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La maledizione
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E-book131 pagine1 ora

La maledizione

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Info su questo ebook

Cesarea (Turchia), 419 d.C. Nell'Impero Romano al suo declino, le sorti di una nobile famiglia di provincia si accavallano alle suggestioni di un cristianesimo ormai in definitiva ascesa. Tecla è un'austera matrona, rimasta vedova da molti anni. I suoi tre figli – Simone, Paolo e Palladia – le danno continui grattacapi, a causa del loro stile di vita disinibito. Esasperata dalla loro ingratitudine, quindi, la vecchia madre ricorre alla soluzione più orribile fra tutte: maledire i propri stessi figli! La giovane servetta Giuliana, che è cresciuta in casa di Tecla, sarà a suo malgrado la prima vittima di tale stato di cose. Quella qui proposta è una storia ambientata in un mondo remoto, certo, ma animato da valori profondamente umani. "La maledizione" si scolpisce nel cuore di chi legge come una storia dal sapore eterno: la tragedia di una madre, il timore giovanile di trovare un proprio posto nel mondo, l'amore e i problemi quotidiani. Un racconto mai così attuale... -
LinguaItaliano
Data di uscita29 lug 2022
ISBN9788728309773
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    Anteprima del libro

    La maledizione - A. Klitsche de la Grange

    La maledizione

    Immagine di copertina: Shutterstock

    Copyright © 1866, 2022 SAGA Egmont

    All rights reserved

    ISBN: 9788728309773

    1st ebook edition

    Format: EPUB 3.0

    No part of this publication may be reproduced, stored in a retrievial system, or transmitted, in any form or by any means without the prior written permission of the publisher, nor, be otherwise circulated in any form of binding or cover other than in which it is published and without a similar condition being imposed on the subsequent purchaser.

    This work is republished as a historical document. It contains contemporary use of language.

    www.sagaegmont.com

    Saga is a subsidiary of Egmont. Egmont is Denmark’s largest media company and fully owned by the Egmont Foundation, which donates almost 13,4 million euros annually to children in difficult circumstances.

    LETTERA DELL’AUTRICE ALLA FAMIGLIA

    Un uomo che io ammiro per il suo talento e per le sue virtù mi disse un giorno che la storia della vedova di Cesarea formerebbe il tema d’un bel racconto. Il giorno seguente, seduta in mezzo a voi, miei buoni genitori, io vi leggevo il libro che narra in succinto la triste storia dei maledetti figli.

    Voi, madre mia, ringraziando Iddio, volgeste lo sguardo sulle vostre figlie che vi rispettarono sempre e su vostro figlio che vi ama tanto. Voi, mio ottimo padre, diceste: «E’ un grand’esempio». Io chinai il capo e pensai: la mia immaginazione vide Cesarea, inalzò un colle, fabbricò una cosa, vi pose Tecla e tre de’ suoi figli, creò Giuliana e Demetrio, unì gli avvenimenti reali ai fantastici; presi la penna e cominciai un racconto. Il racconto è finito; a voi lo consacro, o miei cari; se il lettore lo sdegnerà, per voi sarà sempre bello, poichè è lavoro della vostra Antonietta.

    I

    ATTENDENDO I FIGLI

    Era una bellissima notte d’autunno dell’anno 419 dell’era cristiana: le stelle brillavano nel cielo; un fresco venticello, succeduto ai calori del giorno, sussurava dolcemente fra i rami dei giganteschi palmizi che s’innalzavano lungo le vie e le piazze di Cesarea di Cappadocia.

    Non lungi dalla cinta murata della città, sopra un poggetto popolato di aloè, di mirti, di cactus, di anemoni fioriti, sorgeva una casa di architettura romana, non poco imbastardita dal gusto orientale. L’esterno di questa amena dimora, rivestito di lucida pietra del Nilo, splendeva d’un bel colore grigio chiaro a macchie gialle; davanti all’ingresso un folto capanno era formato dai rami avviticchiati di due cedri gemelli; sotto di esso una tavola di bronzo, scolpita a figure simboliche e un sedile di pietra; vi sedeva una donna, coi gomiti appoggiati sul tavolo e la fronte nelle mani.

    Nell’oscurità della notte non si sarebbe scorta, se un lungo manto bianco non l’avesse fatta sembrare uno spettro nelle tenebre. All’intorno regnava il più grande silenzio, giacchè i suoi abitanti, spossati dal caldo del giorno, si ricreavano tacitamente alla brezza notturna, seduti sui terrazzi delle case, o in capannello ai crocicchi delle vie.

    La donna dal manto bianco restò un bel pezzo immota; quindi sollevandosi appoggiò le mani alla tavola, volse uno sguardo al pendio e disse tristamente a se stessa: — Da due giorni sono partiti e non si vedono ancora… pazienza! Sì, pazienza: ma intanto dovrò vedere le mie sostanze sciupate da coloro che non rammentano ch’io li ho portati nel mio grembo… Ah, sarebbe stato meglio s’io li avessi soffocati nella culla!

    Ma qui la donna si battè la fronte con la destra, come per punirsi di aver potuto concepire pensiero così colpevole, poi, dopo aver sospirato più volte, entrò in casa.

    La stanza dov’essa entrò, a pianterreno, era ornata tutt’intorno con sfarzo orientale: il pavimento era coperto da ricchi tappeti di stoffa preziosa: le pareti erano rivestite da un tessuto di broccatello, pendente in leggiadri panneggiamenti fermati con rosine di legno dorato: nel mezzo, una colonnetta di marmo nero africano serviva di piedestallo ad un coccodrillo di avorio dagli occhi di smeraldo; attorno girava un soffice divano di porpora; dal soffitto, pure adorno di festoni di stoffa variopinta, pendeva una bellissima lampada d’argento maestrevolmente cesellata.

    La donna con rabbia si tolse il manto e lo gettò a terra; incrociò le braccia e stette immobile, cogli occhi bassi, colla fronte corrugata, immersa ne’ suoi cupi pensieri. Era d’età matura, grande e magra di persona; aveva colorito bruno; e due neri occhi brillavano torvi e sinistri sotto due sopracciglia ad arco, che, dalle radici del naso aquilino si prolungavano sino alle tempie: labbra sottili, sorriso ironico; espressione del viso dura per i lunghi affanni patiti. Indossava una veste di stoffa gialla terminante in un ricamo di trina rossa e stretta alla cintura da un cordone d’argento. I folti capelli, quasi incanutiti ed intrecciati alle tempie, s’avviavano dietro le orecchie in una fascia di lana verde passata più giri attorno alla fronte.

    Dopo essere stata lungo tempo in silenzio volse l’occhio in giro, battè le palme e gridò rabbiosamente:

    — Giuliana! Giuliana! dove sei?

    Accorse tosto una serva; e la poverina, intimorita dall’aspetto severo della sua padrona, disse tremando di paura:

    — Giuliana è salita in terrazza per vedere se arrivano i nostri padroni.

    — Giuliana è troppo affettuosa verso i miei figliuoli, — soggiunse la signora con voce triste corrugando ancor la fronte.

    — Giuliana ama i suoi padroni perchè sono tuoi figli, o Tecla, — disse una vocina soave marcando le parole. Tecla si volse con occhio corrucciato e vide una giovanetta entrata allora nella stanza,

    La giovinetta mostrava circa sedici anni: di persona era alta e snella; aveva regolari i lineamenti, bianca, pallida come la cera, capelli bruni e lucidi che le cadevano a onde sulle spalle. I nerissimi occhi sfavillavano di un dolce fuoco e dal suo aspetto nobile insieme ed altero spirava grazia e soavità.

    Una fascia di lino le passava sulla fronte spaziosa, e fermata sulla tempia destra, le cadeva sulla spalla; una stola di fine lana grigia la copriva interamente scendendo fino al suolo.

    — Ho fatto bene nel seguire il tuo consiglio, Giuliana, — disse ironicamente Tecla, — ho loro permesso d’andare a quel banchetto di giovani scapestrati e Dio sa quando torneranno… nemmeno Palladia si vede tornare; anch’essa preferisce stare lontana da me… La sorte non mi poteva dare in dono figli più ingrati!

    — Se tu avessi ordinato loro di rimanere, non ti avrebbero ubbidita, ed io ho voluto risparmiarti un nuovo dispiacere: ma perchè non vai a coricarti? Veglierò io e quando saranno tornati ti avvertirò, — rispose Giuliana con voce umile.

    — No — riprese Tecla pestando il suolo con rabbia e amarezza, — credi tu ch’io possa chiudere occhio? Non sai che il cuore d’una madre è un abisso inesauribile d’amore? I miei figli dimenticano il più santo dei divini comandamenti, ma io non posso fare a meno di amarli e quand’essi passano le notti lungi dal mio tetto, in mezzo a crapule, il mio cuore dà sangue. Se sono crudeli le sofferenze della donna che aspetta sola nel suo letto nuziale lo sposo traviato; se trascorrono penose per la fidanzata le ore in cui attende, dall’alto di una terrazza, il passaggio del suo amato, le angosce d’una madre che veglia in attesa dei suoi figli sono uno strazio d’inferno. Guai a coloro che rubano il sonno alle stanche pupille d’una vecchia genitrice! Mille volte ho loro detto che bramavo vederli morti, ma erano parole false: le mie labbra mentivano, perchè mi butterei con gioia tra le fiamme per cavarli dal minimo pericolo.

    Piena di altissima pietà: — povera madre! — esclamò la giovinetta.

    — Sì, povera madre, — riprese la vecchia con accento doloroso: — Povera madre che nessuno compiange tranne te, buona fanciulla, ma io non merito la tua compassione; tu dovresti odiarmi perchè il mio carattere collerico ti rende amara la vita… vi sono dei giorni nei quali ti aborro, poichè mi sembra che tu ami Simone, Paolo e Palladia al pari di me. Io sola vorrei soffrire per essi e la tua compassione affettuosa desta in me gelosie.

    Le guance di Giuliana si scolorivano; per un momento la bellissima fanciulla si tenne a capo chino e ad occhi bassi, quindi facendosi animo si accostò alla vecchia e stringendole la destra con sommo rispetto soggiunse:

    — I tuoi figli furono miei compagni di infanzia; tu sei la mia benefattrice, ed è ben naturale ch’io ami la famiglia che mi è benefica.

    Tecla guardò fissamente la giovanetta poi s’immerse nei suoi pensieri; dopo qualche istante tornò a dire con esaltazione:

    — Ebbene, se tu ami i miei figli, prega Dio per loro e fuggi da questa casa su cui sta per piombare la maledizione divina; fuggi se non vuoi essere colpita tu pure, perchè la casa dell’empio rovinerà da capo a fondo!

    — Io non fuggirò dalla casa dov’è morto mio padre! L’Onnipotente non mi confonderà nell’ira sua e le mie preghiere disarmeranno la sua collera. Il mio dovere mi lega qui e qui resterò se tu non mi scacci da te.

    Tecla diede un’occhiata di corruocio alla giovanetta, quindi prese a percorrere la stanza a lunghi passi, mentre Giuliana la seguiva con gliocchi pieni di lacrime compiangendo quella povera madre, che le sventure rendevano ingiusta e stravagante; e dopo averla guardata lungamente si volse a lei per dirle supplicando:

    — La mezzanotte è passata, deh! va’ a coricarti, mia dolce signora; in tua vece attenderò io.

    — Tu, che sei forestiera per loro, puoi dormire tranquillamente, nè

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