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Pienezza di vita: Teologia a partire dai vissuti credenti
Pienezza di vita: Teologia a partire dai vissuti credenti
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E-book852 pagine11 ore

Pienezza di vita: Teologia a partire dai vissuti credenti

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Info su questo ebook

«Tutti coloro che credono nel Cristo, di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità: tale santità promuove nella società terrena un tenore di vita più umano»: è il n. 40 di Lumen gentium. Secondo questa bella pagina conciliare la santità cristiana equivale a un autentico umanesimo. La vita di ogni giorno, con le sue varie frontiere – ecclesiali e sociali –, è l’orizzonte in cui teoria e prassi, ragione teologica e vissuto spirituale, s’incrociano continuamente e s’intrecciano strettamente. Registra efficacemente questo fatto la lezione di autori come Jean Mouroux, Hans Urs von Balthasar, Giuseppe De Luca, Giovanni Moioli, François-Marie Léthel, che sono tra gli ispiratori delle riflessioni teologiche qui argomentate. Ma lo testimoniano anche alcuni protagonisti del cattolicesimo italiano novecentesco, come i due fratelli Sturzo o don Lorenzo Milani e don Pino Puglisi, oppure come Giorgio La Pira, Chiara Lubich, Divo Barsotti, Cataldo Naro e, risalendo a ritroso, donne intraprendenti come Marianna Amico Roxas, Carmela Prestigiacomo, Nazarenai Majone, Vincenzina Cusmano, oppure intellettuali convintamente laici e consapevolmente credenti come Sebastiano Mottura, oltre che religiosi come il cappuccino Nicola da Gesturi, i vescovi Giovanni Battista Arista e Antonio Intreccialagli, il beato Giacomo Cusmano, l’oratoriano Giorgio Guzzetta, il redentorista Biagio Garzia, il missionario itinerante Ignazio Capizzi e il gesuita Luigi La Nuza, cui sono dedicati i vari capitoli di questo volume.
Presentazione del card. Marcello Semeraro
LinguaItaliano
Data di uscita19 apr 2022
ISBN9788838252167
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    Anteprima del libro

    Pienezza di vita - Massimo Naro

    MASSIMO NARO

    PIENEZZA DI VITA

    Teologia a partire dai vissuti credenti

    Tutti i volumi pubblicati nelle collane dell’editrice Studium Cultura ed Universale sono sottoposti a doppio referaggio cieco. La documentazione resta agli atti. Per consulenze specifiche, ci si avvale anche di professori esterni al Comitato scientifico, consultabile all’indirizzo web http://www.edizionistudium.it/content/comitato-scientifico-0.

    Copyright © 2022 by Edizioni Studium - Roma

    ISSN della collana Cultura 2612-2774

    ISBN Edizione cartacea 978-88-382-5137-5

    ISBN Edizione digitale 978-88-382-5216-7

    www.edizionistudium.it

    ISBN: 9788838252167

    Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

    https://writeapp.io

    Indice dei contenuti

    PRESENTAZIONE

    BREVE CRITERIOLOGIA DI BASE: A MO’ DI PREMESSA

    IL CARMEN XX DI PAOLINO DI NOLA: MEDIAZIONE TRA DOGMA E PIETÀ POPOLARE

    1. Circolarità fra mediazione pastorale e giustificazione dottrinale

    2. Contenuti e tematiche di un carmen natalicium

    3. Nel crogiuolo delle dispute cristologiche

    4. Felice amico di Cristo: dogma cristologico e culto dei santi

    II. LA NUZA, CAPIZZI, GARZIA: PRETI RIFORMATORI, MISSIONARI NELLE INDIE DI SICILIA

    1. «Il dialogo con tutti»: riforma e valorizzazione del pluralismo

    2. «Cos’è questo Dio»: drammatizzare la catechesi

    3. Il «sogno del popolo»: pastorale con metodo missionario

    4. «Avvezzato ad ogni fatica»: formazione e predicazione

    III. SULLA CIMA DELLO SPIRITO: LA FISIONOMIA SPIRITUALE DI GIORGIO GUZZETTA

    1. Nell’orizzonte della modernità

    2. La coerente continuità con un lungo filone spirituale

    3. Incondizionatezza e gratuità

    4. La concretezza della santità

    IV. DALLO SCARTO ALLA SOLIDARIETÀ: MOTIVI TEOLOGICI DELL’UMANESIMO CUSMANIANO

    1. Teologia dei santi

    2. La «farmacia della Bibbia»

    3. Carità cittadina ed economia sacramentale

    4. Dignità umana e spinta promotiva

    V. COL VAPORE E COL TELEGRAFO: LA CHIESA NELLA MODERNITÀ PER SEBASTIANO MOTTURA

    1. Un ponte tra religione e civiltà

    2. Nella cittadella dell’intransigentismo

    3. L’opzione anti-infallibilista

    4. Teologia pascaliana

    VI. SCONGIURARE IL RISCHIO DI DERAGLIARE: IL DISCORSO SOCIALE DI ANTONIO INTRECCIALAGLI

    1. Un vescovo intrecciacuori

    2. Il discorso episcopale sulla società

    3. Autonomia dallo Stato e alterità rispetto alla società

    4. Prudenza strategica e sensibilità kairologica

    VII. GUARDARE ATTRAVERSO L’OSTIA: ERMENEUTICA TEOLOGICA DELLA STORIA IN G.B. ARISTA

    1. Teologia orante

    2. Theologia amoris

    3. L’inutile strage

    4. Realismo e lealismo

    VIII. DIO È INFINITA MISERICORDIA: PROFILO TEOLOGICO-SPIRITUALE DI NAZARENA MAJONE

    1. Una prospettiva teologica

    2. La specola della preghiera

    3. Asimmetrica polarità

    4. Chiamata ad essere contemporanea di Cristo

    IX. DIO PER DIO: CARMELA PRESTIGIACOMO CONTEMPLATIVA E APOSTOLA

    1. A cosa serve l’esperienza mistica

    2. Apostolato o contemplazione?

    3. Polarità tra contemplazione e apostolato

    4. Ogni cosa porta a Dio, ogni cosa parte da Dio

    X. ASSOLUTEZZA E TENEREZZA DI DIO: L’EPIFANICA TESTIMONIANZA DI NICOLA DA GESTURI

    1. Ricordare senza voltarsi indietro

    2. La santità: luogo teologico

    3. Il silenzio: dimensione teocentrica

    4. L’affabilità: dimensione cristocentrica

    XI. IMPRESCINDIBILE DIO: MARIO STURZO TRA MISTICA, FILOSOFIA E TEOLOGIA

    1. Di fronte e nella modernità

    2. Un’altra oggettività: l’autocomunicazione di Dio

    3. Una teologia per il mondo moderno

    4. Interconnessione e performatività

    XII. CON IL VANGELO NASCOSTO IN PETTO: LA SPIRITUALITÀ CIVICA DI LUIGI STURZO

    1. Al cospetto di Dio, dentro la storia

    2. Coerenza tra esperienza spirituale e impegno pastorale

    3. Quale vangelo?

    4. Attualità di un prete multitasker

    XIII. SANTITÀ E POLITICA: BINOMIO POSSIBILE PER GIORGIO LA PIRA

    1. Problematizzare la questione

    2. Recuperare le radici

    3. Il divorzio di ognuno da tutti

    4. Sognare il futuro costruendo il presente

    XIV. L’ECO DI CRISTO GESÙ: LETTURA TEOLOGICA DELLA POSITIO DI M. AMICO ROXAS

    1. L’impostazione metodologica

    2. Continuità o/e discontinuità

    3. Sotto la cifra del paradosso evangelico

    4. Valenza teologica della testimonianza credente

    XV. GRAZIA FULMINANTE: LA RIFLESSIONE TEOLOGICO-PASTORALE DI DON MILANI

    1. Lettura personale e autobiografica

    2. Una teologia del popolo

    3. La scuola ottavo sacramento

    4. Testimone prima e più che maestro

    XVI. PER UN RIPENSAMENTO DELLA MARTIROLOGIA: IL CASO ESEMPLARE DI PINO PUGLISI

    1. Dal martirio ai martiri

    2. Criteriologia martirologica

    3. Teologia dal martirio dei martiri

    4. Non cronaca ma profezia

    XVII. MISTICA E INTERPRETAZIONE DELLA SCRITTURA: L’ESEGESI SPIRITUALE DI DIVO BARSOTTI

    1. Teologia e vita cristiana

    2. Esegesi carismatica e teologia della Parola

    3. Armonia dei due Testamenti

    4. Il dirsi di Dio s’impasta di parole umane

    XVIII. LA «QUARTA STRADA» DI CHIARA LUBICH: CAMBIAMENTI ECCLESIALI E SOGGETTUALITÀ LAICALE

    1. Un secolo breve ma denso

    2. Metamorfosi ecclesiologiche

    3. Metamorfosi ecclesiali

    4. Soggettualità laicale

    XIX. INIZIARE PROCESSI, SEMINARE FUTURO: IL SERVIZIO PASTORALE DI CATALDO NARO

    1. Dentro il solco di una ferialità nazaretana

    2. Quasi un cordone ombelicale

    3. L’ermeneutica dell’effettiva riforma

    4. Dal concilio una Chiesa sinodale

    GIOIRE ED ESULTARE SI PUÒ: A MO’ DI CONCLUSIONE

    AUTORE

    INDICE DEI NOMI*

    CULTURA STUDIUM

    CULTURA

    Studium

    272.

    Massimo Naro

    Pienezza di vita

    Teologia a partire dai vissuti credenti

    Presentazione del card. Marcello Semeraro

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    La grande opera di riforma, in cui si impegnano i santi, è progettata e realizzata sulla base di una valutazione del momento storico, seppure sempre ad opera di una intelligenza cristiana educata dalla grazia, affinata dalla fedeltà a Cristo, resa sensibile dal riferimento al vangelo

    ( Cataldo Naro, Torniamo a pensare)

    Chi scrive non sarà mai all’altezza di chi muore

    (Albert Camus, Il primo uomo )

    PRESENTAZIONE

    Ciò che subito colpisce, di questo volume di Massimo Naro, probabilmente è il titolo scelto: Pienezza di vita , che allude alla santità cristiana quale opportunità graziosa di sperimentare «un tenore di vita più umano», come recita il n. 40 della costituzione conciliare Lumen gentium . Mi pare una sottolineatura importante. Le corrisponde un rapido passaggio dell’esortazione Gaudete et exsultate di papa Francesco, dove si legge: «La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia. In fondo, come diceva León Bloy, nella vita non c’è che una tristezza, […] quella di non essere santi» (n. 34). È così messo in evidenza un aspetto fondamentale dell’identità del santo: egli non è il supereroe, che procede vincitore, sul suo cavallo e con un fiore in bocca, in un campo popolato da sconfitti, ma un uomo che ha sperimentato la sua fragilità e la sua vulnerabilità e che proprio in esse ha incontrato Dio e in questo incontro ha trovato se stesso. Fra i primi apoftegmi di Antonio il Grande ve n’è uno che recita: «Questa è l’opera grande dell’uomo: gettare su di sé il proprio peccato davanti a Dio e attendersi tentazioni fino all’ultimo respiro»; per aggiungere subito dopo: «Nessuno, se non tentato, può entrare nel regno dei cieli; difatti togli le tentazioni e nessuno si salva» ( Alf 4-5). La santità, in altre parole, è agli antipodi del superuomo, ma è nel cuore dell’uomo reale. L’altro aspetto che la frase del papa mette in luce è che il cammino della santità è al tempo stesso ricerca del volto di Dio e crescita/maturazione della/nella propria verità.

    Insieme con Francesco vorrei citare l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, con un passaggio tratto dal suo intervento del 10 ottobre 2012, fatto nel corso della XIII assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi: «Essere pienamene umani significa essere creati nuovamente a immagine dell’umanità di Cristo; e quell’umanità rappresenta la perfetta traduzione umana del rapporto dell’eterno Figlio con l’eterno Padre, un rapporto di donazione di sé nell’amore e nell’adorazione, una reciproca effusione di vita» (n. 5).

    Per corredare ulteriormente queste battute destinate a incoraggiare alla lettura del lavoro di Massimo Naro, aggiungerei una calda esortazione del vescovo Tonino Bello, del quale il papa ha di recente riconosciuto l’esercizio eroico delle virtù. Egli la rivolse agli iscritti all’Azione Cattolica della diocesi di cui era pastore in occasione della tradizionale festa dell’adesione, l’8 dicembre 1990, e inizia così: «Siate soprattutto uomini. Fino in fondo. Anzi, fino in cima. Perché essere uomini fino in cima significa essere santi. Non fermatevi, perciò, a mezza costa: la santità non sopporta misure discrete» (in Scritti, VI, 220).

    Se il titolo del volume è in grado di dare l’intonazione giusta alla sua lettura, non è da meno il sottotitolo. Nell’editoria, difatti, accade talora che i titoli scelti siano una sorta di specchietto delle allodole al fine di convincere i lettori all’acquisto, magari lasciandoli poi delusi. Qui è esattamente il contrario. Cosa significhi l’espressione «vissuti credenti» (che richiama le riflessioni di Jean Mouroux e di Giovanni Moioli), Naro lo spiega subito nella sua premessa e coincide di fatto col terzo criterio che lo ha guidato nella stesura di quest’opera indubbiamente ricca e rilevante. Si tratta, in fin dei conti, di una memoria da custodire. Il cristiano – direbbe papa Francesco, facendo ricorso a un racconto di Jorge Luis Borges ( Funes el memorioso, tratto da Ficciones, 1944) – è proprio un memorioso. L’essere stesso del cristiano è un fare memoria. Un passaggio significativo al riguardo si può leggere in Evangelii gaudium: «La memoria è una dimensione della nostra fede che potremmo chiamare deuteronomica, in analogia con la memoria di Israele […]. Il credente è fondamentalmente uno che fa memoria» (n. 13).

    Sono davvero grato a Massimo Naro – cui, oltre alla cara memoria del fratello, il compianto arcivescovo Cataldo, mi legano lunga amicizia e stima – per avermi chiesto di scrivere alcune righe di presentazione. Gli sono grato se non altro perché così mi ha offerto la possibilità di leggere in anticipo queste sue pagine, indubbiamente ricche e dense, in una fase della mia vita che mi induce a concentrare il mio ministero e quindi la mia attenzione sulle cause dei santi. Compito della Congregazione delle Cause dei Santi, infatti, è trattare tutto ciò che, secondo la procedura prescritta, porta alla beatificazione e alla canonizzazione dei servi di Dio.

    Con questo sguardo, che direi professionale a motivo del mio attuale ufficio ecclesiastico, noto con piacere che nella sua opera Naro fa pure spesso ricorso alle Positio che sono, nel linguaggio curiale, il dossier contenente gli atti del processo, ossia le testimonianze orali e i documenti e gli acta causae, ovvero il dibattito tra il dicastero e gli attori della causa, finalizzato alla messa a fuoco dei vari problemi inerenti alla vita e all’attività del servo di Dio. Si tratta, pertanto, di materiale documentario di estrema importanza. Naro si riferisce frequentemente ad esse annotando, fra l’altro, che una Positio può essere letta «in una prospettiva storica e quindi anche biografica o, più precisamente, agiografica». Non soltanto. Con il rigore dello studioso che lo caratterizza egli osserva che «quanti vogliono conoscere o approfondire la conoscenza» di un servo o di una serva di Dio dovranno considerare la Positio come una fonte indispensabile. Ciò, tuttavia, non significa che esse siano accessibili a chiunque e questo non ultimo in ragione della privacy che è doveroso rispettare anche in questo caso. C’è, infatti, da dire in proposito che la Congregazione delle Cause dei Santi ha sempre mantenuto un atteggiamento di riservatezza a loro riguardo; condotta che di recente la Congregazione ha normato stabilendo che «gli atti dell’Inchiesta e la Positio sul martirio, sulle virtù eroiche, sull’offerta della vita e sul culto antico rimangono sub secreto fino a cinquanta anni dal termine della stessa Inchiesta […]. Per il periodo successivo ai cinquanta anni, la documentazione […] resta riservata. Eventuali consultazioni possono essere consentite da chi ne ha la custodia, tenendo presenti le leggi vigenti sulla privacy» ( Regolamento dei Postulatori, art. 50).

    Molto utili, già a livello introduttivo, sono pure i richiami a quella che Naro, sulla scia di autori come Hans Urs von Balthasar, Giovanni Moioli, François-Marie Léthel e altri ancora, chiama «agiografia teologica» e questo nel giusto intento di superare il «divorzio moderno fra teologia e mistica». La tesi e l’espressione – come ricorda pure Naro – furono formulate e sostenute per la prima volta da François Vandenbroucke con un articolo apparso nel 1950 su «Nouvelle Revue Théologique» e successivamente sono divenute una sorta di luogo comune. Naro le riprende per «incoraggiare una rinnovata integrazione tra fides qua e fides quae» nel fare teologia. D’altra parte, a conclusione dell’analisi dei profili di santità e dei vissuti credenti proposti nel volume, egli annota che «così la santità si rivela una faccenda concreta, alla portata di tutti».

    Quanto sopra, mi fa tornare alla memoria ciò che disse Benedetto XVI il mercoledì 13 aprile 2011, a conclusione di un ciclo di catechesi dedicate a sante e santi: «Essi ci dicono che è possibile per tutti percorrere questa strada. In ogni epoca della storia della Chiesa, ad ogni latitudine della geografia del mondo, i santi appartengono a tutte le età e ad ogni stato di vita, sono volti concreti di ogni popolo, lingua e nazione. E sono tipi molto diversi». Aggiunse in conclusione una specie di personale confidenza, dicendo che per lui indicatori di strada non erano solo alcuni grandi santi, «ma proprio anche i santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, che non saranno mai canonizzate. Sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede. Questa bontà, che hanno maturato nella fede della Chiesa, è per me la più sicura apologia del cristianesimo e il segno di dove sia la verità». In Gaudete et exsultate Francesco parla a sua volta della santità «della porta accanto», individuata «nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante» (n. 7).

    Le figure di santità studiate e presentate in questo volume sono in buona parte geograficamente e culturalmente collocate in Sicilia e in epoca contemporanea; non tutte, ovviamente, giacché la serie si apre con Paolino di Nola – «deliberatamente chiamato in causa quale testimone della coimplicazione tra fede dotta e fede popolare felicemente possibile in epoca patristica» – e prosegue con personalità spirituali dei secoli XVII e XVIII, come il gesuita siciliano d’origine spagnola Luigi La Nuza. Neppure si tratta in ogni caso di figure per le quali sia stato avviato, o concluso, un processo canonico per la beatificazione e la canonizzazione. Tutte, ad ogni modo, sono personalità spirituali emblematiche nella prospettiva dell’autore e non solo, motivo per cui compaiono – per esempio – i fratelli Sturzo assieme a un drappello di fondatrici di istituti religiosi e secolari o di vescovi esemplari, oltre che a rappresentanti altamente significativi del cattolicesimo italiano contemporaneo, come don Lorenzo Milani, Giorgio La Pira, Chiara Lubich.

    Noterei fra tutte queste figure (non certo per gerarchicizzare) almeno il richiamo a Giorgio Guzzetta, del quale è davvero recente il decreto di venerabilità. Personalmente ho letto con interesse e curiosità (se non altro per i miei precedenti ecclesiologici) le questioni sull’infallibilità relative a Sebastiano Mottura. È inoltre molto significativo lo sguardo sul «sacramento del povero» di cui parlava il beato Giacomo Cusmano: tematica che riecheggia quanto a tal proposito insegnavano già alcuni Padri della Chiesa, come il Crisostomo e il Nazianzeno, e poi ancora insigni predicatori francesi come Jacques Bénigne Bossuet e ancor più esplicitamente Henri-Dominique Lacordaire, il quale ebbe a dire che «il povero è un sacramento, così come è un mistero: è un sacramento intermedio, che non richiede da parte nostra preparazione alcuna, ma che ci comunica la grazia e ci dispone a ricevere il frutto dei sacramenti propriamente detti». Ma anche nella Francia contemporanea questo tema è stato ripreso, per esempio da Olivier Clément. Quanto a Divo Barsotti, si ricorderà che il 25 settembre 2021 è stata celebrata l’apertura dell’inchiesta diocesana sulla vita, sulle virtù eroiche e sulla fama di santità.

    Attenzione e acribia esigono le pagine dedicate al beato Pino Puglisi e alla proposta di un «ripensamento della martirologia». A tale riguardo, Naro cita la frase pronunciata da Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi sui «martiri per la giustizia e indirettamente della fede». Non c’è dubbio che il contesto estemporaneo o «semplicemente omiletico» di questa e simili affermazioni, pone certamente istanze di discernimento. Opportuno, in ogni caso, il richiamo al commento di san Tommaso alla lettera ai Romani (cfr. Super Rom., cap. 8, 1.7), a cui si potrebbe aggiungere quest’altro testo: «Causa sufficiens ad martyrium non solum est confessio fidei, sed quaecumque alia virtus, non politica, sed infusa, quae finem habeat Christum. Quolibet enim actu virtutis aliquis testis Christi efficitur, inquantum opera quae in nobis Christus perficit, testimonium bonitatis ejus sunt; unde aliquae virgines sunt occisae pro virginitate quam servare volebant, sicut beata Agnes, et quaedam aliae, quarum martyria in Ecclesia celebrantur» ( Super Sent., lib. 4 d. 49 q. 5 a. 3 qc. 2 ad 9). La riflessione sulla dilatazione dell’identità del martire è, in ogni caso, una questione da tenere in seria considerazione. Già Søren Kierkegaard, nel suo Diario, asseriva che «se Cristo tornasse al mondo, forse non sarebbe messo a morte, ma in ridicolo». Sembra, ad ogni modo, che la «classica» dottrina sul martirio sia per più ragioni da doversi conservare coi suoi due formali requisiti: ex parte victimae ed ex parte persecutoris. Altre tipologie, peraltro, oggi possono meglio rientrare nell’ offerta della vita, inaugurata da papa Francesco con il motu proprio Maiorem hac dilectionem dell’11 luglio 2017. Differente, invece, è il sacrificio di figure illustri, che testimoniano, ad esempio, il valore della legalità al di là dell’appartenenza confessionale.

    Il volume si conclude con la figura dell’arcivescovo Cataldo Naro, una cui citazione appare già in esergo. Rimandi bibliografici ai suoi scritti appaiono pure qua e là nel testo, segnali di una vita di studioso e di pastore dedicata alla Chiesa e alla sua storia e che nel servizio della Chiesa ha concluso la propria vicenda terrena; una vita durante la quale, come bene dice il titolo del capitolo a lui dedicato, ha iniziato processi e seminato futuro.

    Tra le riflessioni che, al termine della lettura, sorgeranno nell’animo, potrà senz’altro essere inserita questa, che traggo dall’esortazione Gaudete et exsultate, cui rimandano pure le pagine conclusive del libro, e che potrebbero essere un incoraggiamento a leggere con attenzione le pagine del volume che ora il lettore ha tra le mani: «Per un cristiano non è possibile pensare alla propria missione sulla terra senza concepirla come un cammino di santità, perché questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione (1 Ts 4,3). Ogni santo è una missione; è un progetto del Padre per riflettere e incarnare, in un momento determinato della storia, un aspetto del vangelo» (n. 19).

    Marcello Semeraro

    Cardinale Prefetto della

    Congregazione delle Cause dei Santi

    BREVE CRITERIOLOGIA DI BASE: A MO’ DI PREMESSA

    Per introdurre alla lettura delle pagine che seguono, mi pare utile innanzitutto una premessa di tipo metodologico, con cui spiegare i tre criteri che in questo libro sono stati assecondati e applicati, talvolta parimenti e contemporaneamente, altre volte uno più degli altri due o viceversa.

    Il primo di questi criteri è la dialettica pendolare tra continuità e discontinuità. Continuità: cioè stretta connessione, inevitabile influsso su una determinata personalità spirituale da parte del contesto epocale in cui è vissuta e ha operato. Inoltre discontinuità: cioè la sua capacità di eccellere rispetto a quel medesimo ambiente di riferimento, la tendenza a emergere in e da quello stesso contesto epocale. La vicenda di una personalità spirituale, considerata in quest’ottica, può apparire come una specie di matassa, arrotolata di fili diversi ma legati fra di essi: per individuarne il bandolo e srotolarla occorre discernere tra i vari fili senza compromettere i nodi in forza di cui stanno insieme. Si tratta di distinguere senza distanziare ciò che di epocale, di culturale, di religioso l’accomuna agli altri suoi contemporanei e ciò che di grazioso e di carismatico o di pneumatico costituisce la radicale novità del suo modo di stare in rapporto con Dio e divenirne – dentro la storia, nel mondo – fascinosa trasparenza.

    Il secondo criterio è la dialettica polare tra storia civile e storia ecclesiale. Anch’esse, seppur distinte, non rimangono mai distanti. Si esigono a vicenda, si verificano reciprocamente: l’una è il banco di prova dell’altra e viceversa. Insieme danno adito a una maniera tipicamente moderna di concepire la storia e di produrre storiografia: non c’è più la presunzione che Chiesa e società siano la medesima realtà, appiattite l’una all’altra o giustapposte a tal punto da coincidere e da confondersi. Nel caso italiano, conclusosi il processo risorgimentale, è divenuto evidente che le loro ispirazioni sono differenti. Il ritmo del loro respiro non è sincronico: il fiato dell’una talvolta può voler dire l’affanno dell’altra. E tuttavia Chiesa e società continuano a compenetrarsi a vicenda, poiché i credenti in Cristo non cessano d’essere cittadini della città terrena. Ecco perché bisogna riconoscere anche a questo livello l’unità e l’unicità della storia: la storia della Chiesa non è disparata rispetto alla storia della società e non può esserci una storia sociale che non prenda in considerazione i contributi o le resistenze che si registrano nell’orizzonte della storia ecclesiale. Del resto, se la Chiesa è complexa realitas, come insegna il Vaticano II in Lumen gentium n. 8, lo è anche per il grumo di sangue, per i brandelli di carne, per le gocce di sudore che essa assume – con attitudine incarnatoria – dal contesto umano in cui trapianta le sue celesti radici. Ecco perché per rimarcare i contorni della non meno complessa vicenda dei santi o, comunque, dei personaggi spirituali eminenti e al limite delle personalità spirituali in qualche misura e per qualche motivo particolarmente esemplari, occorre concedere un certo spazio al contesto sociale, culturale, religioso ed ecclesiale in cui hanno operato. Significa – per dirlo in altri termini – concedere diritto di cittadinanza anche alle ombre oltre che alle luci, rispettando i documenti d’archivio, mentre pur se ne fa criticamente la tara. Questo realismo storiografico e questa onestà intellettuale costituiscono l’abc del mestiere dello storico, ma anche del teologo, che scrivendo delle personalità spirituali non racconta aneddoti improbabili ancorché commoventi e men che meno riferisce fantasie disincarnate , da relegare in una «patetica storia paleocapitalista» come pur insinuava Sergio Quinzio in un suo saggio del 1986 in cui si poneva alcune critiche «domande sulla santità» dei santi sociali piemontesi. Anche per il teologo è d’obbligo mettersi al riparo dal rischio dell’idealizzazione e resistere alla tentazione dell’ideologizzazione: così si ricorda la storia e così pure la si interpreta teologicamente.

    Il terzo criterio è quello – potremmo dire – dell’interesse affettivo, da coniugare doverosamente con l’acribia documentaria: nel nostro caso, affetto – cioè intima stima oltre che attenzione scientifica – verso persone, istituzioni e situazioni che hanno tracciato i solchi delle vicende riferite e commentate nel libro. Qui sta lo snodo di una questione metodologica importante: scrivere dei vissuti credenti significa ricostruire obiettivamente oppure custodire affettuosamente (s’intende, innanzitutto, nel cuore: perciò ricordare, con tutta la valenza teologica che la voce verbale ha già in Lc 2,19 e Lc 2,51)? Certamente la memoria dev’essere ricostruita: si deve, cioè, rintracciare e accertare nei documenti d’archivio, nelle lettere, nei diari privati, negli scritti ufficiali e pubblici, nelle opere edite ed eventualmente in quelle inedite recuperate nel fondo di un cassetto, persino nelle fotografie d’epoca se ben osservate. Ma la memoria si può anche – e si deve pure – custodire: nel ricordo di coloro che sono stati protagonisti di ciò di cui si fa memoria e, soprattutto, nella loro testimonianza. Alla fatica della ricerca archivistica, infatti, non si può non accompagnare il discernimento dei ricordi e delle testimonianze. In questo senso l’interesse scientifico si apparenta con l’interesse affettivo e quest’ultimo non risulta più un inciampo epistemologico: ci può essere una coerente corrispondenza tra custodia e ricostruzione della memoria. La ricerca storica, in tale prospettiva, si trasforma in un’agiografia moderna, sobria e niente affatto oleografica, nelle cui pagine il rigore di tipo scientifico viene accompagnato dal rispetto della devozione verso i santi e verso le eminenti personalità spirituali. Nella ricostruzione della vicenda dei santi la ricerca storica e la devozione sono istanze distinte. Ma non devono per questo esser divaricate. Esse si esprimono in termini differenti riguardo alla personalità spirituale cui si riferiscono. Ne vogliono evidenziare aspetti diversi e vogliono promuoverne secondo diverse prospettive la memoria: rispettivamente per investigarla criticamente o per tramandarla con venerazione. Tuttavia i loro percorsi spesso s’incrociano. La verifica critica e quindi l’attendibilità storica non possono che tornare utili per dare fondamento e consistenza alla devozione.

    Qui, tuttavia, non si tratta semplicemente di studiare devotamente. La devozione è pure oggetto di studio, sia storico sia teologico. Ed è intesa con un significato analogo a ciò che Giuseppe De Luca chiamava pietà, senza d’altra parte diversificarla troppo rispetto alla spiritualità, come invece preferiva precisare l’insigne storico lucano, anzi considerandola quasi una specificazione dell’esperienza spirituale, secondo la lezione di Jean Mouroux.

    Del resto, la devozione sta a segnalare che la vicenda biografica che viene studiata è quella di una persona che s’è lasciata coinvolgere nel misterioso – e perciò mai del tutto oggettivabile – rapporto salvifico con Dio. In realtà la devozione non viene mortificata da una rigorosa ricerca storica. E la ricerca storica non perde neppure un poco della sua serietà quando si rivolge all’esperienza spirituale e al vissuto credente dei santi. Un’affermazione alquanto nota di Martin Heidegger può essere assunta quale chiave esplicativa di questo terz’ultimo criterio: Denken ist Danken, pensare è ringraziare. Mi permetto di proporne una possibile ermeneutic