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Pikilia: Non sono di qui ma nemmeno tu
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E-book154 pagine2 ore

Pikilia: Non sono di qui ma nemmeno tu

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Info su questo ebook

Gianmario Marica è nato a Neckarsulm a nord di Stoccarda, classe 1972, figlio di emigrati sardi in Germania, più precisamente nel punto in cui si uniscono le rive del Neckar con il suo affluente Sulm. Il fiume avrà la sua importanza come il mare, quello mediterraneo. Una infanzia all'insegna della multiculturalità ed una adolescenza completata in Sardegna con altri compagni non più turchi, tedeschi o slavi ma di mezza Sardegna. È in quest'isola che la sua famiglia, il padre Giuseppe, la madre Eugenia con la sorella Franca si trasferirono insieme a lui nel settembre del 1985, nel paese natale della loro madre, Montresta. Era un Europa meno tascabile , senza voli low cost e internet.A tarda età entra in confidenza con il monte sopra Montresta, chiamato Navrino, subito dopo il suo primo viaggio in Grecia nel luglio del 2008. Una sorta di dialogo fatto prevalentemente di provocazioni e vocazioni e soprattutto di pensieri, dubbi e curiosità. Ma è bastata la caduta di una vocale dentro la parola Nav(a)rino per ripartire per la Grecia per Navarino nella Messinia in Peloponneso, in linea d'aria vicino a Itilo nel Mani. La montagna che sovrasta Montresta gli dette la molla decisiva per ritornare in Grecia dopo avergli fornito non solo informazioni botaniche, di colori, di profumi ma soprattutto storiche che nessuno aveva mai preso in esame, nemmeno il curioso Don Costantino Moretti, l'ex-parroco di Montresta in servizio per oltre mezzo secolo e grande appassionato della storia di Montresta della colonia greco maniota. Don Moretti originario di Tresnuraghes è stato il primo a occuparsi seriamente delle origini di Montresta. Verso la fine degli anni 70 insieme a Gigi Stara, il noto mobiliere di Bosa e zio della madre dell'autore. Quei due raggiunsero con l'Alfa Romeo dello zio materno il paese Cargese la Greca a nord di Ajaccio. Il materiale raccolto sarebbe servito per il suo libro. Nessuna amministrazione comunale sembrava interessata ad approfondire gli studi contattando per esempio i sindaci di Cargese e di Itilo. Questo avvenne solo nel 2010 poco dopo il suo rientro dal Peloponneso. La lunga gestazione nello scrivere è dovuta anche a nuovi incontri. In tempi più recenti l'autore scopre da vicino il poeta svevo Friedrich Hölderlin e ne resta folgorato fin dai primi versi del suo famoso romanzo "Iperione". La coincidenza della descrizione della scenografia naturale ben sovrapponibile ai ricordi e alle impressioni del suo primo viaggio nel Peloponneso nel settembre del 2009. Con Atene alle spalle, l'isola di Salamina sulla sinistra e Corinto con il suo moderno canale costruito nel frattempo diventano dettagli una volta immerso nel Peloponneso. Sarà soprattutto tutto quello che incontrerà dal punto di vista naturalistico e le somiglianze orografiche con la Sardegna a suggestionarlo e tutto questo incorniciato dal racconto, anche baroccheggiante, di Hölderlin, che non aveva mai messo piede in quella terra oggi chiamata Grecia, denominazione per la quale pure lui aveva speso energie di ogni sorta fino alla profonda delusione nel suo gruppo di compatrioti ed amici di lotta come Alabanda. La scoperta antropologica del Mani avvenne nei momenti successivi ad iniziare dallo storico incontro chiamato Nostos. In ordine cronologico la visita di Itilo nel settembre 2009 fu il momento più importante di tutti i viaggi fatti con i riflettori spenti sul gemellaggio Nostos a Montresta dimostratosi quasi da subito come un fuoco di paglia che ricorda il teatro greco.I ricordi della prima visita nel luogo di origine a Itilo furono fatti anche di frammenti di pietra di Navrino offerti ai pochi abitanti rimasti, poco distante dal cippo commemorativo al bar di Stavros. Un cippo che spiega anche in francese cosa era accaduto vent'anni prima con Cargese di Corsica. Non si poteva immaginare von tanta fantasia che l'anno successivo sarebbe stato il turno di Montresta per unirsi al duetto, un paese che nessuno conosceva.
LinguaItaliano
Data di uscita8 apr 2022
ISBN9791221400489
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    Anteprima del libro

    Pikilia - Gianmario Marica

    Finché l’alba non verrà ed

    il romanticismo estremo

    I patrioti estremisti tengono da sempre uniti gli elementi di patria con i cavi d’acciaio. La patria, dalla parola padre, sorge anche al femminile con la madre terra, con un senso di appartenenza più mistico. Come ogni elemento femminile questo viene occultato dal maschio troppo patriota.

    La Madre terra non è un rifugio o una struttura ricettiva occasionale come la patria maschile, tutti considerati un bisogno primario mentre le condizioni e circostanze economiche e sociali ed interiori determinano la fuga verso altre terre per un lavoro stabile, per fuggire da piaghe più serie ed in rari casi per cercare e trovare nuovi stimoli per i più creativi. La patria e/o madre terra diventano un elemento imprescindibile soprattutto quando ti fanno notare di non essere nativo ed autoctono. Su entrambi le rive la paura del nuovo si somma al bisogno umano, talvolta anche morboso, di intonare inni per evitare la solitudine. La solitudine dentro la natura è una ricerca diversa, anche terapeutica, un modo per interrompere la ricerca identitaria che nel mio caso mi spinse fino al meridione del Peloponneso. Il silenzio di valore superiore aprendo parentesi mistiche che sono un punto di attrazione o motivo di fuga per i giovani manioti che optano per la capitale Atene, non solo per studio e lavoro e con i quali mi relaziono per motivi storici legati al paese di Montresta. Così accade anche per i giovani sardi che poi tornano volentieri per respirare meglio ogni aspetto di questa parte della propria terra come la gioventù maniota, che si immerge nell’angolo della Laconia conosciuto come Mani o Morea, con una storia di migrazione più ampia che portò alla fondazione di Montresta in Sardegna, una delle tante diaspore nel Mediterraneo ma che si spinse anche oltre lo stretto di Gibilterra. 

    Il Mani come la Sardegna ha delle coste e delle montagne che colpiscono per bellezza anche se diversamente ricoperto dalla flora dalla fauna. Due terre che profumano  diversamente come il silenzio, più silenzioso nel Mani, una delle poche terre che supera la Sardegna nelle lunghe pause. Dei sovradosaggi di silenzio i giovanissimi del Mani non sanno cosa farne, mentre i più maturi ritengono più impegnativa la situazione ai piedi dell'Acropoli e del Licabetto e fino al caotico Pireo che di romantico ha mantenuto solo il tramonto sulle raffinerie e sull'isola di Salamina.

    La garanzia costante è la Madre Terra, scritta in maiuscolo per il suo ampio spettro di significati ed emozioni, più della parola patria e nazione, un ponte che unisce i suoni familiari della propria lingua, sempre tra le prime cose a mancare nella lontananza, un pilastro identitario acquisito, non innato e lo dimostra come la lingua anche come dialetto non è immune ai cambiamenti. Quando cambia una lingua si cambia in tutto, impercettibilmente come una lenta rivoluzione. Il contrario sarebbe come un invecchiamento accelerato che spaventa. La convivenza con altre identità, affinché non degeneri in inutili disastri sociali, necessita di tempo e curiosità come una nuova lingua e scienza di cui non conosceremo mai abbastanza. 

    La natura per noi sardi vale come motivo sufficiente per fare ritorno. Una natura locale ma anche globale che sta subendo danni irreparabili da chi finge una sana e costruttiva propaganda a difesa della propria terra accettando contemporaneamente gli speculatori e colonizzatori moderni con l’energia pulita che può diventare una questione di mani pulite, un termine molto noto agli italiani protagonisti o spettatori di questa malsana tradizione nazionale di rinnovamento che consegna alle generazioni future un’eredità senza alcun tipo di radici e che la logica globalizzante riflette sull’ambiente, frutto della natura umana deviata da sempre, che ama la propria terra solo per un ideale di patria politico occasionale. In Italia manca l’amore per il bene comune ad iniziare per la natura che tradisce meno dell’uomo e che risponde con piogge ed arsura alla rivoluzione attuata da esso. A ciò si somma il non rispetto dei luoghi storici che comprendono non solo i siti archeologici di fama mondiale, distrutti volutamente dal nemico durante le guerre per infierire e per mostrare anche un predominio culturale. 

    Una faccia, una razza, è il detto che unisce i greci e gli italiani, in una mentalità mediterranea anche molto insidiosa sotto la voce ospitalità che dovrebbe significare prima di tutto far trovare un posto pulito ed accogliente prima di sollevare i calici al Dio della Philoxenia. La percezione di patria si manifesta non solo con la sua assenza ma con il principio della libertà civile e politica e sul rispetto della libertà degli altri popoli e delle altre nazioni. Un tema che ci occuperà a lungo! In realtà la patria affiora più nel momento del commiato, come quando salutiamo una persona che si allontana di molto e ci mancherà più di quanto potessimo immaginare. La domanda legittima è chiedersi se la patria esiste. Alla luce dei fatti e dei misfatti si potrebbe anche pensare di no. Negli emigrati la patria esiste senza dubbio ma da un’altra angolazione e crea effetti anche devastanti in loro, vivendo tutto con provvisorietà e con una scarsa voglia di inserimento in una nuova realtà ancora meno porosa ed accogliente, più sorda e cieca al multiculturalismo che non si costruisce con una mano sola. La Sardegna oggi ha preso il posto del Belgio e della Germania. Siamo partiti dai miei lontani parenti greco manioti giunti in Sardegna ma anche dai miei genitori emigrati in Germania. È di riflesso la storia di un figlio di sardi ed italiani in una Germania meno spaghettomane di oggi, amante anch'essa dello sberleffo dei carboidrati che oggi non avrebbe senso, visto come il modo di nutrirsi è mutato negli anni tra il grano e le patate in tutte le salse.

    La refrattarietà verso il nuovo è presente oggi nonostante i numerosi figli e figlie dati ad altre terre. La politica usa il fenomeno dell’immigrazione, un fenomeno lungo migliaia di anni e poco cambierà nei prossimi secoli. Una questione non definitiva, non definibile e senza stagioni.

    La patria emerge anche senza gli spostamenti, è spesso lo scudo e l’arma anche per coloro che si sentono minacciati da chi bussa alla porta della loro nazione. Non si può parlare della sottrazione di identità ma di una contrapposizione con altre patrie che fanno sorgere i conflitti e il dominio. Paradossalmente la diversità detestata rivela e serve per far emergere quella propria che non avrebbe vita nella propria solitudine a cui si aggiunge la fuga anche dal significato cristiano dell’elemento naturale. Quest'ultimo è stato manipolato abilmente alla maniera nazista con la distorsione della patria (Heimat), nata sana sul terreno romantico nell’armonia dell’aia, con un nuovo logos nel vivere la natura.

    Il nazionalismo saltellante dialoga con la natura non per le sue funzioni balsamiche e rigeneranti ma per trovare le risposte reali da mettere al centro dei conflitti e della lontananza. È la solitudine gestita con le regole dei movimenti estremisti che utilizzano un loro statuto per eliminarla e per far sorgere la nazione e la patria usando le persone più plasmabili e bisognose per quella tradizionale contropartita. Siamo tutti in fuga dalla solitudine intessuti nel circuito del dare e avere ma fa anche piacere tale condizione umana tra le parentesi della nascita e della

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