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Beni culturali Vol.2: Dalla tutela alla valorizzazione
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E-book224 pagine3 ore

Beni culturali Vol.2: Dalla tutela alla valorizzazione

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Info su questo ebook

Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo direttore del Ministero Beni Culturali, già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all'Estero, è presidente del Centro Studi “Grisi”. Ha pubblicato libri di poesia (tra i quali "Via Carmelitani", "Viaggioisola", “Per non amarti più", "Fuoco di lune", "Canto di Requiem"), racconti e romanzi (tra i quali vanno ricordati "L'ultima notte di un magistrato", "Paese del vento", "L’ultima primavera", “E dopo vennero i sogni", "Quando fioriscono i rovi"). Si è occupato di letteratura del Novecento con libri su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D'Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e la linea narrativa e poetica novecentesca che tratteggia le eredità omeriche e le dimensioni del sacro. Numerosi sono i suoi testi sulla letteratura italiana ed europea del Novecento. Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e si considera profondamente mediterraneo. Ha scritto, tra l'altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo", giunto alla terza edizione), nel quale campeggia un percorso sulle matrici letterarie dei cantautori italiani, ovvero sul rapporto tra lingua.
LinguaItaliano
EditorePasserino
Data di uscita27 ott 2022
ISBN9791222016962
Beni culturali Vol.2: Dalla tutela alla valorizzazione
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    Anteprima del libro

    Beni culturali Vol.2 - Pierfranco Bruni

    Le culture dei beni culturali. La mia esperienza. I miei studi

    In un tempo in cui il Mediterraneo non è soltanto una geografia o un modello geopolitico l’antropologia delle etnie assume una concordanza con quelle eredità che hanno attraversato la civiltà pre Magno Greca sino a tutto il contesto Romano. È proprio nello spaccato tra le identità greche, neogreche e latine che le etnie del Mediterraneo assumano una valenza sia politica sia prettamente antropologica sia metafisica.

    Finora abbiamo trattato la questione relativa al rapporto etnie e Mediterraneo come se fosse una dimensione meramente territoriale. In un tempo di vissute incompiutezze esistenziali il Mediterraneo resta un destino, come volle definirlo Braudel, ma anche una sostanziale filosofia della conoscenza dei saperi.

    I veri saperi del Mediterraneo nascono dalla definizione di un processo etnico che significa la forza di una archeologia dei saperi dei popoli e delle loro identità. In fondo questo Mediterraneo oggi resta senza una precisa identità. Anzi senza una appartenenza perché se vogliamo dirla in termini di saggezza delle conoscenze le identità ci sono ma sono una dichiarazione di confusione e di reali conflitti anche di ordine economico oltre che religioso etico e culturale tout court. I beni culturali, come patrimonio nazionale, sono una testimonianza nel vissuto della storia e dei popoli, che devono trovare le ragioni per un dialogo a tutto tondo con le risorse e le vocazioni che vivono dentro il territorio. Dobbiamo cominciare ad entrare nell’ottica che il bene culturale non è soltanto una questione materiale.

    La cultura è nella immaterialità: dalle lingue alle etnie, dalla musica alla canzone d’autore, dalla presenza delle minoranze linguistiche in Italia (sulle quali stiamo portando avanti studi, ricerche, pubblicazioni e modelli valorizzanti riconosciuti da tutto il mondo con una presenza in molti Paesi esteri e la documentazione è abbastanza evidente) alle antropologie comparate.

    Il territorio come bene culturale è un intreccio di beni materiali e immateriali. Oggi parlare di territorio, di patrimonio culturale, di storia significa anche non dimenticare il senso e l’appartenenza di una memoria che vive nei simboli. E i simboli si trasmettono, si contestualizzano, si interpretano. Hanno un loro valore. Penso ai castelli, alle aree archeologiche, ai musei. Se i beni culturali sono identità, la etno – archeologia è una testimonianza straordinaria in questo discorso, e se tali vengono da noi considerati abbiamo il dovere di aprire un vasto dibattito sul loro ruolo all’interno dei territori. Nel depositato della storia ci sono modelli di civiltà e percorsi di epoca che intrecciano segni di identità.

    C’è un dato dal quale bisogna partire. Il Sud ha una ricchezza non indotta. Una ricchezza che è sempre più risorse vocazionale. Ecco perché insisto nel discutere di bene culturale e valorizzazione dei territori. Non avrebbero senso i beni culturali senza una vera valorizzazione soprattutto nel Sud. Questi beni sono i simboli di una identità comunitaria oltre ad essere stati riferimenti e contenitori di un processo storico all’interno di un territorio.

    Oggi bisogna fare in modo di acquisirli sempre più a quel patrimonio della coscienza identitaria che si specifica nella espressione di una civiltà, la quale si manifesta dentro una realtà ben definita. Vanno conservati, salvaguardati, vanno restaurati e restituiti alla fruibilità. Pezzi, ruderi, macerie sono una testimonianza che continua a vivere pur nel disordine della storia. Sono pur sempre un bene pubblico ma un bene pubblico diverso rispetto ad altre strutture come può essere un mercato coperto in disuso.

    Nel mistero e nella storia costituiscono un viaggio nella civiltà. Più volte mi sono occupato di tali problemi e resto convinto che i beni culturali, pur favorendo (e in molti casi costruendo una politica di sviluppo) un raccordo tra economia e cultura necessità di una prospettiva che tenga insieme il fattore specialistico e l’intellettuale, l’uomo di cultura con la dialettica europea sulle culture. I beni culturali vanno affidati agli uomini che fanno cultura e che della cultura hanno una idea precisa che è quella del raccordare processo di ricerca e modelli economici, capacità di valorizzazione ed apertura a realtà altre rispetto ai soli addetti ai lavori. In una fase come la nostra ritorno a proporre una autonomia dei musei, delle aree archeologiche, dei monumenti dalla parte prettamente amministrativa. La managerialità si apre a visioni più complessive perché è la valorizzazione che offre un senso alla cultura.

    Una struttura come un castello o un’area archeologica o i musei (o ancora altri riferimenti definiti come patrimonio beni culturali) non sono degli elementi (o valori) aggiunti ad una comunità. Sono parte integrante di una comunità, la quale anche attraverso queste presenze continua a testimoniarsi nel quotidiano. E in virtù di questa storia depositata si potrebbe realizzare una progettualità in grado di avviare una rilettura organica dei territori, grazie a dei percorsi ad intreccio storico e non a delle mete monolitiche.

    Voglio dire che non possiamo più pensare di avviare progetti bloccati su percorsi storici definiti ma occorre ormai necessariamente una intelaiatura ad incastro. Ovvero occorre partire dalla Magna Grecia fino alla tarda età rinascimentale. Perché, in fondo, il Sud non ha raccontato una sola storia. Ha vissuto diverse storie le cui deposizioni storiche sono proprio la testimonianza dei beni culturali. Non si può avviare, per esempio, un progetto riferito solo ai percorsi della Magna Grecia oppure soltanto ai Castelli Normanni o ai Palazzi Rinascimentali.

    Se la storia, come sosteneva De Felice, non conosce parentesi la si deve studiare e presentare nella sua globalità. Si studia il territorio (e quindi non solamente una comunità: anzi si avvia il lavoro conoscendo la memoria di una comunità) grazie ad una consapevolezza di affiliazioni storiche. I modelli etnici, da me studiati attentamente, sono un fenomeno dell’etno - archeologia.

    Si è stati civiltà Magno Greca, prima di tutto, e lungo i tratturi o le rotte di queste genti si sono segnati i passi. I castelli, per fare un esempio, rappresentano un’epoca intermedia (mi riferisco alla realtà normanna e federiciana) rispetto alla vera struttura monumentale rinascimentale e barocca. Ma un territorio va risistemato nella sua complessità. Credo che occorrerebbe superare i progetti – confine. Non si può più prendere, nel campo dei beni culturali, un periodo della storia e analizzarlo. Questi sono modelli scolastici che andrebbero, nella traduzione di una lettura sul territorio, completamente superati. Anzi sono già superati.

    Un territorio conscio di conservare risorse storiche (archeologiche, monumentali ma anche antropologiche e linguistiche) deve essere visualizzato e interpretato in tutte quelle espressioni che hanno permesso di documentarsi con delle matrici identitarie. Se si pensa di focalizzare l’attenzione solo su una struttura, pur avviando un processo in sintonia con tutta una realtà territoriale, non considerando le diverse tappe che hanno formato una civiltà all’interno di una comunità, credo che sia ormai un dato errato.

    I percorsi normanni, svevi, barocchi e così via non si reggono storicamente e strutturalmente isolati da un contesto e da una temperie che vivono sul territorio. Bisogna operare in una visione di omogeneità. È intorno ad un progetto etico che si può ridefinire il ruolo dei beni culturali all’interno dei territori. Soprattutto nel Sud questa consapevolezza deve portare ad un nuovo modo di confrontarsi con la storia e con quel patrimonio che resta, comunque, radicamento di un popolo e di una civiltà. Nelle aree meridionali i beni culturali sono una risorsa e una vocazione. Sono quella ricchezza che si integra con i paesaggi (anch’essi beni culturali: mare e montagna), con la natura, con la geografia del territorio stesso.

    I territori sono i veri depositari dei testamenti delle epoche e delle civiltà. Focalizzare una tale questione significa, tra l’altro, definire un’idea portante di cultura all’interno di ciò che è stato un vissuto e che dovrà essere futuro attraverso gli strumenti dell’organizzazione, della progettualità, dei saperi. La comparazione tra archeologia ed etno – antropologia è fondamentale: si tratta di un solo esempio. I beni culturali sono reale prospettiva all’interno di quattro presupposti principali: liberalizzazione nella gestione dei musei, attenzione fondamentale al bene culturale non solo come dato di ricerca ma come elemento valorizzante di un territorio, maggiore dialogo tra cultura e politiche di investimento, interazione tra i vari campi degli studi.

    Bisogna fare in modo di recuperare il Mediterraneo delle etnie nelle archeologie. Questo è il punto, perché le etnie storiche hanno un senso nello sviluppo che i popoli hanno dichiarato lungo i secoli. Secoli che sono state e sono epoche.

    Il Mediterraneo è fatto di epoche e parla attraverso le epoche , ma le epoche sono una espressione di interpretazioni e di letture puramente etniche. Da questo punto di vista la chiave di lettura antropologica resta, nonostante le crisi religiose e ideologiche, il dato centrale per entrare tra le onde dei marti vissuto e decifrare una storia che, comunque, è sempre la nostra storia.

    Senza una valenza antropologica neppure la storia avrà senso.

    Il bene culturale è nella storia di un popolo

    Il bene culturale è nella storia di un popolo. Il patrimonio storico e identitario di una Nazione è nella sua materialità dei beni ma anche nella sua immaterialità. Il dibattito si apre a ventaglio: dalle lingue ai fenomeni antropologici, dalle archeologie alla musica dal vivo. C’è, comunque, una visione particolare tra la cultura di un popolo, ovvero i beni culturali, e le radici etniche. Beni culturali e minoranze linguistiche (etnico - storiche - antropologiche - archeologiche) è un rapporto che si manifesta attraverso elementi e modelli che vivono sul territorio. Il territorio è una espressione emblematica che è a sua volta espressione di conoscenza e di consapevolezza storica.

    Il fattore didattico chiama in causa una questione pedadogica e storica. E nel caso delle minoranze etnico - linguistiche occorre principalmente un raccordo che invita a leggere queste comunità non solo in un contesto folcloristico e antropologico ma anche profondamente articolato su questioni di rappresentanza storica le cui identità sono anche dati matetiali. I beni culturali come testimonianza materiale e immateriale.

    Nelle realtà minoritarie si coniugano grazie a dei processi che sono dentro l'invito alla conoscenza del territorio. La storia delle minoranze etnico – linguistiche è una storia che ha vissuto stagioni di grandi conflittualità e di confronti sul piano storico, ma anche di importanti fasi in cui il senso dell'identità viene ad essere assorbito come modello di ereditarismo nella consapevolezza anche di una nobiltà e dignità culturale.

    La cultura popolare e i codici dell’appartenenza (anche attraverso una analisi archeologica e antropologica delle presenze documentarie che incidono sul territori) è un elemento fondamentale perché grazie ad essa la storia si intreccia con il mito, con fattori etnici, con elementi archeologici e artistici, con la ricerca sul campo.

    Gli archetipi, che sono il vissuto ma anche la presenza delle etnie, si lasciano ascoltare come modello identitario in una dimensione nazionale. Proprio in virtù di cio stabilire un raccordo tra i processi educativi e i beni culturali presenti tra queste comunità costituisce una chiave di lettura fondamentale per capire di più la cultura dell'appartenenza.

    I beni culturali sono la memoria di un popolo e l'espressione di una civiltà ma sono anche la capacità di una progettualità che va inserita in un percorso di metodologie pedagogiche. Le identità sono appartenenza. La pedagogia dei beni culturali è una traduzione di storia che deve inevitabilmente passare attraverso i codici di una realtà che è valore educativo. La pedagogia del tempo nella storia attraverso le radici di una civiltà che è testimonianza di identità.

    Le culture di minoranza etnico – linguistica hanno un patrimonio identitario non solo ricco di storia. All’interno della loro storia ci sono espressioni di civiltà che tracciano un percorso esistenziale all’interno di un paesaggio che è soprattutto valoriale e simbolico. Valori e simboli costituiscono un raccordo fondamentale che vive nell’humus di una appartenenza che richiama codici (e si richiama a) che sono la testimonianza di profondi radicamenti.

    La presenza cosiddetta minoritaria (di culture minoritarie) nei nostri contesti territoriali rappresenta una di quelle ricchezze fondamentali che già di per sé va letta come un bene culturale ma non depositato e abbandonato nei registri della storia o addirittura musealizzato in quanto è la cerniera tra le identità che hanno definito un contesto territoriale e culturale e le valenze esistenziali, antropologiche e religiose che hanno attraverso geografie e quei processi vitali che hanno permesso di caratterizzare il tempo e la fisionomia di un territorio.

    Ma è pur vero che il territorio è sempre l’esperienza e il documento di una realtà che è stata ma che continua ad essere grazie ad una archeologia del sapere che non dimentica l’archeologia dell’anima. Anche le civiltà moderne sono intrecciate, nella loro struttura, dell’archeologia del sentire che lega il sapere e l’anima. Un territorio, come direbbe Maria Zambrano, che è e resta metafisico oltre i modelli che la prassi pone nella Ragione della geopolitica. Proprio in questo senso le minoranze storico - linguistiche sono la rappresentativa del bene culturale.

    Le culture nei beni culturali

    Le culture nei beni culturali sono le voci parlanti delle rovine e delle macerie del tempo che incontra la storia. Culture vissute nella materialità ma anche quelle considerate come immateriali.

    Le lingue, le tradizioni, la musica, il canti sono culture immateriali. Sono cifre di una civiltà dentro la materialità quali possono essere le archeologie le arti i monumenti il cartaceo negli archivi le biblioteche. Conserviamo ciò non solo attraverso una strategia sistematica di strutture di tutela ma anche attraverso una rappresentazione di codici di conoscenza che passano attraverso la educazione. In fondo i beni culturali, oltre agli aspetti inerenti le strategie economiche e le interpretazioni scientifiche, restano elementi per una concreta educazione comparata.

    Cosa sono i beni culturali in una società dei consumo? Spesso ci si interroga su una materia che si apre a ventaglio su problematiche che pongono in essere questioni di ordine sia istituzionale sia pedagogico sia economico. Ma un bene culturale è la manifestazione di un rapporto di tempi. La memoria con le sue radici che diventano identità. Il contemporaneo che filtra il presente attraverso la storia e le testimonianze.

    In un tale processo insistono due modelli interpretativi.

    Il primo. Quello della tutela e della conservazione di una tradizione che è tradizione di civiltà. Questo aspetto è strettamente legato ai codici di una visione pedagogica del bene culturale e quindi inserito In processo di difesa delle culture come educazione permanente.

    Il secondo. Quello inerente il legame bene culturale ed economia. Ovvero i beni culturali considerati come investimento sul territorio il cui risultato di mercato è il turismo. Il raccordo tra beni culturali e turismo è da leggersi nell'intreccio tra determinazione di valorizzazione e attrazione.

    Pensare a un bene culturale come modello di attrazione significa renderlo fruibile avendo come obiettivo l'immaginario che è il portatore di un turismo di attrazione sulle coordinate di una conoscenza della cultura.

    Comunque i beni culturali, da questo non si può prescindere, restano, nella storia dei processi culturali, memoria e identità. Una tradizione in una interpretazione che, fondamentalmente, si innerva in un mosaico pedagogico. Su questo versante resta fondamentale il passaggio triangolare tra beni culturali, processi pedagogici e educazione alle culture. Oltre la questione relativa al bene culturale nell'esercizio tra valorizzazione e turismo. I beni culturali sono formazione e le agenzie educativo su questo piano dovrebbero giocare un ruolo significativo.

    Proprio di questo discuteremo a Grottaglie il prossimo 7 aprile, Convento Paolotti, ore 18,30, in Convegno su : Beni culturali, processi pedagogici e educazione alle culture.

    I beni culturali sono una emergenza nella difesa dell'identità di una Nazione e diventano esigenza per un processo pedagogico nel diritto al rispetto della memoria. Diritto educativo e educazione alla conoscenza dei territori attraverso due principi fondamentali: la storia che si legge attraverso i simboli, il patrimonio che recupera il concetto forte di paternità di una eredità culturale.

    Certamente nel nostro tempo - provvisorio e precario non si può disconoscere la necessità di allargare i limiti del bene culturale a quell'esercizio dell'economia che ha come riferimento i mercati delle culture e il territorio come lettura di un immaginario che è dato dal turismo. Una scala di valori che comunque non può prescindere dalle culture come volontà alla formazione e alla conoscenza.

    Un atto che pone al centro sempre la capacità di considerare le culture come radicanti in un significato di sistemi che è dato dal bene culturale. I beni culturali esistono in quanto esistono le culture e queste sono lo spazio filosofico tra la storia e ciò che è di conservato nel tempo delle civiltà che sono diventate rovine.

    Beni culturali ed etnie. Un incontro tra i simboli del patrimonio storico

    Credo che sia necessario un costante dialogo tra l’idea del bene culturale e il valore che si dà oggi al concetto di etnia. Termine sul quale il discorso si potrebbe ampliare attraverso una serie di parametri storici e antropologici. Il territorio italiano, tutto nella sua complessità, presenta una mappa culturale e linguistica abbastanza articolata e penetrare una tale realtà significa cercare di dialogare con le identità, con le appartenenze e con le tradizioni.

    È proprio sulla Tradizione che si gioca una partita importante sul piano sia della cultura che su quello di un orizzonte di civiltà. Bisogna guardare con attenzione alle presenze minoritarie (linguistiche, etno – antropologiche) che convivono sui territori (mi riferisco chiaramente a quelle storiche) attraverso una griglia nella quale il bene culturale può costituire una chiave interpretativa fondamentale. Infatti percorrere il vissuto delle minoranze etnico – linguistiche in Italia attraverso i codici dei beni culturali significa, tra

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