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La chiamata di Visnu
La chiamata di Visnu
La chiamata di Visnu
E-book355 pagine5 ore

La chiamata di Visnu

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Info su questo ebook

Visnu: il grande dio protettore della triade induista. Ogni qual volta che il mondo rischia di sprofondare nel male e nell'ignoranza e di perdere anche il poco bene che ancora vi alberga, egli veste panni mortali e da solo od aiutato da eroi, nasce sulla Terra per proteggerla. Hiranyakshva, antico Asura che ha abbracciato la religione della scienza, si risveglia da un letargo di milioni di anni, determinato ad estirpare il dharma, l'etica e la morale poiché non esprimibili da una formula matematica e dunque inesistenti, a suo avviso. Visnu, dunque, chiama antichi eroi a reincarnarsi per affiancarlo in questa nuova lotta combattuta non solo sui campi di battaglia e con armi, ma soprattutto negli animi e con la fede. Irma, una giovane archeologa e alcuni dei suoi amici frati indiani prenderanno coscienza di chi erano nella loro vita precedente e dovranno adempiere al loro dovere, trovandosi a combattere in mezzo a Naga (uomini serpenti), Gandharva (musici e guerrieri celesti), i mostruosi e sanguinari Rakshasa e Yaksha e i Pishacha, esseri che sconvolgono le menti. Gli eroi troveranno un poco di quiete nel riflettere tra le strade odorose, gli edifici colorati e la cultura del Tamil Nadu. La reale India del sud viene animata dalla mitologia tradizionale, in un romanzo dove nell'incontro tra culture si trova l'universalità di alcuni principi e valori.
LinguaItaliano
Data di uscita11 feb 2016
ISBN9788869341359
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    La chiamata di Visnu - Michela Rivetti

    © Bibliotheka Edizioni

    Via Val d’Aosta 18, 00141 Roma

    tel: +39 06.97998700

    info@bibliotheka.it

    www.bibliotheka.it

    I edizione, Febbraio 2016

    ISBN 9788869341359

    Tutti i diritti sono riservati.

    Disegno di copertina: Riccardo Brozzolo, Eureka3 Srl

    www.eureka3.it

    MICHELA RIVETTI

    La chiamata di Visnu

    Fantasy

    Michela Rivetti

    Nata nel 1991, si è diplomata presso il liceo classico di Reggio Emilia e ha conseguito la Laurea in Storia e Civiltà Orientali presso l’ateneo di Bologna, con la tesi L’India di Eliphas Levi. Nella stessa Università sta proseguendo gli studi in archeologia orientale.

    Ha conseguito un diploma presso la Scuola di Filosofia orientale e comparativa di Rimini.

    Ha già pubblicato due romanzi storici: Sotto gli occhi del Crostolo e L’Amigh Zresa; scrive articoli di carattere storico locale per il mensile Stampa Reggiana.

    Altra sua grande passione è il teatro. Ha iniziato a recitare nel 2000 e attualmente fa parte di due compagnie teatrali di Reggio Emilia.

    Prologo

    Signore Visnu, più grande di tutti i Deva, primo nella Trimurti, protettore della terra, distruttore dei malvagi, dimmi: ti sei dimenticato di me?

    Il Signore Supremo non dimentica nessuno, men che meno i suoi devoti.

    Mi avevi promesso che qualcuno avrebbe spezzato la maledizione che mi affligge e ch’io avrei potuto combattere al tuo fianco e servirti per riscattarmi e finalmente morire.

    Infatti, così sarà, non temere.

    Da quanti secoli sto aspettando? È ancora molto lontano il momento del tuo intervento? Il Kaliyuga non ha già mostrato abbastanza le sue empietà, le sue scelleratezze, la sua ignoranza?

    Così dev’essere quest’epoca e durerà ancora a lungo. Presto, però, sarai liberato. Stanno per scadere i giorni del letargo dell’Asura Hiranyakshva, egli vorrà cibarsi del Dharma e dunque dovrò intervenire per preservare l’ordine e la giustizia, la verità e il dovere. Non temere, tu sarai al mio fianco e poi potrai finalmente morire, se così vorrai; ma forse potrebbe esserti offerta una nobile missione.

    Grazie Signore, ma nulla desidero più che la morte.

    Capitolo I

    In viaggio

    L’interfono annunciò l’apertura dell’imbarco dell’aereo per Chennai. I viaggiatori si alzarono dalle sedie d’attesa e si incolonnarono pazientemente. Erano per lo più Indiani di ritorno a casa, oppure uomini d’affari, alcune famiglie o piccoli gruppi d’amici pronti per una vacanza; infine una ragazza, sola, un’Europea ma con indosso un abito indiano, non il classico sari, ma una sorta di camicione lungo, azzurro, con fiorellini neri e verdi.

    Capelli castani con riflessi rossi, boccoli a candelotto molto stretti arrivavano a sfiorare le spalle; carnagione mediterranea, occhi scuri leggermente allungati, pieni di curiosità e di dolcezza; labbra severe che poche volte si increspavano in un sorriso; corporatura solida, irrobustita dal lavoro all’aperto, ma comunque armoniosa e con le forme femminili ben definite.

    Irma si era appena seduta nel posto assegnatole in aereo, era la prima volta che compiva da sola un viaggio così lungo. La situazione era completamente diversa da quella degli anni precedenti: prima stava via solo venti giorni e insieme al gruppo missionario estivo organizzato da frate Ernesto, invece ora sarebbe rimasta in Tamil per più di tre mesi e lo scopo del viaggio era del tutto diverso!

    La giovane si era recentemente laureata in archeologia orientale, si era iscritta e aveva vinto un concorso, bandito dall’Università, per partecipare a uno scavo archeologico nel sud dell’India, in qualità di assistente dei due insigni studiosi il professor Erberti e il dottor Serafini che da anni dirigevano lo scavo.

    Irma li conosceva entrambi; aveva seguito alcuni corsi tenuti dal primo, mentre il secondo lavorava nel museo che la ragazza frequentava assiduamente da anni, infatti lei era legata da amicizia con Serafini e lo chiamava quasi sempre Tiberio, il suo nome di battesimo.

    La giovane aveva all’incirca ventisei anni e fin dalle elementari aveva chiaro che da grande avrebbe voluto fare l’archeologa. La sua materia scolastica preferita era la storia e con la bella stagione, trascorreva gli intervalli a scavare nel giardino della scuola, aiutandosi con bastoncini, alla ricerca di qualche tesoro: era stata felicissima quando aveva trovato una piccola casetta in ceramica colorata; probabilmente l’aveva persa un bambino qualche anno prima, ma per lei era stata una grande scoperta!

    Cresciuta in una famiglia che incoraggiava la lettura e organizzava spesso gite in città d’arte, la passione di Irma per la storia e le culture del passato era diventata sempre più grande. Alle scuole superiori aveva frequentato il liceo classico, in un indirizzo che approfondiva lo studio dei beni archeologici e culturali. Aveva partecipato a stage presso il museo della sua città, dove aveva stretto amicizia con Tiberio; inoltre aveva partecipato a scavi archeologici prima come volontaria e poi per tirocinio formativo all’Università. Adorava indagare il passato, lo considerava un modo per conoscere l’umanità, non solo dall’aspetto politico o economico, ma anche, se così si può dire, psicologico. Amava immedesimarsi in mentalità differenti da quelle odierne e cercare di vedere le situazioni con altri occhi, anziché giudicarle.

    Per questo motivo, nel corso dei suoi studi, aveva deciso di approfondire anche le correnti filosofiche del passato ma, soprattutto, le religioni e le mitologie. Sopra ogni altra, però, era affascinata dall’antica tradizione induista, fin da quando aveva letto una versione per bambini del Mahabharata, un poema epico indiano. Era diventato il suo testo preferito, ne aveva lette varie versioni e cercava sempre in esso i consigli e il conforto di cui aveva bisogno.

    Le letture del ciclo indo-malese di Salgari avevano poi contribuito ampiamente ad accrescere il suo interesse per quei luoghi e per anni si era prefissa che, almeno una volta nella vita, sarebbe andata in India. A ventuno anni accadde: un giorno trovò in parrocchia un opuscolo che invitava i giovani a trascorrere un’estate missionaria e, tra le varie proposte, c’era anche un viaggio in India; la ragazza aveva deciso all’istante di cogliere quell’occasione, anche se non era granché interessata all’aspetto missionario. Quel viaggio fu solo il primo di tanti, sempre negli stessi luoghi, poiché, anche se partita con un interesse puramente storico, si era presto affezionata a quei luoghi e quelle persone e, nonostante desiderasse visitare anche altre regioni e altri monumenti, non poteva fare a meno di pensare a quelle persone che aveva conosciuto: preti, insegnanti, bambini, malati, suore, uomini, donne… Pensava spesso a quei posti e quella gente e non era raro che li sognasse di notte, svegliandosi dispiaciuta che si trattasse solo di sogni.

    Irma, dunque, era felicissima dell’esperienza che presto avrebbe vissuto e non vedeva l’ora di iniziare gli scavi, ma avrebbe dovuto aspettare ancora un paio di settimane. La giovane, sapendo che il sito da studiare si trovava in Tamil, lo stesso stato in cui si era recata ogni agosto degli ultimi anni, aveva deciso di partire in anticipo per poter recarsi a far visita ai frati che conosceva nelle comunità che si trovavano a Mamallapuram e Trichy. Il soggiorno presso i frati sarebbe costato solamente dieci euro al giorno, comprensivo di tre pasti quotidiani, oltre che del letto. Quando l’Università scoprì quest’opportunità tanto economica, si affrettò a contattare padre Saagar, priore a Trichy, per stipulare un accordo e far alloggiare nel suo convento, per tutto il tempo della durata degli scavi, anche il dottor Serafini e il professor Erberti, nonostante le vigorose proteste di quest’ultimo che era fortemente anticattolico.

    Irma voleva rivedere i suoi amici frati, Chinnaiyan, il giovanissimo Shyjan e padre Savariappan, ma più degli altri voleva riabbracciare padre Yacqomin, priore di Mamallapuram, e padre Jerolam, braccio destro del priore di Trichy. Il primo aveva quarantatre anni, ma non li dimostrava, era non alto e di corporatura non robusta, aveva baffi neri e un paio di occhi attenti, curiosi, ma anche ingenui: da fanciullo. Il secondo, invece, trentasettenne, era di fattezze quasi erculee e la sua bellezza e il suo carattere buono avevano indotto molte donne a rimpiangere il fatto che fosse un prete. Anche Irma, a suo tempo, era rimasta affascinata da lui, ma poi l’infatuazione era passata ed era rimasta solo una profonda amicizia, un affetto tenero e gioviale, come quello che nutriva per padre Yacqomin dopotutto.

    Mentre volava, Irma iniziò a pensare ai suoi amici, a ricordare i momenti vissuti assieme e un turbinio di immagini ed emozioni si affollavano nella sua mente, litigando tra loro per essere le prime ad essere pensate. Erano passati cinque anni da quando, a Chennai, la capitale del Tamil, la giovane aveva visto per la prima volta Padre Yacqomin; ricordava che il prete aveva iniziato ad accompagnare il gruppo di Frate Ernesto già il secondo o terzo giorno di viaggio. Non era stato presentato nella veste di priore di un altro convento, ma come un frate qualsiasi. Appena l’aveva visto, Irma aveva pensato: Anche se qui non ha un ruolo gerarchicamente importante, secondo me è un leader! e di fatti poco dopo si era saputo che egli era il priore della casa dei novizi a Mamallapuram.

    Era simpatico, sorrideva spesso e rideva anche di più, gli veniva naturale appoggiare le mani sulle spalle o fare una carezza anche agli estranei. –– pensò la viaggiatrice – Il contatto fisico in India è molto più quotidiano e accettato rispetto che in Italia, anche due maschi possono tranquillamente abbracciarsi o tenersi per mano per semplice amicizia e non altro.-

    Certo il contatto era meno piacevole quando consisteva in vigorose pacche sulle spalle o forti pugni sugli avambracci, dati in amicizia, ma che lasciavano il segno.

    Padre Yacqomin – continuava a pensare la donna – Mi sembra un uomo davvero buono, qualcuno che ha l’attitudine al comando, ma al fin di bene, un uomo con senso di responsabilità, bravo ad organizzare e gestire, senza tuttavia divenire austero, bensì rimanendo pienamente vitale, prendendo la vita con gioia e leggerezza. Leggerezza non nel senso di prendere sottogamba le cose, ma nell’accezione di non lasciarsi travolgere e dominare dagli eventi, ma averne il controllo e, dunque, potersi permettere di affrontarli con un sorriso e senza preoccupazioni. Mica come accade a molta gente che conosco che si lascia trascinare degli eventi e molte volte fa le cose per abitudine e non perché ne abbia realmente voglia o bisogno. Noi viviamo la vita, cavalcando il destriero degli eventi, possiamo aggrapparci alla sua criniera, chiudere gli occhi e sperare che non vada a sbattere contro nulla e lasciarci portare in ogni dove, oppure imbrigliarlo e guidarlo tenendo ben salde le redini. Ciò non vuol dire che tutto dipende esclusivamente da noi, ma semplicemente che siamo pronti ad affrontare quello che ci capiterà, con fermezza, decisione e lucidità.-

    Padre Jerolam era molto diverso da come appariva. I primi giorni in cui lo aveva visto, Irma non si era minimamente interessata a lui. Certo ne aveva riconosciuto la bellezza nel volto bello e rude e la prestanza nelle spalle robuste e nelle braccia come proboscidi, per usare un paragone impiegato nella letteratura indiana; tuttavia l’espressione un po’ grossolana e la poca loquacità avevano fatto sì che la giovane non lo ritenesse una persona con cui valesse la pena parlare. Si era però dovuta ricredere; le era capitato un giorno di fare alcune considerazioni in presenza di quel frate il quale aveva subito espresso la propria opinione e così si erano abbandonati ad una lunga conversazione che toccava i più svariati argomenti, di storia, di morale, di filosofia, di religione, di letteratura e altro ancora. Quello fu il primo di tantissimi dialoghi con Jerolam, chiacchierate a cui Irma non avrebbe saputo rinunciare. – Jerolam è molto più profondo e savio di quanto immaginassi – aveva pensato la ragazza – Che fosse colto non avrei dovuto dubitarlo: per diventare preti occorre studiare filosofia e teologia per molti anni, tuttavia non credo che anche tutti gli altri frati del convento siano così interessanti. Inoltre, non è nemmeno scontroso come mi era sembrato, certo è meno espansivo, è un po’ introverso e non sorride quanto gli altri, però è lo stesso amichevole. Bisogna dargli un poco di confidenza per poter vedere il suo lato migliore.

    Gli altri due frati a cui Irma si era affezionata erano uno Chinnaiyan, un altro frate e prete di Trichy, preside della scuola gestita dal convento, aveva un sorriso perenne e gli occhi semi chiusi, un giovane semplice e simpatico; Shyjan era invece un prenovizio, obbediente e abile in molti sport, come tutti i suoi compagni. Era laborioso e timido, compariva e rimaneva in secondo piano, aiutante e mai attore principale, non era neppure una comparsa, ma l’aiutante di scena che sposta gli oggetti e apre il sipario. Benché umile basso manovalanza, aveva sempre pronto un sorriso e obbediva con gioia, semplicità e soddisfazione; aveva accettato il proprio Dharma, dovere, e seguirlo lo appagava. Padre Savariappan era invece un frate di mezz’età, molto istruito, pacato e gentile e che cercava sempre la maniera di aiutare i contadini. Chi non avrebbe rivisto era padre Amal, che però poteva andare a trovare in ogni momento a Roma, poiché era diventato archivista del loro ordine e quindi viveva ormai in Italia.

    Mentre il fiume di ricordi, emozioni e nostalgie attraversava la mente di Irma, l’aereo compiva il suo percorso e alla fine atterrò a Chennai. Una volta arrivata sulla strada davanti all’aeroporto, la giovane si avvicinò a un tuc-tuc, una sorta di taxi a tre ruote, giallo con la cappotte nera, aperto ai lati, l’autista davanti e dietro spazio per tre passeggeri. La donna, parlando in inglese, fece capire all’autista dove dovesse andare, poi caricò la valigia, si mise a sedere e iniziò a godersi il viaggio adrenalinico nel traffico della capitale, ovviamente accompagnato dal costante suono di clacson.

    Il clacson è la forma privilegiata di comunicazione sulle strade indiane, viene suonato per qualsiasi motivo, salutare, prenotare la precedenza ad un incrocio, segnalare un sorpasso e monto altro, ma non è mai un suono rabbioso o d’impazienza.

    Attorno a sé Irma vedeva passare per lo più autobus e moto o altri tuc-tuc, numerose automobili ma non molte in proporzione agli altri veicoli, di tanto in tanto si vedeva qualche bicicletta o triciclo a pedali con un carretto incorporato o davanti o dietro. Le motociclette erano il mezzo di trasporto più usato e su esse viaggiavano da uno a quattro viaggiatori e le donne spesso sedevano all’amazzone; il casco da alcuni era usato, da altri no, Irma rimase colpita quando vide due uomini in moto con la testa scoperta ma il passeggero teneva il casco in mano. Il senso di marcia era a sinistra, ma non sempre la norma era rispettata; non c’erano cartelli che informassero circa chi avesse la precedenza che quindi veniva ottenuta suonando per primi il clacson. I marciapiedi, invece, erano di due tipi: uno quello classico stretto e rialzato, l’altro piano e largo, quest’ultimo era pure usato come corsia preferenziale, nel senso che lì ognuno poteva fare quel che preferiva, andarci con qualsiasi veicolo e muoversi il qualunque direzione.

    Il tuc-tuc uscì finalmente dal traffico della capitale, ove le auto erano strette tra di loro, mantenevano una distanza di sicurezza di dieci centimetri, non sempre rispettata e procedevano con manovre che in Italia avrebbero fatto la gioia di un carrozziere, ma che in India lasciavano miracolosamente le auto illese.

    Irma fu felice di uscire dalla città, non ne poteva più di respirare lo smog così forte e pesante. Ora la strada era un rettilineo che filava per chilometri e chilometri senza nessun ostacolo, a parte le serie di tre transenne per volta che costringevano gli autisti a fare lo slalom, usate al posto dei dossi per rallentare la velocità. La giovane, adesso, più tranquilla, guardava attorno a sé le distese di pianura estendersi fino all’orizzonte, senza nulla che ostacolasse la visuale; un orizzonte lontanissimo. Capitava talvolta di passare attraverso un piccolo villaggio con case moderne, ma col sapore della provvisorietà, come quelle che ci sono in riviera, usate solo d’estate; accanto a queste abitazioni c’erano però anche capanne in terra col tetto di foglie di palma; c’erano negozietti microscopici, con la merce ammassata in una sola minuscola stanzetta. Queste immagini erano ormai note ad Irma che non ne provava noia, anzi le guardava scorrere con rinnovato piacere, sussultava quando vedeva un tempietto e cercava di capire a quale divinità fosse dedicato, per il resto osservava il paesaggio vasto e si abbandonava ai propri pensieri il cui ritmo era rallentato.

    Ho già ritrovato il traffico, lo smog, i suoni, gli odori intensi e il caldo che mi sono ormai famigliari e che sono le prime impressioni che mi vengono in mente quando penso all’India. – pensava tra sé e sé – Sì, quando sono in Italia e ripenso ai miei viaggi, solo concentrandomi mi sovvengono i templi, gli episodi, le persone, ma istintivamente le prime sensazioni che si evocano nel mio animo sono appunto legate all’udito, all’olfatto e al tatto. L’aria calda e densa che avvolge teneramente, la decisione delle spezie, il sudore di chi vive, fiori ignoti, animali urbani.

    Dopo quasi due ore di viaggio, vide finalmente il tempio abbandonato, ma occupato da senza tetto, e le capanne che precedevano la viuzza che portava al convento di Mamallapuram. Il tuc-tuc imboccò la stradina, passò davanti alla scuola elementare fondata e seguita dai frati, sorpassò il campo da pallavolo e alla fine si fermò davanti al portone del convento. La ragazza tirò fuori un po’ di rupie e le consegnò all’autista. Sulla soglia era già spuntato padre Yacqomin, indossava lunghi pantaloni neri e una camicia bianca a maniche corte, aveva puntato il suo sguardo ingenuo e benevolo su Irma che abbracciò e salutò affettuosamente.

    Sì, grazie, ho fatto buon viaggio. Non vedevo l’ora di arrivare! Tu come stai? Cos’hai fatto in questo anno? domandò la ragazza, mentre entravano nell’atrio.

    Niente! rispose il prete e poi si mise a ridere e diede un amichevole ma forte pugno sull’avambraccio dell’ospite.

    Il convento era su un solo piano ed era formato da due chiostri collegati tra loro, lungo i cui corridoi si affacciavano le porte delle varie stanze; nell’unico lato comune, quello che divideva i due cortili interni, c’era la cappella. Irma era lì da meno di cinque minuti e già sentiva il silenzio e avvertiva l’animo acquietarsi: Mamallapuram era sempre il posto che le trasmetteva maggiormente pace.

    Si sistemò nella propria stanzetta e poi iniziò a girovagare per il convento senza meta; era stanca per il lungo viaggio e il fuso orario differente, tuttavia aveva deciso di non riposarsi subito, poiché era già sera e quindi avrebbe aspettato ancora qualche ora e sarebbe andata a dormire allo stesso orario degli altri.

    Non trovando nessuno in giro, la ragazza si mise a sedere su una delle sedie di bambù intrecciato che si trovavano nell’atrio per leggere un poco, ma prima diede un’occhiata alle inferiate alle finestre che bene conosceva, ma che le piaceva sempre osservare perché non erano semplici sbarre, ma vere e proprie opere d’alto artigianato. Le inferriate nelle altre stanze avevano la forma di una S racchiusa in una M, sormontata da una corona, quindi il monogramma dei Servi di Maria; nell’atrio, invece, l’inferriata rappresenta Gesù in croce, con i ladroni e un uomo in adorazione.

    Il libro che aveva tra le mani era il Mahabharata, da sempre il suo preferito, un poema epico indiano in cui cinque fratelli semidivini, i Pandava, dovevano superare le numerose insidie sottese dai loro cento cugini, i Kaurava che non volevano riconoscere loro il diritto a governare. Duryodhana e Dukshana erano i due cugini più grandi che ordivano i complotti e in questo erano aiutati dal loro miglior amico, Karna. Quest’ultimo si era presentato per la prima volta come figlio di un carrettiere, ma si era dimostrato un valoroso e abile guerriero e per questo era stato incoronato re di Anga da Duryodhana che in cambiò gli aveva domandato la sua eterna amicizia. Karna, pur presentandosi con umili origini, era stato ben accolto e aveva trovato il rispetto e il sostegno dei Kaurava, gli antagonisti del poema. Facendo fronte comune con Duryodhana e i suoi fratelli, Karna iniziò ad odiare i Pandava, che invece lo disprezzarono sempre il fatto di essere figlio di un carrettiere; in particolare si era creata un’aspra rivalità tra Karna e Arjuna.

    Molti anni più tardi, alla vigilia della guerra finale tra Pandava e Kaurava, Krishna (che era incarnazione di Visnu) rivelò a Karna che i suoi genitori non erano i carrettieri, come aveva sempre creduto, bensì egli era in realtà il fratello maggiore dei Pandava, abbandonato dalla madre perché nato prima del matrimonio. Nonostante questa scoperta e il profilarsi dell’opportunità di diventare lui stesso imperatore, Karna rifiutò di allearsi con i Pandava e rimase fedele al suo amico Duryodhana fino alla morte in battaglia, proprio per mano di Arjuna.

    Duryodhana e il resto dei Kaurava erano aiutati dallo zio materno Shakuni per ordire complotti e stratagemmi nella lotta contro i cugini. Uno degli episodi più importante nel Mahabharata fu proprio una partita a dadi in cui si sfidarono e scommisero Shakuni e Yudhishtira, il più grande dei Pandava, che perse tutto il suo regno e tutte le sue ricchezze. Yudhishtira, considerato il re più giusto e virtuoso della terra, si era fatto vincere dall’ebbrezza del gioco e aveva scommesso e perduto ogni cosa, compresi i fratelli, sé stesso e la moglie. Furono le suppliche di quest’ultima a convincere il vecchio re, il padre di Duryodhana, ad annullare la partita. Ne fu però giocata immediatamente un’altra e di nuovo Shakuni vinse, costringendo i Pandava all’esilio per tredici anni, alla fine dei quali scoppiò la guerra aperta tra le due fazioni.

    Irma adorava quel poema e ne aveva lette varie versioni e se da piccola si limitava ad entusiasmarsi per come i Pandava superavano tutte le avversità, crescendo aveva imparato ad apprezzare le digressioni filosofiche, le parole del saggio Bhishma e dei vari eremiti come Narada.

    Nel prologo del poema si avvisava il lettore che chi lo avesse letto al mattino avrebbe avuto una lieta giornata, chi lo avesse letto alla sera avrebbe fatto bei sogni, mentre chi lo avesse letto più e più volte sarebbe diventato un saggio, poiché quel che c’è nel poema lo si può trovare altrove, ma se una cosa non è nel poema, non la si può trovare da nessuna parte.

    Effettivamente il Mahabharata raccoglieva un’infinità di nozioni, tradizioni e leggende, lo si sarebbe potuto definire una summa della sua epoca, si trovavano racconti di battaglie, di dei e di creature sovrannaturali, per passare poi a inni sacri, a versi d’amore, a dialoghi filosofici e teologici e molto atro ancora, non solo riguardante il nostro mondo, ma anche i mondi inferi e celesti.

    La ragazza era dunque immersa nell’ennesima lettura di quel libro quando sentì suonare la campanella che chiamava a cena e dunque si recò nel refettorio dove prima si recitarono le preghiere e poi si mangiò. Usavano piatti e bicchieri in metallo e mangiavano riso accompagnato da sughetti piccanti; la comunità era composta da quattro frati e diversi novizi poco più che ventenni, Irma cercò di conversare un poco in inglese; finito il pasto ognuno lavò le proprie stoviglie. La ragazza decise di andare subito a dormire e Yacqomin fece appena in tempo a domandarle se avesse voluto fare yoga con lui il mattino dopo. La giovane aveva accettato la proposta e quindi alle cinque e mezza era sveglia, sulla terrazza-tetto del convento a fare gli esercizi col priore e i novizi. Non aveva avuto problemi ad addormentarsi, da una parte conosceva già bene i duri letti indiani, dall’altra la stanchezza per il lungo viaggio aveva sopraffatto l’emozione e la gioia di essere tornata.

    Il viaggio era iniziato sotto ai migliori auspici, era tutto come ricordava Irma che era felicissima di essere nuovamente in India, nuovamente tra quelle persone di cui adorava la semplicità, la spontaneità e l’affetto. Sarebbe rimasta una settimana a Mamallapuram, poi avrebbe raggiunto Trichy e dopo altri sette giorni sarebbe iniziata la spedizione archeologica; tutto faceva presagire un’esperienza meravigliosa, il cui unico difetto sarebbe consistito nelle colazioni. Non c’era alcuna differenza rilevante tra la colazione e gli altri pasti e ciò sconfortava un poco la giovane che non sapeva rinunciare al dolce al mattino e quindi si era portata in valigia alcuni barattoli di crema al cioccolato a cui ricorrere se fosse stato necessario.

    Irma si ritrovò da sola, la mattina, poiché padre Yacqomin teneva lezione ai novizi: quel convento era una scuola per i giovani frati e, dunque, dovevano studiare e avere un insegnante. La ragazza era indecisa circa cosa fare: rimanere al convento e rilassarsi, oppure chiamare un tuc-tuc e andare in spiaggia sull’oceano, o a visitare per l’ennesima volta il sito archeologico? Decise di fare due passi per schiarirsi le idee e, passeggiando, notò che i campi attorno al convento erano diversi rispetto a come li aveva visti in passato. Negli anni precedenti c’erano solo alcune palme di cocco e poi il resto era lasciato all’incuria, oppure coltivato minimamente a riso. Ora, invece, sembrava che i campi fossero stati ripuliti dall’erbacce e che le coltivazioni fossero più grandi e meglio tenute. Era stato scavato anche un secondo pozzo; i pozzi erano costruiti in maniera molto diversa da quella che siamo abituati a vedere noi: il parapetto era piuttosto basso, era largo almeno cinque metri di diametro e scendeva in profondità; alla fine pareva una specie di piscina interrata. Per prendere l’acqua non c’era un sistema di carrucole, bensì nella parete interna del pozzo si trovava una scala in cemento che veniva scesa dagli uomini che, raggiunto il livello dell’acqua, l’avrebbero raccolta con secchi.

    La ragazza camminò un poco vicino ai campi, poi si fermò a godersi l’ombra sotto le palme di cocco. Rimase lì appena cinque minuti, poiché presto si ricordò che i cocchi potevano cadere dagli alberi e, dunque, non era una buona idea rimanere sotto le palme. In passato aveva sentito a Chennai cadere dei cocchi: avevano fatto un fracasso tale che lei e i suoi compagni non avevano subito capito di che cosa si trattasse. Ritenne prudente per la propria incolumità non stare sotto le palme, ricordando anche che già qualcuno era morto lì sotto: alcuni anni prima, infatti, un novizio che era salito sulla palma per raccogliere i cocchi era caduto, rimanendo ucciso.

    Irma tornò nell’atrio del convento, prese una delle poltrone in bambù e la portò fuori, sotto la tettoia dell’ingresso, dove si poteva godere di un piacevolissimo venticello. Irma socchiuse gli occhi, si sentiva calma e in pace. Ogni volta che si trovava in Tamil, specialmente a Mamallapuram, il suo animo si quietava, non sentiva più l’irresistibile impulso di fare qualcosa, anzi le risultava quasi difficile agire. Era una ragazza solitamente molto attiva, non le piaceva stare con le mani in mano e rilassarsi, neppure in vacanza. In quel luogo, invece, la sua mente si svuotava, lei era tranquilla e serena; aveva dei pensieri, vedeva delle immagini, ma come in uno stato di dormiveglia, erano tutti rallentati, poco definiti e incontrollabili.

    L’arrivo di un tuc-tuc interruppe la

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