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Alma
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E-book449 pagine6 ore

Alma

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Info su questo ebook

Lucia, figlia della più sordida lussuria e della grettezza umana, si ritrova a vivere un’esistenza priva di affetto e di considerazione. Desiderosa di tagliare ogni collegamento con il suo passato, approda in un luogo diverso, nell’isola del Vento, e viene accolta in casa di don Filippo de Salazar, uomo facoltoso e molto gentile.
Di colpo prendono vita le sue emozioni, si scopre come mai aveva saputo di essere. Don Filippo si ritrova di nuovo a vivere le gioie di un sentimento che da tempo aveva dimenticato. Tutto questo in un giorno solo, accadde tutto in una volta… Poi il buio, l’indicibile, la sordida rivalità tra poteri occulti e implacabili. Lucia ritorna all’inferno, ma quello più rovente, quello che non lascia scampo. In contrapposizione a tutto questo, a Palermo, la famiglia dei conti Judeca vive una vita molto agiata. Hanno una figlia, Alma, che adorano e loro, mondani e felici, si godono un’esistenza molto felice.
Alma è una ragazza particolarmente indipendente e intelligente, abituata a prendere ciò che vuole. Intorno a lei ruoterà l’intera vicenda, si svilupperanno situazioni che man mano troveranno una spiegazione. Albert Danton in “Alma” ha espresso in modo magistrale i sentimenti dei suoi personaggi, donando loro anima e carattere proprio. Le notevoli capacità descrittive del nostro Autore consentono una lettura molto piacevole e scorrevole, il ritmo narrativo è costante e sempre molto efficace. L’intreccio della trama, avvolgente ed accattivante, stupirà certamente il lettore, assorbendolo completamente.

Albert Danton è Giuseppe Alberto Imbergamo. È nato e vissuto in Sicilia fino ai diciotto anni. Ha studiato Sociologia a Trento negli anni del movimento studentesco e, successivamente, ha approfondito le sue conoscenze di comunicazione interpersonale studiando Sessuologia e programmazione Neurolinguistica. Ha viaggiato per più di 70 paesi nel mondo fra popoli primitivi e animali in via d’estinzione. Per undici anni ha vissuto nello splendore delle isole Seychelles. Tornato in Italia ha scelto di vivere fra il verde della campagna umbra.
Ha pubblicato il suo primo romanzo “Il Presidente” con il Gruppo Albatros (2009); con Robin edizioni “La lettera perduta” (2011) e “Congiura in Vaticano” (2012); ancora con il Gruppo Albatros “L’antico inganno” (2020) e il suo quinto romanzo “Alma” (2022).
LinguaItaliano
Data di uscita30 apr 2022
ISBN9788830661844
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    Anteprima del libro

    Alma - Albert Danton

    Nuove Voci

    Prefazione di Barbara Alberti

    Il prof. Robin Ian Dunbar, antropologo inglese, si è scomodato a fare una ricerca su quanti amici possa davvero contare un essere umano. Il numero è risultato molto molto limitato. Ma il professore ha dimenticato i libri, limitati solo dalla durata della vita umana.

    È lui l’unico amante, il libro. L’unico confidente che non tradisce, né abbandona. Mi disse un amico, lettore instancabile: Avrò tutte le vite che riuscirò a leggere. Sarò tutti i personaggi che vorrò essere.

    Il libro offre due beni contrastanti, che in esso si fondono: ci trovi te stesso e insieme una tregua dall’identità. Meglio di tutti l’ha detto Emily Dickinson nei suoi versi più famosi

    Non esiste un vascello come un libro

    per portarci in terre lontane

    né corsieri come una pagina

    di poesia che s’impenna.

    Questa traversata la può fare anche un povero,

    tanto è frugale il carro dell’anima

    (Trad. Ginevra Bompiani).

    A volte, in preda a sentimenti non condivisi ti chiedi se sei pazzo, trovi futili e colpevoli le tue visioni che non assurgono alla dignità di fatto, e non osi confessarle a nessuno, tanto ti sembrano assurde.

    Ma un giorno puoi ritrovarle in un romanzo. Qualcun altro si è confessato per te, magari in un tempo lontano. Solo, a tu per tu con la pagina, hai il diritto di essere totale. Il libro è il più soave grimaldello per entrare nella realtà. È la traduzione di un sogno.

    Ai miei tempi, da adolescenti eravamo costretti a leggere di nascosto, per la maggior parte i libri di casa erano severamente vietati ai ragazzi. Shakespeare per primo, perfino Fogazzaro era sospetto, Ovidio poi da punizione corporale. Erano permessi solo Collodi, Lo Struwwelpeter, il London canino e le vite dei santi.

    Una vigilia di Natale mio cugino fu beccato in soffitta, rintanato a leggere in segreto il più proibito fra i proibiti, L’amante di lady Chatterley. Con ignominia fu escluso dai regali e dal cenone. Lo incontrai in corridoio per nulla mortificato, anzi tutto spavaldo, e un po’ più grosso del solito. Aprì la giacca, dentro aveva nascosto i 4 volumi di Guerra e pace, e mi disse: Che me ne frega, a me del cenone. Io, quest’anno, faccio il Natale dai Rostov.

    Sono amici pazienti, i libri, ci aspettano in piedi, di schiena negli scaffali tutta la vita, sono capaci di aspettare all’infinito che tu li prenda in mano. Ognuno di noi ama i suoi scrittori come parenti, ma anche alcuni traduttori, o autori di prefazioni che ci iniziano al mistero di un’altra lingua, di un altro mondo.

    Certe voci ci definiscono quanto quelle con cui parliamo ogni giorno, se non di più. E non ci bastano mai. Quando se ne aggiungono altre è un dono inatteso da non lasciarsi sfuggire.

    Questo è l’animo col quale Albatros ci offre la sua collana Nuove voci, una selezione di nuovi autori italiani, punto di riferimento per il lettore navigante, un braccio legato all’albero maestro per via delle sirene, l’altro sopra gli occhi a godersi la vastità dell’orizzonte. L’editore, che è l’artefice del viaggio, vi propone la collana di scrittori emergenti più premiata dell’editoria italiana. E se non credete ai premi potete credere ai lettori, grazie ai quali la collana è fra le più vendute. Nel mare delle parole scritte per esser lette, ci incontreremo di nuovo con altri ricordi, altre rotte. Altre voci, altre stanze.

    Parte prima

    L’UOMO 1958

    prologo

    Immobile, sotto le coperte, gli occhi spalancati come a voler perforare il buio della stanza, Lucia sentì ancora una volta quel trambusto come di lotta e infine un gemito strozzato e debole. Fuori dalla stanza, al piano di sotto della piccola casa, stava ancora accadendo qualcosa.

    Lucia era stata svegliata da un rumore e, in un primo momento, aveva pensato che si trattasse di don Filippo di ritorno dalla città; lo aveva atteso per ore alla finestra con gli occhi fissi sulla strada, ma invano. Credendo fosse lui era stata sul punto di alzarsi per dargli il benvenuto e riabbracciarlo, quando uno strano rumore di trascinamento e di passi pesanti l’avevano messa in allarme. Non poteva essere don Filippo; lui sarebbe stato più discreto e più silenzioso vista l’ora tarda e poi, comunque, l’ultima barca da Palermo era già arrivata da troppo tempo. No, si ripeté, non poteva essere don Filippo.

    Lucia sentì un gemito, come un urlo soffocato. Fu sicura a quel punto che qualcuno si era introdotto in casa e certamente, chiunque fosse, non poteva avere intenzioni amichevoli.

    Restò immobile dentro il letto, cercò di farsi piccola e sparire sotto le coperte; un rumore netto spiccò fra gli altri: un oggetto metallico era caduto in terra rimbalzando più volte. Altri gemiti, altri passi e poi più niente.

    La paura paralizzò Lucia. Strinse le mani aggrappandosi al letto, tese l’orecchio per ascoltare ancora ma le grosse onde che si infrangevano sulla costa proprio sotto la casa e il vento forte della notte d’inverno le impedirono di sentire altro. Forse non c’era altro da sentire o forse il pericolo era silenzioso e in agguato.

    Al piano di sotto la porta d’ingresso cominciò a sbattere per il vento con un ritmo disordinato. O gli intrusi erano andati via o era un tranello per rassicurarla e farla scendere di sotto. Completamente bagnata di sudore freddo cominciò a tremare, incapace di scacciare la paura, ma sentendo crescere dentro di lei quella rabbia che ben conosceva. La porta continuava a sbattere in modo disordinato e continuava a farle paura ma, alla luce di tutto quello che era successo nei giorni precedenti, era probabile che fosse un fatto casuale o che fosse stata lasciata aperta proprio con lo scopo di terrorizzarla.

    Era solo da pochi giorni che viveva nella casa di don Filippo ma, da subito, si era ritrovata coinvolta in cose più grandi di lei e che, per di più, non riusciva a capirne i motivi. In paese era diventata oggetto di scherno e di sopruso e non perché avesse fatto qualche cosa di sbagliato ma solo perché era ospite di don Filippo. Era lui il destinatario di quelle provocazioni e lei era usata come un mezzo per colpirlo. La gente dell’isola le era ostile e alcuni in particolare la stavano perseguitando con pesanti sgarberie che rasentavano l’insulto.

    Lucia cercò di convincersi che doveva trattarsi dell’ennesima cattiveria. Chiunque fosse entrato era sicuramente andato via. Doveva farsi coraggio e scendere di sotto a chiudere la porta e scoprire cosa si erano inventati questa volta per metterla in difficoltà.

    Scese dal letto tirandosi una coperta sulle spalle e in punta di piedi si avvicinò alla finestra che guardava il mare. Da lì non poteva certo vedere la stradina sterrata che portava alla casa né gli alberi né nessun visitatore notturno. Da quella finestra si potevano udire solo fragorose onde che si infrangevano sulla costa rocciosa di quella piccola e inospitale isola del Mediterraneo.

    Restò ipnotizzata dal rumore ritmico del frangersi dell’onda e, sconfortata, pensò a come le sue speranze stessero naufragando. Aveva creduto che aver incontrato don Filippo rappresentasse una rinascita ma, purtroppo, tutto faceva presagire che non era così.

    Con la fronte poggiata al vetro della finestra, ascoltando il mare, rivisse in pochi secondi la sua misera vita e i recenti eventi che l’avevano spinta a fuggire e ad approdare su quell’isola.

    Intanto, al piano di sotto, la porta, spinta dal vento, continuava a sbattere disordinatamente…

    Capitolo 1

    Lucia cominciò a preoccuparsi quando si accorse ancora una volta di quello sguardo. Lo conosceva bene.

    Non era una novità, per lei, vedere gli occhi vogliosi e il sorriso sornione del suo padrone, ma quel giorno le sembrò peggio del solito.

    Da poche settimane aveva iniziato a lavorare a servizio presso la casa del vicino e fin dall’inizio, per sua fortuna, quegli sguardi e quegli ammiccamenti erano rimasti innocui e senza conseguenze.

    Lucia, però, fin dal primo giorno non si era fidata ed era stata sempre guardinga e pronta a sfuggire a ogni tentativo che lui avesse potuto mettere in atto.

    Sapeva bene come andavano queste cose. Un bicchiere di vino più del dovuto e l’argine fra il lecito e l’illecito crollava miseramente.

    Aveva una lunga esperienze di queste violenze. Erano iniziate fin da piccola, quando il padre beveva quel bicchiere di troppo e sua madre faceva finta di non accorgersi di niente.

    Con gli anni Lucia era diventata grande e forte e il padre debole e vecchio e solo per questo quelle torture erano finite pur lasciando aperte immense ferite.

    Aveva imparato a convivere con quei fantasmi che le riempivano i sogni ma aveva giurato a se stessa che non avrebbe mai più permesso che accadesse ancora. Per questa ragione, con quel nuovo padrone, stava attenta e si guardava sempre le spalle.

    Anche quel giorno finì di preparare il pranzo e lo portò in tavola. L’uomo iniziò a mangiare rumorosamente non curandosi dell’unto che gli colava sul mento. Bevve molto vino e, quando ebbe finito, manifestò con un lungo rutto la sua soddisfazione.

    Si massaggiò il ventre gonfio, rovesciò i resti del suo piatto nel tegame, unendolo al po’ di cibo che era rimasto, e lo spinse verso il bordo della tavola.

    Sorrise compiaciuto di sé e si rivolse a Lucia con malagrazia:

    «Questo è per te».

    Lei prese il tegame timidamente e si diresse in cucina come faceva tutte le volte.

    Fu in quel momento che il rituale, che si ripeteva da settimane, fu stravolto.

    L’uomo, invece di alzarsi e andare a sedere nell’ampia poltrona, fumare il suo sigaro puzzolente e iniziare la lunga e rumorosa digestione, riempì una volta di più il bicchiere di vino e con voce perentoria la chiamò:

    «Lucia… vieni qui a mangiare!».

    Lei obbedì malvolentieri. Temette il peggio è rientrò nella sala da pranzo restando in piedi con il tegame fra le mani come incerta su cosa fare.

    «Siediti qua, vicino a me!».

    L’uomo accompagnò le sue parole con gesti eloquenti, sbattendo la mano sulla sedia che si trovava accanto a lui.

    Lucia si sedette sulla punta della sedia, come fosse di passaggio e ingoiò in fretta i piccoli pezzetti di carne e le patate. Non alzò mai gli occhi dal piatto ma ciò non le impedì di sentire su di sé lo sguardo dell’uomo che incombeva, foriero di guai.

    Il vecchio contadino che si era arricchito con il mercato nero durante la guerra, aveva visto crescere Lucia ed era perfettamente a conoscenza dei servizi che era costretta a rendere al padre quando, spesso e volentieri, mandava giù quel bicchiere di troppo.

    Una sola parete divideva la sua casa da quella di Lucia e per questo aveva ascoltato gli urli e i pianti della bambina e le grida, con la voce impastata, del padre padrone.

    Col passare degli anni erano scomparsi urli e pianti ma non erano finite le torture. Lo sapeva bene perché ogni volta lo leggeva sulla faccia compiaciuta del vicino di casa quando si incontravano per la loro partita di Scopone.

    L’uomo aveva visto crescere quella bambina, l’aveva vista diventare donna e, con la bava alla bocca, aveva apprezzato le sue forme diventare sempre più sinuose e prorompenti.

    Da molto tempo non aveva mai smesso di desiderare di possederla.

    Ora era arrivato il suo turno. La sorte gliela aveva portata su un piatto d’argento e non gli sarebbe sfuggita.

    Aveva avuto molta pazienza e aveva atteso abbastanza.

    Non aveva nessuna intenzione di continuare a darle da mangiare a meno che anche lei non fosse disposta a dargli la sua carne in cambio. Sapeva molto bene cosa voleva ed era arrivato il momento giusto per metterla alla prova.

    L’eccitazione che sentì crescere in lui gli strappò un sorrisetto compiaciuto e tenendo a bada la fretta, si rassegnò ad aspettare che Lucia finisse di mangiare.

    Continuò a bere vino sentendo il desiderio diventare impellente e quando, finalmente, la vide alzarsi per riportare il tegame vuoto in cucina, si alzò a sua volta e la seguì.

    La prese con violenza alle spalle bloccandola con le braccia e strinse con malagrazia le mani sul seno prosperoso.

    Istintivamente Lucia liberò le mani tentando una difesa.

    Il tegame cadde in terra rompendosi rumorosamente in mille pezzi ma l’uomo continuò a tenerla bloccata con le forti braccia. Poi, con le dita, le strinse i capezzoli fino a farla urlare di dolore.

    Fu allora che Lucia portò le due braccia libere dietro di sé e gli graffiò la faccia utilizzando tutta la forza di cui disponeva.

    L’urlo riempì la casa e l’uomo, istintivamente, lasciò la presa per proteggersi il viso, liberandola dalla morsa.

    Lei approfittò di quel momento per tentare la fuga ma la reazione rabbiosa non si fece attendere.

    Incurante dei profondi graffi che gli bruciavano il viso, la agguantò ancora una volta bloccandola per i capelli e tirandola verso di sé.

    Lucia perse l’equilibrio e, cadendo all’indietro come un peso morto, fece cadere anche l’uomo, finendogli addosso. Si rialzò rapidamente ma, con piacere, vide che lui restava immobile in terra.

    Pensò che avesse sbattuto la testa e fosse svenuto.

    Non poté vedere la scheggia del tegame rotto che, con una punta tagliente, gli aveva trafitto la nuca e non si accorse della piccola chiazza di sangue che gli si andava formando sotto alla testa.

    Basta pensò Lucia, non ne posso più. Non posso andare avanti così tutta la vita. Devo approfittare di questo momento per fuggire lontano da quest’uomo, da questo paese sperduto e da trent’anni di dolore.

    Con il viso rigato dalle lacrime e gli occhi furenti, raccolse in fretta i suoi pochi stracci sistemandoli alla rinfusa dentro una vecchia valigia di cartone. Si coprì la testa con un foulard, legandolo ben stretto sotto il mento e si coprì le spalle con un pesante scialle nero di lana.

    Rubò i soldi che trovò all’interno di un cassetto e dopo avere gettato lo sguardo per un’ultima volta a quel corpo obeso steso in terra svenuto, lasciò quella orribile casa e scese in strada.

    Non sapeva dove andare ma qualunque posto sarebbe stato meglio dell’inferno che voleva in tutti i modi lasciarsi alle spalle.

    Aveva trent’anni e non era più possibile continuare a vivere in quel modo. A stento sapeva leggere e scrivere. Era povera, come lo erano tanti alla fine degli anni cinquanta ma, per di più, le era toccata la malasorte di nascere e vivere in un piccolo paesino arroccato sulle montagne siciliane, allevata nella violenza da due genitori che avevano fatto di una figlia, la loro schiava.

    Non aveva né arte né parte. Tutto quello che sapeva fare era accudire vecchi e malati, fare faccende domestiche, lavare, stirare e pulire.

    Non era mai uscita dal suo paese se non per essere rinchiusa dal padre, nel più vicino manicomio col solo scopo di sottometterla. Suo padre aveva ottenuto quello che voleva. Alla fine l’aveva domata. Lucia aveva ceduto per non essere più portata in quel luogo di dolore, fra camice di costrizione ed elettroshock.

    Per tutta la vita non aveva fatto altro che sopportare angherie, soprusi e segregazione e voleva dire basta a tutta quella miseria umana che l’aveva travolta e sopraffatta.

    Voleva urlare basta e voleva urlarlo a se stessa, a quella parte di lei che aveva quella paura insensata.

    Doveva trovare il coraggio di ribellarsi, di fuggire, andare lontano e affrontare il mondo esterno, con i suoi pericoli e le sue incognite. Sarebbe stato sempre meglio di quello che si stava lasciando alle spalle.

    Da molto tempo avrebbe potuto fare quel passo e fuggire dall’inferno nel quale era stata costretta a vivere la sua vita. Ma non ne era stata capace. La paura di affrontare il mondo l’aveva trattenuta. Era rimasta e aveva continuato a sopportare le miserie e gli egoismi di genitori vecchi e malati finché non erano morti, uno dopo l’altra, poche settimane prima.

    Alla loro morte si era ritrovata in mezzo ad una strada, senza una casa e, solo per questo, aveva accettato di continuare a fare la serva in casa di un estraneo senza neanche la scusante dell’affetto filiale.

    Ma ora la misura era colma.

    Con passi veloci e la testa bassa, attraversò la strada principale, sentendo su di sé gli sguardi curiosi dei pochi passanti e pochi minuti dopo si lasciò alle spalle il paese.

    Era sola e padrona di se stessa. Non era certa che avrebbe avuto la forza per affrontare quel suo nuovo stato, ma giurò che non avrebbe più rimesso piede in quel luogo e avrebbe fatto di tutto per non cadere ancora una volta preda dell’arroganza degli uomini.

    Si fermò per riprendere fiato, guardarsi intorno e decidere cosa fare. In fondo a quei monti, molto lontano, vide la costa siciliana e il Mediterraneo.

    Sì, sarebbe andata nella capitale e forse avrebbe trovato una sistemazione, un lavoro e un po’ di rispetto.

    S’incamminò lungo la strada sterrata trascinando la vecchia valigia e guardandosi ogni tanto alle spalle.

    Finalmente riconobbe il rumore. La corriera che dalle Madonie portava a Palermo stava per arrivare.

    Trovò un posto in fondo all’autobus vicino ad un’altra donna che, come lei, portava uno scialle nero per ripararsi dal freddo e per manifestare al mondo il suo lutto.

    Nessuno badò a lei. Era al sicuro e, nonostante la preoccupazione del futuro, non resistette allo stress di quella giornata e si addormentò fino all’arrivo.

    Scendendo dall’autobus restò scioccata dalla città, dalle sue larghe strade e da tutta la gente che si muoveva intorno a lei. Bambini che vociavano, venditori ambulanti che propagandavano le loro mercanzie, gente che si muoveva freneticamente come avesse una fretta del diavolo. L’aria non era buona come quella dei suoi monti ed era intrisa di odori di cibo, di fritto e di pesce andato a male.

    La paura ricominciò a farsi sentire ma si impose di restare calma e di rispettare l’impegno che solo poco prima aveva preso con se stessa.

    Chiamò a raccolta le sue forze e timidamente, chiese ad una donna dove poter trovare un letto per la notte. Le fu indicata una piccola pensione poco distante e si augurò che i soldi che era riuscita a trafugare fossero sufficienti.

    Entrare in quella casa e parlare con la padrona fu la sua fortuna, almeno così pensò sul momento, perché fu proprio da quella donna che ebbe un’informazione preziosa: in una piccola isola, ad un paio d’ore di barca, c’era, forse, la possibilità di trovare un alloggio e un piccolo compenso in cambio di lavori domestici, presso la casa di un uomo non più giovane, ma conosciuto come saggio e di indole buona.

    L’emblematico nome dell’isola era Isola del vento. Faceva parte di un gruppetto di isole inospitali, tutte scogli a picco sul mare, senza energia elettrica e con poche decine di abitanti, per la maggior parte pescatori.

    Il nome dell’uomo che avrebbe dovuto cercare era don Filippo de Salazar.

    Che strano nome porta quest’uomo pensò Lucia, forse è uno straniero ma non mi importa.

    La confusione della grande città non era certo l’ottimale per lei. Una piccola isola, invece, con poca gente, poteva fare al caso suo.

    Sperò che quello che le avevano detto fosse tutto vero: una casa, un lavoro e un uomo saggio e buono.

    Sì, il giorno dopo sarebbe partita col cuore pieno di speranza.

    Capitolo 2

    I pesanti passi provenienti dall’interno della casa riportarono alla realtà Filippo de Salazar.

    Era seduto, come quasi tutte le mattine, sulla sua terrazza a strapiombo sul mare intento a rileggere alcune novelle di Luigi Pirandello, scrittore che amava particolarmente.

    Dal rumore dei passi, comprese che si trattava di almeno due persone e, allarmato, si alzò di scatto posando il libro sul tavolo accanto a lui, pronto a fronteggiare il presumibile pericolo.

    Su quello scoglio sperduto in mezzo al Mediterraneo, nessuno aveva l’abitudine di chiudere porte e finestre ma nessuno si sarebbe permesso di entrare a casa altrui senza prima dare voce alla sua presenza.

    Filippo de Salazar non dovette aspettare a lungo per capire. Dalla penombra della casa si materializzarono sulla terrazza assolata due figure che ben conosceva, gli unici che, con la loro arroganza, potevano far proprio il diritto di entrare in casa altrui senza annunciarsi.

    Scosse la testa ripetutamente e li guardò con commiserazione. Rispose al loro sorriso beffardo e, ben sapendo che le sue parole sarebbero volate via col vento, egualmente, volle sottolineare la loro mancanza:

    «Don Antonio Bartolomeo, essere sindaco di quest’isola non ti dà il diritto di entrare in casa altrui con il tuo sgherro senza prima aver bussato alla porta ed esserti annunciato…».

    «Filippuzzu, ma che vai dicendo! Siamo cugini, siamo di famiglia… perché vuoi trattarmi sempre da estraneo!».

    «Purtroppo siamo cugini, ma questo non ti esime dall’usare con me le buone maniere».

    Antonio Bartolomeo assunse un’aria fintamente contrita e poi, sguaiatamente, si mise a ridere tenendosi il ventre prominente che sobbalzava.

    Dette una pacca sulle spalle di suo cugino e rivolto al suo sgherro, bruscamente disse:

    «Alvaro, pigliami una sedia… e tu Filippuzzu, siediti che dobbiamo parlare».

    «Sto bene in piedi e non credo che abbiamo nient’altro da dirci».

    Antonio Bartolomeo sospirò spazientito e poi manifestando platealmente una calma che non aveva, si sedette sulla sedia che Alvaro gli aveva prontamente avvicinato e solo dopo qualche secondo iniziò a parlare:

    «Filippuzzu, Filippuzzu, rimani pure in piedi se preferisci… ma di cose da dirci ne abbiamo e come!».

    «So già di cosa vuoi parlare ma conosci anche la mia risposta… stiamo solo a perdere tempo».

    «Cugino mio, è tutta la vita che remi contro tutto e tutti. Ti sei messo contro tuo padre, ti sei messo contro mio padre, ti sei messo contro tutta la famiglia! È arrivato il momento per te di cambiare binario… è l’ultima possibilità che ti resta».

    Filippo de Salazar aggrottò la fronte, guardò il cugino diritto negli occhi e per alcuni secondi si fronteggiarono in silenzio. Poi replicò:

    «Antonio, sono abituato alle tue minacce ma la mia risposta è sempre la stessa: non avrai questa terra pietrosa e non avrai questi scogli».

    «È qui che ti sbagli caro cugino. Gli amici di Palermo mi hanno fatto sapere che hanno avuto l’ok per il progetto. Sarà presentato e approvato in breve tempo. I finanziatori sborseranno i quattrini e io trasformerò quest’isola in una miniera d’oro».

    Filippo de Salazar alzò la voce come raramente faceva:

    «I tuoi amici politicanti di Palermo sono delle pedine nelle mani della mafia e quelli che chiami finanziatori non sono altro che gli stessi mafiosi desiderosi di riciclare un po’ del denaro che hanno guadagnato vessando i poveri cristi e macchiandosi le mani di sangue innocente».

    «Calma, calma, cugino. Non si dicono queste cose degli amici. Dobbiamo a loro quello che abbiamo e sarà anche merito loro se questa nostra isola, da miserabile terra di pescatori morti di fame quale è, diventerà un posto di lusso per turisti danarosi».

    De Salazar divenne paonazzo, strinse i denti e lo guardò con odio. Si avvicinò ancor di più al cugino con aria minacciosa tanto che Alvaro si sentì in dovere di fare un passo verso di loro nel caso fosse stato necessario difendere il suo padrone.

    Colmo d’ira, scandendo le parole con chiarezza e con forza, puntò l’indice verso il cugino e gli disse:

    «Io non devo niente a quella gentaglia. Li ho sempre combattuti e continuerò a farlo. È mio padre che mi ha lasciato questo spicchio di isola arida e pietrosa e non permetterò che cada nelle tue mani… scordatelo! Hai già comprato, per poche lire, gli altri appezzamenti sul mare affamando ancora una volta i pescatori e le loro famiglie. Cominciano già a emigrare in cerca di un lavoro… prima li hai sfruttati defraudandoli del frutto delle loro fatiche e pagando pochi spiccioli il loro pesce e ora hai tolto loro anche la terra e la casa».

    Antonio Bartolomeo si alzò rumorosamente rovesciando la sedia dietro di lui. Alvaro, gli occhi servili e spenti, accorse per rimetterla in piedi e attese di ascoltare le parole del suo padrone.

    «… E invece caro cugino, io avrò questo spicchio di isola, che tu lo voglia o no… potrai tenerti solo questa casa… è tutto quello che ti posso garantire».

    «Fuori da casa mia… andatevene fuori! Dovrai ammazzarmi prima di togliermi la terra!».

    Bartolomeo fece segno ad Alvaro di seguirlo e prima di riattraversare la penombra della casa verso l’uscita, si voltò verso il cugino e guardandolo con aria minacciosa, gli disse:

    «Se è questo che vuoi… sarai accontentato».

    Filippo de Salazar li seguì, attese che fossero usciti da casa sua e sbatté con violenza la porta dietro le loro spalle chiudendola con tutte le mandate. Sapeva bene che non sarebbe stata una porta a salvarlo dalle minacce del cugino sindaco ma promise a se stesso che avrebbe fatto di tutto per vendere cara la pelle.

    Rimase immobile, il capo chino, le braccia stese ai fianchi e i pugni chiusi. Strinse le mascelle digrignando i denti come una bestia ferita e seppe che, come in molte altre occasioni nella sua vita, era solo, ma quel che era peggio, ancora una volta, sarebbe stato vinto.

    Sbollita la rabbia, si sentì esausto. Si trascinò in terrazza, si lasciò cadere sulla sedia, appoggiò la testa sul muro dietro di lui e chiuse gli occhi abbagliato dal sole.

    Davanti a lui il mare sembrava una tavola immobile e blu fino a congiungersi all’orizzonte con un cielo terso di un colore tanto simile da confondersi con esso. Sulla sinistra, molto lontano, la costa palermitana era sormontata da rade nuvole bianche leggermente sfilacciate.

    Filippo de Salazar era nato nel 1900 proprio su quell’isola e un anno prima a soli cinquantasette anni, deluso dalla vita, vi aveva fatto ritorno per restarci.

    Era alto e magro, anzi, troppo magro, tanto da meritarsi il soprannome, vagamente spregiativo, di allampanato. Le spalle un po’ curve, come ingobbite, sentivano il peso delle vicissitudini della sua vita ma, nonostante ciò, manteneva ancora un portamento elegante nel modo di muoversi e di camminare. I capelli, un tempo biondi, erano scuriti insieme alla barba che portava corta ma incolta. I suoi occhi, chiari e profondi, che da giovane erano stati espressione di una intelligenza vivace e ribelle, erano ora ricoperti da un velo di tristezza, di rassegnazione e di impotenza.

    Il padre, Salvatore de Salazar insieme al cognato Giuseppe Bartolomeo, padre di Antonio, si era fatto abbindolare dalla compagnia Anglo Sicula che controllava la stragrande maggioranza delle miniere di zolfo in Sicilia.

    Prima che scoppiasse la Prima guerra mondiale, i due, avevano impegnato tutti i loro capitali per acquistare due grosse miniere del nisseno. Non sapevano che da lì a poco, un nuovo sistema di estrazione dello zolfo, inventato dagli americani, avrebbe reso assolutamente antieconomico lo sfruttamento delle miniere siciliane.

    Il giovane Filippo de Salazar, all’epoca, era ancora uno studente e il fallimento della compagnia del padre e le conseguenti ristrettezze economiche, lo avevano costretto a trovare un lavoro e a studiare di notte per prendere l’agognata laurea in Giurisprudenza.

    Era convinto che il suo amore per le opere di Luigi Pirandello non derivasse solo dal suo riconoscersi nei personaggi piccolo borghesi delle sue novelle, ma che fosse nato prima di tutto per la storia comune che aveva con il grande drammaturgo.

    Anche il padre di Pirandello aveva comprato una miniera di zolfo, anche lui era miseramente fallito a causa di un allagamento e anche lui si era ritrovato con la famiglia in ristrettezze economiche.

    Questo destino comune lo consolava, così come lo consolava il fatto di aver evitato per due volte la guerra. Per la Prima guerra mondiale era ancora troppo giovane e per la Seconda era già troppo vecchio.

    A parte questo aspetto della sua vita, per il resto era stato un accavallarsi di insuccessi.

    Antifascista per indole e per formazione culturale, si era messo anche contro la famiglia e da questa era stato isolato. Dal regime aveva subito tutte le vessazioni destinate ai non allineati finché, alla fine della Seconda guerra mondiale, aveva intravisto un barlume di speranza.

    Iscritto al partito comunista, aveva appoggiato le lotte dei contadini ed aveva esultato, nel 1944 all’approvazione della legge Gullo sui riparti del contratto di mezzadria e sull’assegnazione ai contadini delle terre incolte facenti parte dei latifondi delle baronie.

    La legge era praticamente rimasta lettera morta e non più fortunata fine aveva visto la legge regionale del 1950 sull’assegnazione ai coltivatori diretti degli appezzamenti dei latifondi eccedenti certe estensioni.

    Filippo de Salazar si era battuto per le strade e nei tribunali solo per assistere ad una ennesima sconfitta: la legge non veniva applicata se non in rari casi e i contadini erano costretti a emigrare.

    La mafia ammazzava i sindacalisti e gli elementi di spicco della lotta per la terra e i tribunali assolvevano i mafiosi che si erano resi responsabili di quegli omicidi.

    Proprio un anno prima, nel 1957, aveva visto dichiarare innocenti tre mafiosi accusati di aver ammazzato a colpi di lupara un sindacalista. A nulla era valsa l’arringa appassionata che lui aveva fatto in tribunale come avvocato di parte civile e a nulla erano valse le prove schiaccianti che erano state portate dal pubblico ministero.

    I tre mafiosi, difesi da tale Giovanni Leone, promettente elemento iscritto al partito cattolico, erano stati assolti con formula piena e l’avvocato Filippo de Salazar era stato, ancora una volta, vinto.

    Aveva buttato la sua toga in terra, l’aveva calpestata e aveva detto basta! Avrebbe fatto ritorno alla sua isola, alla sua casa e, in solitudine, avrebbe passato il tempo leggendo e rileggendo il suo autore preferito perché, in fondo, come i personaggi pirandelliani, anche lui non era altro che un piccolo uomo, mediocre, quasi meschino e soprattutto perdente.

    Aveva detto basta ai tribunali, basta con l’inutile lotta allo strapotere mafioso, al sopruso e alle ingiustizie. Questo aveva pensato e questo aveva creduto di poter ottenere ritornando alla sua isola.

    Filippo de Salazar, aprendo gli occhi su un tramonto infuocato, si piegò in avanti e strinse la sua faccia fra le mani. Disperato, si rese conto che anche il suo rifugio era stato violato, anche sulla sua isola non avrebbe trovato pace, anche fra la sua gente sarebbe stato vinto.

    Rimase a lungo con gli occhi stretti fra il buio delle sue mani, incerto e ancora una volta impotente. Poi il vento cominciò a soffiare più forte sulla sua pelle, sentì l’aria fresca della sera dargli un brivido di freddo e l’onda infrangersi con fragore sugli scogli sotto di lui.

    Si alzò, si avvicinò alla ringhiera in legno della terrazza e respirò profondamente l’aria del suo mare. Poi rientrò in casa per la notte.

    Quella sera, dopo avere mangiato due uova fritte e un pezzo di formaggio, si rese conto che da quando un anno prima era ritornato a vivere in quella casa, non aveva fatto che rare pulizie sommarie.

    Aprì i cassetti, controllò gli angoli e si meravigliò di se stesso. Non poteva lasciarsi andare fino a quel punto, la casa aveva bisogno di una pulizia radicale e lui non era in grado di effettuarla. Aveva assoluto bisogno di trovare qualcuno che tenesse in ordine e che pulisse. Si ripromise, di spargere la voce in paese il giorno dopo.

    Sapeva che non sarebbe stato facile trovare qualcuno a causa dell’ostilità dei suoi paesani, ma doveva tentare. Poi si disse che se anche avesse trovato una donna per qualche ora al giorno, sicuramente, sarebbe diventata uno strumento di controllo della sua casa e della sua vita da parte del sindaco e cugino don Antonio Bartolomeo.

    Capitolo 3

    Il mare era scosso da fremiti disordinati e il vento soffiava forte cambiando continuamente la sua direzione. Il cielo era coperto da nuvole gonfie e scure che sembravano incerte se cominciare a rovesciare grosse gocce di pioggia o se lasciarsi trascinare altrove.

    Lucia era terrorizzata. Stringeva forte le mani sui braccioli della panchina, sottocoperta, timorosa di essere sbalzata via da uno di quegli ondeggiamenti improvvisi che colpivano il traghetto. Era la prima volta che saliva su una nave e, a dire il vero, era la prima volta che vedeva il mare da così vicino.

    Certo, quella distesa infinita di acqua l’aveva già vista ma da molto lontano, così come, nelle giornate limpide, aveva visto il vulcano e il pennacchio di fumo che usciva dalla sua bocca.

    Dalle case del suo paese arroccato su una cima delle Madonie a più di 1100 metri di altezza, aveva visto tutte queste cose ma non le conosceva realmente.

    Lucia conosceva la neve che ogni inverno cadeva intorno a lei, conosceva il sole che d’estate bruciava la sua schiena, conosceva le strade del suo paese e la gente che giorno dopo giorno abbandonava quella montagna, emigrando all’estero in cerca di lavoro.

    Conosceva le case di blocchi e cemento tirate su con il frutto del lavoro degli emigrati, ma mai finite. Il denaro che le famiglie ricevevano dai loro cari lontani non era mai sufficiente per ultimarle e intonacarle. In fondo, a che serviva l’intonaco se non a buttare via dei soldi che potevano essere meglio utilizzati!

    Finalmente, tutto questo era finito. Quel giorno di novembre del

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