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Il Vello d’Oro

Il Vello d’Oro

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Il Vello d’Oro

Lunghezza:
319 pagine
4 ore
Pubblicato:
28 feb 2022
ISBN:
9788830658301
Formato:
Libro

Descrizione

Un viaggio lungo una vita, quello del protagonista Niko Kaladaze, che nasce in Georgia nel periodo dell’Unione Sovietica, in una terra bellissima ma estremamente povera, che però riesce a godere di ogni piccola cosa e in cui anche i funerali sono eventi mondani e occasioni per ritrovarsi. 
Niko si sposta per tutta l’Europa, nel tentativo di avviare qualche business, cosa in cui, in effetti, riesce anche abbastanza bene, salvo incontrare sulla sua strada loschi figuri e imbroglioni di ogni sorta che gli mettono i bastoni tra le ruote. 
Vecchi ricordi, sogni, esperienze e personaggi al limite sono il cardine attorno cui ruota una narrazione brillante e divertente.

L’autore nasce nella Georgia Sovietica dopo la Seconda Guerra Mondiale. nel piccolo paesino di Ozurgeti. Passa l’infanzia sotto il regime di Stalin e Chruščëv. Negli anni Settanta si trasferisce in Russia, a Mosca, e successivamente a Ufa, vicino ai monti Urali. Lì si laurea all’Università statale in Petrolchimica e prosegue la carriera universitaria diventando Dottore Professore di Petrolchimica all’età di 36 anni. 
Nei successivi cinque anni abbandona tutto e diventa un businessman, prima nel campo petrolifero, poi nella lavorazione del legname. Proprio grazie all’ultima esperienza viene scelto a dirigere un settore statale nella Repubblica di Bascortostan. Quest’esperienza si interrompe in modo abbastanza brusco dopo il suo personale scontro con il Presidente della Repubblica. Successivamente lascia la Russia e inizia il suo viaggio lungo trent’anni tra Croazia, Italia, Georgia e Lettonia, dove attualmente risiede.
Il Vello d’Oro è il terzo romanzo di Temur Kiladze. Il primo romanzo, Le mie amanti di Facebook, è stato pubblicato dall’editore ustari nel 2015, mentre il secondo, La confessione di una ragazza, dall’editore merediani nel 2016.
Pubblicato:
28 feb 2022
ISBN:
9788830658301
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Il Vello d’Oro - Temur Kiladze

Nuove Voci

Prefazione di Barbara Alberti

Il prof. Robin Ian Dunbar, antropologo inglese, si è scomodato a fare una ricerca su quanti amici possa davvero contare un essere umano. Il numero è risultato molto molto limitato. Ma il professore ha dimenticato i libri, limitati solo dalla durata della vita umana.

È lui l’unico amante, il libro. L’unico confidente che non tradisce, né abbandona. Mi disse un amico, lettore instancabile: Avrò tutte le vite che riuscirò a leggere. Sarò tutti i personaggi che vorrò essere.

Il libro offre due beni contrastanti, che in esso si fondono: ci trovi te stesso e insieme una tregua dall’identità. Meglio di tutti l’ha detto Emily Dickinson nei suoi versi più famosi

Non esiste un vascello come un libro

per portarci in terre lontane

né corsieri come una pagina

di poesia che s’impenna.

Questa traversata la può fare anche un povero,

tanto è frugale il carro dell’anima

(Trad. Ginevra Bompiani).

A volte, in preda a sentimenti non condivisi ti chiedi se sei pazzo, trovi futili e colpevoli le tue visioni che non assurgono alla dignità di fatto, e non osi confessarle a nessuno, tanto ti sembrano assurde.

Ma un giorno puoi ritrovarle in un romanzo. Qualcun altro si è confessato per te, magari in un tempo lontano. Solo, a tu per tu con la pagina, hai il diritto di essere totale. Il libro è il più soave grimaldello per entrare nella realtà. È la traduzione di un sogno.

Ai miei tempi, da adolescenti eravamo costretti a leggere di nascosto, per la maggior parte i libri di casa erano severamente vietati ai ragazzi. Shakespeare per primo, perfino Fogazzaro era sospetto, Ovidio poi da punizione corporale. Erano permessi solo Collodi, Lo Struwwelpeter, il London canino e le vite dei santi.

Una vigilia di Natale mio cugino fu beccato in soffitta, rintanato a leggere in segreto il più proibito fra i proibiti, L’amante di Lady Chatterley. Con ignominia fu escluso dai regali e dal cenone. Lo incontrai in corridoio per nulla mortificato, anzi tutto spavaldo, e un po’ più grosso del solito. Aprì la giacca, dentro aveva nascosto i 4 volumi di Guerra e pace, e mi disse: Che me ne frega, a me del cenone. Io, quest’anno, faccio il Natale dai Rostov.

Sono amici pazienti, i libri, ci aspettano in piedi, di schiena negli scaffali tutta la vita, sono capaci di aspettare all’infinito che tu li prenda in mano. Ognuno di noi ama i suoi scrittori come parenti, ma anche alcuni traduttori, o autori di prefazioni che ci iniziano al mistero di un’altra lingua, di un altro mondo.

Certe voci ci definiscono quanto quelle con cui parliamo ogni giorno, se non di più. E non ci bastano mai. Quando se ne aggiungono altre è un dono inatteso da non lasciarsi sfuggire.

Questo è l’animo col quale Albatros ci offre la sua collana Nuove voci, una selezione di nuovi autori italiani, punto di riferimento per il lettore navigante, un braccio legato all’albero maestro per via delle sirene, l’altro sopra gli occhi a godersi la vastità dell’orizzonte. L’editore, che è l’artefice del viaggio, vi propone la collana di scrittori emergenti più premiata dell’editoria italiana. E se non credete ai premi potete credere ai lettori, grazie ai quali la collana è fra le più vendute. Nel mare delle parole scritte per esser lette, ci incontreremo di nuovo con altri ricordi, altre rotte. Altre voci, altre stanze.

il vello d’oro racconta la storia di un uomo che ha vissuto in diversi paesi, ha sentito sulla sua pelle il trionfo socialistico e la democrazia comunista e in seguito è stato sommerso dagli eventi strani ed inesplicabili del periodo post-sovietico. Nonostante tutto, il fantasma dell’urss lo ha perseguitato a lungo.

Il romanzo inizia con i ricordi d’infanzia del protagonista Niko Kaladze. Questo periodo coincide cronologicamente con l’epoca del governo di Stalin e del suo successore Chruščëv, quando la società era sottomessa al regime totalitario senza poter esprimere parola. Nei suoi ricordi si rispecchia la vita sovietica fatta di successi, gli avvenimenti accaduti nel periodo di stagnazione. Il protagonista non si lascia illudere dal successo effimero e dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica e l’inizio del periodo eltsiniano, decide di emigrare all’estero come hanno fatto tanti cittadini dell’impero sgretolato. Per l’ex cittadino sovietico non è affatto facile riuscire ad integrarsi nella società occidentale. Nel processo di rivalutazione dei valori l’individuo si disintegra per poi integrarsi di nuovo.

Niko è una persona con delle straordinarie capacità di adattamento in un ambiente completamente nuovo, cerca di staccarsi dal passato con un atteggiamento ironico e umoristico, anche se in certi passaggi il lettore può riconoscere la nostalgia sovietica (nello spazio post-sovietico un fantoccio del bolscevismo ogni tanto viene alla luce). Dopo un lungo periodo di vagabondaggio, l’ironia della sorte lo fa tornare in patria. Ma scusate, che c’entrano le storie avvenute dagli anni Sessanta in poi con vello d’oro? chiederete voi. La reminiscenza dell’antico mito rivela il carattere del protagonista: è proprio qui la chiave del suo mistero. Siete voi che dovete trarre la conclusione.

L’autore descrive il regime staliniano imbevuto di terrore, i mendicanti e i magazzini stracolmi e lo paragona con il periodo successivo, quello di Chruščëv e di Brežnev con scaffali vuoti e persone senza speranza e con le tasche zeppe di moneta svalorizzata. La gioventù di Niko Kaladze coincide con il primo periodo.

… Il fantasma di Stalin cammina fiero nel nostro cortile e a mio padre gli si scolora il viso appena sente pronunciare il nome di Beria. Il suo zio che ha passato diversi anni in prigione ripete come un pappagallo: mi sono guadagnato questa pena e l’ho pagata. Allora la faccenda è andata così. Zio Mamia, come tanti altri contadini, lavorava nel campo. Dopo pranzo, ha strappato un pezzo al giornale per fare una sigaretta. Questo poveraccio ha mica notato, che proprio su quel pezzo di carta c’era la foto di Stalin e Hitler! Ed eccolo in Siberia per 9 anni!

Volete il ritratto dell’urss affamato e corrotto sotto il regime di Brežnev?

La gente si mette in fila davanti ai magazzini vuoti dalle 6 del mattino. Chi avrà più fortuna tornerà a casa con i borsoni pieni. Ogni giorno il giovane professore, Cantore, poltrisce a letto fino a tardi, si alza alle 10:00, accende la macchina e va all’università, mentre la sua affaticata suocera torna a casa con la preda e guarda con l’invidia il genero ben riposato e fresco. Un giorno il professore la guardò meravigliato e le chiese: Basia, se vieni da noi, come mai porti così poca roba? E se invece te ne vai, dove ti porti tutto questo? Così era la dolce vita sovietica – dice Niko e si ricorda l’intervista del famoso dissidente Bukowski. Se non mi sbaglio, un giornalista chiese a Bukowski: Lei è sopravvissuto a Chruščëv, Brežnev, Andropov e Eltsin. Qual era il periodo migliore? Indubbiamente quello di Brežnev – rispose Bukowski. Ma come?! è stato mandato in esilio proprio da lui! – Esclamò il giornalista sbalordito. È vero, però allora ero giovane – fu la risposta dell’ex dissidente.

L’epoca di Eltsin e la partenza dall’Unione Sovietica: Non ci facevano entrare in aereo, perché non avevamo il certificato veterinario del nostro barboncino. La figlia strillava in continuazione dicendo che non partiva senza il suo Nikalasha. La moglie mi ha quasi ammazzato per aver dimenticato di ricordarle di prendere il certificato. Che cosa dovevo fare? A questo punto non c’era altro da fare che corrompere qualcuno. Tutti eravamo sconcertati, soprattutto Nikalasha era molto arrabbiato con noi: – Sì che scappate via, e io, che sto così bene con tutti i miei amici, non avrei mai lasciato la mia cara Unione Sovietica. Ho solo avuto faccia tosta ed ecco, la mia prima bustarella nella vita! Duecento dollari pagati ad una signora grassa e via!

Nel libro viene descritto con l’ironia il meccanismo perverso del sistema sovietico: Avete mai visto quei luoghi, villaggi, province dove preparano i tronchi? No? Anch’io una volta ero ingenuo come voi. Avevo letto l’Arcipelago Gulag e pensavo che l’inferno esistesse solo lì. Non è necessario capitare nel campo di concentramento per vedere l’inferno con i propri occhi. In quei posti la gente nasce in gulag. Avete mai lavorato nella foresta con le temperature sotto i 20°C oppure avete mai trascinato con le mani nude alberi e tronchi? Ma che lavoro, avete mai avuto il desiderio di capitare lì con gli stivali di gomma? Oh, vi prego, non piangete con le lacrime di coccodrillo: Ma sta povera gente! Se lo avessimo saputo, avremo mica comprato mobili di ikea!

E comunque, il romanzo è pieno di amore e ottimismo. Pensavo di scrivere le memorie su Natasha, ma i comunisti non mi hanno lasciato in pace – dice Niko. In conclusione, si può ritenere che Niko Kaladze ha cercato di reagire adeguatamente a tutte le sfide della vita. Anche se lo sdoppiamento della personalità spinge l’uomo a concentrarsi sul presente, a cercare di sopravvivere, di rinnovarsi e di unirsi con l’amore all’eterno.

Ho tanto desiderato, che la mia vita andasse in retromarcia, che avessi la possibilità di iniziare tutto da capo… Non sono stato io a creare il mondo e chi l’ha fatto, purtroppo, ha avviato il ciclo della vita e a me ha lasciato l’unica chance – ricominciare subito e cambiare almeno i miei ultimo passi prima di sciogliersi nell’eternità. Gauguin ha fatto un tentativo molto tardi e ce l’ha fatta!

Il Vello d’oro

Avrete sentito dire: l’uomo propone e Dio dispone o, anziché dispone, direi ride. Se Dio esistesse e se ridesse veramente, vorrei chiedergli: Dio, ma perché mi prendi in giro? Sei re nel tuo Regno, stai bene nell’universo da te creato. Invece io faccio l’Imperatore nel mio piccolo mondo. Se pensi che il mio mondo è peggiore rispetto al tuo, ti stai sbagliando. Rispetto a te, a casa mia vengono tutte le persone: sia i benestanti che i bisognosi. Invece chi viene da te? Solo gli impauriti e i bisognosi, a chiederti la grazia. Anch’io sono venuto da te quando ho preso paura. Allora mi hanno trovato i calcoli biliari e il dottore mi ha consigliato di operarmi. Non è mica così facile subire un intervento chirurgico! Chissà cosa può succedere sulla tavola operatoria e se Dio dopo mi chiederà: ehi, georgiano, perché non ti sei battezzato? Neanche adesso credi di me?

E se mi manda nell’Inferno?

Quindi, mi sono battezzato immediatamente. Il giorno dopo, però, non ho preso la Comunione e non ho potuto mangiare dal cucchiaino comune. Sono rimasto mezzo battezzato e mezzo sbattezzato. Avevo più paura dell’intervento chirurgico che di te, perciò ora saranno quasi vent’anni che vado avanti con i calcoli biliari. Avevo pensato: ho ancora un po’ di tempo per vivere, poi, se dovrà succedere qualcosa, chi ha detto che mi manderanno nell’Inferno. È possibile che tra l’Inferno e il Paradiso ci sia una via di mezzo, mica il mondo di Dio deve essere fatto necessariamente solo di bianco e nero? Signore, tanti tuoi ospiti mangiano da quel cucchiaino, però appena escono fuori sperando nella tua indulgenza, uccidono il loro prossimo senza batter ciglio. Io, invece, non faccio male a nessuno, non torturo e non uccido le persone e quindi non ho bisogno del tuo perdono.

Allora mettiamoci d’accordo: sei re nel tuo Regno, io di quello mio. Io non ti disturbo ma neppure tu non mi devi disturbare. Ti prego, senza richiesta da parte mia non intervenire nella mia vita. Se avrò bisogno del tuo aiuto, ti cerco io, se riuscirò a trovarti. Nessuno sa dove ti trovi, non lasci mai il tuo indirizzo o il numero di telefono.

Mi sono appena ricordato che avevo detto la stessa cosa a quel mafioso che mi ha incontrato a Mosca. Era come se fosse venuto per aiutarmi e aggiustare i miei debiti. E allora? Neanche lui mi ha lasciato il suo indirizzo o il numero di telefono, mi ha detto solo: ti do la mano per recuperare i tuoi soldi. L’uzbeco si è comportato da vigliacco, mentre tu sei una persona onesta.

Dio, come non ti ho mai visto, così, da quel giorno, non ho più rivisto quel criminale. Oggi spero che magari dopo aver letto il mio libro si senta colpevole e mi restituisca tutti i miei soldi. Ancora non è troppo tardi, proprio in questo momento ho bisogno dei soldi come mai prima. Però mi raccomando, se mi restituiranno il mio denaro, non tenerlo per te! È merito mio che ho scritto il libro, tu che c’entri?! Nel caso volessi aiutarmi, piuttosto mi restituisci il debito dell’uzbeco con la vincita alla lotteria. A dir la verità, non conto molto su quel criminale, stava sempre in prigione ed è possibile che non avesse neanche terminato la scuola e quindi non sapeva bene leggere e scrivere.

Se non sei in grado di fare questo, allora aiutami almeno a pubblicare il mio libro. Suggerisci a qualche famoso regista di girare un bel film con la mia partecipazione da protagonista. Immagina, come saranno contenti i miei nemici! Non vuoi vederlo? Io lo voglio tanto. Se mi esaudirai questo desiderio, per tutto l’anno organizzo banchetti in tuo onore e lo battezzo con il tuo nome. Mentre gli altri inventano mille stupidaggini: l’anno del topo, l’anno della tigre, annuncio a tutti: magari per voi è l’anno del topo o della tigre, in ogni caso sono cazzi vostri, per me è l’anno di Dio.

IL MIO PAPÀ

Ultimamente i pensieri mi portano spesso al passato. Forse questo è il vero motivo per cui mi sono ricordato di quando rubavo le ciliegie dal giardino di zio Grisha, però preferisco tornare più tardi a questo ricordo. Oggi vorrei raccontarvi di mio padre, lo avevo sognato la notte scorsa. Era giovane nel mio sogno, come quando ero un bambino. Ho ricordato come da piccolo andavo con mio padre nel campo per sarchiare il granoturco. Ci alzavamo talmente presto che gli uccelli dormivano ancora. Lo scopo del lavoro era di raccogliere alla fine della stagione alcuni quintali di granoturco per godere d’inverno della focaccia calda con la zuppa di fagioli. Negli anni Sessanta, in pieno comunismo, vivevamo in miseria. Incredibile, ma la nostra situazione è andata migliorando un po’ quando nel Paese è fiorita la corruzione; la gente si arricchiva improvvisamente ed i miei genitori erano pagati per dare delle lezioni private.

I ragazzi che hanno preso le lezioni dei tutori, ancora con l’aiuto di bustarelle e amicizie speciali, senza problemi frequentavano università molto prestigiose, si laureavano e trovavano un impiego. In quei tempi senza l’aiuto di bustarelle anche Einstein sarebbe stato nessuno.

Meglio non anticipare il racconto, procediamo per gradi… Mio padre era preside della scuola e ogni fine settimana andava nel campo a rompersi la schiena dalla mattina alla sera. Quando rincasava, anziché rilassarsi, correggeva i quaderni degli allievi. I soldi non erano comunque abbastanza e dovevamo prendere in prestito i viveri. Alla taverna, zio Misha teneva un enorme registro dove, così come molti altri, mio padre aveva una sua pagina personale:

Kaladze Davit

– zucchero – 5 kg

– burro – mezzo kg

– farina – 10 kg, il pane lo facevano a casa, conveniva di più.

– vino – 10 bottiglie ecc.

Papà era una buona forchetta ed il vino preso in prestito lo sorseggiava con grande piacere in compagnia dei suoi fratelli e vicini di casa. D’autunno, grazie al profitto ricavato dalla vendita dei mandarini alle grosse fabbriche, saldava tutti i debiti e mi comprava qualche vestito per l’inverno.

Caramelle e cioccolatini li comprava così raramente che appena li vedevo per bene nelle bancarelle, mi veniva l’acquolina in bocca. Un giorno mi confessò che quel cioccolato faceva anche a lui lo stesso effetto. Nonostante ciò, non si permetteva mai di prenderlo, un chilo di cioccolato costava 15 rubli e lo stipendio era di 120.

Erano i tempi di quando la gente aveva le tasche vuote mentre i negozi erano pieni, ma stava per arrivare il tempo delle tasche piene di banconote senza alcun valore e negozi vuoti. Sara il periodo di Chruščëv, il periodo che sarebbe durato tutta la mia gioventù.

Adesso è il periodo di quando il fantasma di Stalin vagava ancora nel nostro giardino e mezza Europa tremava sotto i suoi passi. Il suo fantasma ci sarà finché ci sarà vita. Lui vagherà dappertutto in cerca delle anime da rendere felici.

Sono i tempi che solo al menzionare il nome di Beria¹ mio padre impallidiva e suo zio, appena tornato dall’esilio andava in panico ripetendo come un pappagallo: me lo sono meritata la prigione. Sicuramente. Dovevo stare zitto. Non dovevo dire in giro che fumando il tabacco avvolto nella foto di quei banditi avrebbe ammazzato anche un cavallo!.

Mamia, come mio padre, lavorava in un kolchoz nei campi di mais. Spesso durante la pausa prendeva un po’ di tabacco e lo arrotolava nel giornale. Nei tempi di anteguerra i giornali erano pieni di foto di Stalin e Hitler, probabilmente per competere in furbizia. In ogni caso era evidente che zio Mamia non aveva preso di proposito la pagina del giornale con la foto, però questo scherzo gli è costato. E sapete cosa gli è costato? Nove anni di trasferta in Siberia! Aveva la lingua tagliente, diceva che fumare tabacco arrotolato nelle foto di quei banditi avrebbe fatto fuori non solo gli uomini ma pure i cavalli.

Era una brutta coincidenza di eventi innocui, però qualcuno ha avuto l’idea di correre la sera stessa in commissariato e denunciarlo. Probabilmente la mattina dopo sarebbero corsi tutti, ma il primo aveva vinto la gara sperando che La Patria gli riconoscesse l’impegno. Insomma il povero zio Mamia si è ritrovato in Siberia. Ma il vincitore lo ha seguito a breve. Era la riconoscenza della stessa Patria… Ci mancano ancora quei tempi belli!

Il problema era che eravamo in anteguerra, altrimenti, durante la guerra si sarebbe salvato. Se solo Mamia avesse saputo la storia del, come lo chiamavano i tedeschi, ebreo privato di Stalin, scrittore famoso Ilya Erenburg! Durante la guerra i giornali pubblicarono molti articoli di Erenburg affascinato di Stalin e dai sovietici. C’era addirittura un’ordinanza interna di non strappare gli articoli dello scrittore. E che ne sapeva il povero Mamia.

All’epoca non solo Erenburg ma tutti amavano la Patria. Anche i credenti che hanno visto le proprie chiese distrutte e i propri parroci fucilati erano guidati dall’amore per Stalin! Ma per carità! Avete mai sentito il detto: la paura fa novanta? La storia ha conservato una lettera di Stalin ad un patriarca georgiano. Dice: grazie per la raccolta fondi di due mila rubli per le forze armate Sovietiche. Firmata: I. Stalin.

Sapete come ha ringraziato il Patriarca? Ve lo dirò dopo, ogni cosa a suo tempo.

Papà non mi costringeva ad alzarmi così presto. Diceva: Poverino, che dorma tranquillo. Quindi, mi portava al lavoro raramente. Ero piccolo, avrò avuto dodici-tredici anni. Sulla punta della zappa era legato il sacchetto con il nostro pranzo consistente in una focaccia fredda ed un pezzo di formaggio. L’acqua, invece, la prendevamo dalla sorgente accanto al campo di lavoro.

Sul bordo della città, abbiamo incontrato un tizio. Probabilmente conosceva già mio papà, perché lo ha salutato amichevolmente e gli ha chiesto: Dato, mi offri una sigaretta?. Mio padre gli ha risposto che non ne aveva e abbiamo proseguito. Dopo un po’, allontanatici da quell’uomo, mio padre mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: – Niko, che c’è? Perché stai zitto? Non mi dici nulla? Lo sai benissimo che ho le sigarette.

– Sì, lo so, ed è proprio per questo che mi sono azzittito… ho provato vergogna del fatto che ti sei rifiutato di dare una sigaretta a quel poveraccio, ma non mi sono permesso di chiederti il motivo!

– Ascolta, – mi disse, – in primo luogo non è per niente povero, almeno non sta peggio di noi. Poi, noi georgiani non siamo nati per mendicare; guarda questo cielo, queste montagne, questa natura e ricordati bene che noi georgiani dobbiamo saper lavorare, amare, cantare e scrivere le poesie. Che mendichino gli altri! Anche se non è bello vivere con l’elemosina, l’uomo non è stato creato per questo!

Alcuni minuti di silenzio, poi ha continuato: – Se mi avesse chiesto la sigaretta alla sera, non avrei rifiutato? Però me l’ha chiesta alla mattina! Se a questa gente dai qualcosa, poi tutto il resto del giorno non farà altro che mendicare, mentre così cercherà di darsi da fare ed essere d’aiuto sia alla propria famiglia che alla Patria intera. Inoltre, che tu lo sappia, l’accattonaggio non è uno stato materiale quanto spirituale. Anche quella persona che ha ucciso il nostro cane è certamente un mendicante; non lo conosciamo, non sappiamo come e dove vive, ma sono sicuro che è un mendicante. I suoi figli saranno come lui e così tutta la sua generazione sarà rappresentata da mendicanti. Semplicemente perché essere mendicanti rappresenta lo stato dell’anima e non lo stato materiale delle cose.

Oltre a uccidere il cane, al fine di incolpare altri, lo ha portato nel giardino dei vicini. Anche ipotizzando che l’avesse ucciso per sbaglio, se era un uomo vero si sarebbe almeno preoccupato di seppellirlo in modo tale che noi non avremmo potuto sapere niente e avremmo magari pensato che fosse ancora vivo adottato da persone per bene.

Più tardi avevamo scoperto che un nostro vicino Bidzina aveva ammazzato il nostro cane. – Pensavo fosse un lupo – diceva.

Ma voi avete mai visto un lupo con le orecchie mozzate? Dopo questo incidente, qualsiasi persona brutta per mio padre era la personificazione di Bidzina. Diceva sempre – è come quel figlio di puttana Bidzina. Era diventata la sua bestemmia.

Il crollo del regime comunista stava per iniziare; la Georgia era la prima nella lista. Proprio in quel periodo Omari si era laureato ed ha cominciato a insegnare nella Scuola tecnico-professionale. Poco dopo diventò il vice direttore e… insieme con mio padre ed i suoi fratelli ha iniziato a distruggere l’Impero staliniano. Non sapevano cosa stessero distruggendo, se lo avessero saputo sarebbero morti di paura. Pensavano stessero costruendo il comunismo.

– Figliolo, – mi ha detto un giorno – arrivano tempi duri. Arriva il periodo di bizinie e né io né tu siamo in grado di fermalo. L’unica via d’uscita è che la legge dovrebbe essere rispettata ed il Capo dello Stato dovrebbe mantenere un po’ di pudore. Purtroppo, ora da noi la legge non è rispettata e il potere sta nelle mani di bizini. Il Paese necessita di un uomo come Stalin: orgoglioso, onesto, metodico e autoritario.

– Va bene, ma anche nel periodo della tua gioventù al potere c’erano i comunisti. Quindi, cosa è cambiato? Non si comportavano loro come bizini?

– È vero che Stalin era quasi un demonio e un mangiauomini, ma non è mai stato un bizinie. Ha creato un suo Universo, bello o brutto lo definirà il tempo; sapeva solo lui cosa ne sarebbe uscito fuori. Non aveva la fede né in Dio né nell’uomo. Ha sconfitto tutti e ha ordinato: Pregate solo me!.

– Papà, tu credi in Dio?

– Figliolo, qualsiasi fede cieca è l’inizio del male. Tu pensi che le persone che costruivano il comunismo, le persone che hanno condannato Tizian Tabidze² definendolo nemico del popolo, non erano convinte della loro ragione? Come vedi, ora nessuno crede più in Dio e al posto di andare in chiesa vanno alle riunioni del partito! Ma appena crollerà l’Impero staliniano, tantissime persone ritorneranno nel grembo della Chiesa. Tra loro ci saranno persone che crederanno ciecamente che Tizian Tabidze era un vero e proprio nemico dello Stato. Comunque, ci saranno anche quelle per le quali l’Universo pone tante domande e la Chiesa rappresenta per loro uno, ma non l’unico, dei luoghi dove cercare la verità.

Io personalmente credo nella bontà; bisogna rispettare il vicino ma senza perdere l’onore. Si deve avere paura di qualcosa, si deve pensare a qualcosa: da dove siamo arrivati a dove andiamo. Non ho nessuna fiducia nelle persone che dicono che se non sei un Cristiano ortodosso come noi georgiani allora finirai all’inferno. Cosa vuol dire? Ortodossi come noi siamo solo in 150 milioni circa, mentre gli altri Cristiani per esempio cattolici contano più di un miliardo di persone. Vuol dire che loro sono tutti infedeli? Aggiungiamo pure i buddisti, gli atei come me, un altro miliardo di musulmani e poi vari pagani… fanno circa 4 miliardi che finiremo all’inferno? Ne deduco che qualsiasi cosa tu faccia allora per esempio un figlio, o pianti l’albero o costruisci la casa comunque finirai laggiù? Ma siamo sicuri che ne ha la capienza?

Arrivano tempi duri – ha continuato mio padre.

– Un genio ha detto: I soldi sono la libertà percepita dal suono delle monete. Infatti, quando i bizini con i loro capitali possono combinare qualsiasi cosa, la vita degrada. La libertà può far impazzire

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