione nella profezia; un messaggio carismatico, estemporaneo è sempre un messaggio fuori degli elementi visibili e quindi sciolto anche dal ‘tempo’; può facilmente riferirsi al ‘futuro’ (Atti 11:28; 21:11), come può semplicemente prevedere il ‘presente’ (Atti 15:32). La profezia, quindi, non si riconosce dal soggetto del messaggio, ma dall’essenza e dalle caratteristiche di esso’ (ibid., pag. 21). x Il fatto di non fare alcuna differenza tra il parlare in lingue che avviene nel credente quando viene battezzato con lo Spirito Santo e il dono delle lingue: ‘All’atto del battesimo nello Spirito si manifesta, nel credente, quale evidenza sensibile, il dono delle lingue’ (Roberto Bracco, La glossolalia, versione on line al seguente indirizzo; ‘Non concordiamo invece pienamente con l’affermazione molto frequente per cui esiste un ‘segno’ delle lingue che si distingue dal ‘dono’ delle lingue; il ‘segno’ accompagnerebbe sempre il battesimo dello Spirito Santo per fornire l’evidenza dell’esperienza mentre il ‘dono’ sarebbe il fenomeno riservato ad alcuni per assolvere il servizio cristiano nella chiesa. La Scrittura parla della glossolalia come di un ‘segno’ soltanto due volte (1 Corinzi 14:22; Marco 16:17) e queste volte si riferiscono proprio al dono delle lingue, escludendo automaticamente l’esistenza di un duplice fenomeno’ (Roberto Bracco, La potenza della Pentecoste, Varese 1982, pag. 55). x Il fatto di considerare le lingue più l’interpretazione anche un parlare rivolto agli uomini: ‘Il credente che esercita il dono delle lingue ‘per l’edificazione della chiesa’ può con questo carisma non soltanto esprimere un messaggio edificativo, ma anche intercedere o salmeggiare nel seno della chiesa (1 Corinzi 14:15) Naturalmente deve, in ogni caso, essere integrato dal dono d’interpretazione che normalmente viene esercitato da un altro credente (1 Corinzi 14:27), ma che eccezionalmente può anche essere esercitato dal glossolalo (1 Corinzi 14:5)’ (Roberto Bracco, op. cit., pag. 50). Quindi Roberto Bracco ammetteva che il parlare in lingue era rivolto sia a Dio che agli uomini, era rivolto a Dio (con una preghiera, una lode un ringraziamento) quando era fatto in privato nell’esercizio personale: “Una cosa è posta in evidenza: il glossolalo esprime un "discorso" celeste e questo discorso è volto a Dio, quindi stabilisce un rapporto reale, concreto, intimo con il cielo e tutto questo non soltanto appare chiaro dalla dichiarazione di Paolo, ma anche dall’esperienza che il credente realizza nell’esercizio personale e privato del dono’ (Roberto Bracco, La glossolalia, versione on line), mentre poteva essere rivolto anche direttamente agli uomini quando la chiesa era radunata: ‘La glossolalia come mezzo di edificazione della comunità (I Cor. 14:5). Il parallelo stabilito da Paolo: "…se non che egli interpreti acciocché la chiesa ne riceva edificazione…" autorizza una logica conclusione e cioè che la "glossolalia" integrata dall’interpretazione, esprime un messaggio che può essere assomigliato alla profezia e come la profezia può svolgere una funzione didattica. Quando esprime un messaggio che s’indirizza agli inconvertiti, sempre che sia seguito dall’interpretazione (I Cor. 14:23), si trasforma oltre che per il suo contenuto sostanziale anche per il suo aspetto formale, in un segno chiaro, evidente della soprannaturalità (I Cor. 14:22) del servizio cristiano; quando invece vuole essere ammaestramento alla chiesa, può "anche" essere, come sembra dirci Paolo, lode, ringraziamento, preghiera, e non soltanto queste’ (Ibid.,). Dunque, per Bracco – quando la Chiesa è riunita - in alcuni casi l’interpretazione delle lingue può corrispondere pure ad una profezia o ad un messaggio rivolto agli inconvertiti o alla chiesa. x Il fatto di escludere che un credente possa ‘possedere’ dei doni di guarigioni: ‘Il ‘dono’ non è e non può essere possesso particolare o esclusivo di un individuo, perché esso appartiene al tesoro spirituale della chiesa; può essere partecipato da chiunque e può essere esercitato da chiunque. Un ministro, un predicatore, se possiede una vera pienezza spirituale, può anche ottenere il suggello o la conferma del proprio ministero mediante i ‘segni che seguono’ la predicazione del messaggio; in questo caso l’azione taumaturgica non è primaria, ma secondaria e non si manifesta come risultato del possesso di un dono specifico, ma come conseguenza logica di una vita traboccante di potenza spirituale di un messaggio vivo. Per chiarire ulteriormente e concludere il nostro soggetto, aggiungiamo che nell’esercizio del culto spirituale ogni fedele può improvvisamente essere guidato dallo Spirito ed essere usato per trasmettere la virtù guaritrice al proprio fratello ammalato e quando un credente usa questo potere soprannaturale non fa altro che amministrare il ‘dono’ delle guarigioni’ (Roberto Bracco, La potenza della Pentecoste, pag. 62). Le ragioni per cui non condivido questi suoi insegnamenti sono le seguenti: x Il pagamento della decima come ordine da osservar anche sotto la grazia non lo condivido perché noi non essendo più sotto la legge ma sotto la grazia, non siamo più obbligati a dare la decima delle nostre entrate per l’opera di Dio, non importa se per i ministri della Parola o per gli orfani, le vedove e i poveri. I Cristiani sono chiamati a dare, ma secondo che hanno deliberato in cuore loro, senza dei limiti prestabiliti. Ovviamente essi si devono guardare da ogni

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avarizia, e tenere ben presente che in base alla misura con cui daranno sarà loro dato, anzi gli sarà data l’aggiunta, e che se non raccolgono con il Signore disperderanno. Io capisco perfettamente che Bracco era contristato e indignato nel vedere tra il popolo di Dio molta ingenerosità, poca riconoscenza, poco amore e zelo pratico verso l’opera di Dio, ma questo triste spettacolo non deve mai portare un servo di Dio a prendere il precetto della decima e ordinarlo ai santi, perché in questa maniera si usa la legge in maniera illegittima e si portano i santi in una certa misura sotto la legge. Quindi capisco che lui fu portato a parlare della decima come di un dovere per il Cristiano, perché vedeva che spesso in mezzo al popolo di Dio mancavano i soldi per supplire ai servi del Signore, o per portare avanti le attività missionarie o caritative della chiesa, ma non posso nella maniera più categorica essere d’accordo con lui quando parla della decima. Anch’io, come lui, vedo le medesime cose nella Chiesa, né più né meno, anch’io vedo che tanti Cristiani pensano che dare denaro per l’opera di Dio equivalga a buttare via i soldi dalla finestra, che essi pensano che non valga la pena contribuire in maniera pratica e regolare con il loro denaro per supplire ai bisogni dei servi di Dio che li ammaestrano nella Parola mentre trovano che valga la pena andare a farsi le vacanze due volte o tre volte all’anno, avere vestiti eleganti e firmati, costruirsi delle ville, comprare ai loro figli i passatempi più inutili, comprare riviste mondane, bigiotterie per le loro mogli, minigonne ed altri capi di abbigliamento indecorosi, ma questo non mi spinge a parlare della decima nei termini in cui ne parlava lui. Esorto a dare e a non essere avari, questo sì, ma non a pagare la decima perché la mia coscienza me lo attesta per lo Spirito che non è cosa da farsi. Per un approfondimento sulla decima leggi il mio trattato dal titolo ‘Non è giusto sotto la grazia imporre il pagamento della decima ai santi’. x Non si può, sotto la grazia, insegnare che i santi devono consacrare un giorno alla settimana al Signore astenendosi da ogni lavoro, perché così facendo si pone sui santi un giogo che è simile a quello del sabato della legge di Mosè. Dire una cosa simile equivale a dire che in quel giorno non è permesso accendere il fuoco per riscaldarsi (nella legge infatti di sabato era vietato anche accendere il fuoco nella propria tenda), e neppure farsi il letto. Equivale a sostituire una ombra con un'altra ombra, e sì perché si ordinerebbe di osservare al posto del sabato giudaico – che è ombra del vero riposo di Dio - un altro giorno. In materia di giorni, occorre ricordarsi che Paolo ha detto che uno stima un giorno più degli altri, mentre l’altro stima tutti i giorni uguali, ognuno deve essere pienamente convinto nella sua mente (cfr. Rom. 14:5), ma questo non significa che la propria convinzione è giusta imporla agli altri. Per esempio se io stimo tutti i giorni uguali, non posso imporre od ordinare ad un fratello che considera la domenica più degli altri giorni la mia convinzione, e ovviamente chi considera la domenica più degli altri giorni non deve imporre a me la sua convinzione. In questo campo c’è libertà. Quindi se un credente consacra la domenica al Signore, e in quel giorno si riposa, non può e non deve ordinare agli altri credenti di fare lo stesso, magari anche con un altro giorno che può essere il venerdì o il giovedì o il lunedì e così via. Per altro nelle dichiarazioni di Bracco si può notare chiaramente che nonostante parli di un giorno di assoluto riposo da consacrare al Signore, egli era contrario a che questo giorno fosse il sabato come dicono gli Avventisti e tanti altri, il che lascia perplessi perché non si capisce a questo punto – in base alle sue stesse parole – perché mai un Cristiano non potrebbe prendere proprio il sabato come giorno di assoluto riposo. Evidentemente, lui stesso si rendeva conto che se avesse dichiarato il sabato un giorno di assoluto riposo per i Cristiani, avrebbe fatto sorgere non pochi problemi perché il sabato era ed è un retaggio della legge di Mosè infatti lo ordina la legge di Mosè e i Giudei ultraortodossi ancora oggi cercano di osservarlo in maniera molto scrupolosa. Quindi, osserviamo in Bracco, una posizione favorevole alla decima ma contraria al sabato ordinato dalla stessa legge di Mosè, lui infatti dice di essere contrario alle concezioni sabatiste (vorrei però ricordare a coloro che appoggiano questa convinzione di Bracco che non è solo la decima che risale a prima che fosse data la legge di Mosè, infatti la pagò Abrahamo a Melchisedec, poichè anche il sabato risale a prima che la legge di Mosè fosse data infatti fu istituito da Dio al principio quando Egli ebbe finito di creare l’uomo infatti egli si riposò il settimo giorno e lo santificò). Per concludere quindi, nel campo dei giorni c’è libertà, per cui uno è libero di stimare un giorno più di un altro, come anche di stimare tutti i giorni uguali, la stessa libertà c’è nel campo dei cibi, perché anche qui un credente può astenersi da un cibo che lui considera impuro, senza per questo commettere peccato (cfr. Rom. 14:2,6,14). Il peccato lo commette se comincia a ordinare agli altri di astenersi da quel cibo perché questa è una dottrina di demoni (cfr. 1 Tim. 4:1-5). Dunque occorre stare attenti che una opinione in materia di giorni o di cibi non venga ordinata o insegnata ai santi. x Il dono di parola di sapienza consiste nella rivelazione di un fatto che deve accadere. Rivelazione che può essere data per mezzo di una visione, di un sogno, o per mezzo di una voce ascoltata. Alcuni esempi di parola di sapienza nella Scrittura sono i seguenti. Ad Antiochia un certo profeta di nome Agabo “levatosi, predisse per lo Spirito che ci sarebbe stata una gran carestia per tutta la terra; ed essa ci fu sotto Claudio” (Atti 11:28). Sempre Agabo, alcuni anni dopo, sceso a casa di Filippo “prese la cintura di Paolo, se ne legò i piedi e le mani, e disse: Questo dice lo Spirito Santo: Così legheranno i Giudei a Gerusalemme l’uomo di cui è questa cintura, e lo metteranno nelle mani dei Gentili” (Atti 21:11). Anche in questo caso la predizione di Agabo si avverò. x Il dono di parola di conoscenza consiste nella rivelazione di un fatto che sta avvenendo o che è già accaduto. Anche questa rivelazione può essere data in visione o in sogno o mediante una voce. Alcuni esempi biblici in cui troviamo la manifestazione di questo dono sono i seguenti. Gesù disse alla donna samaritana: “Va’ a chiamar tuo marito e vieni qua. La donna gli rispose: Non ho marito. E Gesù: Hai detto bene: Non ho marito; perché hai avuto cinque mariti; e quello che hai ora, non è tuo marito; in questo hai detto il vero. La donna gli disse: Signore, io vedo che tu sei un profeta” (Giov. 4:16-19). La donna comprese da questa parola di conoscenza che chi le parlava era un profeta. L’apostolo Pietro tramite una parola di conoscenza venne a sapere che Anania e Saffira avevano venduto il podere di loro possesso per un prezzo superiore al denaro che Anania poi portò ai piedi degli apostoli infatti gli disse: “Anania,

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perché ha Satana così riempito il cuor tuo da farti mentire allo Spirito Santo e ritener parte del prezzo del podere? Se questo restava invenduto, non restava tuo? E una volta venduto, non ne era il prezzo in tuo potere? Perché ti sei messa in cuore questa cosa? Tu non hai mentito agli uomini ma a Dio” (Atti 5:3-4). E per questa sua menzogna fu fatto morire da Dio, assieme a sua moglie che mentì dopo di lui’. x Nel dono di profezia non c’è nessuna predizione di un particolare evento futuro come può essere una carestia o una guerra, o la nascita o la morte di qualcuno: e questo perché chi profetizza “parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione” (1 Cor. 14:3). La predizione è una rivelazione di qualcosa che deve accadere, e secondo l’apostolo Paolo è distinta dalla profezia infatti lui in un passo dice: “Infatti, fratelli, s’io venissi a voi parlando in altre lingue, che vi gioverei se la mia parola non vi recasse qualche rivelazione, o qualche conoscenza, o qualche profezia, o qualche insegnamento?” (1 Cor. 14:6). Per rivelare cose future Dio ha stabilito il dono di parola di sapienza. x Anche se è giusto definire il dono delle lingue un segno per i non credenti perché in ogni caso il parlare in altre lingue serve di segno per i non credenti (cfr. 1 Cor. 14:22), è sbagliato affermare che quando un credente viene battezzato con lo Spirito Santo riceve il dono delle lingue, perché questo è uno dei doni dello Spirito Santo che uno che è stato battezzato con lo Spirito Santo può avere ricevuto o meno quando è stato battezzato con lo Spirito. Mi spiego meglio, tutti coloro che vengono battezzati con lo Spirito Santo cominciano subito a parlare in altra lingua secondo che lo Spirito dà loro d’esprimersi, questo è quello che insegna la Scrittura. Ma non tutti quando vengono battezzati con lo Spirito Santo ricevono il dono della diversità delle lingue, perché questo è un dono spirituale che permette a chi lo riceve di parlare più di una lingua straniera per lo Spirito, infatti è chiamato della diversità delle lingue. Se quindi un credente quando viene battezzato con lo Spirito Santo comincia a parlare in una sola lingua straniera, di lui non si può dire che ha ricevuto il dono della diversità delle lingue che comunque può ricevere in seguito come anche può non riceverlo. Ecco perché Paolo dice: “Parlano tutti in altre lingue?” (1 Cor. 12:30) perché lui sapeva che non tutti i credenti battezzati con lo Spirito Santo avevano il dono della diversità delle lingue; certo tutti parlavano almeno in una lingua straniera, ma non tutti parlavano in varie lingue straniere. E poi, se fosse così come dice il fratello Roberto Bracco, chi viene battezzato con lo Spirito Santo non dovrebbe per nulla bramare il dono della diversità delle lingue perché egli già lo possederebbe automaticamente dal momento che è stato riempito di Spirito Santo, per cui ci sarebbe uno dei doni dello Spirito che si dovrebbe insegnare ai battezzati con lo Spirito Santo di non bramare il che non andrebbe d’accordo con la Scrittura. x Il parlare in altra lingua più l’interpretazione non costituisce una profezia, cioè un parlare rivolto agli uomini, perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio (cfr. 1 Cor. 14:1) per cui l’interpretazione delle lingue corrisponde ad un parlare rivolto a Dio e non alla chiesa. Può trattarsi di una preghiera, di un rendimento di grazie o di un cantico, ma non può trattarsi mai di una profezia sia che chi parla in lingue lo fa in privato sia che lo faccia pubblicamente durante la riunione della Chiesa. Non si capisce proprio in base a quali Scritture si può dimostrare che in privato la direzione del parlare è rivolto sempre a Dio, mentre quando si è riuniti con altri credenti il parlare può prendere pure un'altra direzione e cioè quella verso gli uomini. Questa è una deduzione però che purtroppo è molto diffusa in molte Chiese pentecostali, deduzione che però è stata tratta non dalle Scritture ma dalle esperienze o dalle testimonianze di altri fratelli. Ora, fermo restando l’importanza delle testimonianze, non si possono prendere in nessuna maniera come vere delle testimonianze che non concordano con quello che è l’insegnamento delle Scritture. Cioè non si può cominciare a dire che mentre la chiesa è riunita se uno parla in lingue parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione, semplicemente perché il parlare in lingue alcune volte è stato immediatamente seguito da una interpretazione che corrispondeva ad una profezia. Come spiegar allora queste testimonianze? Le risposte sono due, o l’interpretazione era falsa, o altrimenti quella che tutti pensarono che fosse una interpretazione in effetti fu una vera profezia proferita da un credente che aveva realmente il dono di profezia, per cui questo credente fu realmente sospinto dallo Spirito a dire quelle parole ma quelle parole non erano affatto l’interpretazione di quel parlare in lingue perché quel parlare in lingue non era una profezia. Per profetizzare è necessario avere solo il dono di profezia, che è nettamente distinto da quello delle lingue e dell’interpretazione perché chi profetizza rivolge agli uomini un messaggio direttamente nella loro lingua; non è che prima che ci sia la profezia ci deve essere un parlare in altra lingua, il parlare in altra lingua può essere assente ma se c’è chi profetizza ci saranno delle profezie. Per approfondire questi argomenti leggi il mio libro ‘Confutazione del libro di Tommaso Heinze ‘La Bibbia e il Movimento Pentecostale’. x I doni di guarigioni sono dei doni che un credente può ricevere dallo Spirito Santo nella stessa maniera degli altri doni; quando dico può ricevere, voglio dire che questi doni saranno presenti in maniera permanente nella sua vita per cui le guarigioni si verificheranno frequentemente tramite di lui. Se così non fosse non si capisce perché Paolo domandi: “Tutti hanno eglino i doni delle guarigioni?” (1 Cor. 12:30). Certamente, le guarigioni non avverranno quando e come vuole il credente, perchè Dio rimane sovrano nella vita di chiunque e opera tutte le cose sempre secondo il beneplacito della sua volontà. Ma rimane il fatto che quel credente una volta constatato di avere ricevuto i doni di guarigioni, potrà dire di avere quei doni operanti tramite lui, e la cosa sarà manifesta perché le guarigioni avverranno spesso come nel ministerio dell’apostolo Paolo e dell’evangelista Filippo. Quindi nel caso dei doni di guarigioni, un credente può ricevere e amministrare questi doni mettendoli al servizio degli altri, non tutti i credenti, ma solo alcuni, infatti Paolo dice che non tutti hanno i doni delle guarigioni. E’ un po’ insomma come nel caso di altri doni, per esempio chi ha ricevuto il dono di ministerio di dottore sa di avere ricevuto questo dono e che non tutti lo hanno e lo possono ministrare. Non è forse così? Altrimenti perché Paolo domanda se tutti nella Chiesa sono dottori (cfr. 1 Cor.

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12:29)? Questo fatto di negare che delle guarigioni si possano manifestare come risultato del possesso di un dono specifico è fuorviante perché sicuramente induce un credente a non desiderare di ricevere i doni di guarigioni appunto perché viene negato che un credente possa avere il possesso di doni di guarigioni; sì, le guarigioni possono avvenire tramite lui ma semplicemente come conseguenza logica di una vita traboccante di potenza spirituale di un messaggio vivo. Credo che questo insegnamento sbagliato spieghi come mai in seno al movimento pentecostale qui in Italia in molti credenti non ci sia il desiderio di ricevere i doni di guarigioni. Sì, c’è la giusta usanza da parte degli anziani o del pastore della chiesa di pregare sugli ammalati ungendoli d’olio nel nome del Signore; sì, i credenti pregano per la guarigione di altri fratelli che sono malati, e devo dire che il Signore nella sua fedeltà e benignità ha guarito e guarisce ancora oggi, in risposta alla preghiera fatta con fede. Ma non c’è nessuno di cui si possa dire che ha, e ripeto, ha i doni di guarigioni. Cosa strana questa, non è vero? Eppure parlo del Movimento Pentecostale, un movimento che sin dall’inizio ha creduto nella guarigione divina. Ci sono credenti di cui si può dire che sono pastori, insegnanti, e così via, ma non ci sono credenti di cui si può dire che hanno ricevuto i doni di guarigioni e Dio si usa potentemente di quei fratelli perché gli ha conferito questi doni che essi mettono al servizio degli altri con dei risultati gloriosi, visibili agli occhi di tutti, sia credenti che non credenti.

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CANTICI

1. Ma non è un controsenso per noi credenti cantare ‘Il tempio di Dio voglio essere anch’io’?
Certo che lo è perché noi credenti siamo di già il tempio di Dio e non dobbiamo desiderare di diventarlo. Paolo dice infatti ai Corinzi: “Non sapete voi che siete il tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Cor. 3:16), ed anche: “E non sapete voi che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi, il quale avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?” (1 Cor. 6:19)? Credo quindi che la maniera migliore per far capire a quei credenti che cantano ancora queste parole che sbagliano sia fare loro le stesse suddette domande scritte da Paolo.

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CATTOLICI ROMANI (DOMANDE FATTE DA LORO)

1. Perché voi Evangelici non vi fate il segno della croce prima di mangiare?
Il motivo è perché non è in questa maniera che la Scrittura ci insegna a ringraziare Dio per il cibo. Gesù Cristo, il Figlio di Dio disceso dal cielo, prima di mangiare rendeva grazie a Dio Padre facendo uso di parole infatti è scritto: "Gesù quindi prese i pani; e dopo aver rese grazie, li distribuì alla gente seduta; lo stesso fece de’ pesci, quanto volevano" (Giov. 6:11), e: "Avendo ordinato alle turbe di accomodarsi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, rese grazie; poi, spezzati i pani, li diede ai discepoli e i discepoli alle turbe" (Matt. 14:19). Anche dell'apostolo Paolo viene detto che prima di mangiare rendeva grazie a Dio con parole infatti è scritto: "Detto questo, preso del pane, rese grazie a Dio, in presenza di tutti; poi, rottolo, cominciò a mangiare. E tutti, fatto animo, presero anch’essi del cibo" (Atti 27:35-36). Ma noi non ci facciamo il segno della croce solo prima di mangiare (come neppure dopo), ma non ce lo facciamo neppure quando ci troviamo in un pericolo (come invece fate voi) e sempre per lo stesso motivo, perché la Scrittura non ci dice di invocare l'aiuto di Dio facendoci il segno della croce, ma gridando a Dio, invocandolo secondo che è scritto: "Invocami nel giorno della distretta, io te ne trarrò fuori, e tu mi glorificherai" (Sal. 50:15).

2. Come mai voi Evangelici nei vostri luoghi di culto non avete immagini e statue sacre come li abbiamo noi?
Perché quelle che voi chiamate immagini e statue sacre agli occhi di Dio sono degli idoli che gli sono in abominio. Idoli? Sì, idoli, questo è il loro vero nome, infatti voi servite queste immagini e statue pulendole, addobbandole, portandole in processione, e vi prostrate davanti ad esse, le baciate, le venerate, tutte cose queste espressamente vietate da Dio nella sua Parola. Il secondo comandamento del Decalogo che Dio diede a Mosè sul Monte Sinai dice infatti quanto segue: "Non ti fare scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassù ne’ cieli o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra; non ti prostrare dinanzi a tali cose e non servir loro, perché io, l’Eterno, l’Iddio tuo, sono un Dio geloso che punisco l’iniquità dei padri sui figliuoli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso benignità, fino alla millesima generazione, verso quelli che m’amano e osservano i miei comandamenti" (Es. 20:4-6). L'ordine è chiaro, la punizione che Dio riserva a coloro che lo trasgrediscono è altrettanto chiara. Purtroppo però questo ordine di Dio con la sua relativa minaccia di punizione, quantunque non sia stato tolto dalla vostra Bibbia, è stato tolto dal vostro Catechismo per cui non vi viene insegnato e voi quindi non lo conoscete. Andate dunque, investigate il Decalogo così come è scritto e troverete anche questo comandamento. O Cattolici romani, convertitevi dagli idoli, da queste cose vane che adorate, all'Iddio vivente cominciando ad adorarlo in ispirito e verità perché tali sono gli adoratori che egli richiede (cfr. Giov. 4:23). Toglieteli dalle vostre raunanze, ma toglieteli innanzi tutto dal vostro cuore dove li avete innalzati. Pentitevi del vostro peccato di idolatria, come di tutti gli altri vostri peccati, chiedendo perdono direttamente a Dio, e credete nel suo Figliuolo Gesù Cristo. Otterrete così la remissione dei vostri peccati e la vita eterna.

3. Come mai voi Protestanti, tranne alcune eccezioni, non battezzate i neonati?
La ragione per cui noi non battezziamo i neonati come fate invece voi, in ubbidienza al Magistero Romano, è semplicemente perché la Bibbia ci autorizza a ministrare il battesimo solo a coloro che hanno creduto nel Vangelo, il che esclude implicitamente i neonati dato che essi non hanno ancora la capacità di credere. Gesù Cristo quando apparve agli undici e disse loro di andare per tutto il mondo e predicare il Vangelo ad ogni creatura, disse pure loro: "Chi avrà creduto, e sarà stato battezzato sarà salvato" (Mar. 16:16), il che significa che il battesimo deve essere preceduto dall’atto del credere nel Vangelo, dalla sua accettazione nel proprio cuore. Come fa un neonato ad accettare il Vangelo? Gli apostoli, per quel che troviamo scritto negli Atti, non battezzavano mai dei neonati ma solo persone in età adulta che accettavano il Vangelo, o comunque sempre persone che avevano chiaramente accettato il Vangelo perché ne avevano la capacità, quindi potevano esserci anche dei giovani tra i battezzati. Il giorno di Pentecoste per esempio furono circa tremila ad accettare il Vangelo e ad essere battezzati (cfr. Atti 2:41). Filippo, l’evangelista, in Samaria battezzò uomini e donne (cfr. Atti 8:12). E potrei prendere altri esempi biblici, ma ritengo che questi bastino.

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Stando così le cose secondo la Scrittura, il cosiddetto pedobattesimo da voi ricevuto (come d’altronde quello ricevuto da quei Protestanti che lo praticano) non è il battesimo istituito da Cristo. Devo dire però a proposito del battesimo da voi ricevuto, che esso non corrisponde al battesimo istituito da Cristo non solo perché voi lo ministrate ai fanciulli, ma anche perché lo ministrate per aspersione (sia a bambini che ad adulti) mentre quello istituito da Cristo è per immersione, e perché gli attribuite il potere di rigenerare l’uomo e farlo diventare un figlio di Dio, in altre parole gli attribuite il potere di cancellare i peccati, cosa che non corrisponde affatto al vero perché il battesimo è solo un simbolo della nuova nascita che si è verificata mediante la fede in colui che viene battezzato; un simbolo della purificazione subita dalla sua coscienza da ogni peccato mediante il sangue di Gesù Cristo, sì perché è il sangue di Gesù che cancella i peccati e non l’acqua del battesimo. Dunque quello che voi dovete fare, o Cattolici romani, è smettere di battezzare i vostri bambini; ma soprattutto voi dovete ravvedervi dei vostri peccati e credere nel Signore Gesù Cristo per ottenerne la remissione, e poi farvi battezzare in acqua per immersione da un ministro del Vangelo. Ovviamente questo significa uscire dalla Chiesa Cattolica Romana ed unirvi ad una Chiesa Evangelica che predica tutto il consiglio di Dio.

4. Come mai voi Evangelici non credete nei santi?
Perché dite che noi non crediamo nei santi? Noi crediamo nei santi. E’ necessario però che vi spieghi alcune cose a tale proposito al fine di farvi capire bene la nostra posizione sui santi. La prima è che secondo la Scrittura tutti coloro che hanno creduto nel Signore Gesù Cristo sono dei santi e questo perché essi sono stati santificati da Dio mediante lo Spirito di Dio e mediante il corpo di Cristo (cfr. 2 Tess. 2:13; 1 Piet. 1:2; Ebr. 9:10). Dunque noi non accettiamo la canonizzazione papale tramite cui dopo un lungo e laborioso esame della vita e delle opere dell’interessato in questione, e soprattutto dopo che il morto ha compiuto almeno due miracoli, la persona morta in odore di santità viene, dopo essere stata proclamata beata, canonizzata santa e quindi iscritta nel catalogo dei santi che possono essere invocati universalmente da tutti. Questa cosiddetta canonizzazione è semplicemente una invenzione umana, una delle tante invenzioni umane presenti nella Chiesa cattolica romana. Altra cosa da dire è che quando noi parliamo dei santi oramai morti ci riferiamo solo a persone morte in Cristo, quindi che sono andate ad abitare in cielo con il Signore. Per cui non accettiamo tutti quei vostri santi che sulla terra erano dati all’idolatria, alle più svariate superstizioni, e che insegnavano che la salvezza si merita con le opere, che dopo morti c’è un purgatorio, che Maria è la madre di Dio ecc.; per esempio i vostri Carlo Borromeo e Alfonso Maria De Liguori. Tutti costoro non erano dei santi sulla terra, ma solo dei peccatori che quando sono morti sono andati all’inferno in attesa del giudizio del grande giorno. Altra cosa che voglio dire è che quando noi parliamo dei santi ci riferiamo in particolare modo agli apostoli, e a tutti quei discepoli antichi i cui nomi sono trascritti nel Nuovo Testamento, per cui quando diciamo che crediamo in essi vogliamo dire che essi sono esistiti, che hanno vissuto una vita degna del Vangelo e che sono morti nel Signore. Ovviamente nel caso degli apostoli vogliamo dire pure che crediamo in tutto quello che essi hanno insegnato da parte di Dio sia a voce che con una loro epistola. Quello che però noi non crediamo a proposito dei santi che sono in cielo è che possano pregare per noi o proteggerci, o che ci possano ascoltare se li preghiamo. Perché non crediamo a ciò? Perchè la Scrittura afferma che c’è "un solo mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo" (1 Tim. 2:5), per cui l’unica vera e reale intercessione per noi in cielo la compie solo Cristo, nessun altro. Lui prende le nostre preghiere che noi rivolgiamo al Padre nel suo nome e le porge al Padre suo; nessun altro all’infuori di lui o oltre a lui. Né Maria, né Pietro, né Paolo, né Giovanni e così via. Forse qualcuno potrebbe essere indotto a dire che sono necessari altri intercessori in cielo, oltre che Gesù, perché il Signore da solo non ce la può fare a prestare ascolto a tutte le preghiere rivolte nel suo nome!! A costui voglio dire che ciò è falso perché Gesù dopo che fu risorto disse che gli era stata data ogni potestà in cielo e in terra (cfr. Matt. 28:18), e nell’epistola agli Ebrei è scritto chiaramente che Gesù dato che dimora in eterno ha un sacerdozio che non si trasmette e "può anche salvar appieno quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, vivendo egli sempre per intercedere per loro" (Ebr. 7:25). Se dunque è scritto che Gesù ha ogni potestà anche in cielo e che può salvare appieno coloro che si accostano a Dio tramite lui, è inammissibile pensare o dire che egli abbia bisogno di una schiera di intercessori al suo fianco per aiutarlo nella sua opera di mediazione. E non solo inammissibile, ma anche ingiurioso nei suo confronti. E poi occorre fare notare che se Pietro, Paolo, Giovanni e così via, potessero ascoltare le preghiere di tutti i Cristiani che sono sulla terra, e non solo, ma anche venire in loro soccorso dal cielo dove si trovano, ciò significherebbe che essi dopo morti sono diventati onnipotenti, onnipresenti e onniscienti (o quasi). Una cosa del genere è assurda pensarla. Dunque le preghiere i santi che sono in cielo non le ascoltano, e perciò è del tutto inutile rivolgersi a loro affinché ci raccomandino presso Dio. Come è inutile rivolgersi a loro affinché ci facciano questa o quell’altra grazia. Le grazie ce le fa solo Dio mediante Cristo; Paolo, Giovanni, Pietro, Giuseppe non possono fare proprio nulla in nostro favore; né proteggerci, né guarirci, né guidarci, né consolarci, né darci quello che il nostro cuore desidera. Dio è colui che ci protegge da ogni male, che ci guarda dal maligno sia di giorno che di notte, che ci libera da ogni nostra afflizione, che ci concede quello che il nostro cuore desidera, che ci guida nelle sue vie, che ci fortifica e ci consola, che ci guarisce tutte le nostre malattie, e che ci libera dall’ira a venire. Lui solo quindi noi invochiamo con fede, a Lui solo rendiamo note le nostre preghiere e nel nome del suo Figliuolo Gesù Cristo, e da Lui solo aspettiamo la ri-

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sposta che sappiamo arriva sempre al momento opportuno e che arriva in virtù dell’intercessione del suo Figliuolo. Ed è perciò che noi solo a Dio rendiamo grazie in Cristo Gesù; perché Lui è Colui che esaudisce le nostre suppliche. A lui sia la gloria ora e in eterno. Amen. Voi dunque, o Cattolici Romani, che ancora invocate Maria, Giuseppe, Paolo, Pietro, e così via, smettete di farlo, e mettetevi a invocare solo Dio Padre tramite Cristo. Invocatelo innanzi tutto affinché vi perdoni tutte le vostre iniquità, e poi una volta che Egli vi ha risposto uscite dalla Chiesa Cattolica Romana e unitevi ad una Chiesa Evangelica che annunzia tutto il consiglio di Dio. Una volta che Dio vi avrà perdonato capirete come solo Lui è degno di essere invocato, e imparerete a invocare solo Lui in tutte le vostre distrette smettendo quindi di invocare Maria, Giuseppe, e gli altri santi, pratica questa che agli occhi di Dio è idolatria.

5. Perché voi Evangelici non credete che Maria sia rimasta sempre vergine dopo avere partorito Gesù?
Non ci crediamo perché la Bibbia dice che Maria, la madre di Gesù, dopo avere dato alla luce Gesù, fu conosciuta da suo marito Giuseppe ed ebbe altri figli. Matteo dice che Giuseppe "prese con sé sua moglie; e non la conobbe finch’ella non ebbe partorito il suo figlio primogenito, e gli pose nome Gesù" (Matt. 1:24,25). Questo significa che Giuseppe, dopo che Maria partorì Gesù, conobbe sua moglie. Notate che non c’è scritto che lui non la conobbe mai, ma che non la conobbe solo fino ad un preciso tempo, e cioè fino a che non partorì Gesù. Per cui dopo il parto, Giuseppe conobbe sua moglie Maria. Ma vediamo adesso di dimostrarvi con le Scritture che Gesù non fu il solo figlio ad essere partorito da Maria perché ella concepì e partorì altri figli dopo Gesù. y Luca dice che "ella diè alla luce il suo figliuolo primogenito" (Luca 2:7), perciò se Gesù fosse stato il suo unico figlio sarebbe stato chiamato il suo unigenito e non il suo primogenito. y Marco dice: "Poi si partì di là e venne nel suo paese e i suoi discepoli lo seguitarono. E venuto il sabato, si mise ad insegnar nella sinagoga; e la maggior parte, udendolo, stupivano dicendo: Donde ha costui queste cose? e che sapienza è questa che gli é data? e che cosa sono cotali opere potenti fatte per mano sua? Non é costui il falegname, il figliuol di Maria, e il fratello di Giacomo e di Giosè, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?" (Mar. 6:1-3); y Sempre Marco dice: "E giunsero sua madre ed i suoi fratelli; e fermatisi fuori, lo mandarono a chiamare" (Mar. 3:31); y Giovanni dice: "Neppure i suoi fratelli credevano in lui" (Giov. 7:5); y Luca dice negli Atti: "Tutti costoro perseveravano di pari consentimento nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù, e coi fratelli di lui" (Atti 1:14); y Paolo dice ai Corinzi: "Non abbiamo noi il diritto di condurre attorno con noi una moglie, sorella in fede, siccome fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?" (1 Cor. 9:5); y Paolo dice ai Galati: "In capo a tre anni, salii a Gerusalemme per visitar Cefa, e stetti da lui quindici giorni; e non vidi alcun altro degli apostoli; ma solo Giacomo, il fratello del Signore" (Gal. 1:18,19). y Nei Salmi è detto a proposito del Cristo: "Io son divenuto... un forestiero ai figliuoli di mia madre" (Sal. 69:8). La Scrittura aveva dunque persino preannunziato che la vergine che avrebbe concepito e partorito il Cristo di Dio non sarebbe rimasta vergine perché avrebbe avuto altri figli infatti lo Spirito di Cristo disse tramite Davide: "Sono divenuto un forestiero ai figliuoli di mia madre". Come potete vedere, o Cattolici romani, queste Scritture non lasciano spazio a nessuna verginità perpetua di Maria. Smettete quindi di credere a questa dottrina che non trova nessuna conferma nella Parola di Dio, anzi una chiara smentita.

6. Perché voi Evangelici non credete nell’immacolata concezione di Maria?
Non ci crediamo perché la Scrittura insegna che anche Maria, come qualunque altro essere umano eccetto Gesù Cristo, è nata nel peccato. "Tutti hanno peccato" (Rom. 3:23), dice Paolo, e perciò tra quel tutti c’è anche Maria, e questo perché il peccato tramite Adamo è entrato nel mondo ed è passato su tutti gli uomini. Dice sempre Paolo: "…. con un sol fallo la condanna si è estesa a tutti gli uomini… " (Rom. 5:18). E che sia così, cioè che anche Maria non nacque esente dal peccato, lo confermò lei stessa quando nel suo cantico che innalzò a Dio in casa di Zaccaria riconobbe che Dio era il suo Salvatore dicendo: "L’anima mia magnifica il Signore, e lo spirito mio esulta in Dio mio Salvatore" (Luca 1:46,47). Come avrebbe infatti potuto chiamare Dio il suo Salvatore se fosse nata senza peccato? Ma c’è un'altra prova che depone nettamente a favore di quello che stiamo dicendo, ed è il sacrificio che Giuseppe e Maria offrirono nel tempio quando andarono a presentare il bambino Gesù (cfr. Luca 2:22-24); uno di quegli animali

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offerti in sacrificio infatti fu offerto per il peccato di Maria perché secondo la legge era in questa maniera che veniva espiata l’iniquità della donna che aveva partorito. Ecco cosa dice infatti la legge a proposito di quello che doveva offrire la donna che aveva partorito un figlio o una figlia, quando i giorni della sua purificazione sarebbero stati compiuti: "E quando i giorni della sua purificazione, per un figliuolo o per una figliuola, saranno compiuti, porterà al sacerdote, all’ingresso della tenda di convegno, un agnello d’un anno come olocausto, e un giovine piccione o una tortora come sacrifizio per il peccato; e il sacerdote li offrirà davanti all’Eterno e farà l’espiazione per lei; ed ella sarà purificata del flusso del suo sangue. Questa è la legge relativa alla donna che partorisce un maschio o una femmina. E se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due giovani piccioni: uno per l’olocausto, e l’altro per il sacrifizio per il peccato. Il sacerdote farà l’espiazione per lei, ed ella sarà pura" (Lev. 12:6-8). Nel caso di Maria dato che era di basso stato furono offerti due tortore o due giovani piccioni. Ora, noi domandiamo: ‘Se Maria fosse stata senza peccato che bisogno c’era che offrisse quel sacrificio per il peccato?’

7. Non pensate voi Evangelici di peccare di presunzione nell’affermare che voi siete salvati e che quando morirete andrete subito in paradiso?
No, non crediamo affatto di essere dei presuntuosi nell’affermare queste cose. Queste nostre affermazioni infatti le facciamo basandoci su quello che afferma la Scrittura che ci dice: "Poiché gli è per grazia che voi siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non vien da voi; è il dono di Dio" (Ef. 2:8), ed ancora: "Io v’ho scritto queste cose affinché sappiate che avete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figliuol di Dio" (1 Giov. 5:13). Come potete vedere dunque gli apostoli ci hanno lasciato scritto che noi che abbiamo creduto nel Signore siamo stati salvati e abbiamo la vita eterna. Come fate quindi ad accusarci di essere dei presuntuosi perché vi diciamo semplicemente quello che ci dice la Bibbia? E non solo quello che ci dice la Bibbia ma anche quello che ci attesta lo Spirito di Dio che è in noi il quale attesta con il nostro spirito che siamo figliuoli di Dio e quindi eredi di Dio e coeredi di Cristo (cfr. Rom. 8:1617). Noi che abbiamo creduto nel Signore abbiamo in noi la testimonianza di Dio che è la seguente: "Iddio ci ha data la vita eterna, e questa vita è nel suo Figliuolo" (1 Giov. 5:11). Noi abbiamo in noi lo stesso spirito di fede che è in quella parola della Scrittura: Ho creduto perciò ho parlato (cfr. 2 Cor. 4:13), e perciò dato che abbiamo creduto nel Signore, pure parliamo di ciò che Lui ha fatto per noi nella sua misericordia, e di quello che farà ancora per noi perché noi siamo certi che come Lui ha risuscitato il Signore Gesù così in quel giorno risusciterà pure noi mediante la sua potenza e ci farà comparire davanti a lui. A Lui sia la gloria ora e in eterno. Amen. Di presunzione semmai peccate voi, o Cattolici romani, nel dire e ribadire che la vita eterna ce la si deve guadagnare e che state facendo del vostro meglio per meritarvela, infatti se la Bibbia dice che la vita eterna è il dono di Dio (cfr. Rom. 6:23) e che si viene giustificati gratuitamente mediante la sola fede in Cristo per la grazia di Dio (cfr. Rom. 3:24), è evidente che affermare il contrario non può che essere sfacciata presunzione. Voi parlate come se Dio avesse messo la vita eterna in vendita, come se la desse all’uomo in contraccambio di qualche opera buona o di qualche sacrificio umano, quando invece non è affatto così. Se così fosse Cristo sarebbe morto inutilmente e la sua grazia sarebbe annullata. Quindi riflettete seriamente a questo vostro parlare presuntuoso, pentitevi di esso e credete nel Signore Gesù per ottenere da lui la salvezza dal peccato e la vita eterna. Altrimenti quando morirete andrete in perdizione.

8. Giovanni Paolo II vi ha chiesto perdono a voi Protestanti per le persecuzioni compiute dai Cattolici nel passato contro i vostri predecessori; che ne dite di questo suo atteggiamento?
Diciamo semplicemente che quello che ha fatto è assurdo. Perché? Perché non ha nessun senso chiedere perdono per peccati, compiuti da terze persone, a persone verso cui non sono stati compiuti questi peccati. Vi faccio un esempio con la mia persona per spiegarvi l’assurdità di questo chiedere perdono di Giovanni Paolo II. Mettiamo il caso che un mio vicino abbia un nonno oramai morto a cui un mio bisnonno, durante una lite che ebbero in vita, diede un pugno, ed io un giorno vada a chiedere perdono a questo mio vicino di casa per il pugno ricevuto da suo nonno oramai morto per mano del mio bisnonno, non sarebbe assurdo questo mio comportamento? Certo che lo sarebbe. Non pensate che doveva essere il mio bisnonno ad andare a chiedere perdono al nonno di questo mio vicino? Che centro io? Ma invertiamo le posizioni nell’esempio per far capire quanto sia assurdo l'eventuale perdono concesso da chi torti non ha ricevuti a chi torti non gliene ha fatti. Se un giorno viene a me qualcuno che mi dice che mi chiede perdono per un pugno che mio nonno ha ricevuto dal suo bisnonno, come dovrei comportarmi verso costui? Dovrei accettarlo il suo chiedere perdono? E come farei? Dovrei accettare ‘le scuse’ per un misfatto da me non ricevuto per bocca di qualcuno che per altro non lo ha compiuto! Ma non è evidente che compirei pure io un atto assurdo se accettassi il suo perdono? Come fa dunque Giovanni Paolo II a chiedere perdono ai Protestanti di oggi in nome di coloro che inquisirono e torturarono e misero a morte i Protestanti del sedicesimo secolo o di qualche altro secolo del passato? Noi capiremmo il

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suo gesto, se egli chiedesse perdono ad un Protestante o a dei Protestanti ancora in vita per qualche suo personale misfatto perpetrato nei confronti di esso/i; ma non riusciamo proprio a capire quest’altro suo chiedere perdono. Naturalmente nel dire che Giovanni Paolo II ha agito in maniera assurda si vuole implicitamente affermare che quello che ha fatto non ha nessuna, e ripeto nessuna, base biblica come conferma. E che sia così - cioè che il suo gesto non ha nessuna conferma nella Bibbia - lo riconosce pure la curia romana infatti nel documento Memoria e Riconciliazione dopo che vengono trascritti alcuni esempi di confessioni di peccati fatte a Dio tratte dall’Antico Testamento viene detto: ‘Sorge la questione sul perché gli scrittori biblici non abbiano sentito il bisogno di richieste di perdono rivolte a interlocutori presenti riguardo a colpe commesse dai padri, nonostante il loro forte senso della solidarietà fra le generazioni nel bene e nel male…’ (‘Memoria e Riconciliazione’, 2:1; in Il Regno-documenti, 5/2000, pag. 141). Ovviamente vengono avanzate delle ipotesi; rimane il fatto però che nell’Antico Testamento non ci sono esempi che confermano questo gesto. E le cose non cambiano con il Nuovo Testamento infatti non c’è un solo esempio, e ripeto uno solo, in cui un cristiano abbia chiesto perdono al suo prossimo per un misfatto fatto nel passato da un suo predecessore ad un predecessore del suo prossimo. Ed anche in questo caso la curia romana è costretta a riconoscerlo infatti afferma: ‘Non c’è però alcun esplicito richiamo indirizzato ai primi cristiani a confessare delle colpe del passato…’ (Ibid., 2:2; in Il Regno-documenti, 5/2000, pag. 143). Se quindi manca una base biblica come possiamo noi accettare per vero e utile il gesto di Giovanni Paolo II nei confronti di noi Protestanti? Noi non possiamo. Tuttavia riscontriamo ancora una volta, senza meravigliarci peraltro, che la curia romana anche in assenza di basi bibliche riesce a fare apparire o presentare questo atteggiamento assurdo e sbagliato di Giovanni Paolo II come giusto e biblico. Ho detto poco fa che questo non ci meraviglia perché di cose assurde e false che la curia romana fa apparire come giuste e bibliche ce ne sono una marea. Vedi il caso delle preghiere per i morti, delle preghiere dei morti per i vivi, del purgatorio (una delle più grandi truffe religiose perpetrate a danno dell’umanità), vedi il caso del primato del papa, della ripetizione del sacrificio di Cristo nella messa, solo per citarne alcune. Quindi, siamo sempre punto da capo, perché il papa e la curia romana dimostrano di non tenere in nessuna considerazione la Parola di Dio. Ma cosa dice la Parola di Dio a riguardo del chiedere perdono? Ecco quello che ha insegnato Gesù Cristo. "Badate a voi stessi! Se il tuo fratello pecca, riprendilo; e se si pente, perdonagli. E se ha peccato contro te sette volte al giorno, e sette volte torna a te e ti dice: Mi pento, perdonagli" (Luca 17:3-4). Quindi chi riceve il torto deve innanzi tutto riprendere chi gli ha fatto il torto, e poi se questo riconosce il suo proprio misfatto e si pente e gli chiede perdono ossia di rimettergli questo suo debito, allora la persona offesa deve perdonare l’offensore. Quand’anche ciò avvenisse sette volte al giorno, per sette volte occorre perdonare chi si pente del suo peccato. Le cose sono molto chiare; deve essere la persona che pecca a pentirsi e a chiedere perdono (e non qualcuno per lui dopo che questo muore), a chi ha ricevuto il torto e non a qualcuno che è parente di chi ha ricevuto il torto. Va poi detta un’altra cosa, a riguardo di questo ‘mea culpa’ sottoscritto da Giovanni Paolo II, e cioè che alla fine la Chiesa Cattolica Romana ne esce sempre immacolata, santa e irreprensibile, nel senso che non gli viene per nulla imputata la persecuzione dei Protestanti (come neppure quella degli Ebrei), perché la responsabilità viene fatta cadere su alcuni ‘figli disubbidienti’ della Chiesa Cattolica Romana e non sulla loro madre. Insomma la madre non ha mai sbagliato, mentre alcuni suoi figli sì hanno sbagliato. Ecco per esempio alcuni passaggi significativi tratti da Memoria e Riconciliazione: ‘La Chiesa è santa perché, santificata da Cristo, che l’ha acquistata consegnandosi alla morte per lei, è mantenuta nella santità dallo Spirito Santo, che la pervade incessantemente (….) Essa, perciò, pur essendo santa per la sua incorporazione a Cristo, non si stanca di fare penitenza; e riconosce sempre come propri, davanti a Dio e agli uomini, i figli peccatori, quelli di oggi, come quelli di ieri (…) Perciò, la Chiesa santa avverte il dovere ‘di rammaricarsi profondamente per le debolezze di tanti suoi figli, che ne hanno deturpato il volto, impedendole di riflettere pienamente l’immagine del suo Signore crocifisso, testimone insuperabile di amore paziente e di umile mitezza’ (Ibid., 3:2,3,4). Quindi questo chiedere perdono oltre che essere assurdo è ammantato di falsità e di doppiezza e di ipocrisia; perché la storia, che non è un opinione, ci dice chiaramente che furono i capi della Chiesa Cattolica Romana, cioè i papi, i cardinali, i vescovi a perseguitare a tutto potere i Protestanti, e tutte le pecore gli andavano dietro ciecamente. Fu insomma la madre con i suoi figli a perseguitare i Protestanti, quella madre prostituta che con i suoi figli, frutto delle sue innumerevoli prostituzioni, si scagliarono con veemenza contro coloro che si separavano da essa per amore della verità. Ovviamente la ragione per cui Giovanni Paolo II non può e non vuole riconoscere che fu tutta la Chiesa Cattolica Romana a compiere quei misfatti è perché egli in questa maniera screditerebbe la Chiesa Cattolica Romana agli occhi di tutto il mondo. Essa non sarebbe più Santa, perché qualche misfatto lo avrebbe pure commesso lei. La Chiesa Cattolica Romana quindi da questo ennesimo ‘mea culpa’ ne esce abbastanza bene. Direi meglio, purtroppo, agli occhi di tanti che non conoscono la Parola di Dio e la storia, perché con questo atto di ‘umiltà’ essa ha acquisito maggiore credibilità!! Che sia così si legge in Memoria e Riconciliazione dove si dice: ‘I passi compiuti da Giovanni Paolo II per chiedere perdono di colpe del passato sono stati compresi in moltissimi ambienti, ecclesiali e non, come segni di vitalità e di autenticità della Chiesa, tali da rafforzare la sua credibilità’ (Ibid., 1:4; in Il Regno-documenti, 5/2000, pag. 140). Dunque nell’insieme l’atteggiamento di Giovanni Paolo II, studiato accuratamente nelle camere segrete del Vaticano nei suoi minimi particolari, non è da accettare per i sopracitati motivi. E poi dico che quand’anche arrivasse il giorno in cui un papa dicesse che fu la madre a peccare e a perseguitare i protestanti e non semplicemente alcuni dei suoi figli peccatori, dico quand’anche arrivasse quel giorno, e per questi misfatti chiedesse perdono in nome della Chiesa Cattolica romana il suo gesto rimarrebbe pur sempre assurdo, non biblico. E i Protestanti non dovrebbero in nessun caso accettare la richiesta di perdono e perdonare, perché essi bibli-

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camente non possono concedere il perdono in vece di qualcuno che è morto secoli fa. Se lo facessero compirebbero un gesto assurdo anche loro perché rimetterebbero un debito che chi gli chiede perdono non ha mai contratto nei loro confronti. Per concludere voglio dire questo: noi diffidiamo della Chiesa Cattolica Romana quando apre la bocca e ci sorride; in realtà essa non apre la bocca per sorriderci ma per ingoiarci come farebbe un coccodrillo dopo che ha spalancato la sua enorme bocca. Come dice la Sapienza: "Labbra ardenti e un cuor malvagio son come schiuma d’argento spalmata sopra un vaso di terra. Chi odia, parla con dissimulazione; ma, dentro, cova la frode. Quando parla con voce graziosa, non te ne fidare, perché ha sette abominazioni in cuore. L’odio suo si nasconde sotto la finzione, ma la sua malvagità si rivelerà nell’assemblea" (Prov. 26:23-26). Chi ha orecchi da udire, oda.

9. Come mai voi Evangelici non riconoscete nel papa il Capo della Chiesa universale quale successore dell'apostolo Pietro?
Perché l'apostolo Pietro non fu affatto costituito capo della Chiesa da Gesù Cristo e quindi Egli non potè trasmettere a nessun successore questo incarico. Se si leggono attentamente gli Scritti del Nuovo Testamento si vedrà che il capo della Chiesa è uno solo, e cioè Gesù Cristo che ora è alla destra di Dio Padre. Questo concetto è qualcosa che viene attestato da Paolo. Ecco le sue dichiarazioni in merito. Egli dice agli Efesini che Dio ha risuscitato il suo Figliuolo e lo ha fatto sedere alla sua destra al di sopra di ogni principato e autorità e potestà e signoria, e d'ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello a venire e che Egli “gli ha posta ogni cosa sotto ai piedi, e l'ha dato per capo supremo alla Chiesa, che é il corpo di lui, il compimento di colui che porta a compimento ogni cosa in tutti” (Ef. 1:22,23); ed anche: “Seguitando verità in carità, noi cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo” (Ef. 4:15), e: “Cristo è capo della Chiesa, egli, che è il Salvatore del corpo” (Ef. 5:23). Quindi, come il capo della moglie è uno solo e cioè suo marito, così il capo della Chiesa (che è la moglie dell'Agnello) è uno solo e cioè Cristo, il suo sposo, e nessun altro. Ai Colossesi Paolo dice: “Ed egli é avanti ogni cosa, e tutte le cose sussistono in lui. Ed egli è il capo del corpo, cioè della Chiesa; egli che é il principio, il primogenito dai morti, onde in ogni cosa abbia il primato” (Col. 1:17,18). Perciò la Chiesa di Dio non ha due capi, di cui uno é in cielo e l'altro é sulla terra; o uno invisibile e l'altro visibile, ma uno solo ed Egli è in cielo alla destra di Dio e mediante la fede nel cuore di tutti coloro che lo hanno ricevuto come loro personale Signore e Salvatore. Colui dunque che voi chiamate papa, pecca di presunzione proclamandosi Capo della Chiesa, non avendo ricevuto da Dio questo titolo così eccelso. Quello di 'Capo della Chiesa' è un titolo che l'attuale papa ha ereditato dal suo predecessore che a sua volta lo aveva ereditato dal suo predecessore e così via. Il primo presunto successore di Pietro che si arrogò questo titolo o comunque la carica di pastore di tutte le chiese fu Leone I detto Magno (440-461) - che molti chiamano il primo 'papa' - il quale sosteneva apertamente e con grande forza che Gesù concesse a Pietro il primato della dignità apostolica, che passò poi al vescovo di Roma al quale compete la cura di tutte le chiese. Questo titolo si rafforzò notevolmente nel settimo secolo quando l'imperatore Foca, nel 607, per contraccambiare l'amicizia e le adulazioni che gli rivolgeva il vescovo di Roma riconobbe la supremazia della 'sede apostolica di Pietro su tutte le chiese' (caput omnium ecclesiarum) e vietò al patriarca di Costantinopoli di usare il titolo di 'universale' (difatti questo patriarca si era arrogato questo titolo) che da quel momento doveva essere riservato solo al vescovo di Roma, che allora era Bonifacio III e che a differenza di Gregorio Magno (il predecessore di Bonifacio III), e dimenticando quello che il suo predecessore aveva dichiarato a tale proposito (Gregorio Magno aveva detto che il vescovo che si arrogava il titolo di 'vescovo universale' era precursore dell'anticristo e che nessun cristiano deve prendere questo nome di bestemmia), non rifiutò affatto di farsi chiamare 'vescovo universale'. Questo riconoscimento Foca lo concesse perché si trovava in polemica con il patriarca bizantino Ciriaco e volle in questa maniera screditarlo presso Roma, e dato che era odiato a Bisanzio cercava di farsi amare a Roma. Era tenuto in così grande onore Foca dai Romani che questi nel 608 elevarono ai piedi del Campidoglio una colonna sormontata da una statua di Foca in bronzo dorato, recante sulla base un'iscrizione in onore del 'clementissimo e piissimo imperatore, trionfatore perpetuo, incoronato da Dio sempre Augusto'.

10. Io devo rinascere di nuovo, e fin qui è chiaro, ma che cosa intendi per battesimo? Un nuovo battesimo? Sono stato battezzato, comunicato e cresimato, ma ciò è stato fatto per costume e usanza…
Quando parlo di battesimo intendo il battesimo in acqua per immersione di cui parla la Bibbia, che come ho appena accennato è per immersione perché così ha insegnato Gesù a ministrarlo. Se tu leggi per esempio ATTI 8:26-39, la storia della conversione dell'eunuco, vedrai che l'eunuco chiese a Filippo di battezzarlo quando giunsero ad una certa acqua, e che Filippo lo battezzò immergendolo nell'acqua infatti viene detto che scesero ambedue nell'acqua, Filippo

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lo battezzò. E quando furono saliti fuori dall'acqua.... E poi tieni presente che Gesù Cristo stesso fu battezzato da Giovanni nel fiume Giordano infatti è scritto che appena Gesù fu battezzato salì fuori dall'acqua (cfr. Matt. 3:16). Quindi il battesimo per aspersione che tu come tanti altri avete ricevuto da infanti è nullo, ma non solo perché la forma non è quella biblica, ma anche perché prima di ricevere il battesimo in acqua è indispensabile avere creduto infatti Gesù disse: "Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato" (Marc. 16:16). Nota che il credere deve precedere il battesimo. Come fa un neonato a credere? Se tu leggi il libro degli Atti degli Apostoli noterai che il battesimo veniva sempre ministrato a persone adulte che avevano creduto. Così il giorno della Pentecoste quando si convertirono circa 3000 anime (cfr. Atti 2:41), così a Samaria (Atti 8:12), e così anche a Corinto (cfr. Atti 18:8), e così anche ad Efeso (cfr. Atti 19:5). E' implicito quindi che dato che la fede precede il battesimo e mediante la fede si ottiene la remissione dei peccati (cfr. Atti 10:43) che il battesimo che segue l'atto del credere non rimette i peccati (come a torto dicono invece i preti). Leggi il mio libro confutatorio sulla Chiesa Cattolica, dove parlo dei sacramenti. Per ciò che mi riguarda io sono stato battezzato a Locarno (Ticino, Svizzera Italiana) nel Lago Maggiore da degli anziani di chiesa (noi non abbiamo preti) all'età di circa 20 anni. Fu un bel giorno perché in quel giorno con il battesimo confessai di avere creduto con il mio cuore nel Signore Gesù Cristo. Anche mio fratello fu battezzato assieme a me.

11. Perché mai voi Evangelici avete tolto dal canone della Bibbia i libri apocrifi?
Noi non abbiamo affatto tolto questi libri dal canone della Bibbia, ma sono stati i vostri predecessori ad aggiungerli. Questo infatti è quello che hanno fatto nel 1546 nel Concilio di Trento i cardinali e i vescovi e il papa di allora. La verità dunque è che i vostri predecessori hanno adulterato il canone delle Scritture aggiungendovi i libri che hanno voluto e voi ci accusate ingiustamente di averli tolti. Le ragioni per cui noi non riconosciamo i libri apocrifi come canonici, cioè come parte del canone delle Scritture, sono le seguenti. Essi sono pieni di contraddizioni e di errori, e di ciò ci sono le seguenti prove • Nel libro di Ester è scritto a proposito di quando Ester si presentò dopo il digiuno al re: "Il re era assiso sul trono reale nella casa reale, di faccia alla porta della casa. E come il re ebbe veduta la regina Ester in piedi nel cortile, ella si guadagnò la sua grazia; e il re stese verso Ester lo scettro d’oro che teneva in mano; ed Ester s’appressò, e toccò la punta dello scettro. Allora il re le disse: Che hai regina Ester? che domandi? Quand’anche tu chiedessi la metà del regno, ti sarà data" (Est. 5:1-3). Nelle aggiunte fatte a questo libro troviamo scritto a proposito dello stesso episodio queste parole: ‘Varcate tutte le porte, si presentò davanti al re, che stava assiso sul suo trono, rivestito di tutti gli ornamenti della sua maestà, fulgente d’oro e di pietre preziose: il suo aspetto era imponente. Or, appena egli ebbe alzato il capo scintillante di splendore, e lanciato uno sguardo ardente di collera, la regina cambiò colore, svenne e si appoggiò sulla spalla della damigella che l’accompagnava’ (Ed. Paoline. 1971, Ester 15: 9-10). Come potete vedere la descrizione fatta nell’aggiunta contrasta quella autentica del libro ispirato, perché nella prima è detto che Ester si guadagnò il favore del re mentre nella seconda è detto che il re lanciò uno sguardo di collera verso Ester e che ella per giunta svenne. • Nel libro di Tobia, che è pieno di favole, riscontriamo una menzogna che lo scrittore fa dire a un angelo di Dio di nome Rafael. Prima troviamo scritto che Tobia uscì in cerca di un uomo pratico della strada, che lo accompagnasse nella Media, e appena uscito, si vide davanti Rafael, l’angelo, ma non sapeva che era un angelo di Dio, poi quando Tobit, suo padre, gli chiese: Fratello, potresti dirmi di qual famiglia e di qual tribù tu sei?, questi gli rispose: ‘Io sono Azaria, figlio di Anania il grande, uno dei tuoi fratelli’ (ibid., cfr. Tobia 5:4-13). Gli angeli di Dio sono santi e non si mettono a mentire quando parlano perché essi fanno e dicono tutto ciò che Dio vuole. Se l’angelo si chiamava Rafael avrebbe dovuto rispondere che si chiamava Rafael; come mai allora disse di essere Anania? Sempre in questo libro riscontriamo anche la superstizione insegnata niente di meno che da un angelo di Dio! E’ scritto infatti in esso che una notte Tobia scese verso il fiume Tigri per lavarsi i piedi, ed ad un tratto un grosso pesce balzò fuori dall’acqua per divorare il piede del ragazzo che si mise a gridare. L’angelo allora gli disse di afferrare il pesce e di trargli fuori il fiele, il cuore e il fegato che possono essere utili come farmaci, e di buttare via gli intestini. Dopo che Tobia ebbe arrostito una parte del pesce e l’ebbe mangiata, si misero in cammino e durante il cammino il giovane domandò all’angelo che farmaco ci può essere nel cuore e nel fegato e nel fiele del pesce. L’angelo allora gli rispose: ‘Quanto al cuore e al fegato del pesce, se ne fai salire il fumo davanti a un uomo o a una donna, che subiscono un attacco da parte di un demonio o di uno spirito malvagio, cesserà ogni attacco contro di loro e non ne resterà più traccia alcuna’ (Ed. Paoline 1990 (sesta ed.), Tobia 6:8). Ma come si può accettare per ispirato un libro dove gli angeli si mettono pure a insegnare la superstizione? • Nel libro di Giuditta si fa risalire la storia di questa donna a poco dopo il rientro dei Giudei dalla cattività dei Babilonesi, e in un passo viene detto: ‘I figli d’Israele, che abitavano in Giudea, venuti a sapere quello che Oloferne, generale in capo di Nabucodonosor, re d’Assiria, aveva fatto a quei popoli, e come avesse spogliato i loro santuari e li avesse distrutti, temettero grandemente al vederselo davanti e si sentirono angosciati per Gerusalemme e per il tem-

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pio del Signore loro Dio, perché da poco avevano fatto ritorno dalla schiavitù ed era cosa recente la riunificazione di tutto il popolo della Giudea, la purificazione dei vasi sacri e del Tempio, che era stato profanato’ (Ed. 1971, Giuditta 4:1-3). In queste poche parole ci sono diverse menzogne perché quando i Giudei tornarono dalla cattività in Giudea non esisteva più il re Nebucodonosor, re di Babilonia, perché morto da molti anni, e sul regno dei Medi e dei Persiani in quel tempo regnava Ciro re di Persia il quale era stato lui a rimandare liberi gli esuli Ebrei affinché tornassero in Giudea a costruire il tempio di Dio. • Lo scrittore del secondo libro dei Maccabei termina con queste parole: ‘Se la disposizione della materia è stata buona e come si conviene alla storia, é quello che ho desiderato. Se poi é mediocre e di scarso valore, é quanto ho potuto fare’ (ibid., 2 Maccabei 15:38). Uno scrittore ispirato da Dio non avrebbe mai scritto delle parole simili perché Dio non si può scusare con nessuno di non avere potuto fare del suo meglio, e perché nello Scritto ispirato tutto é buono e tutto ha valore perché ciò che vi é scritto é Parola di Dio. Sempre in questo libro troviamo una menzogna che consiste in questo: lo scrittore dice che il profeta Geremia se ne andò al monte dove Mosè era salito per vedere la terra promessa e presso questo monte in una caverna nascose il tabernacolo e l’arca e l’altare dei profumi, e poi che aveva detto ad alcuni che il luogo sarebbe rimasto ignoto fino a quando Dio avrebbe riunito nuovamente il suo popolo infatti in quel tempo Dio avrebbe rivelato dove erano quegli oggetti sacri (cfr. 2 Maccabei 2: 1-8). Ma le cose non possono essere vere perché nel libro del profeta Geremia è scritto che all’arca del patto dell’Eterno non vi si sarebbe più pensato quando Dio li avrebbe ricondotti in Sion infatti è scritto: "E vi ricondurrò a Sion; e vi darò dei pastori secondo il mio cuore, che vi pasceranno con conoscenza e con intelligenza. E quando sarete moltiplicati e avrete fruttato nel paese, allora, dice l’Eterno, non si dirà più: ‘L’arca del patto dell’Eterno!’ non vi si penserà più, non la si menzionerà più, non la si rimpiangerà più, non se ne farà un’altra" (Ger. 3:14-16). Come potete vedere anche questa aperta contraddizione fa capire come questo libro non può essere ispirato da Dio. Altra contraddizione che fa dei libri dei Maccabei dei libri inaffidabili è la descrizione della morte di Antioco Epifane che è riportata in tre maniere completamente diverse l’una dall’altra. Difatti in un passo è scritto: ‘Al sentire tali notizie, il re restò abbattuto e, preso da profonda agitazione, si gettò sul letto, e s’ammalò per la gran tristezza, perché le cose non erano andate secondo i suoi desideri. Egli rimase così per molti giorni, e siccome la sua tristezza andava crescendo, si sentì vicino a morire’ (Ed. 1971, 1 Maccabei 6:8,9) (e più avanti si dice che morì); in un altro passo si dice che lo stesso re morì lapidato in Persia nel tempio della dea Nanea infatti troviamo scritto che i sacerdoti di Nanea ‘massacrarono il condottiero e i suoi compagni a sassate, tagliarono loro le membra e la testa’ (ibid., 2 Maccabei 1:16); ed infine in un altro passo troviamo scritto che morì roso dai vermi ad Ecbatana perché Dio lo colpì con una piaga (ibid., cfr. 2 Maccabei 9:128). Abbiamo dimostrato alcuni dei numerosi errori che esistono in questi libri i quali ci fanno comprendere che gli scrittori che scrissero quelle cose non furono sospinti dallo Spirito Santo. Nei libri apocrifi ci sono anche delle storie che servono di base ad alcune dottrine perverse presenti nella chiesa romana. Per esempio nei Maccabei ci sono dei passi che parlano di preghiere per i morti e di un sacrificio espiatorio offerto per dei morti (cfr. 2 Maccabei 12:38-46) e di preghiere fatte da un sacerdote morto e dal profeta Geremia (morto anch’egli) per i vivi sulla terra (cfr. 2 Maccabei 15:11-16). Sì, é vero dell’esistenza nei libri della Sapienza e dell’Ecclesiastico, per esempio, di alcune cose vere che non possono essere annullate, ma non per questo i libri apocrifi possono essere considerati canonici. Lo Spirito della verità che dice la verità, non attesta per nulla in noi figliuoli di Dio che essi sono Parola di Dio perché ci fa sentire in maniera inequivocabile che essi non devono essere accettati come Parola di Dio Le pecore del Signore conoscono la sua voce ed essa non può confondersi con un altra; e la voce con cui parlano questi libri non é quella del Pastore delle anime nostre. Né Gesù Cristo e neppure gli apostoli fecero mai riferimento a questi libri apocrifi Questo loro silenzio sta a dimostrare che essi non erano considerati da loro Parola di Dio. Una cosa possiamo dirla: che se gli Ebrei avessero tolto dai libri canonici quelli che secondo i teologi romani sono canonici, si sarebbero resi colpevoli anche di questa colpa davanti a Dio, e Gesù Cristo, Colui per mezzo del quale sono tutte le cose, non avrebbe mancato di riprenderli severamente anche per questo loro atto iniquo. Gli Ebrei prima e poi anche i Cristiani dei primi secoli dopo Cristo non li riconobbero mai come canonici Gli Ebrei, a cui (non lo dimentichiamo questo) "furono affidati gli oracoli di Dio" (Rom. 3:2) non riconobbero mai come canonici quei libri e quelle aggiunte ad Ester e a Daniele; è per questo infatti che nella Bibbia ebraica (che contiene solo i libri dell’Antico Patto) essi sono assenti. La Chiesa primitiva negò la canonicità di questi libri infatti non li mise mai allo stesso livello di quelli sacri. E dato che la curia romana si appoggia così tanto ai cosiddetti antichi padri vi facciamo presente, o Cattolici romani, che ci sono diverse testimonianze di alcuni di questi cosiddetti padri vissuti nei primi secoli dopo Cristo che dicono che quei libri ai loro giorni non venivano considerati canonici. Uno di questi, Girolamo, tenuto da voi in grandissima stima, affermò: ‘La Chiesa legge il libro di Tobia, di Giuditta, dei Maccabei, di Baruc, di Susanna, della Sapienza, dell’Ecclesiastico, l’inno dei tre giovani e le favole di Belo e del Dragone; ma essa non li riceve affatto nel novero delle Scritture autentiche’ (Girolamo, Prologo a Graziano). Oltre a Girolamo ci fanno sapere - con rammarico – i vostri teologi che anche Ilario di Poitiers e Origene non riconoscevano questi libri come ispirati. Il concilio di Trento dunque, riconoscendo per canonici gli apocrifi ha contrastato anche

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Girolamo che è l’autore della traduzione latina detta Vulgata che il concilio di Trento ha dichiarato dovere essere accettata come la sola autentica tra tutte le versioni. Voglio concludere citando le seguenti Scritture che attestano che è vietato sia aggiungere che togliere alcunché alla Parola di Dio: • "Ogni parola di Dio è affinata col fuoco... Non aggiunger nulla alle sue parole, ch’egli non t’abbia a riprendere, e tu non sia trovato bugiardo" (Prov. 30:5,6); • "Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando, e non ne toglierete nulla.." (Deut. 4:2); • "Io lo dichiaro a ognuno che ode le parole della profezia di questo libro: Se alcuno vi aggiunge qualcosa, Dio aggiungerà ai suoi mali le piaghe descritte in questo libro; e se alcuno toglie qualcosa dalle parole del libro di questa profezia, Iddio gli torrà la sua parte dell’albero della vita e della città santa, delle cose scritte in questo libro" (Ap. 22:18,19). Quindi coloro che hanno fatto queste aggiunte alla Parola di Dio ne porteranno la pena per l’eternità, perché si sono permessi di fare passare alle moltitudini delle parole d’uomini e delle favole per Parola di Dio.

12. Come mai voi Evangelici non tributate nessuna forma di culto a Maria, ai santi che sono in cielo, e agli angeli?
Perché sia Maria, che i santi che gli angeli, non sono per nulla degni di ricevere una qualche forma di culto perché sono solo delle creature di Dio. Gesù quando Satana lo invitò a prostrarsi davanti a lui e adorarlo gli rispose che è scritto: “Adora il Signore Iddio tuo, e a lui solo rendi il culto” (Matt. 4:10), quel ‘a lui solo’ esclude quindi la possibilità di rendere il culto anche ad altri oltre che Dio. Adorare una creatura di Dio, non importa se viva o morta, non importa se un essere umano o un angelo, è idolatria agli occhi di Dio, quindi è peccato. E gli idolatri non erediteranno il regno di Dio (cfr. 1 Cor. 6:9) ma saranno gettati nello stagno ardente di fuoco e di zolfo che è la morte seconda (cfr. Apoc. 21:8). Dio ha in abominio coloro che adorano e servono la creatura invece del Creatore che è benedetto in eterno.

13. Come mai voi Evangelici non accettate la transustanziazione?
Perché credere nella transustanziazione significa credere che quando durante la cena del Signore il pane e il vino vengono benedetti essi mutano sostanza e diventano il vero corpo e il vero sangue di Cristo; ecco infatti quanto si legge in un Catechismo: 'Dopo la consacrazione, l’ostia non è più pane; il pane è mutato nel vero Corpo di nostro Signore Gesù Cristo. (...) L’ostia sembra pane, o meglio sembra ostia; ma dell’ostia-pane non vi è più la sostanza ma solo le specie, le apparenze esterne; in realtà essa è il corpo di Gesù Cristo, vivo e vero. Nel calice prima della consacrazione si contiene vino con alcune gocce d’acqua (...) Dopo la consacrazione, nel calice non vi è più vino; invece, sotto le specie del vino, vi è il vero e reale Sangue di nostro Signore Gesù Cristo. Il vino si è convertito nel Sangue di Gesù Cristo (...) Perciò come al pronunziarsi della divina parola, nella creazione, le cose che prima non erano, furono; così al pronunziarsi delle parole della consacrazione, quello che era pane, diviene Corpo di Nostro Signore, e quello che era vino, suo Sangue’ (Giuseppe Perardi, Nuovo Manuale del Catechista per l’insegnamento del catechismo della dottrina cristiana, Pubblicato per ordine di Pio X, XVII edizione rinnovata e in gran parte rifatta, Torino 1939, pag. 483-484). E ciò è falso perché il pane e il vino non subiscono nessun cambiamento di sostanza durante la cena del Signore essendo solo degli elementi che rappresentano il corpo e il sangue di Cristo che rimangono a tutti gli effetti pane e vino anche dopo averli benedetti. Tanto è vero che Gesù dopo avere reso grazie per il calice disse: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per la remissione dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò più di questo frutto della vigna, fino al giorno che lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio" (Matt. 26:28-29). Si noti come Gesù chiamò il contenuto del calice 'questo frutto della vigna'. (Per un approfondimento dell’argomento vedi il secondo capitolo del mio libro sulla Chiesa Cattolica Romana alla sezione ‘Eucarestia’)

14. Come mai voi Evangelici non accettate che l’eucarestia sia la ripetizione del sacrificio di Cristo?
Perché le Scritture dicono che Cristo ha offerto se stesso per i nostri peccati una volta per sempre per cui il suo sacrificio non è ripetibile o rinnovabile (cfr. Ebr. 10:10,12). Il suo sacrificio si può ricordare e annunciare, ma non ripetere.

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La Cena del Signore, da voi chiamata santa Messa perché per voi è il sacrificio permanente del Nuovo Testamento, non è altro che un atto tramite cui si annuncia la morte del Signore finchè Egli venga (cfr. 1 Cor. 11:26). Per questo Gesù la istituì, affinché il suo sacrificio espiatorio fosse ricordato in questa maniera. Per un approfondimento sull’argomento vedi il secondo capitolo del mio libro sulla Chiesa Cattolica Romana alla sezione ‘Eucarestia', e la risposta alla domanda 'Che cosa è la Cena del Signore e che significato ha?'

15. Cosa pensi della proliferazione di santi, beati, e vescovi che ha avuto luogo con questo papa?
Poche parole, penso che questa impressionante lista di beati e santi fatti da questo papa (Giovanni Paolo II infatti ha fatto più di 1300 beati e più di 400 santi di cui uno degli ultimi è Pio di Pietralcina, per la cui canonizzazione sono accorsi a Roma centinaia di migliaia di persone) che lo rende il papa che ha beatificato e canonizzato più persone di tutti i suoi predecessori, sia un ulteriore prova che egli costituisce un formidabile strumento nelle mani di Satana. Perché questo? Perché la beatificazione e la canonizzazione non sono altro che dei processi tramite i quali viene fortificata e aumentata l’idolatria, che è un opera del diavolo (che quindi il diavolo ha tutto l’interesse a diffondere) perché toglie il culto a Dio, il Creatore, e lo fa volgere a delle creature. Con la beatificazione infatti il beato può essere pregato, adorato e servito, a livello locale; mentre con la canonizzazione il suo culto diventa universale, cioè esteso a tutta la terra. Tutto ciò è un abominio agli occhi di Dio perché è scritto: “Adora il Signore Iddio tuo, ed a lui solo rendi il culto” (Matt. 4:10) ed anche: “Non avere altri dii nel mio cospetto” (Es. 20:3). Sì, perché checché ne dicano gli abili teologi papisti, che sanno come confondere la mente delle persone, questi santi e beati diventano degli dèi una volta che vengono beatificati e canonizzati. I nuovi santi poi diventeranno i ‘protettori’ o ‘patroni’ di paesi, di città, e di categorie di lavoratori, coloro che liberano da certe particolari distrette o malattie, e così via, e naturalmente nel giorno stabilito per questo o quell’altro ‘santo patrono’ i cattolici che sono sotto la ‘protezione’ di questo o quell’altro ‘santo’, o che sono devoti a questo o a quell’altro ‘santo’, faranno una festa per celebrare le virtù e cantare le lodi del loro dio, un dio però che non li può ascoltare e che non li può aiutare. Per ciò che concerne l’aumento dei vescovi e dei cardinali, anche questo lo considero negativamente perché in questa maniera il potere del papa si è andato vieppiù fortificato nel mondo, si sa infatti che i vescovi e i cardinali fanno gli interessi religiosi, politici, e finanziari del papa dovunque si trovano e dato che fanno i suoi interessi, che sappiamo vanno contro la Parola di Dio, non si può non giudicare in maniera negativa anche l’aumento dei vescovi e dei cardinali per opera di questo papa. Uno di questi suoi interessi (uno dei principali) è la diffusione del culto a Maria infatti questo papa si è dimostrato attaccatissimo al culto di Maria e dovunque è andato nel mondo lo ha confermato e diffuso con molto vigore. E i vescovi e i cardinali devono seguire le sue orme naturalmente anche in questo. Ma di interessi il papa ne ha moltissimi altri che sono sotto gli occhi di tutti coloro che hanno occhi e vedono.

16. Cosa pensi del cammino neocatecumenale?
PREMESSA NECESSARIA PER COLORO CHE NON SANNO NULLA DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE La storia del Cammino Neocatecumenale Il Cammino Neocatecumenale ebbe inizio nel 1964 fra i baraccati di Palomeras Altas, a Madrid, per opera di Francisco (Kiko) Argüello e di Carmen Hernández, che dietro richiesta di quei poveri con i quali vivevano, cominciarono ad annunciare loro il Vangelo, naturalmente nella maniera in cui lo annuncia la Chiesa Cattolica Romana. E con il passare del tempo questa predicazione si trasformò in un itinerario catechetico fondato sulla Parola di Dio, la Liturgia e la Comunità, un ‘itinerario di riscoperta del Battesimo e di educazione permanente nella fede, proposto ai fedeli che desideravano ravvivare nella loro vita la ricchezza dell’iniziazione cristiana, percorrendo questo cammino di conversione e di catechesi’. Questa esperienza incontrò il favore dell’arcivescovo di Madrid che ne incoraggiò la diffusione nelle parrocchie che richiedessero questo Cammino. E così il Cammino si diffuse nell’arcidiocesi di Madrid e in altre diocesi spagnole. Nel 1968 i fondatori del Cammino giunsero a Roma e si stabilirono nel Borghetto Latino e con il permesso del Cardinale Angelo Dell’Acqua fu intrapreso il Cammino nella parrocchia di Nostra Signora del Santissimo Sacramento e Santi Martiri Canadesi. A partire da quella data il Cammino si è andato diffondendo in diocesi di tutto il mondo. Il Cammino - il cui itinerario è vissuto nelle parrocchie, in piccole comunità costituite da persone di diversa età e condizione sociale – è al servizio dei vescovi e dei preti e ha lo scopo di far riscoprire ai Cattolici tiepidi e secolarizzati, cioè a quelli che si sono allontanati dalla loro Madre Chiesa, il valore del battesimo ricevuto da infanti, battesimo che come sappiamo è considerato dalla Chiesa Cattolica Romana un sacramento fondamentale e necessario per la

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salvezza assieme a quello della confessione. Ma il Cammino costituisce anche uno strumento per ‘l’iniziazione cristiana’ degli adulti che si preparano a ricevere il Battesimo. Il Vaticano ha approvato lo Statuto del Cammino Neocatecumenale confermandone la prassi in oltre 105 nazioni per più di trenta anni. Il decreto di approvazione è stato consegnato solennemente, il 28 giugno 2002 agli iniziatori del cammino, Kiko Argüello e Carmen Hernández insieme al sacerdote Mario Pezzi, dal Cardinale Stafford, presidente del Pontificio Consiglio dei Laici, il Dicastero a cui Giovanni Paolo II ha affidato il compito di guidare l’elaborazione dello Statuto. Paolo VI e Giovanni Paolo II in varie occasioni hanno elogiato il Cammino Neocatecumenale, ecco alcune delle loro dichiarazioni. Paolo VI disse: ‘(...) Quanta gioia e quanta speranza ci date con la vostra presenza e con la vostra attività! Sappiamo che nelle vostre comunità voi vi adoperate insieme a comprendere e a sviluppare le ricchezze del vostro Battesimo e le conseguenze della vostra appartenenza a Cristo. (...) Vivere e promuovere questo risveglio è quanto voi chiamate una forma di "dopo Battesimo" che potrà rinnovare nelle odierne comunità cristiane quegli effetti di maturità e di approfondimento, che nella Chiesa primitiva erano realizzati dal periodo di preparazione al Battesimo. Voi lo portate dopo: il prima o dopo, direi, è secondario. II fatto è che voi mirate all'autenticità, alla pienezza, alla coerenza, alla sincerità della vita cristiana. E questo è merito grandissimo, ripeto, che ci consola enormemente e che ci suggerisce e ci ispira gli auguri, i voti e le benedizioni più copiose per voi, per quanti vi assistono’ (Paolo VI alle Comunità Neocatecumenali, Vaticano (udienza) 08/05/1974). Giovanni Paolo II ha detto: ‘È bello anche il nome: neocatecumenale, comunità neocatecumenali. Perché quel nome ci fa pensare ai catecumeni che si preparavano una volta al Battesimo (...) Adesso questo ci manca in un certo senso perché i cristiani vengono battezzati piccoli (...) Manca un po' quella istituzione della Chiesa primitiva, cioè quella della preparazione che ci impegna nel Battesimo. Il Battesimo diventa una cosa fatta ma non una cosa maturata. Allora i movimenti neocatecumenali cercano di completare, di compiere un po' quello che ci manca’ (Visita di Giovanni Paolo II alla parrocchia di san Giovanni evangelista a Spinaceto, 18/11/1979), ed anche: ‘Voi avete fatto un cammino per scoprire la vostra fede, per scoprire il tesoro divino che portate in voi, nelle vostre anime. Ed avete fatto tale scoperta, scoprendo il mistero del Battesimo. È vero che sono molti i battezzati nel mondo. (...) Fra questi battezzati, non so quanti siano quelli che sono coscienti del loro Battesimo, non semplicemente del fatto di essere battezzati, ma di che cosa vuol dire essere battezzati, di che cosa vuol dire il Battesimo.(...) Ecco, scoprire la profonda dinamica della nostra fede è scoprire il pieno contenuto del nostro Battesimo. Se capisco bene, la vostra strada consiste essenzialmente in questo: scoprire il mistero del Battesimo, scoprire il suo pieno contenuto e così scoprire che cosa vuol dire essere cristiano, credente. (...) I Sacramenti fanno strada allo Spirito Santo che opera nelle nostre anime, nei nostri cuori, nella nostra umanità, nella nostra personalità, ci costruisce di nuovo, crea un uomo nuovo. Ecco, questo cammino, cammino della fede, cammino del Battesimo riscoperto, deve essere un cammino dell'uomo nuovo’ (Visita di Giovanni Paolo II alla parrocchia di Nostra Signora del SS. Sacramento e dei santi martiri canadesi (Roma) 02/11/1980 Obbiettivi e prassi Ecco adesso alcune dichiarazioni tratte dallo Statuto del Cammino Neocatecumenale che chiariscono i suoi scopi e la sua prassi. Articolo 5: [Destinatari] § 1. Il Neocatecumenato è uno strumento al servizio dei Vescovi per la riscoperta dell’iniziazione cristiana degli adulti battezzati. Tra questi si possono distinguere: 1°. coloro che si sono allontanati dalla Chiesa; 2°. coloro che non sono stati sufficientemente evangelizzati e catechizzati; 3°. coloro che desiderano approfondire e maturare la loro fede; 4°. coloro che provengono da confessioni cristiane non in piena comunione con la Chiesa cattolica. § 2. I chierici e i religiosi che desiderano ravvivare il dono del Battesimo attraverso il Neocatecumenato, e così anche meglio servirlo, lo percorrono nel rispetto della vocazione e del carisma loro propri, e nell’adempimento dei compiti assegnati loro dal Vescovo diocesano o, nel caso di religiosi, dal Superiore. Per i religiosi inoltre si richiede il consenso del proprio Superiore. Art. 6 [Il Neocatecumenato si attua nella parrocchia] § 1. Il Neocatecumenato, in quanto itinerario di riscoperta dell’iniziazione cristiana, è attuato di norma nella parrocchia, «ambito ordinario dove si nasce e si cresce nella fede», luogo privilegiato in cui la Chiesa, madre e maestra, genera nel fonte battesimale i figli di Dio e li “gesta” alla vita nuova. § 2. Poiché la pastorale di iniziazione cristiana è vitale per la parrocchia, il Parroco è al centro dell’attuazione del Cammino Neocatecumenale, esercitando, anche con la collaborazione di altri presbiteri, la cura pastorale di coloro che lo percorrono.

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§ 3. Il Cammino Neocatecumenale mirerà a promuovere nei suoi destinatari un maturo senso di appartenenza alla parrocchia e a suscitare rapporti di profonda comunione e collabo-razione con tutti i fedeli e con le altre componenti della comunità parrocchiale. Articolo 7 [Il Neocatecumenato si attua in piccola comunità] § 1. All’interno della parrocchia, il Neocatecumenato è vissuto in piccola comunità – denominata comunità neocatecumenale –, dato che la forma completa o comune dell’iniziazione cristiana degli adulti è quella comunitaria. § 2. Modello della comunità neocatecumenale è la Sacra Famiglia di Nazaret, luogo storico dove il Verbo di Dio, fatto Uomo, si fa adulto crescendo «in sapienza, età e grazia», stando sottomesso a Giuseppe e Maria. Nella comunità i neocatecumeni divengono adulti nella fede, crescendo in umiltà semplicità e lode, sottomessi alla Chiesa. Art. 8 [Catechesi iniziali, itinerario neocatecumenale, “tripode” ed équipe di catechisti] § 1. Il Neocatecumenato consta delle catechesi iniziali (Cap. II) e dell’itinerario neocatecumenale, articolato secondo le tre fasi dell’iniziazione cristiana: precatecumenato, catecumenato ed elezione, divise in tappe, scandite da passaggi segnati da alcune celebrazioni (Cap. IV). § 2. Le catechesi iniziali e l’itinerario neocatecumenale si basano sui tre elementi fondamentali (“tripode”) della vita cristiana, messi in rilievo dal Concilio Vaticano II: Parola di Dio, Liturgia e Comunità (Cap. III). § 3. Al centro di tutto il percorso neocatecumenale vi è una sintesi tra predicazione kerigmatica, cambiamento della vita morale e liturgia. § 4. Il Neocatecumenato è guidato, in comunione con il Parroco e sotto la sua responsabilità pastorale, da un’équipe di catechisti (Titolo V), nel rispetto di quanto stabilito dall’art. 2. § 5. Detta équipe, con le catechesi iniziali, avvia un processo di gestazione alla fede in cui si formano le comunità e ritorna periodicamente, di norma una volta all’anno, per condurre i diversi passaggi dell’itinerario neocatecumenale e dare le indicazioni necessarie per lo svolgimento delle varie fasi e tappe. Art. 9 [Kerigma e celebrazioni] Il Neocatecumenato comincia nella parrocchia, su invito del Parroco, con delle catechesi kerigmatiche, chiamate catechesi iniziali, contenute nel Direttorio. Esse si svolgono nell’arco di due mesi, in quindici incontri serali, e si concludono con una convivenza di tre giorni. Al fine di sperimentare il Tripode: Parola, Liturgia, Comunità, su cui si basa la vita cristiana, le catechesi iniziali sono articolate in tre parti: 1ª. L’annuncio del kerigma che chiama a conversione: la buona notizia della morte e della risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo; «infatti… è piaciuto a Dio di salvare coloro che credono mediante la stoltezza del kerigma» (1 Cor 1,21). Questa «parola di salvezza» chiama alla conversione e alla fede, invita a riconoscersi peccatori, ad accogliere il perdono e l’amore gratuito di Dio e a mettersi in cammino verso la propria trasformazione in Cristo, per la potenza dello Spirito. La conversione è sigillata dalla celebrazione della Penitenza, secondo il rito della riconciliazione di più penitenti, con confessione e assoluzione individuale. Questo sacramento, celebrato periodicamente, sosterrà il cammino di conversione dei singoli e della comunità. 2ª. Il kerigma preparato da Dio attraverso la storia della salvezza (Abramo, Esodo, ecc.): si danno le chiavi ermeneutiche necessarie per l’ascolto e la comprensione della Sacra Scrittura: vedere in Gesù Cristo il compimento delle Scritture e mettere i fatti della propria storia sotto la luce della Parola. Quest’iniziazione alla Scrittura viene sigillata in una celebrazione della Parola, in cui i partecipanti ricevono la Bibbia dalle mani del Vescovo, garante della sua autentica interpretazione, come segno che la madre Chiesa d’ora innanzi lungo il Cammino li nutrirà settimanalmente a questa mensa, fonte viva della catechesi. 3ª. Il kerigma nei sacramenti e nella koinonia: le catechesi culminano nella convivenza con la celebrazione dell’Eucaristia. Detta celebrazione, preparata da opportune catechesi, aiuta a riscoprire lo splendore pasquale messo in risalto dal Concilio Vaticano II e a sperimentare la comunione tra i fratelli. Infatti «non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come radice e come cardine la celebrazione della sacra Eucaristia, dalla quale deve quindi prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità». La celebrazione dell’Eucaristia accompagnerà la comunità durante tutto l’itinerario. Art. 10 [Nascita della comunità neocatecumenale] § 1. Nell’ultimo giorno della convivenza si proclama il Sermone della Montagna, disegno dell’uomo nuovo, e si presenta l’itinerario neocatecumenale come un cammino di gestazione, ad immagine della Santa Vergine Maria. § 2. Attraverso la predicazione e le celebrazioni fatte nelle catechesi iniziali, lo Spirito Santo invita uomini e donne di diversa età, mentalità, cultura e condizione sociale a intraprendere insieme un itinerario di conversione, fondato sulla riscoperta progressiva delle «immense e straordinarie ricchezze e responsabilità del Battesimo ricevuto», per operare in loro la graduale crescita e maturazione della fede e della vita cristiana. Alla fine della convivenza, con coloro che accolgono la chiamata a percorrere tale catecumenato post-battesimale viene formata la comunità neocatecumenale. § 3. La comunità neocatecumenale è affidata alla cura pastorale del Parroco e del presbitero da lui incaricato (cfr. art. 27). Inoltre la comunità indica, mediante votazione, un responsabile laico e alcuni corresponsabili, che vengono confermati dal Parroco e dall’équipe dei catechisti. Essi collaborano con il Presbitero per assicurare che la comunità per-

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corra l’itinerario del Cammino Neocatecumenale, secondo quanto stabilito nello Statuto e nel Direttorio, e per curare gli aspetti organizzativi. § 4. L'équipe dei catechisti, concluse le catechesi iniziali, illustra al Presbitero, che presiede la comunità, e all’équipe dei responsabili le modalità tipiche del Cammino Neocatecumenale nella preparazione delle celebrazioni della Parola e dell’Eucaristia e nello svolgimento delle convivenze mensili, indicando i temi biblici di formazione per la celebrazione della Parola. Art. 11 [Celebrazione settimanale della Parola] § 1. Ciascuna comunità neocatecumenale settimanalmente ha una celebrazione della Parola di Dio, di norma con quattro letture, secondo i temi indicati dal Direttorio catechetico del Cammino Neocatecumenale per ogni tappa. § 2. Nella celebrazione della Parola di Dio, prima dell’omelia, il presbitero invita chi lo desidera tra i presenti ad esprimere brevemente ciò che la Parola proclamata ha detto alla sua vita. Nell’omelia, che ha un posto privilegiato nell’istruzione del Neocatecumenato, il presbitero prolunga la proclamazione della Parola, interpretandola secondo il Magistero e attualizzandola nell’oggi del cammino di fede dei neocatecumeni. § 3. Ogni celebrazione della Parola è preparata accuratamente, a turno, da un gruppo della comunità, con l’aiuto, quando possibile, del presbitero. Il gruppo sceglie le letture e i canti, prepara le monizioni e dispone la sala e i segni liturgici per la celebrazione, curandone con zelo la dignità e la bellezza. § 4. Per approfondire la Scrittura «con l’intelligenza ed il cuore della Chiesa», i neocatecumeni si avvalgono soprattutto della lettura degli scritti dei Padri, dei documenti del Magistero, in particolare del Catechismo della Chiesa Cattolica, e di opere di autori spirituali. Art. 12 [Veglia pasquale] § 1. Cardine e fonte della vita cristiana è il mistero pasquale, vissuto e celebrato in modo eminente nel Santo Triduo, il cui fulgore irradia di luce l’intero anno liturgico. Esso costituisce pertanto il fulcro del Neocatecumenato, in quanto riscoperta dell’iniziazione cristiana. § 2. «La veglia pasquale, centro della liturgia cristiana, e la sua spiritualità battesimale, sono ispirazione per tutta la catechesi». È per questo motivo che, durante l’itinerario, i neocatecumeni sono iniziati gradualmente ad una più perfetta partecipazione a tutto ciò che la santa notte significa, celebra e realizza. § 3. In questo modo il Neocatecumenato contribuisce a formare poco a poco un’assemblea parrocchiale che prepara e celebra la veglia pasquale nella notte santa, con tutta la ricchezza degli elementi e dei segni liturgici e sacramentali voluti dalla Chiesa. Art. 13 [Eucaristia] § 1. L’Eucaristia è essenziale al Neocatecumenato, in quanto catecumenato post-battesimale, vissuto in piccola comunità. L’Eucaristia infatti completa l’iniziazione cristiana. § 2. I neocatecumeni celebrano l’Eucaristia nella piccola comunità per essere iniziati gradualmente alla piena, consapevole e attiva partecipazione ai divini misteri, anche secondo l’esempio di Cristo, che nella moltiplicazione dei pani fece sedere gli uomini «in gruppi di cinquanta» (Lc 9,14). Tale consuetudine, consolidata nella prassi ultra trentennale del Cammino, è feconda di frutti. § 3. In considerazione anche «di specifiche esigenze formative e pastorali, tenendo conto del bene di singoli o di gruppi, e specialmente dei frutti che possono derivarne all’intera comunità cristiana», la piccola comunità neocatecumenale, con l’autorizzazione del Vescovo diocesano, celebra l’Eucaristia domenicale, aperta anche ad altri fedeli, dopo i primi vespri. § 4. Ogni celebrazione dell’Eucaristia è preparata, quando possibile sotto la guida del Presbitero, da un gruppo della comunità neocatecumenale, a turno, che prepara brevi monizioni alle letture, sceglie i canti, provvede il pane, il vino, i fiori, e cura il decoro e la dignità dei segni liturgici. Art. 14 [Penitenza, preghiera, anno liturgico, pratiche di pietà] § 1. «Il sacramento della Penitenza contribuisce in massimo grado a sostenere la vita cristiana». Nel loro itinerario di conversione, i neocatecumeni lo celebrano periodicamente secondo il rito per la riconciliazione di più penitenti con confessione e assoluzione individuale. Sono educati inoltre ad accostarsi con assiduità al sacramento della Penitenza secondo il rito per la riconciliazione dei singoli penitenti. § 2. I neocatecumeni vengono gradualmente iniziati alla preghiera liturgica e all’orazione. I genitori sono istruiti a trasmettere la fede ai figli in una celebrazione domestica, fatta durante le Lodi della Domenica. I figli sono preparati alla Prima Comunione e alla Cresima nella parrocchia e dopo i 13 anni sono invitati a iniziare il Cammino Neocatecumenale. § 3. La Chiesa inizia progressivamente i neocatecumeni alle ricchezze spirituali e catechetiche dell’anno liturgico, in cui essa «celebra tutto il mistero di Cristo». A tal fine, prima dell’Avvento, della Quaresima e della Pasqua, i catechisti fanno un annunzio preparatorio. § 4. I neocatecumeni vengono inoltre gradualmente istruiti al culto eucaristico fuori della Messa, all’adorazione notturna, alla recita del santo Rosario e alle altre pratiche di pietà della tradizione cattolica. Art. 15

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[Dimensione comunitaria e convivenza] § 1. L’educazione alla vita comunitaria è uno dei compiti fondamentali dell’iniziazione cristiana. Il Neocatecumenato educa ad essa in modo graduale e costante mediante l’inserimento in una piccola comunità, quale corpo di Cristo risorto, aperta alla vita della comunità parrocchiale e di tutta la Chiesa. § 2. Momento particolare di tale educazione è la giornata mensile di convivenza di ogni comunità neocatecumenale. In essa, dopo la celebrazione delle Lodi, si comunica l’esperienza di ciò che la grazia di Dio sta compiendo nella propria vita e si manifestano le eventuali difficoltà, nel rispetto della libertà delle coscienze delle persone. Questo favorisce la conoscenza e l’illuminazione reciproca e il mutuo incoraggiamento, nel vedere l’operare di Dio nella storia di ciascuno. § 3. La comunità aiuta i neocatecumeni a scoprire il loro bisogno di conversione e di maturazione nella fede: la diversità, i difetti, le debolezze mettono in evidenza l’incapacità di amare l’altro così com’è, distruggono i falsi ideali di comunità e fanno sperimentare che la comunione (koinonia) è opera dello Spirito Santo. Art. 16 [L’esperienza della koinonia e i frutti della comunità] § 1. Nella misura in cui i neocatecumeni crescono nella fede, cominciano a manifestarsi i segni della koinonia: il non giudicare, la non resistenza al malvagio, il perdono e l’amore al nemico. La koinonia si visibilizza anche nel soccorso ai bisognosi, nella sollecitudine per i malati, per i sofferenti e per gli anziani e nel sostegno, per quanto possibile, di coloro che sono in missione, secondo quanto indicato nel Direttorio. I neocatecumeni vengono gradualmente formati a un sempre più profondo spirito di comunione e di aiuto reciproco. § 2. Il Neocatecumenato forma così progressivamente nella parrocchia un insieme di comunità che rendono visibili i segni dell’amore nella dimensione della croce e della perfetta unità, e in tal modo chiamano alla fede i lontani e preparano i non cristiani a ricevere l’annuncio del Vangelo. § 3. Il Cammino Neocatecumenale è offerto quindi come strumento atto ad aiutare la parrocchia a compiere sempre più la missione ecclesiale di essere sale, luce e lievito del mondo, e a risplendere davanti agli uomini come Corpo visibile di Gesù Cristo risorto, sacramento universale di salvezza. Art. 17 [Iniziazione alla missione] § 1. «La catechesi rende il cristiano idoneo a vivere in comunità e a partecipare attivamente alla vita e alla missione della Chiesa». I neocatecumeni sono iniziati a «essere presenti da cristiani nella società» e «a prestare la loro cooperazione nei differenti servizi ecclesiali, secondo la vocazione di ciascuno». § 2. I neocatecumeni collaborano «attivamente all’evangelizzazione e all’edificazione della Chiesa» innanzitutto essendo ciò che sono: il loro proposito di vivere in modo autentico la vocazione cristiana si traduce in una testimonianza efficace per gli altri, in uno stimolo alla riscoperta di valori cristiani che potrebbero altrimenti restare quasi nascosti. § 3. Dopo un certo tempo di Cammino, ogni comunità neocatecumenale indica mediante votazione alcuni fratelli perché svolgano il compito di catechisti. Questi, se accettano tale designazione, e previa approvazione da parte del Parroco e dei catechisti che guidano la comunità, costituiscono, insieme al presbitero e al responsabile della comunità, un’équipe di catechisti, per evangelizzare e guidare nuove comunità, sia nella propria che in altra parrocchia, o in altra diocesi, in cui i rispettivi parroci o Ordinari diocesani lo richiedono. § 4. I neocatecumeni collaborano all’azione missionaria e pastorale della parrocchia e della diocesi. Prima della “Redditio symboli”, tenuto conto della loro maturità di fede, coloro che lo desiderano offrono la propria cooperazione; dopo, come parte integrante dell’iniziazione cristiana, i neocatecumeni partecipano nei differenti servizi ecclesiali, secondo la vocazione di ciascuno. Art. 18 [Iniziazione e formazione alla vocazione sacerdotale] § 1. Il Cammino Neocatecumenale, come ogni vero itinerario di catechesi, è anche un «mezzo per suscitare vocazioni sacerdotali e di particolare consacrazione a Dio nelle diverse forme di vita religiosa e apostolica e per accendere nel cuore dei singoli la vocazione speciale missionaria». § 2. Il Cammino Neocatecumenale è anche uno strumento che si offre al servizio dei Vescovi per la formazione cristiana dei candidati al presbiterato. § 3. I Seminari diocesani e missionari “Redemptoris Mater” sono eretti dai Vescovi diocesani, in accordo con l’Équipe Responsabile internazionale del Cammino, e si reggono secondo le norme vigenti per la formazione e l’incardinazione dei chierici diocesani e secondo statuti propri, in attuazione della Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis. In essi i candidati al sacerdozio trovano nella partecipazione al Cammino Neocatecumenale un elemento specifico e basilare dell’iter formativo e, al contempo, sono preparati alla «genuina scelta presbiterale di servizio all’intero Popolo di Dio, nella comunione fraterna del presbiterio». § 4. Spetta al Vescovo diocesano nominare, su presentazione dell’Équipe Responsabile internazionale del Cammino, il Rettore e gli altri superiori ed educatori dei Seminari diocesani e missionari “Redemptoris Mater”. Il Rettore, a nome del Vescovo e in stretto legame con lui, sovrintende agli studi dei seminaristi e al loro itinerario formativo, e accerta l’idoneità dei candidati al sacerdozio. Art. 19 [1ª fase: precatecumenato post-battesimale]

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§ 1. La prima fase del Neocatecumenato è il precatecumenato post-battesimale, che è un tempo di kenosi per imparare a camminare nell’umiltà. Essa è divisa in due tappe: 1ª. Nella prima tappa, che va dalle catechesi iniziali fino al primo scrutinio di passaggio al catecumenato postbattesimale, e che dura circa due anni, i neocatecumeni imparano il linguaggio biblico, celebrando settimanalmente la Parola di Dio, con temi semplici che percorrono tutta la Scrittura, come: acqua, roccia, agnello, ecc. La Parola di Dio, l’Eucaristia e la comunità aiutano gradualmente i neocatecumeni a svuotarsi dei falsi concetti di sé e di Dio ed a scendere alla loro realtà di peccatori, bisognosi di conversione, riscoprendo la gratuità dell’amore di Cristo, che li perdona e li ama. Nella celebrazione conclusiva del primo scrutinio di passaggio al catecumenato post-battesimale, dopo l’iscrizione del nome, chiedono alla Chiesa di essere aiutati a maturare nella fede per compiere le opere di vita eterna, e ricevono il segno della croce gloriosa di Cristo, che illumina il ruolo salvifico che ha la croce nella vita di ciascuno. 2ª. Nella seconda tappa, di analoga durata, i neocatecumeni celebrano le grandi tappe della storia della salvezza: Abramo, Esodo, Deserto, Terra promessa, ecc., e viene dato loro un tempo perché provino a se stessi la sincerità dell’intenzione di seguire Gesù Cristo, alla luce della sua Parola: «Non potete servire a Dio e al denaro» (Mt 6,24). Nella celebrazione conclusiva del secondo scrutinio di passaggio al catecumenato post-battesimale, rinnovano davanti alla Chiesa la rinuncia al demonio e manifestano la volontà di servire solo Dio. In seguito studiano e celebrano le principali figure bibliche: Adamo, Eva, Caino, Abele, Noè, ecc., alla luce di Cristo. § 2. Gli scrutini aiutano i neocatecumeni nel loro cammino di conversione, nel rispetto della coscienza e del foro interno, secondo la normativa canonica, l’OICA e il Direttorio catechetico del Cammino Neocatecumenale. Art. 20 [2ª fase: catecumenato post-battesimale] La seconda fase del Neocatecumenato è il catecumenato post-battesimale, che è un tempo di combattimento spirituale per acquistare la semplicità interiore dell’uomo nuovo che ama Dio come unico Signore, con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze e il prossimo come se stesso. Sostenuti dalla Parola di Dio, dall’Eucaristia e dalla comunità, i neocatecumeni si addestrano nella lotta contro le tentazioni del demonio: la ricerca di sicurezze, lo scandalo della Croce e la seduzione degli idoli del mondo. La Chiesa viene in aiuto ai neocatecumeni consegnando loro le armi necessarie, in tre tappe: 1ª. «Il combattimento spirituale della vita nuova del cristiano è inseparabile dal combattimento della preghiera» che porta all’intimità con Dio. La Chiesa realizza una prima iniziazione dei neocatecumeni alla preghiera liturgica e personale, anche notturna, che culmina con le catechesi dei Vangeli sulla preghiera e con la celebrazione della consegna del libro della Liturgia delle Ore. Da allora essi iniziano il giorno con la preghiera individuale delle Lodi e dell’Ufficio delle Letture e imparano a fare un tempo di preghiera silenziosa e la preghiera del cuore. I neocatecumeni, scrutando i salmi in piccoli gruppi, sono iniziati alla pratica assidua della “lectio divina” o “scrutatio scripturæ”, «nella quale la Parola di Dio è letta e meditata per trasformarsi in preghiera». Infatti, «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo». 2ª. La Chiesa consegna ai neocatecumeni il Credo (“Traditio Symboli”), «compendio della Scrittura e della fede», e li invia a predicarlo, a due a due, per le case della parrocchia. Essi studiano e celebrano articolo per articolo il Simbolo apostolico e lo restituiscono alla Chiesa (“Redditio Symboli”), confessando la loro fede e proclamando il Credo solennemente dinanzi ai fedeli, durante la Quaresima. 3ª. La Chiesa realizza una seconda iniziazione dei neocatecumeni alla preghiera liturgica e contemplativa, che culmina con le catechesi sulla preghiera del Signore e con la celebrazione della consegna del “Padre nostro”, «sintesi di tutto il Vangelo». Da allora, nelle ferie di Avvento e di Quaresima, essi cominciano a celebrare comunitariamente in parrocchia, prima di andare al lavoro, le Lodi e l’Ufficio delle Letture, con un tempo di preghiera contemplativa. I neocatecumeni sono iniziati a farsi piccoli e a vivere abbandonati filialmente alla paternità di Dio, protetti dalla maternità di Maria e della Chiesa, e nella fedeltà al Successore di Pietro e al Vescovo. A tal fine, prima della consegna del “Padre nostro”, i neocatecumeni fanno un pellegrinaggio ad un santuario mariano per accogliere la Vergine Maria come madre, professano la fede sulla tomba di S. Pietro e fanno un atto di adesione al Santo Padre. In questa tappa i neocatecumeni studiano sistematicamente le singole petizioni del “Padre nostro” e temi sulla Vergine Maria: Madre della Chiesa, Nuova Eva, Arca dell’alleanza, Immagine del cristiano, ecc. Art. 21 [3ª fase: riscoperta dell’elezione] § 1. La terza fase del Neocatecumenato è la riscoperta dell’elezione, «cardine di tutto il catecumenato». È un tempo di illuminazione in cui la Chiesa insegna ai neocatecumeni a camminare nella lode, «inondati dalla luce della fede», cioè a discernere e compiere la volontà di Dio nella storia per fare della propria vita una liturgia di santità. Essi studiano e celebrano i singoli brani del Sermone della Montagna. § 2. Dopo aver mostrato con le opere che in essi si sta realizzando, pur nella debolezza, l’uomo nuovo descritto nel Sermone della Montagna, che, seguendo le orme di Gesù Cristo, non resiste al male e ama il nemico, i neocatecumeni rinnovano solennemente le promesse battesimali nella Veglia Pasquale, presieduta dal Vescovo. In questa liturgia essi indossano le vesti bianche in ricordo del loro battesimo. § 3. Poi, durante la cinquantina pasquale, celebrano ogni giorno l’eucaristia solennemente e fanno un pellegrinaggio in Terra Santa come segno delle nozze con il Signore, ripercorrendo i luoghi dove Cristo ha realizzato quanto loro hanno vissuto durante tutto l’itinerario neocatecumenale.

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§ 4. Dopo l’elezione si conclude il neocatecumenato post-battesimale. Art. 22 [Educazione permanente nella piccola comunità] § 1. La comunità neocatecumenale, dopo aver compiuto l’itinerario di riscoperta dell’iniziazione cristiana, entra nel processo di educazione permanente della fede: perseverando nella celebrazione settimanale della Parola e dell’Eucaristia domenicale e nella comunione fraterna, attivamente inseriti nella pastorale della comunità parrocchiale, per dare i segni dell’amore e dell’unità, che chiamano l’uomo contemporaneo alla fede: «L’educazione permanente della fede – afferma il Direttorio generale per la Catechesi – si rivolge non solo a ciascun cristiano, per accompagnarlo nel suo cammino verso la santità, ma anche alla comunità cristiana come tale, perché maturi tanto nella sua vita interiore di amore a Dio e ai fratelli, quanto nella sua apertura al mondo come comunità missionaria. Il desiderio e la preghiera di Gesù al Padre sono un appello incessante: “Perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21). Avvicinarsi, a poco a poco, a questo ideale richiede, nella comunità, una fedeltà grande all’azione dello Spirito Santo, un costante alimentarsi del Corpo e Sangue del Signore e una permanente educazione della fede, nell’ascolto della Parola». § 2. Il Cammino Neocatecumenale è così uno strumento al servizio dei Vescovi per attuare il processo di educazione permanente della fede richiesto dalla Chiesa: l’iniziazione cristiana, come ribadisce il Direttorio generale per la Catechesi, «non è il punto finale nel processo permanente di conversione. La professione di fede battesimale si pone a fondamento di un edificio spirituale destinato a crescere»; «l’adesione a Gesù Cristo, infatti, avvia un processo di conversione permanente, che dura tutta la vita». Art. 23 [Una via di rinnovamento nella parrocchia] § 1. In questo modo il Cammino Neocatecumenale contribuisce al rinnovamento parrocchiale auspicato dal Magistero della Chiesa di promuovere «nuovi metodi e nuove strutture», che evitino l’anonimato e la massificazione, e di considerare «la parrocchia come comunità di comunità», che «decentrano e articolano la comunità parrocchiale». § 2. L’Équipe di catechisti che ha guidato la comunità durante l’itinerario neocatecumenale, in modo analogo ai padrini del battesimo, rimane a disposizione per le necessità di evangelizzazione e di educazione permanente. Art. 24 [Catecumeni] § 1. Il Cammino Neocatecumenale è uno strumento al servizio dei Vescovi anche per l’iniziazione cristiana dei non battezzati. § 2. La partecipazione alle catechesi iniziali e alla prima fase dell’itinerario neocatecumenale – secondo la condizione loro propria – di coloro che devono percorrere il catecumenato a norma del diritto, garantisce che venga realizzato adeguatamente quanto è ordinato dall’OICA. In particolare: 1°. L’iniziazione cristiana dei catecumeni è fatta «in seno alla comunità dei fedeli i quali, meditando insieme con i catecumeni sull’importanza del mistero pasquale e rinnovando la propria conversione, li incoraggiano con il loro esempio a corrispondere più generosamente alla grazia dello Spirito Santo». 2°. «Il popolo di Dio, rappresentato dalla Chiesa locale, dev’esser sempre convinto e deve mostrare concretamente che l’iniziazione degli adulti è compito suo e impegno di tutti i battezzati… Ogni discepolo di Cristo… deve perciò aiutare i candidati e i catecumeni in tutto il corso dell’iniziazione, dal precatecumenato al catecumenato, al tempo della mistagogia». 3°. «Non deve essere omesso… il tempo di quell’evangelizzazione», dalla quale «hanno origine la fede e la conversione iniziale», né «il tempo del precatecumenato» necessario «perché maturi la seria volontà di seguire Cristo e di chiedere il Battesimo». 4°. Prima dell’ammissione al catecumenato, occorre che i candidati «abbiano cominciato ad avere il senso della penitenza, a invocare Dio e a pregarlo, a fare la prima esperienza della comunità e della spiritualità cristiana». 5°. «I catecumeni, che la Madre Chiesa circonda del suo affetto e delle sue cure come già suoi figli e ad essa congiunti, appartengono alla famiglia di Cristo: infatti ricevono dalla Chiesa il nutrimento della Parola di Dio e sono sostenuti dall’aiuto della liturgia». «A loro utilità sono predisposte opportune celebrazioni della parola di Dio, anzi essi già possono insieme accedere con i fedeli alla liturgia della parola per meglio prepararsi alla futura partecipazione all’Eucaristia». 6°. «Quando partecipano all’assemblea dei fedeli, devono esser con gentilezza congedati prima dell’inizio della celebrazione eucaristica». Ciò viene fatto nel Cammino Neocatecumenale mediante una benedizione speciale, dopo la quale ricevono «una opportuna catechesi» preparata sulla base del Catechismo della Chiesa Cattolica, che «porta i catecumeni non solo a una conveniente conoscenza dei dogmi e dei precetti, ma anche all’intima conoscenza del mistero della salvezza». 7°. «I catecumeni imparino anche a collaborare attivamente alla evangelizzazione e all’edificazione della Chiesa». § 3. Per completare la preparazione al battesimo, e celebrarlo nella notte di Pasqua, di norma è conveniente attendere la conclusione del secondo scrutinio, 4 anni circa. La decisione viene presa dal Parroco, insieme all’équipe di catechisti. Art. 25 [Neofiti]

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§ 1. Terminato il periodo di preparazione, d’accordo con il Parroco e con l’opportuna comunicazione al Vescovo diocesano, i catecumeni ricevono i sacramenti dell’iniziazione cristiana (Battesimo, Cresima, Eucaristia), e vengono così pienamente inseriti nella Chiesa. § 2. Coloro che lo desiderano continueranno a partecipare alla vita della comunità neocatecumenale con cui hanno camminato fino ad allora da catecumeni, e percorreranno le altre due fasi dell’itinerario neocatecumenale: «la comunità insieme con i neofiti prosegue il suo cammino nella meditazione del Vangelo, nella partecipazione all’Eucaristia e nell’esercizio della carità, cogliendo sempre meglio la profondità del mistero pasquale e traducendolo sempre più nella pratica di vita». Ciò costituisce un aiuto prezioso ai neofiti per superare le difficoltà inerenti ai primi anni di vita cristiana’. IL MIO GIUDIZIO Il Cammino Neocatecumenale è un cammino sbagliato che non conduce alla salvezza che è in Cristo Gesù. Questo te lo dico perché questo cammino non si propone altro che convertire al Cattolicesimo tutti quei Cattolici che hanno ricevuto il battesimo ma che vivono un Cattolicesimo abitudinario e che vivono immersi in un mondo secolarizzato. Potrei dire che questo cammino tende a fare diventare ferventi cattolici quelli che sono o tiepidi o freddi. E convertirsi al Cattolicesimo significa tra le altre cose convertirsi al culto a Maria, alla dea Maria, sì la chiamo così perché così è considerata nei fatti dai Cattolici Romani Maria la madre di Gesù, e quindi all’idolatria. Ecco cosa dice Arguello commentando le seguenti parole che Nicodemo disse a Gesù: “Come può un uomo nascere quand’è vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel seno di sua madre e nascere?” (Giov. 3:4): ‘Questa frase illustra lo spirito delle comunità neocatecumenali: tornare al seno della Chiesa, tornare a nostra Madre, alla Vergine, perché essa generi e faccia crescere in noi il seme del Battesimo che portiamo dentro. Questo tempo di gestazione e di crescita lo chiamiamo neocatecumenato’ (da un discorso di Kiko Arguello, fondatore del cammino neocatecumenale, tenuto all’assemblea plenaria della Sacra Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli nell’aprile del 1983). E l’articolo 20 del loro Statuto lo conferma in questi termini: ‘I neocatecumeni sono iniziati a farsi piccoli e a vivere abbandonati filialmente alla paternità di Dio, protetti dalla maternità di Maria e della Chiesa, e nella fedeltà al Successore di Pietro e al Vescovo. A tal fine, prima della consegna del “Padre nostro”, i neocatecumeni fanno un pellegrinaggio ad un santuario mariano per accogliere la Vergine Maria come madre, professano la fede sulla tomba di S. Pietro e fanno un atto di adesione al Santo Padre. In questa tappa i neocatecumeni studiano sistematicamente le singole petizioni del “Padre nostro” e temi sulla Vergine Maria: Madre della Chiesa, Nuova Eva, Arca dell’alleanza, Immagine del cristiano, ecc.’ Ancora un volta dunque con sfacciataggine Cristo e la sua opera sono oscurate e messe in un angolino dal culto a Maria, e da tutte le menzogne che vengono dette sul conto della madre di Gesù. Che spirito può dunque essere lo spirito che aleggia nelle comunità neocatecumenali, che muove e sospinge i neocatecumeni, se esso vuole fare andare le persone a Maria affinché Essa generi e faccia crescere in loro il seme del battesimo considerato sacramento di salvezza? Ma ti rendi conto di quello che ti viene o ti è stato insegnato o fatto credere? Che tu tramite un catecumenato post-battesimale, tappa per tappa, gradino per gradino, - ovviamente con l’aiuto dell’onnipresente Maria - possa arrivare a riscoprire il battesimo come indispensabile sacramento di salvezza. Ti vorrebbero in altre parole fare credere che tu quando fosti asperso di acqua da piccolo nascesti di nuovo, fosti fatto diventare dalla Chiesa un figlio di Dio, fosti salvato dai tuoi peccati, e che con questo cammino riscoprirai tutto ciò. Insomma ti vorrebbero fare credere delle menzogne che non hanno nulla a che fare con la verità. No, tu quando fosti asperso con la cosiddetta acqua benedetta, non ricevesti assolutamente nessuna purificazione dei tuoi peccati, non diventasti per niente un figlio di Dio. La purificazione dei peccati si ottiene quando si crede in Gesù Cristo, e così anche il potere di essere chiamati figli di Dio. Il magistero della Chiesa Cattolica Romana sbaglia grandemente perché non conosce le Scritture. Ma quella della dottrina della rigenerazione battesimale, non è la sola menzogna che ti vogliono fare riscoprire; altre menzogne, sono la confessione tramite cui ti vogliono far credere che il prete è in grado di assolverti dai tuoi peccati commessi contro Dio e riconciliarti con Dio, il che non è vero perché solo Dio può perdonare i peccati all’uomo tramite la fede in Cristo Gesù; e strettamente collegata alla confessione ti vogliono far riscoprire la menzogna secondo cui tu puoi essere perdonato e puoi ottenere la vita eterna mediante delle opere buone, cosa questa falsa perché si viene giustificati soltanto per fede senza le opere e perché la vita eterna è il dono di Dio in Cristo Gesù; ti vogliono far riscoprire la messa quale ripetizione del sacrificio di Cristo, cosa falsa perché il sacrificio di Cristo è stato compiuto una volta per sempre e non può essere assolutamente ripetuto ma solamente ricordato o annunciato; e poi, naturalmente ci sono le menzogne del primato del papa quale successore di Pietro; e tantissime altre che io ho confutato in maniera sistematica nel mio libro confutatorio sulla Chiesa Cattolica Romana che ti invito quindi a leggere. Ovviamente, anche nel caso chi segue questo cammino voglia essere ‘battezzato’ per la prima volta, le cose non cambiano perché anche in questo caso, le menzogne che egli verrà indotto a credere sono le medesime. Ascolta, se tu vuoi conoscere il Signore Gesù Cristo, se tu vuoi conoscere la verità ed essere salvato dai tuoi peccati e dalla perdizione, devi NASCERE DI NUOVO, attenzione non ti sto dicendo che devi riscoprire la NUOVA NASCITA che hai ricevuto – secondo la dottrina cattolica – da neonato con l’aspersione di acqua fattati dal prete della tua parrocchia, no perché tu quel giorno non sperimentasti nessuna nuova nascita, ripeto nessuna. Con quell’aspersione di acqua per altro tu non ricevesti nessun battesimo perché il battesimo è per immersione e ministrato a persone che hanno creduto.

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E per nascere di nuovo devi innanzi tutto riconoscerti un peccatore davanti a Dio, non importa quanti peccati hai, riconosciti un miserabile peccatore davanti a Dio; poi pentiti di essi e confessali al Signore (e non ad un prete) chiedendogli di perdonarti, e credi con tutto il cuore che Gesù Cristo è morto sulla croce per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione. Ti assicuro che nel momento che farai tutto ciò ti sentirai NASCERE DI NUOVO, ti sentirai perdonato appieno dal Signore, lavato appieno dai tuoi peccati con il suo sangue, ti sentirai salvato e certo di avere la vita eterna per cui sarai sicuro che quando morirai andrai direttamente in paradiso, e non in purgatorio ad espiare cosiddetti residui di colpa. E quando nascerai di nuovo, i tuoi occhi si apriranno e allora comincerai a vedere tante cose in maniera differente da come le vedi adesso. Il culto a Maria e ai santi lo considererai un abominio, come anche la messa perché pretende di essere la ripetizione del sacrificio di Cristo, comincerai a capire che il vero battesimo si riceve da adulti dopo avere creduto e che quello praticato dalla Chiesa cattolica romana è un falso battesimo; comincerai ad aborrire crocifissi, medaglie, statue e immagini, ecc. perché capirai che sono degli idoli da cui guardarsi. Comincerai a considerare il papa non più come il vicario di Cristo ma come un anticristo, un falso profeta che inganna le persone. Ma soprattutto capirai che la salvezza è per grazia e non per opere come invece insegna la Chiesa cattolica romana. Che ti rimarrà dunque di fare? Uscire dalla Chiesa cattolica romana per unirti ad una Chiesa Evangelica dove dovrai farti subito battezzare.

17. Cosa pensi della sacra Sindone di Torino? Che sia veramente – come viene detto da parte della curia romana - il lenzuolo in cui fu posto Gesù quando morì?
No, non credo affatto che questa reliquia sia autentica; per altro ce ne sono molte altre di sindoni che pretendono tutte di essere quella vera. Ma nella Chiesa Cattolica Romana tutto ciò è normale!! Ma perché non credo che essa sia vera? Perché dopo averla vista (la vidi a Torino molti anni fa quando non ero ancora convertito durante una gita organizzata da una Chiesa Evangelica) - in effetti però non è che vidi proprio la sindone ma in una stanzetta vidi sul muro la riproduzione fotografica della sindone per tutta la sua lunghezza (sono passati più di venti anni e se non ricordo male mi pare proprio che fosse una grossa fotografia) – e dopo avere letto quello che dicono Matteo, Marco, Luca e Giovanni, ho potuto riscontrare che quel lenzuolo o panno non può essere quello che ricevette il corpo di Gesù perché Matteo, Marco e Luca dicono che Giuseppe d’Arimatea prese un panno lino e vi involse il corpo di Gesù Cristo. Ecco le loro parole: “E Giuseppe, preso il corpo, lo involse in un panno lino netto, e lo pose nella propria tomba nuova, che aveva fatta scavar nella roccia, e dopo aver rotolata una gran pietra contro l’apertura del sepolcro, se ne andò” (Matt. 27:59-60); “E questi, comprato un panno lino e tratto Gesù giù di croce, l’involse nel panno e lo pose in una tomba scavata nella roccia, e rotolò una pietra contro l’apertura del sepolcro” (Mar. 15:46); “Venne a Pilato e chiese il corpo di Gesù. E trattolo giù di croce, lo involse in un panno lino e lo pose in una tomba scavata nella roccia, dove niuno era ancora stato posto” (Luca 23:51-53). Giovanni dice invece che Giuseppe e Nicodemo involsero il corpo di Gesù in pannilini con gli aromi come era usanza di seppellire presso i Giudei (cfr. Giov. 19:40). Mentre quel lenzuolo che c’è a Torino ha impresso su di esso per lungo la figura di un uomo!! Quindi quell’uomo che fu posto in quel lenzuolo non fu involto, cioè il suo corpo non fu avvolto nel panno lino. A me dà l’impressione che il lenzuolo sia stato posto sopra il corpo di quell’uomo, non può essere altrimenti perché si vede chiaramente questa cosa. Quindi se Gesù fu involto in un panno lino, e quel panno lino fosse stato conservato esso non poteva in nessuna maniera apparire in quella maniera.

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CENA DEL SIGNORE

1. Che cosa è la Cena del Signore e che significato ha?
La Cena del Signore, o Santa Cena come noi molto spesso la chiamiamo, è una cena a cui partecipano coloro che sono stati salvati dal Signore Gesù mediante il suo sangue. Gli elementi che si mangiano a questa cena sono il pane, simbolo del corpo di Cristo, e il frutto della vigna, simbolo del sangue di Cristo sparso per la remissione dei nostri peccati (cfr. Matt. 26:26-28). Stando così le cose, non bisogna credere, come purtroppo lo credono i preti e i loro seguaci, che il pane che noi rompiamo e il frutto della vigna siano veramente il corpo e il sangue di Cristo, nel senso che quegli elementi durante la cena cambino la loro sostanza e avviene una transustanziazione. Il pane e il frutto della vigna sono solo dei simboli la cui natura non cambia dopo che sono stati benedetti. Questa Cena è stata istituita da Cristo la notte in cui fu tradito quando disse ai suoi, sia quando diede loro il pane che quando diede loro il calice: “Fate questo in memoria di me” (1 Cor. 11:23-25). Tramite questa Cena noi annunciamo la morte di Cristo Gesù, avvenuta per le nostre offese, fino a che egli non tornerà dal cielo (cfr. 1 Cor. 11:26). La Cena del Signore dunque non è la ripetizione della morte di Cristo, come dicono nella loro ignoranza i prelati cattolici romani, ma solo ed esclusivamente il suo annuncio. Il sacrificio di Cristo è avvenuto una volta per sempre, come si può pensare che esso possa essere ripetuto in qualche maniera? E’ una eresia insegnare che tramite la Cena del Signore, in particolare quando viene spezzato il pane, il corpo di Cristo viene immolato di nuovo per noi.

2. Alla Cena del Signore possono partecipare gli increduli?
No, coloro che ancora non si sono ravveduti dai loro peccati e non hanno creduto nel Signore Gesù Cristo non possono partecipare alla Cena del Signore, e questo perché essi non sono ancora membri di quell'unico Corpo di Cristo. L'apostolo Paolo infatti scrivendo ai santi di Corinto dice: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è egli la comunione col sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è egli la comunione col corpo di Cristo? Siccome v'è un unico pane, noi, che siam molti, siamo un corpo unico, perché partecipiamo tutti a quell'unico pane” (1 Cor. 10:16-17). Notate come Paolo dicendo che noi siamo un corpo unico perché partecipiamo tutti a quell'unico pane escluda implicitamente che coloro che non fanno parte di questo corpo possano partecipare a quell'unico pane che è la comunione con il corpo di Cristo. E poi non si dimentichi che quando Cristo istituì la cena con il pane e il calice diede il pane e il calice a dei suoi discepoli, quindi a persone che avevano creduto in Lui (cfr. Matt. 26:20-29). Pure Giuda aveva creduto in Lui inizialmente, ma poi dopo il boccone Satana entrò in lui (cfr. Giov. 13:27). E non si dimentichi neppure quest'altra cosa, che secondo la legge la Pasqua non poteva essere mangiata da gente incirconcisa secondo che è scritto: “Questa è la norma della Pasqua: nessuno straniero ne mangi... E quando uno straniero soggiornerà teco e vorrà far la Pasqua in onore dell'Eterno, siano circoncisi prima tutti i maschi della sua famiglia; e poi s'accosti pure per farla e sia come un nativo del paese; ma nessuno incirconciso ne mangi” (Es. 12:43,48). Qualcuno forse dirà: 'Ma che c'entra la Pasqua ebraica con la cena del Signore?' C'entra perchè il mangiare la Pasqua e la cena del Signore hanno in comune che ambedue gli atti ricordano un evento, nel caso della Pasqua la liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù dell'Egitto, nel caso della Cena del Signore si ricorda invece la morte di Cristo sulla croce mediante la quale noi siamo stati affrancati dalla schiavitù del peccato. La Pasqua era dunque un ombra di ciò che Cristo avrebbe compiuto mediante il corpo della sua carne il che noi ricordiamo mediante la santa cena. Ed essa poteva essere mangiata solo da persone circoncise nella carne, per cui uno straniero non poteva mangiarla se non dopo essersi fatto circoncidere nella carne. E siccome che anche la circoncisione nella carne prescritta da Dio nella legge era un ombra di qualcosa che avrebbe compiuto Cristo, e precisamente della circoncisione del cuore in coloro che avrebbero creduto in Lui, noi deduciamo che come per mangiare la Pasqua era necessario essere circoncisi nella carne, ora, sotto la grazia, per mangiare la cena del Signore è necessario essere circoncisi nel cuore, il che significa essere nati di nuovo. Noi dunque che ci troviamo sotto la grazia dobbiamo dire a riguardo della cena del Signore: 'Nessuno incirconciso nel cuore ne mangi'. Quindi, per ricapitolare, come sotto la legge l'incirconciso nella carne non aveva il diritto di mangiare la Pasqua, così sotto la grazia, coloro che sono incirconcisi di cuore non hanno il diritto di mangiare la cena del Signore. E come lo straniero prima di mangiare la Pasqua doveva farsi circoncidere nella carne, così ora l'incirconciso di cuore deve circoncidere il suo cuore (ravvedendosi dei suoi peccati e credendo in Gesù Cristo) e poi farsi battezzare per avere il diritto di mangiare la cena del Signore.

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Coloro dunque che presiedono le riunioni di culto dovrebbero, prima di ministrare ai presenti gli elementi del pane e del vino, fare presente che ad essi possono partecipare solo coloro che sono circoncisi nel cuore ossia nati d'acqua e di Spirito; gli altri ne sono esclusi. Questo per evitare che increduli presenti alla riunione partecipino alla cena del Signore.

3. La Santa Cena è solo per coloro che sono battezzati? Chi ha fatto prendere la Santa Cena a chi non è battezzato ha sbagliato?
La Santa Cena è bene che si insegni che la prendano solo coloro che sono stati battezzati in acqua, negli Atti è scritto infatti: "Quelli dunque i quali accettarono la sua parola, furon battezzati; e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone. Ed erano perseveranti nell’attendere all’insegnamento degli apostoli, nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere" (Atti 2:41-42). Come puoi vedere prima è detto che coloro che credettero furono battezzati e poi che erano perseveranti nel rompere il pane. Il battesimo però in quei giorni era ministrato subito a coloro che credevano e difatti come puoi leggere è scritto che ‘furono battezzati e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone’. Per cui chi credeva nel Signore aveva subito la possibilità di partecipare alla Cena del Signore. Oggi però quando un anima accetta la Parola di Dio e nasce di nuovo, solitamente non viene battezzata subito come avveniva anticamente ma per svariate ragioni il suo battesimo viene posticipato a settimane dopo o a mesi dopo che ha creduto. Le ragioni sono o che fa ancora freddo e bisogna aspettare la primavera o l’estate, o che bisogna aspettare che salga il numero delle anime da battezzare, ecc. tutte ragioni che non sono legittime perché la Scrittura insegna che gli apostoli o altri ministri del Vangelo battezzavano subito coloro che avevano creduto. Vedi l’esempio del carceriere di Filippi e dei suoi dei quali è scritto "e subito fu battezzato lui con tutti i suoi" (Atti 16:33), o quello dell’Eunuco che fu battezzato poco dopo avere creduto (cfr. Atti 8:36-38). E quindi, in base alla cattiva tradizione instauratasi in molte chiese di battezzare i credenti molto tempo dopo che hanno creduto, oggi, un anima, prima di poter partecipare alla santa cena, dovrà aspettare settimane, o mesi; naturalmente in quelle comunità dove il pane e il calice vengono dati solo ai battezzati. Quindi, se oggi chi crede nel Signore, fosse battezzato subito, non sorgerebbe la domanda se chi ha creduto e non è ancora stato battezzato può o non può partecipare alla santa cena. Come non sorgerebbe neppure la domanda se chi permette a chi ha creduto e non è ancora stato battezzato di prendere la cena del Signore sbagli o non sbagli. Una cosa è certa, un pastore sbaglia se uno che ha creduto vuole essere battezzato e lui posticipa il suo battesimo per le ragioni che ti ho detto prima, questo sì che è un suo sbaglio. Quindi, oggi questi problemi nascono perché riguardo al battesimo non si agisce più nella semplicità di una volta, e viene posticipato, e quindi è necessario sforzarsi di riportare in seno alla chiesa l’antica consuetudine apostolica di battezzare immediatamente coloro che credono.

4. Che cosa significa mangiare il pane e bere del calice del Signore indegnamente?
Per capire il significato di questa espressione di Paolo occorre leggere accuratamente il brano in cui lui parla ai santi di Corinto della Cena del Signore. Ecco le sue parole: “Quando poi vi radunate assieme, quel che fate, non è mangiar la Cena del Signore; poiché, al pasto comune, ciascuno prende prima la propria cena; e mentre l’uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete voi delle case per mangiare e bere? O disprezzate voi la chiesa di Dio e fate vergogna a quelli che non hanno nulla? Che vi dirò? Vi loderò io? In questo io non vi lodo. Poiché ho ricevuto dal Signore quello che anche v’ho trasmesso; cioè, che il Signor Gesù, nella notte che fu tradito, prese del pane; e dopo aver rese grazie, lo ruppe e disse: Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me. Parimente, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. Poiché ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finch’egli venga. Perciò, chiunque mangerà il pane o berrà del calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo ed il sangue del Signore. Or provi l’uomo se stesso, e così mangi del pane e beva del calice; poiché chi mangia e beve, mangia e beve un giudicio su se stesso, se non discerne il corpo del Signore. Per questa cagione molti fra voi sono infermi e malati, e parecchi muoiono. Ora, se esaminassimo noi stessi, non saremmo giudicati; ma quando siamo giudicati, siam corretti dal Signore, affinché non siam condannati col mondo. Quando dunque, fratelli miei, v’adunate per mangiare, aspettatevi gli uni gli altri. Se qualcuno ha fame, mangi a casa, onde non vi aduniate per attirar su voi un giudicio. Le altre cose regolerò quando verrò” (1 Cor. 11:20-34). Come puoi vedere, Paolo dice molto chiaramente che i santi di Corinto quello che facevano quando si radunavano assieme non era “mangiare la cena del Signore” perché molti credenti di Corinto si accostavano alla cena del Signore quasi fosse un normale pranzo tanto è vero che Paolo dice: “Se qualcuno ha fame, mangi a casa, onde non vi aduniate per attirar su voi un giudicio”. Non solo, ma vi erano anche coloro che si accostavano alla cena del Signore in stato di ubriachezza (cfr. 1 Cor. 11:21) e quindi non in grado di discernere il corpo del Signore. Ma la Cena del Signore non è una normale cena, ma una cena commemorativa cioè una cena tramite la quale mangiando il pane e bevendo il

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calice si annuncia la morte del Signore finch’egli venga. Non si può quindi partecipare ad essa quasi fosse una cena come tante altre, e tanto meno in stato di ubriachezza o ubriacandosi con il vino che c’è nel calice del Signore. Se qualcuno si comporta in questa maniera mangerà il pane e berrà del calice in maniera indegna rendendosi colpevole verso il corpo ed il sangue del Signore, rappresentati dal pane e dal frutto della vigna. E’ necessario quindi provare se stessi ed esaminare se stessi prima di mangiare il pane e bere il calice, al fine di non attirarsi su di sé un giudizio di Dio, sì perché Paolo fa chiaramente capire che coloro che mangiano il pane e bevono il calice indegnamente vengono puniti da Dio con la malattia e anche con la morte. Accostiamoci dunque alla cena del Signore non per sfamarci come facciamo a casa, e neppure per ubriacarci, ma per annunciare la morte del Signore e avere comunione con il suo corpo e il suo sangue.

5. Quando alcuni fratelli in Cristo sono riuniti insieme per adorare il Signore, possono mangiare il pane e bere il vino insieme come comandato da Gesù per ricordare la sua morte, la sua resurrezione e il suo ritorno, anche se non è presente nessun pastore o diacono?
Io ritengo di sì, ma soltanto quando il pastore o magari uno degli anziani della Chiesa non possono proprio essere in nessuna maniera presenti con loro. Per esempio, nel caso dei fratelli sono in carcere, o in qualche altra situazione del genere per cui è impossibile che con loro sia presente il pastore della chiesa o uno degli anziani. Se invece i fratelli che vogliono celebrare la cena del Signore vogliono deliberatamente farlo senza che la loro riunione sia presenziata dal pastore o da uno dei collaboratori stretti del pastore, allora non lo ritengo giusto, perché non si capisce proprio perché la cena del Signore non debba essere presieduta dai conduttori della Chiesa. Perché si chiamano conduttori altrimenti? Non è forse perché essi devono condurre le pecore del Signore e presenziare alle riunioni dei santi? La Scrittura dice: “Ubbidite ai vostri conduttori e sottomettetevi a loro, perché essi vegliano per le vostre anime, come chi ha da renderne conto; affinché facciano questo con allegrezza e non sospirando; perché ciò non vi sarebbe d’alcun utile” (Ebr. 13:17). Quindi, i credenti faranno bene a seguire le direttive date loro dai loro conduttori ed a sottomettersi ad esse. Quando negli Atti, Luca dice che a Troas essi erano raunati per rompere il pane, occorre tenere a mente che con loro c’era Paolo che era un apostolo e un dottore (e quindi era un uomo autorevole), e che fu lui in quella notte, notte in cui avvenne che il giovinetto Eutico era caduto dal terzo piano e levato morto ma ricondotto vivo nel mezzo dei fratelli, che ruppe il pane. Ecco quanto dice Luca: “E nel primo giorno della settimana, mentre eravamo radunati per rompere il pane, Paolo, dovendo partire il giorno seguente, si mise a ragionar con loro, e prolungò il suo discorso fino a mezzanotte. Or nella sala di sopra, dove eravamo radunati, c’erano molte lampade; e un certo giovinetto, chiamato Eutico, che stava seduto sul davanzale della finestra, fu preso da profondo sonno; e come Paolo tirava in lungo il suo dire, sopraffatto dal sonno, cadde giù dal terzo piano, e fu levato morto. Ma Paolo, sceso a basso, si buttò su di lui, e abbracciatolo, disse: Non fate tanto strepito, perché l’anima sua è in lui. Ed essendo risalito, ruppe il pane e prese cibo; e dopo aver ragionato lungamente sino all’alba, senz’altro si partì. Il ragazzo poi fu ricondotto vivo, ed essi ne furono oltre modo consolati” (Atti 20:7:12)

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CHIESA (ministeri, uffici, ecc.)

1. Cosa pensi delle Chiese dell'Apocalisse?
Sono Chiese che esistevano ai giorni degli apostoli a cui Dio volle fare pervenire un messaggio particolare, infatti ad ognuna di esse Giovanni scrisse delle specifiche parole dettategli dal Signore Gesù Cristo. Va tuttavia detto, per essere precisi, che il messaggio fu indirizzato agli angeli delle sette chiese, dove per angelo si deve intendere il pastore di ognuna di esse. L'introduzione ad ogni lettera è chiara: 'E all'angelo della chiesa di …. scrivi'. Ci sono comunque delle parole all'interno di ogni lettera come 'A chi vince…', che sono rivolte a tutti i membri di quella chiesa (e ovviamente anche a noi che siamo chiamati a vincere). Ci sono anche queste parole: “Ma agli altri di voi in Tiatiri che non professate questa dottrina e non avete conosciuto le profondità di Satana (come le chiaman loro), io dico: Io non v'impongo altro peso. Soltanto, quel che avete tenetelo fermamente finché io venga” (Apoc. 2:24-25) che sono state rivolte dal Signore ad alcuni membri della chiesa di Tiatiri. Per ciò che concerne le cose che Giovanni vide che dovevano avvenire in breve esse naturalmente sono anche per noi. Quantunque però quelle sette chiese dell'Asia oggi non esistano più, ci sono ancora oggi chiese locali che hanno delle caratteristiche simili o uguali a quelle di quelle antiche chiese. Con questo voglio dire che ancora oggi ci sono chiese dove ci sono donne che si dicono profetesse che insegnano cose perverse come Jezabel e che vengono tollerate dall'angelo della chiesa; ancora oggi ci sono angeli di chiese che sono diventati tiepidi e che quindi si devon ravvedere; che ancora oggi ci sono quelli che professano la dottrina di Balaam, ecc. ecc. Alcuni pensano che queste sette chiese stiano ad indicare sette periodi della storia della Chiesa Universale; rigetto questa interpretazione che per altro era sostenuta anche da William Marrion Branham che ha scritto un libro sulle Sette Epoche della Chiesa, in cui per sostenere questa sua tesi dice non poche cose strane (oltre alle eresie che insegnava); stabilisce le date di ogni epoca della Chiesa e chi è l'angelo o il messaggero per ognuna di queste epoche.

2. Che cosa intende dire Paolo quando afferma che chi aspira all'ufficio di vescovo bisogna che sia irreprensibile e abbia una buona testimonianza da quelli di fuori? Ossia, che significa, secondo la Parola di Dio, 'irreprensibile' e 'buona testimonianza'? Ti chiederei infine di aiutarmi a capire quando effettivamente un Cristiano perde la sua irreprensibilità o la sua buona testimonianza e cosa dice la Parola di Dio a coloro che, chiamati al ministero, prima o dopo avere iniziato ad esercitare il ministero, perdono la loro irreprensibilità o la loro buona testimonianza.
Quando Paolo afferma che chi aspira all'ufficio di vescovo bisogna che sia irreprensibile intende dire che chi vuole essere eletto nella Chiesa a questo ufficio particolare, che è l'ufficio di anziano, non deve essere riprensibile da parte delle pecore che lui aspira a pascere. Se infatti questo credente è da riprendere lui medesimo perchè per esempio usa un linguaggio scurrile, volgare, o magari è violento, litigioso, amante di alcuni piaceri della vita, è evidente che lui non potrà mettersi a pascere le pecore perchè nel pascerle deve esortarle ad essere miti, ad avere un linguaggio sano, a non amare il mondo e le pecore non sopporterebbero che chi le esorta è lui stesso da riprendere in queste cose. In altre parole, se l'aspirante vescovo non è temperato, giusto, pio, come potrà esortare ad essere temperati, giusti e pii? A me pare che non potrà. E' insomma come il fatto che egli deve sapere governare la propria famiglia altrimenti non potrà governare la chiesa di Dio. Come fa un aspirante vescovo che non riprende i propri figli, che non sa farsi ubbidire dai figli, nel caso venisse eletto alla carica di vescovo, a riprendere e farsi ubbidire dalla chiesa? L'avere una buona testimonianza di quelli di fuori significa che quelli del mondo che lo conoscono non devono avere nulla di che biasimarlo circa la sua condotta, ossia non devono dire che è un adultero o un fornicatore, un ladro, un disonesto, un oltraggiatore, un rapace, un avaro, ecc. Vorrei farti notare il motivo per cui Paolo dice che il vescovo deve avere questa buona testimonianza "affinché non cada in vituperio e nel laccio del diavolo" (1 Tim. 3:7). Dunque un anziano che aspira all'ufficio di vescovo non può essere qualcuno di cui la gente del paese dice che è un fornicatore, un ladro, un ubriaco, un disonesto, ecc. Ma mettiamo il caso adesso che un credente dopo essere stato eletto all'ufficio di vescovo - perchè ha i requisiti necessari - sia accusato di un misfatto. Che dice la Parola di Dio? Paolo dice a Timoteo: "Non ricevere accusa contro un anziano, se non sulla deposizione di due o tre testimoni" (1 Tim. 5:19). Quindi un accusa contro un anziano fondata su due o tre testimonianze è da accettare. E una volta che l'accusa viene accettata? Dice sempre Paolo: "Quelli che peccano, riprendili in presenza di tutti, onde anche gli altri abbian timore" (1 Tim. 5:20). Un anziano quindi deve essere ripreso pubblicamente affinché anche gli altri abbiano timore. Ti voglio ricordare che Pietro (Cefa) che era un anziano (cfr. 1 Piet. 5:1), quando ad Antiochia si mise a costringere i Gentili a giudaizzare fu pubblicamente ripreso

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da Paolo; Pietro era da condannare (nota bene la gravità del suo misfatto) e Paolo lo ammonì "in presenza di tutti" (Gal. 2:14). Dunque chi è posto a condurre un gregge deve essere ripreso nel caso si comporti in maniera sbagliata. Non può essere altrimenti. Consideriamo anche gli angeli (i pastori) delle sette chiese dell'apocalisse. Prenderò l'esempio dell'angelo della chiesa di Efeso, quello della chiesa di Sardi, e di quello della chiesa di Laodicea. Il primo aveva lasciato il suo primo amore, e il Signore gli disse di ravvedersi e di fare le opere di prima, altrimenti avrebbe rimosso il suo candelabro dal suo posto (cfr. Apoc. 2:5). Il secondo benchè avesse nome di vivere era morto e il Signore gli disse di ravvedersi altrimenti sarebbe arrivato come un ladro e lui non avrebbe saputo a quale ora sarebbe venuto su di lui (cfr. Apoc. 3:3). Il terzo infine era diventato tiepido e il Signore lo ammonì severamente con le parole che tu sai e gli disse di avere zelo e di ravvedersi (cfr. Apoc. 3:19). Quindi, il Signore nella sua misericordia dà ai suoi ministri, dopo che essi hanno compiuto qualche misfatto il tempo per ravvedersi. Ma se essi non si ravvedono allora il suo giudizio piomberà loro addosso; può essere una malattia grave, o anche la morte, comunque sia un giudizio arriverà su di loro. La stessa cosa vale per quei credenti che non hanno ricevuto un ministerio da Dio e cadono in qualche misfatto. Anche loro sono da riprendere e devono essere ripresi, e se non si ravvedono saranno giudicati da Dio come meritano. Che succede a chi chiamato al ministero perde la sua irreprensibilità? Prendiamo l'esempio di Pietro. Certamente Pietro con quel suo modo di agire che era da condannare perse la sua irreprensibilità in seno alla fratellanza come anziano, tuttavia non mi pare che lui smise di fare l'anziano e l'apostolo. Occorre per altro dire che l'apostolo Pietro accettò la riprensione di Paolo per cui smise di costringere i Gentili a giudaizzare (quindi lui perse la sua irreprensibilità dottrinale solo per un certo tempo). Prendiamo anche l'esempio del pastore di Efeso, di quello di Sardi, e di quello di Laodicea; certamente persero anche loro la loro irreprensibilità in seno alla fratellanza, tuttavia non smisero di fare i pastori mentre si trovavano in quella condizione spirituale che non piaceva al Signore. Dio li riprese e gli diede tempo per ravvedersi. Si ravvidero? Non lo sappiamo. Sono tuttavia persuaso che se un anziano o un pastore persista nel suo errore, o nel suo misfatto, di certo non prospererà e andrà di male in peggio perchè Dio lo punirà come merita. Chi copre le sue trasgressioni non prospererà, ma chi le confessa e le abbandona otterrà misericordia (cfr. Prov. 28:13), dice la Sapienza; ed anche: "Ma chi indura il suo cuore cadrà nella sfortuna" (Prov. 28:14). Naturalmente se un anziano o un pastore diventa un operatore di scandali, comincia a insegnare eresie di perdizione, e si getta alle spalle ogni riprensione, le pecore che gli sono state affidate non devono rimanere indifferenti, ma devono ritirarsi da lui (cfr. Rom. 16:17-18). Dio giudica i suoi servitori; Lui non ha riguardi personali, non importa quale ministerio abbiano ricevuto da Lui.

3. Un anziano di chiesa che rimane vedovo, se si risposa può continuare a fare l'anziano?
Certo, perchè la Parola di Dio insegna che il vincolo matrimoniale con la propria moglie si scioglie con la morte di quest'ultima. Per cui egli, nel caso si sia risposato, non può essere accusato di essere marito contemporaneamente di due mogli come invece può esserlo chi è divorziato dalla propria moglie (ancora vivente) e risposato con un altra donna ragione per la quale egli non può essere eletto all'ufficio di vescovo nella Chiesa di Dio perchè è scritto "sia marito di una sola moglie" (1 Tim. 3:2).

4. Si fa sempre più insistente in Italia il bisogno di affermare il ministerio femminile come segno di emancipazione: tu cosa ne pensi?
Io giudico il fatto che anche qui in Italia in sempre più Chiese Evangeliche (comprese alcune Chiese Pentecostali) alla donna viene permesso di ricoprire nella Chiesa uffici come quello di pastore o di insegnante della Parola una cosa sbagliata perché contrasta quello che è il sano insegnamento della Parola di Dio. Che cosa dice infatti la Parola di Dio? Essa dice molto chiaramente: "La donna impari in silenzio con ogni sottomissione. Poiché non permetto alla donna d’insegnare, né d’usare autorità sul marito, ma stia in silenzio. Perché Adamo fu formato il primo, e poi Eva; e Adamo non fu sedotto; ma la donna, essendo stata sedotta, cadde in trasgressione; nondimeno sarà salvata partorendo figliuoli, se persevererà nella fede, nell’amore e nella santificazione con modestia" (1 Tim. 2:11-15). Queste parole di Paolo - come si può vedere - non lasciano intravedere nella maniera più assoluta che la donna possa ricoprire l'ufficio di pastore o di insegnante. Ella infatti deve imparare in silenzio con ogni sottomissione perché non le è permesso di insegnare. Ma perché non le è permesso di insegnare? Perché non fu Adamo ad essere sedotto ma la donna, la quale così cadde in trasgressione. Dicendo questo Paolo non ha voluto dire che Adamo non disubbidì a Dio, ma soltanto che non fu lui a rimanere sedotto per opera del diavolo ma la donna, e difatti il serpente non si accostò all'uomo ma alla donna perché sapeva che sarebbe stato molto più facile sedurre la donna. A conferma che non si addice alla donna mettersi a predicare o insegnare la Parola di Dio ricordiamo che secondo la legge di Mosè coloro che per ordine di Dio dovevano insegnare al popolo la legge erano degli uomini infatti Dio si

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scelse i Leviti per affidargli questo compito secondo che è scritto: "I tuoi Thummim e i tuoi Urim appartengono all’uomo pio che ti sei scelto, che tu provasti a Massa, e col quale contendesti alle acque di Meriba. Egli dice di suo padre e di sua madre: ‘Io non li ho visti!’ non riconosce i suoi fratelli, e nulla sa de’ propri figliuoli; perché i Leviti osservano la tua parola e sono i custodi del tuo patto. Essi insegnano i tuoi statuti a Giacobbe e la tua legge a Israele; metton l’incenso sotto le tue nari, e l’olocausto sopra il tuo altare" (Deut. 33:8-10). Quindi anche la legge conferma che non è la donna ma l'uomo a dovere insegnare la Parola di Dio. Ma voglio anche ricordare a conferma di questo divieto di predicare e insegnare per la donna che Gesù scelse prima dodici uomini e poi altri settanta sempre uomini per mandarli a predicare il Vangelo del Regno di Dio (cfr. Matt. 10:1-4; Luca 10:1-12). Le donne non ebbero nessun mandato da parte di Cristo per ciò che concerne la predicazione del Vangelo. Le donne che seguivano Gesù tuttavia avevano dei compiti importanti infatti assistevano Gesù e i suoi discepoli con i loro beni secondo che è scritto: "Ed avvenne in appresso che egli andava attorno di città in città e di villaggio in villaggio, predicando ed annunziando la buona novella del regno di Dio; e con lui erano i dodici e certe donne che erano state guarite da spiriti maligni e da infermità: Maria, detta Maddalena, dalla quale erano usciti sette demonî, e Giovanna, moglie di Cuza, amministratore d’Erode, e Susanna ed altre molte che assistevano Gesù ed i suoi coi loro beni" (Luca 8:1-3). Anche dopo che Gesù fu assunto in cielo le donne in seno alla Chiesa non erano date alla predicazione e all'insegnamento della Parola di Dio infatti è scritto che i credenti antichi "erano perseveranti nell'attendere all'insegnamento degli apostoli" (Atti 2:42). L'unica donna di cui nel Nuovo Testamento si dice che insegnava era Jezabel che a Tiatiri si diceva profetessa e insegnava a fornicare e a mangiare cose sacrificate agli idoli quindi insegnava delle eresie. Questo caso dovrebbe fare seriamente riflettere tutti coloro che permettono alla donna di insegnare. Per ricapitolare dunque, nella Chiesa dell'Iddio vivente, colonna e base della verità, non deve essere fatta pastore nessuna donna, come non deve essere eletta all'ufficio di anziano nessuna donna; siano questi posti ricoperti solo da uomini. La donna tuttavia può ricoprire l'ufficio di diacono nella chiesa - ovviamente se ha i requisiti biblici - e questo perché tra le caratteristiche che deve avere il diacono per essere eletto non c'è quello di essere atto ad insegnare (cfr. 1 Tim. 3:8-13), e questo perché il diacono svolge esclusivamente servizi assistenziali. La Scrittura parla di una diaconessa, della sorella Febe che era diaconessa della Chiesa di Cencrea (cfr. Rom. 16:1-2). Una parola adesso sull'emancipazione femminile che è alla radice di questa sfrenata corsa e di questa ambizione della donna verso l'ufficio di pastore o di insegnante nella Chiesa. Basta considerare che questa emancipazione si propone di portare la donna credente a volere ricoprire i ruoli che nella Chiesa di Dio si addicono - per ordine di Dio - solo agli uomini, per capire come l'emancipazione femminile non è qualcosa che viene da Dio ma dal diavolo che è il seduttore di tutto il mondo. Questa cosiddetta emancipazione femminile non si propone altro che portare confusione anche in seno alla Chiesa; dico anche perché la confusione e il disordine questa emancipazione - quando riesce ad entrare nella donna - comincia a portarli prima di tutto nella famiglia, dove il marito deve cominciare se non proprio ad essere sottomesso alla donna certamente ubbidire alla donna in non poche cose. 'Siamo uguali, abbiamo gli stessi diritti, perché tu devi signoreggiarmi?', dice la donna. 'Le tue sono pretese che affondano le radici nell'antichità ormai sorpassata', prosegue lei. 'Quindi, io non devo stare sottomessa a te', prosegue ancora la donna 'emancipata'. 'E se io non devo stare sottomessa a te come a nessun altro uomo, posso anch'io fare il pastore o l'anziano nella chiesa', conclude la donna. No, donna, tu sbagli grandemente, ti sei ribellata a Dio cominciando a ragionare in questa maniera perversa che non si addice a una donna che fa professione di pietà. Tu devi ravvederti di questi pensieri malvagi e tornare ad essere sottomessa a tuo marito che è il tuo capo e in generale all'uomo, e come segno di questa sottomissione all'uomo devi portare sul capo il velo quando preghi o profetizzi. Smetti di usare autorità su tuo marito, egli è il tuo capo; e smetti pure di cercare di diventare pastore o anziano nella chiesa. Mettiti a imparare in silenzio, con uno spirito di sottomissione e di riverenza verso l'uomo. Solo così potrai dirti una donna veramente emancipata; sì, perché sarai liberata dal laccio del diavolo che ti ha catturata affinché tu facessi la sua volontà. A quei fratelli invece che permettono alla donna di mettersi a predicare o insegnare nella Chiesa voglio dire questo: 'Smettete di concedere alla donna tutto ciò perché così facendo state portando confusione nella Chiesa, state incoraggiando la donna ad usare autorità sia sul marito che sull'uomo in generale cosa questa che come ho sopra detto contrasta la verità'.

5. Alla seguente pagina (www.lanuovavia.org/faq_chiesa_04.html) lei affronta la questione dei ministeri alle donne, e mi conceda, mi sembra che lei liquidi il problema in modo molto sommario e che sostenga tesi offensive nei confronti delle donne. Se crediamo nell'uguale dignità di uomo e donna, come si può affermare che la donna debba essere sottomessa e che non possa ricoprire le stesse cariche che ricopre l'uomo? Non è molto più sensato instaurare dei rapporti paritari fra uomini e donne, nel rispetto e nella stima reciproca? Come si può nell'anno 2000 sostenere che la donna debba tacere ed essere sottomessa perché più facilmente sedotta dal diavolo?
Egregio signore, il mio discorso (fondato sulla Parola di Dio) riguarda il ruolo della donna nella Chiesa di Dio. Credo di averlo spiegato bene in tutto il sito (perché diverse volte torno su questo argomento in punti diversi) che cosa è che

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la donna può fare e che cosa invece non può mettersi a fare nella Chiesa, comunque glielo ripeto brevemente. La donna nella Chiesa può pregare, e profetizzare (se ha il dono di profezia), ovviamente con il capo coperto da un velo come segno dell'autorità da cui dipende (autorità che è l'uomo), ma non può insegnare. La ragione la spiega l'apostolo Paolo, ed è perché non fu l'uomo ad essere sedotto ma la donna nel giardino d'Eden. Ovviamente anche l'uomo fu sedotto nel giardino dell'Eden, ma non dal diavolo, e qui è la differenza tra l'uomo e la donna. Non è una cosa da poco questa. L'apostolo Paolo lo dice chiaramente che non fu l'uomo a rimanere sedotto dal diavolo bensì la donna. Io non credo affatto di sostenere delle tesi offensive nei confronti delle donne; ovviamente molte donne saranno d'accordo con lei che io le abbia offese, ma ciò che dico è sostenuto dalla Parola di Dio che dura in eterno. Vede, alla donna non solo è vietato di insegnare nella chiesa ma non le è permesso neppure di usare autorità sul marito. E' contro natura vedere una donna dominare sul proprio marito; è qualcosa di vergognoso, che purtroppo oggi si vede spesso in questa società. La donna fu creata a motivo dell'uomo, cioè perché Dio decise di fornire all'uomo un aiuto convenevole; non è l'uomo che fu creato per la donna. Questa è la ragione per cui la donna deve stare sottomessa al proprio marito ed ubbidirgli. L'uomo è il suo capo, lei deve stargli sottomessa. Guardi che la donna cristiana non è considerata dalla Parola di Dio una sorta di schiava a cui il marito può ordinare qualsiasi cosa e verso cui si può comportare come vuole. Non vorrei che da quello che dico lei intendesse questo. Infatti nel Nuovo Testamento ci sono anche degli ordini per i mariti a cui viene espressamente ordinato di convivere con la moglie con la discrezione DOVUTA al vaso più debole che è il femminile (cfr. 1 Pietro 3:7), viene loro ordinato di portare loro onore altrimenti le loro preghiere rimarranno senza risposta da parte di Dio. Questo dimostra che Dio è senza riguardi personali, infatti se non esaudisce un marito che sprezza la moglie o la tratta male, questo sta a dimostrare che davanti a lui non c'è nè maschio nè femmina. Quindi, sì l'uomo è il capo della donna, sì il marito è il capo della moglie, ma se lui disobbedisce a Dio sarà punito in base alla sua disobbedienza. Vorrei farle notare a proposito delle parole di Pietro a cui ho fatto prima riferimento che Pietro definisce la moglie il vaso più debole il che significa che anche il marito è un vaso debole, solo che la donna E' PIÙ DEBOLE. Ma non si vede questo? Io lo vedo chiaramente e non solo tra le donne cristiane. Quindi per riassumere, nella Chiesa di Dio c'è un ordine stabilito da Dio, e questo ordine prevede tra le altre cose che la donna debba stare sottomessa al proprio marito e all'uomo in generale per le ragioni prima citate. E le posso assicurare che ciò che la Parola di Dio ordina è sempre per il nostro bene, anche se non ci piace e non lo comprendiamo talvolta subito. Molti matrimoni vanno a pezzi proprio perché la donna rifiuta di essere sottomessa al marito e di ubbidirgli, volendo raggiungere la cosiddetta parità ricercata così tanto dal movimento femminista. Se i matrimoni falliti sono aumentati in maniera spaventosa in questi ultimi anni è proprio A MOTIVO dell'emancipazione femminile così tanto osannata da più parti. Mi si spezza il cuore nel vedere donne che in virtù di queste idee perverse si comportano verso i mariti come se fossero delle marionette nelle loro mani. Ma ne stanno portando la pena di questa loro ribellione. Ovviamente molti matrimoni si spezzano anche per colpa di mariti che pensano di potere maltrattare la moglie e di usarla a loro piacimento; ma anche questi uomini porteranno la pena della loro ribellione. Io potrò pure essere odiato da tante donne, potrò pure essere sprezzato da tanti uomini, per questa mia posizione così radicale e così 'retrograda', ma a me non importa, DIO MI HA CHIAMATO A PREDICARE LA SUA PAROLA E IO DEVO ANNUNCIARE IL SUO CONSIGLIO E NON QUELLO CHE MI SUGGERISCE IL MONDO. Piaccia o non piaccia, questo è quello che Dio ha ordinato nella sua Chiesa.

6. E’ giusto chiamare il locale di culto ‘Casa di Dio’ e ‘Chiesa’?
No, non è giusto chiamare il locale di culto ‘casa di Dio’ perché la casa di Dio non è un edificio fatto di mattoni o di pietre o di legno (come è un locale di culto) ma un edificio spirituale fatto da persone nate di nuovo il quale serve da dimora a Dio per lo Spirito Santo. Lo scrittore agli Ebrei infatti dice: “La sua casa siamo noi” (Ebr. 3:6), Paolo dice agli Efesini: “Ed in lui voi pure entrate a far parte dell’edificio, che ha da servire di dimora a Dio per lo Spirito” (Ef. 2:22), e Pietro dice nella sua prima epistola: “Accostandovi a lui, pietra vivente, riprovata bensì dagli uomini ma innanzi a Dio eletta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati qual casa spirituale, per essere un sacerdozio santo per offrire sacrificî spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo” (1 Piet. 2:4-5). Non è giusto neppure chiamare il locale di culto ‘chiesa’ perché la parola greca ekklesia significa ‘assemblea’ [dei tirati fuori]; per cui questa parola va usata solo in riferimento all’assemblea dei fratelli in Cristo a prescindere dove si riuniscono per rendere il loro culto a Dio. E che sia così è attestato dalle seguenti Scritture. Paolo scrivendo ai santi di Colosse dice: “Salutate i fratelli che sono in Laodicea, e Ninfa e la chiesa che è in casa sua” (Col. 4:15), e a quelli di Roma dice di salutare la chiesa che era in casa di Aquila e Priscilla (cfr. Rom. 16:5). Quando Pietro fu messo in prigione la Scrittura dice che “fervide preghiere erano fatte dalla chiesa a Dio per lui” (Atti 12:5). Dopo che Saulo si convertì al Signore la Scrittura dice: “Così la Chiesa, per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria avea pace, essendo edificata; e camminando nel timor del Signore e nella consolazione dello Spirito Santo, moltiplicava” (Atti 9:31). Per citare solo alcuni dei tanti versetti dove in una maniera o nell’altra la chiesa si riferisce all’assemblea dei riscattati. E’ bene dunque che coloro che hanno l’abitudine di chiamare il locale di culto ‘Casa di Dio’ o ‘Chiesa’ smettano di farlo.

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7. E’ giusto che il pastore non lavori ma sia sostenuto finanziariamente e materialmente dalla Chiesa che pastura?
Sì, è giusto perché il pastore ha questo diritto nel Signore, cioè ha il diritto di non lavorare per essere dato a pieno tempo alla cura delle pecore che gli sono toccate in sorte per cui ha il diritto di essere sostenuto finanziariamente dalla Chiesa di cui si prende cura. Quando si dice che egli ha questo diritto si vuole implicitamente dire che la Chiesa ha il dovere di supplire a tutti i suoi bisogni siccome è scritto ai Galati: “Colui che viene ammaestrato nella Parola faccia parte di tutti i suoi beni a chi l’ammaestra” (Gal. 6:6). La mercede che la Chiesa gli dà non è altro che la mercede di cui è degno l’operaio del Signore secondo che ebbe a dire Gesù Cristo: “L’operaio è degno della sua mercede” (Luca 10:7). L’apostolo Paolo conferma questo diritto che ha l’operaio del Signore nel dire: “Chi è mai che fa il soldato a sue proprie spese? Chi è che pianta una vigna e non ne mangia del frutto? O chi è che pasce un gregge e non si ciba del latte del gregge? Dico io queste cose secondo l’uomo? Non le dice anche la legge? Difatti, nella legge di Mosè è scritto: Non metter la musoliera al bue che trebbia il grano. Forse che Dio si dà pensiero de’ buoi? O non dice Egli così proprio per noi? Certo, per noi fu scritto così; perché chi ara deve arare con speranza; e chi trebbia il grano deve trebbiarlo colla speranza d’averne la sua parte…. Non sapete voi che quelli i quali fanno il servigio sacro mangiano di quel che è offerto nel tempio? e che coloro i quali attendono all’altare, hanno parte all’altare? Così ancora, il Signore ha ordinato che coloro i quali annunziano l’Evangelo vivano dell’Evangelo” (1 Cor. 9:7-10,13-14). Come si può vedere l’apostolo prende a sostegno di questo diritto, che hanno i ministri di Dio, la legge sia quando dice che non si deve mettere la museruola al bue che trebbia il grano (cfr. Deut. 25:4) e sia quando dice che i sacerdoti vivevano di quello che era offerto sull’altare e che quelli che facevano il servigio sacro nel tempio mangiavano di quello che era offerto nel tempio che consisteva nelle decime e nelle offerte che gli Ebrei dovevano portare nella casa di Dio affinchè ci fosse del cibo in essa (cfr. Mal. 3:10) per coloro che svolgevano i vari servizi nel tempio. Ovviamente, dato che adesso siamo sotto la grazia e non più sotto la legge, e i ministri del Signore devono vivere del Vangelo e non della legge di Mosè, il principio della decima non è più valido. Rimane tuttavia valido il principio di base che è quello di far parte dei propri beni materiali a chi è stato appartato da Dio per la predicazione del Vangelo e l’ammaestramento del popolo di Dio. Quindi il proprio pastore deve essere messo in grado, se ancora non lo è, di adempiere il ministerio che Dio gli ha affidato nella maniera che prescrive la Scrittura cioè a pieno tempo. Sia lui che la Chiesa ne avranno del bene.

8. Come mai molti credenti non vogliono contraccambiare il servizio che viene loro rivolto dai ministri del Vangelo?
Questa è una domanda che ha una sola risposta, e cioè perché sono avari, amanti del denaro, e pensano che far parte dei loro beni materiali a coloro che li ammaestrano sia dannoso, sia l'equivalente di buttare i soldi dalla finestra. Purtroppo oggi in seno alla fratellanza c'è molto amore per il denaro, sono molti quelli che cercano di arricchire materialmente, di accumulare il più possibile su questa terra, e che rifiutano di aprire la loro mano per sostenere materialmente coloro che annunziano il Vangelo e li ammaestrano, cosa questa che è espressamente ordinata dalla Scrittura quando dice: "Colui che viene ammaestrato nella Parola, faccia parte di tutti i suoi beni a chi l'ammaestra" (Gal. 6:6). Ma costoro invece hanno dimenticato questo ordine di Dio, se lo sono gettato alle loro spalle. Nel loro cuore non c'è il minimo desiderio di far parte del loro denaro a chi li ammaestra, per costoro i ministri del Vangelo hanno solo il dovere di predicare il Vangelo come si conviene e di insegnare la Parola di Dio, loro invece hanno solo il diritto di essere serviti e bene! Per la Parola di Dio invece coloro che annunciano il Vangelo e s'affaticano nella predicazione e nell'insegnamento hanno anche il diritto di vivere del Vangelo, per cui hanno il diritto di non lavorare per essere dati a tempo pieno alla predicazione e all'insegnamento della Parola, e chi invece riceve il beneficio del loro ministerio ha il dovere di aiutarlo economicamente. Non diceva forse l'apostolo Paolo ai Corinzi: "Chi è mai che fa il soldato a sue proprie spese? Chi è che pianta una vigna e non ne mangia del frutto? O chi è che pasce un gregge e non si ciba del latte del gregge? Dico io queste cose secondo l’uomo? Non le dice anche la legge? Difatti, nella legge di Mosè è scritto: Non metter la musoliera al bue che trebbia il grano. Forse che Dio si dà pensiero de’ buoi? O non dice Egli così proprio per noi? Certo, per noi fu scritto così; perché chi ara deve arare con speranza; e chi trebbia il grano deve trebbiarlo colla speranza d’averne la sua parte. Se abbiam seminato per voi i beni spirituali, è egli gran che se mietiamo i vostri beni materiali? (…) Non sapete voi che quelli i quali fanno il servigio sacro mangiano di quel che è offerto nel tempio? e che coloro i quali attendono all’altare, hanno parte all’altare? Così ancora, il Signore ha ordinato che coloro i quali annunziano l’Evangelo vivano dell’Evangelo" (1 Cor. 9:7-14)? Si badi che questo vivere del Vangelo è un diritto che i ministri hanno nel Vangelo infatti così Paolo lo definisce poco più avanti (cfr. 1 Cor. 9:18).

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Ma gli avari calpestano il diritto nell'Evangelo che hanno i ministri del Vangelo, se ne fanno beffe. Il denaro lo hanno in abbondanza, non gli manca, ma rifiutano di darne una parte e in maniera regolare ai servi di Dio (e se fanno vedere che danno anche loro, danno le loro briciole e pure mormorando, di mala voglia). Loro pensano che sia meglio investirlo in vestiti di lusso, in bigiotteria, in case, in macchine di lusso, in televisioni, in divertimenti, in vacanze, che utilizzarlo per supplire ai bisogni di coloro che li ammaestrano. 'Dio provvederà, fratello', sono capaci di dirti; dimenticando che Dio si usa proprio dei suoi figliuoli per sostenere materialmente i suoi collaboratori. Certo, perché no? Talvolta Dio si usa pure di persone del mondo e di angeli ma rimane il fatto che nella maggior parte dei casi si userà dei credenti per supplire ai bisogni dei suoi ministri. Costoro sono anche capaci di dirti: 'Tu devi dare gratuitamente fratello, quello che hai ricevuto da Dio', ben detto, dico io; ma voglio ricordarvi che Gesù dopo avere detto ai suoi apostoli: "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" (Matt. 10:8), gli disse pure: "L'operaio è degno del suo nutrimento" (Matt. 10:10), e ai settanta disse che "l'operaio è degno della sua mercede" (Luca 10:7). Dunque il fatto che il servitore del Signore debba offrirvi gratuitamente la sapienza e la potenza ricevute da Dio, e di mettere gratuitamente al vostro servizio i suoi doni, non vi dà nessun diritto, e ripeto nessuno, di non reputarlo degno del vostro concreto aiuto materiale e finanziario. Il servo di Dio non deve dunque chiedere compensi e stabilire tariffe per le prestazioni spirituali a vostro favore, ma egli ha il diritto di ricevere le vostre offerte in denaro per vivere lui e la sua famiglia. Ma è qui il punto che vi duole, avari, che non sopportate: voi non amate che si dica che l'operaio del Signore è degno della sua mercede. Ma ditemi un po’, voi ostinati di cuore: 'Se uno di voi lavorasse una mesata intera per qualcuno nella sua vigna e per questo suo lavoro non venisse reputato degno né del suo nutrimento come neppure della sua paga, che direste voi?' vi piacerebbe? Non è che forse prendereste tutti quei passi biblici dove si condannano coloro che fanno lavorar i propri servi per nulla, frodandoli del loro salario? Sono sicuro che sareste i primi a dire che avevate il diritto alla vostra paga mensile e che questo diritto è stato invece calpestato!' Sappiate che con coloro che vi servono ammaestrandovi è la stessa cosa: se voi non li reputate degni di una paga voi calpestate il loro diritto. Vi avverto però che Dio non vi terrà per innocenti, perché meritate il suo castigo. Non vi illudete, Dio a suo tempo vi farà mietere i frutti amari della vostra avarizia. Continuate, continuate pure a fare finta di niente; Dio vi prenderà il vostro denaro e ve lo farà perdere come se aveste le tasche bucate. A suo tempo perderete quello che avreste dovuto dare ai suoi servi; anzi molto di più. Chi non raccoglie con me disperde, disse Gesù (cfr. Luca 11:23).

9. Una donna può ricoprire l’ufficio di diacono?
Sì, ella può ricoprirlo infatti nel Nuovo Testamento, e precisamente nella lettera di Paolo ai Romani, è menzionata una diaconessa. Ecco cosa dice Paolo: “Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è diaconessa della chiesa di Cencrea, perché la riceviate nel Signore, in modo degno de’ santi, e le prestiate assistenza, in qualunque cosa ella possa aver bisogno di voi; poiché ella pure ha prestato assistenza a molti e anche a me stesso” (Rom. 16:1-2). Voglio però precisare che il diacono non è preposto all’insegnamento infatti tra le caratteristiche che deve avere un credente per essere assunto in questo ufficio non c’è quella di “atto ad insegnare” che invece deve avere il vescovo (cfr. 1 Tim. 3:2).

10. E’ possibile ricevere più di un ministerio dal Signore?
Sì, è possibile infatti Paolo non era solo apostolo ma anche dottore, ecco quello che lui stesso dice: “In vista del quale [l’Evangelo] io sono stato costituito banditore e apostolo e dottore” (2 Tim. 1:11).

11. La donna può insegnare la Parola di Dio?
No, non può farlo perché è scritto: “La donna impari in silenzio con ogni sottomissione. Poiché non permetto alla donna d’insegnare, né d’usare autorità sul marito, ma stia in silenzio. Perché Adamo fu formato il primo, e poi Eva; e Adamo non fu sedotto; ma la donna, essendo stata sedotta, cadde in trasgressione; nondimeno sarà salvata partorendo figliuoli, se persevererà nella fede, nell’amore e nella santificazione con modestia” (1 Tim. 2:11-15). Questo significa che la donna non può essere pastore e neppure anziano di una Chiesa.

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12. E’ lecito usare gli strumenti musicali durante il culto per accompagnare i cantici?
Sì, è lecito, non c’è un solo passo biblico e nessun motivo fondato sulle Sacre Scritture per dichiarare il loro uso una cosa illecita. E’ vero che sia nel libro degli Atti che nelle epistole non c’è nessun accenno ad un uso di strumenti musicali durante le riunioni dei santi antichi, tuttavia è anche vero che in cielo vengono usati degli strumenti musicali nella lode che viene rivolta a Dio e all’Agnello che sta alla sua destra. Giovanni vide le quattro creature viventi e i ventiquattro anziani che erano attorno al trono di Dio con una cetra ciascuno (cfr. Apoc. 5:8), egli in cielo vide anche “come un mare di vetro e di fuoco e quelli che aveano ottenuta vittoria sulla bestia e sulla sua immagine e sul numero del suo nome, i quali stavano in piè sul mare di vetro avendo delle arpe di Dio. E cantavano il cantico di Mosè, servitore di Dio, e il cantico dell’Agnello, dicendo: Grandi e maravigliose sono le tue opere, o Signore Iddio onnipotente; giuste e veraci sono le tue vie, o Re delle nazioni. Chi non temerà, o Signore, e chi non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo; e tutte le nazioni verranno e adoreranno nel tuo cospetto, poiché i tuoi giudicî sono stati manifestati” (Apoc. 15:2-4). Se dunque in cielo, dove c’è il trono di Dio e quello dell’Agnello, è permesso l’uso di strumenti musicali non vedo proprio perché non dovrebbe essere permesso sulla terra nell’assemblea dei santi in mezzo ai quali dimora sia il Padre che il Figliuolo.

13. Da poco mi sono affacciato alla fede evangelica, vorrei informazioni sulle ‘benedizioni di Toronto’. I fenomeni che si verificano in quella comunità vengono da Dio?
Le manifestazioni che si verificano presso quei locali di culto che hanno accettato il cosiddetto Toronto Blessing non vengono da Dio. Mi riferisco al loro cadere a terra (prodotto dalla suggestione dei predicatori e da vere e proprie spinte; e non dalla potenza di Dio), al riso fragoroso e incontrollato, ai segni di apparenza ubriachezza, e ai versi di animali (leoni, cani e anche asini). Stai attento e tieniti lontano da quelli che vorrebbero trascinarti dietro queste manifestazioni carnali e diaboliche che non trovano nessun riscontro nella parola di Dio. Dio volendo, tra qualche tempo, sarà pronto il mio articolo confutatorio del ‘Toronto Blessing’, leggilo.

14. Chi non è battezzato in Spirito Santo può predicare in una chiesa?
A questa tua domanda rispondo ricordandoti che Apollo che era un uomo eloquente e potente nelle Scritture e parlava e insegnava accuratamente le cose relative a Gesù, fu di grande aiuto ai santi di Corinto perché con grande vigore confutava pubblicamente i Giudei dimostrando per le Scritture che Gesù era il Cristo, e tutto ciò benchè avesse conoscenza soltanto del battesimo di Giovanni, quindi Apollo in quel tempo non era ancora nè battezzato nel nome del Signore Gesù e neppure battezzato con lo Spirito Santo (cfr. Atti 18:24-28). Io ti posso dire che ci sono alcuni fratelli non ancora battezzati con lo Spirito Santo, che quando predicano rallegrano, edificano, parlano con franchezza, e scuotono tanti credenti dal torpore in cui sono, e portano i peccatori a ravvedersi, mentre ci sono alcuni predicatori che si dicono battezzati con lo Spirito Santo, che non edificano affatto, ma annoiano solo, gli addormentati continuano a dormire quando li sentono, e i peccatori non sono presi da spavento e non sono portati a ravvedersi, perché la loro predicazione non è fatta con franchezza e con pienezza di convinzione, e questo perché i primi sono stati chiamati da Dio a predicare mentre i secondi no. Non è infatti dal fatto che si è battezzati con lo Spirito Santo che si capisce che uno è stato chiamato da Dio a predicare. Uno può essere stato battezzato con lo Spirito Santo e non essere stato chiamato da Dio a predicare; invece oggi pare che in certe comunità quando un credente viene battezzato con lo Spirito Santo riceve automaticamente la chiamata a predicare il Vangelo, non solo, verrebbe pure dotato di doni di guarigioni e di altri doni!! Bada bene, con questo non voglio dire che questo non possa accadere o che non sia accaduto alcune volte, ma il fatto è che quando ciò accade è manifesto come lo è la luce del sole come anche è manifesto il contrario quando con il battesimo con lo Spirito, il Signore non concede altri doni. E ti posso dire che nella maggior parte dei casi quando un credente viene battezzato con lo Spirito non riceve né la chiamata a predicare e neppure dei doni dello Spirito Santo! Certo è comunque che chi è stato chiamato da Dio a predicare deve desiderare di essere battezzato con lo Spirito Santo e di certo sarà battezzato con lo Spirito. Se dunque è manifesto che un credente è stato chiamato da Dio a predicare, che ha questa capacità che viene da Dio, non gli si può vietare di predicare o insegnare, nell’attesa che venga battezzato con lo Spirito Santo. Io almeno non me la sento di vietarglielo.

15. Caro fratello Butindaro, io ho letto domande e risposte del suo sito e c'era una parte che diceva che non possiamo chiamare la Chiesa "Casa di Dio". Io ho sempre detto: ‘La Chiesa è la casa di Dio" per-

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chè io ho letto nella Bibbia in Matteo 21:12 che Gesù entrò nel tempio, e ne scacciò tutti quelli che vendevano e compravano; rovesciò dei tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditore di colombi. E disse loro: La mia casa sara chiamata casa di preghiera, ma voi ne fate un covo di ladri. Anche in Isaia 56:7. Allora io le chiedo: ‘Io devo dire che la Chiesa è la casa di Dio e la casa di Gesù (dato che Dio è Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo)?
Stai attenta, perchè io non ho detto che la Chiesa non si può chiamare 'Casa di Dio' perchè la Chiesa è la Casa di Dio ossia il tempio in cui abita Dio; ma ho detto un'altra cosa e cioè che non si può chiamare il locale di culto 'Casa di Dio'. Perchè questo? Perchè la casa in cui dimora Dio, sotto la grazia, non è fatta di mattoni ma di pietre viventi che sono tutti coloro che sono stati rigenerati dalla Parola di Dio (cfr. 1 Pietro 2:4-5). Ma queste sono tutte cose che nella mia risposta a quella specifica domanda sono spiegate molto bene. Ora, tu mi menzioni le parole di Gesù a riguardo del tempio di Gerusalemme che fu da lui chiamato "Casa del Padre mio" (Giovanni 2:16), ed egli disse il vero perchè sotto l'Antico Patto Dio aveva detto a Salomone a proposito del tempio che aveva fatto costruire: "Io ho esaudita la tua preghiera e la supplicazione che hai fatta dinanzi a me; ho santificata questa casa che tu hai edificata per mettervi il mio nome in perpetuo; e gli occhi miei ed il mio cuore saran quivi sempre" (1 Re 9:3). Devi tuttavia tenere ben presente che sotto l'Antico Patto il tempio che Salomone fece costruire a Gerusalemme era solo un'ombra del futuro tempio che il Messia avrebbe costruito nella pienezza dei tempi e mi riferisco all'edificio spirituale che è la Chiesa che a differenza di quell’edificio materiale costruito sotto l'Antico Patto e che rappresentava la Chiesa di Dio non potrà mai essere distrutto come invece fu distrutto quel tempio. Infatti il tempio che ai giorni di Gesù era in Gerusalemme (tempio che non era più quello costruito da Salomone perché quello era stato distrutto nel VI secolo avanti Cristo dai Babilonesi, ma era quello ricostruito dagli esuli che erano ritornati dopo 70 anni dalla cattività babilonese che poi era stato ingrandito e abbellito da Erode il Grande) fu distrutto nel 70 dopo Cristo dall'esercito romano che era stato mandato in Galilea e poi in Giudea a sedare una rivolta, e da quell'anno non è stato mai più ricostruito. Questo evento ci insegna che quell'edificio a Gerusalemme, certamente santo, NON POTEVA ESSERE LA VERA CASA DI DIO. E poi, già sotto l'Antico Patto Dio aveva detto che l'uomo non avrebbe potuto costruirgli una casa infatti dice il profeta: "Così parla l’Eterno: Il cielo è il mio trono, e la terra è lo sgabello de’ miei piedi; qual casa mi potreste voi edificare? e qual potrebb’essere il luogo del mio riposo?" (Isaia 66:1). Lo vedi? Ecco perchè Stefano disse che Salomone fu quello che gli edificò una casa "l’Altissimo però non abita in templi fatti da mano d’uomo" (Atti 7:48). Con la venuta di Cristo quindi, Dio ha fatto costruire una nuova casa, una casa santificata mediante lo Spirito di Dio e mediante il sangue di Cristo, una casa eterna che non sarà mai distrutta che è la "casa di Dio, che è la Chiesa dell’Iddio vivente" (1 Timoteo 3:15), e questa "sua casa siamo noi se riteniamo ferma sino alla fine la nostra franchezza e il vanto della nostra speranza" (Ebrei 3:6). Ora, "noi siamo il tempio dell’Iddio vivente, come disse Iddio: Io abiterò in mezzo a loro e camminerò fra loro; e sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo" (2 Corinzi 6:16). Stando così le cose, la Chiesa di Dio – ossia l’assemblea dei riscattati - puoi chiamarla tranquillamente ‘Casa di Dio’ o ‘Tempio di Dio’. Ma non chiamare il locale di culto né Chiesa di Dio, né Casa di Dio e neppure Tempio di Dio; non è corretto. Chiamalo ‘locale di culto’ o ‘sala di riunione’.

16. Ho trovato qui (USA) una buona comunità e in particolare un fratello che è un anziano di questa comunità che io ho sentito di amare subito. Però c'è un problema. Mi spiego, io sono entrato a fare parte del gruppo suonatori di questa Chiesa dove questo fratello canta e la moglie pure, io suono la chitarra con loro. Il problema è che quando inizia il culto la moglie parla parla sempre il che a me dà fastidio, e subito è scattato in me un senso di ribellione e così ho parlato col marito e lui mi ha detto che la moglie esorta l’adunanza. Solo Dio sa come non vorrei perdere questo fratello. Mi potresti consigliare tu cosa fare? Spero che hai capito la situazione. Io non so se tu la leggerai questa lettera, spero di sì, se vuoi posso essere più chiaro se non hai capito bene. Grazie e Dio ti benedica.
Ho capito la tua situazione e capisco perfettamente il tuo turbamento nel sentire quella sorella esortare ed insegnare perchè l'ho provato pure io quando anni addietro in una comunità dove il pastore permette alle donne di insegnare, dovetti sentirmi una predicazione di una donna piuttosto arrogante per altro. Alla donna non è permesso di insegnare, deve piuttosto imparare in silenzio, questo dice la Scrittura; e siccome ogni Scrittura è ispirata da Dio perchè degli uomini hanno parlato da parte di Dio perchè sospinti dallo Spirito Santo, e questo stesso Spirito abita nei nostri cuori, è evidente che lo Spirito è contristato quando viene permesso ad una donna di insegnare. Da qui il turbamento che provi tu, e tutti coloro che hanno lo Spirito e camminano per lo Spirito. Che devi fare allora? Vai dal pastore della Chiesa e fargli presente che la Scrittura non permette alla donna di insegnare (cfr. 1 Timoteo 2:11-12) e quindi egli deve impedire a quella sorella di insegnare ed esortare la comunità. Non so quale sarà la sua reazione, ma devi farlo.

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17. Caro fratello pace del Signore! Ti volevo chiedere se sai se Giovanni Rostagno, il pastore valdese che ha scritto il libro "Più presso a te Signor", insegnasse le medesime eresie del Luzzi dato che ho comprato codesto libro e a mio avviso sembra un buon libro di edificazione. Grazie.
Non so cosa risponderti, nel senso che non so se il Rostagno insegnasse tutte le eresie di Luzzi o solo alcune o nessuna di esse. Comunque tra i Valdesi ti puoi aspettare eresie un pò da tutti; basta pensare come eminenti teologi della chiesa valdese (Paolo Ricca e altri) siano a favore dei matrimoni tra omosessuali, non definendo più l'omosessualità 'peccato contro natura', per capire ciò. Comunque tu ritieni sempre il bene e astieniti da ogni male. Nel caso un giorno dovessi scoprire che il Rostagno insegnava delle eresie te lo comunicherò.

18. Se in una comunità il conduttore o pastore viene accusato di aver commesso adulterio, ma non si hanno prove evidenti, come si deve comportare la Chiesa nei confronti del pastore, che da premettere si è comportato sempre bene e che secondo i fedeli è stata solo diffamazione nei suoi confronti?
La Scrittura dice di non ricevere accusa contro un anziano se non sulla deposizione di due o tre testimoni (cfr. 1 Timoteo 5:19). Se le prove non sono evidenti perché ci sono solo delle voci bisogna fare delle indagini approfondite per accertare se il misfatto sia stato fatto o meno. Innanzi tutto si prendono i testimoni o accusatori e li si interroga per vedere in base a quali cose formulano le loro accuse contro il pastore. E poi si prendono la donna e il pastore e si sottopongono ad un interrogatorio affinché si accerti la verità. I magistrati fanno così sia con i testimoni che con i presunti colpevoli per accertare se quello che è stato detto contro gli imputati è vero o falso; sappi che quando l'accusa è una calunnia viene smascherata, ma se è verace allora in qualche maniera sarà confermata.

19. …. sono un credente nato di nuovo dal 1990 faccio parte di una comunità evangelica pentecostale vicino Roma. Il Signore ha fatto una grande opera in me e nella mia famiglia, adesso i miei desideri sono rivolti al Regno di Dio e al progresso del Vangelo, tuttavia da quando ho creduto e anche ascoltando le testimonianze degli anziani nella fede, sono un pò sconsolato per la situazione attuale della chiesa, parlo in generale e parlo prima per me, spero di sbagliarmi ma vedo tanta tiepidezza, pochi convertiti, le Chiese non crescono forse diminuiscono, poco timor di Dio, poco amore, poco servizio, poca santificazione, preghiamo per un risveglio ma lo desideriamo veramente? Non vedo opere potenti, segni e miracoli che hanno caratterizzato i grandi risvegli del passato. Mi sembra che nessuno creda più veramente, c'è stanchezza spirituale, nessuno vuole aspettare, c'è fretta in ogni cosa. Abbiamo pregato per tanti fratelli gravemente ammalati, non mi ricordo molti guariti. Che sta succedendo alla Chiesa del Signore? Forse che siamo nel raffreddamento degli ultimi tempi? Il Signor Gesù è sempre ineffabilmente lo stesso e allora di chi è la colpa? Che si deve fare? Perdonami per lo sfogo, se hai parole di consolazione ti ringrazio anticipatamente.
Fratello nel Signore, pace. Sì molti si sono raffreddati, o meglio sono diventati tiepidi, ecco perché c’è poco amore, poca consacrazione, poco desiderio di santificarsi in mezzo al popolo di Dio. Il timore di Dio si trova solo in pochi, quasi tutti pensano di avere il diritto di peccare e di fare quello che vogliono La colpa dunque è dell’uomo; se oggi in mezzo a tante chiese non c’è quello che c’era nella chiesa primitiva è colpa dell’uomo. Che fare dunque? Dobbiamo vivere una vita santa, pia e giusta, perché questa è la volontà di Dio, ed essere così un esempio ai credenti. Pregare e aspettare che il Signore si manifesti potentemente perché Lui è sempre lo stesso. E nel frattempo farsi animo perché non siamo i primi che si trovano a vivere tempi difficili. Ti incoraggio dunque a perseverare nel timore di Dio, onoralo a fatti e in verità, e non con la bocca soltanto come fanno tanti, e vedrai che il Signore ti onorerà. Cerca la sua faccia, cerca i suoi doni, cerca le sue rivelazioni, Egli è fedele. Non farti trascinare dai tiepidi per i sentieri tortuosi dove non c’è pace e dove non c’è vera gioia. E ricordati di riprovare le opere infruttuose delle tenebre a cui tanti credenti si abbandonano, di denunciarle in mezzo al popolo di Dio senza paura di niente e di nessuno. Levati in favore della verità e soffri anche tu per l’Evangelo. Tieniti attaccato alla Parola di Dio perché il diavolo con la sua astuzia cerca di staccarci da essa.

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20. E’ necessario che io frequenti un Seminario Teologico per servire Dio?
La mia risposta alla tua domanda è la seguente. No, non è necessario che tu frequenti una Scuola Biblica o un Seminario Teologico per servire Dio. Se Dio ti ha chiamato a predicare il Vangelo e ad insegnare la sua Parola, Egli sicuramente ti metterà in grado di compiere queste cose perché esse sono la Sua volontà per te. Ovviamente, tu devi studiare la Bibbia, pregare molto e vivere una vita santa. Io stesso sono stato chiamato da Dio a predicare il Vangelo, ma non ho frequentato nessuna Scuola Biblica. Molti anni fa, circa due anni dopo la mia conversione, ero nel dubbio se frequentare o meno una Scuola Biblica, così pregai Dio a proposito di ciò, e Lui mi rivelò (in un sogno) che Egli non voleva che io andassi alla Scuola Biblica. Poi il Signore operò potentemente in me per mettermi in grado di capire in maniera corretta le dottrine della Bibbia e di insegnarle. A Lui sia la gloria ora e in eterno. Amen. Stai fermo nella fede, prega del continuo e temi Dio.

21. Perché noi siamo il tempio di Dio?
Noi siamo il tempio di Dio perché in noi abita Iddio, secondo che disse Iddio: “Io abiterò in mezzo a loro e camminerò fra loro; e sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo” (2 Cor. 6:16), e lo siamo diventati questo tempio nel giorno che abbiamo creduto nel Figliuolo di Dio.

22. Un anziano ha l’obbligo di astenersi dal vino?
No, un anziano non ha l’obbligo di astenersi dal bere vino perché il vino non è vietato berlo a nessun credente. L’anziano ha l’obbligo di non darsi al vino secondo che è scritto che bisogna che egli sia “non dedito al vino” (1 Tim. 3:3), il che è un’altra cosa, infatti essere dati al vino significa essere degli ubriaconi o persone che abusano del vino, cosa che tutti i Cristiani e non solo gli anziani non devono essere perché è scritto: “Non v’inebriate di vino, esso porta alla dissolutezza” (Ef. 5:18). Gli ubriaconi non erediteranno il Regno di Dio (cfr. 1 Cor. 6:10).

23. Pace del Signore fratello, spesso tra credenti si dice che un Cristiano non debba mettersi in intimità con un altro fratello. Bibbia alla mano si può dimostrare ciò? Un Cristiano con il proprio fratello deve mantenere un rapporto freddo e scostante?
Non so cosa intendi o cosa alcuni intendono per “non mettersi in intimità con un altro fratello”, comunque se con questa espressione si intende “mantenere un rapporto freddo e scostante” con il proprio fratello nel Signore, la Scrittura non insegna a tenere un simile comportamento verso i fratelli, anzi essa ci ordina di amarci intensamente secondo che è scritto: “Avendo purificate le anime vostre coll’ubbidienza alla verità per arrivare a un amor fraterno non finto, amatevi l’un l’altro di cuore, intensamente” (1 Piet. 1:22), e ad essere pieni di affezione gli uni per gli altri (cfr. Rom. 12:10). Ma rifletti, noi che siamo membri del corpo di Cristo e che ci dobbiamo amare come Cristo ha amato noi, come potremmo essere chiamati ad avere un rapporto freddo e incostante tra di noi? Che rapporti intratteneva Gesù con i suoi discepoli? Un rapporto freddo? Incostante? Non mi pare di vedere questo quando leggo la storia di Gesù di Nazareth. E che dire poi dei rapporti che avevano tra loro i primi discepoli a Gerusalemme? Non è forse vero che essi erano rapporti stretti e assidui? Basta leggere queste parole: “E tutti quelli che credevano erano insieme, ed aveano ogni cosa in comune; e vendevano le possessioni ed i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E tutti i giorni, essendo di pari consentimento assidui al tempio, e rompendo il pane nelle case, prendevano il loro cibo assieme con letizia e semplicità di cuore” (Atti 2:44-46) per rendersi conto di ciò. Purtroppo però bisogna dire che oggi nella maggioranza dei casi, i rapporti tra i credenti di una stessa comunità sono freddi e incostanti e questo perché manca l’amore, quello vero. I rapporti tra fratelli si limitano alle riunioni di culto e talvolta solo ad una riunione di culto alla settimana, e poi a qualche agape organizzata di tanto in tanto o a qualche altra riunione. L’incontrarsi al di fuori delle riunioni di culto è una cosa rarefatta e tanto è vera la cosa che spesso i fratelli di una Chiesa non sanno neppure dove abita il fratello e quali sono le sue condizioni di vita, i suoi problemi, ecc. Tutto questo non è altro che la conseguenza del poco amore che esiste nel cuore di tanti.

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24. Gradiremmo ricevere informazioni alla luce della Parola di Dio in merito a queste due domande, grazie. 1) L'Ecumenismo è scritturale oppure no? 2) La facoltà delle organizzazioni religiose di raccogliere soldi attraverso la dichiarazione dei redditi, vedi l'8 x 1000, è scritturale oppure no?
No, non sono scritturali né l’ecumenismo e neppure la facoltà di ricevere dallo Stato l’8 per mille. L’ecumenismo non è scritturale perché il suo scopo è una falsa unità a livello mondiale fra tutti coloro che si dichiarano Cristiani (quindi sia Cattolici Romani, che Protestanti, che Ortodossi e altro) e perno di questa unità dovrebbe essere il Capo della Chiesa Cattolica Romana, ossia il papa, perché lui si ritiene il Capo visibile della Chiesa di Cristo sulla terra. Attorno a lui e sotto di lui dovrebbero riunirsi tutti i Cristiani. Definisco questa unità falsa perché essa non si fonda sulla verità ma su un miscuglio di verità e menzogne che vengono intrecciate abilmente (le cose vere sono per citarne alcune, la Trinità, la divinità di Cristo, la sua morte e la sua resurrezione e la sua seconda venuta, mentre le cose false sono per esempio la salvezza per opere, il primato del vescovo di Roma, il culto alle cosiddette immagini e statue sacre, la confessione al prete, il pedobattesimo, la dottrina della rigenerazione battesimale, la messa, l’imposizione del celibato, il purgatorio, e moltissime altre). Per cui essere a favore dell’ecumenismo significa dovere essere a favore di varie menzogne (o comunque dover tollerare varie menzogne) di cui il padre è il diavolo. In altre parole, se uno si vuole schierare a favore dell’ecumenismo deve schierarsi contro la Parola di Dio, e deve di conseguenza cambiare parecchi suoi atteggiamenti: da intollerante verso i seduttori deve diventare tollerante, deve diventare insomma come l’angelo della chiesa di Tiatiri che tollerava Jezabel che insegnava e seduceva i servitori di Gesù perché commettessero fornicazione e mangiassero cose sacrificate agli idoli (cfr. Apoc. 2:20), comportamento che ti ricordo fece indignare il Signore che riprese quell’angelo. Ti faccio un esempio pratico con me stesso: se io mi schierassi a favore dell’ecumenismo dovrei mettermi a chiamare fratelli persone che non sono ancora affatto salvate, ma ancora morte nei loro peccati e cercano di guadagnarsi la vita eterna e il perdono dei loro peccati tramite opere buone, mortificazioni ecc., il che equivale a chiamare fratelli coloro che ancora sono dei figli del diavolo, nemici della croce perché ritengono che la salvezza si possa ottenere con le opere buone. Questo naturalmente significherebbe che a costoro non dovrei più predicare il ravvedimento e la remissione dei peccati mediante la fede in Gesù, e questo perché essi anche se non sono sicuri della loro salvezza (i Cattolici Romani infatti non possiedono questa sicurezza) non vanno turbati con discorsi quali; ‘Se non siete sicuri di essere salvati e perdonati, vuol dire che ancora non siete nati di nuovo, ancora non siete dei figli di Dio’. No, essi devono essere lasciati in pace, per amore di unità!! Come si può fare una simile cosa se si ama la verità? Non si può. Ma ti faccio un altro esempio; se io mi schierassi a favore dell’ecumenismo dovrei anche mettermi a chiamare fratelli tanti che adorano degli idoli, tanti che adorano e pregano Maria, i santi in cielo e pure gli angeli (mi riferisco ai Cattolici Romani dediti all’idolatria e a varie superstizioni), e questo sarebbe sbagliato perché gli idolatri non sono dei figli di Dio ma dei nemici di Dio la cui fine è il fuoco eterno, la perdizione. E non solo dovrei mettermi a chiamarli fratelli ma anche a stare con loro, a frequentarli, a pregare con loro, a evangelizzare con loro, ecc. cose queste espressamente vietate dalla Scrittura che dice di non mischiarsi con alcuno che chiamandosi fratello sia un idolatra (cfr. 1 Cor. 5:11). E quel comportamento io dovrei tenerlo sempre per amore di unità!!! E poi che dire del fatto che dovrei smettere di chiamare il culto a Maria, ai santi e agli angeli, IDOLATRIA, e mettermi a chiamarlo invece una usanza? E che dire poi che non dovrei definire la dottrina del purgatorio UNA ERESIA perché secondo i teologi romani non fa per niente a pugni con la dottrina della salvezza per grazia mediante la fede in Gesù? E che dire poi del fatto che dovrei in una maniera o nell’altra riconoscere il primato del vescovo di Roma, il cosiddetto ministerio petrino perché viene detto che viene ministrato da colui che è il successore di Pietro? E che dire poi del fatto che dovrei tacere contro quell’abominazione papista chiamata messa che è considerata la ripetizione del sacrificio di Cristo e una offerta propiziatoria per i peccati dei vivi e dei morti (che sarebbero in purgatorio)? Non sono anche questi tutti comportamenti che dovrei tenere per amore dell’unità sbandierata dagli ecumenici? Come si può dunque chiamare vera unità un’unione che tende a fare chiudere gli occhi ai credenti e a far loro trasgredire la Parola di Dio? Non si può, si deve quindi chiamare questa unità falsa unità o meglio ancora confusione. Ho parlato molto contro l’ecumenismo nel mio libro confutatorio sulla Chiesa Cattolica Romana; io lo giudico una macchinazione di Satana, una trappola per i credenti, e questo perché so che cosa realmente si prefigge cioè il ritorno dei Protestanti nel grembo della Chiesa Cattolica Romana, il ritorno degli Evangelici alle eresie e alle superstizioni della Chiesa romana, in una sola parola lo sviamento dei Cristiani, di tutti coloro che hanno conosciuto la verità. E’ una trappola perché apparentemente sembra, e ripeto sembra, che si prefigga di procacciare l’unità dei Cristiani, ma nella realtà si prefigge di intrappolare i credenti in un sistema religioso perverso che ha alla sua testa un anticristo, sì un anticristo, e non si può chiamare in altra maniera un uomo che si proclama il vicario di Cristo in terra, che oltre a non vivere come Cristo, cosa questa che uno che ha gli occhi aperti può benissimo vedere, incita i Cristiani all’idolatria perché li invita a pregare e adorare Maria, a raccomandarsi a lei ecc. Un simile invito equivale a volere che essi si sviino e vadano in perdizione perché là vanno gli idolatri. Dunque, massima attenzione, e si continui a riprovare questa macchinazione di Satana che è l’ecumenismo papista. Ricevere l’8 per mille dallo Stato non è scritturale perché equivale a ricevere dallo Stato un finanziamento (o un aiuto finanziario che dir si voglia) per portare avanti attività che si devono compiere solo con le offerte date direttamente ai conduttori. Inoltre perché sia il pagamento dei salari dei pastori, che il pagamento dell’affitto di locali di culto, che l’acquisto di materiale utile al culto o all’evangelizzazione, va fatto solo con denaro raccolto nell’ambito della Chiesa. Anche le offerte agli orfani, ai malati, alle vedove, ai poveri in generale, vanno fatte con denaro raccolto in

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ambito della fratellanza in maniera diretta. E’ vero che in alcuni casi l’8 per mille che si riceve dallo Stato serve solo a scopi sociali ed umanitari, come nel caso delle ADI (l’articolo 23, comma 1, dell’intesa Stato-ADI del 22 novembre 1988 dice infatti: ‘A decorrere dall’anno finanziario 1990 le ADI concorrono alla ripartizione della quota, pari all’otto per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, liquidata dagli uffici sulla base delle dichiarazioni annuali, destinando le somme devolute a tale titolo dallo Stato ad interventi sociali ed umanitari anche a favore di Paesi del terzo mondo’), ma non importa proprio nulla, è lo stesso sbagliato. Ma d’altronde quando la Chiesa si allea con lo Stato, o si rifugia all’ombra dello Stato - lo so che chi riceve l’8 per mille detesta queste espressioni ma esse corrispondono perfettamente a verità - essa finisce con il ricevere dei privilegi da parte dello Stato, delle agevolazioni di svariato genere, tutte cose che la Chiesa non deve ricercare. Nel caso specifico, l’8 per mille costituisce un finanziamento indiretto dello Stato alla Chiesa, e si badi che questo lo riconoscono persino eminenti giuristi e politici che di leggi dello Stato se ne intendono. E proprio perché si tratta di un finanziamento che lo Stato fa verso certe organizzazioni religiose ci sono in Italia delle forze politiche che sono fortemente contrarie a questo finanziamento (vedi per esempio il Partito Radicale) le quali vorrebbero che l’8 per mille fosse abolito e che le varie Chiese che lo ricevono si autofinanziassero in tutto e per tutto direttamente solo con i soldi dei loro membri. Naturalmente questo finanziamento dello Stato (cioè l’8 per mille) non è facile da ottenere perché per ottenerlo bisogna avere molti requisiti e presentare agli organi competenti tutti i documenti necessari; ma una volta che lo Stato vede che hai le carte in regola te lo concede. Tutto ciò naturalmente per la gioia di quegli uomini corrotti e arroganti che si trovano a capo e non solo a capo in queste organizzazioni religiose, i quali vedono riempirsi le loro casse di ulteriori soldi, vedono la loro organizzazione religiosa raggiungere un elevato grado di notorietà, e possono fregiarsi di avere anche l’8 per mille assieme allo Stato e alla Chiesa Cattolica Romana! A chi deve dunque dare un credente l’8 per mille? Allo Stato, sono soldi che appartengono allo Stato, si devono quindi dare ad esso: ‘Date a Cesare quello che è di Cesare’ (cfr. Luca 20:25). Esso poi provvederà ad usare il denaro per scopi umanitari quando si presenteranno le occasioni. Fratelli, destinate il vostro 8 per mille allo Stato. Opponetevi strenuamente a questa intensa pubblicità fatta in seno alle chiese che ricevono l’8 per mille anche tramite radio e volantini periodicamente con l’avvicinarsi di certe date.

25. Caro Giacinto, pace. Ho voluto scriverti questo mio personale pensiero, con il semplice proposito di sapere cosa ne pensi e quale sia l’opinione tua e di tuo fratello Renato a riguardo della trasmissione cristiana “Chuck e Nora” (credo che la conosciate) che sabato scorso ho avuto modo di seguire per alcuni minuti sull’emittente locale Teletevere, anche se sono pienamente consapevole della vostra completa avversione verso la televisione. Come è avvenuto altre volte che ho avuto l’occasione di assistere ad alcuni momenti di questa trasmissione (che credo sia da tanti anni in onda), francamente non sono rimasto molto edificato per il fatto che si svolge in uno studio molto appariscente e che alcuni brani musicali proposti sono presentati da cantanti che si muovono (quasi danzano) e con una coreografia molto mondana. Inoltre, come altre volte mi è capitato di vedere, hanno mandato in onda uno spezzone del programma di Benny Hinn dagli Stati Uniti. In questo programma, credo che siate già a conoscenza di questo fatto, secondo me avviene una cosa strana, e cioè in un clima di grande euforia, in uno stadio con migliaia di persone radunate, Benny Hinn fa salire sul palco tutti coloro che hanno ricevuto una guarigione in quella speciale giornata e toccandole o sfiorandole con le mani tutte cadono a terra, che si presuppone per la potenza dello Spirito Santo. Ma!? Io rimango perplesso. Mi sembra solo qualcosa di spettacolare. Non credo che lo Spirito Santo operi in questa maniera. Cosa ne pensate? Visto che trasmettono da Marnate, provincia di Varese, se non ricordo male, che è vicino alla vostra città di provenienza, che mi sapete dire sul loro conto? Appartengono a qualche denominazione di fede pentecostale? A mio parere, come avviene da quello che ne so nelle comunità ADI, bisognerebbe mettere in guardia tutti i credenti che guardano la TV da queste trasmissioni che possono portare confusione o addirittura scandalizzare qualche giovane credente. Per esempio ti dico che un giovane credente tempo fa, parlando con un suo amico di scuola, non ha saputo rispondere alla domanda: ma voi Evangelici non dite che non bisogna farsi immagini? Purtroppo aveva visto la trasmissione e la sua attenzione era caduta su alcune immagini che vengono utilizzate come coreografia nella trasmissione. Credo che c’è qualche messaggio genuino in quello che dicono, ma in tanta sfarzosità contornata da un pizzico di mondanità (e mi risulta anche che richiedano spesso dei contributi in denaro allo scopo di avere una televisione cristiana che trasmetta 24 ore su 24 solo programmazione cristiana come già avviene negli Stati Uniti), l’opera dello Spirito Santo è limitata, non può operare liberamente, se non addirittura in alcuni casi ostacolarne l’efficacia.

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Ascolta, fratello, conosco questa trasmissione tenuta da Chuck e Nora, perché mi capitò di seguirla diverse volte quando ancora vedevo la televisione perché come sai è arrivato il giorno che ho smesso di guardarla per i motivi che anche tu sai molto bene. A quel tempo però i due non erano ancora a capo della TBN in Italia. Comunque a me non piaceva la loro trasmissione già a quel tempo (che non so però nei particolari quanto sia diversa adesso) perché cercava già di assomigliare a certi programmi americani che non mi piace come venivano condotti; uno per tutti PRAISE THE LORD condotto da Paul Crouch e da sua moglie Jan che da come si veste e si adorna pare un’attrice hollywoodiana più che una Cristiana. Ma d’altronde mi pare che Chuck e Nora vengano dall’America per cui non mi meraviglia di questa loro conduzione all’americana, chiamiamola così. Sì, lo so della presenza di alcune immagini di Gesù in questi programmi; ricordo infatti che c’era un grosso quadro che rappresentava Gesù negli studi americani dove si teneva il programma PRAISE THE LORD di Paul Crouch, ma non so se negli studi dove Chuck e Nora fanno il loro programma ci siano quadri simili o di che tipo siano le immagini presenti. Certo, nel caso ci fosse un’immagine di Gesù anche negli studi qui in Italia, la cosa sarebbe da biasimare. Per ciò che riguarda la mondanità tu sai che la condanno perché è dal diavolo e non da Dio: la sfarzosità poi non si addice ai santi perché noi dobbiamo essere conosciuti per la nostra modestia e semplicità. Comunque io sono persuaso che Dio si può usare per salvare delle anime anche di predicatori del Vangelo che vivono nella mondanità e nella sfarzosità. Per ciò che concerne Benny Hinn si tratta di un seduttore di menti che insegna cose strane, di un predicatore che butta giù le persone e fa credere che lo Spirito Santo sia l’autore della loro caduta. Io esorto i credenti a guardarsi da questo uomo. Per ciò che concerne la denominazione pentecostale a cui appartengono Chuck e Nora ho saputo da un fratello che li ha conosciuti anni addietro quanto segue: ‘Chuck e Nora vengono da chiese libere e non sono appartenuti ad alcuna denominazione per quanto mi ricordo. In Italia, hanno continuato con le chiese libere, ….. Non avevano una chiesa fissa, ma giravano continuamente…...’ Un’ultima cosa, la TBN in Italia, permette ad un certo Maurizio Bua che è apertamente antitrinitario di tenere un proprio programma televisivo; questa è una cosa grave perché Chuck e Nora così facendo dimostrano di non conoscere od amare la Parola di Dio. Quindi in questa televisione di confusione ne regna parecchia. Sì, è vero che nelle ADI mettono in guardia da questo tipo di trasmissioni e fanno bene, nulla da ridire. Ma credo che le ADI dovrebbero mettere in guardia in primo luogo dalla televisione dicendo ai credenti di buttarla via come facciamo noi, ma questo non lo fanno come invece lo facevano molti e molti anni fa. E non solo, se qualche credente viene sentito parlare in termini come ‘alla televisione è meglio rinunciarvi perché è uno strumento tramite cui è impossibile non contaminarsi, ruba tempo prezioso e getta discordie a non finire in casa dei santi’ subito gli danno addosso, dandogli del fanatico, del religioso, dell’esagerato, del bigotto, ecc. ecc. Ma sai qui, il discorso potrebbe allungarsi di molto; per esempio ti faccio un altro esempio. Nelle ADI viene confutata la messa cattolica romana, ossia viene dimostrato che la messa non è la cena del Signore istituita da Cristo ma un rito pagano camuffato da Cena del Signore. Ma paradosso dei paradossi, nelle ADI se un credente ha dei genitori cattolici romani che muoiono egli viene autorizzato (o meglio gli viene permesso) di andare alla messa funebre in onore dei suoi genitori defunti! Sembra incredibile, ma è così! A quei credenti che vanno alla messa per i loro genitori non viene detto nulla; non gli viene fatta nessuna riprensione!! E’ una vergogna tutto ciò! E’ uno scandalo!! Basta considerare che la messa non solo pretende di essere la ripetizione del sacrificio di Cristo ma anche un sacrificio propiziatorio a pro dei vivi e dei morti, per rabbrividire al solo pensiero che un credente possa tranquillamente andare ad una messa senza che il pastore, pur sapendo la cosa, dica una parola ma dia il suo silenzioso assenso. Ripeto, fratello, questo è uno scandalo. Forse sono uscito un po’ fuori dalla risposta, ma ho voluto cogliere l’occasione per farti notare quali gravi contraddizioni comportamentali si trovano in alcuni credenti, nel caso specifico delle ADI, ma lo stesso ed identico discorso vale anche per i credenti di tante comunità pentecostali che non sono delle ADI.

26. Può la donna evangelizzare o avere un programma in una radio/evangelica dove viene diffusa la parola del Signore? Il presentarsi davanti alla Chiesa per dare una testimonianza o leggere una parola della Bibbia é considerato pregare?
La donna può evangelizzare, se per evangelizzare si intende raccontare la propria conversione (o anche una guarigione sperimentata), sì ella può testimoniare agli altri quello che il Signore ha fatto per lei, anzi lo deve fare perché ciascuno di noi, a prescindere che sia un uomo o una donna, ha il dovere di raccontare quella che è stata l’opera di Dio in lui o in lei. Per esempio, quando la donna dal flusso di sangue fu guarita dal suo flagello dopo avere toccato il lembo della veste di Gesù è scritto: “E la donna, vedendo che non era rimasta inosservata, venne tutta tremante, e gittatasi a’ suoi piedi, dichiarò, in presenza di tutto il popolo, per qual motivo l’avea toccato e com’era stata guarita in un istante” (Luca 8:47). Come puoi vedere Gesù non vietò a quella donna di raccontare pubblicamente l’opera di Dio avvenuta in lei. Se però per evangelizzare, nel caso della donna, si intende andare per le strade o per le piazze a pre-

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dicare il Vangelo, allora ti dico che questo io non lo permetto, non lo ritengo una mansione per donne. Gesù scelse dodici uomini che mandò ad evangelizzare, e nessuna delle donne che lo seguivano e lo servivano. Le donne rimasero a servirlo con i loro beni (cfr. Luca 8:1-3). E non sono neppure d’accordo con l’affidare alla radio un programma di evangelizzazione ad una donna perché anche in questo caso non la ritengo una cosa conveniente. Qui a Roma per esempio, a RadioEvangelo che è una radio delle Assemblee di Dio in Italia, ci sono alcuni programmi in cui pure delle donne leggono dei messaggi per gli increduli o degli insegnamenti biblici, e la cosa non la ritengo decorosa, sarebbe molto meglio che ci fossero degli uomini al loro posto. Testimoniare dinnanzi alla Chiesa o leggere delle parole dalla Bibbia non equivale a pregare, potrebbe però succedere che durante la testimonianza la donna lodi Dio o lo ringrazi e qui allora le cose cambiano perché comincia a rivolgersi a Dio, come anche può succedere che la donna legga dalla Bibbia delle parole rivolte a Dio, cioè una preghiera o una lode a Dio, e allora anche qui le cose cambiano; in questi due casi quindi, sia il testimoniare che il leggere dalla Bibbia includerebbero anche un ringraziamento o delle preghiere rivolte a Dio. In merito però al leggere parti della Bibbia pubblicamente da parte di una donna, ti dico che non condivido la cosa perché la donna solitamente prende la Bibbia per mettersi ad insegnare e questo le è espressamente vietato dalla Scrittura (cfr. 1 Tim. 2:11-12). Ho assistito personalmente a queste cose in comunità pentecostali dove alla donna viene permesso di predicare e insegnare, e ti posso assicurare che si tratta di qualcosa di indecoroso. Ma quand’anche la donna non prendesse la Bibbia per leggere, commentare e insegnare, ma solo per leggere, io ritengo che la lettura pubblica della Parola di Dio debba essere fatta solo dagli uomini.

27. Caro Fratello Giacinto, pace nel Signore. Scusami se Ti ho scritto, ma ho bisogno di un informazione riguardo al Dono di Pastore. Come Tu hai giustamente detto, è classificato nei Doni di Ministerio (Ef. 4:11), ma Tu hai altresì detto che la (se ho capito bene) Primitiva Chiesa era pasturata da "anziani" e che non v'era un uomo chiamato Pastore che da solo Pasturasse il Gregge di DIO, però Hai detto anche che le 7 stelle sono gli angeli delle sette chiese, e che sono i Pastori; ma nei Doni Ministeriali non sono forse tutti uguali? Non era forse meglio se si fosse restati con le comunità curate solo dal collegio degli Anziani evitando forme di papismo che purtroppo si verificano sempre più frequentemente? E' vero che il Signore cita l'Angelo della chiesa e parla del suo ministerio però la domanda è anche questa: secondo te il Signore ha parlato così perché vi era già un Pastore che governava la Chiesa o perché Egli sapeva già in anticipo che si sarebbe messo in mezzo questa figura Principale nella Comunità? E poi, gli Anziani non sono da Paolo chiamati anche loro Vescovi? (Atti 20:28) e Paolo non dice egli a loro che devono "Pascere la Chiesa di Dio? Allora cosa abbiamo, un pastore (cioè un Anziano Vescovo) che è maggiore degli altri Anziani o Vescovi chiamati a loro volta Pastori? Non sembra anche a Te che ci siamo allontanati dal modello di Conduzione Biblica della Chiesa?
Fratello, ribadisco che in base a quanto è scritto negli Atti degli apostoli le Chiese erano governate da un collegio di anziani e non si può dire che a capo di ogni comunità ci fosse un pastore coordinato da un collegio di anziani. Io mi attengo a quanto è scritto e a quanto si evince da una lettura globale del libro degli Atti. Ma ribadisco pure che da quello che è scritto nell’Apocalisse a capo di ognuna delle sette chiese c’era un pastore che è chiamato “l’angelo della Chiesa”. La posizione ministeriale di questo ‘angelo’ si evince anche da alcune cose che vengono dette specificatamente all’angelo. Per esempio all’angelo della Chiesa d’Efeso il Signore dice che lui aveva messo alla prova quelli che si chiamavano apostoli e non lo erano e li aveva trovati mendaci (cfr. Apoc. 2:2), a quello di Pergamo rimproverò di avere nella comunità di quelli che professavano la dottrina di Balaam e anche quella dei Nicolaiti (Apoc. 2:1415), e a quello di Tiatiri che egli tollerava Jezabel che insegnava cose false e seduceva i servi del Signore (Apoc. 2:20); a quello di Sardi, il Signore ordinò di essere vigilante e di raffermare il resto che stava per morire (cfr. Apoc. 3:2), e di ricordarsi di quanto aveva ricevuto (cfr. Apoc. 3:3), poi gli dice di avere alcuni pochi in Sardi che non avevano contaminato le loro vesti (cfr. Apoc. 3:4). Queste sono espressioni che come puoi vedere erano rivolte a qualche credente autorevole che aveva la responsabilità di vegliare e di pascere la Chiesa e dato che questa responsabilità ce l’ha il pastore si deduce che quelle comunità avevano un pastore a condurle, questo naturalmente non significa che il pastore non avesse degli anziani o dei diaconi ad assisterlo. Guarda, le forme di papismo a livello di Chiesa locale si possono verificare sia se la Chiesa ha un pastore e un collegio degli anziani, e sia se la Chiesa ha solo un collegio di anziani (come nel caso di certe Chiese Evangeliche). Il papismo infatti si verifica ogni qual volta qualcuno che pasce il gregge di Dio invece che pascere vuole signoreggiare il gregge del Signore. Quindi il fatto che una Chiesa ha un pastore, non equivale a dire che quel pastore è un ‘papa’ o un ‘dittatore’, perché quel pastore se è un uomo mansueto come Mosè non signoreggerà affatto il popolo di Dio. Ho detto come Mosè perché quest’uomo fu costituito da Dio “il pastore del suo gregge” (Is. 63:11) cioè del popolo d’Israele, ma non per questo Mosè fu un dittatore. Rimase mansueto senza inorgoglirsi e riuscì a pascere il

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gregge di Dio nel deserto. Perché mai un credente non potrebbe pascere un gregge se costituito pastore sopra di esso da Dio come nel caso di Mosè? Certo a Mosè furono associati degli anziani, ma il pastore rimase lui. Dunque, quando fu scritta l’Apocalisse le sette chiese dell’Asia erano già condotte ciascuna da un pastore. Per quanto riguarda il nome da dare a questo credente io lo chiamo pastore e vescovo; un po’ come nel caso di Gesù che è chiamato “il Pastore e Vescovo delle anime nostre” (1 Piet. 2:25); Pastore perché pasce; Vescovo perché sorveglia infatti il termine greco per vescovo cioè episcopos significa ‘sorvegliante’. Gli anziani invece solo vescovi, anche se comunque devono anch’essi pascere il gregge di Dio (1 Piet. 5:2 e Atti 20:28). No, non mi pare che ci siamo allontanati dal modello di conduzione biblica della Chiesa. Ripeto se Dio dona il ministerio di pastore ad un credente e questo adempie il ministerio datogli dal Signore con ogni umiltà non ci saranno rischi che egli diventi un ‘papa’, come anche credo che se ogni anziano eletto dalla Chiesa adempie il suo ufficio ubbidendo al Signore in quella comunità dove ci sono solo anziani non ci saranno casi di ‘papismo’. E poi non dimenticarti che non perché un credente sia stato costituito pastore sopra una comunità questo significa che egli possa insegnare o fare quello che vuole; egli deve infatti rimanere pur sempre sottomesso alla Parola di Dio. E se dovesse sviarsi insegnando cose perverse o compiendo scandali, il Signore per certo lo castigherà e lo rimuoverà se non si ravvede. In alcuni casi la rimozione consiste nel farlo morire; ci sono stati dei casi in cui dei pastori dopo essersi sviati, non avendo accettato la correzione del Signore, sono stati da lui messi a morte. Quindi, occorre stare tranquilli, sapendo che il Signore vigila pure sui pastori e non solo sulle pecore affidategli. Riconosco che nella sua posizione egli sarà tentato di signoreggiare il popolo di Dio; ma comunque sia alla fine se dovesse mettersi a signoreggiare i credenti il Signore penserà lui a come punirlo per il suo orgoglio.

28. I falsi dottori di cui parla l’apostolo Pietro nella sua seconda epistola sono delle persone che un giorno avevano conosciuto il Signore, o delle persone che non hanno mai conosciuto il Signore?
Sono delle persone che in passato avevano conosciuto pure loro la verità che è in Cristo Gesù ma poi l’hanno abbandonata per volgersi ad eresie di perdizione. Questo lo si apprende da queste espressioni dell’apostolo che riguardano i falsi dottori: “Lasciata la diritta strada, si sono smarriti, seguendo la via di Balaam, figliuolo di Beor, che amò il salario d’iniquità” (2 Piet. 2:15) e: “Poiché, se dopo esser fuggiti dalle contaminazioni del mondo mediante la conoscenza del Signore e Salvatore Gesù Cristo, si lascian di nuovo avviluppare in quelle e vincere, la loro condizione ultima diventa peggiore della prima. Perché meglio sarebbe stato per loro non aver conosciuta la via della giustizia, che, dopo averla conosciuta, voltar le spalle al santo comandamento ch’era loro stato dato. È avvenuto di loro quel che dice con verità il proverbio: Il cane è tornato al suo vomito, e: La troia lavata è tornata a voltolarsi nel fango” (2 Piet. 2:20-22). Dunque questi falsi dottori erano sulla strada giusta un giorno, ma poi l’hanno lasciata per prendere la via di Balaam che come sappiamo all’inizio quando gli fu chiesto da Balak di maledire Israele, lo benedisse perché Dio gli ordinò di benedirlo, ma in seguito si mise ad insegnare a Balak a porre un intoppo davanti ai figli d’Israele inducendoli a mangiare delle cose sacrificate agli idoli e a fornicare (cfr. Apoc. 2:14), per la qual cosa poi Balaam fu ucciso dagli Israeliti. Questi falsi dottori un giorno fuggirono dalle contaminazioni del mondo mediante la conoscenza di Gesù Cristo, per cui furono affrancati dal peccato e riscossi dalla potestà delle tenebre mediante la fede nel Signore Gesù; ma in seguito si sono lasciati avvolgere e vincere da quegli stessi peccati diventandone di nuovo schiavi. Questi falsi dottori un giorno conobbero “la via della giustizia”, quella stessa via per la quale venne Giovanni Battista (cfr. Matt. 21:32) che poi è la via santa nella quale camminano i redenti del Signore, ma in seguito hanno voltato le spalle al santo comandamento che avevano ricevuto e che è questo “Che crediamo nel nome del suo Figliuolo Gesù Cristo, e ci amiamo gli uni gli altri, com’Egli ce ne ha dato il comandamento” (1 Giov. 3:23). Questi falsi dottori un giorno erano stati salvati dal Signore, ma poi hanno rinnegato il Signore che li aveva riscattati (cfr. 2 Piet. 2:1), attirandosi per questo l’ira di Dio perché chi rinnega il Signore sarà da Lui rinnegato, secondo che è scritto: “Se lo rinnegheremo, anch’egli ci rinnegherà” (2 Tim. 2:13) ed anche: “Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli” (Matt. 10:33).

29. Ma alla donna è vietato anche pregare in assemblea, dato che è scritto che le donne si devono tacere nelle assemblee (cfr. 1 Cor. 14:34)?
No, alla donna è permesso sia di pregare che di profetizzare quando la Chiesa è radunata tanto è vero che Paolo dice che “ogni donna che prega o profetizza senz’avere il capo coperto da un velo, fa disonore al suo capo” (1 Cor. 11:5). Paolo non avrebbe detto una simile cosa se la donna non avesse potuto né pregare e neppure profetizzare. Le cose che alla donna non è permesso fare quando la chiesa è radunata sono insegnare, mettersi a chiacchierare con donne o uomini e fare domande. Queste sono infatti cose indecorose per una donna in assemblea.

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30. Qual è la maniera scritturale per raccogliere denaro dai credenti per l’opera di Dio?
Ci sono due maniere scritturali per raccogliere le offerte dai credenti per l’opera di Dio. La prima è quella di porre una cassa o una scatola all’interno del locale di culto (vicino alla porta per esempio) dove i credenti metteranno le loro offerte volontarie. Questa è la maniera di raccogliere denaro che fu usata ai giorni di Joas, re di Giuda, quando questo re decise di restaurare la casa dell’Eterno che prima che lui diventasse re era stata saccheggiata e profanata. Ecco quello che si legge: “Il re dunque comandò che si facesse una cassa e che la si mettesse fuori, alla porta della casa dell’Eterno. Poi fu intimato in Giuda e in Gerusalemme che si portasse all’Eterno la tassa che Mosè, servo di Dio, aveva imposta ad Israele nel deserto. E tutti i capi e tutto il popolo se ne rallegrarono e portarono il danaro e lo gettarono nella cassa finché tutti ebbero pagato. Or quand’era il momento che i Leviti doveano portar la cassa agl’ispettori reali, perché vedevano che v’era molto danaro, il segretario del re e il commissario del sommo sacerdote venivano a vuotare la cassa; la prendevano, poi la riportavano al suo posto; facevan così ogni giorno, e raccolsero danaro in abbondanza. E il re e Jehoiada lo davano a quelli incaricati d’eseguire i lavori della casa dell’Eterno; e questi pagavano degli scalpellini e de’ legnaiuoli per restaurare la casa dell’Eterno, e anche de’ lavoratori di ferro e di rame per restaurare la casa dell’Eterno. Così gl’incaricati dei lavori si misero all’opera, e per le loro mani furon compiute le riparazioni; essi rimisero la casa di Dio in buono stato, e la consolidarono. E, quand’ebbero finito, portarono davanti al re e davanti a Jehoiada il rimanente del danaro, col quale si fecero degli utensili per la casa dell’Eterno: degli utensili per il servizio e per gli olocausti, delle coppe, e altri utensili d’oro e d’argento. E durante tutta la vita di Jehoiada, si offrirono del continuo olocausti nella casa dell’Eterno” (2 Cron. 24:8-14). Nel tempio di Gerusalemme ai giorni di Gesù era in questa maniera che si raccoglievano le offerte dei Giudei infatti Marco dice che un giorno Gesù “postosi a sedere dirimpetto alla cassa delle offerte, stava guardando come la gente gettava danaro nella cassa; e molti ricchi ne gettavano assai” (Mar. 12:41). Un'altra maniera è quella di fare mettere da parte ai credenti a casa ogni primo giorno della settimana quello che il loro cuore spinge di offrire, e poi dei fratelli preposti passano a raccogliere il denaro. Questa fu la maniera che usò Paolo quando si trattò di raccogliere una colletta per i poveri fra i santi di Gerusalemme. Ecco quello che l’apostolo dice ai Corinzi: “Or quanto alla colletta per i santi, come ho ordinato alle chiese di Galazia, così fate anche voi. Ogni primo giorno della settimana ciascun di voi metta da parte a casa quel che potrà secondo la prosperità concessagli, affinché, quando verrò, non ci sian più collette da fare” (1 Cor. 16:1-2).

31. In tutto questo tempo la donna ha cercato di raggiungere la parità dei sessi dimostrando di avere un cervello pensante tale e quale a quello maschile, mentre se dovessimo dar seguito alle interpretazioni bibliche la donna dovrebbe essere sottomessa all'uomo e stare in silenzio. Non crede che le Sacre Scritture andrebbero seguite e interpretate in base alla società odierna? L'uomo ha la ragione che lo contraddistingue dalle bestie e, secondo me dovrebbe essere usata per ragionare e discernere quello che è giusto da quello che è sbagliato. Che la donna non è una peccatrice maggiore dell'uomo si vede lontano un miglio. Che ne dice?
No, non credo che le Scritture dovrebbero essere seguite e interpretate in base alla società moderna, perchè esse, quantunque siano state scritte molti secoli addietro, sono verità, e la verità dimora in eterno. La verità non cambia con il passare del tempo, se Gesù era la sola via che mena al Padre ai giorni di Tiberio Cesare, lo è anche oggi. Se il diavolo era bugiardo ai giorni di Gesù, lo è pure oggi, quantunque i tempi sono moderni. E qualsiasi comportamento sconveniente da parte dell’uomo, che era considerato tale ai giorni degli apostoli, non ha cessato di essere tale dopo tutti questi secoli che sono passati dai giorni degli apostoli. Come per esempio erano sconvenienti ai giorni degli apostoli, le buffonerie, le facezie scurrili, le fornicazioni, ed altre cose, tutte cose che non si addicono ai santi, così lo sono ancora oggi, nella stessa misura, per cui occorre astenerci da queste cose. Riguardo alla donna, saranno pure cambiate certe cose, nel senso che adesso i governi degli Stati occidentali le riconoscono certi diritti che anticamente non aveva; potrà pure essere detto da taluni che la donna ha raggiunto la parità (cosa che comunque non corrisponde al vero perché persino nella nostra società moderna la parità tra uomo e donna non è affatto una cosa che si è raggiunta perchè praticamente in molti casi la donna non è considerata alla pari dell’uomo come non lo era nell’antichità), ma la volontà di Dio non è cambiata nei suoi confronti per cui ella deve tuttora astenersi da quei comportamenti che secondo la Scrittura sono per lei indecorosi e sconvenienti. Ma veniamo a quello che ordina la Parola di Dio alla donna; essa le ordina di essere sottomessa a suo marito, e non le permette di insegnare la dottrina di Dio. Ora, questi ordini risalgono a molto tempo fa, è vero, ma perché mai non dovrebbero essere osservati dalla donna, e fatti osservare alla donna, ancora oggi? Annullano la sua dignità forse? Non mi pare. Sono per il suo male e non per il suo bene? Non mi pare neppure questo. Portano disordine nella famiglia e nella Chiesa dell’Iddio vivente? Non mi pare proprio, anzi credo fermamente che l’osservanza di questi ordini

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contribuiscano a mantenere l’ordine e l’armonia sia nella famiglia che nella Chiesa. Mentre la loro non osservanza non fa altro che danneggiare sia la famiglia che la Chiesa. I fatti parlano chiaro, molto chiaro. E da questo si evince come questi ordini hanno ragione ad essere osservati ancora oggi. I buoni frutti che porta la loro osservanza sono una conferma che quegli ordini hanno valore ancora oggi, sono buoni e utili ancora oggi, dopo tanti secoli. Non possiamo adeguare le Scritture ai tempi, è un grave sbaglio farlo, così facendo si finisce con l'annullare la Parola di Dio e attirarsi l'ira di Dio. E chi teme Dio questo non lo vuole fare. Ma purtroppo molti si fanno beffe della Parola di Dio, e se la sono gettata alle loro spalle, difatti hanno sconvolto ciò che Dio aveva fatto diritto. E così vediamo che oggi molti vogliono che il matrimonio tra omosessuali sia riconosciuto alla pari del matrimonio tra uomo e donna, che l’adozione di bambini sia permessa anche alle coppie omosessuali oltre che a quelle eterosessuali. Perché questo? Perché le Scritture vanno adeguate alla società moderna!! Ma ti rendi conto di quello a cui porta il voler interpretare le Scritture seguendo il pensiero della moderna società? Esso porta a riconoscere come lecito il peccato che Dio odia e detesta. Ho citato questo esempio, ma ne potrei citare molti altri. E tra questi potrei mettere pure il fatto che oggi molti sbandierano che la donna non deve essere sottomessa al suo marito come dice la Scrittura perché dopo tante lotte ha raggiunto l’emancipazione. ‘E’ ora di finirla con questo fatto della sottomissione all’uomo!’, dicono costoro. ‘Si tratta di qualcosa che era retaggio delle popolazioni antiche!’, proseguono costoro. Ma quali sono le conseguenze di questo modo di pensare? Che molte donne ingiuriano i loro mariti, non gli portano nessun rispetto, li tradiscono, si rifiutano di avere dei figli e di allevarli, si rifiutano di essere date ai lavori domestici come dovrebbero, per cui la casa è sempre in disordine, il marito torna a casa e deve cucinarsi il cibo, deve lavarsi lui la camicia, deve fare tutto o quasi tutto lui. I litigi sono all’ordine del giorno, e potrei proseguire parlandoti delle separazioni e dei divorzi che molte donne chiedono dopo essersi sposate perché vogliono essere libere. E chi soffre da tutto ciò? Soprattutto i bambini. Hai mai visto un bambino piangere perché sua mamma non vuole più essere sottomessa a suo marito e lascia la casa per fare la vita che vuole? Eccoli i frutti di questa emancipazione femminile! Ecco i frutti che sono scaturiti dall’aver cercato di interpretare le Scritture in base al pensiero moderno!! Quindi, ti esorto a non lasciarti sedurre da vani ragionamenti, l’ordine per la donna di stare sottomessa al proprio marito, il divieto per una donna di usare autorità sul marito, il divieto per una donna di insegnare, sono tutte cose buone e utili ancora oggi. Potranno pure sembrare delle cose sorpassate, antiquate, fuori di moda, ma rimane il fatto che sono buone e utili. D’altronde, non potrebbe essere altrimenti perché chi ha prescritto queste cose è Iddio, cioè Colui che ha creato tutte le cose e la cui benignità riempie la terra. Pensi tu che l’Iddio che ha fatto l’uomo e la donna, che ha cercato sin dalla loro creazione il loro bene, pensi tu che avrebbe mai ordinato di fare alla donna qualcosa di non buono e di non utile? L’Iddio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito Figliuolo affinchè chiunque crede in lui non perisca ma abbia vita eterna, pensi tu che avrebbe mai prescritto alla donna di fare qualcosa di inutile? No, affatto. Semmai è il dio di questo secolo, cioè il diavolo, che cerca di far fare alla donna delle cose cattive e dannose, sia per lei che per gli altri. Che fece infatti il serpente antico con la prima donna? Non le mentì forse per cercare di farle fare qualcosa di sbagliato per danneggiare sia lei che suo marito Adamo? Certo, che è così e difatti i guai dell’umanità iniziarono quando Eva credette al serpente antico. Ancora oggi è la stessa cosa, sia nella società che nella famiglia e nella Chiesa, i problemi spesso iniziano quando le donne vogliono dare retta al diavolo anziché a Dio. Ubbidisci dunque a Dio, e vedrai che ne avrai del bene. Stai sottomessa a tuo marito, rispettalo, amalo, aiutalo, e non ti mettere ad insegnare la dottrina ma rimani in silenzio ad imparare. Ed oltre a ciò, vestiti con verecondia e modestia, astenendoti da vesti attillate, provocanti, sfarzose e da gioielli di ogni genere. Sarai lodata per tutto questo, non sprezzata, perché mostrerai con la tua condotta di temere Dio.

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CHIESA DEL VANGELO QUADRANGOLARE

1. Caro fratello Butindaro, siccome nella mia comunità da un pò di tempo sta frequentando un fratello che proviene da una comunità Quadrangolare, potresti spiegarmi i punti di fede, e la loro dottrina?
La Chiesa Internazionale del Vangelo Quadrangolare è una denominazione pentecostale sorta ufficialmente nel 1927 negli Stati Uniti d’America per opera di una donna che si chiamava Aimee Semple McPherson. Storia Aimee nacque il 9 ottobre del 1890 a Ingersoll, nell’Ontario (Canada), da James e Minnie Kennedy. Sua madre era membro dell’Esercito della Salvezza e quando nacque Aimee la dedicò al servizio di Dio. Nel 1907 Aimee partecipò ad una riunione di risveglio condotta dall’evangelista Robert Semple. Secondo la sua stessa testimonianza in quel tempo ella era ‘fredda e lontana da Dio’ e cominciò a porsi delle domande sulle verità bibliche. Durante quella riunione il messaggio di ravvedimento e della nuova nascita trafisse il suo cuore e lei rimase convinta della necessità di nascere di nuovo. Ma quando Robert Semple cominciò a parlare del Battesimo con lo Spirito Santo ella si sentì così turbata che lasciò la riunione. Per tre giorni Aimee lottò contro questa convinzione fino a quando mentre era sola nella sua stanza ella si arrese a Dio e disse: ‘Signore, Dio, abbi pietà di me, una peccatrice’. Immediatamente il peso del peccato se ne andò e la gioia del Signore riempì il suo cuore. Ella era nata di nuova. Aimee continuò a partecipare alle riunioni di risveglio e capì che il Signore aveva ancora delle cose da darle e così cominciò a ricercare il battesimo con lo Spirito Santo. Dopo avere pregato e cercato il Signore per un certo tempo, ella fu riempita di Spirito Santo e cominciò a parlare in altre lingue. Dopo questa esperienza Aimee cominciò a sentire un tale amore e una tale compassione per le anime che sciolsero il suo cuore e cominciò a desiderare di servire il Signore. In seguito, Robert Semple, il giovane evangelista tramite cui Aimee si era convertita al Signore, chiese a Aimee se voleva sposarlo ed ella rispose affermativamente. Si sposarono il 12 agosto del 1908, e circa due anni dopo partirono per la Cina per predicare il Vangelo in quella nazione. Arrivarono in Cina nel giugno del 1910, e Robert cominciò immediatamente a predicare, ma dopo circa due mesi dal loro arrivo in Cina, marito e moglie furono ricoverati in ospedale per malaria e dissenteria. Il 17 agosto, Robert morì nel suo letto d’ospedale, lasciando Aimee incinta. Un mese esatto dopo la morte del marito, Aimee partorì una bambina che volle chiamare Roberta Star. Aimee allora decise di tornare in America dove nel 1912 sposò Harold Stuart McPherson da cui ebbe un figlio, Rolf. Ma il matrimonio fallì, e i due si separarono dopo pochi anni. ‘Sentendosi’ chiamata a predicare il Vangelo, Aimee cominciò a tenere delle riunioni sotto la tenda, prima nella parte Orientale degli Stati Uniti e poi in altre parti della nazione. Ella poi terrà delle riunioni anche in molte parti del mondo. Le sue riunioni si tenevano sia in tende che in grossi auditorium dove si radunavano molte persone per sentire questa predicatrice, che costituiva una novità nell’ambiente pentecostale americano. Per molti anni Aimee tenne delle riunioni di risveglio, e come risultato del suo ministerio – viene detto – migliaia di persone furono salvate, guarite, e battezzate con lo Spirito Santo. Nel 1919 Aimee si trasferì a Los Angeles per stabilirvisi e fondarvi una struttura permanente in cui tenere continuamente delle riunioni in cui le persone potevano andare e adorare il Signore, e dove coloro che erano chiamati al ministero potessero essere ammaestrati e preparati. E così, il primo Gennaio del 1923 Aimee, dedicò con una cerimonia straordinariamente sfarzosa e pomposa l’Angelus Temple nella città di Los Angeles. L’auditorium poteva contenere 5300 persone, e costò circa un milione e mezzo di dollari che lei aveva raccolto nel corso di alcuni anni durante i suoi viaggi. In questo ‘tempio’ la McPherson tenne per molti anni le sue riunioni; tre volte al giorno e per sette giorni alla settimana. All’inizio Aimee predicava in ogni servizio. Oltre alla salvezza Aimee predicava anche la guarigione mediante la fede in Gesù Cristo. Una caratteristica delle sue riunioni era la loro alta drammaticità e stravaganza. Per esempio una volta Aimee si presentò vestita da giocatore di football americano, e in un'altra si presentò sulla piattaforma dell’auditorium vestita da poliziotto su una motocicletta e mentre le sirene della polizia echeggiavano in tutto l’auditorium lei diceva alla gente di fermarsi perché la strada che essi stavano percorrendo li stava portando all’inferno (‘Stop, you are going to hell’). Lei chiamava queste esibizioni ‘sermoni illustrati’. La piattaforma dell’Angelus Temple nella sostanza venne trasformata per volontà di questa predicatrice in un palco da teatro. Ovviamente queste sue stravaganze aumentarono la sua fama. L’Angelus Temple divenne la sede centrale della denominazione della Chiesa Internazionale del Vangelo Quadrangolare che la McPherson aveva fondato l’anno prima, cioè nel 1922, a Oakland (California). Va tuttavia detto che ufficialmente l’anno di fondazione della denominazione fu il 1927 perché fu in quell’anno che la denominazione fu registrata nello Stato della California. Nel febbraio del 1924 fu lanciata la Stazione Radio KFSG (abbreviazione di ‘Kall Four Square Gospel’) che si mise a trasmettere pure le riunioni domenicali che si tenevano all’Angelus Temple. E nel dicembre dell’anno successivo, fu fondato l’Istituto Biblico L.I.F.E (Lighthouse of International Foursquare Evangelism), avente come scopo quello di ammaestrare giovani uomini e donne per servire nel ministerio.

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Nel 1926 ci fu il famoso incidente del ‘rapimento’. Avvenne infatti che nel mese di Maggio di quell’anno, la McPherson sparì per alcune settimane dopo essere stata vista per l’ultima volta su una spiaggia della California meridionale. Quando ella ricomparve asserì di essere stata rapita, torturata, drogata e tenuta nascosta in una capanna nel Nord del Messico, da dove era riuscita a fuggire dai suoi rapitori (che avrebbero chiesto per il suo rilascio 500.000 dollari) perché in un certo momento l’avevano lasciata sola e lei approfittò per fuggire e camminò per 13 ore. Ma molti non le credettero (anche perché le sue scarpe non mostravano alcun segno di una camminata di 13 ore, e la capanna di cui lei aveva parlato non potè essere trovata) e cercarono di provare invece che ella era fuggita via in un ‘viaggio d’amore’ con un certo Kenneth G. Ormiston che lavorava presso la stazione radio da lei fondata a Los Angeles. A sostegno di questa tesi ci furono una serie di testimoni forniti dall’accusa nel processo che dissero che Aimee era stata in vari hotel con appunto Kenneth Ormiston. Ma dopo molte controversie sulla stampa e un processo che non riuscì a provare che la storia del rapimento era una menzogna, la McPherson tornò al Tempio per continuare a predicare. Tuttavia molti interrogativi a proposito del ‘rapimento’ non trovarono risposta, e ancora oggi per molti – compresi molti membri della Chiesa del Vangelo Quadrangolare - quello che realmente accadde in quelle settimane costituisce un mistero. Ovviamente dopo quel fatto del ‘rapimento’ molti predicatori cominciarono a guardare ancora con più sospetto la McPherson. Nel 1927, Aimee aprì una struttura che si occupava di provvedere materialmente alle necessità dei bisognosi; in questa maniera furono suppliti i bisogni primari (cibo, vestiti e coperte) di migliaia di persone. A causa del ‘rapimento’ della McPherson, in seno alla denominazione si verificò una scissione, perché alcuni anni dopo J. R. Richey un pastore della Chiesa del Vangelo Quadrangolare decise – anche a motivo di questo fatto del ‘rapimento’ - di separarsi da questa denominazione e formare una nuova Associazione che prese il nome di ‘Open Bible Evangelistic Association’ ossia ‘Associazione Biblica Evangelistica Aperta’. Nel 1931 la McPherson (mentre era ancora in vita il suo marito da cui si era separata) si sposò con David L. Hutton, da cui divorziò nel 1934. Ella morirà poi nel 1944 per avere preso una overdose di barbiturici (secondo il medico legale l’overdose fu presa ‘in maniera accidentale’). Il nome di questa denominazione venne fuori durante una campagna evangelistica nella città di Oakland, California, nel luglio del 1922. Mentre c’erano migliaia di persone ad ascoltare il Vangelo, Aimee Semple McPherson parlò della visione avuta dal profeta Ezechiele e che troviamo descritta dal profeta nel primo capitolo del libro di Ezechiele in questi termini: “….. Io guardai, ed ecco venire dal settentrione un vento di tempesta, una grossa nuvola con un globo di fuoco che spandeva tutto all’intorno d’essa uno splendore; e nel centro di quel fuoco si vedeva come del rame sfavillante in mezzo al fuoco. Nel centro del fuoco appariva la forma di quattro esseri viventi; e questo era l’aspetto loro: avevano sembianza umana. Ognun d’essi aveva quattro facce, e ognuno quattro ali. I loro piedi eran diritti, e la pianta de’ loro piedi era come la pianta del piede d’un vitello; e sfavillavano come il rame terso. Avevano delle mani d’uomo sotto le ali ai loro quattro lati; e tutti e quattro avevano le loro facce e le loro ali. Le loro ali si univano l’una all’altra; camminando, non si voltavano; ognuno camminava dritto dinanzi a sé. Quanto all’aspetto delle loro facce, essi avevan tutti una faccia d’uomo, tutti e quattro una faccia di leone a destra, tutti e quattro una faccia di bue a sinistra, e tutti e quattro una faccia d’aquila. Le loro facce e le loro ali erano separate nella parte superiore; ognuno aveva due ali che s’univano a quelle dell’altro, e due che coprivan loro il corpo. Camminavano ognuno dritto davanti a sé, andavano dove lo spirito li faceva andare, e, camminando, non si voltavano. Quanto all’aspetto degli esseri viventi, esso era come di carboni ardenti, come di fiaccole; quel fuoco circolava in mezzo agli esseri viventi, era un fuoco sfavillante, e dal fuoco uscivan de’ lampi. E gli esseri viventi correvano in tutti i sensi, simili al fulmine. Or com’io stavo guardando gli esseri viventi, ecco una ruota in terra, presso a ciascun d’essi, verso le loro quattro facce. L’aspetto delle ruote e la loro forma eran come l’aspetto del crisolito; tutte e quattro si somigliavano; il loro aspetto e la loro forma eran quelli d’una ruota che fosse attraversata da un’altra ruota. Quando si movevano, andavano tutte e quattro dal proprio lato, e, andando non si voltavano. Quanto ai loro cerchi, essi erano alti e formidabili; e i cerchi di tutte e quattro eran pieni d’occhi d’ogn’intorno. Quando gli esseri viventi camminavano, le ruote si movevano allato a loro; e quando gli esseri viventi s’alzavan su da terra, s’alzavano anche le ruote. Dovunque lo spirito voleva andare, andavano anch’essi; e le ruote s’alzavano allato a quelli, perché lo spirito degli esseri viventi era nelle ruote. Quando quelli camminavano, anche le ruote si movevano; quando quelli si fermavano, anche queste si fermavano; e quando quelli s’alzavano su dalla terra, anche queste s’alzavano allato ad essi, perché lo spirito degli esseri viventi era nelle ruote. Sopra le teste degli esseri viventi c’era come una distesa di cielo, di colore simile a cristallo d’ammirabile splendore, e s’espandeva su in alto, sopra alle loro teste. E sotto la distesa si drizzavano le loro ali, l’una verso l’altra; e ne avevano ciascuno due che coprivano loro il corpo. E quand’essi camminavano, io sentivo il rumore delle loro ali, come il rumore delle grandi acque, come la voce dell’Onnipotente: un rumore di gran tumulto, come il rumore d’un accampamento; quando si fermavano, abbassavano le loro ali; e s’udiva un rumore che veniva dall’alto della distesa ch’era sopra le loro teste. E al disopra della distesa che stava sopra le loro teste, c’era come una pietra di zaffiro, che pareva un trono; e su questa specie di trono appariva come la figura d’un uomo, che vi stava assiso sopra, su in alto. Vidi pure come del rame terso, come del fuoco, che lo circondava d’ogn’intorno dalla sembianza dei suoi fianchi in su; e dalla sembianza dei suoi fianchi in giù vidi come del fuoco, come uno splendore tutto attorno a lui. Qual è l’aspetto dell’arco ch’è nella nuvola in un giorno di pioggia, tal era l’aspetto di quello splendore che lo circondava. Era un’apparizione dell’immagine della gloria dell’Eterno. A questa vista caddi sulla mia faccia, e udii la voce d’uno che parlava” (1:4-28). La McPherson disse che Ezechiele vide la rivelazione di un Dio pienamente potente. Egli vide quattro facce – quella di un uomo, quella di leone, di un bue e di un’aquila. Per lei, quelle quattro facce

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erano come le quattro fasi del Vangelo di Gesù Cristo. Nella faccia dell’uomo, ella vide Gesù il nostro Salvatore, l’uomo di dolore come lo descrive il profeta Isaia (Isaia 53:3); nella faccia del leone ella vide Gesù il potente Battezzatore con lo Spirito Santo e con il fuoco; nella faccia del bue ella vide il Gran portatore di pesi, colui che prese egli stesso le nostre infermità e portò le nostre malattie; e nella faccia dell’aquila ella vide riflesso il Re che viene, Gesù lo Sposo che ritornerà con potenza per la sua Sposa cioè la Chiesa. Era un perfetto e completo Vangelo per il corpo, l’anima e lo spirito e per l’eternità. Era un Vangelo che si volge a forma di quadrato in ogni direzione; da cui quindi il nome ‘quadrato’ (foursquare). Lo scopo quindi della Chiesa Internazionale del Vangelo Quadrangolare è quello di presentare Gesù Cristo, il Figlio di Dio, ad ogni creatura e in ogni nazione come il Salvatore, come Colui che Battezza con lo Spirito Santo, come Colui che guarisce, e come il Re che ritorna presto. Oggi, il numero dei membri e degli aderenti nella Chiesa del Vangelo Quadrangolare ammontano a circa tre milioni e mezzo. In Italia essa è presente dal 1990 con alcune comunità: Roma, La Spezia, Barletta, Brescia, Torino, Catania e Verona; e i membri ammontano a circa 300. Dottrine Per ciò che concerne l’aspetto dottrinale, la Chiesa del Vangelo Quadrangolare insegna che la Bibbia è la Parola di Dio ispirata, verace, ferma, eterna, ed immutabile (art. 1). Che la Divinità è una Trinità (formata dal Padre, dal Figliuolo e dallo Spirito Santo), e che quindi Gesù Cristo era Dio oltre che uomo quando venne in questo mondo; che Gesù Cristo è il Figlio del Padre coesistente e coeterno con il Padre, che nacque da una vergine, di nome Maria, concepito dallo Spirito Santo, visse una vita senza peccato, e portò i nostri peccati sul suo corpo e mediante il suo sangue sparso sulla croce comprò la redenzione per tutti coloro che crederebbero in lui; che il terzo giorno risuscitò dai morti, e che poi ascese alla destra del Padre dove intercede per coloro per i quali depose la sua vita (art. 2). Che lo Spirito Santo è divino come il Padre e il Figliuolo, onnipotente e onnipresente, convince di peccato, di giustizia e di giudizio, attira i peccatori al Salvatore, riprende, conforta, guida e insegna (art. 2). Che l’uomo fu creato a immagine di Dio e camminò dinnanzi a Dio in purità ed innocenza fino a quando egli non disubbidì a Dio, allora egli perse la sua innocenza e purità e diventò schiavo del peccato, e a motivo della sua disubbidienza tutti gli uomini sono dei peccatori schiavi di Satana, sono dei colpevoli e inescusabili, e quindi meritevoli della condanna di un Dio giusto e santo (art. 3). L’uomo quindi ha bisogno di essere salvato, e la redenzione si ottiene soltanto mediante la fede in Gesù Cristo perché Egli con il suo sacrificio ha acquistato il perdono dei peccati per tutti coloro che credono in Lui, mentre eravamo ancora dei peccatori Cristo è morto per noi, quindi la salvezza è per grazia. Cristo ha pagato appieno con il suo sangue la pena che c’era da pagare, per cui l’uomo per essere purificato da tutti i suoi peccati basta che si pente dai propri peccati e accetta con tutto il suo cuore l’espiazione compiuta da Cristo al Golgota. Non è per meriti o per opere buone che egli può essere purificato dai suoi peccati. La giustificazione è soltanto per grazia mediante la fede in Gesù Cristo. Quando l’uomo si converte a Cristo avviene in lui un cambiamento reale, avviene una nuova nascita per cui le cose vecchie sono passate e sono diventate nuove. Le cose che prima egli amava e desiderava adesso le aborrisce, mentre quelle che prima aborriva adesso ama (art. 4-7). La Chiesa del Vangelo Quadrangolare insegna il battesimo per immersione (nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo) quale segno esteriore di un opera avvenuta all’interno del credente; e la Cena del Signore tramite i simboli del pane e del succo della vigna juice of the vine - (art. 9). Credono nel battesimo con lo Spirito Santo che tra le altre cose conferisce al credente potenza, e glorifica ed esalta il Signore Gesù Cristo; e che esso sia accompagnato dal parlare in altra lingua (art. 10). Credono che lo Spirito Santo distribuisca ancora oggi i suoi doni come descritti in 1 Corinzi 12, e che questi doni vanno bramati (art. 12). Credono che il Signore Gesù Cristo ancora oggi guarisce in risposta alla preghiera fatta con fede (art. 14). Credono nell’immortalità dell’anima e quindi in una vita ultraterrena, beata in paradiso per i credenti (art. 19), e piena di tormenti all’inferno per i peccatori (art. 20). Credono nel ritorno di Cristo che definiscono personale e imminente; in quel giorno – che nessuno sa quando sarà - Gesù scenderà dal cielo su delle nuvole con la voce d’arcangelo e con la tromba di Dio; allora i morti in Cristo risorgeranno i primi, e poi i redenti che saranno ancora vivi saranno rapiti sulle nuvole assieme ad essi, per incontrare il Signore nell’aria e allora saranno per sempre con il Signore (art. 15). Credono che ci sarà un giudizio finale in cui i morti, piccoli e grandi, saranno risuscitati e assieme ai vivi compariranno davanti al tribunale di Dio; allora sarà fissato per sempre lo stato finale dell’uomo, o in paradiso o all’inferno (art. 18). Insegnano che il credente oltre alle offerte deve pagare la decima per sostenere la causa di Dio (art. 22), il cui aspetto fondamentale e più importante è quello di evangelizzare per guadagnare anime a Cristo (art. 21). Credono che il Cristiano debba vivere una vita degna camminando nello Spirito quotidianamente, e quindi così facendo saranno presenti in lui i frutti dello Spirito (art. 11); ma mettono in guardia da ogni fanatismo ed estremismo (art. 13). Insegnano la sottomissione alle autorità, tranne in quei casi in cui le autorità ordinano di fare delle cose che sono contrarie alla volontà del nostro Signore Gesù Cristo (art. 17). Sono contro ogni forma di ipnotismo, e contro tutte le pratiche occulte incluse la comunicazione con gli spiriti e gli stati di coscienza alterati. Non si oppongono alle cure mediche, incluse le trasfusioni di sangue e le vaccinazioni. Sono contro l’omosessualità considerandola un peccato, e incoraggiano gli omosessuali a smettere di compiere qualsiasi atto sessuale con le persone dello stesso sesso e a cercare il perdono e la liberazione per mezzo di Gesù Cristo. Sono contro il sesso fuori dal matrimonio, quindi sia quello prematrimoniale che quello extramatrimoniale, e incoraggiano coloro dati a tali atti ad abbandonarli e a cercare perdono e liberazione per mezzo di Gesù Cristo. Sono a favo-

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re dell’evangelizzazione fatta con scene teatrali e mimi, perché Aimee Semple McPherson come abbiamo visto faceva i ‘sermoni illustrati’. Per ciò che riguarda l’adornamento della donna, anche se essi dicono che incoraggiano la modestia, in effetti la donna può tranquillamente mettersi collane, orecchini, perle; può truccarsi, mettersi i pantaloni, e così via (vietare simili cose è una forma di estremismo e fanatismo tutte cose da cui guardarsi come Cristiani, dicono loro); la donna inoltre può ricoprire qualsiasi ufficio nella Chiesa, compreso quindi quello di pastore e di anziano. Nel ministerio, per questa Chiesa, non esistono differenze tra uomini e donne. D’altronde, non poteva essere altrimenti, dato che chi ha fondato la denominazione è una donna. Permettono l’uso di preservativi o contraccettivi per limitare le nascite (sono però contro l’aborto e l’uso di medicinali abortivi dopo il concepimento); permettono l’espianto e il trapianto di organi, come anche la donazione degli organi; permettono l’eutanasia chiamata ‘il diritto di morire’ (dicendo che la cosa riguarda le persone coinvolte, per cui chi vuole può ricorrere all’eutanasia); permettono la sterilizzazione; la cremazione. Permettono che credenti divorziati si risposino. Permettono il mangiare le cose soffocate, le cose sacrificate agli idoli e il sangue (non hanno infatti alcuna restrizione alimentare). Sono a favore dell’educazione sessuale nelle scuole, come anche sono a favore della esenzione dalle tasse di qualsiasi edificio usato per fini religiosi. Sono anche a favore dell’ecumenismo con la Chiesa Cattolica Romana, infatti ci sono alcuni suoi ministri che da diversi anni partecipano al dialogo cattolicopentecostale. Come puoi dunque vedere, ci troviamo davanti ad una denominazione pentecostale che è stata fondata da una donna per la quale il divieto di insegnare per la donna presente nella Scrittura non aveva alcun valore, si comportava a dir poco in maniera stravagante con i suoi cosiddetti sermoni illustrati, e si rese colpevole di adulterio; per ciò che concerne il cosiddetto ‘rapimento’ mi astengo dal dare un giudizio non conoscendo a fondo i fatti, certo però che questa storia ha dei lati oscuri e che suscitano forti interrogativi. Per ciò che concerne gli insegnamenti di questa denominazione, dico che se da un lato insegna delle cose giuste, dall’altro permette cose che vanno riprovate con forza essendo cose contrarie alla sana dottrina. Tra queste cose ci sono il permesso accordato alla donna di insegnare la dottrina di Dio; quello accordato sempre alla donna di acconciarsi e di vestirsi un po’ come vuole, il permesso di divorziare e risposarsi mentre l’altro coniuge è ancora in vita, il permesso di fare ricorso all’eutanasia, ai contraccettivi, e così via.

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CIBI

1. Un Cristiano deve astenersi dal mangiare i cibi impuri della legge?
No, perchè Cristo ha dichiarato puri tutti quanti i cibi; questo egli lo ha fatto quando disse: “Siete anche voi così privi d'intendimento? Non capite voi che tutto ciò che dal di fuori entra nell'uomo non lo può contaminare, perché gli entra non nel cuore ma nel ventre e se ne va nella latrina?" (Mar. 7:18-19). L'apostolo Paolo, Ebreo secondo la carne, anzi come ebbe a dire lui 'Ebreo d'Ebrei', ha confermato le parole di Cristo dicendo che: “Io so e son persuaso nel Signor Gesù che nessuna cosa è impura in se stessa” (Rom. 14:14). Se dunque qualcuno viene a voi e vi ordina di astenervi dal mangiare i cibi impuri della legge egli cerca di riportarvi sotto la legge, fate attenzione a non cadere vittime delle sue seducenti parole. Ammonitelo affinché rientri in se stesso e riconosca la verità. L'ordine di non mangiare certi cibi è una dottrina di demoni (cfr. 1 Tim. 4:1-5) che in questi ultimi giorni molti hanno accettato. Se invece incontrate un fratello che è dell'opinione che un certo cibo è impuro e si astiene da esso senza imporvi affatto la sua opinione allora il comportamento da tenere è diverso, nel senso che occorre accoglierlo, sopportare questa sua debolezza studiandovi di non contristarlo in nessuna maniera per questa sua opinione, nè con le parole e neppure con le opere. L'apostolo Paolo ha detto infatti: “Quanto a colui che è debole nella fede, accoglietelo, ma non per discutere opinioni. L'uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l'altro, che è debole, mangia legumi. Colui che mangia di tutto, non sprezzi colui che non mangia di tutto; e colui che non mangia di tutto, non giudichi colui che mangia di tutto; perché Dio l'ha accolto. Chi sei tu che giudichi il domestico altrui? Se sta in piedi o se cade è cosa che riguarda il suo padrone; ma egli sarà tenuto in piè, perché il Signore è potente da farlo stare in piè...... Non ci giudichiamo dunque più gli uni gli altri, ma giudicate piuttosto che non dovete porre pietra d'inciampo sulla via del fratello, né essergli occasion di caduta. Io so e son persuaso nel Signor Gesù che nessuna cosa è impura in se stessa; però se uno stima che una cosa è impura, per lui è impura. Ora, se a motivo di un cibo il tuo fratello è contristato, tu non procedi più secondo carità. Non perdere, col tuo cibo, colui per il quale Cristo è morto! Il privilegio che avete, non sia dunque oggetto di biasimo; perché il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace ed allegrezza nello Spirito Santo. Poiché chi serve in questo a Cristo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini. Cerchiamo dunque le cose che contribuiscono alla pace e alla mutua edificazione. Non disfare, per un cibo, l'opera di Dio. Certo, tutte le cose son pure; ma è male quand'uno mangia dando intoppo. È bene non mangiar carne, né bever vino, né far cosa alcuna che possa esser d'intoppo al fratello. Tu, la convinzione che hai, serbala per te stesso dinanzi a Dio. Beato colui che non condanna se stesso in quello che approva” (Rom. 14:1-4,13-22).

2. In che consistono le cose sacrificate agli idoli da cui ci dobbiamo astenere?
Consistono in tutte quelle vivande e bevande che la gente che non conosce Dio consacra o dedica o offre in sacrificio appunto a degli idoli, che possono essere statue o immagini, rappresentazioni di bestie, alberi, esseri umani, ed esseri celesti. Gli Hare Krishna – movimento orientale di matrice induista molto conosciuto qui in Occidente perché si incontrano i suoi aderenti vestiti di arancione per le piazze e le strade - per esempio, prima di mangiare hanno la consuetudine di offrire il cibo al loro dio Krishna con amore e devozione per riceverlo in dono da lui stesso; e questa consuetudine la seguono anche con il cibo che loro offrono gratuitamente alle persone che li vanno a trovare dietro loro invito. Quei loro cibi dunque sono un esempio di cose contaminate nei sacrifici agli idoli. In certe parti remote della terra ci sono delle popolazioni che offrono degli animali in sacrificio ai loro dii; anche da queste cose i Cristiani si devono astenere. In Italia poi ci sono dei Cattolici romani che in particolari circostanze fanno delle particolari vivande (in special modo dei dolci) in onore del loro idolo preferito; pure queste sono un esempio di cose contaminate nei sacrifici agli idoli da cui ci dobbiamo astenere. Da queste cose ci dobbiamo astenere perché esse nella realtà sono consacrate e offerte ai demoni e non a Dio; e la Scrittura non vuole che noi abbiamo comunione coi demoni (cfr. 1 Cor. 10:20) per non provocare a gelosia il Signore nostro Dio e attirarci la sua giusta punizione, come se l’attirarono gli Israeliti nel deserto quando dietro le lusinghe delle figlie di Moab, si misero a mangiare i sacrifici offerti agli dèi di quelle e a prostrarsi dinnanzi ad essi (cfr. Num. 25:1-5).

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3. In che cosa consistono le cose soffocate da cui noi ci dobbiamo astenere?
Consistono in tutte quelle carni di animali che non sono stati uccisi per scannamento ma per soffocamento una tecnica di uccisione degli animali tuttora diffusa nel mondo. Dio nella legge di Mosè ha prescritto che gli animali devono essere scannati o sgozzati (cfr. Deut. 12:15 e Lev. 3:2,8,13) e il loro sangue fatto fuoriuscire tutto perché non ci è permesso mangiare la carne con la sua vita, cioè con il suo sangue (cfr. Gen. 9:4). Gli Ebrei (quelli Ortodossi) ancora oggi si attengono a questo precetto perché mangiano solo carne di animali puri scannati e sgozzati astenendosi dalle carni soffocate. Ma come spiegherò in altra occasione l’uccisione degli animali che essi devono mangiare deve seguire particolari e meticolose regole per essere conforme all’halakah (cioè alla loro regola di vita). Ecco perché gli Ebrei Ortodossi hanno delle loro macellerie per poter adempiere tutte queste loro regole riguardanti la macellazione degli animali.

4. Che cosa significa che noi dobbiamo astenerci dal sangue?
Significa che ci dobbiamo astenere dal mangiare la carne con il suo sangue (cfr. Gen. 9:4). Quando dunque si scannano gli animali è bene fare uscire da essi tutto il sangue che hanno; e prima di cucinare la carne è necessario far uscire dalla carne tutto il sangue che vi si può ancora trovare, questo lo si può fare mettendo la carne per un po’ di tempo in acqua fredda. Nel caso si metta la carne ad arrostire è bene farla arrostire bene in maniera che l’eventuale sangue presente in essa scoli fuori. Inoltre ci dobbiamo astenere dal mangiare qualsiasi prodotto fatto con sangue, tra tutti spicca il cosiddetto sanguinaccio fatto con il sangue di maiale che in molte parti d’Italia viene fatto e mangiato, purtroppo anche da certi credenti. Come anche ci dobbiamo astenere dal bere il sangue. La ragione di questo divieto è scritta nella legge ed è la seguente: "Perché la vita d’ogni carne è il sangue; nel sangue suo sta la vita; perciò ho detto ai figliuoli d’Israele: Non mangerete sangue d’alcuna specie di carne, poiché il sangue è la vita d’ogni carne" (Lev. 17:14).

5. Se tutto il Creato è un'opera di Dio, come può Dio permettere che tutti gli animali che sono esseri viventi con cervello e sentimenti siano a nostra completa disposizione e subire le crudeltà che l'uomo impone loro? L'uomo ha la ragione che lo contraddistingue dalle bestie e, secondo me dovrebbe essere usata per ragionare e discernere quello che è giusto da quello che è sbagliato. Che gli animali trasportati verso il macello o quelli che vengono vivisezionati vivi soffrano si vede lontano un miglio… Che ne dice?
Se Dio permette che gli uomini scannino gli animali per cibarsi della loro carne, è perchè questa è la sua volontà. Così disse Dio a Noè secondo che è scritto: "Tutto ciò che si muove ed ha vita vi servirà di cibo; io vi do tutto questo, come l’erba verde" (Genesi 9:3). Quindi, è per il nostro bene che Dio ha stabilito che noi ci cibiamo della carne degli animali. Non è però la sua volontà che gli animali si usino per fare degli esperimenti su di essi, non importa di che genere: noi siamo contrari a questo comportamento umano, perchè infligge agli animali una ingiusta sofferenza. Quindi lungi da noi l'usare gli animali per esperimenti.

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CREAZIONE

1. I sei giorni della creazione sono da intendersi come lunghi periodi di tempo (secoli, millenni, ecc.) o letteralmente come giorni di 24 ore?
I sei giorni della creazione così come li troviamo nel libro della Genesi si devono intendere letteralmente ossia giorni di 24 ore. A conferma di questo c’è il fatto che la Scrittura dice alla fine di ognuno dei sei giorni: "Così fu sera, poi fu mattina" (Gen. 1:5,8,13,19,23,31). Che poi le cose stanno così lo fece capire chiaramente Dio quando, sul monte Sinai, promulgò l’ordine di osservare il sabato; egli disse infatti: "Lavora sei giorni e fà in essi ogni opera tua; ma il settimo è giorno di riposo, sacro all’Eterno, ch’è l’Iddio tuo; non fare in esso lavoro alcuno.... poiché in sei giorni l’Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò ch’è in essi, e si riposò il settimo giorno..." (Es. 20:9-11). Dunque a conferma che i sei giorni della creazione sono giorni di 24 ore c’è anche il fatto che Dio sotto la legge comandò agli Israeliti di seguire il suo esempio nel riposarsi il settimo giorno della settimana, infatti Dio dopo avere creato tutte le cose in sei giorni si riposò dalle opere sue secondo che è scritto: "Il settimo giorno, Iddio compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l’opera che aveva fatta" (Gen. 2:2).

2. Cosa ne pensi della Gap-Theory? Può essere vera?
Prima di risponderti voglio dare qualche cenno sia sull’origine che sul contenuto di questa teoria, al fine di far capire di cosa si tratta a tutti quelli che leggeranno la mia risposta e non ne sanno nulla. La paternità di questa teoria, che viene spesso chiamata gap-theory (teoria dell’intervallo), spetta soprattutto al predicatore scozzese Thomas Chalmers (1780-1847) il quale cercava di conciliare la Genesi con le nuove scoperte sull’età della terra. Essa è molto diffusa anche tra le Chiese Pentecostali. Viene per esempio insegnata anche nelle ADI (Assemblee di Dio in Italia). Ma cosa afferma questa teoria? Per spiegarlo citerò parte di un articolo scritto da Francesco Toppi, pastore delle ADI, apparso sul quindicinale ‘Cristiani Oggi’ pubblicazione ufficiale dell’appena menzionata denominazione. Ecco le parole di Francesco Toppi: ‘Nel principio Iddio creò i cieli e la terra, e la terra era informe e vuota, e le tenebre coprivano la faccia della terra, e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque (Genesi 1:1-2). Genesi 1:1: “Nel principio Iddio creò i cieli e la terra” non descrive il primo passo della creazione, non si riferisce alla creazione dal nulla della materia informe, ma ad una creazione perfetta: “i cieli e la terra”. (...) Questa creazione fisica originale risulta completa in sé, come tutte le cose che Dio crea, anche se di questa prima creazione non si conoscono i particolari. (…) Genesi 1:2 sarebbe il risultato di una distruzione di una catastrofe e sottointende un risultato di un episodio della “protostoria” dell’universo. A questa iniziale creazione originale di Genesi 1:1 sarebbe seguita da un periodo indeterminato di tempo, al quale possono corrispondere tutte le ere geologiche di miliardi di anni, attualmente rilevati con mezzi radiometrici (...) Il grande cataclisma che ridusse la terra “informe e vuota e le tenebre coprivano l’abisso” dev’essere stato un evento di portata cosmica e quindi può riferirsi soltanto alla ribellione di Satana, alla sua espulsione dal cielo e alla sua caduta sulla terra’. (...) Di conseguenza Genesi 1:3-31 descrive la “ri-creazione” durante la quale il Creatore, ricostruì dalla materia informe della creazione originale preesistente la creazione adamica’. (Cristiani Oggi, 1988 N° 4, pag. 2). Questa interpretazione ‘permette di affermare che la Bibbia non contrasta con la scienza’ (Ibid., pag. 2). Per riassumere dunque, prima ci fu la creazione perfetta di Dio, questa creazione però in seguito alla caduta di Satana dal cielo diventò informe e vuota per cui Dio dovette rifarla. I sei giorni della creazione dunque non furono in realtà giorni di creazione ma giorni di ricreazione o di restituzione. Tra il verso 1 e il verso 2 del primo capitolo della Genesi si possono tranquillamente collocare le varie ere geologiche di miliardi di anni di cui parlano gli scienziati! Ora, stando così le cose non posso non dire con ogni franchezza che a mio giudizio la gap-theory è una falsa dottrina. Le ragioni che mi hanno portato a questa conclusione, dopo un attento esame delle Scritture nella loro globalità, sono le seguenti. Se le cose fossero realmente così come dicono i sostenitori della gap-theory la Scrittura sarebbe annullata per i seguenti motivi. Innanzi tutto ciò significherebbe che le cose descritte nel primo capitolo della Genesi sarebbero delle cose rifatte da Dio per cui si dovrebbe parlare di ri-creazione e non più di creazione. Mentre la Scrittura parla continuamente di creazione in riferimento agli eventi del primo capitolo della Genesi. Dice infatti la Scrittura dopo che Dio si riposò dell’opera sua il settimo giorno che “queste sono le origini dei cieli e della terra quando furono creati, nel giorno che l’Eterno Iddio fece la terra e i cieli” (Gen. 2:4). Dio stesso quando ordinò ad Israele di ricordarsi del settimo giorno per santificarlo disse che “in sei giorni l’Eterno fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò ch’è in essi, e si riposò il settimo giorno” (Esodo 20:11). Non è abbastanza chiaro che prima di quei sei giorni creativi non ne esistettero altri? Che senso avrebbe dire fu il primo giorno, fu il secondo giorno, fu il terzo giorno e così via, se il primo

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giorno non era quello perchè in realtà c’era già stato un primo giorno miliardi di anni prima? Non sarebbe questo ammettere implicitamente che nel libro della Genesi ci siano delle menzogne? Ma veniamo all’uomo. Se questa teoria fosse vera si dovrebbe giungere alla conclusione che Adamo non fu il primo uomo; perchè questo? Perchè se quando viene detto che nel principio Iddio creò i cieli e la terra significasse che Egli creò una creazione perfetta che poi fu distrutta dalla caduta di Satana sulla terra, ciò significherebbe che a quel tempo Dio aveva creato anche l’uomo e la donna sulla terra perchè la creazione non sarebbe stata perfetta senza la creazione dell’essere umano. E quindi prima di Adamo sarebbero esistiti altri esseri umani sulla terra prima che quest'ultima diventasse informe e vuota. E questo non è possibile perchè la Scrittura chiama Adamo il primo uomo. Paolo dice infatti ai Corinzi: “Il primo uomo, Adamo, fu fatto anima vivente” (1 Cor. 15:45). Ma dimmi un pò: quando Gesù parlò della creazione dell’uomo e della donna non disse forse: “Non avete voi letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina, e disse: Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre e s’unirà con la sua moglie e i due saranno una sola carne” (Matt. 19:4-5)? Che significa quel “da principio”? A quale creazione si riferiva? Per quanto noi sappiamo si riferiva all’unica creazione dell’uomo e della donna avvenuta per opera di Dio e cioè quella descritta nella Genesi. Quindi quel ‘da principio’ non può che riferirsi all’unico principio di cui la scrittura parla; quello in cui Dio creò e non ricreò l’uomo e la donna. E di questo passo si dovrebbe dire che Adamo non nominò per la prima volta gli animali, perchè in realtà essi erano stati già nominati dal primo vero uomo che era esistito miliardi di anni prima di lui, e quindi lui si limitò a rinominarli e ci sarebbe da domandarsi allora a questo punto se i nomi dati agli animali da Adamo siano stati uguali a quelli dati dall’altro uomo vissuto in precedenza. Insomma se si ammettesse quella teoria si potrebbe finire coll’ammettere tante cose strane che si oppongono alla Scrittura. E chissà? Magari qualcuno sarebbe tentato persino di metterci in quei miliardi di anni che hanno preceduto la ri-creazione di Dio descritta nel primo capitolo della Genesi anche l’Homo Erectus e l’uomo di Neanderthal ecc., ecc.; così si andrebbe a finire col dire che questa cosiddetta evoluzione dell’uomo ebbe luogo prima della ri-creazione di Dio! Insomma fratello, ammettere una simile teoria sulla creazione significherebbe finire collo scontrarci con la Parola di Dio su diversi punti, e questo non lo vogliamo fare. Ma allora come si spiega il fatto che nella Genesi ci sia scritto che la terra era informe e vuota cosa questa che a dire dei sostenitori della gap-theory sosterrebbe la loro tesi? Si spiega perchè quando Iddio creò la terra essa non aveva la forma che ha adesso, ma era informe. Quindi non è che essa diventò informe ma fu fatta inizialmente informe da Dio, poi in seguito egli la formò. Si tenga presente infatti che inizialmente i continenti terrestri non erano visibili come lo sono adesso perchè essi erano sommersi sotto le acque secondo che è scritto che Dio il terzo giorno disse: “Le acque che sono sotto il cielo siano raccolte in un unico luogo, e apparisca l’asciutto. E così fu” (Gen. 1:9). E con ciò s’accordano le parole del salmista che dice: “Tu l’avevi coperta dell’abisso come d’una veste, le acque s’erano fermate sui monti. Alla tua minaccia esse si ritirarono, alla voce del tuo tuono fuggirono spaventate. Le montagne sorsero, le valli s’abbassarono, nel luogo che tu avevi stabilito per loro” (Sal. 104:6-8). Quindi quando si legge che al principio la terra era informe bisogna tenere presente che la terra non era ancora emersa dalle acque come lo fu il terzo giorno secondo che dice Pietro che “ab antico, per effetto della Parola di Dio, esistettero dei cieli e una terra tratta dall’acqua” (2 Piet. 3:5). Inoltre essa era vuota perchè noi sappiamo che sia le piante, sia gli animali e sia l’uomo furono creati da Dio rispettivamente il terzo giorno ed il sesto. A giusta ragione quindi, e senza che ci dobbiamo meravigliare, è detto che era anche vuota. Una cosa simile si può dire anche dell’uomo perchè anch’esso non assunse la forma che ha adesso subito, perchè la Scrittura dice che Dio “formò l’uomo dalla polvere della terra” (Gen. 2:7). Questo “formò l’uomo” implica che inizialmente fu informe ed in seguito assunse la forma che Dio aveva decretato dovesse avere. (Quanto questo processo di formazione sia durato con precisione in termini di tempo non è detto, comunque sia esso avvenne nel corso di un giorno di 24 ore). Non c’è nulla di strano in tutto ciò, perchè anche il neonato che deve nascere, prima di assumere la forma con cui uscirà dal seno della madre, inizialmente era informe ed ha subìto un processo di trasformazione durato in questo caso alcuni mesi. Quando Davide dice nei Salmi: “I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo” (Sal. 139:16) non intendeva forse dire che anche lui era stato informe all’inizio? E bada che il tutto è opera di Dio perchè sempre Davide dice a Dio: “Sei tu …. che mi hai intessuto nel seno di mia madre” (Sal. 139:13) e Giobbe: “Le tue mani mi hanno formato, m’hanno fatto tutto quanto (...) ricordati che m’hai plasmato come argilla...” (Giob. 10:8,9). Ma l’uomo quando fu inizialmente plasmato dalle mani di Dio non solo era informe ma anche vuoto perchè in lui non c’era vita. Fu quando Dio terminò di plasmare il suo corpo che gli soffiò l’alito vitale e l’uomo divenne un anima vivente (cfr. Gen. 2:7). Quindi il tutto rientra nel modo di agire di Dio; ma purtroppo questo modo di agire di Dio così chiaramente descritto è stato offuscato da questa teoria sopra esposta che non è altro che una idea scaturita da una errata interpretazione data alle parole: “Era informe e vuota”; idea però che se da un lato è inconciliabile con l’insegnamento della Scrittura riguardo alla creazione dall’altro getta una sorta di ponte tra la scienza e la Genesi perchè in una certa maniera conferma che le ere geologiche degli scienziati in cui noi non crediamo minimamente in effetti si possono benissimo e tranquillamente collocare nel racconto della Genesi. In altre parole questa teoria è sorta dalla necessità di conciliare la scienza con la Scrittura. Ed il danno da essa provocata è evidente. La scienza, la scienza, ah quanti danni ha provocato quando dei credenti hanno cercato di mettere d’accordo le sue teorie con la verità della Scrittura. Fratello, non andare dietro a questa scienza umana che non pochi credenti ha ingannato e portato lungi dalla verità: attieniti a quello che sta scritto senza cercare di dare spiegazioni logiche a ciò che risulta incomprensibile ai tuoi occhi.

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3. Dio creò l’universo traendolo da della materia preesistente?
No, Dio ha creato l’universo dal nulla quindi senza usare nessuna materia preesistente. La Scrittura dice infatti: “Per fede intendiamo che i mondi sono stati formati dalla parola di Dio; cosicché le cose che si vedono non sono state tratte da cose apparenti” (Ebr. 11:3), cioè da cose preesistenti. Come viene detto nei Salmi: "I cieli furon fatti dalla parola dell’Eterno, e tutto il loro esercito dal soffio della sua bocca. .... egli parlò, e la cosa fu; egli comandò e la cosa sorse" (Sal. 33:6,9). Quando in alcuni libri di teologia (e non solo di teologia) si legge la frase ‘creazione ex nihilo’ essa indica appunto la creazione dal nulla.

4. La teoria dell’evoluzione sia del pianeta terra che dell’uomo è compatibile con ciò che insegna la Bibbia?
No, non è per nulla compatibile perché la teoria dell’evoluzione oltre che a sostenere che non ci fu nessun atto creativo da parte di Dio dal quale venne fuori l’universo, sostiene che il pianeta terra si è evoluto nell'arco di miliardi di anni fino a diventare quello che è adesso, e che l’essere umano all’inizio era una scimmia (o un bruto) e poi si è evoluto nell’arco di miliardi di anni fino a diventare l’essere che oggi si conosce. E tutto ciò va apertamente contro la Parola di Dio che afferma che è Dio che ha creato i cieli, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi: “Signore, tu sei Colui che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi” (Atti 4:24); tutte queste cose quindi non sono venute fuori in seguito ad una esplosione accidentale (il cosiddetto ‘big bang’) verificatasi nel cosmo. Tutte queste cose poi furono create tali e quali a come noi le conosciamo oggi nell’arco di sei giorni di ventiquattro ore, tale fu il tempo che durò tutta la creazione (cfr. Gen. 1:1-31; 2:1-3; Es. 20:11). In merito all’uomo, creatura di Dio, la Parola di Dio dice che esso fu fatto ad immagine e somiglianza di Dio il sesto giorno, con la capacità di parlare, sentire, ragionare, fare delle scelte, dare i nomi agli animali dei campi, agli uccelli del cielo, e a tutto il bestiame (cfr. Gen. 1:27; 2:7-20). Questo esclude che l’uomo all’inizio possa essere stato una scimmia o un bruto e sia diventato quell’essere intelligente che noi sappiamo essere dopo un evoluzione di milioni o di miliardi di anni che dir si voglia. La teoria dell’evoluzione va dunque rigettata essendo una menzogna generata dal diavolo, il nemico di Dio, che sin da quando è venuto all’esistenza ha sempre cercato di fare credere agli uomini cose non vere essendo bugiardo e padre della menzogna (cfr. Giov. 8:44). Vorrei concludere mettendo in guardia anche da quella teoria evolutiva che se da un lato riconosce l’atto creativo di Dio, per cui coloro che la sostengono dicono che sia l’origine della terra che quella dell’uomo è riconducibile a Dio, dall’altro afferma che Dio prima creò la materia e poi fece sì che nell’arco di miliardi di anni si evolvesse fino a diventare la terra così come la conosciamo oggi, e a riguardo dell’uomo dice che prima Dio fece un essere inferiore da cui fece discendere con il passare dei milioni di anni l’uomo così come lo conosciamo oggi. Anche questa teoria è menzogna; la insegna la Chiesa Cattolica Romana.

5. Mi permetto d'approfittare del vostro invito a scriverVi per risolvere un problema che alcuni studiosi hanno rinverdito da quando, secondo loro, nel pianeta Marte sono state (scoperte) tracce di una civiltà evoluta (Cydonia). La stessa, teorizzano, fu distrutta da un immane cataclisma che prosciugando gli oceani fece scomparire anche l'atmosfera del pianeta distruggendo, quindi, ogni forma di vita. La loro speculazione insiste nel pensare che Dio, nel perseguire la trasgressione di Satana, abbia provocato lo scoppio del quinto pianeta: l'Astera, secondo gli astronomi, il Rahab secondo Geremia 4: 23 -25 e Salmo 29 (Rahab, dicono, doveva essere la residenza amministrativa di Satana di questa parte dell'universo). La deflagazione avrebbe ridotto in frantumi il pianeta formando, di conseguenza, la cintura degli asteroidi, con le porzioni più voluminose, e le comete che girano nel limite esterno del nostro sistema solare, composte dal ghiaccio derivato dai mari di Marte e dai detriti minori. Continuano pensando che alcune meteore originate dal cataclisma siano penetrate nella nostra atmosfera cancellando anche qui ogni forma di vita. Epoca probabile 10.450 anni fa. Dopo di che, intorno a 7.300 anni fa, Dio ricrea nella terra le premesse per ospitare Adamo e i suoi discendenti, noi. Ecco, quindi, riapparire la "GAP THEORY" corroborata e dalle prove suddette, - dall'uomo "Cro-Magnon", apparso intorno a 35.000 anni or sono (l'uomo di Neanderthal, come i suoi predecessori, è ritenuto un primate da una buona

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parte di scienziati); - dai blocchi di Okinawa e Bimini nel Golfo del Messico, datati entrambi, proprio in questi giorni, a 12.000 anni fa; - (dal mito?) dell'inabissamento di Atlantide ecc. ecc. La versione riveduta della Bibbia, nel quarto verso del 12.mo capitolo del Profeta Daniele afferma che al tempo della fine "MOLTI LO STUDIERANNO CON CURA E LA CONOSCENZA AUMENTERA'". Ritenete che ciò che ho qui sopra riportato è uno dei casi a cui si riferisce il Profeta? Anche se ritengo che dal punto di vista delle dottrine di Dio e della questione della Salvezza l'eventuale interpretazione di Genesi 1: 1-2 secondo la "GAP THEORY" non è cruciale, potreste comunicarmi un vostro pensiero?
Per ciò che concerne le tue domande, come sai bene - o comunque suppongo che tu lo sappia avendo visitato il nostro sito - alla luce delle Sacre Scritture la Gap-Theory è una menzogna, essa non trova nessuna conferma nella Parola di Dio ma solo smentite, anche se alcuni pastori pensano di averle trovato degli appoggi. Non importa sotto che forma questa teoria si presenta o viene presentata, essa va rigettata perchè oltre a fare apparire la terra molto più vecchia di quanto sia effettivamente, crea un buco in cui possono trovare spazio non solo le ere geologiche ma anche forme di vita umane o semiumane o animali preesistenti alla creazione descritta nel primo capitolo della Genesi, tutte cose che non si possono assolutamente accettare alla luce del racconto genesiaco sulla Creazione. Io considero quindi tutte quelle cose che dicono gli scienziati e che tu mi hai scritto delle profane ciance, che dobbiamo evitare per il nostro bene. Riguardo alle parole citate nel libro di Daniele da te citate, esse riguardano lo studio del libro di Daniele e non certo del libro della Genesi o del libro della legge o della Bibbia nella sua interezza infatti le parole che il messaggero di Dio rivolse a Daniele dopo avergli fatto conoscere quello che era scritto nel libro della vita furono le seguenti: 'E tu, Daniele, tieni nascoste queste parole, e sigilla il libro sino al tempo della fine; molti lo studieranno con cura, e la conoscenza aumenterà' (Daniele 12:4). Per cui la conoscenza di cui parlò quella creatura celeste a Daniele è la conoscenza del libro di Daniele. Ma anche considerando solo il contenuto di questo libro certamente non si può dire che l'aumento della sua conoscenza comprende anche la gap-theory o comunque qualcosa di simile!! In questo libro non si potrebbe trovare neppure un appiglio a simili teorie come invece si può trovare nella Genesi o in Isaia (appigli che naturalmente non confermano la teoria ma che invece i sostenitori della gap-theory prendono proprio per confermarla ma inutilmente). Ma a proposito di quelle parole, sappi che esse sono state nel corso del tempo prese da tanti falsi profeti e falsi dottori per introdurre nella Chiesa le più strane dottrine. Io personalmente non mi meraviglio che taluni prendono quelle parole per poter sostenere tutte quelle fantasticherie e tutte quelle favole sui cataclismi e sulle deflagrazioni, prodottisi nell'universo, che naturalmente costrinsero Dio a ricreare la terra per ospitare Adamo e i suoi discendenti!!! Quindi, fratello, per concludere, ti invito a rigettare tutte queste profane ciance, e a mantenerti integro nella fede; ricordati che per fare lievitare tutta la pasta non è necessario tanto lievito ma solo un poco (cfr. 1 Corinzi 5:6), ti dico questo per farti capire che l'accettazione della Gap-Theory, non importa in quale forma perchè ci sono varie Gap-Theory, ha come conseguenza quella di fare accettare altre teorie o menzogne che annullano la Parola di Dio. Una menzogna generalmente ne produce un altra, o comunque porta ad accettarne altre. Quindi, ripeto, stai sano nella fede, rimani attaccato alla fedele Parola di Dio quale ti è stata insegnata, e come dice Paolo a Timoteo, "schivando le profane vacuità di parole e le opposizioni di quella che falsamente si chiama scienza, della quale alcuni facendo professione, si sono sviati dalla fede" (1 Timoteo 6:20-21). Ti saluto nel Signore.

6. Io credo in quello che dice la Bibbia in Genesi (la creazione del mondo), però io ho un dubbio "I dinosauri". Gli scienziati affermano che questi animali sono esistiti migliaia di anni fa (in alcuni musei ci sono in esposizione le strutture ossee dei dinosauri). Come mai questo? Sono esistiti davvero e quando?
Sì i dinosauri sono realmente esistiti, i loro scheletri ossei lo testimoniano chiaramente e noi non possiamo mettere in dubbio la loro esistenza. Anch’essi furono quindi creati da Dio. Nella Bibbia però non sono menzionati chiaramente e distintamente, cioè non c’è scritto che Dio creò i dinosauri e questo perché il termine ‘dinosauri’ fu coniato da un certo Richard Owen che usò il termine per la prima volta nel 1841 nel suo ‘Rapporto sui Fossili dei Rettili del Regno Unito’ che presentò all’Associazione Britannica per l’Avanzamento della Scienza. Il termine ‘dinosauri’ è una combinazione di due parole greche che significa letteralmente ‘terribili grandi lucertole’. Tuttavia, che Dio creò questi enormi rettili (così sono infatti classificati dalla maggioranza dei paleontologi) si evince da queste parole: "E Dio fece gli animali salvatici della terra, secondo le loro specie, il bestiame secondo le sue specie, e tutti i rettili della terra, secondo le loro specie. E Dio vide che questo era buono" (Genesi 1:25). Quindi la loro creazione risale a circa 6000 anni fa. Questi rettili però oggi non esistono più perché si sono estinti, quando però si sono estinti non si sa.

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CRISTIANI

1. Perchè i Cristiani usavano (e usano ancora) il simbolo del pesce?
Perché questo simbolo esprimeva (ed esprime tuttora) la professione di fede dei discepoli di Cristo perché le lettere che compongono la parola greca Ikthys, che significa pesce, costituiscono un acronimo che è il seguente: Iesùs Kristòs Theù Yiòs Sotèr = Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. Inoltre il pesce esprimeva, come il pane, l'immagine simbolica del nutrimento spirituale.

2. I Cristiani hanno un solo Padre, cioè Iddio, ma hanno anche una madre?
Sì, noi Cristiani abbiamo una madre, di essa ne parla Paolo ai Galati. Dice infatti l’apostolo dei Gentili: "Poiché sta scritto che Abramo ebbe due figliuoli: uno dalla schiava, e uno dalla donna libera; ma quello dalla schiava nacque secondo la carne; mentre quello dalla libera nacque in virtù della promessa. Le quali cose hanno un senso allegorico; poiché queste donne sono due patti, l’uno, del monte Sinai, genera per la schiavitù, ed è Agar. Infatti Agar, è il monte Sinai in Arabia, e corrisponde alla Gerusalemme del tempo presente, la quale è schiava coi suoi figliuoli. Ma la Gerusalemme di sopra è libera, ed essa è nostra madre. Poich’egli è scritto: Rallegrati, o sterile che non partorivi! Prorompi in grida, tu che non avevi sentito doglie di parto! Poiché i figliuoli dell’abbandonata saranno più numerosi di quelli di colei che aveva il marito. Ora voi, fratelli, siete figliuoli della promessa alla maniera d’Isacco. Ma come allora colui ch’era nato secondo la carne perseguitava il nato secondo lo Spirito, così succede anche ora. Ma che dice la Scrittura? Caccia via la schiava e il suo figliuolo; perché il figliuolo della schiava non sarà erede col figliuolo della libera. Perciò, fratelli, noi non siam figliuoli della schiava, ma della libera" (Gal. 4:22-31). Come si può vedere, la nostra madre è la Gerusalemme di sopra che a differenza della Gerusalemme del tempo presente non è schiava ma è libera.

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DECIMA

1. Un cristiano deve pagare la decima?
No, un cristiano non deve osservare il precetto della decima e questo perchè egli è sotto la grazia e non sotto la legge di Mosè (cfr. Rom. 6:14). E difatti negli Scritti del Nuovo Testamento non c'è un solo passo che comandi di pagare la decima, ripeto neppure uno. Ci sono sì dei passi che parlano della decima, ma essi non comandano di pagare la decima. Vediamoli da vicino questi passi. y Gesù disse agli scribi e ai Farisei: “Guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta e dell'aneto e del comino, e trascurate le cose più gravi della legge: il giudicio, e la misericordia, e la fede. Queste son le cose che bisognava fare, senza tralasciar le altre” (Matt. 23:23). Si noti innanzi tutto che Gesù parlava a persone che erano sotto la legge, e poi che Gesù dicendo 'senza tralasciare le altre' non si è limitato a dire che gli Ebrei dovevano pagare la decima ma anche che dovevano osservare gli altri precetti della legge. Se noi quindi dovessimo fare nostro questo passo dovremmo non solo metterci a pagar la decima ma anche ad osservare il sabato, astenerci dai cibi impuri della legge, osservare tutte le feste ebraiche, ecc. ecc. Ma a questo punto noi ricadremmo sotto il giogo della legge da cui siamo stati affrancati. Vuole questo il Signore? No, infatti Paolo dice ai Galati: “Cristo ci ha affrancati perché fossimo liberi; state dunque saldi, e non vi lasciate di nuovo porre sotto il giogo della