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Tuscia in Pasolini: Studio onnicomprensivo di un rapporto articolato
Tuscia in Pasolini: Studio onnicomprensivo di un rapporto articolato
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E-book218 pagine2 ore

Tuscia in Pasolini: Studio onnicomprensivo di un rapporto articolato

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Info su questo ebook

In Pier Paolo Pasolini la Tuscia viterbese è stata molto più di una semplice parentesi; la terra attorno alla Città dei Papi lo ha coinvolto tanto da determinarne le opere, il pensiero e la sua stessa biografia. Ammirato con venerazione e gelosia fin dal primo vero incontro, avvenuto nel 1964, il territorio in questione è divenuto un punto fermo della sua vita sotto numerosi punti di vista, affermandosi in maniera sempre più consistente fino alla data della sua tragica morte. L’approfondimento della relazione ha dovuto necessariamente prendere le mosse da uno studio che ne facesse emergere tutte le varie declinazioni, precedenti, contemporanee e successive alla vita dell’artista, e in considerazione di fonti che si spingessero anche ben oltre l’immediato ed evidente, non tralasciando alcun dato.
LinguaItaliano
Data di uscita5 feb 2022
ISBN9788878539662
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    Anteprima del libro

    Tuscia in Pasolini - Simone Chiani

    I. PREFAZIONE

    Pier Paolo Pasolini conobbe la terra intorno a Viterbo, denominata generalmente "Tuscia [1] ", durante l’intensissima fase finale della sua vita, ricca di riflessioni, polemiche e avvenimenti. Quello trattato è un tema che oggi torna fortemente in voga, peraltro con risonanze di attualità nazionale, dopo la vendita della Torre di Chia da parte degli eredi dello scrittore bolognese.

    Incontrare il problema del rapporto tra l’uomo di lettere e la suddetta terra senza averne approfondito prima tutte le declinazioni, potrebbe portare banalmente ad affermare che questa abbia, dopo varie vicissitudini, adottato Pasolini, fattone, insomma, un suo figlio; eppure, a un’analisi più approfondita, come si potrà constatare in corso d’opera, appare inevitabile ammettere quanto il rapporto di adozione, che per sua natura avviene dal più vecchio al più giovane o comunque in senso figurato dalla terra all’abitante, sia in questo caso completamente ribaltato grazie a una presa in carico del bolognese di tanti problemi e iniziative riguardanti proprio l’ hinterland [2] viterbese. In effetti l’approccio, soprattutto letterario e di iniziativa concreta, che il poeta decise di stabilire con la Tuscia, rispondeva a una vera e propria necessità personale straniata dall’interiorità in modo volontario, e si configurava come un generale legame di superiorità implicita dell’agente in nome, particolarmente, della salvezza dell’oggetto; quest’ultimo, proprio come potrebbe essere un figlio adottivo prima dell’affidamento al nuovo genitore, appariva agli occhi di Pasolini come in pericolo rispetto ai fatti, i quali nel significato allegorico riconducono al periodo storico e ai fatti economico-culturali degli anni sessanta-settanta, all’avvento dunque dell’universo orrendo del consumismo. [3]

    In merito all’approfondimento di un simile rapporto, complesso per quanto fondamentale nella vita e nell’opera del bolognese, è stato inevitabile far riferimento all’unica vera opera in merito, ossia Pier Paolo Pasolini: dalla Torre di Chia all’Università di Viterbo [4] e al principale lavoro letterario sull’esistenza dello stesso, ossia quello di Enzo Siciliano, Vita di Pasolini [5] , oltre che alle puntualissime sintesi di Luigi Martellini. Su questi tre pilastri si erige la seguente la seguente opera, pur considerando tuttavia un’ulteriore, amplissima, bibliografia, in particolare dello scrittore stesso, e alcuni documenti d’archivio. La scelta di opere letterarie vetuste e autori in certo modo superati è stata effettuata consapevolmente con l’obiettivo di restituire una lettura quanto più vicina possibile al Pasolini in dimensione intima, verificando sempre quanto riportato con opere aggiornate. Un punto cruciale di questo studio, il quale rende definitivamente conto dell’innovazione della sua creazione, è comprendere quanto sia rilevante guardare non solo al tema, ma anche a quanti (studiosi, esperti, testimoni diretti, conoscenti del bolognese) si siano spesi nell’approfondimento ed estensione dell’argomento, perché consapevoli della rilevanza diretta nella vita e nell’opera del protagonista dello studio. Si rende necessario, insomma, far riferimento a un’ampia intertestualità per dimostrare, nel concreto, quanto la Tuscia abbia realmente influito sulla vita dell’intellettuale.

    Gli obiettivi che lo studio e la ricerca si propongono si possono riassumere in tre traguardi principali da perseguire: l’esaurimento e completamento di tutti i rapporti letterari, multimediali e personali intercorsi tra lo scrittore e la terra; colmare un pericoloso vuoto accademico che rischia di pesare sui futuri studi dell’opera pasoliniana perché possibile causa di incomprensioni rispetto alla reale incidenza della Tuscia; risvegliare un interesse ingiustamente sopito nel viterbese, attraverso la diffusione stessa dello studio, per invogliare le istituzioni locali e gli studiosi dell’autore a prendere in considerazione una più ampia ricerca e divulgazione in merito all’importante rapporto.

    Per raggiungere queste mete si è reso necessario procedere a una presa di visione quasi totale dell’opera pasoliniana, in particolare di quella successiva alla scoperta vera e propria dei punti di forza del viterbese [6] tanto apprezzati da Pasolini; ciò ha comportato uno spoglio consistente, una ricerca su tutti i fronti e verso tutte le direzioni del reale: si sono interrogati archivi, fisici e digitali, scavando tra le carte, tra cui appunti ed epistolario, dando per giunta la prima pubblicazione ad alcuni documenti; si è trovato quanto più possibile in emeroteche e dunque vecchi giornali; sono state visionate le riviste che potevano racchiudere il tema, anche in lingua inglese; si è avuto modo di interrogare direttamente studiosi ed esperti dell’opera pasoliniana; si è svolta un’approfondita indagine sui film di cui il bolognese fu regista; si sono ricercate fonti indirette le quali, pur non nominando direttamente la Tuscia, ne facevano riferimento, perlomeno implicito; si è dovuto procedere a un’analisi comparativa di fonti anche totalmente differenti, così da avere una maggiore chiarezza sui rapporti anche non espliciti tra terra e scrittore; si è infine, in un caso, avuta la possibilità di raccogliere notizie dall’intervista di un testimone viterbese ancora in vita che abitò a Chia nel periodo compreso tra il 1970 e il 1975.

    Le battaglie che Pier Paolo Pasolini combatté per la terra viterbese verranno fatte coincidere in questo lavoro con i tre momenti principali dello studio, dunque: le ultime opere della vita e la Torre di Chia [7] , la Forma della Città [8] e l’Università della Tuscia, scintille di guerra che avremo modo di approfondire nel corso dello studio, in particolare nel finale.

    Si può cominciare a dare un’idea della struttura del seguente lavoro: si partirà da una necessaria contestualizzazione della Tuscia nella vita di Pasolini, di cui si forniranno gli accenni principali anche per aver presente il problema del concetto di patria nella sua vita/opera, per poi passare a una sintesi dei lavori del periodo viterbese e su Viterbo, transitando sopra un generico discorso sul cinema del bolognese e dunque sul ruolo della Tuscia al suo interno, per concludere in ultimo con il resoconto del rapporto con Chia, con Orte e con l’Università della terra presa in esame.

    Sarà necessario, nel capitolo in merito all’Università della Tuscia, aprire una breve parentesi sulla storia recente di quest’ultima, per comprendere la reale incidenza dello scrittore e il momento istituzionale in cui la sua operazione si venne a collocare.

    Come è evidente, i capitoli a cui si riserverà un focus particolare saranno proprio quelli sull’Università e su Chia; sarà decisiva anche la contestualizzazione letteraria della Tuscia, fattore mai considerato prima da alcuno studioso.


    [1] Si rende necessario, visto l’approfondimento del tema, soffermarsi sul termine Tuscia: questo, riprendendo il latino, sta a indicare il territorio abitato anticamente dai tusci, ovvero dagli etruschi; si tratta di un plurale del latino tuscus, derivato da etruscus. È talvolta considerato sinonimo di Etruria. Oggi corrisponde perlopiù alla provincia di Viterbo.

    [2] In questo caso, inteso per estensione come zona periferica estesa intorno a una città.

    [3] L. Martellini, Pier Paolo Pasolini: introduzione e guida allo studio dell’opera pasoliniana, Le Monnier, Firenze, 1984, p.102

    [4] S. Cappelli, Pier Paolo Pasolini: dalla torre di Chia all’Università di Viterbo, Vecchiarelli, Roma, 2004

    [5] E. Siciliano, Vita di Pasolini, Mondadori, Milano, 1978

    [6] Una scoperta che ha avuto inizio con l’incontro del Fosso Castello, fiume nei pressi di Chia, avvenuto nel 1964 durante la ricerca di scenari adatti alle riprese de Il Vangelo Secondo Matteo, di cui Pier Paolo Pasolini fu regista.

    [7] Rudere di un antico castello acquistato da Pier Paolo Pasolini nel 1970.

    [8] Espressione utilizzata dallo stesso Pier Paolo Pasolini nel corso di un documentario girato a Orte di cui fu regista.

    II. VITA E CONTESTUALIZZAZIONE DELLA TUSCIA

    Collocare la "terra degli etruschi [1] " nella vita di Pasolini implica la necessità di far riferimento a una più ampia visione di tutta la di lui esistenza, sottolineandone, tra l’altro, luoghi e spostamenti utili a comprendere al meglio in quale dimensione, in quale particolare momento la scoperta del territorio si sia venuta a collocare. Si rende pertanto assolutamente necessario dare anche qualche notizia sulla fase che precede tale scoperta.

    Piuttosto che cominciare parlando della nascita, appare più consono suggerire una data di riferimento, che possa funzionare da spartiacque e da punto di riferimento, come già anticipato nelle precedenti note [2] : il 1964.

    Pasolini certo già conosceva Viterbo e il suo territorio in precedenza, ma da quel momento in poi ebbe inizio quel processo di adozione all’inverso di cui si parlava nella prefazione; è l’anno in cui il regista, per scegliere gli scenari da utilizzare nel suo film Il Vangelo Secondo Matteo [3] , si trovò a contatto con i dintorni del fiume Fosso Castello [4] , dunque con la meravigliosa selva circostante e la sua futura casa/studio, la Torre di Chia:

    Ma quando e come è avvenuto l’incontro tra Pasolini e Chia? Il primo incontro avvenne in occasione delle riprese de Il Vangelo Secondo Matteo. Pasolini era stato anche in Palestina per trovare ambienti adatti, ma ne era tornato insoddisfatto, tanto da decidere di girare l’intera pellicola in Italia. […] Stando un giorno a Viterbo, gli fu proposta una ricognizione delle campagne circostanti: Pasolini notò il Fosso del Casale [5] , che scende a valle tra Chia e Bomarzo. […] Pasolini trovò il posto fascinoso e vi girò la scena del battesimo di Cristo nel Giordano. Cominciò così la sua frequentazione della zona con l’acquisto, nel 1970, della Torre e la sua ristrutturazione. [6]

    Il momento di questo primo incontro tra il poeta e la terra etrusca è raccontato anche dal testimone diretto Nico Naldini nella rivista Firenze Architettura, la quale si è occupata della ristrutturazione del Castello di Colle Casale:

    Orte ha una forma speciale, perfetta, con intorno la campagna rimasta intatta. Pier Paolo l’ha percorsa attratto da un’alta torre che sembra alzarsi solitaria. Avvicinandosi la scopre far parte di un’antica cinta muraria che racchiude un vasto spazio interno con numerosi ruderi. L’insieme è denominato Torre di Chia. […] Non ricordo bene ma credo che il desiderio di acquistare questo luogo si sia realizzato come una passione improvvisa con quelle torri e cinte murarie che ricollocano la vita nel senso della sicurezza. Mentre la torre più alta e lo spazio attorno a essa sarebbero rimasti intatti, il rudere, forse un antico corpo di guardia avrebbe avuto due aggiunte con modernissime enormi vetrate. Due ali che avrebbero racchiuso uno spazio più segreto che Pasolini aveva destinato al seppellimento del suo corpo […]. [7]

    Da questo momento in poi, un po’ per la volontà di acquistare quest’ultimo edificio, un po’ per la scoperta continua in zona di set adatti alle sue pellicole, il rapporto si fece sempre più stretto fino ad arrivare agli ultimi anni di vita, nei quali la Tuscia divenne l’appoggio principale.

    Una sintesi significativa di questo rapporto prova a farla l’esperto locale Antonello Ricci, professore e studioso dell’opera del bolognese:

    Pier Paolo Pasolini e la Tuscia viterbese (ma sarebbe meglio dire: nella Tuscia viterbese). Un rapporto intenso, nato nella scelta di alcune location utilizzate nei suoi film […], culminate poi nell’acquisto, intorno ai primi anni Settanta, della torre medievale di Chia, dove si ritirava nei fine settimana e dove scrisse Petrolio, poi pubblicato postumo da Einaudi. [8]

    Da ciò ne conseguì poi una presenza del Pasolini anche nel capoluogo stesso:

    In questo stesso periodo degli anni Sessanta Pier Paolo Pasolini, l’attore Franco Interlenghi e lo scenografo Piero Gherardi erano spesso a Viterbo, come mi riferì il compianto Pietro Fanelli ex direttore del Cinema Teatro Genio, per assistere a qualche film o per visionare il loro girato senza sonoro. [9]

    Pasolini nacque a Bologna il 5 marzo 1922. Durante i suoi primi anni di vita, la famiglia lo costrinse a trasferirsi in varie città, per seguire le esigenze professionali del padre Carlo Alberto [10] , il quale proveniva da un ramo cadetto di un’antica famiglia di Ravenna e aveva dissipato nel gioco i pochi beni ereditati [11] .

    I luoghi del futuro poeta in questa fase di infanzia/adolescenza sono molteplici: Parma, Belluno, Conegliano, Cremona, Bologna, ecc.

    Continuò con i vari spostamenti tra località del Nord-Italia almeno fino al 1947 [12] , data in cui ritorna ad abitare a Casarsa, ma la svolta si registra quando nel 1950, insieme alla madre, decide di fuggire verso Roma, come in un romanzo [13] .

    Questo passaggio è per il nostro studio fondamentale poiché, senza di esso, il genio bolognese non avrebbe mai approfondito la conoscenza della Tuscia. È anche un passaggio che viene puntualizzato da Siciliano come di svolta etico-morale:

    Infanzia, periodo eroico della vita: Pasolini dice d’averla rimpianta per trent’anni, disperatamente. Forse fu l’arrivo a Roma che gliela cancellò dall’immaginazione. [14]

    Nel 1954 cominciarono le sue esperienze in campo cinematografico, grazie alla prima collaborazione per una sceneggiatura. Lo stesso anno uscì la sua raccolta di poesie La meglio gioventù, la quale avremo modo di approfondire poiché, nella sua seconda versione ( La nuova gioventù [15] ) la terra viterbese divenne protagonista. L’anno successivo con Garzanti diede alle stampe Ragazzi di vita [16] , il primo dei due romanzi (il secondo, Una vita violenta, esce nel 1959) che descrivono la vita nei sottoborghi di Roma. Uscì nel 1957 anche Le Ceneri di Gramsci, che ritroveremo ancora più avanti perché scopriremo essere collegato in qualche particolare alla Tuscia.

    In questo periodo cominciò a spostarsi di più: i luoghi della sua vita si moltiplicarono, vedendo aggiungersi nella collezione anche paesi di mondi lontani, africani e asiatici, come l’India, il Kenya, lo Zanzibar, l’Egitto, il Sudan, il Ghana, la Guinea e lo Yemen [17] , protagonista di un documentario [18] che lo unisce nel proprio tema portante a Orte. Ma anche questo si approfondirà negli ultimi capitoli.

    Conosciuta, come anticipato, la Tuscia con i dintorni di Chia nel 1964, e girato gran parte di Uccellacci e Uccellini [19] a Tuscania, si aprì la fase cinematografica più acuta del Pasolini: dal 1964 alla sua morte, pubblicò infatti circa 10 film totalmente compiuti [20] , più vari documentari e progetti non andati in porto.

    L’ultimo, Salò, venne girato nel 1975, anno in cui morì assassinato, cinquantatreenne, in circostanze mai del tutto chiarite [21] .

    È proprio dalla scomparsa dello scrittore che parte il racconto sulla vita di Enzo Siciliano [22] , amico che soffrì in prima persona l’avvenimento dandogli anche una connotazione personale, come si può vedere proprio da ciò che scrive nell’opera appena citata:

    […] L’emozione per l’uccisione di Pasolini fu enorme: e l’idea che egli fosse stato ucciso in un agguato politico si diffuse subito presso moltissimi. Lui il polemista, pubblico accusatore del Potere, del regime trentennale che governava l’Italia, veniva liquidato, messo violentemente a tacere, e a tacere nel modo più sofisticato e screditante: su un campetto di calcio, periferia romana, per mano d’un ragazzo di vita cui voleva «fare il culo». [23]

    Lo stesso Siciliano, forse per averlo conosciuto direttamente insieme ai suoi parenti, ci dà un ritratto più intimo e personale della vita di Pasolini, certo condizionato dalla memoria personale. Così sottolinea come la religiosità ritualistica sparì dal giovane scrittore a soli 14 anni, come fosse oltre che poeta amante del disegno e dell’abbigliamento [24] ; racconta le prime amicizie letterarie, strette al termine del liceo, e le passioni poco note come quella per gli scii [25] .

    È fondamentale, per parlare di Tuscia e dunque di luoghi nella vita del regista, capire inoltre

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