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Il Medioevo (secoli XI-XII) - Letteratura e teatro (29): Storia della Civiltà Europea a cura di Umberto Eco - 29

Il Medioevo (secoli XI-XII) - Letteratura e teatro (29): Storia della Civiltà Europea a cura di Umberto Eco - 29

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Il Medioevo (secoli XI-XII) - Letteratura e teatro (29): Storia della Civiltà Europea a cura di Umberto Eco - 29

Lunghezza:
401 pagine
4 ore
Pubblicato:
26 nov 2014
ISBN:
9788897514633
Formato:
Libro

Descrizione

Nei secoli XI e XII i centri di produzione culturale si moltiplicano così come gli attori sulla scena letteraria. Con la nascita delle città e lo sviluppo di una molteplicità di corti signorili e feudali, che si affiancano ai monasteri, a loro volta rinnovati da riforme profonde e incisive, si viene a creare una pluralità di situazioni, di modelli e soggetti culturali e di voci che danno espressione a questa realtà mossa e differenziata. Le città sono uno spazio di libertà e di sviluppo autonomo di nuove esperienze culturali, ma sono pure il luogo in cui più forte si avverte l’esigenza di una rifondazione e di una ricodificazione del diritto e della retorica, anche attraverso il recupero dei modelli antichi. Della retorica si fa un uso sempre più consapevole e raffinato, come tecnica per la comunicazione pubblica e per l’autorappresentazione autorevole dell’istituzione politica, ma pure come strumento per regolare il conflitto politico.

Accanto alle città prezioso è poi il contributo degli scriptoria monastici, dove i copisti tramandano l’eredità del passato cristiano e pagano con una crescente cura filologica e con sviluppati apparati interpretativi. Tra corti e monasteri, scuole e città, questo ebook esplora tutti i maggiori centri della letteratura del Medioevo centrale e la loro ricca produzione poetica e trattatistica. Dalla poesia goliardica alla poesia didattica e allegorica; dalla dottrina dell’amor cortese, con la celebrazione del primato dell’amore cui partecipa anche la Chiesa con uno spiccato interesse per il Cantico dei Cantici, ai testi più alti della spiritualità e del discorso religioso, come la trattatistica ascetica di Pier Damiani, il profetismo visionario di Ildegarda di Bingen e quello esegetico di Gioacchino da Fiore, o la ricchissima e variegata produzione di Bernardo di Chiaravalle.
Pubblicato:
26 nov 2014
ISBN:
9788897514633
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Anteprima del libro

Il Medioevo (secoli XI-XII) - Letteratura e teatro (29) - Umberto Eco

copertina

Medioevo (Secoli XI - XII) - Letteratura e teatro

Storia della civiltà europea

a cura di Umberto Eco

Comitato scientifico

Coordinatore: Umberto Eco

Per l’Antichità

Umberto Eco, Riccardo Fedriga (Filosofia); Lucio Milano (Storia politica, economica e sociale – Vicino Oriente) Marco Bettalli (Storia politica, economica e sociale – Grecia e Roma); Maurizio Bettini (Letteratura, Mito e religione); Giuseppe Pucci (Arti visive); Pietro Corsi (Scienze e tecniche); Eva Cantarella (Diritto) Giovanni Manetti (Semiotica); Luca Marconi, Eleonora Rocconi (Musica)

Coordinatori di sezione:

Simone Beta (Letteratura greca); Donatella Puliga (Letteratura latina); Giovanni Di Pasquale (Scienze e tecniche); Gilberto Corbellini, Valentina Gazzaniga (Medicina)

Consulenze: Gabriella Pironti (Mito e religione – Grecia) Francesca Prescendi (Mito e religione – Roma)

Medioevo

Umberto Eco, Riccardo Fedriga (Filosofia); Laura Barletta (Storia politica, economica e sociale); Anna Ottani Cavina, Valentino Pace (Arti visive); Pietro Corsi (Scienze e tecniche); Luca Marconi, Cecilia Panti (Musica); Ezio Raimondi, Marco Bazzocchi, Giuseppe Ledda (Letteratura)

Coordinatori di sezione: Dario Ippolito (Storia politica, economica e sociale); Marcella Culatti (Arte Basso Medioevo e Quattrocento); Andrea Bernardoni, Giovanni Di Pasquale (Scienze e tecniche)

Età moderna e contemporanea

Umberto Eco, Riccardo Fedriga (Filosofia); Umberto Eco (Comunicazione); Laura Barletta, Vittorio Beonio Brocchieri (Storia politica, economica e sociale); Anna Ottani Cavina, Marcella Culatti (Arti visive); Roberto Leydi † , Luca Marconi, Lucio Spaziante (Musica); Pietro Corsi, Gilberto Corbellini, Antonio Clericuzio (Scienze e tecniche); Ezio Raimondi, Marco Antonio Bazzocchi, Gino Cervi (Letteratura e teatro); Marco de Marinis (Teatro – Novecento); Giovanna Grignaffini (Cinema - Novecento).

© 2014 EM Publishers s.r.l, Milano

STORIA DELLA CIVILTÀ EUROPEA

a cura di Umberto Eco

Medioevo (Secoli XI - XII)

Letteratura e teatro

logo editore

La collana

Un grande mosaico della Storia della civiltà europea, in 74 ebook firmati da 400 tra i più prestigiosi studiosi diretti da Umberto Eco. Un viaggio attraverso l’arte, la letteratura, i miti e le scienze che hanno forgiato la nostra identità: scegli tu il percorso, cominci dove vuoi tu, ti soffermi dove vuoi tu, cambi percorso quando vuoi tu, seguendo i tuoi interessi.

◼ Storia

◼ Scienze e tecniche

◼ Filosofia

◼ Mito e religione

◼ Arti visive

◼ Letteratura

◼ Musica

Ogni ebook della collana tratta una specifica disciplina in un determinato periodo ed è quindi completo in se stesso.

Ogni capitolo è in collegamento con la totalità dell’opera grazie a un gran numero di link che rimandano sia ad altri capitoli dello stesso ebook, sia a capitoli degli altri ebook della collana. Un insieme organico totalmente interdisciplinare, perché ogni storia è tutte le storie.

Introduzione

Introduzione alla letteratura del Medioevo Centrale

Ezio Raimondi e Giuseppe Ledda

Se nell’alto Medioevo il luogo di produzione della cultura letteraria era di fatto quasi unicamente il monastero, nei secoli XI e XII i centri di produzione culturale si moltiplicano, così come gli attori sulla scena letteraria. Con la nascita delle città e lo sviluppo di una molteplicità di corti signorili e feudali, che si affiancano ai monasteri, a loro volta rinnovati da riforme profonde e incisive, si viene a creare una pluralità di situazioni, di modelli e soggetti culturali e di voci che danno espressione a questa realtà mossa e differenziata.

Le città sono uno spazio di libertà e di sviluppo autonomo di nuove esperienze culturali, ma sono pure il luogo in cui più forte si avverte l’esigenza di una rifondazione e di una ricodificazione del diritto e della retorica, anche attraverso il recupero dei modelli antichi. La volontà di rendere più salda l’identità politica e istituzionale dei Comuni conduce a un uso sempre più consapevole e raffinato della retorica come tecnica per la comunicazione pubblica e per l’autorappresentazione autorevole dell’istituzione politica, ma pure come strumento per regolare e incanalare il conflitto politico.

Anche per questo il diritto e la retorica hanno un ruolo così importante nella nascita delle università, e nelle università italiane, prima fra tutte Bologna, si afferma la nuova scuola retorica delle artes dictandi o dictaminis (arti della composizione), che diffondono presso un pubblico sempre più vasto di professionisti della parola, quali giudici e notai, le tecniche della comunicazione efficace. Dall’uso di dettare (dictare) le lettere a voce alta, il verbo dictare passa a significare semplicemente comporre: per questo l’insieme delle norme tecniche per la composizione di una lettera prese il nome di ars dictandi o dictaminis. Questa volontà di comprendere e formalizzare le regole della composizione retorica, rendendone più ampio e facile l’accesso, viene a coinvolgere progressivamente le altre aree della comunicazione orale e scritta: il discorso politico (artes arengandi), la predicazione e il discorso religoso (artes praedicandi), la poesia e il discorso letterario (artes poeticae o poetriae).

Ma accanto alle città con i loro nuovi intellettuali educati alle scienze giuridiche e alle arti retoriche nelle università, i monasteri continuano a essere i centri più operosi di ricezione e di produzione culturale. Nei secoli XI e XII gli scriptoria monastici sono sempre i luoghi in cui viene copiata la maggior parte dei codici, con una cura filologica crescente e con un sempre maggiore sviluppo degli apparati interpretativi. E i commenti, apprestati nei monasteri e nelle scuole cittadine, organizzati in sistemi di glosse, riguardano sempre più spesso non solo i testi sacri ma anche le opere degli antichi, Virgilio, Terenzio, Ovidio, Stazio, per citarne solo alcuni. Tranne pochi casi i nuovi commenti elaborati in questi secoli finiscono per sostituire quelli vecchi prodotti fra IV e V secolo, che avevano resistito lungo tutta l’età altomedievale.

L’attivismo culturale di una pluralità di centri è testimoniato in modo particolare dalla storiografia, che vede numerosi soggetti politici e religiosi di diverso tipo promuovere la fissazione della memoria storica dei monasteri, dei regni, dei popoli, delle città in un orizzonte universale.

E anche la produzione poetica risente della moltiplicazione dei centri di elaborazione culturale. All’incrocio fra corti e monasteri, scuole vescovili e città, contatti e viaggi internazionali, si snoda la molteplice esperienza dei poeti attivi nella regione della Loira fra XI e XII secolo: Marbodo di Rennes, Baldrico di Bourgueil, Ildeberto di Lavardin. E ancora più mossa e itinerante è la cultura documentata dalla poesia goliardica, che pure ha nelle scuole e nelle città i luoghi di ideazione, produzione e consumo, ma che tocca variamente anche i monasteri e le corti. L’ambiente monastico offre ancora esempi di intensa poesia latina di ispirazione religiosa, come quella di Alfano di Salerno e Pier Damiani nell’XI secolo. Un prestigio particolare raggiunge nel XII secolo la scuola vescovile di Chartres, celebre per gli studi teologici, filosofici e scientifici. Ma dalle dottrine elaborate a Chartres nasce anche la straordinaria stagione della poesia didattica e allegorica con i suoi massimi rappresentanti Bernardo Silvestre e Alano di Lilla.

I monasteri sono anche il luogo in cui si elaborano i testi più alti della spiritualità e del discorso religioso, dalla trattatistica ascetica di Pier Damiani al profetismo visionario di Ildegarda di Bingen e a quello esegetico di Gioacchino da Fiore, per non dire di uno degli intellettuali più influenti di quest’epoca, il cistercense Bernardo di Chiaravalle, la cui produzione spazia in tutti i generi della prosa sacra, lettere, sermoni, trattati teologici, ascetici, mistici, polemici, e la cui perizia retorica gli vale il titolo di dottor mellifluus. E un altro centro monastico, l’abbazia parigina di San Vittore, diviene nel XII secolo un importantissimo luogo di elaborazione culturale, con lo sviluppo della teologia mistica di Ugo e Riccardo di San Vittore.

Ma non solo la grande letteratura spirituale e la trattatistica teologica e mistica hanno negli ambienti monastici i centri più attivi di produzione e diffusione: anche un genere popolare e diffuso in tutta Europa come quello delle visioni dell’aldilà trova nei monasteri non solo gli autori e i diffusori, ma spesso pure i protagonisti.

Il primato dell’amore

Anche la nascita delle letterature volgari d’Europa deve molto alla molteplicità dei centri di elaborazione culturale. In molte lingue le prime attestazioni e i primi documenti provengono da ambienti monastici e anche alcuni fra i testi poetici più antichi si devono in molti casi a iniziativa monastica, come i testi agiografici in lingua d’oïl (Vie de saint Alexis) e lingua d’oc (Sancta Fides) dell’XI secolo, o quelli in volgari italiani del secolo successivo, tra cui il Ritmo su sant’Alessio (fine secolo XII), elaborato nell’ambiente benedettino marchigiano.

Ma ben presto le letterature volgari si mostrano capaci di affrontare una pluralità di generi e di mettere in scena una grande varietà di attori legati ai più diversi ambienti sociali e culturali. Sono tuttavia le corti, con la formazione di una nobiltà laica esterna alla cultura latina ecclesiastica, il teatro in cui le letterature volgari conoscono la più splendida espressione. E le corti propongono così anche i valori fondanti delle esperienze letterarie più influenti: la civiltà cortese si rispecchia idealizzata nell’epica, e soprattutto nel romanzo e nella lirica.

Fra i valori che la civiltà cortese codifica al centro della propria esperienza culturale e letteraria ha una preminenza assoluta l’amore. La cortesia è infatti un insieme di virtù e di comportamenti, ma innanzitutto un modo nuovo di intendere l’amore. Così l’eroe cortese, nei romanzi cavallereschi e nella lirica, non è concentrato esclusivamente sull’adempimento dei propri doveri militari, religiosi, familiari, come l’eroe epico, ma è anche intimamente mosso dall’amore. E l’amore cortese è poi oggetto di una riflessione dottrinale nel trattato De amore di Andrea Cappellano, scritto nel XII secolo presso la corte di Maria di Champagne. Alla dottrina dell’amore cortese si collega un nuovo ideale di nobiltà, fondato sulla nobiltà morale e interiore, ma soprattutto il riconoscimento della potenza inarrestabile dell’amore, più forte delle barriere sociali e collocato al di sopra dei vincoli matrimoniali. Tuttavia nelle realizzazioni più alte la fin’amor è l’ideale di un amore puro e disinteressato, in cui la soddisfazione del desiderio è sempre differita o negata, e anzi per statuto irraggiungibile.

Ma accanto alla letteratura dell’amore cortese si assiste in questo periodo anche alla grande ripresa di una poesia latina nutrita del modello ovidiano dell’Ars amandi, impegnata a cantare l’amore in termini meno idealizzati e più terreni, lasciando ampio spazio alla dimensione sensuale solitamente esclusa dalla lirica e dal romanzo cortesi. E l’amore è protagonista drammatico delle vicende biografiche di uno dei massimi intellettuali del XII secolo, Pietro Abelardo, il cui amore contrastato con Eloisa è rievocato e celebrato nel loro epistolario. È un’esperienza esistenziale e letteraria in cui sembrano convergere le diverse immagini dell’amore che attraversano il secolo: l’amore cortese nelle realizzazioni liriche (Abelardo avrebbe composto anche molte canzoni per Eloisa) e romanzesche; l’amore carnale con la sua fiamma di esaltazione sensuale e i suoi ritorni di pentimento; la rinuncia alla fisicità dell’amore per volgersi a una sua spiritualizzazione e a una conversione verso l’amore divino.

Anche la cultura religiosa sembra ora partecipare a questo clima e alla celebrazione del primato dell’amore. Così negli ambienti monastici del XII secolo si commenta instancabilmente il Cantico dei Cantici, il libro erotico per eccellenza della Bibbia, con il contributo di alcuni fra i massimi intellettuali del tempo fra cui Guglielmo di Saint-Thierry, Riccardo di San Vittore, Bernardo di Chiaravalle, Alano di Lilla. E la teologia mistica, sia nelle elaborazioni di Bernardo che in quelle dei vittorini, diviene una teologia dell’amore, quell’amore che solleva l’uomo verso Dio nell’esperienza mistica e che trasforma l’essere umano attraverso un processo di deificazione.

L’eredità contraddittoria ma vitale di questa pluralità di concezioni dell’eros sarà esplorata nelle sue relazioni e nei suoi conflitti dagli autori più rappresentativi dei secoli seguenti, da Francesco d’Assisi a Petrarca e a Boccaccio, passando attraverso il Roman de la Rose, Iacopone da Todi e l’intrepida riflessione dantesca, che va dalle rime giovanili all’ultimo verso della Commedia, l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Rinascite e rinnovamenti

La retorica nelle università

Francesco Stella

L’università è una delle invenzioni più durature che dobbiamo al Medioevo. Vi si produce la cultura nuova, che nei secoli XII e XIII è giuridica, teologica e medico-scientifica, ma anche retorica: nelle facoltà delle Arti si impara fra l’altro la tecnica di composizione di lettere e documenti, strumento di una laicizzazione del sapere che contribuirà alla fioritura letteraria.

La nascita delle università

Sotto il pontificato di Alessandro IV

Statuti dello Studium di Arezzo

Nell’anno 1255 dalla nascita del Signore, indizione tredicesima, sotto il pontificato di Alessandro IV.

Questi sono gli Ordinamenti stabiliti e approvati da tutti i professori di Arezzo, e cioè dal signor Martino da Fano, dal signor Roizello, dal signor Bonaguida, dal professor Tebaldo, dal professor Rolando, dal professor Rosello, dal signor Rainerio e dal professor Benrecevuto. Così hanno detto a me notaio i professori Orlando e Tebaldo fisico:

Prima di tutti elessero rettore il suddetto signor Martino dalla festa di tutti i Santi alle calende di gennaio; stabilirono che ciascun maestro debba onorare ogni altro in tutte le maniere possibili sia nelle scuole che nelle assemblee e in ogni luogo; e che nessun maestro appoggi e inviti qualcuno degli scolari a fare e dire cose ingiuriose nei riguardi di qualsiasi maestro. Chi contravverrà dovrà pagare cinque soldi di multa.

Nessun maestro deve ammettere alle sue lezioni studenti di un altro maestro per più di quattro volte senza il suo consenso. Se frequenteranno per una settimana l’insegnamento di un maestro siano considerato suoi studenti e l’altro non li ammetta più. Se qualcuno agirà diversamente dovrà dare a colui del quale sono allievi dieci soldi per l’insegnamento e tre soldi per i locali, e versare al rettore cinque soldi di multa.

Ciascun maestro dovrà fare almeno tre collette: una per i locali, la seconda per l’insegnamento e la terza per il bedellus prima del Natale.

I maestri dovranno riunirsi una volta al mese in un luogo adatto; e questo faranno anche tutte le volte che il Rettore l’abbia ordinato per mezzo del bedellus. Chi non parteciperà alle riunioni dovrà pagare cinque soldi, salvo che abbia avuto autorizzazione dal Rettore.

Ciascun maestro sarà obbligato a non tenere lezioni ordinarie ogni volte che il Rettore l’abbia vietato per mezzo del bedellus, sotto pena di cinque soldi di multa.

I ripetitori (assistenti) avranno l’obbligo di condurre a scuola tutti gli studenti tenuti a frequentare e di non occuparsi dell’onorario del maestro, sotto pena di dieci soldi da versare al Rettore.

Nessuno osi tenere lezioni ordinarie nella città di Arezzo né in grammatica né in dialettica né in medicina se prima non sia stato esaminato e approvato legittimamente e pubblicamente in assemblea generale e non abbia ottenuto la licenza d’insegnare dovunque la sua materia.

I maestri ordinarono che ogni studente che si trattenesse nella dimora dei repetitores per ascoltare le lezioni e le declinationes paghi al suo rientro come coloro che erano andati a scuola. Ordinarono che Bonavere [bedellus] in linea di massima possa ricevere da ogni scolaro di grammatica due denari e sei da ciascun ripetitore.

I maestri non dovranno occupare o far occupare l’alloggio a nessun maestro o ripetitore otto giorni dopo la scadenza e chi farà diversamente dovrà versare cinque soldi a colui al quale lo ha fatto.

I suddetti Statuti furono confermati da signor Giovanni, giudice e assessore del signor Borro de’ Borri podestà di Arezzo il 16 febbraio nel palazzo del Comune di Arezzo, cioè del Podestà, sedendo il detto giudice dinanzi al tribunale, alla presenza del maestro Tebaldo fisico, del maestro Orlando grammatico, del prete Rainerio cappellano del Duomo Vecchio, del signor Piero del fu Bonaccorso e di Bonavere notaio e bedellus degli scolari.

Il quale (giudice) mi ha incaricato di pubblicare e redigere in forma legale, con la sua autorità, i suddetti capitoli e statuti.

Determinare quando sia nata l’università è un problema anzitutto di termini: universitas si riferisce infatti più alla corporazione di studenti e docenti che all’istituzione universitaria in sé, il cui nome latino era invece studium, entità che spesso si confonde con le scuole capitolari o le scuole giuridiche o mediche – non ancora strutturate in forma universitaria – che in molte città godevano di una lunga tradizione. Nel XII-XIII secolo, quando arti e mestieri si organizzano in forma corporativa per regolamentare la propria vita professionale, i maestri e le istituzioni che promuovono gli studia articolano la propria collaborazione in nuove tipologie. Bologna, la cui fondazione universitaria viene considerata la più antica – ma il primo documento ufficiale è la costituzione Habita del 1158, con cui Federico Barbarossa garantisce protezione giuridica agli studenti fuori sede –, dà origine all’universitas scholarium, dove gli studenti, riuniti in associazioni nazionali o regionali (nationes divise in subnationes) nominano un rettore che assume i maestri (riuniti nel Collegio dei Docenti) e amministra lo studium. A Parigi, invece, si crea l’universitas magistrorum et scholarium. Fondata intorno al 1180 e dichiarata da Gregorio IX nel 1231 Parens scientiarium (Madre delle scienze), è governata di fatto dai docenti, secondo un modello che si diffonde rapidamente in tutta Europa.

Qui l’autorità del rettore si confronta con quella del cancelliere, delegato dell’autorità ecclesiastica, cioè del vescovo: gli studenti e i maestri infatti sono formalmente tutti chierici, e l’insegnamento è considerato a lungo una prerogativa dei prelati più alti, al pari della predicazione. L’autonomia dell’università viene conquistata a Parigi attraverso scioperi (1229) e scontri di piazza fra studenti e polizia, dopo di che il diritto di conferire la licentia docendi si trasferisce definitivamente dal cancelliere ai maestri dell’università. Questo processo si attua gradualmente in tutte le sedi, spesso grazie a un collegamento fra università e papato che ha lo scopo di superare i vincoli del potere ecclesiastico locale e civile e insieme di garantire la validità universale dei titoli rilasciati.

La facoltà delle Arti e gli studi retorici

Le università erano articolate come oggi in facoltà (al massimo quattro, non sempre compresenti): Arti, cioè Arti liberali (che fin dalla tarda antichità erano alla base di ogni formazione letteraria e scientifica), Diritto canonico (e, finché non fu vietato dal papa, civile), Medicina e Teologia (la più lunga e impegnativa). La facoltà delle Arti, particolarmente sviluppata, ad esempio, a Orléans, era la maggiore delle quattro per numero di iscritti e di maestri e per peso finanziario, e costituiva spesso un grado primario di istruzione superiore, della durata di sei anni, due per il baccalaureato e quattro per il dottorato, oltre il quale (a 20-21 anni) si frequentavano medicina, diritto o teologia, che comportano altri 5-6 anni di studio, mentre per diventare magistri in sacra pagina (cioè commentatori della Bibbia) e professori di teologia occorreva superare il baccalaureato biblico e quello sentenziario (non prima dei trentacinque anni).

Nella Facultas artium si imparano, oltre alla lingua, soprattutto le tecniche di comunicazione per comporre documenti ufficiali, impartite dal maestro di retorica. L’ars dictandi, l’arte della composizione, si praticava già nelle cancellerie imperiali o pontificie, ma nell’XI secolo viene finalmente formalizzata e per così dire democratizzata nei primi manuali di Alberico da Montecassino, i Flores rhetorici o Dictaminum radii e il Breviarium de dictamine. In questi libri di testo il focus della trattazione riguarda le figure retoriche, i modi espressivi, mentre alla composizione epistolare è dedicato solo un cenno relativo ai saluti iniziali.

La Scuola di Bologna

Una vera e propria scienza dell’epistolografia si sviluppa invece soprattutto a Bologna, dove la scuola irneriana e gli studi di notariato dalle quali probabilmente era nata l’università avevano dato un carattere pragmatico e politico all’apprendimento della comunicazione scritta. Qui operano ad esempio all’inizio del XII secolo il misterioso Aginulfo, Adalberto il Samaritano (Praecepta dictaminum), Ugo di Bologna (Rationes dictandi prosaice, fra 1119 e 1124) e l’anonimo autore delle Rationes dictandi che distingue organicamente composizione in versi, in ritmi e in prosa e definisce le cinque parti della lettera: salutatio, captatio benevolentiae, narratio, petitio, conclusio.

Bernardo di Bologna – la cui Summa, tramandata in diverse redazioni, sta per avere la sua prima edizione – e il suo allievo Guido di Arezzo – la cui opera è ancora inedita – raccolgono e potenziano questa tradizione fondendo l’ars dictandi con la retorica e la poetica compreso il cursus, cioè la ritmizzazione dei finali di frase – i cui tipi più frequenti erano il cursus planus (’- -’-, ex. víncla perfrégit), il tardus (’- - ’- -, ex. vincla perfrégerat) e il velox (’ - - ’ - ’-, ex. vínculum frégerámus).

Questi innovatori producono nuovi strumenti didattici destinati a influenzare le scuole italiane, quelle tedesche e quelle francesi di Tours e Orléans, dove insegnarono o studiarono Bernardo Silvestre, il suo allievo Matteo di Vendôme e Bernard de Meung, autore dei Flores dictaminum, che costituiscono una raccolta di grande interesse narrativo relativa ai mille casi quotidiani in cui era necessario saper scrivere una lettera.

Fra Bologna e la Francia si stabiliscono contatti numerosi e frequenti, testimoniati da figure di maestri itineranti come Pietro di Blois, probabile autore del Libellus de arte dictandi rhetorice, composto in Inghilterra fra 1181 e 1185, che distingue sette tipi di dictamen (epistola, storia, polemica, commento, trattato, discorso oratorio e dialogo) e Goffredo di Vinsauf, autore fra 1188 e 1190 di una Summa de arte dictandi, composta per soddisfare le sollecitazioni di compagni di studio a Bologna, e soprattutto della celebre Poetria nova (1200-1202), manuale di poetica di enorme diffusione. Con un secondo trattato retorico, il Documentum de modo et arte dictandi et versificandi, Goffredo si sposta da una concezione utilitaristica dell’epistola verso interessi più letterari, che si riflettono anche in altri documenti di area bolognese. Nel 1246 gli statuti della corporazione locale dei notai, ad esempio, ammettono alla professione solo coloro che sono in grado di latinare e dictare correttamente: e molte scoperte recenti di frammenti poetici italiani del XIII secolo si devono a fogli di codici notarili emiliani.

Le figure successive oscillano fra la difesa del carattere pratico dell’arte (Boncompagno da Signa, autore peraltro del primo trattato di epistolografia d’amore, la Rota Veneris) e concessioni verso la retorica letteraria (Bene da Firenze, a Bologna dal 1218) e Guido Faba, che del Candelabrum di Bene si servirà per i suoi trattati, popolari in tutta Europa.

La scuola di Arezzo e la cultura preumanistica

A metà del Duecento la produzione si intensifica sia a Bologna sia nel centro e nel sud Italia, dove

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