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Biografia non autorizzata di Benito Mussolini: I segreti del regime fascista dall’ascesa alla morte del Duce

Biografia non autorizzata di Benito Mussolini: I segreti del regime fascista dall’ascesa alla morte del Duce

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Biografia non autorizzata di Benito Mussolini: I segreti del regime fascista dall’ascesa alla morte del Duce

valutazioni:
5/5 (1 valutazione)
Lunghezza:
900 pagine
12 ore
Editore:
Pubblicato:
10 nov 2021
ISBN:
9788833802497
Formato:
Libro

Descrizione

Biografia non autorizzata di Benito Mussolini – La nuova scottante inchiesta del saggista bestseller che ha venduto oltre 200.000 copie in Italia

La prima inedita ricostruzione storica del duce scevra dalla retorica antifascista e dalla mitizzazione delle destre.

Una nuova inchiesta basata sui documenti declassificati più recenti in grado di capovolgere tutto ciò che è stato scritto finora sulla marcia su Roma, sul delitto Matteotti, l’instaurazione della dittatura, l’alleanza con Hitler, la decisione di entrare nel conflitto mondiale, i patti segreti con Londra, il tradimento del 25 aprile, la fuga del re, la liberazione dal Gran Sasso e l’esecuzione senza processo.

Con la sua morte, infatti, Mussolini si è portato nella tomba i segreti di un pericoloso doppio gioco che le potenze vincitrici hanno insabbiato per fare dell’Italia post bellica un protettorato britannico e una colonia militare USA.

Con questo libro scoprirai:
  • i veri mandanti del delitto Matteotti
  • perché Mussolini entrò in guerra e quali accordi segreti aveva con Gran Bretagna e Francia
  • perché la fucilazione di Villa Belmonte fu una messinscena
E ancora:
  • quale sarebbe stato il destino dell’Italia se Mussolini avesse parlato in un processo
Editore:
Pubblicato:
10 nov 2021
ISBN:
9788833802497
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Biografia non autorizzata di Benito Mussolini - Marco Pizzuti

Introduzione

Dopo quasi un secolo dalla conclusione dell’ultimo conflitto mondiale, il contesto sociale in cui venne scritta la storia di Benito Mussolini è profondamente mutato e il suo operato, quanto le vicende che portarono alla sua uccisione, possono ora essere finalmente ricostruite nella loro oggettività storica (nel bene e nel male) senza i filtri e le storture che hanno caratterizzato la propaganda postbellica. Dall’insieme delle testimonianze e dei documenti declassificati nel corso di molti decenni d’inchieste fino alle rivelazioni più recenti, emerge infatti un personaggio ben diverso da quello descritto nella ricostruzione storica del 1945. Tutti sanno ad esempio che Mussolini impose la dittatura del regime fascista con la forza, che trascinò l’Italia in un lungo conflitto a cui era impreparata e che fu anche il diretto responsabile della promulgazione delle ignobili leggi razziali del 1938 ma, dietro la sua sbrigativa e sommaria eliminazione senza processo, si celano ancora i reali motivi delle sue decisioni più tragiche. Si tratta di segreti in grado di far luce sull’alleanza di facciata con la Germania, sui famosi carteggi Churchill Mussolini, sull’apparente assurdità della strategia bellica italiana allo scoppio delle ostilità, sul presunto tradimento di Ciano e sul vero mandante del processo di Verona, svoltosi quando il duce liberato ormai era un prigioniero di Hitler costretto a mantenere in piedi lo Stato fantoccio della

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sotto la minaccia di distruggere l’Italia.

La versione dei fatti narrata nei testi scolastici con il piglio delle verità assolute costituisce la base degli equilibri geopolitici mondiali delineatesi con la sconfitta militare dell’asse, ma se lo esaminiamo a fondo scopriamo che si fonda su depistaggi, censure di Stato e insabbiamenti utilizzati ancora oggi dalle potenze straniere per fare di Mussolini l’unico capro espiatorio dell’entrata in guerra dell’Italia e dell’avvento del suo regime.

I referti autoptici e i nuovi studi sull’autopsia sul corpo di Mussolini dimostrano ad esempio che non può essere stato il colonnello Valerio a ucciderlo davanti al cancello di Villa Belmonte di Giulino di Mezzegra (i vestiti non presentavano tutti i fori d’entrata dei proiettili rinvenuti sul corpo) poiché in realtà venne assassinato alle prime ore dell’alba quando era ancora in canottiera e mentre Walter Audisio era a Milano. La messinscena di Villa Belmonte servì a coprire l’ingerenza dei servizi segreti britannici in un delitto che doveva essere fatto apparire come un regolamento di conti interno tra comunisti e fascisti italiani. Inoltre, secondo quanto emerso da numerosi indizi, Claretta prima venne violentata e poi uccisa con una mitragliata alla schiena affinché non potesse riferire ciò di cui era venuta a conoscenza (era insieme al duce quando venne catturato e ucciso). Il suo cadavere, infatti, era privo di mutandine e non fu mai ordinata l’autopsia con l’evidente scopo di non far emergere verità imbarazzanti sul comportamento dei suoi carcerieri.

Mussolini credette fino all’ultimo momento di poter trattare con Churchill, ricattandolo con documenti molto compromettenti che avrebbero ribaltato la posizione del duce e dell’Italia rispetto alla responsabilità della guerra, ma il suo carteggio è stato recuperato e distrutto dagli uomini dei servizi britannici prima che potessero divenire di dominio pubblico. Le prove che dimostrano l’esistenza di quei documenti esplosivi sono state negate con forza dalla maggior parte degli storici e da alcuni processi farsa ma, come ammesso da numerosi testimoni autorevoli e persino dal più grande studioso del fascismo Renzo de Felice nei suoi ultimi scritti, i famosi carteggi tra Churchill e Mussolini non furono affatto una leggenda.

È stato inoltre accertato che, nel 1917, Mussolini ricevette denaro dai servizi segreti britannici per reprimere il dissenso contro la guerra e che, almeno fino alla marcia su Roma, la sua ascesa politica fu fortemente sostenuta dalla massoneria insieme a buona parte della comunità ebraica.

Anche re Vittorio Emanuele III di Savoia fu favorevole a fornirgli il suo appoggio per porre un freno alle violente agitazioni popolari organizzate dai leader comunisti che in Russia erano degenerate nella rivoluzione bolscevica con l’uccisione dello zar e dell’intera famiglia dei Romanov.

Una volta assunto il potere, Mussolini riuscì a conquistare la fiducia delle masse ristabilendo l’ordine sociale e finanziando la realizzazione di imponenti opere pubbliche che furono sapientemente reclamizzate dalla propaganda ma anche di effettivo impulso per la modernizzazione del Paese.

In politica estera, prima di compiere il madornale errore di allearsi con la Germania, si era comportato da brillante statista e da abile mediatore tra le nazioni in conflitto, arrivando persino a schierare quattro divisioni dell’esercito al Brennero per contenere (almeno temporaneamente) le mire espansionistiche di Adolf Hitler sull’Austria.

Mussolini, insomma, non fu mai realmente filo-tedesco perché temeva Hitler e aveva ottimi motivi di Stato per venire a patti con il suo amico Churchill (nonostante sia stato censurato dalla sua biografia ufficiale, il premier britannico era un ammiratore di Mussolini). Per questa ragione, Mussolini decise di schierarsi militarmente a fianco della macchina bellica nazista solo quando Francia e Gran Bretagna apparivano già irrimediabilmente sconfitte (dopo la battaglia di Dunkerque con l’intero corpo d’armata alleato in rotta), in procinto di arrendersi e nell’impossibilità di difendere l’Italia da un’invasione tedesca. In quei giorni al cardiopalma, si trovò con le spalle al muro in quanto perfettamente conscio di dover prendere una drastica decisione altrimenti Hitler non avrebbe tollerato ulteriormente una prolungata non belligeranza dell’Italia (Mussolini temeva addirittura che, con il pretesto di riunire al Terzo Reich la minoranza di lingua tedesca del Trentino, avrebbe attaccato l’Italia).

I più recenti documenti declassificati degli archivi di Londra e alcune autorevoli testimonianze hanno rivelato che, prima dell’entrata in guerra dell’Italia, Mussolini aveva effettivamente avviato trattative segrete con Francia e Gran Bretagna per sedere al tavolo dei negoziati di pace a fianco della Germania e ridimensionare le richieste di Hitler in cambio di concessioni in Africa e nel Mediterraneo.

Persino durante la guerra, Mussolini tenne sempre aperto un tavolo di trattative con Churchill perché temeva che, anche in caso di vittoria dell’asse, la debole alleata italiana avrebbe finito per diventare un protettorato di Berlino. Nel tentativo di evitarlo, cercò di stringere una serie di accordi con gli alleati che comprendevano la vendita di armi da usare contro la Germania.

Sui libri di testo di ogni ordine e grado però non vi è alcuna menzione di tali trattative top secret né tantomeno di altre vicende che riguardano la vera storia di Mussolini, del fascismo e di tutta Italia. Questi fatti che normalmente vengono indicati come misteri, o leggende metropolitane prive di qualsiasi riscontro, qui trovano invece una spiegazione logica fondata su quanto emerso da tutta la documentazione declassificata negli ultimi anni.

Nella seguente biografia, quindi, lo scorrere degli avvenimenti storici si intreccia con le vicende personali di Mussolini (dai finanziamenti della massoneria alla tragedia di suo figlio Benito Albino) per delinearne il profilo psicologico del dittatore e fornire un quadro d’insieme perfettamente coerente dei retroscena rimasti fino a oggi nell’ombra.

1

Il giovane Mussolini

Gli anni della scuola elementare

Benito Mussolini nacque alle 14,45 del 29 luglio 1883 nella Villa San Cassiano di Dovia, frazione del comune di Predappio (provincia di Forlì) da una famiglia di umili origini. Era il primogenito di tre figli, il secondogenito si chiamava Arnaldo e l’ultima nata Edvige¹. Il padre Alessandro svolgeva il mestiere di fabbro ma nello stesso tempo era politicamente impegnato come attivista socialista anticlericale. La madre Rosa Maltoni invece era una cattolica devota e insegnava come maestra di scuola elementare.

Benito venne predestinato alla carriera politica direttamente da suo padre che, oltre a convincerlo a sostenere le sue battaglie sociali, lo fece battezzare con il nome Benito Amilcare Andrea in memoria di tre eroi del socialismo: Benito Juárez (leader rivoluzionario messicano), Amilcare Cipriani (patriota italiano e socialista) e Andrea Costa (deputato socialista italiano)².

Sin dalla prima infanzia erano già riconoscibili in lui i tratti caratteriali che lo distinsero in età adulta, quando divenne un energico e incontenibile agitatore politico. Per sua stessa ammissione, infatti, era stato un bambino indomito e rissoso con l’indole per le sfide e le azioni temerarie:

«Ero un bambino puntiglioso e violento. Alcuni dei miei coetanei recano ancora sulla testa i segni delle mie sassate. Nomade d’istinto io me ne andavo dal mattino alla sera lungo il fiume e rubavo nidi e frutti»³.

Non di rado veniva preso di mira dai compagni di scuola di Predappio solo perché proveniva da un paese diverso, ma questo fatto gli irrobustì il carattere e gli fece capire anche quanto fosse semplice stringere amicizia dopo una lite:

«Ero solo contro molti; ero spesso battuto, ma mi divertivo con quella universalità di divertimento per cui in tutto il mondo i ragazzi costituiscono delle amicizie attraverso le lotte e arrivano all’affetto scontrandosi. Quale che fosse il mio coraggio il mio corpo ne portava i segni. Nascondevo a mia madre le sbucciature per non farle conoscere un mondo nel quale avevo cominciato a trovare il modo per esprimermi e a cui ritenevo che lei fosse totalmente estranea [...]. Dopo un po’ tutto questo finì. La guerra era terminata e la finta ostilità, una specie di gioco, si perse nel nulla e avevo trovato degli splendidi compagni di scuola della mia età»⁴.

A causa della sua spiccata vivacità, la madre dovette persino desistere dall’accompagnarlo in chiesa perché dopo essere stato fermo solo per qualche minuto iniziava subito a tirare le sottane delle donne vicine o a disturbare i ragazzi della dottrina⁵. Il padre Alessandro, vedendolo così discolo e poco propenso allo studio, ricorse a diversi stratagemmi per cercare di istruirlo e nei primi anni di età lo portò nella sua officina con il pretesto di fargli tirare il mantice (dispositivo che aspira e manda fuori l’aria per attizzare il fuoco) mentre il suo amico maestro Silvio Marani ne approfittava per insegnargli l’alfabeto⁶. A scuola, infatti, non eccelleva affatto e all’età di nove anni ancora frequentava la terza elementare⁷. Per cercare di ammorbidirne le intemperanze e migliorarne il rendimento scolastico, nel settembre del 1892 i genitori lo affidarono alle cure severe dell’Istituto Salesiano di Faenza che a quell’epoca era diretto dal Rev. Don Giovan Battista Rinaldi.

Nonostante la rigida educazione alla disciplina imposta dal corpo docente salesiano, Benito continuò a mostrarsi ribelle e svogliato accumulando raffiche di rimproveri e di castighi che rischiarono di compromettere la sua promozione.

Anche in quarta elementare le punizioni non cessarono di susseguirsi e venne sospeso dall’Istituto per avere colpito un suo compagno con un temperino. Dopo ripetute preghiere dei genitori, il Rettore acconsentì a riaccoglierlo nell’Istituto fino alla fine dell’anno scolastico ma, una volta conseguita la promozione alla quinta elementare, non venne più ammesso a causa della sua pessima condotta⁸. Benito fu così costretto a tornare a Predappio dove il maestro Marani lo preparò con molta pazienza per l’esame di licenza elementare che riuscì a superare a Forlì nel luglio del 1895, solo quando aveva già compiuto i 12 anni⁹.

La Normale di Forlì

Seppur con molti sacrifici, i genitori riuscirono a iscrivere Benito alla prima classe tecnica dell’istituto preparatorio della R. Scuola Normale di Forlì per avviarlo alla rispettabile carriera di insegnante:

«Avevo davanti a me molti anni di studio; diventare un maestro, avere un diploma di insegnante significava sei anni di libri e matite, inchiostro e quaderni. Confesso che non ero molto diligente»¹⁰.

In quel periodo venne alloggiato presso una famiglia del paese in via Sendi n. 2020 e cominciò a trascorrere il tempo tra la scuola, le passeggiate sui colli circostanti e i viaggi settimanali in famiglia. Il suo carattere irascibile e irruento però non lo aveva mai abbandonato e continuò a manifestarsi alla prima occasione. Durante il secondo anno di scuola tecnica, ad esempio, venne alle mani con alcuni suoi coetanei per questioni di gioco e fu nuovamente sospeso dalle lezioni dal prof. Valfredo Carducci, preside dell’Istituto e fratello del celebre poeta. La sua sospensione venne notificata alla famiglia che accorse immediatamente a scusarsi dal preside per farlo riammettere in classe. Grazie ai genitori, Benito poté continuare a frequentare i corsi ma studiò sempre e solo il minimo indispensabile per poter superare gli esami. Per tenerlo maggiormente sotto controllo, i genitori lo iscrissero al convitto Giosuè Carducci annesso alla Scuola Normale di Forlì. Le materie d’insegnamento lo interessavano assai poco mentre la vita comunitaria del convitto lo affascinava perché gli dava modo di osservare e comprendere ciò che lo appassionava maggiormente, la psicologia delle masse:

«Il lato interessante di quegli anni di preparazione per diventare insegnante veniva dall’attenzione che avevo per i problemi di una possibile riforma dell’educazione ed ancor più da un interesse che mi era nato allora e che ho sempre conservato: un interesse intenso per la psicologia di massa, la folla»¹¹.

A causa della sua indole ribelle, con i suoi compagni di scuola amava definirsi un anarchico-individualista e si atteggiava a rivoluzionario mentre trascurava il rendimento scolastico che era sempre ai limiti della sufficienza. Talvolta si assentava dalle lezioni o si rifugiava negli ultimi banchi per leggere i giornali, scarabocchiare o redigere proclami che incominciavano col vocativo imperativo cittadini e finivano quasi sempre con la parola Rivoluzione¹²! In quel periodo si esibiva spesso in discorsi pubblici davanti agli altri membri del convitto finendo per manifestare apertamente una spiccata propensione all’azione. Grazie alla sua capacità oratoria e al suo carisma da leader riuscì sempre a capeggiare le proteste studentesche servendosi di un linguaggio violento e minaccioso¹³. Una mattina, ad esempio, il refettorio del convitto distribuì del pane di qualità scadente e Benito si mise subito a capo di un gruppo di compagni per presentare una formale protesta al Rettore. Con questa sua iniziativa ottenne la promessa che non sarebbe più accaduto un fatto simile, ma successivamente venne nuovamente distribuito del pane rancico e Benito ordinò a tutti gli studenti di uscire dalla sala del refettorio per inscenare una protesta con lo sciopero della fame¹⁴.

Durante tutto il periodo di Carnevale del terzo anno di corso, Mussolini si mise a capo di un’allegra combriccola del convitto che di notte si calava dalle finestre delle stanze da letto con le lenzuola annodate per andare a ballare e rientrare poco prima dell’alba. Nonostante tutte queste vicissitudini con i propri compagni d’Istituto, strinse sempre poche amicizie per via del suo forte carattere dominante che lasciava poco spazio ai legami affettivi.

Nel giugno del 1898, con l’avvicinarsi degli esami di licenza tecnica inferiore, l’insegnante di italiano gli assegnò il tema dal titolo Il tempo è danaro e Benito si presentò poco dopo dal professore con un pezzetto di carta in mano in cui aveva scritto: Il tempo è moneta perciò, avvicinandosi l’esame, vado a casa a studiare la geometria. Non le pare più logico?. La battuta di spirito non piacque affatto al docente, che convocò immediatamente il consiglio dei professori e lo fece sospendere per dieci giorni! In seguito, si svolsero gli esami per il superamento dell’anno scolastico e, nonostante i pessimi voti in condotta, Benito riuscì a superarli¹⁵.

Nello stesso tempo in cui frequentava la Normale di Forlì, Benito iniziò a partecipare alle riunioni socialiste dei comuni limitrofi per dar sfogo al proprio impeto rivoluzionario e nel 1900 si iscrisse al partito socialista italiano¹⁶. L’8 luglio del 1901, dopo un corso di studi irregolare e travagliato, Benito conseguì finalmente la licenza della R. Scuola Normale di Forlì.

Il maestro con il pugno di ferro

Una volta fatto rientro a Predappio ebbe un banale diverbio con un contadino che, per poco, non finì a coltellate. Poi, dopo avere trascorso una breve vacanza sulla riviera romagnola di Cattolica come ospite del suo amico Cesare del Prete, presentò domanda per una cattedra d’insegnamento a Legnano, Castelnuovo Scrivia, Tolentino e Ancona senza ottenere alcuna risposta¹⁷. Si rivolse allora al sindaco di Predappio per chiedere un posto nell’amministrazione del comune, ma gli venne risposto che la sua domanda non poteva essere accolta con la seguente motivazione: «Per le sue peculiari qualità non è adatto a fare l’impiegato»¹⁸.

Il tempo trascorreva invano e il giovane Benito rimasto in attesa di un impiego iniziò a prendere lezioni di violino dal maestro Archimede Montanelli e a studiare latino dal prof. Everardo Avogaro¹⁹. Nel febbraio del 1902, il sindaco del comune rosso di Gualtieri Emilia gli offrì un posto da supplente e Benito lo accettò immediatamente. Come primo impiego, gli vennero affidate la seconda e la terza elementare delle scuole rurali di Pieve di Saliceto che distavano appena due chilometri dal capoluogo. Durante il corso dell’anno scolastico passava la mattina in classe e il pomeriggio a leggere i quotidiani socialisti mentre la sera usciva a ballare o a giocare a carte. La monotonia della vita ordinaria però non sembrava adatta per lui e finì per stringere amicizia con i giovani più scalmanati del luogo per andare a creare scompiglio nelle sagre e nelle sale da ballo²⁰. A causa delle loro scorribande, le liti serali erano diventate così frequenti che Benito aveva preso l’abitudine di portarsi al seguito un pugno di ferro²¹.

Quando era in servizio come insegnante, invece, non trascurava i suoi doveri scolastici e sosteneva le lezioni con la massima diligenza, salvo poi accomiatarsi in fretta dalla scuola e dai colleghi per non doversi mai intrattenere a parlare con loro. Imparò così a convivere con la doppia personalità del maestro integerrimo di giorno e dello spaccone attaccabrighe di notte, ma durante il convegno magistrale di Santa Vittoria pronunciò un duro discorso contro la borghesia che gli costò le proteste dei colleghi e il mancato rinnovo della cattedra d’insegnamento:

«Dovremmo vergognarci di discutere senza avere la visuale esatta del problema. Il fanciullo è, nelle nostre campagne, il prodotto preciso dell’ambiente in cui vive. Pesa sulla sua anima il grave destino della sua famiglia proletaria. Sa, che dovrà sempre dare, dal momento della ragione fino a quello della morte, ad un triplice ordine di istituzioni: il capitale, i capi politici, la vergogna senza nome delle clientele rappresentative. E dopo aver dato, cosa riceve in cambio? Nella totalità dei casi delle vergate sulle mani, quando presenta, lui che abita in una casa più modesta di una stalla, un quaderno macchiato. E oltre a questo regalo indesiderato, cosa gli si dona in ricchezza spirituale per la sua vita di domani? Gli si donano semplicemente simili belle parole: sii fiero di appartenere all’Italia, a questa nazione che, dopo venticinque secoli, ancora illumina il mondo. E non si ha il coraggio di dirgli chiaramente le nostre vergogne che si perpetuano di padre in figlio e in nipote e così via, da parte di una miserabile elite borghese contro la quale non siamo capaci di levare le nostre insegne»²².

Messo di fronte alla preoccupazione di doversi trovare un nuovo impiego e avendo intenzione di evitare il servizio militare, il giovane Benito di appena 19 anni decise di andare a cercare fortuna in Svizzera. Per poter partire chiese e ottenne dal padre il consenso per il rilascio del passaporto e il 9 luglio del 1902 lasciò definitivamente Gualtieri Emilia.

L’arresto e l’espulsione dalla Confederazione Elvetica

Una volta giunto alla stazione ferroviaria di Chiasso, Mussolini iniziò a sfogliare «Il Secolo» e venne a sapere da un articolo di cronaca del giornale che il padre era stato arrestato con l’accusa di effrazione delle urne durante le elezioni di Predappio²³. Ciononostante, decise di non tornare a casa e di proseguire nella ricerca del lavoro in Svizzera. Il primo impiego che trovò fu quello di manovale edile nel piccolo comune di Orbe, ma venne licenziato dopo pochi giorni dal proprietario della ditta. Il 20 luglio seguente si spostò a Losanna e nell’arco di una settimana spese tutto ciò che aveva. Si trovò così costretto a dormire sotto il Grand-Pont cittadino e a chiedere l’elemosina per sopravvivere²⁴. La polizia lo arrestò per vagabondaggio, ma dopo due giorni venne rilasciato e trovò impiego come muratore²⁵. Con l’arrivo del rigido inverno cercò un lavoro al riparo e venne assunto come garzone di una enoteca dove la padrona, per nulla impietosita dal suo appetito da fame, lo accusava di mangiare eccessivamente e di rubare il vino²⁶. Nello stesso tempo, però, Mussolini riprese il suo vivo interesse per la politica e oltre a collaborare con «l’Avvenire del Lavoratore» iniziò anche a frequentare l’università per stranieri per seguire il corso di scienze sociali dove tra una lezione e l’altra, improvvisava dei comizi²⁷. Nessuna di queste attività ebbe lunga durata e dopo un breve soggiorno a Ginevra Mussolini si trasferì a Berna dove subì gli influssi della dottrina sindacalista che si andarono mescolando alle sue idee socialiste insieme alle mai sopite velleità anarchiche giovanili. Nel frattempo le sue doti oratorie non erano passate inosservate ma, proprio la sera in cui doveva tenere il suo discorso in una birreria, i suoi compagni scoprirono una spia del governo e l’accoltellarono. Mussolini allora decise di allontanarsi da una città divenuta troppo pericolosa e iniziò a peregrinare clandestinamente per diverse località della Svizzera e del Nord Italia, stringendo amicizie e contatti con gli intellettuali del socialismo. In tutto questo periodo visse solo di espedienti e di lavoretti saltuari.

Nel maggio del 1903 tornò a Berna per frequentare i circoli rivoluzionari anarchici e venne schedato dalla polizia che gli ordinò di lasciare la città con provvedimento di espulsione in quanto privo di documenti²⁸. Le sue peregrinazioni continuarono fino a Friburgo (Germania) sperando di trovare il fratello Arnaldo che nel frattempo si era spostato a Berna a sua insaputa. Una volta venuto a conoscenza del suo trasferimento e sapendo di non potere più raggiungerlo a causa dell’espulsione, scelse di recarsi nella città di Zurigo dove, secondo alcune fonti, avrebbe conosciuto numerosi leader del socialismo rivoluzionario (Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht, Bebel e Vollmar)²⁹.

Tra le aspirazioni di Mussolini di quel periodo, c’era quella di andare a lavorare a New York come redattore per «Il Proletario» ma, quando seppe che la madre malata e inferma lo stava cercando, decise di raggiungerla³⁰. Dopo averla rivista e passato qualche tempo con lei, tornò in Svizzera tra Lugano e Bellinzona. Per sopravvivere accettò di svolgere qualsiasi genere di mestiere umile, ma avevano tutti breve durata perché l’unico vero interesse di Mussolini era la politica e nel febbraio del 1904 rientrò a Zurigo per partecipare al congresso dei socialisti italiani in Svizzera in qualità di relatore del tema: Situazione del partito socialista italiano³¹. Cercò quindi di partecipare a ogni evento politico di qualche rilevanza muovendosi freneticamente tra le città elvetiche e, nell’aprile del 1904, partecipò alla conferenza di Ginevra di Emilio Vandervelde, il capo del socialismo belga che presentò la figura di Gesù Cristo come liberatore degli schiavi e precursore del socialismo. Mussolini colse l’occasione per attirare l’attenzione su di sé rivolgendo alcune critiche al celebre leader socialista appena terminò la sua dissertazione. Le obiezioni di Mussolini riguardavano il fatto che il Cristo non aveva elaborato una letteratura prolifica come il Budda e che il cristianesimo aveva indebolito lo spirito combattente dei romani favorendo la caduta dell’impero. Vandervelde prima gli diede ragione con la massima calma e poi ironizzò aggiungendo che al Cristo fu impedito di scrivere a 33 anni a causa di un piccolo incidente professionale. Tutti i presenti in sala si lasciarono scappare una risata e Mussolini, rimasto disorientato dalla pungente e sarcastica risposta, non toccò più questo argomento³².

Dopo circa quaranta giorni da questo episodio, Mussolini venne arrestato per essere venuto alle mani con un suo collega di lavoro. Gli inquirenti che esaminarono la sua posizione intendevano emettere un provvedimento di espulsione da tutta la Svizzera ma, grazie al pronto intervento in sua difesa del deputato socialista Wyss, la sua pena venne mitigata con l’espulsione dalla sola città di Ginevra³³.

Da quel momento Mussolini iniziò a essere un personaggio noto e riuscì a rimanere in Svizzera tenendo conferenze e dando lezioni private. I suoi discorsi venivano pronunciati in due lingue diverse e poi pubblicati sul giornale «L’Avvenire» per incitare gli operai alla rivolta. Durante questo frenetico periodo di rodaggio come agitatore e leader politico, si rivolse con toni durissimi nei confronti della borghesia per appoggiare uno sciopero in massa dei muratori:

«Non avremo una rinuncia dettata da motivi altruistici, ma un duello sanguinoso fra le forze della conservazione e quelle del divenire. Una tempesta insurrezionale, episodio preliminare di quella profonda trasformazione della società umana che verrà realizzata con l’avvento del socialismo»³⁴.

La fucina di idee e di aspre lotte politiche in cui venne forgiato il carattere del futuro duce fu senza dubbio la tumultuosa Svizzera dei primi anni del Novecento e, appena Mussolini percepì di avere dei seguaci, si lanciò come un mastino in ogni battaglia sociale possibile per accrescere la propria fama e affinare la propria oratoria. Così, una volta cessato lo sciopero dei manovali, sostenne lo sciopero dei carpentieri aizzando i lavoratori alla ribellione. Terminato anche quest’ultimo, si mise al lavoro per fondare un circolo cooperativo comunista nel cantone di Ginevra e, appena pronto, tornò subito a infiammare le piazze con le rivendicazioni dei lavoratori italiani che avevano indetto un lungo sciopero di un mese a La Chaux de Fonds³⁵.

Le proteste e le agitazioni sindacali iniziarono a creare notevoli problemi di ordine pubblico e il governo elvetico intervenne con il pugno di ferro per porre fine alle contestazioni. Mussolini ormai era divenuto così famoso che, appena fece rientro a Zurigo, venne arrestato ed espulso da tutto il territorio della Confederazione per il suo temperamento aspro e violento³⁶.

Quando venne raggiunto dalla polizia e sottoposto alle misurazioni antropometriche necessarie per la sua schedatura, Mussolini iniziò a inveire contro le forze dell’ordine: «Vi pentirete un giorno di questa indegnità». L’agente medico però gli fece notare che non avrebbe dovuto dispiacersi perché ormai era una celebrità:

«Ma caro signore, lei dovrebbe essere molto contento. Sa che vi sono appena ottanta personalità politiche rivoluzionarie in tutto il mondo, ritenute degne dei nostri archivi»³⁷.

Dall’abiura politica al ritorno in scena

Il Regio decreto del 17 settembre n. 517 del 1904 aveva posto fine alla sua condizione di renitente alla leva e il 3 gennaio del 1905 Mussolini si presentò al distretto militare di Forlì per essere arruolato nel corpo dei Bersaglieri di Verona dove giunse come recluta il seguente 8 gennaio. Appena prese servizio si distinse per il suo ardimento nell’addestramento e nelle gare ginnico-sportive militari, dove eccelleva nel salto in alto³⁸. La sua fama però lo aveva preceduto e tutti avevano imparato a conoscerlo con il soprannome di recluta rossa. Mussolini appariva molto soddisfatto ed entusiasta della nuova esperienza perché, come scrisse più tardi nel suo diario, l’ambiente militare gli diede modo di studiare gli effetti della disciplina sulle masse e di come fosse in grado di trasformare la moltitudine in una cosa sola³⁹.

Poco dopo l’arruolamento nell’esercito morì sua madre Rosa Maltoni e, il 26 febbraio, decise di scrivere quanto segue al Capitano Simonetti, il comandante della compagnia:

«Stimatissimo sig. Capitano, a nome di mio padre, di mia madre, di mio fratello, la ringrazio di cuore e con lei i signori ufficiali e i miei compagni dalle buone espressioni a mio riguardo. Dalle decine di lettere che ho ricevuto in questi giorni, molte passarono al fuoco, perché non ripetevano che le solite banali frasi di convenienza, ma conserverò invece la sua, signor Capitano, fra le più care memorie della mia vita. Ora come lei dice, non mi resta che seguire i consigli di mia madre ed onorarne la memoria compiendo tutti i doveri di soldato e di cittadino. Alle femmine si addicono lunghi gemiti e pianti, agli uomini forti soffrire e morire in silenzio piuttosto che lagrimare; onorare le memorie domestiche e quelle più sacre della Patria, ma è meglio ancora prepararsi onde non essere discendenti ignavi, ad opporre invece valido baluardo di petti qualora i barbari del Nord tentassero di ridurre l’Italia a un’espressione geografica»⁴⁰.

A causa del grave lutto della madre appena quarantottenne, il comando militare gli concesse una licenza di due mesi e con l’occasione presentò domanda al sindaco di Predappio per riprendere il ruolo di professore come supplente, ma la sua domanda non venne accolta dall’Ispettorato Scolastico⁴¹. Successivamente, chiese e ottenne la riduzione del periodo di ferma militare per poter assistere il padre e, il 4 settembre del 1906, venne congedato dopo 21 mesi di servizio nel corpo dei bersaglieri⁴². Tornato alla vita civile, ebbe una breve relazione con una maestra elementare di un paese vicino a Forlì⁴³ e il 15 novembre del 1906 partì di nuovo per Tolmezzo (Friuli-Venezia-Giulia) con la promessa di un posto di lavoro da insegnante.

Quando si mise in viaggio, Mussolini aveva già un nome ingombrante e ben noto alle forze dell’ordine. Il suo arrivo quindi venne preceduto da una lettera del prefetto di Forlì recapitata al prefetto di Udine per segnalare la pericolosità del soggetto come agitatore politico: «Si consiglia di sorvegliare la futura attività politica del socialista rivoluzionario Mussolini»⁴⁴.

Una volta assunto il nuovo impiego da docente nella sede scolastica di Caneva di Tolmezzo, gli venne corrisposta una paga di 55 lire mensili, ma la vita monotona del maestro e la quiete di provincia non erano adatti al suo temperamento. Ciononostante, invece di occuparsi della politica come si aspettava la prefettura, iniziò a condurre uno stile di vita dissoluto da vero guascone caratterizzato da festini, brevi flirt amorosi, esilaranti scherzi goliardici ai paesani, fiumi di vino e l’abitudine di bestemmiare in pubblico che gli costò una denuncia dalle autorità scolastiche⁴⁵.

Il biografo Carlo Lacroix ha così magniloquentemente descritto le sue notti brave di Tolmezzo:

«Lassù ancora ricordano le sue prodezze, le sue stravaganze ed i suoi amori: brutti scherzi giuocati ai semplici, fingendo gli spettri fra le rovine della rocca a forma di panni bianchi; notti passate fra le mura del camposanto declamando versi alle tenebre e ai sepolcri; lunghe corse a capo scoperto sotto la tramontana e improvvise soste sul fiume per vedere la corrente fuggire e lasciarsi frustare dal vento; sfrenate danze, condotte fino al mattino in uno scialacquio di vino e di canti con la bionda gioventù delle donne dalla faccia di latte, piene di forza e di vita, atte ad amare e ad operare»⁴⁶.

Appena terminò l’anno scolastico, le autorità locali si guardarono bene dal riconfermarlo nel suo impiego da maestro e Mussolini fu costretto a tornare a Dovia. Rimasto senza cattedra, si cimentò nello studio della lingua francese per superare l’esame di abilitazione all’insegnamento e, nel novembre del 1907, venne giudicato idoneo con buona votazione dalla commissione dell’Università di Bologna⁴⁷. In questo periodo, il giovane Mussolini era ancora molto indeciso riguardo al tipo di vita da intraprendere per il suo futuro, ovvero se continuare sulla strada incerta e burrascosa del leader politico rivoluzionario oppure se proseguire nella sicura e prestigiosa carriera di docente. Per alcuni mesi, ben consapevole dei rischi a cui andava incontro, sembrò veramente deciso a porre un freno al suo pericoloso temperamento da capopopolo e scelse la via dell’insegnamento. Affermò così di avere radicalmente cambiato idee e cercò di costruirsi una reputazione rispettabile nascondendo il suo violento passato di agitatore politico chiedendo e ottenendo al sindaco di Predappio di intercedere sul Ministro degli Affari Esteri per ottenere la cancellazione della sua schedatura politica presso gli archivi della polizia internazionale⁴⁸:

«Il giovane Benito Mussolini, insegnante elementare, mio amministrato, dimorò qualche tempo fa all’estero (Svizzera), ove per le sue idee alquanto calde ebbe continue noie e molestie dalla polizia internazionale nei cui libri è notato con pochi lieti colori. Rimpatriato compié il servizio militare obbligatorio segnalandosi per capacità, zelo ed ottima condotta, tanto da averne lodi speciali, ed oggi cambiate radicalmente, si può dire, le sue idee di un tempo più verde e meno riflessivo, attende a migliorare la sua condizione cimentandosi in prossime prove col diploma d’insegnante di lingue estere nelle scuole medie. Poiché sarà probabilmente costretto a ritornare all’estero, per perfezionarsi nelle nuove discipline, teme di aver nuove molestie, non solo, ma che siagli siffattamente impedito o vietato il soggiorno da risentirne un non lieve danno materiale e morale. Impensierito di questo egli si è rivolto a me perché vegga se, coll’autorevolissima opera dell’E.V., possa ottenere che l’opinione non buona di lui avuta presso la Polizia Internazionale sia cancellata, si ponga sul passato l’oblio e siagli lasciato libero transito perché possa attendere ai propri affari»⁴⁹.

Di fronte a questa sorta di completa abiura di Mussolini corroborata da una dichiarazione ufficiale di fiducia da parte del sindaco di Predappio, il Ministro degli Esteri rifiutò di richiedere la cancellazione dei reati contro l’ordine pubblico commessi in Svizzera e rispose che, se per il futuro Mussolini avesse tenuto una buona condotta all’estero, non avrebbe più avuto nulla da temere dalle autorità locali⁵⁰.

Dopo questo episodio, Mussolini ottenne un posto per l’insegnamento della lingua francese presso la scuola tecnica privata ligure Ulisse Calvi di Oneglia (provincia di Imperia), ma la polizia locale ancora prima del suo arrivo si recò dal direttore dell’Istituto per chiederne l’immediato licenziamento in quanto schedato come pericoloso socialista rivoluzionario. Il direttore però aveva simpatie socialiste e non ritenne l’attivismo politico di Mussolini un giustificato motivo per il suo licenziamento.

Mussolini, dopo il vano tentativo di cancellare il suo passato, aveva compreso che ormai il suo destino era segnato e quindi riprese l’impegno politico con maggiore passione di prima scrivendo articoli infuocati sul giornale «La Lima» di Lucio Serrati (la stessa persona che lo aveva aiutato a trovare il posto d’insegnamento all’Ulisse Calvi)⁵¹. Peraltro, come ammesso successivamente dallo stesso Mussolini, per lui fu una fortuna non avere potuto proseguire nella carriera d’insegnamento:

«Oggi ringrazio i momenti difficili. Erano più numerosi di quelli belli e felici, ma questi ultimi non mi diedero niente. Le difficoltà della vita mi hanno rafforzato lo spirito. Mi hanno insegnato come vivere. Per me sarebbe stato spaventoso e fatale se nel mio viaggio attraverso gli anni fossi per caso caduto per sempre nelle catene di un comodo impiego burocratico. Come avrei potuto adattarmi a quella esistenza compiaciuta in un mondo pieno d’interessi e orizzonti importanti? Come avrei potuto tollerare l’esitante avanzare delle promozioni, confortato ma anche irritato dal pensiero di una pensione di anzianità alla fine di quel binario morto? Ogni nicchia confortevole mi avrebbe indebolito le energie, queste energie che sono contento che siano state provate da ostacoli e anche da amarezze dell’animo. Si sono formate con la lotta, non con le gioie del cammino»⁵².

Gli scritti di Mussolini di quel periodo erano volti a sostenere una campagna antimilitarista e insurrezionalista dura e intransigente che non ammetteva nessuna possibilità di compromesso:

«Gli interessi del proletariato sono antagonisti a quelli della borghesia. Tra queste due classi nessun accordo è possibile. Una di esse deve sparire. La meno forte sarà eliminata. La lotta di classe dunque è una questione di forza. Gli operai devono accumulare questa forza che assicurerà loro la vittoria finale, e per accumularla, devono unirsi. La lotta finale sarà violenta, catastrofica, poiché i capitalisti non rinunceranno volontariamente al loro potere economico e politico. In questo caso un periodo più o meno lungo di violenza accompagnerà il passaggio dall’uno all’altro modo di produzione. Perciò bisogna combattere tutti gli strumenti dell’organizzazione borghese, e tra essi, la forza armata: bisogna essere antimilitaristi. Solo così si potrà realizzare il socialismo»⁵³.

Su «La Lima» del 18 aprile del 1908 Mussolini scrisse invece:

«Coloro che confondono Partito Socialista e socialismo, si addimostrano di una fenomenale ingenuità. Il Partito Socialista può morire, ma il socialismo non muore. Gli uomini passano ma non le idee».

Le sue prese di posizione antimilitariste gli valsero l’accusa di antipatriottismo e su «La Lima» dell’11 luglio 1908 rispose ai suoi detrattori:

«Noi ci vergogniamo di essere cittadini italiani, non per il ricordo glorioso del passato che ha fatto di noi un popolo grande, immortale nella nostra storia, non per la splendida natura che sorride a questa nostra dolce terra, ma per la delinquenza che vi spadroneggia, per la camorra che la infesta, per le brutture che in suo nome ogni giorno si compiono».

Anche la sua permanenza a Oneglia non durò che pochi mesi, ma prima di lasciare la scuola Mussolini si tolse un sassolino dalla scarpa pubblicando il seguente atto di accusa contro le forze dell’ordine su «La Lima»:

«Il riserbo che ragioni di ufficio e personali mi imponevano è cessato colla chiusura dell’anno scolastico. Ora posso parlare e sottoporre al giudizio di tutti gli onesti la condotta delle autorità di P.S. a mio riguardo. Ciò che narro non può essere smentito. Ai primi dello scorso marzo venni in Oneglia come insegnante di francese nella scuola tecnica privata annessa al Collegio Ulisse Calvi. Non avevo ancora aperto le valige, quando i carabinieri si recarono alla direzione del Collegio per assumere e dare informazioni sul mio conto. La direzione non si prestò alla bieca manovra poliziesca: ma fui semplicemente avvertito e null’altro. Passati alcuni giorni i carabinieri si presentarono nuovamente al Collegio e, dopo avermi dipinto a colori assai foschi, chiesero alla direzione il mio immediato licenziamento. La direzione non accondiscese e di ciò va lodata. Ora mi sia lecito di fare una semplice domanda: non è delittuoso il tentativo di togliere il pane ad un individuo? Se la direzione cedendo alle insistenti pressioni di questi egregi tutori dell’ordine mi avesse licenziato, non mi sarei forse trovato sul lastrico? Perché la P.S. non ha proceduto per via amministrativa alla mia espulsione da Oneglia ed ha preferito invece tentare di far compiere da altri un atto di brutale reazione politica? Infine, non è rivoltante questa persecuzione delle idee sinceramente professate? Tra pochi giorni me ne vado, e perché possiate segnalarmi vi lascio il mio recapito esatto: casa situata sulla strada provinciale del Rabbi, al km 15, frazione Dovia, comune di Predappio, provincia di Forlì. Prendete atto e studiate... se non sia possibile licenziarmi anche da casa mia»⁵⁴.

Nei primi di luglio del 1908, Mussolini era di nuovo nella sua casa di Dovia e si rimise in prima linea nell’attività politica per sostenere lo sciopero dei braccianti che volevano impedire ai mezzadri di utilizzare le macchine trebbiatrici. Questi ultimi però ritennero inique le loro rivendicazioni e i braccianti passarono all’azione violenta che costrinse il governo a inviare dei reparti di cavalleria per riportare l’ordine. Durante le agitazioni, Mussolini aveva minacciato con un bastone il leader dei crumiri (termine utilizzato dal lessico sindacale per indicare i lavoratori che non aderiscono agli scioperi) e per questo motivo venne condannato per direttissima a tre mesi di reclusione con sentenza del 22 luglio del 1908⁵⁵. Il suo avvocato difensore chiese la libertà provvisoria e la Corte d’Appello del tribunale di Bologna gliela concesse dietro pagamento di 50 lire che furono versate dal suo amico Alfredo Violani. La pena da scontare inoltre venne ridotta a dodici giorni con il beneficio della non iscrizione al casellario giudiziario.

Il 10 settembre dello stesso anno, Mussolini venne nuovamente condannato per direttissima al pagamento di 100 lire di multa per avere tenuto tre giorni prima un comizio senza avere previamente autorizzato le autorità di P.S. La sua attività politica continuò quindi senza soste e, nel febbraio del 1909, si trasferì a Trento per rivestire l’incarico di segretario del Segretariato Trentino del Lavoro.

Irredentista, anticlericale, antimassone, antitedesco,

antidemocratico e antisabaudo

L’8 febbraio del 1908, Mussolini giunse a Trento e prese alloggio in un appartamento al secondo piano in via Ravina 20 dove rimase per meno di un anno⁵⁶. Ogni suo spostamento veniva tenuto d’occhio dalla polizia che segnalò immediatamente il suo arrivo ai colleghi austriaci (nel 1908 il Trentino era ancora sotto la giurisdizione austriaca). Mussolini era perfettamente consapevole di essere un sorvegliato speciale, ma continuò tranquillamente a svolgere la sua attività rivoluzionaria e il 17 febbraio tenne una conferenza per ricordare l’uccisione di Giordano Bruno da parte della Chiesa. Il suo discorso era stato richiesto dalle associazioni anticlericali di comune accordo con il partito socialista trentino e venne molto apprezzato da Cesare Battisti (direttore-proprietario del quotidiano «Il Popolo») che lo invitò subito a collaborare con il suo giornale. Nello stesso tempo, Mussolini era già stato nominato direttore dell’«Avvenire del Lavoratore», il settimanale del partito. Come promesso precedentemente, il 2 agosto del 1909 Mussolini venne assunto da Battisti come redattore-capo del suo quotidiano socialista «Il Popolo». Il primo furioso attacco contro la borghesia lo scrisse il 26 marzo del 1909 in occasione della commemorazione della Comune di Parigi del 1871:

«Quest’uomo [il borghese N.d.A.], che vive nella guerra della vita, senza dolori materiali, senza sofferenze, che sembra un buon cattolico perché va a messa, e magari è anche ateo, è il cittadino rispettato, osservatore della legge. Ebbene; domani, quest’uomo in apparenza calmo, quando una massa di affamati scende nella piazza e reclama il suo diritto, e si accorge allora che vi sono dei malcontenti che disturbano la digestione, allora quest’uomo diventa feroce per difendere la proprietà, e manda la truppa a far tacere col piombo i sovvertitori e gli scamiciati che sono la forza del mondo»⁵⁷.

I suoi rabbiosi discorsi d’accusa ottenevano sempre molto seguito anche quando apertamente ispirati alla violenza, poiché la genialità di Mussolini era nel saper come trasmettere l’afflato e il pathos dell’autentico rivoluzionario in lotta per le cause giuste. I frequenti attacchi contro la borghesia inoltre non erano limitati alla classe sociale dominante, ma si estendevano fino a coinvolgere tutto l’establishment di potere, condannando anche la Chiesa, il parlamento e la monarchia sabauda.

Durante un comizio pubblico del 22 aprile 1909, Mussolini si dichiarò apertamente antidemocratico in segno di protesta contro lo stato di corruzione generalizzato dei parlamentari:

«Chi dice democrazia dice accozzaglia di mestieranti della bassa politica, dice avvocati che cercano delle clientele, professori che intrigano per delle cattedre, giornalisti che battono allo sportello di fondi segreti, speculatori che comprano il silenzio e i giudici, coscienze inquiete che fanno dell’anticlericalismo, ma in grembo alla massoneria divenuta oggi una universale associazione di camorristi»⁵⁸.

Battisti era un attivista violento che in seguito a un diverbio politico aveva preso a ceffoni un giornalista di nome Gadier e Mussolini promise in un articolo pubblicato sull’«Avvenire del Lavoratore» di voler utilizzare gli stessi metodi ogni volta in cui fosse stato necessario⁵⁹. Il passaggio dalle parole ai fatti fu molto breve e qualche mese dopo si recò a casa di un redattore de «Il Trentino» con cui aveva avuto dei contrasti giornalistici per schiaffeggiarlo. I due antagonisti vennero così alle mani e il peggio fu evitato solo grazie all’intervento fisico di un amico comune che riuscì a riportare la calma⁶⁰.

Mussolini proponeva il ricorso alla ribellione di massa del proletariato come l’unica soluzione concreta contro il degrado della politica italiana ridotta a un comitato d’affari della borghesia sempre intento a spartirsi le ricchezze della nazione. Nei suoi discorsi, quindi, la violenza veniva descritta come un male assolutamente necessario mentre la sua più grande dote di trascinatore politico fu sicuramente quella di essersi saputo presentare come l’uomo forte in grado di incarnare la sintesi perfetta tra l’intellettuale avveduto e l’uomo d’azione che trasforma le parole in fatti:

«Io ho della violenza una nozione semplicistica, ingenua, primitiva, tradizionale se volete. La violenza per me è una manifestazione fisica, materiale, muscolare. Le idee, finché rimangono nelle biblioteche, sono perfettamente innocue. Diventano pericolose solo quando vi siano gli uomini che mirano a tradurre in atto, a convertire l’ideale in realtà⁶¹ [...]. Il socialismo se non vuol morire, deve avere il coraggio di essere barbaro»⁶².

Il suo continuo esporsi pubblicamente contro clerici, borghesi e membri dell’establishment fino al punto di inneggiare alle rivoluzioni cruente non passò inosservato alla polizia che sequestrò i giornali con i suoi articoli: dal 20 marzo al 5 agosto 1909, su ventun numeri dell’«Avvenire del Lavoratore», ben dieci di essi furono posti sotto sequestro. Nello stesso tempo fioccarono anche le condanne emesse dal Tribunale di Trento:

3 giorni di arresto per diffamazione a mezzo stampa (28 maggio 1909);

3 giorni di arresto per vietata ingerenza nelle mansioni d’ufficio degli organi di P.S. (9 giugno 1909);

30 corone di multa o 3 giorni d’arresto per schiamazzi notturni davanti all’abitazione del Procuratore di Stato, dott. Pio Tessandri (3 agosto 1909);

30 corone di multa o 3 giorni arresto per aver partecipato a una dimostrazione non autorizzata (3 agosto 1909);

5 corone di multa o 48 ore di arresto per contravvenzione all’art. 320 C.P. (11 agosto 1909);

una settimana di arresto a norma dell’art. 496 C.P. (13 agosto 1909);

100 corone di arresto o 10 giorni di arresto per contravvenzione all’art. 24 della legge sulla stampa (31 agosto 1909).

Nessun provvedimento giudiziario riuscì a far ravvedere Mussolini che anzi non esitò a ostentare ancora più baldanza e sicurezza in se stesso:

«La classe operaia di Trento è fedele alla Camera del Lavoro: ecco la ragione del bieco livore clericale. Noi non dobbiamo preoccuparci di questi impotenti: essi mi querelano per offese all’onore e mi rimettono ai tribunali. Piccoli mezzucci che suscitano nel mio animo un senso di pietà per coloro che li adoperano. Ho avuto altri avversari, ben più temibili; ho combattuto altre e ben più difficili battaglie: sono uscito dalle lotte e dalle persecuzioni poliziesche più fresco, più temperato, più sicuro delle mie convinzioni. Il carcere non mi fa paura: non ci deve far paura. Io stimo che il carcere sia un ottimo sistema di disciplina morale che rinsalda la volontà e rinvigorisce gli animi. Mio nonno ha conosciuto le prigioni papali, mio padre quelle della monarchia sabauda, io quelle di una repubblica e di una monarchia. Conoscerò anche quelle dell’Impero, e intanto la sacra tradizione familiare non si spezzerà»⁶³.

Dopo essere uscito dal carcere per la quinta volta, tornò a scrivere su «Il Popolo» con la stessa aggressività di prima e il 10 settembre del 1909 venne nuovamente arrestato per seduzione a commettere reati e diffusione di uno stampato sequestrato. Il successivo 25 settembre il Partito Socialista dovette correre a pagare la multa di una vecchia condanna e il 26 settembre, nonostante le proteste di piazza e uno sciopero generale a suo favore, Mussolini fu definitivamente espulso da tutti i territori dell’Impero austro-ungarico che all’epoca dei fatti comprendevano il Trentino⁶⁴.

Nel 1911, ovvero dopo pochi anni dalla sua breve permanenza nella regione, Mussolini pubblicò il libro dal titolo Il Trentino veduto da un socialista in cui prese posizione contro il pangermanesimo della razza nordica ariana superiore ideato dal conte francese Joseph Artur de Gobineau (1816-1882) per evidenziare come la mescolanza razziale abbia portato gli ariani del mediterraneo alla decadenza (caratterizzata dall’incapacità di raggiungere il tipo di civiltà superiore dei popoli nordici)⁶⁵. In questo suo scritto anticlericale e critico contro il pangermanesimo, Mussolini chiarì inoltre che, contrariamente a quanto generalmente creduto a quell’epoca, l’irredentismo (l’aspirazione a completare la propria unità territoriale nazionale acquisendo le terre soggette al dominio straniero) contro l’impero austro-ungarico non era mai stato un fenomeno politico originario del Trentino⁶⁶, bensì l’aspirazione di una esigua minoranza degli italiani del regno⁶⁷.


1 G. Roux, Mussolini, Lessona, 1969 Milano, p. 9.

2 G. Dorso, Mussolini alla conquista del potere, Il Saggiatore, 1972 Milano, p. 9.

3 E. Bedeschi, La giovinezza del Duce, Società Editrice Internazionale, 1939 Torino, p. 4.

4 B. Mussolini, La mia vita,

bur

-Rizzoli, 2018 Milano, p. 36.

5 I. De Begnac, Vita di Mussolini, Mondadori, 1939 Milano, pp. 136-137, I.

6 E. Bedeschi, op. cit.

7 G. Dorso, op. cit., p. 15.

8 E. Bedeschi, op. cit., pp. 24-25.; I. De Begnac, Vita, I, pp. 184-185.

9 S. Bedeschi, R. Alessi, Anni giovanili di Mussolini, Mondadori, 1939 Milano, p. 58.

10 B. Mussolini, La mia vita, op. cit., p. 38.

11 Ibidem.

12 E. Bedeschi, op. cit., p. 56.

13 S. Bedeschi, op. cit., p. 59.

14 Ivi, p. 62.

15 G. Dorso, op. cit., p. 19.

16 V. De Giorgi, Mussolini. Glorie e disonori del primo Novecento italiano, Alpha Test, 2004 Milano, p. 25.

17 Ivi, p. 24.

18 E. Bedeschi, op. cit., pp. 63-64.

19 Ibidem.

20 I. De Begnac, op. cit., pp. 250-251.

21 Ivi, p. 251.

22 E. Bedeschi, op. cit., p. 76.

23 Alessandro Mussolini venne accusato dell’effrazione delle urne elettorali ma venne assolto dalla Corte di Assise di Forlì il 30 dicembre 1902, dopo 162 giorni di carcere.

24 I. De Begnac, op. cit., p. 272.

25 M. Sarfatti, Dux, Mondadori, 1926 Milano, p. 68.

26 C. Delcroix, Un uomo e un popolo, Vallecchi Editore, 1928 Firenze, p. 66.

27 I. De Begnac, op. cit., p. 274.

28 G. Dorso, op. cit., p. 36.

29 Ivi, p. 37.

30 Ibidem.

31 Ibidem.

32 V. E. De Fiori, Mussolini, the man of destiny, Ams Press, 1979 New York.

33 I. De Begnac, op. cit., p. 294.

34 Ivi, p. 298.

35 Ivi, p. 299.

36 G. Dorso, op. cit., pp. 43-44.

37 M. Sarfatti, op. cit., p. 86.

38 Ivi, p. 86.

39 B. Mussolini, op. cit., p. 40.

40 G. Dorso, op. cit., p. 45.

41 I. De Begnac, op. cit., Vol. II, Documentario n. 7, pp. 263-265.

42 Ivi, pp. 27-28.

43 M. Sarfatti, op. cit., pp. 88-89.

44 G. Dorso, op. cit., p. 46.

45 M. Sarfatti, op. cit., pp. 96-97. q

46 C. Delcroix, op. cit., p. 83.

47 G. Dorso, op. cit., p. 47.

48 I. De Begnac, op. cit., Appendice, documento n. 11, p. 266. La lettera del sindaco di Predappio al Ministro degli esteri è stata archiviata con il foglio n. 2043 del 26 aprile 1907.

49 La lettera del sindaco di Predappio al Ministro degli esteri è stata archiviata con il foglio n. 2043 del 26 aprile 1907. Citaz. in I. De Begnac, op. cit., Appendice, documento n. 11, p. 266.

50 I. De Begnac, op. cit., Appendice, documento n. 11, p. 266.

51 G. Dorso, op. cit., pp. 48-49.

52 B. Mussolini, La mia vita, Rizzoli, 2018 Milano, p. 39.

53 Articolo di Mussolini pubblicato su «La Lima» di Oneglia del 14 marzo 1908.

54 I. De Begnac, op. cit., Appendice, documento n. 16, p. 269.

55 G. Dorso, op. cit., p. 53.

56 I. De Begnac, op. cit., pp. 291-293.

57 G. Dorso, op. cit., p. 60.

58 Ivi, p. 61.

59 I. De Begnac, op. cit., p. 131.

60 Ivi, p. 168.

61 Dichiarazione di Mussolini pubblicata su «Il Popolo» del 27 maggio del 1909, in occasione della

recensione del libro La teoria sindacalista scritto da Prezzolini. Citaz. I. De Begnac, op. cit., in pp. 150 e 273.

62 I. De Begnac, op. cit., p. 104.

63 G. Dorso, op. cit., pp. 64-65.

64 Ivi, p. 67.

65 B. Mussolini, Il Trentino veduto da un socialista, Casa Editrice Italiana di A. Quattrini, 1911 Firenze.

66 Se nel 1914 si fosse tenuto un plebiscito popolare, il 90% dei trentini avrebbe votato per l’Austria-

Ungheria. Citaz. in Piccoli Paolo, Vadagnini Armando, De Gasperi, Un trentino nella storia d’Europa, Rubbettino, 2004 Soveria Mannelli (cz), p. 103.

67 B. Mussolini, op. cit.

2

L’ascesa a indiscusso leader socialista

Il colpo di fulmine e le minacce con la rivoltella

Quando nell’autunno del 1909 fece ritorno nella sua Romagna, Mussolini aveva appena 26 anni, ma alle sue spalle aveva già una notevole esperienza come esperto trascinatore politico e brillante giornalista. Il 2 ottobre tornò dal padre, che nel frattempo aveva aperto l’osteria Ai bersaglieri nella città di Forlì in via di Giove Tonante dove si era trasferito con la sua nuova compagna Anna Lombardi (anche lei vedova) e le sue cinque figlie⁶⁸.

Il padre, da giovane, oltre a essere stato un socialista rivoluzionario irascibile e di temperamento sanguigno molto noto alle autorità locali per l’uso della violenza contro gli avversari politici, era stato anche un donnaiolo incallito e Benito ereditò sia il modo di fare politica che il vizio di corteggiare ogni donna. Così, mentre aiutava il padre nella gestione del locale, Benito ebbe un colpo di fulmine per la giovane Rachele Guidi (figlia di Anna Lombardi) che serviva ai tavoli come cameriera. I due si erano già incontrati quando lei era solo una bambina di scuola elementare e lui un giovane supplente. Da allora lei non lo aveva più scordato e, appena i loro sguardi si incrociarono di nuovo, Mussolini la scelse come la donna della sua vita.

Rachele proveniva da una famiglia poverissima, suo padre era morto quando lei aveva appena 8 anni e sua madre aveva dovuto badare da sola a lei e alle sue quattro sorelle maggiori. Da bambina l’avevano soprannominata Chellina e per lei andare a scuola era un lusso da signori. In casa erano tutti analfabeti, e quando si impuntò per frequentare la prima elementare fu accusata dalle sorelle di voler studiare solo per evitare il duro lavoro nei campi. All’epoca in cui Rachele era bambina, i poveri delle campagne e delle città vivevano in un modo talmente duro che oggi è difficile anche solo da immaginare. Non aveva scarpe perché in casa non c’erano soldi per comprargliene e ogni mattina si faceva sette chilometri a piedi per raggiungere la piccola scuola di Dovia. Nella buona stagione camminava a piedi nudi e, quando arrivava il freddo, la madre le avvolgeva due stracci attorno ai piedi. Una volta giunta alla porta della piccola scuola, la maestra le andava incontro porgendole un paio di pianelle che conservava per lei in un armadietto. La sua insegnante Rosa Maltoni (la madre di Benito) non voleva che gli altri alunni vedessero che la Chellina non aveva neppure le scarpe⁶⁹.

Quando Benito la rivide all’osteria del padre dopo molti anni, Rachele era diventata una ragazza molto bella, con lunghe trecce bionde che a volte annodava sul capo e occhi che sembravano biglie di vetro celeste. Molti clienti dell’osteria la corteggiavano insistentemente e Benito era molto geloso, perché uno in particolare, il geometra Olivieri di Ravenna, aspettava solo di avere campo libero per farsi avanti⁷⁰.

Alessandro Mussolini considerava suo figlio Benito una testa matta con cui non poteva avere un avvenire sicuro e quindi cercò di convincere Rachele a dimenticarlo e ad accettare la proposta di matrimonio di Olivieri dicendole che lui invece aveva un sacco di soldi e anche delle terre. Alessandro, infatti, aveva scarsa fiducia nelle possibilità di suo figlio e Rachele ricorderà per tutta la vita l’occasione in cui gli disse: «Non vuoi fare il maestro, non vuoi fare l’impiegato comunale. Insomma, che cosa vuoi? Il posto di re è già occupato, ti accontenterai di fare il primo ministro?». Purtroppo, il padre non visse abbastanza per vederlo salire effettivamente fino al gradino più alto del parlamento, ma sul fatto che fosse una testa matta aveva sempre avuto ragione. Un giorno Benito si presentò a Rachele, la prese per un braccio e la trascinò davanti ai genitori. Aveva in tasca una rivoltella e a un certo punto la estrasse dicendo che se non gli fosse stato dato il consenso per il matrimonio, un proiettile era per lei e un altro era per lui⁷¹. Nessuno dei genitori mise mai in dubbio che fosse capace di fare ciò che aveva minacciato e Rachele poté divenire la sua promessa sposa.

Da questa relazione, il 1° settembre del 1910, nacque Edda Mussolini che non volle battezzare in quanto ateo e anticlericale⁷². Tuttavia, secondo alcune voci mai definitivamente confermate, prima della sua primogenita ufficiale, Mussolini avrebbe avuto altri due figli da diverse donne. Il primo, di nome Candido, sarebbe nato nel 1908 dalla relazione con Gigia Nigris, una friulana bionda e robusta conosciuta nei mesi in cui fece il maestro a Tolmezzo. Il secondo presunto figlio maschio di Mussolini sarebbe nato l’anno seguente dalla giovane militante socialista Fernanda Oss Facchinelli. Il bimbo però era morto prematuramente e anche il rapporto con la donna, minata dalla tubercolosi, si era rapidamente concluso⁷³.

Un altro piccolo enigma riguarda la stessa Edda, poiché Mussolini la iscrisse all’anagrafe di Forlì come sua figlia ma senza indicare il nome della madre. Al suo posto appose semplicemente la dicitura N.N., ovvero, l’abbreviazione dell’espressione latina "nescio nomen che sta a significare non conosco". Secondo alcuni suoi avversari politici, dietro questo strano comportamento, Mussolini voleva nascondere che in realtà Edda era nata da un altro rapporto avuto con l’intellettuale ebrea socialista Angelica Balabanoff (ex amante di Lenin)⁷⁴, da una studentessa polacca di nome Eleonora oppure da una ragazza inglese, ovvero da una

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