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Il segreto di Julia
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E-book351 pagine5 ore

Il segreto di Julia

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Info su questo ebook

Alessandro è un uomo maturo, ha cinquantaquattro anni ma sembra poco più di un ragazzo e prova un amore sconfinato per la sua piccola Lavinia, avuta da una relazione ormai terminata. È un pubblicitario, un art director, ha una grande passione per le auto d’epoca e, come molti, nutre dei forti pregiudizi nei confronti dei rumeni. Finché un giorno conosce Julia, una giovane ragazza transilvana che sta vivendo una relazione sentimentale complicata ed è in rapporti non idilliaci con la propria famiglia di origine. Nonostante la grande differenza di età, tra i due scoppia in breve tempo una complicità che li porta a non poter più fare a meno l’uno dell’altra, ma nubi nere si addensano all’orizzonte.

Massimo L’Abate, nato a Roma, dice di sé che forse ha iniziato prima a disegnare che a parlare. Entrato da giovane nel mondo della pubblicità, lavora come art director per varie agenzie internazionali, fino ad aprire, a 27 anni, il suo laboratorio creativo. Un’altra passione, quella per le automobili, qualche anno dopo, lo porta a fondare una società che fornisce ricambi, consulenza e restauri per le auto d’epoca inglesi. A 58 anni l’arrivo di una figlia che ha totalmente stravolto la sua vita e che considera l’esperienza più straordinaria e bella, la più impegnativa e gratificante. La vena artistica e creativa che lo ha sempre accompagnato cerca sfogo anche nella scrittura, senza avere la pretesa di essere “letteratura”, ma semplicemente cercando di raccontare pezzi di vita vissuta, tra realtà e fantasia.
LinguaItaliano
Data di uscita30 apr 2022
ISBN9788830663084
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    Anteprima del libro

    Il segreto di Julia - Massimo L’Abate

    Nuove Voci

    Prefazione di Barbara Alberti

    Il prof. Robin Ian Dunbar, antropologo inglese, si è scomodato a fare una ricerca su quanti amici possa davvero contare un essere umano. Il numero è risultato molto molto limitato. Ma il professore ha dimenticato i libri, limitati solo dalla durata della vita umana.

    È lui l’unico amante, il libro. L’unico confidente che non tradisce, né abbandona. Mi disse un amico, lettore instancabile: Avrò tutte le vite che riuscirò a leggere. Sarò tutti i personaggi che vorrò essere.

    Il libro offre due beni contrastanti, che in esso si fondono: ci trovi te stesso e insieme una tregua dall’identità. Meglio di tutti l’ha detto Emily Dickinson nei suoi versi più famosi

    Non esiste un vascello come un libro

    per portarci in terre lontane

    né corsieri come una pagina

    di poesia che s’impenna.

    Questa traversata la può fare anche un povero,

    tanto è frugale il carro dell’anima

    (Trad. Ginevra Bompiani).

    A volte, in preda a sentimenti non condivisi ti chiedi se sei pazzo, trovi futili e colpevoli le tue visioni che non assurgono alla dignità di fatto, e non osi confessarle a nessuno, tanto ti sembrano assurde.

    Ma un giorno puoi ritrovarle in un romanzo. Qualcun altro si è confessato per te, magari in un tempo lontano. Solo, a tu per tu con la pagina, hai il diritto di essere totale. Il libro è il più soave grimaldello per entrare nella realtà. È la traduzione di un sogno.

    Ai miei tempi, da adolescenti eravamo costretti a leggere di nascosto, per la maggior parte i libri di casa erano severamente vietati ai ragazzi. Shakespeare per primo, perfino Fogazzaro era sospetto, Ovidio poi da punizione corporale. Erano permessi solo Collodi, Lo Struwwelpeter, il London canino e le vite dei santi.

    Una vigilia di Natale mio cugino fu beccato in soffitta, rintanato a leggere in segreto il più proibito fra i proibiti, L’amante di Lady Chatterley. Con ignominia fu escluso dai regali e dal cenone. Lo incontrai in corridoio per nulla mortificato, anzi tutto spavaldo, e un po’ più grosso del solito. Aprì la giacca, dentro aveva nascosto i 4 volumi di Guerra e pace, e mi disse: Che me ne frega, a me del cenone. Io, quest’anno, faccio il Natale dai Rostov.

    Sono amici pazienti, i libri, ci aspettano in piedi, di schiena negli scaffali tutta la vita, sono capaci di aspettare all’infinito che tu li prenda in mano. Ognuno di noi ama i suoi scrittori come parenti, ma anche alcuni traduttori, o autori di prefazioni che ci iniziano al mistero di un’altra lingua, di un altro mondo.

    Certe voci ci definiscono quanto quelle con cui parliamo ogni giorno, se non di più. E non ci bastano mai. Quando se ne aggiungono altre è un dono inatteso da non lasciarsi sfuggire.

    Questo è l’animo col quale Albatros ci offre la sua collana Nuove voci, una selezione di nuovi autori italiani, punto di riferimento per il lettore navigante, un braccio legato all’albero maestro per via delle sirene, l’altro sopra gli occhi a godersi la vastità dell’orizzonte. L’editore, che è l’artefice del viaggio, vi propone la collana di scrittori emergenti più premiata dell’editoria italiana. E se non credete ai premi potete credere ai lettori, grazie ai quali la collana è fra le più vendute. Nel mare delle parole scritte per esser lette, ci incontreremo di nuovo con altri ricordi, altre rotte. Altre voci, altre stanze.

    "La vita è un film, la sceneggiatura l’ha scritta il destino,

    noi siamo gli inconsapevoli e ignari attori che la interpretano."

    CAPITOLO I

    Guardò il Rolex, mai preciso, segnava le 18:23, era come al solito in anticipo all’appuntamento, si accese una sigaretta, si guardò intorno, alzò gli occhi verso il cielo venato di rosa, arancio, rosso e rimase per un attimo incantato da quel magico quadro pitturato da quel tiepido pomeriggio di ottobre. Fu subito riportato alla realtà dal cupo brusio e dall’incessante formicolare disordinato di una folla multietnica che, come un’onda, andava e veniva. Turisti, pendolari, taxisti, mendicanti, barboni, piccoli truffatori, zingari, tutti, ognuno con un suo scopo, in movimento sotto la gigantesca pensilina della Stazione Termini. Alessandro si chiese cosa ci facesse lì anche lui, dopo aver gettato un’altra occhiata nervosa al suo orologio si disse che probabilmente quell’appuntamento era una buca, poi ci rifletté e pensò che, no, gli era sembrata sincera, affidabile.

    Con lo sguardo cercò il motivo del suo appuntamento, l’aveva conosciuta qualche giorno prima, in una chat telefonica, si erano parlati per un po’, si erano scambiati alcune foto, giusto per capire se ne valeva la pena e per riconoscersi tra la folla. L’appuntamento era stato deciso alla Stazione Termini perché lei lavorava nella capitale ma abitava in un paesino fuori Roma.

    «C’hai ’na sigaretta?» Senza neanche guardare in faccia il balordo di turno, seccamente, disse: «No». L’altro incalzò: «Ma se stai a fumà!?!» Senza rispondergli, gli voltò le spalle e in quel momento, tra la folla, la vide arrivare verso di lui. Lei lo aveva già visto e, sorridendo, con passo veloce, gli andava incontro. Era alta, statuaria, austera, ma con un sorriso schietto e sincero. I lineamenti del viso rivelavano la sua origine dell’est Europa, zigomi alti, vivaci occhi scuri a mandorla, bel naso, grande bocca con labbra carnose, capelli di un bel castano scuro con un taglio semplice di media lunghezza.

    I pochi metri che li separavano sembravano interminabili, poi lei con quel suo bel sorriso accogliente disse: «Ciao… ti ho riconosciuto subito, sei come in fotografia.» Lui, con sincerità e furba galanteria, rispose: «Tu sei più bella che in foto.»

    Alessandro aveva dei forti pregiudizi nei confronti dei rumeni, giustificati dai giornalieri fatti di cronaca nera nei quali erano immancabilmente coinvolti, ma quella donna gli ispirava grande fiducia. Si vedeva e si capiva che veniva da una buona famiglia e che era una persona colta e genuina. Rassicurato, iniziò a intrattenerla con una conversazione fitta, allegra, spiritosa, sfoderando tutto il suo fascino. Lei lo ascoltava compiaciuta, era divertita e sembrava essere affascinata da quel suo modo garbato, sincero e furbo.

    Lei gli disse: «Hai occhi da monello» e lui sorrise, soddisfatto da quel complimento. Alessandro è un uomo maturo, ha cinquantaquattro anni ma non li dimostra, non soltanto perché ha un fisico asciutto, un bel portamento e veste casual-chic, ma perché il suo viso ha lineamenti regolari, giovanili e quando sorride i suoi occhi sorridono prima delle sue labbra, dandogli un’espressione da eterno ragazzo qual è. Julia ha ventinove anni e un aspetto solido che forse le aumenta leggermente l’età, ma anche lei quando sorride ha una luce particolare negli occhi e improvvisamente hai la sensazione di avere davanti un’adolescente furba e dispettosa. I minuti passavano veloci tra una battuta e l’altra, tra un sorriso e una stretta di mano. Alessandro sperava di aver fatto colpo su di lei e la conferma gli arrivò quando lei disse: «Dovrei prendere il treno delle diciannove e trenta, ma se non hai impegni posso prendere il successivo alle venti e trenta.» Era come se gli avesse detto: «mi piaci, sto molto bene con te, vorrei che la serata non finisse mai.» Era trascorsa poco più di un’ora dal loro incontro ma sembrava che si conoscessero da sempre, c’era feeling, complicità, fiducia, simpatia, attrazione. Strana la vita, fino a un’ora prima non sapevi neanche dell’esistenza di quella persona e poi improvvisamente entra nella tua vita e sembra che ci sia sempre stata. Continuarono a chiacchierare fitti fitti, come se fossero soli, come se le migliaia di persone che circolavano intorno a loro fossero trasparenti, fossero dei fantasmi.

    Julia parlava un italiano perfetto, quasi senza inflessioni, e disse: «Per correttezza ti dico che sono fidanzata da un paio di anni, anche se non sono felice. Non è una scusante per giustificare il fatto che sono qui con te. La chat mi diverte, sono curiosa, mi piace provocare. Ho fatto un paio di incontri, ma non sono mai durati più di quindici-venti minuti, poi sono scappata. Con te è diverso, sto bene, mi piace parlare con te.» Lui con fare disinvolto e scanzonato disse: «Non ti preoccupare, non sono geloso e non sono nella posizione di poter giudicare gli altri.» Sorrise e continuò: «Io invece sono un ragazzo padre, ho una meravigliosa figlia di quattro anni e sono pazzo di lei. Non sono mai stato sposato e sono separato dalla madre. Vivo da solo, come ho sempre fatto. Sono un single convinto.» Julia si fermò, lo guardò con occhi curiosi che sorridevano e disse: «Lo vedi che avevo ragione a dirti che sei un monello?!?»

    Si presero per la mano e continuarono a raccontarsi la loro vita.

    Improvvisamente il richiamo alla realtà, erano le venti e quindici e Alessandro si offrì di accompagnarla fino al treno. Qui ci fu un’altra mossa inaspettata. Julia, molto dolcemente, gli disse: «Dai, ti accompagno io alla macchina.» Alessandro fu compiaciuto e mano nella mano si avviarono verso il parcheggio. Era il momento dei saluti. Pur sapendo la risposta, Alessandro disse: «Ci rivedremo?» Lei, prontamente, rispose: «Sì, certo!» Alessandro, aggiunse: «Ho trascorso una bella serata. Bella come te.» «Anche io, sei una persona veramente speciale» rispose lei.

    Erano uno di fronte all’altra, un po’ imbarazzati, felici, attratti… si guardarono, si sorrisero, si abbracciarono e teneramente si baciarono sulla bocca. Si salutarono di nuovo, lei fece qualche passo, poi si voltò e, con un sorriso che era una promessa, lo salutò di nuovo. Alessandro rimase lì per un po’ a guardarla mentre si allontanava. Lei si voltò, certa che lui fosse ancora lì, alzò la mano in segno di saluto e scomparve tra la folla.

    Alessandro salì in macchina, rimase un po’ a pensare a quell’incontro, a quella donna, poi mise in moto e se ne andò. Il suo cuore batteva come un motore diesel, i pensieri si rincorrevano nella sua testa come in un carosello, avrebbe voluto gridare, avrebbe voluto tornare indietro per rincorrerla, per non lasciarla andare via.

    Alessandro aveva appuntamento con un suo amico fraterno per andare a cena, e non vedeva l’ora di arrivare per raccontargli della sua nuova avventura. Un bip proveniente dal suo cellulare lo riportò immediatamente alla realtà, lesse il messaggio e di nuovo tutto il suo corpo e la sua mente vennero scaraventati in un’altra dimensione. Era Julia che gli scriveva: «Sono stata benissimo, sei una persona speciale, non cambiare mai.» Alessandro leggendo quelle parole si sentì lusingato e pensò, da buon maschio cacciatore: «Presa! È fatta…» Si precipitò a risponderle con un sms, ne arrivò subito un altro di risposta, dove c’erano altre frasi di conferma del successo di quel primo incontro. Si susseguirono altri sms mentre Alessandro era a casa del suo amico Massimiliano, il quale fu involontariamente coinvolto in quella storia, della quale sarebbe stato testimone e confidente per lungo tempo.

    Il giorno successivo Alessandro e Julia si scambiarono diversi sms, si sentirono al telefono commentando scherzosamente l’incontro della sera precedente e, senza esitazioni, decisero di vedersi di nuovo la sera stessa, sempre alle diciotto e trenta, sempre alla stazione Termini.

    L’emozione era forse superiore a quella del primo incontro, ma il ghiaccio era rotto. Alessandro era sotto l’enorme pensilina della stazione e la cercava con gli occhi tra la fiumana di persone che si muovevano intorno a lui, lei apparve improvvisamente, dal nulla, sempre con quel suo sorriso dolce e malizioso, si baciarono sulle guance, scambiarono qualche parola e poi decisero di farsi una passeggiata nelle vie adiacenti alla stazione. Si dissero dell’imbarazzo della prima sera, si confessarono emozioni e sensazioni, si presero per mano come due fidanzatini e cominciarono a camminare raccontandosi le loro vite. Julia era laureata, in Romania faceva l’insegnante, la mamma era infermiera, il padre ingegnere, sempre in giro per il mondo per lavoro, assente anche per anni ma puntuale a ogni ritorno a casa nel mettere incinta la madre. Così era nata lei e due suoi fratelli maschi, cresciuti in campagna coi nonni. Era in Italia da quattro anni e, dopo aver fatto vari lavori, ora faceva la maestra d’asilo, un mestiere che amava perché amava i bambini. Julia è una donna concreta, solida, spontanea, femminile, che ispira fiducia. Di quelle donne di una volta delle quali ormai da noi si sono perse le tracce. Troppo spesso, per ignoranza e diffidenza, le donne italiane dicono che queste puttane dell’est sono venute a rubargli gli uomini, ma gli uomini non sono oggetti che si rubano, gli uomini si fanno prendere da chi sa prenderli.

    Molte volte, anche se sposati o fidanzati sono già soli, inconsciamente disponibili, in attesa di una donna che ancora rispetti i ruoli e li faccia sentire tali. In attesa di una donna femminile, dolce, disponibile, comprensiva, complice e non aggressiva o competitiva. Di una Donna! Non di un uomo senza uccello, come Alessandro ama appellare certe donne di oggi. Non c’è chi comanda e chi subisce, chi ha ragione o chi ha torto, chi prevarica o non prevarica, chi è più bravo o meno bravo. È solo e semplicemente il rispetto dei ruoli. Alterati o confusi i quali il mondo va nel caos, così come i rapporti umani. Non c’è insegnante se non c’è alunno, non c’è poliziotto se non c’è ladro, non c’è genitore se non c’è figlio, si potrebbe continuare all’infinito. È solo una questione di rispetto dei ruoli. Queste persone, queste rumene, probabilmente per cultura, per indole o più realisticamente per una certa arretratezza comune ai regimi comunisti, sono come le nostre donne di quaranta-cinquanta anni fa: rispettano i ruoli. Non sono sottomesse o succubi degli uomini, sirene ammaliatrici o puttane, sono semplicemente donne, femminili e disponibili. Donne che ancora fanno sentire un uomo importante e alimentano la sua illusione di essere il sesso forte. Innocenti inganni che permettono di far funzionare il delicato ingranaggio della coppia.

    Alessandro l’ascoltava con interesse ed era affascinato da quei racconti, da quelle confidenze, da quell’universo così diverso dal suo. Erano anni che non si trovava più ad ascoltare o a parlare con una donna così. Credeva che non ce ne fossero più e aveva smesso di cercarle. Aveva smesso anche a causa della sua ultima storia di coppia devastante, fatta di liti furibonde, di aggressioni verbali, di rancori mai sopiti.

    L’aveva conosciuta quindici anni prima, lei aveva ventidue anni, un bellissimo viso e un fisico botticelliano. Era venuta a Roma dal nord d’Italia, si era sposata giovanissima e si era separata dopo appena due anni di matrimonio e con grandi problemi di incomprensione con la famiglia fin dall’infanzia. Ad Alessandro quella ragazza così graziosa, solare e sfortunata fece tanta tenerezza. Cominciarono a frequentarsi e quasi subito finirono a letto insieme. Lei era molto passionale e a volte anche un po’ asfissiante, ma era così dolce e coinvolgente che Alessandro finì per affezionarsi. Dopo poco lei s’innamorò perdutamente, nonostante Alessandro cercasse di dissuaderla per la grande differenza di età e per le forti incompatibilità caratteriali che erano subito emerse. Francesca, questo è il suo nome, non era facile da dissuadere, come si dice l’amore è cieco. Il suo amore era così totale, così infantile, così bisognoso di affetto che Alessandro non tardò a esserne coinvolto. Ci furono molti momenti belli ma anche liti devastanti, ingiustificate, che nascevano dal nulla. Erano così futili i motivi che alla fine di una lite non ci si ricordava neanche più per cosa fosse iniziata. I suoi cambiamenti di umore erano così repentini che lasciavano interdetti, incapaci di reagire e totalmente esausti. Lei aveva una sua misura per l’amore e per ogni altra cosa, una misura totale. Alessandro, nei momenti in cui si riusciva a tentare un dialogo, cercava di spiegarle con esempi banali che tutto quello che affettivamente gli dava era cento, il suo massimo, ma per lei il cento di Alessandro corrispondeva al settanta del suo metro. E qui a spiegarle che, in buona fede, ognuno ha il suo metro che è diverso dall’altro e quindi, anche volendo, non potrà mai arrivare alla sua misura. Un muro di gomma. Alessandro era innamorato, ma questi continui litigi senza senso erano come le onde dell’oceano che si infrangono sugli scogli e ora dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno, lo consumano, lo erodono. La gioia di vederla era sempre inquinata dall’incubo di una probabile, improvvisa lite. Lui non era mai stato caratterialmente litigioso e quindi questa nuova esperienza lo logorava maggiormente. C’è una vecchia canzone di Morandi che dice: sui monti di pietra può nascere un fiore… e infatti da quella relazione burrascosa nacque una figlia, Lavinia, che all’epoca dei fatti che vi racconto aveva quattro anni.

    Passeggiavano mano nella mano, ignorando il tempo che trascorreva inesorabile, ogni volta che percorrevano una strada un po’ più isolata si fermavano, si abbracciavano teneramente, si baciavano come ladri che non vogliono essere sorpresi, poi ricominciavano a camminare chiacchierando, sorridendo e lanciandosi occhiate complici e maliziose. Lui la osservava, gli piaceva quel suo viso morbido e armonioso, il suo seno abbondante, i suoi fianchi che evocano maternità, il suo sedere saldo e sodo, come un capitello sostenuto da lunghe cosce tornite come colonne di un tempio greco. Gli piaceva tutta, così com’era, inclusi i difetti, gli bastava poco per sentire l’eccitazione che saliva e spingeva prepotentemente nei suoi pantaloni. Era come se il suo membro fosse indipendente dalla sua volontà. Alessandro glielo disse: «Non fraintendere, sono sincero, non so che mi accade con te, ma mi basta starti vicino, prenderti la mano, che sono subito eccitato. Credimi, credo che non mi sia mai successo. È una sensazione strana e piacevole.» Lei, per nulla imbarazzata, con quel suo bel sorriso e gli occhi che si fecero scintillanti, disse: «Mi fa piacere farti questo effetto. Mi lusinga, mi intriga.» «Non dirmi così, altrimenti ti salto addosso anche se siamo in mezzo alla strada.» Lei si fermò e lo baciò appassionatamente, schiudendo le sue morbide labbra e facendo scivolare la lingua nella sua bocca. Alessandro dovette sforzarsi per non mettere in atto quello che aveva appena detto, si distaccò da lei e guardandola intensamente negli occhi, con un filo di voce, disse: «Così mi porti in paradiso, mentre io con te vorrei andare all’inferno.» Lei gli strinse forte la mano e disse: «Con te andrei ovunque.»

    Si era fatto tardi, il treno stava per partire, presto alla stazione! Non gli erano bastate quelle due ore, erano volate, avrebbero voluto stare insieme ancora, parlare, ridere, scherzare, baciarsi.

    Corsero mano nella mano, nella stazione gremita di viaggiatori e pendolari, arrivarono esausti davanti al vagone proprio mentre il capostazione dava il fischio di partenza. Lei con un piede sul predellino si sporse per baciarlo, fecero appena in tempo, le porte si chiusero e lentamente il treno si mosse. Lui camminando veloce l’accompagnò per qualche decina di metri, mentre lei con la faccia incollata al finestrino gli sorrideva e gli lanciava piccoli baci. Il cuore di Alessandro batteva forte, un po’ per la corsa, un po’ per quella ragazza.

    Alessandro è un architetto, non di quelli del ’68 (era troppo impegnato a divertirsi e a correre dietro alle belle donne, per stare dietro alle barricate), ma in realtà la sua vera passione era la pubblicità. Grande professionista e gran lavoratore con un forte senso del dovere. Mai sposato e sempre fidanzato, forse perché spaventato dalle troppe responsabilità o forse perché il suo carattere non gli consentiva di prendere un impegno che sapeva di non poter mantenere. Aveva la convinzione che tutto ha una fine e quindi era inutile fare un patto con il Padreterno quando poi si sa che non verrà rispettato. Aveva una sua filosofia anche sulla convivenza, affermando che vivere sotto lo stesso tetto, oltre a essere noioso, limita la libertà di vedere la persona che ami, quando veramente lo desideri. L’obbligo della convivenza quotidiana, a lungo andare, consuma inesorabilmente ogni passione. Meglio poche volte con entusiasmo che tutti i giorni con noia. Alessandro aveva bisogno di libertà o l’illusione di essa. Diceva: «Posso stare anche in una gabbia, purché lasci aperta la porticina, ma se la chiudi farò di tutto per volare via, anche a costo della vita.»

    Certo, è il tipo di uomo che molte donne vedono come il fumo negli occhi, ma nello stesso tempo attrae e affascina, come tutte le cose che sfuggono, che non si possono avere facilmente.

    Alessandro è una brava persona, di quelli che non hanno mai fatto del male a nessuno, è corretto, sensibile, premuroso, generoso, gentiluomo, insomma uno di quelli sui quali puoi sempre contare. Certo ha i suoi difetti, chi non li ha? Ma sono secondari e si fanno sempre perdonare da quella faccia da eterno bravo ragazzo.

    Quando era giovanissimo, quindici o sedici anni, le ragazzine che frequentava gli dicevano: «Vieni a prendermi a casa altrimenti mamma non mi fa uscire.» Lui si presentava sempre ordinato ed elegante, con quel suo sorriso innocente e infantile, suonava alla porta e, quando la signora gli apriva, si presentava e con garbo le faceva il baciamano. Le mamme restavano incantate e gli gettavano le loro figlie letteralmente tra le braccia. Una ragazzina, un giorno, gli disse: «Certo, se mamma sapesse che figlio di puttana sei…»

    Nei giorni successivi, dopo i primi due incontri ne seguirono altri e ogni giorno era un susseguirsi di sms e telefonate. Il loro incontro era stato una combinazione di quelle da Superenalotto. Due pezzi di un puzzle che, chissà per quale combinazione del destino, combaciavano perfettamente tra altri milioni di pezzi diversi. Erano entrambi consapevoli e coscienti di questo particolare evento, ma non prevedevano ancora le conseguenze.

    Ormai erano così impazienti di fare l’amore che decisero di vedersi la settimana successiva per stare insieme tutta la notte. Lei si inventò non so quale scusa col suo ragazzo, ma non era un problema di Alessandro, anzi ne era lusingato.

    Il giorno fissato per l’incontro sembrava interminabile, si inviarono non so quanti sms e non so quante telefonate, le ore non passavano mai. Alessandro era emozionato come uno scolaretto al suo primo appuntamento. Passò tutto il pomeriggio a pensare a cosa poterle cucinare per cena.

    Ovviamente lui l’aveva invitata a cena in un ristorante, ma con sua grande sorpresa si sentì rispondere: «Mangiamo a casa tua, non mi interessa andare al ristorante, già ci vediamo così poco e non voglio perdermi neanche un minuto con te. Intanto mi hai detto che sei bravo a cucinare, così poi ti do il voto…ahahahah…» Questa donna continuava a stupirlo.

    Scartati i piatti più banali, optò per una sua ricetta che aveva riscosso sempre molti consensi: Linguine chez Alex.

    La ricetta (per due persone) consiste in: 140 gr. di linguine, 12 tra mazzancolle e scampi, 1 seppiolina, 3 zucchine romanesche, qualche pomodorino Pachino, 1 spicchio di aglio, 1 peperoncino, qualche goccia di limone, mezzo bicchiere di vino bianco, 2 cucchiai di olio extravergine di oliva, prezzemolo e tanto amore.

    Convinto della scelta Alessandro uscì dal suo ufficio per fare la spesa, erano già le diciotto e alle venti e trenta sarebbe arrivata lei. Aveva ancora mille cose da fare. Prima di mettersi a cucinare controllò che ogni cosa nell’appartamento fosse in ordine, era così agitato ed emozionato che sembrava stesse per ricevere la Regina Elisabetta. Finito di riordinare si infilò sotto la doccia, qualche goccia di Eau Sauvage e, nudo, cominciò a girare davanti all’armadio per decidere cosa mettersi. Alla fine decise per un paio di jeans, una camicia botton down a quadrettini azzurri, un pullover di cachemire blu e un paio di Duilio scamosciate. Vestirsi era un’altra sua passione e aveva un guardaroba da far invidia a Richard Gere nel film American gigolò. Erano le diciannove e quindici e c’era ancora da cucinare e da preparare la tavola. Aveva il cuore in gola e si chiedeva se fosse normale che un uomo della sua età, con la sua esperienza e le sue numerose avventure, fosse così emozionato. Non seppe darsi una risposta e sorridendo si disse che, comunque fosse, era bello sentirsi così. Tra un fornello e l’altro sistemò la tavola badando che tutto fosse perfetto. Il condimento per la pasta era quasi pronto, tra quindici minuti sarebbe dovuto uscire per andarle incontro. L’appuntamento era alla fermata della metropolitana che distava solo pochi passi dalla sua casa.

    Alessandro era lì, puntuale, all’uscita della metropolitana, a ogni ondata di passeggeri che uscivano la cercava con lo sguardo, poi venne distratto dai tanti vo’ cumprà che, informatissimi sulle previsioni meteorologiche, vendevano ombrelli e ombrellini. Da pochi minuti, infatti, era cominciata a scendere una leggera pioggerellina, ma Alessandro non se ne curò, era talmente agiato che avrebbe potuto essere anche in mezzo a un nubifragio. All’improvviso se la trovò davanti, il cuore gli arrivò in gola, sorridendosi si salutarono e mano nella mano si avviarono verso casa. Tentarono un dialogo, ma l’imbarazzo e l’emozione impedirono loro di formulare frasi connesse. Le aprì la porta, la invitò a entrare, lei si guardò intorno ma non commentò. Julia ha un carattere che le impedisce esternazioni emotive, non è fredda, è semplicemente riservata e anche un po’ timida. Quando scrive i messaggi, invece, sembra un’altra persona perché riesce a comunicare le sue emozioni e i suoi sentimenti con grande passione. Si guardarono, si abbracciarono, si baciarono, poi lei si distaccò un attimo, lo fissò negli occhi e con un sorriso malizioso gli disse: «Sì, sì, hai proprio occhi da monello.»

    La cena era pronta, si sedettero, lui le versò del vino, fecero un brindisi e iniziarono a mangiare. Al primo boccone Julia lo guardò sorpresa e disse: «Sono squisiti!» Lui, pavoneggiandosi, fece finta di nulla e imbastì una conversazione allegra e divertente.

    È strano come questa donna lo eccitasse con la sua sola presenza.

    Finito di cenare bevvero un caffè, poi le si alzò da tavola e cominciò a sparecchiare, portando le stoviglie in cucina. Alessandro, sorpreso, la bloccò e le disse di lasciar perdere, poiché l’indomani sarebbe venuta la donna delle pulizie a sistemare tutto. Julia lo pregò di lasciarle lavare i piatti.

    Lui, incredulo, insistette a dirle di non farlo, ma non ci furono ragioni, Julia era già lì che lavava. Per Alessandro, quella situazione, era pura fantascienza!

    Provò a immaginare un primo appuntamento con una donna italiana: anche se avesse accettato di cenare a casa, quando mai avrebbe fatto una cosa del genere?!?

    Lui l’abbracciò da dietro e lei sentì il membro di lui turgido pressare sui suoi glutei. Divertita, disse: «Non vale, io ho le mani occupate, non puoi approfittare di me.»

    Appena ebbe finito di lavare i piatti, Alessandro la prese per mano e la portò in camera da letto.

    Erano in piedi, uno davanti all’altra, nel silenzio si percepiva il battito dei loro cuori, lei prese l’iniziativa e cominciò a sbottonargli la camicia, poi armeggiò con la cinta dei pantaloni e gli abbassò la cerniera lampo, lui, preso alla sprovvista, cercò di recuperare il tempo perduto e le alzò la maglietta scoprendo i suoi grandi seni, li baciò e i capezzoli divennero immediatamente turgidi, li avvolse con la lingua e intanto le abbassò i pantaloni, facendo scivolare una mano nei suoi slip. Il cuore sembrava essere ovunque: nelle tempie, nello stomaco, sulle punte delle dita.

    Lei cercò di bloccargli la mano, lui insistette e immerse le dita nel suo sesso. Era come un caldo lago. Al contatto di quella straordinaria concentrazione di liquidi, Alessandro sentì un brivido scorrergli per tutto il corpo. Lei si ritrasse e imbarazzata gli disse: «È colpa tua se sono così bagnata.» Alessandro la rassicurò: «Non devi vergognarti, è bellissimo! È la dimostrazione di quanto sei eccitata, di quanto mi desideri. Non potevi farmi regalo più bello.» Lei lo guardò e lo baciò appassionatamente. Alessandro non riusciva a togliere le dita da quell’Eden e continuò a masturbarla e a baciarla ovunque. Lei, bloccandogli la mano, lo supplicò di fare l’amore, subito, di entrare dentro di lei.

    Alessandro nella sua vita aveva avuto molte esperienze, molte più di un uomo medio, ma quello che provò mentre la penetrava fu qualcosa di assolutamente nuovo, esaltante, perfetto, indescrivibile.

    L’interno della sua fica sembrava di seta finissima inondata da tiepida acqua di sorgente, era perfetta per il suo membro, e aveva contrazioni delicate come un massaggio thailandese.

    Tutti i pensieri, le angosce, i problemi, le paure, avevano completamente abbandonato la sua mente. Se gli avessero domandato chi era, dove si trovava, non avrebbe saputo rispondere. Tutto il suo essere era dentro di lei e non riusciva a distaccarsene.

    Julia, nel fare l’amore, perdeva ogni sua timidezza, dando tutta se stessa con naturalezza e passione. Il suo orgasmo fu anticipato dalle contrazioni della sua vagina e immediatamente seguito dalle sue pressanti richieste: «Vieni tesoro, vieni, vieni, vieni dentro di me! Ora, ora, oraaaa!!!»

    Restarono così, abbracciati, uno dentro l’altro, in silenzio, come se volessero prolungare all’infinito quel momento magico.

    Dopo qualche minuto lui si sollevò, la guardò in quegli occhi che luccicavano nella penombra e si abbassò verso la sua bocca baciandola appassionatamente, raccontandole in silenzio milioni di cose che avrebbe voluto gridarle.

    Poi, uno accanto all’altra, si raccontarono pezzi della loro vita, dei loro

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