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Le avventure del filosofo sconosciuto: alla ricerca e nell’invenzione della pietra filosofale l’apologia della grande opera
Le avventure del filosofo sconosciuto: alla ricerca e nell’invenzione della pietra filosofale l’apologia della grande opera
Le avventure del filosofo sconosciuto: alla ricerca e nell’invenzione della pietra filosofale l’apologia della grande opera
E-book391 pagine5 ore

Le avventure del filosofo sconosciuto: alla ricerca e nell’invenzione della pietra filosofale l’apologia della grande opera

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Info su questo ebook

Abate benedettino in odore di alchimia, poi autorevole vescovo della diocesi di Bellay, autore tanto di opere teologiche e pastorali di chiara ispirazione controriformista quanto di operette apologetiche sulla grande Opera, sulla medicina magnetica e sulla talismanica, introdotto a corte e stimato dallo stesso Luigi XIV, di Jean-Albert Belin (1610-1677) ci rimangono pochi e disorganici dati biografici. La sua opera più famosa, di cui diamo qui la prima traduzione italiana, Les Aventures du Philosophe Inconnu en la recherche et l’invention de la Pierre Philosophale (1646), è divisa in due parti: la prima narra, con una vena non priva di spunti satirici e umoristici, le strampalate avventure di un giovane cercatore dei segreti dei Filosofi e dei suoi strani incontri con una varia sequela di imbroglioni e soffiatori; la seconda si sviluppa invece sull’apparizione di una bellissima ninfa iniziatrice che allatta teneramente lo sfinito alchimista e che, attraverso trois discours auxquels tout le secret de la Pierre Philosophale est enseigné, lo conduce alla conoscenza. In appendice diamo anche la prima edizione italiana de l’Apologie du Grand Oeuvre (1659), l’operetta che forse meglio di ogni altra rende conto dell’ideologia alchemica di Jean-Albert Belin, in cui Crisopea e Cristianesimo si fondono divenendo l’una il riflesso dell’altro, in un’analogia e omologia profonde tra la rigenerazione microcosmica propiziata dal Lapis e la salvazione universale mediata dal Cristo; in questa chiave Belin si inserisce in una ricca tradizione testuale che, prendendo le mosse dalla trattatistica medievale, attraverso l’intensa religiosità della scuola paracelsiana, si esprimerà in maniera sempre più compiuta sino ad autori come Pierre Jean Fabre (1588-1688).
LinguaItaliano
Data di uscita19 ott 2016
ISBN9788827227343
Le avventure del filosofo sconosciuto: alla ricerca e nell’invenzione della pietra filosofale l’apologia della grande opera
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Autore

Jean-Albert Belin

Jean-Albert Belin (1615-1677), nato in una facoltosa e importante famiglia di Besançon, si laurea in teologia all’Università di Bruges. Entra a far parte dell’ordine dei Benedettini e si consacra alla vita religiosa. Diventa Gran Priore e ottiene un certo successo come predicatore a Parigi dove tiene delle conferenze sulla fede cristiana. Nel 1665, probabilmente grazie agli appoggi della sua potente famiglia, diventa vescovo di Belley.

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    Anteprima del libro

    Le avventure del filosofo sconosciuto - Jean-Albert Belin

    ISBN 978-88-272-2734-3

    © Copyright 2016 by Edizioni Mediterranee - Via Flaminia, 109 - 00196 Roma - Edizione digitale realizzata da Volume Press

    Ad Alessandra

    INDICE

    Ringraziamenti

    Premessa a una collana vecchia e nuova

    Introduzione – Petra autem erat Christus: Jean-Albert Belin e l’alchimia cristiana

    LE AVVENTURE DEL FILOSOFO SCONOSCIUTO ALLA RICERCA E NELL’INVENZIONE DELLA PIETRA FILOSOFALE

    Epistola dedicatoria

    Al Filosofo Sconosciuto

    Argomento del libro primo

    Libro primo

    Argomento del libro secondo

    Libro secondo delle avventure del Filosofo Sconosciuto alla ricerca della Grande Opera

    Argomento del libro terzo

    Libro terzo delle avventure del Filosofo Sconosciuto

    Argomento del libro quarto

    Libro quarto delle avventure del Filosofo Sconosciuto

    Primo discorso della Filosofia al Filosofo Sconosciuto, che spiega la natura della Pietra, i suoi effetti, le sue eccellenze, la sua possibilità e facilità

    Secondo discorso della materia della Pietra

    Terzo discorso sulla maniera di fare la Pietra Filosofale

    APOLOGIA DELLA GRANDE OPERA O ELIXIR DEI FILOSOFI DETTO VOLGARMENTE PIETRA FILOSOFALE

    A Monsignor Charles de Gorvod, arcivescovo di Besançon, principe del Santo Impero, marchese di Marnay etc.

    Bibliografia essenziale

    RINGRAZIAMENTI

    Debbo un aiuto prezioso nel reperimento di una risorsa bibliografica essenziale ai fini del presente lavoro alla professoressa Ida Merello (Letteratura e Cultura Francese, Università di Genova). La sua vivida e sensibile curiosità intellettuale per le bad lands dell’irrazionale nella cultura moderna e contemporanea, ci ha fatto in qualche rara e fortunata occasione incrociare. La ringrazio sentitamente della gentilissima disponibilità.

    Debbo un ulteriore, ennesimo ringraziamento a quanti, consapevolmente o meno, nel quotidiano sostengono con amore, gentilezza d’animo, integrità, fragilità, bellezza e generosità la mia vita e le mie fatiche, tutte. E in primo luogo ad Alessandra, cui è dedicato il presente lavoro.

    PREMESSA A UNA COLLANA VECCHIA E NUOVA

    Tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso si propagava nella cultura europea la eco che l’interesse del Surrealismo per le arti magiche aveva cominciato a diffondere attraverso i colti lavori di uno scrittore che al Surrealismo, e in modo particolare ad André Breton, era stato vicino: René Alleau.

    Il movimento surrealista aveva raccolto l’eredità dell’interesse simbolista per l’occulto e il mondo dell’esoterismo come chiave d’accesso a quella dimensione nascosta e profonda che la cultura positivista aveva obliato, e che non cessava ciò nonostante di riemergere nelle pieghe della renaissance occultiste fin de siècle così come nel ricorrente interesse dapprima storico-scientifico, poi psicoanalitico per i domini della magia e dell’alchimia.

    Dapprima il Romanticismo poi il Simbolismo avevano raccolto nelle arti, in maniera più che mai significativa, l’elemento di crisi culturale di una borghesia eradicata e delusa dalle un tempo promettenti e accecanti luci di una scienza e una techne venute a squarciare le tenebre oscure e indefinite del mondo del sottile, del nascosto, delle occulte qualità e analogie vibranti nell’invisibile. La riscoperta delle radici occulte si mescolava con i fermenti utopisti e libertari, con un comunitarismo che non disdegnava esperimenti di secessione dal vivere quotidiano della borghesia illuminata, comunità d’artisti e di ricercatori spirituali; la ricerca di un nuovo paradigma dell’esistere che trovò forse la sua espressione più compiuta nella complessa e multiforme esperienza di Monte Verità o, all’indomani della Grande Guerra, nei tentativi fourieristi ed esoterici del Centre Apostolique o dei Veilleurs di Schwaller de Lubicz¹.

    Memoria imbarazzante e ineludibile di un’ideologia della modernità borghese e positivista, priva di radici e alla ricerca di una legittimità storica e culturale, l’alchimia e le scienze occulte tradizionali si erano rivelate un terreno privilegiato in cui riscoprire (o forse proiettare) scaturigini originarie e fondamenta ideologiche assai più immaginarie che reali. A cavallo tra XIX e XX secolo, mentre i Berthelot, gli Chevreul, i Kopp, si impegnavano su arcaici relitti culturali per costruire la memoria e l’identità di uno scientismo positivista compatibile con la nuova mistica illuminista, laica e scolorita di un Renan, gli occultisti della Belle Époque si impegnavano nella fondazione di un’inedita magia organizzata come scienza necessitante e assiomatica, sul modello stesso di quel positivismo che dichiaravano di disprezzare. Sarebbe toccato alla psicoanalisi, dapprima con i lavori di Silberer e successivamente con l’opera enorme e attenta di Jung, il fornire un tentativo di riconciliazione epistemologica con l’altrove assoluto del magico e col suo immaginario. La griglia ermeneutica psicoanalitica, pur non validabile all’interno delle coordinate epistemologiche positiviste, aveva il merito di offrire tuttavia alla modernità un argine rassicurante al caotico e debordante magma dell’immaginale, aprendo forse le porte alle più ricche e meno rassicuranti riflessioni di Gaston Bachelard e di Gilbert Durand².

    In una parabola che andava dagli anni ’20 ai ’60, era toccato all’iconoclastia rivoluzionaria del Surrealismo ereditare e gridare il dolore di questa ferita della memoria borghese e positivista. Le raffinate raccolte di immagini e testi di Grillot de Givry servirono da introduzione a un mondo dimenticato, il cui arcaico e dominante archetipo femminile sembrava riprendere vita nelle ricerche tinte di esotismo e neopaganesimo di Lotus de Païni; l’Art Magique di Breton e Gérard Legrand, frutto maturo di queste tensioni culturali, esce nel 1957. Nel 1960 va in stampa Le matin des magiciens di Louis Pauwels e Jacques Bergier, il cui spettacolare successo editoriale inaugura la stagione del realismo fantastico e del suo organo ufficiale, la rivista Planète.

    Nell’ambito di una attività saggistica in larga parte consacrata allo studio del linguaggio simbolico delle tradizioni occidentali, a partire dai primi anni ’70, René Alleau progettò e diresse in Francia una collana per le edizioni Retz, la Bibliothèque Hermétique, dedicata alla riscoperta e riproposizione di testi magici e alchemici tradizionali di particolare rilevanza, sovente con un apparato critico che rappresentava la migliore sintesi dello stato dell’arte su materie complesse e poco frequentate. Pochi anni dopo vedeva la luce in Italia un’esperienza simile, sotto la guida di Stefano Andreani e per i tipi delle Edizioni Mediterranee. La Biblioteca Ermetica di Andreani presentava sia traduzioni di quanto andava apparendo in Francia, che proposte frutto dell’impegno di studiosi italiani. Si ebbero così le prime edizioni italiane di un certo numero di classici dell’ermetismo alchemico e magico (Basilio Valentino, Flamel, De Vigenère, Aurach, Le Breton, Rupescissa etc.) ma anche preziose riscoperte del patrimonio ermetico italico (Allegretti, Cesare della Riviera – finalmente riproposto nel testo originale e non rimaneggiato da equivoche modernizzazioni – e i testi dimenticati dei rosacruciani italiani, il Santinelli e il Palombara). Negli anni ’90 la collana, ormai la più ricca del panorama editoriale italiano, passò alla direzione di Paolo Lucarelli (prematuramente scomparso nel 2005), il cui contributo accrebbe di ulteriori traduzioni e edizioni di classici del pensiero ermetico il progetto. Nel corso dei decenni la Biblioteca Ermetica si è così arricchita di decine di testi, traduzioni o trascrizioni da fonti manoscritte o a stampa che hanno poco a poco costituito un percorso di letture di resa qualitativa sicuramente incostante e ineguale, specie se osservato con l’occhio critico degli attuali strumenti filologici e critici, ma che nondimeno ha rappresentato un’opera massiccia e pionieristica di divulgazione culturale in un campo editoriale in cui si era fin lì assistito solo a sparuti e isolati tentativi, incapaci di trascendere i limiti di un angusto specialismo.

    Un topos largamente diffuso nella letteratura alchemica tra XVII e XIX secolo, è quello che vede l’apparizione, all’insonne e provato cercatore, di una ninfa benefica che allatta e rinfranca l’Artista ermetico col lac sapientiae, rivelandogli amorevolmente, col linguaggio dei savi, i segreti dell’Arte e la via per il conseguimento dell’Oro filosofale. Vogliamo raccogliere in questa collana un po’ del latte di queste ninfe dal generoso seno, gocce e zampilli da una ricca tradizione testuale che costituiscono altrettante testimonianze di un sapere magico e carsico che ha permeato, e non cessa di permeare, la cultura occidentale moderna e contemporanea. È un latte prezioso, foriero di riemersioni inaspettate e riletture feconde, sulla strada di una riconnessione a un territorio immaginale che il vuoto angoscioso della minacciosa modernità denuncia come medicina urgente e improcrastinabile.

    A quarant’anni di distanza dalle prime pubblicazioni ereditiamo dunque il progetto, riproponendolo in una veste di più attento e costante rigore filologico e critico; abbiamo deciso di partire da un piccolo gioiello dell’alchimia barocca, opera di un vescovo alchimista e astrologo, che, nelle sue pagine, proprio a una bella e raggiante ninfa dal bianco seno affida il ruolo di iniziatrice e dispensatrice della conoscenza alchemica.

    Buona lettura.

    MASSIMO MARRA

    INTRODUZIONE

    PETRA AUTEM ERAT CHRISTUS:

    JEAN-ALBERT BELIN E L’ALCHIMIA CRISTIANA

    1 – Il monaco e alchimista Jean-Albert Belin: elementi per una biografia

    A partire dalla fondazione del seggio episcopale di Belley, nel V secolo, nella lunga teoria di autorevoli religiosi che occuparono la carica, Jean-Albert Belin, vescovo e signore di Belley, merita senz’altro un posto particolare. Se infatti al suo ufficio specifico e alle sue inclinazioni teologiche fanno sicuramente ottima eco testi come Les Emblèmes Eucharistiques (1647) o Les preuves convainquantes des véritez du Christianisme (1667), più difficilmente si riuscirebbe, anche facendo uso della massima buona volontà, a riconoscere consona all’impegno pastorale di un vescovo – e di un vescovo di età controriformista – testi come La Poudre de Sympathie iustifiée (1658), o il Traité des Talismans ou figures astrales: dans lequel est monstré que leurs effets, & vertus admirables sont naturelles, & enseigné la maniere de les faire, & de s’en servir avec un profit & advantage merveilleux (1658), oppure, ancora l’Apologie du Grand Oeuvre, ou Elixir des philosophes; dit vulgairement pierre philosophale. Où la possibilité de cette oeuvre est demonstrée tres-clairement, di cui più innanzi diamo la prima edizione italiana.

    Si potrebbe obiettare che l’innocente coltivare la passione per le scienze e gli ascosi segreti di natura era, a quei tempi, cosa particolarmente affine all’ingegno dei più colti, fuori da ogni sospetto ereticale o peccaminosa inclinazione al magico, e si sarebbe senz’altro nel giusto. Tuttavia, nel frequentare gli scritti del vescovo con occhio indagatore, non è difficile accorgersi che les effets et vertus dei suoi Talismani, così come quelli della Poudre o della Grand Oeuvre, seppure sempre attentamente e ripetutamente definiti come naturels, sono pur sempre inequivocabilmente figli di un’ideologia ermetica che riaffiora pagina dopo pagina, e che si esprime utilizzando codici simbolici che fanno dell’autore, con ogni evidenza, un esponente – e dei più fini – del ricco Olimpo di autori ermetici del XVII secolo francese.

    Le limitate fonti biografiche su Jean-Albert Belin¹ ci dicono che egli nacque intorno al 1610 a Besançon², da una famiglia patrizia, all’epoca abbastanza influente, che contava diversi magistrati e funzionari pubblici. Suo padre fu Michael Belin, procuratore fiscale del baliato di Amont che ritroviamo, nel 1560, come rettore dell’Université du Comté de Bourgogne³. Suo fratello, Hugues Belin, fu dapprima cogovernatore e in seguito maître des requêtes al parlamento⁴. Negli stessi anni ritroviamo anche un nipote di Jean-Albert, Pierre Belin, che sarà per sei volte deputato a Parigi⁵. Un cugino, Alphonse, negli stessi anni in cui si svolge la carriera monacale di Jean-Albert, è priore claustrale a Charité-sur-Loire⁶, abbazia dipendente da Cluny, e, dal 1649, abate visitatore, ovvero capo della provincia dell’Ordine.

    Famiglia agiata e influente, dunque, in cui il giovane Jean-Albert potrà indubbiamente ricevere un’educazione attenta e una formazione culturale di rilievo, di cui purtroppo oggi non sappiamo nulla. I suoi voti di Benedettino, col nome di Albert, verranno pronunciati nell’abbazia di Faverney – che dipendeva da Cluny – il 19 dicembre 1630. Terminati gli studi e pronunciati i voti, egli viene inviato dapprima a Cluny, poi al monastero di Charité-sur-Loire e infine al monastero di Saint-Étienne de Nevers. Da lì viene poi mandato a Parigi, dove si distingue per la sua eloquenza in una serie di conferenze sugli articoli di fede del Cristianesimo. Nella capitale egli occupa per qualche tempo il posto di priore al Collège di Cluny, poi viene inviato come abate di Notre-Dame de la Chapelle nel vescovato di Thérouanne.

    Di tutto questo periodo, che rappresenta buona parte della sua car riera ecclesiastica, sappiamo veramente poco. Nulla viene tramandato dai biografi, e solo poche tracce ci rimangono in cronache coeve.

    Si tratta di un periodo assai turbolento per l’Ordine di San Benedetto, e particolarmente agitato per le diocesi entro cui transita Jean-Albert, e, segnatamente, per quella di Nevers.

    Gli abusi degli abati e priori commendatari⁷ erano un problema assai diffuso in tutta la nazione, e la disciplina monastica, ignorata in favore dell’interesse economico e del potere, già dagli inizi del secolo languiva in una lassitudine poco edificante. Il quarantottesimo priore (e settimo commendatario) di Nevers, Jean Passèlegue, aveva, nell’agosto del 1617, convocato un Capitolo Generale all’abbazia di Charité-sur-Loi re, e da tale Capitolo erano usciti una quantità di regolamenti e indirizzi rivolti a rinnovare il senso di disciplina e contrastare la lassezza delle istituzioni monacali, una vera e propria riforma che andava a incidere sugli usi e costumi acquisiti delle varie sedi abbaziali e nei priorati dipendenti. Tuttavia la riforma incontrò feroci resistenze da parte di un clero ormai aduso a una larga autonomia e a privilegi che ben poco avevano a che fare con lo spirito della Regola⁸. Oltre a coloro che sabotarono in forma e sostanza la riforma, vi erano gli abati favorevoli a una versione mitigata della stessa, che veniva comunemente chiamata petite réforme, in contrapposizione con i fautori di un’applicazione completa e rigida delle regole, definiti di stricte observance⁹.

    È dalle memorie polverose e in gran parte dimenticate di questo periodo così complesso nella storia dell’Ordine Benedettino che emerge la cronaca di una disputa locale che ci fornisce elementi importanti sul monaco Jean-Albert Belin a cavallo tra il 1648 e il 1650.

    Nel Sommaire des differents procez entre Messire Claude Moulnorry, Conseiller du Roy en ses Conseils, Maistre des Requestes ordinaire de son Hostel, Abbé de Gandillac & Prieur Seigneur du Priuré sainct Estienne de Nevers, Dom Antoine Robert, sous-Prieur & Sacristain audit Prieuré, d’une part, Et Dom Albert Belin, soy disant Religeux de l’Observance de Cluny, sous-prieur & Sacristain dudit sainct Estienne de Nevers, Dom Alphonce Belin, Soy disant Visiteur de la dite Observance & sous-Prieur de la Charité, & Dom Theophille Guillot, Procureur général dudit Ordre de Cluny, d’autre; pendant au Conseil Privé du Roy, Grand Conseil, Parlement de Paris, & Chambre des Comptes, Ensemble (S.L. e S.D, ma 1650)¹⁰, troviamo testimonianza di una contesa legale che coinvolgeva il nostro in prima persona (insieme all’infuocato cugino), e sembra rientrare pienamente nel clima di disordini e contrastanti interessi interni che caratterizzava non poche tra le diocesi del tempo.

    Questo opuscoletto partigiano, che non nasconde né nei toni né negli epiteti, sin dal titolo, l’aperto appoggio al partito dell’abbé de Gandillac, Claude Moulnorry, costituisce un vero e proprio memoriale di difesa dell’abate, e nel contempo, una violenta accusa contro Jean-Albert e i suoi alleati: tuttavia, insieme alle notizie riguardanti la lite e le diverse accuse reciproche, emergono, come vedremo fra breve, anche importanti notizie sugli interessi alchimistici dell’allora trentottenne Jean-Albert Belin. Interessi alchimistici che, peraltro, dovevano essere ben noti al Moulnorry, visto che proprio a questi, alcuni anni prima, nel 1646, era stata indirizzata l’épîstre dedicatoire della prima edizione di Les Aventures du Philosophe Inconnu.

    Nel 1648, con un concordato tra le parti, erano formalmente terminati i processi che il procuratore dell’Ordine di Cluny Dom Theophile Guillot, appoggiato dal nostro Dom Albert Belin in qualità di sottopriore e sacrestano di Saint-Étienne de Nevers, dal cugino Dom Alphonse Belin in qualità di Visitatore dell’Ordine e di sotto-priore di Charité-sur-Loire, e da Philippes Dei – procuratore dell’Ordine – e Dom Odile de Buffiere sotto-priore di Crespy come rappresentanti del Capitolo Generale, aveva intentato contro Claude de Moulnorry. Le accuse contro Moulnorry erano notevoli, e andavano dalla rovina e demolizione di chiostri e cappelle, usurpazione di luoghi claustrali e case priorali, trasformate fraudolentemente in proprietà personali, fino alle malversazioni amministrative e all’appropriazione indebita di rendite spettanti all’Ordine.

    Nel concordato Moulnorry esborsa ingenti somme come donazione all’Ordine, abbandona le rendite illegalmente acquisite e ogni sua quota di proventi per il ristabilimento dei luoghi religiosi usurpati, finanzia i due religiosi (Dom Jean-Albert Belin e Dom Sebastien du Chastel) destinati a dir messa nelle ristabilite cappelle per dieci anni. I termini della transazione vengono accettati e ratificati nel Capitolo Generale del 1649.

    Tuttavia il concordato sanciva un accordo che doveva essere solo formale, e che era destinato unicamente a coprire con un effimero strato di cenere un fuoco che continuava a covare sempre più violento e divorante.

    Il primo gennaio del 1650, qualcuno, forse profittando della rilassatezza provocata da qualche festeggiamento per l’anno nuovo, forza i granai del priorato e ruba grano, sementi e altre proprietà di Moulnorry. Vengono chiamati i pubblici ufficiali responsabili per l’ordine pubblico, che redigono i verbali e accolgono la denuncia del furto. Una perquisizione generale dei locali del priorato si profila all’orizzonte, e Jean-Albert, evidentemente non gradendo l’eventualità, o forse semplicemente per una già fissata visita di cortesia, preferisce rendersi indisponibile trasferendosi presso il cugino Alphonse a Charité-sur-Loire.

    Du Chastel rimane invece a Saint-Étienne de Nevers, ed è costretto dalle autorità e su pressione di Moulnorry a presenziare alla perquisizione dei dormitori dei monaci. Gli si chiede in seguito di aprire alla perquisizione anche le sue camere. In un primo momento egli rifiuta di disserrarle e di autorizzare l’ispezione, ma in seguito è evidentemente costretto a cedere. Gli ufficiali rinvengono così armi da fuoco, munizioni, martelli, scale, lime e tenaglie di proprietà di du Chastel che avrebbero potuto tuttavia essere strumenti atti a consumare il furto nel granaio. Il rinvenimento e il clima di rafforzato sospetto che ne segue rendono così più plausibile la perquisizione anche della vicina camera di Jean-Albert, sebbene in assenza dello stesso. È sempre du Chastel a presenziare all’apertura della camera del sotto-priore suo amico, ed è a questo punto che lo spettacolo che si presenta agli occhi dei perquisitori merita di essere riportato con le parole stesse del pamphlet:

    «Vi si trovarono due grandi ceste di vimini piene di cinquanta o sessanta tra alambicchi, matracci, storte lutate e non lutate, e poi salnitro, antimonio, crogioli e altre cose elencate nei verbali. Ma si era evidentemente portato via dalla camera il letto del detto Albert. Interrogato sul dove fosse stato spostato, du Chastel rispose che era stato trasferito in cima alla torre della grande scalinata, negli appartamenti del signor Abate. Recatisi sul luogo insieme a du Chastel, gli ufficiali vi trovarono, costruito sotto il camino, un grande forno di mattoni, con un ceneraio e, in un oratorio, un grande barattolo di vetriolo e due libri, uno era l’opera di Geber, l’altro si intitolava la Piroteknia, con una quantità di bottiglie, le une vuote, le altre piene di acque forti e altre cose elencate nei verbali…» (cfr. il citato Sommaire…, p. 3).

    A questo punto l’attrezzatura alchemica e il rinvenimento di corrispondenze private di Albert, in cui è questione di lingotti d’oro e qualche debito di poco conto, eccitano l’attenzione delle autorità, e un commissario è chiamato a verbalizzare i rinvenimenti, che, opportunamente manovrati da Moulnorry, gettano sul sotto-priore il sulfureo sospetto di falsificazione di moneta e metalli preziosi.

    Un monitorio¹¹ viene indirizzato a Jean-Albert, che si trova in condizione di non poter rientrare nella sua sede, mentre Moulnorry manovra sostituendo i due religiosi ostili con indubbiamente più amichevoli e sottomessi ecclesiastici. Ma Jean-Albert fa pronta opposizione appoggiato dall’Ordine, e inizia una battaglia legale sul cui esito finale – se fosse rilevante ai nostri fini – potremmo forse renderci edotti attraverso una più accurata ricerca archivistica. Fatto sta che la cosa non dovette avere gran seguito per Jean-Albert, dal momento che un colpevole di furto non avrebbe potuto con facilità mantenere la propria carica ecclesiale ed essere elevato al soglio vescovile. La cosa dovette anzi probabilmente volgersi a favore dei benedettini, e la controversia dovette trovare una, se non per tutti soddisfacente, senz’altro definitiva ricomposizione.

    A testimonianza della risonanza che, all’interno dell’Ordine Benedettino francese del tempo, dovette avere la tenzone tra Moulnorry da un lato, e Jean-Albert e il capitolo benedettino dall’altro, la controversia è riportata anche nelle memorie del benedettino e priore di St-Denis, D. Bernard Audebert (cfr. Archives de la France Monastique vol. XI – Les Mémoires du R.P. Dom Bernard Audebert… publiés par le R.P. Dom Léon Guilloreau, Jouve & C.ie, Paris, 1911, p. 147-148), monaco evidentemente assai fedele alla riforma, che pure non manifesta grandi simpatie verso il nostro futuro vescovo¹².

    Ciò che qui ci interessa, naturalmente, è tuttavia la testimonianza del ritrovamento, durante la perquisizione dell’attrezzatura e del laboratorio alchemico di Jean-Albert, e, segnatamente, la scoperta dei due libri proprio nei locali in cui vi era il forno di mattoni e in cui, tra le altre cose, il benedettino aveva fatto trasportare anche il proprio letto.

    Oltre alla scontata presenza delle opere del maestro Geber i magistrati registrano anche una Piroteknia. Si sarebbe subito tentati di pensare al testo di George Starkey (1627-1665), il Filalete, ma semplici considerazioni cronologiche ci permettono immediatamente di eliminare questa ipotesi. Il testo di Starkey esce a stampa nel 1658, e quindi circa otto anni dopo il rinvenimento del laboratorio di Belin. Potrebbe trattarsi del testo di Adriano Romano (Adriaan Van Roomen, 1561-1615), il matematico e medico fiammingo autore del Pyrotechnia hoc est de ignibus festivis (1611), oppure del testo del matematico inglese John Babington, autore del Pyrotechnia, or a Discourse of Artificial Fireworks (1635), o ancora del testo di Jean Appier Hanzelet, La Pyrotechnie de Hanzelet, lorrain, où sont representez les plus rares et plus appreuvez secrets des machines et des feux artificiels propres pour assiéger, battre, surprendre et deffendre toutes places (1630). Tutti questi testi, comunque, si occupano specificamente di pirotecnica a scopo civile o militare, e dunque non appaiono consoni al laboratorio di un attento lettore delle opere del Geber Latino. Avendo riguardo agli interessi di Jean-Albert, è più probabile che il testo ritrovato nel suo laboratorio fosse piuttosto il De la Pirotechnia libri X del senese Vannoccio Biringuccio (1480-1539), il classico della metallurgia uscito a stampa in prima edizione italiana nel 1540, la cui edizione francese, nella traduzione di Jacques Vincent, era disponibile già dal 1556¹³. Il testo di Vannoccio Biringuccio era, per il suo tempo, la summa più rilevante di conoscenze pratiche e teoriche nel campo della metallurgia.

    Il quarantenne benedettino era dunque, in quegli anni, impegnato in ricerche di alchimia dei metalli, e la vasta scelta di minerali e attrezzi del suo laboratorio testimoniavano un interesse non solo libresco e speculativo, ma pratico e operativo.

    Tuttavia l’alchimia, per quanto interesse forte e preminente, non doveva distoglierlo dalle cure degli interessi dell’Ordine, né tantomeno doveva impedirgli di costruire e implementare una rete di relazioni personali che doveva rivelarsi assai utile nella sua carriera ecclesiastica.

    Amico personale di Jean Baptiste Colbert (1619-1683), il geniale ministro delle finanze e consigliere di stato di Luigi XIV, Albert favorisce, qualche anno dopo, con la sua autorità, l’elezione di un figlio di quest’ultimo, Jacques Nicolas Colbert (1655-1707), abile teologo più tardi arcivescovo di Cartagine e membro dell’Academie Française, per il priorato commendatario di Charité-sur-Loire.

    Il vescovado di Belley si libera nel 1663¹⁴, e Colbert non tarderà a restituire il favore – secondo quanto ci comunica il Calmet – favorendo con la sua influenza l’elezione del nostro. Belin viene nominato vescovo nel 1664, ma le pratiche ufficiali per il suo insediamento vengono in sostanza bloccate. In un primo momento la sua candidatura viene bocciata dal Conseil de Conscience¹⁵, ma la buona nomea del candidato, e, si può scommettere, la benigna e potentissima influenza di Colbert, fecero riconsiderare la decisione al re che chiamò Jean-Albert a colloquio privato. Secondo quanto ci tramanda il Calmet, che dipinge il nostro come dotato di umore dolce e affabile e di grande sottigliezza di spirito, il colloquio decretò il definitivo successo del candidato, al punto che il re avrebbe affermato che «questo religioso da solo aveva più ingegno di tutti coloro che gli si erano opposti». Con il benestare del re le bolle vengono emesse il 15 dicembre 1665. Il nuovo vescovo riceve la consacrazione a Parigi il 14 febbraio 1666, e si installa infine a Belley nel maggio dello stesso anno, cominciando un episcopato che, tuttavia, non sarà dei più brillanti. Seppur all’apice della sua fortuna politica e della sua influenza¹⁶, il nuovo vescovo, dispensando poche visite pastorali, tormentato da problemi familiari¹⁷ e da una salute cagionevole, non adempirà con regolarità a tutte le funzioni del suo ministero.

    Il frontespizio della prima edizione di Les Aventures du Philosophe Inconnu (1646).

    Uomo essenzialmente di dottrina e non d’azione, si ricorda una sua non proprio eroica fuga presso il fratello, in quel periodo consigliere al parlamento di Besançon, in occasione di una epidemia improvvisamente diffusasi, nel 1675, nelle terre dell’episcopato.

    La morte lo sorprenderà comunque due anni dopo, il 29 aprile 1677, all’età di sessantasette anni, e il corpo del colto vescovo verrà inumato nella cattedrale di Belley, di fronte all’altare maggiore.

    Allo stato attuale degli studi, non ci è dato di sapere altro sulla biografia del vescovo-alchimista. Dobbiamo ora seguirne, a volo d’uccello, la produzione a stampa, che ci tramanda la testimonianza degli studi molteplici e degli interessi a volte tra loro stridenti di una personalità complessa e sicuramente singolare; dato il carattere e gli intenti della presente edizione, volta a esplorare il coté ermetico della produzione intellettuale di Belin, ci si soffermerà di volta in volta più a lungo sulle sole opere che recano traccia evidente di tali interessi, trattando in maniera assai sintetica le altre.

    2 – Les Aventures du Philosophe Inconnu (1646)

    L’elenco delle opere a stampa di Belin si apre proprio, nel 1646, con Les Aventures du Philosophe Inconnu en la recherche et en l’invention de la Pierre Philosophale, divisées en quatre livres. Au dernier desquels est parlé si clairement de la façon de la faire, que jamais on n’a parlé avec tant de candeur, che esce per i tipi di Estienne Dangvy, ruë Saint Iacques à l’Image Saint Estienne, devant S. Benoit.

    L’ Épitre dedicatoire a Monsieur Moulnourry (si ritroverà più spesso, a proposito di questo personaggio, la lezione Moulnourry) testimonia che, appena due anni prima della disputa che abbiamo sopra rievocato, il priore commendatario di Saint-Étienne de Nevers non figurava nell’elenco dei nemici di Belin. L’Épitre contiene il classico e diffusissimo espediente letterario della ricusazione della paternità di un’opera la cui «matière est trop eloignée des sujets à la considérations desquels ma profession m’oblige». Il libretto sarebbe opera di un giovane da poco morto con la reputazione di uomo colto e dabbene, i cui scritti sarebbero fortunosamente caduti in mano dello scrivente. Non sappiamo se tale scontato espediente letterario potesse effettivamente essere considerato degno di fede al tempo in cui il libretto vide la luce, tuttavia già la seconda edizione, uscita sempre a Parigi nel 1674 per i tipi di de Laize de Bresche, che teneva la sua officina di stampa alla stessa ruë Saint Iacques di Estienne Dangvy, ma devant S. Benoit à l’Image Saint Ioseph, fa piazza pulita dell’epistola dedicatoria e dell’espediente letterario in essa contenuto. Nel 1674 Belin è, come abbiamo visto, vescovo a Belley, e forse la passata pubblica tolleranza per un argomento trop eloigné da quelli che il ruolo sociale di un sottopriore impone, non era più applicabile alla dignità vescovile. L’edizione pertanto esce anonima, con una premessa dello stampatore che così ne giustifica l’anonimato: «Non vi stupite se il nome di colui che l’ha pubblicata la prima volta non appare affatto sul frontespizio di questo libro; il rango e la dignità che egli possiede me lo hanno impedito…».

    Frontespizio della seconda edizione di Les Aventures du Philosophe Inconnu (1674).

    Espedienti letterari a parte, tuttavia, il testo è comunque dall’inizio alla

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