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Racconti popolari dell’Ottocento ligure
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E-book545 pagine7 ore

Racconti popolari dell’Ottocento ligure

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Si tratta di racconti popolari che, nella prima metà dell’Ottocento “rinomati scrittori italiani” (Pietro Giuria, Emanuele Celesia, F. Ramognini) recuperarono dalla tradizione orale e trasposero in prosa, per la raccolta di Angelo Brofferio Tradizioni italiane. I racconti sono contestualizzati attraverso una breve, ma documentata, premessa di carattere storico geografico: ad essa segue, di solito, un racconto che origina dalla fantasia popolare, a carattere amoroso e/o drammatico, salvo l’ultimo che è una cronaca intensa e partecipata dell’insurrezione del popolo genovese contro gli austriaci nel 1746.
LinguaItaliano
EditoreSanzani
Data di uscita24 nov 2022
ISBN9791222028118
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    Racconti popolari dell’Ottocento ligure - AA.VV.

    LA LANTERNA DI GENOVA OSSIA EMMANUELE CAVALLO

    I

    Lo spettacolo piú degno di contemplazione che ci si possa spiegare innanzi, quello è certo delle bellezze della natura, accompagnate dai portenti dell'arte e da illustri reminiscenze. Allora le immagini piú luminose della creazione si intrecciano ai pensieri piú nobili, agli affetti piú generosi; poiché gli occhi, la mente ed il cuore godono al tempo stesso di tutte le facoltà loro, vivono, direi quasi, la stessa vita. Se ti avviene d'incontrar quest'unione, questa gara o piuttosto quest'armonia tra il cielo e la terra, di' pure che il soffio dell'Onnipotente spirò in quella contrada maggior parte di sua deitade, e che la volle sopra le altre privilegiata.

    E questo spettacolo ti si rivela d'improvviso, quasi in ampio anfiteatro, non sí tosto varcate le porte della Lanterna, abbracci d'uno sguardo la città di Genova, sedente in cerchio al lunato suo porto, regina del mar Ligustico; le colline, i giardini incantevoli coronati di palazzi che le si attergano: la lunga fila di fortificazioni che scorrono sulla penna delle sue montagne, e quindi le innumerevoli banderuole svolazzanti alle antenne dei navigli che vi recano il commercio di tutte le nazioni. Mentre il sole, in bel mattino, si innalza dal mare, e colora in viva porpora le azzurrine montagne di Portofino, quindi le cupole sfavillanti, le torri, le gallerie dei vantati edifizii della città, ti occorrono alla mente i versi del Chiabrera, che mi sia lecito di qui riferire per amore del mio grande concittadino:

    Ove son piú belle Albe in ciel sereno?

    Od Esperi piú chiari?

    Ove di Flora e di Vertunno, o meno

    Ove son di Pomona i numi avari?

    Sul dorso ampio dei mari

    Qui ti conduce a volo

    Cerere da lontan prore infinite,

    E dall'avverso polo

    Per l'onde appena in fra gli antichi udite

    Qui ti sparge tesor nuova Anfitrite.

    Ma se, cessata la prima maraviglia per la bellezza della scenica prospettiva, chiedi a te stesso chi potè inalzare palagi cosí splendidi e in sí gran numero, che forse non ne racchiude altrettanti il reame intero di Francia, non sarà minore la tua meraviglia per la virtù d'un popolo che, al dire del Giordani, serbò viva piú che altrove la fiamma del valore italiano. Le creste di quelle montagne, coronate di forti, attestano l'eroica difesa di Massena e la costanza ancora piú eroica dei cittadini; que' giardini, quelle marmoree colonne che, ordinate a doppia galleria, soprastanno e quasi si specchiano nell'acque del porto, ti ricordano Andrea Doria che, solamente col terror del suo nome, sgombrava il mare dai Barbareschi; in quel palazzo accogliea a convito Carlo V, Filippo II, e rinunziava alla signoria di Genova, per aver titolo di padre della patria e restauratore della pubblica libertà; poco lungi, nell'acque stagnanti della darsena, cadeva e periva miseramente co' suoi magnanimi divisamenti Luigi Fieschi; e una caterva di scrittori dilaniavano atrocemente il suo nome, come avrebbero dilaniato quello di Cesare, se a Cesare incogliea la sorte di Catilina. Su quella piazzetta, ivi presso, deponeansi le trionfiali spoglie di Palestina, dell'Asia Minore, di Almeira, di Tortosa e di Minorica, che i guerrieri genovesi, preludiando alle crociate, aveano strappate ai Mori di Spagna, e anteriormente, a quelli di Tunisi e di Sardegna. E qui pure, laceri e sanguinosi si ritraevano i soldati di Botta Adorno, cacciati a furia da un popolo che avea sopportati pazientemente i colpi di cannone e non volle sopportar quelli del bastone; d'un popolo che gettò il suo coltello nella bilancia in cui si pesava l'oro di Genova, e restituì genuflesso le chiavi della città al Doge, raccomandandogli di meglio custodirle per l'avvenire. E questo popolo, insospettito, appuntava poco dopo le artiglierie contro le porte del senato; ed ossequioso se ne ritraeva alla voce d'un solo cittadino, che ardì apporre alla bocca del cannone il suo petto immacolato, volendo prima cader morto, che assistere cogli occhi propri a quello scempio cittadinesco. Ma come discorrere le mille ricordanze che ad ogni passo ti si presentano?

    Se poi, spiccandovi dalla terra, volgete lo sguardo alle acque, a quella selva di antenne che, percorsi i mari piú lontani, qui convengono a fratellanza di commercio, subito vi ricorre che salparono da questo porto, figliuoli prediletti della vittoria, Oberto, Lamba, Luciano, Pietro, Andrea, tutti Doria, membri tutti d'una sola famiglia, che per fama non cederebbe a quelle dei Fabii, dei Scipioni, se a tanta gloria di ammiragli non fosse mancata la penna d'un Cornelio o d'un Plutarco; e specialmente a quel Pagano che vincitore nel Bosforo e nel golfo di Messene, morì povero, e fu sepolto a spese del pubblico, perché avea compartito ai soldati bisognosi tutte le sue ricchezze. E dove lascio Biagio Assereto, Ambrogio Spinola, e quel Serra che, nuovo Orazio Coclite, stette a fronte d'un esercito, e Te, o Colombo, grandissimo tra tutti i grandi, non meno illustre per eccellenza di cuore che per altezza d'ingegno? Oh ricevete, spiriti magni, questo umile tributo di lode da un vostro concittadino! Gloria a Voi per sempre, intrepidi capitani, santissimi cittadini!

    Quale è mai l'Italiano che, affacciandosi a queste porte e comprendendo con uno sguardo, in cerchio cosí ristretto, tante bellezze di natura, tante glorie, tanti portenti delle arti avite, non si senta compreso d'un brivido religioso e superbo di appartenere a questo eroico lignaggio?

    II

    Il marinaio che naviga a notte chiusa le onde ligustiche, vede brillar lontana una fiamma, alta, solitaria, fantastica, scomparire e risplendere nuovamente, a guisa di disco che si ravvolge intorno a se stesso; e quella fiamma, sia procellosa o serena la notte, indica tra due moli l'imboccatura del porto, e risveglia nel cuore del navigante le rimembranze della patria. Questo fanale è la Lanterna di Genova, edificata di pietra bianca, alta 127 metri sopra il livello del mare, compreso lo scoglio che la sostiene. La piú antica memoria che ne rimanga, appartiene all'anno 1218; ma solamente nel 1316 fu destinata a servire di faro. Ebbe pur ella le sue vicende, poiché diroccata nel 1512, fu poi ricostruita nel 1543, come si argomenta dall'iscrizione seguente:

    Anno a Christo nato 1543 restitutae libertatis anno 16 instaurata turris haec olim structa maioribus nostris et 1512 in oppugnatione arcis Lanternae direpta.

    E poiché siamo tra le iscrizioni, riferiremo eziandio la seguente, per talentare agli studiosi di storia e di archeologia, e sostenere di alcuna notizia positiva il nostro racconto.

    Quando fu edificata a spese del pubblico la nuova cintura di muraglie che serrano la città, Jacopo Lomellino, doge, gettò solennemente la prima pietra al capo del Faro, vale a dire della Lanterna, e in monumento dell'accaduto si incastrò nella porta di essa una lapide con questa iscrizione:

    NE MUNIMENTA NATURAE

    HOSTIS VERTERET IN PERICULA

    TERTIUM SIBI MURORUM AMBITUM

    PER ORAM MARIS ET JUGA MONTIUM

    PERICULOSISSIMIS TEMPORIBUS

    LIBERTAS TRIENNIO

    FESTINABAT

    ANNO SAL. MDCXXXVII.

    Bellissimo, come dicemmo, a chi viene dal mare, è l'effetto dei molti lumi, i quali, raccolti a fascio, costituiscono quella fiamma; ma se vi regge la lena di poggiare per una scala spirale sino alla cima della Lanterna, e di resistere al calore che vi si addensa, riesce veramente nuovo e stupendo l'artifizio delle immense ruote di cristallo che raccolgono in un centro i molti raggi, e ne tramandano cosí lontano il riverbero, che giá lo scorgete come una stella