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Metamorfosi del denaro: Perché una risorsa della società non può rimanere solo un affare privato
Metamorfosi del denaro: Perché una risorsa della società non può rimanere solo un affare privato
Metamorfosi del denaro: Perché una risorsa della società non può rimanere solo un affare privato
E-book109 pagine1 ora

Metamorfosi del denaro: Perché una risorsa della società non può rimanere solo un affare privato

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Info su questo ebook

Nel mondo moderno tutto gira intorno al denaro. Ma quali sono veramente la sua natura e le sue funzioni? Il denaro, ci spiega l’autore, non ha un’essenza immutabile. Anzi, la sua storia consiste di continue metamorfosi, da semplice unità di conto a potenza indipendente nella forma attuale di moneta non coperta da riserve auree o di altro genere. Alla totale smaterializzazione del denaro si è arrivati gradualmente e per certi versi si tratta di una conquista. Ma la caduta, almeno in teoria, di ogni limite alla produzione di moneta è alla base dei gravi problemi e contraddizioni che attanagliano l’economia e la società del nostro tempo, soprattutto se si accompagna con la deregolamentazione dei mercati finanziari e con la crescita di quelli creditizi paralleli e di «mercati ombra». È il caso allora di tornare alla «moneta aurea»? No, a patto di mettere un po’ d’ordine nel settore finanziario, ristabilendo il primato della politica nel «governo» del denaro.
LinguaItaliano
Data di uscita18 giu 2021
ISBN9791280124524
Metamorfosi del denaro: Perché una risorsa della società non può rimanere solo un affare privato
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Autore

Luigi Pandolfi

Giornalista pubblicista e divulgatore scientifico, scrive di economia e politica su vari giornali, riviste e web magazine. Collabora con Il Manifesto. Tra i suoi libri, Destra, correnti ideologiche e temi culturali nell’Italia repubblicana (2000); Un altro sguardo sul comunismo, teoria e prassi nella genealogia di un fenomeno politico (2011); Lega Nord. Un paradosso italiano in 5 punti e mezzo (2011); Crack Italia, La politica al tempo della crisi (2012).

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    Metamorfosi del denaro - Luigi Pandolfi

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    Esplorazioni

    Luigi Pandolfi

    METAMORFOSI DEL DENARO

    Perché una risorsa della società

    non può rimanere solo un affare privato

    manifestolibri

    © 2020 La Talpa srl – manifestolibri

    Via della Torricella 46 – Castel San Pietro Romano (RM)

    ISBN 979-12-8012-452-4

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    A Luigi Adduci,

    in ricordo della nostra amicizia.

    I

    All’origine del denaro

    Il pensiero astratto, con le sue implicazioni filosofiche e scientifiche, nasce nell’antica Grecia. La qual cosa ha molto a che fare con l’argomento di questo lavoro, essendo la prima essenza del denaro proprio il suo esprimere una misura universale di valore, quindi un concetto astratto. Non è un caso, d’altra parte, che la prima moneta metallica in lega d’argento ed oro (elektron) sia stata coniata nel VII secolo a.C. in Lidia, antica regione dell’Asia Minore che dava sul Mar Egeo, e che il primo esemplare di moneta a forma ovale, recante il segno della provenienza e del valore, venga fatta risalire al signore dell’isola greca di Egina, Fidone di Argo.

    Dai tempi di Platone, nondimeno, filosofi ed economisti, politologi ed antropologi, ancora non hanno messo la parola fine al dibattito sull’origine del denaro. Se da un lato è generalmente accettato che il concetto di valore economico delle cose abbia preso piede nell’Egeo greco grazie all’incontro tra il saper far di conto dei mesopotamici e il pensiero astratto ellenico, ammettendo implicitamente che siano esistite società complesse che non usavano il denaro (alcune grandi civiltà del passato, come quella egizia o quella assiro-babilonese, per non dire dei Fenici, nella prima fase della loro storia non utilizzarono alcuna forma di denaro), dall’altra si continua a dibattere sulle cause che portarono, in un dato momento e in un dato luogo, alla sua nascita ed alla sua diffusione.

    Due teorie a confronto

    Una teoria per così dire convenzionale, che affonda le sue radici nel pensiero di John Locke e di Adam Smith, vuole che la moneta sia nata per superare le difficoltà insite nel baratto, che a sua volta viene elevato a modello primigenio dell’economia di scambio. Prima c’era il baratto, poi è venuta l’economia monetaria che vi ha messo fine. Una teoria semplice quanto razionale, apparentemente. Se Tizio produce vino e Caio produce pane, Caio cederà una parte del suo prodotto a Tizio solo se sarà interessato al suo vino. Un gran bel problema. Ma pensiamo per un attimo cosa comporterebbe questa dinamica in una società complessa, con un alto tasso di divisione e di specializzazione del lavoro: ad un certo punto diventerebbe impossibile incastrare simultaneamente tutte le esigenze dei membri della comunità. Di qui la necessità di un surrogato universale di questo o quel particolare bene (o di un dato servizio). Ecco allora che entra in scena il denaro quale «mezzo di scambio», merce speciale che, per dirla proprio con Adam Smith, «pochi la rifiuterebbero in cambio del prodotto della propria attivit໹.Sale, conchiglie, merluzzo secco, zucchero, pellame, denti di cane, ruote di pietra, fino ai metalli nobili, l’argento e l’oro, che, essendo «meno deperibili» e capaci di essere «divisi in qualsiasi numero di parti» (e, ovviamente, di essere ricomposte attraverso la fusione), nonché per il loro «valore intrinseco» e simbolico (molti secoli prima che la moneta facesse il suo ingresso nella storia, l’oro era già il metallo prediletto per la realizzazione di oggetti ornamentali e gioielli presso le civiltà del Mediterraneo), si imposero, più di ogni altra vile merce, come «strumento di commercio e di circolazione»².

    Da questa visione discende un’idea di denaro che ha tenuto banco, mutatis mutandis, per oltre due millenni: il valore della moneta è determinato dal valore del metallo prezioso nel quale la stessa è stata coniata (o è ancorata), il quale, a sua volta, deriva il suo valore direttamente dalla legge della domanda e dell’offerta (o dal lavoro in esso incorporato, per la teoria del valore-lavoro). Secondo questa teoria, pertanto, il denaro sarebbe un mero «intermediario degli scambi», privo di qualsivoglia influenza sull’economia reale. Troppo o poco denaro in circolazione, al massimo potrebbe influire sul livello dei prezzi delle merci, ma mai sulle variabili fondamentali dell’economia. In seguito, questo assunto andrà a costituire la base di partenza della teoria quantitativa della moneta, secondo la quale un incremento della quantità di moneta in circolazione determina un proporzionale aumento del livello generale dei prezzi e, di conseguenza, una diminuzione del potere d’acquisto della moneta stessa³.

    Ma, per fortuna, c’è anche chi la pensa diversamente. D’altro canto, che evidenze si hanno di antiche società basate sul baratto? Nessuna. Dire che una data società faceva a meno del denaro non significa che la stessa fondava la sua economia sul baratto. Ammesso che per alcune società dell’antichità si possa parlare di economia e di scambio nell’accezione attuale dei due termini. Basta pensare a sistemi autosufficienti, oppure alla spartizione del bottino di guerra tra i membri di una tribù o di una comunità, ma anche a pratiche rituali basate sul dono e sul sacrificio, come testimoniano gli storici dell’antichità e la stessa letteratura greca (nell’Iliade e nell’Odissea non c’è mai alcun riferimento al denaro).

    Riflettendoci meglio, si può comprendere, insomma, che gli stessi limiti indicati da più parti come fattori che indussero le società primitive ad abbandonare il baratto sarebbero stati in realtà dei veri e propri ostacoli al suo insorgere. E allora? Molto verosimilmente non ci fu alcun passaggio dal baratto all’economia monetaria, ma la divisione del lavoro impose fin da subito in alcune società complesse un metodo più avanzato di regolazione dei rapporti di scambio, stante anche il carattere differito degli stessi. Ne era convinto certamente Aristotele, che, nella sua Etica Nicomachea, così si esprimeva a proposito dell’origine del denaro:

    «[ ] le cose di cui v’è scambio devono essere in qualche modo commensurabili. A questo scopo è stata introdotta la moneta, che, in cer to qual modo, funge da termine medio: essa, infatti, misura tutto, per conseguenza anche l’eccesso e il difetto di valore, quindi anche quante scarpe equivalgono ad una casa o ad una determinata quantità di viveri. Bisogna, dunque, che il rapporto che c’è tra un architetto e un calzolaio ci sia anche tra un determinato numero di scarpe e una casa o un alimento. Infatti, se questo non avviene, non ci sarà scambio né comunità»⁴.

    Senza unità di conto, una misura universale del valore, «non ci sarà scambio né comunità». Un’affermazione perentoria, che sembrerebbe fugare ogni dubbio sulle cause dell’insorgere della società monetaria e sull’intima connessione tra mercato, scambio e moneta. Una tesi non molto dissimile da quella che troviamo nella Repubblica di Platone, in un pezzo del dialogo tra Socrate ed Adimanto:

    «[ ]nei limiti della nostra Città come faranno i cittadini a scambiarsi le merci tenuto conto che proprio per questo abbiamo dato corpo ad una società e fondato uno Stato? È chiaro, rispose: vendendo e comprando. Ci vorrà allora una piazza per il mercato e una moneta che certifichi lo scambio»⁵.

    Aristotele, peraltro, non parlò mai di baratto nelle sue opere, quanto di métadosis (μετάδοσις), che in greco antico significava condivisone, distribuzione, elargizione e perfino partecipazione. Richiamava ad una dimensione comunitaria, non ad una qualche forma di scambio o di mercanteggiamento, per la quale sarebbe stata indispensabile la moneta.

    Ma per rendere meglio l’idea del concetto che qui si vuole esporre, facciamo un salto in un’epoca primordiale immaginaria. Ci sono un cercatore di pietre dure, un cacciatore ed un realizzatore di armi da caccia. Tutte e tre queste attività hanno qualcosa in comune. La pietra dura serve per i puntali delle lance che

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