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Antichità - La civiltà greca - Letteratura: Storia della Civiltà Europea a cura di Umberto Eco - 9

Antichità - La civiltà greca - Letteratura: Storia della Civiltà Europea a cura di Umberto Eco - 9

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Antichità - La civiltà greca - Letteratura: Storia della Civiltà Europea a cura di Umberto Eco - 9

Lunghezza:
270 pagine
3 ore
Pubblicato:
26 nov 2014
ISBN:
9788897514497
Formato:
Libro

Descrizione

Nella tradizione occidentale la civiltà greca gode di un posto privilegiato. Fin dal mondo romano, infatti, i Greci sono stati considerati maestri nella letteratura, nella filosofia, nelle arti. I nostri debiti nei confronti della civiltà greca restano grandi, ma per comprenderne davvero il significato diventa essenziale indagare il reale contesto culturale in cui la letteratura greca è nata, approfondirne i contenuti e le forme espressive, indagare la capacità della parola di farsi veicolo di pensiero e di significati, rimarcarne le distanze formali e concettuali rispetto alla nostra cultura, e seguire le linee di continuità attraverso cui è passata la reinterpretazione e riappropriazione nei secoli nel mondo occidentale di una tale inestimabile eredità.

I greci hanno marcato così profondamente la nostra cultura in fatto di poesia, che non solo ci hanno suggerito il nome per definirla, ma hanno anche tracciato per noi le linee per costruirla. Una letteratura vasta, complessa e variegata, ricca di immagini che si sono radicate nel patrimonio collettivo e che si ripropongono costantemente in ogni epoca e in ogni angolo d’Europa con significati sempre nuovi, dalle gorgoni alle ninfe, dai satiri alle sirene, dai grandi eroi del mito alle grandi vittime, per non parlare delle colossali figure tragiche in titanica lotta contro la moira avversa o contro se stessi. Una letteratura che evolvendo nelle tre fasi di oralità, auralità, e scrittura, in cui vive un’alta coscienza della potenza della parola, della forza del discorso, della musicalità del verso e della dignità della retorica. È vero allora che senza i Greci la nostra poesia, almeno la nostra, non sarebbe mai esistita? Con questo ebook ci si propone di illustrare quel grande patrimonio che la letteratura greca ci ha lasciato, fatto di una messe inesauribile di filiazioni, influenze, rimandi che ancora non smette di insegnare e incantare.
Pubblicato:
26 nov 2014
ISBN:
9788897514497
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Libro

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Antichità - La civiltà greca - Letteratura - Umberto Eco

copertina

Antichità - La civiltà greca - Letteratura

Storia della civiltà europea

a cura di Umberto Eco

Comitato scientifico

Coordinatore: Umberto Eco

Per l’Antichità

Umberto Eco, Riccardo Fedriga (Filosofia); Lucio Milano (Storia politica, economica e sociale – Vicino Oriente) Marco Bettalli (Storia politica, economica e sociale – Grecia e Roma); Maurizio Bettini (Letteratura, Mito e religione); Giuseppe Pucci (Arti visive); Pietro Corsi (Scienze e tecniche); Eva Cantarella (Diritto) Giovanni Manetti (Semiotica); Luca Marconi, Eleonora Rocconi (Musica)

Coordinatori di sezione:

Simone Beta (Letteratura greca); Donatella Puliga (Letteratura latina); Giovanni Di Pasquale (Scienze e tecniche); Gilberto Corbellini, Valentina Gazzaniga (Medicina)

Consulenze: Gabriella Pironti (Mito e religione – Grecia) Francesca Prescendi (Mito e religione – Roma)

Medioevo

Umberto Eco, Riccardo Fedriga (Filosofia); Laura Barletta (Storia politica, economica e sociale); Anna Ottani Cavina, Valentino Pace (Arti visive); Pietro Corsi (Scienze e tecniche); Luca Marconi, Cecilia Panti (Musica); Ezio Raimondi, Marco Bazzocchi, Giuseppe Ledda (Letteratura)

Coordinatori di sezione: Dario Ippolito (Storia politica, economica e sociale); Marcella Culatti (Arte Basso Medioevo e Quattrocento); Andrea Bernardoni, Giovanni Di Pasquale (Scienze e tecniche)

Età moderna e contemporanea

Umberto Eco, Riccardo Fedriga (Filosofia); Umberto Eco (Comunicazione); Laura Barletta, Vittorio Beonio Brocchieri (Storia politica, economica e sociale); Anna Ottani Cavina, Marcella Culatti (Arti visive); Roberto Leydi † , Luca Marconi, Lucio Spaziante (Musica); Pietro Corsi, Gilberto Corbellini, Antonio Clericuzio (Scienze e tecniche); Ezio Raimondi, Marco Antonio Bazzocchi, Gino Cervi (Letteratura e teatro); Marco de Marinis (Teatro – Novecento); Giovanna Grignaffini (Cinema - Novecento).

© 2014 EM Publishers s.r.l, Milano

STORIA DELLA CIVILTÀ EUROPEA

a cura di Umberto Eco

Antichità

La civiltà greca

Letteratura

logo editore

La collana

Un grande mosaico della Storia della civiltà europea, in 74 ebook firmati da 400 tra i più prestigiosi studiosi diretti da Umberto Eco. Un viaggio attraverso l’arte, la letteratura, i miti e le scienze che hanno forgiato la nostra identità: scegli tu il percorso, cominci dove vuoi tu, ti soffermi dove vuoi tu, cambi percorso quando vuoi tu, seguendo i tuoi interessi.

◼ Storia

◼ Scienze e tecniche

◼ Filosofia

◼ Mito e religione

◼ Arti visive

◼ Letteratura

◼ Musica

Ogni ebook della collana tratta una specifica disciplina in un determinato periodo ed è quindi completo in se stesso.

Ogni capitolo è in collegamento con la totalità dell’opera grazie a un gran numero di link che rimandano sia ad altri capitoli dello stesso ebook, sia a capitoli degli altri ebook della collana. Un insieme organico totalmente interdisciplinare, perché ogni storia è tutte le storie.

Introduzione

Introduzione alla letteratura della Grecia

Maurizio Bettini

Nella tradizione occidentale la civiltà greca gode di un posto privilegiato. Fino dal mondo romano, infatti, i Greci sono stati considerati maestri nella letteratura, nella filosofia, nelle arti, e nei secoli questa celebrazione della superiorità ellenica è entrata a far parte anche della consapevolezza diffusa. I nostri debiti nei confronti della civiltà greca restano grandi, ma per comprenderne davvero il significato serve a poco continuare a celebrare il cosiddetto miracolo greco. Assai più interessante risulta cercare di comprendere il reale contesto culturale in cui la letteratura greca è nata, e soprattutto rimarcarne le differenze e le specificità rispetto alla nostra cultura.

Sulla civiltà greca pesa un fardello prezioso: quello della sua perfezione. Se i Greci stessi consideravano già la propria ellenicità come una caratteristica che li rendeva superiori agli altri popoli, quelli che chiamavano barbaroi, anche i loro discepoli e poi padroni, i Romani, riconobbero sempre che nel campo della letteratura e delle arti i Greci erano stati i maestri. Tanto che furono proprio i Romani a costruire, per la prima volta, l’immagine ideale dell’Ellade – una realtà fuori dal tempo, popolata di poeti, filosofi, artisti appartenenti esclusivamente al passato: una mitica terra che poco aveva in comune con la Grecia contemporanea, ridotta ormai a semplice provincia dell’impero. Questo carattere meraviglioso della civiltà greca – il miracolo greco, come a volte lo si è chiamato – ha continuato a restar vivo nei secoli, e anzi, soprattutto a partire dal XIX secolo esso è stato ulteriormente mitizzato. Vediamo qualche esempio.

Eccoci a Londra, l’anno è il 1807. Da poco sono stati messi in mostra gli Elgin Marbles, ossia i marmi del Partenone, e l’evento attrae immediatamente una folla di curiosi e di amanti dell’arte antica. Fra loro c’è anche Heinrich Füssli, il pittore di origine svizzera che da anni è professore di pittura alla Royal Academy: l’autore de L’incubo, de La follia di Kate e di altre magnifiche tele di ispirazione romantica. Dunque Füssli, o meglio Fuseli, come lo chiamano in Inghilterra, va a vedere i marmi e, ammirato, se ne esce in questa esclamazione: Quei Greci erano dèi, quei Greci erano dèi!. L’emozione dell’artista svizzero, sottolineata anche dal pesante accento tedesco con cui la esprimeva, andava direttamente al cuore della questione: la Grecia è un luogo sacro all’arte e alla bellezza, in quella terra hanno abitato non uomini, ma dèi.

Per la verità, questa ondata di filellenismo (o di ellenomania, come è stata talora definita) non costituisce un fenomeno soltanto inglese. Ecco che cosa scriveva nel 1799, in Germania, Wilhelm von Humboldt: I Greci si distaccano dal cerchio della storia [...] Noi fraintendiamo la nostra relazione con loro se osiamo applicare ai Greci i criteri di valutazione validi per il resto della storia mondiale. Per noi la loro conoscenza non risulta solo piacevole, utile o necessaria: in essi soltanto noi troviamo l’ideale di ciò che noi potremmo essere e realizzare. Mentre qualsiasi altra parte della storia ci arricchisce di umana saggezza o esperienza, dalla frequentazione dei Greci noi traiamo qualcosa di più che terreno, o meglio, qualcosa di vicino al divino. La sostanza è sempre la medesima: i Greci sono degli dèi. Questa affermazione, già di per sé estremamente forte, ne presuppone però un’altra, per certi aspetti ancora più forte: ossia che i Greci non sono come gli altri, i Greci sono diversi, infinitamente superiori agli altri popoli, e in quanto tali non possono essere confrontati con gli altri. Come scriveva Shelley a John Gisborne, che cosa c’è che vi si possa paragonare? I Greci sono dèi e il divino, per definizione, non ammette confronti. Dove starebbe altrimenti la sua divinità?

Oltre che alle straordinarie realizzazioni nel campo dell’arte, questo carattere eccezionale della cultura dei Greci è legato, inutile dirlo, alla loro letteratura. Le stesse parole che usiamo stanno lì a dimostrare l’influsso che la letteratura greca ha esercitato sulla nostra cultura. Il termine storia, per esempio, dal latino historia, altro non è se non quanto Erodoto dichiarava all’inizio della sua opera: "questo è il resoconto della historia svolta da Erodoto di Alicarnasso...", quando historia, ovviamente, non significava ancora storia, come in seguito, ma semplicemente ricerca, indagine. Quella che Erodoto aveva svolto, e di cui presentava il resoconto scritto: senza immaginare che, di lì a poco, sarebbe stato considerato il fondatore di una disciplina definita, appunto, storia. La stessa cosa si potrebbe dire a proposito di altri generi del nostro sistema letterario, come tragedia o commedia; così come potremmo ricordare filosofia – quel greco amore per il sapere che per noi è diventata perfino una disciplina scolastica – oppure retorica. Anche quando parliamo di poesia usiamo una parola greca. Gli antichi abitanti dell’Ellade definivano infatti la capacità di comporre versi con il termine poiesis: ricorrendo ad un’immagine piuttosto concreta, bisogna dire, visto che poiesis significa propriamente fabbricazione, costruzione. Ad ogni poesia che nasce, dunque, noi torniamo a fabbricare la parola alla maniera in cui – sembrerebbe – ci hanno insegnato i Greci. Questo significa forse che, prima dei Greci, la poesia non esisteva? Prima di provare a rispondere a questa domanda, sarà bene aggiungere qualche altra considerazione.

Anche quando parliamo dei vari tipi di poesia, usiamo parole greche. La lirica, per esempio, il genere che comprende nomi come Samuel Taylor Coleridge o Umberto Saba, è una categoria inventata dai Greci. Allo stesso modo noi usiamo espressioni greche quando parliamo di poesia epica – la Gerusalemme Liberata (1581) del Tasso o i Lusiadi di Camões appartengono a questo genere – e ancora a termini greci noi ricorriamo quando si parla di poesia didascalica – quella che insegna a fare qualcosa, come le Georgiche di Virgilio insegnavano in versi a coltivare i campi – o la poesia epigrammatica, che certo è più divertente di quella didascalica. I Greci dunque hanno marcato così profondamente la nostra cultura in fatto di poesia, che non solo ci hanno imposto il loro nome per definirla, ma hanno anche tracciato per noi le linee secondo cui dovevamo costruirla. Questo significa dunque che sono stati i Greci a inventare la poesia?

C’è chi risponderebbe direttamente a questa domanda. E se a riprova della propria convinzione cominciasse a recitare versi di Omero come questi (Odissea 8, 523 sgg.):

"Così piange una donna, prostrata sul corpo dello sposo, caduto davanti ai suoi uomini per proteggere dal giorno funesto i figli e la città. E lei che l’ha visto dibattersi e morire attorno a lui riversa acute le sue grida …"

oppure decidesse di sillabare questo frammento di Saffo

"la Luna è tramontata con le Pleiadi. È mezzanotte, trascorre l’ora e io dormo sola"

certo anche noi non esiteremmo a convenire che l’esperienza poetica dei Greci è stata straordinaria. Quella moglie prostrata sul corpo del marito è l’emblema di tutte le dolenti, di qualsiasi guerra; mentre la luna che scompare nel cielo, mentre Saffo dorme da sola, costituisce la cifra stessa dell’abbandono. Con tutto ciò, affermare che sono stati i Greci ad inventare la poesia, non avrebbe senso. Tanto quanto non lo ha, a nostro parere, continuare a credere nel miracolo greco, impostando ogni problema culturale come se fosse una competizione fra noi (che ci identifichiamo ovviamente con i Greci) e gli altri.

Ciascuna cultura, infatti, ha avuto ed ha la propria poesia. E se qualcuno, nel passato, ha cercato di resistere il più possibile a una simile idea, per esaltare anche in questo modo la superiorità dell’Occidente, certo oggi, nella generale globalizzazione in cui siamo immersi, un atteggiamento del genere appare sempre più insensato. In ogni caso, si potrà convenire sul fatto che ciascuna cultura ha come minimo elaborato un modo per costruire discorsi poetici nel senso che sono diversi da quelli quotidiani, di ordinario consumo: capaci cioè di distinguersi dalla semplice chiacchiera o dalla discussione su chi ha ragione e chi ha torto durante una lite. Nella vita sociale, infatti, vi sono occasioni in cui è necessario organizzare il flusso del discorso in un modo tale che esso colpisca più immediatamente l’attenzione, che possa essere più facilmente ricordato, e soprattutto che sia possibile ripeterlo, più o meno nella stessa forma, anche a distanza di tempo. Si tratta di enunciati religiosi, profetici, cerimoniali, ma anche di discorsi destinati all’intrattenimento: testi cioè recitati di fronte ad un uditorio da qualcuno che, aiutandosi con le risorse e i trucchi dell’arte, racconta una storia di guerra o di sentimento – commuovendo profondamente il suo pubblico, questo è bene ricordarlo, influenzandone addirittura i comportamenti e la memoria. Tutto ciò è poesia, nel senso più vasto del termine. In casi del genere, infatti, si compie la seguente operazione: ci si sforza di mettere insieme le parole ricorrendo a regole che assolutamente non si impiegherebbero nel parlare comune. Proviamo a fare qualche esempio.

Chi mai, chiacchierando con il proprio vicino di casa, si sforzerebbe di scegliere vocaboli che cominciassero tutti con lo stesso suono? Tipo: Prendo per prima la palla pesante……. Eppure, questa è una delle principali regole che venivano seguite nella composizione dell’antica poesia germanica, o in quella latina dell’epoca arcaica. Tanto meno ci si impegnerebbe, sempre nel parlare comune, ad organizzare il discorso in modo tale che le singole frasi o segmenti di frase avessero un andamento parallelo, che si richiamassero cioè fra loro per suoni e significato. Eppure questo è uno dei principi su cui si fondava l’antica poesia ebraica, come dimostrò il grande Robert Lowth, nelle sue Lectures on the Sacred Poetry of the Hebrews pubblicate nel 1787; ma è su principi simili che si fonda, di nuovo, la poesia latina delle origini. Meno che mai si ci si sforzerebbe di ordinare le parole in stringhe che non solo contenessero tutte lo stesso numero di sillabe e di accenti, ma fossero ogni volta concluse dalla medesima sillaba che conclude anche una stringa precedente. Eppure queste sono le regole applicate nella poesia romanza, anche italiana, dove ciascun verso deve contare lo stesso numero di sillabe, deve prevedere gli stessi accenti e presentare una rima finale.

Eccola qua, dunque, la poesia, quella che c’è stata e c’è anche senza i Greci: un modo eccezionale di organizzare il discorso – in genere ricorrendo al principio dell’analogia, della similarità, della ripetizione degli stessi elementi – per comunicare un contenuto ritenuto altrettanto eccezionale.

Da questo punto di vista, dunque, la poesia è esistita prima, dopo e indipendentemente dai Greci. Nei fatti, però, non si può negare che la letteratura occidentale sia stata profondamente influenzata da quella greca. Non tanto perché, per definirla, noi usiamo ancora le parole e le categorie che i Greci ci hanno tramandato, come dicevamo sopra; ma soprattutto perché il sangue della letteratura greca, se possiamo chiamarlo così, non ha mai smesso di scorrere nelle vene della poesia successiva.

L’influenza degli autori greci è stata tale, che le loro opere (a volte anche nella forma di ingombranti presenze) hanno continuato per secoli ad influire sulla produzione letteraria europea. Non parliamo solo dei Romani che hanno sviluppato la loro poesia o la loro filosofia ispirandosi a quella dei Greci, o traducendola direttamente; di Racine e di Corneille che si rifecero alla tragedia attica; del Settecento che si appassionò ad Anacreonte; dell’Ottocento inglese o tedesco che si nutrì dei lirici e di Pindaro… Qualche esempio più indiretto – più paradossale? – potrebbe risultare non meno istruttivo. L’Eneide di Virgilio, si sa, non sarebbe pensabile senza la presenza di Iliade e Odissea; ma non si può neppure dimenticare che, a sua volta, la Divina Commedia non sarebbe mai esistita senza l’Eneide: ciò significa che, pur non avendo mai potuto leggere Omero, anche Dante è stato influenzato dalla poesia omerica. Continuare in questo gioco, solo apparentemente funambolico, sarebbe facile. Le tragedie di Seneca, è ben noto, non sarebbero mai esistite senza i grandi tragici greci Eschilo, Sofocle ed Euripide – ma questo ci porta a concludere che lo stesso Shakespeare, pur non avendo mai letto i tragici greci, ma avendo subito l’influenza di Seneca tragico e della tradizione da lui ispirata, senza la Grecia non avrebbe mai scritto quello che ha scritto. Non ultimo perché la parola tragedy – con cui venivano spesso designate le pièce del teatro elisabettiano – essendo di origine greca (tragodia), non ci sarebbe stata. Possiamo dunque affermare che senza i Greci la nostra poesia, almeno la nostra, non sarebbe mai esistita?

Questo possiamo affermarlo, pur rendendoci conto che semplificare i processi culturali fino a ridurli al gioco del chi ha influenzato chi, sarebbe come minimo ingenuo. È ovvio infatti che l’influenzato – si tratti di Virgilio, di Dante o di Racine – trasferisce in ciò che scrive non solo quel che riceve dall’influenzante, ma anche la sua propria cultura e le sue esperienze personali, e in misura spesso predominante. Dante non esisterebbe senza Virgilio e dunque senza Omero, d’accordo – ma il cristianesimo? Continuiamo comunque a pensare, perché è vero, che senza la letteratura dei Greci la nostra sarebbe diversa da ciò che è. Questo però ci pone di fronte ad una seconda domanda, forse ancora più importante della precedente. Siamo sicuri che la letteratura greca – specie se riguardata con gli occhi della nostra letteratura – sia veramente quello che a noi sembra? In altre parole, siamo sicuri che la letteratura dei Greci fosse una letteratura come la nostra? Ecco un secondo tema che non si può fare a meno di affrontare.

Torniamo alla poesia e prendiamone l’aspetto più esterno, la sua forma – ma si sa che, in poesia, la forma è quasi tutto. Anche i Greci, infatti, avevano il loro modo di organizzare il discorso poetico, ricorrendo a quelle famose regole che non avrebbero mai applicato nel parlare comune. Il greco antico era una lingua di tipo quantitativo, ossia una lingua in cui le sillabe – a differenza di quanto avviene in italiano – si distinguevano in base alla loro durata, lunga o breve. Quando componevano poesia, dunque, i Greci sceglievano le parole in modo tale che, una volta allineate in una certa stringa, esse presentassero lo stesso tipo di alternanza fra sillabe brevi e sillabe lunghe. In altre parole, i poeti greci creavano i loro versi – l’esametro, il pentametro, il trimetro giambico, i metri lirici ecc. – organizzando secondo schemi fissi l’alternarsi delle diverse durate sillabiche nelle parole. Il lettore moderno, che leggesse Omero, Esiodo o Callimaco in traduzione, deve dunque sapere che sta comunque leggendo qualcosa di diverso rispetto a ciò che questi autori avevano

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