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Delirium tremens: L'inferno dell'alcool
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Delirium tremens: L'inferno dell'alcool
E-book175 pagine2 ore

Delirium tremens: L'inferno dell'alcool

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Info su questo ebook

Un saggio di inestimabile valore che analizza il vissuto interiore e i mondi "sottocutanei" a cui la mente dell'essere umano può giungere. Il Delirium tremens è un insieme di sintomi che si manifestano nell'alcolista cronico in seguito all'interruzione di una ingestione prolungata di alcool. Nella maggior parte dei casi le allucinazioni visive sono gli indizi più evidenti di un quadro in cui l'alcolista è sottoposto a visioni di misticismo esasperato o di diabolico delirio. Un incubo in cui la realtà si frammenta e il delirio prende il sopravvento. Nessuno, prima di Solares, aveva analizzato il delirium tremens da un punto di vista letterario. Attraverso l'analisi di alcuni casi clinici, in cui sono proprio gli alcolisti a mettersi a nudo, l'autore stabilisce un ponte fra neurobiochimica e psicologia, attribuendo un significato psicodinamico alla simbologia allucinatoria. Una simbologia in cui la mente implode, aprendosi ad insospettabili possibilità di comunicazione extrasensoriale.
LinguaItaliano
Data di uscita20 set 2017
ISBN9788869343162
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    Delirium tremens - Ignacio Solares

    Ignacio Solares

    Delirium Tremens

    L’inferno dell’alcool

    Psicologia

    © Bibliotheka Edizioni

    Via Val d’Aosta 18, 00141 Roma

    tel: +39 06.86390279

    info@bibliotheka.it

    www.bibliotheka.it

    I edizione, Settembre 2017

    Isbn 9788869343162

    È vietata la copia e la pubblicazione, totale o parziale, del materiale se non a fronte di esplicita autorizzazione scritta dell’editore e con citazione esplicita della fonte.

    Tutti i diritti sono riservati.

    In copertina: The Day After, di Edvard Munch (1895)

    Traduzione: Andrea Alì

    Disegno di copertina: Paolo Niutta

    www.capselling.it

    Ignacio Solares

    Ignacio Solares è nato a Ciudad Juárez, nello stato del Chihuahua, in Messico.

    Oltre al reportage Delirium Tremens , è autore di romanzi quali La notte di Ángeles (Premio Diana Novedades, 1989), Madero, l’altro e Il grande elettore, da cui è stata tratta un’opera teatrale premiata da Le tre associazioni teatrali del Messico come miglior opera dell’anno.

    Ha pubblicato Nen, l’inutile (Premio Fuentes Mares, 1996), Columbus, Il sito (Premio Xavier Villaurrutia, 1999), Lettere a una giovane psicologa, La spia dell’aria, Quel posto non esiste (Premio Mazatlán de Literatura 2004), L’invasione, Immagine di Julio Cortázar, Lettere a un giovane senza Dio, Fiction della rivoluzione messicana, Parole ritrovate, Presenza dell’invisibile, El Jefe Máximo e Un sogno di Bernardo Reyes pubblicato di recente.

    È stato borsista della Fondazione Guggenheim.

    Ha ricevuto il Premio Fernando Benítez 2008 per il suo percorso nel Giornalismo Culturale e il Premio Nazionale delle Scienze e delle Arti 2010, nel campo della Linguistica e della Letteratura.

    Ai miei genitori

    e a Jorge Velasco,

    cui io e questo libro

    dobbiamo tanto.

    Prefazione

    Descritto per la prima volta nel 1813, il delirium tremens non era mai stato abbordato da un punto di vista letterario e descrittivo, come invece ha fatto Ignacio Solares – con indiscutibile originalità e talento – in questa opera.

    Il delirium tremens è un insieme di sintomi che si manifestano nell’alcolista cronico in seguito a una brusca interruzione di una ingestione prolungata e intensa di bevande alcoliche.

    Le allucinazioni visive sono forse il sintomo più drammatico di questo quadro, ed è proprio questa sfera sensoriale e percettiva alterata dell’alcolista la porta d’ingresso attraverso la quale Solares si introduce. La sfida: avventurarsi nella profondità del soggetto e osservare come l’esperienza allucinatoria può cambiare la sua esperienza esistenziale.

    Considerato dalla scienza medica come un fenomeno puramente neurofisiologico e metabolico, il delirium tremens si riduce a una manifestazione psichiatrica della protesta da parte dell’organismo per l’interruzione inaspettata della somministrazione della droga – nel nostro caso l’alcool – a cui il suo metabolismo si era già adattato. Nonostante questa reazione organica, che nessuno mette in dubbio, l’autore si sforza di stabilire un ponte fra la neurobiochimica e la psicologia cercando di attribuire un significato psicodinamico alla simbologia allucinatoria sperimentata dal malato nella sindrome di soppressione e all’ideazione delirante frutto dei suoi disordini sensopercettivi. Ciò rappresenta, senza dubbio, una sfida appassionante per la psichiatria e la psicoanalisi; e Solares termina questo libro lasciando, da un punto di vista descrittivo e oggettivo, il discorso aperto in modo che possa essere in futuro ripreso da chi si sentirà stimolato a farlo.

    La narrazione dei casi è drammatica e toccante, sempre fedele alla realtà e rispettosa del vissuto soggettivo di chi racconta. Di norma, l’autore non si limita esclusivamente al delirium tremens, ma riporta anche casi di allucinosi alcolica e di stato paranoide alcolico, due tipi di psicosi alcolica che non sono altro che varianti dello stesso tema.

    Si approfondisce anche la psicopatologia che è necessariamente associata a ogni alcolista presentando due casi, come quello di Gabriel, in cui risultano difficilmente delineabili i limiti fra i sintomi psicotici acuti e transitori del delirium tremens e una struttura psicopatologica che tende a mantenere il suo pensiero immerso in un terreno paranoide.

    Penso che questa opera, che stabilisce un antecedente su questo tema, costituisca un documento di inestimabile valore, non solo per i professionisti interessati al campo di studio dell’alcolismo, del comportamento e dei fenomeni psicocerebrali, ma anche per tutti coloro che sono sensibili al vissuto interiore e ai mondi insospettabili a cui la mente dell’essere umano può giungere.

    Dott. José Antonio Elizondo López

    Coordinatore del Programma di Riabilitazione di Alcolisti

    dell’Ospedale Psichiatrico dell’IMSS(1)

    (1) IMSS: Istituto Messicano di Sicurezza Sociale (Instituto Mexicano del Seguro Social). L’IMSS è un ente pubblico che fa parte del Servizio Sanitario Nazionale della Repubblica Messicana; offre ai suoi affiliati servizi sanitari ospedalieri e pensionistici. Si occupa anche di ricerca in ambito medico (N.d.T.).

    – I –

    Vedevo angioletti come bolle che, scoppiando, diventavano luce pura. Una luce incandescente che finiva per tingersi di colori come i fuochi d’artificio.

    Uscivano da dietro i mobili, dalle crepe della parete. Erano graziosi, con alette bianchissime. Volavano verso di me sorridenti e con gli occhi dolci.

    «Venite! Venite ad aiutarmi!» gli gridavo con le mani in alto.

    Scoppiavano nell’aria. I flash inondavano la stanza di colori accesi. Sembrava uno di quei giochi molto divertenti.

    Se ne acchiappo uno, lo metto in tasca e poi gli compro una cassetta di cristallo per decorare la tavola nel centro della sala. Non succede tutti i giorni di trovare uno di questi angioletti, pensavo. Però quando le mie mani li sfioravano svanivano.

    Piano piano, quasi in modo impercettibile, iniziò l’angoscia. La luce diventò intollerabile e dovetti mettermi una mano sulla fronte a mo’ di visiera. Gli angioletti volavano intorno a me e nei loro occhi si intravedeva un tono di scherno.

    «Non voglio più giocare, andatevene!» e gli davo manate.

    Mi faceva male lo stomaco e avevo la respirazione alterata. Cosa stava succedendo se prima sembrava tutto così divertente? Allora scoprii che uno di loro aveva un tridente in mano.

    Come ho potuto pensare che erano angeli, mi dissi. Sono diavoli. O forse erano angeli che alla fine sono diventati diavoli.

    Iniziavano a scendere. Si fermavano a fianco al letto, sulla spalliera, sulle sbarre, a fianco a me, accanto al cuscino.

    Mi stanno circondando.

    I loro occhi sporgevano e mi guardavano con cattiveria. Avevano tutti un tridente e lo puntavano verso di me. La luce prendeva una tonalità rossastra.

    «Che vi ho fatto?» domandavo implorando pietà. «Se vi manda Dio Nostro Signore tornate in cielo e ditegli che d’ora in poi farò il bravo.»

    Uno di loro, quello che era proprio accanto al cuscino, si avvicinava fin davanti al mio naso.

    «Il cielo e l’inferno sono la stessa cosa, idiota» mi diceva con una vocetta acuta. «Ora ti diamo una bella lezione, così ti passa la voglia di chiamarci.»

    «Io non vi ho chiamato!» rispondevo, disperato. Allungavo una mano, però, appena lo toccavo diventava subito una bolla che scoppiava e di cui restava solo un flash azzurro. Allora tutti si lanciavano su di me e mi infilzavano con il tridente. Cercavo di alzarmi in piedi ma mi rendevo conto che mi avevano legato al letto con un sottilissimo filo bianco. Avevo le braccia incrociate.

    Da bambino mi aveva impressionato molto la lettura di Gulliver. Deve essere rimasto qualcosa nel mio subconscio, perché dopo ci trovai una stretta relazione con quell’attacco di delirium tremens.

    Uno degli angioletti balzava sul mio petto e alzava il suo tridente come fosse una bandiera.

    «Dalla lingua, iniziamo dalla lingua!» Correva fino alle labbra e me le pungeva. Altri lo seguivano e mi ficcavano i tridenti nelle guance e nel mento. Il dolore era intollerabile però non avevo il coraggio di gridare perché se aprivo la bocca mi avrebbero preso sulla lingua.

    «Aprila, cane rognoso!» mi gridava l’angioletto che sembrava fare la parte del capitano del gruppo. «Aprila, maiale immondo, spazzatura dell’inferno! Ti tagliamo la lingua, così la smetti di sputare bestemmie.»

    Gemevo e con gli occhi imploravo pietà.

    «Se non apre la bocca dovremo andare direttamente agli occhi» diceva un altro.

    «O prima lo castriamo. Io dico di castrarlo e non se ne parla più» diceva un angioletto che stava accanto al letto.

    «Calma» interrompeva il capitano. «L’ordine era innanzitutto di tagliargli la lingua, ché con quella ha iniziato a peccare.»

    Io scuotevo la testa a destra e a sinistra. Avrei voluto spiegare che non avevo mai giurato il falso, che non avevo maledetto nessuno né avevo mentito.

    «Facciamogli il solletico» suggeriva uno di loro. «Facendogli il solletico finirà per aprire quella sporca bocca.»

    E così cominciavano a farmi il solletico sotto le ascelle e sotto i piedi.

    Io sapevo che non potevo muovermi e mantenevo le braccia incrociate. Mi veniva da ridere, ma me lo tenevo dentro, sentivo come se mi stessi riempiendo d’aria e dovessi scoppiare.

    Finalmente mi liberai in una risata e in quell’istante il capitano piantò con precisione il tridente sulla punta della mia lingua e iniziò a tirare. Vari tridenti si aggiunsero per aiutarlo. La mia lingua si allungava quasi fino al soffitto.

    «Le tue parole ti hanno condannato» diceva il capitano, volando all’indietro, tirando sempre più la mia povera lingua.

    Non sopportai il tormento. Credo che persi conoscenza. Quando riaprii gli occhi, gli angioletti erano mosche che mi svolazzavano intorno. Poi anche queste scomparvero e capii che ero da solo, in una stanza d’albergo in cui ero andato a cercar rifugio dopo una lite con mia moglie.

    Io, che non sono mai stato religioso, uscii in preda alla disperazione a cercare una chiesa. Raccontai a un sacerdote ciò che mi era appena successo. Non c’era nessuno nella sacrestia e mi sentii più tranquillo. Mi domandò perché bevevo così tanto e cosa risvegliava il mio senso di colpa, rappresentato dalla lingua che volevano strapparmi. Allora gli raccontai di mia moglie.

    «Le ho detto cose fra le più spaventose che uno si possa immaginare» confessai. «La nostra relazione è un inferno.»

    Mi consigliò di riflettere su Dio, di smettere di bere, di costruire la nostra relazione sulla comprensione e sull’amore pacifico. Ma ciò che scoprii quel giorno fu qualcosa di molto diverso, e cioè che finché le fossi rimasto accanto, non mi sarei potuto allontanare dall’alcool.

    Non so perché avevo iniziato a bere. Penso un po’ come tutti: perché l’alcool è una parte essenziale della vita sociale. Il problema è che all’improvviso, quando meno te l’aspetti, da schiavo diventa padrone e signore. Succede così con tutto, no? Da anni lavoro con i computer: non mi sorprenderebbe che un giorno uscissero dal muro, divorassero noi tecnici che li controlliamo e iniziassero a vivere una loro vita autonoma. È come se ogni cosa, anche quelle che sembrano inanimate, rinchiuda in sé un potenziale Frankenstein. Ho un amico che ha creato un tale rapporto di dipendenza dalla Coca-Cola che entrava in un’acuta crisi di terrore se non ne aveva sempre una con sé. E i barbiturici? E il tabacco? E la televisione? Cediamo la nostra vita agli oggetti e poi ci sorprendiamo di averla persa.

    Non volevo riconoscere che non ero più padrone di me stesso. Iniziavo a bere quando mi svegliavo. Vedevo piccoli scorpioni nella vasca da bagno, crepe che si aprivano improvvisamente nel muro, le strade diventavano toboga nei quali scivolavo cadendo di testa. Però, io alcolista? Neanche per sogno!

    La mia incoscienza aumentava: ero sempre più inebetito. Contagiai anche mia moglie: dal non sopportare il semplice odore dell’alcool finì per bere come me.

    Una volta, già ubriachi e dopo una relazione sessuale particolarmente intensa, le dissi che volevo dimostrarle il mio amore, le dissi di chiedermi qualsiasi cosa. Ci pensò un momento con un dito sulle labbra e due occhi da cui si intravedeva nascere qualcosa di morboso e rispose: «Càlati fino in strada appeso a una corda.»

    Rimasi di stucco. Abitavamo al quinto piano. Appendersi a una corda per scendere fino alla strada era un vero suicidio. Mi sentii proprio male quando capii che voleva disfarsi di me. L’alcool aveva minato profondamente la nostra relazione, anche se, in fin dei conti, era l’ultima cosa che ci teneva insieme.

    «Il problema è la corda» sostenni, «dove andiamo a prenderne una?»

    «Ho un’idea. Guarda, vieni.»

    Mi accompagnò alla finestra. La aprì. Indicò il cornicione.

    «Sali su quel cornicione. Io faccio finta di dormire e tu sei un mio innamorato che viene a conquistarmi, va bene?»

    Stare in piedi su un cornicione al quinto piano, oltretutto ubriaco, è una vera prova d’amore… oltre che un’idiozia. Mi attaccavo con le mani alla parete e chiudevo gli occhi, ma anche così mi sentivo cadere.

    Quello che mi mandò il sangue alla testa fu sentire la sua risata.

    Invece di spaventarsi rideva, possibile? E così iniziai a fare piccoli passettini ai lati, volevo vedere se così si sarebbe preoccupata, allontanandomi dalla finestra, come se nuotassi verso il largo, riducendo sempre più le possibilità di ritorno.

    Mi fermai fra due finestre.

    Aprii gli occhi un attimo ed ebbi il coraggio di guardare giù. Non avrei dovuto farlo. Le luci dei lampioni e delle auto-giocattolo erano un invito a farla finita, a gettarsi nel vuoto e nel silenzio. Sentivo di non potermi muovere e che grondavo sudore.

    Lei continuava con le sue maledette risate.

    Che se non fosse

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