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Claudia e Maria
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E-book382 pagine5 ore

Claudia e Maria

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Info su questo ebook

Dick Velafa è un uomo valoroso, difensore dei valori fondanti della nostra società: uguaglianza, giustizia, legalità, lealtà e libertà. È anche un maestro di kung fu in un’epoca in cui le arti marziali non erano certo diffuse dalle nostre parti. E nemmeno l’intelligenza e l’ingegno fanno difetto al nostro eroe.
Dick, in un mondo ancora tutto al maschile, insegna alle sue nipotine, Claudia e Maria, il kung fu e l’arte di difendersi, mai di attaccare. E si uniranno anche altre donne che fanno parte dell’entourage della famiglia Velafa. Quotidianamente questo anomalo gruppo di donne si ritrova e impara molto bene a combattere. Ma indubbiamente le più brave sono Claudia e Maria, il cui coraggio e intraprendenza saranno fondamentali e risolutivi in più occasioni, anche in questioni di vita o morte.  Intorno a Dick, Claudia e Maria una famiglia e una comunità variegata di personaggi che completano un racconto di cappa e spada, in cui si lotta per la vita e per i valori senza i quali perdiamo la nostra umanità.

Donato Favale è nato a Latronico (Pz) il 29 Novembre 1961. Primo di quattro figli, si è diplomato perito industriale meccanico nel 1981. Nel 1989 si trasferisce a Sassuolo ( Mo) dove attualmente vive e lavora in una grande azienda del settore ceramico. È un latronichese DOC, infatti pur vivendo da ormai 33 anni a Sassuolo, rifugge l’espressione “originario di”.  Torna spesso e con piacere a Latronico dove peraltro vivono i suoi affetti più cari. Dal 1997 pratica il WU SHU tradizionale (Kung fu) del quale dal 2017 è diventato maestro cintura nera di quarto duan. Dal 2016 con le sue nipotine si diverte a scrivere storie natalizie che son finite poi nel dimenticatoio. Nel 2019 hanno cominciato quella che sarebbe dovuta finire in modo analogo, ma che poi invece, complice il Lockdown, è diventata: Claudia e Maria, la caduta di Ailati e la fuga da Ocinortal.
 
LinguaItaliano
Data di uscita31 mag 2022
ISBN9788830664746
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    Anteprima del libro

    Claudia e Maria - Donato Favale

    Nuove Voci

    Prefazione di Barbara Alberti

    Il prof. Robin Ian Dunbar, antropologo inglese, si è scomodato a fare una ricerca su quanti amici possa davvero contare un essere umano. Il numero è risultato molto molto limitato. Ma il professore ha dimenticato i libri, limitati solo dalla durata della vita umana.

    È lui l’unico amante, il libro. L’unico confidente che non tradisce, né abbandona. Mi disse un amico, lettore instancabile: Avrò tutte le vite che riuscirò a leggere. Sarò tutti i personaggi che vorrò essere.

    Il libro offre due beni contrastanti, che in esso si fondono: ci trovi te stesso e insieme una tregua dall’identità. Meglio di tutti l’ha detto Emily Dickinson nei suoi versi più famosi

    Non esiste un vascello come un libro

    per portarci in terre lontane

    né corsieri come una pagina

    di poesia che s’impenna.

    Questa traversata la può fare anche un povero,

    tanto è frugale il carro dell’anima

    (Trad. Ginevra Bompiani).

    A volte, in preda a sentimenti non condivisi ti chiedi se sei pazzo, trovi futili e colpevoli le tue visioni che non assurgono alla dignità di fatto, e non osi confessarle a nessuno, tanto ti sembrano assurde.

    Ma un giorno puoi ritrovarle in un romanzo. Qualcun altro si è confessato per te, magari in un tempo lontano. Solo, a tu per tu con la pagina, hai il diritto di essere totale. Il libro è il più soave grimaldello per entrare nella realtà. È la traduzione di un sogno.

    Ai miei tempi, da adolescenti eravamo costretti a leggere di nascosto, per la maggior parte i libri di casa erano severamente vietati ai ragazzi. Shakespeare per primo, perfino Fogazzaro era sospetto, Ovidio poi da punizione corporale. Erano permessi solo Collodi, Lo Struwwelpeter, il London canino e le vite dei santi.

    Una vigilia di Natale mio cugino fu beccato in soffitta, rintanato a leggere in segreto il più proibito fra i proibiti, L’amante di lady Chatterley. Con ignominia fu escluso dai regali e dal cenone. Lo incontrai in corridoio per nulla mortificato, anzi tutto spavaldo, e un po’ più grosso del solito. Aprì la giacca, dentro aveva nascosto i 4 volumi di Guerra e pace, e mi disse: Che me ne frega, a me del cenone. Io, quest’anno, faccio il Natale dai Rostov.

    Sono amici pazienti, i libri, ci aspettano in piedi, di schiena negli scaffali tutta la vita, sono capaci di aspettare all’infinito che tu li prenda in mano. Ognuno di noi ama i suoi scrittori come parenti, ma anche alcuni traduttori, o autori di prefazioni che ci iniziano al mistero di un’altra lingua, di un altro mondo.

    Certe voci ci definiscono quanto quelle con cui parliamo ogni giorno, se non di più. E non ci bastano mai. Quando se ne aggiungono altre è un dono inatteso da non lasciarsi sfuggire.

    Questo è l’animo col quale Albatros ci offre la sua collana Nuove voci, una selezione di nuovi autori italiani, punto di riferimento per il lettore navigante, un braccio legato all’albero maestro per via delle sirene, l’altro sopra gli occhi a godersi la vastità dell’orizzonte. L’editore, che è l’artefice del viaggio, vi propone la collana di scrittori emergenti più premiata dell’editoria italiana. E se non credete ai premi potete credere ai lettori, grazie ai quali la collana è fra le più vendute. Nel mare delle parole scritte per esser lette, ci incontreremo di nuovo con altri ricordi, altre rotte. Altre voci, altre stanze.

    Introduzione: Ocinortal capitale di Ailati

    La caduta di Ailati e la fuga dia Ocinortal

    Questo è un romanzo di pura fantasia, ideato da me e dalle mie nipotine: Carole e Mia Ielpo e dedicato a loro, a Vincenzo che è sempre nei nostri cuori e a tutta la nostra famiglia.

    Si va a collocare, come periodo storico, agli inizi del 1700, quando ancora non esisteva il concetto di Stato Italiano e lo stivale era suddiviso in tanti piccoli stati. Uno di questi (Ailati con capitale Ocinortal, mai esistito) è partorito dalla nostra fantasia. Ailati e Ocinortal vanno a situarsi nel luogo dove esistono, geograficamente e fisicamente, la regione Basilicata e il paese di Latronico, che hanno dato i natali a noi e alle nostre famiglie. Tutti i personaggi, i luoghi e le vicende narrate relative ad Ailati e Ocinortal sono di pura fantasia, per quanto riguarda, invece, la descrizione delle tecniche di combattimento e di difesa riferite al WU SHU (Kung Fu) e alla filosofia che ne deriva, sono tecniche di filosofia reali, chi le ha descritte, pratica e insegna tale ARTE MARZIALE. Corrispondono al vero anche citazioni e informazioni storiche.

    Primo capitolo: Ocinortal capitale di Ailati

    Tanti, ma tanti anni fa, in un paese lontano lontano, di nome Ocinortal, c’era il palazzo dove dimoravano il re e la regina che regnavano sull’intera nazione. Questa, era la nazione chiamata e conosciuta da tutti gli altri popoli, con il nome di Ailati, che non era una nazione molto grande, però era conosciuta e rispettata da tutti, perché era da sempre governata da sovrani molto saggi, che avevano molto a cuore il bene dei propri sudditi. Questi ultimi, erano persone molto laboriose e ricche di inventiva, nonché con una spiccata vena artistica. Tutte le opere create dagli artigiani di Ailati, erano infatti, molto apprezzate nel resto del mondo. Non c’erano solo artigiani comuni ad Ailati, ma anche pittori, poeti e scultori, ed essendo, poi, una nazione baciata dal sole, c’erano anche molti frutteti, uliveti e vigneti, anche l’agricoltura era fiorente: i contadini, infatti, ivi coltivavano, grano, orzo e ortaggi di tutti i tipi. Non mancavano gli allevamenti, quali quelli di suini, ovini, caprini, bovini e pollami, di conseguenza anche la trasformazione di questi animali, una volta macellati e la conservazione degli alimenti quali salsicce, soppressate, capicolli, prosciutti, pancette, guanciali e formaggi, era in tutto il regno lavorata con molta attenzione.

    Anche i maestri pasticcieri non mancavano ad Ailati e a corte c’erano dei pasticcieri che, con le loro leccornie, deliziavano tutta Ocinortal e il regno.

    Da sempre i sovrani usavano dare dei banchetti nelle feste più solenni, ai quali erano invitati tutti gli abitanti di Ocinortal. I banchetti per la popolazione si tenevano lungo le strade del paese (era ovviamente impensabile che il popolo fosse invitato a palazzo), per questo motivo Natale (pur essendo la festività più solenne) e Capodanno ne erano escluse. Ovviamente, i sovrani pensavano anche a chi per ragioni di distanza non poteva raggiungere Ocinortal, perché abitava negli altri paesi e città del regno, che erano governati per loro conto dai nobili di Ailati. Davano quindi ai tavernieri della nazione, l’ordine di cucinare tutte le leccornie che si sarebbero cucinate ad Ocinortal, idem facevano con i pasticcieri.

    L’unica cosa che ad Ailati si produceva poco era il cacao, che, come risaputo, venne portato in Europa dai conquistadores e iniziò il suo grande viaggio per tutta l’Europa, partendo dalla Spagna e cominciando così il suo cammino per l’Europa, passando dalla corte dei Medici e da tutto lo stivale, per l’Inghilterra quasi in contemporanea con caffè e tè e, per la Francia, soprattutto nel periodo in cui il re Luigi XIV e l’infanta di Spagna, Maria Teresa si sposarono. Grazie a queste nozze, la bevanda fu introdotta ufficialmente in Francia e si diffuse fra tutte le classi sociali del continente. Ailati era una terra bagnata dal mar Tirreno, dal mar Ionio e andava a congiungersi a sud con l’attuale Calabria, quindi anche la pesca era un’attività molto praticata e il pesce era un altro alimento di cui i suoi abitanti erano ghiotti a tal punto che avevano imparato a cucinarlo in tutti i modi. Però il piatto base, quello principale era (come del resto oggi in tutta Italia) la pasta, arrivata qui, come in tutto il resto dello stivale dalla Trinacria araba, grazie agli scambi commerciali che c’erano via mare tra Ailati e le altre popolazioni.

    L’unico popolo che ne era stato nemico era stato quello Barbaro, ai tempi del Sacro Romano Impero. Essa, pur facendo parte del Sacro Romano Impero, era comunque sempre stata lasciata libera dai romani i quali, anzi, l’avevano aiutata quando era stata attaccata dai Barbari. I romani, infatti, la consideravano una sorta di loro provincia e più di una volta, tanto i consoli quanto i patrizi romani, erano andati a villeggiare tanto ad Ocinortal, che era situato in montagna, quanto nelle altre località marine, che si affacciavano tutte sullo Ionio, eccezion fatta per Marina di Tea che si affacciava sul Tirreno. Ailati non era mai stata una facile preda per i Barbari, né quando Roma fu messa a ferro e fuoco dai cartaginesi di Annibale, né quando vi fu il sacco di Roma il 18 luglio del 387 a.C. da parte dei Galli Senoni guidati da Brenno e ricordata come: CLADES GALLICA. Ovverosia: SCONFITTA GALLICA.

    Dopo la Caduta del Sacro Romano Impero d’Occidente, 476 d.C. e l’inizio del medioevo, Ailati e i suoi abitanti tornarono veramente liberi, seppur con tutte le discriminanti e criticità che portò con sé questo millennio. Alla fine del medioevo e dopo la scoperta dell’America (1492), con l’avvento dell’età moderna, i sovrani di Ailati furono più lungimiranti e cominciarono a trattare il loro popolo con più amore, almeno fino ai giorni di questa favola.

    Capitolo secondo: Un re e una regina che volevano tanto un figlio

    Ocinortal, come abbiamo detto, era sede della residenza dei sovrani di Ailati, che vivevano nel palazzo castello (ma noi parleremo sempre di palazzo reale), che era situato nel punto più alto (come, peraltro, era consuetudine a quei tempi, per far sì che fosse difficilmente attaccabile e facilmente difendibile) di Ocinortal. Nel palazzo, oltre ai sovrani e alla regina madre, vivevano la sorella del re, il fratello della regina e, oltre a loro, qui viveva anche tutta la corte formata da duchi, conti, marchesi, baroni, soldati e cortigiani, tra cui servitori vari come maggiordomi, cuochi, pasticcieri, lavandaie, addette alla pulizia, ancelle, paggi, valletti, cocchieri e stallieri, nonché le dame di compagnia della regina. Insomma, al palazzo reale vivevano tutte le categorie (a parte i nobili che, come si sa, hanno sempre contato molto e prodotto zero) di lavoratori, tranne contadini e giardinieri (questi ultimi si recavano, infatti, giornalmente a palazzo per la cura dei giardini), mugnai e panettieri, anche questi ultimi, vi si recavano ogni giorno per portare il pane fresco e ritirare quello raffermo, avanzato del giorno precedente. Qualora ne fosse rimasto, veniva distribuito equamente fra le classi meno abbienti di Ocinortal o a chi proveniente, per qualsiasi motivo, da altre zone del regno, ne faceva richiesta. La regina si chiamava Margherita ed era una donna splendida: alta, mora di capelli, occhi azzurri, un viso bellissimo e dolcissimo, un corpo sinuoso. Quando camminava si muoveva con un’eleganza e una leggiadria senza pari. Sembrava di vedere in lei l’eleganza nei movimenti di un cigno, com’era anche affettuosamente soprannominata dai sudditi, grazie anche ad un altro particolare del suo corpo: un collo fine e lungo. Oltre a queste bellezze esteriori, ne aveva una non troppo comune fra i sovrani e i nobili in generale: una bontà d’animo senza pari.

    Il re si chiamava Leone, anche lui era molto bello, alto, biondo, occhi azzurro mare, aveva un fisico imponente che faceva onore al suo nome e in più era molto forte. Anche lui, come la sua dolce metà, aveva il raro dono della bontà. Tanto Leone, quanto Margherita erano talmente buoni che non riuscivano a vedere nessuna malignità negli altri: parenti, nobili o popolani che fossero. La sorella del re si chiamava Morgana e il fratello della regina si chiamava Morgan. Questi due erano l’esatto contrario dei due sovrani, non che fossero brutti, anche se non erano da paragonare a Leone e Margherita, ma erano sempre accigliati, con il viso torvo, cose che derivavano dalla loro particolare cattiveria. Bastava un nonnulla perché decidessero di punire con frustate chiunque del popolo avesse commesso, secondo i due, un minimo errore. Loro due erano molto legati, perché molto innamorati, ma a rendere molto più forte il sentimento che li univa, era l’invidia che nutrivano nei confronti di Leone e Margherita. I due sovrani erano sposati da un po’ di tempo e desideravano ardentemente avere un figlio ma, per quanto ci provassero, questo benedetto erede non arrivava. Loro che erano dei sovrani e che lo erano (come si diceva a quei tempi) per volere di Dio, pregavano affinché tale evento si verificasse. Ma siccome questo tardava ad accadere, un giorno mentre la regina era nella stanza degli ozi, insieme alle nobildonne (mogli dei nobili che dimoravano abitualmente a corte), sue amiche e alle ragazze dame di compagnia, una delle nobildonne disse:

    «Maestà, perché non vi rivolgete alla vostra fata madrina? La fata Beatrice potrebbe farvi una pozione affinché, bevendola, voi possiate rimanere incinta, ne potrebbe fare una anche per il re...»

    Ma la regina non la lasciò terminare e, interrompendola disse:

    «Contessa Luisa Ferro, siete forse impazzita? Se dicessi al re che potrebbe essere sterile, come pensate che reagirebbe? E il resto della corte? Come pensate che reagirebbero tutti gli altri nobili del regno? Ve lo dico io, da tutti i palazzi del regno e anche dal vostro palazzo, tutti insieme chiederebbero al re di abdicare e metterebbero sul trono Morgan che non ha né la forza, né le qualità morali del re mio marito, sarebbe per Ocinortal e per Ailati tutta, una vera e propria sventura».

    La regina Margherita aveva cominciato a capire qual era la vera natura di Morgan, ma confidava sempre in Morgana, che con lei si dimostrava sempre affettuosa e sperava (ahi lei) che ella potesse correggere il carattere di suo fratello Morgan, ma ancora non sapeva che quei due erano fatti l’uno per l’altra e non sapeva che lo avrebbe scoperto prima di quanto lei stessa avrebbe mai osato immaginare. A quel punto la contessa Ferro tentò (in virtù dell’amicizia che le legava) una replica, dicendo:

    «Ma…vostra maestà, il principe Morgan è vostro fratello e non può...»

    «Non può cosa?» – La interruppe di nuovo Margherita - «Voi volete forse dire che non può essere re, visto che è mio fratello e non del re?»

    «Esatto» –rispose la contessa.

    Allora la regina sorridendo le disse:

    «Vedete contessa Luisa Ferro, mia cara amica, come voi sapete, il re mio marito non ha parenti, né maschi né donne, l’unica sua parente è la principessa Morgana, sua sorella. Sapete con chi è fidanzata Morgana?»

    «Sì, - rispose la contessa - con vostro fratello».

    «Ed allora quanto pensate che impiegherebbero tutti...i vostri mariti compresi - disse rivolgendosi a tutte - a chieder loro di sposarsi? Vedete che allora verrebbe offerto il trono a Morgana e a Morgan». Poi aggiunse: «La mia fata madrina è una donna buona, ma noi vogliamo che nostro figlio nasca per volere di Dio e non per strani artifici. Abbiamo interpellato già tutti i medici del regno che hanno sentenziato che tutto è a posto e che prima o poi questo bimbo nascerà...forse anche prima di quanto noi crediamo».

    La contessa, a quel punto, un po’ risentita dall’esser stata ripresa dalla regina, davanti a tutte le altre nobili amiche e alle dame di compagnia, disse:

    «Maestà, se permettete mi ritirerei, oggi ho un particolare mal di testa che mi fa connettere poco, andrei perciò a stendermi in attesa che si faccia l’ora di cena». La regina comprendendo l’umore della contessa Ferro, con un sorriso sincero (come solo lei sapeva fare) che al sol guardarlo faceva allargare il cuore, accompagnato da un impercettibile cenno della testa, disse con voce suadente:

    «Andate pure, mia cara amica, anzi – aggiunse - portate con voi una mia dama di compagnia». Poi rivolgendosi ad una delle ragazze che stavano sedute in disparte (le dame di compagnia della regina non potevano partecipare alle chiacchierate con lei e le altre nobildonne, ma stavano lì in attesa di soddisfare qualsiasi esigenza la regina avesse avuto) disse: «Anna (era Anna la sua dama di compagnia preferita fra tutte in quel momento), vai con la contessa Ferro e aiutala in tutte le sue esigenze». La ragazza si alzò in piedi e inchinandosi disse:

    «Subito, maestà». La contessa, sapendo che quello di offrirle Anna era un modo per la regina di toglierla dall’imbarazzo, disse:

    «Grazie, mille volte grazie, mia dolce maestà». Facendo, poi, una riverenza abbandonò la stanza, insieme ad Anna.

    La contessa era una giovane e bella donna con splendidi capelli neri, molto lunghi, con i quali amava farsi due trecce, che poi raccoglieva a chignon (comunemente chiamato ad Ocinortal tuppo), due grandi e splendidi occhi neri, un seno prosperoso (oggi potremmo definirlo una quarta), un corpicino sinuoso, non molto alta, circa 1,65. Sul tuppo (chignon) usava mettere un elegante fermacapelli d’oro che cambiava tutti i giorni. Sulla guancia destra aveva un piccolissimo neo che le dava un ulteriore tocco di bellezza. Lei era coetanea della regina e le voleva molto bene, mai al mondo l’avrebbe tradita, si sarebbe fatta uccidere pur di non nuocerle. Il suo cognome da nubile era Sasso, Ferro era invece il cognome di suo marito, il conte Antonio, di molti anni più grande (circa venti), al quale lei era molto legata, a cui voleva molto bene, e gli era molto ma molto fedele e di cui era estremamente gelosa. L’aveva sposato perché, come è risaputo, in tempi antichi queste differenze di età fra marito e moglie erano molto frequenti. Lei, sebbene non di bassa estrazione sociale (suo padre era un notaio, figlio di notaio, la famiglia aveva cominciato ad esercitare la professione sin dagli albori: 1219), non era una nobildonna ed era stato il matrimonio a renderla tale, elevandola al rango di contessa. Non che si fosse sposata per questo.

    Il conte Antonio Ferro era ancora un bell’uomo: forte, alto, colto, intelligente e al pari dei sovrani, era molto buono (come peraltro anche tutti gli altri nobili che dimoravano abitualmente a corte, eccezion fatta per i due consanguinei dei sovrani) ed era un eccellente spadaccino, tanto che negli allenamenti, che si tenevano tutti i giorni a corte, solo il re riusciva a batterlo, ma sempre dovendo sudare le proverbiali sette camicie. Era anche lui molto devoto al re, che aveva visto nascere, da sempre aveva dimorato a corte e aveva aiutato il padre del re, il re Serkan, a difendere i confini di Ailati e la corona, qualora se n’era presentato il bisogno. Ora era consigliere del re, faceva parte del consiglio di stato (del quale era primo ministro), insieme ai duchi Ercole Battista ed Egidio Mosca, al marchese Carlo Manga, al conte Pietro Troglia, ai visconti Giovanni Ischi e Giuseppe Merri. Facevano poi parte del consiglio alcuni baroni che dalle baronie di Ailati loro assegnate, si recavano al palazzo reale di Ocinortal puntualmente ogni mese, o comunque ogni volta che se ne fosse presentata l’urgenza, per assistere al consiglio. In più a sedere alla destra del re c’era suo cognato: il principe Morgan, il quale era pieno di livore nei confronti del conte Antonio Ferro a causa della carica che gli era stata assegnata in seno al consiglio: Primo ministro e consigliere personale del re. Livore che non avevano, invece, i duchi Battista e Mosca e il marchese Manga che, pur essendo di più alto rango nobiliare rispetto al conte Ferro, ne riconoscevano la saggezza, l’arguzia e l’intelligenza, poi sapevano benissimo che anche loro erano tenuti in grande considerazione da parte del re. Tutti questi nobili erano sposati, eccezion fatta per Morgan che, come abbiamo appreso prima, era fidanzato con la principessa Morgana, sorella del re. Del conte Ferro sappiamo chi era la moglie, mentre i duchi Battista e Mosca, erano sposati con le duchesse Giovanna Cupo e Teresa Crea, il marchese Manga con una bellezza greca, la marchesa Lucia di Rodi, il conte Troglia con la contessa Carla Guardio, i visconti Ischi e Merri, rispettivamente con le viscontesse Angela Villani e Alessia Durante. Tutte donne bellissime e tutte avevano l’affetto della regina alla quale erano molto devote e, al pari della contessa Ferro, non avrebbero mai potuto tradirne la fiducia. Tutte loro erano compagne degli ozi della regina. Anche le dame di compagnia erano ragazze bellissime, Anna era bionda con lunghi capelli che le scendevano fino alla metà del dorso e con bellissimi occhi azzurri, le altre avevano lunghi capelli neri che scendevano a metà del dorso e degli splendidi occhioni neri, e tutte avevano un bellissimo seno del quale, grazie ai vestiti del tempo, facevano bella mostra. Tornando alla contessa Ferro e ad Anna, appena chiusa la porta della sala, dov’erano rimaste la regina e le altre nobildonne con le dame di compagnia, ed entrate nel lungo corridoio che doveva portarle alla stanza della contessa Ferro, quest’ultima si sentì chiamare:

    «Contessa Luisa Ferro! - era Morgana attorniata da quelle che lei definiva le sue dame di compagnia - Contessa Luisa Ferro, - ripeté - come mai abbandonate la compagnia della regina?» Mentre poneva questa domanda, Morgana abbozzò un sorriso, non ne era più capace: la bocca le si allargò come per sorridere ma gli occhi, i suoi occhi rimasero di ghiaccio. A Luisa e alla povera Anna, più che un sorriso sembrò un ghigno. Morgana era anche lei una bella donna, alta, capelli e occhi neri, un bel viso, ma dai suoi occhi, che pure erano bellissimi, traspariva tutta la cattiveria del suo animo. Portava i suoi lunghi capelli neri sciolti fino alle reni, e sulla testa un piccolo diadema, d’altronde era la principessa sorella del re. Come detto, era alta e di bella presenza, ma la sua altezza unita al suo sguardo gelido faceva sì che tutti, eccezion fatta per Morgan, per il re e la regina, avessero paura di lei. Il suo modo di vestire poi (vestiva di nero con finimenti d’oro, avvolta sempre in un mantello, anch’esso nero, rigorosamente di tessuto pregiato, come si conveniva, con il collo che sembrava essere di cristallo) faceva il resto. Le sue dame di compagnia le aveva reclutate nei bassifondi di Ocinortal e del regno, erano tutte donne che campavano di espedienti e con le quali sarebbe stato meglio non discutere, né appartarsi.

    Oltre alla loro cattiveria, erano alquanto brutte e quand’anche adesso potessero vestirsi e truccarsi in modo conveniente, grazie a Morgana, il loro aspetto non migliorava affatto. Le aveva cercate fra la gente più abbietta di Ailati e per far sì che fossero accettate a corte come sue dame dal re suo fratello, aveva garantito di persona.

    La contessa rispose:

    «Sono molto stanca, ho chiesto a sua maestà la regina di ritirarmi, lei ha acconsentito facendomi accompagnare peraltro da una delle sue dame di compagnia, che come vedete è con me, ma voi Anna la conoscete benissimo, vostra altezza reale». Morgana per niente persuasa dalla risposta della contessa (anche perché le sue dame di compagnia a turno avevano la consegna di origliare alla porta della gran sala dove la regina si dilettava con le altre nobildonne) esclamò:

    «Ah! Ma davvero? Voi contessa siete stanca, voi che siete l’ombra di mia cognata la regina, avete chiesto di ritirarvi. Ma pensa tu. - Poi rivolgendosi alle sue amiche, disse: - Avete capito, signore? La contessa è stanca. - Quindi alla contessa, chiese: - E il motivo di tanta stanchezza? Dite, dite.»

    La contessa rispose:

    «Motivi di salute».

    «Ahhh, la salute - disse Morgana, che poi aggiunse - E ditemi contessa, cosa stavate facendo? O meglio ancora, di cosa stavate parlando per far sì che vi stancaste a tal punto da dovervi ritirare?»

    Anna nel frattempo, conoscendo la cattiveria e gli scopi di Morgana era impallidita, ma la contessa rispose risoluta:

    «Niente di che, del più e del meno, chiacchiere per ingannare il tempo, anzi ora che mi ci fate pensare, si dibatteva sul tipo di ricamo da noi preferito, io per esempio preferisco il punto margherita - disse guardando Morgana negli occhi - la regina il punto ermellino, la marchesa Manga il punto catenella intrecciato, le duchesse Battista e Mosca il punto a zig zag, la contessa Troglia e le viscontesse Ischi e Merri il punto corallo a catena. Ma tutte, proprio tutte abbiamo dovuto convenire che il puntino ad ago è quello che ci si addice di più, poi abbiamo parlato di uncinetto. Insomma vostra altezza reale, per farla breve, abbiamo discusso di broderie e crochet», così dicendo sorrise a trentadue denti. A quel punto Morgana, sentendosi presa in giro, non finse più di sorridere e, facendo la faccia più cattiva che potesse, disse:

    «Contessa Ferro!!! Chi credi di prender in giro? Dimmi di cosa stavate parlando o ti giuro che tu e quel pusillanime di tuo marito, verrete frustati nella pubblica piazza. E a te - disse rivolgendosi ad Anna - ti do in pasto ai cani».

    La contessa per nulla impaurita rispose:

    «Pusillanime mio marito? Chiedete, al principe Morgan, quante volte è stato battuto dal conte mio marito. Ma mi son forse persa qualcosa? Siete, per caso, diventata regina e non lo so? – Allora le dame di Morgana cominciarono a spintonare le due donne e Morgana ripeté-:

    «Di cosa stavate parlando?!!!!» Ma non si era accorta che, da quando aveva smesso di fingere di sorridere, la sua voce era diventata alta e rabbiosa, tanto da essere udita fin dentro la gran sala. A quel punto la porta si spalancò e apparve la regina. Morgana allora si rabbonì e finse un sorriso, mentre le sue dame abbozzarono una goffa riverenza.

    «Principessa Morgana, cognata carissima, - disse la regina - mi era sembrato di udire la vostra voce. - Poi rivolgendosi alla contessa chiese: - Contessa cara, siete ancora qui? Vi sentite forse meglio? - La contessa annuì - Tornate pure dentro» - aggiunse allora la regina.

    Così, tanto la contessa quanto Anna tornarono nella sala. Poi rivolta a Morgana, che era sull’orlo di un travaso di bile, chiese:

    «Qual era il motivo del contendere?»

    «Niente di che, -rispose Morgana - avevo solo chiesto alla contessa di cosa steste parlando, ma mi ha irritato il fatto che ha tentato di prendermi in giro».

    «Cos’ha detto per sentirti presa in giro?» – Chiese la regina, mentre con la coda dell’occhio, senza farsi notare, guardava la contessa, che intanto si era avvicinata alle dame di compagnia che ricamavano al telaio tondo e lavoravano all’uncinetto, allora la regina comprendendo aggiunse - «Se credete, ve lo posso dire io, cognata cara, si stava parlando di broderie e crochet e del puntino ad ago, tra l’altro».

    «Solo?» – Chiese Morgana.

    «Solo. – rispose la regina, che poi aggiunse- Ma cos’è, devo forse rispondere ad un interrogatorio e giustificarmi con voi, principessa?»

    Morgana in preda ad una crisi di nervi rispose:

    «No, no di certo, cognata regina. - Poi aggiunse - Se permettete mi ritirerei». La regina (aspettando un po’, forse, per tenerla di più sulle spine), annuì e mentre Morgana si girava e le sue dame sempre più goffamente abbozzavano un’altra riverenza, aggiunse:

    «Ah! Principessa, quasi dimenticavo, c’è un’altra cosa della quale stavamo parlando». Morgana si girò con viso interrogativo. «Si parlava anche di quello che è il mio stato - continuò Margherita.

    «Il vostro stato? Di quale stato parlate, cognata regina? - chiese Morgana.

    «Del mio stato interessante, cognata principessa». concluse la regina.

    Allora Morgana, sempre più indispettita, chiese:

    «E il re mio fratello lo sa?»

    «Non ancora» – rispose la regina.

    «E, se posso permettermi, come mai ancora non lo sa? –chiese Morgana.

    «Non ce n’è stato il tempo, ma sicuramente lo saprà non appena si concluderà il consiglio di stato che, come sapete, si sta tenendo in questo preciso momento. – rispose la regina.

    «Perché dite che so che il consiglio di stato si sta tenendo in questo momento? –chiese Morgana.

    «Perché oltre ad essere la principessa, sorella del re, al consiglio di stato prende parte il principe Morgan, mio fratello e vostro fidanzato… tornando al mio stato, sicuramente ve lo avrebbe annunciato lui, se voi non mi aveste fatto il terzo grado e io non avessi dovuto interrompere ciò che stavo svolgendo, per dover mettere fine alla piazzata che stavate facendo, davanti alla porta della mia stanza del diletto, aggredendo e minacciando la mia amica, la contessa Luisa Ferro».

    Allora Morgana, sempre più inviperita e non credendo alla spiegazione della regina, disse:

    «Allora perché aspettare? Potreste dirglielo subito».

    «Glielo dirò alla fine del consiglio di stato - ripeté la regina.

    «Magari anche prima» - chiosò Morgana, che poi prese commiato dalla regina.

    Margherita chiuse la porta e rientrò nella stanza, allora nella sala si levò un brusio. La contessa Ferro e tutte le altre nobili si fecero incontro alla regina e fu la duchessa Giovanna Battista a prendere la parola dicendo:

    «Maestà, poc’anzi parlando con la contessa Ferro avete detto...»

    «Lo so perfettamente ciò che ho detto, mia cara duchessa, son certa di aver detto che non voglio prendere intrugli preparati dalla mia fata madrina, né da nessun altro voglio aggiungere». - chiosò la regina.

    Al che la contessa Ferro, che non stava più in sé dalla curiosità (come peraltro tutte le presenti dame di compagnia), chiese sorridendo:

    «Maestà, ma...allora voi?»

    «Non ne sono del tutto sicura, ne parlerò al re alla fine del consiglio- disse la regina.

    «Ma se la principessa andasse ad interrompere il consiglio per mettervi contro sua maestà?»

    «Non penso oserà farlo - disse la regina - ma se lo farà, parlerò al re mio marito prima che il consiglio finisca, perché il re lo interromperà per venire da noi».

    «Maestà, - disse la contessa Troglia - se così sarà, se voi siete incinta, il principino crescerà insieme al mio bambino». La regina si girò con sguardo interrogativo e chiese:

    «Perché, contessa Troglia, voi aspettate?». La contessa arrossendo e con il capo chino rispose: «Sì».

    «Perché arrossite? Siete sposata! Ma come mai non me lo avete annunciato prima?» - Chiese la regina.

    «Perché,

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