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Xero Chronicles
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E-book307 pagine3 ore

Xero Chronicles

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Info su questo ebook

Xero è un pianeta abitato dagli umani ormai da secoli, ma non la pensano così gli abitanti originari, ora rintanati su un satellite.
Gli umani devono fare i conti anche con i Rat, altra razza aliena del pianeta.
L'arrivo degli Invasori riuscirà a stabilire una tregua per poter combattere insieme il nemico comune?
Una storia che vuole come protagonisti i soldati e le loro vite sempre messe in pericolo.

Alessio Testa è nato a Roma e abita a Genova. Xero Chronicles è il suo esordio come scrittore.
LinguaItaliano
Data di uscita18 lug 2022
ISBN9791221372557
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    Anteprima del libro

    Xero Chronicles - Alessio Testa

    Xero Chronicles

    Alessio Testa

    immagine 1

    Prologo

    Abandoned

    Stava precipitando. Il mondo sembrava volteggiare tutto intorno a lei, mentre il suo caccia tracciava una serie infinita di spirali verso il suolo. Non provava paura in quel momento. Rabbia, dispiacere, rammarico: erano queste le emozioni che provava mentre la sua morte si avvicinava sotto forma di una distesa di onde blu e bianche di un mare mosso. Il meccanismo di rilascio dell’abitacolo non funzionava, doveva essersi danneggiato quando il suo velivolo era stato colpito. Non le rimanevano che pochi istanti. Stava ancora tentando di eiettare l’abitacolo, quando le onde si fecero tanto vicine da darle l’impressione di poterne toccare le increspature con le punte delle dita. Poi, l’impatto.

    Si svegliò di soprassalto.

    L’abitacolo era sommerso nella penombra dello spazio. Sulla consolle lampeggiava una lunga serie di spie, che illuminavano a intermittenza lo spazio angusto della carlinga. Di fronte a lei, una parete di resistente vetroresina la separava dal vuoto.

    Nel suo campo visivo dominava un’enorme palla dorata: impiegò diversi istanti per rendersi conto che si trattasse di un pianeta e non di una stella, tanto era luminosa la superficie.

    Sul momento si ritrovò spaesata e intorpidita dal sonno, ma durò solo un istante. Poi, il fiume dei ricordi la colpì con la forza di un maglio. La fuga rocambolesca da quella nave inquietante e maligna, lo scontro con i suoi aguzzini e l’inseguimento nello spazio e, infine, la disperata ricerca di un luogo dove trovare rifugio. Aveva compiuto diversi salti – non ricordava esattamente quanti, forse una dozzina – in sistemi che il computer di navigazione aveva segnalato come sconosciuti, privi di qualsiasi forma di civiltà avanzata. Inizialmente aveva pensato di cercare un qualche genere di spazioporto o stazione spaziale dove trovare un altro mezzo per la fuga o un qualche genere di aiuto, ma nel giro di un paio di salti nell’iperspazio aveva realizzato che non fosse per niente una buona idea: a bordo di una nave rubata e danneggiata, senza documenti né merci da scambiare, dove sarebbe potuta mai andare? Di certo, le autorità del luogo l’avrebbero fermata, e in ogni caso nessun ricettatore si sarebbe interessato a un mezzo simile, con la consapevolezza che qualcuno lo stava cercando insieme al suo pilota. E doveva trattarsi di un qualcuno molto potente e tenace, visti i danni sullo scafo del velivolo.

    Aveva quindi deciso di trovare un qualsiasi pianeta abitato, dove atterrare di nascosto e cercare un modo per sparire con maggiore discrezione. Tuttavia, salto dopo salto, il computer non le aveva segnalato nulla del genere. Giganti gassosi, asteroidi, pianeti inabitabili o, seppur adatti alla vita, del tutto privi di civiltà. Con il serbatoio del carburante sempre più vuoto, aveva cominciato a perdere le speranze. Ormai non sarebbe bastato che per un altro paio di salti.

    I crampi della fame la distrassero dai suoi pensieri.

    Poco dopo la fuga, mentre scandagliava l’abitacolo alla ricerca di qualsiasi cosa le sarebbe potuta risultare utile, aveva scovato sotto il sedile una cassetta contenente alcune scorte: un kit medico, razioni per due giorni e una pistola magnetica con due caricatori. Razionando l’acqua e il cibo era andata avanti per tre giorni, ma il giorno prima aveva terminato anche l’ultimo briciolo di pasta proteica, e nel blister di plastica non rimanevano che poche gocce d’acqua.

    Riportò lo sguardo oltre il vetro dell’abitacolo, infastidita dalla luce riflessa dal pianeta. Sarebbe stato uno spettacolo bellissimo, in altre circostanze: in quel momento le sembrava soltanto una palla di sabbia inutile al suo scopo. Per pura curiosità, armeggiò con la consolle per visionare le risultanze degli scanner: l’atmosfera conteneva quantità accettabili di ossigeno e azoto, mentre in piccole percentuali erano presenti ozono, anidride carbonica e argon. Era adatto alla vita, ma il computer rilevava una minima percentuale di acqua e forme di vita. Gli unici due biomi presenti erano il deserto e l’alta montagna. Era un pianeta impervio e inospitale. Ma, forse, anche la sua ultima speranza.

    Continuare la fuga sarebbe stato come giocare alla roulette russa. Avrebbe potuto compiere, forse, soltanto altri due salti con il carburante che le rimaneva. Avrebbe potuto non trovare altri pianeti adatti alla vita e sarebbe morta nello spazio, di fame, di sete o per mancanza d’aria. O per un colpo di pistola, pensò. Oppure, avrebbe potuto trovare un pianeta ancora più inospitale di quello. Il gioco non valeva la candela. Si sarebbe dovuta accontentare.

    Si passò le mani tra i capelli, rosa dai dubbi, mentre cercava di prendere una decisione. Le letture dello scanner riportavano dati superficiali, non sapeva nulla di quel pianeta. Nella sua mente cominciò a pensare a una lunga serie di morti orribili alle quali sarebbe potuta andare incontro una volta atterrata: uccisa da nativi selvaggi, sbranata da mostri rabbiosi, affogata nelle sabbie mobili o, ancora, morta per qualche genere di infezione sconosciuta. Sempre se fosse riuscita a raggiungere la superficie del pianeta, in ogni caso: durante la fuga era stata bersagliata dai colpi di una coppia di caccia intercettori, che avevano messo fuori uso tutti i sistemi d’arma, alcuni propulsori d’inerzia e, soprattutto, la maggior parte dei sistemi di volo. Avrebbe dovuto tentare un atterraggio manuale con una nave pesantemente danneggiata: un suicidio, quasi.

    Perlomeno l’atmosfera del pianeta sembrava sgombra da perturbazioni e nuvole. Una ben magra consolazione.

    Alla fine, la scelta non fu poi troppo difficile. Era stanca, fisicamente ma anche mentalmente, di fuggire. Nella sua testa c’erano troppe domande, e non riusciva a dare una risposta nemmeno alle più semplici. Aveva fame e presto le forze avrebbero cominciato ad abbandonarla. Sarebbe stato meglio tentare un atterraggio subito, mentre era ancora in grado di affrontare fisicamente le conseguenze, piuttosto che in seguito, dopo giorni senza cibo né acqua. Quella palla dorata che aveva di fronte era così bella da lì, che quasi tradiva la sua vera essenza inospitale e desolata. Ma qualcosa in grado di poterla aiutare doveva pur esserci: una popolazione primitiva, un avamposto non segnato sulle mappe, un’oasi rigogliosa dove poter passare decorosamente il tempo che le rimaneva da vivere. Non aveva grandi aspirazioni per il futuro, dato che non ricordava minimamente il suo passato.

    In pochi minuti calcolò l’angolo di atterraggio migliore con l’ausilio della mal funzionante strumentazione di bordo e una rotta formata da una lunga serie di quadrati in successione comparve sul vetro dell’abitacolo.

    Senza rimuginarci ulteriormente, spinse avanti la leva dei propulsori e la nave cominciò a muoversi lentamente verso il primo quadrato.

    Inizialmente, la procedura andò avanti senza intoppi. Percorse la distanza che la separava dal pianeta, preparando l’angolo consigliato per la discesa, in una decina di minuti, fino a quando il suo intero campo visivo fu invaso dalla mole dorata del pianeta sconosciuto. Quando entrò nell’atmosfera, però, cominciarono i problemi.

    D’improvviso, gli scudi deflettori si disattivarono, lasciando la nave senza alcuna protezione nella discesa. Una sirena iniziò a trillare nell’abitacolo, mentre una serie di spie iniziò a lampeggiare tutta insieme.

    Dannazione, non adesso. No no no.

    La fase di atterraggio era già iniziata, e la forza di gravità del pianeta aveva agguantato la nave trascinandola verso di sé. Era impossibile tornare indietro senza rischiare il disastro. Che sarebbe accaduto comunque tentando l’atterraggio senza gli scudi.

    Fronte precipizio, tergo lupi. Maledizione.

    Si aggrappò alla cloche, con una determinazione che si sorprese di avere. Non voleva morire. Non in quel modo.

    La nave iniziò a beccheggiare sempre più forte man mano che si addentrava nell’atmosfera, fino a quando la testa non iniziò a girare e le sue viscere a rivoltarsi dentro lo stomaco. Avvertì un forte senso di nausea, riuscendo miracolosamente a non vomitare mentre le sue mani rimanevano saldamente attaccate alla cloche.

    Lingue di fuoco cominciarono a profilarsi intorno alla nave, avvolgendola ben presto per intero. La corazzatura della nave era spessa, ma aveva subito danni in battaglia e in alcuni punti era vulnerabile.

    Aveva appena finito di pensarlo, che la nave venne improvvisamente sconquassata da capo a coda. Le sirene cominciarono a suonare, se possibile, con maggiore insistenza, mentre realizzava rapidamente che la nave aveva appena perso un motore. Il destro, per l’esattezza. La nave deviò bruscamente dalla rotta di quadrati tracciata sullo schermo, mentre un fastidioso popup di pericolo cominciava a lampeggiare sullo stesso.

    La nave stava deviando verso destra, sospinta ora dall’unico motore di sinistra, e lei non poté che tentare di compensare tale inerzia virando a sinistra. Il velivolo ci impiegò alcuni secondi, ma pian piano cominciò a virare. Seppure instabile, riusciva ancora a mantenere il controllo del caccia.

    Mentre cercava di continuare a mantenere in volo il suo velivolo, non si accorse tuttavia di un dettaglio fondamentale: il suolo aveva adesso assunto una colorazione giallastra, un’immensa distesa monocromatica e uniforme. Tuttavia, le sembrò troppo vicino rispetto a quanto effettivamente dichiarasse l’altimetro che aveva a bordo: si trovava ancora a cinquemila piedi, ma sotto di lei sembravano non esserci più di duemila piedi prima di uno schianto assicurato. Tentò di cabrare, ma il velivolo aveva perso troppa potenza: non sarebbe rimasto in volo per molto ancora, e di conseguenza avrebbe potuto soltanto tentare un atterraggio duro, piuttosto che uno schianto.

    Quando ormai sembrava che il suolo fosse vicino, la nave venne investita da forti venti laterali e da una nube di polveri sottili. Nel giro di pochi istanti, la visibilità si ridusse praticamente a zero, ma non ci fu nessuno schianto.

    Una tempesta di sabbia.

    Cercò di affidarsi unicamente alla strumentazione ma, danneggiata com’era, non sarebbe stato certo un compito facile. All’improvviso, un’altra esplosione sconquassò il velivolo per intero: fu con orrore che scoprì di aver perso anche il motore sinistro. La consolle esplose in una nube di scintille, che le bruciarono il volto e le mani. Impiegò un istante per riprendersi, ma quando lo fece, scoprì di essere diventata cieca: l’altimetro era sballato e, senza visibilità, non aveva modo di sapere dove stava andando.

    Ma non ebbe troppo tempo per rifletterci.

    La sagoma scura di una duna apparve proprio di fronte a lei, nella tempesta. Tentò disperatamente di cabrare, ma la nave non rispondeva più ai comandi: urtò la sabbia con la pancia del velivolo, che con un terribile fragore si capovolse e si spezzò.

    Il vetro dell’abitacolo andò in pezzi e la sabbia lo invase.

    Svenne pochi istanti prima dell’esplosione.

    Capitolo 1

    Routine

    Nora

    È impossibile viaggiare nel deserto senza essere avvistati da un occhio attento. Un esploratore abile sarebbe riuscito a celarsi alla vista per un po’, viaggiando nelle valli ombreggiate tra le dune, ma prima o poi sarebbe stato scorto comunque. In particolar modo, era impossibile non essere avvistati se non si faceva assolutamente nulla per tentare di nascondersi.

    Le tre speeder bike alzavano una nube di polvere visibile da chilometri di distanza, mentre i veicoli sfrecciavano tra le dune del deserto a velocità folle. Nora le avvistò immediatamente, puntando il binocolo laser nella loro direzione.

    Quei rat erano testardi.

    Non volevano proprio lasciarle in pace.

    Erano ore, ormai, che la stavano cercando alacremente, su e giù per il deserto, scandagliando ogni singola valle e anfratto roccioso. Fortunatamente, non possedevano un’abilità nel cercare che fosse all’altezza della loro nel nascondersi.

    Nora cercò una posizione più comoda sulla roccia dove si era appollaiata in osservazione, cercando al contempo di non muoversi troppo.

    Sarebbe dovuto essere un normale giro di perlustrazione tra avamposto e avamposto, soltanto uno delle centinaia che avevano già compiuto in passato. Certo, non era la prima pattuglia in cui erano state costrette a dover mettere mano alle armi, ma non si erano mai ritrovate in una situazione tanto spinosa come quella. Durante l’attraversamento dell’alveo asciutto del fiume Proq, un gruppo di battaglia rat le aveva sorprese da entrambi i fianchi. Un’imboscata organizzata alla bell'e meglio, senza dubbio, ma che aveva comunque sortito l’effetto voluto. Sparando dalla distanza, i predoni erano riusciti a mettere fuori uso lo speeder di sua sorella e a danneggiare leggermente il suo. Allora, avevano fatto dietrofront e avevano tentato la fuga con il mezzo che rimaneva, ma non erano durate molto: dopo nemmeno una decina di chilometri d’inseguimento, un colpo fortunoso aveva irrimediabilmente danneggiato il motore antigravitazionale, rendendo anche il loro ultimo speeder inutilizzabile. Nora aveva bloccato il manubrio e aveva spinto al massimo il mezzo verso il deserto, sfruttando la copertura offerta da una vallata, e mentre il veicolo compiva la sua ultima – e senza dubbio breve – corsa in solitaria, loro due si erano nascoste in un grosso agglomerato roccioso poco distante prima che i rat potessero scorgerle.

    I predoni, ebbri dall’adrenalina e l’eccitazione dell’inseguimento, avevano abboccato, inseguendo l’esca anziché la preda. Ce l’avevano fatta per un pelo, dato che Irina era riuscita a gettarsi dietro una roccia un’istante prima che la banda facesse capolino dalla vetta della duna.

    Da quel momento erano passate circa tre ore, periodo che Nora aveva passato perlopiù su quello scomodo masso di pietra giallastra. Il sole batteva i banchi di sabbia con crudeltà, e il suo datapad rilevava una temperatura superiore ai cinquanta gradi centigradi. Fortunatamente, né la luce né il caldo rappresentavano un problema: la tuta da combattimento che indossava era isolante ed era dotata di un sistema interno di refrigerazione che riduceva il calore esterno in un lieve tepore, proteggendo al contempo tutto il suo corpo dalle bruciature dovute ai raggi solari.

    Il suo abbigliamento era completato da un ampio poncho con cappuccio dal colore identico a quello della sabbia, oltre a una serie di fasce che andavano a coprire tutte le parti lucide e brillanti dell’armatura, per impedire che qualche riflesso potesse tradire la loro presenza a occhi indesiderati e un paio di alti stivali di cuoio scuro pensati per i lunghi viaggi sulle speeder bike.

    Osservò con il binocolo il terzetto di predoni in lontananza, fino a quando non sparirono oltre il ciglio di un’alta duna. A quel punto, abbassò lo strumento senza riuscire a trattenere un sospiro. La loro situazione non era affatto rosea. Non aveva paura, ma non avere alcuna idea sul da farsi era frustrante. Senza un piano sarebbero morte tra le sabbie di quel maledetto deserto.

    Avevano perduto quasi tutto il loro equipaggiamento nella fuga: oltre alle loro armi, non avevano altro che i datapad da polso e poche scorte di viveri. Irina aveva avuto la brillante idea di staccare l’antenna del loro mezzo prima di abbandonarlo, ma se non fossero riuscite a collegarla a un datapad sarebbe servita a poco.

    Poteva sentire le imprecazioni di sua sorella persino da lì, il che lasciava ben pochi dubbi sull’esito dei suoi tentativi d’improvvisarsi ingegnere. Non aveva alcuna intenzione di demordere, però. Scrutò per l’ennesima volta le distese di sabbia dorata intorno a lei, alla ricerca di altre volute di polvere che potessero tradire la presenza di altri gruppi di predoni in avvicinamento. Poi, quando fu soddisfatta e sufficientemente sicura che – almeno per quel momento – fossero abbastanza sole, lasciò il suo masso e si diresse carponi verso la sorella, pochi metri più in là.

    Irina stava trafficando con alcune apparecchiature distese su un panno, nascosta nell’incavo tra due grosse rocce.

    Sentendola arrivare, alzò la testa. «Maledetta sabbia… ah, sorellina. Ti sei decisa ad arrivare proprio nel momento più azzeccato» disse, con un sorriso beffardo.

    «Il mio tempismo è unico» rispose Nora, accucciandosi vicino alla sorella. «Novità?»

    «Può darsi» rispose Irina, riprendendo a coprire di nastro isolante un fascio di fili di rame. «Ho distrutto il mio datapad, più o meno, ma forse potremmo utilizzarlo come fonte di segnale per il tuo».

    «Non è molto rassicurante» ribatté lei sottovoce, osservando l’intrico di cavi e componenti. «Cosa posso fare?»

    Sua sorella allungò una mano verso di lei. «Dammi il tuo datapad».

    «Vuoi distruggere anche il mio? Non ne abbiamo altri».

    Irina si limitò a una scrollata di spalle. «Lo so».

    Al che, Nora obbedì con riluttanza, liberando l’apparecchio dal supporto da polso per porgerlo alla compagna. «Purtroppo, quando ho staccato l’antenna dalla speeder bike, mi sono dimenticata di prendere anche l’unità di elaborazione dati. Senza, l’antenna è solo un inutile aggeggio di ferro, quindi ho dovuto arrangiare il mio datapad allo scopo. Sto cercando di agganciare il segnale…» spiegò sovrappensiero, fino a quando il suo volto non s’illuminò all’improvviso. «… fatto! Senti qualcosa?»

    Nora attivò la radio integrata nel suo casco, ma alle sue orecchie non giunse altro che un fragore elettrostatico ben poco interessante. «Il segnale c’è, ma non ricevo alcuna trasmissione».

    «Perché devo ancora trovare il canale corretto. Dammi solo un istante… prova adesso».

    Seppur scettica, Nora obbedì senza controbattere. «Qui squadra di ricognizione zero-zero-cinque-quattro, Esploratore Nora Tarn. C’è qualcuno in ascolto?»

    La sua espressione dubbiosa si stava già trasformando in una smorfia delusa, quando improvvisamente una voce gracchiò alla radio.

    «Parla il Marconista Leah Wright, siamo felici di sentire che siete ancora vivi, zero-zero-cinque-quattro» disse una voce familiare.

    «Leah!» esclamò Nora, senza riuscire a trattenere la sua felicità.

    «Nora» fece di rimando la voce alla radio, ridendo. «Va tutto bene? Siete in silenzio radio da tre ore».

    «Non va bene niente, qui. Siamo in un bel casino» s’intromise Irina, senza troppi complimenti.

    «Cosa succede, ragazze?»

    Nora spiegò con calma l’accaduto, dall’imboscata all’alveo del Proq fino all’ingegnoso metodo che avevano utilizzato per comunicare via radio. Evitò intenzionalmente di citare l’espediente con lo speeder: si trattava di una situazione di emergenza, ma la gerarchia non vedeva mai di buon occhio lo spreco delle risorse militari. Meglio evitare qualsiasi genere di complicazione.

    «Almeno vi divertite un po’, io me ne sto seduta qui dalla mattina alla sera a sentire voi che scorrazzate nel deserto» fu il commento di Leah, quando Nora ebbe terminato di spiegare la situazione. «Sapete dirmi almeno dove vi trovate?»

    «Supponiamo a una dozzina di chilometri a est del Proq, ma non conosciamo la nostra situazione precisa».

    «Avete con voi dei fumogeni, o qualsiasi cosa possa marcare la vostra posizione?»

    «No, e se anche li avessimo, attireremmo l’attenzione di tutti i gruppi di predoni rat in questo maledetto deserto».

    «Potresti tentare di rintracciare la nostra posizione triangolando il segnale radio?» propose Nora.

    «Posso provare, ma potrei non essere sufficientemente precisa. In quella zona i ripetitori sono pochi, l’approssimazione potrebbe essere di chilometri».

    «Meglio di niente» tagliò corto Irina.

    «Va bene, un momento». Leah tacque improvvisamente, per poi rifarsi viva un minuto più tardi. «Vi sto trasmettendo le coordinate. L’approssimazione massima è di tre chilometri e quattrocento metri. Suppongo che vi serva un’estrazione, comunque».

    «Si, Leah. I rat ci sono alle calcagna, non impiegheranno molto a trovarci».

    «Dal Comando centrale riferiscono che un gruppo d’intercettazione è già partito verso la vostra direzione. Il loro compito prioritario è respingere l’incursione dei predoni. Quando avranno finito potranno venirvi a cercare…»

    «Dannazione, Leah. Non possiamo aspettare così tanto. C’è un’intera tribù rat che ci sta cercando, cosa non è chiaro?»

    «… in alternativa, potrà venirvi a prendere un trasporto leggero» proseguì Leah, ma con un tono che lasciava presagire un pesante ma. «Il rendez-vous sarà in un’altura rocciosa a circa sedici chilometri a nord nord-ovest dalla vostra posizione attuale. Vi trasmetto le coordinate esatte».

    «Sedici chilometri?» sbottò Irina. «Per la maledetta pelliccia di un valion, non possiamo attraversare sedici chilometri a piedi, nel deserto, senza essere viste dai predoni. Tutto questo è ridicolo».

    «Non posso farci nulla, purtroppo. Questi sono gli ordini. Dovete abbandonare la zona calda, o un’estrazione in territorio ostile sarebbe troppo rischiosa. Sapete meglio di me come funziona. Dovete inventarvi qualcosa… i rat hanno delle speeder bike, no?»

    Irina assunse la sua solita espressione polemica. «Ma certo. Magari, chiedendolo gentilmente, ce ne potrebbero prestare una».

    «Le buone maniere sono il vostro forte, no? Cercate un modo, ragazze. Non posso fare di più. Chiudo».

    L’espressione di Irina cambiò rapidamente dalla polemica alla rabbia. Si voltò, dandole le spalle, e calciò via una pietra con un urlo di frustrazione. Nora mantenne invece il suo solito temperamento, nonostante tutta quella situazione non piacesse affatto nemmeno a lei.

    Lo scontro contro i predoni sarebbe stato inevitabile, dunque. Lei e sua sorella erano addestrate bene ed erano dotate di un equipaggiamento decisamente superiore a quello dei rat, ma uno scontro in inferiorità numerica sarebbe stato comunque un grosso rischio.

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