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Occhi colore del cielo
Occhi colore del cielo
Occhi colore del cielo
E-book673 pagine8 ore

Occhi colore del cielo

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Info su questo ebook

Un amore leggendario. Un epico scontro. Un epico risvolto. Settembre del 52 a. C., Alesia. Giulio Cesare, dopo aver invaso le terre a nord delle Alpi, porta le sue legioni ad assediare l'ultimo grande baluardo di resistenza per la Gallia intera. Vercingetorige, passerà alla storia come colui che seppe riunire ogni tribù sotto l'ideale comune di una disperata resistenza a Roma. Dagenhart, un cavaliere germano al forzato servizio di colui che diverrà il primo imperator della città eterna viene folgorato dall'amore per una giovane dagli occhi colore del cielo: Freya. è di origine Gallica. Contrasti, divergenze, problemi apparentemente insormontabili dividono i due innamorati. Lottano. Soffrono. Perdono. Vincono. Da questo amore nasceranno un susseguirsi di imprevisti, pericoli, dualismi, battaglie e momenti di grande passione che faranno da cornice ad un escalation di eventi mozzafiato che terranno il lettore con il fiato sospeso. L'amore sarà la cura o l'odio e la bramosia di potere insita in ogni uomo distruggerà ogni cosa? Edito da Biblioteca Edizioni.
LinguaItaliano
Data di uscita11 dic 2015
ISBN9788869341021
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    Occhi colore del cielo - Damiano Domenico Maria Trenchi

    © 2015 Bibliotheka Edizioni

    di Eureka3 S.r.l.

    I edizione Dicembre 2015

    ISBN 978-88-6934-102-1

    www.bibliotheka.it

    Progetto grafico e disegno di copertina:

    Riccardo Brozzolo

    per Eureka3 S.r.l

    www.eureka3.it

    Damiano Domenico Maria Trenchi

    Occhi colore del cielo

    Alesia: terra di amore e di ferro

    Fantasy

    Damiano Domenico Maria Trenchi

    Ha 27 anni ed è docente di Lettere e Storia presso il Collegio Arcivescovile Castelli di Saronno.

    Laureato magistrale in Storia in soli quattro anni accademici presso l’Università degli Studi di Milano dopo aver conseguito il diploma di Liceo Classico.

    Esperto di Storia Antica e Medievale con una spiccata predisposizione per la ricerca. Archeologo.

    Scrittore già affermato sul panorama fantasy, si cimenta in un genere letterario con forte base storica in cui, però, non manca quel pizzico di esoterismo, a lui tanto caro.

    È un autore che cerca, attraverso un susseguirsi di immagini sempre più incalzanti, di far riflettere il lettore su temi di particolare attualità nonostante le ambientazioni passate in cui si svolgono le vicende. Amante dei dualismi, delle incomprensioni e delle domande. In questo romanzo ha deciso di aprirsi completamente al suo pubblico.

    A tutte le persone che desiderano amare così gentilmente da abbattere ogni pregiudizio...

    Capitolo I

    L’inizio della fine

    «Ci attaccano! Ci attaccano!», grida un legionario.

    Appena terminato di pronunciare tali parole, una lancia gli trafigge il petto. Il nome di quel soldato non verrà mai ricordato nella storia ma fu proprio lui, attraverso quella semplice e funesta esclamazione a far sì che molti tra i suoi compagni d’armi sarebbero potuti tornare a casa dalle proprie famiglie o dovunque essi avrebbero voluto riposarsi.

    Parte degli uomini sotto il comando di Vercingetorige avevano ormai invaso la prima linea difensiva dell’accampamento romano situato nella piana di Laumes, ad occidente di Alesia nel tentativo di non far completare al nemico il totale accerchiamento della capitale della tribù dei Mandubii altrimenti la situazione sarebbe diventata ancor più critica e pericolosa di quanto già lo fosse.

    «Distruggete tutto e prendete più vite possibili! Cacciamoli dalle nostre terre!», grida Commio.

    Costui stava guidando questa improvvisa sortita alla testa di un nutrito gruppo di fanti e cavalieri i quali sembravano usciti direttamente dal buio e dalla bruma di quella terribile notte. Proprio lui, stava attaccando l’uomo che l’aveva fatto diventare re degli Atrebati; ottenne ciò che desiderava di più, vendette il suo onore al nemico per poi passare nuovamente dall’altro lato della barriera. Di una figura tale non ci sarebbe potuto di certo fidare ma, in questo momento, Vercingetorige sembrava contare molto su quel viscido uomo.

    Nelle retrovie dell’accampamento romano, per il momento, la situazione era decisamente più tranquilla ma non bisognava perdere nemmeno un secondo così, Marco Trebonio Gallo, ufficiale di Gaio Giulio Cesare corre spasmodicamente verso la tenda del suo comandante.

    «Ave Cesare!», esclama con profondo rispetto e riverenza nonostante la concitazione della situazione,

    «Non perderti in questi convenevoli. Ci fanno sprecare solo tempo e… uomini».

    Nonostante tra un paio di mesi sarebbe diventato il conquistatore per eccellenza e l’uomo che sarebbe riuscito a sottomettere tutte le tribù galliche distruggendo la loro unica speranza di libertà da Roma, pareva essere più un soldato comune che il prefetto di ben dieci legioni!

    «Quel traditore sta facendo incetta di legionari!»

    «C’era da aspettarselo. Quei cani Atrebati!...», esclama con durezza, «…Sono uomini senza onore e non possiedono nemmeno un briciolo di senso tattico. Questo attacco sancirà il loro declino e io, Gaio Giulio Cesare, porrò fine alla loro squallida esistenza e poi…».

    Dunque sorride beffardamente.

    Il suo ufficiale non poteva e non sarebbe mai riuscito a capire cosa stesse architettando quella mente così fine ed arguta tanto che il suo comandante se ne accorge, così dice: «Un giorno mio caro Gallo, un giorno… ma ora preoccupiamoci di questioni più stringenti! Corri a chiamare Dagenhart. È il loro momento!»

    «Subito!»

    Sapeva bene che qualsiasi tribù gallica temesse più di ogni altra cosa la cavalleria germanica che faceva parte dell’esercito romano. Nessuno ha mai capito fino in fondo il perché ma per il momento nemmeno un singolo individuo si sarebbe posto tale problema; era sufficiente che quei cavalieri facessero piazza pulita del nemico.

    Gallo si dirige subito verso l’accampamento della cavalleria germanica e pensa tra sé e sé: Siamo arrivati fino a questo punto e ora non possiamo più tirarci indietro! Ci stanno attaccando di sorpresa e il loro numero è decisamente più elevato. Cosa ne sarà di noi? Moriremo qui? I nostri corpi verranno seviziati, torturati e mangiati da questi selvaggi? Marte, io ti invoco e ti supplico, donaci la forza che serve per respingere il nemico e tu, Apollo sacro, guida l’ingegno di Cesare e facci banchettare nella piazza di Alesia!.

    Nel frattempo, tra i cavalieri germani si solleva un grido: «Guardate là!».

    La voce di Ambrosius fa destare ogni singola anima nel raggio di qualche centinaio di metri. Tutti potevano osservare i nemici fare breccia nel punto non ancora completato della fortificazione per provare un ultimo disperato tentativo di non essere completamente accerchiati e cinti d’assedio.

    «Credo tocchi a noi!» esclama Eberwolf.

    Il loro sguardo insieme a quello di tutti i confratelli d’armi si volta verso colui che consideravano la loro guida: Dagenhart. Costui era conosciuto da tutti come l’indomito, era originario di Vindobona e faceva parte della tribù dei Quadi anche se vennero sconfitti proprio dallo stesso Giulio Cesare.

    Nonostante la sua giovane età, non arrivava infatti ai trent’anni, era già riuscito a guadagnarsi il loro massimo rispetto spesso scontrandosi con il volere dello stesso comandante in persona, il quale apparentemente non vedeva l’ora di levarselo di torno, ma senza l’appoggio di quei cavalieri, ogni suo sforzo bellico sarebbe risultato vano dato che le possenti legioni non disponevano di una cavalleria adeguata. Il nemico constava circa di quindicimila uomini a cavallo e ottantamila soldati appiedati mentre loro, seppur maggiormente organizzati e disciplinati, raggiungevano a malapena le cinquantamila unità.

    Affannato e con viso piuttosto preoccupato si palesa ai loro occhi Gallo, il quale, chiama Dagenhart a gran voce.

    Era seduto, vicino al suo splendido destriero dal manto color marrone anche se sembrava piuttosto tendere verso una tinta dorata molto suggestiva e unica nel suo genere. Oltre quello, l’indomito, non possedeva nulla fuorché la sua spada, la sua framea, il suo scudo e il rispetto della gente.

    «Salvaci!».

    I cavalieri scoppiano in una fragorosa risata e qualcuno addirittura sputa per terra in segno di sdegno.

    «Romani!» esclama Ambrosius con disprezzo.

    La loro guida si alza. Il suo volto piuttosto sporco e provato risulta però accattivante e davvero suggestivo. I suoi capelli castano chiaro, lunghi e sparpagliati si muovono armoniosamente in totale sintonia con la gelida brezza di quella notte mentre il suo fisico, non così imponente per un Quado ma ugualmente piantato, muscoloso e definito fa trasalire l’ufficiale romano il quale sembra proprio essere diventato soldato per meriti di gens piuttosto che propri.

    Senza neanche dare importanza a colui che era arrivato, l’indomito, monta sul proprio destriero ergendosi maestoso su di esso. Così fanno tutti gli altri, ben quattromila cavalieri feroci e senza scrupoli in battaglia i quali avrebbero dato la propria vita per il loro comandante, senza esitare ma quello… non era di certo il grande Cesare.

    «Meno male…»

    L’ufficiale tira un sospiro di sollievo vedendoli gettarsi nella mischia in tutta fretta. Si sente una nullità di fronte a loro.

    Nel frattempo, la battaglia stava infuriando. I legionari si difendevano come potevano e la testuggine, una volta ripresasi dall’effetto sorpresa sembrava resistere finché orde di cavalieri galli assetati del loro sangue non la sfondassero puntualmente creando panico e morte. Lo stesso Cesare si era precipitato in battaglia, come era solito fare tanto da assomigliare più ad un Germano o ad un Gallo che ad un nobile romano. Questo infondeva sempre coraggio e forza ai soldati poiché percepivano la presenza del loro comandante, lì, sul campo, a soffrire e a morire con loro.

    «Testuggine!» grida Gaio Giulio Cesare.

    La lama del suo gladio era ricoperta dal sangue nemico tanto da oscurare totalmente il colore del ferro con cui fu forgiata così come il suo volto e le sue mani.

    «Resistete!» grida nuovamente.

    Il respiro dei suoi uomini si faceva sempre più ansimante e faticoso, provato dal peso degli scudi e dalla fatica. Di fronte a loro stava arrivando un manipolo di circa una trentina di cavalieri nemici i quali, sicuramente, avevano già spezzato molte vite romane. Sapeva bene che non avrebbero retto a quel violentissimo impatto e che ci sarebbe voluto un miracolo. Tutti i momenti di quella folle ma quanto mai vittoriosa campagna nelle terre più ostili, gli passano come flash nella propria mente, dalla rivolta dei Carnuti fino alla battaglia di Digione passando per il tradimento degli Edui e dall’assedio di Gergovia fino a riportarlo al presente, al settembre del 52 a. C. quando le lance dei Galli stavano per portargli via la sua preziosa vita.

    «Ero ad un passo…» dice mestamente tra sé e sé convinto di dover morire.

    «Sul fianco! Sul fianco!» grida un cavaliere gallo.

    «I demoni! I demoni!» sbraita un secondo.

    Dagenhart e alcuni suoi compagni compresi Ambrosius, il mietitore ed Eberwolf, lo sfregiato, sbucano fuori improvvisamente dalla bruma riversando tutta la loro furia contro coloro che avevano di fronte falciandoli come fili d’erba e facendo schiantare al suolo i loro cavalli.

    Cesare tira un sospiro di sollievo ripensando al momento in cui ha conosciuto colui che ora, prontamente e tempestivamente, gli stava salvando la vita. Fu un giorno di una ventina di anni prima quando la sua legione stava marciando per invadere la terra dei Quadi nei pressi della città di Vindobona. Nessuno dei Germani stava muovendo un muscolo, troppo impauriti dalle legioni e fiaccati nel morale per la bruciante sconfitta. I loro capi erano tutti morti e coloro che non lo fossero ancora, di lì a poco sarebbero stati trucidati subendo una fine che non avrebbe portato alcun onore alle loro famiglie. D’un tratto, un semplice bambino, probabilmente orfano dalla nascita, urlando e mostrando tutto il suo disprezzo nei confronti di colui che aveva privato il suo popolo della libertà, si scagliò contro il destriero dello stesso Cesare armato solo di una piccola ascia, poco affilata e in pessime condizioni. Il comandante delle legioni fu abbagliato da quegli occhi azzurri nei quali stava risplendendo tutto il colore del cielo in tempesta e ne fu letteralmente colpito ed estasiato. In tutte le sue innumerevoli campagne militare in terre germaniche non gli capitò mai di effettuare un incontro del genere. Mentre i suoi centurioni avevano già bloccato quell’insolito combattente ed erano già pronti per malmenarlo come sarebbe convenuto nonostante la sua giovane età, scese dal proprio cavallo facendo loro cenno di lasciarlo libero. Non si mosse, non scappò. Anzi, digrignò i denti e strinse quella malconcia arma ancor più saldamente nella sua mano sinistra. Giulio Cesare sorrise dicendo sentenziosamente ai suoi uomini: «Lui verrà con noi!»

    Lo presero e lo fecero salire su di un cavallo. Quel fanciullo rimase in silenzio mentre continuava ad osservare, forse, per l’ultima volta, quella che fino ad allora era stata la sua gente.

    La battaglia, nel frattempo, continuava ad imperversare facendosi costantemente più cruenta e feroce tanto che i corpi dei caduti, ormai, non si riuscivano nemmeno più a contare e parte delle tende di alcuni legionari romani stavano bruciando come pire ardenti illuminando macabramente quella funesta notte.

    «Maledetti!» grida Commio.

    Si stava guardando intorno e da buon combattente stava comprendendo che i suoi cavalieri stessero perdendo le redini dello scontro più per terrore nei confronti dei loro pari germanici che per incapacità o mancanza di coraggio. Le loro menti sembravano essere sconvolte facendo vivere ai loro corpi un incubo straziante e poco dignitoso.

    «Torniamo indietro! Torniamo indietro!» grida nuovamente facendo ruotare più volte su se stesso il proprio cavallo.

    «Stanno scappando!» esclama Eberwolf.

    Dagenhart volta immediatamente il proprio sguardo in quella direzione mentre stava conficcando la sua framea nella gola di un Gallo, forse appartenente alla tribù dei Carnuti, proprio coloro che avevano fatto scoppiare la scintilla per far sì che tutti si rivoltassero contro Roma ma poco importava, per coloro che sollevano l’aquila come stendardo era solo un nemico di meno.

    «Vuole farlo…» dice Ambrosius.

    L’indomito fa ruotare la sua corta lancia nella leggendaria mano sinistra tenendo fisso il proprio sguardo sulla schiena di colui che aveva guidato quella sortita. Fa indietreggiare l’avambraccio e poco dopo la scaglia contro quell’uomo. Si sente un sibilo acuto. Passa addirittura in mezzo alle fiamme prendendo fuoco ma, Commio, viene colpito soltanto di striscio vicino alla spalla.

    «Perché l’hai fatto?» domanda il mietitore.

    «Amico mio, qualunque sia la tua origine, un traditore va eliminato. Sempre»

    I cavalieri galli erano completamente in rotta e alla bene meglio stavano rientrando nelle sicure mura di Alesia mentre ciascun legionario grida urrà di ogni genere battendo la lama del proprio gladio contro lo scudo. Il frastuono è assordante tanto che lo stesso Vercingetorige avrebbe potuto tranquillamente udirlo dall’interno della città.

    «Che siano dannati!» urla sbattendo ferocemente i pugni sul tavolo.

    «Mio signore…» tenta di dire Lucterio, un suo generale, originario della tribù dei Cadurchi,

    «Zitto! Zitto! Non voglio sentire una parola da nessuno di voi!» sbraita indicando col dito tutti i presenti.

    Sono i suoi consiglieri, gli ufficiali del suo esercito e i capi di quelle poche tribù che si sono, per ora, riunite a lui.

    Tra di loro c’è persino Cassivellauno, capo dei Britanni i quali si sono uniti in questa lotta poiché ebbero il corretto sentore che qualora i Galli fossero stati sconfitti, i prossimi sarebbero stati loro o quantomeno avrebbero dovuto sicuramente fronteggiare sul loro territorio la brutalità e la potenza delle legioni di colui che non conosceva sconfitta.

    Nel frattempo i cavalieri galli sopravvissuti rientrano velocemente nella città con il morale a pezzi.

    «Questa sarà la nostra tomba…» dice uno di loro preso dallo sconforto.

    Il traditore sente quelle parole e di scatto si gira verso di lui incenerendolo soltanto con il suo sguardo. Quell’uomo trasalisce e si blocca d’improvviso. Commio si avvicina a lui ponendo la propria bocca quasi attaccata al suo orecchio domandandogli sottovoce: «Hai paura?»

    Il cavaliere non risponde.

    «Ti ho fatto una domanda…»

    Di nuovo le sue labbra non accennano ad alcun movimento.

    Dunque il generale poggia la propria mano sul suo petto e sente distintamente i battiti del suo cuore accelerarsi secondo dopo secondo. Sorride beffardamente quindi con l’altra mano estrae il proprio pugnale conficcando la lama nel costato di quell’uomo il quale spalanca i suoi occhi accasciandosi piano, piano sulle ginocchia per poi cadere prono a terra, inerme e senza vita.

    «Non ho bisogno di soldati impauriti!» esclama con disprezzo sputando sul cadavere fresco di morte.

    Tutti gli altri Galli presenti osservano in religioso silenzio.

    «Date quell’uomo in pasto ai maiali!» ordina brutalmente.

    Due di loro si avvicinano e senza obiettare trascinano via il corpo del loro compagno il quale sarà disonorato per l’eternità. Tra le loro genti, oltre ad aver subito una morte ingloriosa ed infamante, non permettere che il corpo venisse bruciato sarebbe stata l’onta più terribile che un essere vivente avesse potuto ricevere poiché in questo modo la sua anima non avrebbe mai più potuto trasmigrare e questo Commio lo sapeva molto bene.

    «Dov’è? Ho bisogno di parlare con lui!» prosegue Vercingetorige all’interno della sala consiliare.

    Ovviamente stava fremendo per poter guardare in faccia il suo generale e chiedergli come fosse andato lo scontro nel dettaglio pur essendo già a conoscenza del negativo esito. Non riesce a capacitarsi del motivo per cui questi Romani riuscissero in qualche modo ad avere sempre la meglio su di lui pur essendo in una terra a loro poco congeniale e soprattutto ben inferiori di numero.

    Di colpo la porta della sala si spalanca ed ecco il traditore comparire ed attendere il segnale del suo comandante per poter proseguire oltre. I due si scambiano un’occhiata decisa e nonostante colui che stava riunendo tutte le tribù galliche fosse temuto e oltremodo rispettato da ogni anima vivente su quelle terre, Commio non mostra timidezza o senso di riverenza, anzi, sostiene il suo sguardo perfettamente e forse è proprio questo ad aver colpito il sovrano degli Arverni.

    «Vieni avanti!»

    Si avvicina al tavolo sul quale è appoggiata una grossa e dettagliata mappa geografica in cui sono ben delineati i confini delle varie tribù galliche.

    «Parla! Come hanno fatto a respingervi?» domanda piuttosto arrogantemente,

    «Mio signore, se avessi cavalieri che non si impressionano in battaglia, a quest’ora sarebbero tutti morti!» risponde a tono.

    Vercingetorige nuovamente sbotta tirando un violento pugno sul tavolo e stringendo talmente forte l’elsa della sua spada da farsi quasi sanguinare la mano, poi continua: «Non è possibile! Ho mandato diecimila cavalieri… diecimila! Quasi tutti quelli di cui dispongo e un gruppo di bifolchi germanici da quattro soldi li ha spazzati di nuovo!»

    «Le legioni non sono un problema. Riusciamo a sconfiggerle come già hai avuto modo di constatare ma con loro è diverso… Quando li vedono arrivare sono dominati dalla paura e niente è peggiore di quella in battaglia!»

    Nella sala era presente anche un druido, molto venerato dai Mandubii il quale interrompe quel momento di silenzio e riflessione dicendo: «Persino Toutatis in persona li teme, non dovremmo farlo noi?»

    Le sue parole sarebbero dovute risultare sagge e consolatorie ma di certo non possono essere così per il riunitore della Gallia il quale solo per rispetto nei confronti di una figura religiosa e tanto venerabile non estrae la propria spada per conficcargliela direttamente nel petto.

    Passeggia quindi intorno al tavolo per far sbollire la rabbia e la frustrazione con l’intenzione di farsi venire qualche idea quando la voce di Celtillo, suo padre, ormai in compagnia degli dei, sembra risuonargli nella mente dicendo: «Tutti! Li devi riunire tutti sotto il tuo comando!»

    Di colpo si blocca e i suoi occhi, inevitabilmente si posano su quell’enorme cartina geografica.

    «Taranis si è rivelato attraverso il possente corpo della nostra guida. I suoi capelli ora sono ancora più biondi. Taranis usando il suo fulmine si manifesta attraverso di essi!» sentenzia il druido alzando le mani verso il cielo e inginocchiandosi dinanzi a quella che lui considera la reincarnazione del dio.

    «Grazie padre…» dice, invece, tra sé e sé Vercingetorige.

    Si volta verso tutti i presenti, in particolar modo Commio proseguendo a parlare: «Dove sono tutti gli altri? Dove sono? Io vedo soltanto Senoni, Parisi, Pictoni, Cadurci, Turoni, Aulerci, Lemoviti ed Andi ma non siamo così pochi! Le nostre genti si stagliano da nord a sud in tutta l’Europa centro-occidentale mentre noi, cosa siamo? Una parte! Abbiamo bisogno del tutto amici miei, abbiamo bisogno di ogni singolo Gallo, di tutti coloro che possono imbracciare una spada, un’ascia, una lancia o di salire in sella ad un cavallo…» e si ferma un attimo desiderando guardare ognuno negli occhi finché incontra lo sguardo di Acco, capo dei Senoni ponendogli una mano sulla spalla, «…Perché Roma si è espansa così tanto? Perché le sue leggi vengono imposte e rispettate ovunque?»

    Quell’omone ruvido e tipicamente autoctono scuote la testa e passando una mano lungo la sua barba cerca di rispondere: «Grazie a quell’arma corta che impugnano i suoi soldati!»

    Vercingetorige sorride, poi continua nel suo discorso: «Sbagliato caro Acco, sbagliato. Il mondo sta cambiando, i Romani l’hanno cambiato e noi dobbiamo adeguarci ed essere al passo coi tempi se non vogliamo venire sopraffatti e spazzati via come neve al sole! Siamo più numerosi eppure perdiamo, siamo più grossi eppure perdiamo…»

    «…Roma è una e vince!» lo interrompe Virodomaro.

    Tutti i presenti lo guardano sbalorditi non riuscendo nemmeno a comprendere fino in fondo questo concetto di unità poiché le loro tribù, pur facendo sempre parte di una stessa etnia erano puntualmente divise e in guerra tra loro spesso non sapendone nemmeno più il motivo.

    «Esattamente, esattamente!» lo abbraccia Vercingetorige.

    «Mio signore, cosa suggerisci dunque?» domanda Vercasivellauno,

    «Cugino mio, metteremo insieme l’esercito più numeroso mai visto prima e sconfiggeremo le legioni di Cesare. Poi… se Toutatis vorrà, guiderà le nostre spade direttamente verso Roma e la saccheggeremo riducendo schiavi le loro donne e i loro figli e bruceremo ogni singola casa spazzando via per sempre quella città dalle mappe geografiche!»

    I generali e i capi-tribù presenti parlottano un po’ tra di loro e alcuni, soprattutto coloro che sono già più avanti con l’età, sono piuttosto scettici poiché temono che sarà impossibile radunarli tutti.

    «Taranis ha parlato! Così si è espresso e nessuno può osare sfidare il suo volere!» sentenzia il druido che fino a questo momento era rimasto in ginocchio.

    «Siete con me?» domanda perentoriamente Vercingetorige assumendo quasi le fattezze di un dio.

    «Sì!» risponde Commio per primo.

    «Come sempre, cugino!»

    «Sono sempre stato al fianco di tuo padre e ora sarò al tuo» prosegue Acco.

    Di seguito tutti quanti si esprimono favorevolmente finché, di gran carriera entra nella sala un uomo, sul cui viso si legge solo preoccupazione.

    «Parla! Aspettavo proprio te» dice Vercingetorige.

    «Mio signore, forse è meglio che parliamo in privato…»

    «Come osi?» interviene Sedullo, capo della tribù dei Lemovici sentendosi offeso.

    «Amico mio, non voleva di certo mancarti di rispetto e così a nessuno di voi altri presenti»

    Si sa che il temperamento degli uomini di quelle zone fosse piuttosto focoso e facilmente irritabile; per questo il riunitore della Gallia cerca immediatamente di placare gli animi. Sarebbe bastata anche solo una scintilla o un pretesto assurdo per mandare a monte tutto quello che faticosamente sta costruendo. Lui era un Gallo diverso, anomalo e decisamente più istruito e lungimirante. Oltre la spada e la forza bruta, in battaglia, contano molte altre cose tra cui la tattica, l’intelligenza, la furbizia e l’attesa. Lo sapeva bene e sapeva altrettanto perfettamente che avrebbe potuto sopperire a queste mancanze tra i suoi uomini soltanto superando numericamente l’esercito di Cesare altrimenti, le legioni, ben organizzate e decisamente responsabilizzate avrebbero vinto di nuovo. E questo non avrebbe potuto permetterselo. Piuttosto la vita.

    «Mio signore…» riprende a parlare Gallchobhar «…ho effettuato una stima delle provviste e possiamo sopravvivere soltanto per un mese»

    Il silenzio cala tombale. Trenta giorni erano troppo pochi.

    «Come immaginavo…» dice Vercingetorige «…Non c’è un minuto da perdere»

    I suoi uomini pendevano dalle sue labbra e non aspettavano altro che eseguire i suoi ordini. Lo stimavano, lo rispettavano e ormai sarebbero andati fino in fondo.

    «Vercasivellauno, Commio, Virodomaro, Eporedorige! Andate presso ogni singola tribù che non ha ancora mandato i propri uomini, portate con voi un druido ciascuno e dite loro cosa sta compiendo Vercingetorige. Annunciate loro che quelli che verranno saranno ricompensati mentre quelli che rifiuteranno la chiamata o peggio, quelli che per paura tradiranno la causa dei Galli per dare sostegno al nemico romano verranno trucidati, le loro case incendiate, le loro mogli vendute come schiave e i loro figli condannati all’infamia per tutta la loro esistenza!»

    «Ogni uomo timoroso degli dei sarà a completa disposizione del protetto di Taranis» risponde il druido.

    «Ora andate! Nelle vostre mani è riposta la salvezza di tutti noi!»

    Senza proferire ulteriori inutili parole e ben sapendo che ogni singolo istante sarebbe stato più prezioso che mai, escono dalla sala consiliare dirigendosi ciascuno verso le tribù con le quali avessero rapporti migliori. Il tiepido sole di Alesia stava ormai sorgendo illuminando il cammino di quei prodi cavalieri.

    ***

    Intanto, nell’accampamento romano, dopo che si erano bruciati i cadaveri dei morti per paura di infezioni, contagi ed epidemie così frequenti durante gli assedi, è ritornata la calma e i costruttori erano di nuovo all’opera per completare le ventitré torrette di guardia dislocate lungo un perimetro di circa quindici chilometri attorno alla città. Il vallo era decisamente profondo e in esso erano dislocate numerose trappole le quali, sarebbero state sicuramente di aiuto soprattutto in questo caso poiché l’esercito gallo attaccava al pari di un’orda puntando soltanto sul suo congruo numero e sulla forza bruta.

    «Eccolo, sta arrivando!» esclama Gaio Antistio Regino.

    All’interno della tenda di Gaio Giulio Cesare si era già riunito tutto il fior fiore dell’esercito romano in attesa del proprio comandante il quale avrebbe dovuto parlare ed impartire i nuovi ordini.

    «Ave, Cesare!» salutano tutti i presenti.

    Entra. Il rispetto dei suoi ufficiali è palpabile. In lui era incarnato tutto il concetto di romanità e l’aquila della città eterna non poteva sperare di essere portata e rappresentata da uomo migliore.

    «Signori miei…» inizia a parlare dopo essersi portato al centro della tenda «...Anche questa volta Roma ha vinto, Giulio Cesare ha vinto, le legioni hanno vinto!»

    «Ahu!»

    «Ahu!»

    «Ahu!» gridano i presenti.

    Tra quelli ci sono persone che devono tutto al loro comandante tra cui Gaio Antistio Regino, Gaio Canino Rebilo e Labieno i quali, insieme e più degli altri avrebbero compiuto qualsiasi cosa per lui.

    Colui che non perde mai, prima di proseguire a parlare scruta tutti ad uno ad uno e vede che, come puntualmente succedeva, un posto è vacante.

    Scuote la testa così dice quasi tra sé e sé: «Quel Germanico…»

    «Come procediamo?» domanda Marco Trebonio Gallo.

    «Attacchiamo la città!» suggerisce Labieno.

    Per qualche istante il silenzio, tutti in attesa del responso del loro comandante il quale prende parola: «Prenderemo la città per fame!»

    Quelle parole lasciano tutti sbalorditi finché Rebilo non trova il coraggio di dire: «Ma l’inverno è alle porte…»

    «La prenderemo prima»

    «Alesia è grossa! Avrà scorte a sufficienza per resistere a lungo e sicuramente oltre la fredda stagione mentre noi abbiamo solo l’acqua dell’Ozerain e poco altro…» interviene Regino non capendo.

    «Vi sbagliate! Quella città sarà la loro tomba. Un gesto affrettato e poco avveduto quello di ritirarcisi all’interno perché so con certezza che hanno vettovaglie solo per una trentina di giorni al massimo e con tutta quella gente da sfamare forse anche molto meno. Dobbiamo solo essere pazienti e attendere il nostro momento. Ad ottobre l’intera Gallia andrà ad aggiungersi all’elenco già molto nutrito delle province che appartengono a Roma»

    Quelle parole inaspettate quanto soddisfacenti ed apprezzate rinfrancano il loro cuore a dimostrazione che il loro comandante non compiesse nulla di avventato e che fosse uno stratega militare impeccabile e quanto mai lungimirante.

    «Credo che abbiamo un problema!» esclama Dagenhart entrando nella tenda.

    Tutti, compreso colui che l’aveva portato e voluto con sé sin da piccolo, voltano lo sguardo verso l’indomito il quale porta sulle spalle una pelliccia di lupo e i suoi pantaloni color sabbia lo rendono decisamente diverso da ogni Romano nonostante combattesse per loro e fosse stato cresciuto proprio da Giulio Cesare in persona. Non ha mai dimenticato le sue origini. Da Roma aveva appreso l’arte militare e sapendola fondere con il carattere forte e indomabile di un Germano, risultò un capolavoro.

    «Germano…» dice rabbiosamente Regino.

    «Sì, lo stesso Germano che questa notte ha salvato tutti voi… e la volta prima, e quella prima ancora…» e si ferma dinanzi a lui a pochi centimetri dal suo viso «…Devo proseguire?»

    L’ufficiale romano non risponde ma avrebbe tanto desiderato estrarre il suo gladio per conficcarglielo dritto in gola ma sa bene che non sarebbe stato né il momento né il luogo più adatto.

    «Quale sarebbe questo… problema?» domanda Cesare stemperando gli animi e attirando l’attenzione su di sé.

    «A breve diventeremo noi gli assediati»

    «Sbarazziamoci di questi Germani!» tuona Labieno.

    «Ogni volta che apre bocca è un insulto per Roma!» dà manforte Rebilo.

    Cesare alza la propria mano richiamando subito il silenzio e capendo che le parole dell’indomito fossero sagge e preziose.

    «Perché dici questo?» gli domanda.

    «Un manipolo di cavalieri galli e di druidi si è diretto sul monte Rea, l’unica zona che non riusciamo a coprire e a pattugliare interamente a causa della sua vastità per poi dividersi e prendere direzioni differenti»

    «Cosa può significare questa mossa?» chiede Labieno.

    «Solo una cosa» risponde il comandante delle legioni.

    «Vercingetorige ha deciso di riunire tutta la Gallia sotto il suo comando» chiarisce Daghenart.

    «Impossibile! Non ci riusciranno mai! Si sono sempre combattuti tra loro!» esclama Gallo.

    «Ora è diverso. Per la prima volta la loro libertà è messa in gioco e credetemi, non c’è motivo più forte per spazzare via ogni contrasto» sentenzia colui che non perde mai.

    «Perché portare con sé anche i druidi? Sarebbero solo d’intralcio»

    «Quando sono gli dei a parlare, tutto è più facile…»

    «Allora attacchiamo! Approfittiamone ora che sono deboli e fiaccati!» esclama Labieno.

    «Le loro forze sono superiori di gran numero alle nostre e probabilmente un attacco frontale danneggerebbe più noi che loro. Perderemmo e non sono venuto fin qui per tornare a Roma a mani vuote. Quei Repubblicani sarebbero più contenti di sicuro ma io no… ed è questo quello che conta!»

    «Quindi cosa faremo?»

    «Devono fare ritorno per forza entro trenta giorni altrimenti Alesia è spacciata. Costruiamo una seconda linea difensiva, alle nostre spalle in modo da poter combattere agevolmente su due fronti. Vogliono tramutarci da assedianti in assediati? Saremo pronti!»

    Dagenhart sorride e i suoi occhi azzurri incrociano quelli neri di colui che l’ha allevato. Apparentemente sembrano così diversi ma in fondo si assomigliano così tanto ed è forse per questo motivo che si trovano quasi sempre in contrasto.

    «Sarà memorabile…» dice tra sé e sé l’indomito.

    Capitolo II

    Occhi colore del cielo

    Era passata ormai una settimana da quella sortita notturna capeggiata da Commio. Nell’accampamento romano il morale è piuttosto alto nonostante da molti mesi fossero lontani dalle loro famiglie e soprattutto, tutti quei soldati, non vedessero l’ombra di una donna da un bel pezzo poiché Cesare proibiva assolutamente l’ingresso a coloro che non erano utili al combattimento. Voleva i suoi uomini sempre concentrati e rivolti soltanto verso la battaglia mentre il piacere avrebbe potuto tranquillamente aspettare anche se, da buon comandante, chiudeva un occhio qualora qualche soldato si lasciasse andare a qualche scappatella con alcune prostitute dei villaggi più vicini anche se questo sarebbe potuto succedere solo precedentemente, durante attacchi a città già lasciate alle spalle perché ad Alesia non è assolutamente possibile. La città era completamente isolata e nessuno avrebbe mai osato lasciare l’accampamento perché sarebbe stato trucidato da qualsiasi Gallo nel raggio di un centinaio di chilometri. Bisognava vincere ed espugnarla altrimenti per le legioni ci sarebbe stata soltanto la morte. Daghenart e i suoi cavalieri germani stavano lavorando come tutti, nessuno escluso, per costruire la seconda linea fortificata, al fine di far fronte ad un eventuale attacco alle spalle per avere qualche chance di non essere sopraffatti dal nemico.

    «Finalmente è tutto pronto!» esclama Giulio Cesare ammirando quell’opera gigantesca.

    Sì, anche lui come e più di ogni altro si sporcava le mani e si metteva in gioco in prima persona compiendo gesti ed azioni che nessun uomo nella sua posizione si sarebbe mai sognato di fare. Per questo lo amano. Per questo ciascuno legionario è disposto a dare la vita per lui. Per questo l’indomito non lo ha mai abbandonato.

    Quel piccolo vallo fortificato che avevano costruito era qualcosa di sensazionale e di meraviglioso dal punto di vista dell’ingegneria bellica. Torrette ben bilanciate lungo tutto il perimetro, sorveglianza attenta e rapida in ogni dove, cinque file di cippi, otto ordini di gigli e per concludere innumerevoli stimoli. Il nemico non avrebbe avuto sicuramente vita facile.

    Persino l’indomito sorride abbracciando mascolinamente Eberwolf ed Ambrosius i quali, stanchi, sudati e affaticati godono nell’osservare ciò che in così breve tempo era stato eretto grazie anche al loro prezioso contributo.

    Purtroppo, all’interno di Alesia la situazione non è così florida e rigogliosa.

    «Dammelo! È mio!» grida rabbiosamente una donna.

    È così sudicia, affamata e fiaccata da trovare solo la forza di lottare per un tozzo di pane raffermo. I suoi occhi paiono iniettati di sangue e solo osservando quel tesoro di così grande valore per lei, sembra essere posseduta da un demone, da uno spirito maligno e crudele tanto che i suoi tratti somatici stanno mutando visibilmente espressione. I suoi capelli nero-grigiastri, unti e completamente arruffati le coprono parte del volto rendendola più simile ad una bestia che ad una persona.

    «Non ti avvicinare!» ribatte una povera madre infreddolita ed impaurita.

    Tiene per mano il proprio figlio la cui espressione è di totale rassegnazione mista a terribile paura tanto da rintanarsi dietro la veste lacera e sporca di fango di colei che lo ha messo al mondo.

    «Ti prego…» riprende «…Non è per me… è per mio figlio…» conclude in tono mesto e dimesso guardando gli occhi spenti della sua creatura.

    L’indemoniata che ha di fronte ormai non capisce più nulla. È completamente offuscata da quel tozzo raffermo di pane e avrebbe compiuto qualsiasi cosa pur di metterselo sotto i pochi denti marci che le sono rimasti.

    «Lo voglio!» grida senza mezzi termini.

    Si scaglia contro quella povera ma determinata madre con una rabbia e una veemenza fuori dal comune. Quel tratto di strada fangoso a causa della bruma costante e di qualche piovuta di troppo rende quell’improvvisato e maldestro scontro ancora più torbido e senza senso. Qualcuno passa intorno ma sembra proprio essere impassibile di fronte a quella scena animalesca. I Mandubii e tutti coloro che hanno trovato sicuro rifugio in Alesia badano soltanto ai propri interessi, alla propria famiglia e a sopravvivere come meglio fossero riusciti… non di certo si sarebbero preoccupati rischiando magari la propria vita nell’intervenire.

    «Scappa!» urla la madre al proprio figlio.

    Non si muove. Sembra impassibile. I suoi occhi sono spenti e non trovano nemmeno la forza di piangere.

    «Va’ via!» ripete lei.

    La donna che desidera ad ogni costo rubare quel tozzo di pane rancido e raffermo continua a percuoterla con una furia incontrollata. Le strappa i capelli, la colpisce sul volto e in ogni altra parte del corpo finché la giovane madre riesce in qualche modo a divincolarsi mettendosi gattoni nel fango ma badando bene di tenere in mano quell’ambito trofeo il quale, ormai, era diventato completamente immangiabile.

    «È mio, è mio, è mio, è mio, è mio, è mio…» continua a ripetere l’indemoniata non smettendo mai di fissarlo.

    Dunque prende da terra una pietra e con fare lento e cadenzato si avvicina sempre più alla sanguinante madre la quale, nel frattempo, stringe al suo petto il proprio figlio. Lei, non curandosi che il bambino stesse osservando ogni cosa, la colpisce in piena nuca facendole perdere immediatamente i sensi. Cade a terra con il viso rivolto nel fango e finalmente il fanciullino scoppia in un pianto devastante e liberatorio continuando nervosamente a toccare le guance della propria madre mentre l’indemoniata strappa dalla sua mano quel tozzo di pane ormai completamente ricoperto dalla melma e avidamente lo cerca di masticare mettendolo schifosamente nella propria bocca.

    Finalmente Ambiorix, persona molto vicina all’entourage di Vercingetorige, passa di lì attirato dalle urla disperate di quel piccolo. I suoi occhi vedono quello che non avrebbero mai voluto osservare. La fame stava diventando un problema molto serio. Si avvicina all’indemoniata colpendola con la suola dei propri calzari gettandola nel fango.

    «Cos’hai fatto?»

    Lei ride macabramente, poi risponde con voce stridula: «Era mio, era mio…»

    E apre la bocca per mostrare quello che stava ancora cercando di masticare.

    «Animale!»

    Pronunciando queste parole la prende per i capelli trascinandola via. Le sue pupille cadono però su quel bambino ancora lacrimante e piangente così dice rivolgendosi ad una madre che passa di lì: «Donna, prenditi cura di lui come se fosse tuo figlio!»

    Lei, senza accennare nemmeno a rispondere si avvicina all’innocente creatura. Lo prende in braccio per poi perdersi nella nebbia. Avrebbe avuto sicuramente una bocca in più da sfamare in un frangente così difficile e complicato ma non avrebbe potuto fare altrimenti, sia per proprio istinto materno, sia perché le parole di un uomo gallo, soprattutto così in vista, vanno sempre rispettate.

    L’indemoniata, mentre viene trasportata a viva forza per le vie di Alesia continua, visibilmente in preda a spasmi o chissà cosa, a rantolare e a muoversi convulsamente e freneticamente attirando l’attenzione di tutti coloro che stanno traendo protezione dalle mura della città.

    «Bisogna trovare una soluzione… è passata solo una settimana e siamo già a questo punto! Devo mostrare questa donna a Vercingetorige» riflette tra sé e sé Ambiorix.

    Intanto, vicino al caldo e rassicurante focolare della sala consiliare, colui che aveva in mano il destino della sua gente era assorto in mille pensieri i quali sembravano turbarlo moltissimo.

    «A questo punto dovrebbero già essere arrivati…» riflette tra sé e sé.

    Sa bene che l’unica speranza per la loro vittoria e sopravvivenza risiede nelle mani di quei prodi che aveva inviato per le terre galliche a reclutare tutti coloro che avessero la forza e il coraggio di imbracciare un’arma ma l’attesa è spasmodica e i nervi cominciavano a saltare.

    «Mio signore…» dice Critognato, l’uomo che parlava con gli uccelli.

    «Qualche novità?»

    «Vercasivellauno e Virodomaro hanno reclutato una notevole quantità di uomini. Tra poco saranno pronti per fare ritorno…»

    «Di Commio ed Eporedorige non si sa nulla?»

    «I miei corvi hanno riportato soltanto questi dispacci…»

    «In ogni caso sono notizie positive e questo non può che giovare alla nostra causa»

    Critognato ridacchia. Era una persona molto strana ed eccentrica. Riusciva a comunicare in qualche modo con i suoi corvi e nessuno voleva sapere come facesse, bastava che funzionasse e finora si era rivelato un preziosissimo alleato per i Galli. Era così in sintonia con quegli animali da sembrare più simile a loro che ad un essere umano e sicuramente, per chi lo vedesse per la prima volta, metteva un po’ di ansia incutendo imbarazzo e disagio.

    «Cosa sono queste grida?» domanda il riunitore della Gallia.

    Entrambi si voltano sentendo tali inquietanti lamenti sempre più vicini. D’istinto, Vercingetorige, pone la propria mano destra sull’elsa della spada nel caso si sarebbe dovuto difendere da chissà cosa ma ecco che compare Ambiorix il quale stava ancora trascinando alla bene meglio quell’indemoniata.

    «E lei chi sarebbe?»

    «Una donna mandubia che per un tozzo di pane rancido e raffermo ha ucciso una giovane madre»

    Il protetto di Taranis le si avvicina. Lei finalmente si zittisce e si ferma forse impressionata dall’imponenza e dalla fama di quella figura avendolo riconosciuto. Le tocca il volto. La squadra da capo a piedi, poi dice: «Non riusciremo mai a far bastare le provviste per tutti. Se non troviamo una soluzione alla svelta finiremo per ucciderci a vicenda e l’arrivo dei rinforzi non servirà a nulla…».

    Colui che aveva condotto lì la pazza, non sapeva cosa rispondere e forse si stava trovando in una situazione troppo grossa per un uomo avvezzo solo al combattimento come lui. Non era certo un arrivista ma era una persona leale, rispettosa delle antiche tradizione e dall’integerrimo onore.

    «Mio signore…» interviene ridacchiando gracidamente Critognato «…Se posso avrei un suggerimento da darti…»

    Vercingetorige distoglie la sua mente da quel chiodo fisso e volendo cercare un po’ di sollievo decide di prestare ascolto a ciò che avrebbe desiderato dirgli anche se, nella maggior parte dei casi, le sue proposte sono agghiaccianti, insensate e abominevoli ma, d’altro canto, molto semplici, pratiche ed efficaci.

    «Ti ascolto!»

    «Grazie, mio signore!...»

    Tocca avidamente le piume nere e torve di un corvo che tiene tra le mani come se fosse un bambino, poi riprende dopo qualche istante a parlare: «Ricordi cosa fecero i nostri antenati nella guerra contro i Cimbri e i Teutoni?»

    «Taci demonio!» risponde di getto Ambiorix.

    Colui che parla con gli uccelli ridacchia fastidiosamente di nuovo guardando di sottecchi colui che si è così tanto scaldato.

    «Non posso… è disumano…» dice Vercingetorige.

    In cuor suo non avrebbe mai potuto prendere quella decisione ma ben sapeva che, d’altra parte sarebbe potuta essere l’unica loro opportunità per resistere, sopravvivere e vincere.

    «Mio signore…» riprende colui che aveva trascinato fin lì quella donna «…Ti prego… Non possiamo cibarci dei nostri stessi simili! Sono donne, bambini e vecchi… non carne da macello!»

    Il riunitore della Gallia non risponde e questo lo fa preoccupare ancor di più poiché vuol dire che comunque sta prendendo in considerazione questa soluzione così drastica ed abominevole. Sì, perché gli Arverni, anni addietro, tesi d’assedio nella loro capitale Gergovia dalle forze cimbre e teutone, per sopravvivere si nutrirono dei corpi di coloro che erano inabili al combattimento. Fu uno scempio terribile e disumano ma guardando il lato pratico, il sacrificio forato di quegli innocenti permise alla loro gente di sopravvivere a quella terribile guerra facendo sì che addirittura proprio un Arverno diventasse qualcosa di più che un semplice capo-tribù e giungesse al punto di guidare l’intera Gallia in battaglia contro Roma. Cosa sarebbe successo se in quel momento avessero prevalso il sentimento, il buon gusto e il senso civico? Nessuno potrà mai saperlo. In ogni caso quella decisione così brutale, grazie al sacrificio di pochi, salvò la vita a molti ma Vercingetorige non se la sentiva. Dai racconti che aveva udito, sapeva che quei nobili guerrieri del suo popolo avessero dovuto convivere con un fardello talmente enorme da avergli logorato l’anima per tutta la loro esistenza e la morte fu una liberazione. Ora staranno banchettando con gli dei? Taranis avrà permesso alle loro anime di reincarnarsi? Questi dubbi assillano la sua mente in modo talmente pregnante da non fargli nemmeno sentire la voce di Ambiorix il quale continua a supplicarlo di non assecondare l’idea di uno che assomiglia di più ad un corvo che ad un essere umano.

    Il riunitore della Gallia sbatte violentemente il suo pugno contro il possente tavolo di legno facendolo quasi vacillare. È attanagliato dal dubbio e per un capo, prendere una decisione del genere, è quanto mai complicato perché avrebbe dovuto scegliere quale fosse il male minore e di certo non era semplice. Avrebbe sacrificato la vita degli stessi Mandubii i quali, senza battere ciglio, hanno aperto le porte delle proprie case per accogliere lui, i suoi uomini e tutte le genti galliche sfuggite alla devastazione delle legioni, avrebbe dovuto sopravvivere cibandosi di bambini, donne e persone indifese. Quali sarebbero dovuti morire per primi? Quali per secondi? Come scegliere? Era impossibile. La sua anima non avrebbe potuto sopportare anche questo.

    «Non lo farò…»

    «Grazie, mio signore! Grazie!» esclama Ambiorix inginocchiandosi davanti a lui.

    I suoi occhi erano diventati persino lucidi dalla gioia di quella risposta.

    «Allora moriremo tutti…» interviene Critognato come un uccello del malaugurio.

    Pare addirittura non essere rattristato da quella possibilità, anzi ridacchia come al solito. Subito dopo, si avvicina all’indemoniata la quale sembra essere entrata in uno stato di trance estatica. La osserva, la scruta e le annusa i capelli, poi dice: «Diventeremo tutti come lei e questa città sarà maledetta per sempre!»

    Questa sentenza gela il cuore di Vercingetorige il quale non sembra comunque troppo convinto di quella decisione infatti le sue labbra, piano, piano si dischiudono nuovamente: «Ma…»

    Ambiorix solleva di colpo lo sguardo. Un esordio tale non lasciava presagire nulla di buono e pur nella sua ignoranza linguistica, questo lo sapeva bene.

    «Mio signore…» trova solo la forza di dire.

    Il riunitore della Gallia gli lancia una terribile occhiata. Il possente Gallo abbassa lo sguardo permettendogli di proseguire: «Ma Critognato ha ragione. Moriremo tutti»

    «Lo dicevo io… lo dicevo io…» ripete quasi sprizzante di gioia.

    «In ogni caso non voglio diventare un cannibale. L’unica soluzione che mi viene in mente è quella di abbandonarli al loro destino…»

    «Vuoi farli uscire dalle mura?» chiede colui che aveva trascinato l’indemoniata per le vie di Alesia.

    «Almeno in questo modo il cibo sarà sufficiente per il mio esercito»

    «Ma è una condanna a morte!»

    «Cesare, mosso da pietà potrebbe accoglierli nel suo accampamento. Li renderà schiavi ma almeno vivranno…»

    «…E sarebbero per loro un fardello enorme!» interviene il corvo sempre più sadicamente.

    Vercingetorige, ovviamente, non vuole dire questo anche se in cuor suo sa quanto quelle macabre parole sarebbero potute rivelarsi veritiere. Ha scelto un compromesso, un compromesso terribile ed angosciante. Forse, pensa che in caso di vittoria avrebbe liberato quella gente, la sua gente conferendo loro doni e onori al fine di placare la loro sicura ira. Supposizioni, solo supposizioni. La verità era una sola: quella decisione, sia in caso di vittoria, sia in caso di sconfitta sarebbe

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