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Anche questo sarà un Romanzo: L'incredibile, tenera storia di Aldemio e Gilda, due ragazzi ex autistici
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Anche questo sarà un Romanzo: L'incredibile, tenera storia di Aldemio e Gilda, due ragazzi ex autistici
E-book224 pagine3 ore

Anche questo sarà un Romanzo: L'incredibile, tenera storia di Aldemio e Gilda, due ragazzi ex autistici

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Info su questo ebook

Autismo. Una parola misteriosa e indecifrabile, nel cui spettro rientrano le sindromi più disparate, i casi clinici più sorprendenti, gli studi medici più controversi. Aldemio e Gilda sono due ragazzi affetti da autismo. Il primo passa le sue giornate alternando improvvisi scoppi di ira a monotona quotidianità, la seconda osserva la realtà che la circonda dall'inaccessibile torre d'avorio in cui si è rinchiusa, un luogo mentale dove regnano solitudine e solipsismo. Poi, quasi per caso, avviene il miracolo. Aldemio ritorna nell'alveo della normalità grazie alle parole di una famosa canzone, decidendo, dopo la sua guarigione, di dedicare tutte le sue attenzioni e il suo amore a Gilda, facendola riaffacciare alla vita. Insieme saranno pronti ad affrontare il mondo. Un mondo che riserverà loro incredibili sorprese.
LinguaItaliano
Data di uscita20 giu 2016
ISBN9788869341694
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    Anteprima del libro

    Anche questo sarà un Romanzo - Filippo Piccione

    © Bibliotheka Edizioni

    Via Val d’Aosta 18, 00141 Roma

    tel: +39 06.97998700

    info@bibliotheka.it

    www.bibliotheka.it

    I edizione, giugno 2016

    Isbn 9788869341694

    È vietata la copia e la pubblicazione, totale o parziale, del materiale se non a fronte di esplicita autorizzazione scritta dell’editore e con citazione esplicita della fonte.

    Tutti i diritti sono riservati.

    In copertina: quadro di Anna Maria Licari

    FILIPPO PICCIONE

    Anche questo sarà un romanzo

    L’incredibile, tenera storia di Aldemio e Gilda, due ragazzi ex autistici

    Drammatico

    Filippo Piccione

    Autore del libro Il bracciante di Berbero di Marsala, è costretto a interrompere la scuola dopo la licenza elementare per aiutare prima il padre nei campi e poi per fare il bracciante agricolo come giornaliero nei feudi di Marsala.

    Ha ripreso gli studi durante la leva militare da privatista, conseguendo la licenza media. Entrato nelle Poste come fattorino telegrafico, procede negli studi e si diploma ragioniere.

    Successivamente prende la Laurea in Economia e Commercio e vince il concorso di funzionario di Gruppo A al Ministero del Tesoro e, dopo aver conseguito anche la Laurea in Giurisprudenza, diventa dirigente della Giustizia.

    Conosce una ragazza che sposa della quale racconterà la vita nel romanzo citato; ragazza che, in seguito, diventerà madre dei suoi figli.

    Ha pubblicato la raccolta di racconti Strada Statale 115, km 36 e, con Bibliotheka Edizioni, i romanzi Carlo, Maria e il mare di Sicilia (2014) e Il pozzo assassino di Villa Petrosa (2015).

    A coloro che condividono

    la sofferenza, il disagio e il bisogno

    di un mondo straordinariamente

    ricco di talento e genialità

    Prefazione

    Lo scorso 2 aprile si è celebrata la IX giornata mondiale dedicata all’autismo.

    Proprio quel giorno avevo terminato di scrivere questo romanzo e inviato il rispettivo file alla Casa Editrice per l’editing, e il successivo imprimatur alla pubblicazione.

    Poiché il libro tratta di due ragazzi ex autistici, per un momento ho temuto che questa scelta potesse essere interpretata come strumentale, finalizzata a ottenere un’attenzione particolare, vista la coincidenza con l’importante ricorrenza, di cui, prima, non ero a conoscenza.

    I fatti, i personaggi, i luoghi e i dialoghi sono frutto dell’immaginazione e dell’invenzione, così come i riferimenti a situazioni, persone e nomi sono puramente occasionali e non intenzionali, tranne alcuni spunti e riflessioni cui ho attinto per scrivere le pagine di questo romanzo.

    Posso assicurare che da parte mia non c’è stato alcun tentativo di speculazione sull’evento di cui sopra e del successo che ne è seguito per trarne alcun tipo di vantaggio. Né, tanto meno, pretendere che quanto scritto abbia qualche valenza scientifica, etica o comportamentale. Devo solo dire che, anche se non conosco, né direttamente né indirettamente, il campo relativo allo spettro del disturbo autistico, continuo a esserne profondamente ed emotivamente coinvolto.

    Prologo

    Il pomeriggio inoltrato del 5 luglio 2015 a Roma, come in tutte le Capitali europee, era arrivato da due giorni un caldo africano.

    Prima di decidere di aprire la porta-finestra della sala, lasciata chiusa fin dalla mattina per evitare che penetrassero i raggi roventi del sole, passarono alcuni minuti. Ancora non era consigliabile accedere al terrazzo sebbene, da un paio d’ore, il sole aveva fatto il suo abituale giro intorno all’edificio condominiale, lasciando un cono d’ombra, mentre iniziava la sua lenta discesa verso il tramonto.

    Una volta presa a malincuore questa risoluzione, io e mia moglie ci sedemmo al tavolo di resina verde, posto sotto il gazebo e coperto da una tenda scorrevole, per acclimatarci. Speravamo che, prima o poi, un refolo di vento fresco ci avrebbe fatto capire che, tutto sommato, quella scelta non era sbagliata. Ma fu un’illusione. Perché il caldo continuava a persistere fino al limite della sopportazione.

    Pensammo che se volevamo rimanere lì, anche per dimostrare a noi stessi di avere carattere, dovevamo escogitare qualcosa. Forse iniziare una partita a Burraco, sorseggiando un tè freddo, sarebbe stato il modo migliore per trovare un po’ di refrigerio.

    Ma non fu quell’espediente a distrarci. Dopo qualche minuto ci accorgemmo che, con sempre maggiore intensità e insistenza, cadevano enormi quantità di foglie e fiori, la maggior parte secchi e appassiti. Non ci chiedemmo – come quando all’improvviso piombavano altri oggetti dall’alto – se fossero stati gettati apposta, o se si fossero staccati spontaneamente dalle piante dei balconi degli otto piani sopra il nostro appartamento.

    Fatto sta che l’ammattonato della terrazza, escluso lo spazio riparato dalla tenda dove eravamo, era diventata, in nemmeno un quarto d’ora, un lenzuolo marroncino. Non era uno spettacolo allettante, ma quelle foglie e quei fiori smorti s’intonavano con il colore del legno della recinzione – su cui avevamo fatto dare una o due mani di vernice – installata sopra la preesistente balaustra di asticelle in ferro.

    Un fenomeno curioso che però non aveva destato l’allarme e la preoccupazione della settimana precedente, quando un sasso lanciato con violenza da un ragazzo dal palazzo di fronte, aveva sfondato e squarciato quasi un metro quadro della ringhiera e, oltrepassandola, rotolò per un tratto, fermandosi davanti al vaso grande del limone, per fortuna, senza romperlo.

    La copiosa caduta delle foglie e dei petali sfioriti che scendevano leggeri e inoffensivi non aveva nulla a che fare con quel tonfo. Un tonfo insolito. Sordo e rotondo. Uno di quei rumori difficilmente catalogabili, che presagiva un danno, una lesione, come poi constatammo. Una danno e una lesione facilmente riparabili, dal punto di vista materiale. Ma nella mente era rimasto qualcosa che non avresti potuto agevolmente cancellare.

    La pietra dura di quarzo, che probabilmente fungeva da ornamento e da sopramobile, grossa tanto da riempire la mano di un adulto, lanciata contro la nostra casa e la caduta silenziosa e inoffensiva delle foglie dall’alto, avevano tuttavia qualcosa in comune che consisteva nella difficoltà e nell’impossibilità di trovare una ragionevole spiegazione.

    Nello stesso pomeriggio, oltre alla nostra balaustra, furono colpite anche alcune macchine che sostavano davanti al supermercato. Per miracolo nessuno rimase ferito. Una signora con un bambino si era dovuta riparare a ridosso del muro dell’edificio per l’improvvisa e singolare pioggia di sassi e di altri corpi contundenti che cadevano non si sa da quale parte del cielo. Dopo la raffica di denunce giunte alla vicina stazione dei Carabinieri, si appurò che al quarto piano del palazzo di fronte abitava una famiglia con un ragazzo autistico il quale, sfuggito alla ferrea sorveglianza penitenziaria dei genitori, si era procurato una scorta di oggetti di artiglieria con cui intendeva dare sfogo, a suo modo, alla sua ribellione, al suo permanente stato di prigionia che lo isolava dal resto del mondo, privandolo di ogni mezzo di comunicazione e di ogni tipo di relazione con gli altri.

    Il suo nome era Aldemio, un ragazzo appena ventenne, alto e robusto, che non aveva potuto frequentare la scuola materna, le elementari, le medie e le superiori come altri disabili simili a lui, pur potendo avvalersi di un sostegno.

    Si sapeva che Aldemio viveva come un recluso, controllato a vista per impedire o limitare gli effetti, quasi sempre indesiderati, delle sue reazioni, spesso furiose contro persone e cose che vedeva come minaccia e ostacolo alle sue manifestazioni fisiche e intellettuali che pure, nei momenti di lucidità, mostrava di possedere.

    Prima parte

    Il mondo ha bisogno di tutti i tipi di mente

    Temple Grandin

    Capitolo I

    Pensavo che per lui non ci potesse essere alternativa alla segregazione delle mura domestiche. Chiedere il risarcimento dei danni per il suo gesto era come infliggere una pena aggiuntiva alla sua famiglia, costretta a vivere il dramma da cui difficilmente avrebbe potuto liberarsi. Nei suoi confronti tale richiesta non avrebbe avuto alcun effetto deterrente. Per molto tempo, fra me e me, mi ero posto una serie di interrogativi circa il pericolo che possono correre, non solo le famiglie di un figlio affetto da autismo, ma persino i suoi vicini di casa, i passanti e tutti coloro che si imbattono nelle scale del condominio o nell’ascensore con questi ragazzi.

    Ecco perché mi sembrò strana la circostanza di conoscere personalmente e fisicamente Aldemio in una piscina adiacente al Tevere, nella zona subito dopo il ponte Marconi in direzione dell’EUR.

    Un ragazzone robusto e bonaccione era capitato vicino al mio ombrellone. Prendeva il sole disteso su un lettino, che aveva foderato meticolosamente con il suo accappatoio azzurro. Di tanto in tanto, con molta calma, si alzava, si sgranchiva muscoli e tendini, scendeva gli scalini dalla parte bassa della piscina e accennava, dopo aver immerso la testa, coperta con una cuffia rossa, e il suo corpo possente nell’acqua, a fare alcune bracciate. Non sapeva nuotare bene, ma riusciva a tenersi a galla senza l’ansia di non potercela fare. Raggiungeva, ogni tanto, poggiando i piedi, l’altra parte, quella più breve della vasca, attraversandola con disinvoltura.

    Aldemio non era accompagnato dai suoi genitori o da qualcuno dei suoi familiari. Era sotto la protezione di un istruttore che lavorava, con un contratto stagionale instabile e precario, presso una cooperativa cui vengono affidati i disabili come Aldemio.

    L’istruttore aveva appena superato i trent’anni. Una Laurea in Sociologia conseguita a Roma con il massimo dei voti a La Sapienza, un’infinità di master e innumerevoli stage.

    Scriveva articoli e saggi per alcuni quotidiani e settimanali cartacei e online che si occupavano del disagio e delle patologie giovanili, ma anche delle problematiche economiche, amministrative e gestionali a esse connesse, così come è giusto che un laureato in Scienze Sociali e dell’Educazione debba fare, anche se il suo obiettivo è avere un impiego sicuro per esprimere al meglio le sue qualità professionali e culturali e le proprie ambizioni personali.

    Il dottor Ettore Parmisano Triolo non era un tipo incline a trascorre apaticamente il tempo a guardare il suo paziente, cumulando tot ore per poi passare alla cassa della cooperativa per riscuotere il dovuto, pari a sette euro ogni sessanta minuti.

    Mentre vigilava su Aldemio, Ettore leggeva e prendeva appunti. Legge Cartesio, ma anche Giordano Bruno Guerri, a cui si deve la biografia di Filippo Tommaso Marinetti, il massimo esponente del Futurismo.

    Si capiva che aveva voglia e bisogno di allargare il suo sguardo culturale e l’esigenza di acquisire una vasta conoscenza letteraria e non solo per accrescere il suo bagaglio dialettico e di polemista: da Seneca ad Arthur Schopenhauer, da Zygmunt Bauman all’ultima enciclica di Papa Francesco Laudato si.

    Mostrava anche una gran voglia di parlare e, sebbene quell’ambiente fosse ostile a questa sua predisposizione, gli dava tuttavia la possibilità di concentrarsi nella lettura. Quanto alla voglia di parlare, io gliene diedi l’occasione.

    Il pretesto era stato semplice. Si avvicinò chiedendomi di voler sfogliare l’Unità. Il giornale, uscito da pochi giorni – esattamente il 30 giugno 2015 – ritornava in edicola completamente rinnovato nel look e nell’impaginazione, a un anno dalla sua ultima apparizione.

    Non finì nemmeno di girare l’ultima pagina e iniziò, prendendo spunto da un servizio sulla situazione degli atenei italiani, a parlarmi dei suoi studi classici e universitari che aveva fatto con grande passione, accompagnata dalla speranza e dalla fiducia che, una volta attenuto il titolo di studio, subito si sarebbero aperte le porte per trovare un impiego conseguente ai suoi desiderata. O, se non altro, questo suo cumulo di attestati potesse, già di per sé, costituire la premessa e la condizione per un lavoro nel breve o immediato futuro.

    Si rendeva conto però che il periodo non era favorevole a quelli della sua generazione che avevano fatto il suo stesso iter, così come non lo era stato per coloro che l’avevano preceduto e, probabilmente non lo sarà, per i giovani che verranno dopo.

    Si erano create le basi per un conversazione interessante e stimolante.

    Manifestò autentica ammirazione per il mio percorso di vita. Gli studi intrapresi dopo tanti anni e il ruolo di dirigente che svolsi per molto tempo in un settore affine a quello nel quale era impegnato in quel momento lui.

    Il mio, il disagio e la devianza minorile, connessi al circuito penale e alla prevenzione; il suo, l’assistenza ai malati affetti da autismo.

    La differenza fra noi non riguardava soltanto l’età. Io ero arrivato a occupare un posto che mi consentiva di svolgere la mia attività nell’ambito di un sistema stabile e sicuro. Lui aveva una prestazione precaria, che poggiava su un rapporto lavorativo destinato a esaurirsi al primo sussulto e ai primi problemi che una cooperativa, appena avviata, doveva affrontare in un campo così delicato, in cui la gestione dei fondi che le venivano assegnati non sempre si conciliavano con le esigenze e le finalità assistenziali – che dovrebbero basarsi sulla correttezza e la limpidezza – dei ragazzi che aveva in affidamento.

    Ettore era consapevole di trovarsi in una situazione nella quale bisognava inventarsi qualcosa per uscirne fuori dignitosamente. E, per lui, dignitosamente voleva dire far parte di una cooperativa insieme ad altri con gli stessi obiettivi: ricevere una remunerazione adeguata al loro impegno e, al tempo stesso, compatibile con l’attività professionale che deve essere offerta agli ospiti bisognosi di cura e comprensione, in grado di incrociare la condivisione delle loro famiglie per tenere in vita quelle comunità, anche con il sostegno delle istituzioni.

    Di solito si tratta di famiglie che vivono una situazione drammatica, costrette ad accompagnare le persone autistiche lungo tutto l’arco della loro vita. Sono loro le vere e uniche depositarie, il terminale dell’esperienza e delle sofferenze del soggetto malato.

    E, mentre faceva riferimento alla normativa, ai progetti e ai programmi ministeriali, Ettore mi indicò Aldemio che, da pochi mesi, era stato affidato alla sua cooperativa.

    «A volte i ragazzi vengono rimandati per un certo periodo presso le proprie famiglie. Non sempre, come è capitato ad Aldemio, è di giovamento, soprattutto per i rischi che corre quasi sempre il ragazzo, derivanti dal fatto che le persone che gli stanno vicine, lo costringono a passare il tempo in uno stato di soggezione o, addirittura, di segregazione.»

    Fu a questo punto che lo interruppi, raccontandogli l’episodio della pietra, accaduto a noi e ai malcapitati del supermercato, diventati oggetto e bersaglio del ragazzo autistico che viveva recluso nello stabile di fronte al nostro.

    «Basta una semplice distrazione delle persone che lo hanno in custodia e può succedere di tutto.»

    «Questo può accadere anche a lui?»

    «Già, proprio così.»

    «Sai dirmi dove abita Aldemio?»

    «Certo che lo so. Dal momento in cui il ragazzo ci viene consegnato, conosciamo per filo e per segno, tutto di lui: l’età, il contesto familiare, il quartiere, l’abitazione, la scuola frequentata o che frequenta, il tipo e lo stadio della sua malattia, il carattere, le preferenze, le fisime, i tic, le attitudini, le qualità o i limiti intellettivi, il grado, la carenza assoluta e relativa di relazionarsi con gli altri, la percezione che ha delle cose e delle persone che gli stanno vicine, verso le quali sente attrazione o dalle quali avverte un senso di disagio e ripulsa.»

    Fu così che venni a sapere che l’autore del lancio degli oggetti era Aldemio: quel ragazzone incapace di nuocere, che stava vicino a noi in piscina a prendere il sole o a bagnarsi, a seconda di quello che in quell’istante riteneva meglio fare.

    Non c’era mai stato un momento di incomprensione o disappunto fra Ettore e Aldemio durante le cinque ore trascorse insieme dentro, a bordo o negli spazi circostanti la piscina.

    A quel punto, per me, poteva essere secondario sapere se i genitori di Aldemio erano separati o meno, se avevano un impiego sicuro e ben retribuito, una sorella più piccola e due fratelli più grandi, rispettivamente di due e quattro anni, tutti sani e normali.

    Non potevo immaginare che in quel ragazzo così pacioso e per nulla ingombrante si potesse scatenare un’aggressività di tale portata che, per fortuna, non si era tramutata in un incidente dalle gravi conseguenze per quelle persone incappate sotto quei colpi micidiali.

    Osservavo quel ragazzo in tutti i suoi movimenti, pochi, semplici, silenziosi e, a un tempo, pieni di significati. Non lo facevo

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