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Perturbante postmoderno: Immagini inquietanti nella comunicazione e nell'arte del XXI secolo
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Perturbante postmoderno: Immagini inquietanti nella comunicazione e nell'arte del XXI secolo
E-book125 pagine1 ora

Perturbante postmoderno: Immagini inquietanti nella comunicazione e nell'arte del XXI secolo

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Info su questo ebook

«Perturbante» (Unheimlich) è ciò che sarebbe dovuto restare nascosto e che si palesa improvvisamente, lacerando il velo della familiarità. Si tratta di una dinamica espressiva tipica della nostra contemporaneità, segnata dalla radicalizzazione del postmodernismo per mano della web society e che riguarda l'esteriorizzazione delle tendenze di attrazione, perverse e oscene, che rifiutano qualsiasi argine immaginifico per palesarsi direttamente nella visione. Come è stato contaminato l'immaginario commerciale da questa nuova logica espressiva? Cosa si intende per uncanny valley? E che funzione ha l'arte all'interno di questi nuovi circuiti di senso?
LinguaItaliano
EditoreRogas
Data di uscita20 ott 2022
ISBN9791221394030
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    Anteprima del libro

    Perturbante postmoderno - Alessandro Alfieri

    Introduzione - Trovarsi dopo il post

    Nel dibattito culturale, sociologico e filosofico degli ultimi decenni, troviamo un’infinità di terminologie che, originandosi nel « postmoderno » , approdano nel «post-tutto» (post-internet, post-verità, post-politica…); altrettanto spesso troviamo inediti suffissi adottati con l’ambizione di proporre formule alternative di comprensione della contemporaneità (sur-, iper-, postpost-). Tuttavia, per comprendere i principi che regolano la web culture e l’immaginario attuale, è proprio al postmoderno che dovremmo tornare – coscienti dell’ossimoro che generiamo alludendo a un «ritorno al post». Anche perché, cosa c’è di più efficace e attuale del termine «post», che da un lato allude al «dopo» ma dall’altro ci àncora al presente perché fa riferimento a una delle modalità più diffuse di comunicazione digitale, ovvero i post che riempiono le bacheche dei social network?

    Molti elementi sociali, come l’omogeneità della scolarizzazione, il contatto quotidiano con le tecnologie e l’aver assistito in prima persona alla rapidissima evoluzione di media sempre più pervasivi (con tutte le implicazioni esistenziali che ciò ha comportato) hanno posto le condizioni per cui, più delle precedenti, la cultura postmoderna potesse essere definita una meta-cultura, ovvero una cultura che ha consapevolezza di se stessa. Il titolo del presente volume è un ossimoro, una contraddizione concettuale che non deve essere tanto sbrogliata, quanto adottata per generare corto-circuiti teorici in grado di dirci qualcosa della nostra contemporaneità. D’altronde, postmoderno spesso è stato assunto come sinonimo di edonismo esagitato, estetismo schizofrenico, esuberanza percettiva e stimolazione nervosa perpetua, mentre il perturbante funziona solo in chiave dialettica con ciò che originandosi dalla spontaneità e dalla naturalezza, si manifesta improvvisamente in maniera scioccante, interrompendo proprio l’adesione alla familiarità. Parlare di un postmoderno perturbante significa perciò andare già al di là del «postmoderno», perché è un postmoderno assorbito pienamente, la cui caratterizzazione estetica, culturale, sociale è ormai da dare per acquisita. È un’indicazione non tanto di natura temporale e cronologica, quanto piuttosto di natura concettuale: siamo nella condizione di ragionare sul postmoderno, di guardarlo e di comprenderlo in termini critici. Pensiamo allo stesso linguaggio del web e alla sua estetica: essi non hanno più, come vent’anni fa, le ambizioni di stupire, sconvolgere la percezione, tendere all’attrazione sensazionale, ma l’esatto contrario; dato per acquisito il fascino della novità, a risultare efficace è oggi il funzionale, ovvero la forma in grado di celare il funzionamento tecnico stesso. Se questo è vero per il flusso comunicazionale, interrompere quel flusso o feed è invece prerogativa dell’arte, ma oggi paradossalmente tale interruzione riguarda anche le strategie di seduzione della cultura di massa, che invece di appiattirsi sull’abitudine sonda e indaga gli ambienti della sperimentazione creativa per soluzioni sempre più audaci e suggestive.

    Insomma, il perturbante postmoderno è qualcosa che viene dopo il postmoderno fruito immediatamente, contempla un distacco che è al contempo la ragione della sua essenza ed energia, perché il perturbante postmoderno presuppone che lo stesso postmoderno ormai si sia fatto «familiare» e ovvio. Interrompere l’ovvietà diventa allora l’obiettivo sia dei linguaggi seduttivi della pubblicità, ma anche il dovere degli artisti di ultima generazione. Interrompere l’attrazione, proprio per generare un nuovo shock che si distingua dallo shock perpetuo postmoderno che è assimilato, elaborato, canonizzato. D’altronde, l’ossimoro di «perturbante postmoderno» gioca anche sull’ambiguità semantica di entrambi i termini: quale dei due è il sostantivo e quale l’aggettivo? Si tratta di un postmoderno che si è fatto perturbante perché ha innestato sul piano espressivo e sul piano concettuale la dialettica di Heimlich/Unheimlich (familiare/non-familiare), oppure di un perturbante che ha riconfigurato le sue funzioni alla luce dell’estetica e della cultura postmoderne? E in fondo, non potrebbe essere la stessa cosa?

    Nella concezione di Jean Baudrillard e Fredric Jameson di «postmoderno», la «vaporizzazione» del referente, cioè del mondo esterno e con esso della tradizionale e moderna idea di significazione, determina una dimensione di autoreferenzialità che riflette un’epoca acritica, dove a dominare è la categoria dello spazio e dello slittamento perpetuo del senso piuttosto che quella del tempo, e con essa quella della memoria e della progettazione del futuro [1] . Sembra in effetti possibile rintracciare fin da qui i fondamenti concettuali del funzionamento della rete, tanto che la costituzione di un inedito regime di realtà, un’iperrealtà fittizia favorita dagli strumenti della tecnologia, è un fenomeno che coinvolge il mondo della comunicazione tanto quanto (e forse in misura persino maggiore) il mondo delle produzioni artistiche ed estetiche. Dal momento che «secondo la teoria postmoderna tutti i segni hanno acquisito la propria autonomia e hanno rapporti tra loro e non più con noi o con il mondo» e «i nostri segni non hanno più bisogno di noi, la circolarità è diventata perfetta» [2] , tale circolarità tautologica diventa la descrizione esatta del funzionamento delle echo chambers e dell’ipertesto del web, dove il continuo slittamento dei link implica ad esempio il rafforzamento delle proprie convinzioni e l’esclusione di qualsiasi «dissonanza cognitiva» nonché di qualsiasi autentica alterità ed effettivo «impatto alla realtà»: «elimina la lontananza a favore dell’assenza di distanza» [3] .

    Il postmoderno emerge come periodizzazione storica all’i­nizio degli anni Settanta, ma ancora oggi genera non pochi equivoci circa le sue stesse caratteristiche e ragioni, compresa la sua stessa denominazione. Se alcuni ne sottolineano le specificità culturali, altri si concentrano sulle trasformazioni economiche, sui cambiamenti nell’organizzazione imprenditoriale e finanziaria, riferendosi alla globalizzazione e al tardo-capitalismo multinazionale [4] . È evidente fin da qui quanto gli stessi linguaggi promozionali, le forme di comunicazione, l’informazione, l’arte e gli audiovisivi abbiano avuto l’esigenza di rinnovarsi in base a tali mutamenti, soprattutto in relazione alla diffusione di internet: in altre parole, seppure la diffusione dell’attuale medium di riferimento, ovvero internet, nonché la Rete come matrice culturale, appartengano a una fase storica successiva rispetto alla periodizzazione classica che viene sancita a proposito di postmodernismo, proprio il web esprime al meglio alcune delle caratterizzazioni proprio del postmoderno. Come afferma Lev Manovich mettendo in chiaro il fattore di continuità nell’e­voluzione tecnologica:

    Avendo vissuto nel XX secolo, abbiamo imparato fin troppo bene cosa significa «rompere con il passato», «costruire da zero», «rifare ex novo» e altre affermazioni di questo genere, che coinvolgono dei sistemi estetici, morali e sociali. L’affermazione secondo cui i nuovi media dovrebbero essere totalmente nuovi è solo una delle tante. [5]

    D’altronde lo stesso postmodernismo si caratterizza, nel suo rapporto con la modernità, attraverso un paradosso irrisolvibile: «il postmoderno è al contempo sia il moderno nella sua massima estensione, sia il fallimento del sogno moderno di trasparenza» [6] . Questo significa che le opportunità di emancipazione garantite dalla cultura contemporanea, compresi i nuovi media, sono nel medesimo istante le ragioni dell’asservimento collettivo imposto dal nuovo capitalismo della sorveglianza [7] , un nuovo ordine sociale che raggiunge dimensioni persino trascendentali e mistico-religiose [8] . Nel seguente schema, troviamo riassunta la posizione speculativa di Jameson proprio in merito al confronto e al paragone tra modernismo e postmodernismo:

    immagine 1

    Generare stimolazioni sensoriali significa suscitare emozioni; all’approccio intellettualistico che implica comprensione concettuale e perciò costruzione storica e temporale, risalita della catena di cause ed effetti nonché smascheramento del feticismo delle merci, il postmodernismo sostituisce la pura sensazione del presente, sganciata da valutazioni immediatamente ideologiche. L’ emotional advertising, nonché lo scrolling del linguaggio del web, si basano sul principio dello shock non più come categoria in grado di sovvertire la coscienza individuale o collettiva, ma su uno shock perpetuo al servizio delle dinamiche mercantili, strumentazioni seduttive che spesso non sono più in grado di generare autentico godimento.

    La funzione dei linguaggi massmediali costituisce forse il più importante degli elementi di complessità della realtà postmoderna. Se, da una parte, il progresso tecnologico ha raggiunto oggi uno sviluppo significativo, tale da determinare l’ingresso della società in una nuova fase della cultura, dall’altra, paradossalmente, l’uomo che si relaziona quotidianamente ai media (intesi come protesi ed estensioni del corpo umano) sembra essere regredito, nell’ordine delle sue priorità, a quella

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