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Misoginia
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E-book94 pagine1 ora

Misoginia

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Info su questo ebook

Sotto le montagne, a una svolta scura della strada, c’era questo alberghetto. Giusto odiava le comitive in gita e serviva in questi casi soltanto per equità verso la sorella. Perciò, inoltrandosi l’estate, si faceva sempre piu scontroso.
Una sera deserta di ottobre, il giovanotto si versò un bicchiere da una bottiglia ammezzata, abbassò la lampada e sedette, coi piedi sul tavolo, a scorrere un vecchio giornale. Gli mancava qualcuno dei suoi clienti consueti, per dar sugo a un’oretta. — Chiudi bene la porta, – disse la sorella, – se resti –. Poi s’incamminò senza voglia su dalla scala, sospirando.
LinguaItaliano
Data di uscita4 ott 2022
ISBN9791222017327
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    Anteprima del libro

    Misoginia - Cesare Pavese

    Cesare Pavese

    MISOGINIA

    libribianchi

    I.

    Sotto le montagne, a una svolta scura della strada, c’era questo alberghetto. Giusto odiava le comitive in gita e serviva in questi casi soltanto per equità verso la sorella. Perciò, inoltrandosi l’estate, si faceva sempre piu scontroso.

    Una sera deserta di ottobre, il giovanotto si versò un bicchiere da una bottiglia ammezzata, abbassò la lampada e sedette, coi piedi sul tavolo, a scorrere un vecchio giornale. Gli mancava qualcuno dei suoi clienti consueti, per dar sugo a un’oretta. — Chiudi bene la porta, – disse la sorella, – se resti –. Poi s’incamminò senza voglia su dalla scala, sospirando.

    Giusto rimase solo col vino e, fissando il giornale, pensò ai fatti suoi. Dietro il banco, lo scaffale dei liquori, in penombra, cigolava: forse era troppo vecchio o ci correva un topo. Da fuori non veniva che l’alito del buio per la finestra socchiusa, e nemmeno si sentiva sciaguattare il torrente, perché l’estate era finita e in fondo ai prati doveva ormai stagnarci la nebbia. Pure, tant’era la pace, si sarebbe detto di sentir rabbrividire l’erba o rotolare qualche pietra. Quando alla fine un grillo si mise a trillare, Giusto si riscosse sulla sedia e prese il bicchiere.

    «Stanca lei e stanco io. Lavora troppo? Si sposi e cosí lavorerà con ragione. Ma non la vuole nemmeno un carrettiere».

    Giusto si bagnava un’altra volta le labbra, quando uno scarpiccío nel cortile, e voci soffocate, lo fermarono. Si ricordò di aver trasentito poco prima vibrare in distanza una macchina e alzò gli occhi. Balenò un viso umano alla finestra, qualcuno disse «sí, sí» in fretta, e la porta si schiuse.

    Tenendosi per mano, sgusciarono dentro un giovanotto scarno e guardingo, tutto spalle, e una brunetta dai grossi occhi, stretta in un chiaro impermeabile. Tutti e due si arrestarono sulla soglia, fissando Giusto, in silenzio. La donna strascicava una valigia, e il giovanotto scarmigliato si toccava e ritoccava la fronte.

    Buona sera, – fece Giusto.

    Il giovanotto diede un guizzo e, senza venire avanti, chiese aggressivo se c’era benzina.

    E dov’è l’automobile? – disse Giusto.

    L’automobile aspettava sullo stradale. S’era fermata da sé. Bisognava far presto.

    Non ho benzina, – rispose Giusto pacato, sbirciando la donna.

    Il giovanotto allibí: Giusto lo vide serrare un attimo gli occhi. Apparve un viso esangue sotto la fronte ossuta. Quanto alla donna, s’accasciò sulla valigia, fissando il compagno come appesa a quel viso. — Non dir nulla, non diciamoci nulla, Renato, – sibilò precipitosa, a denti chiusi. – Di chi la colpa? Non fa nulla, non dir nulla. Dove andremo ora, Renato?

    Giusto rivolse gli occhi all’uomo e lo trovò che boccheggiava. Gli scappò da ghignare e chiese perché non passavano la notte nell’albergo.

    Non possiamo, – precipitò la donna, – e la macchina? Non possiamo star qui –. Giusto risentito borbottò che non erano poi i primi. – Ma la macchina? — La macchina andiamo a spingerla, io e il signore. È lontano? Di dove vengono? – Dopo molto confondersi e ribattere, ammisero tutti e due di esser diretti in Francia. — Benissimo. Domani mandiamo il primo che passa in bicicletta, a caricarsi un bidone in paese, e loro sono a posto e vanno dove vogliono, ma se nelle montagne restano a secco un’altra volta, piú nessuno li cava. — Non si può proprio andare adesso in paese? — Se ho detto no, perdio, dormono via quei del negozio. — Non ascoltarlo, Renato, non credergli, vuole soltanto farci fermare; andiamo via.

    Il giovane intanto s’era un po’ ripreso. Chiuse la porta e venne nel mezzo della stanza. Offrí il doppio della retta per la notte, se gli si diceva la verità vera. Si poteva trovar subito la benzina? Giusto fu per sputargli sui piedi, ma s’accorse che il poveretto avvampava; e anche la donna accovacciata, non gli staccava ora gli occhi di dosso, febbrilmente. Scosse il capo e chiamò Tosca. Poi si alzò in piedi e disse forte: — Fino a domani, niente benzina. Vogliamo andare a prender l’auto?

    Allora la donna, balzando, respinse col piede la valigia al muro e afferrò il braccio al compagno, supplicando di non lasciarla là, sola. — Qui c’è mia sorella, – disse Giusto. – Ora scende, – e finí il suo bicchiere.

    Per tutta la gita, tra il nero dei prati, Giusto non aprí bocca. Incontrata la macchina, accesero i fari e lentamente, pesantemente cominciarono a spingere. A qualche osservazione, che azzardò l’altro, Giusto non rispose, ma borbottò ch’era meglio essersi dimenticata, delle due, la ragazza.

    Di ritorno, palpitanti e accaldati, trovaron vuota la saletta. Il caschetto della donna giaceva in terra, presso la valigia, e Giusto lo raccolse. Si fece sotto la scala e sentí le due donne armeggiare di sopra. — Siamo noi, – vociò.

    Non rispondono, – disse un istante dopo, il giovane. Giusto lo rassicurò e gli chiese se adesso volevano andare a dormire.

    Dormire?

    Immagino, – fece Giusto spazientito. – Naturalmente, se la signorina permette.

    Poveretta, – disse l’altro, con una smorfia scarna. – Poveretta. No, non vado a dormire, – e si cacciò una mano nei capelli.

    Giusto venne a piccoli passi fino al banco e prese una bottiglia. Ne versò due bicchierini e invitò il giovane. — Cognac, – disse schioccando la lingua. L’altro bevve d’un fiato, ad occhi chiusi. Poi corse su per la scala.

    II.

    Giusto tornò a sedersi al tavolo, dove aveva gettato il giornale. Per un istante gli ronzarono le orecchie; poi tutto fu silenzio, rotto appena da qualche tonfo e scricchiolio di passi sul soffitto. «Un cane, ci vorrebbe in questo albergo, – pensava. – La gente va e viene, e nessuno ne sa nulla». In quel momento apparve Tosca, malgraziosa e preoccupata.

    Si è buttata sul letto, – disse.

    Lui no?

    Lui è in piedi, che le liscia la mano e guarda per terra.

    Sposati non sono, non ha la fede. Pure non sembrano ragazzi via da casa.

    Lei ha almeno trent’anni; sarà sua sorella.

    Giusto fece un sorriso di scherno. — Se hanno paura l’uno dell’altra. Lui non osava nemmeno salire. E non si gira di notte, dimenticandosi la benzina, con una sorella cosí nervosa.

    Non hanno cenato, – disse Tosca.

    Lo immaginavo. E non hanno nemmeno coperte per passare la montagna.

    Zitto.

    Comparve il giovane. Con quella faccia pallida nell’andito della scala, pareva un malato su dal letto.

    Occorre qualcosa?

    Quello venne avanti esitando: — La valigia, dov’è la valigia?

    Giusto si alzò. — Nessuno l’ha presa –. Andò alla porta, piegandosi. Il giovane corse innanzi: — Faccio io. Faccio io.

    Ma no, – disse Giusto. – Tocca a me. Lei piuttosto deve riempire il registro. Tosca, il registro.

    S’incamminò per la scala. L’altro gli venne alle spalle e gli tolse di mano il carico. – Sentite. La signora sta male. Potete darci del latte?

    Tosca portò su il latte, agitata.

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