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Parco Nemorense
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E-book136 pagine2 ore

Parco Nemorense

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Info su questo ebook

Roma. Dario Cortese cammina tra gli alberi del parco Nemorense. Si guarda intorno. Non è più come prima. Il baretto c’è ancora. Lì, era solita sedersi Mirella, sua madre, ad aspettarlo mentre giocava con gli altri bambini. C’era anche un jukebox, dove i Teddy Boys ballavano il twist. Cammina tenendo per mano i suoi due bambini, Matteo e Martina. Ormai sono grandi, ma Dario gli ha insegnato il segreto per l’eterna giovinezza. Non crescete mai, gli dice teneramente. Il jukebox non c’è più ma non importa, lo immagina. E sceglie di riavvolgere i nastri, raccontando la sua vita speciale da persona normale. Da una villa a Clusone, in provincia di Bergamo, passando per le Marche, fino a tornare nella sua amata Roma. Il tutto accompagnato dalla sua grande passione, dal suo lavoro, il nuoto. Una storia di voci, di sensazioni e di amore. Una vita.
LinguaItaliano
Data di uscita30 apr 2022
ISBN9791220125376
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    Anteprima del libro

    Parco Nemorense - Dario Cortese

    cover01.jpg

    Dario Cortese

    Parco Nemorense

    © 2022 Europa Edizioni s.r.l. | Roma

    www.europaedizioni.it - info@europaedizioni.it

    ISBN 979-12-201-2127-9

    I edizione aprile 2022

    Finito di stampare nel mese di aprile 2022

    presso Rotomail Italia S.p.A. - Vignate (MI)

    Distributore per le librerie Messaggerie Libri S.p.A.

    Parco Nemorense

    Questo viaggio è dedicato a tutti coloro che ho incontrato sul mio cammino.

    Ognuno, per la sua parte, mi ha insegnato ad apprezzare la vita.

    Su tutti Matteo e Martina, che ne rappresentano l’essenza, la ragione stessa per cui vale viverla ed amarla.

    Un grazie particolare a Gianni e Luigi per aver saputo convincermi e stimolarmi, con affetto e determinazione,

    a intraprendere questo nuovo percorso.

    Grazie al mio giovane editor Andrea. Ha saputo calarsi perfettamente nella mia storia, consigliandomi, correggendomi, ma soprattutto insegnandomi ad amare questa meravigliosa esperienza.

    Grazie a Benedetta che, più di tutti, ha subito i miei sbalzi d’umore, il latente nervosismo, dovuto alle nuove

    e sconosciute difficoltà, ma ha saputo infondermi,

    con dolcezza, il coraggio di affrontare questa sfida.

    Prefazione

    Una vita normale, quella di tutti noi a cavallo del millennio. Una vita vissuta e, ora, rivissuta tenendo per mano le due compagne di sempre, leggerezza e autoironia. Così bisogna leggere queste pagine che ci raccontano le piccole ma importanti vicende di tutti i giorni. Da bambini, da adolescenti, da uomini, il nostro saluto ironico era: «Ce la fai, ragazzo?».

    Ora posso dire: «Ce l’hai fatta ragazzo».

    Fabio Cortese

    fegato

    Una domenica di fine febbraio. Un casale della Maremma toscana. Il profumo del caffè del mattino. Quel profumo che ti coccola, ti scalda, che ti prepara ad una giornata serena.

    Come spesso capita in queste occasioni, un po’ pressato dagli amici che apprezzano le mie doti culinarie e, in parte, perché mi piace stare al gioco del narcisismo, inizio a decantare con fare da oste il menù della giornata. Sì, perché la giornata enogastronomica, conoscendo i soggetti, uomini dal robusto appetito, ma anche donne, che per un giorno lasciano da parte i loro pranzetti light, inizia ben presto.

    Mi piace uscire al mattino per respirare l’aria che sa di selvatico, ma anche quella fresca e libera del mare, tanto vicino: ultimi ingredienti da acquistare al solito spaccio, le chiacchiere col proprietario, la promessa che presto ci sfideremo sul campo di tennis, cornetti caldi per prolungare il piacere della colazione, e quella crostata di more, fatta in casa, come una volta.

    Tutte premesse per una piacevole domenica. Il sole illumina allegramente le pareti della cucina e le signore iniziano con il chiacchiericcio che mi terrà compagnia fino all’ora dell’aperitivo. Sorrido quando abbassano il tono della voce: chissà quali segreti dovranno mai confessare. I ragazzi iniziano a parlare delle loro pseudo-imprese sportive e delle partite della domenica. Come sempre, io, scaramantico all’inverosimile, non accenno alcun pronostico ed anzi, ignoro l’argomento. Anche perché come sempre, dalle elementari alle medie, dalle superiori all’università, sono solo a sostenere la mia lazialità.

    Soddisfatto da come procedono le varie cotture, apro una bottiglia di quel rosso che avevo messo da parte per occasioni come questa. Il cellulare, posato sul tavolo di marmo, inizia a squillare: leggo il nome, Carmine, e capisco in un attimo il perché di quella telefonata. Tolgo la suoneria, mi dà fastidio. Leggo il nome che lampeggia in continuazione sullo schermo ma non rispondo, ho paura. Carmine è il responsabile della struttura dove è ricoverata mamma, se chiama di domenica…

    Prendo un grande respiro, e cerco di astrarmi dal chiacchiericcio della sala. Trovo il coraggio per andare in giardino e richiamo.

    «Dario, dovete venire, Mirella se ne sta andando».

    In un attimo, nonostante l’affetto di tutte quelle persone che ti sono vicine nella vita, sei completamente solo. Papà, nonostante il mio pensiero sia spesso rivolto a lui, se ne è andato da tanti, troppi anni. Ed ora, è il turno di mamma: anche se te lo aspetti da un momento all’altro è come se ti tagliassero un braccio. Avviso Fabio, mio fratello, e spiego la situazione agli amici, che cercano di tranquillizzarmi per quanto possibile e quasi mi costringono a partire subito, alla casa ci pensano loro.

    Passo a prendere Fabio a Roma per raggiungere Bojano in Molise, sperando di arrivare in tempo per vederla ancora viva. Siamo in macchina io ed il fratellino, come lo chiamo per gioco, anche se in realtà quello grande è lui. Così lo chiamava mamma.

    Il nostro è un viaggio silenzioso, in cui ognuno è immerso nei proprio pensieri: ogni tanto, parte un Ti ricordi quando…?, è il nostro modo di mascherare l’ansia ed intorpidire il dolore che ci attanaglia. Quante memorie si accavallano tra noi fratelli, era tanto che non facevamo un viaggio noi due da soli, e il destino ha deciso di ricongiungerci proprio in una circostanza tanto tragica. Così, senza un apparente filo logico, si fa strada nella mia mente un ricordo di quasi sessant’anni fa, ma nitido come se fosse ieri. Che scherzi, fa la mente. Avrò avuto quattro o cinque anni, mentre Fabio circa dodici. Eravamo nella vecchia Fiat 600, icona di allora, e come quasi ogni mattina del mese di giugno stavamo percorrendo la Cristoforo Colombo per raggiungere Ostia. Sul finire della strada si scorge il luccichio del mare con il suo carico di promesse, ed ogni mattina, andando verso la spiaggia, mamma intonava con noi il ritornello di una canzone:

    Ecco il mare! Ecco il mare! Ecco il mare!.

    Era l’inizio di una lunga giornata che avremmo passato allo stabilimento in compagnia delle famiglie storicamente amiche della nostra. Trascorrevamo tutte le mattinate in acqua a giocare tra noi piccoli, con le mamme sempre vigili sul bagnasciuga, fino al clou della giornata: le staffette di corsa sulla sabbia insieme ai fratelli più grandi.

    Era il momento che noi piccoli aspettavamo tutta la mattina per essere finalmente presi in considerazione nei loro giochi. Si formavano due squadre, maschi e femmine insieme, più o meno equilibrate. Guardavo attentamente i componenti delle formazioni sperando di essere scelto nella squadra che ritenevo più forte. Non mi importava se fossi con Fabio o meno, l’importante era solo vincere, ed essendo il più piccolo del gruppo partivo sempre in prima frazione, giocandomela fino allo spasimo con qualcuno della mia stessa età. I genitori, quasi tutte mamme, assistevano a quelle sfide incitando a più non posso figli e compagni di squadra anche perché, in fondo, direttamente interessati. Chi perdeva doveva pagare il cremino del pomeriggio e, naturalmente, erano i genitori di chi arrivava secondo ad offrirlo tra gli sfottò generali.

    Alla fine della staffetta i vincitori ricoprivano di sabbia gli sconfitti e tutti insieme festeggiavamo con un tuffo collettivo, l’ultimo bagno. Si pranzava tutti insieme nello spazio antistante alle cabine, tra chi portava la pasta fredda, chi la frittata di maccheroni, e chi le cotolette. Eravamo tanto felici, ma io un pochino meno, perché l’ora di pranzo significava l’avvento del riposino del pomeriggio per i più piccoli, mentre i grandi continuavano a giocare.

    Io e Fabio, viaggiavamo con l’immaginazione e la memoria sulle strade di campagna che ci avrebbero portato a Bojano, e quasi ci dimenticavamo del motivo per cui eravamo insieme, ma poi ecco che riusciamo a vedere il viso di mamma di allora: il suo costume, i suoi sandali, il suo vestito, i suoi capelli leggermente mossi dalla brezza salata. La bellezza del ricordo viene, però, subito rimpiazzata dalla concretezza della realtà.

    Gli ultimi anni sono stati duri. Tanta sofferenza, e anche tanti problemi pratici da affrontare fin dall’inizio della malattia: le amiche, quelle storiche con cui tutti i pomeriggi giocava a Burraco, mi avvisano che qualcosa si sta spegnendo nella testa di Mirella. A volte non riconosce le carte, e nemmeno le regole del gioco stesso. Scatta non uno, ma dieci campanelli d’allarme, e inizio a monitorare la situazione con visite sempre più frequenti. Una mattina mi chiama il direttore della banca dove entrambi avevamo il conto corrente, e mi si gela il sangue nelle vene: mamma, in stato confusionale, entra in filiale e chiede all’operatore una cifra consistente da ritirare per darla ad un figlio. Qualcosa non va. Chiama i vigilantes di servizio, e anche loro avevano notato una strana conversazione con uno sconosciuto fuori dalla banca. Lui si dà alla fuga, e le guardie accompagnano mamma a casa, in lacrime.

    Cerco di lasciarla sola il meno possibile con telefonate più assidue e visite più frequenti a casa. A volte arrivo al mattino presto e trovo la tavola apparecchiata, ma capisco che la sera prima non ha cenato affatto. Piatti, bicchieri e posate sono puliti ed ordinati. Mi cresce l’ansia, ho paura possa dimenticare il gas acceso ed aprire a sconosciuti. Apro il frigorifero e lo trovo un giorno pieno di uova, un altro di dadi da brodo. Un signore che abita sullo stesso piano di casa mi avvisa, incontrandolo in ascensore, che spesso la vede ferma, più volte al giorno, a controllare la cassetta della posta.

    La situazione è ormai precipitata, non è più autosufficiente. Serve ricoverarla in una struttura idonea. La prima è sul mare, a Lido dei Pini, vicino Anzio, dove abitava una zia che nei primi momenti di lucidità poteva farle compagnia. In più per me, nell’andarla a trovare, era una specie di conforto ricordare che proprio al Lido dei Pini avevamo trascorso nei mesi estivi alcuni anni felici in compagnia di papà: mi illudevo che riaffiorasse qualche ricordo della sua vita, come le passeggiate in riva al mare, o gli spaghetti ai moscardini che cucinava suo marito Giorgio.

    Il mare, evidentemente, è un elemento fondamentale nei ricordi felici dei miei genitori. Qui, Giorgio e Mirella trascorsero molte estati degli anni settanta. Alle nove erano sempre già in spiaggia, ed il rituale prevedeva il caffè con il bagnino Antonio, una lunga, salutare, passeggiata, e quindi le chiacchiere da ombrellone. In questo Mirella era la numero uno: cordiale ed empatica. Spesso riusciva a conquistare i vicini, che poi iniziavano a cercarla anche per chiederle consigli; in più, esperta come pochi di Settimana Enigmistica, intorno a lei spesso si formavano dei capannelli composti dai più disparati tipi di persone, tutte con lo stesso obiettivo di trovare insieme a lei le soluzioni. Il pomeriggio, era il momento sacro della spesa a Porto d’Anzio. Qui, si sceglieva il pesce. Mio padre sceglieva sempre

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