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A piedi scalzi nel kibbutz: Dalla Siria a Israele all’Italia: vita singolare di un’ebrea siriana diventatata psicologa
A piedi scalzi nel kibbutz: Dalla Siria a Israele all’Italia: vita singolare di un’ebrea siriana diventatata psicologa
A piedi scalzi nel kibbutz: Dalla Siria a Israele all’Italia: vita singolare di un’ebrea siriana diventatata psicologa
E-book153 pagine2 ore

A piedi scalzi nel kibbutz: Dalla Siria a Israele all’Italia: vita singolare di un’ebrea siriana diventatata psicologa

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Info su questo ebook

Masal è una giovane ebrea siriana che, sradicata dalla madre e dall'infanzia, peregrina per il Medio Oriente fino ad arrivare in Israele nell'immediato dopoguerra. Da lì, dopo aver trascorso in un kibbutz adolescenza e giovinezza, si trasferisce in italia dove diventa psicologa e si occupa di "bambini difficili". La storia di una vita che ha conosciuto le più profonde ferite inferte all'uomo negli ultimi decenni in una commovente autobiografia densa di significato.
LinguaItaliano
Data di uscita30 ott 2013
ISBN9788898475698
A piedi scalzi nel kibbutz: Dalla Siria a Israele all’Italia: vita singolare di un’ebrea siriana diventatata psicologa
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Autore

Masal Pas Bagdadi

Masal Pas Bagdadi è nata a Damasco nel 1938. A soli cinque anni fugge dalla Siria per le persecuzioni antisemite ed entra illegalmente in Palestina. Cresce in un kibbutz in Israele, dove impara a diventare una persona adulta, quindi si trasferisce in Italia. Psicoterapeuta e scrittrice, ha pubblicato molti saggi di psicopedagogia per genitori e educatori. Con Bompiani sono usciti le autobiografie A piedi scalzi nel Kibbutz (2003) e Mamma Miriam (2013). Dal libro Chi sono io?, edito da Franco Angeli (2006), sono nati il programma televisivo andato in onda sul canale Sky 137 e l’associazione Onlus che promuove iniziative sulla creatività nell’infanzia, di cui Masal è presidente. MASAL Pas Bagdadi was born in Damascus in 1938. At the age of five, when the anti-Semitic climate had reached alarming levels, she was illegally smuggled into Palestine. Although she was eventually reunited with her family, Masal grew up in a Kibbutz in Israel. She later moved to Italy where she now practices psychotherapy full time and writes a popular series for parents and teachers on child psychology. Bompiani published her memoirs: Barefoot in a Kibbutz (A Piedi Scalzi nel Kibbutz) in 2003 and Mother Miriam (Mamma Miriam) in 2013. Her book Who Am I?, illustrated with children’s drawings and published by Franco Angeli (2006), became a television series produced by Sky and an exhibition in Roma and Milan. Masal is the President of a non-profit association that promotes infantile creativity.

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    Anteprima del libro

    A piedi scalzi nel kibbutz - Masal Pas Bagdadi

    I

    Haret il Yeud

    Sono nata nel ghetto di Damasco, in Siria, nel giorno di Tisha be-av, tempo di digiuno, di pianto e di lutto per il popolo ebraico che in quella data ricorda la distruzione del Beth ha-mikdash, il Tempio di Gerusalemme, compiuta dalle legioni romane del futuro imperatore Tito. Secondo il credo popolare, sarà proprio quello il giorno in cui avverrà la speranza millenaria del nostro popolo e arriverà il Messia.

    Le emozioni che segnano tale ricorrenza, il lutto e la speranza, sono profondamente impresse nella mia personalità che da sempre rivela una sorta di doppia natura, motivo per cui vivo fino in fondo dolori e tristezze, gioie e felicità.

    Da piccola ero allegra e sorridente e attiravo la benevolenza degli altri, familiari o estranei che fossero, ma allo stesso tempo piangevo con una tale facilità che mia madre mi aveva soprannominata eikhah, colei che piange, alludendo alla mia data di nascita e al legame con il libro di Eikhah, scritto dal profeta Geremia per esprimere il suo strazio dopo la distruzione del Tempio.

    Il quartiere di Damasco in cui sono nata si chiamava Haret il Yeud, la strada degli ebrei, da quando, sul finire dell’Ottocento, questi ultimi furono costretti a trasferirsi in una zona periferica della città, staccandosi bruscamente dalle loro antiche abitudini. In Siria, fino ad allora, la convivenza secolare tra arabi ed ebrei era stata piuttosto civile, anche se non erano mancati momenti difficili ed episodi crudeli, segnali di un antisemitismo assai radicato che il propagarsi del nazionalismo arabo riprendeva a infiammare, provocando aggressioni via via più frequenti e violente. Intorno agli anni Venti, il fanatismo scatenò un odio antiebraico feroce, così, nel giro di pochi anni, gli ebrei siriani vennero spogliati di gran parte dei loro beni, costretti ad abbandonare case e fiorenti attività commerciali, ritrovandosi sempre più poveri e isolati.

    Haret il Yeud era dunque un ghetto, relegato ai margini della città e circondato da quartieri arabi altrettanto poveri, i cui abitanti sfogavano contro i discendenti di David la rabbia della loro miseria, abbandonandosi a una violenza primitiva. Se nei primi anni del Novecento le incursioni erano episodi sporadici, con il passare del tempo divennero frequenti e sanguinose, veri e propri pogrom che costringevano la nostra comunità a vivere nel terrore, in uno spazio chiuso, separato dal resto della città, anche se non vi erano né mura né porte a circoscrivere il quartiere. La vita, soprattutto per le donne e i bambini, si svolgeva all’interno di questo universo, salvo rare eccezioni. Per me, la piccola Tune – ero stata chiamata così, con lo stesso nome di una zia, morta di parto –, il mondo fuori dal ghetto appariva lontano e irreale come una fiaba, anche se potevo scorgerlo al di là della strada: guardavo passare il tramvai, sul quale non sarei mai salita, osservavo gli uomini seduti nei caffè intenti a giocare a sheish besh – una specie di dama –, seguivo con gli occhi i miei coetanei arabi che correvano liberi sui marciapiedi. La mia esistenza, invece, era limitata al quartiere, tra i membri della comunità, in un ambiente compatto e rassicurante, dove si seguivano scrupolosamente i precetti dell’ebraismo: tutti erano religiosi, tutti mangiavano kasher, tutti osservavano lo shabbat, il sabato ebraico.

    Le strade erano in terra battuta, con case piccole, basse, fatte di argilla e mattoni. Noi abitavamo in un edificio che nel passato doveva essere stato utilizzato come stalla o come magazzino: un grande cortile, lastricato di pietra, sul quale si aprivano più di dieci stanzoni e, nell’angolo più nascosto, un unico gabinetto, stretto e scuro, che consisteva in un buco scavato per terra, chiuso da una sgangherata porta di legno che cigolava sui cardini con un rumore stridulo e spaventoso: era il terrore dei bambini che temevano di esservi rinchiusi in punizione. Quel luogo buio, dove si diceva che si moltiplicassero i topi, era davvero quanto di più terribile si potesse immaginare e io stessa, impaurita, mi tenevo il più possibile lontana dai guai e da quel posto.

    Ogni stanzone ospitava un’intera famiglia, ma la vita si svolgeva soprattutto all’aperto, intorno alla piccola fontana collocata al centro del cortile. Quest’ultimo brulicava di persone sempre in movimento ed echeggiava di un continuo vociare di grandi e piccoli, un’ininterrotta colonna sonora che orchestrava liti, chiacchiere e scherzi. Le donne animavano quella variegata esistenza, lavando e stendendo il bucato, cucinando su piccoli fornelli a petrolio, cucendo e riparando i pochi abiti che possedevano. Anche la sarta Rivcha, una giovane donna con i capelli neri e ricci, lavorava all’aperto, cantando malinconiche melodie ebraiche che riempivano l’aria insieme all’odore del carbone con cui alimentava il suo ferro da stiro.

    La casa dove abitavo con i miei era formata da un’unica stanza, divisa in due da un gradino di dislivello sul pavimento. Nella parte rialzata era stato sistemato un baule e, appoggiati a una parete, l’uno sull’altro, i materassi e i tappeti che di sera venivano stesi a terra per dormire. Nella zona più bassa c’era l’unico vero mobile in nostro possesso: un grande armadio con lo specchio. Quello specchio mi permetteva di giocare con la mia immagine. Talvolta, facendo finta di dormire, lo fissavo per spiare i grandi, cercando di carpirne i segreti.

    All’epoca il mio nucleo familiare era composto da cinque figli, oltre a mia madre e a mio padre: Noemi era la maggiore, e si prendeva cura di me con particolare tenerezza, poi venivano Moshe ed Eli, i miei fratelli grandi, molto uniti tra loro e protettivi con noi piccoli, poi ancora Shifra e infine io. Avevo quattro anni quando nacque mio fratello, Rafi, e più tardi, dopo che la famiglia si trasferì in Israele, arrivò l’ultima figlia, Simi.

    La nascita di Rafi turbò la mia infanzia, imprimendosi nella mia mente in ogni particolare. Una mattina, all’improvviso, mi cacciarono fuori dal cortile, in strada, perché non fossi d’impiccio. Le donne trafficavano, l’acqua fu messa a bollire sul fuoco e Noemi uscì di corsa per andare a chiamare la levatrice. Verso mezzogiorno sentii mia madre urlare; io mi attaccai alle sbarre della finestra e cominciai anch’io a gridare, chiamandola con tutte le mie forze. Ero arrabbiata e disperata allo stesso tempo, finché mi giunse il pianto di un neonato. Di lì a poco qualcuno si ricordò di me, mi prese in braccio e mi portò in casa, annunciandomi che avevo un nuovo fratello. Quando mi fu mostrato, sollevando un lembo delle fasce che lo coprivano con la delicatezza che accompagna una rivelazione preziosa, osservai bene il suo viso e ogni mio timore si dileguò, in un istante.

    A poca distanza da noi abitavano i nonni materni che completavano il nostro nucleo familiare. Il nonno Mussa era alto, con gli occhi chiari, la bocca carnosa e un bel naso semitico che dava forza al suo viso incorniciato dalla barba e dai peot, i lunghi riccioli delle tempie. Aveva sempre il capo coperto da una kipah, un piccolo copricapo, per rispetto e timore di Dio, ed era la vera guida della famiglia, un solido punto di riferimento per tutti noi, bambini e adulti. Le vicende dolorose della vita non avevano inasprito la sua anima, ma piuttosto ne avevano rafforzato il fascino e la saggezza, tanto che veniva chiamato Rabbi Mussa.

    Come molti ebrei siriani che avevano presagito l’avvicinarsi della catastrofe, il nonno aveva tentato la via dell’emigrazione e nel 1905 era partito per l’Argentina, raggiungendo i suoi fratelli che si erano già stabiliti in quel paese. Ma, una volta tornato a Damasco per radunare la famiglia e portarla con sé in Sud America, aveva trovato una situazione drammatica: durante il lungo periodo di assenza, la figlia maggiore era morta e sua moglie era diventata cieca, per il pianto ininterrotto, si diceva.

    Rabbi Mussa, con la disperazione nel cuore, tentò in ogni modo di curare la nonna: l’oro portato dal Sud America, che doveva servire per pagare le spese del viaggio di ritorno, fu speso tra medici, guaritori e personaggi di ogni risma, chiunque promettesse di poterle rendere la vista. I nonni, perseguitati dal destino avverso, poco dopo persero anche la secondogenita, quella zia Tune, morta di parto, dalla quale io avrei ereditato il nome. Era rimasta loro soltanto la figlia più piccola, Miriam, mia madre, e quando ebbe diciassette anni la diedero in sposa a un giovane ebreo di Baghdad.

    A proposito di quel matrimonio, sentii più volte raccontare una storia incredibile, mormorata sottovoce dagli adulti. Nella mia fantasia risuonava come una leggenda, fuori dal tempo e dalla vita reale. Ancora giovanissima e molto bella, Miriam era stata rapita da un giovane arabo, follemente innamorato di lei. I genitori, disperati, l’avevano cercata per giorni, in ogni luogo. Erano riusciti a trovarla solo dopo molti sforzi e infine, dopo una lunga trattativa con i rapitori, l’avevano riscattata in cambio di un’ingente somma di denaro. Quando finalmente tornò a casa, si ritenne opportuno cercarle al più presto un marito che fosse disposto a sposare una ragazza non più innocente. Il caso volle che in quel periodo si aggirasse per il ghetto uno straniero, proveniente da Baghdad, ebreo a tutti gli effetti, il quale, in cambio di una dote, accettò di prendere Miriam in moglie.

    Mio padre era un uomo forte, impulsivo, sempre abbigliato alla araba con la lunga tunica a righe e il fez, il tipico copricapo rosso. Era poco religioso, non molto ben integrato nella comunità ebraica siriana e anche con il passare degli anni continuò a essere considerato uno straniero. A differenza degli altri ebrei di Damasco, frequentava i locali degli arabi, bevendo caffè insieme a loro, giocando a sheish besh e trastullando tra le dita una collana di perle d’ambra. In casa era piuttosto burbero, ma io riuscivo ugualmente a raddolcirlo ed ero l’unica che aveva l’ardire di saltargli sulle ginocchia, ricevendone in cambio il raro dono di qualche carezza.

    Qualunque fosse l’intricata vicenda che portò alle nozze dei miei genitori, resta il fatto che fu il nonno a mantenere sempre, con amore e con intelligenza, il ruolo di fulcro della nostra famiglia provvedendo anche, con il suo piccolo commercio di stoffe, al nostro mantenimento.

    Nel piccolo mondo dell’Haret il Yeud la mia vita era felice: mi sentivo protetta da mia madre, da mia sorella maggiore e dall’intera comunità. Mingherlina, ricciuta, fantasiosa, con occhioni grandi e larghi sorrisi che illuminavano il viso spruzzato di lentiggini, riuscivo facilmente a rendermi simpatica. Trascorrevo lunghe ore all’aperto, assorta in giochi che facevo da sola o in compagnia dei miei amichetti. Spesso i bambini più grandi tracciavano sulle pietre del cortile alcune righe e poi saltavano, dentro e fuori da quelle linee, stando attenti a non calpestarle e permettendo talvolta anche a noi piccoli di partecipare: lo chiamavamo il gioco del cielo. Non era il solo. Per prenderci in giro, qualcuno ci aveva raccontato che sfregando i noccioli dei datteri sulla pietra era possibile renderli morbidi come gomme da masticare; così noi, molto ingenui ma assai desiderosi di avere dei chewing gum, trascorrevamo intere giornate a strofinare quei semi sul selciato del cortile. Tutti i nostri giochi erano così, semplici, inventati dal nulla, perché i giocattoli veri e propri ci erano sconosciuti e nessuno di noi ne possedeva alcuno, se si esclude qualche bambolina di stracci o qualche palla di pezza, cucite con affetto dalle nostre mamme.

    Ogni mercoledì mia madre si alzava all’alba per accendere il fuoco sotto un

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