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Dante e la Divina Commedia

Dante e la Divina Commedia

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Dante e la Divina Commedia

Lunghezza:
155 pagine
2 ore
Editore:
Pubblicato:
26 mag 2021
ISBN:
9788816802902
Formato:
Libro

Descrizione

Dante e la Divina Commedia fa parte del lavoro di Balthasar sugli «Stili laicali», figure essenziali della sua Estetica Teologica. Per l’autore ci sono opere letterarie che ci prendono per mano, come Beatrice fa con Dante, per condurci verso la Rivelazione. La chiave di lettura di Balthasar punta a individuare l’orizzonte e il culmine della visione dantesca, che è costituito da Maria, con l’inno alla Vergine, che Dante affida a san Bonaventura. Maria tra gli angeli è la Signora del Paradiso, quel lato del Paradiso che Dante si sente di descrivere preparato e accompagnato da Beatrice, che ha sostituito Virgilio nella peregrinazione. Dante non si addentra oltre nel mistero cristologico e trinitario, la sua filosofia e la sua poesia si compiono nella contemplazione di Maria. Nell’Inferno Dante era stato un fine lettore della Storia e Balthasar non può non notare che l’Inferno di Dante non è ancora stato visitato dal Cristo risorto. Il Cristo risorto dell’arte bizantina, che prende e porta con sé Adamo ed Eva e l’umanità tutta.
Editore:
Pubblicato:
26 mag 2021
ISBN:
9788816802902
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Nasce a Lucerna il 12 agosto 1905. Nel 1929 entra nella Compagnia di Gesù. Decisivi per la sua formazione teologica sono gli incontri con Erich Przywara, Henri de Lubac e Karl Barth. La collaborazione con Adrienne von Speyr porta alla fondazione dell’Istituto San Giovanni, della Johannes Verlag, e all’elaborazione di un pensiero teologico dominato dall’idea secondo cui solo l’amore è credibile. Nominato cardinale da Giovanni Paolo ii per il suo contributo alla teologia cattolica, non fa in tempo a indossare la porpora, morendo il 26 giugno 1988. Assieme a numerosi altri titoli che vengono periodicamente riproposti, Jaca Book ha in corso di pubblicazione la sua Opera, secondo il piano redatto dallo stesso von Balthasar.


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Anteprima del libro

Dante e la Divina Commedia - Hans Urs von Balthasar

Capitolo primo

LE VIE VERGINI

Dante scrive intorno al 1300 i suoi capolavori in volgare ed è consapevole di compiere in tal modo un passo di importanza storica universale¹. Egli è senza dubbio l’erede della scolastica latina, ma essa esiste ormai alle sue spalle. Dopo Tommaso di Aquino – lui stesso più filosofo che teologo – nessun teologo di lingua latina, a parte le sperimentazioni speculative del Cusano, ha potuto diventare un vero avvenimento di rilievo nella storia dello spirito. Anche Suarez ha influito come filosofo, i commentatori di san Tommaso che si susseguono fino all’illuminismo portano già il segno degli epigoni. Dante ha studiato la scolastica come ha studiato Aristotele, Averroè e Sigieri, ma quando egli si incontra precisamente con la scolastica nell’alto del paradiso, sfera del sole, nel punto più basso del «cielo superiore», il girotondo dei due volte dodici dottori della sapienza – i due gruppi guidati da Tommaso e da Bonaventura – ha su di lui l’effetto di una sonagliera di orologio e di un concerto di campane con sottili tintinnii intrecciati, «come orologio… che l’una parte l’altra tira ed urge,/tin tin sonando…»², o anche come una santa macina da mulino, «santa mola»³; perciò avviene pure che il domenicano canta l’encomio di Francesco e il francescano quello di Domenico, e alla fine Dante scorge tutto affascinato staccarsi dai due girotondi un terzo – come nel crepuscolo brillano nel cielo stelle nuove, «sì che la vista pare e non par vera»⁴ – che a lui appare come il «vero sfavillar del Santo Spiro». I suoi occhi, sopraffatti, non reggono a quella vista, e Beatrice lo attira ridendo oltre in un’altra sfera. Non è affatto impossibile che Dante si sia lui stesso sentito iniziatore di questa nuova terza teologia, forse in relazione a Gioacchino da Fiore, scorto da lui nel dodicesimo (e ultimo) dottore del gruppo secondo, allo stesso modo che Sigieri era stato visto come ultimo del primo. Ma la sola intuizione di questo terzo gruppo lo abbaglia, non riesce a dir nulla di significativo a suo riguardo. Non ci resta che interrogare al riguardo la sua opera.

Questa sua opera, indivisibile dalla sua singolare divina missione e dalla sua esistenza scalpellata a effigie ammonitrice, egli l’ha sentita come una cavalcata avventurosa verso il nuovo e l’inesplorato. «Verità voglio mostrare che nessuno ha ancora tentato: intemptatas ab aliis ostendere veritates. Giacché che utile mai recherebbe colui che volesse un’altra volta dimostrare una proposizione di Euclide? che si desse pena di evidenziare la felicità già messa in evidenza da Aristotele?⁵». E questo all’inizio della sua Monarchia! E in apertura al trattato sulla sua lingua madre: «Dal momento che nessuno prima di noi ha mai minimamente trattato della lingua volgare e noi reputiamo come estremamente necessaria a tutti quest’arte…»⁶. Come se Dante già vivesse nell’età delle esplorazioni d’oltre mare, i suoi libri brulicano d’immagini tratte da avventurose navigazioni. La leggenda degli Argonauti lo incanta a ripetizione, e fino in vetta al paradiso⁷: Giasone che incontra nell’inferno suscita la sua ammirazione⁸ e di più ancora la suscita Ulisse, che gli appare come lo scopritore temerario in assoluto, quasi anticipando quello che sarà Colombo per Bloy e Claudel. Nulla poté vincere «dentro a me l’ardore/ch’io ebbi a divenir del mondo esperto…/ma misi me per l’alto mare aperto/sol con un legno e con quella compagna/picciola da la qual non fui diserto»⁹, e oltre le ammonitrici colonne d’Ercole in «folle volo diretro al sol» non volli negarmi «l’esperienza del mondo senza gente»¹⁰. Anche Dante avanza nell’inferno per una «folle strada»¹¹; s’inoltra per un «cammino alto e silvestro»¹²; con tono ammonitore invita i molti che hanno tentato di seguirlo nel suo viaggio su «piccioletta barca» a ritornare indietro, solo «voi altri pochi» potete venire con me sull’alto mare «servando mio solco dinanzi all’acqua che ritorna eguale»¹³, giacché «non è pileggio da piccola barca/quel che fendendo va l’ardita prora,/né da nocchier ch’a se medesmo parca»¹⁴. Vengono poi le realistiche, vertiginose descrizioni delle arrampicate, delle discese lungo l’inferno aggrappati ai massi selvaggi di monti precipitati¹⁵, delle salite da capogiro lungo le pareti verticali del purgatorio¹⁶. Dante conosce e sa ben rendere lo stato d’animo di chi, esaurita ormai ogni energia fisica, attinge alle sole riserve della sua volontà: «Leva’mi allot mostrandomi fornito/meglio di lena ch’io non mi sentiate dissi: va’, ch’io son forte e ardito!»¹⁷. Infine le immagini del volo: il volo in groppa a Gerione, mostruosa incarnazione della frode, allorché Dante prova «maggior paura» di Fetonte quando «abbandonò li freni», e di Icaro quando sentì le ali che fondevano¹⁸: due simboli di tragica hybris. Davvero pochi sono quelli che aderiscono alla voce dello spazio infinito che li chiama:

A questo invito vengon molto radi:

o gente umana, per volar su nata,

perché a poco vento così cadi¹⁹?

Dante è il primo a tentare l’impresa del volo attraverso il paradiso²⁰, mentre quanto all’inferno egli cammina sulle orme di Virgilio e di Paolo. E se altri hanno già potuto essere innalzati mediante raptus fino a Dio, nessuno ha ancora intrapreso una investigazione così metodica del paradiso, una «esperienza» dell’aldilà come la sua. Il termine «esperienza» ritorna frequente oscillando fra il significato antico dell’esperienza mistica di Dio²¹, l’ancora più antico senso irenaico dell’esperienza della grazia mediante esperienza corporea del suo contrario²² e un senso tutto moderno di sperimentale indagine della realtಳ. Vero è che esiste tutta una tradizione di viaggi sia pagani che cristiani nell’aldilà, di romanzi d’avventure in realtà trascendenti e di relazioni di rapimenti in Dio²⁴; tuttavia Dante emerge netto su tutta questa letteratura con la coscienza di poter presentare sia teologicamente che esteticamente qualcosa di inaudito e in qualche modo di inimitabile, un’opera che lo colloca molto in alto sopra il suo tempo e lo insedia nel tempo futuro («s’infutura la mia vita»)²⁵, anzi nell’eternità («s’eterna»)²⁶. La coscienza della sua missione è senza esempio nella storia del cristianesimo in quanto non viene soltanto vissuta davanti a tutti (come è il caso di molti santi), ma viene nella maniera più incisiva impressa negli altri e confermata dai massimi poeti dell’età classica e dai massimi rappresentanti della cristianità. Come avrebbe potuto Dante vivere questa coscienza d’essere una costellazioneguida, se non avesse sperimentato la sintesi del medioevo che egli rappresenta insieme come qualcosa di qualitativamente nuovo, rivolto all’avvenire?

Sintesi egli è certamente: di scolastica e di mistica, di antichità classica e di cristianesimo, di concezione sacrale dell’impero e della chiesa francescano-spirituale e, in modo ancora più stupefacente, del mondo della poesia dell’amor cortese e del mondo da questo così distante della sapienza della scuola medioevale. Nella sua maniera egli sembra farsi posto fra i grandi costruttori di cattedrali medioevali nei quali, per un’ultima volta, estetica ed etica coabitano in modo così indivisibile, si postulano e si promuovono a vicenda. Ma comunque si torni a riconsiderare l’integrazione da lui compiuta, sempre vi si ritrova un plus al di là di ogni possibile addizione; la sua opera, per quanto organica essa sia, non è una summa, ma un numero primo indivisibile, e questo suo insolubile arcanum è quanto gli conferisce la forza storica che gli compete. Di questo dobbiamo anzitutto trattare, e per scavarci una strada verso questo arcanum tenteremo di prendere visione della novità dantesca partendo dalla zona più periferica.

1) La sua conversione al volgare Dante l’ha sentita ed esposta come una innovazione di elevata valenza storica. Senza dubbio già esiste da più d’un secolo in Europa poesia in volgare. Il Tristano di Gottfried von Strasburg e l’epopea del Gral di Wolfram von Eschenbach sono già lontani. Ma l’Italia è in ritardo e, ciò che più importa, a Dante non interessa comporre romanzi in versi, sia pure ad altissima simbologia mitica quali il Gral; a Dante interessa di trasferire la conoscenza della realtà – celata nelle sette arti liberali, nella filosofia, nella teologia e nella storia – dal latino morto e astorico nella lingua viva e parlata. Questo problema non si pone ancora per il poeta lirico d’amore delle Rime e forse neppure ancora per il prosatore della Vita Nuova, ma si pone duro e improvviso per il compositore del Convivio che intraprende a commentare allegoricamente le sue canzoni d’amore in chiave filosofica. Ma il nobile latino è inadatto davanti al volgare a inserirsi in quel rapporto di servizio che una interpretazione deve realizzare nei riguardi del testo commentato, manca al latino la necessaria obbedienza²⁷. Un commento latino sarebbe «non subietto ma sovrano, e per la nobiltà e per virtù e per bellezza. Per nobiltà, perché lo latino è perpetuo e non corruttibile. Onde vedemo ne le scritture antiche de le comedie e tragedie latine, che non si possono transmutare, quello medesimo che oggi avemo; che non avviene del volgare, lo quale a piacimento artificiato si transmuta. Onde vedemo ne le citadi d’Italia, se bene volemo agguardare, da cinquanta anni in qua molti vocabuli essere spenti e nati e variati; onde se ’l picciol tempo così transmuta, molto più transmuta lo maggiore»²⁸. Dante, che con la sua opera pensava di raggiungere fama eterna di poeta, osa avventurarsi contro ogni prudente avvertimento affidandosi a un elemento incerto, ondeggiante e peribile come il volgare. E scrive un libro intero apposta per giustificare un simile passo. E se nel Convivio il latino gli pare superiore di nobiltà e di bellezza al semplice volgare, nel nuovo libro il suo parere al riguardo è mutato: la lingua materna è più nobile (nobilior) perché è «la lingua della natura» ed è l’altra ad essere invece «prodotto di artificio», essa è «la lingua originale degli uomini dappertutto diffusa», è quella lingua che «i bambini imparano dai loro educatori, allorché per la prima volta cominciano ad articolare suoni» e che essi «apprendono senza regole, solo imitando la nutrice»²⁹, è la lingua che fu donata da Dio stesso al primo uomo unitamente al nome originario di Dio a cui Adamo ha risposto (per viam responsionis)³⁰. A questo punto Dante pensa che la lingua originaria si sia conservata nell’ebraico (non avendo gli ebrei preso parte alla costruzione della torre di Babele) e che il Figlio incarnato di Dio si sia intrattenuto con il Padre nel cielo mediante questo «volgare» che Dio aveva regalato agli uomini³¹. Egli ha abbandonato in seguito questa meravigliosa teoria, lo stesso Adamo nel paradiso gli insegna che anche la lingua originaria si è estinta molto tempo prima della torre di Babele e della confusione delle lingue, essendo anch’essa, come ogni cosa che è affidata all’uomo, soggetta al mutamento³².

Ma Dante ama la sua lingua materna; essa e non il latino è, insieme ad altre cause costitutive della sua esistenza, penetrata nella sua struttura personale. «Questa mia lingua materna fu elemento di unione per i miei genitori, che in essa si parlavano; come il fuoco prepara il ferro per il fabbro, che ne fabbrica poi il coltello, così la lingua materna ha partecipato alla mia nascita ed è concausa del mio essere»³³. E poiché egli l’ama come una parte di se stesso, ed essendo cresciuta per lui insieme con la sua stirpe e amando ognuno «sopra ogni cosa la

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