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Questa sera non aspettarmi
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Questa sera non aspettarmi
E-book78 pagine58 minuti

Questa sera non aspettarmi

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Info su questo ebook

La notte è il momento in cui il tempo sembra essere sospeso, e le fatiche del giorno si disperdono in pensieri disordinati. La notte porta con sé un sonno ristoratore, ma anche sogni confusi, risvegli improvvisi, strane inquietudini. Presagi di sventure che stanno per accadere? O soltanto un funesto scherzo dell’inconscio, che sceglie il mondo onirico per mandare i suoi messaggi rivelatori? Per Silvia è così: lei da tempo non dorme bene, mentre suo marito ronfa beato al suo fianco, ma forse la sua insonnia vuole metterla in guardia da ciò che sta per accadere…
Spesso il risveglio rivela una sensazione di estraneità: una parte del proprio corpo che sembra diversa, come Piera, che scopre che la brutta cicatrice sulla sua gamba è stranamente scomparsa, e dopo un’attenta osservazione si rende conto che forse la gamba non è la sua; a volte, invece, l’impossibilità di dormire è dettata dalla paura irrazionale dell’ignoto, come per Livia, che ogni sera deve affrontare la sfida con l’abisso che si cela sotto il suo letto.
Lasciatevi prendere da questa serie di racconti in cui i protagonisti rivelano le proprie paranoie proprio nell’alternarsi tra luci e ombre, in fondo la notte è ancora lunga, e nell’oscurità potrebbe accadere qualsiasi cosa…

Marta Cherubini è nata a Verona e attualmente vive a Parma. Dopo alcune esperienze come pubblicista su giornali locali del Basso Veronese e sul Gazzettino di Venezia, si è dedicata per anni all’insegnamento, mantenendo viva la passione per la scrittura. Ha recentemente pubblicato il romanzo: L’uomo di Selinunte (Altromondo Editore 2021).
LinguaItaliano
Data di uscita30 lug 2021
ISBN9791220114578
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    Anteprima del libro

    Questa sera non aspettarmi - Marta Cherubini

    La bestia

    Da un po’ di tempo Silvia non dormiva bene. Già da bambina le capitava di svegliarsi spesso durante la notte ed era un’abitudine che aveva conservato. Non ne aveva mai fatto un problema perché si riaddormentava così facilmente da scordare persino di essersi svegliata. Quando invece il sonno ritardava, disegnava arabeschi con la mente e cadeva prigioniera dei suoi labirinti. Quelle immagini la portavano altrove, in una regione che somigliava al sonno.

    Ora non era più così. Sempre più spesso le accadeva di aprire gli occhi nel buio rincorrendo pensieri banali, come il criterio da adottare per riordinare l’armadio o un’idea per il pranzo dell’indomani. Molte volte si ritrovava ad analizzare, in tutte le possibili conseguenze, fatti o situazioni che non si sarebbero mai verificati. Questo la faceva innervosire e le rendeva ancora più difficile addormentarsi.

    Così passavano le notti e al lavoro Silvia era sempre stanca. Continuava però a rifiutare i sonniferi, voleva essere padrona dei suoi sogni. Preferiva elaborare con cura anatomica le immagini abbaglianti con cui indicare la strada al sonno. Spesso però, quando la trappola pareva funzionare e già i muscoli divenivano incorporei, il russare inconsapevole e violento del marito svelava l’inganno e il fragile equilibrio di luce scivolava di nuovo nel nero di una notte insonne.

    Allora Silvia si alzava, camminava per casa, a volte piangeva. Poi tornava a letto.

    Ora il rumore di un tarlo diventava insidioso... altri tarli rispondevano, forse parlavano di lei. Poi si stendeva sulla notte il silenzio, ritmato dal suo respiro e da quello del marito che ora riposava tranquillo.

    Il ritmo diventava musica e la musica dondolava un’altalena: i piedi di un bambino sfioravano l’erba. Piccoli sassi bianchi facevano da contrappunto rotolando sulla strada che adesso era blu e bagnava di schiuma un veliero.

    Quante erano le vele sbuffanti? Forse cento. E una dopo l’altra si scioglievano in una macchia di latte che inghiottiva la strada dove piccole auto di porcellana andavano in cocci.

    Silvia era aggrappata alla vela più alta e spiccò un salto verso il cielo. Ora non c’era che un lampo di luce: cercò di afferrarlo... e cadde.

    Ricordò di non essere passata dalla lavanderia e di non aver tolto le bistecche dal freezer. Cercò di capire cosa l’avesse riportata nel suo letto in quel martedì notte. Il marito russava, Silvia si alzò.

    Per conservare un contatto con il sonno, andò in bagno a occhi chiusi e senza accendere la luce. Poi tornò in camera, sempre a occhi chiusi aprì il cassetto del comodino e prese un fazzoletto.

    Infine si stese di nuovo, si avvicinò al marito e, così come faceva sempre, provò a spingerlo sul fianco per fargli cambiare posizione.

    Sentì ispide setole pungerle le dita e ritrasse la mano. Qualcosa che le parve una coda era arrotolata sotto il lenzuolo, ancora dure setole le graffiarono le gambe nude. Poi un grugnito soffocò il silenzio e Silvia si ritrasse all’altra estremità del letto. Riconobbe piccoli occhi rosa nel buio impenetrabile della stanza. D’improvviso venne il sonno, non chiamato.

    Non erano passate due ore quando la sveglia suonò le sette. Il marito se n’era già andato, lasciando sul cuscino un acre odore caldo. Fuori il vento faceva oscillare la catena che il cane nella notte aveva spezzato.

    Silvia si infilò la vestaglia e si preparò il caffè. Con la tazza in mano, guardava il cortile dalla finestra della cucina.

    Il vento di questa notte avrà riempito di foglie la veranda..." pensò. Nel primo pomeriggio l’avrebbe ripulita.

    Un odore pungente stagnava in tutte le stanze e le dava la nausea. Spalancò i vetri e la corrente d’aria fece cadere a terra un biglietto che il marito le aveva lasciato sul tavolo prima di uscire.

    Diceva: Questa sera non aspettarmi.

    L’occhio

    Il dolore aumentava. Le ciglia erano coltelli e spini, le palpebre si aprivano, si chiudevano e tornavano ad aprirsi al ritmo ossessivo di tamburi che non ero io a suonare.

    Il viso non mi apparteneva più. Era mio solo quell’occhio che scrutava la ferita del cervello con l’estranea curiosità di un carceriere.

    Il mio corpo cercava la resa. Qualunque cosa, anche la morte, purché tutto avesse fine. Ma il dolore, ormai vincente, voleva di più e io vi sottostavo con l’angoscia di un condannato: fino a quando?

    Ubriaco di vittoria, ora l’occhio umiliava la mia impaurita rassegnazione. Mi avvicinavo a una cascata il cui crescente fragore mi avrebbe travolta. Questa certezza non mi acquietava. Fino a quando?

    Ora volevo sapere. Conoscere dov’era il limite, quando la mia resistenza sarebbe crollata. Dove finisce uno strazio senza fine e cosa c’è oltre?

    La tempia ora pulsava con un ritmo incalzante e vorticoso, il sibilo dei nervi mi rendeva sorda. Poi, la decisione: non avrei più aspettato. La mia determinazione non era dettata dal dolore, ma dell’urgenza di sapere. Fino a quando?

    Un gesto poteva fermare il tempo del mio tormento e lo feci. Cautamente

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