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Riti e magie delle campagne: Un libro di magia sugli antichi riti magici nelle campagne italiane
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E-book356 pagine3 ore

Riti e magie delle campagne: Un libro di magia sugli antichi riti magici nelle campagne italiane

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Info su questo ebook

Esiste, da tempi immemorabili, una forma di magia popolare e contadina che si tramanda da secoli per via orale o, in casi assai rari, per via scritta. Parliamo dei famosi Libri del Comando, semplici quaderni con ricette e riti vergati a mano, spesso e volentieri da persone semi analfabete. La cosiddetta magia delle campagne, oggi, è quasi sconosciuta ai più ma mantiene, inalterata, una potenza magica tramandata da antiche tradizioni popolari che affondano le loro radici nell’humus della Conoscenza Arcaica delle streghe e degli stregoni di epoche lontane.
LinguaItaliano
EditoreArmenia
Data di uscita25 mar 2022
ISBN9788834436417
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    Riti e magie delle campagne - Jean de Blanchefort

    PROLOGO

    Un’estate degli anni Settanta

    È una estate per me un po’ diversa dalle solite. Con un amico d’infanzia son salito quassù, in Piemonte, nelle Valli Valdesi del Chisone e della Germanasca e in Val Varaita, in campeggio libero, alla ricerca di tradizioni contadine – storie e leggende sul «piccolo popolo» dei boschi e delle montagne, cultura alpina dell’Occitania – e per fare passeggiate ed escursioni tra le vette già imbiancate da una neve agostana fuori stagione.

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    La tenda l’abbiamo piazzata vicino ad un ruscello e, per quanto possibile, evitiamo di usare l’automobile, meglio spostarsi a piedi o, se il percorso è lungo e la strada lo consente, con l’autostop. In questo modo visitiamo i piccoli paesi sparpagliati nelle valli e, quando capita, scambiamo volentieri quattro chiacchiere con i valligiani e le persone che incontriamo quotidianamente nel nostro peregrinare. Vengo così indirizzato a visitare un piccolo borgo dove abita una certa Dora – il nome è di fantasia – che, mi dicono: «È un’esperta erborista e conosce i segreti delle piante e dei vegetali»; inoltre, mi ha riferito un contadino: «Qualcuno la ritiene una masca* che è meglio lasciare in pace perché ficcanasare in queste cose può essere pericoloso».

    Non aspettavo altro, mi hanno detto che la signora Dora ha dell’ottimo miele di castagno – ne vado ghiotto – e questa può essere la mia scusa per «ficcanasare» nelle sue cose. Il mio amico è titubante ma mi accompagna volentieri, in fondo anche lui è attratto dal fascino del mistero.

    Dora abita in una vecchia casa campestre al limitare del borgo, una frazione di poche centinaia di abitanti non lungi dai contrafforti del gruppo del Monviso, dove nasce il fiume Po. Ci accoglie in un tardo pomeriggio di metà agosto, nella calura estiva, quando ronzano i mosconi e il mondo pare arrestarsi nell’aria ferma e statica che grava pesante.

    La sua è una casa rustica ma confortevole, linda e luminosa, il tinello profuma di erbe aromatiche. Ci sono dei fiori freschi in un vaso e un cesto zeppo di frutti di bosco nel mezzo del tavolo in legno grezzo che al solo vederlo ti sale un languore dallo stomaco fin su nella gola.

    Gli dico che sono venuto per comprare del miele di castagno se ne ha da vendermi. Ci fa accomodare e sedere poi mi guarda strano.

    «Non sei venuto solo per il miele, sei venuto anche per quello ma non solo. Dimmi cosa cerchi e cosa vuoi».

    Mi sento a disagio sotto quello sguardo inquisitore. Dora è una donna ancora giovane, a occhio e croce potrebbe aver passato i quaranta, ha i capelli castani lunghi raccolti in una treccia e due occhi color nocciola che mi paiono enormi. Anch’io ho due occhi grandi, ma è perché ho una miopia elevatissima e porto delle lenti spesse come fondi di bottiglia.

    «Vero, rispondo – ho sentito in paese che lei è molto pratica di erbe e vegetali, volevo chiederle qualche consiglio per la mia miopia avanzata, chissà mai che non ci sia qualche buona erba».

    «Per gli occhi puoi usare un decotto di eufrasia, bagni oculari frequenti la sera e il mattino e, se non hai paura perché è una pianta caustica, strofina sugli occhi chiusi una foglia di ruta. Lo fa mamma rondine sui rondinotti che nascono ciechi per fargli aprire gli occhi lo sapevi? Ma tu stai cercando altro». E calcò volutamente il tono su quel «cercando», tanto che rabbrividii. Prima che potessi rispondere buttò là: «Ti hanno forse detto che sono una strega? Una masca come si dice da queste parti?».

    Ero in imbarazzo e intervenne il mio amico.

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    «Solo un contadino ha usato la parola masca, a noi interessano le tradizioni contadine, i rimedi popolari e le leggende del luogo, e da queste parti, a quel che sembra, le leggende abbondano e non sono ancora cadute nell’oblio».

    «Lodevole da parte vostra – risponde Dora – passare le vacanze cercando radici di un popolo, come quello occitano, che nei secoli ne ha viste di cotte e di crude. Questa è una terra avara, inchiodata alle montagne, impregnata di sudore e di sangue innocente. Qua ci sono state le eresie catara e valdese, guerre di religione, fame contadina, pestilenze, miseria e migrazioni. Ma le tradizioni, certe tradizioni, sono rimaste».

    «Bene – dico con sollievo – vuol dire che c’è del fuoco sotto la cenere».

    «C’è – ammicca Dora – ma bisogna stare attenti a non scottarsi».

    Ora ho capito che la nostra interlocutrice non è solo un’esperta di erbe ma deve sapere un mucchio di cose interessanti, cose che vanno al di là di quello che ho sempre definito «il confine».

    Pare che Dora mi legga nel pensiero. «Ci sono cose oltre la barriera che devono stare lì».

    Poi ci parla di lei e ci offre una ciotola di frutti di bosco e del succo di lamponi. È rimasta vedova giovanissima, il marito è morto in un incidente sul lavoro e lei vive con una pensione, ha un orto e un pollaio, produce un poco di miele, in autunno raccoglie funghi e castagne, in estate frutti di bosco, in inverno intreccia qualche cesto e trecce di castagne affumicate, legate con lo spago che poi vende nelle sagre e nelle fiere di paese. Dice di avere 44 anni – io a quell’epoca ne avevo poco più della metà – ed è una bella donna.

    La guardo negli occhi e intuisco, Dora è una masca, una «donna di conoscenza». Lei ha già intuito tutto e mi sorride. Mi affascina, capisco che mi sta ammaliando e cerco di reagire. Socchiudo gli occhi e penso: «Attento, il fuoco sotto la cenere scotta».

    Parliamo un po’ delle tradizioni contadine e delle leggende sui Servan, i folletti del bosco dispettosi e irriverenti che popolano quelle lande. Prendo appunti sul mio quaderno, trascrivo qualche ricetta erboristica che mi sembra interessante e un paio di storie sul piccolo popolo, il tempo scorre via veloce e viene l’ora di rientrare. Dora ci chiede dove siamo accampati.

    «Siamo vicini al ruscello, a pochi metri dalla strada, vicino ad un bosco di conifere più o meno saranno una decina di chilometri da qua».

    «Conosco il posto», afferma: «Lo sapete che all’intermo del bosco, a poche centinaia di metri dal ruscello, c’è una radura dove, a quanto si dice, c’era una ridda di masche?».

    Non lo sapevamo. «Mi piacerebbe fotografarla» dice il mio amico che si diletta di fotografia.

    «La trovate facilmente, è una bella radura circolare da cui si dipartono tre diversi sentieri che si inoltrano nel bosco, andateci di giorno, là dentro è tutto molto scuro, il sole filtra poco tra i rami di larice e di abete, non entrateci di notte comunque. Voi di città siete abituati a vivere anche la notte, ma già nelle pianure abitate è diverso, lì la notte può nascondere qualche malvivente o uno spacciatore di droga, o al più un ubriaco. Qui le notti, e certe notti, sono diverse. Ci sono presenze che è bene evitare se non si vogliono avere guai».

    «Non sia mai – rispondo – non vorremmo disturbare qualche coppietta nell’intimità o qualche gnomo intento alle sue attività».

    «Non scherzarci sopra. Chi non ha provato quell’angoscioso senso di sgomento e di incertezza che si respira sugli alti pascoli e sulle vette nell’imminenza del crepuscolo può anche sorridere di certe cose».

    Era vero, conoscevo bene il tremendum della natura o, se volete, il «timor panico» che prende l’animo quando ci si trova immersi nella natura ad alta quota, nella solitudine più completa, quando la «barriera – o il confine come lo chiamavo io – è una linea incerta e confusa che puoi valicare senza accorgerti.

    Ci congediamo ed esco di malavoglia da quella casa. Il mio amico se ne accorge e mi guarda sorridendo. «Che ti succede? Sembri turbato, anzi, ho idea che questa Dora in qualche modo abbia lasciato un segno dentro di te».

    In effetti sono perplesso da quell’incontro e lo ammetto. «Accidenti, potrei quasi essere suo figlio ma potrei anche dire che se fossimo rimasti ancora un paio d’ore mi sarei perdutamente innamorato di lei».

    Ci facciamo una sana risata e ci avviamo, a piedi, lungo la strada. A quell’ora un passaggio possiamo scordarcelo e abbiamo una dozzina di chilometri da percorrere, sia pure in discesa, prima di arrivare al nostro campo.

    Quando arriviamo la luce del giorno si sta spegnendo rapidamente. La lastra luminosa ad occidente, dove il sole era tramontato, accentuava l’indaco del cielo ad oriente, dove già qualche stella brillava timida. Arrivava un’altra notte, e forse era meglio seguire il consiglio di Dora. Che ne sappiamo noi, gente di città, di quel che si muove nelle pieghe della notte in quei luoghi? È bene che il popolo notturno si muova indisturbato.

    Del resto non si può lottare contro chi non ha corpo.

    In piena notte mi sveglio di colpo. Ci sono dei rumori, come di rami spezzati, che arrivano dal bosco, come se qualcuno stesse tagliando dei rami, colpi secchi e forti. Anche il mio amico è sveglio, vorrebbe uscire dalla tenda e andare a vedere.

    Non sono mai stato un tipo timoroso, anzi, la curiosità a volte mi ha causato qualche guaio. Però a causa dei gravi problemi legati alla mia vista in piena notte, anche con l’aiuto della pila, non vedrei a un palmo dal mio naso, e in queste condizioni sarei solo un peso in caso di pericolo. E poi c’è il consiglio di Dora... così decidiamo di restarcene tranquilli in tenda.

    Al mattino, come sempre, vado al torrente a sciacquarmi il viso nell’acqua gelida e noto che la portata dello stesso è notevolmente aumentata, il greto si è ristretto, forse in alto la neve si è sciolta a causa delle alte temperature dei giorni scorsi. Sono senza occhiali e faccio fatica a mettere a fuoco il paesaggio, poi mi cade l’occhio sul greto e mi pare di notare qualcosa: una serie di sassolini messi in fila, è una scritta che fatico non poco a leggere. Corro a prendere gli occhiali e avviso il mio amico che sta preparando il caffè sul fornello. Torniamo al ruscello, c’è scritto «buona fortuna», la A finale è quasi scomparsa a causa dell’acqua che scende sempre più forte e porta via il greto. Ci guardiamo meravigliati, ieri mattina non c’era e nemmeno la sera quando ero andato a lavarmi i denti dopo un pasto frugale, ma era già buio e non ci potrei giurare.

    «Facciano colazione – dice il mio amico – il caffè è pronto, poi vengo a fare un paio di foto si sa mai».

    Quando torniamo un quarto d’ora dopo l’acqua ha cancellato tutto.

    Il bosco ci guarda invitante e minaccioso nello stesso tempo, nel cielo si rincorrono nuvoloni neri carichi di pioggia.

    Arriva una jeep della guardia forestale, lì il campeggio è ammesso purché non si accendano fuochi e noi siamo in regola, tuttavia ci invitano a lasciare il posto perché il torrente si sta ingrossando ed è probabile che esca dagli argini;noi siamo troppo vicini e con la pioggia in arrivo ci troveremmo nei guai.

    Smontiamo la tenda mentre cadono le prime gocce, la valle ora sembra diventata di colpo ostile, fredda e inospitale. Forse abbiamo rotto un equilibrio o chissà.

    In un bar del paese sentiamo le previsioni del tempo: pioggia e ancora pioggia nei prossimi giorni, l’estate è finita, sulle alte vette tornerà la neve, o ci troviamo un posto in un alberghetto e addio campeggio o cambiamo decisamente zona. Del resto se restiamo dovremo comunque fare il conto con il brutto tempo che potrebbe durare parecchi giorni.

    «Cambiamo zona – dico – ci hanno augurato buona fortuna e fortuna sarà».

    Mentre usciamo dal locale incontriamo il contadino che aveva usato per Dora il termine masca.

    «L’avete poi incontrata la Dora?» ci chiede curioso.

    «Sì, ieri pomeriggio. Ma non ci ha portato fortuna guardi un po’ che tempo!»,

    «A certo – ammicca lui – dicono che le masche sanno anche far cambiare il tempo se solo vogliono, sarà mica stata lei? Mi spiace per la vostra vacanza e comunque... buona fortuna!».

    Ci guardiamo in faccia, saliamo in auto e ce ne andiamo sotto una pioggia sempre più fitta.

    Le pagine che seguono sono dedicate a Dora e a tutte le «donne e agli uomini di conoscenza».

    Nel libro non troverete meraviglie, ma ci sono dei rituali e delle pratiche magiche tratte dalle tradizioni popolari che possono fare meraviglie. Il fuoco cova sotto la cenere, si tratta solo di attizzarlo adeguatamente, possibilmente senza scottarsi più di tanto.


    * Termine dialettale piemontese di etimologia incerta, sinonimo di strega.

    INTRODUZIONE

    Che cos’è la Magia e da dove viene?

    Posto e considerato che la Magia è l’Arte e la Conoscenza di come agire sulla realtà per mezzo di stati modificati di coscienza innescati dalla propria volontà, viene da chiedersi se essa è nata con il genere umano o se, viceversa, deriva da un «corpus» di conoscenze «aliene» che sono arrivate sul nostro pianeta da un «altrove» sconosciuto.

    Mi spiego meglio. Secondo l’assioma di Ermete Trismegisto contenuto nella Tavola Smeraldina: «... ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli di una sola cosa», questo significa che tutto quello che esiste in natura ha una diretta relazione con l’universo intero.

    Se ad esempio decido di evocare quello che in Magia si chiama una «entità» o un «demone» (io preferisco definirla «intelligenza»), opero su due livelli: l’entità verrà evocata nella mia mente (microcosmo) come può essere uno psichismo tratto dall’inconscio o dal subconscio, ovvero potrà manifestarsi in forma tangibile o anche invisibile come un’intelligenza che proviene da una realtà sconosciuta, che potrebbe essere un mondo lontano disperso nell’universo (macrocosmo).

    La mente umana non conosce ostacoli legati al tempo e allo spazio; se un oggetto, tipo un veicolo spaziale, può viaggiare al massimo a 300.000 km al secondo, che è la velocità della luce, per compiere viaggi interstellari occorrerebbero diversi anni, un pensiero elaborato da una mente umana in un istante può attraversare l’universo intero e collegarsi – se si conoscono i meccanismi – con un’intelligenza aliena lontana milioni di anni luce.

    Sono quasi convinto che la Magia sia in sé una scienza vera e propria, con le sue regole ed i suoi codici che ancora non sappiamo riconoscere. E se questa Magia-Scienza fosse stata portata sul nostro pianeta da esseri alieni provenienti da mondi lontanissimi o addirittura da altri universi multidimensionali e regalata a pochi umani? L’ipotesi non è così peregrina, del resto le antiche cronache e le varie mitologie dei popoli ci parlano tutte di una mitica «Età dell’Oro» presente sul nostro pianeta dai primordi, un’era in cui l’individuo viveva in prosperità e abbondanza, senza bisogno di leggi e senza la necessità di coltivare la terra poiché da essa cresceva spontaneamente ogni genere di pianta: una sorta di Paradiso Terrestre dove anche l’arte e le scienze erano espresse ai massimi livelli e, non ultimo, vi era una crescita spirituale per l’evoluzione dell’individuo. Poi ci fu la caduta, ma questo è un altro discorso.

    La Magia viene dunque dalle stelle?

    Streghe e Stregoni non facevano certo queste considerazioni, ma agivano più con l’istinto che con la ragione. Però, quando la fattucchiera biascicava le sue litanie durante i suoi riti e andava in trance, entrava in contatto con altre dimensioni mentre si trovava in uno stato di coscienza alterato; da quell’«altrove» traeva le sue conoscenze e le portava nel suo mondo, così era in grado di operare i suoi «miracoli». Un po’ come facevano gli sciamani durante le loro trance estatiche.

    In questo libro non troverete i rituali della magia classica, la magia delle campagne non si avvale di tutti quegli orpelli e quegli strumenti che appartengono alla Magia Cerimoniale; essendo una magia istintiva a volte non serve nemmeno operare in determinati tempi e nelle ore magiche, tutto è regolato dai ritmi e dall’osservazione della natura. A volte si tratta di pratiche semplici e primitive, che possono anche far sorridere, ma con questo non si pensi che non siano efficaci. Qualcuno paragona la stregoneria popolare alla scuola elementare, mentre la magia sarebbe il liceo o l’università: non è vero, sono due facce della stessa medaglia.

    In questo volume troverete, oltre a qualche episodio di vita vissuta, la descrizione di alcune pratiche magiche che riguardano i vari campi del vivere umano: riti per il benessere, per la prosperità, per l’amore, per la fortuna e via dicendo; alcuni di questi sono stati riadattati ai tempi moderni, quindi non aspettatevi di trovare rituali a base di occhi di rospo, bava di lumaca o ali di pipistrello! A volte, per operare magie, basta un pezzo di corda, una candela e un foglio di carta.

    Nel libro troverete anche preghiere popolari, scongiuri e tradizioni legati alla religione, al cattolicesimo in particolare. Questo è inevitabile, non possiamo dimenticare che il cristianesimo in tutta Europa ha avuto una diffusione a macchia d’olio a partire dal terzo secolo d.C. La devozione verso la Beata Vergine e i tanti Santi del martirologio romano è stata, ed è ancora talmente diffusa, che risulta impossibile non tenerne conto. Del resto si pensi ad un santo come San Gennaro che nella tradizione popolare napoletana ha un ruolo predominante nelle invocazioni e nelle preghiere locali, tanto che viene spesso oltraggiato dal popolino quando il sangue miracoloso tarda a liquefarsi. Oppure anche alla figura di Padre Pio che fino a non molto tempo fa era considerato da molti una sorta di «stregone». Questo sincretismo tra la religione ufficiale, la devozione popolare che a volte sconfina nelle preghiere e in atti che ben poco hanno a che fare con l’ortodossia cattolica, e la magia vera e propria dselle campagne, è ormai un dato di fatto. Tuttavia l’amico lettore che fosse orientato verso un’altra tradizione religiosa o una visione pagana della vita, pur tenendo conto di quanto detto sopra, può organizzare i suoi riti e le sue pratiche magiche a seconda del suo orientamento spirituale.

    CAPITOLO 1

    COMINCIAMO DAL PRINCIPIO…

    Il mestiere più vecchio del mondo

    La nostra storia comincia dai primordi dell’umanità, quando secondo la teoria evoluzionistica di Darwin – teoria che personalmente non condivido – ci fu il passaggio dalle scimmie ai primi ominidi, e successivamente all’Homo sapiens. Questo passaggio, non mi convince affatto perché secondo alcuni scienziati tutto è avvenuto troppo in fretta, il salto evoluzionistico dalla scimmia all’uomo avrebbe dovuto avere un lasso di tempo molto più lungo, ma anche questa è una mera ipotesi.

    Sono propenso a pensare che il primo Homo sapiens sapiens, nella nostra tradizione cristiana Adamo, fosse in realtà una creatura geneticamente modificata. In altre parole, non venne creato da un Dio, ma fu il risultato di un esperimento genetico voluto da creature provenienti da un altro mondo. Adamo viveva come ben si sa nell’Eden – che in realtà non era il Paradiso Terrestre ma semplicemente un giardino recintato dove venivano coltivate specie vegetali e allevati animali – e dalla sua «costola» fu creata Eva. Anche qui, molto probabilmente, si trattò di un’operazione di ingegneria genetica per modificare il DNA.

    Dopo la cacciata

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