Goditi milioni di eBook, audiolibri, riviste e tanto altro ancora con una prova gratuita

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

La Lama nel buio: Imprese e malinconie del Lasco della Valsassina, generoso signore di giorno e spietato criminale di notte
La Lama nel buio: Imprese e malinconie del Lasco della Valsassina, generoso signore di giorno e spietato criminale di notte
La Lama nel buio: Imprese e malinconie del Lasco della Valsassina, generoso signore di giorno e spietato criminale di notte
E-book639 pagine9 ore

La Lama nel buio: Imprese e malinconie del Lasco della Valsassina, generoso signore di giorno e spietato criminale di notte

Valutazione: 4 su 5 stelle

4/5

()

Info su questo ebook

Un nobile che di giorno appare e viene onorato come Buon Signore generoso e caritatevole, ma che di notte, nel buio, sguaina la sua lama e, scortato dai suoi truci bravacci, porta il terrore nella valle dove vive, uccide, rapina e stupra.

Si trasforma allora nel Lasco della Valsassina, figura che ancora oggi fa parte della tradizione popolare, agendo nei luoghi già immortalati da Alessandro Manzoni: Lecco, la costiera del Lario, la Milano del grasso governatore spagnolo, e quella vallata della quale è signore e padrone.

L'azione si svolge in un fascinoso ma oscuro e puzzolente Seicento, in un romanzo di cappa e spada denso di fatti, avventure, ribaltamenti di prospettiva, intrighi e soluzioni inaspettate.

Nel quale non ci sono soltanto cavalieri piumati e spade affilate ma anche femmine anzianotte e vogliose, frati determinati, sgherri armati fino ai denti, streghe malefiche, avvocati defunti, pirati d’acqua dolce, sarti ambigui, carcerati dimenticati, processi sommari, agguati, assalti a mura fortificate, incendi, mentre su tutto e su tutti ristagna l’inefficienza senza rimedio dei dominatori del regno di Spagna di Felipe IV, el rey Planeta.

Accade allora che, deciso a dimostrare che l’aristocratico diurno e il brigante notturno siano la stessa persona, e magari poi a punirlo con una spettacolare impiccagione nella piazza di Lecco, il comandante iberico della piazzaforte locale, al quale per sfregio verranno anche rubate le mutande, si impegni nell’impresa di svelamento. E mal gliene incoglie, perché il Lasco ovviamente fa di tutto perché non accada, dando vita ad una girandola di avvenimenti e situazioni che fa di questo romanzo un fuoco pirotecnico di sotterfugi, reazioni, attacchi e contrattacchi sotto il segno di una comicità irresistibile che inchioderà i lettori alla pagina e li divertirà come poche volte capita a chi prende in mano un libro godendo anche, il che non guasta, di una scrittura sapida e ricercata che soddisferà anche i palati più esigenti.

LinguaItaliano
Data di uscita9 set 2019
ISBN9788869346033
La Lama nel buio: Imprese e malinconie del Lasco della Valsassina, generoso signore di giorno e spietato criminale di notte
Leggi anteprima
Autore

Massimo Trifirò

Massimo Trifirò è nato e vive a Lecco. È autore di una trentina di libri di diversa categoria: romanzi di spionaggio, comici e fantastici, biografie religiose, rievocazioni storiche saggistico-narrative. Ha pubblicato una rivisitazione de’ I promessi sposi (Il manoscritto graffiato, 2010) e un romanzo-saggio sulla Passione di Cristo (Gulgalta, 2017).

Correlato a La Lama nel buio

Libri correlati

Categorie correlate

Recensioni su La Lama nel buio

Valutazione: 4 su 5 stelle
4/5

1 valutazione0 recensioni

Cosa ne pensi?

Tocca per valutare

    Anteprima del libro

    La Lama nel buio - Massimo Trifirò

    © Bibliotheka Edizioni

    Via Val d’Aosta 18, 00141 Roma

    tel: +39 06.86390279

    info@bibliotheka.it

    www.bibliotheka.it

    I edizione, luglio 2019

    Isbn 9788869346026

    e-Isbn 9788869346033

    È vietata la copia e la pubblicazione, totale o parziale,

    del materiale se non a fronte di esplicita autorizzazione scritta

    dell’editore e con citazione esplicita della fonte.

    In copertina: Ritratto di un nobile, olio su tela, 71,1 x 55,9 cm,

    attribuibile a un artista della seconda metà del XVII secolo

    Progetto grafico e disegno di copertina:

    Brozzolo Riccardo per Eureka3 S.r.l.

    www.eureka3.it

    Massimo Trifirò

    Massimo Trifirò è nato e vive a Lecco, nei luoghi descritti nel più grande romanzo italiano.

    Per gli studi compiuti, ha una formazione storica.

    Fin da giovane, e ormai in età non più verde, è stato attratto dalla scrittura, alla quale si è costantemente dedicato, seppure in modo non professionale.

    Con racconti, ricostruzioni storiche e romanzi brevi a puntate ha collaborato a giornali nazionali, regionali e locali, a riviste e ad una nota collana di spionaggio di un importante editore.

    È autore di una trentina di libri, prevalentemente ma non solo a diffusione locale, di diversa categoria: antologie di racconti, romanzi di spionaggio, comici e di genere fantastico, biografie religiose, rievocazioni storiche in forma saggistico-narrativa, dialoghi filosofici, raccolte di aforismi, poesie.

    È lo scrittore che ha riservato più testi alla sua città, che lo riconosce tra i suoi benemeriti.

    Le sue opere più importanti sono una rispettosa rivisitazione de’ I promessi sposi di Alessandro Manzoni (Il manoscritto graffiato, 2010) e un romanzo-saggio sulla Passione di Cristo (Gulgalta, 2017) che è stato inviato in dono al Pontefice.

    Nascondi ciò che sono

    e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni.

    William Shakespeare

    Guai a chi non sa portare la sua maschera.

    Luigi Pirandello

    La vita è la più bella delle avventure

    ma solo l’avventuriero lo scopre.

    Gilbert Keith Chesterton

    Il pensiero è meraviglioso,

    ma ancor più meravigliosa è l’avventura.

    Oscar Wilde

    A Giulia e Giacomo, i miei figli.

    A tutti i miei, che furono, non ci sono, e ci saranno.

    Nelle domande in spagnolo non si è riportato il segno ¿ (punto interrogativo al contrario) ad inizio frase, cui il lettore italiano non è avvezzo.

    I testi Zitto zitto, piano piano e La calunnia è un venticello del IX brano sono tratti rispettivamente da La Cenerentola e Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini.

    La canzone del primo capitolo del decimo brano è di Manuel de Falla del 1914, evidentemente anacronistica. Quella del secondo capitolo, anch’essa fuori tempo, è Cara al sol, l’inno della Falange fascista spagnola.

    Il dialetto lecchese è trascritto per quanto ho potuto purché fosse comprensibile, con buona pace dei puristi e dei noiosi.

    Frans Hals (1582/83-1666): De magere compagnie, 1637, Rijksmuseum, Amsterdam.

    Si tramanda in Valsassina, in alta Lombardia, e in specie nel paese di Parlasco, la saga di un cavaliere che di giorno operava il bene, tanto che era definito Buon Signore, e invece di notte indossava le vesti del Lasco, un predone e un assassino spietato. Si trattava insomma di un dottor Jekyll e di un mister Hyde ante litteram che agiva nell’oscuro Seicento.

    Nell’Ottocento, a una tale figura leggendaria Amatore Mastalli di Cortenova aveva dedicato un romanzo, successivamente rielaborato da Antonio Balbiani di Bellano e pubblicato con il titolo Lasco, il bandito della Valsassina.

    Forse con disappunto degli storici e dei letterati locali, ai quali volentieri si lasciano le loro asfissianti opinioni, la presente opera non ha niente a che fare con il più illustre precedente, e gli rende omaggio soltanto mutuandone le identità sia diurna che notturna del protagonista.

    L’intento semmai è quello di presentare, con una certa nostalgia della gioventù perduta, un intreccio di cappa e spada, avventuroso, movimentato, di quelli che ogni buon lettore ha amato da ragazzo, ma soprattutto di ambientare un ennesimo scritto a Lecco, mia città natale, e nel suo circondario, arricchendo il già nutrito elenco di lavori che ho contribuito a formare nel corso del tempo.

    Come si è detto, lo scenario della vicenda è quello del XVII secolo, con tanto di signorotti prepotenti e violenze gratuite, ma stavolta, a differenza de’ Il manoscritto graffiato, la poderosa narrazione che ho già dedicato a quell’epoca e ai medesimi luoghi, chi legge vi troverà un tocco di levità e di ironia in più che forse non gli risulterà sgradito.

    Fosse soltanto per non fare valutare il mio libro come qualcosa che fa dormire in piedi, come purtroppo è stato giudicato il testo di Balbiani da un critico malevolo appartenente a quella genia improduttiva e invidiosa che cresce dovunque al pari della gramigna infestante.

    Le nozze del Lasco

    1. Femmine e maschi, anzi maschioni

    El vin e i donn trann a l’ari el còo.

    - Ma poi, dico, la femmina alla fine della fiera è proprio necessaria?! -.

    L’avventore abitudinario, un ometto debole nel fisico e demente a metà nell’intelletto che viveva di carità e, per quel che ne ricavava, se la dilapidava tutta quanta in tazzone di vino dalle prime ore del mattino a tramonto inoltrato, interruppe di nuovo il lavoro dell’amico degli sposi che da Parlasco, al limite estremo della Valsassina, era venuto fin lì a dare una mano per addobbare a dovere il locale, in vista del pranzo che tra poco, al termine della cerimonia nuziale, si sarebbe consumato in allegria nel Crott del cuntàss sul fondo della depressione detta Zoca di Cavée, in piena campagna.

    Chel che te voret savee, el soo mia, amis - l’uomo indaffarato rispose con santa pazienza almeno per la decima volta al fastidioso che, non avendo niente da fare oltre che tracannare vinaccio di poco prezzo, lo distraeva di continuo, sfiatando nel contempo dalla bocca due specie di spiriti, l’alcolico e quello intriso di una filosofia a buon mercato sull’argomento, oltre i danee, i soldi, preferito dagli uomini, vale a dire le donne, o con più precisione le femmine.

    - Non so, davvero - poi ribadì, perché l’altro aveva sbirciato fuori attraverso una piccola finestra e per un istante non gli aveva più dato retta - Se il buon Gesù i donn ce le ha messe su questa terra, una ragione ci deve pure essere, a volerla trovare - tentò quindi di tagliare corto.

    El gh’aveva negott de faa dei meii, el Signur?

    - Valla a capire. La ragione, dico - tornato ad occuparsi di lui, però l’importuno gli replicò quasi stizzito, dando fondo in una sola sorsata a metà della sua quarta ciotola - Oltre quella che anche voi conoscete, fratello mio, e intendo la sgroppata sotto le coltri, neh, non vedo altra necessità al mondo che la dona campi e respiri accanto alle persone perbene, alle persone umane per davvero -.

    E gioo un olter gutin de vin.

    - Un uomo, disi me - poi continuò - una compagna se la prende per fare ciò che deve fare e trastullarsi a dovere bell biott in del lecc, ma poi comunque per tutta la vita quella stessa non gli permette più di fare quanto ancora vorrebbe fare. Anzi, disi e ridisi me, è costretto a fare ben altro che gli si ordina di fare perché la moglie, sempre la donna dico, continui a non fare un bel niente, un bel negutin d’or, e per anni resti un peso per l’uomo dopo che lui è stato un peso su di lei per una notte soltanto, meschino e moscio che è, dico -.

    L’è semper la miee che la cumanda anca in caa tua.

    Sentenziò in questo modo il verboso ma anche borbottante soggetto beone, e rimase quindi per un istante in sospeso, arrovellandosi sulla concatenazione logica di quanto lui stesso aveva argomentato, prima di scrutare di nuovo all’esterno, assumendo però a quel punto un’espressione più preoccupata.

    Nello spiazzo di fronte, due o tre illuse galline becchettavano il niente che aveva lasciato l’inverno, anche se non era del loro digiuno che l’osservatore si stava interessando.

    Il Crott del cuntàss dove i due si trovavano era una di quelle taverne tipiche della zona e della vicina Valtellina, terre periferiche del Ducato di Milano sotto la mal sopportata dominazione spagnola in quell’anno di grazia, o di disgrazia, 1646, al cui vertice amministrativo, per conto di Sua Maestà il re di Spagna Felipe IV d’Asburgo, si era insediato il Governatore don Bernardino Fernandez de Velasco y Tovar, uno che di titoli nobiliari e incarichi politici ne poteva enumerare tanti quanti i grani di un rosario o le cacchette di capra lungo un sentiero montano.

    Crotto, definizione che derivava dal medioevale crota, o più indietro nel tempo dal latino crypta e dal greco krypta, significa grotta, giacché tale è la sua origine naturale.

    A causa della temperatura costante e fresca che formazioni geologiche del genere assicuravano, da tempo immemorabile erano state utilizzate dagli uomini per conservarvi i cibi, formaggi, vini, bresaole ben stagionate, e conseguentemente vi erano state ricavate osterie, fiaschetterie, e in definitiva bettole di più o meno infimo ordine per consumare in pace quegli stessi alimenti.

    Si trattava di spazi nei quali il popolo si riuniva per ridere un po’ o piangersi addosso, per bere fino a farsi schizzare gli occhi dalle orbite e tentare di dimenticare i fastidi, per sparlare male a mezza bocca dell’Autorità straniera o di quella indigena, e insomma per trascorrervi qualche tempo in compagnia di altri scalognati dopo il duro lavoro nei campi o nelle botteghe, a cui sarebbe seguito il profondo sonno del giusto prima di tornare di nuovo a sgobbare come asini il mattino seguente, per intere esistenze prive di senso che di sicuro erano oneste ma che non si sarebbe potuto mai giurare che fossero anche esaltanti.

    Ce che ‘l g’ha un mestee in man, no ghe cala un tocch de pan, ma duma un tocch, neh.

    Quelli erano luoghi in cui di solito stagnava esclusivamente tanfo pesante di maschio che non aveva molta confidenza con l’acqua, ovvero puzza acre di piedi e di ascelle, e si mettevano in mostra soltanto braccia pelose, barbacce irsute, calvizie incipienti o devastanti, e bozzi in rilievo tra le cosce trattenuti da calzonacci di fustagno, intanto che l’ambiente opprimente si saturava di voci virili di gola, fonde e quasi sempre sgraziate, specie se si esprimevano nel greve dialettaccio della valle che aveva la musicalità dello stridore di una sega sul metallo con il controcanto di un gorgogliare di gora in una strettoia.

    Te ghet de parlaa ben, mia bel.

    Di femmine, i donn di cui sopra, ovvero il raffinato argomento filosofico del bevitore seriale di quel giorno, se ne vedevano invece davvero pochine da quelle parti.

    Salvo che fossero mogli o figlie zitelle dell’oste, qualche rara puttanona itinerante che si prendeva una pausa tra un cliente e quell’altro, religiose mendicanti di passaggio, e naturalmente, come sarebbe capitato tra poco anche lì, spose novelle per il pranzo successivo allo sposalizio, con l’immancabile codazzo di ospiti di sesso femminile, e parenti, e zie, e nipoti, e cugine, e cognate, e ovviamente, prima di tutto, sopra tutti, addosso a tutti, madri amorevoli che avevano finalmente scaricato la progenie da mantenere sulla gobba di un malavventurato e inconsapevole marito, e suocere trionfanti, i bestii rabiuss che i è la maledisiun del mund, che avevano appena acquisito una nuora indifesa da tiranneggiare e sottomettere a dovere come una schiava, trovando un ultimo ed utile scopo alla loro arrogante presenza su questa terra.

    L’impurtant l’é de véssech quand che se g’ha de muree.

    Come si è accennato, Crott del cuntàss era il nome per intero della spelonca adattata a locanda. Ciò significava che là dentro ci si contava tra amici, si contava qualcosa per gli altri, ma soprattutto si raccontava, si chiacchierava, ci si intratteneva con una piacevole conversazione tra giochi di dadi, un po’ di morra e pacche sulle spalle, nonché qualche rutto sonoro come accompagnamento musicale.

    Quello era perciò il posto, e il momento, più adatto per contarsela su, come si diceva in quella landa sperduta del pianeta che ha nome Valsassina.

    Parla, cuntala soo, che i disgrasii i pasa premm.

    Raccontala: che è sempre una buona cosa, almeno quando le storie sono sapide e inducono al buon umore, o sagge al punto di potere insegnare qualcosa a chi ascolta.

    Mia duma per dach un fiaa a la buca.

    Ovvero quando le narrazioni consolano l’anima, o vincono la solitudine, e non come accade da sempre, anche oggi, nel momento in cui qualche povero disperato si stringe attorno ad un tavolino di un locale soltanto per tagliare i panni di dosso a chiunque passi di là, per schizzare veleno negli occhi del prossimo, per spettegolare a mano bassa, tanto per farsi odiare ancora di più proprio mentre, riunendosi, si tenta di evadere dalla gabbia dell’isolamento e di farsi accettare.

    L’essere umano è infettivo, si sa, ma ancora stenta ad intendere che dovrebbe decidersi a maturare la consapevolezza per riuscire a capire che è necessario rimanersene prudentemente in quarantena dai propri simili per non allargare oltremisura il contagio.

    - Moscio e meschino, dico e ripeto, l’Uomo nel senso di maschio - riprese il tracannatore di vino - perché invece l’Uomo nel senso di femmina, ah beh, dico beh, mica ci stiamo a perdere tempo…-.

    I donn le si dupera, mia ghe se pensa sura.

    - Perdere tempo per fare cosa? - chi stava predisponendo l’ambiente per la festa a quel punto si fermò incuriosito.

    La dòna, per piscinina che la sia, la surpasa el diaul in furberia - allora spiegò l’ubriacone con una certa saccenteria, dicendo tutto e niente nel medesimo tempo, che è poi il modo migliore per farsi credere pensoso e profondo.

    Quindi il perdigiorno scaricò una salva di fucileria che indusse l’amico degli sposi a lasciare perdere quel mentecatto e a continuare a fare qualcosa di più utile sistemando i piatti sui tavoli, ché presto sarebbero stati riempiti di affettati e uova sode tagliate a metà, l’antipasto semplice ma sostanzioso del banchetto nuziale.

    - Chi gh’ha la dòna bruta, el poò vess segúr che l’è tuta sua de lü. Chi gh’ha la dòna bela, l’è mia semper tuta sua, ma anca di olter che la voor - comunque l’alcolizzato non si trattenne.

    Aggiungendo, a complemento di cotanta saggezza: - I ghé trii ròbb impussibil: faa staa quièt i bagaj, faa curr i vecc sderenaa, faa tasee i dònn. E gh’è trii qualità de dònn: i dònn, i dindònn, e i dirlindònn - dove i termini stavano per femmina seria e posata, leggera e fraschetta, e in ultimo facile a sollevare la gonnella, ovvero a faa vedee la natura pelusa, e a ricavare il suo gusto dall’uso sapiente della medesima.

    Mentre l’aiutante si concentrava sul lavoro, non prestando più orecchio a quei dindònn e dirlindònn, che percepiva come un suono di campane intollerabile, din don campanon, il filosofo alcolico intanto aveva già dato fondo alla sua quinta coppa di rosso bello denso, di quelli grossi e genuini pure se magari di scarsa qualità che si trovano soltanto nelle locande campagnole e pare si debbano tagliare con il coltello tanto sono corposi.

    Sottoposto ad un simile trattamento è allora facilmente intuibile che al pover’uomo gli si formasse non soltanto una nebbia nel cervello così fitta da oscurare qualsiasi razionalità e permettergli di vomitare quegli sproloqui con i quali aveva appena deliziato la sua ridotta platea, ma anche una sorta di cortina deformante calata sugli occhi, tanto da non consentirgli più di distinguere bene, o magari da concedergli di vedere anche troppo, cioè doppio o triplo rispetto al reale.

    Avvenne così che, quando il bevitore perditempo sbirciò ancora dalla finestrella come aveva fatto più volte attirato da un particolare all’esterno, non inquadrò più la stessa cosa vista in precedenza, già in sé preoccupante, ma la medesima moltiplicata per due o per tre, il che la rendeva addirittura sconvolgente.

    Ma se gh’è poo de vardaa de inscii brut?

    La visione perciò lo inquietò, o per dire meglio decisamente lo spaventò, considerato che l’animo umano non è sufficientemente capiente per immagazzinare più di una certa quantità di potenziale minaccia ed orrore.

    Semm finii cunt el cuu per tèra - alla fine di tutto un tremolio delle spalle, del ventre, del mento e del gargarozzo, quindi il poverino dichiarò affranto, sentendosi già morto, abbattuto, bastonato, magari pugnalato, passato a fil di spada, prima ancora che qualcuno se la prendesse con lui e con la specie di servo, o quello che era, che stava preparando la sala per i nubendi.

    - I bravi! Cioè, dico, i cattivi! - infine, quando riuscì ad articolare, l’alcolizzato reagì allo sguardo indagatore dell’altro, nel contempo indicando là fuori.

    Cioè in un punto della collinetta di fronte al crotto, proprio tra gli alberi che vi crescevano fitti, dove, replicati per tre volte a causa del vino, un paio di uomini a cavallo, al suo sguardo non meno di sei, un po’ nascosti e un po’ no, pareva stessero tenendo d’occhio il locale attraverso un lungo cannocchiale di bronzo.

    L’amico dei ragazzi che proprio adesso in paese, a Perlàsch, stavano convolando a giuste nozze a quel punto lo compatì ma anche un po’ si allarmò per lo stato di evidente terrore che si era impadronito del bevitore cronico, e per questo alla fine si avvicinò anche lui alla finestra per verificare quale fosse l’autentica fonte di tanto spavento.

    - I bravi, los bravos, i malmatt! - intanto l’avvinazzato insisteva, dando prova di una inusitata versatilità linguistica, e ormai farfugliando e sbavando fino al gozzo.

    E si trattava proprio di quella sorta di inquietante categoria umana, o disumana, constatò subito anche il nuovo osservatore, aguzzando la vista per cogliere quanti più particolari possibile degli sconosciuti imboscati tra i tronchi e le frasche che li celavano soltanto a metà.

    A distanza forse di cento passi da loro, attestati su un declivio, erano infatti fermi due cavallacci potenti che tentavano di brucare qualche misero sterpo sopravvissuto alla stagione fredda che si stava esaurendo.

    Ben saldi sulle selle di cuoio nero, con le cosce muscolose serrate ai fianchi degli animali, una coppia di cavalieri avvolti in cappe rosse, non proprio mimetizzabili, stavano immobili, mentre uno di loro teneva puntato verso il basso uno strumento ottico della lunghezza di mezzo braccio.

    Sul cranio portavano entrambi un cappello a falde larghe che ricadevano morbide ai lati, arricchito da un vaporoso piumaggio multicolore nel quale prevaleva il giallo vivo.

    Alla cintura, per quanto si riusciva a definire, gli sgherri erano armati di coltellacci, una piccola scure maneggevole, e uno spadone enorme da paladino che, ben manovrato da mani esperte e con la dovuta energia, avrebbe potuto decapitare un bue con un solo fendente, e figuremes poo un pover’omm.

    Bravi, non c’è che dire allora ammise chi stava scrutando, quello sobrio.

    Ovvero complici di chissà quale signorotto scostumato della valle, o di altrove in trasferta, di sicuro per portare a compimento una ribalderia criminale.

    I dree a faa vergott che la vaa mia ben.

    E pareva adesso ciò che non andava bene, un’impresa ribalda, la dovessero fare proprio lì, al Crott del cuntàss, stando almeno all’attenzione che vi stavano dedicando.

    Bravi, neh. Cioè uomini d’azione privi di coscienza, delinquenti incalliti, amorali e assassini dall’anima nera, che non si sarebbero fermati di fronte a niente e a nessuno, e meglio ancora se si trattava di rovinare una cerimonia sacra o di ridurre in frantumi una felicità appena nascente.

    El spusalisii de duu bagaj, oh porca peppa!

    Il matrimonio… l’amico dei due giovani comprese a quel punto.

    Quelli di certo stavano preparando un colpo di mano per divertirsi alle spalle dei poveri paesani che si accingevano a festeggiare. Magari rapinandoli pure. E forse scannando qualche inutile maschio e violentando qualche utile femmina.

    Bravi, appunto. Come dire cattivi, stando al saggio commento della spugna umana, del ciuchetee spaventato.

    E fu in quel momento che proprio il bevitore accanito resuscitò dal suo quasi completo coma etilico per pronunciare una parola definitiva, un nome, un monito, un avvertimento, un potenziale rischio che lasciò l’altro stupefatto e atterrito, agghiacciato fin dentro le ossa ma anche deciso a reagire per quanto fosse stato possibile.

    - Lasco, dico…-.

    E, dopo averlo detto sottolineando di averlo detto, ricadde subito a faccia in giù sul tavolo, definitivamente tramortito, mentre attorno ad un rivolo di vino sversato si aggirava qualche mosca lenta, intorpidita: le prime della stagione.

    L’ubriacone concluse così tutta quanta la tiritera che gli era venuta spontanea alle labbra a proposito di femmine e della loro utilità non appena aveva saputo che si stava preparando il ricevimento per un matrimonio, vale a dire a suo parere il passaggio fatale che conduceva alla dominazione de i donn, le inutili, sugli utili ma sacrificabili massc, i maschietti imbesuii se appena i vedeva ‘na para de tett, meij se biott.

    Lasco, perciò.

    O Signur, varda gioo!

    Non so se si è capito: Lasco, neh!

    Oh santi numi: Lasco!

    Come dire quel tale bandito così nominato in de la vall, quel gran delinquentone impunito che, travisato in volto, inafferrabile, misteriosissimo, da qualche tempo portava ad effetto di notte crimini della peggior specie: omicidi, stupri, ruberie, infamità contro il popolo, la santa Chiesa, i frati, le monache, e tutte e tutti quelli che gli capitassero a tiro.

    Lasco, dunque. Doveva trattarsi proprio di lui, e i suoi complici erano venuti in avanscoperta per studiare il luogo dei crimini che di certo quella sera, calata l’oscurità, avrebbero compiuto ai danni dei novelli sposi e dell’intera loro brigata durante il convivio festoso.

    - Lasco, veh! - allora l’ospite, quello ancora cosciente, serrò la mascella, ben deciso a rendere la pariglia al ribaldo una volta per tutte.

    Chi voor tropp, el ciapa negott.

    - Lasco, eh?! Ma chi la fa l’aspetti, e i cocci sono suoi! - l’uomo fece poi un po’ di confusione tra proverbi.

    Se il farabutto, quindi si disse, intendeva prendersela con gente innocente, avrebbe trovato pane per i suoi denti.

    - E companatico di buon legno duro - aggiunse deciso.

    Giacché, sempre in tema di saggezza popolare, uomo avvisato è mezzo salvato, e al malvivente e ai suoi, visto che erano stati scoperti in anticipo, si poteva riservare un’accoglienza adeguata, mettendo in allarme, scegliendolo con cura tra gli invitati, un nutrito drappello di giovanotti robusti.

    Di quei grossi maschiottoni cioè, dotati di muscoli a iosa, che in Valsassina crescono come funghi dappertutto e sono forniti di braccia di quercia, e toraci di pietra, e mani larghe come un badile adattissime a ridurre in briciole chiunque, perfino un bravo, un cattivo, e la faccia di bronzo mascherata di chi li comanda.

    Inscii te set a post anca ti, delinquent de la malura!

    - E se la va bene, riusciremo anche a catturarlo, quel tale Lasco della malasorte, gufo che è, che se ne va in giro a fare danno nel buio! -.

    E quindi finalmente a capire chi diavolo fosse quel belzebù incarnato che agiva in segreto senza mai essere stato riconosciuto.

    Perché el Lascc el se faseva ciamaa inscii, ma l’era mia el soo nomm propii de lü.

    Si disse, l’uomo. Convinto, dico. Anche se un po’ agitato, neh.

    Quindi, lasciando l’altro a smaltire la sbornia, avvertito l’oste che si sarebbe assentato per un po’, si mise le gambe in spalla e, uscito all’aperto, non dando segno ai cavalleggeri sul colle che si era avveduto della loro presenza, prese a correre a perdifiato, sbaragliando le galline affamate, verso il paese per porre in allerta su quanto stava accadendo chi stava assistendo al matrimonio.

    Omm avisaa, l’è mès salvaa.

    Insomma, per mobilitare proprio quei maschioni da battaglia che quella sera al bel tomo del Lasco della Valsassina avrebbero dato una lisciata di pelo che si sarebbe ricordata per un bel pezzo.

    2. Il senno sulla Luna

    Le lacrime e i sospiri degli amanti,

    l’inutil tempo che si perde a giuoco,

    e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,

    vani disegni che non han mai loco,

    i vani desideri sono tanti,

    che la più parte ingombran di quel loco:

    ciò che in somma qua giù perdesti mai,

    là su salendo ritrovar potrai.

    Il conte Sigifredo Falsandri chiuse con un colpo secco il pesante librone arricchito da miniature che aveva acquistato anni prima a Milano e che gli era costato addirittura l’equivalente della vendita di un vasto campo di grano che la sua famiglia possedeva da tempo immemorabile nel territorio di Parlasco in Valsassina.

    La lettura è un piacere costoso poi sorrise ma impareggiabile aggiunse soddisfatto.

    E allora peggio per chi non poteva permettersela per i prezzi esorbitanti, o non aveva cervello bastante per applicarvisi, o era ignorante come un macigno come accadeva alla maggior parte degli abitanti della vallata, giacché i poveretti perdevano l’occasione, rinunciavano al privilegio essendo obbligati a farlo, di vivere altre mille vite oltre quelle quasi sempre squallide che erano loro toccate in sorte, immergendosi con la fantasia, sull’onda di quanto andavano leggendo, nelle vicende mirabolanti e dense di eventi dei personaggi delle storie che gli scrittori, i poeti, avevano inventato per cercare di rendere più sapida l’esistenza priva di emozioni dei loro lettori.

    Come invece è capitato a questo tale Astolfo, paladino di Carlo Magno, originario dell’Inghilterra il nobile ricordò uno dei protagonisti dell’opera, a proposito della vita intensa che aveva avuto.

    Che, per recuperare il senno perduto da Orlando, l’eroe principale del poema la cui lettura era stata appena interrotta, aveva raggiunto addirittura la luna a bordo del carro del profeta Elia, dopo avere visitato l’Inferno e il Paradiso Terrestre in groppa al cavallo volante Ippogrifo, un laborioso incrocio tra un equino e un grifone.

    Non è finto il destrier, ma naturale,

    ch’una giumenta generò d’un Grifo:

    simile al padre avea la piuma e l’ale,

    li piedi anteriori, il capo e il grifo;

    in tutte l’altre membra parea quale

    era la madre, e chiamasi ippogrifo.

    Era là, sull’astro freddo che illumina le notti, che si andavano raccogliendo le cose perdute sulla terra. E tra esse appunto il raziocinio che Orlando aveva smarrito e che l’amico Astolfo intendeva riprendere, ma anche ogni altra illusione umana, e perdita di tempo ed energie all’inseguimento di sogni e di possibili distrazioni dal grigiore asfissiante del vivere.

    Il quale squallore tuttavia rimaneva sempre incombente, a meno di lacerarne ogni tanto la cappa luttuosa con peripezie destinate a smuovere la linfa vitale nelle vene e che per un breve momento, un solo istante di eccitazione, avrebbero reso le giornate un po’ più degne di essere consumate.

    Il Lasco annuì allora l’aristocratico valsassinese.

    Era ciò che da un po’ tentava di realizzare proprio lui stesso: essere di giorno il Buon Signore, così come veniva chiamato dalle sue parti, uno dei tanti che era stimato, uno dei comunque pochi che facevano la carità al prossimo ma che non ne traevano sufficiente soddisfazione, e trasformarsi invece di notte in un fuorilegge, in un dissacratore, in un massacratore, in un individuo privo del minimo scrupolo.

    Anche a costo di troncare l’altrui esistenza, purché le imprese criminali che venivano portate a compimento risvegliassero desideri sopiti nell’anima, riscaldassero il cuore, imprimessero una sferzata di energia alle membra infiacchite, per assicurare un senso all’esserci al mondo e rendere significativo il tempo che è concesso ad ognuno, per poi essere in grado di affermare da vecchio che si era trascorsi su questa terra avendolo goduto per quanto fosse stato possibile prima di scendere comunque sconfitti nel sepolcro.

    Sigifredo Falsandri guardò con rammarico il ponderoso tomo appena richiuso, sulla cui copertina di cuoio era incisa a bulino un’elaborata figura di guerriero armato di lancia che si reggeva abilmente in sella ad un cavallo impennato.

    Speciaa un mument, che dopu vegnii amoo sciaa.

    Era stato costretto a sospendere la lettura della settantacinquesima stanza del trentaquattresimo canto in ottave dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto perché aveva inaspettatamente udito bussare alla porta, anche se non si era ancora deciso a dare una voce per permettere al visitatore di entrare.

    Intanto gli risuonavano ancora nella mente i versi che aveva scorso:

    Le lacrime e i sospiri degli amanti, (…)

    vani disegni che non han mai loco, (…)

    i vani desideri sono tanti…

    Era da qualche tempo, forse proprio dai primi giorni in cui aveva deciso di trasformarsi appena calata la sera nel Lasco, che Sigifredo stava rivalutando qualsiasi sentimento, forse esclusa la fedeltà di chi lo serviva dalla quale non avrebbe potuto prescindere a rischio della sopravvivenza, come una rappresentazione, forse addirittura un inganno da svelare, da doversi necessariamente deturpare proprio con quelle gesta violente che andava operando nella tenebra.

    L’atteggiamento mentale, la riflessione, che in seguito aveva suscitato azioni dissacratorie forse spropositate verso i riti e i miti che incantavano e ingannavano gli uomini, derivava da una delusione d’amore recente che una donna tanto desiderabile quanto reticente gli aveva imposto.

    ‘na tusa de Valcasargh.

    Anche se, come spesso capita ai maschi che sono restii ad accettare e metabolizzare le sconfitte, la sua mente aveva poi rivestito di dignità filosofica la semplice frustrazione affettiva, e magari sessuale, scatenandogli nell’animo quell’ansia di rivincita su tutto quanto c’è di buono, e perfino di santo, nel mondo per imporre sulla realtà il proprio io umiliato e ridonare fiducia a sé stesso pure se a prezzo della sopravvivenza degli altri, e di punire perciò chiunque si rifiutasse di riconoscerlo come personalità eccellente, come essere dominante.

    Se non si accetta il Bene che si vuole dare di giorno, chi lo rifiuta deve essere pronto a subire il Male di notte allora il conte si disse.

    E al fuoco di un tale pensiero l’uomo si consolò, giacché l’odio, la furia, la determinazione a piegare il prossimo perché impari ad essere riverente, rappresentavano medicamenti dell’anima, energie che aiutavano ad andare avanti, a sostenere lo spirito che ogni tanto si smarriva e si impauriva nei rari ma inquietanti frangenti in cui si soffermava a riconsiderare il proprio ruolo nel mondo, il significato stesso dell’esistere.

    Il Lasco fece una smorfia disgustata.

    Sono il Buon Signore al sole e un assassino alla scarsa luce della luna considerò per l’ennesima volta con scetticismo.

    Cioè, nel primo frangente, quanto gli ipocriti si aspettano da me senza avere mai dato prova di essermi grati per quello che ho fatto per loro, e quello che invece io, all’opposto, mi arrogo il diritto di ricambiare alla loro doppiezza con pari moneta, anzi con un pesante sovrappiù di costi.

    Così in quel momento, ispirato dai versi sublimi dell’Ariosto, considerò il nobile di Parlasco.

    Non potendo immaginare che chi stava per entrare nella sua piccola biblioteca nel palazzotto di Marmoro, la località vicina al paese dove risiedeva, gli avrebbe parlato proprio di quell’amore, e del senno che si perdeva per rincorrerlo, che il paladino Astolfo era andato a scovare fin sulla luna.

    Anzi, più che dell’amore in sé, della sua santificazione con un rito solenne: l’ideale perché un empio come il Lasco potesse trovare gratificazione nel profanarlo.

    - Vieni avanti! - quindi si decise ad ammettere alla sua presenza l’inopportuno che gli aveva guastato il piacere delle rime del grande poeta vissuto nel secolo precedente.

    Prima che l’altro si mostrasse, il signore del luogo trasse però furtivamente da un taschino del corpetto ricamato che indossava un piccolo dipinto che riportava le fattezze di una fanciulla e lo sbirciò ancora una volta con un misto tra ira, nostalgia e rammarico, per poi farlo di nuovo sparire.

    L’ho anca veduda biuta.

    L’aveva vista tutta nuda, quella che la prima volta gli era parsa di una bellezza impareggiabile.

    Inchinandosi e facendo sventolare fino a terra il cappello piumato in segno di rispetto, il Grattarogne a quel punto entrò.

    E purtroppo sorrise.

    - C’è materia per divertirsi, mio signore - poi il bravo di casa annunciò con tono sarcastico - Una passione, un matrimonio - aggiunse. E, dopo una pausa: - La prima notte di nozze, niente di meno, e tanto più -.

    L’interno della bocca dello sgherro, che il tentativo di compiacenza nei riguardi del padrone aveva messo in evidenza, si presentava come una devastazione senza ormai nessuna possibilità di rimedio.

    Di denti, specie incisivi e canini, ne rimaneva soltanto uno visibile nell’arcata superiore, e anche quello traballante e giallastro. Di premolari e molari non si sarebbe potuto dire perché erano nascosti più in fondo, ma certamente non dovevano essere in condizioni migliori, ovvero probabilmente si trovavano ormai in una situazione di decomposizione se, anche a qualche passo, quando il malvissuto parlava o semplicemente dischiudeva le labbra, si avvertiva un tanfo di putrescenza quasi insostenibile per chi ne era investito.

    Falsandri allora tentò di fare buon viso a cattivo gioco, ma non si trattenne dallo sfilare ancora dal giustacuore che gli fasciava il torace, stretto in vita da una sottile cintura di seta, un fazzolettino intriso di essenze al quale ricorreva ogni volta che si trovava non solo in presenza del suo fido ma anche se gli capitava di avere a che fare con contadini sudati, o magari con ascelle, seni e sessi odorosi di femmine plebee che stava violando e che dimostravano poca dimestichezza con il sapone, le quali non avevano avuto l’accortezza e il buon gusto di sciacquarsi e profumarsi con cura prima di essere brutalizzate.

    - Stai parlando di organizzare un’altra cavalcata nel buio, mio buon Grattarogne? - quindi l’aristocratico domandò per pura formalità e non aspettandosi neppure una risposta, ben sapendo che soltanto una prospettiva del genere avrebbe reso tanto entusiasta quel malavitoso.

    Lo scagnozzo, a quanto si mormorava di lui frutto dell’accoppiamento occasionale di un vagabondo scrofoloso con una mendicante demente della quale non erano stati in pochi ad avere approfittato godendosela alla svelta in qualche fratta dispersa in campagna, era chiamato in quel modo non in quanto, come si sarebbe potuto supporre, uomo in grado di togliere di dosso a sé e agli altri i guai e gli impicci, ma all’opposto proprio perché pareva se li andasse a cercare, li attirasse come una calamita, così che questi quasi si snidassero, appunto si grattassero via, da dove si erano arroccati per piombargli addosso con furia o, tramite lui, franare disastrosamente sul cranio di qualcun altro.

    Sigifredo Falsandri, il Buon Signore, era consapevole di una tale fama del suo uomo, che sembrava avere avuto anche qualche riscontro oggettivo, e ogni tanto, quando si trovava con lui, gli capitava anche di articolare con le dita segni scaramantici dietro la schiena.

    Il Lasco invece, la personalità oscura del medesimo individuo, il suo doppio, dal sottoposto, con un atteggiamento apparentemente contraddittorio, ricavava abbondante materia per le sue carognate segrete, giacché, per poterle intraprendere, era necessario che, da una situazione qualsiasi, anche gioiosa e positiva, se ne potesse comunque ricavare una seccatura, una sciagura, cioè appunto si riuscisse a scrostare una rogna, il che era giusto la specialità del sottoposto che corrispondeva perfettamente al suo nome.

    - Parlamene. Cuntemm soo - perciò il conte si accinse ad ascoltare la proposta, sedendosi scomodo su un alto seggiolone di legno a distanza di sicurezza dalle zaffate pestilenziali del respiro dell’uomo d’arme - Intendo male o si tratta della verginità di una donna, che sta per maritarsi ma il maschio non l’ha ancora assaggiato? -.

    - Avete detto bene, padrone - annuì l’ospite compunto - Uno sposalizio in paese, una festa fuori paese - riassunse con poche parole, riferendosi a Parlasco.

    - Oggi stesso? -.

    - Sembra appena celebrato, mio signore. Il che, ben s’intende, significa che stanotte lo sposo passerà all’incasso di tutti i suoi sforzi per impalmare la donna -.

    - La femmina, invece? -.

    - Si stenta a guardarla, conte, ve ne preavviso - lo scherano finse di intristirsi - Grassa come una scrofa e di certo ottusa, dura di cervello come una macina -.

    - E allora dove starebbe la soddisfazione del Lasco se si impegna a violare una bestia del genere? -.

    - Nello sposo, appunto nel maschio non ancora gustato da lei, Eccellenza - il Grattarogne di nuovo sfiatò uno sbuffo mefitico.

    Falsandri a quel punto considerò che il suo affiliato era stato più arguto di lui, o più sottilmente malvagio.

    Non si trattava infatti di sedurre con la violenza una donnicciola illibata, tanto più se era sgradevole a vedersi e a palparsi, e probabilmente fastidiosa ad annusarsi, perché una faticaccia di quella sorta poteva essere portata ad effetto da un villano qualunque e non dal molto più degno bandito della Valsassina, il quale, anche nell’esercizio del crimine, una certa eleganza doveva pur mantenerla se intendeva tenere alla giusta altezza la propria fama.

    - Esattissimo e sacrosanto: il diletto sta nel sottrarre l’osso al cane quando ha già la bava alla bocca per azzannarlo - perciò annuì, fissando negli occhi il suo interlocutore.

    - Nel farvi voi marito prima che lo faccia il vero marito - annuì orgoglioso il bravaccio.

    Ius primae noctis, e se te get rabia, métela in de la gabia.

    - Come se le nozze fossero state le mie e avessi il diritto di godermi la prima notte - l’aristocratico brontolò soddisfatto - E poi magari anche tu…?! -.

    - Se lo consentite, padrone, e sempre dopo di voi, potrei adoperarmi in un’opera di carità, sperimentando con attenzione la bontà delle membra nude della matrona per poi consegnarle al legittimo coniuge ben stropicciate, certificandogli però con assoluta onestà che colei è donna garantita, di qualità adatta ad assicurargli per sempre la felicità e una bella e numerosa prole grassoccia di futuri villani -.

    - Proposito lodevole, mio solerte Grattarogne. Quasi una missione umanitaria - a quel punto Sigifredo replicò beffardo - Che rivestirebbe ancora maggiore valore se la giumenta in questione, insomma la vacca da monta con il velo da sposa, per maggiore sicurezza venisse poi rodata anche da altri tuoi compagni che ci porteremmo appresso per scorta -.

    - Accadrebbe così, a cospetto di un atto di bontà tanto evidente, il collaudare una femmina per fare un favore al suo uomo, che nessuno in Valsassina potrebbe mai disapprovare il Lasco e i suoi fidi, tante volte accusati da essersi ormai assicurati un’ingiusta nomea di malacarne -.

    - Il nostro generoso intento di volonterosi sperimentatori di mammelle e vagine a garanzia del godimento dei loro consorti apparirebbe lampante a chiunque, ne sono certo - concluse perciò il signore di Parlasco, facendo calare il sipario sulla squallida commedia e licenziando in fretta il suo servitore giusto in tempo per non subire un mancamento per la puzza emessa da quella sorta di cloaca che gli fungeva da cavo orale.

    Il quale pretoriano, senza aggiungere parola e per grazia di Dio senza più aprire bocca, infatti si inchinò di nuovo e se ne andò a preparare il necessario per la scorribanda della nottata imminente: cavalli bardati, armi per contrastare irrispettose reazioni impreviste, avvisi ai complici che avrebbero fatto da supporto, mantelli neri per mimetizzarsi nell’oscurità, maschere per non farsi riconoscere.

    Scomparso il visitatore, tornata l’aria di nuovo quasi respirabile, il nobile allora aprì ancora il suo Ariosto per riprenderlo poco più avanti del punto in cui era stato disturbato.

    La più capace e piena ampolla, ov’era

    Il senno che solea far savio il conte,

    Astolfo tolle; e non è sì leggiera…

    E in quel momento, quasi riavendosi da un’ubriacatura, si disse che forse anche lui, volendo ostinatamente persistere in quelle ribalderie notturne, doveva avere perso la ragione come il paladino Orlando, e che poteva verificarsi il caso che prima o poi un nuovo Astolfo avrebbe dovuto adoperarsi per recuperarla sulla luna in una boccetta di vetro.

    3. Un altro tipo di inferno

    - Noi siamo gente semplice e ignorante, ma buoni cristiani - affermò serio lo sposo, sfilandosi il tricorno di panno a tesa stretta che aveva acquistato a Lecco, la cittaduzza tra lago e fiume Adda, appositamente per darsi un tono da persona importante nel corso della cerimonia nuziale.

    A quelle parole, gli altri amici presenti approvarono e, tutti insieme, tracciarono sulla fronte e sul petto un frettoloso segno di croce.

    - Perciò non gli tagliamo la gola, non lo scanniamo di brutto? - poi però uno di essi si mostrò deluso.

    - Macché, bagaj: alla fine forse lo lasciamo anche libero, neh. La gente perbene non ammazza - gli replicò subito il novello marito, levando il dito indice come ammonimento - Almeno non sempre - aggiunse a mezza voce.

    - Ma magari lo torturiamo un pochino, appena appena, per farlo parlare? - espresse un improvviso entusiasmo un giovinetto ancora imberbe, figlio di uno degli invitati alla festa.

    - Gli facciamo assaggiare le pene dell’inferno? - aggiunse speranzoso un altro.

    Lo sposo rimase per un istante soprappensiero, come se stesse rimuginando a fatica una soluzione.

    Il grosso quantitativo di cibo ingurgitato quasi con affanno durante il banchetto dopo il matrimonio, un’occasione per satollarsi perbene il ventre che capitava poche volte nella vita di un povero com’era lui, gli aveva un po’ limitato la facoltà di discernere.

    Pure se l’allusione ai tormenti infernali che qualcuno aveva lasciato cadere con una certa superficialità adesso, piano piano, facendosi largo nel cervello parzialmente ottenebrato anche dal vino, gli stava maturando un’ideuzza, anzi un metodo, per ottenere l’informazione che andava cercando, rinunciando alla violenza bruta dalla quale il suo buon senso, la carità, o forse la fede, rifuggiva.

    Anche se non certo sottraendosi all’esercizio di quel minimo di aggressività che era comunque necessaria se si intendeva indurre a confessare un delinquente dalla scorza dura com’era quel tale che a Parlasco e un po’ in tutta la valle era conosciuto, anzi temuto e schifato, con il nomignolo inquietante di Grattarogne.

    - Inferno hai detto, eh?! - alla fine il ragazzo appena sposato riuscì a formulare un pensiero compiuto, allargando la bocca irta di denti grandi e ben saldi in un largo sorriso di soddisfazione - Ma perché no, compari? Dico: ma perché no, dopotutto, veh?! -.

    Presa la sua decisione, ancora misteriosa per gli invitati che fino a quel momento l’avevano circondato attenti, lasciò quindi scivolare lo sguardo sulla moglie che nel frattempo, dopo tutte le emozioni vissute in quella giornata, si era appisolata di schianto su una seggiola, ancora infagottata nell’abito di gala che si era malamente cucita da sé e che non riusciva a nascondere, anzi l’accentuava, la sua figura sgraziata di obesa senza speranza di miglioramento.

    Tela lì la buseca!

    Certo che questa qui brutta come un debito lo è per davvero, come dicono tutti allora il giovane considerò, non senza comunque un pizzico di commozione Ma c’è che io le ho sempre voluto bene sul serio, scemo che sono poi però si intenerì e tentò di consolarsi.

    Ciapala te, e rangess.

    In ultimo, rammaricandosi perché, considerati gli avvenimenti concitati che si erano succeduti fino ad allora, a notte ormai inoltrata non aveva avuto ancora l’occasione di appartarsi con lei per godersela come ormai era legittimato a fare, l’uomo valutò a suo vantaggio che dopotutto una ragazza poco avvenente rimaneva tale per sempre e ci si poteva anche un po’ abituare, mentre una bella prima o poi sarebbe comunque sfiorita, nel tempo pareggiando il conto e dando vita in ritardo alla frustrazione e alla delusione di che le era rimasto accanto.

    Meij premm che dopu.

    E poi, aggiunse, una femmina orribile chi mai avrebbe avuto il fegato di portargliela via?

    Una racchia è un tesoro che si conserva in cassetta. E, volendo, essendoci obbligati, non trovando di meglio, ognuno si accontenta come può l’uomo si disse ancora, con una filosofia spicciola che però aveva un suo fondato perché.

    Quindi, facendo un cenno agli altri di seguirlo, si avviò verso la parte più interna dell’osteria, o per la precisione del crotto nel quale era stato allestito il ricevimento.

    Era là, in uno stanzino discosto, stillante un velo di umidità dalle pareti di roccia, che il prigioniero era stato legato come un salame da paesani che avevano una certa dimestichezza nel confezionare carne di porco com’era lui.

    Prima di entrarvi, lo sposo si coprì le spalle con un pellicciotto di pelo di capra: il sorèl, la corrente fredda che filtrava dalla pietra e manteneva costante la temperatura adatta alla conservazione dei cibi, avrebbe infatti potuto bloccargli una digestione già di per sé sufficientemente laboriosa.

    I quattro cavalieri si erano fermati su un dosso in vista della Zoca di Cavée, la depressione sotto la Porta di Parlasco in cui era situato il Crott del cuntàss.

    - La festa sta finendo - sussurrò il Grattarogne al Lasco, indicando lo spiazzo di terra battuta sul quale, usciti dal locale, tre o quattro invitati ondeggiavano qua e là, già mezzi ubriachi per le bevute che evidentemente si erano protratte da qualche ora.

    - Giusto in tempo - replicò soddisfatto il conte Falsandri - Prima che dal vino forte si passi alla carne grassa - poi aggiunse canzonatorio.

    Il bravo colse l’allusione alla consumazione delle nozze che tra poco i coniugi si sarebbero concessi ritirandosi in una stanza appositamente preparata per loro e, per dimostrare di essere in sintonia con l’arguzia del proprio signore, replicò a tono.

    - Vedremo di farli rimanere a digiuno - infatti ringhiò - O almeno di dare noi quello che occorre alla moglie - non si trattenne dall’aggiungere con volgarità, già pregustando, mentre schioccava la lingua nella bocca marcita, il momento in cui, fatta irruzione nella taverna, ridotti all’impotenza i villici presenti, avrebbe stuprato a dovere la ragazza, pur orrenda che fosse, affannandosi e sbuffando sopra di lei mentre, faccia a faccia, l’asfissiava con il proprio fiato velenoso.

    Sempre concedendo la precedenza al padrone però si innervosì.

    Intanto gli altri due sgherri di scorta, come avevano fatto fin dalla partenza dal palazzo di Marmoro, erano rimasti in silenzio.

    L’oscurità era calata rapidamente, come avviene d’inverno. In quella stagione già a pomeriggio inoltrato, specie fuori dai paesi nei quali, davanti alle case dei ricchi, talvolta veniva esposta una lucerna, si poteva scorgere una sagoma soltanto a pochissimi passi.

    Adesso che la sera era ormai sopraggiunta, soltanto le luci, le faci infisse in anelli di ferro fuori dall’ambiente dove si svolgevano i festeggiamenti, e quella scarsa luminescenza tremolante che traspariva dalle finestre, rappresentavano il punto di riferimento per la brigata del Lasco che era in procinto di compiere una di quelle scorrerie per le quali, seppure relativamente recenti, ormai la banda aveva acquisito una pessima fama nella valle in cui non accadeva mai niente, e quando invece succedeva non era mai qualcosa che portasse beneficio a qualcuno, e quindi sarebbe stato meglio che non fosse mai capitata.

    - L’amur, la fiama e la tus se fann cugnus - a quel punto il Grattarogne sfiatò putridume, rivolto alla coppia di malnati che accompagnavano lui e il nobile.

    Era un modo di dire che ripeteva sempre all’esordio di ogni intrapresa per raccomandare ai complici di sventura di non usare gli acciarini, di non appiccare fiama per non farsi individuare, e naturalmente di non fare tuss, di evitare di tossire, di non produrre cioè qualsiasi altro suono che in anticipo ponesse sull’avviso le vittime, oltre quello ineliminabile del galoppo delle cavalcature che però, da lontano, poteva comunque essere scambiato per il rientro di un bovaro qualunque dai pascoli nei quali si era attardato troppo.

    In quanto a l’amur, il delinquente ghignò, si sarebbe fatto ben riconoscere, cugnus ben. Di certo infatti, di lì a poco, non sarebbe stato possibile nasconderlo quando la sposa ancora illibata, così almeno accadeva nel Seicento, l’avrebbe provato, l’avrebbe subito di forza, la prima volta da tutti loro, in massa, prima che dal suo legittimo marito da solo.

    Na lavadaa, na sügadaa e la par gnanca dupradaa poi lo scagnozzo considerò per sé con cinismo, immaginando che alla fine il ragazzo defraudato del bene prezioso del cogliere la verginità della donna non avrebbe dovuto lamentarsene più di tanto, visto che un opportuno e prolungato sciacquio là dove sarebbe stato necessario gli avrebbe restituito la parte interessata ancora integra, o quasi.

    Una lavata e un’asciugata dopo lo stupro di gruppo e poteva anche apparire che tra le cosce della poverina non fosse nemmeno trascorso un intero manipolo di brutti ceffi pelosi, nerboruti, membruti e infoiati, cavallacci a due zampe allenati a quella sorta di particolare galoppo.

    O almeno era quello il consolante pensiero che di solito poneva l’anima in pace a chi esercitava una violenza carnale.

    Nelle vesti del Lasco della Valsassina, Sigifredo Falsandri si era ricoperto con un mantellone scuro e aveva calcato sul capo un cappello a tese larghe, sventolante, annodato però sotto il mento da due legacci di cotone, così da non perderlo in caso di scontro ed essere poi individuato dall’indumento che riportava la sua sigla trapunta all’interno.

    Per

    Ti è piaciuta l'anteprima?
    Pagina 1 di 1